Superbe aquile volano nei cieli dell’Armenia, tracciando audaci traiettorie tra
l’ocra e l’azzurro. La scrittura armena – quegli svolazzi a prima vista così
simili – sembra nascere dalle mani di ardenti anacoreti. Una dolce fierezza
disegna i lineamenti degli abitanti; residui di bellezza scitica si annidano
negli occhi delle donne. Il ritmo dei giorni permette insperate evasioni nella
felicità.
A questo e a tanto altro avrà forse pensato Osip Mandel’štam, che in Armenia
trascorre sei mesi indimenticabili nel 1930. La breve ma intensa permanenza in
questo piccolo angolo di Caucaso, lo sappiamo, è decisiva: il poeta, di ritorno
a Mosca, interrompe un digiuno poetico durato ormai quasi cinque anni. Vedono la
luce i primi versi dei Quaderni di Mosca, la cui gestazione tiene impegnato il
poeta fino al 1934. La maggior parte delle poesie di questa raccolta esemplare –
una delle vette della letteratura novecentesca – sarà pubblicata post mortem. In
questa seconda fase della sua vita creativa, il dettato poetico di Mandel’štam
si apre a un fervido sperimentalismo: la vena classica che attraversava le opere
precedenti si assottiglia, dando spazio a un’inquieta e pulsante mescolanza di
temi, forme e registri. Fanno parte dei Quaderni, tra quelle presenti, le poesie
ispirate al soggiorno in Armenia, le oscure e meravigliose Ottave e la
traduzione di quattro sonetti dal Canzoniere di Petrarca.
Noto è l’amore di Mandel’štam per la letteratura italiana. A Dante è dedicato
uno dei suoi libri più importanti – quasi un manifesto di poetica. Le sue poesie
sono ricche di riferimenti ai grandi poeti della tradizione letteraria italiana:
oltre a Dante e Petrarca, figurano anche Ariosto e Tasso. Verso il sommo poeta
fiorentino lo spingono il vasto respiro creativo, l’eco di una solida tradizione
culturale, e forse un’identificazione personale con la sua storia di esule. Ma
soprattutto, diremmo, lo avvicina a Dante l’ammirazione per la sua lingua
“anfibia”, pietrosa, che del mondo minerale conserva ad un tempo l’asprezza e la
misteriosa geometria compositiva.
Perché il poeta russo decide di tradurre dal Canzoniere di Petrarca? Mi muovo, e
chiedo venia per questo, in un ambito di ipotesi e congetture balenate durante
la lettura come una scia di piccoli meteoriti nell’orizzonte notturno. In un
luogo e in un tempo dove il libero fiorire di una personalità creativa è
osteggiato in maniera sistematica e brutale, che senso ha tradurre i versi di
uno dei fondatori della lirica moderna, che fa del proprio “Io” la fonte del suo
dettato poetico? Rispondo, proprio per questo. Accostarsi a un poeta vissuto più
di settecento anni prima, perlopiù un poeta ripiegato nella sua interiorità, è
un gesto ancor più potente in un’epoca sanguinosa di “poeticidi”. Legami
invisibili vengono svelati, corrispondenze interiori si accendono tra due poeti
così distanti nel tempo e nello spazio: l’uno che scruta l’orizzonte stellato
dell’altro. Ingenuo idealismo, forse, o la testimonianza vibrante che i versi
trionfano sulla storia, che alla fine lo sguardo delle volpi poetiche incendia
le fortezze e le torri del potere. Tradurre Petrarca, per Mandel’štam, significa
anche agire all’interno di un cantiere dove la lingua è incessantemente
sottoposta ad un processo di trasformazione: le immagini sfumate e morbide del
poeta toscano incorporano, nella traduzione in russo, l’asprezza e il pathos
privato del dettato poetico e della biografia di Mandel’štam. Non siamo di
fronte a un mero traghettamento da una lingua all’altra, ma di una vera e
propria riscrittura rispetto a un testo poetico di partenza. Ecco che l’aria
“calda et serena” di sospiri diventa “valle di giuramenti piena e di sussurri
roventi” e i “dolci sentieri” si trasformano in “terra crepata su ardui
pendii”. Piuttosto che la levigata superficie delle foglie, si canta la
granitica struttura e la millenaria stratificazione delle rocce (non a caso si
intitola Pietra la prima raccolta di versi del 1913).
Le traduzioni di Mandel’štam orientano i versi nella direzione del dettato
poetico più aspro e inquieto del Dante delle Rime: l’esito è l’evocazione di una
natura che, restando aliena ai piagnistei di una solitudine compiaciuta, diventa
vera e propria “alcova” poetica dove la poesia, per usare una stupenda immagine
di Mandel’štam, ha trascorso la notte lasciando il letto con le lenzuola
sgualcite. Il bestiario creato dai versi del poeta russo compartecipa a questa
atmosfera poetica: non c’è spazio per gli uccelli di bosco, ma per “fiere dai
sensi acuti e pesci muti”, e i falchi depositano le aeree spoglie sulla terra
dopo la muta stagionale. Anche quando la natura smorza il suo impeto e pare che
il mondo torni docile e sereno – “nell’animo delle fiere quiete di cigno scende”
–, nel petto del poeta s’accendono la ben nota angoscia e gli annosi patimenti –
“lacci e reti”. Un senso di attesa frustrata e di acuta nostalgia si dispiegano
nell’anima, e su tutto un velo di vanitas vanitatum: come la corsa obliqua di un
cervo fuggono i giorni, e “l’incanto del mondo non dura più di un battito di
ciglia”.
Non è casuale la scelta dei quattro sonetti petrarcheschi. In ciascuno di essi
c’è infatti una sorta di amara distillata saggezza che, simile a un fiume
carsico, pare congiungersi con l’attualità del poeta. Forse, solo attraversando
il paesaggio che si apre attorno a noi nasce talvolta il sospetto di una muta
complicità. Bandita dai versi è ogni traccia umana, se non quella impressa a
fuoco dall’ardente punzone dell’io (e quanto è affascinante in russo la prima
persona singolare del pronome – я – sembra chiudere come in un cerchio perfetto
la sonorità agrodolce della lingua e attrarre verso di sé le carezze e gli
strali della nostra vicenda privata). La stessa Laura, prima vagheggiata, poi
evocata dal regno delle ombre, è segno di un errare infinito del cuore che
s’inoltra ora gagliardo e ora sconfitto nella notte grama… L’alba di un nuovo
giorno forse rivelerà il poeta alla ricerca di “convergenze ben note, dolci
plessi”.
Eppure non tutto sembra votato allo scacco. Il tempo che ci fa entrare nella
storia – talvolta dalla parte del suo mortifero rovescio – può avere in serbo
degli antidoti contro la velenosa serpe del potere. Osip Mandel’štam scompare in
un bianco bagliore nel 1938, ma nei versi:
> “mille volte al dì, con mia stessa meraviglia,
> devo in verità morire, per risorger poi
> altrettanto straordinariamente”.
*
Or che ’l ciel e la terra e ’l vento tace
Or che la terra dorme e si spegne la calura,
e nell’animo delle fiere quiete di cigno scende,
va la notte in giro col filato ardente
e lo zefiro culla la possanza dell’acqua marina, –
io sento, ardo, bramo e piango – ma lei, lei sempre,
in una irrefrenabile vicinanza, non mi ode –
tutta la notte veglia, e felicità lontana
dall’intera sua figura spira.
Una sola la sorgente, contraddittoria l’acqua –
mezza dura, mezza dolce, – può mai
la stessa amata aver due facce…
Mille volte al dí, con mia stessa meraviglia,
devo in verità morire, per risorger poi
altrettanto straordinariamente.
Dicembre 1933 – gennaio 1934
Traduzione di Pina Napolitano e Raissa Raskina, da O. Mandel’štam, Quaderni di
Mosca, Einaudi, 2021.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Fuggirono i dì miei – come di cervo obliqua corsa”. Osip Mandel’štam
traduce Petrarca proviene da Pangea.
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Leggo che l’argento, fra tutti i metalli noti in natura, è il miglior conduttore
di elettricità e calore. È forse per questo che nei versi dei poeti russi
dell’epoca d’Argento nascono vasti incendi e tempeste elettromagnetiche. Secondo
il celebre linguista e amico dei poeti Roman Jakobson, la poesia è la più alta
forma di espressione della Russia. Mai nessun tempo e nessun luogo vide fiorire,
nello stesso momento e così numerosa, una schiera di poeti per i quali la poesia
è, prima di tutto, un sole che esplode nello sterno.
Ammiriamo la poesia russa come fosse pietrisco di stella, con l’entusiasmo
infantile verso i disegni del futuro: sondiamo le ascese e gli schianti del
cuore, stupefatti passanti nel campo del meraviglioso. Quanto sarebbe bello
guardare a fondo negli occhi di Chlebnikov e capire da quali anfratti di ciglia
provengono a folate gli orsi azzurri. Indovinare l’elegante incedere di un cigno
dal piumaggio nero, nero come la nobile malinconia di Anna Achmatova. Ricordare
la postura taurina di Majakovskij, simile a quella di un boxeur in borghese –
con un piccolo lampo d’immaginazione trasformarlo in uno scoiattolo poetico che
ruzzola esuberante in un bosco. Le biografie di questi poeti sono come
traccianti nel cielo scuro.
Majakovskij, ossia l’esempio di una vita vissuta sempre “a piena voce”, fra
entusiasmi folgoranti, esplosivi innamoramenti e l’oscillare rapsodico tra
l’esaltazione e il disincanto – quei versi lanciati a folle velocità verso il
futuro e uno sparo improvviso nel silenzio. Chlebnikov, imperdonabile vagabondo,
colto e selvatico, insieme amichevole e refrattario all’umano e ai ceppi dei
legami, perturbatore di incancrenite abitudini – fino all’ultimo respiro della
sua breve e convulsa vita compone poesie. Poeti che danno la propria vita ai
versi. Letteralmente, fisicamente. Seguite con lo sguardo la scia di fosforo che
passa dalla mano del poeta alla carta su cui scrive. Pasternak, anima fraterna
di un grande frequentatore di vette – Rilke –, così presente in ogni fibra del
reale, così miracolosamente disciolto in ogni manifestazione della vita
senziente – avvertite il battito della sua giugulare pulsare nel regno degli
uomini, in quello animale vegetale e minerale.
*
Vladimir Majakovskij (1893-1930) da ragazzo, agli arresti, nel 1908
Majakovskij- per gli amici Volodja – prende il tempo e lo spariglia. Soffia sul
castello di carta dei giorni feriali e non è soffio, ma vento di uragano.
Individua un nemico, mira al bersaglio con furiosa ostinazione. Al centro del
mirino c’è già la carcassa del presente. Si aggira nei corridoi, nelle strade e
nei versi invocando una rivoluzione dei costumi e dello spirito. Dice: “mandate
al diavolo una letteratura che viene servita come un dessert”. La poesia è una
questione di vita o di morte. Vi sfido a leggere i suoi versi senza provare,
almeno una volta, la sensazione di camminare sui tizzoni ardenti. È uno
sfolgorio verbale, un tiro continuo di shrapnel, lancio di granate nel dettato
poetico e nel tessuto dei giorni. Volodja, con quale sfrontatezza prendi il
verso russo e lo trafiggi con spilli di futuro. Non impunemente un regime ti
permette di combatterlo con l’unica arma in grado di annientarlo:
un’irresistibile vocazione al domani. Il futuro è un investimento sotto forma di
amore – un amore vasto, possente, circolare – che a volte prende le sembianze
dell’ovale di una donna. Chiamala come vuoi, Lilička o Tat’jana… La lingua russa
sa regalare memorabili momenti di aspra dolcezza. Volodja, avessi appreso meglio
l’arte della pazienza. A volte, sai, bisogna solo aspettare. Prima o poi il nodo
si scioglie, il fiume trova la sua via…
> “Scorderò anno, giorno, data. Solo
> staro rinchiuso con un foglio di carta.
> Produciti, magia per nulla umana
> dei vocaboli che il dolore rischiara!”
*
Ho sempre pensato che la fisionomia di Pasternak ricordasse quella di un agente
del KGB in un film americano. Il mento prominente, il volto taurino leggermente
spigoloso – uno sguardo che ricorda quello inquieto di una bestia. Forse è per
questo che Achmatova, nella stupenda poesia dedicata a Pasternak, dice “equino”
l’occhio del poeta. L’occhio di una bestia non conosce mai la stanchezza delle
cose viste ogni giorno al levar del sole. Trova la sua strada il verso di
Pasternak, come la porzione di luce che a poco a poco fruga nell’oscurità,
illumina e porta alla vita. Nominare significa creare, immettere le cose nel
flusso del tempo, catturare il fremito del preverbale, della parola che per
prima s’affaccia tremante sul palcoscenico del mondo. Pasternak “ha avuto in
premio un’eterna fanciullezza e la perspicacia magnanima degli astri”. Immortale
è colui che saluta come un miracolo l’arrivo di ogni giorno. Eccolo, il poeta:
impertinente funambolo del tempo, adorabile canzonatore dello spazio. Ovunque e
dovunque, egli sovverte i nessi di causa-effetto, i rapporti spazio-temporali.
Boris Pasternak (1890-1960)
Sui volti adombrati degli uomini s’addensano nubi che erano lontane, sulla
fronte dei bambini rosseggia il fuoco di un falò, furtivi sguardi di volpe
interrogano le distanze. Il pioppo diventa re, regina l’usignolo. Il parquet è
illuminato dalla luce della luna. Entra dalle finestre spalancate sentore di
acacia. Da qualche parte nel buio, presagio di un altrove, giunge lo
sferragliare di un treno.
> “E la notte vince, i pezzi si scansano,
> io riconosco la bianca mattina del volto”
*
Velimir Chlebnikov è arrivato per caso sulla Terra. Il suo incedere per il mondo
ricorda l’arco di un delfino che emerge dall’acqua. Chlebnikov ha imparato tutto
e quel tutto lo riconsegna ai versi, nobile falco di benevolenza. Ci manda
cartoline dall’altro lato della riva, dall’altro capo del ponte. È un cavaliere
azzurro come quello di Kandinsky. Al suo passaggio, nascono margherite ai lati
del sentiero. Le lacrime sono come orsi azzurri: degli orsi condividono quel non
so che di feroce dolcezza. Viaggia, Chlebnikov, portando con sé il suo
segreto. Ha qualcosa di Rimbaud – la sfrontatezza degli inizi, la fiaccola delle
parole estreme che incendia il mondo. Provate a prenderlo, Chlebnikov. Fugge,
imprendibile saetta poetica, tra i richiami che si scambiano gufi e civette
dalla folta oscurità di foreste lontane. È simile agli “dei quando amano,
serrando in giusti limiti il palpito del cosmo”. Donne come donnole, i seni tra
l’erba, respiri di torrida arsura e trecce che diventano alberi: tutto può
avvenire nei versi di Chlebnikov. Succede anche che il passaggio di una
bicicletta disponga a caso arabeschi di polvere su un tavolo e un bimbo vi
indovini col dito i contorni di una città fantastica.
Velimir Chlebnikov (1885-1922)
Il “filo azzurro delle notti” si tende verso l’infinito. È Chlebnikov. I suoi
versi vi rovesciano in faccia schegge di futuro. Dietro un cespuglio galoppa un
cavallo bianco.
“A primavera – proferì la sorte – vi brucherà come fiori un corsiero sellato”.
*
Majakosvskij, Pasternak, Chlebnikov. Scie luminose come bava di lumache nel
cielo nero.
Lorenzo Giacinto
*In copertina: Aleksandr Rodčenko, cover da un libro di Majakovskij, 1923
L'articolo “Scoiattolo poetico, occhio equino e orsi azzurri”. Omaggio a
Majakovskij, Pasternak e Chlebnikov proviene da Pangea.
Breve preambolo non richiesto sulla contiguità tra veglia e sogno. Ho appena
sognato di leggere un libro di Nabokov. Uno splendido inedito dalla copertina
blu intenso incline al violetto. Sensazione di assoluta beatitudine. Al
risveglio, un amaro rimasticare la cenere della trama feriale dei giorni.
Leggere Nabokov è fatale. Avvinti dalla sua voce, tutto ciò che leggiamo in
seguito si rivela un’insipida, geriatrica minestrina al dado.
*
Vyra, località a pochi chilometri di distanza da San Pietroburgo. È il luglio
del 1914 e le notizie dal fronte europeo giungono sempre più minacciose. Alla
fine di quel mese, la Russia dichiara guerra alla Germania. Poco o nulla
interessa al quindicenne dinoccolato Nabokov, aristocraticamente immerso in
un’ovattata adolescenza di uterina e raffinata ispirazione.
La famiglia Nabokov trascorre la breve estate pietroburghese nella residenza di
campagna: una villa principesca, amministrata da operose governanti e
maggiordomi imbellettati. Nel parco privato che si estende a dismisura, il vento
del Baltico sibila tra gli abeti e le betulle. Al centro del bosco, non lontano
da un placido fiume attraversato da un ponte, si trova un padiglione piuttosto
antico. Qui, nel silenzio più totale, immerso in uno stato di totale ascolto
verso ciò che lo circonda, il giovane Nabokov scrive la sua prima poesia.
L’occasione ci viene raccontata dallo scrittore stesso in uno dei capitoli della
sua splendida “autobiografia rivisitata” Parla, ricordo.
Si abbatte sul parco un breve temporale estivo, violento quanto basta per
ridestare una natura assopita nel mite tepore russo di luglio. Imperiose
raffiche di vento scuotono gli alberi, sentieri d’acqua infradiciano la terra,
le finestre del padiglione scricchiolano per la furia degli elementi. Poi, d’un
tratto, la pioggia cessa; il sole penetra tra le nubi che si allontanano. Lo
sguardo del giovane è catturato da una foglia inclinata sotto il peso di una
goccia d’acqua. Questione di pochi, folgoranti secondi: la goccia, simile a una
perla liquida, scivola lungo l’umido corpo vegetale, danza pericolosamente
sull’orlo e infine cade, liberando la foglia dal peso che le era stato inflitto.
In quegli attimi, occhio, cuore e foglia sono stati legati da un unico e
indivisibile fremito: la mano può iniziare a disegnare sul foglio gli svolazzi
del corsivo cirillico.
> “Foglia, inclinata, spoglia, sollevata – l’istante che ci volle perché questo
> accadesse non mi parve tanto una frazione di tempo quanto una fessura nel
> medesimo, una pulsazione omessa, subito compensata da un picchiettio di rime”.
*
Prima di essere romanziere, Nabokov è poeta. Per tutta la vita scrive versi,
soprattutto prima di partire per gli Stati Uniti. Nel corso degli anni, le sue
poesie escono sotto pseudonimo o a suo nome nei giornali dell’emigrazione russa,
poi in quegli americani. Di tanto in tanto, esce una raccolta di poche e
selezionate poesie. In Italia, le pubblica nel lontano 1962 il Saggiatore, con
la traduzione di Alberto Pescetto ed Enzo Sicilano. Il volume è praticamente
introvabile. Appello alla casa editrice Adelphi, che da anni meritoriamente ne
pubblica le opere: restituiteci finalmente il Nabokov poeta.
*
Le poesie, la maggior parte scritte in russo, sono forse parte di
un’autobiografia non ufficiale in versi. Mai come nel dettato poetico s’infiamma
il ricordo della Russia, dominato dalla consapevolezza di essere stato sottratto
brutalmente a una giovinezza edenica. Le prime poesie si muovono in un’atmosfera
impregnata di malinconia, la stessa dove prende vita Mašen’ka, incantevole
primizia narrativa di Nabokov. (Ah, qualcuno dovrebbe descrivere la purezza
estatica e impubere delle opere prime, al di qua di ogni divenire –
come Novembre di Flaubert o i love poems di Joyce).
Nabokov raggiunge gli Stati Uniti nel 1940. Fino a quel momento aveva scritto
centinaia e centinaia di poesie in lingua russa. Nei quasi quattro decenni che
seguiranno, e che coincidono con la scrittura in inglese di tutte le sue opere,
Nabokov compone a malapena una ventina di poesie.No, non si tratta di una
coincidenza, né di una rinuncia a una forma espressiva che aveva sempre
coltivato. Lo scrittore stesso, in una celebre intervista, aveva detto che per
lui l’inglese era una scelta di testa, mentre il russo una scelta di cuore.
Diventa chiaro che giovinezza, poesia, esilio e Russia sono le facce lucenti e
trasparenti di un unico cristallo. Brodskij ha scritto che la natura di Nabokov
era quella di un poeta. E poeta è soprattutto Fëdor, il giovane protagonista
de Il dono, ultimo magnifico romanzo scritto in russo. Versi e prosa si
alternano in Fuoco Fatuo. E non dimentichiamo la somma ammirazione per Pushkin,
di cui Nabokov traduce l’Eugene Onegin.
*
Che cos’è la poesia, per Nabokov?
Non uno scorrere insieme al tempo, ma trovare una fessura nell’ordito dei
giorni, e qui rincantucciarsi e trovare la propria voce e il proprio canto,
sentirsi compresi infine nell’ orizzonte sempre sognato, come nell’abbraccio di
una donna, nelle possibilità offerte dal futuro, nei versi da scrivere a bordo
di un transatlantico che conduce altrove, lontano da un continente sconvolto da
guerra e distruzione.
> “Il genere di versi che scrivevo in quei giorni era poco più di un segnale da
> me emesso per significare che ero vivo, che passavo, o che ero passato, o che
> speravo di passare attraverso certe emozioni intense”.
Chi ha sentito dischiudersi in sé le porte della poesia, sempre avrà natura di
poeta, oltre il tumulto della storia e dei gesti del vivere quotidiano. Il
poeta, nemico di Crono, elegge quella fessura dentro la carne viva del tempo a
sua fortezza eterna, suo baluardo ed argine, faro luminoso nei marosi in notti
buie e tempestose. Quegli istanti miracolosi rubati al fluire rapinoso dei
giorni – quegli attimi da cui ogni traccia di inquietudine, violenza e stupidità
è stata bandita, risplendono come diamanti puri: nel silenzio di quella
fenditura il poeta finalmente coincide con il proprio autentico destino.
> “In realtà credo che un giorno qualcuno rovescerà il giudizio e proclamerà che
> lungi dall’essere stato un frivolo uccello di fuoco, ero un rigido moralista
> che prendeva a calci il peccato, dava schiaffi alla stupidità, metteva in
> ridicolo ciò che è volgare e crudele – e attribuiva poteri sovrani alla
> tenerezza, al talento e alla fierezza”.
Lorenzo Giacinto
***
Ancora taccio
Ancora taccio e mi fortifico nel silenzio.
I profili distanti delle opere future
ancora si celano nella bruma della mia anima,
come vette montane nella nebbia che precede l’alba.
Ti saluto, mio giorno inevitabile.
Sempre più ampia la distanza, più chiara, più varia,
e sul primo gradino squillante
salgo, colmo di beatitudine e di timore.
Crimea, 1919
*
Amo la montagna
Amo la montagna, avvolta
nella nera pelliccia degli abeti,
perché nell’ombra straniera delle alture
mi sento più vicino alla mia casa.
Come non riconoscere quegli aghi fitti,
come non perdere il senno
per una sola bacca di palude
che si fa azzurra lungo il cammino?
Più s’inerpicano, oscuri e umidi,
i sentieri fra le balze,
più limpidi riaffiorano i segni
cari dall’infanzia
della mia pianura del nord.
Non così, forse, sui declivi del paradiso
saliremo nell’ora estrema,
incontrando, uno ad uno,
tutto ciò che abbiamo amato,
tutto ciò che nella vita ci innalzava?
Feldberg, 1925
*
La Madre
Si fa notte. Egli è stato giustiziato. Dal Golgota,
la folla scende serpeggiando lenta tra gli ulivi
e le madri guardano Giovanni portar via
nella nebbia Maria, canuta, atterrita.
La metterà a letto e anche lui si sdraierà,
e fino al mattino, nel sonno, tenderà l’orecchio
ai suoi singhiozzi e al suo tormento.
E se le fosse rimasto Cristo accanto,
a far il falegname e a cantare? E se la nostra redenzione
non valesse le sue lacrime?
Risorgerà il Figlio di Dio, circonfuso di splendore;
al sepolcro, il terzo giorno, una visione accoglierà le donne
che invano hanno comprato la mirra;
Tommaso palperà la carne luminosa,
al vento dei prodigi la terra impazzirà,
e molti saranno crocifissi.
Maria, che t’importa dei deliri dei pescatori!
Inafferrabili, sopra il tuo dolore,
i giorni scorrono, e né al terzo
né al centesimo, mai si leverà al tuo richiamo
il tuo bruno primogenito, che modellava passeri
di fango sotto il sole cocente, a Nazareth.
Berlino, 1925
*
Come pallida aurora
Come pallida aurora, il mio verso è sommesso,
breve è la sua sonora esistenza,
e difficilmente uno scrupoloso postero
ricorderà il mio soprannome d’uccello. *
Che fare, musa, vita mia. Vivremo
modestamente in una nota a piè di pagina…
Non mi è dato risuonare, non mi è dato dire agli uomini
che occorre custodire l’ombra di Dio.
Che l’ombra increspata di Dio, attraverso
le nostre cortine variopinte, è visibile;
che il giorno e la notte sono due coppe preziose
d’acqua viva e di vino stellato.
Non mi è dato risuonare, non mi è dato dire — e presto
la mia pallida aurora sarà dimenticata,
e per prima dimenticherà colei
alla quale ho donato gli ultimi raggi.
E tuttavia, o mia musa, sono felice… Tu sei tenerezza,
sei silenzio; con te non si può essere tristi;
tu, nel canto dei giorni, il tumulto mondano,
come una sillaba di troppo, non puoi ammetterlo.
1923
*Sotto il nome di Sirin, Nabokov scrisse nove romanzi tra il 1920 e il 1940.
Nella cultura russa, il Sirin è una creatura leggendaria con il corpo di uccello
(solitamente un gufo o un’aquila) e il busto e volto di una donna bellissima.
*
I poeti
Dalla stanza al vestibolo la candela passa
e si spegne. L’impronta continua a fluttuare negli occhi
finché la notte senza stelle non ritrova
i propri contorni nei rami blu scuro.
È tempo, ce ne andiamo – ancora giovani,
con l’elenco dei sogni non ancora sognati,
con l’ultimo, appena visibile bagliore della Russia
nelle rime fosforiche dei nostri ultimi versi.
Eppure, chissà, l’ispirazione l’abbiamo conosciuta,
sembrava dovessimo vivere e i libri dovessero crescere,
ma muse senza patria ci hanno sfiniti,
e ora è tempo per noi di andare.
E non perché temiamo di offendere
con la nostra libertà le persone dabbene.
È semplicemente ora, e forse è meglio non vedere
tutto ciò che è celato agli altri occhi:
non vedere tutta la pena e l’incanto del mondo,
una finestra che in lontananza cattura un raggio;
docili sonnambuli in uniformi militari,
l’alto cielo, le nuvole attente;
la bellezza, il rimprovero; i bambini
che giocano a nascondino attorno e dentro
il gabinetto che ruota nei bagliori estivi;
la bellezza e il rimprovero del crepuscolo;
tutto ciò che opprime, si avvolge, ferisce;
il singulto di una pubblicità sull’altra riva,
i suoi smeraldi fluidi nella nebbia,
tutto ciò che ormai non so più dire.
Ora varchiamo la soglia del mondo
verso quella regione… chiamala come vuoi:
deserto, morte, distacco dalla parola,
o forse più semplicemente: silenzio dell’amore.
Silenzio di una lontana strada di carri,
dove la carreggiata si perde in un’onda di fiori,
silenzio della patria – amore senza speranza –
silenzio del lampo lontano, silenzio del seme.
Parigi, 1939
*
Non importa
Non importa quanto scintilli lo sfarzo sovietico
sul quadro che raffigura una battaglia;
non importa quanto l’anima si dissolva in pietà,
non mi piegherò, non cesserò
di detestare la fetida crudeltà e la noia
della silenziosa servitù. No, no, grido,
lo spirito è ancora vivo, ancora affamato d’esilio,
escludetemi, sono ancora un poeta!
Massachusetts, 1944
Traduzione di Lorenzo Giacinto
*In copertina: Vladimir Nabokov fotografato da Philippe Halsman nel 1968
L'articolo “Eppure, o mia Musa, sono felice”. Appunti sulla poesia di Vladimir
Nabokov proviene da Pangea.
La prima sensazione che mi lascia Salisburgo è che sia un luogo kafkiano.
L’aggettivo non è usato a sproposito, dal momento che l’elegante cittadina è
dominata da una fortezza che sovrasta i tetti e i campanili. Un’immagine di
severa austerità si fonde con un senso di oppressione morale. Né il favoloso
paesaggio alpino riesce, con le sue linee di fuga e le ampie vallate, a
stemperare un vagamente ossessivo martellar di pensieri.
All’inizio della sua Autobiografia, Thomas Bernard riporta che Salisburgo
detiene in Austria il numero più alto di suicidi. In questa città è nato Georg
Trakl, sulla cui tomba Paul Celan amorevolmente poserà un mazzo di fiori.
Da tempo ho smesso di credere nelle coincidenze, soprattutto in letteratura.
Forse, è per questa strana associazione di vite e di poeti che, camminando per
le vie di Salisburgo, mi viene in mente Paul Celan.
All’inizio, quando ancora il pallore della carta mi fissava implacabile,
immaginavo di scrivere qualcosa sul dettato poetico di Celan. Ho letto e riletto
le sue poesie, sottolineato i passi più intensi di quel capolavoro che
è Microliti. Nulla da fare, mi rendevo conto che ogni appunto, nota e
osservazione si arrestavano sempre così al di qua delle cose. Tutto quello che
scrivevo mi sembrava superfluo, così esile e disarmato di fronte alla tangibile
ed impronunciabile evidenza della tragedia.
Cosa dire che non fosse già stato detto e ripetuto? Come riuscire a scrivere
qualcosa che non suonasse retorico, falsamente accorato, inerme di fronte
all’impenetrabile dolore di una vicenda storica e ancor prima umana? Con quale
diritto possiamo pensare di entrare nella vita di Celan, esplorarne il mortale
silenzio, misurare infine la traiettoria dell’ultimo salto, oltre il parapetto,
verso le gelide e torbide acque della Senna?
A quel punto, ho deciso di cambiare radicalmente rotta. Ho abbandonato
definitivamente l’idea di scrivere qualcosa di minimamente sensato sulle sue
poesie. Allora, senza tema di essere presuntuoso, ho immaginato che la
sofferenza si potesse trasformare, come nelle incisioni di Escher, in
qualcos’altro, per esempio in una serie di piccole rondini o di pesci dalle
forme bizzarre. Mi sono umilmente avvalso delle forze dell’immaginazione che –
come ha scritto il mio amato Nabokov – alla lunga sono le forze del bene.
Ho pensato a Celan e alle persone che ne hanno costellato l’esistenza. Ho
immaginato che avesse infine trovato conforto e riparo dentro il sorriso della
vita che tutto accetta e rasserena in una calda e commossa intimità. Che
l’incontro con Heidegger gli avesse suscitato quel lampo di complicità che
proviamo quando capiamo di essere stati compresi nel profondo. Che il rapporto
intessuto nel tempo con René Char, fatto di lettere simili a preghiere e
incontri sempre rimandati, gli avesse infine fatto comprendere pienamente il
valore dell’umana amicizia. Che i caldi abbracci delle donne, di Ruth, Rosa,
Ingeborg e Gisele, lo avessero infine indotto a credere nelle linee della mano,
negli oroscopi e nei fondi di caffè. Che, infine, nella lingua tedesca non
avesse trovato solo l’eco dei carnefici ma anche la promessa di un riscatto,
l’ipotesi realistica di una patria.
Ho immaginato tutto questo, e chiedo scusa se qualcuno inarcherà seccato le
sopracciglia.
D’altronde, con Celan accade come con gli esploratori di terre lontane: la sua
poesia è uno stendardo mosso dal vento feroce di lande antartiche, l’orma di un
astronauta su un pianeta remoto. Come a dire: con Celan tutto è finito, almeno
tutto quello che ci sembrava di conoscere. Tutto è da rifare.Ecco perché ogni
suo verso, ogni singola parola, reca in sé l’assordante vastità del silenzio,
vestita di azzurro infinito.
Leggi la poesia di Celan: all’erta, cerchi l’attimo che incrina il filo
invisibile teso tra le tempie. Oltre il nodo del filo spinato, forse si trova
l’orizzonte della speranza.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Le forze dell’immaginazione sono le forze del bene”. Breve omaggio a
Paul Celan proviene da Pangea.
In una delle pochissime foto che lo ritraggono, Sidney Keyes sembra una
combinazione tra un boxeur e un attore hollywoodiano alle prime armi – una
faccia da yankee, una di quelle che avrebbero popolato Coney Island in un
pomeriggio festivo degli anni Trenta. Il labbro inferiore, prominente, denota
una rapinosa fame di vita; la camicia, leggermente aperta sulla peluria del
petto, gli restituisce l’arrogante sfrontatezza della sua età.
Sidney Keyes, inglese, nasce nel 1922 in una cittadina del Kent. La scomparsa
precoce della madre e l’assenza della figura paterna sviluppano nel ragazzo uno
spiccato senso di solitudine e isolamento. La campagna del Kent e il suo
immaginario folklorico – fate, ninfe, alberi possenti e corsi d’acqua mormoranti
– sollecitano in Keyes una sensibilità romantica verso la natura, dove sempre si
aggira lo spettro della morte. Costretto da una salute cagionevole a un
domicilio coatto nella vasta casa di campagna, Keyes scopre le vaste contrade
della sua immaginazione, nutrita al tempo stesso di rustica ingenuità e antica
saggezza. Coltiva dentro di sé un’ardente mitologia personale fatta di animali,
nebbiose brughiere e cavalieri di nobile stirpe.
Il battesimo poetico, straordinariamente precoce, avviene a sedici anni
con Elegy, scritta in occasione della morte del nonno paterno, uomo di grande
carisma che si era occupato dell’educazione del nipote. Quando Keyes entra come
studente di storia a Oxford, ha già scritto almeno ottanta poesie e alcuni
componimenti teatrali. Si lega d’amicizia con Heath-Stubbs e Drummond Allison,
rileva dalla meteora poetica Keith Douglas la direzione della rivista
universitaria “Cherweell” e cura l’antologia di versi Eight Oxford Poets.
Nell’introduzione all’opera, Keyes esprime scarso entusiasmo nei confronti dei
contemporanei e della scuola audeniana. I suoi modelli sono altrove: su tutti,
svetta come un faro Rilke, poi Wordsworth e Goethe. Del grande poeta praghese
propone una suggestiva traduzione di Der Dichter. Un vago e ancestrale senso di
colpa, unito ad un interesse quasi morboso per il tema del dolore e della morte,
sembrano indicare a Keyes la direzione del suo dettato poetico. Lo attraggono le
inquiete parabole dei visionari: coloro che hanno avvertito, nello spirito ancor
prima che nell’espressione artistica, la tensione verso un altrove misterioso e
potente.
*
L’amore e la guerra irrompono insieme nella vita appartata di Keyes. Il giovane
è cresciuto, ama frequentare pub e cinematografi. I lineamenti sono più
spigolosi, i capelli si sono scuriti, le dimensioni del naso hanno tolto grazia
all’ovale del viso. Resta il colore nocciola degli occhi, sempre alla ricerca di
misteriose lontananze. Nel 1942 Keyes inizia l’addestramento militare
nell’Irlanda del Nord. In quello stesso periodo esce la sua prima raccolta
poetica, The Iron Laurel. In guerra, le testimonianze lo descrivono come avverso
alle gerarchie e intollerante alla disciplina. Le sue mani non sono fatte per
impugnare un fucile. Keyes continua a scrivere lettere, pagine di diario,
poesie. A questi mesi risalgono alcune delle opere più significative.
Nel 1943 la sua compagnia si sposta in Algeria. Quando viene ucciso in azione
vicino a Sidi Abdullah, il 20 aprile, non ha ancora compiuto ventun anni. Il
luogo della sua sepoltura è incerto.In fin dei conti, ha davvero bisogno di una
tomba la salma di un poeta? La poesia trafigge le spoglie mortali – ne escono
versi che piovono dal cielo come piccole scie di meteoriti.
*
In guerra, come in amore, ogni secondo vale come l’ultimo. Ci si aggrappa a ogni
attimo come se si sostasse sulla vetta di una montagna. In guerra, come in
amore, si resta soli, restando a contemplare il cielo notturno delle proprie
emozioni. Di tanto in tanto, lo attraversa un bagliore che rischiara per qualche
secondo le chiome degli alberi e le linee dei campi – il bengala che si leva in
cielo altro non è che la poesia. All’erta, il poeta è abituato a dimorare nella
guerra, addestrato al corpo a corpo con le parole, la grammatica, la genesi del
senso. La guerra pone il poeta nella condizione di perenne assertività verso
tutto ciò che lo circonda. Nel taccuino del poeta-soldato, tenuto accanto alla
piastrina, trovano spazio albe e diluvi di fuoco, pietre e volti bruniti dal
sole, stelle e corpi crivellati. Il soldato va alla guerra esibendo la
sfrontatezza di chi si illude immortale. Il poeta vi porta i suoi libri del
cuore. Ai versi affida la sua speranza d’invulnerabilità. Quando i barellieri
recuperano il corpo senza vita di Wilfred Owen, riverso in un canale paludoso
dell’Oise, gli trovano addosso un quaderno di poesie, i Collected Poems di John
Keats e la Bibbia.
In Sidney Keyes, come quando si legge l’Endymion di Keats, senti la promessa del
genio un attimo prima che si manifesti nella sua evidenza. In lui, diamanti di
poesia s’alternano a versi di un’ispirazione ancora incantevolmente acerba.
Senti l’adolescenza del giovane, cresciuto e fortificato nell’altare della
solitudine, intravedi il fiorire di una sensibilità lunare incline a una
rarefatta e sognante malinconia.
C’è qualcosa di affascinante e conturbante nell’immagine del poeta-soldato.
Forse, l’ossimoro stesso racchiuso nella figura del poeta – dall’indole
contemplativa – al quale si impone di confrontarsi con la furia sanguinosa della
storia. Sidney Keyes entra nella vita nel momento stesso in cui essa viene messa
a repentaglio, infine annientata. Resta la poesia e, dentro la poesia, l’amore.
Forse, come nella chiusa di una delle sue più celebri composizioni, Keyes ha
davvero visto i giardini e i palazzi di giada, i cortili e le porte scolpite. Ha
incontrato davvero la sua amata, né orgogliosa né riluttante. Poi, la sabbia del
deserto gli ha serrato gli occhi e la bocca.
Lorenzo Giacinto
***
Consigli per un viaggio
Borbotta il tamburo di guerra, presto dobbiamo partire
in cerca del paese dove sembra che la gioia
sbocci come un fiore tra le rocce, per conquistare
la favolosa montagna dorata della nostra pace.
Amici miei, privi di arte e bussola,
siamo troppo giovani per fare gli esploratori,
né abbiamo la ferrea certezza che guidava
i nostri padri verso il Nord del proprio compimento.
Dunque non prendete provviste, dimenticate le vostre case,
resti solo la cieca e ostinata speranza di seguire
questa landa desolata. I pensosi seminano le loro ossa
nei ventosi affamati campi dello sconforto.
Non guardate mai indietro, né troppo oltre
il bianco Everest del vostro desiderio;
la pietraia frana sotto i piedi, mai raggiungerete
le esili vette dove transitano solo le nuvole.
Altri sono giunti prima di voi. Gli immortali
vivono come riflessi e i loro volti gelati
vi daranno il coraggio di ignorare il sottile
sogghigno della genziana e del sasso consunto dal gelo.
Le trombe piangono la morte, sibilano venti affilati.
Affrontate la roccia; andate, uscite
nelle guaste terre di battaglia, verso le nebbiose mura
del futuro. Amici miei, liberatevi dalle paure.
Andate avanti, amici miei, il corvo non sarà cattivo segno;
spezzate la rabbia delle nuvole con i vostri immutati volti.
Forse, troverete il sogno oltre la collina –
mai la terra di Canaan, né nessuna montagna dorata.
*
Il giardiniere
Se tu venissi in un giorno
come questo, tra le linee rosa e gialle
dei tulipani pappagallo, io sarei il tuo amante.
I miei stivali brillano mentre battono sulla ghiaia sciocca.
Oh vieni, questo è il tuo giorno.
Se tu posassi la tua mano, foglia venata,
sulla mia mano squadrata, io accarezzerei
la sua forma, e questo mi basterebbe.
Osservo gli afidi che lavorano sulla rosa.
Il tempo mi scivola tra le dita come una foglia.
Somigli forse agli angeli silenziosi e dagli occhi chiari
che seguono i bambini? Il tuo viso è un fiore?
Gli amanti e i mendicanti lasciano il parco –
e ancora tu non vieni. I cancelli stanno chiudendo.
Oh, è terribile sognare gli angeli.
*
Il lamento di Didone per Enea
Lui non ha mai amato il furore del sole
né i mari limpidi.
È venuto con armi da eroe e occhi da torello,
temendo nulla se non i suoi dèi petulanti.
Non ha mai amato le spiagge dal suono cavo
né ha riposato con agio in letti scolpiti.
Il fumo soffia sopra i flutti, l’alta pira attende.
La sua mente era un muro vuoto che rimandava echi,
non certo così sottile come le fiamme avvolgenti.
Non ha mai amato i miei occhi selvatici né i colombi
che abitavano le mie porte.
*
Il poeta (Una rilettura di Der Dichter di Rilke)
Il tempo mi scivola via: i colpi d’ala dell’ora
mi feriscono e allontanano la mia pace.
Solo io. Eppure quale strana potenza
abita tutta la mia vita, la mia notte, il mio giorno?
Senza casa e senza amata vivo
in nessun luogo sicuro, privo di ogni centro:
mi dono interamente, e in questo abbandono
io possiedo il mondo.
*
Poeta di guerra
Sono l’uomo che cercava la pace e ha trovato
i propri occhi irti di spine.
Sono l’uomo che brancolava tra le parole e ha trovato
una freccia nella mano.
Sono il costruttore le cui solide mura circondano
una terra che scivola via.
Quando mi ammalo o impazzisco
non deridetemi né incatenatemi:
quando protendo le mani verso il vento
non gettatemi a terra:
anche se il mio volto è un libro bruciato
e una città devastata.
*
Sonetto per Lady Elizabeth Hastings
Non avrei mai pensato, mia cara,
che ci avresti lasciati per quella terra di cui tanto si parla:
tu che vivevi sempre in mezzo alle favole
e sorridevi alla morte come a uno scherzo mal riuscito.
Deve essere più difficile – molto più difficile –
per un’ombra istruita, in quel regno senza lettere:
prego che i morti cinguettanti volteggino innocui,
salvandoti dall’umido contagio della tristezza.
È duro per me, tuo devoto allievo,
non poter più confrontare splendore vivente
con il tuo volto ormai avvolto nel sudario:
non credevo che i miei occhi dovessero attendere tanto
per ritrovarti nel luogo del ballo.
Ma tu scuoterai anche il purgatorio, mostrando ai morti
l’espressione della tua grazia ribelle.
Traduzione di Lorenzo Giacinto
*In copertina: il fronte africano della Seconda guerra, truppe “alleate” in
azione contro reparti tedeschi; 27 novembre 1942
L'articolo “Io possiedo il mondo”. Intorno alla poesia di Sidney Keyes proviene
da Pangea.
Ognuno di noi serba nell’animo il ricordo di una lettura folgorante, un libro
che ha segnato tutta una vita, confermato il presagio di una vocazione e
illuminato la possibile traiettoria di un’esistenza. Un libro totem, un libro
talismano – fatto per essere conservato come un amuleto o da indossare come
un’armatura contro gli agguati del tempo, un orizzonte di privata salvezza in
fondo alle nostre piccole e grandi apocalissi.
La mia copia dei Sonetti di Shakespeare, nella versione in prosa di Lucifero
Darchini, risale ormai a più di venti anni fa. L’avevo comprata, se la memoria
non m’inganna, durante le vacanze estive tra il secondo e il terzo anno di
liceo. Mi aveva sedotto la copertina color blu cobalto con al centro un piccolo
ritratto del poeta inglese, la famosa incisione di Martin Droeshout. Una
copertina senza orpelli, piuttosto minimalista. Tante volte mi sono interrogato,
nel corso degli anni, sulle ragioni che fanno dei Sonetti un’opera per me
totalmente invulnerabile all’usura del tempo, del dolore e degli affetti. Ora, a
distanza di due decenni, quel blu si è schiarito, le pagine si sono
irrimediabilmente ingiallite. Resiste quell’odore inconfondibile e familiare dei
libri che abbiamo portato in giro per il mondo, pieni di note e piccole
illuminazioni scritte alla luce fievole di un abat-jour. Persiste anche,
inalterabile, quella voglia di serrare il libro al petto, come si fa con le
persone più care. Forse, è questa la migliore risposta alle mie domande.
*
Sugli interlocutori dei sonetti, sulla datazione, così come sulle misteriose
vicende della pubblicazione, sono stati scritti e si continuano a scrivere fiumi
d’inchiostro. Poco importa, in fondo, dare un nome e un cognome al “fair youth”,
alla “dark lady” e al “rival poet”. Qualcuno ha scritto che in questi versi
Shakespeare ha messo a nudo il suo cuore. Che in quei 14 pentametri giambici
disposti in tre quartine in rima alternata più un distico finale in rima
baciata, il poeta abbia voluto drammatizzare le tensioni più intime del suo
poetico sentire. Per me, i Sonetti coincidono da sempre con la meridiana che
segna il mezzogiorno della Poesia.
*
Cerco di indagare le ragioni del senso di meraviglia che i 154 sonetti
sprigionano. Da cosa deriva il loro fascino irresistibile? Con quale lingua mi
parlano, accarezzando il dolce mistero della poesia, aggirando le mie
arrendevoli difese?
Forse – mi dico – il motivo è nell’intreccio tra la sfera del privato e
dell’eterno, inscritta cioè nell’orizzonte delle umane passioni. O forse la
ragione si trova nell’unione tra l’universale e il particolare – cioè
l’irripetibile, o nella commistione miracolosa e al tempo stesso naturale tra il
solenne e il sublime ordinario. Qualsiasi cosa sia, so che ad incantarmi è la
drammatizzazione del discorso lirico, in cui sempre il dettato oscilla tra la
prima, la seconda e la terza persona singolari. È già qualcosa, ma non basta
ancora. Provo a mettere a fuoco, quanto basta per vedere più da vicino il
mistero, ma senza correre il rischio di svelarlo. I Sonetti – una bussola con
l’ago magnetico rivolto verso il Nord della poesia. Il che vuol dire nutrire in
sé la perenne convinzione che quel libro attraverserà tempeste e schiarite della
giovinezza, l’ingannevole saggezza della maturità, le vaste distanze marine e
aeree, le possenti montagne dove mulina la neve, nel regno delle nubi.
*
I Sonetti compaiono per la prima volta nel 1609, mentre a Londra infuria la
peste. Quasi tre secoli e mezzo dopo, un altro tipo di piaga affligge l’Europa e
il mondo intero – la Seconda Guerra Mondiale. In una Roma che inizia a patire i
primi bombardamenti, esce a cavallo tra il 1943 e il ’44, a firma di Giuseppe
Ungaretti, la traduzione di 22 sonetti in 498 esemplari di lusso. S’era già
cimentato, il sommo poeta italiano, nella traduzione di diversi poeti – diversi
per indole, lingua e cultura – come Gongora, Esenin, Saint-John Perse, Blake e
Paulhan. Ma è proprio il corpo a corpo con il poeta inglese, durato quasi
quindici lunghi anni, a rivestire un’importanza decisiva nella vita e nell’opera
ungarettiana. Ce lo dice il poeta stesso nella breve e fulminante nota
introduttiva alla sua traduzione. Ungaretti inizia ad accostarsi ai versi di
Shakespeare nel 1931. Lo assale, in quegli anni, un’esigenza profonda di
rinnovamento formale, che s’accompagna a un inaridimento dell’ispirazione.
Ungaretti sognava una poesia
> “dove la segretezza dell’animo, non tradita né falsata negli impulsi, si
> conciliasse a un’estrema sapienza del discorso”.
Desiderava quindi, il sommo poeta italiano, pervenire a un miracoloso equilibrio
grazie a una lingua alleata ad un tempo con l’arcano e il popolare. Accogliere
la rotonda inquietudine del Petrarca e l’angolosa asprezza dei versi
michelangioleschi. Rinvenire, scegliendo le parole, quelle in grado di
sollecitare lo spirito e i suoi moti, al di là delle leggi della prosodia. Di
nuova linfa aveva bisogno Ungaretti, per volgersi di nuovo con sguardo fiducioso
verso la poesia. Un vento proveniente da altro quadrante doveva gonfiare le sue
vele, tirando fuori l’ispirazione dalla secca in cui era finita. Cosa spinge
allora Ungaretti verso il canzoniere di Shakespeare? Perché la scelta, da poeta
a poeta, cade proprio sul bardo inglese?
*
La lunga gestazione della traduzione dei Sonetti è da collocare in un decennio
decisivo per Ungaretti. La morte della madre, una crisi mistica che sfocia nella
conversione religiosa, la pubblicazione nel 1933 della raccolta Sentimento del
tempo, la scomparsa durissima del figlio di appena nove anni nel 1939, portano
il poeta a confrontarsi direttamente con il senso della finitudine umana e del
dolore gratuito. E proprio l’intensa meditazione sulla morte e su come opporvisi
costituisce uno degli accenti più vibranti dei versi di Shakespeare. Solo la
poesia – giusta essenziale e retta –, per dirla con Elitis, può valere come
argine contro la morte. Solo quel miracolo nato in mezzo all’Egeo, più di due
millenni fa, è in grado di sgambettare la furiosa corsa del tempo verso l’oblio
eterno. Poco importa se il tema è un topos letterario inaugurato da Orazio.
Nei Sonetti, non avverti la maniera, l’esercizio freddo in ossequio al canone.
L’io lirico riesce, sempre e comunque, a soffiar vita dentro i versi. Lo stesso
si dica per l’amore. Cantato in tutte le sue gradazioni, dall’ammirazione alla
procreazione, dalla gelosia alla sete di immortalità, l’amore evocato da
Shakespeare è un amore nel quale senti il grido trasferirsi dal privato
all’universale, “pieno d’echi di popolo, urlo”. Ecco “il diretto, il segreto
contatto” che Ungaretti sentiva verso il poeta inglese, ancor prima di mettersi
a tradurre i Sonetti. Nel sovrapporsi di figure diverse, nel colloquio
incessante e drammatico tra intime e condivise passioni, noi siamo, rispetto
ai Sonetti,spettatori ammirati, e Ungaretti insieme a noi. Uomo di teatro e per
il teatro, Shakespeare riesce a proiettare anche tra quelle rime il palcoscenico
dove si esibiscono le vaste esperienze umane. E tuttavia, anche nelle
composizioni che si aprono al tepore di una primavera d’ispirazione, financo
nello sbocciare armonioso e meridiano delle immagini e dei temi, senti la
vibrazione tellurica di un mistero che è il nucleo stesso della grande poesia.
Scrive Ungaretti nella nota introduttiva, e la citazione è di quelle che non
lasciano spazio a repliche:
> “Non esisterà mai poesia che non rechi in sé, traendone vita, un segreto
> inviolabile”.
Pare quasi di sentirlo parlare in una delle sue interviste, Ungà, con quel tono
di voce cantilenante e magnetico – ogni frase cade come un meteorite di
amorevole saggezza. Lo sguardo dolce, che lascia intuire tutto il dolore
vissuto, ma trasfigurato ormai in qualcos’altro – una vaga serena docile
consapevolezza. Quell’aria un po’esotica che sa di adolescenza e pleniluni
africani, quel suo abitare la poesia con la giustezza di una vita interamente
dedicata, senza compromessi, ai versi. Poesia come vocazione, poesia come
destino. Che viaggi allora nel tempo, Ungaretti, con la speranza
dell’immortalità, insieme alla sua traduzione del sonetto 55 di William
Shakespeare:
“Non il marmo, né gli aurei monumenti
Di principi, potranno alla potenza delle mie rime sopravvivere;
Ed in esse voi contenuto, splenderete più splendido
Che non nella negletta pietra, dal sozzo tempo deturpata.
Quando la guerra che devasta rovescerà le statue
E le fazioni scalzeranno il lavoro di muratura,
Non la sua spada Marte offenderà, né incendio di battaglie
I vivi archivi del ricordo vostro.
Contro ogni morte e ogni obliosa nimicizia
Non si arresterà il vostro passo, ed avrà stanza il vostro elogio
In tutti gli occhi di quante generazioni postere
Avranno questo mondo da esaurire per l’ultimo giudizio.
Così sino allo squillo che vi farà risorgere,
Quaggiù vivrete e abiterete in sguardi innamorati”.
Lorenzo Giacinto
*In copertina: Giuseppe Ungaretti. © Archivio Fotografico Paolo Di Paolo
L'articolo “Un segreto inviolabile”. I “Sonetti” di Shakespeare nella traduzione
di Giuseppe Ungaretti proviene da Pangea.
Quando scrive Lapislazzuli – siamo nel 1936 – William B. Yeats avverte forse già
l’approssimarsi della fine. La poesia, tra le più alte mai composte dal bardo
irlandese, è un mirabile esempio di ecfrasi in versi. È dedicata all’amico Harry
Clifton, che gli aveva donato un cammeo di lapislazzuli di ispirazione
orientale. Nelle ultime due lasse, tre pellegrini cinesi attraversano terre
remote e valichi innevati. Sono in cammino verso una meta misteriosa, che
concederà loro una tregua dagli affanni del viaggio. Sospesi tra montagne e
fiumi – come nelle pitture classiche di Wu Daozi – le tre enigmatiche figure
giungono infine alla lora provvisoria destinazione, dove rami di susino e di
ciliegio conferiscono all’atmosfera un tono di calda, soffusa intimità. Nel
“piccolo rifugio”, i tre contemplano il maestoso paesaggio che si apre dinanzi a
loro. Avvolti da una coltre di acuta malinconia, chiedono che siano eseguite
struggenti melodie. I volti sono solcati da profonde rughe; e tuttavia, dai loro
occhi rimasti invulnerabili alle apocalissi della vita, balugina una luce di
splendente letizia.
*
Il gusto della ricerca biografica ci autorizza a evocare le coincidenze. W.B.
Yeats muore nel 1939 in Francia. In quello stesso anno, Auden finisce di
scrivere Another Time, una delle raccolte poetiche più belle e significative del
Novecento. La notizia della scomparsa di Yeats raggiunge Auden durante il suo
soggiorno a New York. Di getto, il poeta inglese scrive quella dolente elegia
che è In memoria di W.B. Yeats. Intanto, dall’altra parte dell’Atlantico, in un
piovoso giorno di primavera irlandese, nasce nello stesso fatidico anno Seamus
Heaney. Yeats si spegne alla vigilia della guerra: la sua morte, secondo Auden,
è un cupo presagio della strage che incombe. Il poeta inglese si rivela presto,
suo malgrado, buon profeta.
*
Nella notte del pensiero e degli allarmi aerei, vale come unico argine possibile
il poeta-palombaro: colui che sprofonda per raggiungere il cuore del male, fino
a neutralizzarlo e a redimerci dalla condanna della pena. Ci salva il verso, non
la bellezza: il verso che è coscienza ed espressione del dolore. Il dettato
poetico trasfigura la miseria in canto, apre vie d’uscita all’uomo prigioniero
dei suoi giorni, trasforma la terra devastata in vigna. Ecco la poesia che
sopravvive attraverso
> “un modo di accadere, una bocca”
*
Quanto equivale a dire che scrivere versi è assoggettarsi a una forma d’amore.
Lo spiega in modo folgorante Brodskij nella sua indimenticabile elegia in
prosa Per compiacere un’ombra, altissimo omaggio al suo amato poeta inglese.
L’incontro decisivo con Auden avviene mentre Brodskij sconta una condanna in uno
sperduto villaggio ai confini del Circolo Polare Artico. In quel luogo così
refrattario all’umano, dominato da paludi e cupe foreste, Brodskij riesce
fortunosamente a farsi spedire un’antologia in inglese. Per puro caso, il libro
si apre con una poesia di Auden – In memoria di W.B. Yeats. La lettura di
quell’elegia è, per il giovane russo, decisiva. Nel dettato lirico del poeta
inglese, si compie il miracolo del tempo piegato e asservito al linguaggio. Come
a dire: i versi sono come raffiche di vento che soffiano sui bastoncini dello
Shanghai – “il tempo:
> “Time worships language”
Nella poesia di Auden, si passa senza soluzione di continuità da versi che, da
orizzontali, diventano incredibilmente verticali, viaggiando dalla metafisica al
motto di spirito, dalla filastrocca alla scintilla lirica. Al di sopra di tutto,
al di là della voce inconfondibile di Auden, affiora l’immagine riflessa del suo
viso: le indimenticabili rughe della vecchiaia, le proporzioni un po’ sgraziate
del naso e delle orecchie – che ne avrebbero fatto un perfetto candidato per un
film di David Lynch –, l’amorevole saggezza ironica degli occhi che sembrano
perdonare le storture del mondo.
*
Un uomo – dice Brodskij – è la somma di ciò che legge. In parole più semplici:
si è trasformati da quello che si ama. In quel villaggio artico assente anche
dalle mappe geografiche, ciò che colpisce Brodskij, ciò che s’impone alla sua
immaginazione, è
> “amore dilatato e accelerato dal linguaggio, dalla necessità di esprimerlo”.
Il che conduce a un’altra rivelazione: i sentimenti di uno scrittore o di un
poeta si subordinano inevitabilmente alla lineare e incontenibile progressione
dell’arte. Certo, Auden aveva conosciuto la sofferenza sotto varie forme:
delusioni amorose, la coscienza di una sessualità tormentata, l’autoesilio
imposto per sfuggire all’opprimente establishment letterario britannico, la
disillusione politica. Eppure, i suoi versi sprigionano sempre amore, un amore
immemore, come la lingua inglese, del genere maschile e femminile. Forse, più
che di amore, sarebbe più giusto dire che la poesia di Auden è un acceleratore
formidabile di tenerezza, di umana morbida dolcezza.
*
Con un balzo nel tempo e nello spazio, passiamo il testimone a un altro grande
poeta irlandese: Seamus Heaney. Audenesque, una delle sue ultime poesie, è
dedicata all’amico russo da poco scomparso, Iosif Brodskij. Esiste un omaggio
più commovente, per un poeta, che accostare l’amico scomparso agli autori più
amati in vita? Perché, come i bambini che uniscono i puntini nei giochi
enigmistici, se tracciamo una linea immaginaria tra i versi che abbiamo più
amato, alla fine l’immagine che ne affiora è la nostra: riflessa, come
nell’ovale di uno specchio. Non è difficile, allora, confondere i ricordi di una
conversazione su un treno lanciato nella tundra finlandese con i versi di Auden,
e prima ancora con quelli di Yeats. Non è difficile ritrovarsi, nel freddo di un
aeroporto di Dublino, a pensare a tutti i versi scritti – e a quelli soltanto
sognati, che qualcun altro, forse, ha scritto al posto nostro. Anche nella
regione della morte, tuttavia, la poesia può accendere scintille di futuro.
*
Yeats. Auden. Brodskij. Heaney. Cosa unisce questi quattro grandi poeti? Quanto,
nel loro dettato, è riflesso e ombra dell’amore che li legava ad altri
maestri? La poesia è anche cavalleresca espressione di amicizia, segno di
profonda dedizione verso una “famiglia mentale”, per citare ancora una volta la
magnifica intuizione di Brodskij. Viene in mente il sonetto forse più bello mai
scritto sull’amicizia poetica: Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io, di Dante
Alighieri. Quale filo li lega? Forse il senso di una vocazione maturata tra i
rovesci della storia; la costante, sofferta oscillazione tra isolamento e
rielaborazione degli eventi sullo sfondo? Soprattutto, il tentativo di superare
l’autoreferenzialità attraverso l’incontro con altre vite – di spezzare il
cerchio della solitudine aprendo la porta al vento della generosità e
dell’altruismo. Ecco perché i viaggiatori cinesi della poesia di Yeats sembrano
sostare, come i nostri poeti alla fine di un lungo viaggio, presso la fonte
stessa della loro ispirazione.
*
In una poesia di Auden, una delle più belle, si dice che da qualche parte viva
un bambino atterrito e pieno d’immaginazione. Lui sa, contro tutto e tutti, di
essere il futuro; e comprende che solo i docili avranno in eredità la
terra. Quel bambino non attira l’attenzione, né è particolarmente fortunato. Nel
tumulto del mondo, tra leggi disumane e regole ingiuste, il suo pianto sale
verso la vita del poeta – e la nostra – come una vocazione.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Solo i docili avranno la terra in eredità”. Riflessioni su Yeats,
Auden, Brodskij e Heaney proviene da Pangea.
Non sono molte le fotografie in cui Joyce guarda dritto di fronte a sé. Quasi
sempre si offre di profilo, in una posa a tre quarti che ricorda i ritratti
rinascimentali. Lo sguardo vaga verso misteriose zone del pensiero. Ne nasce
l’impressione di trovarsi davanti a un predone del futuro, un contrabbandiere
d’infinito. Chi osserva ne riceve una scossa segreta. Joyce è un campione
d’eleganza: veste sempre in modo impeccabile, con cravatte raffinate sulle
camicie inamidate, talvolta un papillon più svolazzante, la bombetta calata sul
capo da cui, con timidezza combattuta, spuntano orecchie appena a sventola.
Non fosse per la sua graduale cecità – negli ultimi anni era costretto a
indossare una benda nera sull’occhio sinistro, da pirata – nel mio bestiario
affettivo di scrittori e poeti Joyce sarebbe un falco. Come un rapace, irrompe
nel cielo squarciando il velo del presente, lanciato in una forsennata ricerca
del futuro. Meglio allora accostarlo a un rapace notturno, un barbagianni capace
di volteggiare silenziosamente nelle tenebre. Nell’antichità gli àuguri
scrutavano gli uccelli per cogliervi presagi divini: il futuro si rivelava
attraverso la direzione e la provenienza del volo. Allo stesso modo, leggere
Joyce è presagio di futuro: lo schiudersi delle infinite possibilità del reale
nell’orizzonte della vita.
D’altronde, in un passo magnifico del suo Ritratto, libro-amuleto da tenere
sempre in tasca contro le trappole della maturità, Joyce affida a Dedalus queste
parole:
> “…e per secoli gli uomini hanno guardato in alto come lui ora guardava gli
> uccelli in volo. Il porticato sopra di lui gli ricordava vagamente un tempio
> antico e il bastone al quale si appoggiava stancamente gli ricordava quello
> ricurvo di un augure.”
Poche pagine prima di questa epifania, dall’avamposto di Howth, Dedalus
contempla la spuma proteiforme delle nuvole che solcano il mutevole cielo
irlandese. Sono in viaggio verso il Continente, verso quell’Europa misteriosa
fatta di idiomi stranieri, valli e cittadelle cinte di boschi, da cui sembra
levarsi una musica confusa, prefigurazione dell’esilio di Joyce. Da qui inizia
una delle più grandi e radicali avventure creative dei nostri tempi, che non ha
ancora esaurito – e forse non esaurirà mai – la sua dirompente carica
rivoluzionaria.
Grandi, anche grandissimi scrittori, una volta letti danno l’impressione di aver
detto fino in fondo ciò che avevano da dire. Con Joyce, questo non accade: la
partita resta sempre aperta. Negli anni Venti del Novecento, Arthur Power, un
altro dublinese trapiantato in Francia, lo incontra per caso al Bal Bullier di
Parigi. Nasce così un rapporto d’amicizia destinato a durare oltre un
decennio. Power ne ha lasciato testimonianza in Conversations with Joyce,
apparso nel 1974 e oggi introvabile in italiano. In un passaggio del libro,
parlando di John Donne e degli elisabettiani, Joyce finisce in realtà per
tracciare uno dei ritratti più luminosi di sé stesso e della propria poetica.
> “Con Donne si entra in un labirinto di pensiero e sentimento. Ogni sua poesia
> è un’avventura nella quale non sai dove andrai a finire, che è esattamente
> quello che dovrebbe essere un’opera d’arte. Quando vivi non sai dove ti
> condurrà esattamente un’esperienza, e così con la letteratura. È proprio
> questo che la rende così folgorante”.
Si è detto che il Dedalus è la testimonianza di una precoce formazione
intellettuale. Senza dubbio, ma c’è molto di più. Forse, solo nelle pagine
conclusive de Il dono di Nabokov, si avverte con uguale intensità l’emozione di
un’energia creativa pienamente cosciente di sé stessa, pronta a spiccare il volo
verso un orizzonte sconfinato. Da quelle scogliere di Howth, che in primavera si
ricoprono di fiori di campo, si leva il grido interiore di un giovane che vuole
essere il primo artista sulla terra. Attraverso “silenzio, esilio e astuzia”, un
ragazzo di neanche vent’anni diventerà il più grande demiurgo della parola.
Tra i lungosenna di Parigi, le piazze triestine percorse dalla Bora e i vicoli
dell’incompresa Roma si compirà una memorabile parabola esistenziale e
letteraria, alla fine della quale la paura dell’ignoto si trasformerà nella
tavoletta su cui Thoth, il dio degli artisti, scrive con una canna di palude,
reggendo sulla stretta testa di ibis la luna falcata. L’etimologia della parola
“avventura”, d’altronde, ci insegna che lo spostamento nello spazio coincide
anche con quello nel tempo.
E nella curva di un’emozione – come l’ha definita Franca Cavagnoli – trova
spazio anche l’amore. Alla fine del quarto capitolo del Ritratto, l’apparizione
di una ragazza sola e immobile nell’acqua suscita in Dedalus una vera epifania,
decisiva per la coscienza della sua vocazione. Il giovane scrive versi, versi
d’amore. Rievoca un colloquio sommesso con Emma a bordo di un tram, nella notte
limpida e ricca di promesse. I capelli della ragazza profumano di pioggia. Il
suo corpo emana un odore selvatico e languido, distilla afrori e rugiada.
In Stephen Hero, altra incantevole primizia joyciana, la lettura della Vita
Nuova di Dante suggerisce al protagonista di comporre una raccolta di versi
d’amore. Non c’è posto per l’avarizia del cuore: in amore – dice Daedalus – si
deve dare tutto. La creazione si fonde con la biografia. Il primo libro di Joyce
appare nel 1907 – Music Chamber –, una raccolta di trentasei poesie di
ispirazione amorosa. “Go seek her out all courteously”, recita il primo verso di
una lirica che ricorda la fiera e appassionata ritrosia di Guido Cavalcanti.
Un 6 aprile di inizio Novecento, nel suo diario esplosivo, Dedalus-Joyce scrive:
> “Desidero stringere tra le braccia la grazia che non è ancora venuta al mondo”
Parole che potrebbero stare a epigrafe dell’intera opera joyciana. Esiste una
definizione più esatta della giovinezza, o un antidoto migliore alla senescenza
interiore?
Joyce ci salva, come ha scritto Borges nella chiusa della bellissima Invocazione
a Joyce.
> “Io sono gli altri. Tutti coloro
> Che il tuo ostinato rigore ha riscattato
> Sono coloro che non conosci e salvi.”
Proviamo allora a misurare insieme al grande argentino la vastità dell’opera
joyciana: la dispersione e l’esilio nel mondo, il battesimo delle parole – di
ogni parola – per riscrivere la Genesi verbale del creato, cercare l’ispirazione
nei declivi e nelle feritoie della vita, rigenerare le consuetudini dell’uomo
affinché dall’umile esercizio del quotidiano affiorino frammenti di meraviglia.
Soprattutto, riscaldarci al fuoco ardente della sua fede, trattenere almeno un
poco l’oro della sua ombra e gli attimi sparuti di felicità, addestrarci a
inseguire la fiera biforme o la rosa nei dedali della memoria e delle città,
aggrapparci ai nostri talismani esercitando l’arte del coraggio.
Un altro grande irlandese, Seamus Heaney, nel dodicesimo frammento di Station
Island, si lascia visitare dal fantasma di Joyce. L’incontro avviene in un
paesaggio di impronta dantesca: non a caso l’autore di Ulisse assume quasi le
sembianze di Virgilio, diventando a sua volta “duca, signore e maestro”. Joyce
raggiunge una statura shakespeariana: la sua voce, dal timbro liquido, sembra
racchiudere in sé le vocali di tutti i fiumi. Avanza con passo solenne, tastando
il terreno con il bastone di frassino. Poi prende a parlare, e dalle pagine di
Heaney ci raggiungono versi memorabili:
> “Il tuo dovere
> non viene assolto da nessun rito comune.
> Quello che fai lo devi fare da solo.
> L’essenziale è scrivere
> per la gioia di farlo. Coltiva la brama del lavoro
> che immagina il suo porto come le tue mani di notte
> sognano il sole nella macchia solare di un seno.
> Ora tu sei digiuno, stordito, pericoloso.
> Parti da qui. E non esser così zelante,
> così pronto al saio e alle ceneri.
> Lasciati andare, buttati, dimentica.
> Hai ascoltato abbastanza. Ora suona la tua nota”.
Poco importa che Joyce appaia illuminato dalla sensibilità di un grande poeta.
Ciò che resta è l’esuberanza, la gioia, la fiera gagliardia. Sposare
l’ispirazione al fuoco che arde nel petto e tra le mani. Scrivere come si ama:
percorrere il corpo di una donna come le strade del mondo. Assecondare il
vortice, le maree, la corrente che travolge. Dare voce a “scandagli sonori,
esplorazioni, sonde, allettamenti, luccichi d’anguilla nel buio del mare
aperto”. Scalpare il già detto, smettere una volta per tutte di rimestare fuochi
spenti, rimasticare vecchi mugugni. Quando Joyce si allontana, un attimo dopo
aver pronunciato quelle parole, il cielo si squarcia in un biblico nubifragio.
Il giorno dopo, l’alba si leva su un mondo nuovo.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Lasciati andare, buttati, dimentica”. Per un omaggio a James Joyce
proviene da Pangea.
Bisogna sorvolarle in una giornata limpida, le isole dell’Egeo, per misurarne
compiutamente la superficie di scintillante bellezza. Formazioni di roccia più o
meno grandi affiorano dalle acque turchesi. Ripenso al mito di Egeo, che a
questo mare ha dato il suo nome. Forse – mi dico – è solo dall’estremo
sacrificio di sé che può scaturire tanta meraviglia.
Ritorno da Rodi, l’isola della Rosa, a poche miglia nautiche dalla Turchia. La
storia l’ha collocata al crocevia delle rotte tra Oriente e Occidente, alla
mercé di eserciti crociati, ordini monastici e visir. Il profilo dell’isola
appare, soprattutto a chi ha il privilegio di scorgerlo nel crepuscolo di
giugno, come un animale marino addormentato: una balena affiorata in superficie,
di palmare e nuda grandezza. Lawrence Durrell, nella sua ricca (e non tradotta
in italiano) raccolta di saggi, le dedica pagine appassionate, in cui mi sembra
rivivere l’eco dell’amicizia con Odisseas Elitis, uno dei grandi della poesia
novecentesca. I due si erano conosciuti in una località non lontana da Atene
negli anni Trenta.
Elitis vi svolge pigramente il servizio militare e intanto anima con altri
giovani il dibattito letterario che in quegli anni ferve all’ombra del
Partenone. Compaiono nuove riviste di critica letteraria, si organizzano serate
a tema che finiscono inevitabilmente in fragorose bevute e poetiche
declamazioni. Nel firmamento letterario greco di quegli anni si vive con
entusiasmo l’ondata di novità che arriva da occidente, soprattutto da Parigi. La
cometa del Surrealismo, scagliata con vigore da Breton ed Éluard, incendia il
dibattito letterario anche in una Grecia che, in fatto di lettere, si era sempre
mostrata invero poco permeabile alle novità. Le nuove proposte e le
fiammeggianti idee del Surrealismo vengono accolte ad Atene da Andrea Embirikos.
Nato in Romania da famiglia greca possidente e trasferitosi in Grecia dopo aver
studiato e vissuto a Londra e a Parigi, Embirikos è figura che provoca un vero e
proprio sisma nelle lettere greche. Primo psicanalista del suo paese, poeta e
fotografo, egli imprime alla poesia e alla prosa un radicale mutamento di rotta.
Diventa il trait d’union tra le nuove istanze francesi e la famosa Generazione
del ’30, composta in massima parte da poeti e scrittori decisi a
sprovincializzare la letteratura greca. Tra loro c’è anche Odisseas Elitis, con
il quale da subito si instaura un rapporto di amicizia sincero e fecondo, che
durerà sino alla morte di Andreas nel 1975. Testimonianza concreta di questo
profondo e generoso colloquio tra i due è un libello scritto da Elitis proprio
all’indomani della dipartita del suo amico, come spinto dall’urgenza di
ripercorrere le tappe di un cammino assolutamente fuori dal comune. Più che
cammino, una vera e propria educazione: umana ancor prima che letteraria. Il
titolo del libro è, parafrasandone un altro di Kazantzakis, Rapporto ad Andrea
Embirikos. Oggi introvabile in italiano, è stato tradotto da Mario Vitti e
pubblicato nell’antologia del poeta greco uscita per i tipi di Utet nel 1982.
Andreas Embirikos (1901-1975)
Certo, alcuni aspetti della biografia legano indissolubilmente i due amici:
l’esperienza parigina; una fascinazione per le avanguardie e il loro senso di
rottura con il passato; l’amore sacro e inviolato per la Grecia, coltivato anche
nel tumulto della storia e in altre coordinate geografiche. Anche
nell’espressione letteraria si ravvisano punti di contatto: nella comune scelta
del dettato poetico, in una prosa ibridata da scintille liriche, nell’uso di un
lessico ricco e variegato capace di generare sorprendenti cortocircuiti
semantici. Ma è soprattutto nella statura poetica e umana, e in un certo modo di
porsi davanti alla vita creativa, che Embirikos ed Elitis sembrano aver
raggiunto un’intesa invidiabile. Per prima cosa, scrive Elitis all’amico,
bisogna essere fedeli a sé stessi e alla propria vocazione, resistendo alle
continue tentazioni e violenze dell’innominabile attuale.
> “Subordiniamo tutto ad un identità che ci è stata concessa senza essere stata
> chiesta; e i nostri sforzi per adeguarci ai suoi connotati finisce per essere
> un’impostura per la quale paghiamo lo scotto vita natural durante, senza mai
> trovarci creditori rispetto alla realtà”
Coltivando la poesia laddove essa chieda voce e spazio, voglio dire diventando
il proprio destino, allora si può combaciare, o almeno provarci, con la parte
migliore di sé. Nasce il poeta: colui che porta un’alba della quale la maggior
parte della gente neanche vuole immaginare la luce.
> “Quando i maghi interrogano gli astri, questi rispondono per approssimazione.
> Il poeta preferisce la precisione, consapevole che se pure non coglie in pieno
> nel segno, il tutto non smette perciò di esistere.”
Non si tratta di mitizzare la figura del poeta, o di tesserne uno stucchevole
elogio romantico. Anzi, l’esatto contrario: riportare il tutto alle sue
proporzioni originarie, prima che il poeta diventasse quel mitico volatile
immortalato da Baudelaire – affascinante in cielo, goffo e deriso sulla terra.
> “Sono trenta secoli e più che l’uomo si affanna a mettere una parola accanto
> all’altra in modo da costringere il suo pensiero a girare in un modo nuovo,
> mai provato prima di allora. Ecco che ora, per la prima volta, questa sua
> funzione è stata interrotta. Siamo completamente pronti per l’imbecillità.”
Cosa lega Elitis ed Embirikos al corpo nudo della poesia? Quale disposizione di
fronte alla vita si trasfigura poi in versi greci? Esattamente questa:
> “la forza di germogliare, di fiorire, di dare il frutto delle proprie
> viscere”.
Voglio dire: prendere l’Egeo, custodirlo con sé nel taschino del passaporto,
tenerlo ben saldo durante gli scali aerei e marittimi e nei rovesci della
storia. Interrogarlo sempre davanti ai fondi di caffè, di fronte alle linee dei
palmi, all’ombra dei lampioni sul lungofiume, nello sguardo di una donna dopo
l’amore. Vivere la propria ispirazione, sentirla palpitare nel proprio corpo
come un secondo cuore. Proteggerla, darle spazio e tempo, accompagnarla per mano
negli attraversamenti pedonali della vita, fedele compagna nella vastità del
mondo.
Cosa ti hanno insegnato i giorni e le serate ventose di Rodi, accompagnati da
una copia sgualcita del Rapporto ad Andrea Embirikos? In lampi di iliadica
nostalgia, tra lo sciabordio delle onde e l’essenza del blu, ripercorrere i
sentieri della propria vita a ritroso – inseguendo quella riva che un tempo
prometteva di proteggerci dalle apocalissi della maturità. Comprendere che siamo
figure di piena luce. Che la follia del melograno, il raggio lunare sul pontile
e la caviglia morsa dal sole ci riportano a una condizione primigenia di pura ed
implacabile essenzialità. Il che non vuol dire escludere il dolore annidato
nella ruggine dei giorni, ma non prenderlo troppo sul serio, non dargli troppa
confidenza; trattarlo come un piccolo neo, un’impertinenza da scacciare.
Affidare ad altro la nostra fede, la santa perseveranza e la dolce follia: alla
curva marmorea di un’Afrodite, alla docile costanza del grano e agli occhi di
una circassa che sembrano dardeggiare altrove, almeno un metro sopra la testa
delle persone. Professare un amore incrollabile per le isole, atolli di
solitudine, culle di poesia.
Odysseas Elytīs (1911-1996), Nobel per la letteratura nel 1979
A bordo di un aereo affollato di vacanzieri più o meno chiassosi, il comandante
comunica che stiamo sorvolando Paros. Ripenso allora al memorabile verso di
Archiloco:
> “Eccomi, sono io”.
Qui si registra la prima manifestazione dell’ego in letteratura: è su
quest’isola dell’Egeo che nasce la poesia lirica. Non lontano da qui, da alte
scogliere battute dal Meltemi si sporgeva Saffo, cantando l’amore con accenti di
limpida e salmastra voluttà. Lungo questa linea di isole procede il
miracolo.Forse lo stesso che avvertì Picasso davanti a un meraviglioso esempio
di arte cicladica. La verità è che qui, nella terra degli Dèi, risuona ancora la
loro lingua. L’hanno colta Foscolo e Chénier. Soprattutto, l’hanno compresa
molti inglesi: Byron vi muore avvolto nel suo mito. Fermor e Durrell la eleggono
patria spirituale e imparano il greco. Brooke e Chatwin riposano su dolci
colline che fronteggiano il mare, tra muri in pietra e ulivi. D’altronde, i
greci ci hanno insegnato che, dopo il trapasso, l’anima può trasformarsi in una
costellazione visibile a occhio nudo o in un fiore bagnato di rugiada.
Lorenzo Giacinto
*In copertina: schizzi di John Singer Sargent, 1918 ca.
L'articolo Siamo figure di piena luce. Intorno a un libro introvabile:
“Rapporto ad Andrea Embirikos” proviene da Pangea.
Istanbul parla dall’angolo appena velato di dolci ricordi. Gabbiani volteggiano
sul Bosforo. A loro i pendolari contemporanei affidano tristezza e pensieri,
mentre i traghetti, silenziosi, fanno la spola tra una sponda e l’altra. All’ora
del tramonto, si rincorrono le invocazioni alla preghiera. I minareti, in quel
momento, sembrano ceri infuocati piantati nel cielo rosato.
In luoghi come questo, prende corpo una parola di origine araba, che dà il nome
alla via forse più nota della città: esteghlal (استقلال). Non solo
“indipendenza”, ma ritmo del destino. L’accordo momentaneo, e perciò miracoloso,
tra il presente e il luogo in cui ci si trova. Un’armonia fragile, segnata dalle
cicatrici del tempo e della storia.
Istanbul è una metafora potente di un sentimento che si avverte e che, al tempo
stesso, sfugge a ogni tentativo di definizione. Il dato lirico vi è
innegabile. Istanbul è poesia. Lo avevano compreso bene gli Ottomani, che la
elessero a loro città-mondo. Quelli che un tempo erano dominatori nomadi delle
steppe seppero addomesticare lo scintillio del Corno d’Oro. Il latrato delle
belve notturne si infranse contro lo sciabordio del Mar di Marmara. I
conquistatori si fermarono, come recita una celebre poesia di Cemal Süreya, nel
cuore esatto della rosa, al confine tra Asia ed Europa. Immensi territori – dal
Maghreb alla penisola arabica, fino al Caucaso – vissero mezzo millennio di
dominazione ottomana. Fiorirono le arti: l’architettura, grazie al genio di
Sinan; la manifattura del tappeto; la miniatura. Sulla letteratura, ancora una
volta, soffiò il vento della Persia. Portò piumaggi e versi d’usignolo, trecce
sciolte all’aroma di muschio, il blu turchese delle maioliche e l’estasi di un
vino mistico.
La letteratura ottomana è, al suo apice, la gemella trascurata di quella
persiana. Vi regna sovrana la poesia, soprattutto nella forma del ghazal, eco di
notti lunari nel deserto, riverbero di un indomito fuoco nomade.
Oggi, chiunque si addentri nei giardini e nei padiglioni affacciati di sbieco
sul Bosforo, nel palazzo di Topkapi, avverte quella sottile atmosfera di corte —
capace insieme di slanci lirici e di improvvise efferatezze — in cui si
muovevano i poeti ottomani.
Eppure, come osserva Walter G. Andrews, autore della preziosa antologia Ottoman
Lyric Poetry, la peculiarità forse più sconcertante di quella produzione è la
sua quasi totale invisibilità presso i posteri: ulteriore prova del ben noto
pregiudizio occidentale verso manifestazioni di bellezza nate in altre
tradizioni culturali. Accostarsi alla letteratura ottomana è allora come aprire
uno scrigno ancora in parte inviolato, o varcare il limite di un luogo oltre il
quale, per consuetudine, non è concesso spingersi.
È difficile, per noi, comprendere quanto centrale e pervasiva fosse la poesia
nella vita quotidiana ottomana. Poeti, o aspiranti tali, fiorivano a ogni
livello della società. Ogni sfumatura dell’interiorità umana – dall’amore alla
ricerca spirituale – trovava forma in un dettato poetico.
Questo ricco e intenso afflato, parte di un movimento più ampio che affonda le
radici nella tradizione arabo-persiana e nel contesto islamico, si irradia verso
le aree limitrofe: a est e a nord, verso l’Asia Centrale e le regioni del
Caucaso; a ovest, verso l’Anatolia e i territori soggetti all’influenza
ottomana. Più tardi, ulteriori esiti di questa fioritura letteraria giungono a
lambire la corte moghul in India e si intrecciano con la cultura urdu, nei
territori dell’attuale Pakistan.
Sorgente e cuore dell’esperienza poetica ottomana è la passione amorosa. Da un
centro ideale, in cui sensualità e spiritualità si uniscono, la poesia si
irradia verso tutte le relazioni duali che implicano il massimo coinvolgimento
emotivo: da un lato, quella che si incarna nella figura del sovrano; dall’altro,
quella che culmina in un cammino di avvicinamento all’unità divina.
In ogni caso, la forza motrice è il desiderio – desiderio indirizzato verso
figure prive di connotazione sessuale.
La poesia ottomana, come quella persiana, è una poesia di “varianti”: non si
chiede al poeta l’originalità del tema, né l’esibizione smodata del proprio io
lirico. Al contrario: poeta è colui che sa esaurire, con grazia estrema, il
repertorio della tradizione. Non è genio chi rompe con la forma codificata, ma
chi la conduce al suo massimo splendore.
L’unica, pallida concessione all’io di chi scrive è nel distico finale, dove il
poeta nomina sé stesso, prima di abbandonarsi, inerme, al vortice del flusso
poetico.
La poesia classica ottomana riprende i modelli della tradizione arabo-persiana.
Sorvoleremo, per ora, sugli aspetti formali del ghazal, della qasida,
dei rubaiyat. Non approfondiremo il meraviglioso impasto lessicale di turco
anatolico, arabo e farsi. Basti soltanto evocare la magia, quasi ipnotica,
dell’alfabeto arabo: lo svolazzo delle lettere a fine parola, i punti, i segni
diacritici – come un lasciapassare per un altro mondo.
Per chi scrive, la poesia ottomana è come una miniatura persiana: un ingresso
discreto in una favola d’altri tempi. Dettagli finissimi, colori brillanti, una
rappresentazione stilizzata – e per questo universale – di figure umane,
animali, paesaggi.
La grana della vita che si fa sogno, e viceversa: il tramonto che si spegne
dietro ai minareti, le fontane col loro sommesso zampillo, una lingua che
accarezza il cuore e i sensi come un mantello di seta dorata. (Lorenzo Giacinto)
**
Nejâtî
Di lui si conosce assai poco: si tramanda ch’egli sia nato verso la metà del
Quattrocento, con ogni verosimiglianza in Tracia. Il suo nom de plume – “colui
che trova riparo” – suona come un voto di resa fiduciosa al verbo poetico, quasi
che la poesia fosse per lui asilo dell’anima. Oscure restano le circostanze del
suo giungere a Istanbul, dove pure ebbe modo di declamare i propri versi dinanzi
a Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli. Narra il suo biografo che,
prossimo al trapasso, Nejâtîchiamò a sé gli amici più intimi e consegnò loro un
ghazal, mormorando con l’ultimo filo di voce:
“Questo è il mio commiato a voi e alla poesia.”
Il cuore si rallegra se la tua guancia, luce, si vela d’amore –
quando la luna si oscura, s’innalza il sole del ladro d’amore.
Che fai, amata mia, a inseguire la steppa nuda e crudele?
Là il tuo sguardo diventa furtivo, e il tuo occhio fugge per amore.
Se resta sul suolo la polvere dei tuoi passi,
dire “Paradiso” è cosa vana: basterebbe un sorso d’amore.
Da che son divenuto amante, m’alimento soltanto di pena:
chi arde di febbre cerca cibo remoto, nutrimento d’amore.
Cammino nel tuo nome gridando ‘ya Hû!’ fra le spine,
sperando che tu ti volga e mi doni lo sguardo dell’amore.
Il vento d’oriente ha narrato al muschio del tuo riccio profumato:
“Perché andare lontano, se già qui respiri essenza d’amore?”
Non chiamarmi folle se non ascolto ragione o consiglio:
il vero saggio è colui che si perde nel fuoco dell’amore.
Oh cuore, come potresti trovare pace o riposo?
Con lei perdo i sensi, senza lei è a rischio la vita.
Chi inviterà mai più Nejâtî alla festa degli amici,
ora che l’amata ha detto: “Non vengo, se c’è lui con l’amore”?
*
Zeyneb Hatun
Fu la prima grande voce poetica femminile dell’Impero ottomano. Nacque in
Anatolia agli inizi del Quattrocento e sin da giovanissima si distinse per
finezza d’animo e precoce talento letterario. Colpito dalle sue doti, il padre
la avviò allo studio della raffinata tradizione arabo-persiana. Intessé un
rapporto d’amicizia con Mihrî e altri celebri poeti dell’epoca, con i quali
intratteneva un assiduo carteggio fatto di versi e lunghe epistole. Di lei si
scrisse: “Il suo fascino intellettuale, spontaneo e luminoso, incantava il
popolo e lasciava attoniti anche gli spiriti più acuti del tempo.”
Togliti il velo, illumina la terra e il cielo,
fa’ che questo mondo di elementi risplenda
più d’ogni paradiso.
Quando le tue labbra si muovono,
i fiumi del giardino celeste
cominciano a ribollire.
Sciogli i tuoi ricci profumati d’ambra,
che il mondo intero si colmi
del loro incanto.
La lanugine scura sulla tua guancia
ha scritto un editto regale
al vento d’oriente:
“Corri, vola fino a Cathay,
e conquista tutta la Cina
con la tua dolce fragranza!”
Oh cuore mio, l’acqua della vita
non ti è destinata –
né, ahimè, il bacio dell’amato.
Anche se attendessi mille anni,
brancolando come Alessandro il Grande
nelle tenebre, non lo troveresti.
Oh Zeynep, va’ con passo semplice,
con coraggio –
rinuncia agli ornamenti.
Abbandona l’amore
per questo mondo finto,
mascherato di bellezza.
*
Fuzuli
È annoverato tra i massimi lirici della tradizione ottomana. Scrisse in arabo,
in persiano e in turco, nella variante azera, a testimonianza della sua
straordinaria versatilità linguistica. Nacque nei pressi di Baghdad, all’interno
di una famiglia illustre che gli garantì un’educazione raffinata e cosmopolita.
Eppure, nonostante il talento riconosciuto, non riuscì ad accedere alle alte
cariche di corte, spesso riservate a poeti di minor ingegno ma maggior favore.
Il suo nom de plume, singolare e provocatorio, significa “irriverente”,
“inappropriato” – ma anche “dotato di molte abilità”: segno di un’autoironia
consapevole, propria di chi desiderava distinguersi con discrezione, restando
umile e al contempo unico.
Se il mio cuore fosse un uccello selvatico,
farebbe nido nel riccio intrecciato dei tuoi capelli.
Ovunque io sia, o jinn,
il mio amore dimora accanto a te.
Sono felice del mio patire:
toglimi la mano dal rimedio che potrebbe guarirmi.
O medico, non cercare di salvarmi:
il veleno che mi consuma è la tua vera cura.
Non ritirare con timidezza il lembo
dalle mani di chi ama: fa’ attenzione —
perché le mani che sfiorano la tua veste,
se vuotate d’improvviso, pregherebbero con furore il cielo.
Le schegge del mio cuore frantumato
giacciono trafitte dalle punte di lancia delle tue ciglia.
Addormentati, ebbra della tua bellezza,
e chiudendo gli occhi ricuci il mio cuore.
Separarmi da te è morire,
è la fine stessa della vita.
Mi stupiscono coloro che vivono a lungo
lontani da te, senza impazzire.
Lo stoppino del tuo spirito è attorcigliato
come il riccio di giacinto dell’amata.
E tu, Fuzuli, non sperare di liberarti —
finché non brucerai, come candela, nel fuoco dell’amore.
*
Bâkî
Nacque a Costantinopoli agli inizi del Cinquecento. Dotato di ingegno vivissimo
e di un’acuta intelligenza, seppe affermarsi rapidamente nel mondo delle
lettere, nonostante le sue origini modeste. Fu tra i poeti prediletti di
Solimano il Magnifico, che ne riconobbe il valore e lo insignì di prestigiose
cariche a corte. Alla morte del sultano, ne cantò la memoria in un’elegia che
rimane tra le vette insuperate della poesia turca. È considerato da molti il più
grande esponente della lirica ottomana, tanto da essere celebrato come “il
sultano dei poeti”. E forse non è un caso che il vertice di quella luminosa
tradizione sia stato raggiunto proprio da un figlio del Bosforo.
Mia amata, sin dall’inizio
siamo schiavi del re dell’amore.
Mia amata, siamo il sultano celebrato
nel dominio segreto del cuore.
Siamo come papaveri di questa steppa,
col cuore bruciato, annerito dal dolore.
Mia amata, sii nube generosa —
non negare l’acqua al cuore assetato.
Il destino, scorgendo in noi un gioiello,
ha squarciato il nostro petto.
Mia amata, ha lasciato il corpo sanguinante,
privato della conoscenza ardente dell’amore.
Non lasciare che la polvere del dolore
intorbidi la fonte della tua anima.
Mia amata, è per noi che i volti splendono
con orgoglio sulle terre ottomane.
I versi di Bâkî circolano nel mondo
come coppa colma alla festa degli amici.
Mia amata, siamo la coppa e il coppiere
di quest’epoca che gira come un astro.
*
Nâbî
Poeta della fine del Seicento, Nâbî rappresenta una delle voci più originali
della poesia ottomana classica. Nato a Urfa e attivo a Istanbul, fu testimone di
un’epoca di decadenza politica e morale. I suoi versi si distinguono per un tono
ironico e disincantato, che spesso smaschera le vanità del potere e gli inganni
del desiderio. La sua poesia assume talvolta un tono satirico, talvolta
elegiaco, ma sempre guidata da una lucida visione etica. In Nâbî, il ghazal si
fa riflessione sul senso della vita e sulla fragilità delle ambizioni umane.
Nel giardino del tempo e del destino
abbiamo visto insieme
l’autunno e la primavera;
abbiamo attraversato
il tempo della gioia
e quello del dolore.
Non vantar troppo il tuo orgoglio:
nella taverna della buona sorte
abbiamo incrociato mille ubriachi,
inebriati della propria vanità.
Abbiamo ammirato innumerevoli fortezze di pietra,
innalzate nella terra della fama mondana,
eppure nessuna ha retto
al fragore esploso di un cuore spezzato.
Abbiamo visto un diluvio di lacrime
scaturire dal popolo afflitto,
e con un ruggito abbiamo assistito
al diluvio che sommerse dimore e destini.
Abbiamo incrociato innumerevoli cavalieri rapidi,
in questo campo di battaglia,
a cui resta come unico tesoro
la freccia letale del sospiro d’amore.
Abbiamo incontrato molti orgogliosi,
vestiti di alte cariche,
che un giorno attenderanno, a mani giunte,
alla soglia degli altri.
O Nâbî, abbiamo ammirato tanti bevitori,
alla festa della vita,
che han barattato la coppa colma dei loro desideri
per la ciotola di un mendicante.
*Le traduzioni sono di Lorenzo Giacinto
In copertina: il sigillo di Solimano il Magnifico
L'articolo “Nel giardino del tempo e del destino”. Breve viaggio nella poesia
classica ottomana proviene da Pangea.