“Nessun elemento trovato”. Questa la scritta che appare sullo schermo del pc se
cercate il titolo n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio editore in
Palermo. La collana è stata inaugurata nel febbraio 1979 da Leonardo Sciascia
con il libretto Dalle parti degli infedeli e al n. 100 vede
le Cronachette (gennaio 1985). Il n. 200 avrebbe dovuto ospitare un altro testo
dello scrittore siciliano, un libro che però non ha visto mai la luce. Ma di
quale libro stiamo parlando?
Da quanto è dato sapere, Sciascia, negli ultimi anni della sua vita, già preso
dalle sofferenze dovute al male che lo aveva colpito, si stava interessando alla
figura di Telesio Interlandi. A raccontarne la storia, con dovizia di
particolari, sarà Giampiero Mughini, altra figura dell’intellighenzia siciliana,
al quale dobbiamo una corposa biografia di Interlandi. Ma chi era costui, la cui
parabola aveva colpito tanto la sensibilità dell’autore dell’Affaire Moro?
Quello che Leo Longanesi avrebbe definito come “il miglior giornalista fascista”
del tempo, Telesio Interlandi, all’anagrafe Telesio Evaristo, era nato anch’egli
in Sicilia, nell’ottobre 1894, precisamente a Chiaromonte Gulfi in provincia di
Ragusa. Figlio di due maestri di scuola elementare avrebbe sin da ragazzo mal
sopportato l’atmosfera isolana, cercando nel giornalismo la via per evadere
dalla “morta gora della vita di provincia” (Mughini, p.69). Il debutto
giornalistico, a diciannove anni, nel quotidiano catanese “Il Giornale
dell’Isola” dove in breve ascenderà al rango di caporedattore, prima di partire
in guerra, combattuta da ufficiale di artiglieria. Tornato civile cercherà di
sbarcare il lunario a Roma e Firenze, fino ad entrare nella redazione di
”Impero”, quotidiano di polemiche fascistissime di cui diventerà caporedattore.
È stato lo stesso Mussolini a volere il giornale e a idearne il titolo, e sarà
ancora lui a notare la firma del giovane Interlandi, curatore della rubrica
quotidiana “Colpi di punta”.
Sarà infatti il siciliano di Chiaromonte Gulfi a essere chiamato, dal dicembre
1924, alla direzione di un nuovo giornale fascista, più battagliero rispetto al
quotidiano ufficiale, “Il Popolo d’Italia”.
“Il Tevere” nasce all’indomani dell’estate del delitto Matteotti, in un momento
di svolta per il nascente regime; un foglio dal quale Mussolini si aspetta
fiducia totale e che sosterrà anche a livello finanziario. “Il Tevere” – spiega
Adrian Lyttelton ne La conquista del potere. Il Fascismo dal 1919 al
1929 Laterza, 1974 – era ispirato direttamente da Mussolini, e incoraggiato a
ventilare temi e concezioni (per esempio, l’antisemitismo) sui quali egli non
voleva compromettersi ufficialmente. Mussolini parlava con due voci: cauta,
ufficiale, opportunistica, quella del “Popolo d’Italia” e degli altri giornali
del gregge obbediente orchestrato dall’ufficio stampa; estremista, sfrenata e
azzardosa quella del “Tevere”.
Interlandi – che presto assumerà la proprietà esclusiva del giornale – risponde
alla chiamata e nel 1925 prende la tessera del Pnf: di là in avanti la sua vita
sarà legata alle sorti del regime mussoliniano, fedelmente seguito fino alle
estreme conseguenze.
Divenuto un leader giornalistico romano e nazionale, acquisterà infatti ancora
più notorietà e potere quando assumerà la direzione della rivista “La difesa
della razza” nel 1938. Era questo lo strumento attraverso cui il regime a
seguito dell’emanazione delle leggi razziali antiebraiche, cercherà di
illustrare e propagandare i valori di ispirazione nazista. La nuova rivista –
che vede Julius Evola tra i più assidui collaboratori e della quale Giorgio
Almirante diviene caporedattore – ebbe una redazione di gran spicco formale, al
pianterreno di Palazzo Wedekind, a piazza Colonna 366, e sostenuta
economicamente anche dall’Ambasciata tedesca a Roma, “sensibilissima ad
incentivare quanti si muovevano sulla falsariga della politica razziale
hitleriana”. (Mughini, p.148).
Interlandi — sempre più temuto per il potere conquistato — avrebbe legato il
proprio nome anche a un’altra pubblicazione di stampo razzista. Nel settembre
del 1938, infatti, poco dopo il debutto de “La difesa della razza”, vide la luce
“Contra Judaeos“. Come spiega Mughini, il volume inaugurava la Biblioteca
razziale italiana, edita da Tumminelli, la stessa casa editrice del
quindicinale, e diretta dallo stesso Interlandi. Del comitato consultivo
facevano parte Lidio Cipriani e Guido Landra, due giovani assistenti
universitari fascisti tra i firmatari del Manifesto sulla razza, pubblicato il
14 luglio 1938. Il manifesto sosteneva, tra l’altro, che gli ebrei fossero del
tutto estranei alla popolazione italiana, ritenuta di sangue e civiltà “ariana”,
e perciò inassimilati e inassimilabili.
Il libello, composto da 149 pagine, è una raccolta di scritti dedicati alla
“identificazione del pericolo ebraico” e “per la difesa della Razza italiana”,
nei quali il direttore del “Tevere” rivendica come consona al suo ragionamento
la tradizione politico-culturale della Chiesa cattolica, che aveva marchiato e
discriminato gli ebrei.
> “Se il Fascismo è affermazione totalitaria delle più alte virtù del popolo, il
> suo fondamento è da cercarsi nella ritrovata coscienza della razza. Siamo – è
> bene ancora una volta ripeterlo – assolutamente fuori dalla nebulosa retorica
> che ci ha afflitto per decenni, agevolando la confusione negli spiriti e
> alimentando la pigrizia dei cervelli pigri; la razza alla quale il Fascismo si
> riferisce non è un’astrazione letteraria, non un’ingenua aspirazione, non è né
> la stirpe degli oratori domenicali né la progenie di Roma dei rimatori; è
> questa razza, della quale siamo i viventi elementi, che ha un volto e una
> misura, che vive ed opera sotto i nostri occhi, che fa la sua storia
> affermandosi degna della storia già fatta.[…] Senza esitazioni, senza
> pietismi, senza preoccupazioni, la questione della razza sarà portata sul
> terreno pratico e avrà le sue conclusioni fasciste. La razza è il popolo, e
> difendendo la razza noi difendiamo il popolo e il suo domani“.
>
> “Contra Judaeos”, Tumminelli e C. Editori, 1938.
*
Tuttavia, Interlandi – precisa Mughini – non è tra coloro che avrebbero voluto
passare all’azione, non aveva in mente né auspicava alcuna forma di persecuzione
fisica contro gli ebrei, mantenendo invece una posizione che guardava alla sola
integrità razziale. Inutile dire che la pubblicazione si guadagnerà gli elogi di
alcune firme importanti del tempo, una tra le quali, quella dell’allora
trentunenne Guido Piovene, che in seguito, tornerà su quell’articolo
sconfessandolo.
Ma quali erano dunque le note biografiche di Interlandi che avevano toccato la
sensibilità di Leonardo Sciascia, a tal punto da spingerlo a prendere in
considerazione il progetto di una pubblicazione? Matteo Collura, nel suo Il
maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia (Longanesi, 1996; La nave di
Teseo, 2019) scrive: “Sciascia ormai sa che non gli resta molto tempo. Prima che
le ultime forze lo abbandonino, vuole scrivere un libro che sia un messaggio di
speranza; un atto estremo di ottimismo che dia senso alla sua vita e alla
letteratura che ne è stata forma ed espressione”. In realtà Sciascia aveva già
in parte toccato un tema simile ne Il cavaliere e la morte (1988), ricordando la
mobilitazione di un gruppo di autorità fasciste di un paesino siciliano per
salvare una famiglia di ebrei “poiché nulla voleva dire per loro che un uomo
fosse ebreo, se in pericolo, de disperato”.
Torniamo allora sulle tracce di Telesio.
Come accennato, Interlandi aveva legato la sua vita e quella della sua famiglia
alle sorti del regime, all’interno del quale ricopriva un ruolo ben noto. Con il
crollo del fascismo crolla anche la sua stessa esistenza. Ed è questo che
apprende – ci racconta Mughini – via radio, quando si diede l’annuncio delle
“dimissioni” del duce. “Vent’anni di lavoro distrutto!”, così disse in quel
momento, stando alla testimonianza del figlio Cesare, in casa accanto alla madre
e il padre.
È la domenica del 25 luglio 1943, e lui in realtà ha già pronto l’articolo da
far uscire l’indomani sul “Tevere”. Lo aveva scritto prima di sapere
dell’annuncio radio, ma quell’articolo, intitolato Appello agli uomini, non
vedrà mai la luce, perché mai più uscirà “Il Tevere”. La redazione del giornale,
infatti è data alle fiamme. Il rogo a Largo Corrado Ricci – sede del giornale –
manda in fumo ogni cosa del “Tevere” e di “Quadrivio”, il settimanale sorto nel
1933 dalle sue costole, e dove si era esibito il meglio della cultura italiana
degli anni Trenta. Anche per questo le copie di quei giornali sono introvabili,
l’oro dei collezionisti. Molto difficili da reperire anche le copie de “La
difesa della razza”, nonostante i primi numeri ebbero tirature importanti, oltre
le centomila copie.
Di lì a poco Telesio Interlandi si troverà rinchiuso nel carcere militare di
Forte Boccea, e vi trascorrerà quarantacinque giorni, sino all’armistizio. Verrà
difatti liberato – scrive Mughini – dai tedeschi della divisione Göring, il 12
settembre: “il tempo di una visita a Mussolini che era stato a sua volta
liberato dal Gran Sasso e trasportato in Germania, e poi via verso il Nord, a
Desenzano sul Garda, dove i tedeschi vogliono che Interlandi risieda, e dopo
avergli esplicitamente proibito di starsene a Roma”.
*
Sono giornate concitate, nelle quali la vita degli uomini è appesa ad un filo.
Molte personalità del regime si tolgono spontaneamente la vita, altri fuggono,
altri vengono uccisi, ma è proprio in questo clima da resa dei conti, che il
destino disegna per la famiglia Interlandi una parabola sorprendente e
umanamente significativa. A Desenzano, a pochi chilometri da Salò, Interlandi –
al quale è stata messa a disposizione dai tedeschi una villa – resta in attesa
degli eventi e non accetta alcun ruolo di responsabilità politica. Per lui la
stagione si è chiusa in modo definitivo. I fatti gli daranno ragione.
In una sorta di flashback di quella domenica di luglio di due anni prima, ma ora
costretti in una cascina rifugio trovata dal figlio Cesare, la famiglia
Interlandi apprende dalla radio, l’avvenuta fucilazione di Benito Mussolini e
degli altri gerarchi a Dongo. Poco dopo, la radio comunica anche i nomi di un
certo numero di gerarchi cui sono stati confiscati i beni, tra i quali c’è anche
Telesio Interlandi. I tre restano isolati e senza una reale strategia, mentre
dall’esterno, notte dopo notte, arrivano i rumori di raffiche di mitra e il
vento forte della Liberazione.
Passano così cinque mesi, finché ad ottobre del ’45, persone che si qualificano
come Carabinieri vengono a prelevare padre e figlio. I due temono che stiano per
essere giustiziati da un momento all’altro, invece vengono prima portati alla
caserma di Desenzano e poi tradotti alla questura di Brescia, rinchiusi in uno
scantinato assieme ad altri disgraziati, tra escrementi umani e muffa. Qui il
giovane Cesare rischia di morire per un’infezione alla bocca che nessuno vuole
curare, mentre il padre scrive alla moglie, esortandola a cercare aiuto tra le
persone che in passato avevano avuto contatti con lui e che ora godevano anche
di un certo prestigio. Come ad esempio lo scrittore Elio Vittorini, antico
collaboratore del “Tevere”, che ora sta a Milano ed è divenuto un’autorità
morale dell’antifascismo intellettuale.
Nel frattempo, la moglie di Interlandi prende contatti con un valente avvocato
di Brescia. Si tratta di Enzo Paroli, un ex ufficiale di aviazione. È un
antifascista e figlio di antifascista. Il primo incontro tra l’avvocato e
Telesio Interlandi avviene nel carcere bresciano di Canton Mombello, dove nel
frattempo era stato trasferito l’ex direttore del “Tevere”, che rischia di
subire un processo sommario da una delle Corti d’assise straordinarie,
incaricate di giudicare i reati di collaborazionismo. Non sappiamo cosa si siano
detti, fatto sta che Paroli accetta di difenderlo. In realtà farà molto più che
difendere Interlandi sul piano legale; infatti, appena apprende la notizia che
l’ex giornalista del regime, era riuscito a fuggire dal carcere in modo
rocambolesco e raggiungere la moglie ed il figlio – quest’ultimo in cura presso
una clinica locale – decide di proteggere quell’uomo contro ogni eventuale
ritorsione. Accoglie così e nasconde nella propria abitazione l’intera famiglia
Interlandi, proprio di fronte al Canton Mobello da cui il fuggiasco era uscito
poche ore prima.
E siamo così giunti agli eventi che così intimamente avevano toccato la
sensibilità di Leonardo Sciascia. Enzo Paroli – a proprio rischio e pericolo –
riserva alla famiglia ospite il seminterrato della propria villetta a due piani,
dove i tre Interlandi rimarranno custoditi per otto mesi. Usciranno solo a
luglio del 1946, dopo l’archiviazione del processo contro Telesio, per assoluta
mancanza di elementi.
Ecco dunque la parabola di vita di Telesio Interlandi, che dopo aver dominato la
scena culturale italiana durante il Fascismo, si ritrova salva la vita grazie ad
un avvocato antifascista, che a rischio della sua stessa incolumità decide di
proteggerlo, assieme a tutta la sua famiglia. Ed è questo il tratto che più
interessava Leonardo Sciascia, quando si mise sulle tracce di Interlandi e
dell’avvocato Paroli nel corso degli anni ’80. In realtà già negli anni ’70
aveva curato per Sellerio un volumetto, La noia e l’attesa. Un libro sui
rapporti tra intellettuali siciliani e fascismo. Nella copertina era riprodotta
una vignetta del 1938 di Mino Maccari, raffigurante un Telesio Interlandi in
atteggiamento dominate verso figure minute e inquiete. Lo scrittore siciliano
chiederà notizie dirette ai figli dei due protagonisti della vicenda, ricevendo
ampie informazioni. Nella lettera del 15 gennaio 1989 che scrive a Cesare
Interlandi la direzione del suo interesse è chiara:
> «La ringrazio di tutte le notizie che mi dà, e che mi saranno utili, anche se
> meno – nel taglio che intendo dare al racconto – meno mi interessano i
> rapporti di suo padre col fascismo, il suo fascismo, e più il dramma del ‘45.
> Le due vite, mi interessano, e quel tragico momento: di suo padre,
> dell’avvocato Paroli».
Datata 12 novembre 1988, invece una lettera indirizzata al figlio del penalista,
dove emerge il segno preciso del suo intento di scrittura e lo spirito che lo
anima:
> «Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni
> lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il
> dovere di non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare».
Nonostante l’avanzare della malattia, Sciascia raccoglie il materiale di cui ha
bisogno e il libro sembra sul punto di essere composto, ma, come sappiamo, il
corpo dello scrittore cederà definitivamente nel novembre del 1989, privando il
mondo delle lettere di un’altra magia del genio di Racalmuto. Ecco perché appare
“Nessun elemento trovato” al n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio. Una
decisione presa in onore dello scrittore scomparso.
*
Sarà allora Giampiero Mughini, che conosceva bene il lavoro che il conterraneo
stava portando avanti, a prenderne in qualche modo il testimone, sollecitato
anche dallo stesso figlio di Interlandi. Il libro – dal quale sono prese buona
parte delle informazioni contenute in questo scritto – vedrà la luce per Rizzoli
nel gennaio 1991 con il titolo A via della Mercede c’era un razzista,
sottotitolo “Pittori e scrittori in camicia nera un giornalista maledetto e
dimenticato lo strano caso di Telesio Interlandi”.
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, 1991
In realtà il libro di Mughini – a differenza del progetto sciasciano, che pure
viene indagato con dovizie di particolari dalla sua genesi – si denota come una
vera e propria biografia del giornalista siciliano. Dopo i mesi trascorsi in
casa dell’avvocato Paroli – racconta Mughini -, la famiglia Interlandi, di nuovo
libera, torna a Roma, ma dei beni in loro possesso fino al ’43 ora non
dispongono più di nulla. La signora va a rifugiarsi in un convento di Santa
Priscilla, i due uomini in un convento dei Fratelli delle scuole cristiane, a
corso d’Italia, dove sono stati raccomandati da Pompilia Pirandello, moglie di
Fausto Pirandello. Fra gli amici a cui hanno chiesto un primo aiuto c’è difatti
il figlio di Luigi Pirandello, il quale ha messo a disposizione la sua casa e
due blocchetti di assegni, tutti firmati.
Per Telesio Interlandi, si tratta di ricominciare sostanzialmente da zero.
Scrive Mughini:
> ”A nemmeno cinquantaquattro anni il suo destino s’è già compiuto; d’ora in poi
> non gli resta che rimpiangere e ricordare, e sta a lui decidere se rivedere
> criticamente le sue passioni del Ventennio, sfociato nella sconfitta e nel
> disonore, o se incaponirsi nell’idea che lui fascistissimo ha avuto ragione, e
> gli altri erano tutti dei doppiogiochisti. Con coerenza e cocciutaggine da
> siciliano, sceglie la seconda via”.
Ma adesso nessuno vuole più ascoltare il suo nome, intorno al quale cade una
nube di silenzio, e come cancellati per sempre, divengono innominabili gli anni
di lavoro giornalistico e quei giornali su cui avevano scritto tanti di quelli
che stanno ora trionfando nelle istituzioni culturali del dopoguerra.
Il libro darà anche modo a Mughini di toccare temi a lui molto cari, uno tra
tutti l’indagine su una stagione politica e culturale che lungi da essere chiusa
in un comparto stagno, si dipana in modo contiguo con tutto l’arco del Novecento
post fascista. “Naturalmente – scrive Mughini ne La collezione (Einaudi, 2009) –
il mio libro… (che non mancherà di suscitare aspre critiche) era il ritratto di
dove stavano e di come si muovevano gli intellettuali italiani degli anni
Trenta, i quali avevano tutti un piede e mezzo nel fascismo e nelle sue
organizzazioni culturali e nei suoi giornali, e soltanto mezzo piedi fuori. Era
la smentita – facile facile e documentatissima – della leggenda che fosse stato
netto da sempre il confine divisorio tra fascismo e antifascismo, e laddove
tutti quel confine negli anni Trenta lo attraversavano e lo riattraversavano
quotidianamente. Il nome di uno scrittore o di un artista che non avesse
collaborato ai giornali diretti da Interlandi? Difficile da trovare, forse
impossibile. E comunque stramaledetto e impronunciabile era il nome di
Interlandi prima che io pubblicassi il libro su di lui, stramaledetto e
impronunciabile è rimasto dopo”.
Negli ultimi anni della sua vita, Telesio Interlandi, già sprofondato nel
silenzio totale che avvolgeva la sua figura e il suo lavoro, non avrà più alcuna
prospettiva dopo la morte della moglie, uccisa da un tumore nel 1960. Morirà
così nell’indifferenza generale nel gennaio 1965 (un anno prima dell’avvocato
Paroli), ma non prima di aver pubblicato un piccolo libro di memorie
personali, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, che si autoedita
nel 1962 intestandolo alle Edizioni di Quadrivio. Un libro oggi sostanzialmente
introvabile ma che Sciascia aveva letto nel 1988, grazie a Cesare Interlandi,
che lo aveva dato allo scrittore dopo aver saputo della decisione di scrivere
sul padre.
Telesio Interlandi, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, Edizioni
di Quadrivio, 1962.
*
«A Maria / che visse con me queste pagine / e non le potrà leggere. / T.I. (4
sett. 1961)».
“Da quando mi è scivolata di mano la penna, sono trascorsi quindici anni.
Quindici anni di solitudine e di silenzio. Che ho fatto? Nulla. Vi è, tra quel
giorno ed oggi, una sterminata distesa di tempo, grigia, uniforme, sulla quale
galleggiano numerosi fogli di carta bollata. A volte, quel giorno mi sembra
vicinissimo, la distesa del tempo breve; a volte, lontanissimo, remoto, e la
distesa infinita. Quindici anni. Essi sono sulle mie spalle, li sento pesare,
hanno modificato il mio passo, l’hanno fatto più lento; eccoli, li sento. E a
volte come ora, li vedo soltanto, come elementi di una prospettiva; e mi sono
estranei, non sono miei. In questa prospettiva nulla c’è di mio; è una distesa
grigia e uniforme, senza risalti. Da quando mi è caduta di mano la penna non ho
più scritto un rigo, per me; nulla di nulla”. Telesio Interlandi
*
Dopo l’uscita del libro di Giampiero Mughini del 1991, altri articoli e
pubblicazioni si sono occupati della figura di Telesio Interlandi e nello
specifico dell’incontro tra l’ex direttore de “La difesa della razza” e
l’avvocato antifascista di Brescia. Testi che usufruiscono oggi di una copiosa
messe di documenti inediti rintracciati all’Archivio di Stato di Roma. Segnalo
qui una breve bibliografia di riferimento:
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, Milano, 1991.
Nuova edizione per la Collana Specchi, Marsilio, Venezia, 2019, con nuova
prefazione dell’autore,
Tonino Zana, Il nero e il rosso. Il romanzo bresciano che Sciascia non
scrisse, Gussago – Editrice Ermione, 1992.
Prima che morisse, Sciascia diede le carte e gli appunti da lui raccolti al
giudice catanese Vincenzo Vitale che ne fece il racconto In questa notte del
tempo, Sellerio, Palermo, 1999.
Virman Cusenza, Giocatori d’azzardo. Storia di Enzo Paroli, l’antifascista che
salvò il giornalista di Mussolini, Mondadori, 2022.
Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi,
1996.
Ugo Caffaz, L’antisemitismo italiano sotto il fascismo, La Nuova Italia, 1973.
https://pm-unicatt-brescia.arianna4.cloud/wp-content/uploads/2022/01/ras-sta-2022.01.20-corsera-bs-p.-8-m-tedeschi-giocatori-azzardo-mondadori-2022-articolo.pdf
*
Immagine di copertina: La Tempesta, Fausto Pirandello, 1938. L’opera venne
esposta per la prima volta nel febbraio 1939 alla III Quadriennale d’Arte
Nazionale di Roma, dove Fausto Pirandello, pittore quarantenne già premiato
nella precedente edizione, era stato invitato con una sala personale.
Successivamente inviata negli Stati Uniti ed esposta al Carnegie Institute di
Pittsburgh. Verrà acquistata da Telesio Interlandi – amico della famiglia
Pirandello – nell’immediato dopoguerra. Oggi dimora alla Galleria d’Arte
Moderna di Roma.
Claudio Orlandi è nato nell’agosto del 1973 a Roma, dove si è laureato in
Scienze Politiche. Voce e autore dei testi del gruppo musicale Pane, con il
quale ha realizzato cinque dischi: Pane (2003), Tutta la dolcezza
ai vermi (Lilium, 2008), Orsa Maggiore (2011), Dismissione(Sossella, 2014), The
River Knows – A Tribute to the Doors (2018). Del 2009 il disco Corde e
martello in duo piano e voce. Dal 2009 al 2022 ha svolto funzioni di
collaborazione parlamentare presso gli uffici della Camera dei deputati. Dirige
sul proprio canale YouTube Radio Pomona, proposta di letture di testi
poetici. Nel giugno 2021 pubblica con Tic edizioni Il mare a Pietralata. Poesie
e canzoni1990-2020.
L'articolo “L’Affaire Interlandi”. Storia del libro che Sciascia non riuscì a
scrivere proviene da Pangea.
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Georg Baselitz, uno degli artisti tedeschi contemporanei più apprezzati, era
nato nel 1938 come Hans-Georg Kern in quella Sassonia che dopo il 1945 sarebbe
diventata zona d’occupazione sovietica e quindi DDR. Dopo aver iniziato la
propria formazione alla Scuola Superiore per le Arti Figurative di Berlino Est,
dunque in un contesto artistico ed educativo chiamato a servire il “realismo
socialista”, già nel 1958 Baselitz si trasferì definitivamente nel settore
occidentale della città.
Dresda, che è stata la città di macerie e morte dove l’artista ha vissuto la
propria infanzia, ospitò tra il 2009 e il 2010 la mostra “Georg Baselitz.
Dresdner Frauen”, che tra sculture, dipinti e disegni raccoglie circa settanta
sue opere realizzate a partire dal 1960 frutto dell’intenso rapporto con la
capitale sassone e con le sue donne. Pensata anche per festeggiare i vent’anni
dalla caduta del Muro di Berlino, la mostra fu l’occasione per lo stesso
Baselitz per ricordare gli anni trascorsi nella DDR, i rapporti con artisti
servi del regime comunista, ma anche per lanciare strali contro certi
intellettuali tedesco-occidentali non del tutto a posto con il proprio passato.
Furono questi infatti i contenuti di una lunga intervista rilasciata
dall’artista a Christine Eichel per il mensile tedesco “Cicero”, nel numeri di
dicembre 2009.
> «Tra i miei maestri a Berlino Est», ricordava Baselitz, «c’è stato anche
> Schmidt-Rottluf, i cui quadri durante il Terzo Reich vennero bruciati. Eppure
> nessuno lì s’interessava dell’espressionismo. C’erano piuttosto gli “artisti
> di Stato”. Nella DDR Schmidt-Rottluf e gli altri del gruppo “Die Brücke’”
> subirono una seconda proscrizione».
Senza peli sulla lingua e lontano da qualsiasi arte diplomatica, Baselitz non la
manda a dire e fa i nomi degli “artisti di Stato”: Werner Tübke, Bernhard
Heisig, Willi Sitte e Wolfgang Mattheuer. «Tutti li applaudivano, per quanto i
loro quadri fossero orribili», aggiungeva. E questo accadeva non solo entro i
confini della Germania comunista. «I cosiddetti critici d’arte della
“Frankfurter Allgemeine” credono tutt’oggi che quella da loro professata sia la
vera arte. Così pure Günter Grass. Se si chiede agli ex iscritti alla NSDAP (il
partito nazista, ndr) poi, sono pronti a giurarlo».
Giunto a questo punto, Baselitz sferrò un attacco frontale contro taluni
intellettuali di sinistra (o ex, come Martin Walser) elevatisi nel dopoguerra a
“coscienza critica” della Germania Occidentale:
> «Mi ha sempre disturbato la pretesa, da parte di qualcuno, di ostentare una
> coscienza pulita. Non è incredibile che un’intera generazione, gente come
> Walter Jens, Dieter Hildebrandt, Grass e Walser, possa aver “dimenticato” la
> propria appartenenza al partito nazista?».
Una situazione tanto più grave, allora, se si pensa che quella “perdita di
memoria” era accompagnata da uno sguardo compiacente verso le espressioni
culturali “ufficiali” della dittatura tedesco orientale. «Ufficialmente a
nessuno interessava davvero ciò che facevano quei quattro artisti di Stato»,
rincarava Baselitz a proposito di Tübke, Heisig, Sitte e Mattheuer, «eppure
erano proprio loro ad essere responsabili delle condizioni disastrose esistenti
anche in campo artistico nella DDR. Sapevo già allora che loro agivano affinché
gli artisti malvisti venissero cacciati, venisse impedito loro di lavorare e
trovassero difficoltà a vendere anche all’Ovest. Così facendo agivano da veri
capi. E potevano contare su di una forte lobby tra gli intellettuali tedesco
occidentali ex NSDAP. Questi ultimi si consideravano nell’ortodossia e si
compiacevano del loro ruolo, del loro ritenere quello socialista della DDR come
lo Stato migliore».
Insomma, mentre allora l’editore Ch. Links si premurava di annunciare la
pubblicazione di documenti utili per dimostrare quanto Günter Grass fosse stato
a lungo vittima degli spioni della Stasi, Baselitz gettò l’ennesimo, pesante
macigno nelle mai quiete acque della più recente storia tedesca. La
ricostruzione degli strani intrecci tra Germania Occidentale e Germania
comunista era allora solo all’inizio e ancor oggi forse è incompiuta.
Vito Punzi
*In copertina: Georg Baselitz, “The Painter in His Bed”, 2022
L'articolo Quando Georg Baselitz si scagliò contro gli “artisti di Stato” e la
lobby intellettuale tedesca proviene da Pangea.
Il dominio della storia – che è, in cristallo, il potere sul tempo – è uno dei
‘caratteri’ che rendono grande un poeta. Ciò che però, per norma, ci capita di
leggere, oggi, è sterminio di tale termine. La storia è ridotta a cronaca, il
tempo è miniaturizzato nei minimi fruscii di un occasionale ombelico, a una
poesia continentalepreferiamo quella salottiera, al cosmico l’ovetto in camicia;
l’unico affetto epico rimasto stinge in impegno civico, la morte in palude della
poesia. Quando riesuma gli antichi miti – se non lo fa col passo del passatista
– l’italofono proietta in quelle stanche effigi simboli, stracci psicoanalitici,
secondo una moda – che è ormai usura – anglosassone.
La storia, per noi, genericamente, non ha senso, non si insinua in versi: per lo
più si assiste al piattume dell’attualità, al pattume delle proprie frattaglie
‘interiori’ – come se il poeta, fool, divina faina, possedesse un di
dentro separato dal di fuori, come se fosse preda, altro che dal furore,
dei sentimenti.
Ovvio, si parla per paradossi: in poesia non conta – o quasi – il cosa ma
il come. Eppure, esistono, credo, questioni di geografia lirica. Ad Est –
nell’Europa dell’Est – la storia, il mito, la leggenda, l’esuberanza del ‘testo
sacro’, hanno un peso, scagliano ancora dardi, dardeggiano sulle petroglifiche
rughe dei poeti. Il poeta, laggiù, pare ancora essere la spina che unisce i
mondi, il punto di scolo dei secoli, il pitocco sovrano del tempo. Questo si
vede nei poeti di oggi – il poeta macedone Nikola Madzirov, ad esempio, che
mescola, in Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà (Crocetti, 2025) l’arcano e il
contemporaneo – come in quelli di ieri: tra questi, uno dei fari di questa
rivista è il serbo Miodrag Pavlovic.
Uno dei più importanti poeti che hanno agito in quei luoghi, da autentico
vagabondo della poesia, eresiarca del sé, è Bogomil Gjuzel. Nato il 9 febbraio
del 1939 a Čačak, nell’attuale Serbia, da genitori di origine bulgara, ha
studiato a Skopje, ha lavorato come drammaturgo per il teatro della città.
Bogomil Gjuzel si è perfezionato a Edimburgo e negli Stati Uniti, ha tradotto
nel suo paese l’opera di Shakespeare e di Thomas S. Eliot, di Emily Dickinson,
di Seamus Heaney e di Auden – a sentenziare che si appartiene a una tradizione
se si abita in mille altre.
Charles Simić – il poeta di Belgrado eletto Pulitzer negli States –, che lo ha
tradotto in inglese, ha scritto che “L’eleganza dei versi di Gjusel e la potenza
del suo immaginario lo rendono una voce lirica immutabile”. È il poeta serbo
Vasko Popa, tuttavia, ad aver imbragato con documentata completezza il carisma
lirico di Gjusel: “Forme ed elementi arcaici emergono con grazia nei metri
contemporanei; gli antichi incantesimi penetrano nel verso senza ostacolarlo,
anzi: lo rendono più enigmatico e complesso. Così, Bogomil Gjusel si cimenta con
genio nel più difficile compito: restituire un’universalità perduta ai simboli
del passato”.
Morto nell’aprile del 2021, Bogomil Gjusel ha esordito nel 1962, ha ottenuto i
premi letterari più importanti conferiti nel suo paese; un’antologia di suoi
testi è tradotta in inglese come The Wolf at the Door. Ciò che sorprende di
questo poeta, animato da toni profetici, è la dimestichezza con i reperti
antichi: in lui, le figure classiche – Prometeo, le rovine di Troia – si
alternano con episodi tratti dalla Bibbia. A differenza di Miodrag Pavlovic,
però, a Bogomil Gjusel non importa l’icona, l’evento totalizzante, al cui
cospetto inginocchiarsi, ma la rivelazione, l’apocalisse. In Gjusel i secoli si
contorcono nel ‘qui e ora’, in una dinamica lirica che pretende, dal lettore, lo
scatto, l’azione al posto della contemplazione, l’opera del corpo prima di
quella del cuore. La sua Seconda venuta va messa a paragone con The Second
Coming di Yeats: la preveggenza del grande irlandese – una poesia-evocazione – è
sostituita da una specie di danza macabra sul nulla. Per certi versi, le
atmosfere tracciate da Bogomil Gjusel sono quelle che troviamo nei grandi
romanzi della tradizione jugoslava: Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić
e Migrazioni di Miloš Crnjanski, ad esempio.
La poesia conserva così l’austero valore di un farmaco: va sfregata sulla ferita
aperta – non è detto che si guarirà: a volte, è nella fioritura del sangue, in
quella salvezza in piena d’addio, che si ausculta l’opera santissima del poeta.
***
Troia
Le porte della città si aprirono
e fece ingresso il vento – come uno
appena libero da un assedio
come l’anima esausta di un conquistatore
che non ha più nulla da conquistare –
una folata folle, inutile
vangava le strade
arrancava agli angoli
con il respiro di un barbone
che cerca riparo e pane.
Gemevano i sassi
tremavano i palazzi.
Ma il vento radunò uomini
che avevano lasciato il vomere a vogare ruggine
uomini solitari che coltivavano il cielo
mietevano nelle notti d’estate
il grano gonfio delle prime stelle
inadatte al setaccio, già giuste.
Usavano le spade, aravano
i corpi, con il cuore pieno di solchi;
sradicavano i cuori come fossero
radici, perforavano i polmoni.
Con i fegati sfamavano gli avvoltoi
che avevano sulla spalla destra.
Infine, usavano i teschi
come pietre d’angolo.
Non c’era tempo per edificare.
Le madri furono estratte dai loro figli
il latte e il pianto si prosciugarono.
Irrigarono le strade con tubature in fasce
simili ad arterie contorte. Affrettarono
i sacrifici, speravano forse di tradurre
i templi in porcile: il fetore era lo stesso.
Il vento srotolò le bandiere e le corde
dei campanari: scodinzolavano
per la città come cani
poi colpirono il gong del sole.
**
Primavera apocalittica
I
La guerra venne con la neve
invece che con il sangue – il sole
mostrava un piumaggio nuziale
calpestavamo stelle
velenose. Il campo
era obbediente:
è un matrimonio
o una guerra? Guerra
di primavera, quando
anche i traditori combattono.
Sono l’unico a morire oggi?
Il campo mi travolge.
*
II
Gli arbusti si annodano
ovunque: forse troveremo
qualcuno tra queste macerie.
Cento gole ridono come animali
trecento teschi plasmano la terra
crudele come una sterile:
così calda, così inseminata
potrebbe concepire il sole –
combattiamo per il suo trono
ma se partorisse un cane?
Il toro apocalittico
irromperà nelle nostre case
per scortarci sulle sue corna insanguinate.
*
III
Doppio sogno:
in uno sono io
nell’altro il mio calco
un seme della terra –
ciò che posso toccare
è accusato di prostituzione.
La mia ombra mi circonda
come una trappola tesa.
*
IV
Bisbiglia il deserto
i tamburi vengono calpestati
da una marcia di guerrieri
e di ospiti – tossiscono
le cornamuse: si spengono
i sussurri uno ad uno
la forma più bella
è il silenzio.
**
La fine dei tempi
“La Roccia, che ti ha generato, hai trascurato;
hai dimenticato il Dio che ti ha creato!” (Dt 32, 18)
Dicono che abbiamo rifiutato la pietra, il dono di Dio
(che al suo posto abbiamo scelto il Frutto e la Caduta)
così la nostra vita è diventata verde e matura, è marcita
e non sarà mai più immortale
Per questo preghiamo invano
e la parola che viene dal cuore
(respirare non è forse perpetuo
sacrificio?) si fa muta
Forse abitiamo già nella pietra
(oscurità interiore più fonda di qualsiasi prigionia)
nella roccia e nel tumulo al bivio che non ha
riparo d’ombra neppure a mezzogiorno
e vi guardiamo da lì dentro come gufi
con scintille negli occhi, preghiamo
in silenzio e accettiamo il Nulla, il ponte
sull’abisso tra noi e Dio
Dicono che dopo la Caduta
Dio si sia esiliato nel Sé
sigillato in Sé
per nascere
Abbiamo acceso un fuoco
che non è mai svanito –
se torniamo all’inesistente
è per splendere
**
La Seconda Venuta
I
Stamattina mi sono seduto
su un morto e la terra mormorava
i morti e la terra sono uno
(la terra si arricchisce della nostra morte)
Attraverso il suo respiro
riconosco i respiri dell’uomo
su cui sono seduto
(Prima di distruggere il mondo
ascolta il tuo respiro
ti salverà)
*
II
Quando i morti risorgeranno
azzannandosi per respirare
sarà vuota la terra?
Vedrò mio padre
il solo uomo
senza ombelico?
*
III
Questo non è frusciare i foglie
ma spettegolare di morte
quelli non sono solchi
ma ferite fresche
decomposizione nel limo
Ci sediamo e mangiamo i morti
non sono le ossa a bucarci la gola
ma i proiettili o la lama
di un coltello che ruggisce
rugginoso di sangue
Invece dei germogli, germogliano
capezzoli in primavera
capezzoli di donne che urlano
e muoiono nel mezzo dell’orgasmo
*
IV
Le cripte si spalancheranno come negozi vuoti
le tombe si apriranno come
fiori carnivori
Le icone diventeranno santi e apostoli
le chiese imploderanno – nella loro
polvere un Cristo calvo correrà felice
(Chi dice che amo il caos?
Unica legge è infrangere le leggi)
Radici bollenti, arterie scrostate
sfondano le rocce
e diventano nuova forza.
*
V
I morti usciranno dalle fondamenta
i muri crolleranno
*
VI
Quando i ragni caleranno dal cielo
io, l’incredulo, riconoscerò l’uomo
e lui riconoscerà me
grazie all’icona che ho nel petto
**
L’eretico
Stelle lanciate come dadi
cielo spaccato da spaventosi segni
naufragano uomini e santi
la corona di spine dell’oblio non li salva.
Ribolle l’inferno e dagli acquitrini
boiardi preti mendicanti raspano le pentole:
nessun cucchiaio è sufficiente
per intaccare il fondo unto della salvezza.
Fratelli, siamo alla fine: abbiamo
ruminato il fuoco e lanciato nuove biglie
nella roulette del cielo. Da ogni direzione
è il vuoto a rendere gravide le vele
una tenue brezza impedisce alla muffa
di attecchire sui nostri sepolcri spalancati.
Da questo nulla apparirà una nuova costellazione
così un verme è nato dalla vostra fede.
**
L’aquila di Prometeo
Anche per me il Caucaso è una gabbia.
Benché non sia incatenata a una rupe
devo bucargli il fegato ogni giorno
e ogni notte – non ho scampo.
Mentre il suo fegato rinasce
sogno lo spazio infinito
dove volavo libera un tempo
prima che gli dei mi inchiodassero
a questo ingrato compito.
Non sanno più cosa vogliono.
Dicono: bucalo – ma non troppo – non
farlo morire. Fallo soffrire – ma a volte
fagli il solletico: confondi con letali
moine la sua mente.
Non capisco le sue parole.
Conosco le sue viscere
so cosa mangia e cosa beve
ma ignoro il linguaggio delle sue cellule.
Dicono di essere dèi, sono ignari di tutto.
I topi divorano i sacrifici
che qualcuno continua a offrire:
i raccolti raccontano di assidue siccità.
Sono così gonfia che non so più volare
e loro che pensano ancora al fegato di Prometeo.
Bogomil Gjuzel
*In copertina: Peter Paul Rubens, Prometeo incatenato, 1612
L'articolo “Unica legge è infrangere le leggi”. La poesia senza tempo di Bogomil
Gjuzel proviene da Pangea.