Tra angeli e fango.
In un’intervista rilasciata qualche anno fa, John F. Deane ha espresso in questi
termini la propria poetica.
> “Bisogna tenersi il più lontano possibile dalle astrazioni. Mentre cammino,
> ascolto, tocco: occorre sempre essere consapevoli della natura del luogo.
> Penso attraversando il mondo fisico. Ai miei studenti dico che la poesia deve
> strisciare nel fango mentre vola con gli angeli. Non sono molto bravo con gli
> angeli, è vero, ma me la cavo bene nel fango”.
All’epoca, John F. Deane aveva già pubblicato alcune delle raccolte più
belle, Christ, with Urban Fox (1997) e The Instruments of Art (2005), ad
esempio. Era stato nominato al “T.S. Eliot Prize” per Manhandling the
Deity(2003); il governo francese lo aveva eletto ‘cavaliere’ dell’Ordre des Arts
et des Lettres. Angelo e fango sono i caratteri della poesia di John F. Deane:
tensione totale per l’assoluto, totale adesione alla terrestrità, alla mortalità
delle cose. Poesia che non riesuma e che non crea, la sua; che tiene le cose, le
lega a sé, le pronuncia e le custodisce – nell’attesa di un qualche risorgere.
> “La mia speranza e il mio sogno è che anche la mosca che abbiamo
> accidentalmente o deliberatamente schiacciato finisca in cielo, parte del
> nuovo creato… Tutto, in fondo, si riduce all’amore incondizionato, tutto
> quello che vedo in relazione alla figura di Cristo”.
Nato nel 1943 ad Achill Island, John F. Deane è tra i massimi poeti irlandesi di
oggi; è uno degli ultimi eredi di una generazione di maestri, il cui lignaggio,
da William B. Yeats a Seamus Heaney passa per Patrick Kavanagh, Derek Mahon,
Michael Longley, tra gli altri. Deane – per definire una topografia cronologica
– è di tre anni più giovane di Iosif Brodskij…
Tutt’altro che un poeta ‘confessionale’, men che meno ‘cattolico’ – intendendo
ogni etichetta come una messa ai margini, una messa al bando: un poeta, pur
recluso in cella, contiene in sé mondi – John F. Deane è un ispirato. Poeta
concreto, bardo al narrare – in questo, assai irish – non di rado la sua poesia
si eleva in profezia. Su di lui ha agito il paesaggio di Achill Island,
magnetica isola agli estremi della Contea di Mayo:
> “Crescere ad Achill Island mi ha concesso una libertà altrimenti impossibile.
> Durante le vacanze estive ci dicevano, ‘Uscite, ci vediamo questa sera’. E io
> scalavo scogliere, andavo in bicicletta, nuotavo, immergevo il mio
> inconsapevole io nella natura. Devo molto alla vita isolana e isolata che mi
> hanno fatto fare i miei genitori. Mio padre, poi, mi ha donato un immaginario
> fatto di libri e di miti; ma mi ha insegnato a pescare, a sparare, a costruire
> barche e case sugli alberi…”.
Stempiato, occhiali, barba bianca, sguardo acceso, ispido di gioia, John F.
Deane è forse il poeta più rappresentativo oggi in Irlanda. Ha avuto, per il suo
paese, un ruolo ‘prometeico’: è tra i fondatori di “Poetry Irland”, istituzione
con sede a Dublino, tra i più importanti network della poesia irlandese (ergo:
concede ai poeti possibilità di borde di studio, pubblicazioni, consulenze); ha
fondato, quarant’anni fa, la Dedalus Press, con il compito di pubblicare poeti
irlandesi e di tradurre la grande poesia del resto del mondo.
In Italia, il nome di John F. Deane sta sulle labbra degli ‘esperti’: la poesia
irlandese contemporanea è pressoché vampirizzata da Seamus Heaney. La prima
lettura – Gli strumenti dell’arte, a cura di Roberto Cogo, stampavano le
edizioni Atelier, era il 2008 – fu, per il mio orizzonte lirico, spiazzante. Mi
affascinava come la figura di Cristo – e gli elementi della liturgia, i
brandelli del ‘libro d’ore’ – penetrasse i versi di Deane con aurorale
naturalezza, come una tazza, una tovaglia, un ratto. Nel bestiario di Deane la
volpe – presa di peso dalla Thought-Fox di Ted Hughes – ha un ruolo messianico.
Tra i pochi altri libri in circolo, per pochi piccoli talentuosi editori, vanno
citato Il profilo della volpe sul vetro(Edizioni del Leone, 2002), Piccolo libro
delle ore (Kolibris, 2009), entrambi a cura di Cogo, e Tra le mani il
divino (Gedit, 2007, a cura di Chiara De Luca). Speriamo in altro; in calce,
traduciamo una manciata di versi da Toccata and Fugue, antologia del 2000.
Intanto, Carcanet ha pubblicato da poco un nuovo libro di John F. Deane, Jonah
and Me: come sempre, la composizione del testo è complessa, ha i tratti
della quest e del ‘romanzo per versi’ – che è poi la conversione del poema in
oratorio per uomini semplici. Suddiviso in cinque sezioni, il libro è introdotto
da una poesia beneaugurale che attacca così:
> “La vallata è immobile, nel profondo verde
> dell’ultima estate. Scarso tossicchiare
> dell’aria. Poche attese. Ma gli spiriti
> resistono. Troppi problemi affliggono
> il mondo, ma non diminuisce la speranza
> benché siano tumulate nel silenzio,
> per ora, le primaverili odi degli uccelli”.
La casa editrice lo dice “il più importante poeta religioso vivente”. Non so
bene cosa voglia dire religioso. Ogni poeta è religioso – nel senso che non è
relegato all’al di qua. Ogni poeta lotta contro il logos, tenta il linguaggio
della contraddizione, dell’anti-logos, antilegomenon, come è detto essere Gesù
(Lc 2, 34). Di fronte a ogni etichetta John F. Dean, il vecchio bardo, sorride,
fa spallucce, va via.
**
Dedica
Sfrecciano, si spengono come
galassie le lucciole sotto gli alberi;
le poesie più belle vengono dalla periferia:
sono poesie d’amore e reclamano calma.
Sulla strada, le urla del coniglio ferito
percuotono l’alto, inconsapevoli;
le macchine schiacciano le creature
perché siano solo per noi le lacrime della bimba,
i tanto cari amati vecchi di dolore,
e per lei, per ciò che ha scoperto
così presto oltre l’incanto di questo mondo.
Sempre, dopo l’orrore, cerchiamo la quiete.
I chiurli si disperdono sul campo – è inverno
i loro richiami sono alleluia di sopravvivenza
e io ti offro poesie piene di gioia e di sofferenza,
di sere e di mattini, come se fosse il primo giorno.
KODAK Digital Still Camera
*
Francesco d’Assisi 1182; 1982
L’estate torna tra noi; navi
inebriate in nubi, all’orizzonte;
i ranuncoli, come sfere, flottano
sui campi argentati di foschia;
ricorre la parole luce, mare, Dio;
la frenesia della folla che si getta al sole
contiene il silenzio come gli occhi
contengono la cecità; diciamo: possa il Potente
volgere a noi il suo volto
e darci pace;
mattina e sera le macchine si muovono
sulla spiaggia e si assiepano scintillanti
come aringhe che brillano nella rete;
questo è un roco cantico al sole.
Altissimu, omnipotente, bon Signore…
*
Issare la carne
in figure di neve e di bianche rose,
predicare il silenzio al mare
l’amore all’uomo –
vuol dire tendere alla morte
come verso un corpo senza macchia;
le nostre poesie sono gesti di fede
perché le parole di un amore immortale
non siano prive di sostanza;
ma le parole volano come allodole sulla sua testa
gocciolano come sangue dalle sue mani in rovina.
tue so’ le laude, et omne benedictione…
*
Giochiamo come bimbi, impauriti, esitanti
sulla soglia dell’oceano
tra il crepuscolo e l’oscuro mare –
come se fossero le lunghe dita di Dio
che si appropria di ogni impronta sulla sabbia;
scrivo parole come luce, mare, Dio
e la campana cavalca lungo i campi
come un uomo a cavallo con elmo e lancia
che gesticola folle alla notte.
laudato sì, Signore
per sora nostra morte corporale…
*
Di notte, le auto gettano
bagliori galleggianti e ombre sul fogliame
e vanno, braccando l’oscurità,
alla fine dei loro tunnel di luce;
le voci che ci salvano sono state spazzate
molto tempo fa, oltre quel cielo notturno
da fiaba, dove il silenzio
le fa tacere, le soffoca, del tutto.
**
Venerdì Santo, ’98, guidando verso Est
Per Declan
Questo non è il deserto che ho sognato –
oceano di sabbia immobile, la cima delle dune
irrequiete nella calura, dov’è la collina
degli albeggianti albini teschi, dove
la santità cerchiata di disperazione?
non è il deserto che ho sofferto, che soffro, ancora,
quel lungo annaspare sulla dura sabbia
flectamus genua, e la supplica e l’ascesi
il giorno in cui Cristo muore, il supplizio
del dolore, come se tutto il nostro essere fosse
inchiodare dolore sul più dolce degli esseri;
questo è il Mojave, Venerdì Santo, noi –
dirottati – che guidiamo, recalcitranti, verso Est,
gli alberi di Giosuè contorti come se fossero
incapaci di venire a patti con se stessi, come noi,
e poi, alla radio, notizie di un accordo, in Irlanda;
le colline del deserto inneggiano cori di papaveri
arancioni, cade leggera la pioggia e la terra
luccica sotto un luculliano vello verde;
così Cristo è morto ancora e noi non siamo
con lui, ma le redini di un arcobaleno brillano
tra cumuli temporaleschi e qualcuno passa
in silenzio sfiorandoci con un dito bagnato le labbra.
**
La lepre lord
La nebbia sottomette l’erba
come un esercito di spiriti drogati dal sonno:
e lei era lì, la lepre ragazzaccio
come se fosse cresciuta come un fungo, di notte;
gli invidiavo l’estraneità al tutto, il suo
mondo che sopravvive ancora, originale e giovane;
si muoveva con fare affettato, come un cameriere
con un vassoio pieno di roba, poi spariva
veloce in qualche sotterraneo; poi
prendeva una postura composta, post-prandiale
all’aria, come un lord sui suoi terreni, come un eroe
locale, prezioso quanto un parroco e un ficcanaso
sicura in un mondo che contrasta con tutto –
un osservatore, come me, sulle mura di me stesso.
**
La cattura degli agnelli
Le pecore si muovono nell’oscurità
esalano dolore in lignei
rintocchi di incomprensione; lampi
sgattaiolano all’orizzonte
la Via Lattea
è un’aratura tentacolare;
il cancello è ancora sbarrato
e i duri zoccoli delle pecore
slittano nella glauca luce –
questa notte le loro zampe sono troppo
sottili per sostenere lo spaventoso peso del corpo;
i cani da guardia si stirano, felici:
presto saranno insultati, saranno
rabbiosi e arcigni
e il camion lordo di letame
arrancherà nel cortile; la notte
è l’ombra di un Creatore
che si stende sul mondo
e perfino le stelle, obbedienti, rauche,
inaugurano la loro sfilacciata danza
di distruzione – un tuono
infine, rotola, in fondo a tutto.
John F. Deane
*In copertina: John F. Dean; photo Moya Nolan
L'articolo “Le poesie più belle sono poesie d’amore”. Intorno a John F. Deane,
il bardo d’Irlanda proviene da Pangea.