
“L’Affaire Interlandi”. Storia del libro che Sciascia non riuscì a scrivere
Pangea - Thursday, May 7, 2026“Nessun elemento trovato”. Questa la scritta che appare sullo schermo del pc se cercate il titolo n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio editore in Palermo. La collana è stata inaugurata nel febbraio 1979 da Leonardo Sciascia con il libretto Dalle parti degli infedeli e al n. 100 vede le Cronachette (gennaio 1985). Il n. 200 avrebbe dovuto ospitare un altro testo dello scrittore siciliano, un libro che però non ha visto mai la luce. Ma di quale libro stiamo parlando?
Da quanto è dato sapere, Sciascia, negli ultimi anni della sua vita, già preso dalle sofferenze dovute al male che lo aveva colpito, si stava interessando alla figura di Telesio Interlandi. A raccontarne la storia, con dovizia di particolari, sarà Giampiero Mughini, altra figura dell’intellighenzia siciliana, al quale dobbiamo una corposa biografia di Interlandi. Ma chi era costui, la cui parabola aveva colpito tanto la sensibilità dell’autore dell’Affaire Moro?
Quello che Leo Longanesi avrebbe definito come “il miglior giornalista fascista” del tempo, Telesio Interlandi, all’anagrafe Telesio Evaristo, era nato anch’egli in Sicilia, nell’ottobre 1894, precisamente a Chiaromonte Gulfi in provincia di Ragusa. Figlio di due maestri di scuola elementare avrebbe sin da ragazzo mal sopportato l’atmosfera isolana, cercando nel giornalismo la via per evadere dalla “morta gora della vita di provincia” (Mughini, p.69). Il debutto giornalistico, a diciannove anni, nel quotidiano catanese “Il Giornale dell’Isola” dove in breve ascenderà al rango di caporedattore, prima di partire in guerra, combattuta da ufficiale di artiglieria. Tornato civile cercherà di sbarcare il lunario a Roma e Firenze, fino ad entrare nella redazione di ”Impero”, quotidiano di polemiche fascistissime di cui diventerà caporedattore. È stato lo stesso Mussolini a volere il giornale e a idearne il titolo, e sarà ancora lui a notare la firma del giovane Interlandi, curatore della rubrica quotidiana “Colpi di punta”.
Sarà infatti il siciliano di Chiaromonte Gulfi a essere chiamato, dal dicembre 1924, alla direzione di un nuovo giornale fascista, più battagliero rispetto al quotidiano ufficiale, “Il Popolo d’Italia”.
“Il Tevere” nasce all’indomani dell’estate del delitto Matteotti, in un momento di svolta per il nascente regime; un foglio dal quale Mussolini si aspetta fiducia totale e che sosterrà anche a livello finanziario. “Il Tevere” – spiega Adrian Lyttelton ne La conquista del potere. Il Fascismo dal 1919 al 1929 Laterza, 1974 – era ispirato direttamente da Mussolini, e incoraggiato a ventilare temi e concezioni (per esempio, l’antisemitismo) sui quali egli non voleva compromettersi ufficialmente. Mussolini parlava con due voci: cauta, ufficiale, opportunistica, quella del “Popolo d’Italia” e degli altri giornali del gregge obbediente orchestrato dall’ufficio stampa; estremista, sfrenata e azzardosa quella del “Tevere”.
Interlandi – che presto assumerà la proprietà esclusiva del giornale – risponde alla chiamata e nel 1925 prende la tessera del Pnf: di là in avanti la sua vita sarà legata alle sorti del regime mussoliniano, fedelmente seguito fino alle estreme conseguenze.

Divenuto un leader giornalistico romano e nazionale, acquisterà infatti ancora più notorietà e potere quando assumerà la direzione della rivista “La difesa della razza” nel 1938. Era questo lo strumento attraverso cui il regime a seguito dell’emanazione delle leggi razziali antiebraiche, cercherà di illustrare e propagandare i valori di ispirazione nazista. La nuova rivista – che vede Julius Evola tra i più assidui collaboratori e della quale Giorgio Almirante diviene caporedattore – ebbe una redazione di gran spicco formale, al pianterreno di Palazzo Wedekind, a piazza Colonna 366, e sostenuta economicamente anche dall’Ambasciata tedesca a Roma, “sensibilissima ad incentivare quanti si muovevano sulla falsariga della politica razziale hitleriana”. (Mughini, p.148).
Interlandi — sempre più temuto per il potere conquistato — avrebbe legato il proprio nome anche a un’altra pubblicazione di stampo razzista. Nel settembre del 1938, infatti, poco dopo il debutto de “La difesa della razza”, vide la luce “Contra Judaeos“. Come spiega Mughini, il volume inaugurava la Biblioteca razziale italiana, edita da Tumminelli, la stessa casa editrice del quindicinale, e diretta dallo stesso Interlandi. Del comitato consultivo facevano parte Lidio Cipriani e Guido Landra, due giovani assistenti universitari fascisti tra i firmatari del Manifesto sulla razza, pubblicato il 14 luglio 1938. Il manifesto sosteneva, tra l’altro, che gli ebrei fossero del tutto estranei alla popolazione italiana, ritenuta di sangue e civiltà “ariana”, e perciò inassimilati e inassimilabili.
Il libello, composto da 149 pagine, è una raccolta di scritti dedicati alla “identificazione del pericolo ebraico” e “per la difesa della Razza italiana”, nei quali il direttore del “Tevere” rivendica come consona al suo ragionamento la tradizione politico-culturale della Chiesa cattolica, che aveva marchiato e discriminato gli ebrei.
“Se il Fascismo è affermazione totalitaria delle più alte virtù del popolo, il suo fondamento è da cercarsi nella ritrovata coscienza della razza. Siamo – è bene ancora una volta ripeterlo – assolutamente fuori dalla nebulosa retorica che ci ha afflitto per decenni, agevolando la confusione negli spiriti e alimentando la pigrizia dei cervelli pigri; la razza alla quale il Fascismo si riferisce non è un’astrazione letteraria, non un’ingenua aspirazione, non è né la stirpe degli oratori domenicali né la progenie di Roma dei rimatori; è questa razza, della quale siamo i viventi elementi, che ha un volto e una misura, che vive ed opera sotto i nostri occhi, che fa la sua storia affermandosi degna della storia già fatta.[…] Senza esitazioni, senza pietismi, senza preoccupazioni, la questione della razza sarà portata sul terreno pratico e avrà le sue conclusioni fasciste. La razza è il popolo, e difendendo la razza noi difendiamo il popolo e il suo domani“.
“Contra Judaeos”, Tumminelli e C. Editori, 1938.
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Tuttavia, Interlandi – precisa Mughini – non è tra coloro che avrebbero voluto passare all’azione, non aveva in mente né auspicava alcuna forma di persecuzione fisica contro gli ebrei, mantenendo invece una posizione che guardava alla sola integrità razziale. Inutile dire che la pubblicazione si guadagnerà gli elogi di alcune firme importanti del tempo, una tra le quali, quella dell’allora trentunenne Guido Piovene, che in seguito, tornerà su quell’articolo sconfessandolo.
Ma quali erano dunque le note biografiche di Interlandi che avevano toccato la sensibilità di Leonardo Sciascia, a tal punto da spingerlo a prendere in considerazione il progetto di una pubblicazione? Matteo Collura, nel suo Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia (Longanesi, 1996; La nave di Teseo, 2019) scrive: “Sciascia ormai sa che non gli resta molto tempo. Prima che le ultime forze lo abbandonino, vuole scrivere un libro che sia un messaggio di speranza; un atto estremo di ottimismo che dia senso alla sua vita e alla letteratura che ne è stata forma ed espressione”. In realtà Sciascia aveva già in parte toccato un tema simile ne Il cavaliere e la morte (1988), ricordando la mobilitazione di un gruppo di autorità fasciste di un paesino siciliano per salvare una famiglia di ebrei “poiché nulla voleva dire per loro che un uomo fosse ebreo, se in pericolo, de disperato”.
Torniamo allora sulle tracce di Telesio.
Come accennato, Interlandi aveva legato la sua vita e quella della sua famiglia alle sorti del regime, all’interno del quale ricopriva un ruolo ben noto. Con il crollo del fascismo crolla anche la sua stessa esistenza. Ed è questo che apprende – ci racconta Mughini – via radio, quando si diede l’annuncio delle “dimissioni” del duce. “Vent’anni di lavoro distrutto!”, così disse in quel momento, stando alla testimonianza del figlio Cesare, in casa accanto alla madre e il padre.
È la domenica del 25 luglio 1943, e lui in realtà ha già pronto l’articolo da far uscire l’indomani sul “Tevere”. Lo aveva scritto prima di sapere dell’annuncio radio, ma quell’articolo, intitolato Appello agli uomini, non vedrà mai la luce, perché mai più uscirà “Il Tevere”. La redazione del giornale, infatti è data alle fiamme. Il rogo a Largo Corrado Ricci – sede del giornale – manda in fumo ogni cosa del “Tevere” e di “Quadrivio”, il settimanale sorto nel 1933 dalle sue costole, e dove si era esibito il meglio della cultura italiana degli anni Trenta. Anche per questo le copie di quei giornali sono introvabili, l’oro dei collezionisti. Molto difficili da reperire anche le copie de “La difesa della razza”, nonostante i primi numeri ebbero tirature importanti, oltre le centomila copie.
Di lì a poco Telesio Interlandi si troverà rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea, e vi trascorrerà quarantacinque giorni, sino all’armistizio. Verrà difatti liberato – scrive Mughini – dai tedeschi della divisione Göring, il 12 settembre: “il tempo di una visita a Mussolini che era stato a sua volta liberato dal Gran Sasso e trasportato in Germania, e poi via verso il Nord, a Desenzano sul Garda, dove i tedeschi vogliono che Interlandi risieda, e dopo avergli esplicitamente proibito di starsene a Roma”.
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Sono giornate concitate, nelle quali la vita degli uomini è appesa ad un filo. Molte personalità del regime si tolgono spontaneamente la vita, altri fuggono, altri vengono uccisi, ma è proprio in questo clima da resa dei conti, che il destino disegna per la famiglia Interlandi una parabola sorprendente e umanamente significativa. A Desenzano, a pochi chilometri da Salò, Interlandi – al quale è stata messa a disposizione dai tedeschi una villa – resta in attesa degli eventi e non accetta alcun ruolo di responsabilità politica. Per lui la stagione si è chiusa in modo definitivo. I fatti gli daranno ragione.
In una sorta di flashback di quella domenica di luglio di due anni prima, ma ora costretti in una cascina rifugio trovata dal figlio Cesare, la famiglia Interlandi apprende dalla radio, l’avvenuta fucilazione di Benito Mussolini e degli altri gerarchi a Dongo. Poco dopo, la radio comunica anche i nomi di un certo numero di gerarchi cui sono stati confiscati i beni, tra i quali c’è anche Telesio Interlandi. I tre restano isolati e senza una reale strategia, mentre dall’esterno, notte dopo notte, arrivano i rumori di raffiche di mitra e il vento forte della Liberazione.
Passano così cinque mesi, finché ad ottobre del ’45, persone che si qualificano come Carabinieri vengono a prelevare padre e figlio. I due temono che stiano per essere giustiziati da un momento all’altro, invece vengono prima portati alla caserma di Desenzano e poi tradotti alla questura di Brescia, rinchiusi in uno scantinato assieme ad altri disgraziati, tra escrementi umani e muffa. Qui il giovane Cesare rischia di morire per un’infezione alla bocca che nessuno vuole curare, mentre il padre scrive alla moglie, esortandola a cercare aiuto tra le persone che in passato avevano avuto contatti con lui e che ora godevano anche di un certo prestigio. Come ad esempio lo scrittore Elio Vittorini, antico collaboratore del “Tevere”, che ora sta a Milano ed è divenuto un’autorità morale dell’antifascismo intellettuale.
Nel frattempo, la moglie di Interlandi prende contatti con un valente avvocato di Brescia. Si tratta di Enzo Paroli, un ex ufficiale di aviazione. È un antifascista e figlio di antifascista. Il primo incontro tra l’avvocato e Telesio Interlandi avviene nel carcere bresciano di Canton Mombello, dove nel frattempo era stato trasferito l’ex direttore del “Tevere”, che rischia di subire un processo sommario da una delle Corti d’assise straordinarie, incaricate di giudicare i reati di collaborazionismo. Non sappiamo cosa si siano detti, fatto sta che Paroli accetta di difenderlo. In realtà farà molto più che difendere Interlandi sul piano legale; infatti, appena apprende la notizia che l’ex giornalista del regime, era riuscito a fuggire dal carcere in modo rocambolesco e raggiungere la moglie ed il figlio – quest’ultimo in cura presso una clinica locale – decide di proteggere quell’uomo contro ogni eventuale ritorsione. Accoglie così e nasconde nella propria abitazione l’intera famiglia Interlandi, proprio di fronte al Canton Mobello da cui il fuggiasco era uscito poche ore prima.
E siamo così giunti agli eventi che così intimamente avevano toccato la sensibilità di Leonardo Sciascia. Enzo Paroli – a proprio rischio e pericolo – riserva alla famiglia ospite il seminterrato della propria villetta a due piani, dove i tre Interlandi rimarranno custoditi per otto mesi. Usciranno solo a luglio del 1946, dopo l’archiviazione del processo contro Telesio, per assoluta mancanza di elementi.
Ecco dunque la parabola di vita di Telesio Interlandi, che dopo aver dominato la scena culturale italiana durante il Fascismo, si ritrova salva la vita grazie ad un avvocato antifascista, che a rischio della sua stessa incolumità decide di proteggerlo, assieme a tutta la sua famiglia. Ed è questo il tratto che più interessava Leonardo Sciascia, quando si mise sulle tracce di Interlandi e dell’avvocato Paroli nel corso degli anni ’80. In realtà già negli anni ’70 aveva curato per Sellerio un volumetto, La noia e l’attesa. Un libro sui rapporti tra intellettuali siciliani e fascismo. Nella copertina era riprodotta una vignetta del 1938 di Mino Maccari, raffigurante un Telesio Interlandi in atteggiamento dominate verso figure minute e inquiete. Lo scrittore siciliano chiederà notizie dirette ai figli dei due protagonisti della vicenda, ricevendo ampie informazioni. Nella lettera del 15 gennaio 1989 che scrive a Cesare Interlandi la direzione del suo interesse è chiara:
«La ringrazio di tutte le notizie che mi dà, e che mi saranno utili, anche se meno – nel taglio che intendo dare al racconto – meno mi interessano i rapporti di suo padre col fascismo, il suo fascismo, e più il dramma del ‘45. Le due vite, mi interessano, e quel tragico momento: di suo padre, dell’avvocato Paroli».
Datata 12 novembre 1988, invece una lettera indirizzata al figlio del penalista, dove emerge il segno preciso del suo intento di scrittura e lo spirito che lo anima:
«Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il dovere di non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare».
Nonostante l’avanzare della malattia, Sciascia raccoglie il materiale di cui ha bisogno e il libro sembra sul punto di essere composto, ma, come sappiamo, il corpo dello scrittore cederà definitivamente nel novembre del 1989, privando il mondo delle lettere di un’altra magia del genio di Racalmuto. Ecco perché appare “Nessun elemento trovato” al n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio. Una decisione presa in onore dello scrittore scomparso.
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Sarà allora Giampiero Mughini, che conosceva bene il lavoro che il conterraneo stava portando avanti, a prenderne in qualche modo il testimone, sollecitato anche dallo stesso figlio di Interlandi. Il libro – dal quale sono prese buona parte delle informazioni contenute in questo scritto – vedrà la luce per Rizzoli nel gennaio 1991 con il titolo A via della Mercede c’era un razzista, sottotitolo “Pittori e scrittori in camicia nera un giornalista maledetto e dimenticato lo strano caso di Telesio Interlandi”.
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, 1991In realtà il libro di Mughini – a differenza del progetto sciasciano, che pure viene indagato con dovizie di particolari dalla sua genesi – si denota come una vera e propria biografia del giornalista siciliano. Dopo i mesi trascorsi in casa dell’avvocato Paroli – racconta Mughini -, la famiglia Interlandi, di nuovo libera, torna a Roma, ma dei beni in loro possesso fino al ’43 ora non dispongono più di nulla. La signora va a rifugiarsi in un convento di Santa Priscilla, i due uomini in un convento dei Fratelli delle scuole cristiane, a corso d’Italia, dove sono stati raccomandati da Pompilia Pirandello, moglie di Fausto Pirandello. Fra gli amici a cui hanno chiesto un primo aiuto c’è difatti il figlio di Luigi Pirandello, il quale ha messo a disposizione la sua casa e due blocchetti di assegni, tutti firmati.
Per Telesio Interlandi, si tratta di ricominciare sostanzialmente da zero. Scrive Mughini:
”A nemmeno cinquantaquattro anni il suo destino s’è già compiuto; d’ora in poi non gli resta che rimpiangere e ricordare, e sta a lui decidere se rivedere criticamente le sue passioni del Ventennio, sfociato nella sconfitta e nel disonore, o se incaponirsi nell’idea che lui fascistissimo ha avuto ragione, e gli altri erano tutti dei doppiogiochisti. Con coerenza e cocciutaggine da siciliano, sceglie la seconda via”.
Ma adesso nessuno vuole più ascoltare il suo nome, intorno al quale cade una nube di silenzio, e come cancellati per sempre, divengono innominabili gli anni di lavoro giornalistico e quei giornali su cui avevano scritto tanti di quelli che stanno ora trionfando nelle istituzioni culturali del dopoguerra.
Il libro darà anche modo a Mughini di toccare temi a lui molto cari, uno tra tutti l’indagine su una stagione politica e culturale che lungi da essere chiusa in un comparto stagno, si dipana in modo contiguo con tutto l’arco del Novecento post fascista. “Naturalmente – scrive Mughini ne La collezione (Einaudi, 2009) – il mio libro… (che non mancherà di suscitare aspre critiche) era il ritratto di dove stavano e di come si muovevano gli intellettuali italiani degli anni Trenta, i quali avevano tutti un piede e mezzo nel fascismo e nelle sue organizzazioni culturali e nei suoi giornali, e soltanto mezzo piedi fuori. Era la smentita – facile facile e documentatissima – della leggenda che fosse stato netto da sempre il confine divisorio tra fascismo e antifascismo, e laddove tutti quel confine negli anni Trenta lo attraversavano e lo riattraversavano quotidianamente. Il nome di uno scrittore o di un artista che non avesse collaborato ai giornali diretti da Interlandi? Difficile da trovare, forse impossibile. E comunque stramaledetto e impronunciabile era il nome di Interlandi prima che io pubblicassi il libro su di lui, stramaledetto e impronunciabile è rimasto dopo”.
Negli ultimi anni della sua vita, Telesio Interlandi, già sprofondato nel silenzio totale che avvolgeva la sua figura e il suo lavoro, non avrà più alcuna prospettiva dopo la morte della moglie, uccisa da un tumore nel 1960. Morirà così nell’indifferenza generale nel gennaio 1965 (un anno prima dell’avvocato Paroli), ma non prima di aver pubblicato un piccolo libro di memorie personali, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, che si autoedita nel 1962 intestandolo alle Edizioni di Quadrivio. Un libro oggi sostanzialmente introvabile ma che Sciascia aveva letto nel 1988, grazie a Cesare Interlandi, che lo aveva dato allo scrittore dopo aver saputo della decisione di scrivere sul padre.
Telesio Interlandi, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, Edizioni di Quadrivio, 1962.*
«A Maria / che visse con me queste pagine / e non le potrà leggere. / T.I. (4 sett. 1961)».
“Da quando mi è scivolata di mano la penna, sono trascorsi quindici anni. Quindici anni di solitudine e di silenzio. Che ho fatto? Nulla. Vi è, tra quel giorno ed oggi, una sterminata distesa di tempo, grigia, uniforme, sulla quale galleggiano numerosi fogli di carta bollata. A volte, quel giorno mi sembra vicinissimo, la distesa del tempo breve; a volte, lontanissimo, remoto, e la distesa infinita. Quindici anni. Essi sono sulle mie spalle, li sento pesare, hanno modificato il mio passo, l’hanno fatto più lento; eccoli, li sento. E a volte come ora, li vedo soltanto, come elementi di una prospettiva; e mi sono estranei, non sono miei. In questa prospettiva nulla c’è di mio; è una distesa grigia e uniforme, senza risalti. Da quando mi è caduta di mano la penna non ho più scritto un rigo, per me; nulla di nulla”. Telesio Interlandi
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Dopo l’uscita del libro di Giampiero Mughini del 1991, altri articoli e pubblicazioni si sono occupati della figura di Telesio Interlandi e nello specifico dell’incontro tra l’ex direttore de “La difesa della razza” e l’avvocato antifascista di Brescia. Testi che usufruiscono oggi di una copiosa messe di documenti inediti rintracciati all’Archivio di Stato di Roma. Segnalo qui una breve bibliografia di riferimento:
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, Milano, 1991. Nuova edizione per la Collana Specchi, Marsilio, Venezia, 2019, con nuova prefazione dell’autore,
Tonino Zana, Il nero e il rosso. Il romanzo bresciano che Sciascia non scrisse, Gussago – Editrice Ermione, 1992.
Prima che morisse, Sciascia diede le carte e gli appunti da lui raccolti al giudice catanese Vincenzo Vitale che ne fece il racconto In questa notte del tempo, Sellerio, Palermo, 1999.
Virman Cusenza, Giocatori d’azzardo. Storia di Enzo Paroli, l’antifascista che salvò il giornalista di Mussolini, Mondadori, 2022.
Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi, 1996.
Ugo Caffaz, L’antisemitismo italiano sotto il fascismo, La Nuova Italia, 1973.
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Immagine di copertina: La Tempesta, Fausto Pirandello, 1938. L’opera venne esposta per la prima volta nel febbraio 1939 alla III Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma, dove Fausto Pirandello, pittore quarantenne già premiato nella precedente edizione, era stato invitato con una sala personale. Successivamente inviata negli Stati Uniti ed esposta al Carnegie Institute di Pittsburgh. Verrà acquistata da Telesio Interlandi – amico della famiglia Pirandello – nell’immediato dopoguerra. Oggi dimora alla Galleria d’Arte Moderna di Roma.
Claudio Orlandi è nato nell’agosto del 1973 a Roma, dove si è laureato in Scienze Politiche. Voce e autore dei testi del gruppo musicale Pane, con il quale ha realizzato cinque dischi: Pane (2003), Tutta la dolcezza ai vermi (Lilium, 2008), Orsa Maggiore (2011), Dismissione(Sossella, 2014), The River Knows – A Tribute to the Doors (2018). Del 2009 il disco Corde e martello in duo piano e voce. Dal 2009 al 2022 ha svolto funzioni di collaborazione parlamentare presso gli uffici della Camera dei deputati. Dirige sul proprio canale YouTube Radio Pomona, proposta di letture di testi poetici. Nel giugno 2021 pubblica con Tic edizioni Il mare a Pietralata. Poesie e canzoni1990-2020.
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