> There’s many lost, but tell me who has won?
>
> (U2, Sunday Bloody Sunday)
La prosa della mano sinistra
Blaise Cendrars, pseudonimo di Frédéric-Louis Sauser (La Chaux-de-Fonds 1887 –
Parigi 1961), nato svizzero e naturalizzato francese è stato definito un
personaggio poliedrico e proteiforme che, oltre a essere poeta, fu tante altre
cose: saggista, giornalista, reporter, sceneggiatore, aspirante regista… e anche
romanziere.
All’incirca nel 1924 smise di scrivere poesie senza cessare di essere
poeta perché, come ha osservato Claude Leroy, è tale «chi sa rinascere
attraverso la scrittura»[1]. D’altro canto, a proposito della Prose du
Transsibérien et de la petite Jeanne de France, Cendrars stesso aveva affermato
che «Tutta la vita è un poema, qualcosa di dinamico. Io non sono che una parola,
un verbo, un abisso, nel senso più selvaggio, più mistico, più vivo»[2]. La sua
prima prova narrativa si era avuta ben prima del 1924 con il racconto L’Eubage
(Aux antipodes de l’unité), scritto nel 1917 e poi dato alle stampe nel 1926.
Pubblicò il suo primo romanzo, L’Or, nel 1925. Il suo secondo poemetto, la Prose
du Transsibérien, reca nel titolo l’indicazione di “prosa” e non di “poesia” o
di “poema”. Le ultime raccolte poetiche, Feuilles de route e Kodak
(Documentaire), erano dei chiari indizi del cambio di rotta che si delineava
all’orizzonte in quanto contenevano delle composizioni di natura spiccatamente
prosastica e “micronarrativa”. Alcuni critici sostengono che sia stata la guerra
ad aver ucciso il poeta che era in lui (nel corso della Prima guerra mondiale,
Blaise aveva perso il braccio destro), altri che, nel corso della sua esistenza,
la poesia si era spinta oltre la poesia stessa per esplorare nuovi generi:
dapprima il romanzo, in quanto prodotto di pura finzione, poi il memoir[3].
E se, dunque, in un primo momento, nell’opera dell’autore, la prosa è migrata
nella poesia, in seguito è accaduto il contrario. Ma, in definitiva, si potrebbe
sostenere che in lui poesia e prosa si sono sempre mescolate fra loro, sono
state intercambiabili e hanno costituito un tutto inscindibile[4].
Se il primo testo poetico scritto da Cendrars con la mano sinistra, subito dopo
il ritorno dalle trincee, è La guerre au Luxembourg (1916)[5]; la prima “prosa
della mano sinistra” da lui pubblicata è Profond aujourd’hui(1917),
definita prose poetique e considerata il suo “manifesto”. A partire dal 1945,
Blaise ha dato l’avvio a una tetralogia a carattere autobiografico dando alle
stampe il primo volume, L’Homme foudroyé a cui hanno fatto seguito La Main
coupée (1946), Bourlinguer (1948) e, infine, Le Lotissement du ciel (1949).
*
La mano mozza
L’opera di cui si parla in quest’articolo è la seconda della tetralogia il cui
titolo, in italiano, è La mano mozza, ripubblicata quest’anno da Einaudi
nell’ormai classica traduzione di Giorgio Caproni. Il libro racconta la Prima
guerra mondiale attraverso lo sguardo dell’autore che, nel corso di una
battaglia, fu gravemente ferito e, come si è già detto, perse il suo braccio
destro. Per Claude Leroy «lo scoppio della Grande Guerra consente al “cattivo
poeta” della Prose di andare fino in fondo alle cose»[6].
Visto dalla prospettiva di Emil Cioran il problema guerra sarebbe da analizzare
più dal punto di vista ontologico che storico. Ed ecco che l’uomo «nei confronti
della creazione, che egli ha ridotta a un ammasso di oggetti dinanzi a cui si
pone, si erge quale distruttore»[7], «violenta ogni cosa intorno a sé»[8], è «un
devastatore che accumula misfatti su misfatti per la rabbia di vedere un insetto
procurarsi agevolmente ciò che lui, con tanti sforzi, non riesce a ottenere»[9].
A questa “ontologia della distruzione” Cendrars non è del tutto estraneo dato
che, in una delle pagine del romanzo in esame, con voce persino profetica,
afferma che «L’uomo persegue la propria distruzione. […]. Con pali, sassi,
fionde, lanciafiamme e robot elettrici, ultima incarnazione dell’ultimo
conquistatore».
*
Io sono l’altro
La mano mozza è, nelle parole dell’autore, una collezione di récits (racconti)
in cui sorprendentemente – pur essendo dal punto di vista programmatico un’opera
a carattere autobiografico – egli parla ben poco di se stesso e si concentra
soprattutto sui propri compagni d’arme. È perciò più una “biografia collettiva”
che un’autobiografia. D’altronde – all’uscita del primo volume della sua
tetralogia – Blaise lo aveva definito un libro di memorie «che sono delle
memorie senza essere memorie»[10]. Questo significa che il suo motto «io sono
l’altro» – oltre ad essere l’affermazione di un’identità differente da quella
originaria – si potrebbe interpretare anche nel senso di una particolare
attenzione dell’autore verso l’alterità, verso gli altri, verso le vicende e le
vicissitudini dei propri commilitoni e degli esseri umani in generale. Potrebbe
dunque essere indicativo della necessità di un “rispecchiamento emotivo” nei
propri simili. Blaise aveva già dato prova in altre opere della volontà e della
capacità – volendo confidare nella sua sincerità – di mettersi nei panni altrui.
Ad esempio, in questi versi trasudanti empatia:
> No
> Mai più
> Non metterò mai più piede in un caffè concerto coloniale
> Vorrei essere quel povero negro quel povero negro che è stato messo alla
> porta[11]
Per il filosofo tedesco, di origini sudcoreane, Byung-Chul Han «sia l’empatia,
sia il rispetto si fondano sull’attenzione nei confronti dell’Altro. La società
si abbrutisce appena le viene a mancare questo tipo di attenzione. L’assenza di
attenzione nei confronti dell’Altro conduce a un aumento della violenza»[12].
Blaise non si autocommisera, non indugia mai sulle proprie disgrazie ma rivolge
il suo sguardo carico di pietà verso i propri compagni e le loro esistenze,
senza cedere mai a frusti e leziosi sentimentalismi.
Si era arruolato volontariamente nella Legione straniera e, prima di partire per
il fronte, insieme a Ricciotto Canudo (noto come le barisien parisien, il
giornalista che ha coniato l’espressione “settima arte” a proposito di quella
cinematografica), aveva pubblicato un manifesto per esortare gli stranieri a
dare il proprio contributo per la difesa della Francia dall’aggressione tedesca.
Sicuramente la motivazione di fondo era quella di prestare soccorso alla nazione
che li aveva accolti. Ma, nel romanzo, l’autore e protagonista – a un agente dei
servizi segreti che è andato a scovarlo tra i labirintici camminamenti delle
trincee – con un atteggiamento da duro, tutt’altro che sentimentale, dichiara
cinicamente di averlo fatto per puro odio nei confronti dei boches (i
“crucchi”). Al medesimo interlocutore – che ha una visione “romantica” del
conflitto bellico – dice poi a chiare lettere che la guerra non è affatto bella,
che è «un’ignominia», «una solenne porcheria». E cerca, inoltre, di fargli
capire che il patriottismo non basta a giustificare l’orrenda carneficina in
atto.
L’attitudine empatica di Blaise fa sì, dunque, che il libro consista in una
sfilata di personaggi, ciascuno protagonista, comprimario o personaggio
secondario di una storia o di più storie, per lo più commilitoni dell’autore;
anche se non mancano gli “intrusi”, comunque quasi sempre legati da relazioni di
varia natura ai primi. L’attenzione che dedica a ciascuno di essi è variabile.
Alcuni ritornano più volte. Altri si dileguano nel giro di poche righe.
Esemplare, a proposito della sua capacità di empatizzare, è la “Storia del
figlio della mia portinaia” in cui l’autore mette a repentaglio la sua lunga e
consolidata amicizia con i genitori del ragazzo pur di condividere un momento di
convivialità non solo con loro ma anche in compagnia di un’altra madre e del
proprio figlio, due derelitti ritenuti dalla prima coppia delle persone
assolutamente impresentabili.
Il quintultimo e il quartultimo capitolo contengono entrambi rapide carrellate
di personaggi, con le loro storie, appartenenti a due categorie: “i bislacchi” e
“i canterini”. Il terzultimo, di appena un paio di pagine, è dedicato a uno dei
più repellenti figuri da lui incontrati al fronte, “l’abbuffatutto”.
È superfluo dire che le vite della maggior parte dei compagni d’arme dell’autore
sono destinate a concludersi tragicamente. E, difatti, il narratore osserva: «La
memoria, che cimitero! Vicine o lontane, le tombe si moltiplicano». Questa
asserzione fa il paio con un’altra di Cioran secondo cui il dolore «trasfigura
qualsiasi cosa, perfino un concetto. Tutto ciò che tocca è promosso al rango di
ricordo; lascia traccia nella memoria»[13].
Blaise Cendrars (1887-1961)
*
La fabbrica della morte
Le invettive contro la guerra sono disseminate in tutto il libro: la definisce
«puttanaccia», «una sudiceria», «un’ignominia», «una solenne porcheria», e
ancora «macchina» e «fabbrica della morte». Se l’avanguardia – a cui, in un
primo momento, Cendrars viene associato – alimenta lo scandalo, la guerra è lo
scandalo assoluto che piomba nelle vite di tutti, degli artisti e della gente
comune, e s’impone con una profonda cesura nella Storia e nelle storie degli
individui. Pur sapendo che durante il conflitto bellico tutto è «troppo reale»,
Blaise ne descrive gli orrori («la vita da noi condotta al fronte era
assolutamente disumana») senza cedere alla tentazione di esagerare con effetti
“iperrealistici” cercando sempre di mantenere un certo equilibrio malgrado
l’“instabilità” della sua condizione di soldato. A volte lo fa con esiti
grotteschi, come quando descrive la morte del maresciallo Angéli:
> «cadde a capofitto in una latrina da campo. […]. Eravamo sbottati in una gran
> risata quando l’avevamo visto capitombolare nella fossa puzzolente; ora, noi
> ce ne stavamo lì inorriditi. Angéli era morto asfissiato, con la testa nella
> merda tedesca e i piedi volti al cielo. Un serbatoio traboccante. Un cielo
> vuoto. Due gambe divaricate a V».
Altre volte lo fa senza dimenticare di essere approdato al mondo delle lettere
come poeta. Ad esempio, quando, in attesa di mettere in atto un colpo di mano
insieme ai suoi commilitoni, osserva:
> «ci mettemmo silenziosamente all’opera con meravigliosa leggerezza, giacché
> anche gli agenti del male sono angeli in volo».
La guerra è «macchina» e «fabbrica della morte» perché gli uomini che la
combattono sono reificati, degradati a meri strumenti al servizio di una ragione
a loro totalmente o parzialmente sconosciuta (nel romanzo Blaise dice che la sua
squadra era «formata di poveri diavoli caduti senza sapere né perché né come») e
di un sistema che ha come unico scopo quello di autoalimentarsi. È bene non
dimenticare che la Prima guerra mondiale segnò l’esordio della guerra
meccanizzata e impersonale che, ai giorni nostri, ha raggiunto l’apoteosi con
l’impiego dei droni e dell’intelligenza artificiale. Il tema dell’alienazione
bellica evoca la riflessione filosofica di Horkheimer e Adorno in Dialettica
dell’Illuminismo: «Il pensiero si reifica in un processo automatico che si
svolge per conto proprio, gareggiando con la macchina che esso stesso produce
perché lo possa finalmente sostituire»[14] e così «Il singolo si riduce a un
nodo o crocevia di reazioni e comportamenti convenzionali che si attendono
praticamente da lui. L’animismo aveva vivificato le cose; l’industrialismo
reifica le anime»[15]. Una riflessione che trova sponda nell’analisi di Umberto
Galimberti a proposito dei rischi della tecnica: «soggetto della storia non è
più l’uomo, ma la tecnica che, emancipatasi dalla condizione di mero
“strumento”, dispone della natura come suo feudo e dell’uomo come suo
funzionario»[16].
*
Il grande assente
Blaise Cendrars, a un certo punto, fa un’affermazione dai toni apodittici che
riecheggia il «Dio è morto» di nicciana memoria: «Dio è assente dai campi di
battaglia». Ma, abitando in un mondo di aporie, è lecita anche una diversa
prospettiva: in guerra gli uomini avvertono la mancanza di Dio perché sono
assenti da se stessi; deprivati di qualsiasi anelito spirituale, sono ridotti a
un coacervo di puri istinti animali condotti per mano dall’istinto principe –
quello di sopravvivenza –; sono delle macchine per uccidere che agiscono prima
di tutto per la salvaguardia della propria vita e poi, in quanto obbligati, a
tutela delle vite dei loro commilitoni. La follia della guerra rivela non la
morte o l’assenza di Dio ma quella dell’uomo[17] il quale, sopprimendo i propri
simili, nega a se stesso ogni possibilità di trascendenza (ciò che lo
contraddistingue dagli altri esseri viventi) e relega la propria esistenza
nell’angusto recinto della mera bestialità.
*
L’arto fantasma
Il romanzo è sorprendente anche e soprattutto per un’assenza: La mano mozza del
titolo. È alla sua mano mozza che fa riferimento oppure no? E, in caso di
risposta affermativa, perché non descrive l’episodio bellico in cui l’ha persa?
Non ne parla neanche nei due racconti, Ho ucciso e Ho sanguinato, che narrano le
vicissitudini dell’autore rispettivamente prima e dopo la grave ferita riportata
sul campo di battaglia. La storia narrata nella seconda parte della tetralogia
termina con il narratore/protagonista (soldato matricola 1529) che riceve
finalmente la tanto agognata notizia: gli è stata concessa la licenza e potrà
così trascorrere il 14 luglio 1915 a Parigi. Dopo il suo ritorno al fronte,
precisamente il 28 settembre dello stesso anno, una mitragliatrice gli falcerà
il braccio destro. Della sua disgrazia avrà una sinistra premonizione – quasi
un flashforward (ciò che lui chiama “procronia”) – riportata in uno degli ultimi
capitoli intitolato “Il giglio rosso”. Non si sa come – è piovuto forse dal
cielo? – ma al narratore e alla sua squadra appare «un grosso fiore aperto»
grondante di sangue: «un braccio destro strappato netto sopra il gomito, con la
mano ancora viva che affondava le dita nella terra come per abbarbicarcisi, e il
cui stelo sanguinolento oscillava adagio adagio per poi fermarsi del tutto in
equilibrio».
Difficile credere alla veridicità dell’episodio, più di natura onirica che
reale. Il nostro autore, nel corso della sua esistenza, aveva dato vita a una
vera e propria automitografia e aveva, quindi, il vezzo di confondere realtà e
immaginazione. “Il giglio rosso” andrebbe piuttosto decifrato dal punto di vista
psicanalitico. La “visione” che anticipa la perdita effettiva del “suo” braccio
destro, qualche mese più tardi, potrebbe – a ben vedere – essere interpretata
come una sorta di avvisaglia del contrappasso che lo attenderà in seguito alla
commissione del peccato di omicidio. Nel finale del racconto Ho ucciso, descrive
così la sua “prima volta”:
> «Ho affrontato mortai, cannoni, mine, fuoco, gas, mitragliatrici, ogni sorta
> di macchina anonima, demoniaca, metodica, cieca. Sto per affrontare l’uomo. Il
> mio simile. Una scimmia. Occhio per occhio, dente per dente. A noi due ora. A
> suon di pugni, a colpi di coltello. Senza pietà. Mi getto sul mio antagonista.
> Gli sferro un colpo terribile. La testa è quasi andata. Ho ucciso il crucco.
> Sono stato più vivo, più rapido di lui. Più diretto. Ho colpito per primo. Ho
> il senso della realtà, io, poeta. Ho agito. Ho ucciso. Come chi vuole
> vivere»[18].
Nel momento del corpo a corpo con l’avversario, l’istinto di sopravvivenza
prende il sopravvento e sopprime in lui la compassione, lo spinge a uccidere.
Tuttavia, ripensando a posteriori all’episodio, la sua parte razionale, gravata
dai sensi di colpa, lo porta probabilmente a credere che la perdita dell’arto
corrisponda a una sorta di nemesi, di punizione compensativa per l’omicidio
commesso. E, difatti, nella Mano mozza Blaise confessa:
> «nulla logora maggiormente l’anima e maggiormente segna di stigmate il volto
> dell’uomo (e in segreto il cuore), e nulla è più vano, dell’uccidere, del
> dover sempre ricominciare da capo…».
Nella stimolante introduzione al libro in esame, Andrea Cortellessa scrive: «La
mano mozza rappresenta il caso non unico, ma raro, d’un titolo riferito a un
episodio che dal testo brilla per la sua assenza. […] Tutti i lettori della Mano
mozza hanno notato questo paradosso, ed è difficile respingere la tentazione di
leggere nel titolo un’allusione metalinguistica a quest’assenza proditoria del
nucleo centrale del racconto: da esso mancante eppure attivo, come nella
“sindrome dell’arto fantasma” che quella parte del corpo, a chi ne ha dovuto
subire la mutilazione, fa ancora “sentire”. […] Una pagina del racconto
pubblicato nel 1938, Ho sanguinato, descrive questa sindrome inquietante, oltre
che dolorosa […]. Ho sanguinato racconta l’inizio della convalescenza e della
riabilitazione del mutilato […]. Ma anche da questo testo manca la “scena
primaria”, o “dramma sacro” che dir si voglia, che ha deciso della seconda parte
della sua esistenza: la narrazione comincia infatti, come scrive all’incipit,
“quarantott’ore dopo la mia amputazione”. […] Come evidenziano le scalette
compilate fra il 1918 e il 1945, sin dal principio Cendrars s’è posto
l’obiettivo di giungere a raccontarla anche in forma letteraria, quella scena.
Semplicemente, non ce l’ha fatta. Come ha scritto Michèle Touret, “a dispetto
dei progetti” dell’autore la sua “parola diretta è impossibile, insopportabile”.
Così gran parte della sua opera, dopo quel tornante sanguinoso, si può leggere
come un tentativo di elaborare tale manque»[19]. Se l’assenza nel testo
dell’episodio in cui l’autore ha subito la perdita dell’arto sottolinea
l’impossibilità di narrare direttamente l’orrore assoluto, la mano
mancante potrebbe anche essere interpretata come una metafora di tutto ciò che
la guerra sottrae all’umanità: non solo corpi o brani di corpi ma identità,
compassione e possibilità di trascendenza.
*
L’incorreggibile giramondo
Per fortuna, anche in guerra, non tutto si perde dei caratteri distintivi
dell’umanità e delle peculiarità di ciascun individuo. C’è sempre una spinta,
istintiva o intenzionale, dei singoli verso la propria differenziazione rispetto
agli uomini-massa, alle macchine da guerra umane. In Blaise, il suo spirito
di bourlinguer e la sua connaturata dromomania non si placano neanche nel corso
del conflitto e così non perde occasione per allontanarsi dagli angusti e
ammorbanti camminamenti delle trincee. E, a tal proposito, si finge perfino
addestratore di cani e cavalli:
> «E io lo addestrai, lo sapete, e lo misi al passo, il bucefalo del colonnello.
> Ma lo feci per spassarmela un po’. Mica ho ambizioni del genere, e quando mi
> fo avanti non è certo per imboscarmi al posto d’un altro, ma per divertirmi, e
> con la vaga speranza che ci scappi un giretto. Che volete farci, ho il mal di
> colombo viaggiatore, io. Non cerco affatto di eclissarmi e per nulla al mondo
> lascerei la squadra, dove ho così bravi compagni; tuttavia, sono curioso per
> temperamento, e mi piace andare a vedere quello che succede dalle altre parti,
> e come vanno le cose, e come se la sbroglia la gente».
>
> (i corsivi sono di chi scrive)
*
La nuda invocazione dei moribondi
«La guerra è una solenne porcheria»: Blaise si sforza di farcelo capire in tutti
i modi e lungo tutto il libro. Di tanto in tanto, ci sono la forza dell’ironia e
lo spirito picaresco dei soldati ad alleggerire l’atmosfera plumbea delle
trincee, ma l’orrore è sempre vivo anche se è difficile comunicarlo fino in
fondo ai lettori. L’autore ci prova e, nel penultimo capitolo, dà l’affondo
finale. Con un colpo magistrale di icastico nitore, destinato a lasciare il
segno. E, allora, la conclusione di questo articolo è meglio lasciarla alle
parole dell’autore che ha vissuto in prima persona le vicende narrate:
> «Ma il grido più raccapricciante che si possa udire e che non ha bisogno
> d’armarsi d’una macchina per trapassare il cuore, è la nuda invocazione di
> fantolino nella culla: “Mamma! Mamma!…” che lanciano i soldati feriti a morte,
> caduti e abbandonati fra le linee dopo un attacco fallito e mentre tutti gli
> altri rifluiscono indietro in disordine. “Mamma! Mamma!…” gridano costoro… Ed
> è un grido che dura per nottate e nottate intere, giacché durante il giorno
> essi tacciono o chiamano per nome i compagni, il che è patetico ma molto meno
> spaventoso di quel lamento infantile nella notte: “Mamma! Mamma!…” Un grido
> che va sempre più attenuandosi, giacché ogni notte essi sono sempre meno
> numerosi… un grido che va indebolendosi perché ogni notte le forze scemano, e
> i feriti muoiono… finché non ne resta più che uno solo a gemere sul campo di
> battaglia, ormai senza più fiato: “Mamma! Mamma!…”, giacché il ferito a morte
> non vuole ancora morire, non vuole soprattutto morire lì, né così, abbandonato
> da tutti…».
Quella straziante invocazione alla madre, ripetuta più volte, riporta così il
lettore all’originaria vulnerabilità dell’essere umano e lo fa sentire, a sua
volta, inerme di fronte all’inesorabilità del destino.
Due memorabili versi di Disamistade, la bellissima canzone di De André e
Fossati, dicono: «e per tutti il dolore degli altri/ è dolore a metà». Uno dei
meriti del romanzo di Cendrars è quello di farci sentire, nel corso della sua
lettura, il furore dei combattenti e il dolore dei caduti sui campi di battaglia
come fossero nostri. Ci fa uccidere e sanguinare, insieme a loro.
Angelo Guida
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[1] Claude Leroy, Introduction, in Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du
monde. Poésies complètes, a cura di Claude Leroy, Éditions Gallimard, Parigi
1967-2006, p. 22.
[2] Ivi, p. 23.
[3] Ivi, p. 21.
[4] Questa, invece, l’opinione di Luciano Erba: «Poesia nella sua prosa, prosa
(transiberiana) nella sua poesia. In realtà è soprattutto prosa ed è x questo
che abbandona la poesia» (dagli appunti del poeta e traduttore italiano scritti
per la conferenza su Blaise Cendrars tenutasi il 28 aprile 1987 all’Università
di Venezia, i cui atti sono stati raccolti in Gli universi di Blaise Cendrars, a
cura di Rino Cortiana, Piovan Editore, Abano Terme 1992).
[5] Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du monde. Poésies complètes, cit.,
p. 377. Mia Lecomte ne ha parlato in un articolo pubblicato sul “Fatto
Quotidiano” del 18.8.2023, Blaise Cendrars, la mano sinistra della
guerra(www.ilfattoquotidiano.it/2023/08/18/blaise-cendrars-la-mano-sinistra-della-guerra-traduzione-di-mia-lecomte/7263627/).
[6] Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du monde. Poésies complètes, cit.,
nota 1 di p. 65, p. 363. Questi i versi di riferimento: «Ero già sì cattivo
poeta / Al punto da non sapere andare fino in fondo alle cose» (Blaise
Cendrars, Prosa della Transiberiana e della piccola Jeanne de France, in Poesie,
trad. di Luciano Erba, Nuova Accademia Editrice, Milano 1961, p. 58).
[7] Emil Cioran, La caduta nel tempo, Adelphi, Milano 1995, p. 13.
[8] Ivi, p. 9.
[9] Ibidem.
[10] Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du monde. Poésies complètes, cit.,
p. 340.
[11] “Bijou-concert”, Feuilles de route, ivi, p. 208.
[12] Byung-Chul Han, Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil, Nottetempo,
Milano 2026, p. 25.
[13] Emil Cioran, La caduta nel tempo, cit., p. 83.
[14] Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, trad. di
Renato Solmi, Giulio Einaudi Editore, Torino 1966, p. 33.
[15] Ivi, pp. 35-36.
[16] Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica,
Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1999-2003, p. 37.
[17] È Byung-Chul Han a parlare di «morte dell’uomo», però con intenti
prettamente teologici (cfr. Byung-Chul Han, Parlare di Dio. Un dialogo con
Simone Weil, cit., p. 11).
[18] Blaise Cendrars, Ho ucciso, in Ho ucciso. Ho sanguinato, Marietti 1820,
Bologna 2023, pp. 23-24.
[19] Andrea Cortellessa, Il figlio del fuoco, in Blaise Cendrars, La mano mozza,
cit., pp. XII-XV.
L'articolo “Io non sono che una parola, un verbo, un abisso”. Blaise Cendrars,
uno scrittore in guerra proviene da Pangea.
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È bello estrapolare alcuni dettagli da una biografia: per farne un simbolo,
certo – ma soprattutto, una fragola. Il succo che ci cola sul mento è
materia romanzesca.
Della vita di Marguerite Yourcenar – costellata da moltissimi viaggi, è vero:
per me ha le dimensioni di un capanna, a Nord di tutto, in uno spazio, per lo
più, di nevi, adornato da alti pini – mi ero dimenticato questo particolare.
“Sulla via del ritorno a Petite Plaisance, sosta a Ginevra per trascorrere un
pomeriggio con Borges, malato da tempo. Lo scrittore morirà sei giorni dopo”.
Borges – così dicono i referti – muore il 14 giugno del 1986; la Yourcenar gli
fa visita l’8 giugno, quarant’anni fa. All’imperfezione di una data –
sbagliarla, intendo – seguirebbe una cattiva intonazione della voce e dunque
della verità. Il lento crollo, a effetto domino, di un’intera esistenza
piantumata, dunque, da appuntamenti errati, contro tempo, fuori dal tempo.
Borges, il Veggente è il titolo “dell’ultima conferenza tenuta da Marguerite
Yourcenar all’Università di Harvard, mercoledì 14 ottobre 1987”. Marguerite
morirà due mesi dopo, il 17 dicembre, all’ospedale di Bar Harbor, nel Maine.
Progettava un viaggio in India e in Nepal con l’amico Paolo Zacchera, esegeta di
fiori e di piante, che opera sul Lago Maggiore, a Verbania. La conferenza su
Borges verrà accolta nel libro postumo En pèlerin et en étranger (1989);
commentando alcuni racconti e alcune poesie di Borges, la Yourcenar parla – va
da sé – della vita come sogno (“Ma se tutta la vita non è che un sogno, la morte
non sarà dunque un risveglio?”).
Il saggio della Yourcenar – per molti versi riassuntivo, dunque statico – parte
da un presupposto di fondo, questo:
> “Quando io scrivo «Borges, il Veggente» non prendete questa formula per un
> semplice paradosso. Noi possediamo il mondo, e noi stessi, attraverso i nostri
> cinque sensi, e la vista è certamente uno dei tre dai quali dipendiamo
> maggiormente. Ora, la maggior parte di noi non si vede. Gli uomini, nella loro
> stragrande maggioranza, non riescono a vedersi: la nobilissima modestia di
> Borges consiste nel vedere se stesso per quello che è, unico, e tuttavia
> qualunque come lo siamo tutti. Ma la maggior parte di noi non vede nemmeno
> l’altro, né l’universo. Borges li vive entrambi.”
Il saggio – che qui riproduco nella versione di Elena Giovanelli da Pellegrina e
straniera, Einaudi, 1990, più volte ristampata – si focalizza, in fondo, su due
temi: la nostra percezione del mondo – possedere il mondo – e il vedere. Vedere
noi stessi e il mondo. Vedere noi stessi nel mondo. Il principio di ogni
sopraffazione comincia quando non vediamo più neppure l’ombra del mondo, neppure
un barlume di noi stessi.
L’episodio tratto dalla biografia della Yourcenar me ne ha fatto venire in mente
un altro, che riguarda la vita terrana di Borges – e da lui romanzato. In Atlas,
uno degli ultimi libri pubblicati in vita da Borges (esce nel 1984), lo
scrittore argentino racconta la visita fatta a Maiorca, nel 1982, a Robert
Graves. “La moglie gli dava da mangiare col cucchiaio e tutti erano assai tristi
e in attesa della fine”. Al di là della chiosa, borgesiana – “So che le date che
ho scritto sono per lui un solo istante eterno”: dovremo distinguere, nell’opera
di Borges, i libri in cui lo scrittore spacca gli specchi, i più belli, da
quelli in cui ne erige di nuovi – va detto di questa circumnavigazione intorno a
un corpo morente. Cosa ci lascia un corpo in cui il sé è già altrove? Lavora a
lungo, pare – rivive. Ci mangia.
Robert Graves, il grande poeta inglese ed esegeta di miti, vivrà ancora a lungo.
Muore nel dicembre del 1985. Poco prima di Borges – due anni prima della
Yourcenar. In un libro di radiosa bellezza, La Dea Bianca, tra le altre cose,
Graves si scaglia contro il mondo moderno, reo di dileggiare il poeta e di aver
defraudato gli esseri animati dal simbolico, ridotti a mera funzione dell’uomo,
il fanatico della fame (“L’oggi è una civiltà in cui gli emblemi primi della
poesia sono disonorati; in cui il serpente, il leone e l’aquila appartengono al
tendone del circo; il bue, il salmone e il cinghiale all’industria dei cibi in
scatola; il cavallo da corsa e il levriero al botteghino delle scommesse; e il
bosco sacro alla segheria”). Non è un caso che il poeta non abbia più campo nel
contesto sociale (e neppure in quello editoriale): il suo compito è quello di
“ricordare all’uomo che deve mantenersi in armonia con la famiglia delle
creature viventi tra le quali è nato” – chi ascolta questo monito?
Graves fece la sua scelta. Ritirarsi “in un paesino sui monti di Maiorca, dove
la vita è ancora regolata dall’antico ciclo agricolo”, certo che “privo del
contatto con la civiltà urbana, tutto ciò che scrivo suonerà assurdo e
irrilevante a quelli tra voi che sono ancora legati agli ingranaggi della
macchina industriale, sia direttamente come operai, dirigenti, commercianti o
pubblicitari, sia indirettamente come funzionari, editori, giornalisti,
insegnanti o dipendenti di una stazione radiofonica”. La Dea Bianca uscì per la
Faber nel 1948; in Italia, è una delle perle del catalogo Adelphi.
Pressoché le stesse parole di Graves sono riprese da Marguerite Yourcenar in una
conferenza tenuta a Lisbona nel 1981, Chi sa se il soffio vitale delle bestie
scende in basso, verso terra?, ora riprodotta nel bel libro curato per Einaudi
da Stefania Ricciardi, Se vogliamo provare ancora a salvare la Terra. Ne
ritaglio alcuni stralci:
> “Qui, come altrove, l’equilibrio si è rotto… Per millenni l’uomo ha
> considerato l’animale cosa propria, ma permaneva uno stretto contatto. Il
> cavaliere, pur abusandone, amava la sua cavalcatura, il cacciatore di un tempo
> conosceva le abitudini di vita della selvaggina e a modo suo ‘amava’ gli
> animali che si vantava di uccidere… Noi abbiamo cambiato tutto: i bambini di
> città non hanno mai visto una mucca o una pecora; ebbene, non si ama quello
> che non si è mai avuto modo di avvicinare o che non si è mai accarezzato. Il
> cavallo, per un parigino, non è più che il mitologico animale dopato e spinto
> oltre le proprie forze che fa vincere un po’ di denaro quando s’indovina la
> puntata a un gran premio. Venduta al supermercato in fette accuratamente
> avvolte in carta oleata, o conservata in scatola, quella carne non viene più
> associata all’animale vivo che è stato”.
La Yourcenar era vegetariana a tratti. Il pollo appariva, pur di rado, al suo
desco: proveniva dai contadini delle zone intorno a Mount Desert, dove aveva
scelto di ritirarsi. Ogni tanto si permetteva un panino al prosciutto. Odiava
gli ideologismi, qualsiasi edenica forma essi adottino. Isaac B. Singer, il
grande scrittore yiddish Nobel per la letteratura nel 1978, era invece, un
radicale; divenne vegetariano perché “è la mia protesta contro la condotta del
mondo. Essere vegetariani significa dissentire, dissentire contro il corso degli
eventi attuali. Energia nucleare, carestie, crudeltà, dobbiamo prendere
posizione contro queste cose. Il vegetarianesimo è la mia presa di posizione”.
Il titolo della conferenza della Yourcenar è tratto da un versetto di Qoelet, a
significare un gemellaggio nella sorte di ogni creatura vivente: “Chi sa se
spirito dei figli d’uomo va in alto e spirito della bestia scende nelle viscere
della terra?” (3, 21).
Il testo che dà titolo al saggio Einaudi, finora inedito in Italia, è stato
pronunciato dalla Yourcenar il 30 settembre del 1987 a Laval, in Québec. Due
settimane dopo avrebbe parlato di Borges; due mesi e mezzo dopo sarebbe morta.
In fondo, la Yourcenar ripete ciò che sappiamo da sempre, ciò che non vogliamo
sentirci ripetere:
> “Da dove viene allora questa sorta di smarrimento della coscienza umana? A mio
> parere, di sicuro dalla brama di approfittare il più possibile dei beni della
> Terra… dal desiderio di spremere il massimo della ricchezza da tutto, per
> costruire un condominio là dove c’era un posto tranquillo lasciato com’era in
> origine, dove la gente affluiva numerosa per trovare un po’ di refrigerio o di
> quiete”.
Ripeteva, la Yourcenar, che
> “La Terra appartiene a tutti gli esseri viventi e noi dipendiamo in definitiva
> da tutti gli esseri viventi. Ci salveremo o moriremo con loro e con lei”.
Restò inascoltata – era certa che ciascuno, con le proprie singolari scelte, può
trovare – nonostante l’inquietudine che lo ara – un punto di singolare armonia
con il creato. Questa donna partì dall’amore per l’uomo – “Non c’è nulla da
temere. Ho toccato il fondo. Non posso cadere più in basso del tuo cuore”,
scrive in Fuochi – per giungere all’amore per il cosmo. Nei Taccuini di
appunti che inghirlandano Memorie di Adriano, scrisse che “questo libro è il
condensato d’un’opera enorme elaborata per me sola”; scrisse che si scrive per
cancellarsi (“Questo libro non è dedicato a nessuno. Avrebbe potuto esserlo a G.
F.; lo sarebbe stato, se non fosse quasi indecente mettere una dedica personale
in testa a un’opera dalla quale volevo, soprattutto, cancellare me stessa”). Lo
scrittore crea un mondo – atto pericoloso, di vertiginosa alchimia. Creare è per
pochissimi – con-creare è per chi ha fede. Gli altri, scrivono sbriciolando –
scrivono divorando, senza offrire altro che la loro ambizione.
Non lo sapevo: la Yourcenar era iscritta a oltre settanta associazioni a tutela
“dell’ambiente, dei diritti umani e animali, dei diritti umani e civili”, a
tutela “del controllo delle nascite”. Voleva essere utile. “La ferma
determinazione di esser utile” è il titolo del saggio della Ricciardi dedicato
all’Ambientalismo sovversivo di Marguerite Yourcenar (bello, informato, lungo:
compresi gli apparati, 67 pagine sulle poco meno di cento del libro intero). La
frase è tratta dalle Memorie di Adriano. Ecco, su questo dissento. In un tempo
votato all’utile, preferisco il talento degli inutili.
*In copertina: Marguerite Yourcenar ritratta da Paola Agosti
L'articolo “L’equilibrio si è rotto”. Marguerite Yourcenar, storia di
un’ambientalista selvaggia proviene da Pangea.
È stato Eugenio Montale, parlando di ornitologia lirica, a eleggere l’upupa ad
animale-totem della poesia. Una fotografia scattata da Ugo Mulan nel
1970, Montale e l’upupa, testimonia una somiglianza rapace. L’upupa, “nunzio
primaverile”, “aligero folletto”, fa mostra di sé in Ossi di seppia: l’“ilare
uccello calunniato/ dai poeti” sigilla in realtà uno dei miti più lugubri del
canone greco. In upupa, infatti, fu tramutato Tereo, re di Tracia, dopo aver
pasteggiato con le carni del figli Iti, imbanditogli per vendetta dalla moglie,
Procne. Tereo aveva violentato la sorella di lei, Filomela, per poi mozzarle la
lingua, che nella versione raccontata da Ovidio vediamo “pulsare rotolando/ come
si dibatte la coda recisa di un serpente”. Secondo il mito – narrato nel VI
libro delle Metamorfosi, ma anche, con premurose varianti, da Apollodoro e da
Igino (per cui Tereo fu volto in falco) – Procne divenne rondine e Filomela
usignolo. A dire di Robert Graves, il grande poeta e mitografo, il mito traduce,
per spiragli, l’antica era del sacerdozio femminile: Procne sarebbe “una
profetessa che cadeva nella trance profetica dopo aver masticato foglie di
alloro” e che “traeva auspici dai visceri di un fanciullo sacrificato in onore
del re”. Nel Corano l’upupa appare nella Sura XXVII: l’uccello, il più sapiente
e altolocato – per via della cresta-corona – svela a Salomone segreti sulla
regina di Saba. Nella Bibbia, l’upupa è elencata tra “i volatili… obbrobriosi”
(Lv 11,13 ss.), su cui grava interdizione, divieto di pasto, insieme a
pipistrelli e cicogne, falchi, corvi e gufi. Tale anatema non riguarda usignoli
né rondini.
Intorno a tale mito, Carmen Gallo ha costruito Procne Machine (Einaudi, 2026),
concept album di raggelata bellezza, che comincia cantando le rondini (“Nello
slargo della piazza/ si rincorrevano felici o furiose, non saprei dirlo”) e
termina con un quadro di Max Ernst. In mezzo, una trincea di prose che
setacciano i rivoli del mito – tra Aristofane e Lou Reed –, un poemetto, Le
metamorfosi, che si snoda come una filastrocca horror, una sessione di
traduzioni da cui spicca la rondine di Tennyson. A mio giudizio, il poeta più
animalesco di tutti – e forse il più bravo, se in poesia hanno poi senso
aggettivi e regni – è Ted Hughes, il tenebroso marito di Sylvia Plath; lo
scrittore che ha descritto le rondini – “creature gioiose e pure di spirito,
estranee alle angosce umane” – meglio di tutti è Henry Williamson, in Tarka la
lontra, romanzo di suprema potenza. Ma questi sono dettagli. In Procne machine,
libro scritto con estro ‘modernista’ – tra l’altro, Carmen Gallo ha tradotto La
terra devastata di Eliot nel 2021, per il Saggiatore –, solidissimo, tutto
intelletto, spiccano i temi del sopruso, della violenza, della castrazione
domestica, della patrilinearità nel male. È un libro che flirta con quelli,
rivoluzionari, di Anne Carson, in sorellanza con i metodi di Hannah Sullivan,
tra gli audaci poeti britannici di oggi: si legga Tre poesie, libro da poco in
Italia per Crocetti, introdotto proprio dalla Gallo. Che l’autrice abbia paura
degli uccelli – “Ho sempre avuto paura di voi” – rende il libro un
esperimento in picchiata, su cui domina un’aura da film di Hitchcock.
Genesi. Come nasce questo libro, metamorfico?
Era un po’ di tempo che il mito di Procne e Filomela mi tornava in mente, e a
lungo ho cercato una forma per attraversarlo. Alla fine, ho intuito che cambiare
spesso forma era forse l’unico modo, per me, per ridare voce alla lingua
tagliata di Filomela che è da sempre anche la lingua tagliata di chi scrive
poesia, che deve ogni volta ritrovare le ragioni profonde per uscire dal
silenzio e cantare (ancora). Così nel libro si avvicendano liriche più
tradizionali, prose minime (in realtà, un montaggio straniante della stessa
scena attraverso i secoli), un lungo poemetto narrativo con voci dall’aldilà (in
dialogo con Ovidio, Leopardi, Kafka), traduzioni di poesie dal Romanticismo in
poi, un’ecfrasi di un quadro surrealista di Ernst.
Fonti. Vedo Eliot, ti è piaciuto rimeditare “Foe”; è un libro, il tuo, che
piacerebbe a Anne Carson. Non vedo, tra i tanti convocati – in ragione del tema
e della trama – Ted Hughes, Robert Graves, Ritsos. Insomma: vorrei ragionassi
sui modi con cui l’intelletto si coagula all’ispirazione – senza soggiogarla,
spero.
Sono tante le voci che si sarebbero potute convocare: dai lais di Maria di
Francia a Bianca among the nightingales di Elizabeth Barrett Browning alle
riscritture mitologiche di Christa Wolf e Margaret Atwood, ma anche fuori dalla
letteratura si può pensare alle farfalle meccaniche di Rebecca Horn e i ragni di
Louise Bourgeois. Tuttavia, lo scopo dell’inchiesta ‘volatile’ del libro non era
quella di ricapitolare o esaurire quanto scritto sull’argomento, ma provare a
riattivare quanto della nostra millenaria relazione con gli animali, e con gli
uccelli in particolare, è ancora capace di illuminare zone buie della nostra
esperienza della realtà. In questa idea di mettere le mani nella tradizione,
sperimentando con le forme più diverse, facendo dialogare passato e presente,
devo sicuramente molto a Anne Carson e alla sua spregiudicatezza nel ripensare
le convenzioni dei generi.
Se posso dirmi comunque eliotiana, invece, è perché ho cercato di fare mio –
almeno nelle intenzioni – quanto Eliot scrive dei poeti metafisici inglesi,
elogiandone la capacità di tenere insieme pensiero ed emozione, di riuscire a
far ‘sentire’ il pensiero con la stessa immediatezza con cui si percepisce
l’odore di una rosa. So che è questa solo una delle possibilità della poesia; so
che esiste poesia straordinaria in cui la dimensione del pensiero può essere
lasciata da parte a favore della pura emozione, estasi, visione; so che esiste
poesia straordinaria che spesso rischia di inaridire la necessità della lingua
poetica con il troppo pensare. Io non riesco a rinunciare – finora, ma non è una
scelta definitiva, forse è solo una tappa– a questa possibilità di usare la
poesia come strumento di una conoscenza più profonda di noi e del nostro stare a
questo mondo. Penso spesso ai versi di Antonella Anedda “Se ho scritto è per
pensiero/ perché ero in pensiero per la vita” (da Notti di pace occidentale) e
alle parole di Amelia Rosselli, “Scrivere è chiedersi com’è fatto il mondo”.
Lei è Carmen Gallo
Sorgenti. Come hai scritto un libro così? Sì, è proprio questa la domanda: come
si passa dal poemetto gotico-fiabesco “Le metamorfosi” a “Procne Machine” a
“Traducendo Keats”. Continuità, scollamento. Dov’è la sorgente? Facci entrare
nella tua mente.
Non è facile spiegare, e non tutto è sempre, dall’inizio, un fare consapevole.
Credo si proceda per accumulo e associazione di spunti significativi che si
sedimentano per mesi, anni. Da qualche tempo non mi interessa raccogliere in
volume testi eterogenei, ma lavorare sin dall’inizio a un libro di poesia
compatto. L’idea è quella, credo, di cercare una verticalità o una profondità
che scongiuri la dispersione orizzontale, la parola oziosa, se si vuole il
narcisismo (comunque ineludibile) del racconto estemporaneo di sé. Nel
fortissimo rumore di fondo che ci circonda – dentro e fuori il mondo della
poesia – lo percepisco come un atto quasi di responsabilità, o meno
enfaticamente di auto-legittimazione alla presa di parola.
Tutto è iniziato dalla sezione Procne machine: la macchina che rimastica il mito
attraverso i secoli. Non volevo riscrivere il mito di Procne e Filomela, volevo
mettere in serie, come in una catena di montaggio, tutti i pezzetti della loro
storia, come fa Filomela – nella versione ovidiana – quando riesce a ricamare su
brandelli di stoffa l’orrore della violenza che ha subito. Poi scavando negli
elementi del mito, le riverberazioni di questa storia sono arrivate fino a
colpirmi nella mia dimensione autobiografica (in “Aprile”) e nella mia passione
più grande, la traduzione intesa come gesto di ‘dare voce’ ma anche di ‘imporre
la propria voce’ in “Traducendo Keats”. Il filo conduttore è quello del ‘canto
(ancora) possibile’. La progressiva estinzione del canto degli uccelli e le sue
ricadute sulla nostra percezione e comprensione del mondo da cui prende avvio il
libro mi ha fatto pensare al compito della poesia come ‘canto’, alla sua
interdizione (Filomela), alla necessità di imparare a cantare con gli altri (la
traduzione), cercando però di trovare ogni volta la propria voce e soprattutto
un canto in dialogo con la storia, con la realtà, che non sia mero esercizio
letterario. In Le metamorfosi lascio la parola a due uccelli impagliati
(l’usignola e la rondine del mito diventano oggetti, soprammobili, macchine
canore): volevo esplorare un coro di voci, animali e post mortem, capaci di
cantare le mostruosità ordinarie degli umani.
Mito (cioè: etica). Un libro scritto per le “femmine che cantano”? Nel mito che
risussurri – che ri-compi più che ricomporre – ci assale l’antico tabù della
madre che scanna il figlio. Ancora: a cosa ci serve far legna nel mito,
deragliare lì, oggi?
Il libro non è scritto per ‘le femmine che cantano’, ma ha al centro delle
femmine che cantano, o almeno ci provano. Se posso emozionarmi fino alle lacrime
leggendo il passo dell’Iliade in cui i soldati difendono il cadavere di
Patroclo, pur non avendo alcuna esperienza militare, credo bene che sia
possibile per chiunque leggere questo libro senza considerarlo un libro ‘per
femmine’, ma accettando l’invito a sentire parimenti l’orrore della violenza che
investe da secoli i corpi delle donne e li lascia simbolicamente insepolti, non
riconosciuti. Ripartire dal mito per farlo deragliare (grazie dell’espressione,
molto adatta) può essere un modo per far risalire in superficie qualcosa che è
nascosto e ci parla adesso in modo diverso. In fondo, è nella natura stessa del
mito essere rielaborato, ripensato, ri-mediato. Come tutte le cose umane, il
mito è inscritto nel tempo ed è in dialogo con chi lo legge e lo ripensa nel
proprio tempo che continua a tramandarsi. Si pensi a quanto parla oggi a noi, in
modo diverso, il mito di Fetonte, per esempio, che per esuberanza e incompetenza
arriva quasi a distruggere il mondo incapace com’è di tenere le redini del carro
del sole. Io ho scelto il mito di Procne e Filomela perché, nella tradizione che
lo tramanda, ci costringe a interrogarci sulla violenza, subita e perpetrata, ma
anche su una certa ottusità nel modo in cui viene raccontata.
Acquaforte del XVIII secolo che raffigura il mito di Procne, Filomela e Tereo
secondo Ovidio
Smitizzare il metodo. A che pro, ancora, perimetrare sé e il mondo con la
poesia?
È proprio questo il punto di partenza del libro, che rischiava però di essere
anche il punto di arresto. A che serve scrivere ancora poesia. La lingua
tagliata di Filomela (e più avanti nel libro quella di Friday di Coetzee) per me
significava anche quello (non solo quello): l’impossibilità di dire, la rinuncia
a dire dinanzi a ciò che di terribile accade intorno a noi. E ancora peggio, per
quanto suoni retorico: se esiste la possibilità di una poesia il cui scopo non
sia estetizzare, ‘rendere bello’ con il suo canto, a volte persino intrattenere
o consolare in modo troppo facile (se una consolazione c’è nella poesia non è
nell’oblio o nell’assoluzione, ma nella comprensione e nella condivisione più
profonda). Forse, se in questo libro ‘metamorfico’ cambio spesso forma è anche
per mostrare questa ricerca costante, per mettere in scena l’irrequietezza di un
canto che resiste solo trasformandosi, cercando nuove possibilità.
Canone ornitologico. Potremmo raccontare la poesia italiana secondo criteri
ornitologici: l’assiuolo di Pascoli, l’upupa di Montale, il passero di Parini e
di Leopardi, il cardellino di Saba… E tu, che alato sei, perché?
Domanda difficile per una che è terrorizzata da tutti i volatili. Gli unici
esemplari che temo di meno forse sono le rondini. Mi piace il loro profilo
stilizzato, quasi disegnato, irreale, i loro nidi sotto le grondaie anche in
città, l’irrequietezza del loro volo chiassoso, il loro viaggiare sempre verso
sud quando è tempo di svernare, la promessa che torneranno, che ogni cosa anche
se trasformata in qualche modo ritorna.
*In copertina: fermo immagine da “Gli uccelli”, il film di Alfred Hitchcock del
1963
L'articolo Dialogo con Carmen Gallo intorno a rondini e upupe, lingue mozzate e
donne violate proviene da Pangea.
Di rado gli scrittori con delle grandi specificità stilistiche sono dei grandi
scrittori. Non sono nemmeno degli scrittori minori, solitamente. Sono piuttosto
dei casi a parte: degli scrittori per scrittori, degli scrittori di culto. Si
nascondono nelle ombre delle nostre librerie e il grande pubblico non è il loro
destino né il loro auspicio. Rifuggono le classifiche e le onorificenze e di ciò
gli siamo grati. D’altronde uno scrittore di culto può essere perfino più
prezioso di un grande scrittore, perché è irripetibile. Credo che questo sia il
caso di Michele Mari.
L’ultimo romanzo di Mari, I convitati di pietra, edito come gli altri da
Einaudi, è uno dei suoi libri più personali e felici, nel senso che per la prima
volta Mari immagina per un personaggio a lui prossimo una possibilità di amore
riuscito, “felice”, sia pure in extremis e racchiuso in una sola notte. La trama
del romanzo è un congegno complesso ma manipolato con efficacia: una classe, la
III A, dopo l’esame di maturità si accorda di versare ogni anno una somma in un
fondo che sarà poi destinato agli ultimi tre ex alunni rimasti in vita. Si
tratta di una scommessa che è anche uno spietato gioco con la morte di ognuno di
loro.
Seguiranno assassinii, suicidi, frustrazioni, invidie, malattie, malignità,
magie nere e via di seguito. La III A, i superstiti della classe, si riuniscono
ogni ventidue di luglio per una cena. Così I convitati di pietra diventa un
grande romanzo sul tempo, perché cos’altro sono le nostre vite e le nostre morti
(ma anche i nostri amori) se non il suggello del tempo che passa e che ci
devasta?
In uno dei racconti più belli di Michele Mari, Laggiù, contenuto
in Tu, sanguinosa infanzia (1997), due vecchi parlano dei loro ricordi
d’infanzia. Il dialogo si svolge durante una malinconica sera d’estate del
2030, e si conclude con due battute che suonano come dei versi: “Non c’è stato
molt’altro, nella vita. / No, è quasi tutto laggiù.” Il laggiù è l’infanzia, il
bambino che ognuno di noi è stato e che spesso vorremmo tornare a essere, ma
in I convitati di pietra Mari lo tramuta negli anni del liceo, che sono ben più
spietati dell’infanzia. I personaggi del libro, fra i quali spiccano l’onanista
Luca Brodo e il cinefilo nerd Lothar Semprini, si imprigionano nel tempo perduto
delle loro giovinezze mancate (meglio: fallite) e nelle ossessioni che
definiscono le loro età adulte.
Per gran parte del romanzo sembra non esserci speranza per nessuno; tuttavia,
come scrivevo poc’anzi, e a differenza di Cento poesie d’amore a Ladyhawke o
di Rondini sul filo o anche del recente Locus desperatus, qui Michele Mari ha
compassione per la vita sentimentale di un personaggio adulto che gli somiglia.
Credo sia la prima volta.
A un certo punto infatti accade questo:
> “Al mattino lui le spiegò che quella notte, resosi conto di non averlo mai
> fatto, si era detto che non poteva morire senza aver dormito una volta insieme
> a lei, s’intende castissimamente.”
E viene alla mente Ladyhawke, perché sarebbe bello che lei, Ladyhawke, posto che
esista e che sia ancora in vita, e qui mi rivolgo ai veri cultori di Mari, legga
questo libro e soprattutto questa frase, questa scena, la piccola rivincita
sentimentale di un personaggio dal “tragico destino”, per citare – in onore al
fumettologo Lothar Semprini – il barone Ungern Kharn di Hugo Pratt: “Ricordate
al mondo che avevo un tragico destino.”
Chi non vorrebbe abbracciare, sia pure “castissimamente”, per un’ultima
indimenticabile notte, la donna o l’uomo che ci è stato negato? Gli amori
mancati della nostra giovinezza sono quelli che ci perseguitano per tutta la
vita ma che forse ci salveranno nel momento ultimo. Questo pensiero è nato
leggendo il libro di Mari. Chi ama invano non muore invano, credo, perché
comunque ama.
I temi di I convitati di pietra sono tanti e gli estimatori di Michele Mari
possono dilettarsi a enumerarli. C’è la morte, certo, e c’è la malattia, ma ci
sono anche i fumetti, sua grande passione, e poi il cinema. C’è qualche battuta
sul calcio e si sente che il cuore di Mari è rossonero. C’è l’amore, come sempre
frustratissimo. Ci sono le macumbe che già ci divertivano nel delirante Rondini
sul filo, un libro che Einaudi dovrebbe riportare nelle librerie (su eBay lo
vendono a 75 euro). Infine c’è il sesso, o per meglio dire un onanismo feroce e
compulsivo, perché Mari rifugge sempre le scopate “normali”, come respinge la
scrittura “normale”, e anche l’unica vera scena di sesso del romanzo, a pagina
122, è una parodia del film La bestia, di Walerian Borowiwczyk, una pagina
spassosissima. I cinefili ameranno molto I convitati di pietra.
Chissà cosa scriverebbe Michele Mari delle proprie opere. In I demoni e la pasta
sfoglia (Cavallo di Ferro, 2010), una ricca raccolta dei suoi saggi letterari,
suddivide gli scrittori che più ama in diverse sezioni: dagli ossessionati ai
feticisti, dai furenti misantropi ai sadici e voyeur, e così via. La cosa
divertente è che lui potrebbe appartenere a tutte queste categorie
contemporaneamente, pur traboccando da ognuna di esse. Ma occorre
ripeterlo: Mari non è un grande scrittore, non vuole e non deve esserlo. È
invece (per fortuna) ben altro, qualcosa di più indefinibile e prezioso. È però
un grande stilista, ossia un autore capace di scegliere un
peculiarissimo stile e di restargli fedele per centinaia di pagine, anche
trattenendo il fiato. Ciò a volte può renderlo difficile, o scorbutico. Michele
Mari è uno scrittore che non si lascia mai addomesticare dai propri lettori. È
uno scrittore che talvolta tiene il broncio.
La trama di I convitati di pietra dunque prende il volo man mano che gli alunni
della III A muoiono, perché più scorre il tempo – il romanzo si svolge in gran
parte nel futuro, come il racconto Laggiù – più Mari si concentra sui tipi umani
che davvero gli stanno a cuore e che gli somigliano. La trovata di Gene Hackman,
da aggiungere alle tante ossessioni dei personaggi mariani, è a un tempo buffa e
commovente, come e anche più delle macumbe e delle perversioni onaniste del
terribile Luca Brodo. Non nasconderò di aver concluso il romanzo con il
rimpianto di non essere stato uno dei compagni di classe di Michele Mari, anche
il peggiore di loro. O uno dei suoi personaggi.
Degli scrittori ossessivi è bene ossessionarsi. I convitati di pietra è uno dei
migliori libri di Mari, con (è il mio personalissimo podio) La stiva e
l’abisso e Locus desperatus. Ma amo anche il suo Leopardi licantropo, cioè Io
venía pien d’angoscia a rimirarti, e poi Tutto il ferro della torre Eiffel. E i
suoi racconti migliori, certo. E Di bestia in bestia, di cui cerco da anni la
rara edizione Longanesi: mi piacerebbe leggerla e confrontarla alla nuova
versione Einaudi, che è una riscrittura. In realtà, ogni sua opera è un caso a
sé, perché Michele Mari è uno scrittore che non si ripete mai e che sorprende
sempre. Anche per questo ci affascina. È uno scrittore unico. Non lo
dimenticheremo.
Edoardo Pisani
*In copertina: un’opera di Max Klinger dal ciclo “Ein Handschuh”, 1881
L'articolo Del mio culto ossessivo per Michele Mari. Ovvero: leggendo “I
convitati di pietra” proviene da Pangea.
Ho letto La ballerina di Patrick Modiano, Einaudi, mentre sto leggendo Il
ritorno del barone Wenckheim, Bompiani, di László Krasznahorkai (hai voglia a
riascoltare online come andrebbe pronunciato, bisognerebbe allenarsi a lungo per
pronunciarlo bene, occorrerebbe una disciplina da ballerini), e io non leggo mai
due romanzi assieme, al massimo un romanzo e un saggio, ma due romanzi di due
scrittori-scrittori assieme no, diventa un’esperienza schizofrenica, però
Modiano – l’idea era dare un’occhiata alla prima pagina, sentirne giusto
l’incipit – ha prevalso su Krasznahorkai.
Modiano sa che Krasznahorkai prevede una lettura lunga e avvolta come lo è il
suo stile, suo di Krasznahorkai, mentre il suo di Modiano ha una fretta, una
urgenza, cui tra l’altro non corrisponde nulla, contenutisticamente, Modiano
racconta, inventa, storie sospese e sfrondate che resteranno lì nella debole
eternità della mente che si spegnerà assieme a chi avrà brevemente immaginato
che esista un’eternità possibile, un sempre-presente magari confermato in campo
quantistico ma che in nulla modifica la nostra esperienza mortale e
macromolecolare del tempo, dunque del mondo.
Di Modiano ammiro tutto ciò che inizialmente di Modiano detestavo: un
annebbiamento diradato a sprazzi, la liceità sbruffona di deciderlo lui quale
pezzetto raccontare e quale no, un minimalismo che definivo depressivo prima di
riconoscerlo per una seria e asciutta malinconia assai sensata.
In La ballerina c’è una giovane donna che grazie alla disciplina dalla danza
riesce dare un corso a una vita sbalestrata dall’età degli incontri, c’è un
giovane uomo che non sa ancora cosa farsene di sé e che perciò ammira la
disciplina a cui sa sottoporsi la giovane ballerina che ha un figlio, un padre
del figlio che è dovuto scomparire, un molestatore che viene dal passato, come
pure un protettore e una professoressa che le fece leggere le mistiche a suo
tempo e una donna che la accoglie in casa e nel proprio letto, e per un periodo
prevedibilmente precario una relazione con il compagno di danza che le fa
finalmente sentire la mistica dell’incandescenza.
Ci sono bar, boulevard, le stazioni parigine, Repetto – il negozio – e
appartamenti umili di salvataggio, sormontati dalla città indescrivibile se non
per precisi indirizzi, per precisi tragitti, per arrivare a dire almeno qualcosa
della Città che attira tutti col miraggio dell’anonimato possibile,
dell’occasione data di poter fare “un po’ di ordine”.
Modiano racconta l’ordalia della gioventù, è la consapevolezza ultima di molti
suoi romanzi. Scrive in La ballerina:
> “Che cos’è di preciso un errore di gioventù? si chiese. La maggior parte delle
> volte, quasi nulla. A quell’età tutto si cicatrizza molto più in fretta, e
> presto non rimane nemmeno traccia della cicatrice. Più nessun testimone. Più
> nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza.”
Una menzogna, sia, non è dato a nessuno il sollievo dell’oblio totale, resta
tutto del dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani, accompagnato però a
una stanchezza, finanche a una noia di te stesso quando la ripercorri,
smarrendoti ogni volta, abbinata a un segreto vergognoso: la nostalgia di quel
tempo non perché ci fosse qualcosa di desiderabile, una bellezza percepita col
senno di poi. Soltanto la nostalgia della giovinezza capace alle volte di
vincere l’amarezza per averla dovuta vivere proprio così, per averla sprecata,
perduta, neanche fossa mai possibile il viceversa, come se il modo migliore per
mancare la gioventù non fosse il non smarrirvisi dentro, lasciando a te che le
sopravvivi, se le sopravvivi, l’alibi per mettersi in cerca dello sconosciuto
che siamo stati.
Chi non si è mai dato la necessità di cercarsi, lui sì che è perduto.
antonio coda
*In copertina: opera di Edgar Degas (1834-1927)
L'articolo “Più nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza”. Su un libro di
Modiano proviene da Pangea.
Vasilij Kamenskij, poeta futurista, “esuberante pioniere del volo”, ossessionato
dalla velocità, scrive che “Majakovskij desiderava recitare i suoi versi in
groppa a un elefante”. Immagine perfetta per indicare l’indole di ‘Vlad’:
domatore di belve, istrione, allo stesso tempo Mangiafuoco e Minotauro. Le
memorie di Kamenskij, reduce di un’epoca inimmaginabile, uscirono nel 1940: il
poeta, sfiancato da un incidente, “afferma con ottimismo straziante di avere
ancora vent’anni” (Angelo Maria Ripellino); Majakovskij, il genio per sempre
giovane, era morto dieci anni prima.
Poeta-agitatore, poeta-poligrafo, poeta-titano, Majakovskij va avvicinato, per
piglio politico ed estro erotico, a Gabriele d’Annunzio più che a Filippo
Tommaso Marinetti. Il Futurismo di Majakovskij – epico e ‘panico’ nella sua
matrice intima – ha a che fare con La pioggia nel pineto più che con Zang Tumb
Tumb; la sua Fiume fu la Rivoluzione russa; la delusione per gli esiti,
esiziali, fu roboante: nel 1919 i Soviet impedirono al Kom-Fut (il “Collettivo
comunista-futurista”) di consolidarsi in partito; due anni dopo, Lenin in
persona intimò alla casa editrice di stato (l’unica ammessa, la Gosizdat) di
limitare le pubblicazioni di Majakovskij “non più di due volte l’anno e in non
più di 1500 copie”. È vero: Majakovskij fa paura, rivolta il peana di partito in
ruggito; Majakovskij va urlato, va suonato, va cantato – lo ha fatto, ad
esempio, il Teatro degli Orrori di Pierpaolo Capovilla, nell’album A sangue
freddo, era il 2009 –; Majakovskij inaugura rivolte, anche i suoi slogan – a
proposito di D’Annunzio… – preludono all’urlo, sovvertono i luoghi verbali
comuni.
Un tempo, mistificandolo, lo si riteneva “un poeta… al megafono” (copy Eugenio
Montale), non proprio un complimento: Editori Riuniti stampava le sue Opere in
otto volumi. Da tempo, grazie al lavoro di Paola Ferretti, sappiamo che “Il
furore del Majakovskij poeta d’amore non è scorporabile da quello del
Majakovskij poeta della rivoluzione” (in: V. Majakovskij, Poesie d’amore
1913-1930, Einaudi, 2023). In particolare, Di questo (Einaudi, 2025) è l’Everest
della poesia ‘amorosa’ di Majakovskij. Il poema fu scritto a partire del
dicembre del 1922: la mitologica amante, Lili Brik, aveva imposto al poeta un
diktat: non si sarebbero visti per un paio di mesi. Majakovskij riscattò il
delirio d’amore in versi di esuberante potenza: lui, il leone dei poeti russi,
si dice “scoiattolo poetico”; il tema d’amore, che “tutti gli altri eclissa”,
che “intenebra il giorno”, lo assale, lo azzanna, “mi accoltella alla gola”.
Quando Lili decise di rompere il veto, invitò Majakovskij ad accompagnarla a
Pietroburgo. È il 28 febbraio del 1923. Majakovskij recitò a Lili il suo poema,
in treno: lei lo sigillò con il pianto, apollineo. La sera ululava, fuori dai
finestrini – i due, di nuovo uniti, ulularono.
Si erano conosciuti sette anni prima, nel 1915, amandosi tra foia e fobia. Lili,
“la musa dell’avanguardia russa” (copy Pablo Neruda), più audace che bella,
cresciuta nei ranghi di una ricca famiglia ebraica, suonava il pianoforte,
parlava con destrezza francese e tedesco, faceva l’attrice, fece perdere la
testa a molti. Aveva sposato Osip Brik nel 1912: il marito accettava di buon
grado i suoi tradimenti. La sorella, Elsa – sposatasi incidentalmente con un
ufficiale francese, André Triolet – farà coppia fissa con Louis Aragon,
dominando, di fatto, per un trentennio, la cultura francese (fu la prima donna a
vincere un Goncourt).
Di questo piacque, tra gli altri, a Carmelo Bene: ne lesse alcuni brani nel
mirabile Spettacolo-concerto Majakovskij ideato nel 1960; ampliato nei testi e
negli autori, andò in onda su Rai 2 e Rai 3 nel 1977 come Bene! Quattro diversi
modi di morire in versi. L’“ufficio stampa della Rai” pubblicò per l’occasione
un “libretto” introdotto da Angelo Maria Ripellino: la poesia di Majakovskij, a
suo dire, “è tutta un groppo di nervi, si aggrinza per smorfie di raccapriccio”,
alternando “scoppi di roso… a singhiozzi e fiotti di lacrime”.
Intorno ai versi 690-700 del poemetto (p.45 dell’edizione italiana) c’è un
ragazzo che si uccide per amore. “Fino a che punto/ mi somiglia!”, sussulta il
poeta. Il biglietto d’addio improvvisato dal tizio (“Io muoio…/ Addio…/ Non
incolpate nessuno”) ricorda terribilmente quello scritto, sette anni dopo, da
Majakovskij: “Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente
pettegolezzi”.
Nel suo studio su Majakovskij (un tempo edito da il Saggiatore), Viktor
Šklovskij scrisse che il poeta “era un uomo fortissimo”, scrisse che agli occhi
di tutti era “l’eterno vincitore”. Eppure, si rivelò il poeta più fragile, di
vitrea onnipotenza. “Nel caricatore c’era una sola pallottola. Non ci fu un
amico abbastanza premuroso da togliere quella pallottola, da andare a trovare il
poeta, da telefonargli”, scrisse Šklovskij, incolpando se stesso, incolpando
un’intera generazione. Alcuni dissero che Majakovskij si era ucciso per colpa di
Lili. “Lili, amami”, scrive Vladimir nel biglietto definitivo. Lili era a
Berlino; da tempo il poeta frequentava la giovanissima – e gelosissima –
Veronika. Boris Pasternak, anni dopo, disse che “Majakovskij si è sparato per
orgoglio, per aver condannato qualcosa in sé o attorno a sé”; all’impronta, in
quell’aprile mai così grigio del 1930, abbozzò una poesia, Morte d’un poeta,
dalla chiusa leggendaria: “Il tuo sparo fu come un’Etna/ in un pianoro di
vigliacchi”. Con la morte di Majakovskij muore l’epica della Rivoluzione russa.
Majakovskij era ossessionato dall’immortalità. Verso il finale di Di questo – un
poema che è, in fondo, un esorcismo: imita Oscar Wilde e tende a Puškin per
volgersi agli sciamani siberiani – il poeta implora, per tre volte,
“Risuscitami”, “Risuscitami” perché “la voglio vivere tutta, la mia quota!”;
parlava a viso aperto al XXX secolo. Roman Jakobson ricorda che Majakovskij era
affascinato dalle teorie di Einstein e dalle nuove, spaventose, scoperte della
scienza:
> “allora con un’ostinatezza ipnotizzante, che certamente è nota a tutti quelli
> che hanno conosciuto più da vicino Majakovskij, il poeta disse, serrando le
> mascelle, ‘Io sono assolutamente convinto che la morte non ci sarà. I morti
> saranno risuscitati’”.
Le fotografie del suo cadavere, di cinematografica bellezza – viso in sempiterno
splendore, una floreale macchia rossa, non troppo vasta, sul petto –, finirono
per diventare un simbolo. Fu sepolto a Mosca, il poeta; i funerali finirono per
essere un evento, l’ennesima messa in scena: vi parteciparono quasi duecentomila
persone. Più che alle folle, tuttavia, Majakovskij parlava alle stelle – anche
questo ricordano i suoi amici. Per questo continuiamo a leggere i suoi versi,
ribelli all’era delle passioni tenui, delle passioni tristi: per addestrare un
cuore-toro, un cuore mohicano.
*
Da Di questo
L’ultima morte
Con piú scrosci
di un rovescio, piú vigore
di un tuono, ciglio
a ciglio, all’unisono,
da tutti i fucili,
da tutte le batterie,
da ogni Mauser e da ogni Browning,
da cento passi,
da dieci,
da due,
a bruciapelo,
una scarica via l’altra.
Tirano fiato un momento
e ancora spargono piombo.
Per lui è la fine!
Il piombo è in cuore!
Che non ci sia neppure un brivido!
Alla fin fine
– tutto ha fine.
Perfino i brividi.
Ciò che è rimasto
Compiuto è il massacro.
Gorgoglia gaiezza.
Gustando i dettagli, si sperdono lenti.
Solo, sul Cremlino,
brindelli di poeta
scintillano al vento – rosso vessillo.
Il cielo,
come un tempo,
è trapunto di lirica.
Riguarda
stupito l’ammasso di stelle –
l’Orsa Maggiore trovatoreggia. Perché?
Tra le regine di poesia
sgomita?
Col mestolo-arca,
lungo ere-Ararat,
nel cielo del diluvio,
Maggiore, trascinami!
A bordo
della nave spaziale,
da fratello
dell’orsa,
rintrono il creato di versi.
Presto!
Presto!
Presto!
Nello spazio!
Lo sguardo piú fisso!
Il sole irraggia i monti. I giorni
dalla banchina sorridono.
Da Vladimir Majakovskij, Di questo, a cura di P. Ferretti, Einaudi, Torino 2025.
L'articolo Il poeta a brandelli. Vladimir Majakovskij, o del delirio d’amore
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