“Nessun elemento trovato”. Questa la scritta che appare sullo schermo del pc se
cercate il titolo n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio editore in
Palermo. La collana è stata inaugurata nel febbraio 1979 da Leonardo Sciascia
con il libretto Dalle parti degli infedeli e al n. 100 vede
le Cronachette (gennaio 1985). Il n. 200 avrebbe dovuto ospitare un altro testo
dello scrittore siciliano, un libro che però non ha visto mai la luce. Ma di
quale libro stiamo parlando?
Da quanto è dato sapere, Sciascia, negli ultimi anni della sua vita, già preso
dalle sofferenze dovute al male che lo aveva colpito, si stava interessando alla
figura di Telesio Interlandi. A raccontarne la storia, con dovizia di
particolari, sarà Giampiero Mughini, altra figura dell’intellighenzia siciliana,
al quale dobbiamo una corposa biografia di Interlandi. Ma chi era costui, la cui
parabola aveva colpito tanto la sensibilità dell’autore dell’Affaire Moro?
Quello che Leo Longanesi avrebbe definito come “il miglior giornalista fascista”
del tempo, Telesio Interlandi, all’anagrafe Telesio Evaristo, era nato anch’egli
in Sicilia, nell’ottobre 1894, precisamente a Chiaromonte Gulfi in provincia di
Ragusa. Figlio di due maestri di scuola elementare avrebbe sin da ragazzo mal
sopportato l’atmosfera isolana, cercando nel giornalismo la via per evadere
dalla “morta gora della vita di provincia” (Mughini, p.69). Il debutto
giornalistico, a diciannove anni, nel quotidiano catanese “Il Giornale
dell’Isola” dove in breve ascenderà al rango di caporedattore, prima di partire
in guerra, combattuta da ufficiale di artiglieria. Tornato civile cercherà di
sbarcare il lunario a Roma e Firenze, fino ad entrare nella redazione di
”Impero”, quotidiano di polemiche fascistissime di cui diventerà caporedattore.
È stato lo stesso Mussolini a volere il giornale e a idearne il titolo, e sarà
ancora lui a notare la firma del giovane Interlandi, curatore della rubrica
quotidiana “Colpi di punta”.
Sarà infatti il siciliano di Chiaromonte Gulfi a essere chiamato, dal dicembre
1924, alla direzione di un nuovo giornale fascista, più battagliero rispetto al
quotidiano ufficiale, “Il Popolo d’Italia”.
“Il Tevere” nasce all’indomani dell’estate del delitto Matteotti, in un momento
di svolta per il nascente regime; un foglio dal quale Mussolini si aspetta
fiducia totale e che sosterrà anche a livello finanziario. “Il Tevere” – spiega
Adrian Lyttelton ne La conquista del potere. Il Fascismo dal 1919 al
1929 Laterza, 1974 – era ispirato direttamente da Mussolini, e incoraggiato a
ventilare temi e concezioni (per esempio, l’antisemitismo) sui quali egli non
voleva compromettersi ufficialmente. Mussolini parlava con due voci: cauta,
ufficiale, opportunistica, quella del “Popolo d’Italia” e degli altri giornali
del gregge obbediente orchestrato dall’ufficio stampa; estremista, sfrenata e
azzardosa quella del “Tevere”.
Interlandi – che presto assumerà la proprietà esclusiva del giornale – risponde
alla chiamata e nel 1925 prende la tessera del Pnf: di là in avanti la sua vita
sarà legata alle sorti del regime mussoliniano, fedelmente seguito fino alle
estreme conseguenze.
Divenuto un leader giornalistico romano e nazionale, acquisterà infatti ancora
più notorietà e potere quando assumerà la direzione della rivista “La difesa
della razza” nel 1938. Era questo lo strumento attraverso cui il regime a
seguito dell’emanazione delle leggi razziali antiebraiche, cercherà di
illustrare e propagandare i valori di ispirazione nazista. La nuova rivista –
che vede Julius Evola tra i più assidui collaboratori e della quale Giorgio
Almirante diviene caporedattore – ebbe una redazione di gran spicco formale, al
pianterreno di Palazzo Wedekind, a piazza Colonna 366, e sostenuta
economicamente anche dall’Ambasciata tedesca a Roma, “sensibilissima ad
incentivare quanti si muovevano sulla falsariga della politica razziale
hitleriana”. (Mughini, p.148).
Interlandi — sempre più temuto per il potere conquistato — avrebbe legato il
proprio nome anche a un’altra pubblicazione di stampo razzista. Nel settembre
del 1938, infatti, poco dopo il debutto de “La difesa della razza”, vide la luce
“Contra Judaeos“. Come spiega Mughini, il volume inaugurava la Biblioteca
razziale italiana, edita da Tumminelli, la stessa casa editrice del
quindicinale, e diretta dallo stesso Interlandi. Del comitato consultivo
facevano parte Lidio Cipriani e Guido Landra, due giovani assistenti
universitari fascisti tra i firmatari del Manifesto sulla razza, pubblicato il
14 luglio 1938. Il manifesto sosteneva, tra l’altro, che gli ebrei fossero del
tutto estranei alla popolazione italiana, ritenuta di sangue e civiltà “ariana”,
e perciò inassimilati e inassimilabili.
Il libello, composto da 149 pagine, è una raccolta di scritti dedicati alla
“identificazione del pericolo ebraico” e “per la difesa della Razza italiana”,
nei quali il direttore del “Tevere” rivendica come consona al suo ragionamento
la tradizione politico-culturale della Chiesa cattolica, che aveva marchiato e
discriminato gli ebrei.
> “Se il Fascismo è affermazione totalitaria delle più alte virtù del popolo, il
> suo fondamento è da cercarsi nella ritrovata coscienza della razza. Siamo – è
> bene ancora una volta ripeterlo – assolutamente fuori dalla nebulosa retorica
> che ci ha afflitto per decenni, agevolando la confusione negli spiriti e
> alimentando la pigrizia dei cervelli pigri; la razza alla quale il Fascismo si
> riferisce non è un’astrazione letteraria, non un’ingenua aspirazione, non è né
> la stirpe degli oratori domenicali né la progenie di Roma dei rimatori; è
> questa razza, della quale siamo i viventi elementi, che ha un volto e una
> misura, che vive ed opera sotto i nostri occhi, che fa la sua storia
> affermandosi degna della storia già fatta.[…] Senza esitazioni, senza
> pietismi, senza preoccupazioni, la questione della razza sarà portata sul
> terreno pratico e avrà le sue conclusioni fasciste. La razza è il popolo, e
> difendendo la razza noi difendiamo il popolo e il suo domani“.
>
> “Contra Judaeos”, Tumminelli e C. Editori, 1938.
*
Tuttavia, Interlandi – precisa Mughini – non è tra coloro che avrebbero voluto
passare all’azione, non aveva in mente né auspicava alcuna forma di persecuzione
fisica contro gli ebrei, mantenendo invece una posizione che guardava alla sola
integrità razziale. Inutile dire che la pubblicazione si guadagnerà gli elogi di
alcune firme importanti del tempo, una tra le quali, quella dell’allora
trentunenne Guido Piovene, che in seguito, tornerà su quell’articolo
sconfessandolo.
Ma quali erano dunque le note biografiche di Interlandi che avevano toccato la
sensibilità di Leonardo Sciascia, a tal punto da spingerlo a prendere in
considerazione il progetto di una pubblicazione? Matteo Collura, nel suo Il
maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia (Longanesi, 1996; La nave di
Teseo, 2019) scrive: “Sciascia ormai sa che non gli resta molto tempo. Prima che
le ultime forze lo abbandonino, vuole scrivere un libro che sia un messaggio di
speranza; un atto estremo di ottimismo che dia senso alla sua vita e alla
letteratura che ne è stata forma ed espressione”. In realtà Sciascia aveva già
in parte toccato un tema simile ne Il cavaliere e la morte (1988), ricordando la
mobilitazione di un gruppo di autorità fasciste di un paesino siciliano per
salvare una famiglia di ebrei “poiché nulla voleva dire per loro che un uomo
fosse ebreo, se in pericolo, de disperato”.
Torniamo allora sulle tracce di Telesio.
Come accennato, Interlandi aveva legato la sua vita e quella della sua famiglia
alle sorti del regime, all’interno del quale ricopriva un ruolo ben noto. Con il
crollo del fascismo crolla anche la sua stessa esistenza. Ed è questo che
apprende – ci racconta Mughini – via radio, quando si diede l’annuncio delle
“dimissioni” del duce. “Vent’anni di lavoro distrutto!”, così disse in quel
momento, stando alla testimonianza del figlio Cesare, in casa accanto alla madre
e il padre.
È la domenica del 25 luglio 1943, e lui in realtà ha già pronto l’articolo da
far uscire l’indomani sul “Tevere”. Lo aveva scritto prima di sapere
dell’annuncio radio, ma quell’articolo, intitolato Appello agli uomini, non
vedrà mai la luce, perché mai più uscirà “Il Tevere”. La redazione del giornale,
infatti è data alle fiamme. Il rogo a Largo Corrado Ricci – sede del giornale –
manda in fumo ogni cosa del “Tevere” e di “Quadrivio”, il settimanale sorto nel
1933 dalle sue costole, e dove si era esibito il meglio della cultura italiana
degli anni Trenta. Anche per questo le copie di quei giornali sono introvabili,
l’oro dei collezionisti. Molto difficili da reperire anche le copie de “La
difesa della razza”, nonostante i primi numeri ebbero tirature importanti, oltre
le centomila copie.
Di lì a poco Telesio Interlandi si troverà rinchiuso nel carcere militare di
Forte Boccea, e vi trascorrerà quarantacinque giorni, sino all’armistizio. Verrà
difatti liberato – scrive Mughini – dai tedeschi della divisione Göring, il 12
settembre: “il tempo di una visita a Mussolini che era stato a sua volta
liberato dal Gran Sasso e trasportato in Germania, e poi via verso il Nord, a
Desenzano sul Garda, dove i tedeschi vogliono che Interlandi risieda, e dopo
avergli esplicitamente proibito di starsene a Roma”.
*
Sono giornate concitate, nelle quali la vita degli uomini è appesa ad un filo.
Molte personalità del regime si tolgono spontaneamente la vita, altri fuggono,
altri vengono uccisi, ma è proprio in questo clima da resa dei conti, che il
destino disegna per la famiglia Interlandi una parabola sorprendente e
umanamente significativa. A Desenzano, a pochi chilometri da Salò, Interlandi –
al quale è stata messa a disposizione dai tedeschi una villa – resta in attesa
degli eventi e non accetta alcun ruolo di responsabilità politica. Per lui la
stagione si è chiusa in modo definitivo. I fatti gli daranno ragione.
In una sorta di flashback di quella domenica di luglio di due anni prima, ma ora
costretti in una cascina rifugio trovata dal figlio Cesare, la famiglia
Interlandi apprende dalla radio, l’avvenuta fucilazione di Benito Mussolini e
degli altri gerarchi a Dongo. Poco dopo, la radio comunica anche i nomi di un
certo numero di gerarchi cui sono stati confiscati i beni, tra i quali c’è anche
Telesio Interlandi. I tre restano isolati e senza una reale strategia, mentre
dall’esterno, notte dopo notte, arrivano i rumori di raffiche di mitra e il
vento forte della Liberazione.
Passano così cinque mesi, finché ad ottobre del ’45, persone che si qualificano
come Carabinieri vengono a prelevare padre e figlio. I due temono che stiano per
essere giustiziati da un momento all’altro, invece vengono prima portati alla
caserma di Desenzano e poi tradotti alla questura di Brescia, rinchiusi in uno
scantinato assieme ad altri disgraziati, tra escrementi umani e muffa. Qui il
giovane Cesare rischia di morire per un’infezione alla bocca che nessuno vuole
curare, mentre il padre scrive alla moglie, esortandola a cercare aiuto tra le
persone che in passato avevano avuto contatti con lui e che ora godevano anche
di un certo prestigio. Come ad esempio lo scrittore Elio Vittorini, antico
collaboratore del “Tevere”, che ora sta a Milano ed è divenuto un’autorità
morale dell’antifascismo intellettuale.
Nel frattempo, la moglie di Interlandi prende contatti con un valente avvocato
di Brescia. Si tratta di Enzo Paroli, un ex ufficiale di aviazione. È un
antifascista e figlio di antifascista. Il primo incontro tra l’avvocato e
Telesio Interlandi avviene nel carcere bresciano di Canton Mombello, dove nel
frattempo era stato trasferito l’ex direttore del “Tevere”, che rischia di
subire un processo sommario da una delle Corti d’assise straordinarie,
incaricate di giudicare i reati di collaborazionismo. Non sappiamo cosa si siano
detti, fatto sta che Paroli accetta di difenderlo. In realtà farà molto più che
difendere Interlandi sul piano legale; infatti, appena apprende la notizia che
l’ex giornalista del regime, era riuscito a fuggire dal carcere in modo
rocambolesco e raggiungere la moglie ed il figlio – quest’ultimo in cura presso
una clinica locale – decide di proteggere quell’uomo contro ogni eventuale
ritorsione. Accoglie così e nasconde nella propria abitazione l’intera famiglia
Interlandi, proprio di fronte al Canton Mobello da cui il fuggiasco era uscito
poche ore prima.
E siamo così giunti agli eventi che così intimamente avevano toccato la
sensibilità di Leonardo Sciascia. Enzo Paroli – a proprio rischio e pericolo –
riserva alla famiglia ospite il seminterrato della propria villetta a due piani,
dove i tre Interlandi rimarranno custoditi per otto mesi. Usciranno solo a
luglio del 1946, dopo l’archiviazione del processo contro Telesio, per assoluta
mancanza di elementi.
Ecco dunque la parabola di vita di Telesio Interlandi, che dopo aver dominato la
scena culturale italiana durante il Fascismo, si ritrova salva la vita grazie ad
un avvocato antifascista, che a rischio della sua stessa incolumità decide di
proteggerlo, assieme a tutta la sua famiglia. Ed è questo il tratto che più
interessava Leonardo Sciascia, quando si mise sulle tracce di Interlandi e
dell’avvocato Paroli nel corso degli anni ’80. In realtà già negli anni ’70
aveva curato per Sellerio un volumetto, La noia e l’attesa. Un libro sui
rapporti tra intellettuali siciliani e fascismo. Nella copertina era riprodotta
una vignetta del 1938 di Mino Maccari, raffigurante un Telesio Interlandi in
atteggiamento dominate verso figure minute e inquiete. Lo scrittore siciliano
chiederà notizie dirette ai figli dei due protagonisti della vicenda, ricevendo
ampie informazioni. Nella lettera del 15 gennaio 1989 che scrive a Cesare
Interlandi la direzione del suo interesse è chiara:
> «La ringrazio di tutte le notizie che mi dà, e che mi saranno utili, anche se
> meno – nel taglio che intendo dare al racconto – meno mi interessano i
> rapporti di suo padre col fascismo, il suo fascismo, e più il dramma del ‘45.
> Le due vite, mi interessano, e quel tragico momento: di suo padre,
> dell’avvocato Paroli».
Datata 12 novembre 1988, invece una lettera indirizzata al figlio del penalista,
dove emerge il segno preciso del suo intento di scrittura e lo spirito che lo
anima:
> «Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni
> lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il
> dovere di non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare».
Nonostante l’avanzare della malattia, Sciascia raccoglie il materiale di cui ha
bisogno e il libro sembra sul punto di essere composto, ma, come sappiamo, il
corpo dello scrittore cederà definitivamente nel novembre del 1989, privando il
mondo delle lettere di un’altra magia del genio di Racalmuto. Ecco perché appare
“Nessun elemento trovato” al n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio. Una
decisione presa in onore dello scrittore scomparso.
*
Sarà allora Giampiero Mughini, che conosceva bene il lavoro che il conterraneo
stava portando avanti, a prenderne in qualche modo il testimone, sollecitato
anche dallo stesso figlio di Interlandi. Il libro – dal quale sono prese buona
parte delle informazioni contenute in questo scritto – vedrà la luce per Rizzoli
nel gennaio 1991 con il titolo A via della Mercede c’era un razzista,
sottotitolo “Pittori e scrittori in camicia nera un giornalista maledetto e
dimenticato lo strano caso di Telesio Interlandi”.
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, 1991
In realtà il libro di Mughini – a differenza del progetto sciasciano, che pure
viene indagato con dovizie di particolari dalla sua genesi – si denota come una
vera e propria biografia del giornalista siciliano. Dopo i mesi trascorsi in
casa dell’avvocato Paroli – racconta Mughini -, la famiglia Interlandi, di nuovo
libera, torna a Roma, ma dei beni in loro possesso fino al ’43 ora non
dispongono più di nulla. La signora va a rifugiarsi in un convento di Santa
Priscilla, i due uomini in un convento dei Fratelli delle scuole cristiane, a
corso d’Italia, dove sono stati raccomandati da Pompilia Pirandello, moglie di
Fausto Pirandello. Fra gli amici a cui hanno chiesto un primo aiuto c’è difatti
il figlio di Luigi Pirandello, il quale ha messo a disposizione la sua casa e
due blocchetti di assegni, tutti firmati.
Per Telesio Interlandi, si tratta di ricominciare sostanzialmente da zero.
Scrive Mughini:
> ”A nemmeno cinquantaquattro anni il suo destino s’è già compiuto; d’ora in poi
> non gli resta che rimpiangere e ricordare, e sta a lui decidere se rivedere
> criticamente le sue passioni del Ventennio, sfociato nella sconfitta e nel
> disonore, o se incaponirsi nell’idea che lui fascistissimo ha avuto ragione, e
> gli altri erano tutti dei doppiogiochisti. Con coerenza e cocciutaggine da
> siciliano, sceglie la seconda via”.
Ma adesso nessuno vuole più ascoltare il suo nome, intorno al quale cade una
nube di silenzio, e come cancellati per sempre, divengono innominabili gli anni
di lavoro giornalistico e quei giornali su cui avevano scritto tanti di quelli
che stanno ora trionfando nelle istituzioni culturali del dopoguerra.
Il libro darà anche modo a Mughini di toccare temi a lui molto cari, uno tra
tutti l’indagine su una stagione politica e culturale che lungi da essere chiusa
in un comparto stagno, si dipana in modo contiguo con tutto l’arco del Novecento
post fascista. “Naturalmente – scrive Mughini ne La collezione (Einaudi, 2009) –
il mio libro… (che non mancherà di suscitare aspre critiche) era il ritratto di
dove stavano e di come si muovevano gli intellettuali italiani degli anni
Trenta, i quali avevano tutti un piede e mezzo nel fascismo e nelle sue
organizzazioni culturali e nei suoi giornali, e soltanto mezzo piedi fuori. Era
la smentita – facile facile e documentatissima – della leggenda che fosse stato
netto da sempre il confine divisorio tra fascismo e antifascismo, e laddove
tutti quel confine negli anni Trenta lo attraversavano e lo riattraversavano
quotidianamente. Il nome di uno scrittore o di un artista che non avesse
collaborato ai giornali diretti da Interlandi? Difficile da trovare, forse
impossibile. E comunque stramaledetto e impronunciabile era il nome di
Interlandi prima che io pubblicassi il libro su di lui, stramaledetto e
impronunciabile è rimasto dopo”.
Negli ultimi anni della sua vita, Telesio Interlandi, già sprofondato nel
silenzio totale che avvolgeva la sua figura e il suo lavoro, non avrà più alcuna
prospettiva dopo la morte della moglie, uccisa da un tumore nel 1960. Morirà
così nell’indifferenza generale nel gennaio 1965 (un anno prima dell’avvocato
Paroli), ma non prima di aver pubblicato un piccolo libro di memorie
personali, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, che si autoedita
nel 1962 intestandolo alle Edizioni di Quadrivio. Un libro oggi sostanzialmente
introvabile ma che Sciascia aveva letto nel 1988, grazie a Cesare Interlandi,
che lo aveva dato allo scrittore dopo aver saputo della decisione di scrivere
sul padre.
Telesio Interlandi, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, Edizioni
di Quadrivio, 1962.
*
«A Maria / che visse con me queste pagine / e non le potrà leggere. / T.I. (4
sett. 1961)».
“Da quando mi è scivolata di mano la penna, sono trascorsi quindici anni.
Quindici anni di solitudine e di silenzio. Che ho fatto? Nulla. Vi è, tra quel
giorno ed oggi, una sterminata distesa di tempo, grigia, uniforme, sulla quale
galleggiano numerosi fogli di carta bollata. A volte, quel giorno mi sembra
vicinissimo, la distesa del tempo breve; a volte, lontanissimo, remoto, e la
distesa infinita. Quindici anni. Essi sono sulle mie spalle, li sento pesare,
hanno modificato il mio passo, l’hanno fatto più lento; eccoli, li sento. E a
volte come ora, li vedo soltanto, come elementi di una prospettiva; e mi sono
estranei, non sono miei. In questa prospettiva nulla c’è di mio; è una distesa
grigia e uniforme, senza risalti. Da quando mi è caduta di mano la penna non ho
più scritto un rigo, per me; nulla di nulla”. Telesio Interlandi
*
Dopo l’uscita del libro di Giampiero Mughini del 1991, altri articoli e
pubblicazioni si sono occupati della figura di Telesio Interlandi e nello
specifico dell’incontro tra l’ex direttore de “La difesa della razza” e
l’avvocato antifascista di Brescia. Testi che usufruiscono oggi di una copiosa
messe di documenti inediti rintracciati all’Archivio di Stato di Roma. Segnalo
qui una breve bibliografia di riferimento:
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, Milano, 1991.
Nuova edizione per la Collana Specchi, Marsilio, Venezia, 2019, con nuova
prefazione dell’autore,
Tonino Zana, Il nero e il rosso. Il romanzo bresciano che Sciascia non
scrisse, Gussago – Editrice Ermione, 1992.
Prima che morisse, Sciascia diede le carte e gli appunti da lui raccolti al
giudice catanese Vincenzo Vitale che ne fece il racconto In questa notte del
tempo, Sellerio, Palermo, 1999.
Virman Cusenza, Giocatori d’azzardo. Storia di Enzo Paroli, l’antifascista che
salvò il giornalista di Mussolini, Mondadori, 2022.
Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi,
1996.
Ugo Caffaz, L’antisemitismo italiano sotto il fascismo, La Nuova Italia, 1973.
https://pm-unicatt-brescia.arianna4.cloud/wp-content/uploads/2022/01/ras-sta-2022.01.20-corsera-bs-p.-8-m-tedeschi-giocatori-azzardo-mondadori-2022-articolo.pdf
*
Immagine di copertina: La Tempesta, Fausto Pirandello, 1938. L’opera venne
esposta per la prima volta nel febbraio 1939 alla III Quadriennale d’Arte
Nazionale di Roma, dove Fausto Pirandello, pittore quarantenne già premiato
nella precedente edizione, era stato invitato con una sala personale.
Successivamente inviata negli Stati Uniti ed esposta al Carnegie Institute di
Pittsburgh. Verrà acquistata da Telesio Interlandi – amico della famiglia
Pirandello – nell’immediato dopoguerra. Oggi dimora alla Galleria d’Arte
Moderna di Roma.
Claudio Orlandi è nato nell’agosto del 1973 a Roma, dove si è laureato in
Scienze Politiche. Voce e autore dei testi del gruppo musicale Pane, con il
quale ha realizzato cinque dischi: Pane (2003), Tutta la dolcezza
ai vermi (Lilium, 2008), Orsa Maggiore (2011), Dismissione(Sossella, 2014), The
River Knows – A Tribute to the Doors (2018). Del 2009 il disco Corde e
martello in duo piano e voce. Dal 2009 al 2022 ha svolto funzioni di
collaborazione parlamentare presso gli uffici della Camera dei deputati. Dirige
sul proprio canale YouTube Radio Pomona, proposta di letture di testi
poetici. Nel giugno 2021 pubblica con Tic edizioni Il mare a Pietralata. Poesie
e canzoni1990-2020.
L'articolo “L’Affaire Interlandi”. Storia del libro che Sciascia non riuscì a
scrivere proviene da Pangea.
Tag - Giampiero Mughini
È una straordinaria resa dei conti con il nostro passato e la nostra Storia
(politica, culturale e sociale), quella che Giampiero Mughini, regala ai lettori
con il suo Controstoria dell’Italia. Dalla morte di Mussolini all’era
Berlusconi (Bompiani, 2024). Un viaggio a ritroso in oltre settant’anni di vita
politica e culturale – mischiando storia e memoria, critica e indagine – tra
libri, immaginari e personaggi che hanno cambiato e condizionato la storia
italiana. Dagli aneliti fratricidi e i camaleontismi che hanno accompagnato il
dopoguerra alle guerriglie ideologiche degli anni Settanta passando per i
linciaggi mediatici della Seconda Repubblica. Tra Pasolini, Bilenchi, Ramelli,
Craxi e Berlusconi. Un testo in cui Mughini, intellettuale, scrittore,
giornalista e grande maestro di gusto e di pensiero, ha ricostruito la storia
d’Italia oltre ataviche ripartizioni e lottizzazioni, mostrandone le complessità
e profondità aldilà di pregiudizi atavici e ancestrali antagonismi. Mostrando i
fenomeni più complessi e le figure più discusse del nostro patrimonio storico
culturale attraverso la lente non dell’ideologia o del moralismo, bensì tramite
un approccio capace di restituire ad essi la loro irriducibile complessità e la
loro ineludibile umanità. Ne emerge un documento personale e collettivo, fatto
di tanti voci e personaggi che in qualche modo pone finalmente le condizioni
fondamentali per una vera pacificazione (senza giustificazionismi o
strumentalizzazioni) per la nostra storia nazionale.
Questo 25 aprile sono caduti gli ottant’anni dalla Liberazione. Secondo lei come
è stato affrontato nel nostro Paese il tema della “guerra civile”?
L’ondata di speranze portate dalla Liberazione aveva favorito l’idea che con la
fine del ventennio fascista ci sarebbe stata una palingenesi che avrebbe
costruito una sorta di paradiso terrestre. Tanto che io stesso mi portai dietro
per molti anni l’idea che l’antifascismo ci avrebbe condotto verso un futuro
radioso e perfetto. Però con gli anni capii che la storia è fatta di ambiguità,
di complessità, di esperienze e persone. Tutti fattori che non possono essere
riassunti nella logica bene/male, luce/ombra, buoni/cattivi, uomini e no. Ci
sono, infatti, troppe sfumature intermedie nella realtà e ridurre tale
complessità a questi facili dualismi è un gravissimo errore. Un errore che
spesso ci ha impedito di comprendere la storia del nostro Paese a causa di
vecchie nostalgie e deleterie sacralizzazioni. A distanza di ottant’anni credo,
infatti, che possiamo convenire che con il 25 aprile del 1945 non
iniziò nessuno paradiso terrestre, ma finì per fortuna una tragica e sanguinosa
guerra civile in cui ci furono tanti morti e tante ragioni diverse, alcune
giuste altre sbagliate, che però a distanza di ottant’anni non bisogna
strumentalizzare, bensì studiare e capire. Credo, infatti, che non serva più
continuare a dividersi e a rievocare, con troppa retorica, i fantasmi della
Storia. Servirebbe, invece,solo cercare di affrontarli senza pregiudizi e
preconcetti. Cercando di confrontarci finalmente con le numerose sfumature del
nostro passato.
Ma… c’è ancora nel nostro Paese un anelito fratricida?
No, io credo che non ci sia (per fortuna) un anelito fratricida nella società
italiana. C’è però molta gente che, purtroppo, ancora si avvantaggia di quella
divisione, e che appena può cerca di avvalersi di essa per i propri scopi.
Cercando di sfruttare una polarizzazione, fascismo-antifascismo, che nel 2025
non esiste e non conta niente, per fini strumentali. Purtroppo, la Repubblica
Italiana pur lasciandosi alle spalle un ventennio maledetto e nefasto quanto a
sopraffazioni e violenze, è nata, infatti, nel peggiore dei modi. Marchiata a
sua volta dal gusto del sangue, dalla vendetta, dall’odio reciproco delle
fazioni, dall’esaltazione che della guerra civile facevano quelli che l’avevano
vinta (e per fortuna) grazie agli aerei da bombardamento e ai carri armati degli
americani. E del resto a tutt’oggi, quanti di quelli che nel linguaggio pubblico
diffuso cianciano di “fascismo” e di “anti-fascismo” sanno di che cosa stanno
parlando? Essi ignorano, infatti, quanto fosse stato intricato e complesso il
reticolato della storia politica e morale dell’Italia del Novecento.
A proposito di tale ambiguità mi ha colpito l’episodio del cameriere e di suo
padre che compare nel libro, indicativo delle contraddizioni del dopoguerra. Può
raccontarcelo? E che insegnamento ci dà quell’aneddoto?
Ma sa, i miei genitori erano separati e io andavo a pranzo da mio padre un paio
di volte al mese. Papà parlava poco, pochissimo, giusto l’indispensabile. Con il
passare degli anni diventai uno studente della sinistra radicale nella versione
propria degli anni Sessanta. E sebbene tale visione fosse agli antipodi della
ideologia di mio padre mai, mai una volta, lui obiettò qualcosa alle mie
sfuriate di sinistra radicale, che pure erano ben note nella città in cui
vivevo. Lo fece solo una volta. E qui veniamo alla sua domanda. In quella
occasione eravamo andati a pranzare con mio padre in un ristorante dove i
camerieri erano entrati in sciopero contro il loro datore di lavoro, e il capo
cameriere (leader degli scioperanti) era venuto a salutare mio padre. Nel
momento in cui lui venne al nostro tavolo io giovane studente di sinistra
guardai con estasi quello che mi appariva come un vero ribelle. Quando lui si
allontanò mio padre mi disse, però, poche parole: “Sei un settario. Quel
cameriere che ti piaceva così tanto perché in sciopero era stato a suo tempo un
manganellatore, e io l’ho espulso dal Partito Nazionale Fascista.” Parole che, a
ripetermele oggi che sono passati circa sessant’anni, mi trafiggono ancora come
mi trafissero allora per quanto erano inappellabili. Del resto, sempre le poche
parole che pronunziava mio padre mi trafiggevano.
Com’era suo padre?
Era una brava persona. E posso dire che oggi a distanza di tanti anni solo a
questo tengo, anche io: ad essere una brava persona. Tutto il resto (destra e
sinistra incluse) è cianfrusaglia.
Perché dice che la cultura degli anni del dopoguerra era solo illusoriamente
fatta di uomini nuovi e costruita ex novo?
L’idea che noi ventenni bevemmo a gran sorsate negli anni Sessanta, ossia che a
guerra conclusa e a Liberazione avvenuta si fosse manifestata in Italia una
cultura radicalmente nuova, animata da uomini che avevano poco se non niente a
che vedere con la storia culturale del ventennio, era un’idea che non valeva
nulla. Né più né meno dell’idea, sussurrata una volta nientedimeno che dal
nostro maestro, Norberto Bobbio, che affermava che il fascismo non avesse avuto
una sua “cultura”. Una tesi che sembrava volesse dire che durante il ventennio
non ci fosse stata in Italia una vita culturale degna di questo nome, non ci
fossero stati scrittori, pittori, architetti, riviste di cultura che avessero
lasciato delle tracce. E lo dico senza nulla togliere a quello che rappresentò
per tutti noi ventenni la lettura dei Quaderni che Antonio Gramsci era andato
stilando in una cella fascista e che l’editore torinese Giulio Einaudi aveva
pubblicato dal 1948 al 1951. Certo che era un uomo nuovo l’Antonio Gramsci i cui
scritti potevamo finalmente leggere perché il Tribunale speciale fascista aveva
sì racchiuso il suo corpo, ma non era riuscito a spegnere il suo cervello. Solo
che non tutto della cultura italiana dell’immediato secondo dopoguerra
cominciava e finiva con Gramsci. Anzi. Non erano uomini nuovi o comunque
radicalmente diversi da quel che erano stati nel ventennio dei creatori dal gran
risalto quali l’architetto e designer Giò Ponti, il prodigioso scrittore Alberto
Savinio nonché il suo imponente fratello Giorgio De Chirico, il giornalista e
editore Leo Longanesi, e Mino Maccari. Non lo era Romano Bilenchi o Elio
Vittorini, e neppure quel Bruno Munari che fin dal 1930 era andato trasformando
in oro tutto quel che creava. Come non lo erano l’architetto Luigi Moretti, il
cui genio per essere lui rimasto fascista sino all’ultimo (è morto a sessantasei
anni nel 1973) viene ricordato una volta sì e cinque no. Persino Vitaliano
Brancati che già durante il ventennio aveva preso a scrostare da sé l’iniziale
sua venerazione di Mussolini non lo era; come non lo erano Rossellini e
Visconti. Oppure pensiamo, sempre in questo senso, ai Longhi, ai Praz, agli
Ungaretti. Ciò deve farci riflettere. La storia, specie quella della cultura, è
sempre più complessa di quanto la immaginiamo o di come vorremmo che fosse. Poi
non parliamo del delitto più torvo compiuto dalle ricostruzioni culturali in
auge nell’immediato secondo dopoguerra.
Quale?
Quello per cui si spiegava tutto e ogni cosa in nome della partizione avversante
tra l’Italia dei tempi dominati dal fascismo e l’Italia sopravvenuta dopo la
Liberazione. Una partizione talmente secca da aver cancellato d’un colpo solo
una delle avanguardie più frastornanti e geniali dell’intero Novecento europeo,
quel futurismo marinettiano che per trent’anni s’era completamente avviluppato
con il fascismo e con la sua topografia ideale.Furono, infatti, così cancellati
i libri creativamente strepitosi di Fortunato Depero (un altro che rimase
fascistissimo fino all’ultimo), i quadri di Mario Sironi, il succulento libro di
esaltazione della “cucina futurista” a firma di Marinetti e Fillia. Per fortuna
qualcosa sta cambiando e le ragioni dell’arte possono essere riscoperte.
Quale è l’orgoglio e il fondale che accompagna questa controstoria di cui parla
nel libro? E perché ha scritto questo testo?
Quello di cui sono più orgoglioso e che costituisce il vero significato della
“controstoria” che ho scritto è il tentativo di rimuovere via via i presupposti
di quella guerra civile che aveva insanguinato l’Italia tra il 1943 e il 1945, e
di cui sono stati in molti ad avere nel dopoguerra come una sorta di nostalgia.
E dunque darsi ad affrontare ciascun personaggio rilevante, ciascun momento
politico della nostra storia, ciascun comparto della nostra scena culturale non
con l’aria di chi ha già etichettato tutto, ma con la volontà di andare
scoprendone ogni volta un versante rimasto nascosto e offrirlo a un lettore che
non sia accecato dalle sue convinzioni. Tutto l’opposto della cancel culture che
ripete ad ogni riga ossessivamente le stesse prosopopee e sempre quelle, e cioè
fondamentalmente che il Bene è meglio del Male. E questo tanto più oggi che le
topografie del Novecento cui ci eravamo abituati sono saltate tutte. Solo che
questo darsi addosso reciproco è divenuto per molti una necessità ossessiva,
incuranti come sono che da tempo siamo entrati in un nuovo millennio della
storia umana. Anzi tale condizione è divenuta, quasi, una mania nell’attuale
sistema politico-partitico italiano, dove in mancanza di meglio le parti
contrapposte (quali parti poi esattamente?) non la smettono di alimentare ogni
volta inesauribili litigi su questioni emotive e insignificanti. Tutte questioni
che ti sbattono addosso se entri in uno studio televisivo a commentare il
presente e che mi fanno appisolare al solo rievocarle.
Uno degli ultimi capitoli è quello su Silvio Berlusconi. Le volevo chiedere come
Silvio Berlusconi ha cambiato la politica italiana, la politica dei partiti, e
l’immaginario italiano?
Nei primi anni Novanta i partiti ansimavano e allora la figura di quest’uomo
talmente ricco, talmente potente e se non anche talmente abile ha preso il
sopravvento.
Lei crede che ormai i partiti non esistano più? Avevano cominciato a non
esistere già allora. Un partito, del resto, per esistere deve essere fatto da
uomini che hanno delle certezze assolute e che sulla base di quelle certezze
assolute si comportano e agiscono giorno per giorno seguendo una determinata
visione. Tutto questooggi non esiste. Da Berlusconi in poi la scena politica
italiana sarebbe divenuta, invece, il teatro di un unico e asfissiante
referendum politico e morale pro o contro Berlusconi, il teatro di una inesausta
e rabbiosa colluttazione permanente tra berlusconiani estatici e
antiberlusconiani ostinatissimi.
Secondo lei, dal ricordo che sta emergendo della figura di Sergio Ramelli allo
sdoganamento dei pregiudizi su Bettino Craxi, si sta cercando di costruire una
narrazione unificante nella società italiana?
Purtroppo, prima il nome di Sergio Ramelli non veniva neppure pronunciato, tanto
che per alcuni era uno che era morto quasi per un’infezione sconosciuta. Invece,
adesso onestamente sono contento di notare che il nome di Ramelli viene
pronunciato… e questa è una grande fortuna. Per quanto riguarda Craxi, vorrei
sottolineare che è morto da esule della nostra patria, mentre qualcuno diceva
che era un latitante… Anche se non sfugge, o almeno non sfugge a chi ha un
occhio minimamente esercitato, che sia stato uno dei grandi uomini politici
della nostra epoca. Per tale motivo sono soddisfatto che finalmente gli stiano
tributando l’attenzione e il rispetto che merita e che avrebbe meritato
soprattutto nell’ultima fase della sua vita.
In questo senso, quali sono stati, gli eventi che hanno accompagnato questa sua
presa di coscienza, questa sua evoluzione oltre la logica dello scontro frontale
degli anni Sessanta e Settanta?
Moltissimi. Lei ha citato giustamente un evento come la morte di Ramelli, ma in
quegli anni furono troppi gli episodi che mi fecero prendere coscienza di quella
situazione insostenibile che si stava sviluppando in Italia. Iniziai a sentire,
col passare degli anni, sempre di più la cognizione di quest’aria fratricida di
cui abbiamo parlato e che volevo superare. Ed anche da questa cognizione
nacque Compagni addio. Un testo che in tale ottica segnò uno spartiacque tanto
nella mia vita quanto nei miei libri.
Ci sono varie personalità in questa Controstoria dell’Italia, descritte anche
con toni letterari, ma quali sono stati, dei personaggi citati nel testo, quelli
che l’hanno più colpita, che l’hanno più cambiata?
Tanti, talmente tanti, che non riuscirei ad elencarli tutti. Certamente non
posso non citare una figura come Norberto Bobbio, che è stato per un lungo
momento un personaggio nel quale io ho visto un mio riferimento. Ma ce ne sono
tanti altri. Nella politica, forse, le direi Ugo La Malfa, una figura
che stimavo molto. Però è estremamente difficile scegliere.
Lei ha detto che la morte di Giovanni Gentile non è così diversa dall’omicidio
di Matteotti. Perché?
Mi pare evidente, anche perché non riesco a comprendere in che cosa tali morti
dovrebbero essere diverse. Giovanni Gentile non aveva fatto nulla di male,
semplicemente è stato un filosofo e un intellettuale che ha continuato ad essere
dalla parte che aveva sostenuto per oltre vent’anni. Matteotti, allo stesso
modo, aveva semplicemente fatto un discorso alla Camera, presentando la sua
coerente e intransigente visione politica. Entrambi sono stati uccisi da una
violenza cieca, fratricida, crudele solo perché erano visti come dei simboli da
distruggere. Ma dietro quei simboli c’erano grandi uomini che avevano cercato di
cambiare il loro paese e che sono stati uccisi da innocenti. Quindi sono due
morti che si somigliano, che si somigliano pazzescamente. Pertanto porto a
queste due figure il medesimo profondo rispetto che meritano.
Francesco Subiaco
L'articolo Italia, una Repubblica fondata sulla vendetta. Dialogo con Giampiero
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