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La babbuina e il babbeo: Gilda ed Enoch, o della scim(m)unitudine
Si potrebbe giudicare paradossale l’idea di accostare autori così distanti come il piemontese – ma nato a Pola – Giovanni Arpino e la statunitense del profondo sud Flannery O’Connor, che nulla hanno in comune se non il fatto che sono scrittori – confesso, da me amati – di romanzi e racconti. Ed è proprio tra le novelle dell’uno e dell’altra, in cui, per una non cercata coincidenza, imbattendomi in loro, ho scorto una sorta di estrose connessioni. Mi si conceda la libertà, magari poco esegetica ma da appassionata lettrice, di dare l’abbrivio a una serie di personalissime osservazioni. O soltanto semplici suggestioni. Si tratta de La Babbuina[1] (1967) di Giovanni Arpino, e di Enoch e il gorilla[2] (1952) di Flannery O’Connor. La prima è una triste e surreale storia moderna, la seconda s’inscrive in uno scenario tra il realistico e il grottesco. In entrambe le narrazioni si parla di bestialità nel suo liminale, e mai concluso, rapporto con l’umanità. I personaggi infatti sono degli scimpanzè: da un lato c’è una scimmietta, dall’altro un (finto) gorilla.   Nel racconto del bravo e favoloso e purtroppo dimenticato Giovanni Arpino, il nome attribuito alla protagonista Babbuina è Gilda: per antifrasi, quasi un rimbalzo ironico, all’altra più nota Gilda dell’omonimo film diretto da Charles Vidor (1946), seducentemente interpretato da Rita Hayworth; la nostra però non ha niente della prorompente fisicità dell’attrice, icona di sensualità e irrequietezza. Appena un dettaglio di labile prossimità c’è fra loro: entrambe sono state comprate dai rispettivi mariti. Ammaestrata ad annullarsi, soggiogata la sua natura ferina, la scimmietta è un buon affare per l’uomo che, dopo averla scovata in un decadente circo, l’addomestica tanto da umanizzarla, al fine di averla al suo servizio, proseguendo in tal modo, nella sua casa, stabilmente in trappola, la sua cattività. Egli, divenuto marito, con ostentazione tutta virile, da sovrano domatore, e con la risoluta gonfiezza d’un io gretto e cinico, ne parla in prima persona.  … corpicino setoloso e gracile… povero mucchietto d’ossa: è una cosa, Gilda, una nullaggine, una povera diavola. Ed essendo robusta, sana, accuratissima dagli orecchi alla punta della coda… è tollerata nella bruttura del suo aspetto e nella sua pochezza mentale soprattutto perché non ha i difetti delle altre donne, le precedenti mogli, le tre streghe, petulanti, piagnucolose, spendaccione, inoltre non gli turba l’equilibrio delle giornate, del lavoro. Lei non disturba, rapida, meglio di una serva, nel rispondere. Con docilità e servizievole affabilità, con una premura d’incondizionata e disinteressata amabilità, asseconda ogni richiesta, che sia un’esigenza o un capriccio. Tutta sollecitudine. In lei non covano malizie, menzogne, aggressività, né pretese, nessuno sparuto uzzolo, nessun sentimento di odio e di possesso. Gilda: una fusione di virtù e mansuetudine.  La sposa Babbuina: uno scialbo vivere, sommesso e sottomesso. Albrecht Dürer, Vergine e Bambino con la scimmia, 1498 Lui, il maschio, il coniuge, padrone vampiro, gongola nella sua sovranità nonché nel suo furbesco calcolante buonismo: la tiene con sé senza partecipazione emotiva, in un’intimità che non è familiare confidenza, fratellanza, né affettuosa attenzione, la signoreggia in quanto suo prodotto, un mero oggetto, funzionale al suo egoico benestare. Una compiaciuta tirannia la sua che non lesina, di tanto in tanto, una melliflua pietà, una ipocrita forzata gentilezza, mischiata a una non rattenuta repulsione. > Forse, se sogna, torna con la mente al circo, ai suoi esercizi, quando la > vestivano da nonna che sferruzza, da pagliaccio che rotola, da marinaio che va > in bicicletta, da cameriera che serve a tavola… Oppure, come è più probabile, > sogna il suo amore, cioè me. Perché anche di notte la sua mano mi cerca. > S’accontenta di un tocco leggero, io avverto quei suoi polpastrelli così > delicati e subito reagisco irrigidendo il muscolo della spalla[3]. Lei, del tutto annichilita, non possiede la parola, la parola per esprimersi, per nominare, per domandare, quella che può soccorrere; dispone non altro che di un solo scimmiesco balbettio – Biba – di una lallazione di bimba-babbuina, e di una qualche lacrimuccia, fiamma di non-parola, ingoiata per sete d’affetto. > Appena l’ho sgridata, però, mi pento subito. Lei si rincantuccia nel suo > angolo di poltrona e piange, si copre gli occhi con la mano, poi allarga le > dita per lanciarmi una guardatina umida, di nuovo alza il lamento con quella > sua vocetta stridula e disperata[4]. Una fiducia e una fedeltà totale che nulla chiedono se non l’attimo di una timida grazia, di un accenno fuggevole e distratto, affatto intenzionale: il tocco bugiardo di una moina. Con l’hybris e la sicumera del maschio, signore e padrone, dal sentire atrofizzato, egli è inetto a mettersi in relazione, a capire la natura e la sensibilità di quell’insignificante creatura, il gemere profondo, il suo essere sospirante. Di anima-le, di anima-liliale: “luogo della pura semplicità.”[5] Ma è nell’impensato epilogo che la vicenda devia il suo corso, quando, durante una visita allo zoo, Gilda si trova di fronte a una gabbia. > Era alta almeno un metro e ottanta, forse più, e lucida nel pelo nero, una > granbestia all’erta, dall’occhio violento di catrame, le dita però tenerissime > intorno al piccolo stretto in grembo[6]. Il confronto con un suo simile, con una madre orango e il suo cucciolo, è un’esperienza insolita per Gilda: un miscuglio inespresso di empatia, stupore e sconcerto, a cui s’aggiunge, senza meno, lo scuotimento per l’improvvisa percezione di un sé altro da sé, il sanguinamento invisibile di un dolore, della propria mancanza; un’unghiata che risveglia, nella memoria, una chiamata ancestrale: il tremore di una plutonica sostanza originaria e, presumibilmente, al contempo un tacito rinnegare ciò che è stata nelle mani degli uomini, l’abuso violento che hanno fatto del suo corpo, il saccheggio di tutto il suo essere.  E lui, il marito-dominatore, tutto invischiato in sé stesso, neppure un sussulto d’una fievole compassione, non trae un monito da questo epilogo per un salvifico mutamento: in lui non c’è disposizione all’accoglimento, non c’è conoscenza ispirata dall’amore.  Nel deserto di emozioni, di afflati affettivi inveteratamente spenti nell’animo, non giunge all’acutezza di percepire e com-prendere la sofferenza altrui. Serrato nel proprio imperturbabile ego, si autoassolve senza rimorsi né pentimenti. La commozione non attecchisce, asfittico e impagliato resta il cuore senza mai fiorire. > Ma poi: cosa vogliono queste donne da me, cosa pretendono, non capiscono > davvero la fatica che faccio, anche solo per tirare avanti, mettere pace? E > tuttavia… tuttavia, se rimango solo, se Gilda muore, che saprò fare di un me > stesso diventato padrone di niente[7]? * E pure di scimmie e di pelami si narra nella storia dell’affilata e destabilizzante Flannery O’Connor. Il quadrumane, in questo caso, è un gorilla che tuttavia non è il solo personaggio principale perché, come palesemente indicato dal titolo, il coprotagonista è appunto Enoch. Troviamo anche qui un nome che è un rimando, in questo caso biblico, al patriarca antidiluviano Enoch, discendente da Adamo ed Eva, vissuto per oltre trecento anni e che poi disparve catturato da Dio[8]. Il nostro Enoch è un diciottenne, zoppicante, coi denti buffi, strani, strabico, con una protuberanza sotto l’occhio, che gli conferiva un’aria ottusa, insensibile: si direbbe portamento autistico: un coacervo di sgraziataggine e assenze, così maldestro da non riuscire neppure a ripararsi da una pioggia torrentizia sotto un vecchio ombrello. Un ragazzotto che non prova simpatia alcuna verso i bambini; un’avversione alla quale corrisponde un’astiosa curiosità da parte dei medesimi bambini. Un beota, estraneo a tutti, Enoch: non ha legami, non entra in amicizia con alcuno. La stessa gente verso di lui mostra, più che superficialità, inequivocabile malevolenza. Ma ciò che maggiormente lo appaga e che gli dà forza e ardimento, è la lettura dei fumetti, quasi un portarsi lontano dal suo solito mondo, in una dimensione tutta sua, fantastica. Succede dunque che nella cittadina vengano affissi dei manifesti dove s’annuncia l’arrivo sensazionale di un divo di Hollywood, evocazione del King Kong nel colossal di M. C. Cooper ed E. B. Schoedsack del 1933. > Si trovò a fronteggiare il ritratto, a grandezza naturale e a quattro colori, > di un gorilla. Sopra la testa del gorilla, a lettere rosse, c’era la scritta: > “GONGA! Gigantesco re della giungla e divo del cinema! IN CARNE E OSSA!!!” Al > livello del ginocchio del gorilla, c’era un’altra scritta che diceva: “Gonga > apparirà in carne e ossa davanti a questo cinematografo alle dodici > antimeridiane di OGGI! Ingresso gratuito ai primi dieci che avranno il > coraggio di avvicinarsi e stringergli la mano!”[9] Un’irripetibile esibizione. Tanta la curiosità. Enoch vuole essere tra quei primi dieci, vuole dimostrare a sé di essere in grado di affrontare lo scimmione, di irriderlo, magari con qualche parolaccia o con una delle sue abituali scurrilità.  > […] c’era una piccola piattaforma, alta una trentina di centimetri. L’animale > ci salì sopra, si girò verso i bambini e cominciò a ringhiare. Non erano > ringhi molto sonori, ma velenosi sì; sembravano uscire da un cuore nero. > Enoch, terrorizzato, sarebbe scappato via di corsa, se non fosse stato > circondato da tutti quei bambini[10]. È un’occasione unica, una circostanza propizia affinché finalmente sia lui a sbandellare i cardini di una vita monotona, a governare quella sardonica sorte che gli è sempre avversa, ad assestarle, lui stesso, almeno per una volta sola, un sonoro calcio.  Arriva quindi il suo turno: è al cospetto del selvaggio colosso. > Il suo cervello, entrambe le parti del suo cervello erano completamente vuote. > […] Il cuore di Enoch batteva violentemente. […] la scimmia […] gli prese la > mano con gesto automatico[11]. Non una morsa, ma una pressione tenera, un turbamento indefinibile, godibile: qualcosa di mai provato, una finezza che dura un baleno. > Il divo del cinema si chinò leggermente in avanti […]: un brutto paio di occhi > umani si avvicinò a Enoch e lo guardò di traverso da dietro quelli di > celluloide. “Vai all’inferno,” disse una voce arcigna […], in tono basso ma > distinto, e la mano si ritrasse bruscamente[12]. Uno shock! La scoperta è sconcertante, deludente: uno smacco alle sue aspettative, uno sbigottimento: l’energumeno in mostra, la star di Hollywood, non è un vero gorilla, bensì una maschera, un travestimento, un falso fenomeno: una laida e miserabile impostura.  Ciononostante non desiste la virtù della speranza in Enoch: qualcosa frulla nel suo piccolo caliginoso cervello. Diverrà lui l’attrazione, il torvo orango, il divo del cinema, il villoso bestione che tenderà la mano alle persone in fila per una stretta che sarà, di certo, altrettanto calda e morbida. L’inutile smembrato ombrello, che ancora l’accompagna, diverrà lo strumento di una particolarissima tortura passata di moda, col quale realizzerà il suo furtivo, imaginificamente diabolico, piano: assumere il sembiante di Gonga, impossessarsi di lui, rubargli il vestimento, intrufolarsi nelle sue viscere. Così…  > Una figura nera, più pesante, più arruffata, sostituì quella di Enoch […] la > figura rimase immobile, senza far niente. Poi si mise a ringhiare e a battersi > il petto: saltava su e giù, agitava le braccia e buttava avanti la testa. I > ringhi erano incerti e leggeri, da principio, ma si fecero più forti dopo un > secondo. Si fecero bassi e velenosi, poi ancora più forti, poi di nuovo bassi > e velenosi; poi smisero del tutto. La figura tese la mano, strinse l’aria e > scosse vigorosamente il braccio; ritrasse il braccio, tornò a stenderlo, > strinse l’aria, e lo scosse di nuovo. Ripeté questo gesto quattro o cinque > volte. […] Nessun gorilla, in nessun posto, in Africa o in California o a New > York, era più felice di lui[13].  Ma la felicità, si sa, è un ciglio sul precipizio: l’incontro con le persone sarà rovinoso. Al di là delle sue previsioni, tutte le attese verranno distrutte: ancora una volta la gente – o forse la rincrudita sorte – frustrerà ogni suo desiderio e speranza. Risucchiato vertiginosamente nella delusione, paralizzato nel suo disinganno il Gonga-Enoch, sconfitto… > restò immobile, come sorpreso, e dopo un po’ lasciò ricadere il braccio lungo > il fianco[14]. * Dunque, Gilda ed Enoch, la scimmia e lo sciocco, la babbuina e il babbeo: già lessicalmente la radice e la consonanza dei sostantivi indicano una particolare similarità, ma lo stesso vissuto di bizzarra tragicità li accomuna: antieroi ambedue, sono situati in una cornice di amarezza, di solitudine e incomunicabilità, di perenne orfanità. Nonché di soffocata e inascoltata sensibilità. Se della loro vicenda, inverosimile e insieme drammatica, si volesse rintracciare un sottotesto e avanzare alcune riflessioni, fors’anche soggettive e opinabili, si potrebbe individuare un fenomeno che ci riguarda molto da vicino: non solamente il rapporto difficile tra uomo e bestia, ma pure quello, tuttora irresoluto, tra normalità e diversità.  L’animale Gilda e il baggiano Enoch sono creature fuori dall’ordinario, dallo stabilito, da scansare, inadatte al mondo: la raffigurazione del singolare, del brutto, dell’estraneo, dell’epilettico, dell’idiota: l’altro, per antonomasia. Così come sintetizza il principe Myškin, cristallizzando nell’aria la disarmata immagine di sé, dichiarandola al mondo intero con una mitezza che sconcerta: > Ero così grande, sono sempre così goffo, e anche brutto, lo so… per giunta, > ero uno straniero[15].  Ovvero l’alieno nei suoi molteplici aspetti: eccolo nella nostra società; scorgiamolo nelle piazze, nelle vie, inferrato alla mezzanotte dei lampioni: lui, l’obliquo, il funambolo zoppo, il muso da baraccone, il derviscio nella tempesta; lei, la mestierante del nulla, l’accattona senza vangeli, la bracconiera dei venti, la cantatrice calva: loro, il prodotto, per destino, malriuscito, l’anormale, in mezzo a una massa unica di individui, di uguali. > Tersite, lui solo, […]  > il più spregevole, fra tutti i venuti all’assedio di Troia. > Aveva le gambe storte, zoppo da un piede, le spalle > ricurve, cadenti sul petto; sopra le spalle, > aveva la testa a pera, e ci crescevano radi i capelli[16]. Il diverso, lo strambo, l’estraneo: razza bandita non omologabile, abitatrice degli strapiombi. Il loro giorno, una ballata sciancata tra fiumane di schegge; la loro notte, un’insonne e ammutolita poesia. L’uguale, il cosiddetto normale, talora con la coscienza allignata nell’aridezza, ingolfato in un atavico narcisismo che, di fronte all’inusuale, è incapace di andare oltre sé stesso, di esperire qualcosa che discordi dal consueto. Questi, pietrificato nello stallo dell’individualismo, barricato nelle proprie casematte, siano esse concrete o mentali, non apre le finestre del pensiero, non spalanca porte all’accadimento-avvento, non s’avventura nell’ignoto, né gli s’avvicina per conoscerlo, per scoprilo, per sfiorarne il pelo, le setole, il cuore nero di corpo randagio nell’esilio, per percepirne il sobbalzo d’anima, giù nel più oscuro e negletto anfratto di solitudine, dal quale provengono, non udite, strozzate grida.  > Barricati, hanno traversato molti deserti, molte paure, > hanno dormito in caverne ferine sentendo tutta la notte i lupi. > Il tascapane vuoto, vuota la borraccia. Divisero coi loro muli > carrube secche e ghiande. […][17] Essendo la vita della maggioranza della gente ingabbiata in una costante, inavvertita ed egemonica quotidianità, l’irrompere dell’altro costituisce uno strappo alla costumanza, un oltraggio alla vita livellata e levigata, apparentemente priva di sterpi, asperità e crepe. Sicché nel momento in cui il dissonante, l’inconsueto, il forestiero, sconfinano dal loro recinto, immediato avviene lo sgretolamento delle fondamenta della norma, la frattura della cieca uniformità. Il faccia a faccia, il confronto con l’immondo e la menomazione provoca, dopo qualche malcelata risatina di scherno o un subitaneo moto di commiserazione, lo scardinamento dal rituale, dal tranquillizzante status quo, dal socialmente allineato. > È forse vero però quel che dicono di lui, che è un po’… così[18]. La comparsa del diverso – delle migliaia di altri – evoca i mille spettri dell’anomalia: infermità, manchevolezza, malformazione, inferiorità, depravazione, impurità… > Il suo aspetto normale era deturpato da una ferita, che andava dall’angolo > delle labbra alla clavicola[19]. L’altro è marcato a fuoco da uno stigma: pericoloso attraversare il suo silenzio che è silenzio tellurico, di bufera e frane, senza un dopo di appiglio e soccorso; pericoloso seguirne l’ombra da fuggiasco: lungo il cammino dissemina agguati di serpi, uste di lebbra e ribrezzo. Pericoloso porsi dinanzi al suo volto, che ci riporta all’incarnazione della malvagità, così ben espressa in quella demoniaca figura scimmiesca posta nel fondo, come in un’eterna irrimediabile notte, nel Compianto sul Cristo deposto di Rosso Fiorentino[20]. Simile incarnazione si individua anche nella descrizione di quel monaco, ex eretico, dalla ributtante fisionomia, di cui parla Asdo da Mesk:  > L’essere [Salvatore] alle nostre spalle pareva un monaco, anche se la tonaca > sudicia e lacera lo faceva assomigliare piuttosto a un vagabondo, e il suo > volto non era dissimile da quello dei mostri che avevo appena visti sui > capitelli. Non mi è mai accaduto in vita, come invece accade a molti miei > confratelli, di essere visitato dal diavolo, ma credo che se esso dovesse > apparirmi un giorno, incapace per decreto divino di celare appieno la sua > natura anche quando volesse farsi simile all’uomo, esso non avrebbe altre > fattezze di quelle che mi presentava in quell’istante il nostro interlocutore. > La testa rasata, ma non per penitenza, bensì per l’azione remota di qualche > viscido eczema, la fronte bassa, ché se egli avesse avuto capelli sul capo > essi si sarebbero confusi con le sopracciglia (che aveva dense e incolte), gli > occhi erano rotondi, con le pupille piccole e mobilissime, e lo sguardo non so > se innocente o maligno, e forse entrambe le cose, a tratti e in momenti > diversi[21]. Pericoloso essere fissati dai suoi occhi, sguardo gorgonico, sguardo d’insidia. Entrare in tale pupilla d’abisso significa affacciarsi, a picco, sull’orrido del proprio io: si rischia la perdizione, lo specchiamento delle nostre scurità fino all’annegamento, si spezza la nostra illusoria unità di soggetto, s’apre la petrigna voragine del male rimosso, si scatena la nostra abietta paura, la paura dell’immedesimazione in quelle stimmate ustorie. Paura di carbonizzarsi. Disgusto è “uno stato d’allarme e di emergenza, una crisi acuta dell’autoaffermazione di contro a un’impossibilità ad assimilare l’alterità.”[22] L’impatto con la bestia, col brutto e il malfatto scatena un climax emotivo: dalla curiosità alla stupefazione, dallo sbigottimento all’orrore: l’orrifico attrae affascina stupisce atterrisce fino a rivestirci di infausto, di sciagura, generando inquietudine e angoscia. Scuote il sottosuolo della coscienza, l’occulto terrore della corruzione, del contagio, risveglia l’ansia del ferimento nella dimensione esistenziale e lo spietato rinfaccio, vanamente respinto, della nostra vulnerabilità e finitezza, della nostra nullità.  Incontrare la piaga degli altri è conficcare la lama nella propria nascosta purulenta tabe. > E, del resto, mi sembra che siamo persone d’aspetto così diverso… per una > quantità di circostanze, che forse non possiamo nemmeno aver molti punti di > contatto; ma sapete, quest’ultima è un’idea alla quale io stesso non credo, > perché assai spesso sembra solo che non ci siano punti di contatto, e ce ne > sono invece parecchi… Dipende dall’umana pigrizia se la gente si raggruppa > così a occhio e non trova nulla di comune… Ma forse ho cominciato un discorso > noioso[23]. L’alterità rimanda alle intersezioni tra il bestiale e l’umano; rifrange la nostra anima animalesca, le nostre belluine midolla. La comune e congenita nostra primordiale appartenenza.  Sarà per questo che la rifuggiamo? Avviene così che, nel tentativo di esorcizzare l’homo horridus, il ferino, la bruttezza, la malattia, e finanche la morte, di scongiurare l’urto non governabile dinanzi al deforme e al paria, prenunzi dell’extra-umano, le istintive vie di scampo sono la ripugnanza, il rigetto, creare una distanza, l’allontanamento e la fuga: insomma, azzeramento e negazione dell’altro. > L’uomo girò la testa proprio in tempo per vedere il gorilla ritto a pochi > passi di distanza, nero, orribile, con la mano tesa. Tolse il braccio dalle > spalle della donna e sparì in silenzio nei boschi. Lei, quando voltò gli > occhi, corse via urlando verso la strada[24]. Nondimeno…  Nondimeno un cristallo di rocca, una purezza primitiva, più che nel raziocinante e incivilito animale-uomo, sono annidati nel difforme, là, sotto e dentro lo scimmiesco e lo scimunito; una nudità originaria, un selvatico candore sono intanati, là, dentro e sotto sussultanti.  Gilda ed Enoch, la bestia e il ritardato: esseri distaccati, stralunati, sovralunari, dall’elfica indole, sgorganti umori di ingenuità e insapienza. > […] egli si va riducendo… all’irriducibile: alla verità del suo essere, del > suo-essere-così, spogliato di tutto, di ragione e di giustificazione. E questo > è lo stato più vicino all’innocenza.[25] E piace supporre che il motivo per cui la O’Connor attribuisca il nome di Enoch al suo protagonista stia a indicare probabilmente il fatto che Dio ami aver accanto a sé lo sghembo, il tardo, la bestia, lo scarto, così come la ripresa della figura del patriarca Enoch sembra voglia alludere nel libro della Sapienza. > Divenuto caro a dio, fu da lui amato, e lo tolse di mezzo ai peccatori, fra i > quali viveva. Fu rapito affinché la malizia non mutasse la sua mente e la > fallacia non traesse in inganno l’anima sua, poiché il fascino del vizio > oscura il bene e l’agitazione della passione travolge l’animo semplice[26].  * Così è l’altro, qui personificato nelle figure di Gilda ed Enoch, dal corpo ondivago nel fallimento, rannicchiato giù nella sconcia ombra, da cui sembra lanciare, senza rimedio, mimetizzati richiami. Un ronzio sordo, un doloroso vibrato.  > Mia compagna, mendicante, bambina e mostro! […] Tu aggrappati a noi con la tua > voce impossibile, la tua voce! unica lusinga di questa disperazione vile[27]. La scimpanzè e l’ottuso: c’è un silenzio lancinante che li accomuna, che non sfocia a parola: un silenzio di cinigia. Un mutismo dove s’annida una ferita, pulsa un bisogno. Non si tratta di un capriccio, un insensato prepotente volere, piuttosto di un’urgenza sottile, di una primaria e vitale necessità: appena un tocco. Scommessa celeste. Un tocco di mano come flusso pranico – sciamanico, taumaturgico? – segno vibratile di pudico scandalo che dà tremiti ed ebbrezze, che reseca il nodo gordiano delle desolazioni e delle orfanezze, delle vite paralizzate, disgela le tenebre, sovverte il sangue e fa trasalire la carne tutta: il più esile, il più oblativo degli eventi addensato in un unico minimo rapinoso gesto: il tocco-carezza.  Lo scorgiamo nella babbuina: > «Biba» mi dice ogni tanto sottovoce, chiudendo gli occhi e tremando, e allora > io so che devo accarezzarla in un certo modo, finché il suo grugnito si perde > teneramente, diventa un sospiro quasi impercettibile[28]. Il suo è l’inerme mendicare un contatto effimero, la blesa supplica di uno sfioramento in cui soggiace la fame d’una vita palpitante, di un cuore in attesa di po’ di tenerezza e calore, di un riconoscimento che neanche momentaneo avviene.  E così in Enoch:  > Era la prima mano che veniva tesa a Enoch da quando era arrivato in città. Era > morbida e calda. > > Per un secondo rimase semplicemente là, fermo, con quella mano nella sua. Poi > cominciò a balbettare. “Mi chiamo Enoch Emery,” borbottò. “[…] Lavoro allo zoo > comunale.  Ho visto due tuoi film. Ho solo diciott’anni, ma lavoro già per il > comune. Il mio papà mi ha mandato…” E la voce gli si spezzò[29]. Nell’insperato godimento, dove il dolore non ha luogo, anche Enoch pronuncia frasi biascicate senza peso di esattezza, parole non pensate, senza impellenza di forma e suono. Parole polvere. > […] so bene anch’io di aver vissuto meno degli altri e di comprendere la vita > meno di qualunque altro. Forse, io dico a volte delle cose molto strane…  > > E si confuse del tutto[30]. È risaputo: dagli sguardi, dal movimento dei corpi e dall’epidermide tralucono, l’indistinto, il taciuto, l’inesprimibile. Dunque più che il dire, il parlare, sono il linguaggio dei corpi, il frasario mimico delle mani, e soprattutto la loro aderenza di pacato scorrimento, che solcano l’apertura, l’entratura in cuore, alle sue lontananze. Il collimare tattile, il com/baciare pelle su pelle, pelle contro pelle, calore a calore, diventano, per tutte le creature, soglia aurorale d’incontro: una contiguità che abolisce le distanze, senza tuttavia abolire le diversità; una vicinanza che permette la reciprocità – da tu a tu –, la comunicazione dei sensi, il vicendevole e muto ascolto di sensazioni ed emozioni, che dà espressione e significazione all’intimo sentimento. All’universa esistenza. “Il luogo della voluttà è la pelle.”[31] “Tutta la pelle, infatti, è la superficie dell’amore. Dei baci, delle carezze, dei brividi.”[32] Pelle come territorio di conoscenza. Si parla difatti di percezione aptica[33] cioè di quel processo attivato da un’intuizione cutanea che apre alla consapevolezza: toccare ed essere toccati, significa scoperta di sé stessi, scoperta dell’altro che a sua volta ti riconosce, nelle ferite e nell’incompiutezza. L’accostamento dermico, anche il solo lieve lambire una guancia, i capelli o un fianco, purché non sia un distratto e pietistico blandire, può essere capace di smerigliare le durezze, le resistenze, le callosità, di levigare le rughe di tristezza, di squassare il pianto di pietra, aderendo empaticamente al palpitare delle cicatrici, alla loro segreta emorragica struggenza. Le storia di Gilda ed Enoch sembra essere “una esperienza che parla di tutte le non-carezze della vita.”[34] Ed è la mano, organo artefice, più di ogni altra parte del corpo, che, dispiegata a carezza, nulla piatisce, né vuole né trattiene, e che, porgendosi e donandosi, si fa pienezza, corpo che ama. La mano, in quell’istante perfetto di carezza, miccia d’innamoramento, è vastità che bussa alla carne e all’anima. La delicata potenza di una carezza, quando la mano, palma dischiusa, dopo lunghe carestie, travasa nutrimento, slancio, caldo respiro, s’offre a baia di sollecitudine e conforto. > E poi che la sua mano a mia puose, > con lieto volto, ond’io mi confortai [35]. In questa nostra tecno-modernità, così estrinseca allo spirito, a ogni autentico intreccio vitale, dove tutto obbedisce all’imperativo della fretta e del fragore, dell’apparenza e dell’efficienza, dove ogni cosa scorre e corre nella mutevolezza e friabilità dei legami, dove inquietudini, depressioni e fragilità sono interrati da raffiche di un mai saziato consumismo, sempre più necessita quel gesto sottile e bruciante sulla pelle, al punto da sentirlo, nel gelo della noncuranza, squarcio d’attenzione, adagio di cura, pausato evanescente tatuaggio d’amorevolezza, diafano presagio di salvezza.  La carezza, liturgia del cuore, che diviene battesimo di riconoscimento. Nell’essere guardati, nell’essere ascoltati, nella breccia di un tocco, si esperisce il ben-essere, la benefica sensazione di sentirsi accolti e amati. “Per uno stabile sentimento di autostima, dipendo dall’idea di essere importante per l’altro e di essere amato.” [36] Accoglienza e amore come affermazione ontologica del proprio esistere. Gabriel von Max, Scimmie come critici d’arte, 1889 * Un’ultima riflessione sui nostri personaggi. Entrambi non svettano né per ragionamenti né per ingegno: in loro nessuna cabrata mentale, solo abbozzi di pensieri, tracce di sensazioni, attraverso cui captano la realtà loro intorno, alla quale mandano slabbrati e inudibili messaggi. Eppure, si sono viste, nel finale dei due racconti, svolte cruciali, il verificarsi di una penosa implosione, grazie alle quali i nostri sembrano giungere a una cognizione, seppure fioca, sul mondo e sugli uomini, nonché a un’inconsapevole epifania di sé: la visita di Gilda allo zoo, seguita dalla scelta del suicidio, il seppellimento degli abiti di Enoch (quasi una sepoltura della sua essenza umana?)  seguito dall’animalesco vestimento. È fondato interpetrare tali snodi come riti di passaggio: la transizione da un’esistenza all’altra? L’abbandono, lo spossessamento della vita passata, coatta e innaturale, sono l’indubbia espressione di un voler aprire uno iato, compiere una definitiva rottura, scavare un fossato tra un prima e un dopo: da parte della babbuina mediante la morte liberatrice, da parte di Enoch col mascheramento.  A proposito di mascheramenti: fermiamoci. Guardiamo. Guardiamoci un poco minuziosamente: “Guarda da dietro la tua maschera, vedi un altro.”[37] Siamo anche noi esseri mutanti?  > La scena è davanti > vite in metamorfosi > figure recitanti > di noi soli  > comparse > fra verità e inganni Il denudamento-travestimento di Enoch non ci rinvia forse alle innumeri esuviazioni, spoliazioni, laceranti scotennature – come non ricordare gli scuoiamenti di Marsia, il satiro punito da Apollo e di Bartolomeo, l’apostolo martirizzato?  – e alle altrettanti livree, corazzature belluine e camuffamenti, all’una nessuna centomila fugaci parvenze compiute nelle nostre relazioni quotidiane? Dunque un destrutturarsi, un cambiar pelle, per esporsi all’esterno, un mettersi in vetrina con altre sembianze, dietro cui nascondere l’animale-male, “Lo sento ancora, sotto la cute, dove gemendo la bestia cresce”[38]: l’altro io, affamato e ringhioso in quel sotterraneo gorgo profondo, così somigliante al “territorio del diavolo” descritto dalla O’Connor. Eccolo, laggiù, il nostro doppio: il Mr. Hyde, l’intruso, il verme che tossico ci abita, il lievitante globulo nero, di cui s’avvertono, a tratti, i minacciosi sommovimenti. Non occorre esser camera – né casa – per essere abitati dallo spettro – Ci sono nel cervello corridoi  che superan gli spazi materiali – Più sicuro incontrare a Mezzanotte –  il fantasma esteriore  che imbattersi nell’intimo in quel più freddo spettro –  Meno tremendo l’impeto di pietre galoppanti per una badia –  che incontrare se stessi disarmati  in un luogo solitario – Noi dietro noi nascosti –  terribile pericolo –  L’assassino in agguato nella stanza –  un orrore da poco. Il corpo prende a prestito un revolver – spranga le porte – e non s’accorge di un più altero spettro – che incombe – più vicino –[39] Ma si entra dentro un’altra spoglia, d’oro o di cartone, non soltanto per presentarsi al mondo, ma talvolta anche per coprire l’indifesa epidermide, la viva carne, per riparare la nuda personalità, la buia esulcerata anima. Quindi blindarsi in gusci, carapaci, esoscheletri, tramature d’aculei, o larvarsi rimpannucciandosi ora in bozzoli o velli, ora in squame o piume, non per sfidare o depredare il mondo, semmai per proteggersi o allontanarsi da esso. Così ci si spodesta della propria carcassa umana, imbestiandoci, come in un gioco di specchi deformanti, per risvegliarci un giorno, dentro una biblica arca, Gregor-Scarafaggio, Aracne-Ragno, Atteone-Cervo, Odile-Cigno nero, Pinocchio-Asino, David-Kobra[40], Will-Lupo[41].  Tornare all’animale che siamo. Occorre disfarsi del proprio corpo, scarnirsi, svuotarsi della propria identità; occorre seppellirsi e morire, affinché si rinasca in altra sostanza, ad altra, più vera, vita. Morte e Mascheramento, dunque, in una parola, nascondimento, come congedo dalla società, che discrimina e rifiuta, un creare un confine tra sé e il mondo, uno sradicarsi, un portarsi al largo dalle convenzioni-costrizioni, dal gravame – o dal vacuo – della civiltà, dalle tiranniche sovrastrutture del progresso. E ancora, un affrancarsi dall’umana indifferenza, nelle cui vene il basilisco del male insuffla il suo putrefatto fiato; uno strapparsi dal genere umano che, allignato in un inestirpabile egocentrismo, incombe, abbranca, empiamente predomina e viola. Bloccando la manifestazione dell’Essere. Disconoscendo l’amore. Mascheramento e Morte sono audaci guadi, frontiere sommerse, per sottrarre la propria presenza dal mondo, per condursi, scivolarsi, disarmati e solitari, sotto un sudario o in uno speco, in un altrove recondito, dove rimpiccolirsi a unicellulato sé, all’Uno universale. Altrove che altro non è che un riflusso, una sorta di rimpatrio all’isola-madre, un molle retrocedere al principio, quel ridonarsi all’inconoscibile stato embrionale – “rannicchiato feto d’angelo/mostro incompiuto”[42] –primigenia e privilegiata cripta di quiete e, a un tempo, di abbandono al Tutto. “Uno spazio dove non devono esserci resistenze, né possibilità alcuna d’impedimento; dove colui che entra fluttui blando, aperto, senza legami come un’alga che fluttua nel più vivo della corrente senza esserne trascinata.”[43]   E infine, ritornando ai gesti dei nostri due protagonisti: la morte, estrema metamorfosi, di Gilda e la trasmutazione di Enoch in gorilla, non sono da intendere atti di ribellione o di sfida, un No gridato dal silenzio, vessillo d’accusa alla crudeltà dell’uomo, e nemmeno una resa, quanto piuttosto un naturale bisognevole rientro in un grembo prenatale, l’affidarsi a un remoto baccello di protezione, a un’affettiva e sorgiva respirazione. Gilda ed Enoch, perduta la strada di casa e del mondo, sciolti da ogni destino, fuori dal tempo, o semmai ivi entrati per dilatarlo, immersi accolti custoditi in un primitivo ventre, dolcemente intatti e intangibili nell’onda di una cosmica deriva amniotica, impasto di luminosa nudità, legati al cordone ombelicale del mistero – centripeta visceralità inaccessibile a ogni padronanza – dei sogni e dell’immaginazione – forma feconda di libertà e d’oblio – prendono quota, sicuri di smarrirsi… > […] se avessi camminato a lungo a lungo, fino ad oltrepassare quella linea > dove il cielo s’incontra con la terra, là sarebbe stata la soluzione > dell’enigma, e avrei conosciuto una nuova vita mille volte più viva[44]. > … a guisa degli angeli > sperdersi > o degli sparvieri Grazia Frisina *Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943 -------------------------------------------------------------------------------- [1] G. Arpino, La Babbuina in Racconti di vent’anni, Arnaldo Mondadori, Milano 1974 [2] F. O’Connor, Enoch e il gorilla, in Tutti i racconti, trad. di M. Caramella e I. Omboni, Bompiani, Milano 2015 [3] G. Arpino, op.cit., p. 30 [4] Ivi, p. 27 [5] M. Zambrano, L’idiota, prefaz. Di R. Mancini, Castelvecchi, Roma 2017, p. 34 [6] G. Arpino, op.cit., p. 31 [7] Ivi, p. 32 [8] Gen. 5, 21-24 “Enoch aveva sessantacinque anni quando generò Matusalemme. Enoch camminò con Dio; dopo aver generato Matusalemme, visse ancora per trecento anni e generò figli e figlie.  L’intera vita di Enoch fu di trecentosessantacinque anni. Poi Enoch cammino con Dio e non fu più perché Dio l’aveva preso.” [9] F. O’Connor, op. cit., p. 123 [10] Ivi, p. 124-125 [11] Ivi, p. 125 [12] Ivi, p. 126 [13] Ivi, p. 130 [14] Ivi, p. 131 [15] F. Dostoevskij, L’idiota, trad. di A. Polledro, Einaudi, Torino 1994, p. 70 [16] Omero, Iliade, canto II, vv 212-219, trad. di G. Cerri [17] G. Ritsos, Perseguitati, in Molto tardi nella notte, trad. di N. Crocetti, Crocetti editore, Milano 2020 [18] F. Dostoevskij, op.cit., p. 164 [19] F. O’Connor, op. cit., p. 130 [20] Rosso Fiorentino, Deposizione di Sansepolcro, 1528, Chiesa di S. Lorenzo, Sansepolcro [21] U. Eco, Il nome della rosa, Bompiani ed., Milano 1983, p. 53-54 [22] W. Menninghaus, Disgusto. Teoria e storia di una sensazione forte, a cura di S. Feloj, Mimesis, Milano 2016, p. 15 [23] F. Dostoevskij, op.cit., p. 28 [24] F. O’Connor, op. cit., p. 131 [25] M. Zambrano, Lettera sull’esilio, in Per abitare l’esilio, a cura di F. J. Martín, Le Lettere, Firenze 2006, p. 138 [26] Sap. 4, 10-12 [27] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Poesie e prose, trad. di D. Grange Fiori, Oscar Mondadori, Milano 2008, p. 307 [28] G. Arpino, op. cit., p. 28 [29] F. O’Connor, op.cit., p. 125-126 [30] F. Dostoevskij, op.cit., p. 64 [31] B. C. Han, L’espulsione dell’altro, trad. di V. Tamaro, Nottetempo, Milano 2017, p. 81 [32] V. Lingiardi, Corpo, umano, Einaudi, Torino, 2024, p. 59 [33] J. J. Gibson definisce il sistema aptico come la “sensibilità dell’individuo verso il mondo adiacente al suo corpo”. <https://it.wikipedia.org/wiki/Percezione_aptica> [34] G. Tunström, Chiarori, trad. di F. Ferrari, Iperborea, Milano 1999, p. 138 [35] D. Alighieri, Inferno III, vv 19-20 [36] B. C. Han, op. cit. p. 35-36 [37] G. Ritsos, Monocordi, 336 poesie di un verso, n. 53, trad. di N. Crocetti, Crocetti editore, Milano 2026 [38] C. Lavant, in Poesie, scelte da T. Bernhard, trad. di A. Ruchat, Effigie ed. Milano 2016, p. 149  [39] E. Dickinson, in Tutte le poesie, n. 670, a cura di M. Bulgheroni, Meridiani, A. Mondadori, Milano 1997 [40] Kobra (Sssssss), film del 1973, regia di B. L. Kowalski [41] Wolf – La belva è fuori, film del 1994, regia di M. Nichols [42] F. Romagnoli, Processo, in Il tredicesimo invitato, da La folle tentazione dell’eterno, Internopoesia, Latiano 2022, p.120 [43] M. Zambrano, L’idiota, op. cit., p. 37 [44] F. Dostoevskij, op.cit., p. 61 L'articolo La babbuina e il babbeo: Gilda ed Enoch, o della scim(m)unitudine  proviene da Pangea.
July 23, 2026 / Pangea
“Pipistrelli serafini”. Per una angelologia tascabile
Qualcuno me la indica, il soffitto della Chiesa di San Leone, a Pistoia, rigurgita di angeli settecenteschi – ora capisco perché di solito è chiusa al pubblico: per rapimento. Gli angeli ti rapiscono – finisci per sfinire in quella spirale di ali, di bocche, di braccia.  Tengono chiusa la chiesa per paura che gli angeli fuggano. Che cosa diventano gli angeli quando sono scaraventati nel mondo? Leoni? Farfalle? Ratti?  “Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” dice il Nazareno a Dio, di sé e dei suoi, nella liturgia odierna, parola dell’evangelista Giovanni. Ek tou kosmou ouk eisin. Cosa significa non essere del mondo? Cosa significa mondo? Da quale immondo bisogna mondarsi? Forse il poeta – tanto mondano da inondarsene – è il punto d’unione tra questo e l’altro mondo – forse il poeta, che si fa carico di tutte le creature (così secondo gli scriteriati criteri di Rimbaud), opera a salvezza del mondo.  Qualcuno me la indica, dico, e riconosco di non conoscerla. Minuta la figura, nobile nel velarsi. Poi, più tardi, fa una breve riflessione sull’attenzione. Sul vegliare le cose. Mi pare sia proprio questo ciò che dice: il poeta custodisce le cose. Quelle minuscole, le più fragili, le dannate dai disattenti, le disadatte. Catturare gli angeli con il retino da pesca – mi dico. Immagino angeli-libellula, angeli-zanzara, angeli-verme.  La figura che ha parlato è posta in un angolo, riposta come una collana in un astuccio. Il suo pudore – questo mi pare un tratto dell’essere – è spudorato: te lo getta lì, come una muta di cani addosso.  Molto più tardi – mesi, presumo – e poche parole snocciolate, a mo’ di becchime per attrarre gli angeli-gallo, scopriamo coincidenze topografiche. La Sicilia come terra ancestrale, Torino, Rimini. Mi manca la Toscana – se non per imperfezione parentale: vi abita una mia cugina. Grazia Frisina ha fatto l’insegnante, “si è sempre dedicata alla poesia”, leggo in uno dei tanti referti biografici. Ha pubblicato tanti libri, spesso per piccoli editori, alcuni con titoli che paiono un motto (Avrei voluto scarnire il vento; Questa mia bellezza senza legge, ad esempio) – cercateli. Gliene chiedo qualcuno – sorride – il diniego ha le formule di un volto sempreverde, che sa gemmare. Sembra pietrificata nel pudore – in realtà, è sempre nuova, è una nuova nata, ha un albero in petto.  Un giorno mi scrive – sono io a scassinare la paziente impazienza, allora – “Da bambina guardavo gli altri bambini con occhi famelici. Avrei voluto essere una ladra, una scassinatrice per strappare loro il vento che correva nel sangue e tra le loro gambe. Credevo di odiarli, in realtà li amavo; inseguendoli in irrimediabili distanze,  li amavo col cuore ingolfato di rabbia e di buie paure. Ora so che i graffi incisi nel corame di quegli anni sono stati  il quotidiano respiro-mutilo volo che non rinuncia,  l’innesto d’un Salmo sottopelle, il vestimento più bello”. Ma dov’era, in me, questa Emily Dickinson sotto vuoto pistoiese?  Da una strettoia di frasi a metà, le sottraggo una poesia, che ricalco: “Lasciatemi rovistare le vampe occulte delle macerie Lasciatemi sperperare nenie di fedeltà al ramo del pesco spezzato Oggi la ferita non ha il gusto della dimenticanza Una teologia balorda scompiglia il sangue Lasciatemi nascere figlia di voluttà nell’inverno della tuberosa che sfocia dalla morte o sfarzo di marina in tempesta Rinnegate pure la mia anima – oggi  sono il suo sbaglio lo sciame assetato”. Creatura d’incerta predazione, ha lo sguardo tra la donnola e l’ocelot, il gattopardo delle Americhe. Ci sono poeti la cui opera sembra, da lontano, un prato: in realtà è irta di rupi, di trappole – attraversare alcune di queste opere rende al pericolo, con fibule di sangue sotto la sedia, a lettura terminata.  L’ultima volta che ho visto Grazia, mi ha sussurrato qualcosa – le reti inscalfibili della sua reticenza; le grandi ancore che in sovrappiù costruiscono metropoli sul mare.  Per parlare di angeli bisogna stare in silenzio. Poi, mi dona questo testo che, burrascoso come sempre, ricalco qui, in questa stanza. Esistono angeli-capodoglio, mira di ogni veliero; amo gli angeli-airone che nel sovrumano fanno dell’eleganza un modo di defraudare le acque dal loro spirito terreno. Un giorno sono stato assalito da visioni di angeli-lupo: la sordità dei loro inganni mi ha tenuto sveglio in una notte senza più maniglie né mercenari.  Poi, certo, c’è chi non vede – affari loro.  ** I tuoi angeli li ho visti affacciarsi in fondo  alla mia veglia impagliati  nel nerbo della notte Parevano  saltimbanchi della morte Erano licantropi dal destino  di lune mancanti pipistrelli serafini  allattati dal latte di mestruo  di verginarpie Semenza regale era il pianto occhi mongoli del bimbo lui l’azzannato dall’angelo-cecchino lui che mi partorì_dirupo lui a voler catturare sul palmo  d’una campanula l’antica saga  dei venti sprigionati per cantarne in ninnanne le ballate guerriere le nomadi patrie Sul periplo d’un solo piede  le ballò contro il fuggi fuggi  d’uomini a branchi di cieli a brandelli  Intanto quel corvo appollaiato  su un dondolio di stelle estinte col becco impastato a malta di schegge vaticinando non tacque una verità Triste apostasia sono le domeniche senza olio santo benedette Anche il buio è questione di fede e tentazione perfino in tane di locuste nel vasto di deserti e città Per ostinazione di vita salvo rimase il Bimbo cuore autistico  _redentore profilo dipinto all’infinito  restò Non di paura  ma d’amore esultava e firmamento  il suo controtempo in petto Grazia Frisina *In copertina: Guercino, Studio di un angelo, XVII secolo L'articolo “Pipistrelli serafini”. 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May 21, 2026 / Pangea
Trattato di “Boscoritmia”. Ovvero: ritrovare se stessi e il proprio canto nella foresta
> La densa foresta emana fluide risonanze.[1] Così canta il verso dell’entusiasta bardo della prateria e dei monti, delle città e dei paesi, delle genti e della vita intera: Walt Whitman – la cui voce qui, di tanto in tanto, si udrà.  La stessa fluida risonanza l’ho incontrata leggendo Il canto del mondo di Jean Giono, in cui si narra l’odissea di due personaggi, Antonio e Marinaio, alla ricerca del figlio di questi, il gemello. Soventi sono i passaggi in cui i fatti e le azioni s’inquadrano in uno scenario naturale, dove proprio il bosco, con tutta la sua aurorale vitalità, è una rimarchevole presenza, tanto da supporre che, nel susseguirsi delle pagine, sia proprio lui il vero agente, il deus ex machina del romanzo, il protagonista delle vicende che si dipanano in un crescendo di incontri, di colpi di scena e sensazioni. Non si può non rimanere incantati dinanzi alle sequenze descrittive di misurata e icastica espressività. Il canto del mondo: subito il titolo, al di là della narrazione, induce a pensare a una musicalità che proviene dalla terra, dalla natura, da tutti gli esseri, viventi e non. > Era un lungo soffio sordo, un brontolio di gola, profondo, un lungo canto > monotono in una bocca aperta. Si estendeva per tutta l’ampiezza delle colline > coperte di alberi. Era in cielo e sulla terra come pioggia, arrivava da tutte > le parti al tempo stesso e lentamente fluttuava come una pesante onda > mormorando nel corridoio tra i valloni. In sottofondo a quel rumore, lievi > fruscii di foglie zampettavano come topi. Cominciavano, scrosciano da un lato, > poi scivolavano sulle scale dei rami e si sentiva rimbalzare un leggero > schiocco, fievole come una goccia d’acqua attraverso un albero. Da terra si > levavano dei gemiti che salivano pesantemente nella linfa dei tronchi fino > alla biforcazione dei rami più grandi.[2] Durante la lettura, con un moto spontaneo di connessioni sinaptiche, sul medesimo argomento, altri richiami letterari sopraggiungevano, in primis la tanto studiata La pioggia nel pineto di Gabriele d’Annunzio, con quell’imperioso invito, già nel verso d’apertura, a un incondizionato tacere, per porsi in un attento e stupefatto ascolto di inusitate parole musicate dal disuguale ticchettio della pioggia su ogni elemento della pineta. > Taci. Su le soglie > del bosco non odo > parole che dici > umane; ma odo > parole più nuove > che parlano gocciole e foglie > lontane. > Ascolta.[3] E mi s’affaccia ora alla mente il bosco di color fosco del settimo cerchio nel girone infernale dei suicidi, dove Dante crede di udire voci quasi umane traboccare dai cespugli spinosi là intricati finché, con grande turbamento del poeta, l’incredibile rivelazione: un urlo e un sanguinamento. Allor porsi la mano un poco avante e colsi un ramicel da un gran pruno; e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”. Da che fatto fu poi di sangue bruno, ricominciò a dir: “Perché mi scerpi? non hai tu spirto di pietade alcuno?  Uomini fummo, e or siam fatti sterpi…”[4] È il pietoso incontro con Pier delle Vigne. Così come Virgilio, guida e fonte ispiratrice di Dante, narra del pianto, dischiuso in accorate parole, provenienti da un rametto spezzato da Enea: è il corpo martoriato di Polidoro trasformato in mirto: – gemitus lacrimabilis imo auditur tumulo, et vox reddita fertur ad auris: ‘quid miserum, Aenea, laceras? iam parce sepulto… [5]– Tre secoli dopo l’Alighieri, anche Torquato Tasso ripropone un analogo episodio: Tancredi che, in uno slargo della stregata selva di Saron, con la spada ferisce la corteccia di un eccelso cipresso, da cui Allor, quasi di tomba, uscir ne sente/ un indistinto gemito dolente.[6] È il pianto di Clorinda, la guerriera pagana, di cui il paladino cristiano è innamorato, ma da lui stesso inconsapevolmente uccisa. Antonín Slavíček, Nel bosco, 1897 Talché, di rimando in rimando, mi è nato il proposito di riprendere in mano alcune di quelle passate letture, per riportarne qui lacerti e brani: più che un florilegio, un camminamento fra autori italiani e stranieri, come facessero da bussola grazie alla quale orientarsi, sostando qua e là in qualche loro pregevole pagina. Un’imaginifica passeggiata fra i libri che, senza pretesa di esaustività, darà solamente una parziale dimostrazione di come la malìa delle foreste, in particolare in ambito acustico, abbia attratto scrittori di tutti i tempi. I loro scritti offrono ancora, al nostro piacere di lettori, squarci di vita, col suo carico di effimera felicità, sofferenze, illusioni e morte, la cui limpida forma ancora riverbera in noi.  In letteratura vari sono gli esempi in cui l’ambientazione silvestre è un topos ricorrente che in sé concentra, tra segni, simboli e allegorie, molteplici significati e valenze. Non rare le volte in cui la sua sonorità non è soverchio abbellimento, non fa da semplice cornice, da sfondo o colonna sonora a una narrazione, è bensì assoluta protagonista, parte rilevante della storia che imprescindibilmente s’intreccia alle vicende raccontate, ai personaggi, ai loro stati d’animo, al loro intimo mondo.  * La botanica, con le sue ricerche, lo ha verificato – e qui non se ne dubita la validità –: nell’aria, nel bosco c’è un volteggiare continuo di particelle, di molecole chimiche trasmesse dalla vegetazione: la prova, a detta degli esperti, che le piante, organismi senzienti, ricevono, emettono e scambiano segnali,[7] con cui parlano e comunicano informazioni, messaggi volatili, che non sappiamo decodificare. Così filosofi, narratori e poeti, ciascuno nel proprio campo e col proprio congeniale stile e animo, hanno dato foggia, nelle loro opere, a questo singolare fenomeno, lasciandoci pagine di rarità e fascinazione.  > Non finisco di meravigliarmi di simili apparizioni, di simili gesti e di > simili suoni che esprimono, nonostante che quelli non abbiano l’uso della > parola, una specie di eccellente discorso muto.[8] È pomeriggio, raggi d’un esausto sole, intessuti a voli di storni, vagolano sopra collina. Ci s’incammini in un sentiero verso il bosco. Presto i nostri sensi ci permettono una minuta conoscenza, innanzitutto la vista, se ben affinata, ce lo conferma: arbusti e piante bisbigliano, gli alberi fra loro dialogano. Basti guardare come protendono acrobaticamente i tronchi, le loro chiome, gli intrighi nodosi dei rami che, superando ogni ardita posa artistica, s’inerpicano verso una direzione o un’altra, sulle vie dell’infinito, sempre avidi di cielo, scossi e scolpiti da bufere o brezze. Dicono qualcosa, danza e canto, al di là di ciò che comunicano?[9] O basterebbe chinarsi un poco a sbirciare tra il tenebrore del sottobosco, muschi licheni rovi formiche, così saturo di fruscii e d’insonne fermento; là sotto osservare i riflessi, l’ombreggiatura tra foglia e foglia,  il silenzioso dialogo della luce con l’oscurità in cui desidera germinare.[10] Sembra che insieme si adoperino a comporre un annuncio, un fraseggio per anni pazientemente trattenuto, a inscenare una mimica cantata, o piuttosto a sciogliere un ingroppato ciangottio per avvertire di un incombente pericolo, di una presenza minacciosa, come le bianche farfallette divoratrici del Bosco vecchio. > «È da agosto che tutte le notti il bosco si lamenta. Nessuno dei miei compagni > sa dire perché. Ma tutti sentono qualcosa che va male. Anch’io, anch’io lo > sento. È come una minaccia. Tutte le notti è così, anche il mio albero chiama. > Posso dire d’intendermi di abeti», e qui fece un triste risetto, «ma non > capisco cosa stia per capitare. Come se una malattia covasse dentro di noi; e > noi non la conosciamo.» […] Per l’intero Bosco Vecchio oscillavano queste > silenziose altalene. Dovunque era un rodere, un masticare, un volteggiare > nell’aria, uno scambiarsi di richiami, un ignobile ridacchiare di compiacenza. > Fosse sole o pioggia, i bruchi acrobati continuavano a rimpinzarsi.[11] Ma ecco – attenzione! – strane parole giungono: è un albero che sta per raccontare un incontro, l’approssimarsi di un uomo, un corpo quasi simile al suo. È un musico-poeta; ha con sé uno strumento la cui seducente musica lentamente opera una magia: un mirabile mutamento nell’albero parlante e in tutti i suoi fratelli.  Albert Bierstadt, Nella Sierra Nevada, 1867 Quel semidio incantatore – lo conosciamo – è Orfeo, prima che egli compia il suo prodigioso e, nel contempo, tragico viaggio nell’aldilà. […] Fui il primo a vederlo, perché crescevo sul pendio del pascolo, oltre la foresta. Era un uomo, pareva: i due steli in movimento, il tronco corto, i due rami-braccia, flessibili, ciascuno con cinque ramoscelli senza foglie alle estremità, e la testa incoronata d’erba bruna o dorata, che portava un volto non come il volto beccuto di un uccello, ma più simile a quello di un fiore.     Portava un peso fatto di un ramo tagliato e piegato quand’era verde, con fili di una liana tesi sopra di esso. Da questo, quando lo toccava, e dalla sua voce — che a differenza di quella del vento non aveva bisogno delle nostre foglie e dei nostri rami per compiere il suono –      veniva l’increspatura. Ma ormai non era più un’increspatura (si era avvicinato e si era fermato nella mia prima ombra): era un’onda che mi bagnava come se la pioggia salisse dal basso e tutt’intorno a me invece di cadere. E ciò che sentii non era più un formicolio secco: mi pareva di cantare mentre lui cantava, […]   Si avvicinò ancora, si appoggiò al mio tronco:   la corteccia fremette come una foglia ancora ripiegata. Musica! non c’era ramoscello di me che non     tremasse di gioia e di paura. […]   Ero di nuovo seme.     Ero felce nella palude       Ero carbone. E nel cuore del mio legno (così vicino ero a diventare uomo o dio) c’era una sorta di silenzio, una sorta di malattia, […] il suolo che si sollevava e si spaccava, il muschio che si lacerava — e dietro di me gli altri: i miei fratelli dimenticati dall’alba. Nella foresta anch’essi avevano udito […]   Ma la musica!     La musica ci raggiungeva. Goffamente, inciampando nelle nostre stesse radici,   frusciando le foglie     in risposta, ci muovevamo, seguivamo. Tutto il giorno seguimmo, in salita e in discesa.   Imparammo a danzare[12] Sta passando il giorno. Una luce appena indorata si dispiega più lontana sulle strade. Ora, proprio come Orfeo, si provi a varcare la soglia dell’Erebo, ad affondare un immaginario passo nel profondo, tra le radici – non una sepoltura, non un torpore: laggiù è l’arbitrio – celato a tutte le nostre percezioni, a raffigurarsi quei sotterranei miceli e radichette che serpeggiano, con strambi contorcimenti s’allungano, e non per insignificante casualità, s’allungano fino ad intrecciarsi ai loro consimili in un arcano, sincronico sodalizio. Con un’attenta postura rabdomantica allora sì potremmo captare il loro foltissimo, assorto confabulare, nel fango, nel buio, assieme al brulicante popolo di funghi topi larve lombrichi e millepiedi: un pulsare di vita sommersa. S’insapora un’eco, ricamata nel profondo della terra.[13] Un’ipogea, oscura, mutante corale che mai cessa. Cresci come incerta vocazione, o selva… Cedi come adeguato sonno sommo…                                               Somme voci sommesse                                                Somme di voci sommesse                                                Somme di dei panta-hrei.[14] Nulla s’arresta. Tutto scorre. Andare!  Andare fuori dall’abituale contesto. Dunque, rallentando il passo, ci s’inoltri all’interno del bosco, o si sosti sul limitare di esso: necessario fare notte negli occhi, vuotare l’orecchio stipato di ostinati fragori, schiudere le porte della coclea, del nostro interiore labirinto, in cui ospitare e custodire il paesaggio sonoro portato dall’aria. > La tenebrosa notte il guardo oscura, > ma acuto fa l’orecchio oltre misura; > onde, per quanto ne soffra la vista, > doppio vantaggio l’udito ne acquista. > Non gli occhi miei, Lisandro, t’hanno trovato; > gli orecchi, lor mercé, qui m’han guidato.[15] Deporre ogni ingombro e ogni gravezza, scarnirsi da ogni resistenza, da ogni appetire di volontà e bisogni; essere nello spossesso, senza attendere, senza alcuna intenzione. Fare silenzio in sé – siamo nel cuore del bosco, nella sua ritmia, il mondo è distante. – Respirare la propria nudità, per una contemplazione solamente uditiva: c’è un universo da ascoltare, da esplorare intimamente. Allora si potrà udire, oltre il musico crosciare delle foglie calpestate dai miei piedi,[16] un allargato e teso vocio, ora fioco e palpitante, ora fremente e doloroso. – Che cos’è? – Un’acustica folata che sfiora la pelle, che pare voglia risvegliare il corpo, le vene, scuotere le assopite linfe, gli inabissati sentimenti.  – Da dove proviene? verso quale direzione va? – Un galleggiare libero e spirante, senza orizzonti, né confini, un incedere cangiante che è meraviglia! – Un incanto che induce a frugare quel vocalizzo fuori dal tempo, fuori dall’esperienza umana. Un incanto che tenta. Ecco, provare idealmente a volgerci là dove la smorzata, indefinibile musica crediamo provenga e accorgersi presto di non riuscire a seguirla come fosse una chimera o l’effimera favilla di una cometa che dilegua nel nulla. Una deriva malinconica che si vorrebbe raggiungere, afferrare solitaria nella sua intangibile interezza, che apra un varco nella mente o nel cuore, che s’infiltri, nenia o semplice fonema, nel punto più ferito del nostro battito, che interpreti, più che il nostro pensiero, il nostro essere, inconcluso e frammentato. Sentirla struggentemente collimare col nostro tempo soggettivo. Ascoltarla, nell’abbandono, vissuta in noi, piccola oscillazione nel didentro, affinché fra essa e il nostro sangue sgorga un’assonanza, un’insolita, seppure debole e manchevole, eufonia. Sentirla sbucare dal profondo come germoglio di pianto che non sapeva uscire. O piuttosto semplicemente stare, inermi e di noi stessi dimentichi. Nella privazione. Spoglia cavità. Pura ricettività. Arrestandosi senza cercare, né voler distinguere i contorni delle singole cose, né volerne scandagliare lo spettro delle frequenze ultrasoniche, la sostanza dei suoni, né capirne l’origine, la causa, ma permettere che sia quella stessa perduta sinfonica suggestione liberamente a tornare inaspettata e intrisa del respiro dell’humus, di ignoti echi muscosi, – ecco l’essenza, la grazia! – a rivestirci di una nuova pelle, purificati frugali anche noi/ come voli alberi erbe fruscii,[17] a sbigottire l’anima.  Di domenica, se il vento era favorevole, udivo talvolta le campane di Lincon, Acton, Betford e Concord – una melodia lieve, dolce e, per dir così, naturale, degna d’esser lasciata penetrare nella solitudine boschiva. Quando vibra al di sopra dei boschi, a sufficiente distanza, questo suono acquista un certo ronzio vibratorio, come se gli aghi dei pini, all’orizzonte, fossero le corde pizzicate di un’arpa. Ogni suono udito alla maggiore distanza possibile produce un unico e identico effetto, fa vibrare la lira dell’universo, esattamente come l’atmosfera che è frapposta rende più interessante ai nostri occhi una cresta di monti lontani, per l’azzurro colore che le imparte. In questo caso, io venivo raggiunto da una melodia filtrata attraverso l’aria e che aveva conservato con ogni foglia e ogni ago del bosco; quella parte del suono che gli elementi avevano raccolto, modulato e ripetuto di valle in valle. Fino a un certo punto, l’eco è un suono originale, e in ciò risiedono il suo fascino e la sua magia. Non è solo la ripetizione di ciò che valeva la pena fosse ripetuto nella campana, ma, in parte, è la voce stessa del bosco, le identiche e comuni parole e note cantate da una ninfa di quei luoghi.[18] Note cantate, rumori e suoni: centinaia e centinaia le lingue, le bocche, gli interpreti, i nascosti suonatori: la voce del bosco > nei boschi primitivi risuonano rumori, l’ululato del lupo, il ruggito della > pantera, il roco bramito dell’alce[19] e poi la corsa di bestie selvatiche all’inseguimento di prede in fuga, il maschio della cincia nel canto amoroso, il ritmato e ripetitivo assolo del picchio che batte veloce sul tronco del faggio, l’incontenibile rumorio dei mosconi intorno a una drupa marcita, il gorgoglio del ruscello, il brusire del leccio, lo sgusciare tra il timido e lo spavaldo di una lucertola, la fitta pioggia persuasa a cantare su e con ogni elemento o la nebbia nel suo sordo materno avvolgere, pacificando o risvegliando, ogni cosa.  > Banchi di foschia aleggiavano sul fiume e tra le montagne piene di un mistero > d’argento. Il mondo iniziava a cantare sommessamente sotto gli alberi.[20] Un andamento dialogico, febbrile e pausato, spiroidale dall’alto al basso, dal basso all’alto, verticale e orizzontale, tangibile e trasparente, zoppo e risoluto, vicino e remoto. Rotante: un’alata musicale giostra di libertà, quella che può andarsene e nascondersi, quella che non dà mai la sicurezza di fermarsi, quella che procede volando.[21] Una danza. Tra minuti e disadorni movimenti, elementari cadenze, placide e ariose, in sordina, diradati acuti, tenaci gocciolii capaci infine di prorompere in modulazione impervia, tuttavia tenera di verde e di sorpresa, bassi ronzanti sul punto di esplodere dal proprio fondo, in un turbinio di note d’euforico turgore, quasi a imbellire la cupezza là insediata, o a cancellare figure di mostri grifagni modellate dalle ombre.   Caspar David Friedrich, Paesaggio montano con arcobaleno, 1809 Tutto allo stesso tempo: ridondante ed essenziale, stasi e rivolgimento, simmetria e discordanza. Tutto è unione, affiliazione, boscosa polifonia in cui addentrarsi e abbandonarsi. Irripetibile rituale, ritmo in cui incarnare un gesto di stupefazione. In quelle notti di bonaccia infatti [il vento] Matteo scopriva un’altra sua grandissima qualità; si rivelava musicista sommo. Soffiando in mezzo ai boschi, qua più forte, là più adagio, il vento si divertiva a suonare; allora si udivano venir fuori dalla foresta lunghe canzoni, simili alquanto ad inni sacri. Quelle sere, dopo la tempesta, la gente usciva dal paese e si riuniva al limite del bosco, ad ascoltare per ore e ore, sotto il cielo limpido, la voce di Matteo che cantava. L’organista del Duomo era geloso e diceva ch’erano sciocchezze; ma una notte lo scoprirono anche lui nascosto ai piedi di un tronco. E lui non s’accorse neppure d’esser visto, tanto era incantato da quella musica.[22] Sì, il vento naturalmente!  Alimento è lui stesso, nel bosco, sua creativa fucina, forza motrice e demiurgo che, zigzagando e rimbalzando di albero in albero, sfregando e insinuandosi tra rami e foglie, inventa e moltiplica il gioco sonoro delle fronde, delle crespute alberature, facendo di esse migliaia e migliaia di corde, tasti, legni, percussioni, con i quali sa deflagrare una funerea cantilena in un caotico e rombante trapestio. La foresta di larici crepitava come se una mandria fosse in transito fra i suoi rami gelati,[23] spegnendo il gesto poetico dell’erba. Tradurre un fosco lagno in una festosa trovata, in una squillante istantanea pennellata di colore. > Il cielo intero, frusciando nei fremiti di un vento un po’ pesante, faceva > cantare con l’ondeggiamento della pioggia i cupi valloni della montagna e > l’acre lira dei boschi spogli. Quel giorno il fiume si gonfiò di una selvaggia > felicità.[24] Tensione prometeica. Voce polimorfa, lui stesso. Come un disinvolto ed eccentrico solista, un primo violino o un pazzo pittore, eccolo con la sua rapsodica tavolozza dipingere grezze e stridenti tramature d’orbace, variare il fastoso panneggio di un madrigale in una erotica danza tzigana, o, come l’improvviso broncio di un bambino, fino ad allora assonnato e tranquillo, intonare un dissonante capriccio, un ribelle rap di giravolte e strappi. Il vento! > Oh, è orribile, è orribile! Mi è parso che le onde abbian parlato e mi abbian > ripetuto il fatto; che me lo abbia fischiato il vento e che il tuono, questa > profonda e spaventosa voce d’organo, abbia pronunciato il nome di Prospero: a > mo’ di ritornello proclamava il mio delitto.[25] Il vento! Il suo ruggito. Lo sentiamo assediante – Sturm und Drang – animato da un drammatico vigore espressivo, nereggiare di graffi e bufere, d’irrequietezza e minacce. Non c’è pietà né pena né pentimento. Tutto impazza nel suo aspro fiato. Fra le sue umorali dita eccolo erompere una partitura densa di pastosità e ruvidezza, timbri accenti tonalità battiti sincopati sfumature improvvisazioni …che avanza, percuote, retrocede, abbatte, affiochisce, sciama, come… come sul punto di morire.  Cielo e terra trattengono il fiato. Perduto tutto? No, rieccolo, saltimbanco del mimetismo, nell’ attimo un glissando, ricomporsi, riformarsi, ridestarsi con fresche cromie, a fare sfoggio sbalorditivo di sé, titubante o vorticoso, intirizzito o abbagliato, dimesso o sobillatore. A darci l’illusione di essere lui il monologante artista sotto il graticcio delle nuvole. Un creare, uno scomparire e reinventarsi sempre inedito, sempre più roteante e passionale, sulla piazza del mondo.  > A mano che salivo, il vento aumentava. Aveva un canto autunnale, bizzarro, > fatto di gemiti e risa che alludevano a fantastiche passioni, di fronte alle > quali le nostre non sarebbero che poca cosa. Mi gridava all’orecchio parole > mai udite, primordiali come nomi di antiche divinità. […] Al mugghiare dei > venti e allo spettacolo dei vasti paesaggi montani, la vaga oppressione e > l’inquietudine del mio cuore si dileguarono.[26] Ombre e chiarori, suoni e voci, rumori di perenne fluenza, di metamorfica discontinua intensità…finché un intervallo, un sospiro di refolo, o forse un rantolo, e dopo, quasi scivolando, un vuoto, il silenzio. Un silenzio fermo, disanimato. Un liscio, oblioso, oltremarino silenzio, come la linea dell’orizzonte dopo una mareggiata.  > Ma due o tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne > silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che > pochissimi hanno udito.[27] Niente si muove. Un silenzio assoluto, sigillato nella conca di una afonia d’incandescente solitudine. Come in un’infinita attesa. > Nel repentino silenzio, frulli di spavento, spezzati svolii scuotono il > frondame: la piccola selva trema, si raccoglie in un’ansia attenta. Mi ritiro, > un poco più in là: a grado a grado la musica riprende in tono minore, con > qualche pausa.[28] Difatti nell’impenetrabile silenzio, qualcosa lambisce picchetta striscia bubola sibila squittisce sussurra; qualcosa pispiglia e spira; persino la morte è viscerale risolino, ansima di putrefazione, lento biascichio di possesso, – non lo senti assiduo nelle ossa, questo smembramento leggero?… questa orchestra di vermi nelle orecchie?[29] – ammaliante nel bruire lo spaventevole, nel neniare l’innominabile suprema certezza, vale a dire il divorante trionfo della morte. * Anche un sassolino, se traversato da una lumaca o dove s’accartoccia la rugiada, traluce onda sonora, sebbene non udibile all’orecchio umano, un antico adagio, a cui risponde il pizzicato della filigrana tessuta dal ragno tra foglia e foglia, il pigolio di sgomento dell’erba calpestata avidamente da una biscia, l’esile ascesa e discesa della linfa lungo le venature – già melodiche nel pronunciarle: xilema e floema –, il rosichio lungo impensabili gallerie e cunicoli di indaffarate talpe, il contrappunto tra il sommuovere ansioso verso l’alto di un seme e il tonfo di neve caduta da un ramo. > Gli alberi e le montagne erano pietrificati sotto la polvere bianca del > freddo. Né il fremito dei rami, né il respiro delle praterie alte: un silenzio > minerale. Nel vasto cielo torbido ci sono forze dormienti. Lentamente il tempo > le avvicina al risveglio. Sono già tiepide. Una falda di neve cade dall’abete. > Il ramo si è mosso appena. È già immobile come prima. Nulla è pronto.[30] …un nulla che, si è detto, può d’un tratto essere squarciato da una sprezzante movenza, simile a un fendente di sciabola nella tenebrosa quiete, quale può essere uno scatto, rabbioso o impaurito, di volpe o faina. Un niente che, magari, può essere scosso da un batter d’ali del senso, un balbettio anche, o una parola che resta sospesa come chiave da decifrare.[31] Riposta poesia. Un niente che parrebbe consolare tutto il male della Terra. > Lì si stava compiendo qualcosa di grande. Le foglie lambivano il fiume. Erano > piene di sole, la grande luce veniva dai fiori. Stelle. Come quelle del cielo, > più larghi di una mano, con un odore di lievito! Un odore di farina impastata, > l’odore salato degli uomini e delle donne che fanno l’amore![32] Il vento e il suo zingaresco trascinamento, i versi degli animali, i rondò dei cespugli, il plic plic plic della pioggia cantante sui sassi, le pozze fluttuanti di sole fra il fogliame, le acque dei torrenti: un insieme che porta ebbrezza e benessere in coloro che, solitari, vi s’immergono. > Questa nostra vita, esente dalla pubblica frequenza, trova lingua negli > alberi, libri nei liberi ruscelli, prediche nelle pietre, e del bene in ogni > cosa.[33] Voci che all’unisono potrebbero evocare nostalgicamente, nel cuore di chi ricorda, l’intonazione cara della propria amata.  > Parme d’udirla, udendo i rami et l’òre > et le frondi, et gli augei lagnarsi, et l’acque > mormorando fuggir per l’erba verde. > > Raro un silentio, un solitario horrore > d’ombrosa selva mai tanto mi piacque: > se non che dal mio sol troppo si perde.[34] Piante e animali là, nel bosco, i soli attori? Eppure – chissà! – quanti altri furtivi artefici là s’aggirano, con un sincretismo tra sonorità vocale e strumentale, compositori e simultaneamente esecutori, musici e cantori, dei quali ignoriamo l’esistenza. > Uno è una somma squisita! Un uccello, una gabbia, un volo; una canzone laggiù > nei boschi lontani, fino ad ora immaginata soltanto dalla fede.[35] Attentamente, si ascolti! Un passato ci sta parlando. Un cosmogonico mugghio? Una voce uterina? Qualcosa di extrasensoriale? Ombelico pulsante di un mondo ancestrale, spazio originario, luogo rarefatto di richiami, di un tempo mitico, di riti iniziatici e misterici. La selva. Regno magico: affollato è il bosco, di anfratti, soffi e ignoto: esseri carsici, spettri, demoni, numi impercepibili dagli umani, presenze dell’invisibile, là respirano e vivono, geni protettori di fiere e verzura, che rasentano, toccano vivificando empaticamente ogni singolo componente, ogni interstizio, intridendolo di palpiti e di sacro. > Quando gli spiriti del bosco dai millenari loro antri per intonare il > ritornello emersero > Ma nell’anima mia chiaramente udii.[36] Stirpe abitatrice dell’occulto, creature del fato e dell’imponderabile. Già se ne enumerava nell’antichità, la vasta mitologia classica riferendosi alle divinità ctonie: Persefone, Demetra, Ade… e agli spiriti silvestri: il dio Pan, i fauni, i satiri, le Driadi, lussureggianti e prodighe ninfe, le danzanti e voluttuose Amadriadi. > O vecchio bosco pieno d’albatrelli, > che sai di funghi e spiri la malìa, > cui tutto io già scampanellare udìa > di cicale invisibili e d’uccelli: > in te vivono i fauni ridarelli > ch’hanno le sussurranti aure in balìa; > vive la ninfa, e i passi lenti spia, > bionda tra le interrotte ombre i capelli. > Di ninfe albeggia in mezzo alla ramaglia[37] Allo stesso modo ampiamente ricca è la mitologia norrena, con i suoi deformi umanoidi Troll, le seduttrici Huldra, e le gigantesse Járnviðjur. Là, nelle foreste selvagge, presso le società tribali, si dondolano litanie sciamaniche di passaggio o di guarigione. > Deve esistere, di certo, una ragione, in virtù della quale gli antichi > re-pastori ascoltavano le richieste dei sudditi, rendevano giustizia e > proclamavano leggi all’ombra d’alberi secolari, che la fede del popolo onorava > come sacri. Il senso eterno che dall’albero emana dava alle sentenze del > re-uomo l’infallibilità del giudizio di Dio.[38] Là, nel fitto degli alberi, tra elfi e folletti, fate e draghi, streghe e orchi, là ambientano le loro favole, di insidie e incantesimi, di perdizioni e agnizioni, Andersen e i fratelli Grimm Ed è Buzzati a offrircene una testimonianza nel suo meraviglioso moderno racconto, Il segreto del bosco vecchio, in cui fiabesco e sacralità silvestre si fondono in una visione ecologista. Solo i bimbi, ancor liberi da pregiudizi, si accorgevano che la foresta era popolata da geni; e ne parlavano spesso, benché ne avessero una conoscenza molto sommaria. Con l’andar degli anni però anch’essi cambiavano d’avviso, lasciandosi imbevere dai genitori di stolte fole. Dobbiamo aggiungere che neppur noi abbiamo dei geni del Bosco Vecchio notizie precise. Pare, come scrisse l’abate Marioni, [il primo e ultimo naturalista che scrisse dei geni] ch’essi potessero assumere parvenze di animali o di uomo e uscire dai tronchi, la qual cosa sembra avvenisse in circostanze del tutto eccezionali. La loro forza, così risulterebbe, non poteva in alcun modo opporsi a quella degli uomini. La loro vita era legata all’esistenza degli alberi rispettivi: durava perciò centinaia e centinaia d’anni. Di carattere ciarliero, se ne stavano generalmente alla sommità dei fusti a discorrere fra loro o col vento per intere giornate; e spesso anche di notte continuavano a conversare. […] Quante sere, mentre gli altri geni, sulle cime degli abeti, univano le loro voci in coro per intonare certe loro tipiche canzoni, il Bernardi [il genio in sembianze umane] doveva starsene a chiacchierare con il Morro, per tenerlo in buona, di noiose questioni che non gli importavano niente, o a far dei giochi di carte che non lo divertivano affatto, dinanzi a un bicchiere di vino che non gli piaceva; ed entrava intanto dalla finestra, con il profumo di preziosissime resine, la voce fonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati.[39] Il bosco, nel suo canto d’ovatta, primigenio ed estatico, appare dunque una comunità, un organismo di ingovernabili strumentisti, di fuggevoli sonatori dell’ambiguità. Entrare nel bosco è entrare nella notte. Compiere una Catabasi. Vagando, tra alberi sterpaglie ombre, un groviglio ci attornia, quasi a essere dentro una sonnambula vertigine: mille occhi spiano, mille aliti sfiorano, mille dita tentacolano, mille umbratili linguaggi. Che sia gemito o chioccolio, grido strozzato, o superbo silenzio, è vibrazione oracolare, notturno mugolio, lai degli inferi o, al contrario, voce del destino che vorremmo radiosa, a noi benevolmente indirizzata. Fiato onirico.  > Una foresta lontana gemeva e parlava con parole di sogno.[40] È notte. Lassù Cassiopea si gingilla nella sua sedia di stelle. Nel bosco è caduta la luna. Odore di terriccio, di greve pacciame. Andare. Spingersi quindi, discendendo laggiù, per ritrovarsi immersi in una impreveduta regione, di là da qualsiasi concreta figurazione, in una prospettiva surreale fatta ora della trasparenza di un cristallo, ora di un’istintiva e guizzante ombrosità che un impavido tornire di tentennante luce potrebbe dissipare, ora di vaghe apparizioni onomatopeiche, di vocalizzi non urlati, che hanno la consistenza della paura e del sibillino, di un inviolabile che frange tuttavia ogni logica e certezza, ogni materialità. Un’epifania di sconcerto e smarrimento, che giunge in risposta a una domanda non formulata[41] e apre il sipario a un mondo orfico, al sogno e all’immaginario. > Non aver paura. L’isola è piena di canti, di suoni e di dolci melodie, che > dilettano e non fanno male. Qualche volta mi ronzano nelle orecchie migliaia > di strumenti pizzicati e qualche volta delle voci, che, se anche mi sono > allora allora svegliato da un lungo sonno, mi fanno addormentar di nuovo. > Allora nel sogno mi pare che le nubi si aprano e mi mostrino dei tesori pronti > a rovesciarsi su di me, in maniera che quando mi sveglio, piango per voler > sognare di nuovo.[42] Perché il bosco è esuberanza vitale, ritorno adamitico alle radici, tempo e spasmo di un passato primordiale: infanzia del mondo. Là un cuore batte, là un’anima è racchiusa e freme.  Mormorato dalle miriadi delle sue foglie, scendeva dall’erma vetta, alta duecento piedi, emanava dal tronco possente e dai rami, dalla corteccia spessa un buon piede,  questo canto delle stagioni e del tempo, canto non del solo passato, canto anche del futuro. Tu, vita di me, non mai detta, e tutte voi, venerabili gioie innocenti, robusta mia vita perenne, con gioie tra piogge e soli di molte estati, e la bianca neve e la notte e i venti selvaggi; oh! Le grandi, pazienti gioie rudi, oh! Le robuste gioie della mia anima, non provate dall’uomo, (Sappiate, infatti, io posseggo l’anima che mi s’addice, anch’io posseggo una coscienza, una personalità, come l’hanno le rocce e le montagne, come tutta la terra,)[43] La foresta, col suo inquietante carico di malagevoli ombre e d’incanti, è persino locus horridus: in quanto archetipo del mistero, ci restituisce l’immagine dell’incorporeo, della parte più inaccessibile e recondita di noi, il nostro sottosuolo.Evoca la selva oscura: il nostro inconscio. Cionondimeno è anche simbolo di congiunzione tra Terra e Cielo, abbraccio di terreno e divino.  Territorio metafisico, forse? > Il ramo si volge verso l’alto perché dall’alto è venuto[44] Necessario allora portare nel bosco corpo e anima. Andare nella natura alla ricerca di una dimensione cosmica e immersiva, che s’accordi panicamente e musicalmente col proprio essere, col proprio battito cardiaco, con la propria finitezza.  > Ora, nei miei giorni sereni, guardavo il sole e il bosco, le rocce brune e le > argentee montagne in lontananza, con una doppia sensazione di felicità, di > bellezza e di recettività; nelle ore buie, sentivo il mio cuore malato > dilatarsi e ribellarsi con raddoppiato ardore; non distinguevo più godimento e > dolore; essi erano uguali: tutti e due facevano male, e tutti e due erano > deliziosi. E mentre dentro di me stavo bene o male, la mia forza si librava > tranquilla al di sopra di tutto ciò, osservava il chiaro e il buio, > riconoscendo che essi erano fraternamente uniti, e sentiva dolore e pace come > i ritmi, energie e parti della medesima, grande musica. > > Non ero in grado di scrivere una tale musica, essa mi era ancora estranea e le > sue frontiere mi erano sconosciute. Potevo però udirla e sentire il mondo > dentro di me come perfezione. Riuscii pure a trattenerne qualcosa, una piccola > parte, una risonanza rimpicciolita e tradotta. Per giorni e giorni pensai ad > essa, assorbendola dentro di me; trovai che si poteva esprimere con due > violini e cominciai la mia Sonata in tutta innocenza, come un giovane uccello > osa il suo primo volo. Quando una mattina, nella mia camera, ne suonai con il > violino il primo tempo, ne avvertii bene la fragilità e l’incompiutezza, ma > ogni battuta mi penetrò nel cuore con un brivido. Non sapevo se questa musica > fosse bella, ma sapevo che era mia, nata e vissuta dentro di me e mai udita > prima.[45] Musicalità e sacralità: un legame inscindibile, immenso Tutto, che trova nel folto arboreo entità e significato.  > Questi suoni che giungono da ogni parte invitano al viaggio; > a ogni istante uno spirito vivo parte per l’Oltrespazio![46] Golfo mistico, abisso mistico: questa l’esatta qualità che si potrebbe attribuire al bosco, Mystischer Abgrund, la definizione che Richard Wagner coniò per il teatro Festspielhaus a Bayreuth da lui ideato, ovvero la buca, a forma di conchiglia, tra il proscenio e la platea, dove gli orchestrali si collocano durante gli spettacoli. Una specificazione che intende sottolineare come da quella celata cassa di risonanza venga espresso e solennemente elevato un inno alla bellezza del creato, un’armonia di spirituale natura…  > … in serenità perfetta quando si sente muovere al passo con gli astri e > persino con lo stesso firmamento, e con il girare silenzioso della terra.[47] Allontanarsi dal presente disincantamento, dalla blasfema cacofonia della modernità, che ha indotto l’uomo, oramai del tutto tecnicizzato, mercificato e assordato, a rinnegare quella sottile auscultazione del sé e della natura che da sempre lo circonda.  Gustav Klimt, Foresta di abeti I, 1901 Allontanarsi per affidarsi al mistero, per infondersi nell’anima del bosco… > Nel segreto del cuore prego in silenzio, > e pare che un’eco risponda. > Sarebbe dato, a chi è giusto e puro, > il modo di giungere agli spiriti? > […] > L’animo è turbato nel profondo > Scendo di sella, m’inchino, > tra cipressi e pini seguo il sentiero > al tempio dello spirito.[48] Tempio dello spirito, tempio dell’ascolto… accedervi come in un penetrale, devotamente e con animo di raccoglimento e accoglimento: scorgere nel buio, e nel proprio buio, una sacrale entratura di Bene, nell’udire l’avvolgente mitezza di una sinuosa corale, quasi fosse un salmo, una celeste lauda, un monodico canto gregoriano, consonandolo a una tacita, franta preghiera.  Vivere il bosco come un’esperienza spirituale. > Klara si sentiva divinamente. Avvolta in una veste da camera turchina che le > scendeva libera lungo il corpo in ricchi drappeggi, era seduta sul balcone dal > quale si godeva la vista sugli abeti, che quella mattina, in cui spirava un > vento leggero, dondolavano dolcemente le loro cime. Il bosco è proprio > meraviglioso, pensò, e appoggiandosi alla ringhiera, delicatamente lavorata, > si piegò in avanti per avvicinarsi al suo profumo. «Come se ne sta là disteso > il bosco, quasi già sonnecchiasse aspettando la notte. Di giorno, quando > splende il sole, si entra in un bosco come in un mondo serale, dove i rumori > sono più nitidi e più lievi e gli effluvi più umidi e più sensibili, dove si > può riposare e pregare. Nel bosco si prega senza volerlo, ed è anche l’unico > posto al mondo dove Dio è vicino; Dio sembra aver creato i boschi affinché vi > si preghi come in templi sacri; chi prega in un modo e chi in un altro, ma > tutti pregano. Quando si sta sdraiati sotto un abete e si legge un libro, > allora si prega, se pregare è lo stesso che perdersi nei pensieri. Ovunque Dio > possa mai essere, nel bosco lo si intuisce e gli si dona quel poco di fede con > silenzioso trasporto. Dio non vuole che si creda troppo in lui, vuole che lo > si dimentichi, è persino contento quando viene ingiuriato: perché è buono e > grande più di quanto si possa concepire; Dio è quel che c’è di più arrendevole > nell’universo. […] Come posso starmene seduta qui e provare gioia per il mio > semplice esistere, stare seduta, appoggiarmi alla ringhiera! Come mi sento > bella così. Potrei dimenticare Kaspar, dimenticare tutto. Adesso non capisco > come io abbia mai potuto piangere per qualcosa, come qualcosa abbia mai potuto > turbarmi. Quanto imperturbabile è il bosco, eppure così duttile, caldo, vivo e > dolce. Che respiro viene dagli abeti, che stormire! Lo stormire degli alberi > rende superflua qualsiasi musica. […] »[49] Colmarsi dei suoni della foresta, valicando, in un delirante slancio, il dirupo della nostra inane afasia, per divenire noi stessi blesi cantori d’ogni sua bellezza. Oh, comporre il canto più esultante! Colmo di musica – pieno di virilità, femminilità, infanzia! Pieno di occupazioni usuali – ricco di d’alberi e di cereali.[50] […]  gli oratori di Beethoven, Händel, Haydin, la Creazione mi lava in ondate di divinità. Fate che possa contenere tutti i suoni (grido in questi miei folli tentativi,) Riempitemi di tutte le voci dell’universo, datemi i loro palpiti, quelli della Natura, tempeste, acque venti, opere e cori, marce e danze, esprimete, versate, perché io tutto vorrei contenere.[51]   Avendo tuttavia la consapevolezza che, per comporre questo canto di giubilo, si può soltanto restando in una bolla d’innocenza, perché In verità cantare è altro respiro./ È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento,[52] e perché solo un cuore bambino ha il potere dell’ascolto vergine: cuore semplice di bimbo, l’unico che, nelle sue carni e nei suoi sussulti, contiene il dono alchemico delle fatate trasfigurazioni, in quanto dopo, nell’età adulta, tutto desolatamente scompare: sorda e pietrificata si fa la vita. «Perché dici “mi tocca”? Come fa un vento a morire?»  «Lascia stare, è una strana faccenda. Un giorno forse la saprai.» La voce si faceva fioca allontanandosi nel cielo. «No,» fece Benvenuto, «Matteo, non andare via. No, tu non devi morire. Ci sono ancora tante cose da fare. Pensa, se tu rimani, tornerai quello di una volta, ti verranno ancora le forze, fra tre mesi arriverà la primavera e sarà la stagione buona, pensa, Evaristo se n’andrà, sarai di nuovo padrone della valle, farai grandi temporali e tutti avranno paura. Ricomincerai da capo. Poi, nelle notti buone farai musica nel bosco, la gente verrà per sentire, anche da lontanissimi paesi. Ci saranno tra le piante i geni e io potrò cantare con te, come si faceva una volta.»  «È inutile,» disse il vento, «devo andare sul serio. Del resto, questa forse è la notte famosa in cui tu finirai di essere bambino. Non so se qualcuno te l’ha detto. Di questa notte i più non si accorgono, non sospettano nemmeno che esista, eppure è una netta barriera che si chiude d’improvviso. Capita di solito nel sonno. Sì, può darsi che sia la tua volta. Tu domani sarai molto forte, domani comincerà per te una nuova vita, ma non capirai più molte cose: non li capirai più, quando parlano, gli alberi, né gli uccelli, né i fiumi, né i venti. Anche se io rimanessi, non potresti, di quello che dico, intendere più una parola. udresti sì la mia voce, ma ti sembrerebbe un insignificante fruscìo, rideresti anzi di queste cose. No, forse è meglio così, che ci separiamo al punto giusto.»[53] Usciamo. Ché non finisca la notte. Grazia Frisina -------------------------------------------------------------------------------- [1] Walt Whitman, Canto della scure, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, Giulio Einaudi ed. 1993, p. 244 [2] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, Settecolori edizioni 2025, p. 15 [3] Gabriele D’Annunzio, La pioggia nel pineto, in Alcyone [4] Dante Alighieri, Inferno canto XIII, in Divina Commedia, vv 31-37 [5] Virgilio, Eneide, canto III, vv 39-41 [6] Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, canto III, ottava XLI [7] Lo scienziato Stefano Mancuso, nel suo libro La Pianta del Mondo (2020), riferendosi al pensiero espresso dal compositore Edward Elgar: «La mia idea è che ci sia musica nell’aria, musica dappertutto intorno a noi, il mondo ne è pieno e ne puoi prendere ogni volta tutta quella di cui hai bisogno», scrive: «Lo stesso accade per le piante: sono, come la musica per Elgar, letteralmente dappertutto intorno a noi, e per scriverne non si deve far altro che ascoltare le loro storie e raccontarle (…).  Le piante costituiscono la nervatura, la mappa (o pianta) sulla base della quale è costruito il mondo in cui viviamo. Non vedere questa pianta, o ancor peggio ignorarla, credendo di esserci ormai posti al di sopra della natura, è uno dei pericoli più gravi per la sopravvivenza della nostra specie». [8] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, Sansoni editore 1984, p. 1204  [9] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, SE edizioni, 2016, p. 90 [10] Ivi, p. 75 [11] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, Aldo Garzanti Editore 1973, p. 255-257 [12] Denise Levertov, A tree telling of Orpheus. Dal web: https://allpoetry.com/A-Tree-Telling-Of-Orpheus [13] Sal. 139, 15 [14] Andrea Zanzotto, Il galateo in bosco, in Tutte le poesie, Arnoldo Mondadori editore, 2011, p. 539  [15] William Shakespeare, Sogno d’una notte d’estate, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz, trad. di Giulia Celenza, cit., p. 374  [16] Walt Whitman, Rulli di Tamburi, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 389 [17] Salvatore Toma, in Canzoniere della morte, a cura di Maria Corti, Einaudi 1999, p. 65 [18] Henry D. Thoreau, Walden, trad. di Piero Sanavio, A. Mondadori editore, 1970, p. 166 [19] Walt Whitman, Nostro antico fogliame, in Foglie d’erba, traduzione di Enzo Giachino, cit., p. 218 [20] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 279 [21] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci cit., 2016, p. 91 [22] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, cit., p. 159-160 [23] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 150 [24] ivi, p. 213 [25] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 1205 [26] Herman Hesse, Pellegrinaggio d’autunno e altri racconti, trad. di Eva Banchelli, Sugarco edizioni, 1979, p.65 [27] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, cit., p. 221 [28] Ada Negri, Il boschetto canoro, in Le strade, in Prose, Arnoldo Mondadori editore, 1966, p. 479 [29] Salvatore Toma, in Canzoniere della morte, a cura di Maria Corti, cit., p. 32 e p.26 [30] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p.178 [31] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 82 [32] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 280-281 [33] William Shakespeare, A piacer vostro, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 624 [34] Francesco Petrarca, sonetto CLXXVI, vv 9-14, in Canzoniere [35] Emily Dickinson, Lettera al dott. e alla sig.a Holland, sett. 1859, in Lettere, a cura di B. Lanati, Einaudi, 2006, p. 54 [36] Walt Whitman, Canto della sequoia, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 266 [37] Giovanni Pascoli, Il bosco, in Myricae [38] Ada Negri, Sinfonia d’alberi, in Di giorno in giorno, in Prose, cit., p. 697 [39] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, cit., p. 155-157 [40] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 93 [41] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 90 [42] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 1203 [43] Walt Whitman, Canto della sequoia, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 266 [44] Gialâl Ad-Dîn Rûmî, Spregio del mondo, in Poesie mistiche, a cura di Alessandro Bausani, SE editore, 2018, p. 61 [45] Herman Hesse, Gertrud, in Romanzi, trad. di Paolo Paoloni, Tascabili Newton, 1988, p. 163 [46] Gialâl Ad-Dîn Rûmî, Partenza, in Poesie mistiche, a cura di Alessandro Bausani, cit. p. 65 [47] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 63 [48] Han Yü, Visito il tempio del Sacro Monte Heng, in Le trecento poesie T’ang, trad. di Martin Benedikter, Mondadori ed. 1972, p. 189-190 [49] Robert Walser, I fratelli Tanner, trad. di Vittoria Rovelli Ruberi, Adelphi edizioni, 2021, p. 86-88 [50] Walt Whitman, Un canto di gaudi, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 225 [51] Walt Whitman, Della bufera musica superba, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 506-507 [52] Rainer Maria Rilke, Dai sonetti a Orfeo I, 3, in Poesie, trad. di Giaime Pintor, cit., p. 41 [53] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, cit., p. 316-317 *In copertina: Isaac Levitan, Paesaggio con luna, 1880 L'articolo Trattato di “Boscoritmia”. Ovvero: ritrovare se stessi e il proprio canto nella foresta proviene da Pangea.
February 27, 2026 / Pangea