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Catalogo di angeli e di poeti
Rainer Maria Rilke Rainer Maria Rilke scrisse di angeli, si ritirò nel castello di Muzot, che accarezzava come fosse una bestia, un cavallo. A volte lo chiamava Bucefalo, come il cavallo di Alessandro Magno – d’altronde, l’Asia prima di tutto è un’idea dai molti cuori, e ansima.  Molte donne sarebbero state disposte a morire per lui – fu lui a morire, tra dolori lancinanti: scrivere lettere al morto, a Rilke, divenne una moda, un genere letterario. Sentiva il fuoco scorrergli nelle vene, “Ti sento qui, sulla mia spalla sinistra”, gli aveva scritto Marina Cvetaeva: esiste gesto più umano di indirizzare una lettera a un morto? Conosceva le segrete del cielo, il luogo in cui sono segregate le creature celesti.  In febbraio, fu visitato da un’ispirazione implacabile, e scrisse, in tre settimane, la sua opera. In quei giorni, i cavalli uccisero a morsi i loro padroni, i lupi presero a sciamare in città, a sciogliere matrimoni e consigli. Sulla terra ancora gelata videro l’angelo agonizzare: non aveva ali, flutti di mosche uscivano dalla sua bocca. * Arthur Rimbaud Si lamentava con la madre, descriveva la noia, la minuzia del nonsenso. Fingeva. Un avventuriero francese, Jules Borelli, rifugiatosi ad Ankober, diceva che Arthur Rimbaud era “tra i viaggiatori affermati”, noto per “la pazienza implacabile”. Conosceva l’arabo e i mille rivoli dei dialetti locali; sapeva le armi, il cannibalismo, la derisione meridiana. La connaturata scaltrezza s’incagliò in una intrepida ingenuità.  Ai parenti chiedeva manuali sulle pietre, da cui voleva estrarre una qualche preziosità, e di essere sradicato dal ramo degli eredi: uomo dalle parole lapidarie, vide la lapidazione, la trafila delle iene, la lebbra. L’Africa non era una fissa, una tara, un tormento d’artista, ma un posto qualunque, l’egemonia della fuga.   Nessuno avrebbe riconosciuto in lui “l’angelo in esilio” idolatrato da Paul Verlaine – né lui, fedele alla preghiera del mattino, credeva negli angeli. Sono estinti, come le tigri dai denti a sciabola, diceva. La febbre annulla i confini tra sonno e veglia: quando gli tagliarono la gamba balbettò località dai nomi inauditi, necessarie per la geografia degli agiografi.  Nelle fotografie, il volto è invisibile, un puro buco nero – o bianco. Questo è un segno.  * Un angelo Il primo angelo, il primogenito, non ha volto: ogni fessura è cucita – palpebre, labbra, occhi, orecchie. Non sente e non sospira. Non ha naso.   Il primo angelo, il primigenio, non ha braccia, non ha gambe; non si muove e non sa di avere fratelli.  Probabilmente, è bianco. Sembra un sacco: a rovesciarlo – ma bisogna trovare il nodo esatto della cucitura – escono frotte di stelle, miriadi.   * Robert Graves Eppure, aveva un viso da Alessandro Magno e Ava Gardner – vincendo il terrore di mostrarsi in pubblico, rovinata nella vita – lo pianse: pioveva, quel giorno, a Londra, e sul suo ombrello era disegnato un airone.  Il poeta sbalordiva per entusiasmo: sullo stipite della sua casa, a Maiorca, aveva scritto parole di protezione, irreversibili. Si lamentava che un poema non fosse più sufficiente a inebetire i re, a far camminare una foresta. Di ogni cosa si premurava di sapere il nome segreto. Perfino Borges, spaventato, finì per imboccarlo – il poeta sbavava e la moglie – l’ennesima – gli puliva la bocca con uno straccio. Forse era quella la rivelazione.  Perché funzioni, occorre che la poesia sia un nodo. * Fernanda Romagnoli La sala da pranzo ha una coerenza primigenia, ma tutti sanno che la coltre della quiete cela un giaguaro.  Quante volte mediti di soffocare il marito, quanta Amazzonia giace in un’assenza? La felicità è fotografica, sempre: cioè, falsa all’infinito.  Nessuno poteva ignorare Fernanda Romagnoli, i premi non limarono la sua ritrosia, la nobiltà degli intempestivi – che non la capissero è puro vanto, un gioiello.  Le piaceva addentare il cuore, aveva una scatola di spilli sotto il letto.  * Un angelo Ha il corpo da ragno e dieci zampe: avvelena il giorno, che cammina sonnambulo, con le gambe gonfie e viola.  Di sera racchiude in un bozzolo le case. Raggelati, gli uomini si siedono con i polsi aperti. Dalle zanne l’angelo tesse la tela che ha un suono, un canto. * Un angelo Preferisce stare sdraiato sugli alberi. Gli uccelli notturni fanno un nido sul suo petto e ne è grato. Il gufo gli strappa gli occhi e il naso: è geloso perché le ali dell’angelo sono cangianti, come l’aurora boreale. Di solito, il serpente si acciambella nell’iride, o lungo il palato.  * Anna Achmatova Estrae le poesie da una candela, occhio che veglia sulla stanza.  Da quando Modigliani la ha disegnata con un tratto, distesa, molti anni prima, il divano è il suo pulpito, il simulacro. Certo, desidera essere venerata: il cognome – fittizio – tradisce una discendenza tartara: Anna sa mordere, all’occorrenza, strappare la faccia con i denti petrarchisti.  Le piace che mangino dalle sue mani: passeri, vecchie curve di prigionia, amanti, è lo stesso.  * Joseph Gries Per anni le inviò la stessa poesia – credeva che la ripetizione, antistante all’immobilità, fosse il regno delle cose eterne, monde. Era nato in Scozia: nel cimitero della chiesa, prossima all’oceano, pascolavano le pecore.  Gli piaceva l’idea di pubblicare un unico libro con un’unica poesia e svariati patimenti; incontinente, ne scrisse molti, il più noto s’intitola Come rettili della terra.  Insegnò letteratura scandinava a Tokyo, sapeva costruire case sugli alberi – un’intraprendenza di cui si vantava. Nei giorni di pioggia squadernava alcuni bicchieri sulla soglia; adorava il rumore, una sinfonia, quei calici di cristallo gli sembravano le bocche di tanti uccelli neonati. Nessuno si è preoccupato di ristamparlo. Viveva con quattro mogli, aveva divorziato da tutte. Di notte diceva di tramutarsi in volpe e di soddisfare le consorti dei vicini di casa. Era certo di non morire, preferiva il gelo che, era certo, costringe alla verità.  * Un angelo Ha dieci ali: su ciascuna è istoriata una tigre. È l’angelo dell’assedio e dell’assalto, l’angelo mercenario, l’angelo che macella i nemici fino a un filo di sabbia.  A volte ha l’eleganza screziata dei pavoni, dei quali, in effetti, preferisce la compagnia.  Non parla e uccide chi lo pretende come scorta. Eppure, tra tutti conosce l’arte d’amare.   * Wallace Stevens Impeccabile, vuole la tavola apparecchiata per sette, ama quel numero: si specchia sulla lama del coltello. La sua idea di armonia non esclude l’ecatombe, vede angeli ovunque – uno, dice, si è accucciato in un angolo del soffitto.  La casa ha alte finestre verticali che danno sui boschi – studia, con ammirazione, il punto esatto in cui il giorno diventa notte, lo start, l’ordine, il rubinetto intasato. In estate si dilatano spirali di api, come cronache bizantine.  Da ragazzo praticava la boxe, oggi non esce di casa senza la cravatta. Le sue terzine raggelano, piene di tagliole e tagliagole. I lupi, di sera, trottano intorno alla villa, sono blu: lui, Wallace, potrebbe divorarli tutti, la notte lo rende un Ciclope.  * Un angelo Dai suoi occhi salpano navi per il rio delle Amazzoni; conosce la gelosia – ricordo pericolante di quando fu uomo – e appoggia il pugno sinistro in Antartide.  Sul palato dell’angelo attecchisce una comunità che parla in dialetto: le case hanno tetti spioventi e grondaie a forma di drago.  È privo di volontà, ma non sa a chi obbedire – un’ira sonora lo rende vigile, conferendo alla sua bocca una bellezza da seduttore.  * È celebre l’analogia tra angeli e nuvole: non esiste angelo che non abbia la propria nuvola. Chi guarda le nuvole ausculta i sussurri dell’angelo, che è sempre di schiena.  * Ossessionato dalle finestre – che gli sembrano, probabilmente, la parola di Dio – è invitato a infrangerle. Il viale è sotto tiro dell’angelo: dietro ogni finestra gli sembra di vedere se stesso ragazzo – ma esiste un’infanzia anche per gli angeli? Le case, si sa, sono cannocchiali.  Solo il rumore delle finestre infrante, pari alla pioggia, lo placa.  *In copertina: Giovanni Battista Tiepolo, “La caduta degli angeli ribelli”, 1712/15; nel testo: angeli della famiglia Tiepolo L'articolo Catalogo di angeli e di poeti proviene da Pangea.
August 12, 2026 / Pangea
“Pipistrelli serafini”. Per una angelologia tascabile
Qualcuno me la indica, il soffitto della Chiesa di San Leone, a Pistoia, rigurgita di angeli settecenteschi – ora capisco perché di solito è chiusa al pubblico: per rapimento. Gli angeli ti rapiscono – finisci per sfinire in quella spirale di ali, di bocche, di braccia.  Tengono chiusa la chiesa per paura che gli angeli fuggano. Che cosa diventano gli angeli quando sono scaraventati nel mondo? Leoni? Farfalle? Ratti?  “Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” dice il Nazareno a Dio, di sé e dei suoi, nella liturgia odierna, parola dell’evangelista Giovanni. Ek tou kosmou ouk eisin. Cosa significa non essere del mondo? Cosa significa mondo? Da quale immondo bisogna mondarsi? Forse il poeta – tanto mondano da inondarsene – è il punto d’unione tra questo e l’altro mondo – forse il poeta, che si fa carico di tutte le creature (così secondo gli scriteriati criteri di Rimbaud), opera a salvezza del mondo.  Qualcuno me la indica, dico, e riconosco di non conoscerla. Minuta la figura, nobile nel velarsi. Poi, più tardi, fa una breve riflessione sull’attenzione. Sul vegliare le cose. Mi pare sia proprio questo ciò che dice: il poeta custodisce le cose. Quelle minuscole, le più fragili, le dannate dai disattenti, le disadatte. Catturare gli angeli con il retino da pesca – mi dico. Immagino angeli-libellula, angeli-zanzara, angeli-verme.  La figura che ha parlato è posta in un angolo, riposta come una collana in un astuccio. Il suo pudore – questo mi pare un tratto dell’essere – è spudorato: te lo getta lì, come una muta di cani addosso.  Molto più tardi – mesi, presumo – e poche parole snocciolate, a mo’ di becchime per attrarre gli angeli-gallo, scopriamo coincidenze topografiche. La Sicilia come terra ancestrale, Torino, Rimini. Mi manca la Toscana – se non per imperfezione parentale: vi abita una mia cugina. Grazia Frisina ha fatto l’insegnante, “si è sempre dedicata alla poesia”, leggo in uno dei tanti referti biografici. Ha pubblicato tanti libri, spesso per piccoli editori, alcuni con titoli che paiono un motto (Avrei voluto scarnire il vento; Questa mia bellezza senza legge, ad esempio) – cercateli. Gliene chiedo qualcuno – sorride – il diniego ha le formule di un volto sempreverde, che sa gemmare. Sembra pietrificata nel pudore – in realtà, è sempre nuova, è una nuova nata, ha un albero in petto.  Un giorno mi scrive – sono io a scassinare la paziente impazienza, allora – “Da bambina guardavo gli altri bambini con occhi famelici. Avrei voluto essere una ladra, una scassinatrice per strappare loro il vento che correva nel sangue e tra le loro gambe. Credevo di odiarli, in realtà li amavo; inseguendoli in irrimediabili distanze,  li amavo col cuore ingolfato di rabbia e di buie paure. Ora so che i graffi incisi nel corame di quegli anni sono stati  il quotidiano respiro-mutilo volo che non rinuncia,  l’innesto d’un Salmo sottopelle, il vestimento più bello”. Ma dov’era, in me, questa Emily Dickinson sotto vuoto pistoiese?  Da una strettoia di frasi a metà, le sottraggo una poesia, che ricalco: “Lasciatemi rovistare le vampe occulte delle macerie Lasciatemi sperperare nenie di fedeltà al ramo del pesco spezzato Oggi la ferita non ha il gusto della dimenticanza Una teologia balorda scompiglia il sangue Lasciatemi nascere figlia di voluttà nell’inverno della tuberosa che sfocia dalla morte o sfarzo di marina in tempesta Rinnegate pure la mia anima – oggi  sono il suo sbaglio lo sciame assetato”. Creatura d’incerta predazione, ha lo sguardo tra la donnola e l’ocelot, il gattopardo delle Americhe. Ci sono poeti la cui opera sembra, da lontano, un prato: in realtà è irta di rupi, di trappole – attraversare alcune di queste opere rende al pericolo, con fibule di sangue sotto la sedia, a lettura terminata.  L’ultima volta che ho visto Grazia, mi ha sussurrato qualcosa – le reti inscalfibili della sua reticenza; le grandi ancore che in sovrappiù costruiscono metropoli sul mare.  Per parlare di angeli bisogna stare in silenzio. Poi, mi dona questo testo che, burrascoso come sempre, ricalco qui, in questa stanza. Esistono angeli-capodoglio, mira di ogni veliero; amo gli angeli-airone che nel sovrumano fanno dell’eleganza un modo di defraudare le acque dal loro spirito terreno. Un giorno sono stato assalito da visioni di angeli-lupo: la sordità dei loro inganni mi ha tenuto sveglio in una notte senza più maniglie né mercenari.  Poi, certo, c’è chi non vede – affari loro.  ** I tuoi angeli li ho visti affacciarsi in fondo  alla mia veglia impagliati  nel nerbo della notte Parevano  saltimbanchi della morte Erano licantropi dal destino  di lune mancanti pipistrelli serafini  allattati dal latte di mestruo  di verginarpie Semenza regale era il pianto occhi mongoli del bimbo lui l’azzannato dall’angelo-cecchino lui che mi partorì_dirupo lui a voler catturare sul palmo  d’una campanula l’antica saga  dei venti sprigionati per cantarne in ninnanne le ballate guerriere le nomadi patrie Sul periplo d’un solo piede  le ballò contro il fuggi fuggi  d’uomini a branchi di cieli a brandelli  Intanto quel corvo appollaiato  su un dondolio di stelle estinte col becco impastato a malta di schegge vaticinando non tacque una verità Triste apostasia sono le domeniche senza olio santo benedette Anche il buio è questione di fede e tentazione perfino in tane di locuste nel vasto di deserti e città Per ostinazione di vita salvo rimase il Bimbo cuore autistico  _redentore profilo dipinto all’infinito  restò Non di paura  ma d’amore esultava e firmamento  il suo controtempo in petto Grazia Frisina *In copertina: Guercino, Studio di un angelo, XVII secolo L'articolo “Pipistrelli serafini”. Per una angelologia tascabile proviene da Pangea.
May 21, 2026 / Pangea
“E gli angeli del cielo discesero sulla terra”. Esasperato esoterismo: intorno all’“Oahspe”, una nuova bibbia
Il libro fu presentato il 20 ottobre del 1882, al civico 128 della trentaquattresima strada, New York. Era la casa di un dentista, John Ballou Newbrough; il secondo nome, Ballou, gli era stato dato in memoria di Hosea Ballou, il teologo della chiesa universalista. Newbrough era nato il 5 giugno del 1828 in Ohio, nella fattoria di famiglia; il padre, William, era un uomo duro: sfamava i sei figli con i frutti della sua terra. Abile coltivatore, faceva scoccare la cinghia sul corpo di John per sedarne le ‘visioni’: il ragazzino era dotato del dono della profezia. Si dice avesse fatto fortuna in California, setacciando oro, poco più che ventenne. Aveva studiato al Cincinnati Dental College: lo zio dirigeva un manicomio, la madre, di origine svizzera, aveva un cuore trepidante, propenso al fervore mistico.  Ma torniamo all’ottobre del 1882. Il libro aveva un titolo-totem, allo stesso tempo enigmatico e astruso, Oahspe: nel glossario annesso al tomo, l’autore spiegava che il neologismo voleva dire “Cielo, terra (corpo) e spirito. Il tutto; la somma della sapienza corporale e spirituale”. Il tutto – e il nulla.  Il sottotitolo dell’Oahspe amplificava le nebbie. Il libro era presentato come “una Nuova Bibbia” che divulgava le “Parole di Jehovih e dei suoi Angeli Ambasciatori”. Era lì squadernata – così sproloquiava il titolo –: “La sacra storia del dominio degli esseri celesti e inferi sulla terra da ventiquattromila anni con una sinossi della cosmogonia dell’universo, la creazione dei pianeti, la creazione dell’uomo, parole inaudite intorno alla gloria e all’opera degli dei e delle dee degli eterei cieli con i nuovi comandamenti di Jehovih all’uomo…”. Il libro era stampato a New York e a Londra da una fantomatica Oahspe Publishing Association.  Non era il primo libro pubblicato da John Newbrough. Nel 1855 aveva provato – con poco successo – il romanzo: The Lady of the West, or the Gold Seekers narrava una storia d’amore all’epoca della corsa all’ora. Era tornato quell’anno negli States dopo aver viaggiato per il globo; l’amore con Rachel Turnbull, la sorella del suo socio in affari, durò un ventennio, per l’arco di tre figli. John, che aveva aperto uno studio dentistico e New York, finì per invaghirsi della sua assistente, Frances, di trent’anni più giovane, da cui ebbe una figlia, Jone ‘Justine’: la moglie lo cacciò di casa. Era un uomo di genio, che deteneva diversi brevetti: uno di questi, per un fissante per denti molto più economica di quello in vogo, lo fece scontrare con un colosso, la Goodyear Rubber Co. Inventò un ventilatore, un attrezzo per esercizi ginnici, un mezzo ferroviario, un metodo per costruire denti artificiali. Non è raro, negli States, che una mente ‘scientifica’ si associ all’eccedenza mistica.  Quanto all’Oahspe, aveva cominciato a redigerlo nel 1880, ascoltando le ‘voci’, secondo i criteri della scrittura automatica. Così, in una lettera spedita nel 1883 al direttore della rivista spiritualista “Banner of Light”, spiegò l’evento: > “Implorai la luce del Cielo. Non volevo più comunicare con amici o parenti, > desideravo imparare qualcosa del mondo spirituale, cosa facessero gli angeli, > quale fosse il destino dell’universo… Mi fu detto di procurarmi una macchina > per scrivere, di scrivere come se suonassi un pianoforte. Mi applicai per > imparare, con scarso successo… Una mattina, una luce colpì le mie mani, gli > angeli che fino a quel momento avevano cercato di istruirmi si avvicinarono > alla macchina scrivendo con grande vigore per circa quindici minuti. Mi fu > imposto di non leggere ciò che era scritto, obbedii con riverenza. La mattina > dopo, poco prima dell’alba, lo stesso potere tornò e scrisse, di nuovo… Per > cinquanta settimane le cose accaddero in questo modo, ogni mattina, mezz’ora > prima dell’alba. Poi tutto finì e mi fu detto di pubblicare il libro chiamato > ‘Oahspe’”.  Il libro era costellato da geroglifici, opera dell’autore – o meglio, degli autoritari autori del testo – ad amplificare l’astrale stranezza di quel linguaggio ignoto. La “Nuova Bibbia” procedeva per novecento pagine, suddivisa in diversi libri: in uno di questi, First Book of God, si parla di “una generazione di Luce scaturita da Zarathustra”, che avrebbe dato vita all’impero cinese, deviando dagli insegnamenti del creatore: “Ad Han fu chiesto: Un uomo non deve adorare l’Invisibile? E lui rispose: Adorare una pietra è meglio, perché la vedi.  Han disse: Non adorate con le parole, ma con le opere; la preghiera non è che il grido della propria debolezza.  Se esiste una Luce invisibile, farà a suo modo: che senso ha pregare? Riti e cerimonie in Suo favore sono mania di folli. Riti e cerimonie per i nostri antenati sono scusabili. Le loro anime fluttuano, i riti le placano”.   Un giornalista del “New York Times” accorse all’evento. Scrisse che il “dottor Newbrough è uno spiritualista da circa dodici anni. Nativo dell’Ohio, pratica come dentista”. Scrisse di un uomo “dalla stazza imponente, con occhi scuri e penetranti, che si muove con peculiare lentezza”. All’evento erano convenute diverse persone. Il giornalista sfogliò una copia del libro: al Book of Jehovih segue il Book of Sethantes, il Book of Ah’shong, Son of Jehovih, il Book of Aph. La struttura dell’Oahspe è labirintica, spesso contraddittoria: al creatore assoluto – Jehovih, che è poi un modo per dire Jahvè o Geova – seguono, in gregarie dinastie, divinità minori, ‘cadute’, e cosmogonie in disastro. I libri di dottrina morale – Book of Judgment; Book of Discipline – che predicano un generico irenismo, una generica ‘ricerca interiore’, una super-religione che superi secolari dissidi, una ‘forma’ che sovrasti i formalismi rei di scisma e di guerre religiose, promuovendo una dieta ferrea, vegetariana, sono meno interessanti dei libri ‘mitologici’. In uno di questi, il Book of Saphah, si accenna a regni perduti – Pan, “un continente nell’Oceano Pacifico, sommerso circa 25mila anni fa” – e a linguaggi smarriti. Nella lingua dell’Oahspe la facoltà profetica, “la capacità di vedere o udire gli angeli”, si dice Su’is.  Il giornalista non virò dal vero: “A un osservatore, questa Bibbia pare una rivisitazione di testi indiani e fedi semitiche. Lo stile è in parte moderno in parte ancestrale, quasi che la Bibbia di Re Giacomo e quella cristiana si siano fuse nell’inglese dei nostri giorni”. Il pezzo uscì sul “NY Times” tra i fatti curiosi, in taglio basso; titolo: “Un volume ‘ispirato’ racconta 24mila anni di storia”.  Non è inutile ricordare che la Società Teosofica di Madame Blavatsky era nata proprio a New York qualche anno prima, nel 1875. Con qualche talento, John Newbrough aveva miniato il suo libro regolandosi sui testi gnostici, sui dialoghi buddisti, sul rigore assertivo della rivelazione coranica.  La “Nuova Bibbia” ebbe un suo, pur modesto, esito. Nel 1884 Newbrough, insieme a un facoltoso mecenate del New England, fondò una colonia a Las Cruces, nel New Mexico; gli si fecero attorno una ventina di accoliti. Edificarono scuole per i bambini orfani. Chi confida nell’Oahspe come testo chiave della propria ricerca interiore – Newbrough in questo è chiaro: il libro che gli è stato ‘rivelato’ deve essere ‘superato’ dalla singolare capacità di ciascuno – si chiama Faithist. Così è spiegato il neologismo nel glossario redatto da Newbrough: “Faithist è colui che ha fede in Jehovih, l’essere che è al di sopra e all’interno di ogni cosa; è colui che lavora per entrare in sintonia con Jehovih, operando per il bene del prossimo, sforzandosi di abbandonare l’egoismo”.  La comunità di Las Cruces, “Shalam Colony”, fu decimata da un’epidemia di influenza, nel 1891. Anche il maestro, Newbrough, morì, era il 22 aprile. Sporadici gruppi di Faithist nacquero nello Utah e in California, a Anaheim, in Colorado e in Oregon; alcuni si coalizzarono in Olanda e in Australia. Un “Circle of Jehovih’s Word” promuove ancora oggi l’Oahspe come testo per la liberazione interiore, con parole di fatua intensità: “L’Oahspe instilla insegnamenti che equilibrano il mondo visibile con quello invisibile, come la sapienza dei Nativi sul rispetto degli spiriti della terra, del cielo e delle acque. Insegna che la vita è interconnessa e che gli esseri umani hanno la responsabilità di vivere in pace tra loro e con il mondo che li circonda”. Dall’Oahspe hanno tratto un lezionario e un salterio che viene ‘pregato’ ogni giorno.  L’aspetto ‘etico’, tuttavia, è infimo rispetto a quello ‘visionario’, il più interessante dell’Oahspe. Più che alla Bibbia – di cui scimmiotta il ritmo – l’Oahspe, nei sui lati fecondi, rimanda a William Blake, ai canti persiani reinventati dagli orientalisti inglesi, è il preludio ai racconti magmatici di H.P. Lovecraft. Allo stesso modo, l’Oahspe fonde il talento ‘commerciale’ statunitense all’esotismo europeo, la chiromanzia e il brevetto, l’estremo razionalismo con l’assoluta irrazionalità, Edgar Allan Poe e l’esotismo di Jean-Léon Gérôme. Per queste ragioni, l’Oahspe, testo che altrimenti fluttua tra la dimenticanza e l’oblio, affascinò un poeta come David Gascoyne, che ne disse come del “Libro più stupefacente mai scritto in inglese” (in: D. Gascoyne, Selected Prose 1934-1996, Enitharmon, 1998). L’esagerazione era appropriata al suo carattere ‘apocalittico’: sodale – per un po’ – dei Surrealisti, seguace di Benjamin Fondane – a cui faceva filosofiche visite notturne – era ritenuto un redivivo Rimbaud e aveva tradotto, a tradimento, Friedrich Hölderlin. Usava l’Oahspe come oppiaceo lirico, per galvanizzare i suoi versi, tra l’altro bellissimi – per un po’, si credette investito di un compito messianico, per un po’ lo reclusero al Whitecroft Hospital, sull’Isola di Wight, dopo l’ennesimo crollo mentale. Del dio, nel libro, il poeta riconobbe la carcassa: squittiva il vento in quell’ossario, faceva bei suoni, che inorgoglivano le orecchie, davano in sfoggio d’aquile. Era sufficiente.   *** Oahspe 1 Il Creatore, Jehovih, creò l’uomo e gli disse: Affinché tu sappia che opera della Mia mano sei, sapienza ti ho concesso e potere e dominio. Questa fu la prima era.  2 Ma l’uomo era fragile, camminava sul ventre e non capiva la voce dell’Assoluto. E Jehovih chiamò i suoi angeli, gli antichi della terra, e disse loro: Andate, sollevate l’uomo, che sia eretto, e consegnatelo al sapere.  3 E gli angeli discesero dal cielo alla terra e sollevarono l’uomo. E l’uomo errò sulla terra. Questa è detta seconda era.  4 Jehovih disse agli angeli che scortavano l’uomo: Ecco, l’uomo si è moltiplicato sulla terra. Radunate gli uomini, insegnate loro a vivere in città, a forgiare nazioni.  5 E gli angeli di Jehovih insegnarono ai popoli della terra a vivere insieme in città e nazioni. Questa è la terza era.  6 Fu in quel tempo che la Bestia (il sé) si impennò davanti all’uomo e gli parlò dicendo: Possiedi ciò che vuoi perché tutto è tuo e ti obbedisce.  7 E l’uomo obbedì alla Bestia e la guerra dilagò nel mondo. Questa è la quarta era.  8 Ma l’uomo ammaccato nel cuore si ammalò e reclamò la Bestia e gli disse: Tu hai detto: Possiedi ciò che vuoi perché tutto è tuo e ti obbedisce. Ora, guerra e morte mi accerchiano. Ti prego, insegnami la pace! 9 Ma la Bestia disse: Non a portare la pace sulla terra sono venuto, ma a portare la spada. Sono venuto a mettere discordia tra il figlio e suo padre, tra la figlia e sua madre. Qualunque cosa tu vuoi per cibo, prendila, sfamati, che sia carne o pesce, non pensare al domani.  10 E l’uomo mangiò carne e fu carnivoro e l’oscurità lo avvolse: non udì più la voce di Jehovih e smise di credere in Lui. Questa è la quinta era.  11 E la Bestia spalancò le sue quattro enormi teste e fu padrona della terra. E l’uomo si prostrò, e l’uomo si mise in adorazione.  12 E i nomi delle quattro teste della Bestia erano: Bramino, Buddista, Cristiano, Musulmano. E si divisero la terra, la spartirono fra loro e scelsero eserciti per mantenere le proprie proprietà.  13 I Bramini avevano sette milioni di soldati, i Buddisti venti milioni, i Cristiani sette milioni, i Musulmani due milioni – loro mestiere era uccidere gli uomini. E l’uomo dedicò parte della vita alla guerra e alla proliferazione di eserciti e l’altra parte alla dissolutezza – era schiavo della Bestia. Questa fu la sesta era.  14 Jehovih disse all’uomo desisti dal male, ma l’uomo non lo ascoltava. L’astuzia della Bestia aveva trasformato la carne dell’uomo e la sua anima si era nascosta in una nube – l’uomo amava il peccato.  15 Jehovih allora chiamò i suoi angeli e disse: Scendete ancora sulla terra, dall’uomo, che ho creato perché dalla sua terra traesse godimento e dite all’uomo: Così dice Jehovih: 16 la settima era è prossima. Il tuo Creatore comanda la conversione: da uomo carnivoro e violenta diventa erbivoro, vivi in pace. Le quattro teste della Bestia saranno eliminate, la guerra sedata 17 i tuoi eserciti saranno sciolti e da quel momento non esisterà più la guerra perché questo comanda il tuo Creatore.  18 Non avrai alcun Dio né Signore né Salvatore oltre a Jehovih, colui che ti ha creato! Adorerai soltanto lui, di ora in ora, da ora e per sempre. Io precedo le mie creazioni, sono autosufficiente 19 e a tutti quelli che si separano dal dominio della Bestia, stipulando patti con me, darà il mio regno 20 e costoro saranno detti eletti: il patto e le opere li faranno miei sulla terra, Fedeli saranno chiamati, 21 ma chi ha stipulato patti con la Bestia, sarà chiamato Uziano che significa distruttore. E d’ora in poi ci saranno due categorie di genti sulla terra: Fedeli e Uziani.  22 E gli angeli del cielo discesero sulla terra, apparvero all’uomo, a centinaia, a centinaia di migliaia, e parlarono come parla un uomo, e scrissero come scrive un uomo, insegnando le parole dette da Jehovih.  23 E nel trentesimo anno, gli Ambasciatori delle angeliche schiere rivelarono all’uomo, nel nome di Jehovih, i Suoi regni celesti; resero note le Sue superbe creazioni per la resurrezione dei popoli della terra.  24 Oahspe, immacolato libro, insegna ai mortali come ascoltare la voce del Creatore e vedere i Suoi cieli, nella consapevolezza, mentre sono ancora vivi; che conoscano il luogo e la condizione che li attende dopo la morte.  25 Né tali rivelazioni dell’Oahspe sono del tutto nuove ai mortali: le stesse cose sono state rivelate a molti che vivono a grande distanza l’uno dall’altro, privi di contatti tra loro.  26 Poiché questa luce è onnicomprensiva, abbraccia cose corporee e spirituali, ed è chiamata era del Kosmon. Poiché si riferisce alla terra, al cielo e allo spirito si chiama Oahspe.  * Libro di Osiris, Figlio di Jehovih 1 E ora giunse Osiride, Figlio di Jehovih. A lui, sul suo trono a Lowtsin, nell’etereo mondo, dove il suo regno per centomila anni aveva illuminato molte stelle corporee, giunse la Voce, Jehovih il Grande, lo Spirito di ogni cosa, e disse: 2 Osiride! Osiride: Figlio mio, lascia gli immortali mondi, artiglia la peritura terra nel tuo volo obliquo; e proclama, con lo scettro levato, te stesso, l’Uno, il Dio che comanda. Come un padre indulgente cammina accanto al figlio, guardandolo con tenerezza e offrendogli i suoi consigli, così io, tramite i miei Dèi e i miei Capi, ho persuaso la rossa stella per molte migliaia di anni. Ma come un padre saggio si rivolge al figlio reietto, ormai in età, e gli ordina cosa deve o non deve fare, così io, tramite te, devoto figlio, stendo la mano sulla terra e sui suoi cieli.  3 Giace sepolta nell’abisso, resa all’anarchia, manovrata da falsi dèi e falsi principi, che devastano con la guerra i suoi cieli e riversano sul suo suolo milioni di spiriti della tenebra, che soltanto il crimine sazia. Come tronchi alla deriva su un oceano che ribolle, così gli spiriti dei morti si levano dalla terra al cielo per essere nuovamente precipitati.  […] 9 Come una stella si nutre del mutare delle stagioni, così Jehovih guidò l’orda dei suoi Serpenti per conferire agli eterei regni una vita infinita, che sappiano la gioia del mutamento, la gloria dello spirito.  […] 11 …Ecco, la razza dei Ghan, pianificata da Jehovih fin dalla fondazione del mondo, ora si erge trionfante sulla terra.  12 Non come agnelli sono i Ghan, ma indomiti leoni, nati per la conquista, con seme di sapienza che ragiona e disarticoli ogni cosa, che ha fede e potenza – ma non pone fiducia in Jehovih. Come un uomo che ha due figli, il primo vuoto di passioni, esangue, l’altro incessante in malizia, desideroso di delitti, delirante in distruzione, così sono I’hin e Ghan. Quando muoiono, gli I’hin vanno come agnelli là dove gli è ordinato; i Ghan, ancora pieni di ira, si ostinano a deridere ogni potere. Anime ben forgiate, maestose a vedersi, tornano sulla terra e fondano un regno celeste nell’oscurità – vendetta trama nei loro atti.  13 Con fragore distruggono i deboli regni dei Signori, li spogliano dei loro sudditi, proclamano il cielo in terra. Per questo, le sventurate anime dei cieli inferiori, sedotte, fuggono la resurrezione per tornare dai mortali, e vengono fissati in feri, chiusi a ogni luce.  14 E i mortali si abbandonarono a compiere la volontà degli spiriti delle tenebre, facendo desolazione della festa.  * Libro della Disciplina Discorso di Dio sull’amore 1 E verranno a chiederti: Cosa ci dici di chi è sposato e ha figli? Ameranno forse costoro così tanto la comunità e il regno di Jehovih da mettere da parte il loro amore filiale, affidando i loro figli a qualcun altro, giorno e notte? 2 Tu risponderai loro: No, in pienezza il loro amore si manifesta nei piccoli. E lo testimonia chi ha figli quando adotta un trovatello o un orfano, inglobandolo nella famiglia, senza parzialità. Questo è il più alto carisma dell’uomo: essere imparziale nell’amare.  3 Non per limitare l’amore ma per moltiplicarlo, come fa Dio, che abbraccia tutte le genti; così i vari membri della fraternità lavoreranno con Dio e i suoi santi angeli, per gloria di Jehovih.  *In copertina: uno dei disegni che costellano Oahspe L'articolo “E gli angeli del cielo discesero sulla terra”. Esasperato esoterismo: intorno all’“Oahspe”, una nuova bibbia  proviene da Pangea.
August 4, 2025 / Pangea