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“Destare ovunque l’adorazione”. Omaggio a Nikolaj Gumilëv, il poeta dei cieli stellati
In uno dei racconti più luminosi di Vladimir Nabokov, un poeta di nome Vasilij Šiškov scompare all’improvviso, senza lasciare alcuna traccia di sé. Il poeta si è dissolto nella sua stessa opera, sublimandosi in versi – estremo compimento di un destino dalla parabola esemplare. Mi piace pensare che anche Nikolaj Gumilëv abbia vissuto questa aderenza totale dell’uomo al poeta – uomo vitruviano perfettamente inscritto nel cerchio della poesia, con la punta del compasso dritta nello sterno.  Gumilëv non è morto davanti al plotone d’esecuzione, trafitto in mezzo alle costole dal piombo sovietico – questa è un’immagine buona per i biografi e i compilatori di enciclopedie virtuali. Né i suoi carnefici sarebbero stati in grado di bendare quegli occhi che avevano visto divampare roghi di stelle sopra il Sahara. No, un addio diverso spettava a questo poeta viaggiatore, esploratore inesausto di terre arcane. Anche lui, in fin dei conti, ha varcato la soglia che divide l’inchiostro dalla carne. Il suo congedo dalle caselle del calendario altro non è che un segno di alleanza con l’invisibile e misteriosa immortalità dei versi. Nelle poesie di Gumilëv avverti la freschezza sorgiva dell’ispirazione, la contiguità del dettato poetico alle gesta compiute in vita. Ecce homo, senza infingimenti o maschere. Ecce poeta, senza alcun tipo di sovrapposizione innaturale. I due diventano indissolubilmente uno. In questo, Gumilëv è fratello di Keats, Rimbaud, Dickinson, Puškin, Hölderlin. Quanto commovente è, nel più alto senso della parola e senza alcun cedimento alla retorica, questo dare la propria vita in pasto alla poesia? Questa naturale e spontanea attitudine a estinguersi nel verso, come il riflesso della luna che si increspa in fondo a un pozzo, può assumere i contorni di una inestinguibile tenerezza? In Gumilëv c’è qualcosa del folletto di Charleville. Gattona tra gli atlanti prima ancora di poterne pronunciare la meraviglia. Sfiora i mappamondi come fossero dolce promessa di altrove – il bianco avorio fiammeggiante, lo sguardo di brace delle tigri, epiche migrazioni di uccelli verso nord, le favole che fioriscono nelle pieghe del ginocchio di una donna. Che non si pensi a un fatuo esotismo, ma piuttosto alla necessità esistenziale di aprire un varco nella trama feriale dei giorni, di approdare infine all’altro lato delle cose. Il regno dei sensi, del quotidiano giogo trasformato in perenne scoperta, in un mondo di pieni colori che si offre al poeta come se egli fosse un nuovo Adamo. E in questo mondo, che si accende di nuovi legami e di nuovi nomi, ci accorgiamo che si compie di noi la parte più autentica. E a questo mondo occorre infine dare spazio e tempo affinché cresca come edera dentro di noi, e preservarlo dalle grandinate dei ricordi, dal vento della nostalgia, dal fumo acre del rimpianto, dai terremoti e dagli assalti all’arma bianca della vita. Come a dire – insieme a Gumilëv – che esiste da qualche parte, nel rovescio dei giorni, un luogo che sarebbe stato inventato per corrisponderci nel profondo, un luogo di cui avremmo potuto essere re giusti e felici, se solo il pungiglione della vita non ci ricordasse a suon di trafitture che è lampo di effimero splendore tutto l’oro del desiderio. Per Gumilëv, questo luogo è l’Africa. In una delle sue più celebri poesie si legge: > “dal bruciante giovane Sahara > forse tra cento o duecento anni, > branchi selvaggi di lupi di sabbia > si scaglieranno contro il nostro vecchio, verde mondo, > occupando il Mediterraneo, Parigi, Mosca e Atene > e a quel punto noi, come beduini sui cammelli, > torneremo a credere nei fuochi celesti” Il poeta dei grandi spazi, dei cieli stellati e degli oceani schiumanti si mostra docile e disarmato nei confronti dell’amore. Anche nel sentimento amoroso affiora sempre una spinta verso il movimento nel tempo e nella geografia, all’interno e all’esterno di sé. Le donne e tutto ciò che rappresentano entrano a far parte di un altro ordine d’idee, rovescio del visibile e della logica. La destinazione che rincorre la prua è la pura beatitudine: la rotta conduce verso le “isole della gioia” che per approssimazione riusciamo talvolta ad avvistare nelle feritoie del presente o che sogniamo nelle notti di plenilunio o che circumnavighiamo solamente attraverso i versi. La donna che manca come fedele compagna di giorni e notti solitarie è l’ultimo soffio decisivo di maestrale per approdare infine alle rive agognate. Riusciremo mai a isolare, nella vorticosa corrente dei volti, quell’unico e irripetibile ovale del viso a cui dare un nome – monile di felicità, non più promessa ma finalmente benevolo sorriso del destino?  > E griderò: «Dove sei, donna > nata dal fuoco? > I miei occhi sono immutati, > il mio canto è immutato, > «Io resto servo della tua bellezza, > la mia forza è ancora la tua forza, > e la vera felicità, l’ultima > felicità, sei ancora: tu!» Penso che Gumilëv, dopo ogni approdo, sognasse ardentemente di riprendere il mare. Che amasse le isole con l’incostanza fatale di Odisseo. D’altronde, il poeta russo era nato su un’isola trenta miglia a largo di San Pietroburgo. La sua stessa vita veste la leggerezza del viaggiatore – colui che sorride di tutto ed è saggio abbastanza per capire che ogni alba in terra straniera è l’inganno più bello per credersi immortali. > “Ameremo di nuovo il fascino del lontano, > e l’orizzonte indorato della luna, > di nuovo vedremo le sacre palme > e il Ponto che strepita e spuma”  > > trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026 Eppure, tra la folle altalena dei giorni e le distanze marine percorse, un Odisseo segnato dal sole e dalla salsedine si convince che gli dei abitano nella calma. E anche l’eroe greco, dopo aver versato lacrime di dolore, costringe il suo cuore a essere felice. Il ritorno del guerriero è già presagio di morte, di un filisteo rientro nei ranghi. Bello e desiderabile è il tempo della vita in cui  > “abitava nei muscoli un’indicibile forza, > una fiaba nella piegatura del ginocchio,  > ed era bello come una nube > il capo di Micene ricca d’oro”  > > trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026 Che almeno l’arte possa salvarci dagli anni che scolorano verso il tramonto. Spira come leggera brezza nei versi di Gumilëv una dorata aristocrazia dello spirito, e allora volti e vicende si muovono percorrendo un’altra orbita, illuminati dal fulgore del mito. Nikolaj Stepanovič Gumilëv (1886-1921) insieme ad Anna Achmatova e al figlio Lev Nella Grecia Antica, chi era caro agli dei si trasformava in una costellazione o un fiore. Rilke ha scritto di volersi estinguere nell’ombra di una mela in un famoso quadro di Jan van Eyck. Gumilëv sogna di diventare una miniatura persiana. Scopriamone insieme i vividi colori e l’arte sapiente. Sotto un cielo turchese un principe leva il suo sguardo verso delle donne in volo. Uno scià intento a cacciare insegue la sua preda con furente ostinazione. I sentieri sono cosparsi di fiori mai visti prima. Nitido come le nuvole del Tibet, il sigillo di un grande arista conferisce all’opera grande prestigio. Qualcuno con sguardo allenato alla bellezza – un mercante o un cortigiano – s’invaghirà della miniatura, essa diventerà per lui un mondo di radiosa perfezione. L’antico sogno, quello di destare ovunque l’adorazione, sarà finalmente realtà. Avviene il miracolo dell’arte.  Miniatura Persiana Quando avrò infine concluso di giocare a nascondino con la morte tetra, il Creatore mi trasformerà in una miniatura persiana. E il cielo sarà come turchese, e un principe che appena solleva i suoi occhi a mandorla verso il volo di un’altalena di fanciulle. E uno scià col dardo insanguinato, che insegue per un sentiero incerto, su vette color del cinabro, una cerva in fuga. E tuberose mai viste, né in sogno né nella veglia, e viti già reclinate sull’erba in una dolce sera. E sul rovescio, pulito come le nuvole del Tibet, mi sarà caro portare il sigillo di un grande artista. Un vecchio profumato, mercante o cortigiano, guardandomi, mi amerà all’istante di un amore acuto e ostinato. Dei suoi giorni monotoni io sarò la stella polare; il vino, le amanti e gli amici io sostituirò a vicenda. E così avrò appagato  senza estasi e senza sofferenza  il mio antico sogno: destare ovunque l’adorazione. Lorenzo Giacinto Dove non diversamente specificato, la traduzione dei testi è dell’autore dell’articolo. L'articolo “Destare ovunque l’adorazione”. Omaggio a Nikolaj Gumilëv, il poeta dei cieli stellati proviene da Pangea.
May 8, 2026 / Pangea
“La Russia è stata un sogno”. Nina Berberova, l’avventuriera dell’ignoto
L’episodio biblico di Tobia e l’Angelo ha dato vita a un copioso topos pittorico particolarmente diffuso in Italia durante il Rinascimento. La storia è nota: il giovane Tobia, incaricato dal padre di riscuotere del denaro in Media, viene scortato durante il lungo e periglioso viaggio dall’arcangelo Raffaele, il quale lo aiuterà a recuperare i soldi, a prender moglie e a guarire miracolosamente la cecità del padre al rientro a casa. Tra le raffigurazioni artistiche rinascimentali, Tobia e l’Angelo è quella preferita da Nina Berberova. Nell’interpretazione di Tiziano, Tobia serra la mano dell’Angelo e lo segue fiducioso mentre gli mostra rassicurante il cammino. Chi di noi non si sente, nel lungo viaggio della vita, timoroso e smarrito come Tobia? Chi, come lui, non ha bisogno del conforto di una guida, di una mano tesa, di qualcuno che vede già tutto ciò che a noi non è ancora concesso vedere? La marcia serena dei due compagni di viaggio accompagna simbolicamente le peregrinazioni di Nina Berberova. Anche noi, sparuti avventurieri dell’ignoto, affidiamo a loro le nostre vulnerabili preci. Camminare per San Pietroburgo è come elevare una sorta di preghiera. Ricordo di aver visto, là dove la Neva si offre ai venti del Baltico, uno dei tramonti più intensi di sempre: il disco aranciato del sole versava il suo oro sulle acque e sui palazzi della città. E ancora, il rumore della neve fresca sotto gli scarponi, i riflessi dei lampioni sul lungofiume, la casa dove ha vissuto Puškin (eccola in veste neoclassica, stranamente non ha niente di così diverso dalle altre e perché mai dovrebbe, perché arriva sempre prima la letteratura e poi tutto il resto, è sempre stato così). I bagliori delle notti bianche per un attimo facevano pensare alla cupola di Sant’Isacco come a un bastoncino di zucchero filato. In questa città, nella città dipinta evocata creata da Dostoevskij, Gogol’ e Belyj, nasce nel 1901 da padre armeno e madre russa Nina Berberova. Le sue foto da giovane ci consegnano il ritratto di una vestale della semplicità. Nina è bella e austera, nulla fa per sembrare diversa da quella che è: porta i capelli corti, appena un filo di rossetto sulle labbra. Quello superiore disegna un cuore perfetto e lo offre a due fossette che lo uniscono a un naso leggermente aquilino. Lo sguardo non è quasi mai sorridente, a volte velato di tristezza, eppure non privo di una certa scanzonata ironia. Gli occhi, splendidi, rubati agli altopiani armeni.  A soli dieci anni, fulminea lepre del destino, fiuta quella che sarà la sua “professione” da grande: la scrittrice. Sin dall’infanzia, fioriscono nella Berberova sia un senso di avversione verso tutto ciò che potrebbe ingabbiare il libero sviluppo della personalità, sia un’imperiosa e sempre presente esigenza di controllo su ogni sfera della sua vita. Alla luce di questo precoce spirito d’indipendenza, talvolta non pienamente compreso, si spiegano le decisioni nette, le ferree convinzioni, gli eventi di opposta fortuna vissuti con feroce consapevolezza. Scrive con furia romantica versi a non finire per un “traboccamento dell’anima”; ricalca Lermontov ai limiti del plagio. Recita poesie su una nave che solca le acque del Mare del Nord, come un giullare o un cantastorie che incanta alle feste. A una serata di lettura incontra Blok e l’Achmatova, il primo già una leggenda, la seconda un astro nascente. Già in quegli anni, seppur ancora in maniera confusa e istintiva, la Berberova sente di vivere un periodo di forte cesura, avverte che lei stessa e la sua vita ne sono il riflesso perfetto: come la doppia natura del dio Giano, ella è sospesa tra passato e futuro, tra un mondo che ormai svanisce come le nebbie di Pietroburgo e un domani che sopraggiunge a volto coperto dal tumulto della storia… La scomparsa del vecchio mondo, almeno di quello letterario, ha una data precisa: il 7 agosto 1921. Aleksandr Blok, da anni in uno stato di allarmante deperimento fisico e nervoso, muore a soli quarant’ anni. A San Pietroburgo, per i funerali, si raccoglie una folla enorme. Accorrono scrittori, poeti, intellettuali e semplici ammiratori da ogni parte del paese. Durante una serata in un circolo letterario, la Berberova conosce Vladislav Chodasevič. L’incontro è di quelli decisivi: i due decidono di vivere insieme e di lasciare la Russia. Hanno pochi soldi, ancor meno certezze. Lei è attratta dalla sua innata eleganza e dallo spessore poetico; lui, più grande di quindici anni, scopre in Nina una donna intelligente, determinata, pronta a seguirlo e a sostenerlo nelle sue scelte e nei suoi momenti di scoramento. Nel giugno del 1922, Nina e Vladislav partono alla volta dell’Europa. Sorrento, 1925: Nina Berberova con il marito, Vladislav Chodasevič ** Il simbolo di Berlino è un orso e in effetti la città porta con sé una traccia di ferina natura. Negli anni Venti, per varie ragioni, la città tedesca diventa la capitale della comunità di émigrés russi. Qui hanno sede giornali e riviste di lingua russa, associazioni filantropiche, organizzazioni politiche. Nelle strade, il russo è la seconda lingua che si sente parlare. Vladimir Nabokov si aggira tra Charlottenburg e il Tiergarten. Tra non molto, la crisalide si tramuterà in una farfalla pronta a spiccare il volo verso i reami del genio.  L’altra capitale della diaspora russa è Parigi. Città meretrice, si dà a tutti e da tutti esige un tributo di sangue e umori. Città di deambulazioni notturne e di insonnie condivise per affinità di destini, di incontri peregrini a Montparnasse e a Montmartre, di conversazioni fino all’alba che un giorno, trasfigurate nell’arte, diventeranno dei libri per la vita. A Parigi, al termine di peregrinazioni durate quasi tre anni, si stabilisce definitivamente nel 1925 Nina Berberova. Parigi, la capitale delle arti, la città-ombelico nei ruggenti anni Venti. La comunità russa che abita a Parigi, ancora una volta, fa storia a sé. Pur essendo formidabile luogo di estro creativo e fermento artistico, non è per i russi la Parigi della Festa Mobile di Hemingway, degli esuli sudamericani spinti da suggestioni letterarie, dei surrealisti intenti a tappezzarla dei loro sogni e manifesti. Le vicende di Sylvia Beach e Gertrude Stein appaiono sullo sfondo, distanti. Berberova intravede James Joyce in un ristorante di Rue Jacob. È colpita dal fatto che con la moglie e i figli parla in italiano. Avvista anche Henry Miller, dinoccolato, aggirarsi con postura di vorace dinosauro tra i caffè di Parigi con la moglie June. No, non è questa la Parigi degli émigrés. La comunità russa è fatta di individui colpiti da uno stesso destino che si è imposto senza lasciare scelta. Tra di loro c’è “un legame critico, nevrotico, instabile”. Talvolta, i sentieri si incontrano e proseguono uniti per un certo periodo, oppure si separano verso direzioni diverse. All’interno di questo contesto che ha una sua geografia e un suo ritmo prende vita una galleria palpitante di personaggi russi: scrittori giovani e vecchi, premi Nobel e scribacchini, vecchie promesse e meteore letterarie. Entriamo attraverso lo sguardo di Nina negli appartamenti, ne ascoltiamo le conversazioni e i dialoghi, assistiamo ai momenti di ira e a quelli di allegria: avvertiamo tra le pagine quello che si può definire “il colore” di un’epoca o il “rumore del tempo”, parafrasando Mandel’štam.  La Berberova entra nel circolo di Gor’kij, ormai una sorta di mummia letteraria. Con lui e i suoi accoliti trascorre brevi periodi di vacanza sul Baltico e in Italia. Qui, conosce i primi momenti di vaga spensieratezza durante l’esilio. Visita Roma con Pavel Muratov, indimenticato autore di Immagini dell’Italia. Si innamora di Venezia (c’è una Venezia russa – la canta anche Brodskij nel suo Fondamenta degli incurabili), forse perché con San Pietroburgo la città italiana condivide il riverbero dei giorni e delle notti nell’acqua, il colore pastello dei palazzi in centro, la sensazione che la bellezza sia in agguato oltre un canale, là dove esso abbraccia lo scintillante sfolgorio del mare. Conosce anche Bunin, fresco poeta Nobel, che dipinge piuttosto impietosamente come un uomo iracondo afflitto da una forte invidia verso chiunque potesse oscurare la sua fama. Ma qui ci dobbiamo fermare un attimo e parlare di Chodasevič. Alto, esile, l’ovale lungo del viso incorniciato da capelli lunghi, acmeista per classificazione cronologica, simbolista nella sua austera e selettiva solitudine, classico nella versificazione e nella scelta filologica delle parole. Caterina Graziadei, che del poeta russo ha curato una recente antologia, definisce senile l’intonazione del dettato poetico di Chodasevič. Ma la senilità è una condizione tipica di chi sta ancora dentro l’esistenza. Bisogna spingersi oltre: Chodasevič si installa in un punto che è al di fuori della vita, alieno al passato come al futuro. Il presente è un buco nero che attira verso di sé le immagini della realtà: dall’altro lato dell’abisso c’è il nulla vestito di algida ironia. Sono rari i momenti in cui il disincanto del poeta russo viene meno, trafitto da esili raggi di speranza. Né contribuiscono i frequenti episodi di malattia che lo affliggono ormai da decenni. Talvolta, il ricordo di un’infanzia serena o l’immagine di una donna passata entrano dalla finestra della sua esistenza come sentore di acacia, e per qualche sparuto attimo di tempo la sua anima si raccoglie in un fugace sorriso. Inesausto Chirone russo, Chodasevič dedica le sue esigue energie soprattutto agli altri: Nabokov lo elegge come uno dei suoi maestri. Molti dei dialoghi che animano Il dono – dice la Berberova – sono stati pronunciati in una stanza tra Nabokov e Chodasevič, tra giochi a carte, carezze al gatto e tazze di tè fino a notte fonda. Berberova e Chodasevič condividono un decennio tra traslochi, malattie, qualche viaggio: quasi dieci anni vissuti in gravi ristrettezze economiche e materiali. Nel 1931, ormai estenuata dalle frequenti ricadute fisiche e nervose del poeta, Nina Berberova decide di separarsi da Chodasevič, al quale fino ad allora l’aveva unita un legame simile a quello che si instaura tra un’allieva e il suo maestro, o tra due compagni di viaggio. I due continueranno comunque a frequentarsi e a volersi bene, fino alla dipartita di lui, nel 1939. ** Annunciata da inquietanti voli di corvi e anomalie nei raccolti, arriva infine la guerra. La topografia della comunità russa in Europa è sconvolta: è il tempo di un primo e decisivo bilancio. Uno: la letteratura degli emigrés russi ha in gran parte fallito, e ha fallito perché, secondo la Berberova, non è riuscita a creare un suo stile unico e inconfondibile capace di risuonare nitidamente nella musica della storia. Due: per paradossale che possa sembrare, “la letteratura fu l’unica cosa che rimase di quegli anni”, capace di dar voce, più o meno compiutamente, a quel movimento storico e culturale gigantesco che è stato la diaspora russa. Soltanto uno scrittore emigré si distanzia talmente tanto, per talento e per stile, da diventare ben presto un marziano: si tratta di Vladimir Nabokov. La Berberova lo conosce a Parigi, dove si trasferisce negli anni Trenta con la moglie Vera e il figlio. Partecipano a incontri letterari e sedute di lettura. Mangiano insieme quantità industriali di bliny. Una notte, Nabokov confessa a cuor leggero di non aver letto I racconti di Sebastopoli di Tolstoj, provocando le ire funeste di Bunin. Un giorno la Berberova va a casa sua – un piccolo e scomodo appartamento ai limiti del praticabile. Nabokov è influenzato, ma fa comunque gli onori di casa. A un certo punto, egli va dal piccolo Dimitri, gli dà il suo guantone da boxe e lo prega di colpirlo il più forte possibile. Poi, lascia la stanza del bambino soddisfatto, sorridente e forse anche un po’ dolorante. La Berberova legge i primi capitoli di La difesa di Lužin, apparsi nel 1929 su Sovremennye Zapiski.  > “Li rilessi due volte. Avevo davanti a me uno scrittore contemporaneo eccelso, > maturo, complesso; uno scrittore russo straordinario, nato, come la fenice, > dal fuoco e dalle ceneri della rivoluzione e dell’esilio. Da quel momento la > nostra esistenza ebbe un senso. Tutta la mia generazione fu assolta… La mia > generazione vivrà in lui, non scomparirà, non si dissolverà tra i cimiteri di > Billancourt, di Shanghai, di New York e di Praga; noi tutti, fortunati (se ce > ne sono) e sfortunati (un’intera dozzina), pendiamo da lui come una zavorra. > Nabokov è vivo, quindi lo sono anch’io!” ** Alla fine del quinto capitolo, Fiere polene sulla prua delle navi, assistiamo allo svolgersi dolente di una sorta di ballata in prosa su ciò che è rimasto di quella che un tempo era la comunità russa. Cessata la tempesta portata dalla guerra, sono rimaste solo le rovine. Ma come penetra nel libro il soffio violento dei sei anni di guerra? La risposta è in una costola del libro stesso, o meglio in un piccolo satellite che si è staccato dall’opera principale e che non è stato inserito nell’edizione adelphiana di Il corsivo è mio (c’è in quella francese): Il quaderno nero. Si tratta di un vero e proprio diario tenuto dalla scrittrice. Inizia il giorno della firma del patto Molotov-Ribbentrop e dura fino alla fine del conflitto. Alla data del 6 gennaio 1944 si legge: “Oggi c’è stato lo sbarco in Normandia”.  Ma torniamo a Il corsivo è mio. La prima, tragica manifestazione concreta della barbarie è l’arresto dell’ultima moglie ebrea di Chodasevič, Olja. Nina Berberova fa quello che può per sottrarla alla deportazione nei campi nazisti, ma a nulla vale il suo disperato tentativo. Entriamo ad occhi aperti nell’oscurità di una delle più drammatiche pagine della storia: la stella gialla cucita sugli impermeabili, i volti sanguinanti per le percosse, la burocrazia nazista della morte, l’incertezza di un futuro già scritto… La guerra è finita. Resta un persistente senso di convalescenza. Le immagini e i gesti del mondo giungono ovattati, quasi da un’altra dimensione, come se qualcuno avesse tolto il sonoro. La Berberova ha perso quasi tutto e tutti. Mentre passeggia nei giardini del Trocadéro, un lampo balena nella sua mente: ancora una volta, è deciso, lei partirà. Dopo 25 anni passati a Parigi, decide di lasciare la Francia. Non solo le condizioni economiche sono disastrose, ma ormai anche quel manipolo di persone consacrate alla poesia e con le quali si era creato un certo “esprit de corps” è scomparso. Inoltre, il clima culturale degli anni dopo la guerra è particolarmente scoraggiante, votato alla fame spirituale e al filisteismo. Giunta quasi alla conclusione del suo libro, Nina si interroga sulla parabola tragica della sua vita e della sua generazione. “Ora che la tragedia è finita”, dice, “è iniziato l’epos”. E lo humour ha diritto di esistere nell’epos. Nel 1950, a bordo di un transatlantico, Nina Berberova raggiunge New York. Sbarca in una fredda alba di novembre. Il primo dialogo, in un inglese alquanto stentato, è con il medico alla dogana. Viene sottoposta a una radiografia. Le sue costole sono come la gabbia di un pappagallo e al centro lui, il pappagallo-cuore, con l’aorta scura simile alla cresta di un uccello tropicale. Poi, la Berberova si perde tra le altezze vertiginose di New York. È l’inizio di un’altra storia. ** La Berberova è sicura di non fare più ritorno in Russia (la sua lunga vita la smentirà). C’è però un episodio che ha il sentore di un vaticinio. A Parigi, nel 1965, Nina incontra Anna Achmatova a bordo del vagone che la riporterà a Mosca. Le due scambiano qualche parola, gli sguardi si aprono a un timido sorriso. Sono passati quarantatré anni dal loro ultimo incontro. Il treno sbuffa per annunciare la sua partenza imminente e la Berberova scende. Poco dopo, i vagoni cominciano a muoversi e a sfilare lentamente. L’Achmatova, affacciata a un finestrino, agita la mano in segno di saluto prima di scomparire, dopo l’ultima svolta, verso l’orizzonte. La Russia è stata un sogno – dice Remizov, con sguardo malinconico, in un passaggio del libro. La Berberova, quel sogno l’ha realizzato nel 1989, anche se nel libro non c’è traccia del suo viaggio in Russia. Quando abbiamo la fortuna di ricongiungerci con gli angeli della nostra infanzia, è bene che il silenzio sigilli il miracolo dentro la diafana luce del destino. Lorenzo Giacinto L'articolo “La Russia è stata un sogno”. Nina Berberova, l’avventuriera dell’ignoto proviene da Pangea.
April 18, 2026 / Pangea
“Fuggirono i dì miei – come di cervo obliqua corsa”. Osip Mandel’štam traduce Petrarca
Superbe aquile volano nei cieli dell’Armenia, tracciando audaci traiettorie tra l’ocra e l’azzurro. La scrittura armena – quegli svolazzi a prima vista così simili – sembra nascere dalle mani di ardenti anacoreti. Una dolce fierezza disegna i lineamenti degli abitanti; residui di bellezza scitica si annidano negli occhi delle donne. Il ritmo dei giorni permette insperate evasioni nella felicità.  A questo e a tanto altro avrà forse pensato Osip Mandel’štam, che in Armenia trascorre sei mesi indimenticabili nel 1930. La breve ma intensa permanenza in questo piccolo angolo di Caucaso, lo sappiamo, è decisiva: il poeta, di ritorno a Mosca, interrompe un digiuno poetico durato ormai quasi cinque anni. Vedono la luce i primi versi dei Quaderni di Mosca, la cui gestazione tiene impegnato il poeta fino al 1934. La maggior parte delle poesie di questa raccolta esemplare – una delle vette della letteratura novecentesca – sarà pubblicata post mortem. In questa seconda fase della sua vita creativa, il dettato poetico di Mandel’štam si apre a un fervido sperimentalismo: la vena classica che attraversava le opere precedenti si assottiglia, dando spazio a un’inquieta e pulsante mescolanza di temi, forme e registri. Fanno parte dei Quaderni, tra quelle presenti, le poesie ispirate al soggiorno in Armenia, le oscure e meravigliose Ottave e la traduzione di quattro sonetti dal Canzoniere di Petrarca.  Noto è l’amore di Mandel’štam per la letteratura italiana. A Dante è dedicato uno dei suoi libri più importanti – quasi un manifesto di poetica. Le sue poesie sono ricche di riferimenti ai grandi poeti della tradizione letteraria italiana: oltre a Dante e Petrarca, figurano anche Ariosto e Tasso. Verso il sommo poeta fiorentino lo spingono il vasto respiro creativo, l’eco di una solida tradizione culturale, e forse un’identificazione personale con la sua storia di esule. Ma soprattutto, diremmo, lo avvicina a Dante l’ammirazione per la sua lingua “anfibia”, pietrosa, che del mondo minerale conserva ad un tempo l’asprezza e la misteriosa geometria compositiva. Perché il poeta russo decide di tradurre dal Canzoniere di Petrarca? Mi muovo, e chiedo venia per questo, in un ambito di ipotesi e congetture balenate durante la lettura come una scia di piccoli meteoriti nell’orizzonte notturno. In un luogo e in un tempo dove il libero fiorire di una personalità creativa è osteggiato in maniera sistematica e brutale, che senso ha tradurre i versi di uno dei fondatori della lirica moderna, che fa del proprio “Io” la fonte del suo dettato poetico? Rispondo, proprio per questo. Accostarsi a un poeta vissuto più di settecento anni prima, perlopiù un poeta ripiegato nella sua interiorità, è un gesto ancor più potente in un’epoca sanguinosa di “poeticidi”. Legami invisibili vengono svelati, corrispondenze interiori si accendono tra due poeti così distanti nel tempo e nello spazio: l’uno che scruta l’orizzonte stellato dell’altro. Ingenuo idealismo, forse, o la testimonianza vibrante che i versi trionfano sulla storia, che alla fine lo sguardo delle volpi poetiche incendia le fortezze e le torri del potere. Tradurre Petrarca, per Mandel’štam, significa anche agire all’interno di un cantiere dove la lingua è incessantemente sottoposta ad un processo di trasformazione: le immagini sfumate e morbide del poeta toscano incorporano, nella traduzione in russo, l’asprezza e il pathos privato del dettato poetico e della biografia di Mandel’štam. Non siamo di fronte a un mero traghettamento da una lingua all’altra, ma di una vera e propria riscrittura rispetto a un testo poetico di partenza. Ecco che l’aria “calda et serena” di sospiri diventa “valle di giuramenti piena e di sussurri roventi” e i “dolci sentieri” si trasformano in “terra crepata su ardui pendii”. Piuttosto che la levigata superficie delle foglie, si canta la granitica struttura e la millenaria stratificazione delle rocce (non a caso si intitola Pietra la prima raccolta di versi del 1913). Le traduzioni di Mandel’štam orientano i versi nella direzione del dettato poetico più aspro e inquieto del Dante delle Rime: l’esito è l’evocazione di una natura che, restando aliena ai piagnistei di una solitudine compiaciuta, diventa vera e propria “alcova” poetica dove la poesia, per usare una stupenda immagine di Mandel’štam, ha trascorso la notte lasciando il letto con le lenzuola sgualcite. Il bestiario creato dai versi del poeta russo compartecipa a questa atmosfera poetica: non c’è spazio per gli uccelli di bosco, ma per “fiere dai sensi acuti e pesci muti”, e i falchi depositano le aeree spoglie sulla terra dopo la muta stagionale. Anche quando la natura smorza il suo impeto e pare che il mondo torni docile e sereno – “nell’animo delle fiere quiete di cigno scende” –, nel petto del poeta s’accendono la ben nota angoscia e gli annosi patimenti – “lacci e reti”. Un senso di attesa frustrata e di acuta nostalgia si dispiegano nell’anima, e su tutto un velo di vanitas vanitatum: come la corsa obliqua di un cervo fuggono i giorni, e “l’incanto del mondo non dura più di un battito di ciglia”. Non è casuale la scelta dei quattro sonetti petrarcheschi. In ciascuno di essi c’è infatti una sorta di amara distillata saggezza che, simile a un fiume carsico, pare congiungersi con l’attualità del poeta. Forse, solo attraversando il paesaggio che si apre attorno a noi nasce talvolta il sospetto di una muta complicità. Bandita dai versi è ogni traccia umana, se non quella impressa a fuoco dall’ardente punzone dell’io (e quanto è affascinante in russo la prima persona singolare del pronome – я – sembra chiudere come in un cerchio perfetto la sonorità agrodolce della lingua e attrarre verso di sé le carezze e gli strali della nostra vicenda privata). La stessa Laura, prima vagheggiata, poi evocata dal regno delle ombre, è segno di un errare infinito del cuore che s’inoltra ora gagliardo e ora sconfitto nella notte grama… L’alba di un nuovo giorno forse rivelerà il poeta alla ricerca di “convergenze ben note, dolci plessi”. Eppure non tutto sembra votato allo scacco. Il tempo che ci fa entrare nella storia – talvolta dalla parte del suo mortifero rovescio – può avere in serbo degli antidoti contro la velenosa serpe del potere. Osip Mandel’štam scompare in un bianco bagliore nel 1938, ma nei versi: > “mille volte al dì, con mia stessa meraviglia, > devo in verità morire, per risorger poi > altrettanto straordinariamente”. * Or che ’l ciel e la terra e ’l vento tace Or che la terra dorme e si spegne la calura, e nell’animo delle fiere quiete di cigno scende, va la notte in giro col filato ardente e lo zefiro culla la possanza dell’acqua marina, – io sento, ardo, bramo e piango – ma lei, lei sempre, in una irrefrenabile vicinanza, non mi ode – tutta la notte veglia, e felicità lontana dall’intera sua figura spira. Una sola la sorgente, contraddittoria l’acqua – mezza dura, mezza dolce, – può mai la stessa amata aver due facce… Mille volte al dí, con mia stessa meraviglia, devo in verità morire, per risorger poi altrettanto straordinariamente. Dicembre 1933 – gennaio 1934 Traduzione di Pina Napolitano e Raissa Raskina, da O. Mandel’štam, Quaderni di Mosca, Einaudi, 2021. Lorenzo Giacinto L'articolo “Fuggirono i dì miei – come di cervo obliqua corsa”. Osip Mandel’štam traduce Petrarca proviene da Pangea.
April 1, 2026 / Pangea
“Scoiattolo poetico, occhio equino e orsi azzurri”. Omaggio a Majakovskij, Pasternak e Chlebnikov
Leggo che l’argento, fra tutti i metalli noti in natura, è il miglior conduttore di elettricità e calore. È forse per questo che nei versi dei poeti russi dell’epoca d’Argento nascono vasti incendi e tempeste elettromagnetiche. Secondo il celebre linguista e amico dei poeti Roman Jakobson, la poesia è la più alta forma di espressione della Russia. Mai nessun tempo e nessun luogo vide fiorire, nello stesso momento e così numerosa, una schiera di poeti per i quali la poesia è, prima di tutto, un sole che esplode nello sterno.  Ammiriamo la poesia russa come fosse pietrisco di stella, con l’entusiasmo infantile verso i disegni del futuro: sondiamo le ascese e gli schianti del cuore, stupefatti passanti nel campo del meraviglioso. Quanto sarebbe bello guardare a fondo negli occhi di Chlebnikov e capire da quali anfratti di ciglia provengono a folate gli orsi azzurri. Indovinare l’elegante incedere di un cigno dal piumaggio nero, nero come la nobile malinconia di Anna Achmatova. Ricordare la postura taurina di Majakovskij, simile a quella di un boxeur in borghese – con un piccolo lampo d’immaginazione trasformarlo in uno scoiattolo poetico che ruzzola esuberante in un bosco. Le biografie di questi poeti sono come traccianti nel cielo scuro. Majakovskij, ossia l’esempio di una vita vissuta sempre “a piena voce”, fra entusiasmi folgoranti, esplosivi innamoramenti e l’oscillare rapsodico tra l’esaltazione e il disincanto – quei versi lanciati a folle velocità verso il futuro e uno sparo improvviso nel silenzio. Chlebnikov, imperdonabile vagabondo, colto e selvatico, insieme amichevole e refrattario all’umano e ai ceppi dei legami, perturbatore di incancrenite abitudini – fino all’ultimo respiro della sua breve e convulsa vita compone poesie. Poeti che danno la propria vita ai versi. Letteralmente, fisicamente. Seguite con lo sguardo la scia di fosforo che passa dalla mano del poeta alla carta su cui scrive. Pasternak, anima fraterna di un grande frequentatore di vette – Rilke –, così presente in ogni fibra del reale, così miracolosamente disciolto in ogni manifestazione della vita senziente – avvertite il battito della sua giugulare pulsare nel regno degli uomini, in quello animale vegetale e minerale.  * Vladimir Majakovskij (1893-1930) da ragazzo, agli arresti, nel 1908 Majakovskij- per gli amici Volodja – prende il tempo e lo spariglia. Soffia sul castello di carta dei giorni feriali e non è soffio, ma vento di uragano. Individua un nemico, mira al bersaglio con furiosa ostinazione. Al centro del mirino c’è già la carcassa del presente. Si aggira nei corridoi, nelle strade e nei versi invocando una rivoluzione dei costumi e dello spirito. Dice: “mandate al diavolo una letteratura che viene servita come un dessert”. La poesia è una questione di vita o di morte. Vi sfido a leggere i suoi versi senza provare, almeno una volta, la sensazione di camminare sui tizzoni ardenti. È uno sfolgorio verbale, un tiro continuo di shrapnel, lancio di granate nel dettato poetico e nel tessuto dei giorni. Volodja, con quale sfrontatezza prendi il verso russo e lo trafiggi con spilli di futuro. Non impunemente un regime ti permette di combatterlo con l’unica arma in grado di annientarlo: un’irresistibile vocazione al domani. Il futuro è un investimento sotto forma di amore – un amore vasto, possente, circolare – che a volte prende le sembianze dell’ovale di una donna. Chiamala come vuoi, Lilička o Tat’jana… La lingua russa sa regalare memorabili momenti di aspra dolcezza. Volodja, avessi appreso meglio l’arte della pazienza. A volte, sai, bisogna solo aspettare. Prima o poi il nodo si scioglie, il fiume trova la sua via… > “Scorderò anno, giorno, data. Solo > staro rinchiuso con un foglio di carta. > Produciti, magia per nulla umana > dei vocaboli che il dolore rischiara!” * Ho sempre pensato che la fisionomia di Pasternak ricordasse quella di un agente del KGB in un film americano. Il mento prominente, il volto taurino leggermente spigoloso – uno sguardo che ricorda quello inquieto di una bestia. Forse è per questo che Achmatova, nella stupenda poesia dedicata a Pasternak, dice “equino” l’occhio del poeta. L’occhio di una bestia non conosce mai la stanchezza delle cose viste ogni giorno al levar del sole. Trova la sua strada il verso di Pasternak, come la porzione di luce che a poco a poco fruga nell’oscurità, illumina e porta alla vita. Nominare significa creare, immettere le cose nel flusso del tempo, catturare il fremito del preverbale, della parola che per prima s’affaccia tremante sul palcoscenico del mondo. Pasternak “ha avuto in premio un’eterna fanciullezza e la perspicacia magnanima degli astri”. Immortale è colui che saluta come un miracolo l’arrivo di ogni giorno. Eccolo, il poeta: impertinente funambolo del tempo, adorabile canzonatore dello spazio. Ovunque e dovunque, egli sovverte i nessi di causa-effetto, i rapporti spazio-temporali.  Boris Pasternak (1890-1960) Sui volti adombrati degli uomini s’addensano nubi che erano lontane, sulla fronte dei bambini rosseggia il fuoco di un falò, furtivi sguardi di volpe interrogano le distanze. Il pioppo diventa re, regina l’usignolo. Il parquet è illuminato dalla luce della luna. Entra dalle finestre spalancate sentore di acacia. Da qualche parte nel buio, presagio di un altrove, giunge lo sferragliare di un treno.  > “E la notte vince, i pezzi si scansano, > io riconosco la bianca mattina del volto” * Velimir Chlebnikov è arrivato per caso sulla Terra. Il suo incedere per il mondo ricorda l’arco di un delfino che emerge dall’acqua. Chlebnikov ha imparato tutto e quel tutto lo riconsegna ai versi, nobile falco di benevolenza. Ci manda cartoline dall’altro lato della riva, dall’altro capo del ponte. È un cavaliere azzurro come quello di Kandinsky. Al suo passaggio, nascono margherite ai lati del sentiero. Le lacrime sono come orsi azzurri: degli orsi condividono quel non so che di feroce dolcezza. Viaggia, Chlebnikov, portando con sé il suo segreto. Ha qualcosa di Rimbaud – la sfrontatezza degli inizi, la fiaccola delle parole estreme che incendia il mondo. Provate a prenderlo, Chlebnikov. Fugge, imprendibile saetta poetica, tra i richiami che si scambiano gufi e civette dalla folta oscurità di foreste lontane. È simile agli “dei quando amano, serrando in giusti limiti il palpito del cosmo”. Donne come donnole, i seni tra l’erba, respiri di torrida arsura e trecce che diventano alberi: tutto può avvenire nei versi di Chlebnikov. Succede anche che il passaggio di una bicicletta disponga a caso arabeschi di polvere su un tavolo e un bimbo vi indovini col dito i contorni di una città fantastica.  Velimir Chlebnikov (1885-1922) Il “filo azzurro delle notti” si tende verso l’infinito. È Chlebnikov. I suoi versi vi rovesciano in faccia schegge di futuro. Dietro un cespuglio galoppa un cavallo bianco. “A primavera – proferì la sorte – vi brucherà come fiori un corsiero sellato”. * Majakosvskij, Pasternak, Chlebnikov. Scie luminose come bava di lumache nel cielo nero. Lorenzo Giacinto *In copertina: Aleksandr Rodčenko, cover da un libro di Majakovskij, 1923 L'articolo “Scoiattolo poetico, occhio equino e orsi azzurri”. Omaggio a Majakovskij, Pasternak e Chlebnikov proviene da Pangea.
March 20, 2026 / Pangea
“Eppure, o mia Musa, sono felice”. Appunti sulla poesia di Vladimir Nabokov
Breve preambolo non richiesto sulla contiguità tra veglia e sogno. Ho appena sognato di leggere un libro di Nabokov. Uno splendido inedito dalla copertina blu intenso incline al violetto. Sensazione di assoluta beatitudine. Al risveglio, un amaro rimasticare la cenere della trama feriale dei giorni. Leggere Nabokov è fatale. Avvinti dalla sua voce, tutto ciò che leggiamo in seguito si rivela un’insipida, geriatrica minestrina al dado. * Vyra, località a pochi chilometri di distanza da San Pietroburgo.  È il luglio del 1914 e le notizie dal fronte europeo giungono sempre più minacciose. Alla fine di quel mese, la Russia dichiara guerra alla Germania. Poco o nulla interessa al quindicenne dinoccolato Nabokov, aristocraticamente immerso in un’ovattata adolescenza di uterina e raffinata ispirazione.  La famiglia Nabokov trascorre la breve estate pietroburghese nella residenza di campagna: una villa principesca, amministrata da operose governanti e maggiordomi imbellettati. Nel parco privato che si estende a dismisura, il vento del Baltico sibila tra gli abeti e le betulle. Al centro del bosco, non lontano da un placido fiume attraversato da un ponte, si trova un padiglione piuttosto antico. Qui, nel silenzio più totale, immerso in uno stato di totale ascolto verso ciò che lo circonda, il giovane Nabokov scrive la sua prima poesia. L’occasione ci viene raccontata dallo scrittore stesso in uno dei capitoli della sua splendida “autobiografia rivisitata” Parla, ricordo. Si abbatte sul parco un breve temporale estivo, violento quanto basta per ridestare una natura assopita nel mite tepore russo di luglio. Imperiose raffiche di vento scuotono gli alberi, sentieri d’acqua infradiciano la terra, le finestre del padiglione scricchiolano per la furia degli elementi. Poi, d’un tratto, la pioggia cessa; il sole penetra tra le nubi che si allontanano. Lo sguardo del giovane è catturato da una foglia inclinata sotto il peso di una goccia d’acqua. Questione di pochi, folgoranti secondi: la goccia, simile a una perla liquida, scivola lungo l’umido corpo vegetale, danza pericolosamente sull’orlo e infine cade, liberando la foglia dal peso che le era stato inflitto. In quegli attimi, occhio, cuore e foglia sono stati legati da un unico e indivisibile fremito: la mano può iniziare a disegnare sul foglio gli svolazzi del corsivo cirillico. > “Foglia, inclinata, spoglia, sollevata – l’istante che ci volle perché questo > accadesse non mi parve tanto una frazione di tempo quanto una fessura nel > medesimo, una pulsazione omessa, subito compensata da un picchiettio di rime”. * Prima di essere romanziere, Nabokov è poeta. Per tutta la vita scrive versi, soprattutto prima di partire per gli Stati Uniti. Nel corso degli anni, le sue poesie escono sotto pseudonimo o a suo nome nei giornali dell’emigrazione russa, poi in quegli americani. Di tanto in tanto, esce una raccolta di poche e selezionate poesie. In Italia, le pubblica nel lontano 1962 il Saggiatore, con la traduzione di Alberto Pescetto ed Enzo Sicilano. Il volume è praticamente introvabile. Appello alla casa editrice Adelphi, che da anni meritoriamente ne pubblica le opere: restituiteci finalmente il Nabokov poeta. * Le poesie, la maggior parte scritte in russo, sono forse parte di un’autobiografia non ufficiale in versi. Mai come nel dettato poetico s’infiamma il ricordo della Russia, dominato dalla consapevolezza di essere stato sottratto brutalmente a una giovinezza edenica. Le prime poesie si muovono in un’atmosfera impregnata di malinconia, la stessa dove prende vita Mašen’ka, incantevole primizia narrativa di Nabokov. (Ah, qualcuno dovrebbe descrivere la purezza estatica e impubere delle opere prime, al di qua di ogni divenire – come Novembre di Flaubert o i love poems di Joyce).  Nabokov raggiunge gli Stati Uniti nel 1940. Fino a quel momento aveva scritto centinaia e centinaia di poesie in lingua russa. Nei quasi quattro decenni che seguiranno, e che coincidono con la scrittura in inglese di tutte le sue opere, Nabokov compone a malapena una ventina di poesie.No, non si tratta di una coincidenza, né di una rinuncia a una forma espressiva che aveva sempre coltivato. Lo scrittore stesso, in una celebre intervista, aveva detto che per lui l’inglese era una scelta di testa, mentre il russo una scelta di cuore. Diventa chiaro che giovinezza, poesia, esilio e Russia sono le facce lucenti e trasparenti di un unico cristallo. Brodskij ha scritto che la natura di Nabokov era quella di un poeta. E poeta è soprattutto Fëdor, il giovane protagonista de Il dono, ultimo magnifico romanzo scritto in russo. Versi e prosa si alternano in Fuoco Fatuo. E non dimentichiamo la somma ammirazione per Pushkin, di cui Nabokov traduce l’Eugene Onegin. * Che cos’è la poesia, per Nabokov?  Non uno scorrere insieme al tempo, ma trovare una fessura nell’ordito dei giorni, e qui rincantucciarsi e trovare la propria voce e il proprio canto, sentirsi compresi infine nell’ orizzonte sempre sognato, come nell’abbraccio di una donna, nelle possibilità offerte dal futuro, nei versi da scrivere a bordo di un transatlantico che conduce altrove, lontano da un continente sconvolto da guerra e distruzione.  > “Il genere di versi che scrivevo in quei giorni era poco più di un segnale da > me emesso per significare che ero vivo, che passavo, o che ero passato, o che > speravo di passare attraverso certe emozioni intense”. Chi ha sentito dischiudersi in sé le porte della poesia, sempre avrà natura di poeta, oltre il tumulto della storia e dei gesti del vivere quotidiano. Il poeta, nemico di Crono, elegge quella fessura dentro la carne viva del tempo a sua fortezza eterna, suo baluardo ed argine, faro luminoso nei marosi in notti buie e tempestose. Quegli istanti miracolosi rubati al fluire rapinoso dei giorni – quegli attimi da cui ogni traccia di inquietudine, violenza e stupidità è stata bandita, risplendono come diamanti puri: nel silenzio di quella fenditura il poeta finalmente coincide con il proprio autentico destino. > “In realtà credo che un giorno qualcuno rovescerà il giudizio e proclamerà che > lungi dall’essere stato un frivolo uccello di fuoco, ero un rigido moralista > che prendeva a calci il peccato, dava schiaffi alla stupidità, metteva in > ridicolo ciò che è volgare e crudele – e attribuiva poteri sovrani alla > tenerezza, al talento e alla fierezza”. Lorenzo Giacinto *** Ancora taccio Ancora taccio e mi fortifico nel silenzio. I profili distanti delle opere future ancora si celano nella bruma della mia anima, come vette montane nella nebbia che precede l’alba. Ti saluto, mio giorno inevitabile. Sempre più ampia la distanza, più chiara, più varia, e sul primo gradino squillante salgo, colmo di beatitudine e di timore. Crimea, 1919 * Amo la montagna Amo la montagna, avvolta nella nera pelliccia degli abeti, perché nell’ombra straniera delle alture mi sento più vicino alla mia casa. Come non riconoscere quegli aghi fitti, come non perdere il senno per una sola bacca di palude che si fa azzurra lungo il cammino? Più s’inerpicano, oscuri e umidi, i sentieri fra le balze, più limpidi riaffiorano i segni cari dall’infanzia della mia pianura del nord. Non così, forse, sui declivi del paradiso saliremo nell’ora estrema, incontrando, uno ad uno, tutto ciò che abbiamo amato, tutto ciò che nella vita ci innalzava? Feldberg, 1925 * La Madre Si fa notte. Egli è stato giustiziato. Dal Golgota, la folla scende serpeggiando lenta tra gli ulivi e le madri guardano Giovanni portar via nella nebbia Maria, canuta, atterrita. La metterà a letto e anche lui si sdraierà, e fino al mattino, nel sonno, tenderà l’orecchio ai suoi singhiozzi e al suo tormento. E se le fosse rimasto Cristo accanto, a far il falegname e a cantare? E se la nostra redenzione non valesse le sue lacrime? Risorgerà il Figlio di Dio, circonfuso di splendore; al sepolcro, il terzo giorno, una visione accoglierà le donne che invano hanno comprato la mirra; Tommaso palperà la carne luminosa, al vento dei prodigi la terra impazzirà, e molti saranno crocifissi. Maria, che t’importa dei deliri dei pescatori! Inafferrabili, sopra il tuo dolore, i giorni scorrono, e né al terzo né al centesimo, mai si leverà al tuo richiamo il tuo bruno primogenito, che modellava passeri di fango sotto il sole cocente, a Nazareth. Berlino, 1925 * Come pallida aurora Come pallida aurora, il mio verso è sommesso, breve è la sua sonora esistenza, e difficilmente uno scrupoloso postero ricorderà il mio soprannome d’uccello. * Che fare, musa, vita mia. Vivremo modestamente in una nota a piè di pagina… Non mi è dato risuonare, non mi è dato dire agli uomini che occorre custodire l’ombra di Dio. Che l’ombra increspata di Dio, attraverso le nostre cortine variopinte, è visibile; che il giorno e la notte sono due coppe preziose d’acqua viva e di vino stellato. Non mi è dato risuonare, non mi è dato dire — e presto la mia pallida aurora sarà dimenticata, e per prima dimenticherà colei alla quale ho donato gli ultimi raggi. E tuttavia, o mia musa, sono felice… Tu sei tenerezza, sei silenzio; con te non si può essere tristi; tu, nel canto dei giorni, il tumulto mondano, come una sillaba di troppo, non puoi ammetterlo. 1923 *Sotto il nome di Sirin, Nabokov scrisse nove romanzi tra il 1920 e il 1940. Nella cultura russa, il Sirin è una creatura leggendaria con il corpo di uccello (solitamente un gufo o un’aquila) e il busto e volto di una donna bellissima. * I poeti Dalla stanza al vestibolo la candela passa e si spegne. L’impronta continua a fluttuare negli occhi finché la notte senza stelle non ritrova i propri contorni nei rami blu scuro. È tempo, ce ne andiamo – ancora giovani, con l’elenco dei sogni non ancora sognati, con l’ultimo, appena visibile bagliore della Russia nelle rime fosforiche dei nostri ultimi versi. Eppure, chissà, l’ispirazione l’abbiamo conosciuta, sembrava dovessimo vivere e i libri dovessero crescere, ma muse senza patria ci hanno sfiniti, e ora è tempo per noi di andare. E non perché temiamo di offendere con la nostra libertà le persone dabbene. È semplicemente ora, e forse è meglio non vedere tutto ciò che è celato agli altri occhi: non vedere tutta la pena e l’incanto del mondo, una finestra che in lontananza cattura un raggio; docili sonnambuli in uniformi militari, l’alto cielo, le nuvole attente; la bellezza, il rimprovero; i bambini che giocano a nascondino attorno e dentro il gabinetto che ruota nei bagliori estivi; la bellezza e il rimprovero del crepuscolo; tutto ciò che opprime, si avvolge, ferisce; il singulto di una pubblicità sull’altra riva, i suoi smeraldi fluidi nella nebbia, tutto ciò che ormai non so più dire. Ora varchiamo la soglia del mondo verso quella regione… chiamala come vuoi: deserto, morte, distacco dalla parola, o forse più semplicemente: silenzio dell’amore. Silenzio di una lontana strada di carri, dove la carreggiata si perde in un’onda di fiori, silenzio della patria – amore senza speranza –  silenzio del lampo lontano, silenzio del seme. Parigi, 1939 * Non importa Non importa quanto scintilli lo sfarzo sovietico sul quadro che raffigura una battaglia; non importa quanto l’anima si dissolva in pietà, non mi piegherò, non cesserò di detestare la fetida crudeltà e la noia della silenziosa servitù. No, no, grido, lo spirito è ancora vivo, ancora affamato d’esilio, escludetemi, sono ancora un poeta! Massachusetts, 1944 Traduzione di Lorenzo Giacinto *In copertina: Vladimir Nabokov fotografato da Philippe Halsman nel 1968 L'articolo “Eppure, o mia Musa, sono felice”. Appunti sulla poesia di Vladimir Nabokov proviene da Pangea.
March 2, 2026 / Pangea
“Le forze dell’immaginazione sono le forze del bene”. Breve omaggio a Paul Celan
La prima sensazione che mi lascia Salisburgo è che sia un luogo kafkiano. L’aggettivo non è usato a sproposito, dal momento che l’elegante cittadina è dominata da una fortezza che sovrasta i tetti e i campanili. Un’immagine di severa austerità si fonde con un senso di oppressione morale. Né il favoloso paesaggio alpino riesce, con le sue linee di fuga e le ampie vallate, a stemperare un vagamente ossessivo martellar di pensieri.  All’inizio della sua Autobiografia, Thomas Bernard riporta che Salisburgo detiene in Austria il numero più alto di suicidi. In questa città è nato Georg Trakl, sulla cui tomba Paul Celan amorevolmente poserà un mazzo di fiori. Da tempo ho smesso di credere nelle coincidenze, soprattutto in letteratura. Forse, è per questa strana associazione di vite e di poeti che, camminando per le vie di Salisburgo, mi viene in mente Paul Celan.  All’inizio, quando ancora il pallore della carta mi fissava implacabile, immaginavo di scrivere qualcosa sul dettato poetico di Celan. Ho letto e riletto le sue poesie, sottolineato i passi più intensi di quel capolavoro che è Microliti. Nulla da fare, mi rendevo conto che ogni appunto, nota e osservazione si arrestavano sempre così al di qua delle cose. Tutto quello che scrivevo mi sembrava superfluo, così esile e disarmato di fronte alla tangibile ed impronunciabile evidenza della tragedia.  Cosa dire che non fosse già stato detto e ripetuto? Come riuscire a scrivere qualcosa che non suonasse retorico, falsamente accorato, inerme di fronte all’impenetrabile dolore di una vicenda storica e ancor prima umana? Con quale diritto possiamo pensare di entrare nella vita di Celan, esplorarne il mortale silenzio, misurare infine la traiettoria dell’ultimo salto, oltre il parapetto, verso le gelide e torbide acque della Senna? A quel punto, ho deciso di cambiare radicalmente rotta. Ho abbandonato definitivamente l’idea di scrivere qualcosa di minimamente sensato sulle sue poesie. Allora, senza tema di essere presuntuoso, ho immaginato che la sofferenza si potesse trasformare, come nelle incisioni di Escher, in qualcos’altro, per esempio in una serie di piccole rondini o di pesci dalle forme bizzarre. Mi sono umilmente avvalso delle forze dell’immaginazione che – come ha scritto il mio amato Nabokov – alla lunga sono le forze del bene. Ho pensato a Celan e alle persone che ne hanno costellato l’esistenza. Ho immaginato che avesse infine trovato conforto e riparo dentro il sorriso della vita che tutto accetta e rasserena in una calda e commossa intimità. Che l’incontro con Heidegger gli avesse suscitato quel lampo di complicità che proviamo quando capiamo di essere stati compresi nel profondo. Che il rapporto intessuto nel tempo con René Char, fatto di lettere simili a preghiere e incontri sempre rimandati, gli avesse infine fatto comprendere pienamente il valore dell’umana amicizia. Che i caldi abbracci delle donne, di Ruth, Rosa, Ingeborg e Gisele, lo avessero infine indotto a credere nelle linee della mano, negli oroscopi e nei fondi di caffè. Che, infine, nella lingua tedesca non avesse trovato solo l’eco dei carnefici ma anche la promessa di un riscatto, l’ipotesi realistica di una patria. Ho immaginato tutto questo, e chiedo scusa se qualcuno inarcherà seccato le sopracciglia.  D’altronde, con Celan accade come con gli esploratori di terre lontane: la sua poesia è uno stendardo mosso dal vento feroce di lande antartiche, l’orma di un astronauta su un pianeta remoto. Come a dire: con Celan tutto è finito, almeno tutto quello che ci sembrava di conoscere. Tutto è da rifare.Ecco perché ogni suo verso, ogni singola parola, reca in sé l’assordante vastità del silenzio, vestita di azzurro infinito.  Leggi la poesia di Celan: all’erta, cerchi l’attimo che incrina il filo invisibile teso tra le tempie. Oltre il nodo del filo spinato, forse si trova l’orizzonte della speranza. Lorenzo Giacinto L'articolo “Le forze dell’immaginazione sono le forze del bene”. Breve omaggio a Paul Celan proviene da Pangea.
January 28, 2026 / Pangea
“Io possiedo il mondo”. Intorno alla poesia di Sidney Keyes
In una delle pochissime foto che lo ritraggono, Sidney Keyes sembra una combinazione tra un boxeur e un attore hollywoodiano alle prime armi – una faccia da yankee, una di quelle che avrebbero popolato Coney Island in un pomeriggio festivo degli anni Trenta. Il labbro inferiore, prominente, denota una rapinosa fame di vita; la camicia, leggermente aperta sulla peluria del petto, gli restituisce l’arrogante sfrontatezza della sua età.  Sidney Keyes, inglese, nasce nel 1922 in una cittadina del Kent. La scomparsa precoce della madre e l’assenza della figura paterna sviluppano nel ragazzo uno spiccato senso di solitudine e isolamento. La campagna del Kent e il suo immaginario folklorico – fate, ninfe, alberi possenti e corsi d’acqua mormoranti – sollecitano in Keyes una sensibilità romantica verso la natura, dove sempre si aggira lo spettro della morte. Costretto da una salute cagionevole a un domicilio coatto nella vasta casa di campagna, Keyes scopre le vaste contrade della sua immaginazione, nutrita al tempo stesso di rustica ingenuità e antica saggezza. Coltiva dentro di sé un’ardente mitologia personale fatta di animali, nebbiose brughiere e cavalieri di nobile stirpe.  Il battesimo poetico, straordinariamente precoce, avviene a sedici anni con Elegy, scritta in occasione della morte del nonno paterno, uomo di grande carisma che si era occupato dell’educazione del nipote. Quando Keyes entra come studente di storia a Oxford, ha già scritto almeno ottanta poesie e alcuni componimenti teatrali. Si lega d’amicizia con Heath-Stubbs e Drummond Allison, rileva dalla meteora poetica Keith Douglas la direzione della rivista universitaria “Cherweell” e cura l’antologia di versi Eight Oxford Poets. Nell’introduzione all’opera, Keyes esprime scarso entusiasmo nei confronti dei contemporanei e della scuola audeniana. I suoi modelli sono altrove: su tutti, svetta come un faro Rilke, poi Wordsworth e Goethe. Del grande poeta praghese propone una suggestiva traduzione di Der Dichter. Un vago e ancestrale senso di colpa, unito ad un interesse quasi morboso per il tema del dolore e della morte, sembrano indicare a Keyes la direzione del suo dettato poetico. Lo attraggono le inquiete parabole dei visionari: coloro che hanno avvertito, nello spirito ancor prima che nell’espressione artistica, la tensione verso un altrove misterioso e potente. * L’amore e la guerra irrompono insieme nella vita appartata di Keyes. Il giovane è cresciuto, ama frequentare pub e cinematografi. I lineamenti sono più spigolosi, i capelli si sono scuriti, le dimensioni del naso hanno tolto grazia all’ovale del viso. Resta il colore nocciola degli occhi, sempre alla ricerca di misteriose lontananze. Nel 1942 Keyes inizia l’addestramento militare nell’Irlanda del Nord. In quello stesso periodo esce la sua prima raccolta poetica, The Iron Laurel. In guerra, le testimonianze lo descrivono come avverso alle gerarchie e intollerante alla disciplina. Le sue mani non sono fatte per impugnare un fucile. Keyes continua a scrivere lettere, pagine di diario, poesie. A questi mesi risalgono alcune delle opere più significative.  Nel 1943 la sua compagnia si sposta in Algeria. Quando viene ucciso in azione vicino a Sidi Abdullah, il 20 aprile, non ha ancora compiuto ventun anni. Il luogo della sua sepoltura è incerto.In fin dei conti, ha davvero bisogno di una tomba la salma di un poeta? La poesia trafigge le spoglie mortali – ne escono versi che piovono dal cielo come piccole scie di meteoriti. * In guerra, come in amore, ogni secondo vale come l’ultimo. Ci si aggrappa a ogni attimo come se si sostasse sulla vetta di una montagna. In guerra, come in amore, si resta soli, restando a contemplare il cielo notturno delle proprie emozioni. Di tanto in tanto, lo attraversa un bagliore che rischiara per qualche secondo le chiome degli alberi e le linee dei campi – il bengala che si leva in cielo altro non è che la poesia. All’erta, il poeta è abituato a dimorare nella guerra, addestrato al corpo a corpo con le parole, la grammatica, la genesi del senso. La guerra pone il poeta nella condizione di perenne assertività verso tutto ciò che lo circonda. Nel taccuino del poeta-soldato, tenuto accanto alla piastrina, trovano spazio albe e diluvi di fuoco, pietre e volti bruniti dal sole, stelle e corpi crivellati. Il soldato va alla guerra esibendo la sfrontatezza di chi si illude immortale. Il poeta vi porta i suoi libri del cuore. Ai versi affida la sua speranza d’invulnerabilità. Quando i barellieri recuperano il corpo senza vita di Wilfred Owen, riverso in un canale paludoso dell’Oise, gli trovano addosso un quaderno di poesie, i Collected Poems di John Keats e la Bibbia.  In Sidney Keyes, come quando si legge l’Endymion di Keats, senti la promessa del genio un attimo prima che si manifesti nella sua evidenza. In lui, diamanti di poesia s’alternano a versi di un’ispirazione ancora incantevolmente acerba. Senti l’adolescenza del giovane, cresciuto e fortificato nell’altare della solitudine, intravedi il fiorire di una sensibilità lunare incline a una rarefatta e sognante malinconia.   C’è qualcosa di affascinante e conturbante nell’immagine del poeta-soldato. Forse, l’ossimoro stesso racchiuso nella figura del poeta – dall’indole contemplativa – al quale si impone di confrontarsi con la furia sanguinosa della storia. Sidney Keyes entra nella vita nel momento stesso in cui essa viene messa a repentaglio, infine annientata. Resta la poesia e, dentro la poesia, l’amore. Forse, come nella chiusa di una delle sue più celebri composizioni, Keyes ha davvero visto i giardini e i palazzi di giada, i cortili e le porte scolpite. Ha incontrato davvero la sua amata, né orgogliosa né riluttante. Poi, la sabbia del deserto gli ha serrato gli occhi e la bocca. Lorenzo Giacinto *** Consigli per un viaggio  Borbotta il tamburo di guerra, presto dobbiamo partire in cerca del paese dove sembra che la gioia sbocci come un fiore tra le rocce, per conquistare la favolosa montagna dorata della nostra pace. Amici miei, privi di arte e bussola, siamo troppo giovani per fare gli esploratori, né abbiamo la ferrea certezza che guidava i nostri padri verso il Nord del proprio compimento. Dunque non prendete provviste, dimenticate le vostre case, resti solo la cieca e ostinata speranza di seguire  questa landa desolata. I pensosi seminano le loro ossa nei ventosi affamati campi dello sconforto. Non guardate mai indietro, né troppo oltre il bianco Everest del vostro desiderio; la pietraia frana sotto i piedi, mai raggiungerete le esili vette dove transitano solo le nuvole. Altri sono giunti prima di voi. Gli immortali  vivono come riflessi e i loro volti gelati vi daranno il coraggio di ignorare il sottile sogghigno della genziana e del sasso consunto dal gelo. Le trombe piangono la morte, sibilano venti affilati. Affrontate la roccia; andate, uscite  nelle guaste terre di battaglia, verso le nebbiose mura del futuro. Amici miei, liberatevi dalle paure. Andate avanti, amici miei, il corvo non sarà cattivo segno; spezzate la rabbia delle nuvole con i vostri immutati volti. Forse, troverete il sogno oltre la collina – mai la terra di Canaan, né nessuna montagna dorata. * Il giardiniere  Se tu venissi in un giorno come questo, tra le linee rosa e gialle dei tulipani pappagallo, io sarei il tuo amante. I miei stivali brillano mentre battono sulla ghiaia sciocca. Oh vieni, questo è il tuo giorno. Se tu posassi la tua mano, foglia venata, sulla mia mano squadrata, io accarezzerei la sua forma, e questo mi basterebbe. Osservo gli afidi che lavorano sulla rosa. Il tempo mi scivola tra le dita come una foglia. Somigli forse agli angeli silenziosi e dagli occhi chiari che seguono i bambini? Il tuo viso è un fiore? Gli amanti e i mendicanti lasciano il parco –  e ancora tu non vieni. I cancelli stanno chiudendo. Oh, è terribile sognare gli angeli. * Il lamento di Didone per Enea Lui non ha mai amato il furore del sole né i mari limpidi. È venuto con armi da eroe e occhi da torello, temendo nulla se non i suoi dèi petulanti. Non ha mai amato le spiagge dal suono cavo né ha riposato con agio in letti scolpiti. Il fumo soffia sopra i flutti, l’alta pira attende. La sua mente era un muro vuoto che rimandava echi, non certo così sottile come le fiamme avvolgenti. Non ha mai amato i miei occhi selvatici né i colombi che abitavano le mie porte. * Il poeta (Una rilettura di Der Dichter di Rilke) Il tempo mi scivola via: i colpi d’ala dell’ora mi feriscono e allontanano la mia pace. Solo io. Eppure quale strana potenza abita tutta la mia vita, la mia notte, il mio giorno? Senza casa e senza amata vivo in nessun luogo sicuro, privo di ogni centro: mi dono interamente, e in questo abbandono io possiedo il mondo. * Poeta di guerra Sono l’uomo che cercava la pace e ha trovato i propri occhi irti di spine. Sono l’uomo che brancolava tra le parole e ha trovato una freccia nella mano. Sono il costruttore le cui solide mura circondano una terra che scivola via. Quando mi ammalo o impazzisco non deridetemi né incatenatemi: quando protendo le mani verso il vento non gettatemi a terra: anche se il mio volto è un libro bruciato e una città devastata. * Sonetto per Lady Elizabeth Hastings Non avrei mai pensato, mia cara, che ci avresti lasciati per quella terra di cui tanto si parla: tu che vivevi sempre in mezzo alle favole e sorridevi alla morte come a uno scherzo mal riuscito. Deve essere più difficile – molto più difficile –  per un’ombra istruita, in quel regno senza lettere: prego che i morti cinguettanti volteggino innocui, salvandoti dall’umido contagio della tristezza. È duro per me, tuo devoto allievo, non poter più confrontare splendore vivente con il tuo volto ormai avvolto nel sudario: non credevo che i miei occhi dovessero attendere tanto per ritrovarti nel luogo del ballo. Ma tu scuoterai anche il purgatorio, mostrando ai morti l’espressione della tua grazia ribelle. Traduzione di Lorenzo Giacinto *In copertina: il fronte africano della Seconda guerra, truppe “alleate” in azione contro reparti tedeschi; 27 novembre 1942 L'articolo “Io possiedo il mondo”. Intorno alla poesia di Sidney Keyes proviene da Pangea.
December 3, 2025 / Pangea
“Un segreto inviolabile”. I “Sonetti” di Shakespeare nella traduzione di Giuseppe Ungaretti
Ognuno di noi serba nell’animo il ricordo di una lettura folgorante, un libro che ha segnato tutta una vita, confermato il presagio di una vocazione e illuminato la possibile traiettoria di un’esistenza. Un libro totem, un libro talismano – fatto per essere conservato come un amuleto o da indossare come un’armatura contro gli agguati del tempo, un orizzonte di privata salvezza in fondo alle nostre piccole e grandi apocalissi.  La mia copia dei Sonetti di Shakespeare, nella versione in prosa di Lucifero Darchini, risale ormai a più di venti anni fa. L’avevo comprata, se la memoria non m’inganna, durante le vacanze estive tra il secondo e il terzo anno di liceo. Mi aveva sedotto la copertina color blu cobalto con al centro un piccolo ritratto del poeta inglese, la famosa incisione di Martin Droeshout. Una copertina senza orpelli, piuttosto minimalista. Tante volte mi sono interrogato, nel corso degli anni, sulle ragioni che fanno dei Sonetti un’opera per me totalmente invulnerabile all’usura del tempo, del dolore e degli affetti. Ora, a distanza di due decenni, quel blu si è schiarito, le pagine si sono irrimediabilmente ingiallite. Resiste quell’odore inconfondibile e familiare dei libri che abbiamo portato in giro per il mondo, pieni di note e piccole illuminazioni scritte alla luce fievole di un abat-jour. Persiste anche, inalterabile, quella voglia di serrare il libro al petto, come si fa con le persone più care. Forse, è questa la migliore risposta alle mie domande. * Sugli interlocutori dei sonetti, sulla datazione, così come sulle misteriose vicende della pubblicazione, sono stati scritti e si continuano a scrivere fiumi d’inchiostro. Poco importa, in fondo, dare un nome e un cognome al “fair youth”, alla “dark lady” e al “rival poet”. Qualcuno ha scritto che in questi versi Shakespeare ha messo a nudo il suo cuore. Che in quei 14 pentametri giambici disposti in tre quartine in rima alternata più un distico finale in rima baciata, il poeta abbia voluto drammatizzare le tensioni più intime del suo poetico sentire. Per me, i Sonetti coincidono da sempre con la meridiana che segna il mezzogiorno della Poesia. * Cerco di indagare le ragioni del senso di meraviglia che i 154 sonetti sprigionano. Da cosa deriva il loro fascino irresistibile? Con quale lingua mi parlano, accarezzando il dolce mistero della poesia, aggirando le mie arrendevoli difese?  Forse – mi dico – il motivo è nell’intreccio tra la sfera del privato e dell’eterno, inscritta cioè nell’orizzonte delle umane passioni. O forse la ragione si trova nell’unione tra l’universale e il particolare – cioè l’irripetibile, o nella commistione miracolosa e al tempo stesso naturale tra il solenne e il sublime ordinario. Qualsiasi cosa sia, so che ad incantarmi è la drammatizzazione del discorso lirico, in cui sempre il dettato oscilla tra la prima, la seconda e la terza persona singolari. È già qualcosa, ma non basta ancora. Provo a mettere a fuoco, quanto basta per vedere più da vicino il mistero, ma senza correre il rischio di svelarlo. I Sonetti – una bussola con l’ago magnetico rivolto verso il Nord della poesia. Il che vuol dire nutrire in sé la perenne convinzione che quel libro attraverserà tempeste e schiarite della giovinezza, l’ingannevole saggezza della maturità, le vaste distanze marine e aeree, le possenti montagne dove mulina la neve, nel regno delle nubi. * I Sonetti compaiono per la prima volta nel 1609, mentre a Londra infuria la peste. Quasi tre secoli e mezzo dopo, un altro tipo di piaga affligge l’Europa e il mondo intero – la Seconda Guerra Mondiale. In una Roma che inizia a patire i primi bombardamenti, esce a cavallo tra il 1943 e il ’44, a firma di Giuseppe Ungaretti, la traduzione di 22 sonetti in 498 esemplari di lusso. S’era già cimentato, il sommo poeta italiano, nella traduzione di diversi poeti – diversi per indole, lingua e cultura – come Gongora, Esenin, Saint-John Perse, Blake e Paulhan. Ma è proprio il corpo a corpo con il poeta inglese, durato quasi quindici lunghi anni, a rivestire un’importanza decisiva nella vita e nell’opera ungarettiana. Ce lo dice il poeta stesso nella breve e fulminante nota introduttiva alla sua traduzione. Ungaretti inizia ad accostarsi ai versi di Shakespeare nel 1931. Lo assale, in quegli anni, un’esigenza profonda di rinnovamento formale, che s’accompagna a un inaridimento dell’ispirazione. Ungaretti sognava una poesia >  “dove la segretezza dell’animo, non tradita né falsata negli impulsi, si > conciliasse a un’estrema sapienza del discorso”. Desiderava quindi, il sommo poeta italiano, pervenire a un miracoloso equilibrio grazie a una lingua alleata ad un tempo con l’arcano e il popolare. Accogliere la rotonda inquietudine del Petrarca e l’angolosa asprezza dei versi michelangioleschi. Rinvenire, scegliendo le parole, quelle in grado di sollecitare lo spirito e i suoi moti, al di là delle leggi della prosodia. Di nuova linfa aveva bisogno Ungaretti, per volgersi di nuovo con sguardo fiducioso verso la poesia. Un vento proveniente da altro quadrante doveva gonfiare le sue vele, tirando fuori l’ispirazione dalla secca in cui era finita. Cosa spinge allora Ungaretti verso il canzoniere di Shakespeare? Perché la scelta, da poeta a poeta, cade proprio sul bardo inglese? * La lunga gestazione della traduzione dei Sonetti è da collocare in un decennio decisivo per Ungaretti. La morte della madre, una crisi mistica che sfocia nella conversione religiosa, la pubblicazione nel 1933 della raccolta Sentimento del tempo, la scomparsa durissima del figlio di appena nove anni nel 1939, portano il poeta a confrontarsi direttamente con il senso della finitudine umana e del dolore gratuito. E proprio l’intensa meditazione sulla morte e su come opporvisi costituisce uno degli accenti più vibranti dei versi di Shakespeare. Solo la poesia – giusta essenziale e retta –, per dirla con Elitis, può valere come argine contro la morte. Solo quel miracolo nato in mezzo all’Egeo, più di due millenni fa, è in grado di sgambettare la furiosa corsa del tempo verso l’oblio eterno. Poco importa se il tema è un topos letterario inaugurato da Orazio. Nei Sonetti, non avverti la maniera, l’esercizio freddo in ossequio al canone. L’io lirico riesce, sempre e comunque, a soffiar vita dentro i versi. Lo stesso si dica per l’amore. Cantato in tutte le sue gradazioni, dall’ammirazione alla procreazione, dalla gelosia alla sete di immortalità, l’amore evocato da Shakespeare è un amore nel quale senti il grido trasferirsi dal privato all’universale, “pieno d’echi di popolo, urlo”. Ecco “il diretto, il segreto contatto” che Ungaretti sentiva verso il poeta inglese, ancor prima di mettersi a tradurre i Sonetti. Nel sovrapporsi di figure diverse, nel colloquio incessante e drammatico tra intime e condivise passioni, noi siamo, rispetto ai Sonetti,spettatori ammirati, e Ungaretti insieme a noi. Uomo di teatro e per il teatro, Shakespeare riesce a proiettare anche tra quelle rime il palcoscenico dove si esibiscono le vaste esperienze umane. E tuttavia, anche nelle composizioni che si aprono al tepore di una primavera d’ispirazione, financo nello sbocciare armonioso e meridiano delle immagini e dei temi, senti la vibrazione tellurica di un mistero che è il nucleo stesso della grande poesia. Scrive Ungaretti nella nota introduttiva, e la citazione è di quelle che non lasciano spazio a repliche: > “Non esisterà mai poesia che non rechi in sé, traendone vita, un segreto > inviolabile”. Pare quasi di sentirlo parlare in una delle sue interviste, Ungà, con quel tono di voce cantilenante e magnetico – ogni frase cade come un meteorite di amorevole saggezza. Lo sguardo dolce, che lascia intuire tutto il dolore vissuto, ma trasfigurato ormai in qualcos’altro – una vaga serena docile consapevolezza. Quell’aria un po’esotica che sa di adolescenza e pleniluni africani, quel suo abitare la poesia con la giustezza di una vita interamente dedicata, senza compromessi, ai versi. Poesia come vocazione, poesia come destino. Che viaggi allora nel tempo, Ungaretti, con la speranza dell’immortalità, insieme alla sua traduzione del sonetto 55 di William Shakespeare: “Non il marmo, né gli aurei monumenti Di principi, potranno alla potenza delle mie rime sopravvivere; Ed in esse voi contenuto, splenderete più splendido Che non nella negletta pietra, dal sozzo tempo deturpata. Quando la guerra che devasta rovescerà le statue E le fazioni scalzeranno il lavoro di muratura, Non la sua spada Marte offenderà, né incendio di battaglie I vivi archivi del ricordo vostro. Contro ogni morte e ogni obliosa nimicizia Non si arresterà il vostro passo, ed avrà stanza il vostro elogio In tutti gli occhi di quante generazioni postere Avranno questo mondo da esaurire per l’ultimo giudizio. Così sino allo squillo che vi farà risorgere, Quaggiù vivrete e abiterete in sguardi innamorati”. Lorenzo Giacinto *In copertina: Giuseppe Ungaretti. © Archivio Fotografico Paolo Di Paolo L'articolo “Un segreto inviolabile”. I “Sonetti” di Shakespeare nella traduzione di Giuseppe Ungaretti proviene da Pangea.
November 13, 2025 / Pangea
“Solo i docili avranno la terra in eredità”. Riflessioni su Yeats, Auden, Brodskij e Heaney
Quando scrive Lapislazzuli – siamo nel 1936 – William B. Yeats avverte forse già l’approssimarsi della fine. La poesia, tra le più alte mai composte dal bardo irlandese, è un mirabile esempio di ecfrasi in versi. È dedicata all’amico Harry Clifton, che gli aveva donato un cammeo di lapislazzuli di ispirazione orientale. Nelle ultime due lasse, tre pellegrini cinesi attraversano terre remote e valichi innevati. Sono in cammino verso una meta misteriosa, che concederà loro una tregua dagli affanni del viaggio. Sospesi tra montagne e fiumi – come nelle pitture classiche di Wu Daozi – le tre enigmatiche figure giungono infine alla lora provvisoria destinazione, dove rami di susino e di ciliegio conferiscono all’atmosfera un tono di calda, soffusa intimità. Nel “piccolo rifugio”, i tre contemplano il maestoso paesaggio che si apre dinanzi a loro. Avvolti da una coltre di acuta malinconia, chiedono che siano eseguite struggenti melodie. I volti sono solcati da profonde rughe; e tuttavia, dai loro occhi rimasti invulnerabili alle apocalissi della vita, balugina una luce di splendente letizia. * Il gusto della ricerca biografica ci autorizza a evocare le coincidenze. W.B. Yeats muore nel 1939 in Francia. In quello stesso anno, Auden finisce di scrivere Another Time, una delle raccolte poetiche più belle e significative del Novecento. La notizia della scomparsa di Yeats raggiunge Auden durante il suo soggiorno a New York. Di getto, il poeta inglese scrive quella dolente elegia che è In memoria di W.B. Yeats. Intanto, dall’altra parte dell’Atlantico, in un piovoso giorno di primavera irlandese, nasce nello stesso fatidico anno Seamus Heaney. Yeats si spegne alla vigilia della guerra: la sua morte, secondo Auden, è un cupo presagio della strage che incombe. Il poeta inglese si rivela presto, suo malgrado, buon profeta.  * Nella notte del pensiero e degli allarmi aerei, vale come unico argine possibile il poeta-palombaro: colui che sprofonda per raggiungere il cuore del male, fino a neutralizzarlo e a redimerci dalla condanna della pena. Ci salva il verso, non la bellezza: il verso che è coscienza ed espressione del dolore. Il dettato poetico trasfigura la miseria in canto, apre vie d’uscita all’uomo prigioniero dei suoi giorni, trasforma la terra devastata in vigna. Ecco la poesia che sopravvive attraverso   > “un modo di accadere, una bocca” * Quanto equivale a dire che scrivere versi è assoggettarsi a una forma d’amore. Lo spiega in modo folgorante Brodskij nella sua indimenticabile elegia in prosa Per compiacere un’ombra, altissimo omaggio al suo amato poeta inglese. L’incontro decisivo con Auden avviene mentre Brodskij sconta una condanna in uno sperduto villaggio ai confini del Circolo Polare Artico. In quel luogo così refrattario all’umano, dominato da paludi e cupe foreste, Brodskij riesce fortunosamente a farsi spedire un’antologia in inglese. Per puro caso, il libro si apre con una poesia di Auden – In memoria di W.B. Yeats. La lettura di quell’elegia è, per il giovane russo, decisiva. Nel dettato lirico del poeta inglese, si compie il miracolo del tempo piegato e asservito al linguaggio. Come a dire: i versi sono come raffiche di vento che soffiano sui bastoncini dello Shanghai – “il tempo: > “Time worships language” Nella poesia di Auden, si passa senza soluzione di continuità da versi che, da orizzontali, diventano incredibilmente verticali, viaggiando dalla metafisica al motto di spirito, dalla filastrocca alla scintilla lirica. Al di sopra di tutto, al di là della voce inconfondibile di Auden, affiora l’immagine riflessa del suo viso: le indimenticabili rughe della vecchiaia, le proporzioni un po’ sgraziate del naso e delle orecchie – che ne avrebbero fatto un perfetto candidato per un film di David Lynch –, l’amorevole saggezza ironica degli occhi che sembrano perdonare le storture del mondo.  * Un uomo – dice Brodskij – è la somma di ciò che legge. In parole più semplici: si è trasformati da quello che si ama. In quel villaggio artico assente anche dalle mappe geografiche, ciò che colpisce Brodskij, ciò che s’impone alla sua immaginazione, è  > “amore dilatato e accelerato dal linguaggio, dalla necessità di esprimerlo”.  Il che conduce a un’altra rivelazione: i sentimenti di uno scrittore o di un poeta si subordinano inevitabilmente alla lineare e incontenibile progressione dell’arte. Certo, Auden aveva conosciuto la sofferenza sotto varie forme: delusioni amorose, la coscienza di una sessualità tormentata, l’autoesilio imposto per sfuggire all’opprimente establishment letterario britannico, la disillusione politica. Eppure, i suoi versi sprigionano sempre amore, un amore immemore, come la lingua inglese, del genere maschile e femminile. Forse, più che di amore, sarebbe più giusto dire che la poesia di Auden è un acceleratore formidabile di tenerezza, di umana morbida dolcezza. * Con un balzo nel tempo e nello spazio, passiamo il testimone a un altro grande poeta irlandese: Seamus Heaney. Audenesque, una delle sue ultime poesie, è dedicata all’amico russo da poco scomparso, Iosif Brodskij. Esiste un omaggio più commovente, per un poeta, che accostare l’amico scomparso agli autori più amati in vita? Perché, come i bambini che uniscono i puntini nei giochi enigmistici, se tracciamo una linea immaginaria tra i versi che abbiamo più amato, alla fine l’immagine che ne affiora è la nostra: riflessa, come nell’ovale di uno specchio. Non è difficile, allora, confondere i ricordi di una conversazione su un treno lanciato nella tundra finlandese con i versi di Auden, e prima ancora con quelli di Yeats. Non è difficile ritrovarsi, nel freddo di un aeroporto di Dublino, a pensare a tutti i versi scritti – e a quelli soltanto sognati, che qualcun altro, forse, ha scritto al posto nostro. Anche nella regione della morte, tuttavia, la poesia può accendere scintille di futuro. * Yeats. Auden. Brodskij. Heaney. Cosa unisce questi quattro grandi poeti? Quanto, nel loro dettato, è riflesso e ombra dell’amore che li legava ad altri maestri? La poesia è anche cavalleresca espressione di amicizia, segno di profonda dedizione verso una “famiglia mentale”, per citare ancora una volta la magnifica intuizione di Brodskij. Viene in mente il sonetto forse più bello mai scritto sull’amicizia poetica: Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io, di Dante Alighieri. Quale filo li lega? Forse il senso di una vocazione maturata tra i rovesci della storia; la costante, sofferta oscillazione tra isolamento e rielaborazione degli eventi sullo sfondo? Soprattutto, il tentativo di superare l’autoreferenzialità attraverso l’incontro con altre vite – di spezzare il cerchio della solitudine aprendo la porta al vento della generosità e dell’altruismo. Ecco perché i viaggiatori cinesi della poesia di Yeats sembrano sostare, come i nostri poeti alla fine di un lungo viaggio, presso la fonte stessa della loro ispirazione. * In una poesia di Auden, una delle più belle, si dice che da qualche parte viva un bambino atterrito e pieno d’immaginazione. Lui sa, contro tutto e tutti, di essere il futuro; e comprende che solo i docili avranno in eredità la terra. Quel bambino non attira l’attenzione, né è particolarmente fortunato. Nel tumulto del mondo, tra leggi disumane e regole ingiuste, il suo pianto sale verso la vita del poeta – e la nostra – come una vocazione. Lorenzo Giacinto L'articolo “Solo i docili avranno la terra in eredità”. Riflessioni su Yeats, Auden, Brodskij e Heaney proviene da Pangea.
November 7, 2025 / Pangea
“Lasciati andare, buttati, dimentica”. Per un omaggio a James Joyce
Non sono molte le fotografie in cui Joyce guarda dritto di fronte a sé. Quasi sempre si offre di profilo, in una posa a tre quarti che ricorda i ritratti rinascimentali. Lo sguardo vaga verso misteriose zone del pensiero. Ne nasce l’impressione di trovarsi davanti a un predone del futuro, un contrabbandiere d’infinito. Chi osserva ne riceve una scossa segreta. Joyce è un campione d’eleganza: veste sempre in modo impeccabile, con cravatte raffinate sulle camicie inamidate, talvolta un papillon più svolazzante, la bombetta calata sul capo da cui, con timidezza combattuta, spuntano orecchie appena a sventola. Non fosse per la sua graduale cecità – negli ultimi anni era costretto a indossare una benda nera sull’occhio sinistro, da pirata – nel mio bestiario affettivo di scrittori e poeti Joyce sarebbe un falco. Come un rapace, irrompe nel cielo squarciando il velo del presente, lanciato in una forsennata ricerca del futuro. Meglio allora accostarlo a un rapace notturno, un barbagianni capace di volteggiare silenziosamente nelle tenebre. Nell’antichità gli àuguri scrutavano gli uccelli per cogliervi presagi divini: il futuro si rivelava attraverso la direzione e la provenienza del volo. Allo stesso modo, leggere Joyce è presagio di futuro: lo schiudersi delle infinite possibilità del reale nell’orizzonte della vita. D’altronde, in un passo magnifico del suo Ritratto, libro-amuleto da tenere sempre in tasca contro le trappole della maturità, Joyce affida a Dedalus queste parole: > “…e per secoli gli uomini hanno guardato in alto come lui ora guardava gli > uccelli in volo. Il porticato sopra di lui gli ricordava vagamente un tempio > antico e il bastone al quale si appoggiava stancamente gli ricordava quello > ricurvo di un augure.” Poche pagine prima di questa epifania, dall’avamposto di Howth, Dedalus contempla la spuma proteiforme delle nuvole che solcano il mutevole cielo irlandese. Sono in viaggio verso il Continente, verso quell’Europa misteriosa fatta di idiomi stranieri, valli e cittadelle cinte di boschi, da cui sembra levarsi una musica confusa, prefigurazione dell’esilio di Joyce. Da qui inizia una delle più grandi e radicali avventure creative dei nostri tempi, che non ha ancora esaurito – e forse non esaurirà mai – la sua dirompente carica rivoluzionaria. Grandi, anche grandissimi scrittori, una volta letti danno l’impressione di aver detto fino in fondo ciò che avevano da dire. Con Joyce, questo non accade: la partita resta sempre aperta. Negli anni Venti del Novecento, Arthur Power, un altro dublinese trapiantato in Francia, lo incontra per caso al Bal Bullier di Parigi. Nasce così un rapporto d’amicizia destinato a durare oltre un decennio. Power ne ha lasciato testimonianza in Conversations with Joyce, apparso nel 1974 e oggi introvabile in italiano. In un passaggio del libro, parlando di John Donne e degli elisabettiani, Joyce finisce in realtà per tracciare uno dei ritratti più luminosi di sé stesso e della propria poetica. > “Con Donne si entra in un labirinto di pensiero e sentimento. Ogni sua poesia > è un’avventura nella quale non sai dove andrai a finire, che è esattamente > quello che dovrebbe essere un’opera d’arte. Quando vivi non sai dove ti > condurrà esattamente un’esperienza, e così con la letteratura. È proprio > questo che la rende così folgorante”. Si è detto che il Dedalus è la testimonianza di una precoce formazione intellettuale. Senza dubbio, ma c’è molto di più. Forse, solo nelle pagine conclusive de Il dono di Nabokov, si avverte con uguale intensità l’emozione di un’energia creativa pienamente cosciente di sé stessa, pronta a spiccare il volo verso un orizzonte sconfinato. Da quelle scogliere di Howth, che in primavera si ricoprono di fiori di campo, si leva il grido interiore di un giovane che vuole essere il primo artista sulla terra. Attraverso “silenzio, esilio e astuzia”, un ragazzo di neanche vent’anni diventerà il più grande demiurgo della parola.  Tra i lungosenna di Parigi, le piazze triestine percorse dalla Bora e i vicoli dell’incompresa Roma si compirà una memorabile parabola esistenziale e letteraria, alla fine della quale la paura dell’ignoto si trasformerà nella tavoletta su cui Thoth, il dio degli artisti, scrive con una canna di palude, reggendo sulla stretta testa di ibis la luna falcata. L’etimologia della parola “avventura”, d’altronde, ci insegna che lo spostamento nello spazio coincide anche con quello nel tempo. E nella curva di un’emozione – come l’ha definita Franca Cavagnoli – trova spazio anche l’amore. Alla fine del quarto capitolo del Ritratto, l’apparizione di una ragazza sola e immobile nell’acqua suscita in Dedalus una vera epifania, decisiva per la coscienza della sua vocazione. Il giovane scrive versi, versi d’amore. Rievoca un colloquio sommesso con Emma a bordo di un tram, nella notte limpida e ricca di promesse. I capelli della ragazza profumano di pioggia. Il suo corpo emana un odore selvatico e languido, distilla afrori e rugiada. In Stephen Hero, altra incantevole primizia joyciana, la lettura della Vita Nuova di Dante suggerisce al protagonista di comporre una raccolta di versi d’amore. Non c’è posto per l’avarizia del cuore: in amore – dice Daedalus – si deve dare tutto. La creazione si fonde con la biografia. Il primo libro di Joyce appare nel 1907 – Music Chamber –, una raccolta di trentasei poesie di ispirazione amorosa. “Go seek her out all courteously”, recita il primo verso di una lirica che ricorda la fiera e appassionata ritrosia di Guido Cavalcanti. Un 6 aprile di inizio Novecento, nel suo diario esplosivo, Dedalus-Joyce scrive: > “Desidero stringere tra le braccia la grazia che non è ancora venuta al mondo” Parole che potrebbero stare a epigrafe dell’intera opera joyciana. Esiste una definizione più esatta della giovinezza, o un antidoto migliore alla senescenza interiore? Joyce ci salva, come ha scritto Borges nella chiusa della bellissima Invocazione a Joyce. > “Io sono gli altri. Tutti coloro > Che il tuo ostinato rigore ha riscattato > Sono coloro che non conosci e salvi.” Proviamo allora a misurare insieme al grande argentino la vastità dell’opera joyciana: la dispersione e l’esilio nel mondo, il battesimo delle parole – di ogni parola – per riscrivere la Genesi verbale del creato, cercare l’ispirazione nei declivi e nelle feritoie della vita, rigenerare le consuetudini dell’uomo affinché dall’umile esercizio del quotidiano affiorino frammenti di meraviglia. Soprattutto, riscaldarci al fuoco ardente della sua fede, trattenere almeno un poco l’oro della sua ombra e gli attimi sparuti di felicità, addestrarci a inseguire la fiera biforme o la rosa nei dedali della memoria e delle città, aggrapparci ai nostri talismani esercitando l’arte del coraggio.   Un altro grande irlandese, Seamus Heaney, nel dodicesimo frammento di Station Island, si lascia visitare dal fantasma di Joyce. L’incontro avviene in un paesaggio di impronta dantesca: non a caso l’autore di Ulisse assume quasi le sembianze di Virgilio, diventando a sua volta “duca, signore e maestro”. Joyce raggiunge una statura shakespeariana: la sua voce, dal timbro liquido, sembra racchiudere in sé le vocali di tutti i fiumi. Avanza con passo solenne, tastando il terreno con il bastone di frassino. Poi prende a parlare, e dalle pagine di Heaney ci raggiungono versi memorabili: > “Il tuo dovere > non viene assolto da nessun rito comune. > Quello che fai lo devi fare da solo. > L’essenziale è scrivere > per la gioia di farlo. Coltiva la brama del lavoro > che immagina il suo porto come le tue mani di notte > sognano il sole nella macchia solare di un seno. > Ora tu sei digiuno, stordito, pericoloso. > Parti da qui. E non esser così zelante, > così pronto al saio e alle ceneri. > Lasciati andare, buttati, dimentica. > Hai ascoltato abbastanza. Ora suona la tua nota”. Poco importa che Joyce appaia illuminato dalla sensibilità di un grande poeta. Ciò che resta è l’esuberanza, la gioia, la fiera gagliardia. Sposare l’ispirazione al fuoco che arde nel petto e tra le mani. Scrivere come si ama: percorrere il corpo di una donna come le strade del mondo. Assecondare il vortice, le maree, la corrente che travolge. Dare voce a “scandagli sonori, esplorazioni, sonde, allettamenti, luccichi d’anguilla nel buio del mare aperto”. Scalpare il già detto, smettere una volta per tutte di rimestare fuochi spenti, rimasticare vecchi mugugni. Quando Joyce si allontana, un attimo dopo aver pronunciato quelle parole, il cielo si squarcia in un biblico nubifragio. Il giorno dopo, l’alba si leva su un mondo nuovo. Lorenzo Giacinto L'articolo “Lasciati andare, buttati, dimentica”. Per un omaggio a James Joyce proviene da Pangea.
October 8, 2025 / Pangea