
“Eppure, o mia Musa, sono felice”. Appunti sulla poesia di Vladimir Nabokov
Pangea - Monday, March 2, 2026Breve preambolo non richiesto sulla contiguità tra veglia e sogno. Ho appena sognato di leggere un libro di Nabokov. Uno splendido inedito dalla copertina blu intenso incline al violetto. Sensazione di assoluta beatitudine. Al risveglio, un amaro rimasticare la cenere della trama feriale dei giorni. Leggere Nabokov è fatale. Avvinti dalla sua voce, tutto ciò che leggiamo in seguito si rivela un’insipida, geriatrica minestrina al dado.
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Vyra, località a pochi chilometri di distanza da San Pietroburgo. È il luglio del 1914 e le notizie dal fronte europeo giungono sempre più minacciose. Alla fine di quel mese, la Russia dichiara guerra alla Germania. Poco o nulla interessa al quindicenne dinoccolato Nabokov, aristocraticamente immerso in un’ovattata adolescenza di uterina e raffinata ispirazione.
La famiglia Nabokov trascorre la breve estate pietroburghese nella residenza di campagna: una villa principesca, amministrata da operose governanti e maggiordomi imbellettati. Nel parco privato che si estende a dismisura, il vento del Baltico sibila tra gli abeti e le betulle. Al centro del bosco, non lontano da un placido fiume attraversato da un ponte, si trova un padiglione piuttosto antico. Qui, nel silenzio più totale, immerso in uno stato di totale ascolto verso ciò che lo circonda, il giovane Nabokov scrive la sua prima poesia. L’occasione ci viene raccontata dallo scrittore stesso in uno dei capitoli della sua splendida “autobiografia rivisitata” Parla, ricordo.
Si abbatte sul parco un breve temporale estivo, violento quanto basta per ridestare una natura assopita nel mite tepore russo di luglio. Imperiose raffiche di vento scuotono gli alberi, sentieri d’acqua infradiciano la terra, le finestre del padiglione scricchiolano per la furia degli elementi. Poi, d’un tratto, la pioggia cessa; il sole penetra tra le nubi che si allontanano. Lo sguardo del giovane è catturato da una foglia inclinata sotto il peso di una goccia d’acqua. Questione di pochi, folgoranti secondi: la goccia, simile a una perla liquida, scivola lungo l’umido corpo vegetale, danza pericolosamente sull’orlo e infine cade, liberando la foglia dal peso che le era stato inflitto. In quegli attimi, occhio, cuore e foglia sono stati legati da un unico e indivisibile fremito: la mano può iniziare a disegnare sul foglio gli svolazzi del corsivo cirillico.
“Foglia, inclinata, spoglia, sollevata – l’istante che ci volle perché questo accadesse non mi parve tanto una frazione di tempo quanto una fessura nel medesimo, una pulsazione omessa, subito compensata da un picchiettio di rime”.
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Prima di essere romanziere, Nabokov è poeta. Per tutta la vita scrive versi, soprattutto prima di partire per gli Stati Uniti. Nel corso degli anni, le sue poesie escono sotto pseudonimo o a suo nome nei giornali dell’emigrazione russa, poi in quegli americani. Di tanto in tanto, esce una raccolta di poche e selezionate poesie. In Italia, le pubblica nel lontano 1962 il Saggiatore, con la traduzione di Alberto Pescetto ed Enzo Sicilano. Il volume è praticamente introvabile. Appello alla casa editrice Adelphi, che da anni meritoriamente ne pubblica le opere: restituiteci finalmente il Nabokov poeta.

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Le poesie, la maggior parte scritte in russo, sono forse parte di un’autobiografia non ufficiale in versi. Mai come nel dettato poetico s’infiamma il ricordo della Russia, dominato dalla consapevolezza di essere stato sottratto brutalmente a una giovinezza edenica. Le prime poesie si muovono in un’atmosfera impregnata di malinconia, la stessa dove prende vita Mašen’ka, incantevole primizia narrativa di Nabokov. (Ah, qualcuno dovrebbe descrivere la purezza estatica e impubere delle opere prime, al di qua di ogni divenire – come Novembre di Flaubert o i love poems di Joyce).
Nabokov raggiunge gli Stati Uniti nel 1940. Fino a quel momento aveva scritto centinaia e centinaia di poesie in lingua russa. Nei quasi quattro decenni che seguiranno, e che coincidono con la scrittura in inglese di tutte le sue opere, Nabokov compone a malapena una ventina di poesie.No, non si tratta di una coincidenza, né di una rinuncia a una forma espressiva che aveva sempre coltivato. Lo scrittore stesso, in una celebre intervista, aveva detto che per lui l’inglese era una scelta di testa, mentre il russo una scelta di cuore. Diventa chiaro che giovinezza, poesia, esilio e Russia sono le facce lucenti e trasparenti di un unico cristallo. Brodskij ha scritto che la natura di Nabokov era quella di un poeta. E poeta è soprattutto Fëdor, il giovane protagonista de Il dono, ultimo magnifico romanzo scritto in russo. Versi e prosa si alternano in Fuoco Fatuo. E non dimentichiamo la somma ammirazione per Pushkin, di cui Nabokov traduce l’Eugene Onegin.

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Che cos’è la poesia, per Nabokov?
Non uno scorrere insieme al tempo, ma trovare una fessura nell’ordito dei giorni, e qui rincantucciarsi e trovare la propria voce e il proprio canto, sentirsi compresi infine nell’ orizzonte sempre sognato, come nell’abbraccio di una donna, nelle possibilità offerte dal futuro, nei versi da scrivere a bordo di un transatlantico che conduce altrove, lontano da un continente sconvolto da guerra e distruzione.
“Il genere di versi che scrivevo in quei giorni era poco più di un segnale da me emesso per significare che ero vivo, che passavo, o che ero passato, o che speravo di passare attraverso certe emozioni intense”.
Chi ha sentito dischiudersi in sé le porte della poesia, sempre avrà natura di poeta, oltre il tumulto della storia e dei gesti del vivere quotidiano. Il poeta, nemico di Crono, elegge quella fessura dentro la carne viva del tempo a sua fortezza eterna, suo baluardo ed argine, faro luminoso nei marosi in notti buie e tempestose. Quegli istanti miracolosi rubati al fluire rapinoso dei giorni – quegli attimi da cui ogni traccia di inquietudine, violenza e stupidità è stata bandita, risplendono come diamanti puri: nel silenzio di quella fenditura il poeta finalmente coincide con il proprio autentico destino.
“In realtà credo che un giorno qualcuno rovescerà il giudizio e proclamerà che lungi dall’essere stato un frivolo uccello di fuoco, ero un rigido moralista che prendeva a calci il peccato, dava schiaffi alla stupidità, metteva in ridicolo ciò che è volgare e crudele – e attribuiva poteri sovrani alla tenerezza, al talento e alla fierezza”.
Lorenzo Giacinto

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Ancora taccio
Ancora taccio e mi fortifico nel silenzio.
I profili distanti delle opere future
ancora si celano nella bruma della mia anima,
come vette montane nella nebbia che precede l’alba.
Ti saluto, mio giorno inevitabile.
Sempre più ampia la distanza, più chiara, più varia,
e sul primo gradino squillante
salgo, colmo di beatitudine e di timore.
Crimea, 1919
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Amo la montagna
Amo la montagna, avvolta
nella nera pelliccia degli abeti,
perché nell’ombra straniera delle alture
mi sento più vicino alla mia casa.
Come non riconoscere quegli aghi fitti,
come non perdere il senno
per una sola bacca di palude
che si fa azzurra lungo il cammino?
Più s’inerpicano, oscuri e umidi,
i sentieri fra le balze,
più limpidi riaffiorano i segni
cari dall’infanzia
della mia pianura del nord.
Non così, forse, sui declivi del paradiso
saliremo nell’ora estrema,
incontrando, uno ad uno,
tutto ciò che abbiamo amato,
tutto ciò che nella vita ci innalzava?
Feldberg, 1925
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La Madre
Si fa notte. Egli è stato giustiziato. Dal Golgota,
la folla scende serpeggiando lenta tra gli ulivi
e le madri guardano Giovanni portar via
nella nebbia Maria, canuta, atterrita.
La metterà a letto e anche lui si sdraierà,
e fino al mattino, nel sonno, tenderà l’orecchio
ai suoi singhiozzi e al suo tormento.
E se le fosse rimasto Cristo accanto,
a far il falegname e a cantare? E se la nostra redenzione
non valesse le sue lacrime?
Risorgerà il Figlio di Dio, circonfuso di splendore;
al sepolcro, il terzo giorno, una visione accoglierà le donne
che invano hanno comprato la mirra;
Tommaso palperà la carne luminosa,
al vento dei prodigi la terra impazzirà,
e molti saranno crocifissi.
Maria, che t’importa dei deliri dei pescatori!
Inafferrabili, sopra il tuo dolore,
i giorni scorrono, e né al terzo
né al centesimo, mai si leverà al tuo richiamo
il tuo bruno primogenito, che modellava passeri
di fango sotto il sole cocente, a Nazareth.
Berlino, 1925
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Come pallida aurora
Come pallida aurora, il mio verso è sommesso,
breve è la sua sonora esistenza,
e difficilmente uno scrupoloso postero
ricorderà il mio soprannome d’uccello. *
Che fare, musa, vita mia. Vivremo
modestamente in una nota a piè di pagina…
Non mi è dato risuonare, non mi è dato dire agli uomini
che occorre custodire l’ombra di Dio.
Che l’ombra increspata di Dio, attraverso
le nostre cortine variopinte, è visibile;
che il giorno e la notte sono due coppe preziose
d’acqua viva e di vino stellato.
Non mi è dato risuonare, non mi è dato dire — e presto
la mia pallida aurora sarà dimenticata,
e per prima dimenticherà colei
alla quale ho donato gli ultimi raggi.
E tuttavia, o mia musa, sono felice… Tu sei tenerezza,
sei silenzio; con te non si può essere tristi;
tu, nel canto dei giorni, il tumulto mondano,
come una sillaba di troppo, non puoi ammetterlo.
1923
*Sotto il nome di Sirin, Nabokov scrisse nove romanzi tra il 1920 e il 1940. Nella cultura russa, il Sirin è una creatura leggendaria con il corpo di uccello (solitamente un gufo o un’aquila) e il busto e volto di una donna bellissima.
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I poeti
Dalla stanza al vestibolo la candela passa
e si spegne. L’impronta continua a fluttuare negli occhi
finché la notte senza stelle non ritrova
i propri contorni nei rami blu scuro.
È tempo, ce ne andiamo – ancora giovani,
con l’elenco dei sogni non ancora sognati,
con l’ultimo, appena visibile bagliore della Russia
nelle rime fosforiche dei nostri ultimi versi.
Eppure, chissà, l’ispirazione l’abbiamo conosciuta,
sembrava dovessimo vivere e i libri dovessero crescere,
ma muse senza patria ci hanno sfiniti,
e ora è tempo per noi di andare.
E non perché temiamo di offendere
con la nostra libertà le persone dabbene.
È semplicemente ora, e forse è meglio non vedere
tutto ciò che è celato agli altri occhi:
non vedere tutta la pena e l’incanto del mondo,
una finestra che in lontananza cattura un raggio;
docili sonnambuli in uniformi militari,
l’alto cielo, le nuvole attente;
la bellezza, il rimprovero; i bambini
che giocano a nascondino attorno e dentro
il gabinetto che ruota nei bagliori estivi;
la bellezza e il rimprovero del crepuscolo;
tutto ciò che opprime, si avvolge, ferisce;
il singulto di una pubblicità sull’altra riva,
i suoi smeraldi fluidi nella nebbia,
tutto ciò che ormai non so più dire.
Ora varchiamo la soglia del mondo
verso quella regione… chiamala come vuoi:
deserto, morte, distacco dalla parola,
o forse più semplicemente: silenzio dell’amore.
Silenzio di una lontana strada di carri,
dove la carreggiata si perde in un’onda di fiori,
silenzio della patria – amore senza speranza –
silenzio del lampo lontano, silenzio del seme.
Parigi, 1939
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Non importa
Non importa quanto scintilli lo sfarzo sovietico
sul quadro che raffigura una battaglia;
non importa quanto l’anima si dissolva in pietà,
non mi piegherò, non cesserò
di detestare la fetida crudeltà e la noia
della silenziosa servitù. No, no, grido,
lo spirito è ancora vivo, ancora affamato d’esilio,
escludetemi, sono ancora un poeta!
Massachusetts, 1944
Traduzione di Lorenzo Giacinto
*In copertina: Vladimir Nabokov fotografato da Philippe Halsman nel 1968
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