“L’equilibrio si è rotto”. Marguerite Yourcenar, storia di un’ambientalista selvaggia

Pangea - Monday, June 1, 2026

È bello estrapolare alcuni dettagli da una biografia: per farne un simbolo, certo – ma soprattutto, una fragola. Il succo che ci cola sul mento è materia romanzesca. 

Della vita di Marguerite Yourcenar – costellata da moltissimi viaggi, è vero: per me ha le dimensioni di un capanna, a Nord di tutto, in uno spazio, per lo più, di nevi, adornato da alti pini – mi ero dimenticato questo particolare. “Sulla via del ritorno a Petite Plaisance, sosta a Ginevra per trascorrere un pomeriggio con Borges, malato da tempo. Lo scrittore morirà sei giorni dopo”. Borges – così dicono i referti – muore il 14 giugno del 1986; la Yourcenar gli fa visita l’8 giugno, quarant’anni fa. All’imperfezione di una data – sbagliarla, intendo – seguirebbe una cattiva intonazione della voce e dunque della verità. Il lento crollo, a effetto domino, di un’intera esistenza piantumata, dunque, da appuntamenti errati, contro tempo, fuori dal tempo. 

Borges, il Veggente è il titolo “dell’ultima conferenza tenuta da Marguerite Yourcenar all’Università di Harvard, mercoledì 14 ottobre 1987”. Marguerite morirà due mesi dopo, il 17 dicembre, all’ospedale di Bar Harbor, nel Maine. Progettava un viaggio in India e in Nepal con l’amico Paolo Zacchera, esegeta di fiori e di piante, che opera sul Lago Maggiore, a Verbania. La conferenza su Borges verrà accolta nel libro postumo En pèlerin et en étranger (1989); commentando alcuni racconti e alcune poesie di Borges, la Yourcenar parla – va da sé – della vita come sogno (“Ma se tutta la vita non è che un sogno, la morte non sarà dunque un risveglio?”). 

Il saggio della Yourcenar – per molti versi riassuntivo, dunque statico – parte da un presupposto di fondo, questo:

“Quando io scrivo «Borges, il Veggente» non prendete questa formula per un semplice paradosso. Noi possediamo il mondo, e noi stessi, attraverso i nostri cinque sensi, e la vista è certamente uno dei tre dai quali dipendiamo maggiormente. Ora, la maggior parte di noi non si vede. Gli uomini, nella loro stragrande maggioranza, non riescono a vedersi: la nobilissima modestia di Borges consiste nel vedere se stesso per quello che è, unico, e tuttavia qualunque come lo siamo tutti. Ma la maggior parte di noi non vede nemmeno l’altro, né l’universo. Borges li vive entrambi.”

Il saggio – che qui riproduco nella versione di Elena Giovanelli da Pellegrina e straniera, Einaudi, 1990, più volte ristampata – si focalizza, in fondo, su due temi: la nostra percezione del mondo – possedere il mondo – e il vedere. Vedere noi stessi e il mondo. Vedere noi stessi nel mondo. Il principio di ogni sopraffazione comincia quando non vediamo più neppure l’ombra del mondo, neppure un barlume di noi stessi. 

L’episodio tratto dalla biografia della Yourcenar me ne ha fatto venire in mente un altro, che riguarda la vita terrana di Borges – e da lui romanzato. In Atlas, uno degli ultimi libri pubblicati in vita da Borges (esce nel 1984), lo scrittore argentino racconta la visita fatta a Maiorca, nel 1982, a Robert Graves. “La moglie gli dava da mangiare col cucchiaio e tutti erano assai tristi e in attesa della fine”. Al di là della chiosa, borgesiana – “So che le date che ho scritto sono per lui un solo istante eterno”: dovremo distinguere, nell’opera di Borges, i libri in cui lo scrittore spacca gli specchi, i più belli, da quelli in cui ne erige di nuovi – va detto di questa circumnavigazione intorno a un corpo morente. Cosa ci lascia un corpo in cui il sé è già altrove? Lavora a lungo, pare – rivive. Ci mangia. 

Robert Graves, il grande poeta inglese ed esegeta di miti, vivrà ancora a lungo. Muore nel dicembre del 1985. Poco prima di Borges – due anni prima della Yourcenar. In un libro di radiosa bellezza, La Dea Bianca, tra le altre cose, Graves si scaglia contro il mondo moderno, reo di dileggiare il poeta e di aver defraudato gli esseri animati dal simbolico, ridotti a mera funzione dell’uomo, il fanatico della fame (“L’oggi è una civiltà in cui gli emblemi primi della poesia sono disonorati; in cui il serpente, il leone e l’aquila appartengono al tendone del circo; il bue, il salmone e il cinghiale all’industria dei cibi in scatola; il cavallo da corsa e il levriero al botteghino delle scommesse; e il bosco sacro alla segheria”). Non è un caso che il poeta non abbia più campo nel contesto sociale (e neppure in quello editoriale): il suo compito è quello di “ricordare all’uomo che deve mantenersi in armonia con la famiglia delle creature viventi tra le quali è nato” – chi ascolta questo monito?

Graves fece la sua scelta. Ritirarsi “in un paesino sui monti di Maiorca, dove la vita è ancora regolata dall’antico ciclo agricolo”, certo che “privo del contatto con la civiltà urbana, tutto ciò che scrivo suonerà assurdo e irrilevante a quelli tra voi che sono ancora legati agli ingranaggi della macchina industriale, sia direttamente come operai, dirigenti, commercianti o pubblicitari, sia indirettamente come funzionari, editori, giornalisti, insegnanti o dipendenti di una stazione radiofonica”. La Dea Bianca uscì per la Faber nel 1948; in Italia, è una delle perle del catalogo Adelphi. 

Pressoché le stesse parole di Graves sono riprese da Marguerite Yourcenar in una conferenza tenuta a Lisbona nel 1981, Chi sa se il soffio vitale delle bestie scende in basso, verso terra?, ora riprodotta nel bel libro curato per Einaudi da Stefania Ricciardi, Se vogliamo provare ancora a salvare la Terra. Ne ritaglio alcuni stralci:

“Qui, come altrove, l’equilibrio si è rotto… Per millenni l’uomo ha considerato l’animale cosa propria, ma permaneva uno stretto contatto. Il cavaliere, pur abusandone, amava la sua cavalcatura, il cacciatore di un tempo conosceva le abitudini di vita della selvaggina e a modo suo ‘amava’ gli animali che si vantava di uccidere… Noi abbiamo cambiato tutto: i bambini di città non hanno mai visto una mucca o una pecora; ebbene, non si ama quello che non si è mai avuto modo di avvicinare o che non si è mai accarezzato. Il cavallo, per un parigino, non è più che il mitologico animale dopato e spinto oltre le proprie forze che fa vincere un po’ di denaro quando s’indovina la puntata a un gran premio. Venduta al supermercato in fette accuratamente avvolte in carta oleata, o conservata in scatola, quella carne non viene più associata all’animale vivo che è stato”.

La Yourcenar era vegetariana a tratti. Il pollo appariva, pur di rado, al suo desco: proveniva dai contadini delle zone intorno a Mount Desert, dove aveva scelto di ritirarsi. Ogni tanto si permetteva un panino al prosciutto. Odiava gli ideologismi, qualsiasi edenica forma essi adottino. Isaac B. Singer, il grande scrittore yiddish Nobel per la letteratura nel 1978, era invece, un radicale; divenne vegetariano perché “è la mia protesta contro la condotta del mondo. Essere vegetariani significa dissentire, dissentire contro il corso degli eventi attuali. Energia nucleare, carestie, crudeltà, dobbiamo prendere posizione contro queste cose. Il vegetarianesimo è la mia presa di posizione”. Il titolo della conferenza della Yourcenar è tratto da un versetto di Qoelet, a significare un gemellaggio nella sorte di ogni creatura vivente: “Chi sa se spirito dei figli d’uomo va in alto e spirito della bestia scende nelle viscere della terra?” (3, 21).  

Il testo che dà titolo al saggio Einaudi, finora inedito in Italia, è stato pronunciato dalla Yourcenar il 30 settembre del 1987 a Laval, in Québec. Due settimane dopo avrebbe parlato di Borges; due mesi e mezzo dopo sarebbe morta. In fondo, la Yourcenar ripete ciò che sappiamo da sempre, ciò che non vogliamo sentirci ripetere:

“Da dove viene allora questa sorta di smarrimento della coscienza umana? A mio parere, di sicuro dalla brama di approfittare il più possibile dei beni della Terra… dal desiderio di spremere il massimo della ricchezza da tutto, per costruire un condominio là dove c’era un posto tranquillo lasciato com’era in origine, dove la gente affluiva numerosa per trovare un po’ di refrigerio o di quiete”.

Ripeteva, la Yourcenar, che 

“La Terra appartiene a tutti gli esseri viventi e noi dipendiamo in definitiva da tutti gli esseri viventi. Ci salveremo o moriremo con loro e con lei”. 

Restò inascoltata – era certa che ciascuno, con le proprie singolari scelte, può trovare – nonostante l’inquietudine che lo ara – un punto di singolare armonia con il creato. Questa donna partì dall’amore per l’uomo – “Non c’è nulla da temere. Ho toccato il fondo. Non posso cadere più in basso del tuo cuore”, scrive in Fuochi – per giungere all’amore per il cosmo. Nei Taccuini di appunti che inghirlandano Memorie di Adriano, scrisse che “questo libro è il condensato d’un’opera enorme elaborata per me sola”; scrisse che si scrive per cancellarsi (“Questo libro non è dedicato a nessuno. Avrebbe potuto esserlo a G. F.; lo sarebbe stato, se non fosse quasi indecente mettere una dedica personale in testa a un’opera dalla quale volevo, soprattutto, cancellare me stessa”). Lo scrittore crea un mondo – atto pericoloso, di vertiginosa alchimia. Creare è per pochissimi – con-creare è per chi ha fede. Gli altri, scrivono sbriciolando – scrivono divorando, senza offrire altro che la loro ambizione. 

Non lo sapevo: la Yourcenar era iscritta a oltre settanta associazioni a tutela “dell’ambiente, dei diritti umani e animali, dei diritti umani e civili”, a tutela “del controllo delle nascite”. Voleva essere utile. “La ferma determinazione di esser utile” è il titolo del saggio della Ricciardi dedicato all’Ambientalismo sovversivo di Marguerite Yourcenar (bello, informato, lungo: compresi gli apparati, 67 pagine sulle poco meno di cento del libro intero). La frase è tratta dalle Memorie di Adriano. Ecco, su questo dissento. In un tempo votato all’utile, preferisco il talento degli inutili.

*In copertina: Marguerite Yourcenar ritratta da Paola Agosti

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