“La fedeltà all’amore di un tempo”. Come il libro di Silvia Bortoli mi ha salvato la vita

Pangea - Monday, May 4, 2026

Che bel romanzo ha scritto Silvia Bortoli, traduttrice dal tedesco e scrittrice. La lingua è misteriosamente precisa, risonante, circondata da un alone contemplativo che impone la sua grazia, procede nello stretto delle nostre dimore, scorrendo come su un carrello su cui è piantata una telecamera che registra, fissa sguardi, parole, abitudini, imprese quotidiane, sconfitte, si apre un varco ampio, verso l’alto e il basso, in tutte le direzioni, ci mostra gli ambienti, l’intimità dei luoghi, dei pensieri, dei cuori, i personaggi affetti da mite demenza, conquistando la nostra attenzione, la nostra memoria: non ce lo dimenticheremo più. 

Che libro felice Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto (Quodlibet, 2025). Spera e teme insieme, fin dall’inizio. Lo vorrei sottolineare tutto a matita, tanto mi prende, e devo controllarmi. Propongo la pagina 17, per dare un’idea della pacata tensione che si respira: 

“Sento una nuova inadeguatezza che avanza divorando pezzi del mondo che una volta nemmeno mi rendevo conto di avere a disposizione e che si sta restringendo”. 

E la pagina 18: 

“Questa notte all’una e mezza si è aperta la porta e quando ho acceso la luce in mezzo alla stanza c’era un fantasmino scodinzolante che ho subito accompagnato nella sua cuccia, e poi alle due e mezza sono stata svegliata dal Principe che si era alzato e vestito credendo che fosse mattina, e ho riaccompagnato a letto anche lui”.

Da questi passi si capisce che il romanzo si svolge in una casa in cui prevale un disagio a cui fare fronte, e quindi c’è molta originalità che trapela dai comportamenti umani, e continui imprevisti, nonché lotta disarmata per affrontarli. Ancora a pagina 18 mi piace citare un passo: 

“Una donna che ha la mamma malata mi ha detto che è diventata violenta e non riescono più a contenerla. Ma non il Principe, lui è sempre l’uomo gentile, elegante, calmo che ho conosciuto tanti anni fa, i gesti inconsapevoli sono sempre gli stessi, sorride, le rare volte in cui ancora sorride, sempre allo stesso modo, ma è sempre più lontano, più assente, ogni giorno si spegne qualcosa di nuovo, in lui e intorno a lui. Vuoi delle carote? Gli ho chiesto l’altro giorno. Cosa sono? mi ha chiesto. Gliele ho mostrate ma non le ha riconosciute”.

Andando avanti nella lettura, capisco meglio il senso del libro, e lo apprezzo maggiormente, in crescendo. Non è la solita solfa sulla violenza diffusa, che ti vuol fare paura (oggi tutto vuol farti paura, a incominciare dalla televisione, con la scusa che non bisogna essere consolatori). “E comunque il mondo è pieno di persone gentili, non solo di diavoli, come si tende a ripetere sempre” (pag. 28).

Sebbene sia contrario a una certa visione strumentale dello scrivere, direi che si tratta di un romanzo terapeutico. Nel leggerlo ti senti bene. Perché? È l’umanità viva che traspare da queste pagine, la compagnia, l’importanza che hanno gli altri, ognuno. Tutto gira intorno al cane Jack Russell che i componenti della casa hanno deciso di accogliere. L’animalità si rivela in frammenti, parallelamente al rapporto con l’umano, che pure si svela ora a poco a poco, ora all’improvviso, in un aforisma, o in un dialogo compiuto, breve o lungo che sia, ma sempre a taglio netto, un taglio orizzontale nella prosa, come le fenditure di Fontana che incidono la tela, rigorose, reali nel bianco dello spazio misericordiosamente infinito e limitato insieme, in un libro che è moderatamente avversato dall’ansia, nostra compagna quotidiana. 

I personaggi di questa scena (molto veri), ci sembra di averli già incontrati, che so, in un nostro conoscente, o un parente, o un amico, essi, spesso, sono staccati dal piano della vita vissuta tramite un nome fantastico, uno pseudonimo, un nomignolo, un modo di chiamarli affettuoso, che rende ironico l’ambiente, creativo, nonostante la problematicità delle relazioni, le impuntature, gli intralci, gli equivoci, i drammi. Allo stesso tempo questa umanità si consacra all’origine che ha perduto, ma che in parte, a pezzi, ritrova nella verità di un appellativo azzeccato e sorprendente, un ritratto dell’indole di qualcuno, a volte impensabile, comunque non appiccicato, anzi, efficace, manifestante qualità di leggerezza, di tolleranza, di superamento. Un sempre che definisce i protagonisti contemporaneamente persona e personaggio, sono gli attori che appaiono sulla scena di questo originale romanzo. Eccoli, in ordine di apparizione: Piccolo Faber, Adorata Mammina, Principe, Jack (il cane Jack Russell), Nounou (un coniglio), Olga di Sant’Uberto (un altro cane, credo), Primo Capobranco, E. (letteralmente, e puntata), eccetera. La mania di inventare nomi dice la visionarietà soffusa della scrittura, l’inventiva, parallela alla durezza della realtà.

All’inizio il prologo si apre con la proposta di prendere un cane, comunicata democraticamente ai componenti e non della casa, compreso il neurologo. Il lui in questione è il Principe.

“Dottore, dico al nuovo neurologo durante una delle visite di controllo, è sempre più apatico, afasico, ormai è difficile comunicare con lui, avevo pensato di prendere un cane, cosa ne pensa?

Un cane? dice il neurologo, sono molto favorevole, può aiutare.

Un cane? dice sua figlia, mah, non sono sicura che gli piaccia, non mi pare proprio che ami gli animali.

Un cane? dice la figlia di sua sorella, mah, nonna aveva due cani, li teneva in giardino, gli puliva il muso e poi li mandava via dicendo: A cuccetta!

Un cane? dice entusiasta Piccolo Faber mentre mi segue verso casa reggendo sull’avambraccio sinistro sospeso a mezz’aria le sue due aquile, sarò il secondo capobranco.

Però deciditi, dice Adorata Mammina, non puoi parlargliene sempre e non prenderlo mai.

E se prendessimo un cane? ho chiesto al Principe. Non mi ha risposto, ma non mi è sembrato nemmeno contrario.

E così ho preso il cane”.

Il libro è un diario o un giornale di bordo, scandito dai mesi: Jack si tuffa nel fango (agosto), Jack rosicchia il filo dell’airbag del taxi (settembre), Jack distrugge il divano di casa (ottobre), e via di questo passo… Tutto fulminato da un lampo al magnesio che fotografa il reale in presa diretta, o il più che reale, in quanto le parole scavano la superficie per significare l’oltre, sono accompagnate da un pensiero costante.

C’è sempre da fare in questa casa e per via del cane: “Quando hai sonno e hai portato fuori il cane anche se ti pesa perché vorresti solo andare a letto e sul prato il tuo cane si rotola su una cacca e torni a casa e devi metterlo nella vasca e fargli il bagno e disinfettare la vasca e asciugarlo col phon che per fortuna gli piace e poi preparargli la pappa, allora, in quel lungo momento della tua vita, vorresti essere un sultano e dire al tuo visir: O mio visir, fai tu, lavami il cane!” (pag. 127). E comunque resiste la saggezza, perché c’è un’aria di resistenza tenace ma saggia in questo libro, una resistenza giusta, condivisibile, specchio di noi pacifici emarginati, che non giudichiamo a sproposito. Quindi non le strane idee circolanti di oggi, l’autoreferenzialità che fa dire a un dentista qualunque (giuro che mi è capitato!) che Michelangelo pittore non gli piace, preferisce lo scultore, e Picasso, poi, Chagall, Bacon, Warhol, sono pompati dai critici, si salva solo Caravaggio. E nemmeno si fa strada lo sgomitare, l’aggressività dei comportamenti: “[…] forse solo per stare meglio, cerchiamo di evitare il giudizio, almeno, io” (pag. 119). Stare meglio per poter vivere la propria vita riflessiva e attiva, equilibrio che si trova nei sentimenti, nel buon senso che si patisce, anche se i cani rappresentano una soluzione, non sempre ma spesso “perché i cani ci parlano e ci consolano e ci guariscono dalle malattie dell’anima” (pag. 111). Che detto così può sembrare una banalità, eppure non lo è, la lingua di questo libro lo dimostra, volutamente informale, asciutta, ridotta all’osso quando si avventura nelle svariate peripezie del quotidiano, lineare nell’arrivare al punto, una verità che appare minima invece rappresenta la vita per gli altri, donata naturalmente, non secondo principi teorici tuonanti, né dissacranti, che si perdono nel tempo, verità assolute e poi faticose da vivere, bensì il nostro stare lucidi in attesa, mentre l’esistenza intera muove verso la disperazione. 

“Ogni tanto mi dico che tutto sommato penso ancora, non a fondo, non bene, ma per appunti destinati a un futuro migliore, perciò posso farcela”.

Quest’ultimo passo mi solleva, eleva ogni cosa, la sospende e perciò la rende capace di volare alto, in direzione di un destino nostro, non ambiguo, non relegato, non degenerante. Il passo che segue è emblematico in questo senso, ed è comprensivo del mondo antico e di quello presente, stupisce per la forza di sintesi e per la profondità, leggiamolo: 

“La musica classica, quella per intenderci che andava incontro al suo pubblico o almeno lo trovava quasi subito, capace di rivolgersi sia all’ascoltatore ingenuo che a quello colto, è evidentemente così radicata nelle strutture neurologiche e fisiologiche o fisiche o psichiche, ora davvero non saprei come definirle per mancanza di strumenti, che mi basta cercare Il flauto magico o la Traviata su youtube e se non fossi un tipo tanto ansioso potrei uscire sapendo che qui andrà tutto bene almeno per un paio d’ore”.

Si trova anche questo nel nostro libro, di cui stiamo parlando, una totalità del pensiero che allunga le frasi all’infinito, in una proiezione che vuol dire l’uomo nella sua totalità, sociale e spirituale, ancora sconosciuta, o di nuovo sconosciuta ormai, visto che pare si stia perdendo o esaurendo la volontà umana, aggredita dai media e dalle parole pubblicitarie, scorrette, a mio parere, per noi, per il pubblico, perché invadono, coprono il sentire vero, distraggono dalla necessaria sintesi che dovremmo fare ogni tanto per capirci meglio, o un po’ di più. Ma finché ci saranno libri rari come questo, non solo narrativi, non ci sentiremo soli, la loro compagnia ci permetterà di lottare a lungo, e ci salveremo grazie a quello che siamo, a quello che pensiamo. 

“Forse, nelle innumerevoli declinazioni dell’amore c’è anche questa, la custodia della persona che hai amato, la fedeltà all’amore di un tempo”. 

Per una eventuale colonna sonora di un film o sceneggiato televisivo, di cui mi auguro la realizzazione, tratto da questa storia, avrei pensato, qua e là, a sottolineare certi passaggi o andamenti, If dogs run free di Bob Dylan, oppure La sinfonia dei giocattoli, o, ancora, Les Chemins de l’Amour di Poulenc, in particolare nella versione jazz di Jacky Terrasson. Buona lettura, e, a questo punto, buon ascolto. 

Vincenzo Gambardella

*In copertina, un disegno di Eugène Delacroix (1798-1863)

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