“Unica legge è infrangere le leggi”. La poesia senza tempo di Bogomil Gjuzel

Pangea - Saturday, March 14, 2026

Il dominio della storia – che è, in cristallo, il potere sul tempo – è uno dei ‘caratteri’ che rendono grande un poeta. Ciò che però, per norma, ci capita di leggere, oggi, è sterminio di tale termine. La storia è ridotta a cronaca, il tempo è miniaturizzato nei minimi fruscii di un occasionale ombelico, a una poesia continentalepreferiamo quella salottiera, al cosmico l’ovetto in camicia; l’unico affetto epico rimasto stinge in impegno civico, la morte in palude della poesia. Quando riesuma gli antichi miti – se non lo fa col passo del passatista – l’italofono proietta in quelle stanche effigi simboli, stracci psicoanalitici, secondo una moda – che è ormai usura – anglosassone. 

La storia, per noi, genericamente, non ha senso, non si insinua in versi: per lo più si assiste al piattume dell’attualità, al pattume delle proprie frattaglie ‘interiori’ – come se il poeta, fool, divina faina, possedesse un di dentro separato dal di fuori, come se fosse preda, altro che dal furore, dei sentimenti. 

Ovvio, si parla per paradossi: in poesia non conta – o quasi – il cosa ma il come. Eppure, esistono, credo, questioni di geografia lirica. Ad Est – nell’Europa dell’Est – la storia, il mito, la leggenda, l’esuberanza del ‘testo sacro’, hanno un peso, scagliano ancora dardi, dardeggiano sulle petroglifiche rughe dei poeti. Il poeta, laggiù, pare ancora essere la spina che unisce i mondi, il punto di scolo dei secoli, il pitocco sovrano del tempo. Questo si vede nei poeti di oggi – il poeta macedone Nikola Madzirov, ad esempio, che mescola, in Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà (Crocetti, 2025) l’arcano e il contemporaneo – come in quelli di ieri: tra questi, uno dei fari di questa rivista è il serbo Miodrag Pavlovic. 

Uno dei più importanti poeti che hanno agito in quei luoghi, da autentico vagabondo della poesia, eresiarca del sé, è Bogomil Gjuzel. Nato il 9 febbraio del 1939 a Čačak, nell’attuale Serbia, da genitori di origine bulgara, ha studiato a Skopje, ha lavorato come drammaturgo per il teatro della città. Bogomil Gjuzel si è perfezionato a Edimburgo e negli Stati Uniti, ha tradotto nel suo paese l’opera di Shakespeare e di Thomas S. Eliot, di Emily Dickinson, di Seamus Heaney e di Auden – a sentenziare che si appartiene a una tradizione se si abita in mille altre. 

Charles Simić – il poeta di Belgrado eletto Pulitzer negli States –, che lo ha tradotto in inglese, ha scritto che “L’eleganza dei versi di Gjusel e la potenza del suo immaginario lo rendono una voce lirica immutabile”. È il poeta serbo Vasko Popa, tuttavia, ad aver imbragato con documentata completezza il carisma lirico di Gjusel: “Forme ed elementi arcaici emergono con grazia nei metri contemporanei; gli antichi incantesimi penetrano nel verso senza ostacolarlo, anzi: lo rendono più enigmatico e complesso. Così, Bogomil Gjusel si cimenta con genio nel più difficile compito: restituire un’universalità perduta ai simboli del passato”.  

Morto nell’aprile del 2021, Bogomil Gjusel ha esordito nel 1962, ha ottenuto i premi letterari più importanti conferiti nel suo paese; un’antologia di suoi testi è tradotta in inglese come The Wolf at the Door. Ciò che sorprende di questo poeta, animato da toni profetici, è la dimestichezza con i reperti antichi: in lui, le figure classiche – Prometeo, le rovine di Troia – si alternano con episodi tratti dalla Bibbia. A differenza di Miodrag Pavlovic, però, a Bogomil Gjusel non importa l’icona, l’evento totalizzante, al cui cospetto inginocchiarsi, ma la rivelazione, l’apocalisse. In Gjusel i secoli si contorcono nel ‘qui e ora’, in una dinamica lirica che pretende, dal lettore, lo scatto, l’azione al posto della contemplazione, l’opera del corpo prima di quella del cuore. La sua Seconda venuta va messa a paragone con The Second Coming di Yeats: la preveggenza del grande irlandese – una poesia-evocazione – è sostituita da una specie di danza macabra sul nulla. Per certi versi, le atmosfere tracciate da Bogomil Gjusel sono quelle che troviamo nei grandi romanzi della tradizione jugoslava: Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić e Migrazioni di Miloš Crnjanski, ad esempio. 

La poesia conserva così l’austero valore di un farmaco: va sfregata sulla ferita aperta – non è detto che si guarirà: a volte, è nella fioritura del sangue, in quella salvezza in piena d’addio, che si ausculta l’opera santissima del poeta.

***

Troia 

Le porte della città si aprirono
e fece ingresso il vento – come uno 
appena libero da un assedio
come l’anima esausta di un conquistatore
che non ha più nulla da conquistare – 
una folata folle, inutile
vangava le strade
arrancava agli angoli
con il respiro di un barbone
che cerca riparo e pane. 
Gemevano i sassi
tremavano i palazzi. 

Ma il vento radunò uomini
che avevano lasciato il vomere a vogare ruggine
uomini solitari che coltivavano il cielo
mietevano nelle notti d’estate
il grano gonfio delle prime stelle
inadatte al setaccio, già giuste.
Usavano le spade, aravano
i corpi, con il cuore pieno di solchi;
sradicavano i cuori come fossero 
radici, perforavano i polmoni. 
Con i fegati sfamavano gli avvoltoi
che avevano sulla spalla destra.
Infine, usavano i teschi
come pietre d’angolo. 
Non c’era tempo per edificare.

Le madri furono estratte dai loro figli
il latte e il pianto si prosciugarono. 
Irrigarono le strade con tubature in fasce
simili ad arterie contorte. Affrettarono
i sacrifici, speravano forse di tradurre
i templi in porcile: il fetore era lo stesso. 
Il vento srotolò le bandiere e le corde
dei campanari: scodinzolavano
per la città come cani
poi colpirono il gong del sole. 

**

Primavera apocalittica

I

La guerra venne con la neve
invece che con il sangue – il sole
mostrava un piumaggio nuziale
calpestavamo stelle
velenose. Il campo
era obbediente:
è un matrimonio
o una guerra? Guerra
di primavera, quando
anche i traditori combattono.
Sono l’unico a morire oggi?
Il campo mi travolge. 

*

II

Gli arbusti si annodano
ovunque: forse troveremo
qualcuno tra queste macerie. 
Cento gole ridono come animali
trecento teschi plasmano la terra
crudele come una sterile:
così calda, così inseminata
potrebbe concepire il sole – 
combattiamo per il suo trono
ma se partorisse un cane?
Il toro apocalittico
irromperà nelle nostre case
per scortarci sulle sue corna insanguinate.

*

III

Doppio sogno:
in uno sono io
nell’altro il mio calco
un seme della terra – 
ciò che posso toccare
è accusato di prostituzione. 
La mia ombra mi circonda
come una trappola tesa. 

*

IV

Bisbiglia il deserto
i tamburi vengono calpestati
da una marcia di guerrieri
e di ospiti – tossiscono 
le cornamuse: si spengono
i sussurri uno ad uno
la forma più bella
è il silenzio.

**

La fine dei tempi

“La Roccia, che ti ha generato, hai trascurato;
hai dimenticato il Dio che ti ha creato!” (Dt 32, 18)

Dicono che abbiamo rifiutato la pietra, il dono di Dio
(che al suo posto abbiamo scelto il Frutto e la Caduta)
così la nostra vita è diventata verde e matura, è marcita
e non sarà mai più immortale

Per questo preghiamo invano
e la parola che viene dal cuore
(respirare non è forse perpetuo 
sacrificio?) si fa muta

Forse abitiamo già nella pietra
(oscurità interiore più fonda di qualsiasi prigionia)
nella roccia e nel tumulo al bivio che non ha 
riparo d’ombra neppure a mezzogiorno

e vi guardiamo da lì dentro come gufi
con scintille negli occhi, preghiamo
in silenzio e accettiamo il Nulla, il ponte
sull’abisso tra noi e Dio

Dicono che dopo la Caduta
Dio si sia esiliato nel Sé
sigillato in Sé
per nascere 

Abbiamo acceso un fuoco
che non è mai svanito – 
se torniamo all’inesistente
è per splendere

**

La Seconda Venuta

I

Stamattina mi sono seduto 
su un morto e la terra mormorava
i morti e la terra sono uno
(la terra si arricchisce della nostra morte)

Attraverso il suo respiro
riconosco i respiri dell’uomo
su cui sono seduto

(Prima di distruggere il mondo
ascolta il tuo respiro
ti salverà)

*

II

Quando i morti risorgeranno
azzannandosi per respirare
sarà vuota la terra?

Vedrò mio padre
il solo uomo
senza ombelico?

*

III

Questo non è frusciare i foglie
ma spettegolare di morte
quelli non sono solchi
ma ferite fresche
decomposizione nel limo

Ci sediamo e mangiamo i morti
non sono le ossa a bucarci la gola
ma i proiettili o la lama
di un coltello che ruggisce
rugginoso di sangue

Invece dei germogli, germogliano
capezzoli in primavera
capezzoli di donne che urlano
e muoiono nel mezzo dell’orgasmo

*

IV

Le cripte si spalancheranno come negozi vuoti
le tombe si apriranno come 
fiori carnivori

Le icone diventeranno santi e apostoli
le chiese imploderanno – nella loro
polvere un Cristo calvo correrà felice

(Chi dice che amo il caos? 
Unica legge è infrangere le leggi)

Radici bollenti, arterie scrostate
sfondano le rocce
e diventano nuova forza. 

*

V

I morti usciranno dalle fondamenta
i muri crolleranno

*

VI

Quando i ragni caleranno dal cielo
io, l’incredulo, riconoscerò l’uomo
e lui riconoscerà me
grazie all’icona che ho nel petto

**

L’eretico 

Stelle lanciate come dadi
cielo spaccato da spaventosi segni
naufragano uomini e santi
la corona di spine dell’oblio non li salva. 

Ribolle l’inferno e dagli acquitrini 
boiardi preti mendicanti raspano le pentole:
nessun cucchiaio è sufficiente 
per intaccare il fondo unto della salvezza. 

Fratelli, siamo alla fine: abbiamo
ruminato il fuoco e lanciato nuove biglie
nella roulette del cielo. Da ogni direzione
è il vuoto a rendere gravide le vele

una tenue brezza impedisce alla muffa
di attecchire sui nostri sepolcri spalancati.
Da questo nulla apparirà una nuova costellazione
così un verme è nato dalla vostra fede.

**

L’aquila di Prometeo 

Anche per me il Caucaso è una gabbia. 
Benché non sia incatenata a una rupe
devo bucargli il fegato ogni giorno
e ogni notte – non ho scampo. 

Mentre il suo fegato rinasce
sogno lo spazio infinito
dove volavo libera un tempo
prima che gli dei mi inchiodassero
a questo ingrato compito. 

Non sanno più cosa vogliono. 
Dicono: bucalo – ma non troppo – non 
farlo morire. Fallo soffrire – ma a volte 
fagli il solletico: confondi con letali 
moine la sua mente. 

Non capisco le sue parole.
Conosco le sue viscere
so cosa mangia e cosa beve
ma ignoro il linguaggio delle sue cellule. 

Dicono di essere dèi, sono ignari di tutto.
I topi divorano i sacrifici 
che qualcuno continua a offrire:
i raccolti raccontano di assidue siccità. 
Sono così gonfia che non so più volare
e loro che pensano ancora al fegato di Prometeo. 

Bogomil Gjuzel

*In copertina: Peter Paul Rubens, Prometeo incatenato, 1612

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