Felo de se significa: essere di se stesso fellone. Fellone – dal francese
antico, félon – vuol dire (spulcio la tetragona Treccani) traditore, ribelle,
persona perfida, sleale. Fare fellonia di sé: suicidarsi. Insidiare se stessi
fino a strangolarsi. Il termine latino, incorporato dalla common law inglese,
indicava, appunto, il reato del suicida: a lui, sepoltura maculata di colpa era
inflitta – di notte, privo di sacramentale conforto, di corona di parenti
privato, in un luogo segreto, affinché muschio di preghiera, fungo d’opera pia
non crescessero su quel dannato corpo.
Al suicida, tolto a se stesso, tutto era sottratto.
L’ultima sezione dell’ultimo libro di Alessandro Ceni, I bracciali dello
scudo (Crocetti, 2025), s’intitola “Felo da se”: spiccano alcune bellissime
poesie – Passo all’orso, ad esempio – che contengono, nel nocciolo, nel più
intimo seme, la ragione del titolo dell’antologia. “Felo de se”, nel caso di
Ceni, che dalla lingua inglese è eccezionale traduttore, implica una poetica. Il
poeta è il fellone di se stesso nel senso che deve sterminare il sé, deve farsi
cembalo cavo, tamburo risonante, arma da imbracciare. Arma purissima,
perché l’altro – qualsiasi cosa voglia dire – attraverso il poeta accada. Tutta
qui è la distanza tra il poeta – colui che si fa fuori per far spazio ad altro –
e l’esecutore, che scrive di sé.
Forse è per questo – oltre ai lacci biografici, che sempre ci braccano, ci
rimano tra corde – che a un Libraccio ho preso un libro che s’intitola Felo de
se. Uscito nella mitica collana Feltrinelli ‘Le Comete’ nel 1964, è una
raccolta di racconti del finora a me ignoto Aidan Higgins. La copertina, usata
come trappola per i lettori, spiega di cosa si tratta: “Felo de se: il suicida.
Un libro che rivive la violenza l’acredine la magnificenza
dell’autodistruzione”. Poco sotto: “Una apparizione clamorosa nella letteratura
inglese”. Non so se oggi un editore di primo piano avrebbe il coraggio di uscire
con un libro che in copertina dice del suicida e della magnificenza
dell’autodistruzione – oggi, mi dicono, sarebbe impossibile pubblicare Lolita.
‘Le Comete’ è la collana ‘sperimentale’ di Feltrinelli. Scorro qualche titolo
tra quelli impilati in ultima pagina, vado in orda di miele: Il sole si
spegne di Osamu Dazai; La promessa di Dürrenmatt; Pedro Páramo di Juan
Rulfo; Congetture su Jakob di Uwe Johnson. Tutti autentici capolavori. Si
pubblicavano – per chi ama i reperti archeologici editoriali – Edoardo
Sanguineti (Capriccio italiano) e Alberto Arbasino (La narcisata); da tempo – se
non altro per il titolo – vorrei ripubblicare Scrivo come amo di Andrej
Voznesenskij.
Ad ogni modo – ed è la cosa che più conta –, i racconti – sei, ciascuno con uno
spirito, un ritmo e una lunghezza diversi – sono molto belli. L’autore – ci
arrivo tra un attimo – riesce a conferire la vita ai suoi personaggi, estratti
da una disperazione che, a tratti, conforta. Si tratta, cioè, di una scrittura
sagace, sapida, piena di vitalità, di nero istrionismo, sotto la sovrana di
un’ispirazione pressoché perpetua. Pare Samuel Beckett coniugato a Philip Roth.
Questo, per dire, per dar di morso, è l’attacco de Il campo di Killachter:
“I resti mortali della signorina Emily Norton Kervick vennero affidati alla
tomba in un freddo giorno del marzo 1927. Quel mattino, il terzo del mese, era
stata offerta una messa funebre per la pace della sua anima, ed ella venne
sepolta senza indugi nel cimitero di Griffenwrath.
Il giorno prima il suo corpo era stato deposto sul suo alto letto in una camera
troppo colma dell’odore inebriante dei gigli: era stata la sua camera.
L’arredamento non aveva nulla di straordinario. L’invadente motivo della
tappezzeria, con bambù e generosi virgulti, pareva contrarre le pareti su due
lati, ed entro quell’area, appoggiato su nude assi, bianco e grave, adornato di
fiori, si ergeva il letto di morte. Nonostante la sua panoplia, nonostante il
carattere della sua inequivocabile funzione e la sua occupante, il letto
sembrava muoversi sulle rotelle ad una velocità minima, quasi impercettibile,
come un piccolo naviglio che in una rada difficile si liberi lentamente dagli
ormeggi”.
Questo invece è l’attacco di Lebensraum:
“Fraulein Sevi Klein lasciò la Germania nella primavera del suo trentanovesimo
anno; dopo aver viaggiato sola da Colonia a Ostenda, attraversò la Manica, e da
Folkestone a Londra si trovò in compagnia di sobri cittadini britannici. Sul
treno per Londra prese un posto prenotato che guardava verso la locomotiva, i
piedi sul pavimento della carrozza sistemati come in quei mobili le cui gambe
finiscono in artigli, entrambi con un aspetto minaccioso e ‘accomodati’ secondo
lo stile di siffatte estremità, curvati in basso verso una stretta inesorabile.
Le anche e il dorso facevano la stessa impressione, ma più accentuata,
diventando la testa capovolta di una bestia col muso abbassato come per bere; le
sue palpebre sembravano un peso intollerabile. Le ginocchia erano pudicamente
serrate; aveva mani di notevole bellezza e vestiva in un modo che probabilmente
sarebbe stato più adatto per una donna che avesse avuto dieci anni di meno.
Prese un taxi alla Stazione Victoria, lesse ad alta voce dal suo taccuino il
nome di un albergo di Kensington, e là venne trasportata con il modesto gruppo
di valigie legate al portabagagli. Ciò accadeva nell’estate del 1947”.
Non è difficile capire il moto narrativo. Diversa l’altura cronologica dei testi
e il punto di osservazione – un feretro; una donna. Simile la dinamica, per
accumulo, che ci fa entrare a pieno petto ‘in scena’, e l’uso, nobile, della
similitudine (letto/naviglio; piedi/artigli). In entrambi i casi, la foia
descrittiva prelude all’abulia, ai bolidi dell’oblio, all’intenzione di marcare
l’esatto istante in cui un’anonima esistenza diventa vertigine, maniscalco
dell’abisso.
Nei racconti, la dedizione al dettaglio è necessaria per svelare gli aspetti
oscuri dell’esistere, i fremiti. Su tutto, domina carnalità, implacabile, e una
certa ‘bestialità’. Nel pieno del racconto più lungo – Il ricovero – si fa
l’elogio, a un certo punto, centrale, delle “meravigliose signore del
Settecento”, che con smaliziata sapienza sapevano dirigere il destino di
intellettuali, amanti e lacchè: “Oggi non abbiamo nulla di paragonabile a loro,
neppure remotamente, né per stile né per intelligenza. Le convenienze di questo
nostro maledetto secolo hanno prodotto la donna ‘professionista’”. Per
fortuna, Felo de se è un libro intransigente, cioè, secondo i canoni di un oggi
esangue, scorretto.
Nell’ultimo racconto, Crepuscolo al Capo Piscator, ambientato in Sudafrica, le
ossessioni sessuali del signor Vaschel sono alternate da immagini strazianti: un
pescecane sviscerato, sulla spiaggia; asini tumidi, in estro, che si accoppiano,
ferini, ragliando; donne dalle forme potenti; panorami conradiani (“Vide il
secondo fiume inaridito fino alla foce, e sull’estuario gli ibis che volavano,
scuri e goffi, con i becchi curvi come scimitarre e le ali che battevano
pesantemente l’aria”). La modernità del libro va ascritta, probabilmente, anche
al talento del traduttore, Aldo Tagliaferri, già curatore delle opere di Beckett
e di Joyce, esegeta di Emilio Villa.
All’epoca in cui uscì Felo de se, nel 1960, l’autore, Aidan Higgins, compiva
trentatré anni. Nato a Celbridge, poco distante da Dublino, nel 1927, nei gangli
di una famiglia cattolica, faticò come copywriter, si diede – leggo dalla
noticina Feltrinelli – ai “tipici e disparati mestieri di uno scrittore povero e
d’avanguardia”. Dopo il matrimonio con Jill Damaris Anders, si trasferì in
Sudafrica – i suoi inquieti vagabondaggi lo portarono a Berlino e nell’allora
Rhodesia; quando Felo de se appare in Italia, Aidan risulta “in Spagna con la
moglie e i figli”. Il primo romanzo, Langrishe, Go Down (1966), storia in
costume irlandese ambientata negli anni Trenta, con ménage tra tre sorelle di
alterna verginità e un aitante studente tedesco, gli garantì premi di pregio e
un film. Fu Harold Pinter a trarre dal romanzo la sceneggiatura per la BBC: in
scena, Jeremy Irons interpretava il bel tedesco e Judi Dench una delle sorelle.
Parrebbe il principio di una storia letteraria di successo. Non fu così.
Anarcoide, irascibile, inappetente alle prelibatezze della fama, Aidan Higgins
continuò, con talentuosa ostinazione, a inseguire un’opera soltanto sua. I libri
seguenti – Balcony of Europe, Bornholm Night Ferry e Lions of the Grunwald, ad
esempio –, pur seguiti e assai recensiti, finirono per marginalizzare Higgins
alla stregua di uno scrittore ‘estremista’, perseguitato da un inaccettabile
demone. Fece fatica perfino come editorialista: lo “Spectator” e il “Guardian”
rifiutavano i suoi articoli per lo stile che disprezzava le convenzioni,
involuto, ellittico, eccessivo. La seconda moglie, Alannah Hopkin, censì la
biografia di Aidan Higgins sotto un titolo che dice tutto, A Very Strange Man.
Si erano conosciuti negli anni Ottanta, Alannah e Aidan: lei era decisamente più
giovane di lui; per lei, lui tornò a vivere in Irlanda.
Amato da scrittori e poeti – Derek Mahon, Alice Munro e John Banville su tutti
–, Higgins si disinteressava del cosiddetto ‘pubblico’. Così riassume la
questione Rob Doyle, suo ennesimo sofisticato ammiratore, in un articolo edito
dall’“Irish Times”, Aidan Higgins: a very singular talent: “Una sorta di
aristocratica indifferenza impedì a Higgins permise di capire che il pubblico,
ormai spazientito, desiderava storie lineari. Eppure, Higgins non avrebbe
raggiunto la propria assoluta originalità – una scrittura immersa nella memoria
e nei suoi fraintesi, in una divagante singolarità, spesso indimenticabile – se
fosse stato così convenzionalmente consapevole di se stesso”.
La storia di Aidan Higgins – un autore che con militare onnipotenza decise di
sabotare il proprio successo – apre diverse questioni. Si dovrebbe parlare
dell’autentico significato della parola scrittura, di cosa vuol dire
davvero letteratura, di quale sia la differenza tra il letterato e lo scrittore.
Bisognerebbe dire cosa s’intende per partecipazione del pubblico a un’opera.
Soprattutto, dovremmo dire del carisma avventuriero degli editori, un tempo.
Feltrinelli continuò a insistere su Aidan Higgins. Dopo Felo de se, pubblicò Una
tarda estate (1970) e Lampi d’inverno (1974). Non ripubblicò mai più Aidan
Higgins, lo scrittore che fu il fellone di se stesso.
Finì sfinito, Aidan. Precipitò, all’alba del nuovo millennio, in un buco nero
della mente. Si svuotò di sé, Aidan. Secondo le cronache, morì il 27 dicembre
del 2015, a ottantotto anni. Era già morto molte volte, molto tempo prima, di
molte diverse morti.
L'articolo Aidan Higgins, lo scrittore che uccise se stesso. (O degli editori
quando erano avventurieri) proviene da Pangea.
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Tra angeli e fango.
In un’intervista rilasciata qualche anno fa, John F. Deane ha espresso in questi
termini la propria poetica.
> “Bisogna tenersi il più lontano possibile dalle astrazioni. Mentre cammino,
> ascolto, tocco: occorre sempre essere consapevoli della natura del luogo.
> Penso attraversando il mondo fisico. Ai miei studenti dico che la poesia deve
> strisciare nel fango mentre vola con gli angeli. Non sono molto bravo con gli
> angeli, è vero, ma me la cavo bene nel fango”.
All’epoca, John F. Deane aveva già pubblicato alcune delle raccolte più
belle, Christ, with Urban Fox (1997) e The Instruments of Art (2005), ad
esempio. Era stato nominato al “T.S. Eliot Prize” per Manhandling the
Deity(2003); il governo francese lo aveva eletto ‘cavaliere’ dell’Ordre des Arts
et des Lettres. Angelo e fango sono i caratteri della poesia di John F. Deane:
tensione totale per l’assoluto, totale adesione alla terrestrità, alla mortalità
delle cose. Poesia che non riesuma e che non crea, la sua; che tiene le cose, le
lega a sé, le pronuncia e le custodisce – nell’attesa di un qualche risorgere.
> “La mia speranza e il mio sogno è che anche la mosca che abbiamo
> accidentalmente o deliberatamente schiacciato finisca in cielo, parte del
> nuovo creato… Tutto, in fondo, si riduce all’amore incondizionato, tutto
> quello che vedo in relazione alla figura di Cristo”.
Nato nel 1943 ad Achill Island, John F. Deane è tra i massimi poeti irlandesi di
oggi; è uno degli ultimi eredi di una generazione di maestri, il cui lignaggio,
da William B. Yeats a Seamus Heaney passa per Patrick Kavanagh, Derek Mahon,
Michael Longley, tra gli altri. Deane – per definire una topografia cronologica
– è di tre anni più giovane di Iosif Brodskij…
Tutt’altro che un poeta ‘confessionale’, men che meno ‘cattolico’ – intendendo
ogni etichetta come una messa ai margini, una messa al bando: un poeta, pur
recluso in cella, contiene in sé mondi – John F. Deane è un ispirato. Poeta
concreto, bardo al narrare – in questo, assai irish – non di rado la sua poesia
si eleva in profezia. Su di lui ha agito il paesaggio di Achill Island,
magnetica isola agli estremi della Contea di Mayo:
> “Crescere ad Achill Island mi ha concesso una libertà altrimenti impossibile.
> Durante le vacanze estive ci dicevano, ‘Uscite, ci vediamo questa sera’. E io
> scalavo scogliere, andavo in bicicletta, nuotavo, immergevo il mio
> inconsapevole io nella natura. Devo molto alla vita isolana e isolata che mi
> hanno fatto fare i miei genitori. Mio padre, poi, mi ha donato un immaginario
> fatto di libri e di miti; ma mi ha insegnato a pescare, a sparare, a costruire
> barche e case sugli alberi…”.
Stempiato, occhiali, barba bianca, sguardo acceso, ispido di gioia, John F.
Deane è forse il poeta più rappresentativo oggi in Irlanda. Ha avuto, per il suo
paese, un ruolo ‘prometeico’: è tra i fondatori di “Poetry Irland”, istituzione
con sede a Dublino, tra i più importanti network della poesia irlandese (ergo:
concede ai poeti possibilità di borde di studio, pubblicazioni, consulenze); ha
fondato, quarant’anni fa, la Dedalus Press, con il compito di pubblicare poeti
irlandesi e di tradurre la grande poesia del resto del mondo.
In Italia, il nome di John F. Deane sta sulle labbra degli ‘esperti’: la poesia
irlandese contemporanea è pressoché vampirizzata da Seamus Heaney. La prima
lettura – Gli strumenti dell’arte, a cura di Roberto Cogo, stampavano le
edizioni Atelier, era il 2008 – fu, per il mio orizzonte lirico, spiazzante. Mi
affascinava come la figura di Cristo – e gli elementi della liturgia, i
brandelli del ‘libro d’ore’ – penetrasse i versi di Deane con aurorale
naturalezza, come una tazza, una tovaglia, un ratto. Nel bestiario di Deane la
volpe – presa di peso dalla Thought-Fox di Ted Hughes – ha un ruolo messianico.
Tra i pochi altri libri in circolo, per pochi piccoli talentuosi editori, vanno
citato Il profilo della volpe sul vetro(Edizioni del Leone, 2002), Piccolo libro
delle ore (Kolibris, 2009), entrambi a cura di Cogo, e Tra le mani il
divino (Gedit, 2007, a cura di Chiara De Luca). Speriamo in altro; in calce,
traduciamo una manciata di versi da Toccata and Fugue, antologia del 2000.
Intanto, Carcanet ha pubblicato da poco un nuovo libro di John F. Deane, Jonah
and Me: come sempre, la composizione del testo è complessa, ha i tratti
della quest e del ‘romanzo per versi’ – che è poi la conversione del poema in
oratorio per uomini semplici. Suddiviso in cinque sezioni, il libro è introdotto
da una poesia beneaugurale che attacca così:
> “La vallata è immobile, nel profondo verde
> dell’ultima estate. Scarso tossicchiare
> dell’aria. Poche attese. Ma gli spiriti
> resistono. Troppi problemi affliggono
> il mondo, ma non diminuisce la speranza
> benché siano tumulate nel silenzio,
> per ora, le primaverili odi degli uccelli”.
La casa editrice lo dice “il più importante poeta religioso vivente”. Non so
bene cosa voglia dire religioso. Ogni poeta è religioso – nel senso che non è
relegato all’al di qua. Ogni poeta lotta contro il logos, tenta il linguaggio
della contraddizione, dell’anti-logos, antilegomenon, come è detto essere Gesù
(Lc 2, 34). Di fronte a ogni etichetta John F. Dean, il vecchio bardo, sorride,
fa spallucce, va via.
**
Dedica
Sfrecciano, si spengono come
galassie le lucciole sotto gli alberi;
le poesie più belle vengono dalla periferia:
sono poesie d’amore e reclamano calma.
Sulla strada, le urla del coniglio ferito
percuotono l’alto, inconsapevoli;
le macchine schiacciano le creature
perché siano solo per noi le lacrime della bimba,
i tanto cari amati vecchi di dolore,
e per lei, per ciò che ha scoperto
così presto oltre l’incanto di questo mondo.
Sempre, dopo l’orrore, cerchiamo la quiete.
I chiurli si disperdono sul campo – è inverno
i loro richiami sono alleluia di sopravvivenza
e io ti offro poesie piene di gioia e di sofferenza,
di sere e di mattini, come se fosse il primo giorno.
KODAK Digital Still Camera
*
Francesco d’Assisi 1182; 1982
L’estate torna tra noi; navi
inebriate in nubi, all’orizzonte;
i ranuncoli, come sfere, flottano
sui campi argentati di foschia;
ricorre la parole luce, mare, Dio;
la frenesia della folla che si getta al sole
contiene il silenzio come gli occhi
contengono la cecità; diciamo: possa il Potente
volgere a noi il suo volto
e darci pace;
mattina e sera le macchine si muovono
sulla spiaggia e si assiepano scintillanti
come aringhe che brillano nella rete;
questo è un roco cantico al sole.
Altissimu, omnipotente, bon Signore…
*
Issare la carne
in figure di neve e di bianche rose,
predicare il silenzio al mare
l’amore all’uomo –
vuol dire tendere alla morte
come verso un corpo senza macchia;
le nostre poesie sono gesti di fede
perché le parole di un amore immortale
non siano prive di sostanza;
ma le parole volano come allodole sulla sua testa
gocciolano come sangue dalle sue mani in rovina.
tue so’ le laude, et omne benedictione…
*
Giochiamo come bimbi, impauriti, esitanti
sulla soglia dell’oceano
tra il crepuscolo e l’oscuro mare –
come se fossero le lunghe dita di Dio
che si appropria di ogni impronta sulla sabbia;
scrivo parole come luce, mare, Dio
e la campana cavalca lungo i campi
come un uomo a cavallo con elmo e lancia
che gesticola folle alla notte.
laudato sì, Signore
per sora nostra morte corporale…
*
Di notte, le auto gettano
bagliori galleggianti e ombre sul fogliame
e vanno, braccando l’oscurità,
alla fine dei loro tunnel di luce;
le voci che ci salvano sono state spazzate
molto tempo fa, oltre quel cielo notturno
da fiaba, dove il silenzio
le fa tacere, le soffoca, del tutto.
**
Venerdì Santo, ’98, guidando verso Est
Per Declan
Questo non è il deserto che ho sognato –
oceano di sabbia immobile, la cima delle dune
irrequiete nella calura, dov’è la collina
degli albeggianti albini teschi, dove
la santità cerchiata di disperazione?
non è il deserto che ho sofferto, che soffro, ancora,
quel lungo annaspare sulla dura sabbia
flectamus genua, e la supplica e l’ascesi
il giorno in cui Cristo muore, il supplizio
del dolore, come se tutto il nostro essere fosse
inchiodare dolore sul più dolce degli esseri;
questo è il Mojave, Venerdì Santo, noi –
dirottati – che guidiamo, recalcitranti, verso Est,
gli alberi di Giosuè contorti come se fossero
incapaci di venire a patti con se stessi, come noi,
e poi, alla radio, notizie di un accordo, in Irlanda;
le colline del deserto inneggiano cori di papaveri
arancioni, cade leggera la pioggia e la terra
luccica sotto un luculliano vello verde;
così Cristo è morto ancora e noi non siamo
con lui, ma le redini di un arcobaleno brillano
tra cumuli temporaleschi e qualcuno passa
in silenzio sfiorandoci con un dito bagnato le labbra.
**
La lepre lord
La nebbia sottomette l’erba
come un esercito di spiriti drogati dal sonno:
e lei era lì, la lepre ragazzaccio
come se fosse cresciuta come un fungo, di notte;
gli invidiavo l’estraneità al tutto, il suo
mondo che sopravvive ancora, originale e giovane;
si muoveva con fare affettato, come un cameriere
con un vassoio pieno di roba, poi spariva
veloce in qualche sotterraneo; poi
prendeva una postura composta, post-prandiale
all’aria, come un lord sui suoi terreni, come un eroe
locale, prezioso quanto un parroco e un ficcanaso
sicura in un mondo che contrasta con tutto –
un osservatore, come me, sulle mura di me stesso.
**
La cattura degli agnelli
Le pecore si muovono nell’oscurità
esalano dolore in lignei
rintocchi di incomprensione; lampi
sgattaiolano all’orizzonte
la Via Lattea
è un’aratura tentacolare;
il cancello è ancora sbarrato
e i duri zoccoli delle pecore
slittano nella glauca luce –
questa notte le loro zampe sono troppo
sottili per sostenere lo spaventoso peso del corpo;
i cani da guardia si stirano, felici:
presto saranno insultati, saranno
rabbiosi e arcigni
e il camion lordo di letame
arrancherà nel cortile; la notte
è l’ombra di un Creatore
che si stende sul mondo
e perfino le stelle, obbedienti, rauche,
inaugurano la loro sfilacciata danza
di distruzione – un tuono
infine, rotola, in fondo a tutto.
John F. Deane
*In copertina: John F. Dean; photo Moya Nolan
L'articolo “Le poesie più belle sono poesie d’amore”. Intorno a John F. Deane,
il bardo d’Irlanda proviene da Pangea.
Riccio o volpe? Era il 1953 quando il filosofo lettone Isaiah Berlin ideò uno
dei giochi più riusciti di critica letteraria, dividendo gli scrittori in due
tipi, sulla scia di un frammento del poeta greco Archiloco: “la volpe sa molte
cose, ma il riccio ne sa una grande”. Da una parte i proteiformi, dai fini
diversi, a volte contraddittori, mai unificati da un principio unico ispiratore;
dall’altra le visioni centrali, monistiche e monoteistiche; particolari contro
universali; la “volpe sublime” Puskin e il riccio purissimo Dostoevskij. In
mezzo, il caso Tolstoj, lo scrittore che “era per natura una volpe, ma credeva
fermamente di essere un riccio”. Bene, portando questo gioco di società fuori
dalla tavola dei grandi russi, potremmo azzardare il caso singolare di Seamus
Heaney, poeta-volpe, a cui per decenni hanno tirato la coda – e costretto a
tirar fuori gli aculei – per farlo sembrare un riccio.
L’evento centrale della sua biografia, che lo accompagna e tormenta lungo le
“dodici fatiche” del suo opus, (per i lettori italiani nell’ampia auto-antologia
predisposta dal poeta stesso in occasione del “Meridiano” Mondadori, uscito
postumo del 2016 poi totalmente riproposto nello “Specchio”, con la sola
dolorosa assenza delle Note – sarebbero bastati dei piccoli a margine per i
riferimenti più specialistici alla storia d’Irlanda) è lo scoppio
dei Troubles nel 1968, che si protraggono per decenni e hanno il loro culmine
nella “Bloody Sunday” del 1972, quando a Derry l’esercito inglese fa fuoco sui
manifestanti irlandesi e uccide quattordici persone. Inevitabile, per lui nato
nell’Ulster a minoranza cattolica, in una terra dominata e colonizzata da
secoli, non essere chiamato a prendere parte, a denunciare, ad essere tirato per
la giacchetta e rimproverato per ogni colpevole silenzio: “per un quarto di
secolo – scriverà – hanno obbligato i poeti a offrire, implicitamente o
esplicitamente, una apologia per la loro arte”. Operazione impossibile, tanto
già gravosa quanto più la sua fama di nuovo Yeats e massimo poeta non solo
irlandese ma britannico cresceva, grazie anche a una presunta accessibilità e
alla dolcezza formale di molte poesie.
Due i passaggi culminanti: il pamphlet poem “An Open Letter” del 1983 nel quale
si dissocia dall’aggettivo british (dopo essere stato incluso nel “Penguin Book
of Contemporary British Poetry”),chiarendo che “la felicità passa per il
prendere posizione, scontrarsi, chiarire di non essere per tutti”; e l’incontro
– di toni e ambientazioni che ricordano il Luzi purgatoriale – con un esponente
del Sinn Féinn in La livella e lo spirito (1996), risolto in un botta e
risposta:
> “Quando cazzo scriverai qualcosa
> per noi?” “Se scrivo qualcosa,
> qualunque cosa sia, la scriverò solo per me”.
Questo “me” non è certo chiusura individualistica o rivendicazione dei diritti
dell’arte per l’arte, quanto un ribadire un proprio modo di essere poeta
profondamente politico, impegnato – scriverà James Woods sulla “London Review of
Books” – a “costruire una nazione dal punto di vista storico, mitologico,
etimologico”.
Nella seminale prima poesia del primo libro, la pluri-antologizzata “Scavare”,
questa distanza e impossibilità di essere riccio è già affermata in una
premonizione non voluta della violenza intestina che sconvolgerà l’Irlanda –
intesa come distanza rispetto al suo essere poeta terreno, radicato, lui figlio
e nipote di contadini e allevatori, misurando come un lucidissimo agrimensore
quanto separa i primi due versi (“Tra il mio pollice e l’indice riposa/ la tozza
penna, comoda come una pistola”) dagli ultimi tre: “Tra il mio pollice e
l’indice riposa/ la tozza penna./ Scaverò con questa”.
È il 1966, la guerra civile è ancora solo nell’aria, ma il volume
programmatico Morte di un naturalista è già eversione e riconoscimento di
un’altra via. Prendiamo due esempi di dinnseanchas, genere tradizionale
irlandese di narrazioni di storie e leggende sulle origini dei nomi di luogo: in
“Anahorish” (un analogo gaelico delle nostre “chiare, fresche e dolci acque”) si
introduce una distinzione e uno scavare genealogico tra la morbidezza vocalica
dell’irlandese e la durezza consonantica dell’inglese colonialista nel quale è
costretto a scrivere e pensare; in “Broagh” quel suono finale, impossibile per
gli stranieri, fa leva sulla O centrale e la sua immagine tipicamente heaneyana
di un “acquazzone / che si raccoglieva nell’impronta del tuo calcagno”, per far
risuonare una circolarità acquatica e naturalistica da volpe ipersensibile, che
con un piccolo balzo ci riporta a un’altra O marina e post-colonialista, quella
dell’Omeros di Derek Walcott.
Descrizione è rivelazione, è stato detto: panorama e paesaggio – nella poesia
come negli ingenui ma non innocui atlanti delle elementari – implicano
rappresentazione cartografica e riscrittura politica di un territorio diviso e
spaccato tra nativi e conquistatori prima, cattolici e protestanti poi: ognuno
imponendo i propri nomi con la violenza che separa fratelli e amici, per cause
antichissime e per nessun motivo (si ripensi al recente film Gli spiriti
dell’isola di Martin McDonagh). Ma quella di Heaney è un’Arcadia senza innocenza
primigenia, nella quale la frattura sembra il destino originale e i nuovi
sacrifici riecheggiano i precedenti, i morti per i diritti civili sepolti sopra
le tombe della “gente delle torbiere” riemerse in quegli stessi anni nello
Jutland, con i corpi di vittime sacrificate alla dea della fertilità Nerthus
durante l’età del ferro.
Da qui le critiche: all’estetizzazione della violenza; a una visione mitica e
ciclica della storia, condannata a ripetere forme arcaiche e omicidi rituali; a
un immaginario maschilista che raffigura l’Irlanda come donna inerme da
possedere attraverso i secoli. A questi attacchi Heaney non risponde mai
direttamente, preferendo divincolarsi con fiuto visionario fino ad aprire una
seconda fase dalla fine degli anni Settanta, caratterizzata da un verso più
ampio e da toni che invecchiando si fanno più lievi, fino al paradosso di quel
Seamus Heaney poeta felice usato come estremo trucco per sfuggire alle trappole.
Il poeta-volpe si dedica alle poesie d’amore coniugale, ai viaggi (sarà
raggiunto dalla notizia del Nobel durante una vacanza in Grecia), alle
traduzioni, come quella del Beowulf finita nella classifica dei best seller del
“New York Times”. È il paradosso del Famous Seamus, la pop-star della poesia che
deve camuffarsi e trovare nuove formule di rivolta da ogni costrizione, come la
vanga del padre rivoltava la terra avara. Così nella luminosissima “Post
scriptum”, dove lo ritroviamo in uno stormo di cigni un po’ sinistri, le penne
arruffate e “il lungo capo dall’aria ostinata/ nascosto o increstato o
indaffarato sott’acqua”: il suo elemento, un altro tipo di ossigeno, via via
sempre più rarefatto. Lo stesso di una “Illuminazione” in Vedere le cose, nella
quale dei monaci in preghiera vedono comparire una nave, sospesa in alto e
incagliata all’altare: un marinaio, invertendo alto e basso – celeste e terreno
– si cala giù per liberarla e rischia di annegare prima di riuscire
nell’impresa, “uscendo dal meraviglioso/ come l’aveva conosciuto lui”.
Il materiale – una leggenda celtica del VI secolo – viene rielaborato
modificando involontariamente nel ricordo alcuni elementi, e scoperchiando il
tema finale della poesia di Heaney, quello della memoria.
Uno degli ultimi capolavori, “In soffitta”, raccontato magistralmente dai
successori Tom Sleigh e Paul Muldoon in un podcast, colma proprio quel “golfo
misterioso tra infanzia e vecchiaia” che è l’ultimo ponte teso sulla
multiformità irriducibile dell’esistenza. Il passo malcerto sulle scale e sui
ricordi di letture giovanili (L’isola del tesoro) diventa quello ebbro di un
mozzo per la prima volta a bordo di una nave. E in attesa di scoprire o
ritrovare un mondo, e “quanto v’è di memorabile tocca il fondo/ dentro
l’irrintracciabile”, la poesia è ancora quella “leggera e anomala infrazione e
pendenza del mondo/ mentre il vento si alzava e l’ancora veniva salpata”.
Fabrizio Angeli
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BROAGH
Sponda di fiume, le lunghe porche
che sfociavano in distese di acetosa
e in un sentiero alberato
giù verso il guado.
Il terriccio del giardino
si illividiva facilmente, l’acquazzone
che si raccoglieva nell’impronta del tuo calcagno
era la nera O
di Broagh,
il suo basso rullio
tra i sambuchi battuti dal vento
e le foglie del rabarbaro
finiva quasi
all’improvviso, come quell’ultima
gh che gli stranieri faticavano
a pronunciare.
*
LIMBO
Nelle reti dei pescatori di Ballyshannon
la notte scorsa c’era un neonato
oltre ai salmoni,
Una figliazione illegittima,
un pescetto ributtato
nelle acque. Ma sono sicuro
che, quando lei stava nell’acqua bassa
e lo immergeva con tenerezza
finché i suoi polsi ossuti e gelati
furono insensibili come il ghiaietto,
lui era un pesciolino con ami
che le laceravano il ventre.
Lei entrò in acqua sotto
il segno della sua croce.
Lui fu tirato a riva con il pesce.
Ora il limbo sarà
un luccichio freddo di anime
oltre una lontana zona salmastra.
Là persino i palmi di Cristo, le piaghe ancora aperte,
bruciano e non riescono a pescare.
*
I BAMBINI DELLA FERROVIA
Quando risalivamo i pendii della scarpata
eravamo con gli occhi alla stessa altezza delle tazze
bianche dei pali telegrafici e dei fili sfrigolanti.
Come una bella calligrafia si curvavano per miglia
ad est e per miglia ad ovest oltre noi, cedendo
sotto il peso delle rondini.
Eravamo piccoli e pensavamo di non sapere niente
degno di esser noto. Pensavamo che le parole percorressero
i fili nei lucenti borselli delle gocce piovane,
ciascuna completamente inseminata dalla luce
del cielo, dal luccichio delle rotaie, e noi stessi
ridotti ad una scala così infinitesimale
da poter scorrere attraverso la cruna di un ago.
*
ILLUMINAZIONI VIII.
Dicono gli annali: mentre i monaci di Clonmacnoise
eran tutti in preghiera in oratorio
su di loro, in aria, comparve una nave.
L’ancora, dietro, pendeva tanto a fondo
che s’impigliò nella balaustra dell’altare.
Quando il grosso scafo si fermò oscillando
un marinaio si calò giù per la corda
e cercò di liberarla. Invano.
“Quest’uomo non può sopportare la nostra vita
e annegherà” disse l’abate, “a meno
che non gli si dia aiuto”. Il che fu fatto,
la nave, libera, ripartì e l’uomo
risalì, uscendo dal meraviglioso
come l’aveva conosciuto lui.
*
CATENA UMANA
A vedere in primo piano i sacchi di farina
passati di mano in mano tra i volontari, e i soldati
che sparavano alto oltre la folla, mi ritrovai
con la presa su due angoli di un sacco,
due rigonfi di granaglie di cui avevo fatto orecchie
per trovare un appiglio, pronto al sollevamento –
gli occhi negli occhi, l’uno due, uno due, hop
sul rimorchio, poi il peso e il salasso
del sollevamento successivo. Nulla ha superato
quel rapido sgravio, di fatica più vera ricompensa,
un lasciare andare che mai più tornerà.
Oppure sì, una volta sola. E per tutte.
*
IN SOFFITTA
I.
Come Jim Hawkins in alto sulle crocette
dell’Hispaniola, nulla sotto di lui
se non immobile acqua verde e sabbia chiara sul fondo,
la nave in secca, l’albero inclinato sporto
sopra un fondale dove pesci a strisce passano in banchi –
e quando sono passati, la faccia di Israel Hands
che si levò tra le sartie prima che Jim gli sparasse uccidendolo
sembra levarsi ancora… “Ma era ben morto”
dice la storia “centrato da un colpo e poi annegato”.
II.
Una betulla piantata vent’anni addietro
se ne sta tra me e il mare d’Irlanda
al lucernaio della soffitta, un uomo abbandonato
nell’isola della propria mansarda, un ragazzo
ben assettato nella coffa di una vita,
velature d’aria, ubriaco di vento, reso ben saldo
da quanto va riverberando da chiglia a albero maestro,
strofinandosi gli occhi per credere a loro e a questa
leggera, ondosa betulla di velaccio.
III.
A passo di fantasma su quella che allora era la terra firma
del linoleum dell’ingresso, appare il nonno,
la voce tremula come lo schermo sensibile alle correnti
tirato su prima nella sede del Club
per lo spettacolo pomeridiano da cui ho appena fatto ritorno.
“E Isaac Hands” chiede. “C’era Isaac?”
Il suo ricordo di quel nome anch’esso un tremolio,
il suo errore perpetuo, una volta e per sempre,
come il singolo tonfo quando cadde il corpo di Israel.
IV.
Mentre invecchio e dimentico i nomi,
mentre il mio passo incerto per le scale
è sempre più la sottile ebbrezza
di un mozzo per la prima volta sul sartiame,
mentre quanto v’è di memorabile tocca il fondo
dentro l’irrintracciabile,
non per questo non mi riesce più di immaginare
quella leggera e anomala infrazione e pendenza del mondo
mentre il vento si alzava e l’ancora veniva alzata.
Da Seamus Heaney, Poesie, Mondadori, Milano 2023, a cura di Marco Sonzogni
L'articolo “La felicità di non essere per tutti”. Su Seamus Heaney, il
poeta-volpe proviene da Pangea.