Nel 1994, davanti ad una platea di giornalisti e detrattori in veste di
improbabili domatori di belve, in quell’incontro televisivo noto come Uno contro
tutti, Carmelo Bene annunciava la miseria dell’intelligenza. Lo faceva
distillando in forma di invettiva una vera e propria lezione di linguistica e
non solo. Dopo aver ricordato che il linguaggio è inanellamento di guasti, si
dichiarava fieramente ostaggio dei significanti, lasciando ai poveri astanti il
piacere e la presunzione di baloccarsi con i significati. Di più: poiché, sulla
scia di Montale, tutto ciò che noi possiamo veramente dire è “ciò che non siamo,
ciò che non vogliamo”, inchiodava quegli sprovveduti: “Chi dice di esserci è
coglione due volte: primo perché si ritiene io, secondo perché è convinto di
dire”. Finito? Neanche per sogno, e infatti: “È coglione una terza volta perché
è convinto di dire quel che pensa, perché crede che quel che pensa non sian
significanti, ma sian significati e che dipendano da lui, ma Lacan ha insegnato:
il significato è un sasso in bocca al significante”. Poco dopo avrebbe detto
anche “Me ne fotto dell’ontologia”.
Ora, lasciando un momento la linguistica, ci interessa trovarci in un punto
esatto, proprio quello da cui biforcano significato e significante. È forse
questo il punto in cui si trova il fondamento ultimo della realtà? Ci
perdoneranno i fisici dei quanti, ma la domanda è posta dal punto di vista della
poesia. Può forse aiutarci un manovale, uno che lavora di vanga e di penna
perché è poeta anche quando scava buche, quando lavora in cantiere.
Innanzitutto: la precisione del perimetro. Certo, senza le misure giuste e senza
i giusti strumenti, la casa non si può estrarre dall’argilla. E però, si dà il
caso che questa precisione, questa esattezza, per il poeta non significhi
assolutamente nulla. Se il manovale deve stare nel dato, il poeta è chiamato
dalla necessità del proprio compito a vagare nel non-dato – fuori asse – dove il
margine svanisce. Conosce benissimo questa intimità di rimandi tra il concreto e
l’astratto, relazione erotica di luce e ombra, dove nella poesia si opera in
qualche modo il ribaltamento per cui ciò che noi al di qua della cortina
chiamiamo concreto, si rovescia nel suo opposto finalmente svestito della sua
provvisorietà. Diciamo casa e intendiamo stabilità; ma noi che diciamo di stare,
di abitare non facciamo altro che andare, continuamente. Scrive Thierry Metz:
> “Qualcosa è stato raggiunto
> Non per superarlo
> Ma per raggiungerlo ancora –
> Semplice piccola rosa
> Dello sguardo.
> Dove siamo
> Dove la rosa è detta –
> E con lei è sempre tutto da convocare
> Ciò che vuole ugualmente raggiungerci
> Continua ad avvicinarsi
> Puntato soltanto puntato
> Con questa parola”
Scriveva Elémire Zolla che le cose sono ombre dei loro nomi, mentre i nomi le
legano agli archetipi che le informano. Nel reale, cioè nel provvisorio, noi
possiamo soltanto dire una rosa, non desiderando altro che convocare la rosa.
Metz dice che dove una parola potrebbe dire/ rimane sempre quello che predice.
Quindi il nodo non è cosa rimanga dopo aver detto; avendo finito di pronunciare
la parola, non c’è un dopo, è sempre un prima di qualcosa, di qualcuno. Sempre
un rincorrere, per arrivare ai piedi del libro. Eppure indugiamo nell’ostinato
inganno di scambiare questo provvisorio o immediato per il definitivo; i cieli
non si possono organizzare, la terra e la vita che contiene forse sì, ambizione
da divinità interrotte.
Ci riuniamo intorno ad un cerchio, centro che la parola prova a dire, questa
casa è abitata solo un istante –/ da chi non è entrato/ non è uscito. E al
manovale, che in un giorno caldo di giugno è sull’impalcatura ad impastare
cemento e polvere, arriva all’orecchio il rumore di passi non visti che vanno
per strade cieche, mossi da quell’inganno. I corpi che si muovono, enigma
risolto solo in parte dalla fisica; a suo tempo Zenone ne ricamò un paradosso.
Non importa chi sia Achille e chi la tartaruga, fatto sta che c’è una distanza
che non si riesce a coprire del tutto ed è questo ciò che conta. Arrivare da
qualche parte, qui, è del tutto arbitrario.
Metz scrive nell’intimità del pozzo, sta lì la chiarità; lottatore stellato che
non ha paura del buio, dove gli alfabeti dichiarano la resa perché l’enigma si
scioglie in bagliore, nell’istante da cui ha avuto inizio la loro corsa, prima
per allontanarsi – devono pur fare esperienza della loro fragilità; devono pur
credere all’ebbrezza di un’autosufficienza – poi per riavvicinarsi – c’è una
nostalgia di fronte alla quale è inutile mentire, un ritorno che non ha senso
rifiutare.
Si diceva, prima, della precisione del perimetro. Il manovale conosce i progetti
dell’architetto, così dettagliati, completi. Un esempio perfetto di come
cerchiamo di dominare l’immediato che ci assedia, col piglio di un dio partorito
da una nuvola. E allora il poeta incalza il manovale, lo richiama al vero: “Ma
questo libro è completo? Dove sono gli esecutori: le squadre, le parole, i
gesti? Chi ci parlerà dell’incompiuto dove siamo sempre?”. Rimane tutto da fare,
anche a casa costruita, ultimata. Del resto, finito non vuol dire affatto
compiuto. Dove le parole si radunano e dove è più difficile dire veramente, cioè
significare. Metz doppio, dunque: da un lato erige muri perimetrali, dall’altro
demolisce il dominio dei margini.
> “[…] Mi piace pensare che un giorno, forse, un dio senza nome si stabilirà su
> questo mucchio di terra, prenderà posto nella tomba illuminata dei miei gesti,
> con le parole di tutti i giorni, semplici passeri. Riprenderà fiato un istante
> per poi ripartire verso ciò che accade, nei deserti dove sono gli uomini ed i
> loro cantieri”.
Si chiamerà Venerdì, questo dio che conosce la stanchezza, come il giorno della
settimana quando si ripone il piccone ed anche i calcinacci, le pietre, il
progetto riposeranno nell’attesa di un altro inizio. A proposito di deserti,
vengono in mente vecchissime carte geografiche o mappamondi ingialliti, dove le
terre sconosciute venivano indicate con la misteriosissima dicitura hic sunt
leones. Tre sole parole di sogno e alcuni bambini in calzoni corti e bretelle
avranno lasciato lì per sempre la loro infanzia. Ma l’adulto è penetrato in
queste lande caldissime, dove l’Enigma ha irriso a lungo longitudine e
latitudine, e ha gettato cemento. Costruire ha significato cacciare la bestia,
ma il manovale che è poeta quella bestia l’ha nutrita nel petto, liberandola in
punta di dita e di lingua.
Costruire e dire sono gemelli nell’impresa di lanciarsi all’inseguimento del
Reale. Magari, l’architetto che sovrintende il cantiere dove Metz c’è e non c’è
– che cos’è l’unità dell’io, se non questo girotondo continuo di presenza e
assenza a sé stessi –, che “va dove i suoi piani lo conducono” non lo sa che per
ogni orizzonte intrappolato nelle scorie da buttare, c’è un volo a cui
restituirlo. Ma si diceva dell’unità dell’io: Rimbaud che la conosceva
benissimo, poteva ben dire al riguardo io è un altro. E forse Metz, che lo ama,
pensa al favoloso ragazzo di fuoco quando scrive che l’oggi è “dorsale di un
altrove, o che il nome è pinna della tua assenza”.
> “A lei le nostre mani davano del tu
> La sera
> Nel recinto di una parola –
> Vecchia pitica
> Il volto tatuato da uccelli di foglie
> Un paese di rabdomanti nella voce:
> Tribù della realtà”
C’è l’ossessione per la semplicità; come molti grandi, anche Metz se n’è
nutrito. “Il vero lavoro – forse – è semplificarsi.” Il Lenz di Büchner ci ha
detto, in un momento di rabbia, che l’arte sta al di là del bello e del brutto;
che è impresa ridicola, senz’altro insopportabile, l’ansia di trasfigurare il
mondo. Arte dimora nel sentimento della vita, nella pretesa di rintracciarne la
gemma anche nella cosa più insignificante. A quanto pare c’è già tutto, bisogna
avere soltanto il coraggio di cercarlo per cavarlo dal nascondiglio. Chissà se
la frattura del libro di cui parla Metz è il tradimento della forma. Può darsi
però che proprio lì riusciremo a dirci, tacendo.
> “Fintanto che questo corpo
> È sul terreno dell’anima
> Ove posarsi
> Essere solo con l’alato
> Nel fienile
> Sotto gonne
> Quante stagioni abbandonate
> D’albero in albero
> Quando senza toccare terra
> Niente scompare”
Livia Di Vona
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semplicità proviene da Pangea.
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Ogni tanto, mi scrivo con Dominique Rouche. Si ostina a scrivermi in italiano:
errori, imperfezioni, fraintesi conferiscono a questa scrittura un surplus di
enigma. Dominique forza il linguaggio nel sentiero interrotto, nel fiume
interrato, sperando così di cogliere in fallo le parole, di defalcare la
falsità, di intuire il loro segreto. Opera da bandito.
Si pratica una lingua estranea, da fuggiaschi, da delinquenti, per
familiarizzare con sé – stranieri a se stessi, come intendersi, altrimenti?
Giovanissimo, nel 1973, per Gallimard, Dominique Rouche esordisce con Hiulques
Copules. È un libro primo e unico, quello, impossibile, in cui la lingua è
forzata fino al neologismo, in cui la grammatica – ormai evaporata – si
magnifica in olio purissimo. Ascritto – per noia e cecità – a uno sfinito
sperimentalismo, Dominique non è un artefice, non è un sobillatore del
linguaggio: Hiulques Copules, semmai, rasenta un dire da mistico bracconaggio,
tra Laozi e Swedenborg. Sempre, la caccia è nella lingua: chi anela
all’assoluto, nelle due dimensioni – ascesa e catabasi – forza il verbo fino
alla resa. Fino al tutt’altro. Lo esercita per eccesso o per ascesso:
l’analfabeta e il retore sono lo stesso.
Quel libro – pubblicato nella collana ‘Le Chemin’, che pubblicava Jean
Starobinski, Henri Meschonnic, Georges Perros e il futuro Nobel J.M.G. Le Clézio
– piacque a Michel Foucault e a Michel de Certeau; annientò l’autore che da
allora si inoltrò in un proprio deserto. Lo ha mutilato dentro. Non aveva più
nulla da poetare – il verbo gli si era avventato nel cobra, nel veleno.
Più di recente, per le edizioni L’Harmattan, Dominque Rouche ha scritto libri
inclassificabili, d’indole meditativa. Uno di questi, Vers l’inframonde, è
descritto così: “Letteratura: pratica di un linguaggio che riconcilia uomini e
dèi prima di tornare alle antiche lotte infinite che mai finiranno. Questo libro
mostra visioni di mondi perduti e ritrovati: un inframondo dove vagano le ombre
dei morti e di coloro che non sono ancora nati”. Il libro è uscito nel 2011;
Dominique non pubblica da più di dieci anni, negli anni Novanta ha pubblicato
una enquête sur les miracles.
Qualche mese fa, Dominique mi scrive: “Quanto a me, la letteratura mi invade
sempre di più: ma ho dei testimoni che assistono alla mia lotta segreta. Lascio
a voi indovinare il significato che anch’io coltivo come un fiore velenoso”.
Diceva di volermi inviare dei disegni, che “possano illuminarci sul significato
della nostra attività”. Suppongo che noi equivalga e io: conteniamo moltitudini
– meglio: siamo legione.
I disegni, infine, arrivano. Se non ho capito male, Dominique li ha realizzati
in Umbria. In ciascuna tavola, è la messa in scena del sacrificio. Teatralità
compenetrata dall’incombere del pericolo. In scena, sempre, uomini nudi su fondo
muto, neutro. Spesso appare un coltello. A volte uno specchio. Non è chiaro se
gli uomini stiano provando una pièce; spesso la finzione – la regola – sfama nel
vero; spesso il vento si rivela sangue, il soffio un anatema. Non è chiaro se
questi uomini appartengano a una setta, a una compagnia teatrale a un eremo. La
magrezza ci conduce al digiuno, alle artiche norme della rinuncia.
Qualche giorno fa, una lettera di Dominique che vaga in orfismi:
“Appartengo a questo mondo come se lo avessi pronunciato io: è un’illusione
quella che sto per dimostrare. Non sapendo più: ma continuando a renderci ciechi
all’unica immagine che percepiamo in questa oscurità in cui siamo relegati,
prigionieri delle armi e delle leggi di cui un tempo ero l’implacabile custode.
Per quello?
Sono venuto qui solo per corrompere le virtù dell’anima e glorificare lo Spirito
a cui esse affermano di appartenere. Virtù: Dove sei nascosto?
Scrivere senza sosta: questa è la mia vocazione di uomo libero o di prigioniero,
evocare le figure divine che un tempo ho incontrato e che hanno ispirato questi
libri che voglio vedere perire nel fuoco che la terra vomita.
Siamo in due a non sapere cosa quindi resterà sconosciuto.
È il sangue degli Xst che scorre nelle nostre vene. (Questo è ciò che ci
allontana da Lui.)
La servitù è ormai senza appello: non esiste altro che questa abitudine:
suicidio?
Non esiste linguaggio per coloro che hanno perso l’uso di questa parola
sconosciuta che esprime la Legge universale nascosta di cui siamo solo ombre
distaccate.
Oro: Voglio il Male che incarniamo contro la nostra volontà.
L’arte della meditazione mi consuma”.
Non so quale sia l’appello di Dominique, questo parlare lebbrosario, questi
verbi tenuti tra bende, come scorpioni d’oro. Gli dico che i suoi disegni mi
ricordano Luca Cambiaso, mi ricordano Alfred Kubin, mi ricordano l’ossessione
teatrante del Seicento e il perturbante di Balthus. Una processione di lanterne.
Ma che importa poi questo cumolo di citazioni cadaveriche?
Nello stesso giorno in cui da Parigi mi giungono i disegni di Dominique:
Riccardo Corsi, illuminata mente delle Edizioni degli Animali, mi manda l’ultimo
libro di Thierry Metz – la traduzione è di Pasquale Di Palmo. Dolmen, suivi de
La demeure phréatique esce per le edizioni di Jacques Brémond nel 2001, dopo
essere stato pubblicato nei “Cahier Froissart” nel 1989. Ha trentatré anni,
Metz, quell’anno; l’anno prima è morto il figlio di otto anni, divorato da
un’auto.
> “Aprire la dimora freatica
> essere là
> nelle acque che preparano una cascata
> niente è più fresco”.
In verità, siamo in un poema per frammenti, per via crucis: alla scrittura su
pietra si alterna quella su acqua. L’uomo fa cronaca di sé sulla pietra, si
incolonna nel marmo, sperando di resistere un’ora in più al proprio corpo
transitorio; Dio sussurra alle acque. Quasi a dire: dono della pietra – suo
lignaggio – è diventare fiume. O meglio: il fiume esiste finché la pietra ne è
il passeur, l’intransigente calesse.
Spesso, poesie d’intrepida intensità che fanno di Thierry Metz, da qualche anno,
uno dei poeti più risonanti in Italia.
“questo qui
– senza nome –
rifornisce la lingua
con quello che trova:
ramoscelli
argilla sterco
appena qualche parola qui
per accogliere l’imprevedibile
quasi nulla dietro la porta
salvo che lui
– l’abitante –
preferisce alla dimora la finestra”
Metz impasta poesie con pochi lemmi, con una radura di scarni vocaboli,
all’osso. D’altronde, è così che si evade dal linguaggio: per combustione
interna, finché il fuoco non lacera ogni parola, o per esplosione, per
espansione, fino all’anonimato degli assedianti. Giungere all’uno insediandosi
nei molti. Poesia-corda – oppure: poesia-ragnatela.
Dolmen: questo pachiderma che Metz rende passerotto. Parola-totem che ridiventa
fiore. Senza più dèi né aforismi stellari, soltanto Metz sa ricondurre tutto –
dalla piena del dolore – a un eden dei maniaci. Bellissimo.
Certo, fin nel titolo, il detto ‘geologico’ di Paul Celan, la cerca di una
parola che abbia tenuta di pietra: Dolmencome Kamen, la pietra di Mandel’štam.
Su questa pietra… Pietro/Kepha, l’uomo su cui il Vangelo non si compie ma fa di
sé scempio. (Volto reso irriconoscibile per contusione di pietra; pietra che
sigilla il Nazareno nel sepolcro).
Ma no, non si tratta di lapidare, qui: di levitare, semmai:
“eclissi d’uccelli
e l’ala che trattiene i venti
d’improvviso ti solleva
ti porta il più lontano possibile
dove la parola nidifica
nella tua voce”
E sempre, infinitamente, tornare alla voce di René Char – il nido; punto di
snodo della poesia recente, che da atto lirico si faccia lancinante assalto.
Oppure: premura di andare al Nord di tutto – transumanza di figure glaciali,
vita boreale, la sula che in azzurrità si ciba del nostro corpo, fino a
redimerlo giovanneo.
Parlando, forse, dei suoi testi poetici, mi scrive, Dominique Rouche: “Un
mosaico informale che ci guida e ci fa sentire un’unica voce che ci raggiunge
fino alla fine: la fine di un discorso risuonante nel buio generale? Una sola
voce per una moltitudine di discorsi che culminano nel silenzio: Mehr Licht!,
Più luce!”.
Non c’è più pietra né dimora né strato freatico nella scrittura di Dominique.
Tutto è al punto estremo di fame, nel più lucido istante: basta rovesciare una
parola, pronunciare con errato tono un verso e tutto si sbriciola, si sillaba in
briciole. Cosa ci sia dietro – bestia o pascolo, neve o niente – non è dato
sapere: sentiamo il rintocco, un feroce mormorio, con l’orecchio appeso alla
parete.
*I disegni nel testo e in copertina sono di Dominique Rouche
L'articolo “Per corrompere le virtù dell’anima”. Dialogo cruento con Dominique
Rouche e Thierry Metz proviene da Pangea.