“Nessun elemento trovato”. Questa la scritta che appare sullo schermo del pc se
cercate il titolo n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio editore in
Palermo. La collana è stata inaugurata nel febbraio 1979 da Leonardo Sciascia
con il libretto Dalle parti degli infedeli e al n. 100 vede
le Cronachette (gennaio 1985). Il n. 200 avrebbe dovuto ospitare un altro testo
dello scrittore siciliano, un libro che però non ha visto mai la luce. Ma di
quale libro stiamo parlando?
Da quanto è dato sapere, Sciascia, negli ultimi anni della sua vita, già preso
dalle sofferenze dovute al male che lo aveva colpito, si stava interessando alla
figura di Telesio Interlandi. A raccontarne la storia, con dovizia di
particolari, sarà Giampiero Mughini, altra figura dell’intellighenzia siciliana,
al quale dobbiamo una corposa biografia di Interlandi. Ma chi era costui, la cui
parabola aveva colpito tanto la sensibilità dell’autore dell’Affaire Moro?
Quello che Leo Longanesi avrebbe definito come “il miglior giornalista fascista”
del tempo, Telesio Interlandi, all’anagrafe Telesio Evaristo, era nato anch’egli
in Sicilia, nell’ottobre 1894, precisamente a Chiaromonte Gulfi in provincia di
Ragusa. Figlio di due maestri di scuola elementare avrebbe sin da ragazzo mal
sopportato l’atmosfera isolana, cercando nel giornalismo la via per evadere
dalla “morta gora della vita di provincia” (Mughini, p.69). Il debutto
giornalistico, a diciannove anni, nel quotidiano catanese “Il Giornale
dell’Isola” dove in breve ascenderà al rango di caporedattore, prima di partire
in guerra, combattuta da ufficiale di artiglieria. Tornato civile cercherà di
sbarcare il lunario a Roma e Firenze, fino ad entrare nella redazione di
”Impero”, quotidiano di polemiche fascistissime di cui diventerà caporedattore.
È stato lo stesso Mussolini a volere il giornale e a idearne il titolo, e sarà
ancora lui a notare la firma del giovane Interlandi, curatore della rubrica
quotidiana “Colpi di punta”.
Sarà infatti il siciliano di Chiaromonte Gulfi a essere chiamato, dal dicembre
1924, alla direzione di un nuovo giornale fascista, più battagliero rispetto al
quotidiano ufficiale, “Il Popolo d’Italia”.
“Il Tevere” nasce all’indomani dell’estate del delitto Matteotti, in un momento
di svolta per il nascente regime; un foglio dal quale Mussolini si aspetta
fiducia totale e che sosterrà anche a livello finanziario. “Il Tevere” – spiega
Adrian Lyttelton ne La conquista del potere. Il Fascismo dal 1919 al
1929 Laterza, 1974 – era ispirato direttamente da Mussolini, e incoraggiato a
ventilare temi e concezioni (per esempio, l’antisemitismo) sui quali egli non
voleva compromettersi ufficialmente. Mussolini parlava con due voci: cauta,
ufficiale, opportunistica, quella del “Popolo d’Italia” e degli altri giornali
del gregge obbediente orchestrato dall’ufficio stampa; estremista, sfrenata e
azzardosa quella del “Tevere”.
Interlandi – che presto assumerà la proprietà esclusiva del giornale – risponde
alla chiamata e nel 1925 prende la tessera del Pnf: di là in avanti la sua vita
sarà legata alle sorti del regime mussoliniano, fedelmente seguito fino alle
estreme conseguenze.
Divenuto un leader giornalistico romano e nazionale, acquisterà infatti ancora
più notorietà e potere quando assumerà la direzione della rivista “La difesa
della razza” nel 1938. Era questo lo strumento attraverso cui il regime a
seguito dell’emanazione delle leggi razziali antiebraiche, cercherà di
illustrare e propagandare i valori di ispirazione nazista. La nuova rivista –
che vede Julius Evola tra i più assidui collaboratori e della quale Giorgio
Almirante diviene caporedattore – ebbe una redazione di gran spicco formale, al
pianterreno di Palazzo Wedekind, a piazza Colonna 366, e sostenuta
economicamente anche dall’Ambasciata tedesca a Roma, “sensibilissima ad
incentivare quanti si muovevano sulla falsariga della politica razziale
hitleriana”. (Mughini, p.148).
Interlandi — sempre più temuto per il potere conquistato — avrebbe legato il
proprio nome anche a un’altra pubblicazione di stampo razzista. Nel settembre
del 1938, infatti, poco dopo il debutto de “La difesa della razza”, vide la luce
“Contra Judaeos“. Come spiega Mughini, il volume inaugurava la Biblioteca
razziale italiana, edita da Tumminelli, la stessa casa editrice del
quindicinale, e diretta dallo stesso Interlandi. Del comitato consultivo
facevano parte Lidio Cipriani e Guido Landra, due giovani assistenti
universitari fascisti tra i firmatari del Manifesto sulla razza, pubblicato il
14 luglio 1938. Il manifesto sosteneva, tra l’altro, che gli ebrei fossero del
tutto estranei alla popolazione italiana, ritenuta di sangue e civiltà “ariana”,
e perciò inassimilati e inassimilabili.
Il libello, composto da 149 pagine, è una raccolta di scritti dedicati alla
“identificazione del pericolo ebraico” e “per la difesa della Razza italiana”,
nei quali il direttore del “Tevere” rivendica come consona al suo ragionamento
la tradizione politico-culturale della Chiesa cattolica, che aveva marchiato e
discriminato gli ebrei.
> “Se il Fascismo è affermazione totalitaria delle più alte virtù del popolo, il
> suo fondamento è da cercarsi nella ritrovata coscienza della razza. Siamo – è
> bene ancora una volta ripeterlo – assolutamente fuori dalla nebulosa retorica
> che ci ha afflitto per decenni, agevolando la confusione negli spiriti e
> alimentando la pigrizia dei cervelli pigri; la razza alla quale il Fascismo si
> riferisce non è un’astrazione letteraria, non un’ingenua aspirazione, non è né
> la stirpe degli oratori domenicali né la progenie di Roma dei rimatori; è
> questa razza, della quale siamo i viventi elementi, che ha un volto e una
> misura, che vive ed opera sotto i nostri occhi, che fa la sua storia
> affermandosi degna della storia già fatta.[…] Senza esitazioni, senza
> pietismi, senza preoccupazioni, la questione della razza sarà portata sul
> terreno pratico e avrà le sue conclusioni fasciste. La razza è il popolo, e
> difendendo la razza noi difendiamo il popolo e il suo domani“.
>
> “Contra Judaeos”, Tumminelli e C. Editori, 1938.
*
Tuttavia, Interlandi – precisa Mughini – non è tra coloro che avrebbero voluto
passare all’azione, non aveva in mente né auspicava alcuna forma di persecuzione
fisica contro gli ebrei, mantenendo invece una posizione che guardava alla sola
integrità razziale. Inutile dire che la pubblicazione si guadagnerà gli elogi di
alcune firme importanti del tempo, una tra le quali, quella dell’allora
trentunenne Guido Piovene, che in seguito, tornerà su quell’articolo
sconfessandolo.
Ma quali erano dunque le note biografiche di Interlandi che avevano toccato la
sensibilità di Leonardo Sciascia, a tal punto da spingerlo a prendere in
considerazione il progetto di una pubblicazione? Matteo Collura, nel suo Il
maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia (Longanesi, 1996; La nave di
Teseo, 2019) scrive: “Sciascia ormai sa che non gli resta molto tempo. Prima che
le ultime forze lo abbandonino, vuole scrivere un libro che sia un messaggio di
speranza; un atto estremo di ottimismo che dia senso alla sua vita e alla
letteratura che ne è stata forma ed espressione”. In realtà Sciascia aveva già
in parte toccato un tema simile ne Il cavaliere e la morte (1988), ricordando la
mobilitazione di un gruppo di autorità fasciste di un paesino siciliano per
salvare una famiglia di ebrei “poiché nulla voleva dire per loro che un uomo
fosse ebreo, se in pericolo, de disperato”.
Torniamo allora sulle tracce di Telesio.
Come accennato, Interlandi aveva legato la sua vita e quella della sua famiglia
alle sorti del regime, all’interno del quale ricopriva un ruolo ben noto. Con il
crollo del fascismo crolla anche la sua stessa esistenza. Ed è questo che
apprende – ci racconta Mughini – via radio, quando si diede l’annuncio delle
“dimissioni” del duce. “Vent’anni di lavoro distrutto!”, così disse in quel
momento, stando alla testimonianza del figlio Cesare, in casa accanto alla madre
e il padre.
È la domenica del 25 luglio 1943, e lui in realtà ha già pronto l’articolo da
far uscire l’indomani sul “Tevere”. Lo aveva scritto prima di sapere
dell’annuncio radio, ma quell’articolo, intitolato Appello agli uomini, non
vedrà mai la luce, perché mai più uscirà “Il Tevere”. La redazione del giornale,
infatti è data alle fiamme. Il rogo a Largo Corrado Ricci – sede del giornale –
manda in fumo ogni cosa del “Tevere” e di “Quadrivio”, il settimanale sorto nel
1933 dalle sue costole, e dove si era esibito il meglio della cultura italiana
degli anni Trenta. Anche per questo le copie di quei giornali sono introvabili,
l’oro dei collezionisti. Molto difficili da reperire anche le copie de “La
difesa della razza”, nonostante i primi numeri ebbero tirature importanti, oltre
le centomila copie.
Di lì a poco Telesio Interlandi si troverà rinchiuso nel carcere militare di
Forte Boccea, e vi trascorrerà quarantacinque giorni, sino all’armistizio. Verrà
difatti liberato – scrive Mughini – dai tedeschi della divisione Göring, il 12
settembre: “il tempo di una visita a Mussolini che era stato a sua volta
liberato dal Gran Sasso e trasportato in Germania, e poi via verso il Nord, a
Desenzano sul Garda, dove i tedeschi vogliono che Interlandi risieda, e dopo
avergli esplicitamente proibito di starsene a Roma”.
*
Sono giornate concitate, nelle quali la vita degli uomini è appesa ad un filo.
Molte personalità del regime si tolgono spontaneamente la vita, altri fuggono,
altri vengono uccisi, ma è proprio in questo clima da resa dei conti, che il
destino disegna per la famiglia Interlandi una parabola sorprendente e
umanamente significativa. A Desenzano, a pochi chilometri da Salò, Interlandi –
al quale è stata messa a disposizione dai tedeschi una villa – resta in attesa
degli eventi e non accetta alcun ruolo di responsabilità politica. Per lui la
stagione si è chiusa in modo definitivo. I fatti gli daranno ragione.
In una sorta di flashback di quella domenica di luglio di due anni prima, ma ora
costretti in una cascina rifugio trovata dal figlio Cesare, la famiglia
Interlandi apprende dalla radio, l’avvenuta fucilazione di Benito Mussolini e
degli altri gerarchi a Dongo. Poco dopo, la radio comunica anche i nomi di un
certo numero di gerarchi cui sono stati confiscati i beni, tra i quali c’è anche
Telesio Interlandi. I tre restano isolati e senza una reale strategia, mentre
dall’esterno, notte dopo notte, arrivano i rumori di raffiche di mitra e il
vento forte della Liberazione.
Passano così cinque mesi, finché ad ottobre del ’45, persone che si qualificano
come Carabinieri vengono a prelevare padre e figlio. I due temono che stiano per
essere giustiziati da un momento all’altro, invece vengono prima portati alla
caserma di Desenzano e poi tradotti alla questura di Brescia, rinchiusi in uno
scantinato assieme ad altri disgraziati, tra escrementi umani e muffa. Qui il
giovane Cesare rischia di morire per un’infezione alla bocca che nessuno vuole
curare, mentre il padre scrive alla moglie, esortandola a cercare aiuto tra le
persone che in passato avevano avuto contatti con lui e che ora godevano anche
di un certo prestigio. Come ad esempio lo scrittore Elio Vittorini, antico
collaboratore del “Tevere”, che ora sta a Milano ed è divenuto un’autorità
morale dell’antifascismo intellettuale.
Nel frattempo, la moglie di Interlandi prende contatti con un valente avvocato
di Brescia. Si tratta di Enzo Paroli, un ex ufficiale di aviazione. È un
antifascista e figlio di antifascista. Il primo incontro tra l’avvocato e
Telesio Interlandi avviene nel carcere bresciano di Canton Mombello, dove nel
frattempo era stato trasferito l’ex direttore del “Tevere”, che rischia di
subire un processo sommario da una delle Corti d’assise straordinarie,
incaricate di giudicare i reati di collaborazionismo. Non sappiamo cosa si siano
detti, fatto sta che Paroli accetta di difenderlo. In realtà farà molto più che
difendere Interlandi sul piano legale; infatti, appena apprende la notizia che
l’ex giornalista del regime, era riuscito a fuggire dal carcere in modo
rocambolesco e raggiungere la moglie ed il figlio – quest’ultimo in cura presso
una clinica locale – decide di proteggere quell’uomo contro ogni eventuale
ritorsione. Accoglie così e nasconde nella propria abitazione l’intera famiglia
Interlandi, proprio di fronte al Canton Mobello da cui il fuggiasco era uscito
poche ore prima.
E siamo così giunti agli eventi che così intimamente avevano toccato la
sensibilità di Leonardo Sciascia. Enzo Paroli – a proprio rischio e pericolo –
riserva alla famiglia ospite il seminterrato della propria villetta a due piani,
dove i tre Interlandi rimarranno custoditi per otto mesi. Usciranno solo a
luglio del 1946, dopo l’archiviazione del processo contro Telesio, per assoluta
mancanza di elementi.
Ecco dunque la parabola di vita di Telesio Interlandi, che dopo aver dominato la
scena culturale italiana durante il Fascismo, si ritrova salva la vita grazie ad
un avvocato antifascista, che a rischio della sua stessa incolumità decide di
proteggerlo, assieme a tutta la sua famiglia. Ed è questo il tratto che più
interessava Leonardo Sciascia, quando si mise sulle tracce di Interlandi e
dell’avvocato Paroli nel corso degli anni ’80. In realtà già negli anni ’70
aveva curato per Sellerio un volumetto, La noia e l’attesa. Un libro sui
rapporti tra intellettuali siciliani e fascismo. Nella copertina era riprodotta
una vignetta del 1938 di Mino Maccari, raffigurante un Telesio Interlandi in
atteggiamento dominate verso figure minute e inquiete. Lo scrittore siciliano
chiederà notizie dirette ai figli dei due protagonisti della vicenda, ricevendo
ampie informazioni. Nella lettera del 15 gennaio 1989 che scrive a Cesare
Interlandi la direzione del suo interesse è chiara:
> «La ringrazio di tutte le notizie che mi dà, e che mi saranno utili, anche se
> meno – nel taglio che intendo dare al racconto – meno mi interessano i
> rapporti di suo padre col fascismo, il suo fascismo, e più il dramma del ‘45.
> Le due vite, mi interessano, e quel tragico momento: di suo padre,
> dell’avvocato Paroli».
Datata 12 novembre 1988, invece una lettera indirizzata al figlio del penalista,
dove emerge il segno preciso del suo intento di scrittura e lo spirito che lo
anima:
> «Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni
> lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il
> dovere di non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare».
Nonostante l’avanzare della malattia, Sciascia raccoglie il materiale di cui ha
bisogno e il libro sembra sul punto di essere composto, ma, come sappiamo, il
corpo dello scrittore cederà definitivamente nel novembre del 1989, privando il
mondo delle lettere di un’altra magia del genio di Racalmuto. Ecco perché appare
“Nessun elemento trovato” al n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio. Una
decisione presa in onore dello scrittore scomparso.
*
Sarà allora Giampiero Mughini, che conosceva bene il lavoro che il conterraneo
stava portando avanti, a prenderne in qualche modo il testimone, sollecitato
anche dallo stesso figlio di Interlandi. Il libro – dal quale sono prese buona
parte delle informazioni contenute in questo scritto – vedrà la luce per Rizzoli
nel gennaio 1991 con il titolo A via della Mercede c’era un razzista,
sottotitolo “Pittori e scrittori in camicia nera un giornalista maledetto e
dimenticato lo strano caso di Telesio Interlandi”.
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, 1991
In realtà il libro di Mughini – a differenza del progetto sciasciano, che pure
viene indagato con dovizie di particolari dalla sua genesi – si denota come una
vera e propria biografia del giornalista siciliano. Dopo i mesi trascorsi in
casa dell’avvocato Paroli – racconta Mughini -, la famiglia Interlandi, di nuovo
libera, torna a Roma, ma dei beni in loro possesso fino al ’43 ora non
dispongono più di nulla. La signora va a rifugiarsi in un convento di Santa
Priscilla, i due uomini in un convento dei Fratelli delle scuole cristiane, a
corso d’Italia, dove sono stati raccomandati da Pompilia Pirandello, moglie di
Fausto Pirandello. Fra gli amici a cui hanno chiesto un primo aiuto c’è difatti
il figlio di Luigi Pirandello, il quale ha messo a disposizione la sua casa e
due blocchetti di assegni, tutti firmati.
Per Telesio Interlandi, si tratta di ricominciare sostanzialmente da zero.
Scrive Mughini:
> ”A nemmeno cinquantaquattro anni il suo destino s’è già compiuto; d’ora in poi
> non gli resta che rimpiangere e ricordare, e sta a lui decidere se rivedere
> criticamente le sue passioni del Ventennio, sfociato nella sconfitta e nel
> disonore, o se incaponirsi nell’idea che lui fascistissimo ha avuto ragione, e
> gli altri erano tutti dei doppiogiochisti. Con coerenza e cocciutaggine da
> siciliano, sceglie la seconda via”.
Ma adesso nessuno vuole più ascoltare il suo nome, intorno al quale cade una
nube di silenzio, e come cancellati per sempre, divengono innominabili gli anni
di lavoro giornalistico e quei giornali su cui avevano scritto tanti di quelli
che stanno ora trionfando nelle istituzioni culturali del dopoguerra.
Il libro darà anche modo a Mughini di toccare temi a lui molto cari, uno tra
tutti l’indagine su una stagione politica e culturale che lungi da essere chiusa
in un comparto stagno, si dipana in modo contiguo con tutto l’arco del Novecento
post fascista. “Naturalmente – scrive Mughini ne La collezione (Einaudi, 2009) –
il mio libro… (che non mancherà di suscitare aspre critiche) era il ritratto di
dove stavano e di come si muovevano gli intellettuali italiani degli anni
Trenta, i quali avevano tutti un piede e mezzo nel fascismo e nelle sue
organizzazioni culturali e nei suoi giornali, e soltanto mezzo piedi fuori. Era
la smentita – facile facile e documentatissima – della leggenda che fosse stato
netto da sempre il confine divisorio tra fascismo e antifascismo, e laddove
tutti quel confine negli anni Trenta lo attraversavano e lo riattraversavano
quotidianamente. Il nome di uno scrittore o di un artista che non avesse
collaborato ai giornali diretti da Interlandi? Difficile da trovare, forse
impossibile. E comunque stramaledetto e impronunciabile era il nome di
Interlandi prima che io pubblicassi il libro su di lui, stramaledetto e
impronunciabile è rimasto dopo”.
Negli ultimi anni della sua vita, Telesio Interlandi, già sprofondato nel
silenzio totale che avvolgeva la sua figura e il suo lavoro, non avrà più alcuna
prospettiva dopo la morte della moglie, uccisa da un tumore nel 1960. Morirà
così nell’indifferenza generale nel gennaio 1965 (un anno prima dell’avvocato
Paroli), ma non prima di aver pubblicato un piccolo libro di memorie
personali, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, che si autoedita
nel 1962 intestandolo alle Edizioni di Quadrivio. Un libro oggi sostanzialmente
introvabile ma che Sciascia aveva letto nel 1988, grazie a Cesare Interlandi,
che lo aveva dato allo scrittore dopo aver saputo della decisione di scrivere
sul padre.
Telesio Interlandi, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, Edizioni
di Quadrivio, 1962.
*
«A Maria / che visse con me queste pagine / e non le potrà leggere. / T.I. (4
sett. 1961)».
“Da quando mi è scivolata di mano la penna, sono trascorsi quindici anni.
Quindici anni di solitudine e di silenzio. Che ho fatto? Nulla. Vi è, tra quel
giorno ed oggi, una sterminata distesa di tempo, grigia, uniforme, sulla quale
galleggiano numerosi fogli di carta bollata. A volte, quel giorno mi sembra
vicinissimo, la distesa del tempo breve; a volte, lontanissimo, remoto, e la
distesa infinita. Quindici anni. Essi sono sulle mie spalle, li sento pesare,
hanno modificato il mio passo, l’hanno fatto più lento; eccoli, li sento. E a
volte come ora, li vedo soltanto, come elementi di una prospettiva; e mi sono
estranei, non sono miei. In questa prospettiva nulla c’è di mio; è una distesa
grigia e uniforme, senza risalti. Da quando mi è caduta di mano la penna non ho
più scritto un rigo, per me; nulla di nulla”. Telesio Interlandi
*
Dopo l’uscita del libro di Giampiero Mughini del 1991, altri articoli e
pubblicazioni si sono occupati della figura di Telesio Interlandi e nello
specifico dell’incontro tra l’ex direttore de “La difesa della razza” e
l’avvocato antifascista di Brescia. Testi che usufruiscono oggi di una copiosa
messe di documenti inediti rintracciati all’Archivio di Stato di Roma. Segnalo
qui una breve bibliografia di riferimento:
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, Milano, 1991.
Nuova edizione per la Collana Specchi, Marsilio, Venezia, 2019, con nuova
prefazione dell’autore,
Tonino Zana, Il nero e il rosso. Il romanzo bresciano che Sciascia non
scrisse, Gussago – Editrice Ermione, 1992.
Prima che morisse, Sciascia diede le carte e gli appunti da lui raccolti al
giudice catanese Vincenzo Vitale che ne fece il racconto In questa notte del
tempo, Sellerio, Palermo, 1999.
Virman Cusenza, Giocatori d’azzardo. Storia di Enzo Paroli, l’antifascista che
salvò il giornalista di Mussolini, Mondadori, 2022.
Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi,
1996.
Ugo Caffaz, L’antisemitismo italiano sotto il fascismo, La Nuova Italia, 1973.
https://pm-unicatt-brescia.arianna4.cloud/wp-content/uploads/2022/01/ras-sta-2022.01.20-corsera-bs-p.-8-m-tedeschi-giocatori-azzardo-mondadori-2022-articolo.pdf
*
Immagine di copertina: La Tempesta, Fausto Pirandello, 1938. L’opera venne
esposta per la prima volta nel febbraio 1939 alla III Quadriennale d’Arte
Nazionale di Roma, dove Fausto Pirandello, pittore quarantenne già premiato
nella precedente edizione, era stato invitato con una sala personale.
Successivamente inviata negli Stati Uniti ed esposta al Carnegie Institute di
Pittsburgh. Verrà acquistata da Telesio Interlandi – amico della famiglia
Pirandello – nell’immediato dopoguerra. Oggi dimora alla Galleria d’Arte
Moderna di Roma.
Claudio Orlandi è nato nell’agosto del 1973 a Roma, dove si è laureato in
Scienze Politiche. Voce e autore dei testi del gruppo musicale Pane, con il
quale ha realizzato cinque dischi: Pane (2003), Tutta la dolcezza
ai vermi (Lilium, 2008), Orsa Maggiore (2011), Dismissione(Sossella, 2014), The
River Knows – A Tribute to the Doors (2018). Del 2009 il disco Corde e
martello in duo piano e voce. Dal 2009 al 2022 ha svolto funzioni di
collaborazione parlamentare presso gli uffici della Camera dei deputati. Dirige
sul proprio canale YouTube Radio Pomona, proposta di letture di testi
poetici. Nel giugno 2021 pubblica con Tic edizioni Il mare a Pietralata. Poesie
e canzoni1990-2020.
L'articolo “L’Affaire Interlandi”. Storia del libro che Sciascia non riuscì a
scrivere proviene da Pangea.
Tag - Fascismo
> “Non c’è nulla di più stupido e di più tracotante di una massa buona a nulla.
> Certamente sfuggire all’arroganza di un tiranno per precipitare nell’arroganza
> di una moltitudine priva di freni è assolutamente intollerabile: il tiranno,
> se fa qualcosa, la fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure
> capacità di discernimento. E come potrebbe averla dal momento che non gli è
> stato insegnato nulla e non ha mai visto nulla di bello che fosse suo? Si
> getta nelle cose senza riflettere e le sconvolge, simile a un fiume in
> piena”.
>
> (Erodoto, Le Storie, III, 81)
Così, secondo Erodoto, si esprimeva alla fine del IV secolo avanti Cristo il
persiano Megabizo per opporsi a chi voleva “conferire il potere al popolo”.
Dunque, già a quei tempi veniva definita – con i suoi stereotipi e le sue verità
– la figura retorica del popolo come plebaglia buona a nulla e ignorante, infida
e pericolosa. Concezione riaffermata, quasi un secolo dopo, nel pamphlet contro
la Costituzione democratica di Atene attribuito allo Pseudo-Senofonte, detto
anche “Anonimo oligarca”. Ne citiamo alcuni passi, dalla traduzione che ne fece
Luciano Canfora in La democrazia come violenza / Anonimo ateniese, Sellerio
1998 :
> “A me non piace che gli ateniesi abbiano scelto un sistema politico che
> consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. […] Dovunque sulla
> faccia della terra i migliori sono nemici della democrazia: giacché nei
> migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo
> d’inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo d’ignoranza, di
> disordine, di cattiveria; la povertà li spinge all’ignominia, e così la
> mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza. […]
> Il popolo non vuole essere schiavo in una città retta dal buon governo, ma
> essere libero e comandare: del buon governo non gliene importa nulla. […] è
> comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. Chi invece, non essendo
> di origine popolare, ha scelto di operare in una città governata dal popolo
> piuttosto che in un’oligarchia, costui è pronto ad ogni mala azione, e sa bene
> che gli sarà più facile occultare la sua ribalderia in una città democratica
> anziché in una città oligarchica”.
Il concetto di popolo, così bistrattato nell’antichità ellenica, comincia a
essere “redento” in età moderna, come nella Germania cinquecentesca del pastore
protestante Thomas Müntzer e nell’Inghilterra rivoluzionaria del Seicento, dove
al popolo si va a conferire dignità in quanto “popolo di Dio”; fino ad arrivare
agli enciclopedisti francesi del Settecento e più avanti a Jules Michelet, che
nel saggio Le peuple del 1846 fece una robusta apologia del popolo, definito
generoso, pronto al sacrificio e pieno di umanità, ingiustamente disprezzato dai
pasciuti scrittori da salotto che si limitavano a descriverne la parte peggiore,
ossia quella minoranza di delinquenti ben vestiti che giustificava il
consolidamento del potere di polizia ed esercito. È da qui che si affaccia
l’espressione “la personalità del popolo”, inteso come soggetto, come un Io
dotato di personalità e, quindi, di una psicologia.
Da questa matrice deriva la categoria politica del populismo, quel concetto oggi
tanto usato e abusato da esser ormai ritenuto una semplificazione scontata, dal
significato univoco ed elementare, alla portata di tutti. In realtà, già nel
1967 lo storico statunitense Richard Hofstadter intitolava un suo intervento
alla London School of Economics “Tutti parlano di populismo, ma nessuno può
definirlo”. In effetti, le varianti di “populismo” che si sono succedute negli
ultimi secoli potrebbero essere inserite in un elenco, che va dai levellers e
i diggersinglesi del Seicento a tutte le forme che si sono evolute in molti
paesi, come negli Usa (il Populist Party), in Russia, e in India, Canada,
Francia, Irlanda, Romania, Messico, Perù, e altrove. Secondo diversi studiosi,
il populismo non può che essere definito come stile politico che lavora su vari
materiali simbolici, per dare una forma all’ideologia del luogo in cui si
esprime. Lungi dall’essere univoco, il populismo incorporerebbe “una serie di
risorse discorsive che possono essere usate nei modi più diversi”, con
“significati fluttuanti” (Yves Surel in un saggio su Silvio Berlusconi), veicolo
di significati che variano a seconda delle diverse congiunture storico-politiche
in cui opera.
Agli osservatori di oggi il populismo appare il risultato di una lunga
formazione carsica, dove il tipico leader del momento diventa una specie di
federatore politico di emozioni e istanze popolari “basiche”, che lavora sulle
parole e sulle immagini per alimentare questo fermento, basato oggi più che mai
– grazie alla comunicazione elettronica dei nuovi media che tutto fagocitano –
sul pensiero veloce e automatico, che vuole contrapporsi al cosiddetto pensiero
lento e riflessivo, spesso controintuitivo, esibito dalle deprecate élites. E
quel “popolo” che i populisti pretendono di interpretare viene spesso
rappresentato come una maggioranza anche quando è solo una minoranza
rivendicazionista.
A ogni modo, una caratteristica certa del populismo come definizione è che oggi
nessuno – spesso ipocritamente – se la attribuisce: al contrario, essa viene
spesso attribuita agli avversari politici come epiteto sprezzante e sminuente,
anche delegittimante, in tattiche dialettiche che consolidano la semplificazione
concettuale a cui abbiamo accennato. Da qui deriva un’analoga semplificazione,
di cui vogliamo parlare: quella di confondere o sovrapporre i concetti
di populismo e sovranismo, che sono sfere ben differenti, in una sorta di
“populismo sovranista”, commistione che può essere utile a livello
giornalistico, ma generalmente ritenuta inammissibile a livello
storico-politico. Eppure, questa endiadi può essere giustificata sul piano
filosofico, come afferma Rocco Ronchi nel suo saggio Populismo/Sovranismo. Una
illustre genealogia, edito da Castelvecchi nel 2024. La questione che qui viene
affrontata, nel confronto tra le due sfere, è di tipo genealogico, perché
populismo e sovranismo paiono amare la stessa libertà, professare lo stesso
individualismo: secondo Ronchi,
> “Il populismo sovranista ha padri nobili e insospettati, spesso gli stessi che
> vengono additati come esempi di resistenza al pensiero unico: dal Dostoevskij
> del ‘sottosuolo’ all’osannato Pasolini ‘corsaro’, dall’anarca di Stirner al
> Bartleby melvilliano, senza trascurare la singolare convergenza del populismo
> sovranista con le teorizzazioni postmoderne sulla natura del potere sovrano.
> Del prototipo fascista – con il quale civetta – elabora l’aspetto anarchico,
> rivoluzionario e fieramente irrazionalista, quello che aveva sedotto, come un
> nuovo mito, l’umanità disastrata uscita dal primo conflitto mondiale”.
Il popolo sovrano di stampo populista, come lo conosciamo, sarebbe una
“soggettività dispersa e frantumata”, parlante una lingua “formulaica, modulare,
puramente performativa”, le cui parole d’ordine servono a “un riconoscimento
automatico fra uguali”. La democrazia, che dovrebbe servire a curare la malattia
populista, in realtà è lo stesso brodo di coltura del nemico che si vuol
combattere; e il richiamo a Gramsci – come a Brecht – diventa imprescindibile.
Il carattere intrinsecamente minoritario del socialismo, di cui Gramsci era ben
consapevole, richiedeva “una minoranza agguerrita, dotata cioè di una metis, di
una intelligenza pragmatica, che la rendesse atta a costruire come a sciogliere
alleanze locali, a istituire blocchi sociali eterogenei, a governare processi, a
osare arditi ‘compromessi’ che fossero in grado non solo di arginare la tendenza
avversa, ma di infletterla astutamente nella propria direzione”.
Come sostiene Ronchi, fare della “semplificazione” del pensiero il punto di
forza del populismo è a sua volta una semplificazione comoda, che semplificando
ci esonera dallo sforzo dell’analisi.
> “Liquidare il populismo come mero non-pensiero, ripetendo il ritornello della
> ‘pancia’ contrapposta alla ‘ragione critica’, non solo ne sottovaluta la
> potenza, ma impedisce di dotarsi delle armi necessarie per combatterlo”.
Anche alla luce delle recenti polemiche – sempre più conflittuali – che da
qualche tempo infiammano e infettano il nostro dibattito pubblico sul fascismo
(presuntamente redivivo) e sull’antifascismo (come bandierina assolutoria), ne
abbiamo parlato con l’Autore, cercando una visuale approfondita.
Lei sostiene che il fascismo storico non era una “mera ciarlataneria da fiera”,
come si presentava agli occhi dell’élite intellettuale europea, ma era
una metafisica, e che quel fascismo è valso come “prototipo”, ovvero come schema
operativo per gli ulteriori sviluppi del populismo/sovranismo giunto fino a noi,
che ne ha elaborate le virtualità in modo originale. Quest’ultimo, come afferma,
si radica nella metafisica della libertà individuale, che trova espressione come
libertà esistenziale nell’infelice protagonista delle Memorie del sottosuolo di
Dostoevskij, un irriducibile sovranista di se stesso.
In Mille piani, due filosofi che mi hanno ispirato nel mio lavoro intellettuale,
Gilles Deleuze e Félix Guattari, dicono, a un certo punto, che al nostro
orizzonte si profila un fascismo che farà impallidire quello che abbiamo
conosciuto nel nostro passato. Il libro viene pubblicato nel 1980. Io l’ho letto
qualche anno dopo. Confesso che una simile affermazione mi è sembrata, alle
prime, una esagerazione retorica, una esagerazione non insolita, del resto, in
un tempo, siamo infatti alla fine della decade “rivoluzionaria” degli anni
Settanta, che era incline a certe forme di estremismo enfatico. Il tempo però
penso che abbia dato loro ragione e abbia invece smentito il mio ottimismo di
allora. Era infatti al di là delle mie possibilità di previsione immaginare che
il “mondo” nel quale ero nato e nel quale ero cresciuto potesse veramente
finire. Per “mondo” intendo l’epoca generatasi con la Rivoluzione Francese,
l’epoca che nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità, e più
precisamente nel loro nesso indissolubile (nessuna libertà senza uguaglianza e
nessuna uguaglianza senza libertà e nessuna libera uguaglianza senza il
presupposto della fraternità universale), aveva posto l’ideale regolativo della
Storia, il cammino in qualche modo ineluttabile dell’umanità (socialismo e
comunismo partecipavano a pieno titolo di quella storia). La riprova non era
forse la sconfitta su scala planetaria subita dal fascismo nel 1945? Ebbene, a
distanza di quarant’anni dalla pubblicazione di quel libro, dobbiamo riconoscere
che è proprio a questa fine che stiamo assistendo su scala planetaria. Il che ci
costringe a ripensare il fenomeno fascismo formulando una ipotesi meta-storica,
che si potrebbe definire a tutti gli effetti metafisica. E se “fascismo” non
fosse il nome di una precisa costellazione storica, determinata nello spazio e
nel tempo (o, se non fosse solo questo)? Se “fascismo” piuttosto che un fatto,
un modello, un archetipo, designasse un processo, un prototipo in via di
sviluppo, di cui i fascismi storici sono stati soltanto i primi sviluppi
evolutivi, i primi balbettamenti e di cui l’attuale ondata populista fosse
un’altra e più “totale” concretizzazione? Se il “fascismo” fosse il nome
convenzionale per una potenza all’opera, per una potenza in esercizio, la cui
effettuazione reale e in certo senso definitiva richiede una “macchina” che
forse solo la tecnologia moderna ha messo a disposizione? Chi avrebbe potuto
credere, solo qualche anno fa, che l’Occidente democratico e liberale, avrebbe
potuto assistere, impotente se non addirittura complice, ad un genocidio così
somigliante a quello perpetrato dai nazi-fascisti? La domanda da porre non è
allora che cosa è stato il fascismo, ma che cos’è qui e ora, quale potenza mette
in campo e perché questa potenza sembra oggi non conoscere argini. Dove,
insomma, il fascismo attinge la sua energia? Siccome la modernità ha nell’idea
di libertà la sua radice metafisica e siccome il fascismo è un fenomeno
completamente moderno, e nient’affatto “eterno” come alcuni hanno sostenuto,
bisogna, credo, provare a capire quale libertà sia quella che il
fascismo-processo mobilita per corrodere fino a distruggerle le libertà civili
prodotte dalla Rivoluzione Francese, una libertà che è fondata sulla
disuguaglianza, una libertà che suppone una fraternità di altro genere, rispetto
a quella originaria, che postula una fraternità che esclude, una fraternità di
“razza”. È per rispondere a questa domanda che ho tirato in ballo l’antropologia
filosofica contenuta in nuce in quel fantastico racconto di Dostoevskij.
Nel suo saggio vediamo come la “capacità universale di fascinazione” del
populismo/sovranismo è data anche dalla rabbia e dalla indignazione degli
“insorti”, e si collega alla paura, che è una paura senza nome, astratta,
antica, che forse non riesce nemmeno più a focalizzare il proprio oggetto. Qui
lei fa entrare in gioco Hobbes, che intuisce come “la paura è l’elemento stesso
nel quale sguazza un ente che si vuole incondizionatamente libero”. E la paura è
indifferente al sapere – si veda la classica idiosincrasia verso l’autorità
scientifica – come la libertà è indifferente alla verità/oggettività.
L’uomo del sottosuolo o della topaia, come forse sarebbe meglio tradurre, è
l’insorto, è il soggetto che in nome della libertà vuole emanciparsi perfino dal
dominio della verità. A lui non piace che 2+2 faccia quattro, lo sente come un
limite imposto dall’Altro alla sua assoluta possibilità. La sua negazione
impotente è così all’origine del suo risentimento verso ogni autorità
intellettuale (le élites…). Vent’anni prima, Max Stirner aveva schizzato un
ritratto analogo. Per il suo “anarca” ogni verità era un muro opprimente, un
idolo da abbattere. Ciò che auspicava per una umanità veramente liberata era una
verità “creata” ad hoc (come le fake news…), una verità che funzioni come “arma”
per affermare il diritto assoluto del “singolo”. Lette centociquant’anni dopo le
pagine di Stirner e di Dostoevskij risultano particolarmente preveggenti.
Bisognerebbe rileggerle a partire dal libro di wu ming 1 su QAnon (La Q di
Qomplotto. QAnon e dintorni, Alegre, 2021): sulla rete si formano comunità
complottiste che creano una verità artefatta, con sfacciata noncuranza per i
fatti, e sono comunità in grado di decidere le sorti politiche del più potente
paese del mondo (prima elezione di Trump). Uomo del sottosuolo e anarca
sembrano annunciare così una umanità nuova, ribelle e risentita, insofferente di
ogni legge e di ogni istituzione che vincoli un libero e irrazionale volere nel
quale è riposto tutto l’essere del soggetto. Nietzsche aveva
chiamato ressentiment la condizione abituale dell’“ultimo uomo”. Il liquido
amniotico in cui cresce questo nuovo tipo umano non può che essere la paura: una
libertà così astratta non può infatti che sentirsi sempre minacciata, sempre sul
punto di venir meno, sempre precaria, sempre instabile, come accade alle
persone anziane. La condizione naturale dell’insorto è infatti il timore e il
tremore; per questo necessita di capri espiatori, vale a dire della continua
offerta da parte dei media di nemici immaginari da sacrificare sull’altare della
sua libertà. E si tenga presente che la misura di una fede in un astratto
immaginario (ad es. La Grande Israele) è data solo dalla quantità di sangue
innocente che si è disposti a versare.
A pagina 39 lei si domanda: “Perché gli intellettuali italiani si sono
specchiati nel ‘pasolinismo’? Che cosa c’era di così seducente in quella
diagnosi senza speranza?”. Entriamo qui nell’annosa questione, oggi più acuta
essendo appena trascorso il cinquantenario dalla morte, su cosa abbia alimentato
questo consenso su Pier Paolo Pasolini, che trascende le appartenenze politiche
(schieramenti opposti se lo litigano quasi come un simbolo identitario): un
“consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico” sul
Pasolini teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione”, del
“genocidio culturale” eccetera. Lei osserva come Alberto Asor Rosa vi avesse
colto già nel 1965 un certo populismo estetizzante e decadente, coerente con la
tradizione; dunque era un conservatore che non ha inventato nulla, il Pasolini
“corsaro”? Era il lamento dell’intellettuale che vede minacciata la sua “aura”,
come dice, sguarnito di difese dall’avanzare della “modernità” copernicana della
televisione e dei jeans uguali per tutti (con le aggravanti di divorzio e
aborto, oltretutto)?
In effetti la penso un po’ così, anche se ho dovuto per questo scontare un certo
isolamento. Criticare il “pasolinismo” è infatti in Italia un peccato che non si
perdona facilmente. Se si vuole essere ammesso nei salotti buoni, la prima cosa
da fare è rendere omaggio alla santa icona… Ma io non ce l’ho con l’artista
Pasolini, di cui per altro apprezzo il cinema (quello degli inizi, almeno, e
soprattutto apprezzo la sua riflessione teorica sul cinema), ce l’ho con lo
sguardo coloniale e paternalistico che rivolge al mondo degli ultimi,
collocandoli, situandoli, spiegandoli con la perizia di un etologo che illustra
i comportamenti obbligati dei viventi che ha come oggetto di studio. Il suo è
uno sguardo normativo, pronto a rilevare e a stigmatizzare ogni infrazione della
legge tramandata, di cui si professa custode e cantore. Il Potere contro cui
Pasolini si scaglia è il potere con la maiuscola, vale a dire una immagine
astratta del potere che si calerebbe dall’alto per pervertire una “vita”
altrettanto astratta. Credo invece che per essere compreso nella sua efficacia
il potere vada scritto con la minuscola, come ha fatto, per esempio, Foucault
più o meno negli stessi anni. Il potere non è insomma in contrapposizione con la
supposta innocenza della “vita”. Il potere è ciò di cui il reale – ogni reale –
è fatto, perché il reale non è nient’altro che un rapporto di forze, una rete di
potenze in esercizio, potenze che sono tra loro in conflitto in un gioco
infinito (Nietzsche docet). Per questo un antifascismo reale funziona solo se è
“militante”, mentre è puramente retorico se si limita alla dimensione del
giudizio morale. Se poi ho definito Pasolini un tipico letterato italiano è
perché il modo con cui l’Italia è entrata nella modernità è stato attraverso il
rifiuto del copernicanesimo e delle conseguenze metafisiche che esso implicava
vale a dire la fine di ogni gerarchia, l’uguaglianza infinita di tutti gli enti,
la fine dell’antropocentrismo. Sono esattamente le cose che ripugnano al
letterato italiano, che privilegia la retorica, ma sono anche le tesi che hanno,
non a caso, portato Giordano Bruno sul rogo.
Veniamo al tema della produzione del mito. Lei osserva come il giovane Mussolini
rivoluzionario intendeva trasformare il Partito socialista in macchina
mitologica: “Mussolini era perfettamente consapevole dell’operazione di
tecnicizzazione del mito che andava proponendo ai compagni del partito”. È molto
interessante l’estratto dell’articolo che Mussolini scrisse sull’«Avanti!» a
commento del suo discorso al Congresso di Reggio Emilia del 1912, in cui afferma
che il partito ha una “anima religiosa”, è una comunità e non una società di
interessi:
> “Che importa al proletariato di capire il socialismo come si capisce un
> teorema? E il socialismo è forse riducibile ad un teorema? Noi vogliamo
> crederlo, noi dobbiamo crederlo, l’umanità ha bisogno di un credo. È la fede
> che muove le montagne perché dà l’illusione che le montagne si
> muovano. L’illusione è, forse, l’unica realtà della vita”.
Ci spieghi la sua definizione di questo “mito tecnicizzato”, visto come “una
allucinazione volontaria che non allucina la realtà, creando una falsa
percezione, ma la stessa potenza di allucinazione”.
Quella frase di un giovane Mussolini, aspirante leader dei socialisti italiani,
mi ha colpito moltissimo. Sintetizzava in una battuta il grande tema della
tecnicizzazione del mito (espressione usata da Furio Jesi per indicare l’uso
fascista dei miti, ad esempio: Dio, Patria e Famiglia) e della estetizzazione
della politica (espressione usata da Walter Benjamin per indicare la capacità di
seduzione del fascismo). Siamo ancora più che mai infangati in questa vicenda
che i media elettronici hanno però reso planetaria. Nietzsche ha spiegato bene
questo passaggio epocale quando ha scritto che se la verità diventa favola anche
la favola cessa di essere tale perché non ha più una verità cui commisurarsi. È
il mondo dello spettacolo generalizzato, che non è il mondo vero (nessuno
crede veramente alle frottole di Trump, nemmeno i suoi seguaci) ma non è nemmeno
il mondo falso (nessuno dei seguaci di Trump crede veramente che Trump menta
quando posta le sue frottole): è il mondo della illusione come unica realtà
della vita, al di là o al di qua della dicotomia vero/falso, il mondo del
“capriccio” lo definisce l’uomo del sottosuolo, dove l’unica “ragione dell’ente”
è una volontà arbitraria e tirannica. Il detto di Giovenale: “Hoc volo, sic
iubeo, sit pro ratione voluntas”, “Lo voglio, così comando, valga la mia volontà
come ragione” esprime molto bene il nuovo “mondo libero” sognato dai fascisti
del terzo millennio.
Paolo Ferrucci
L'articolo Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti
del terzo millennio proviene da Pangea.