Tag - Quodlibet

“Una continua ricerca di verità improbabili”. Ermanno Cavazzoni parla di Gianni Celati
> Solo la morte, > che in sé è inesistente, rende assoluto > il tempo ormai concluso: a noi resta > il pensiero di chi è assente, fermo pensiero > stupefatto inerme, che l’immaginazione > trova chiuso. Per questo si ricorre > alla memoria: quel che era mondo aperto > si fa storia e storia che si insedia > nella mente, perché chi non c’è più > sia finalmente sicura intatta > eternità presente. > > Patrizia Cavalli, da Pigre divinità, pigra sorte All’inizio c’era un libricino sull’amicizia di Giorgio Agamben che mi apriva a nuovi interrogativi sul prezioso e sempre oscuro sentimento; domande smarrite nelle filosofie di Aristotele e poi nei secoli di tanti filosofi fino a Nietzsche e il suo “miglior nemico”, l’amico. Agamben parla di “un altro io, più attraente e cordiale di noi: un concedersi una maggiore benevolenza alla vita”. Ecco l’amico e quello che può, personificazione di un riconoscimento di noi stessi meno ostile. Una vita così è salva, quando incontra l’amico, dice il filosofo. Considerando il mistero e il cuore che sostengono l’amicizia, più frequente in gioventù ma ancora possibile in età matura, una sera accendo la radio e mi arriva una voce che non s’impone, si lascia diffondere quieta; pacata cadenza emiliana che riesce in quei soffi dentro le vocali che un po’ le distendono e un po’ le gonfiano; leggera voce che se anche carica di una sua forza, questa è fatta d’aria e di sogno, esce da una favola, come se una favola, inclusa la morte, tutto fosse. È la voce di Ermanno Cavazzoni che racconta alla radio del suo ultimo libro in lizza allo Strega 2026: Storia di un’amicizia, diario aperto, rievocazione intima, racconto dedicato all’amicizia con lo scrittore Gianni Celati.  Mi metto in ascolto. Cavazzoni ricorda il lungo sodalizio con Celati tra commozione e lepida nostalgia; è la stessa voce che ritrovo nelle pagine del suo libro, che è come un docufilm stampato, una cronistoria per dialoghi e frammenti, racconti e visioni di un’amicizia durata quarant’anni, addensata per iscritto attingendo a vecchi appunti, ricordi, immagini custodite nella memoria e ora liberate; ma anche scambi via mail con l’amico, per “lasciare nel mondo il segno di qualcosa che altrimenti starebbe già svanendo, come tutto, specialmente le parole dette, se non vengono scritte”. Dalle onde radio Cavazzoni prende corpo, vedo l’espressione serafica, il sopracciglio sinistro che si solleva e dubita sempre un po’, l’occhio che si sgrana a un’intuizione volante, trova la folgorazione simbolica di un episodio tra i tanti che il libro riporta. Più che nelle storie precedenti, in questo libro Cavazzoni si concede al sentimento con misurata leggerezza, mai stucchevole né celebrativo; ci dona anche un maggiore autobiografismo, forse incoraggiato dallo spirto dell’amico Celati che ha un effetto moltiplicatore sull’io dell’autore. Il ricordare amplifica le immagini, ridesta gli incontri, reinventa aneddoti e fantasie nate tra i due scrittori. L’autore del Manualetto per la prossima vita, nel nuovo libro traspone in forma scritta conversazioni realistiche, divagazioni e storie che suonano verosimili proprio perché estreme; siderali viaggi che fanno immaginare i due scrittori come una coppia stralunata di cantori contemporanei che vaga per il mondo a cavallo dell’Ippogrifo. Pensieri che esaltano il tempo del vuoto – è uno stare assieme ognuno nel proprio solitario comprendere l’altro – e risaltano sul fondo nero, ferale, che si annuncia fin dalle prime pagine: la morte di Celati, avvenuta nel 2022 dopo una lunga discesa in un cunicolo di confusione mentale, disturbi cognitivi, afonia e poi un tumore verso la fine. Subito Cavazzoni anticipa il “mesto finale”, e parte a raccontare con il tempo dell’imperfetto, che è il tempo della fiaba, dell’inconcluso.  Al nostro incontro, pochi giorni dopo la mia lettura del libro, Cavazzoni mi racconta:  > “Quando scrivevo questa storia, anche le cose più allegre mi commuovevano; > sono tutte storie impregnate della morte di Gianni Celati… è come se il > ricordo le amplificasse; è stato un ritornare alle cose che ci facevano ridere > e allo stesso tempo trovarmi con le lacrime agli occhi… Tutto passa, si > estingue. Tutto muore, e se qualcosa si oppone quello è il ricordo… per > contrastare l’oblio che io e Celati in fondo immaginavamo sempre, e tanto ci > consolava appunto, il ricordare, l’appuntare cose anche per il nostro al di > là”. Gli dico che in questo libro sento qualcosa di più lirico del solito, una maggiore spinta alla biografia rispetto ad altri lavori. “Se mi dici lirico – risponde –  io tra i poeti adoro Pascoli ed esce fuori alcune volte nel libro più o meno in modo diretto; l’ho pensato ad esempio al primo incontro tra i pioppi attorno alla casa di Ariosto… Nel ‘favellio dei pioppi’ diceva Giovanni Pascoli, ma è comunque il ricordare che forse produce il lirismo del libro, specie nel finale ma anche nella parte prima, anche se più allegra e più comica”. Leggiamo un libro-documento, che ramifica i ricordi, gli appunti “di zanzara” come Celati definiva la scrittura dell’amico; una serie di incontri nei luoghi dell’anima, tra le distese d’acqua ferma tra i canneti al Delta del Po’ ferrarese, nelle osterie bolognesi oggi scomparse, nelle periferie delle città di pianura, camminando spesso senza una meta, chiacchierando come lo si può fare con sé stessi ma in compagnia di un io maggiorato. A cominciare dal primo incontro, nel 1985, alla casa di Ariosto vicino a Reggio Emilia, a un convegno su scrittura e fotografia dove c’era anche Luigi Ghirri, amico di Celati; nasce lì, dopo un’equivocabile battuta di Cavazzoni sull’essere scrittori o non scrittori, l’amicizia tra i due padani d’Emilia (uno cresciuto a Ferrara, l’altro a Reggio E.), dopo uno scambio entusiasta sul poema d’Ariosto e quello di Boiardo, sotto le fronde dei pioppi nel prato attorno al Mauriziano. Da quel momento il sanguigno dell’Innamorato, e il sagace ironico del Furioso, diventano gli spiriti guida di tante fughe dei due tra Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia, ma anche in Danimarca, Germania, e idealmente anche in India, in Cina, e alla ricerca dell’isola di plastica in viaggio oceanico tra i due poli. E dei poemi cavallereschi s’impregna tutto il libro, a suo modo epico, errante. Seduti a un bar di via Santo Stefano, non abbiamo esordito col bicchierino di Vodka che apriva i pranzi di Celati e Cavazzoni all’osteria bolognese da Angeli, ma siamo comunque a Bologna, sotto i portici vicino alle due torri, davanti a un tavolino rotondo che balla un po’ nel frastuono e tra le anime lungo il corso. > “Ho voluto fare un libro non sui libri o la vita letteraria di Celati, ma su > tutto quello che stava fuori da lì, ritrovando il tempo che abbiamo passato > assieme, un tempo nel vuoto, che è quello più interessante. Tutti quei > racconti che ci siamo appuntati e che ogni volta ci raccontavamo di nuovo > spronandoci a scriverli, a fermarli, invece poi non lo facevamo, così come > quei progetti fantasmagorici di film e viaggi che poi non approdavano a > niente: ecco, di questo racconto soprattutto nel libro, e così racconto > un’amicizia vera, sincera”. È una storia che attinge a una conoscenza ravvicinata e autentica, rifratta dallo sguardo dello scrittore che racconta nell’amico un esponente della letteratura italiana del secondo novecento tra i più inafferrabili, facendo dello stesso un personaggio letterario e teatrale quale in fondo era e voleva essere Gianni Celati: un uomo clownesco, un “pascolante” in cerca dell’inconosciuto, talvolta irruento ma sempre pentito delle sue sfuriate; uno che amava Bartleby, traduceva Joyce, Swift, celebrava gli scrittori falliti e soprattutto uno che ha amato la semplicità nel cambiamento, sinonimo di libertà. In questo nuovo lavoro Cavazzoni resta fedele al suo stile, scrive con quella sua voce cordiale e netta, da un registro semplice ma incisivo, una scrittura dall’autenticità vocata all’umorismo, al disincanto, al fantastico in quei casi che lo prevedano. Escono dalle pagine tanti Celati in uno solo, dall’irruento al riflessivo e ravveduto, dal letterato maniacale al clown gesticolante, il comico, il malinconico, l’inquieto; un uomo in continuo movimento fisico e mentale, smanioso, in fermento d’immaginazione, mai arreso a un’identità letteraria così come a una visione univoca sul senso della vita e dello scrivere, che in lui hanno coinciso. Cavazzoni mi racconta che l’incontro con Celati (scritto sempre col cognome dice “per non farne solo una questione personale ma anche pubblica, riferirsi cioè allo scrittore riconosciuto”) ha significato anche l’inizio di una liberazione definitiva dalle sovrastrutture culturali e politiche che per anni aveva subito… “Quando anch’io per qualche tempo sono stato comunista (sorride), e proprio l’Orlando Furioso è stato un cardine su cui ha ruotato quella liberazione: assieme io e Celati ci siamo liberati dalle manie della politica, da parole transitorie come compagna, compagno, riflusso… Con Celati si chiacchierava di Ariosto e del senso della vita come due tifosi di calcio, ben sapendo che avevamo scelto entrambi la letteratura come viatico di quella ricerca assurda che è il senso delle cose; non ne potevamo più di tutte quelle parole: ideologia, impegno, partito… il poema di Ariosto era il nostro antidoto ad ogni ipocrisia, perché era ironico e sognante assieme, una perla di leggerezza caustica sulle sventure naturali dell’uomo, che già nel ’500 sapeva scherzare anche sul genere cavalleresco… una materia astratta, nuova, che affiora nel Rinascimento dove prima non c’era e non c’era mai stata nemmeno nei secoli precedenti… e che allo stesso tempo aveva un ritmo incalzante, potente, con le sue ottave sonanti, che ti sembra ascoltando di viaggiare su un treno che batte il tempo sui binari dell’esistenza”. Dopo il loro incontro, le vite dei due amici cambiano. Celati va verso una nuova scrittura che rompe con lo sperimentalismo acrobatico e Cavazzoni scrive il Poema dei lunatici che poco tempo dopo colpirà il genio poetico di Federico Fellini portandolo al film La voce della luna, sceneggiato con lo stesso Cavazzoni. “È quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia” scrive Cavazzoni nella prima pagina del libro. Dopo questa premessa, entriamo nel racconto storico ma anche fantastico delle tante avventure dei due amici. Siamo nelle campagne del basso Delta ferrarese quando i due incontrano un tipo strano che si muove in mezzo a una distesa di vecchi elettrodomestici, definito poi un ufologo esaltato in cerca di acquirenti per un frigorifero. Vuole vendere il vecchio arnese, sostiene arrivi dallo spazio, lanciato da una civiltà extraterrestre sulla terra perché ormai esausto: “Ed è proprio andata così – racconta Cavazzoni – ce la siamo vista brutta quel giorno io e Celati, perché quello era proprio un invasato e aveva due occhi come due coltelli”. Sorridendo chiedo: “Ma sono tutte vere le storie che troviamo nel libro?”  “A volte ho preso pezzetti di verità e li ho mescolati all’invenzione, ma in questo caso è una storia vera quella dell’ufologo, al quale siamo sfuggiti accampando scuse e promettendo addirittura di tornare”. Tutto il libro scorre tra presagi di morte e riscatto della vita che di continuo si riscrive; un montaggio di immagini che si fa materia scritta, aneddoti, ma anche storie di letteratura come quella sulla nascita e le riunioni della rivista Il Semplice fondata da Celati e Cavazzoni assieme a Benati e altri amici, le  vivaci sessioni di letture a Bologna, dove gli scrittori venivano talvolta brutalizzati dall’impulsività di Celati, che – mai assolutamente, rimarca Cavazzoni – poteva sottrarsi all’autenticità delle sue reazioni. O la preparazione minuziosa di viaggi esotici come quello a piedi verso la Cina sulla via di un frate medievale strampalato partito da Roma, o la sceneggiatura di un film alla scoperta dell’isola di plastica in movimento nell’Oceano Atlantico. Attraverso i tanti racconti, Cavazzoni ritrae un Gianni Celati dalla mente scapestrata, mobile, cocciuta e onesta sia intellettualmente che rispetto alla sua porzione di follia idealista… “Voglio guadagnarmi il pane onestamente”, dice Celati all’amico dopo essersi licenziato seduta stante davanti al preside del Dams di Bologna negli anni Ottanta. La stessa follia volitiva che porta Celati a lavorare per anni alla traduzione dell’Ulisse di Joyce, verso film e progetti ciclopici come il film sull’isola di plastica, che oggi sappiamo apparire come un’immensa medusa a fior d’acqua, grande cinque volte l’Italia, abitata da ben 42 specie anfibie che vi si sono adattate e lì proliferano. Sorseggiando un cappuccino, Cavazzoni torna a raccontare:  > “Era un uomo buono Celati, per molti aspetti più disponibile di me verso gli > altri, amava stare assieme alla gente, lavorarci assieme. È stata un’amicizia > soprattutto libera e sincera ti ripeto. Eravamo certi di esserci fermati > entrambi e per sempre a un’età giovanile: lui si era fermato a 16 anni, io a > 18 forse 20, diceva lui di me; più di me, lui era un adolescente pascolante, > che voleva sempre esplorare cose nuove, camminare in un mondo che gli fosse > sempre sconosciuto. Fin quando poi se ne andava via ogni volta, scappando > anche dalla sua scrittura come fece proprio a metà degli anni ’80, fuggendo la > maniera di scrivere con cui veniva identificato dai critici come > avanguardista… Proprio quell’anno che ci siamo conosciuti, iniziò a scrivere > in modo diverso, con uno scrittura pulita, semplice, direi quasi francescana… > e così ha aiutato molto anche me, per dare allo scrivere una voce più > autentica possibile, senza l’artificio… in questo senso Celati mi ha insegnato > molto sullo scrivere non letterario… e anche sulla lettura ad alta voce. > Amavamo le scritture che fossero dicibili, che si potessero leggere davanti > alla gente… non è possibile fare lo stesso coi romanzi, suonano subito > finzione”. C’è una forte attenzione al femminile nel libro, penso alla misteriosa rappresentante di cosmetici che arriva nel pieno di una vostra conversazione filosofica all’Osteria del carbone a Reggio Emilia: come l’Angelica di Ariosto, la donna sconvolge l’ambiente circostante, agita i cuori dei cavalieri… All’osteria la sala è vuota, solo voi intenti a parlare di Wittgenstein, la donna entra, si siede vicino e innesca una crisi, con tutto quello che di impensabile poi vi accade nelle ore, di fatto e nei pensieri. Poi ci sono tante altre figure femminili, che possono apparire però secondarie, comparse a fianco di uomini, fidanzate, mete di desideri e di sogni maschili, o mi sbaglio? “No, non sono mai secondarie anzi… pensa alla storia della morte di mia nonna, o alla madre portentosa del tuo concittadino Gian Ruggero Manzoni… e poi c’erano anche delle ragazze alle riunioni del Semplice… oggi siamo nell’ossessione gender ma all’epoca spesso ci si trovava con donne stimate e molto rispettate, anche se c’era sempre l’interrogativo sessuale ovvio, c’è un’ambiguità di fondo che insidia l’amicizia con una donna… ma ripeto, nel Semplice c’erano donne bravissime che a volte si firmavano al maschile, e viceversa uomini che si trovavano pseudonimi femminili… oggi le cose sono molto cambiate, c’è molta più frattura tra i sessi in letteratura, le scrittrici e gli scrittori, e le prime sono molto più ammirate (sorride)”. E prosegue:  > “I veri amici oggi io li conto su una mano… uno è stato Federico Fellini, un > vero amico e ne sono molto fiero; tra le cose divertenti, mi ha fatto > conoscere lui la scaramanzia del mondo dell’arte, che poi ho condiviso con > Celati; a noi piaceva crederci, interpretare i segni e i sogni, e credo ci > abbia spesso salvato quello; pensa che ogni tanto io faccio anche l’I Ching e > mi diverto, appunto mi piace crederci… prendere quel libro, tirare tre monete > che formano una combinazione se tirate per sei volte, così era la vita per me > e Celati, una continua ricerca di verità improbabili, sempre da immaginarci, > perché la realtà è ovvio sia irraggiungibile”. Dal libro sappiamo che Celati ha viaggiato sempre molto, stabilizzandosi alla fine in Inghilterra assieme alla moglie Gillian. “Ci siamo sempre scritti comunque – racconta l’autore – specie quando ha iniziato a stare male. Ho inserito anche testi quasi incomprensibili di sue mail nel libro, ho pensato che lui avrebbe accolto quel gesto, diceva che in fondo tutto passa, ci si dimentica di tutto, e sempre ripetevamo che il senso della vita per noi è stata la pagina scritta, diciamo pure la letteratura”. E oggi, come vivi le tue amicizie? > “Oggi mi sento piuttosto un solitario, ho qualche vero amico ma come dicevo > sono pochi, poi c’è mia figlia che però sta a Monaco di Baviera; ho amici > sparsi in giro fuori Bologna, è strano ma è come se la possibilità di > viaggiare alla fine allontanasse le persone: non si va più al bar a > chiacchierare, la rete si allarga (ultimamente sto sperimentando anche > Facebook dove mi sembra di incontrare più che altro fantasmi) ma siamo più > soli di una volta mi sembra, la raggiungibilità aumentata ci allontana”. Nel libro su questa amicizia si può trovare di tutto, da un professionista del sesso quasi di vocazione umanitaria nella Bologna degli anni ’90, alle ipotesi di paradisi e inferni in vita, diavoli e santi, i primi tra i parenti, tagliatelle memorabili ed escatologie consolatorie. Non manca la figura mitica di Learco Pignagnoli, lo scrittore feticcio onnipresente nelle vite di Celati e Cavazzoni; compaiono così tanti personaggi e così tanti luoghi che non c’è pagina che ogni volta non si giri dentro un nuovo viaggio o un nuovo personaggio, nella fuga continua che era in Celati un tratto distintivo. Nel raccontare il “mesto finale”, Cavazzoni ricorda l’amico con grande delicatezza, sapendo anche qui attingere a una leggerezza e una poetica del sorriso, elegante e al tempo stesso sobria. A cominciare dal 2007, Celati cade lentamente nella malattia, facendosi via via meno presente negli anni, perdendo sempre più lucidità mentale e poi il controllo della parola. Diventerà uno dei suoi più amati personaggi, un Bartleby che vive a Brighton, scrivano eroe del silenzio; in un’intervista Cavazzoni lo immagina come una piantina che continua a crescere tra due mattoni di un muro. Dal 2010 tutto è preludio alla lenta sparizione dell’amico, che di anno in anno comincia ad assomigliare a uno dei suoi miti giovanili, Harpo Marx, il fratello muto di Groucho, che si esprime a gesti come farà Celati alle ultime conferenze, memorabile quella del 4 ottobre 2014; nella piazza di Carpi, davanti a una platea divertita, Celati inventa quasi una performance teatrale: è l’ultima apparizione pubblica a cui ho assistito racconta Cavazzoni. Celati in quell’occasione diventa Harpo, un mimo favoloso, divertente, e anche molto applaudito. “Aveva perso la parola, ma non quella espressiva”, racconta Cavazzoni tornando a considerare come l’amico fosse diventato proprio uno dei suoi personaggi, e come loro era simpatico a tutti, amabile e tuttavia mai del tutto afferrabile. > “E parlavamo spesso dell’aldilà, ci eravamo anche confrontati sulle reciproche > sepolture, lui era per la cremazione io no ad esempio. Io punto a una > sepoltura in terra nuda, senza nemmeno quell’involucro di legno, mi piace > l’idea di lasciarmi piano piano divorare dai vermi, dalle radici del > sottosuolo. Non so se si possa oggi in Italia, magari visto che mia nonna era > ebrea posso informarmi presso un cimitero ebraico. Eravamo convinti io e > Celati che l’inferno e i diavoli fossero già qui sulla terra, tutti i giorni… > che i diavoli fossero quelle persone che non si sa perché ci perseguitano > tutta la vita, a volte è un parente ad esempio, o un tale che non ci dà pace, > ci perseguita e non capiamo perché, forse dobbiamo espiare qualcosa mi dico… > Così per il paradiso, eravamo convinti che l’avesse promesso prima il > comunismo (anche se lì bisognava arrivarci con sacrifici enormi e noi non ci > credevamo più), poi nel mondo occidentale il paradiso erano diventate secondo > noi i giorni feriali, con le vacanze prestabilite o i weekend, che poi sono – > dicevamo io e Celati – dei falsi paradisi in terra”. Come il senno dell’uomo – diceva Ariosto – è tutto sulla luna, così anche il nostro futuro è smarrito in mondi inintelligibili, remoti, che forse lanciano segni giù in terra, questo sembra suggerire il libro, che in questa prospettiva segue le prescrizioni del Manualetto per la prossima vita, scritto da Cavazzoni per Quodlibet nel 2024. Un manualetto che ribadisce l’attenzione ai segnali che sottilmente ci lasciano intuire in vita quello che può accaderci al finale e che quindi dovremmo tenere in conto in una prossima volta. > “A ripensarci oggi – dice Cavazzoni – si poteva indovinare come sarebbe finita > l’avventura di Celati, proprio dalle sue passioni, dalle sue intolleranze, dai > suoi personaggi e da quelle atmosfere di silenzio e di nebbia che lui amava > tanto: lì oggi posso ritrovare tante conferme di quanto è poi gli è successo. > Ma sempre dopo ci si arriva, mai che si riesca a farlo prima… vale anche per > gli storici la stessa cosa, ci spiegano le cose solo dopo che sono successe”. Col senno di poi, come si dice, tutti agiremmo diversamente in vita; nel caso di questo libro, Cavazzoni sparge “quel poi” accumulato lungo le pagine forse a monito per se stesso, trae dall’ampolla biancastra che vediamo in copertina, il suo senno, quello di Ermanno. > “Resto scettico sull’universo – mi dice – penso ai clown che Celati amava > molto, loro non ridono mai, fanno ridere ma non ridono mai… sono la > rappresentazione migliore della condizione umana, e se ci fosse un dio che ci > guarda riderebbe lui di sicuro, e su questo aspetto dell’infimità umana il > libro più bello che sia stato scritto sono I viaggi di Gulliver, lì troviamo > nichilismo e subumanità in una fantastica relazione… Celati l’ha tradotto quel > libro, un libro meraviglioso”. Sotto il portico di via Santo Stefano cominciano a muoversi le ombre della sera, non trattengo una domanda sul tramonto, l’inesorabile vecchiaia. “Oggi si invecchia molto di più, viviamo oltremodo, più di quanto la natura avrebbe concesso; l’ultimo periodo è come se fossimo già morti continuando a vivere; diventi un pezzo di legno, un paziente da assistere, da gestire. Devo dirlo, è terribile la vecchiaia. Gillian (la moglie di Celati) è stata bravissima a seguirlo fino alla fine… Chissà come andrà per me, mi ci vorrebbe la fidanzata robot artificiale che mi assiste e che magari mi fa anche da segretaria… (ho detto una cosa politicamente scorretta?)”. Tra poco vedrai che esisteranno – dico io – potrai affittarne una come si affitta un’auto. “Affittare no, poi sarei geloso…”. (Ridiamo). Nel 2018 Cavazzoni ha l’ultimo incontro con Celati nella sua casa di campagna a Quattro Castella, vicino a Reggio Emilia. Sono giorni estivi, di dolcezza e di svago, camminate e buon cibo, nella deriva cognitiva di Celati che quasi sempre sorride, tace, ha imparato bene a esprimersi con gli occhi e col volto. Al suo rientro a Brighton Celati va incontro alle pagine finali della sua vita, descritte al tempo presente nel libro, dove la moglie Gillian tiene l’amico informato sulla salute del marito. Celati attraversa da quel momento quattro anni di costante peggioramento, specie dopo una caduta davanti a casa che lo porta a un letto di ulteriori sofferenze e progressiva confusione farneticante. Entra in quel “borbottio ininterrotto” che Gillian ascolta con amore e spesso racconta a Cavazzoni, fino al giorno della morte, il 3 gennaio 2022.  Le ultime pagine sono un concentrato di livida poetica commozione, capace in poche righe di siglare nella morte il suo ribaltamento fantastico, con un finale da gran romanzo. Non riuscendo a raggiungere la piccola cerimonia funebre a Brighton in quel periodo invalidante che il Covid ha imposto, Cavazzoni affida alla figlia Emma un biglietto da leggere, che sarà poi bruciato assieme alla salma. In quel biglietto “io gli davo appuntamento” scrive l’autore. Potrebbe finire qui tutta la storia, in quelle parole, se non fosse che quell’invito a ritrovarsi dopo la morte, è stato un altro dei refrain più arditi tra i due, dibattendo sulle alternative sepoltura/cremazione post mortem e sul dove e come ritrovarsi poi: se a Copenhagen o al ristorante Barabba di Quattro Castella, che mezzi prendere per ritrovarsi nel mondo dei vivi, il treno o l’autobus. La prospettiva poi si allargava a tutti gli amici, colleghi e affini che una volta defunti si sarebbero potuti ritrovare in qualche convegno; l’immaginazione prende poi il volo, sempre più slancio vitale: Cavazzoni dice all’amico  “Saremo ombre, sbiadiremo fino a diventare impalpabili chiazze traslucide […] e formeremo bande che infestano le case abbandonate, le ville disabitate da secoli…”.  Così lui ogni volta esponeva la sua visione dell’aldilà all’amico che si mostrava però più incerto e come in altre occasioni rispondeva: “Scrivilo tu.” E tutto ora è scritto, le ceneri di Celati sono al sicuro con la moglie Gillian, che ritorna nelle parole finali del libro, protagonista dell’ultimo ricordo al tempo imperfetto, riavviando così la storia, il suo movimento, sui passi della donna a fianco del compagno: “Camminavano a braccetto, nei giorni felici”. Michele Montanari *In copertina: Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni nel 1995 L'articolo “Una continua ricerca di verità improbabili”. Ermanno Cavazzoni parla di Gianni Celati proviene da Pangea.
May 15, 2026 / Pangea
“La fedeltà all’amore di un tempo”. Come il libro di Silvia Bortoli mi ha salvato la vita
Che bel romanzo ha scritto Silvia Bortoli, traduttrice dal tedesco e scrittrice. La lingua è misteriosamente precisa, risonante, circondata da un alone contemplativo che impone la sua grazia, procede nello stretto delle nostre dimore, scorrendo come su un carrello su cui è piantata una telecamera che registra, fissa sguardi, parole, abitudini, imprese quotidiane, sconfitte, si apre un varco ampio, verso l’alto e il basso, in tutte le direzioni, ci mostra gli ambienti, l’intimità dei luoghi, dei pensieri, dei cuori, i personaggi affetti da mite demenza, conquistando la nostra attenzione, la nostra memoria: non ce lo dimenticheremo più.  Che libro felice Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto (Quodlibet, 2025). Spera e teme insieme, fin dall’inizio. Lo vorrei sottolineare tutto a matita, tanto mi prende, e devo controllarmi. Propongo la pagina 17, per dare un’idea della pacata tensione che si respira:  > “Sento una nuova inadeguatezza che avanza divorando pezzi del mondo che una > volta nemmeno mi rendevo conto di avere a disposizione e che si sta > restringendo”.  E la pagina 18:  > “Questa notte all’una e mezza si è aperta la porta e quando ho acceso la luce > in mezzo alla stanza c’era un fantasmino scodinzolante che ho subito > accompagnato nella sua cuccia, e poi alle due e mezza sono stata svegliata dal > Principe che si era alzato e vestito credendo che fosse mattina, e ho > riaccompagnato a letto anche lui”. Da questi passi si capisce che il romanzo si svolge in una casa in cui prevale un disagio a cui fare fronte, e quindi c’è molta originalità che trapela dai comportamenti umani, e continui imprevisti, nonché lotta disarmata per affrontarli. Ancora a pagina 18 mi piace citare un passo:  > “Una donna che ha la mamma malata mi ha detto che è diventata violenta e non > riescono più a contenerla. Ma non il Principe, lui è sempre l’uomo gentile, > elegante, calmo che ho conosciuto tanti anni fa, i gesti inconsapevoli sono > sempre gli stessi, sorride, le rare volte in cui ancora sorride, sempre allo > stesso modo, ma è sempre più lontano, più assente, ogni giorno si spegne > qualcosa di nuovo, in lui e intorno a lui. Vuoi delle carote? Gli ho chiesto > l’altro giorno. Cosa sono? mi ha chiesto. Gliele ho mostrate ma non le ha > riconosciute”. Andando avanti nella lettura, capisco meglio il senso del libro, e lo apprezzo maggiormente, in crescendo. Non è la solita solfa sulla violenza diffusa, che ti vuol fare paura (oggi tutto vuol farti paura, a incominciare dalla televisione, con la scusa che non bisogna essere consolatori). “E comunque il mondo è pieno di persone gentili, non solo di diavoli, come si tende a ripetere sempre” (pag. 28). Sebbene sia contrario a una certa visione strumentale dello scrivere, direi che si tratta di un romanzo terapeutico. Nel leggerlo ti senti bene. Perché? È l’umanità viva che traspare da queste pagine, la compagnia, l’importanza che hanno gli altri, ognuno. Tutto gira intorno al cane Jack Russell che i componenti della casa hanno deciso di accogliere. L’animalità si rivela in frammenti, parallelamente al rapporto con l’umano, che pure si svela ora a poco a poco, ora all’improvviso, in un aforisma, o in un dialogo compiuto, breve o lungo che sia, ma sempre a taglio netto, un taglio orizzontale nella prosa, come le fenditure di Fontana che incidono la tela, rigorose, reali nel bianco dello spazio misericordiosamente infinito e limitato insieme, in un libro che è moderatamente avversato dall’ansia, nostra compagna quotidiana.  I personaggi di questa scena (molto veri), ci sembra di averli già incontrati, che so, in un nostro conoscente, o un parente, o un amico, essi, spesso, sono staccati dal piano della vita vissuta tramite un nome fantastico, uno pseudonimo, un nomignolo, un modo di chiamarli affettuoso, che rende ironico l’ambiente, creativo, nonostante la problematicità delle relazioni, le impuntature, gli intralci, gli equivoci, i drammi. Allo stesso tempo questa umanità si consacra all’origine che ha perduto, ma che in parte, a pezzi, ritrova nella verità di un appellativo azzeccato e sorprendente, un ritratto dell’indole di qualcuno, a volte impensabile, comunque non appiccicato, anzi, efficace, manifestante qualità di leggerezza, di tolleranza, di superamento. Un sempre che definisce i protagonisti contemporaneamente persona e personaggio, sono gli attori che appaiono sulla scena di questo originale romanzo. Eccoli, in ordine di apparizione: Piccolo Faber, Adorata Mammina, Principe, Jack (il cane Jack Russell), Nounou (un coniglio), Olga di Sant’Uberto (un altro cane, credo), Primo Capobranco, E. (letteralmente, e puntata), eccetera. La mania di inventare nomi dice la visionarietà soffusa della scrittura, l’inventiva, parallela alla durezza della realtà. All’inizio il prologo si apre con la proposta di prendere un cane, comunicata democraticamente ai componenti e non della casa, compreso il neurologo. Il lui in questione è il Principe. “Dottore, dico al nuovo neurologo durante una delle visite di controllo, è sempre più apatico, afasico, ormai è difficile comunicare con lui, avevo pensato di prendere un cane, cosa ne pensa? Un cane? dice il neurologo, sono molto favorevole, può aiutare. Un cane? dice sua figlia, mah, non sono sicura che gli piaccia, non mi pare proprio che ami gli animali. Un cane? dice la figlia di sua sorella, mah, nonna aveva due cani, li teneva in giardino, gli puliva il muso e poi li mandava via dicendo: A cuccetta! Un cane? dice entusiasta Piccolo Faber mentre mi segue verso casa reggendo sull’avambraccio sinistro sospeso a mezz’aria le sue due aquile, sarò il secondo capobranco. Però deciditi, dice Adorata Mammina, non puoi parlargliene sempre e non prenderlo mai. E se prendessimo un cane? ho chiesto al Principe. Non mi ha risposto, ma non mi è sembrato nemmeno contrario. E così ho preso il cane”. Il libro è un diario o un giornale di bordo, scandito dai mesi: Jack si tuffa nel fango (agosto), Jack rosicchia il filo dell’airbag del taxi (settembre), Jack distrugge il divano di casa (ottobre), e via di questo passo… Tutto fulminato da un lampo al magnesio che fotografa il reale in presa diretta, o il più che reale, in quanto le parole scavano la superficie per significare l’oltre, sono accompagnate da un pensiero costante. C’è sempre da fare in questa casa e per via del cane: “Quando hai sonno e hai portato fuori il cane anche se ti pesa perché vorresti solo andare a letto e sul prato il tuo cane si rotola su una cacca e torni a casa e devi metterlo nella vasca e fargli il bagno e disinfettare la vasca e asciugarlo col phon che per fortuna gli piace e poi preparargli la pappa, allora, in quel lungo momento della tua vita, vorresti essere un sultano e dire al tuo visir: O mio visir, fai tu, lavami il cane!” (pag. 127). E comunque resiste la saggezza, perché c’è un’aria di resistenza tenace ma saggia in questo libro, una resistenza giusta, condivisibile, specchio di noi pacifici emarginati, che non giudichiamo a sproposito. Quindi non le strane idee circolanti di oggi, l’autoreferenzialità che fa dire a un dentista qualunque (giuro che mi è capitato!) che Michelangelo pittore non gli piace, preferisce lo scultore, e Picasso, poi, Chagall, Bacon, Warhol, sono pompati dai critici, si salva solo Caravaggio. E nemmeno si fa strada lo sgomitare, l’aggressività dei comportamenti: “[…] forse solo per stare meglio, cerchiamo di evitare il giudizio, almeno, io” (pag. 119). Stare meglio per poter vivere la propria vita riflessiva e attiva, equilibrio che si trova nei sentimenti, nel buon senso che si patisce, anche se i cani rappresentano una soluzione, non sempre ma spesso “perché i cani ci parlano e ci consolano e ci guariscono dalle malattie dell’anima” (pag. 111). Che detto così può sembrare una banalità, eppure non lo è, la lingua di questo libro lo dimostra, volutamente informale, asciutta, ridotta all’osso quando si avventura nelle svariate peripezie del quotidiano, lineare nell’arrivare al punto, una verità che appare minima invece rappresenta la vita per gli altri, donata naturalmente, non secondo principi teorici tuonanti, né dissacranti, che si perdono nel tempo, verità assolute e poi faticose da vivere, bensì il nostro stare lucidi in attesa, mentre l’esistenza intera muove verso la disperazione.  > “Ogni tanto mi dico che tutto sommato penso ancora, non a fondo, non bene, ma > per appunti destinati a un futuro migliore, perciò posso farcela”. Quest’ultimo passo mi solleva, eleva ogni cosa, la sospende e perciò la rende capace di volare alto, in direzione di un destino nostro, non ambiguo, non relegato, non degenerante. Il passo che segue è emblematico in questo senso, ed è comprensivo del mondo antico e di quello presente, stupisce per la forza di sintesi e per la profondità, leggiamolo:  > “La musica classica, quella per intenderci che andava incontro al suo pubblico > o almeno lo trovava quasi subito, capace di rivolgersi sia all’ascoltatore > ingenuo che a quello colto, è evidentemente così radicata nelle strutture > neurologiche e fisiologiche o fisiche o psichiche, ora davvero non saprei come > definirle per mancanza di strumenti, che mi basta cercare Il flauto magico o > la Traviata su youtube e se non fossi un tipo tanto ansioso potrei uscire > sapendo che qui andrà tutto bene almeno per un paio d’ore”. Si trova anche questo nel nostro libro, di cui stiamo parlando, una totalità del pensiero che allunga le frasi all’infinito, in una proiezione che vuol dire l’uomo nella sua totalità, sociale e spirituale, ancora sconosciuta, o di nuovo sconosciuta ormai, visto che pare si stia perdendo o esaurendo la volontà umana, aggredita dai media e dalle parole pubblicitarie, scorrette, a mio parere, per noi, per il pubblico, perché invadono, coprono il sentire vero, distraggono dalla necessaria sintesi che dovremmo fare ogni tanto per capirci meglio, o un po’ di più. Ma finché ci saranno libri rari come questo, non solo narrativi, non ci sentiremo soli, la loro compagnia ci permetterà di lottare a lungo, e ci salveremo grazie a quello che siamo, a quello che pensiamo.  > “Forse, nelle innumerevoli declinazioni dell’amore c’è anche questa, la > custodia della persona che hai amato, la fedeltà all’amore di un tempo”.  Per una eventuale colonna sonora di un film o sceneggiato televisivo, di cui mi auguro la realizzazione, tratto da questa storia, avrei pensato, qua e là, a sottolineare certi passaggi o andamenti, If dogs run free di Bob Dylan, oppure La sinfonia dei giocattoli, o, ancora, Les Chemins de l’Amour di Poulenc, in particolare nella versione jazz di Jacky Terrasson. Buona lettura, e, a questo punto, buon ascolto.  Vincenzo Gambardella *In copertina, un disegno di Eugène Delacroix (1798-1863) L'articolo “La fedeltà all’amore di un tempo”. Come il libro di Silvia Bortoli mi ha salvato la vita proviene da Pangea.
May 4, 2026 / Pangea
Il suicidio come esercizio di creazione. Su Édouard Levé
Perché gli artisti suicidi ci affascinano? Quodlibet riporta nelle librerie l’ultimo libro di Édouard Levé, Suicidio, che Levé consegnò al proprio editore pochi giorni prima di suicidarsi, nel 2007. Tuttavia nel libro Levé non scrive di sé bensì di un amico suicidatosi tempo prima, a venticinque anni, una morte che lo segnò profondamente e che forse – dato l’argomento del libro – ha motivato la sua stessa scelta. Se qualcuno che conosciamo si toglie la vita il suicidio diventa d’un tratto possibile anche per noi. Parafrasando Duchamp, si potrebbe dire che sono sempre gli altri a suicidarsi, ma se il ricordo di un amico suicida ci perseguita allora l’idea del suicidio – del nostro stesso suicidio – non è più del tutto insensata. Ci si può suicidare anche per imitazione.  In un appunto compreso nel secondo ‘Meridiano’ a lui dedicato, Claudio Magris, parlando del suicidio di Carlo Michelstaedter, dice che si può capire un suicidio solo “fino al penultimo gradino” e che perciò di fronte a esso bisogna saper tacere. Édouard Levé però non tace, pur non interrogandosi sui motivi della scelta del suo amico; ripercorre a grandi linee l’esistenza del suicida, soffermandosi su alcuni piccoli gesti che in qualche maniera ne definiscono il carattere e forse anche il destino, oppure su delle stranezze, come quando il suo amico – a cui è rivolto lo scritto, come se si potesse scrivere a un morto: e forse si può – compra in un negozio di vestiti usati delle vecchie scarpe che poi scoprirà essere appartenute a un ragazzo a sua volta suicidatosi, quasi che ogni suicida sia anche uno spettro famelico di altri suicidi, di altre vite disperate e a lui offerte.  “La tua vita è stata un’ipotesi” scrive Levé all’amico, nella traduzione di Sergio Claudio Perroni.  > “Chi muore da vecchio è un cumulo di passato. Si pensa a lui, e compare ciò > che è stato. Si pensa a te, e compare ciò che avresti potuto essere. Sei stato > e rimarrai un cumulo di possibilità.” Di fatto leggendo Suicidio ci si chiede se per taluni il suicidio non sia un modo di dare un senso a una vita che senso non può avere. Specialmente per un artista, che a volte vive il morire delle cose intorno a sé con una sensibilità anche disperata che può portarlo, appunto, alla tentazione di farla finita prima del tempo.  Chi rimane in vita, chi si duole di un proprio caro morto suicida, porta nel cuore non soltanto il dolore e l’assenza ma anche l’assurdità del suicidio di chi ha amato. Quando l’amico di Édouard Levé si spara un colpo di fucile in bocca lascia un fumetto aperto sul tavolo. Sua moglie vede il cadavere e, in preda al terrore, si appoggia al tavolo e fa cadere il fumetto sul pavimento. Il padre del suicida passerà il resto della vita a leggere e rileggere quel fumetto, persino a regalarlo agli amici chiedendosi a quale pagina fosse aperto e cosa volesse dirgli il figlio prima di morire.  Ma i suicidi devono per forza dirci qualcosa? Se la frase non suonasse infelice, si potrebbe affermare che un artista che si ammazza non è un suicida come un altro. Jonathan Franzen, per esempio, in Più lontano ancora osserva, a proposito del suo amico David Forster Wallace, che il suicidio aveva “saziato la sua detestabile fame di carriera”, come a dire che per un artista il suicidio può anche essere un lasciapassare per la posterità. Analogamente, in Lessico famigliare Natalia Ginzburg scrive, riguardo al suicidio di Cesare Pavese:  > “Pavese non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose > insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li > compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il > risultato era identico e quindi esatto. Guardò anche oltre la sua vita, nei > nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei > confronti dei suoi libri e della sua memoria.”  Sono parole dure. D’altra parte chi rimane in vita dopo il suicidio di una persona che ha amato può reagire tanto con il dolore quanto con la rabbia. Anzi, forse la rabbia si manifesta proprio per proteggere la fragile intoccabilità del nostro dolore e della nostra incredulità, perché un suicidio è anche un tradimento nei confronti dei vivi, di ciò che siamo e che dobbiamo continuare a essere. Non sempre sappiamo sopportarlo. Non sempre possiamo accettarlo, e perciò attacchiamo. Chi resta in vita è costretto a difendersi dall’insensatezza della morte altrui. Il suicidio non è un gesto amichevole, dice una vecchia pagina di Sandra Petrignani (in Come fratello e sorella, Baldini&Castoldi, 1998).  Édouard Levé è stato un artista più che uno scrittore. L’anno scorso Quodlibet ha pubblicato il suo Autoritratto, un libro che è anche un tentativo di cercare una nuova forma espressiva, una sorta di istantanea – Léve amava molto le fotografie – in veste di memoir. Invece non è ancora stato tradotto Oeuvres, Opere, che mette in elenco 533 opere d’arte non realizzate, un catalogo immaginario che Georges Perec – grande cultore degli elenchi e autore amato da Levé – avrebbe senz’altro apprezzato.  Édouard Levé è un minore fra i minori, però ha una peculiarità stilistica e formale che ce lo rende caro. È uno scrittore atipico il cui suicidio, lo si voglia o meno, fa parte dell’opera. Leggerlo è sempre interessante, perché la morte è il nostro più grande mistero ma per lui – con coraggio e tristezza – è stata anche un sottile esercizio di creazione.  Edoardo Pisani *In copertina: Käthe Kollwitz, Frau mit totem Kind, 1903 L'articolo Il suicidio come esercizio di creazione. Su Édouard Levé  proviene da Pangea.
February 5, 2026 / Pangea
“E nulla mai muore nel mondo”. Compianto sul corpo di Pier Paolo Pasolini
La prima volta s’incontrano nel settembre del 1953. Biagio Marin lo descrive “magro, stempiato, molto riservato”. Poco più che trentenne, Pier Paolo Pasolini abitava già a Roma, con la madre, era già stato processato per atti osceni in luogo pubblico, sospeso dall’insegnamento, cacciato dal Pci, marcato con “il segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde”. Era tutto dentro il dialetto, allora, Pasolini, lingua autentica, del candore e della ferocia, della terra e del rito, rispetto all’imbastito, bastardo, giudizioso, giudiziario ‘italiano’. Per Guanda, nel ’52, aveva costruito un’antologia sulla Poesia dialettale del Novecento, che, di fatto, scoprì un modo e un mondo, catalogò un genere, rivelò una generazione. Tra i poeti raccolti lì dentro, da Salvatore Di Giacomo a Trilussa, da Tonino Guerra a Giacomo Noventa, spiccava, appunto, Biagio Marin. Nato a Grado nel 1891, austroungarico, studi a Vienna, a Firenze, a Roma, pubblicava piccole placche, per amici.  “Io a Pasolini devo molto”, scrive Marin nei suoi diari, di getto, arcuato dal dolore, qualche giorno dopo l’assassinio di PPP, “è stato lui a presentarmi come poeta a una critica che era troppo distratta e diversamente intonata, per dare bada a me”. In effetti, da allora, Biagio Marin è stato eletto nell’empireo dei poeti – non solo in dialetto –; ha scritto tanto. “Essendo nella sostanza fuori dalla storia Marin, sempre eguale a se stesso, può tranquillamente continuare a scrivere i suoi due-tre ‘pezzi’ giornalieri (un po’ come i Lieder che Schubert vergava sui conti d’osteria), in una specie di rito e di quotidiana transazione con l’Eterno”, scrive di lui Pier Vincenzo Mengaldo. A proposito di eterno: a tratti Marin ha la saggezza di un presocratico, la sua poesia ha il valore di un petroglifo. Questi sono versi da Niente no xe passao, in traduzione italiana: > “E nulla mai muore > nel mondo: > uno solo, ma fondo, > è il corso delle ore. > La mutazione origina il canto; > non aver paura di sparire; > dura un attimo il giorno, > ma è eterno l’incanto”. L’ultimo distico vale la pena calcarlo in originale: dura un atimo el dì/ ma xe eterno l’incanto. Il dialetto, forse, è lì dove è pianto e incanto, dove si slaccia l’incantesimo per sedare il dolore. In ogni caso, a Marin, pur riconoscente, la nota di Pasolini sulla sua poesia non piacque. “Minimo Pascoli dialettale mi vuol definire il Pasolini. Quanto al minimo è forse troppo spregiativo; quanto all’avvicinamento al Pascoli, è per lo meno discutibile”. Nella sua speculazione, Pasolini accosta Marin a Machado; Marin lo sconfigge, non ha mai letto Machado, e capisce di PPP una cosa autentica e sinistra, “ha cercato se stesso nei miei versi”. Pasolini – è il rischio del tremendo – vampirizza; scava con foia nei ‘suoi’ autori, vi si rispecchia, li esalta massacrandoli, spaccando lo specchio. L’amore va infranto, d’altronde. La distanza tra Marin e Pasolini – che rinforza, paradossalmente, la stima reciproca – ha mistura d’abisso. Marin non sopporta l’ideologo marxista, il poeta impelagato nell’impegno, il ‘maledetto’ in posa, il moralista a orologeria (“PPP tu sei della stessa identica sostanza e non hai nessuna dignità morale per denunciare gli altri”). E lo scrive, con cruda evidenza, nel 1969: > “P.P. Pasolini si dice marxista, comunista e vive da borghese ed è avido di > denaro, di benessere come ogni altro borghese. P.P. Pasolini vende al mercato > dei borghesi il proprio ingegno. In lui non riscontro la vera grandezza… È la > sua persona che a me sembra disarmonica, e, a volte, addirittura mi ripugna. È > maledettamente italiano nel senso più antipatico. Non me lo sento affine”. Marin non capisce la “mania sessuale” di Pasolini, non comprende neanche la sua poesia (“ho letto parecchi versi di Pasolini; qualcuno bello, e anche molto bello; del resto pezzi di bravura linguistica e retorica. Tanti sfoghi di malumore ideologico, tante prediche”). Eppure, quando Pier Paolo Pasolini muore e quel corpo dissolto, distrutto, desolato, notturno, nudo, deforme, indemoniato dai lividi, lascia spazio al corpus, pura opera della vita, Marin ne è trafitto. Al cospetto della canea dei giornali, del chiasso pubblico, delle grida degli amici e dei sedicenti tali, di fronte agli avvoltoi che si avvolgono nel corpo putrido del poeta, Marin ha un sussulto, “pensando a lui, ho scritto una decina di liriche. Non so se valgono. Ho voluto onorare la sua memoria”, scrive sul suo diario, l’8 novembre del 1975. Marin vuole cospargere di candele il corpo di Pasolini, marcato dal piscio delle iene, da chi lo ostenta come un santo, da chi lo dileggia come corruttore. Invia quel grumo di poesie a Scheiwiller una settimana dopo. In gennaio l’editore risponde: vuol farne un libro, marchiato All’Insegna del Pesce d’Oro, con un titolo che tuona, El critoleo del corpo fracassao. Litanie a la memorie de Pier Paolo Pasolini. Il titolo è tratto dall’ultimo verso di una delle poesie di Marin, che in italiano suona così: “Poi, la rivolta:/ la notte cupa ancora ascolta,/ nel deserto di un prato,/ lo scricchiolio/ del corpo fracassato”.  Biagio Marin aveva salutato Pasolini a Casarsa, il giorno del funerale, “la giornata era bella, solare… in una cappelletta trecentesca era esposta la casa chiusa che raccoglie i resti pietosi del grande poeta e del grande folle che è stato il caro fine Pier Paolo”. Il testo edito allora da Scheiwiller riemerse nel 2021 da Quodlibet, a cura di Ivan Crico. In appendice, alcuni “estratti dai diari inediti” di Marin, per merito di Pericle Camuffo: la zona dolente, alta, aspra del libro. Narrano il patimento privato di Marin intorno alla morte di Pasolini, una specie di buco nero che dilata le contraddizioni fino all’insopportabile, ferita che snatura in scandalo, invalicato squarcio. “La sua pederastia è stata la ragione della sua rovina”, scrive Marin, il 3 novembre del 1975. E poi: “La vita sua era preziosa per tutti, era una ricchezza comune. L’abbiamo perduta. E in così malo modo”; “Mi ha trattato sempre con rispetto e affetto, pur sapendo che io avevo limiti da piccolo marginale, e che ero lontano dal suo marxismo e dalla sua pederastia, che gli è costata la vita”; “A me sembra molto maggiore di un Montale, di un Ungaretti. Era più vivo di loro. La sua pederastia gli è costata la vita, e ha adombrato la sua opera”; “C’erano in lui due poli, molto contrastanti. La sua tragica fine, ne è stata il risultato; ma anche la liberazione dal contrasto”. Marin tende a un’armonia impossibile se misurata da sarto sull’‘anormale’ Pasolini: come si fa a invitare a festa il Minotauro intimandogli il rispetto delle buone norme? “Ha scritto troppo, ha voluto troppo, è stato un rivoluzionario che ha voluto abbattere e sostituire troppe cose del nostro mondo. Molte sue opere non sosterranno l’usura del tempo; ma la sua azione rivoluzionaria lascerà il segno in tutta la nostra così torbida vita”, scrive l’11 dicembre del ’75, e infine, a mo’ di compendio, di epigrafe, > “Pier Paolo Pasolini era un grande intellettuale; io sono solo una animucola > di provincia. Pier Paolo Pasolini aveva in sé una vitalità, una forza di > lavoro, una forza creativa, che io non saprei neanche sognare”. Su la linea del canto semo nûi: sulla linea del canto siamo nudi. Pasolini muore il 2 novembre; Biagio Marin conclude il suo canzoniere in tredici poesie il 12 novembre. Tutto va dedicato ai morti ed è il dialetto la lingua veritiera della litania, pianto che non dissecca, che non piomba gli andati nel ricordo – grigi spettri per lamenti da salotto, nel limbo degli album – ma ne vivifica il lascito, a odore di pietra. Infine, ecco, nel canto conta la nudità, l’atto impuro, lo spudorato per purezza, perfino al cospetto della morte e di chi vi fa tenda, intorno.  *In copertina: Pier Paolo Pasolini ritratto da Mimmo Cattarinich a Roma nel 1969 (collezione privata) L'articolo “E nulla mai muore nel mondo”. Compianto sul corpo di Pier Paolo Pasolini proviene da Pangea.
March 27, 2025 / Pangea