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“L’Affaire Interlandi”. Storia del libro che Sciascia non riuscì a scrivere
“Nessun elemento trovato”. Questa la scritta che appare sullo schermo del pc se cercate il titolo n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio editore in Palermo. La collana è stata inaugurata nel febbraio 1979 da Leonardo Sciascia con il libretto Dalle parti degli infedeli e al n. 100 vede le Cronachette (gennaio 1985). Il n. 200 avrebbe dovuto ospitare un altro testo dello scrittore siciliano, un libro che però non ha visto mai la luce. Ma di quale libro stiamo parlando? Da quanto è dato sapere, Sciascia, negli ultimi anni della sua vita, già preso dalle sofferenze dovute al male che lo aveva colpito, si stava interessando alla figura di Telesio Interlandi. A raccontarne la storia, con dovizia di particolari, sarà Giampiero Mughini, altra figura dell’intellighenzia siciliana, al quale dobbiamo una corposa biografia di Interlandi. Ma chi era costui, la cui parabola aveva colpito tanto la sensibilità dell’autore dell’Affaire Moro? Quello che Leo Longanesi avrebbe definito come “il miglior giornalista fascista” del tempo, Telesio Interlandi, all’anagrafe Telesio Evaristo, era nato anch’egli in Sicilia, nell’ottobre 1894, precisamente a Chiaromonte Gulfi in provincia di Ragusa. Figlio di due maestri di scuola elementare avrebbe sin da ragazzo mal sopportato l’atmosfera isolana, cercando nel giornalismo la via per evadere dalla “morta gora della vita di provincia” (Mughini, p.69). Il debutto giornalistico, a diciannove anni, nel quotidiano catanese “Il Giornale dell’Isola” dove in breve ascenderà al rango di caporedattore, prima di partire in guerra, combattuta da ufficiale di artiglieria. Tornato civile cercherà di sbarcare il lunario a Roma e Firenze, fino ad entrare nella redazione di ”Impero”, quotidiano di polemiche fascistissime di cui diventerà caporedattore. È stato lo stesso Mussolini a volere il giornale e a idearne il titolo, e sarà ancora lui a notare la firma del giovane Interlandi, curatore della rubrica quotidiana “Colpi di punta”. Sarà infatti il siciliano di Chiaromonte Gulfi a essere chiamato, dal dicembre 1924, alla direzione di un nuovo giornale fascista, più battagliero rispetto al quotidiano ufficiale, “Il Popolo d’Italia”. “Il Tevere” nasce all’indomani dell’estate del delitto Matteotti, in un momento di svolta per il nascente regime; un foglio dal quale Mussolini si aspetta fiducia totale e che sosterrà anche a livello finanziario. “Il Tevere” – spiega Adrian Lyttelton ne La conquista del potere. Il Fascismo dal 1919 al 1929 Laterza, 1974 – era ispirato direttamente da Mussolini, e incoraggiato a ventilare temi e concezioni (per esempio, l’antisemitismo) sui quali egli non voleva compromettersi ufficialmente. Mussolini parlava con due voci: cauta, ufficiale, opportunistica, quella del “Popolo d’Italia” e degli altri giornali del gregge obbediente orchestrato dall’ufficio stampa; estremista, sfrenata e azzardosa quella del “Tevere”. Interlandi – che presto assumerà la proprietà esclusiva del giornale – risponde alla chiamata e nel 1925 prende la tessera del Pnf: di là in avanti la sua vita sarà legata alle sorti del regime mussoliniano, fedelmente seguito fino alle estreme conseguenze. Divenuto un leader giornalistico romano e nazionale, acquisterà infatti ancora più notorietà e potere quando assumerà la direzione della rivista “La difesa della razza” nel 1938. Era questo lo strumento attraverso cui il regime a seguito dell’emanazione delle leggi razziali antiebraiche, cercherà di illustrare e propagandare i valori di ispirazione nazista.  La nuova rivista – che vede Julius Evola tra i più assidui collaboratori e della quale Giorgio Almirante diviene caporedattore – ebbe una redazione di gran spicco formale, al pianterreno di Palazzo Wedekind, a piazza Colonna 366, e sostenuta economicamente anche dall’Ambasciata tedesca a Roma, “sensibilissima ad incentivare quanti si muovevano sulla falsariga della politica razziale hitleriana”. (Mughini, p.148). Interlandi — sempre più temuto per il potere conquistato — avrebbe legato il proprio nome anche a un’altra pubblicazione di stampo razzista. Nel settembre del 1938, infatti, poco dopo il debutto de “La difesa della razza”, vide la luce “Contra Judaeos“. Come spiega Mughini, il volume inaugurava la Biblioteca razziale italiana, edita da Tumminelli, la stessa casa editrice del quindicinale, e diretta dallo stesso Interlandi. Del comitato consultivo facevano parte Lidio Cipriani e Guido Landra, due giovani assistenti universitari fascisti tra i firmatari del Manifesto sulla razza, pubblicato il 14 luglio 1938. Il manifesto sosteneva, tra l’altro, che gli ebrei fossero del tutto estranei alla popolazione italiana, ritenuta di sangue e civiltà “ariana”, e perciò inassimilati e inassimilabili. Il libello, composto da 149 pagine, è una raccolta di scritti dedicati alla “identificazione del pericolo ebraico” e “per la difesa della Razza italiana”, nei quali il direttore del “Tevere” rivendica come consona al suo ragionamento la tradizione politico-culturale della Chiesa cattolica, che aveva marchiato e discriminato gli ebrei. > “Se il Fascismo è affermazione totalitaria delle più alte virtù del popolo, il > suo fondamento è da cercarsi nella ritrovata coscienza della razza. Siamo – è > bene ancora una volta ripeterlo – assolutamente fuori dalla nebulosa retorica > che ci ha afflitto per decenni, agevolando la confusione negli spiriti e > alimentando la pigrizia dei cervelli pigri; la razza alla quale il Fascismo si > riferisce non è un’astrazione letteraria, non un’ingenua aspirazione, non è né > la stirpe degli oratori domenicali né la progenie di Roma dei rimatori; è > questa razza, della quale siamo i viventi elementi, che ha un volto e una > misura, che vive ed opera sotto i nostri occhi, che fa la sua storia > affermandosi degna della storia già fatta.[…] Senza esitazioni, senza > pietismi, senza preoccupazioni, la questione della razza sarà portata sul > terreno pratico e avrà le sue conclusioni fasciste. La razza è il popolo, e > difendendo la razza noi difendiamo il popolo e il suo domani“. > >  “Contra Judaeos”, Tumminelli e C. Editori, 1938. *  Tuttavia, Interlandi – precisa Mughini – non è tra coloro che avrebbero voluto passare all’azione, non aveva in mente né auspicava alcuna forma di persecuzione fisica contro gli ebrei, mantenendo invece una posizione che guardava alla sola integrità razziale. Inutile dire che la pubblicazione si guadagnerà gli elogi di alcune firme importanti del tempo, una tra le quali, quella dell’allora trentunenne Guido Piovene, che in seguito, tornerà su quell’articolo sconfessandolo. Ma quali erano dunque le note biografiche di Interlandi che avevano toccato la sensibilità di Leonardo Sciascia, a tal punto da spingerlo a prendere in considerazione il progetto di una pubblicazione? Matteo Collura, nel suo Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia (Longanesi, 1996; La nave di Teseo, 2019) scrive: “Sciascia ormai sa che non gli resta molto tempo. Prima che le ultime forze lo abbandonino, vuole scrivere un libro che sia un messaggio di speranza; un atto estremo di ottimismo che dia senso alla sua vita e alla letteratura che ne è stata forma ed espressione”. In realtà Sciascia aveva già in parte toccato un tema simile ne Il cavaliere e la morte (1988), ricordando la mobilitazione di un gruppo di autorità fasciste di un paesino siciliano per salvare una famiglia di ebrei “poiché nulla voleva dire per loro che un uomo fosse ebreo, se in pericolo, de disperato”.  Torniamo allora sulle tracce di Telesio. Come accennato, Interlandi aveva legato la sua vita e quella della sua famiglia alle sorti del regime, all’interno del quale ricopriva un ruolo ben noto. Con il crollo del fascismo crolla anche la sua stessa esistenza. Ed è questo che apprende – ci racconta Mughini – via radio, quando si diede l’annuncio delle “dimissioni” del duce. “Vent’anni di lavoro distrutto!”, così disse in quel momento, stando alla testimonianza del figlio Cesare, in casa accanto alla madre e il padre. È la domenica del 25 luglio 1943, e lui in realtà ha già pronto l’articolo da far uscire l’indomani sul “Tevere”. Lo aveva scritto prima di sapere dell’annuncio radio, ma quell’articolo, intitolato Appello agli uomini, non vedrà mai la luce, perché mai più uscirà “Il Tevere”. La redazione del giornale, infatti è data alle fiamme. Il rogo a Largo Corrado Ricci – sede del giornale – manda in fumo ogni cosa del “Tevere” e di “Quadrivio”, il settimanale sorto nel 1933 dalle sue costole, e dove si era esibito il meglio della cultura italiana degli anni Trenta. Anche per questo le copie di quei giornali sono introvabili, l’oro dei collezionisti. Molto difficili da reperire anche le copie de “La difesa della razza”, nonostante i primi numeri ebbero tirature importanti, oltre le centomila copie. Di lì a poco Telesio Interlandi si troverà rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea, e vi trascorrerà quarantacinque giorni, sino all’armistizio. Verrà difatti liberato – scrive Mughini – dai tedeschi della divisione Göring, il 12 settembre: “il tempo di una visita a Mussolini che era stato a sua volta liberato dal Gran Sasso e trasportato in Germania, e poi via verso il Nord, a Desenzano sul Garda, dove i tedeschi vogliono che Interlandi risieda, e dopo avergli esplicitamente proibito di starsene a Roma”. * Sono giornate concitate, nelle quali la vita degli uomini è appesa ad un filo. Molte personalità del regime si tolgono spontaneamente la vita, altri fuggono, altri vengono uccisi, ma è proprio in questo clima da resa dei conti, che il destino disegna per la famiglia Interlandi una parabola sorprendente e umanamente significativa. A Desenzano, a pochi chilometri da Salò, Interlandi – al quale è stata messa a disposizione dai tedeschi una villa – resta in attesa degli eventi e non accetta alcun ruolo di responsabilità politica. Per lui la stagione si è chiusa in modo definitivo. I fatti gli daranno ragione. In una sorta di flashback di quella domenica di luglio di due anni prima, ma ora costretti in una cascina rifugio trovata dal figlio Cesare, la famiglia Interlandi apprende dalla radio, l’avvenuta fucilazione di Benito Mussolini e degli altri gerarchi a Dongo. Poco dopo, la radio comunica anche i nomi di un certo numero di gerarchi cui sono stati confiscati i beni, tra i quali c’è anche Telesio Interlandi. I tre restano isolati e senza una reale strategia, mentre dall’esterno, notte dopo notte, arrivano i rumori di raffiche di mitra e il vento forte della Liberazione. Passano così cinque mesi, finché ad ottobre del ’45, persone che si qualificano come Carabinieri vengono a prelevare padre e figlio. I due temono che stiano per essere giustiziati da un momento all’altro, invece vengono prima portati alla caserma di Desenzano e poi tradotti alla questura di Brescia, rinchiusi in uno scantinato assieme ad altri disgraziati, tra escrementi umani e muffa. Qui il giovane Cesare rischia di morire per un’infezione alla bocca che nessuno vuole curare, mentre il padre scrive alla moglie, esortandola a cercare aiuto tra le persone che in passato avevano avuto contatti con lui e che ora godevano anche di un certo prestigio. Come ad esempio lo scrittore Elio Vittorini, antico collaboratore del “Tevere”, che ora sta a Milano ed è divenuto un’autorità morale dell’antifascismo intellettuale. Nel frattempo, la moglie di Interlandi prende contatti con un valente avvocato di Brescia. Si tratta di Enzo Paroli, un ex ufficiale di aviazione. È un antifascista e figlio di antifascista. Il primo incontro tra l’avvocato e Telesio Interlandi avviene nel carcere bresciano di Canton Mombello, dove nel frattempo era stato trasferito l’ex direttore del “Tevere”, che rischia di subire un processo sommario da una delle Corti d’assise straordinarie, incaricate di giudicare i reati di collaborazionismo. Non sappiamo cosa si siano detti, fatto sta che Paroli accetta di difenderlo. In realtà farà molto più che difendere Interlandi sul piano legale; infatti, appena apprende la notizia che l’ex giornalista del regime, era riuscito a fuggire dal carcere in modo rocambolesco e raggiungere la moglie ed il figlio – quest’ultimo in cura presso una clinica locale – decide di proteggere quell’uomo contro ogni eventuale ritorsione. Accoglie così e nasconde nella propria abitazione l’intera famiglia Interlandi, proprio di fronte al Canton Mobello da cui il fuggiasco era uscito poche ore prima. E siamo così giunti agli eventi che così intimamente avevano toccato la sensibilità di Leonardo Sciascia. Enzo Paroli – a proprio rischio e pericolo – riserva alla famiglia ospite il seminterrato della propria villetta a due piani, dove i tre Interlandi rimarranno custoditi per otto mesi. Usciranno solo a luglio del 1946, dopo l’archiviazione del processo contro Telesio, per assoluta mancanza di elementi. Ecco dunque la parabola di vita di Telesio Interlandi, che dopo aver dominato la scena culturale italiana durante il Fascismo, si ritrova salva la vita grazie ad un avvocato antifascista, che a rischio della sua stessa incolumità decide di proteggerlo, assieme a tutta la sua famiglia. Ed è questo il tratto che più interessava Leonardo Sciascia, quando si mise sulle tracce di Interlandi e dell’avvocato Paroli nel corso degli anni ’80. In realtà già negli anni ’70 aveva curato per Sellerio un volumetto, La noia e l’attesa. Un libro sui rapporti tra intellettuali siciliani e fascismo. Nella copertina era riprodotta una vignetta del 1938 di Mino Maccari, raffigurante un Telesio Interlandi in atteggiamento dominate verso figure minute e inquiete. Lo scrittore siciliano chiederà notizie dirette ai figli dei due protagonisti della vicenda, ricevendo ampie informazioni. Nella lettera del 15 gennaio 1989 che scrive a Cesare Interlandi la direzione del suo interesse è chiara:  > «La ringrazio di tutte le notizie che mi dà, e che mi saranno utili, anche se > meno – nel taglio che intendo dare al racconto – meno mi interessano i > rapporti di suo padre col fascismo, il suo fascismo, e più il dramma del ‘45. > Le due vite, mi interessano, e quel tragico momento: di suo padre, > dell’avvocato Paroli».  Datata 12 novembre 1988, invece una lettera indirizzata al figlio del penalista, dove emerge il segno preciso del suo intento di scrittura e lo spirito che lo anima:  > «Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni > lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il > dovere di non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare». Nonostante l’avanzare della malattia, Sciascia raccoglie il materiale di cui ha bisogno e il libro sembra sul punto di essere composto, ma, come sappiamo, il corpo dello scrittore cederà definitivamente nel novembre del 1989, privando il mondo delle lettere di un’altra magia del genio di Racalmuto. Ecco perché appare “Nessun elemento trovato” al n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio. Una decisione presa in onore dello scrittore scomparso. * Sarà allora Giampiero Mughini, che conosceva bene il lavoro che il conterraneo stava portando avanti, a prenderne in qualche modo il testimone, sollecitato anche dallo stesso figlio di Interlandi. Il libro – dal quale sono prese buona parte delle informazioni contenute in questo scritto – vedrà la luce per Rizzoli nel gennaio 1991 con il titolo A via della Mercede c’era un razzista, sottotitolo “Pittori e scrittori in camicia nera un giornalista maledetto e dimenticato lo strano caso di Telesio Interlandi”. Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, 1991 In realtà il libro di Mughini – a differenza del progetto sciasciano, che pure viene indagato con dovizie di particolari dalla sua genesi – si denota come una vera e propria biografia del giornalista siciliano. Dopo i mesi trascorsi in casa dell’avvocato Paroli – racconta Mughini -, la famiglia Interlandi, di nuovo libera, torna a Roma, ma dei beni in loro possesso fino al ’43 ora non dispongono più di nulla. La signora va a rifugiarsi in un convento di Santa Priscilla, i due uomini in un convento dei Fratelli delle scuole cristiane, a corso d’Italia, dove sono stati raccomandati da Pompilia Pirandello, moglie di Fausto Pirandello. Fra gli amici a cui hanno chiesto un primo aiuto c’è difatti il figlio di Luigi Pirandello, il quale ha messo a disposizione la sua casa e due blocchetti di assegni, tutti firmati. Per Telesio Interlandi, si tratta di ricominciare sostanzialmente da zero. Scrive Mughini:  > ”A nemmeno cinquantaquattro anni il suo destino s’è già compiuto; d’ora in poi > non gli resta che rimpiangere e ricordare, e sta a lui decidere se rivedere > criticamente le sue passioni del Ventennio, sfociato nella sconfitta e nel > disonore, o se incaponirsi nell’idea che lui fascistissimo ha avuto ragione, e > gli altri erano tutti dei  doppiogiochisti. Con coerenza e cocciutaggine da > siciliano, sceglie la seconda via”. Ma adesso nessuno vuole più ascoltare il suo nome, intorno al quale cade una nube di silenzio, e come cancellati per sempre, divengono innominabili gli anni di lavoro giornalistico e quei giornali su cui avevano scritto tanti di quelli che stanno ora trionfando nelle istituzioni culturali del dopoguerra. Il libro darà anche modo a Mughini di toccare temi a lui molto cari, uno tra tutti l’indagine su una stagione politica e culturale che lungi da essere chiusa in un comparto stagno, si dipana in modo contiguo con tutto l’arco del Novecento post fascista. “Naturalmente – scrive Mughini ne La collezione (Einaudi, 2009) – il mio libro… (che non mancherà di suscitare aspre critiche) era il ritratto di dove stavano e di come si muovevano gli intellettuali italiani degli anni Trenta, i quali avevano tutti un piede e mezzo nel fascismo e nelle sue organizzazioni culturali e nei suoi giornali, e soltanto mezzo piedi fuori. Era la smentita – facile facile e documentatissima – della leggenda che fosse stato netto da sempre il confine divisorio tra fascismo e antifascismo, e laddove tutti quel confine negli anni Trenta lo attraversavano e lo riattraversavano quotidianamente. Il nome di uno scrittore o di un artista che non avesse collaborato ai giornali diretti da Interlandi? Difficile da trovare, forse impossibile. E comunque stramaledetto e impronunciabile era il nome di Interlandi prima che io pubblicassi il libro su di lui, stramaledetto e impronunciabile è rimasto dopo”. Negli ultimi anni della sua vita, Telesio Interlandi, già sprofondato nel silenzio totale che avvolgeva la sua figura e il suo lavoro, non avrà più alcuna prospettiva dopo la morte della moglie, uccisa da un tumore nel 1960. Morirà così nell’indifferenza generale nel gennaio 1965 (un anno prima dell’avvocato Paroli), ma non prima di aver pubblicato un piccolo libro di memorie personali, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, che si autoedita nel 1962 intestandolo alle Edizioni di Quadrivio. Un libro oggi sostanzialmente introvabile ma che Sciascia aveva letto nel 1988, grazie a Cesare Interlandi, che lo aveva dato allo scrittore dopo aver saputo della decisione di scrivere sul padre. Telesio Interlandi, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, Edizioni di Quadrivio, 1962. * «A Maria / che visse con me queste pagine / e non le potrà leggere. / T.I. (4 sett. 1961)».  “Da quando mi è scivolata di mano la penna, sono trascorsi quindici anni. Quindici anni di solitudine e di silenzio. Che ho fatto? Nulla. Vi è, tra quel giorno ed oggi, una sterminata distesa di tempo, grigia, uniforme, sulla quale galleggiano numerosi fogli di carta bollata. A volte, quel giorno mi sembra vicinissimo, la distesa del tempo breve; a volte, lontanissimo, remoto, e la distesa infinita. Quindici anni. Essi sono sulle mie spalle, li sento pesare, hanno modificato il mio passo, l’hanno fatto più lento; eccoli, li sento. E a volte come ora, li vedo soltanto, come elementi di una prospettiva; e mi sono estranei, non sono miei. In questa prospettiva nulla c’è di mio; è una distesa grigia e uniforme, senza risalti. Da quando mi è caduta di mano la penna non ho più scritto un rigo, per me; nulla di nulla”. Telesio Interlandi  * Dopo l’uscita del libro di Giampiero Mughini del 1991, altri articoli e pubblicazioni si sono occupati della figura di Telesio Interlandi e nello specifico dell’incontro tra l’ex direttore de “La difesa della razza” e l’avvocato antifascista di Brescia. Testi che usufruiscono oggi di una copiosa messe di documenti inediti rintracciati all’Archivio di Stato di Roma. Segnalo qui una breve bibliografia di riferimento: Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, Milano, 1991. Nuova edizione per la Collana Specchi, Marsilio, Venezia, 2019, con nuova prefazione dell’autore, Tonino Zana, Il nero e il rosso. Il romanzo bresciano che Sciascia non scrisse, Gussago – Editrice Ermione, 1992. Prima che morisse, Sciascia diede le carte e gli appunti da lui raccolti al giudice catanese Vincenzo Vitale che ne fece il racconto In questa notte del tempo, Sellerio, Palermo, 1999. Virman Cusenza, Giocatori d’azzardo. Storia di Enzo Paroli, l’antifascista che salvò il giornalista di Mussolini, Mondadori, 2022. Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi, 1996. Ugo Caffaz, L’antisemitismo italiano sotto il fascismo, La Nuova Italia, 1973. https://pm-unicatt-brescia.arianna4.cloud/wp-content/uploads/2022/01/ras-sta-2022.01.20-corsera-bs-p.-8-m-tedeschi-giocatori-azzardo-mondadori-2022-articolo.pdf * Immagine di copertina: La Tempesta, Fausto Pirandello, 1938. L’opera venne esposta per la prima volta nel febbraio 1939 alla III Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma, dove Fausto Pirandello, pittore quarantenne già premiato nella precedente edizione, era stato invitato con una sala personale. Successivamente inviata negli Stati Uniti ed esposta al Carnegie Institute di Pittsburgh. Verrà acquistata da Telesio Interlandi – amico della famiglia Pirandello – nell’immediato dopoguerra. Oggi dimora alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Claudio Orlandi è nato nell’agosto del 1973 a Roma, dove si è laureato in Scienze Politiche. Voce e autore dei testi del gruppo musicale Pane, con il quale ha realizzato cinque dischi: Pane (2003), Tutta la dolcezza ai vermi (Lilium, 2008), Orsa Maggiore (2011), Dismissione(Sossella, 2014), The River Knows – A Tribute to the Doors (2018). Del 2009 il disco Corde e martello in duo piano e voce. Dal 2009 al 2022 ha svolto funzioni di collaborazione parlamentare presso gli uffici della Camera dei deputati. Dirige sul proprio canale YouTube Radio Pomona, proposta di letture di testi poetici. Nel giugno 2021 pubblica con Tic edizioni Il mare a Pietralata. Poesie e canzoni1990-2020.  L'articolo “L’Affaire Interlandi”. Storia del libro che Sciascia non riuscì a scrivere proviene da Pangea.
May 7, 2026 / Pangea
Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti del terzo millennio
> “Non c’è nulla di più stupido e di più tracotante di una massa buona a nulla. > Certamente sfuggire all’arroganza di un tiranno per precipitare nell’arroganza > di una moltitudine priva di freni è assolutamente intollerabile: il tiranno, > se fa qualcosa, la fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure > capacità di discernimento. E come potrebbe averla dal momento che non gli è > stato insegnato nulla e non ha mai visto nulla di bello che fosse suo? Si > getta nelle cose senza riflettere e le sconvolge, simile a un fiume in > piena”.  > > (Erodoto, Le Storie, III, 81) Così, secondo Erodoto, si esprimeva alla fine del IV secolo avanti Cristo il persiano Megabizo per opporsi a chi voleva “conferire il potere al popolo”. Dunque, già a quei tempi veniva definita – con i suoi stereotipi e le sue verità – la figura retorica del popolo come plebaglia buona a nulla e ignorante, infida e pericolosa. Concezione riaffermata, quasi un secolo dopo, nel pamphlet contro la Costituzione democratica di Atene attribuito allo Pseudo-Senofonte, detto anche “Anonimo oligarca”. Ne citiamo alcuni passi, dalla traduzione che ne fece Luciano Canfora in La democrazia come violenza / Anonimo ateniese, Sellerio 1998 : > “A me non piace che gli ateniesi abbiano scelto un sistema politico che > consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. […] Dovunque sulla > faccia della terra i migliori sono nemici della democrazia: giacché nei > migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo > d’inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo d’ignoranza, di > disordine, di cattiveria; la povertà li spinge all’ignominia, e così la > mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza. […] > Il popolo non vuole essere schiavo in una città retta dal buon governo, ma > essere libero e comandare: del buon governo non gliene importa nulla. […] è > comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. Chi invece, non essendo > di origine popolare, ha scelto di operare in una città governata dal popolo > piuttosto che in un’oligarchia, costui è pronto ad ogni mala azione, e sa bene > che gli sarà più facile occultare la sua ribalderia in una città democratica > anziché in una città oligarchica”. Il concetto di popolo, così bistrattato nell’antichità ellenica, comincia a essere “redento” in età moderna, come nella Germania cinquecentesca del pastore protestante Thomas Müntzer e nell’Inghilterra rivoluzionaria del Seicento, dove al popolo si va a conferire dignità in quanto “popolo di Dio”; fino ad arrivare agli enciclopedisti francesi del Settecento e più avanti a Jules Michelet, che nel saggio Le peuple del 1846 fece una robusta apologia del popolo, definito generoso, pronto al sacrificio e pieno di umanità, ingiustamente disprezzato dai pasciuti scrittori da salotto che si limitavano a descriverne la parte peggiore, ossia quella minoranza di delinquenti ben vestiti che giustificava il consolidamento del potere di polizia ed esercito. È da qui che si affaccia l’espressione “la personalità del popolo”, inteso come soggetto, come un Io dotato di personalità e, quindi, di una psicologia. Da questa matrice deriva la categoria politica del populismo, quel concetto oggi tanto usato e abusato da esser ormai ritenuto una semplificazione scontata, dal significato univoco ed elementare, alla portata di tutti. In realtà, già nel 1967 lo storico statunitense Richard Hofstadter intitolava un suo intervento alla London School of Economics “Tutti parlano di populismo, ma nessuno può definirlo”. In effetti, le varianti di “populismo” che si sono succedute negli ultimi secoli potrebbero essere inserite in un elenco, che va dai levellers e i diggersinglesi del Seicento a tutte le forme che si sono evolute in molti paesi, come negli Usa (il Populist Party), in Russia, e in India, Canada, Francia, Irlanda, Romania, Messico, Perù, e altrove. Secondo diversi studiosi, il populismo non può che essere definito come stile politico che lavora su vari materiali simbolici, per dare una forma all’ideologia del luogo in cui si esprime. Lungi dall’essere univoco, il populismo incorporerebbe “una serie di risorse discorsive che possono essere usate nei modi più diversi”, con “significati fluttuanti” (Yves Surel in un saggio su Silvio Berlusconi), veicolo di significati che variano a seconda delle diverse congiunture storico-politiche in cui opera.  Agli osservatori di oggi il populismo appare il risultato di una lunga formazione carsica, dove il tipico leader del momento diventa una specie di federatore politico di emozioni e istanze popolari “basiche”, che lavora sulle parole e sulle immagini per alimentare questo fermento, basato oggi più che mai – grazie alla comunicazione elettronica dei nuovi media che tutto fagocitano – sul pensiero veloce e automatico, che vuole contrapporsi al cosiddetto pensiero lento e riflessivo, spesso controintuitivo, esibito dalle deprecate élites. E quel “popolo” che i populisti pretendono di interpretare viene spesso rappresentato come una maggioranza anche quando è solo una minoranza rivendicazionista. A ogni modo, una caratteristica certa del populismo come definizione è che oggi nessuno – spesso ipocritamente – se la attribuisce: al contrario, essa viene spesso attribuita agli avversari politici come epiteto sprezzante e sminuente, anche delegittimante, in tattiche dialettiche che consolidano la semplificazione concettuale a cui abbiamo accennato. Da qui deriva un’analoga semplificazione, di cui vogliamo parlare: quella di confondere o sovrapporre i concetti di populismo e sovranismo, che sono sfere ben differenti, in una sorta di “populismo sovranista”, commistione che può essere utile a livello giornalistico, ma generalmente ritenuta inammissibile a livello storico-politico. Eppure, questa endiadi può essere giustificata sul piano filosofico, come afferma Rocco Ronchi nel suo saggio Populismo/Sovranismo. Una illustre genealogia, edito da Castelvecchi nel 2024. La questione che qui viene affrontata, nel confronto tra le due sfere, è di tipo genealogico, perché populismo e sovranismo paiono amare la stessa libertà, professare lo stesso individualismo: secondo Ronchi,  > “Il populismo sovranista ha padri nobili e insospettati, spesso gli stessi che > vengono additati come esempi di resistenza al pensiero unico: dal Dostoevskij > del ‘sottosuolo’ all’osannato Pasolini ‘corsaro’, dall’anarca di Stirner al > Bartleby melvilliano, senza trascurare la singolare convergenza del populismo > sovranista con le teorizzazioni postmoderne sulla natura del potere sovrano. > Del prototipo fascista – con il quale civetta – elabora l’aspetto anarchico, > rivoluzionario e fieramente irrazionalista, quello che aveva sedotto, come un > nuovo mito, l’umanità disastrata uscita dal primo conflitto mondiale”. Il popolo sovrano di stampo populista, come lo conosciamo, sarebbe una “soggettività dispersa e frantumata”, parlante una lingua “formulaica, modulare, puramente performativa”, le cui parole d’ordine servono a “un riconoscimento automatico fra uguali”. La democrazia, che dovrebbe servire a curare la malattia populista, in realtà è lo stesso brodo di coltura del nemico che si vuol combattere; e il richiamo a Gramsci – come a Brecht – diventa imprescindibile. Il carattere intrinsecamente minoritario del socialismo, di cui Gramsci era ben consapevole, richiedeva “una minoranza agguerrita, dotata cioè di una metis, di una intelligenza pragmatica, che la rendesse atta a costruire come a sciogliere alleanze locali, a istituire blocchi sociali eterogenei, a governare processi, a osare arditi ‘compromessi’ che fossero in grado non solo di arginare la tendenza avversa, ma di infletterla astutamente nella propria direzione”.  Come sostiene Ronchi, fare della “semplificazione” del pensiero il punto di forza del populismo è a sua volta una semplificazione comoda, che semplificando ci esonera dallo sforzo dell’analisi.  > “Liquidare il populismo come mero non-pensiero, ripetendo il ritornello della > ‘pancia’ contrapposta alla ‘ragione critica’, non solo ne sottovaluta la > potenza, ma impedisce di dotarsi delle armi necessarie per combatterlo”.  Anche alla luce delle recenti polemiche – sempre più conflittuali – che da qualche tempo infiammano e infettano il nostro dibattito pubblico sul fascismo (presuntamente redivivo) e sull’antifascismo (come bandierina assolutoria), ne abbiamo parlato con l’Autore, cercando una visuale approfondita. Lei sostiene che il fascismo storico non era una “mera ciarlataneria da fiera”, come si presentava agli occhi dell’élite intellettuale europea, ma era una metafisica, e che quel fascismo è valso come “prototipo”, ovvero come schema operativo per gli ulteriori sviluppi del populismo/sovranismo giunto fino a noi, che ne ha elaborate le virtualità in modo originale. Quest’ultimo, come afferma, si radica nella metafisica della libertà individuale, che trova espressione come libertà esistenziale nell’infelice protagonista delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, un irriducibile sovranista di se stesso. In Mille piani, due filosofi che mi hanno ispirato nel mio lavoro intellettuale, Gilles Deleuze e Félix Guattari, dicono, a un certo punto, che al nostro orizzonte si profila un fascismo che farà impallidire quello che abbiamo conosciuto nel nostro passato. Il libro viene pubblicato nel 1980. Io l’ho letto qualche anno dopo. Confesso che una simile affermazione mi è sembrata, alle prime, una esagerazione retorica, una esagerazione non insolita, del resto, in un tempo, siamo infatti alla fine della decade “rivoluzionaria” degli anni Settanta, che era incline a certe forme di estremismo enfatico. Il tempo però penso che abbia dato loro ragione e abbia invece smentito il mio ottimismo di allora. Era infatti al di là delle mie possibilità di previsione immaginare che il “mondo” nel quale ero nato e nel quale ero cresciuto potesse veramente finire. Per “mondo” intendo l’epoca generatasi con la Rivoluzione Francese, l’epoca che nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità, e più precisamente nel loro nesso indissolubile (nessuna libertà senza uguaglianza e nessuna uguaglianza senza libertà e nessuna libera uguaglianza senza il presupposto della fraternità universale), aveva posto l’ideale regolativo della Storia, il cammino in qualche modo ineluttabile dell’umanità (socialismo e comunismo partecipavano a pieno titolo di quella storia). La riprova non era forse la sconfitta su scala planetaria subita dal fascismo nel 1945? Ebbene, a distanza di quarant’anni dalla pubblicazione di quel libro, dobbiamo riconoscere che è proprio a questa fine che stiamo assistendo su scala planetaria. Il che ci costringe a ripensare il fenomeno fascismo formulando una ipotesi meta-storica, che si potrebbe definire a tutti gli effetti metafisica. E se “fascismo” non fosse il nome di una precisa costellazione storica, determinata nello spazio e nel tempo (o, se non fosse solo questo)? Se “fascismo” piuttosto che un fatto, un modello, un archetipo, designasse un processo, un prototipo in via di sviluppo, di cui i fascismi storici sono stati soltanto i primi sviluppi evolutivi, i primi balbettamenti e di cui l’attuale ondata populista fosse un’altra e più “totale” concretizzazione? Se il “fascismo” fosse il nome convenzionale per una potenza all’opera, per una potenza in esercizio, la cui effettuazione reale e in certo senso definitiva richiede una “macchina” che forse solo la tecnologia moderna ha messo a disposizione? Chi avrebbe potuto credere, solo qualche anno fa, che l’Occidente democratico e liberale, avrebbe potuto assistere, impotente se non addirittura complice, ad un genocidio così somigliante a quello perpetrato dai nazi-fascisti? La domanda da porre non è allora che cosa è stato il fascismo, ma che cos’è qui e ora, quale potenza mette in campo e perché questa potenza sembra oggi non conoscere argini. Dove, insomma, il fascismo attinge la sua energia? Siccome la modernità ha nell’idea di libertà la sua radice metafisica e siccome il fascismo è un fenomeno completamente moderno, e nient’affatto “eterno” come alcuni hanno sostenuto, bisogna, credo, provare a capire quale libertà sia quella che il fascismo-processo mobilita per corrodere fino a distruggerle le libertà civili prodotte dalla Rivoluzione Francese, una libertà che è fondata sulla disuguaglianza, una libertà che suppone una fraternità di altro genere, rispetto a quella originaria, che postula una fraternità che esclude, una fraternità di “razza”. È per rispondere a questa domanda che ho tirato in ballo l’antropologia filosofica contenuta in nuce in quel fantastico racconto di Dostoevskij. Nel suo saggio vediamo come la “capacità universale di fascinazione” del populismo/sovranismo è data anche dalla rabbia e dalla indignazione degli “insorti”, e si collega alla paura, che è una paura senza nome, astratta, antica, che forse non riesce nemmeno più a focalizzare il proprio oggetto. Qui lei fa entrare in gioco Hobbes, che intuisce come “la paura è l’elemento stesso nel quale sguazza un ente che si vuole incondizionatamente libero”. E la paura è indifferente al sapere – si veda la classica idiosincrasia verso l’autorità scientifica – come la libertà è indifferente alla verità/oggettività. L’uomo del sottosuolo o della topaia, come forse sarebbe meglio tradurre, è l’insorto, è il soggetto che in nome della libertà vuole emanciparsi perfino dal dominio della verità. A lui non piace che 2+2 faccia quattro, lo sente come un limite imposto dall’Altro alla sua assoluta possibilità. La sua negazione impotente è così all’origine del suo risentimento verso ogni autorità intellettuale (le élites…). Vent’anni prima, Max Stirner aveva schizzato un ritratto analogo. Per il suo “anarca” ogni verità era un muro opprimente, un idolo da abbattere. Ciò che auspicava per una umanità veramente liberata era una verità “creata” ad hoc (come le fake news…), una verità che funzioni come “arma” per affermare il diritto assoluto del “singolo”. Lette centociquant’anni dopo le pagine di Stirner e di Dostoevskij risultano particolarmente preveggenti. Bisognerebbe rileggerle a partire dal libro di wu ming 1 su QAnon (La Q di Qomplotto. QAnon e dintorni, Alegre, 2021): sulla rete si formano comunità complottiste che creano una verità artefatta, con sfacciata noncuranza per i fatti, e sono comunità in grado di decidere le sorti politiche del più potente paese del mondo (prima elezione di Trump).  Uomo del sottosuolo e anarca sembrano annunciare così una umanità nuova, ribelle e risentita, insofferente di ogni legge e di ogni istituzione che vincoli un libero e irrazionale volere nel quale è riposto tutto l’essere del soggetto. Nietzsche aveva chiamato ressentiment la condizione abituale dell’“ultimo uomo”. Il liquido amniotico in cui cresce questo nuovo tipo umano non può che essere la paura: una libertà così astratta non può infatti che sentirsi sempre minacciata, sempre sul punto di venir meno,  sempre precaria, sempre instabile, come accade alle persone anziane. La condizione naturale dell’insorto è infatti il timore e il tremore; per questo necessita di capri espiatori, vale a dire della continua offerta da parte dei media di nemici immaginari da sacrificare sull’altare della sua libertà. E si tenga presente che la misura di una fede in un astratto immaginario (ad es. La Grande Israele) è data solo dalla quantità di sangue innocente che si è disposti a versare. A pagina 39 lei si domanda: “Perché gli intellettuali italiani si sono specchiati nel ‘pasolinismo’? Che cosa c’era di così seducente in quella diagnosi senza speranza?”. Entriamo qui nell’annosa questione, oggi più acuta essendo appena trascorso il cinquantenario dalla morte, su cosa abbia alimentato questo consenso su Pier Paolo Pasolini, che trascende le appartenenze politiche (schieramenti opposti se lo litigano quasi come un simbolo identitario): un “consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico” sul Pasolini teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione”, del “genocidio culturale” eccetera. Lei osserva come Alberto Asor Rosa vi avesse colto già nel 1965 un certo populismo estetizzante e decadente, coerente con la tradizione; dunque era un conservatore che non ha inventato nulla, il Pasolini “corsaro”? Era il lamento dell’intellettuale che vede minacciata la sua “aura”, come dice, sguarnito di difese dall’avanzare della “modernità” copernicana della televisione e dei jeans uguali per tutti (con le aggravanti di divorzio e aborto, oltretutto)? In effetti la penso un po’ così, anche se ho dovuto per questo scontare un certo isolamento. Criticare il “pasolinismo” è infatti in Italia un peccato che non si perdona facilmente. Se si vuole essere ammesso nei salotti buoni, la prima cosa da fare è rendere omaggio alla santa icona… Ma io non ce l’ho con l’artista Pasolini, di cui per altro apprezzo il cinema (quello degli inizi, almeno, e soprattutto apprezzo la sua riflessione teorica sul cinema), ce l’ho con lo sguardo coloniale e paternalistico che rivolge al mondo degli ultimi, collocandoli, situandoli, spiegandoli con la perizia di un etologo che illustra i comportamenti obbligati dei viventi che ha come oggetto di studio. Il suo è uno sguardo normativo, pronto a rilevare e a stigmatizzare ogni infrazione della legge tramandata, di cui si professa custode e cantore. Il Potere contro cui Pasolini si scaglia è il potere con la maiuscola, vale a dire una immagine astratta del potere che si calerebbe dall’alto per pervertire una “vita” altrettanto astratta. Credo invece che per essere compreso nella sua efficacia il potere vada scritto con la minuscola, come ha fatto, per esempio, Foucault più o meno negli stessi anni. Il potere non è insomma in contrapposizione con la supposta innocenza della “vita”. Il potere è ciò di cui il reale – ogni reale – è fatto, perché il reale non è nient’altro che un rapporto di forze, una rete di potenze in esercizio, potenze che sono tra loro in conflitto in un gioco infinito (Nietzsche docet). Per questo un antifascismo reale funziona solo se è “militante”, mentre è puramente retorico se si limita alla dimensione del giudizio morale. Se poi ho definito Pasolini un tipico letterato italiano è perché il modo con cui l’Italia è entrata nella modernità è stato attraverso il rifiuto del copernicanesimo e delle conseguenze metafisiche che esso implicava vale a dire la fine di ogni gerarchia, l’uguaglianza infinita di tutti gli enti, la fine dell’antropocentrismo. Sono esattamente le cose che ripugnano al letterato italiano, che privilegia la retorica, ma sono anche le tesi che hanno, non a caso, portato Giordano Bruno sul rogo. Veniamo al tema della produzione del mito. Lei osserva come il giovane Mussolini rivoluzionario intendeva trasformare il Partito socialista in macchina mitologica: “Mussolini era perfettamente consapevole dell’operazione di tecnicizzazione del mito che andava proponendo ai compagni del partito”. È molto interessante l’estratto dell’articolo che Mussolini scrisse sull’«Avanti!» a commento del suo discorso al Congresso di Reggio Emilia del 1912, in cui afferma che il partito ha una “anima religiosa”, è una comunità e non una società di interessi:  > “Che importa al proletariato di capire il socialismo come si capisce un > teorema? E il socialismo è forse riducibile ad un teorema? Noi vogliamo > crederlo, noi dobbiamo crederlo, l’umanità ha bisogno di un credo. È la fede > che muove le montagne perché dà l’illusione che le montagne si > muovano. L’illusione è, forse, l’unica realtà della vita”.  Ci spieghi la sua definizione di questo “mito tecnicizzato”, visto come “una allucinazione volontaria che non allucina la realtà, creando una falsa percezione, ma la stessa potenza di allucinazione”. Quella frase di un giovane Mussolini, aspirante leader dei socialisti italiani, mi ha colpito moltissimo. Sintetizzava in una battuta il grande tema della tecnicizzazione del mito (espressione usata da Furio Jesi per indicare l’uso fascista dei miti, ad esempio: Dio, Patria e Famiglia) e della estetizzazione della politica (espressione usata da Walter Benjamin per indicare la capacità di seduzione del fascismo). Siamo ancora più che mai infangati in questa vicenda che i media elettronici hanno però reso planetaria. Nietzsche ha spiegato bene questo passaggio epocale quando ha scritto che se la verità diventa favola anche la favola cessa di essere tale perché non ha più una verità cui commisurarsi. È il mondo dello spettacolo generalizzato, che non è il mondo vero (nessuno crede veramente alle frottole di Trump, nemmeno i suoi seguaci) ma non è nemmeno il mondo falso (nessuno dei seguaci di Trump crede veramente che Trump menta quando posta le sue frottole): è il mondo della illusione come unica realtà della vita, al di là o al di qua della dicotomia vero/falso, il mondo del “capriccio” lo definisce l’uomo del sottosuolo, dove l’unica “ragione dell’ente” è una volontà arbitraria e tirannica. Il detto di Giovenale: “Hoc volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas”, “Lo voglio, così comando, valga la mia volontà come ragione” esprime molto bene il nuovo “mondo libero” sognato dai fascisti del terzo millennio. Paolo Ferrucci L'articolo Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti del terzo millennio proviene da Pangea.
February 6, 2026 / Pangea