
“Piccola rosa dello sguardo”. Thierry Metz, o dell’ossessione per la semplicità
Pangea - Wednesday, April 22, 2026Nel 1994, davanti ad una platea di giornalisti e detrattori in veste di improbabili domatori di belve, in quell’incontro televisivo noto come Uno contro tutti, Carmelo Bene annunciava la miseria dell’intelligenza. Lo faceva distillando in forma di invettiva una vera e propria lezione di linguistica e non solo. Dopo aver ricordato che il linguaggio è inanellamento di guasti, si dichiarava fieramente ostaggio dei significanti, lasciando ai poveri astanti il piacere e la presunzione di baloccarsi con i significati. Di più: poiché, sulla scia di Montale, tutto ciò che noi possiamo veramente dire è “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, inchiodava quegli sprovveduti: “Chi dice di esserci è coglione due volte: primo perché si ritiene io, secondo perché è convinto di dire”. Finito? Neanche per sogno, e infatti: “È coglione una terza volta perché è convinto di dire quel che pensa, perché crede che quel che pensa non sian significanti, ma sian significati e che dipendano da lui, ma Lacan ha insegnato: il significato è un sasso in bocca al significante”. Poco dopo avrebbe detto anche “Me ne fotto dell’ontologia”.
Ora, lasciando un momento la linguistica, ci interessa trovarci in un punto esatto, proprio quello da cui biforcano significato e significante. È forse questo il punto in cui si trova il fondamento ultimo della realtà? Ci perdoneranno i fisici dei quanti, ma la domanda è posta dal punto di vista della poesia. Può forse aiutarci un manovale, uno che lavora di vanga e di penna perché è poeta anche quando scava buche, quando lavora in cantiere.
Innanzitutto: la precisione del perimetro. Certo, senza le misure giuste e senza i giusti strumenti, la casa non si può estrarre dall’argilla. E però, si dà il caso che questa precisione, questa esattezza, per il poeta non significhi assolutamente nulla. Se il manovale deve stare nel dato, il poeta è chiamato dalla necessità del proprio compito a vagare nel non-dato – fuori asse – dove il margine svanisce. Conosce benissimo questa intimità di rimandi tra il concreto e l’astratto, relazione erotica di luce e ombra, dove nella poesia si opera in qualche modo il ribaltamento per cui ciò che noi al di qua della cortina chiamiamo concreto, si rovescia nel suo opposto finalmente svestito della sua provvisorietà. Diciamo casa e intendiamo stabilità; ma noi che diciamo di stare, di abitare non facciamo altro che andare, continuamente. Scrive Thierry Metz:
“Qualcosa è stato raggiunto
Non per superarlo
Ma per raggiungerlo ancora –
Semplice piccola rosa
Dello sguardo.
Dove siamo
Dove la rosa è detta –
E con lei è sempre tutto da convocare
Ciò che vuole ugualmente raggiungerci
Continua ad avvicinarsi
Puntato soltanto puntato
Con questa parola”
Scriveva Elémire Zolla che le cose sono ombre dei loro nomi, mentre i nomi le legano agli archetipi che le informano. Nel reale, cioè nel provvisorio, noi possiamo soltanto dire una rosa, non desiderando altro che convocare la rosa.

Metz dice che dove una parola potrebbe dire/ rimane sempre quello che predice. Quindi il nodo non è cosa rimanga dopo aver detto; avendo finito di pronunciare la parola, non c’è un dopo, è sempre un prima di qualcosa, di qualcuno. Sempre un rincorrere, per arrivare ai piedi del libro. Eppure indugiamo nell’ostinato inganno di scambiare questo provvisorio o immediato per il definitivo; i cieli non si possono organizzare, la terra e la vita che contiene forse sì, ambizione da divinità interrotte.
Ci riuniamo intorno ad un cerchio, centro che la parola prova a dire, questa casa è abitata solo un istante –/ da chi non è entrato/ non è uscito. E al manovale, che in un giorno caldo di giugno è sull’impalcatura ad impastare cemento e polvere, arriva all’orecchio il rumore di passi non visti che vanno per strade cieche, mossi da quell’inganno. I corpi che si muovono, enigma risolto solo in parte dalla fisica; a suo tempo Zenone ne ricamò un paradosso. Non importa chi sia Achille e chi la tartaruga, fatto sta che c’è una distanza che non si riesce a coprire del tutto ed è questo ciò che conta. Arrivare da qualche parte, qui, è del tutto arbitrario.
Metz scrive nell’intimità del pozzo, sta lì la chiarità; lottatore stellato che non ha paura del buio, dove gli alfabeti dichiarano la resa perché l’enigma si scioglie in bagliore, nell’istante da cui ha avuto inizio la loro corsa, prima per allontanarsi – devono pur fare esperienza della loro fragilità; devono pur credere all’ebbrezza di un’autosufficienza – poi per riavvicinarsi – c’è una nostalgia di fronte alla quale è inutile mentire, un ritorno che non ha senso rifiutare.
Si diceva, prima, della precisione del perimetro. Il manovale conosce i progetti dell’architetto, così dettagliati, completi. Un esempio perfetto di come cerchiamo di dominare l’immediato che ci assedia, col piglio di un dio partorito da una nuvola. E allora il poeta incalza il manovale, lo richiama al vero: “Ma questo libro è completo? Dove sono gli esecutori: le squadre, le parole, i gesti? Chi ci parlerà dell’incompiuto dove siamo sempre?”. Rimane tutto da fare, anche a casa costruita, ultimata. Del resto, finito non vuol dire affatto compiuto. Dove le parole si radunano e dove è più difficile dire veramente, cioè significare. Metz doppio, dunque: da un lato erige muri perimetrali, dall’altro demolisce il dominio dei margini.
“[…] Mi piace pensare che un giorno, forse, un dio senza nome si stabilirà su questo mucchio di terra, prenderà posto nella tomba illuminata dei miei gesti, con le parole di tutti i giorni, semplici passeri. Riprenderà fiato un istante per poi ripartire verso ciò che accade, nei deserti dove sono gli uomini ed i loro cantieri”.
Si chiamerà Venerdì, questo dio che conosce la stanchezza, come il giorno della settimana quando si ripone il piccone ed anche i calcinacci, le pietre, il progetto riposeranno nell’attesa di un altro inizio. A proposito di deserti, vengono in mente vecchissime carte geografiche o mappamondi ingialliti, dove le terre sconosciute venivano indicate con la misteriosissima dicitura hic sunt leones. Tre sole parole di sogno e alcuni bambini in calzoni corti e bretelle avranno lasciato lì per sempre la loro infanzia. Ma l’adulto è penetrato in queste lande caldissime, dove l’Enigma ha irriso a lungo longitudine e latitudine, e ha gettato cemento. Costruire ha significato cacciare la bestia, ma il manovale che è poeta quella bestia l’ha nutrita nel petto, liberandola in punta di dita e di lingua.

Costruire e dire sono gemelli nell’impresa di lanciarsi all’inseguimento del Reale. Magari, l’architetto che sovrintende il cantiere dove Metz c’è e non c’è – che cos’è l’unità dell’io, se non questo girotondo continuo di presenza e assenza a sé stessi –, che “va dove i suoi piani lo conducono” non lo sa che per ogni orizzonte intrappolato nelle scorie da buttare, c’è un volo a cui restituirlo. Ma si diceva dell’unità dell’io: Rimbaud che la conosceva benissimo, poteva ben dire al riguardo io è un altro. E forse Metz, che lo ama, pensa al favoloso ragazzo di fuoco quando scrive che l’oggi è “dorsale di un altrove, o che il nome è pinna della tua assenza”.
“A lei le nostre mani davano del tu
La sera
Nel recinto di una parola –
Vecchia pitica
Il volto tatuato da uccelli di foglie
Un paese di rabdomanti nella voce:
Tribù della realtà”
C’è l’ossessione per la semplicità; come molti grandi, anche Metz se n’è nutrito. “Il vero lavoro – forse – è semplificarsi.” Il Lenz di Büchner ci ha detto, in un momento di rabbia, che l’arte sta al di là del bello e del brutto; che è impresa ridicola, senz’altro insopportabile, l’ansia di trasfigurare il mondo. Arte dimora nel sentimento della vita, nella pretesa di rintracciarne la gemma anche nella cosa più insignificante. A quanto pare c’è già tutto, bisogna avere soltanto il coraggio di cercarlo per cavarlo dal nascondiglio. Chissà se la frattura del libro di cui parla Metz è il tradimento della forma. Può darsi però che proprio lì riusciremo a dirci, tacendo.
“Fintanto che questo corpo
È sul terreno dell’anima
Ove posarsi
Essere solo con l’alato
Nel fienile
Sotto gonne
Quante stagioni abbandonate
D’albero in albero
Quando senza toccare terra
Niente scompare”
Livia Di Vona
L'articolo “Piccola rosa dello sguardo”. Thierry Metz, o dell’ossessione per la semplicità proviene da Pangea.