Poeti in ombra. Quasi un’elegia

Pangea - Wednesday, May 20, 2026

Figli dell’apostasia verso gli apodittici trionfi di una ragione tiranna e opaca, non offrono mai rosari di certezze ma rasoi di carezze – il fianco esposto alla spina venefica di uno snobismo becero e inamidato assieme.

La loro parola è un diadema di stelle, un vagito di libertà contro il cielo pietrigno e una meridiana rotta nella notte più scura. 

Ne hanno da dire, ma non sulle pertiche del progresso, senza sbracciarsi per difendere l’ovvio e il dozzinale che regnano nelle accademie.

Recano identità duplice se non plurima e si espongono allo squilibrio e alla revoca del canone e della misura. Ma se li chiamano “dionisiaci” un sorrisetto beffardo gli si disegna in volto: lo stesso di chi non scambia le conseguenze col destino.

Le loro parole furono e sono un mosto denso, fioritura di glicine, rosso trifoglio e corona, ma né di ulivi né di spine.

Il tempo è maturo per dirigere la loro arte nel grande viaggio verso il pieno di un giorno che sconfessa sobri usi e misure discrete. La notte, poi, è un lavacro di luna e di effluvi di gelsomini, raccolti nel verso loro con impressionismo poetico.

Fuori dal domato fuoco della civiltà, crapulano con gli eccessi senza mezzibusti per convitati o nevrosi da “like” nel carnaio dei luoghi convenuti essere propalazione e vantaggio.

Gatti neri nella notte nera, selvatici e senza padrone, sono un’anomalia eteroclita e una sciagura non sventata dalla normalità. Ludici e irriverenti, iconoclasti senza piglio ideologico. Spiriti in viaggio per le calanche e le verdi praterie di un’ossessione in sodalizio con una natura aspra e refrattaria; spaiati sempre, ma non col proprio intimo, fuori orario (come il genio ginevrino libero da catene infiorate), e in accordo per un pugno di risate non villane ma abrasive dello stante e del circostante. 

Per loro una stanza può essere il pazzo caleidoscopio dell’incommensurabile universo, e la vista più ampia e sublime un chicco di grano. Non sono ideali numeri o matricole a distinguerli (come di fatto lo sono per la quiddità dei poeti di successo), non essendo assoggettati al mercato dell’uguale, ma tali da rimanere identici alla propria “protostoria” di vinti gaudenti e vincitori fuori dalle regole dettate dai vincenti. “Religione piena è il gran poema che itera amore;/ come ogni poesia dev’essere inesauribile e completa…”, con punti in cui ci si chiede perché il poeta ha “fatto questo” e soprattutto: “non si prega una menzogna, diceva Huckleberry Finn;/ né si può poetarla. È lo stesso specchio,/ che, mobile, angolato, chiamiamo poesia,/ fisso al centro,/ chiamiamo religione,/ e Dio è la poesia còlta in ogni religione – còlto, non imprigionato…”. Era un poeta sopraffino a dirlo. E quella dei poeti in ombra è poesia che rasenta la religione ma senza culti né genuflessioni, né preghiera in senso stretto, solo con un senso del sacro nudo come un’ostia e viscerale come una bruciante impellenza.

Senza vessilli, i poeti che san fare poesia, e non vessilliferi d’alcun privilegio nodale o partorito di fretta da una weltanshauung addomesticata da cataratte di grigiore e noia – che consumano come si consuma il rame alle intemperie, per poi far cogliere il “prima” nel dopo e un “dopo” senza appelli nel ricordo di ciò che era.

Non hanno giardini ma terra polverulenta e cortili bagnati di sole e fanciullezza, poesie dalle ginocchia sbucciate, prati puniti dal vento, stagni e non laghi, luoghi minori ma senza posa calati nella poesia: struggenti, solitari nella propria lotta contro la miseria di sguardo che affligge uno stupore domestico, anodino e indirizzato solo a ciò che è eclatante. 

Sono esonerati dalle guide turistiche che muovono torme di polli d’allevamento verso la letteratura dei giardini ben curati, delle aiuole fiorite e di un “genio” per la banalità che rasenta l’astrazione.

Non hanno posti in prima fila davanti ai prodigi delle eterodirette forme del far villania della poesia e chiasso del vuoto più spinto – con tanti e talmente pallidi temi circospetti e ispettivi, riverenti e ginnasti di stupidità!

Costoro non hanno l’odio di chi ride, ma quello verso chi ride per odio. Continuano a svettare fuori dalle paludate scuole di chi ossequia l’antonomasia degli “arrivati”.

Prodigano cure a dettagli minimi, hanno l’estro della sfumatura ma non imburrano la tartina, sono scostanti come specchi che rendono inverecondamente la necrosi morale di chi si pavoneggia per mestiere e lo fa sotto lo strabismo omaggiante di predicatori e giornalisti, recensori e opinionisti. 

Vedono oggi un degrado che sfiora l’infamia, pure non vendono soluzioni o abbecedari etici, semplicemente hanno cura, con pudica grazia, di ciò e di chi non si cura di quella schiera.

Posseggono una voce sottile come la pellicola di uno specchio d’acque, ma è così bello veder posarsi su di essa la libellula… Non alzano i toni nel chiasso delle opinioni e delle consorterie e hanno sorrisi simili a ferite aperte su volti di bambini.

Nessuno detta la loro agenda, nessuno li coopta né gli conferisce lauro e gloria, e forse è per questo che il loro silenzio rasenta l’arte e la loro parola tuona nel silenzio di fatto di tanti aedi da quattro soldi premiati dal peana generale. 

Sanno i veri poeti d’esser poeti, fino alla sottigliezza di dimenticarlo.

Massimo Triolo

*In copertina: Gaetano Previati, Studio per “Maternità”, 1890-91

L'articolo Poeti in ombra. Quasi un’elegia  proviene da Pangea.