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“Unica legge è infrangere le leggi”. La poesia senza tempo di Bogomil Gjuzel
Il dominio della storia – che è, in cristallo, il potere sul tempo – è uno dei ‘caratteri’ che rendono grande un poeta. Ciò che però, per norma, ci capita di leggere, oggi, è sterminio di tale termine. La storia è ridotta a cronaca, il tempo è miniaturizzato nei minimi fruscii di un occasionale ombelico, a una poesia continentalepreferiamo quella salottiera, al cosmico l’ovetto in camicia; l’unico affetto epico rimasto stinge in impegno civico, la morte in palude della poesia. Quando riesuma gli antichi miti – se non lo fa col passo del passatista – l’italofono proietta in quelle stanche effigi simboli, stracci psicoanalitici, secondo una moda – che è ormai usura – anglosassone.  La storia, per noi, genericamente, non ha senso, non si insinua in versi: per lo più si assiste al piattume dell’attualità, al pattume delle proprie frattaglie ‘interiori’ – come se il poeta, fool, divina faina, possedesse un di dentro separato dal di fuori, come se fosse preda, altro che dal furore, dei sentimenti.  Ovvio, si parla per paradossi: in poesia non conta – o quasi – il cosa ma il come. Eppure, esistono, credo, questioni di geografia lirica. Ad Est – nell’Europa dell’Est – la storia, il mito, la leggenda, l’esuberanza del ‘testo sacro’, hanno un peso, scagliano ancora dardi, dardeggiano sulle petroglifiche rughe dei poeti. Il poeta, laggiù, pare ancora essere la spina che unisce i mondi, il punto di scolo dei secoli, il pitocco sovrano del tempo. Questo si vede nei poeti di oggi – il poeta macedone Nikola Madzirov, ad esempio, che mescola, in Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà (Crocetti, 2025) l’arcano e il contemporaneo – come in quelli di ieri: tra questi, uno dei fari di questa rivista è il serbo Miodrag Pavlovic.  Uno dei più importanti poeti che hanno agito in quei luoghi, da autentico vagabondo della poesia, eresiarca del sé, è Bogomil Gjuzel. Nato il 9 febbraio del 1939 a Čačak, nell’attuale Serbia, da genitori di origine bulgara, ha studiato a Skopje, ha lavorato come drammaturgo per il teatro della città. Bogomil Gjuzel si è perfezionato a Edimburgo e negli Stati Uniti, ha tradotto nel suo paese l’opera di Shakespeare e di Thomas S. Eliot, di Emily Dickinson, di Seamus Heaney e di Auden – a sentenziare che si appartiene a una tradizione se si abita in mille altre.  Charles Simić – il poeta di Belgrado eletto Pulitzer negli States –, che lo ha tradotto in inglese, ha scritto che “L’eleganza dei versi di Gjusel e la potenza del suo immaginario lo rendono una voce lirica immutabile”. È il poeta serbo Vasko Popa, tuttavia, ad aver imbragato con documentata completezza il carisma lirico di Gjusel: “Forme ed elementi arcaici emergono con grazia nei metri contemporanei; gli antichi incantesimi penetrano nel verso senza ostacolarlo, anzi: lo rendono più enigmatico e complesso. Così, Bogomil Gjusel si cimenta con genio nel più difficile compito: restituire un’universalità perduta ai simboli del passato”.   Morto nell’aprile del 2021, Bogomil Gjusel ha esordito nel 1962, ha ottenuto i premi letterari più importanti conferiti nel suo paese; un’antologia di suoi testi è tradotta in inglese come The Wolf at the Door. Ciò che sorprende di questo poeta, animato da toni profetici, è la dimestichezza con i reperti antichi: in lui, le figure classiche – Prometeo, le rovine di Troia – si alternano con episodi tratti dalla Bibbia. A differenza di Miodrag Pavlovic, però, a Bogomil Gjusel non importa l’icona, l’evento totalizzante, al cui cospetto inginocchiarsi, ma la rivelazione, l’apocalisse. In Gjusel i secoli si contorcono nel ‘qui e ora’, in una dinamica lirica che pretende, dal lettore, lo scatto, l’azione al posto della contemplazione, l’opera del corpo prima di quella del cuore. La sua Seconda venuta va messa a paragone con The Second Coming di Yeats: la preveggenza del grande irlandese – una poesia-evocazione – è sostituita da una specie di danza macabra sul nulla. Per certi versi, le atmosfere tracciate da Bogomil Gjusel sono quelle che troviamo nei grandi romanzi della tradizione jugoslava: Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić e Migrazioni di Miloš Crnjanski, ad esempio.  La poesia conserva così l’austero valore di un farmaco: va sfregata sulla ferita aperta – non è detto che si guarirà: a volte, è nella fioritura del sangue, in quella salvezza in piena d’addio, che si ausculta l’opera santissima del poeta. *** Troia  Le porte della città si aprirono e fece ingresso il vento – come uno  appena libero da un assedio come l’anima esausta di un conquistatore che non ha più nulla da conquistare –  una folata folle, inutile vangava le strade arrancava agli angoli con il respiro di un barbone che cerca riparo e pane.  Gemevano i sassi tremavano i palazzi.  Ma il vento radunò uomini che avevano lasciato il vomere a vogare ruggine uomini solitari che coltivavano il cielo mietevano nelle notti d’estate il grano gonfio delle prime stelle inadatte al setaccio, già giuste. Usavano le spade, aravano i corpi, con il cuore pieno di solchi; sradicavano i cuori come fossero  radici, perforavano i polmoni.  Con i fegati sfamavano gli avvoltoi che avevano sulla spalla destra. Infine, usavano i teschi come pietre d’angolo.  Non c’era tempo per edificare. Le madri furono estratte dai loro figli il latte e il pianto si prosciugarono.  Irrigarono le strade con tubature in fasce simili ad arterie contorte. Affrettarono i sacrifici, speravano forse di tradurre i templi in porcile: il fetore era lo stesso.  Il vento srotolò le bandiere e le corde dei campanari: scodinzolavano per la città come cani poi colpirono il gong del sole.  ** Primavera apocalittica I La guerra venne con la neve invece che con il sangue – il sole mostrava un piumaggio nuziale calpestavamo stelle velenose. Il campo era obbediente: è un matrimonio o una guerra? Guerra di primavera, quando anche i traditori combattono. Sono l’unico a morire oggi? Il campo mi travolge.  * II Gli arbusti si annodano ovunque: forse troveremo qualcuno tra queste macerie.  Cento gole ridono come animali trecento teschi plasmano la terra crudele come una sterile: così calda, così inseminata potrebbe concepire il sole –  combattiamo per il suo trono ma se partorisse un cane? Il toro apocalittico irromperà nelle nostre case per scortarci sulle sue corna insanguinate. * III Doppio sogno: in uno sono io nell’altro il mio calco un seme della terra –  ciò che posso toccare è accusato di prostituzione.  La mia ombra mi circonda come una trappola tesa.  * IV Bisbiglia il deserto i tamburi vengono calpestati da una marcia di guerrieri e di ospiti – tossiscono  le cornamuse: si spengono i sussurri uno ad uno la forma più bella è il silenzio. ** La fine dei tempi “La Roccia, che ti ha generato, hai trascurato; hai dimenticato il Dio che ti ha creato!” (Dt 32, 18) Dicono che abbiamo rifiutato la pietra, il dono di Dio (che al suo posto abbiamo scelto il Frutto e la Caduta) così la nostra vita è diventata verde e matura, è marcita e non sarà mai più immortale Per questo preghiamo invano e la parola che viene dal cuore (respirare non è forse perpetuo  sacrificio?) si fa muta Forse abitiamo già nella pietra (oscurità interiore più fonda di qualsiasi prigionia) nella roccia e nel tumulo al bivio che non ha  riparo d’ombra neppure a mezzogiorno e vi guardiamo da lì dentro come gufi con scintille negli occhi, preghiamo in silenzio e accettiamo il Nulla, il ponte sull’abisso tra noi e Dio Dicono che dopo la Caduta Dio si sia esiliato nel Sé sigillato in Sé per nascere  Abbiamo acceso un fuoco che non è mai svanito –  se torniamo all’inesistente è per splendere ** La Seconda Venuta I Stamattina mi sono seduto  su un morto e la terra mormorava i morti e la terra sono uno (la terra si arricchisce della nostra morte) Attraverso il suo respiro riconosco i respiri dell’uomo su cui sono seduto (Prima di distruggere il mondo ascolta il tuo respiro ti salverà) * II Quando i morti risorgeranno azzannandosi per respirare sarà vuota la terra? Vedrò mio padre il solo uomo senza ombelico? * III Questo non è frusciare i foglie ma spettegolare di morte quelli non sono solchi ma ferite fresche decomposizione nel limo Ci sediamo e mangiamo i morti non sono le ossa a bucarci la gola ma i proiettili o la lama di un coltello che ruggisce rugginoso di sangue Invece dei germogli, germogliano capezzoli in primavera capezzoli di donne che urlano e muoiono nel mezzo dell’orgasmo * IV Le cripte si spalancheranno come negozi vuoti le tombe si apriranno come  fiori carnivori Le icone diventeranno santi e apostoli le chiese imploderanno – nella loro polvere un Cristo calvo correrà felice (Chi dice che amo il caos?  Unica legge è infrangere le leggi) Radici bollenti, arterie scrostate sfondano le rocce e diventano nuova forza.  * V I morti usciranno dalle fondamenta i muri crolleranno * VI Quando i ragni caleranno dal cielo io, l’incredulo, riconoscerò l’uomo e lui riconoscerà me grazie all’icona che ho nel petto ** L’eretico  Stelle lanciate come dadi cielo spaccato da spaventosi segni naufragano uomini e santi la corona di spine dell’oblio non li salva.  Ribolle l’inferno e dagli acquitrini  boiardi preti mendicanti raspano le pentole: nessun cucchiaio è sufficiente  per intaccare il fondo unto della salvezza.  Fratelli, siamo alla fine: abbiamo ruminato il fuoco e lanciato nuove biglie nella roulette del cielo. Da ogni direzione è il vuoto a rendere gravide le vele una tenue brezza impedisce alla muffa di attecchire sui nostri sepolcri spalancati. Da questo nulla apparirà una nuova costellazione così un verme è nato dalla vostra fede. ** L’aquila di Prometeo  Anche per me il Caucaso è una gabbia.  Benché non sia incatenata a una rupe devo bucargli il fegato ogni giorno e ogni notte – non ho scampo.  Mentre il suo fegato rinasce sogno lo spazio infinito dove volavo libera un tempo prima che gli dei mi inchiodassero a questo ingrato compito.  Non sanno più cosa vogliono.  Dicono: bucalo – ma non troppo – non  farlo morire. Fallo soffrire – ma a volte  fagli il solletico: confondi con letali  moine la sua mente.  Non capisco le sue parole. Conosco le sue viscere so cosa mangia e cosa beve ma ignoro il linguaggio delle sue cellule.  Dicono di essere dèi, sono ignari di tutto. I topi divorano i sacrifici  che qualcuno continua a offrire: i raccolti raccontano di assidue siccità.  Sono così gonfia che non so più volare e loro che pensano ancora al fegato di Prometeo.  Bogomil Gjuzel *In copertina: Peter Paul Rubens, Prometeo incatenato, 1612 L'articolo “Unica legge è infrangere le leggi”. La poesia senza tempo di Bogomil Gjuzel proviene da Pangea.
March 14, 2026 / Pangea