Figli dell’apostasia verso gli apodittici trionfi di una ragione tiranna e
opaca, non offrono mai rosari di certezze ma rasoi di carezze – il fianco
esposto alla spina venefica di uno snobismo becero e inamidato assieme.
La loro parola è un diadema di stelle, un vagito di libertà contro il cielo
pietrigno e una meridiana rotta nella notte più scura.
Ne hanno da dire, ma non sulle pertiche del progresso, senza sbracciarsi per
difendere l’ovvio e il dozzinale che regnano nelle accademie.
Recano identità duplice se non plurima e si espongono allo squilibrio e alla
revoca del canone e della misura. Ma se li chiamano “dionisiaci” un sorrisetto
beffardo gli si disegna in volto: lo stesso di chi non scambia le conseguenze
col destino.
Le loro parole furono e sono un mosto denso, fioritura di glicine, rosso
trifoglio e corona, ma né di ulivi né di spine.
Il tempo è maturo per dirigere la loro arte nel grande viaggio verso il pieno di
un giorno che sconfessa sobri usi e misure discrete. La notte, poi, è un lavacro
di luna e di effluvi di gelsomini, raccolti nel verso loro con impressionismo
poetico.
Fuori dal domato fuoco della civiltà, crapulano con gli eccessi senza mezzibusti
per convitati o nevrosi da “like” nel carnaio dei luoghi convenuti essere
propalazione e vantaggio.
Gatti neri nella notte nera, selvatici e senza padrone, sono un’anomalia
eteroclita e una sciagura non sventata dalla normalità. Ludici e irriverenti,
iconoclasti senza piglio ideologico. Spiriti in viaggio per le calanche e le
verdi praterie di un’ossessione in sodalizio con una natura aspra e refrattaria;
spaiati sempre, ma non col proprio intimo, fuori orario (come il genio ginevrino
libero da catene infiorate), e in accordo per un pugno di risate non villane ma
abrasive dello stante e del circostante.
Per loro una stanza può essere il pazzo caleidoscopio dell’incommensurabile
universo, e la vista più ampia e sublime un chicco di grano. Non sono ideali
numeri o matricole a distinguerli (come di fatto lo sono per la quiddità dei
poeti di successo), non essendo assoggettati al mercato dell’uguale, ma tali da
rimanere identici alla propria “protostoria” di vinti gaudenti e vincitori fuori
dalle regole dettate dai vincenti. “Religione piena è il gran poema che itera
amore;/ come ogni poesia dev’essere inesauribile e completa…”, con punti in cui
ci si chiede perché il poeta ha “fatto questo” e soprattutto: “non si prega una
menzogna, diceva Huckleberry Finn;/ né si può poetarla. È lo stesso specchio,/
che, mobile, angolato, chiamiamo poesia,/ fisso al centro,/ chiamiamo
religione,/ e Dio è la poesia còlta in ogni religione – còlto, non
imprigionato…”. Era un poeta sopraffino a dirlo. E quella dei poeti in ombra è
poesia che rasenta la religione ma senza culti né genuflessioni, né preghiera in
senso stretto, solo con un senso del sacro nudo come un’ostia e viscerale come
una bruciante impellenza.
Senza vessilli, i poeti che san fare poesia, e non vessilliferi d’alcun
privilegio nodale o partorito di fretta da una weltanshauung addomesticata da
cataratte di grigiore e noia – che consumano come si consuma il rame alle
intemperie, per poi far cogliere il “prima” nel dopo e un “dopo” senza appelli
nel ricordo di ciò che era.
Non hanno giardini ma terra polverulenta e cortili bagnati di sole e
fanciullezza, poesie dalle ginocchia sbucciate, prati puniti dal vento, stagni e
non laghi, luoghi minori ma senza posa calati nella poesia: struggenti, solitari
nella propria lotta contro la miseria di sguardo che affligge uno stupore
domestico, anodino e indirizzato solo a ciò che è eclatante.
Sono esonerati dalle guide turistiche che muovono torme di polli d’allevamento
verso la letteratura dei giardini ben curati, delle aiuole fiorite e di un
“genio” per la banalità che rasenta l’astrazione.
Non hanno posti in prima fila davanti ai prodigi delle eterodirette forme del
far villania della poesia e chiasso del vuoto più spinto – con tanti e talmente
pallidi temi circospetti e ispettivi, riverenti e ginnasti di stupidità!
Costoro non hanno l’odio di chi ride, ma quello verso chi ride per odio.
Continuano a svettare fuori dalle paludate scuole di chi ossequia l’antonomasia
degli “arrivati”.
Prodigano cure a dettagli minimi, hanno l’estro della sfumatura ma non imburrano
la tartina, sono scostanti come specchi che rendono inverecondamente la necrosi
morale di chi si pavoneggia per mestiere e lo fa sotto lo strabismo omaggiante
di predicatori e giornalisti, recensori e opinionisti.
Vedono oggi un degrado che sfiora l’infamia, pure non vendono soluzioni o
abbecedari etici, semplicemente hanno cura, con pudica grazia, di ciò e di chi
non si cura di quella schiera.
Posseggono una voce sottile come la pellicola di uno specchio d’acque, ma è così
bello veder posarsi su di essa la libellula… Non alzano i toni nel chiasso delle
opinioni e delle consorterie e hanno sorrisi simili a ferite aperte su volti di
bambini.
Nessuno detta la loro agenda, nessuno li coopta né gli conferisce lauro e
gloria, e forse è per questo che il loro silenzio rasenta l’arte e la loro
parola tuona nel silenzio di fatto di tanti aedi da quattro soldi premiati dal
peana generale.
Sanno i veri poeti d’esser poeti, fino alla sottigliezza di dimenticarlo.
Massimo Triolo
*In copertina: Gaetano Previati, Studio per “Maternità”, 1890-91
L'articolo Poeti in ombra. Quasi un’elegia proviene da Pangea.