
“Pipistrelli serafini”. Per una angelologia tascabile
Pangea - Thursday, May 21, 2026Qualcuno me la indica, il soffitto della Chiesa di San Leone, a Pistoia, rigurgita di angeli settecenteschi – ora capisco perché di solito è chiusa al pubblico: per rapimento. Gli angeli ti rapiscono – finisci per sfinire in quella spirale di ali, di bocche, di braccia.
Tengono chiusa la chiesa per paura che gli angeli fuggano. Che cosa diventano gli angeli quando sono scaraventati nel mondo? Leoni? Farfalle? Ratti?
“Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” dice il Nazareno a Dio, di sé e dei suoi, nella liturgia odierna, parola dell’evangelista Giovanni. Ek tou kosmou ouk eisin. Cosa significa non essere del mondo? Cosa significa mondo? Da quale immondo bisogna mondarsi? Forse il poeta – tanto mondano da inondarsene – è il punto d’unione tra questo e l’altro mondo – forse il poeta, che si fa carico di tutte le creature (così secondo gli scriteriati criteri di Rimbaud), opera a salvezza del mondo.
Qualcuno me la indica, dico, e riconosco di non conoscerla. Minuta la figura, nobile nel velarsi. Poi, più tardi, fa una breve riflessione sull’attenzione. Sul vegliare le cose. Mi pare sia proprio questo ciò che dice: il poeta custodisce le cose. Quelle minuscole, le più fragili, le dannate dai disattenti, le disadatte. Catturare gli angeli con il retino da pesca – mi dico. Immagino angeli-libellula, angeli-zanzara, angeli-verme.
La figura che ha parlato è posta in un angolo, riposta come una collana in un astuccio. Il suo pudore – questo mi pare un tratto dell’essere – è spudorato: te lo getta lì, come una muta di cani addosso.
Molto più tardi – mesi, presumo – e poche parole snocciolate, a mo’ di becchime per attrarre gli angeli-gallo, scopriamo coincidenze topografiche. La Sicilia come terra ancestrale, Torino, Rimini. Mi manca la Toscana – se non per imperfezione parentale: vi abita una mia cugina. Grazia Frisina ha fatto l’insegnante, “si è sempre dedicata alla poesia”, leggo in uno dei tanti referti biografici. Ha pubblicato tanti libri, spesso per piccoli editori, alcuni con titoli che paiono un motto (Avrei voluto scarnire il vento; Questa mia bellezza senza legge, ad esempio) – cercateli. Gliene chiedo qualcuno – sorride – il diniego ha le formule di un volto sempreverde, che sa gemmare. Sembra pietrificata nel pudore – in realtà, è sempre nuova, è una nuova nata, ha un albero in petto.

Un giorno mi scrive – sono io a scassinare la paziente impazienza, allora – “Da bambina guardavo gli altri bambini con occhi famelici. Avrei voluto essere una ladra, una scassinatrice per strappare loro il vento che correva nel sangue e tra le loro gambe. Credevo di odiarli, in realtà li amavo; inseguendoli in irrimediabili distanze, li amavo col cuore ingolfato di rabbia e di buie paure. Ora so che i graffi incisi nel corame di quegli anni sono stati il quotidiano respiro-mutilo volo che non rinuncia, l’innesto d’un Salmo sottopelle, il vestimento più bello”. Ma dov’era, in me, questa Emily Dickinson sotto vuoto pistoiese?
Da una strettoia di frasi a metà, le sottraggo una poesia, che ricalco:
“Lasciatemi rovistare le vampe
occulte delle macerie
Lasciatemi sperperare nenie
di fedeltà al ramo del pesco spezzato
Oggi la ferita non ha il gusto della dimenticanza
Una teologia balorda scompiglia il sangue
Lasciatemi nascere figlia di voluttà
nell’inverno della tuberosa che sfocia dalla morte
o sfarzo di marina in tempesta
Rinnegate pure la mia anima – oggi
sono il suo sbaglio
lo sciame assetato”.
Creatura d’incerta predazione, ha lo sguardo tra la donnola e l’ocelot, il gattopardo delle Americhe. Ci sono poeti la cui opera sembra, da lontano, un prato: in realtà è irta di rupi, di trappole – attraversare alcune di queste opere rende al pericolo, con fibule di sangue sotto la sedia, a lettura terminata.
L’ultima volta che ho visto Grazia, mi ha sussurrato qualcosa – le reti inscalfibili della sua reticenza; le grandi ancore che in sovrappiù costruiscono metropoli sul mare.
Per parlare di angeli bisogna stare in silenzio. Poi, mi dona questo testo che, burrascoso come sempre, ricalco qui, in questa stanza. Esistono angeli-capodoglio, mira di ogni veliero; amo gli angeli-airone che nel sovrumano fanno dell’eleganza un modo di defraudare le acque dal loro spirito terreno. Un giorno sono stato assalito da visioni di angeli-lupo: la sordità dei loro inganni mi ha tenuto sveglio in una notte senza più maniglie né mercenari.
Poi, certo, c’è chi non vede – affari loro.
**
I tuoi angeli li ho visti
affacciarsi in fondo
alla mia veglia impagliati
nel nerbo della notte
Parevano
saltimbanchi della morte
Erano licantropi dal destino
di lune mancanti
pipistrelli serafini
allattati dal latte di mestruo
di verginarpie
Semenza regale era il pianto
occhi mongoli del bimbo
lui l’azzannato dall’angelo-cecchino
lui che mi partorì_dirupo
lui a voler catturare sul palmo
d’una campanula l’antica saga
dei venti sprigionati
per cantarne in ninnanne
le ballate guerriere le nomadi patrie
Sul periplo d’un solo piede
le ballò contro il fuggi fuggi
d’uomini a branchi
di cieli a brandelli
Intanto quel corvo appollaiato
su un dondolio di stelle estinte
col becco impastato a malta di schegge
vaticinando non tacque una verità
Triste apostasia sono le domeniche
senza olio santo benedette
Anche il buio è questione di fede
e tentazione perfino in tane di locuste
nel vasto di deserti e città
Per ostinazione di vita salvo
rimase il Bimbo cuore autistico
_redentore
profilo dipinto all’infinito
restò
Non di paura
ma
d’amore esultava e firmamento
il suo controtempo
in petto
Grazia Frisina
*In copertina: Guercino, Studio di un angelo, XVII secolo
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