Perché gli artisti suicidi ci affascinano? Quodlibet riporta nelle librerie
l’ultimo libro di Édouard Levé, Suicidio, che Levé consegnò al proprio editore
pochi giorni prima di suicidarsi, nel 2007. Tuttavia nel libro Levé non scrive
di sé bensì di un amico suicidatosi tempo prima, a venticinque anni, una morte
che lo segnò profondamente e che forse – dato l’argomento del libro – ha
motivato la sua stessa scelta. Se qualcuno che conosciamo si toglie la vita il
suicidio diventa d’un tratto possibile anche per noi. Parafrasando Duchamp, si
potrebbe dire che sono sempre gli altri a suicidarsi, ma se il ricordo di un
amico suicida ci perseguita allora l’idea del suicidio – del nostro stesso
suicidio – non è più del tutto insensata. Ci si può suicidare anche per
imitazione.
In un appunto compreso nel secondo ‘Meridiano’ a lui dedicato, Claudio Magris,
parlando del suicidio di Carlo Michelstaedter, dice che si può capire un
suicidio solo “fino al penultimo gradino” e che perciò di fronte a esso bisogna
saper tacere. Édouard Levé però non tace, pur non interrogandosi sui motivi
della scelta del suo amico; ripercorre a grandi linee l’esistenza del suicida,
soffermandosi su alcuni piccoli gesti che in qualche maniera ne definiscono il
carattere e forse anche il destino, oppure su delle stranezze, come quando il
suo amico – a cui è rivolto lo scritto, come se si potesse scrivere a un morto:
e forse si può – compra in un negozio di vestiti usati delle vecchie scarpe che
poi scoprirà essere appartenute a un ragazzo a sua volta suicidatosi, quasi che
ogni suicida sia anche uno spettro famelico di altri suicidi, di altre vite
disperate e a lui offerte.
“La tua vita è stata un’ipotesi” scrive Levé all’amico, nella traduzione di
Sergio Claudio Perroni.
> “Chi muore da vecchio è un cumulo di passato. Si pensa a lui, e compare ciò
> che è stato. Si pensa a te, e compare ciò che avresti potuto essere. Sei stato
> e rimarrai un cumulo di possibilità.”
Di fatto leggendo Suicidio ci si chiede se per taluni il suicidio non sia un
modo di dare un senso a una vita che senso non può avere. Specialmente per un
artista, che a volte vive il morire delle cose intorno a sé con una sensibilità
anche disperata che può portarlo, appunto, alla tentazione di farla finita prima
del tempo.
Chi rimane in vita, chi si duole di un proprio caro morto suicida, porta nel
cuore non soltanto il dolore e l’assenza ma anche l’assurdità del suicidio di
chi ha amato. Quando l’amico di Édouard Levé si spara un colpo di fucile in
bocca lascia un fumetto aperto sul tavolo. Sua moglie vede il cadavere e, in
preda al terrore, si appoggia al tavolo e fa cadere il fumetto sul pavimento. Il
padre del suicida passerà il resto della vita a leggere e rileggere quel
fumetto, persino a regalarlo agli amici chiedendosi a quale pagina fosse aperto
e cosa volesse dirgli il figlio prima di morire.
Ma i suicidi devono per forza dirci qualcosa? Se la frase non suonasse infelice,
si potrebbe affermare che un artista che si ammazza non è un suicida come un
altro. Jonathan Franzen, per esempio, in Più lontano ancora osserva, a proposito
del suo amico David Forster Wallace, che il suicidio aveva “saziato la sua
detestabile fame di carriera”, come a dire che per un artista il suicidio può
anche essere un lasciapassare per la posterità. Analogamente, in Lessico
famigliare Natalia Ginzburg scrive, riguardo al suicidio di Cesare Pavese:
> “Pavese non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose
> insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li
> compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il
> risultato era identico e quindi esatto. Guardò anche oltre la sua vita, nei
> nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei
> confronti dei suoi libri e della sua memoria.”
Sono parole dure. D’altra parte chi rimane in vita dopo il suicidio di una
persona che ha amato può reagire tanto con il dolore quanto con la rabbia. Anzi,
forse la rabbia si manifesta proprio per proteggere la fragile intoccabilità del
nostro dolore e della nostra incredulità, perché un suicidio è anche un
tradimento nei confronti dei vivi, di ciò che siamo e che dobbiamo continuare a
essere. Non sempre sappiamo sopportarlo. Non sempre possiamo accettarlo, e
perciò attacchiamo. Chi resta in vita è costretto a difendersi dall’insensatezza
della morte altrui. Il suicidio non è un gesto amichevole, dice una vecchia
pagina di Sandra Petrignani (in Come fratello e sorella, Baldini&Castoldi,
1998).
Édouard Levé è stato un artista più che uno scrittore. L’anno scorso Quodlibet
ha pubblicato il suo Autoritratto, un libro che è anche un tentativo di cercare
una nuova forma espressiva, una sorta di istantanea – Léve amava molto le
fotografie – in veste di memoir. Invece non è ancora stato
tradotto Oeuvres, Opere, che mette in elenco 533 opere d’arte non realizzate, un
catalogo immaginario che Georges Perec – grande cultore degli elenchi e autore
amato da Levé – avrebbe senz’altro apprezzato.
Édouard Levé è un minore fra i minori, però ha una peculiarità stilistica e
formale che ce lo rende caro. È uno scrittore atipico il cui suicidio, lo si
voglia o meno, fa parte dell’opera. Leggerlo è sempre interessante, perché la
morte è il nostro più grande mistero ma per lui – con coraggio e tristezza – è
stata anche un sottile esercizio di creazione.
Edoardo Pisani
*In copertina: Käthe Kollwitz, Frau mit totem Kind, 1903
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La prima volta s’incontrano nel settembre del 1953. Biagio Marin lo descrive
“magro, stempiato, molto riservato”. Poco più che trentenne, Pier Paolo Pasolini
abitava già a Roma, con la madre, era già stato processato per atti osceni in
luogo pubblico, sospeso dall’insegnamento, cacciato dal Pci, marcato con “il
segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde”. Era tutto dentro il dialetto,
allora, Pasolini, lingua autentica, del candore e della ferocia, della terra e
del rito, rispetto all’imbastito, bastardo, giudizioso, giudiziario ‘italiano’.
Per Guanda, nel ’52, aveva costruito un’antologia sulla Poesia dialettale del
Novecento, che, di fatto, scoprì un modo e un mondo, catalogò un genere, rivelò
una generazione. Tra i poeti raccolti lì dentro, da Salvatore Di Giacomo a
Trilussa, da Tonino Guerra a Giacomo Noventa, spiccava, appunto, Biagio Marin.
Nato a Grado nel 1891, austroungarico, studi a Vienna, a Firenze, a Roma,
pubblicava piccole placche, per amici.
“Io a Pasolini devo molto”, scrive Marin nei suoi diari, di getto, arcuato dal
dolore, qualche giorno dopo l’assassinio di PPP, “è stato lui a presentarmi come
poeta a una critica che era troppo distratta e diversamente intonata, per dare
bada a me”.
In effetti, da allora, Biagio Marin è stato eletto nell’empireo dei poeti – non
solo in dialetto –; ha scritto tanto. “Essendo nella sostanza fuori dalla storia
Marin, sempre eguale a se stesso, può tranquillamente continuare a scrivere i
suoi due-tre ‘pezzi’ giornalieri (un po’ come i Lieder che Schubert vergava sui
conti d’osteria), in una specie di rito e di quotidiana transazione con
l’Eterno”, scrive di lui Pier Vincenzo Mengaldo. A proposito di eterno: a tratti
Marin ha la saggezza di un presocratico, la sua poesia ha il valore di un
petroglifo. Questi sono versi da Niente no xe passao, in traduzione italiana:
> “E nulla mai muore
> nel mondo:
> uno solo, ma fondo,
> è il corso delle ore.
> La mutazione origina il canto;
> non aver paura di sparire;
> dura un attimo il giorno,
> ma è eterno l’incanto”.
L’ultimo distico vale la pena calcarlo in originale: dura un atimo el dì/ ma xe
eterno l’incanto. Il dialetto, forse, è lì dove è pianto e incanto, dove si
slaccia l’incantesimo per sedare il dolore. In ogni caso, a Marin, pur
riconoscente, la nota di Pasolini sulla sua poesia non piacque. “Minimo Pascoli
dialettale mi vuol definire il Pasolini. Quanto al minimo è forse troppo
spregiativo; quanto all’avvicinamento al Pascoli, è per lo meno discutibile”.
Nella sua speculazione, Pasolini accosta Marin a Machado; Marin lo sconfigge,
non ha mai letto Machado, e capisce di PPP una cosa autentica e sinistra, “ha
cercato se stesso nei miei versi”. Pasolini – è il rischio del tremendo –
vampirizza; scava con foia nei ‘suoi’ autori, vi si rispecchia, li esalta
massacrandoli, spaccando lo specchio. L’amore va infranto, d’altronde.
La distanza tra Marin e Pasolini – che rinforza, paradossalmente, la stima
reciproca – ha mistura d’abisso. Marin non sopporta l’ideologo marxista, il
poeta impelagato nell’impegno, il ‘maledetto’ in posa, il moralista a orologeria
(“PPP tu sei della stessa identica sostanza e non hai nessuna dignità morale per
denunciare gli altri”). E lo scrive, con cruda evidenza, nel 1969:
> “P.P. Pasolini si dice marxista, comunista e vive da borghese ed è avido di
> denaro, di benessere come ogni altro borghese. P.P. Pasolini vende al mercato
> dei borghesi il proprio ingegno. In lui non riscontro la vera grandezza… È la
> sua persona che a me sembra disarmonica, e, a volte, addirittura mi ripugna. È
> maledettamente italiano nel senso più antipatico. Non me lo sento affine”.
Marin non capisce la “mania sessuale” di Pasolini, non comprende neanche la sua
poesia (“ho letto parecchi versi di Pasolini; qualcuno bello, e anche molto
bello; del resto pezzi di bravura linguistica e retorica. Tanti sfoghi di
malumore ideologico, tante prediche”). Eppure, quando Pier Paolo Pasolini muore
e quel corpo dissolto, distrutto, desolato, notturno, nudo, deforme, indemoniato
dai lividi, lascia spazio al corpus, pura opera della vita, Marin ne è trafitto.
Al cospetto della canea dei giornali, del chiasso pubblico, delle grida degli
amici e dei sedicenti tali, di fronte agli avvoltoi che si avvolgono nel corpo
putrido del poeta, Marin ha un sussulto, “pensando a lui, ho scritto una decina
di liriche. Non so se valgono. Ho voluto onorare la sua memoria”, scrive sul suo
diario, l’8 novembre del 1975.
Marin vuole cospargere di candele il corpo di Pasolini, marcato dal piscio delle
iene, da chi lo ostenta come un santo, da chi lo dileggia come corruttore. Invia
quel grumo di poesie a Scheiwiller una settimana dopo. In gennaio l’editore
risponde: vuol farne un libro, marchiato All’Insegna del Pesce d’Oro, con un
titolo che tuona, El critoleo del corpo fracassao. Litanie a la memorie de Pier
Paolo Pasolini. Il titolo è tratto dall’ultimo verso di una delle poesie di
Marin, che in italiano suona così: “Poi, la rivolta:/ la notte cupa ancora
ascolta,/ nel deserto di un prato,/ lo scricchiolio/ del corpo fracassato”.
Biagio Marin aveva salutato Pasolini a Casarsa, il giorno del funerale, “la
giornata era bella, solare… in una cappelletta trecentesca era esposta la casa
chiusa che raccoglie i resti pietosi del grande poeta e del grande folle che è
stato il caro fine Pier Paolo”.
Il testo edito allora da Scheiwiller riemerse nel 2021 da Quodlibet, a cura di
Ivan Crico. In appendice, alcuni “estratti dai diari inediti” di Marin, per
merito di Pericle Camuffo: la zona dolente, alta, aspra del libro. Narrano il
patimento privato di Marin intorno alla morte di Pasolini, una specie di buco
nero che dilata le contraddizioni fino all’insopportabile, ferita che snatura in
scandalo, invalicato squarcio. “La sua pederastia è stata la ragione della sua
rovina”, scrive Marin, il 3 novembre del 1975. E poi: “La vita sua era preziosa
per tutti, era una ricchezza comune. L’abbiamo perduta. E in così malo modo”;
“Mi ha trattato sempre con rispetto e affetto, pur sapendo che io avevo limiti
da piccolo marginale, e che ero lontano dal suo marxismo e dalla sua pederastia,
che gli è costata la vita”; “A me sembra molto maggiore di un Montale, di un
Ungaretti. Era più vivo di loro. La sua pederastia gli è costata la vita, e ha
adombrato la sua opera”; “C’erano in lui due poli, molto contrastanti. La sua
tragica fine, ne è stata il risultato; ma anche la liberazione dal contrasto”.
Marin tende a un’armonia impossibile se misurata da sarto sull’‘anormale’
Pasolini: come si fa a invitare a festa il Minotauro intimandogli il rispetto
delle buone norme? “Ha scritto troppo, ha voluto troppo, è stato un
rivoluzionario che ha voluto abbattere e sostituire troppe cose del nostro
mondo. Molte sue opere non sosterranno l’usura del tempo; ma la sua azione
rivoluzionaria lascerà il segno in tutta la nostra così torbida vita”, scrive
l’11 dicembre del ’75, e infine, a mo’ di compendio, di epigrafe,
> “Pier Paolo Pasolini era un grande intellettuale; io sono solo una animucola
> di provincia. Pier Paolo Pasolini aveva in sé una vitalità, una forza di
> lavoro, una forza creativa, che io non saprei neanche sognare”.
Su la linea del canto semo nûi: sulla linea del canto siamo nudi. Pasolini muore
il 2 novembre; Biagio Marin conclude il suo canzoniere in tredici poesie il 12
novembre. Tutto va dedicato ai morti ed è il dialetto la lingua veritiera della
litania, pianto che non dissecca, che non piomba gli andati nel ricordo – grigi
spettri per lamenti da salotto, nel limbo degli album – ma ne vivifica il
lascito, a odore di pietra. Infine, ecco, nel canto conta la nudità, l’atto
impuro, lo spudorato per purezza, perfino al cospetto della morte e di chi vi fa
tenda, intorno.
*In copertina: Pier Paolo Pasolini ritratto da Mimmo Cattarinich a Roma nel 1969
(collezione privata)
L'articolo “E nulla mai muore nel mondo”. Compianto sul corpo di Pier Paolo
Pasolini proviene da Pangea.