“Non c’è nessun mistero. Semplicemente, odio i giornalisti strappalacrime”. Entusiastico elogio di B. Traven

Pangea - Wednesday, June 3, 2026

La formula era sempre la stessa. Si presentava un uomo dall’eleganza antiquata, normolineo, spesso con i baffi, decisamente anonimo. Parlava poco, tradiva un accento irlandese, tedesco a tratti, a seconda delle circostanze. Nella destra stringeva una valigetta con il manoscritto; con la sinistra porgeva un biglietto. Su un verso c’era, con firma, l’autorizzazione a trattare i diritti dell’autore, e l’indirizzo, vago: “B. Traven, Tamaulipas, Mexico”. Nel recto era ricalcata una frase, poi delegata alla leggenda. 

“Le persone creative non dovrebbero avere altra biografia che le proprie opere”. 

Come è ovvio, quella frase era uno specchio ustorio, la benedizione di ogni fraintendimento: l’autore, il fantomatico “B. Traven”, superò, per interesse, la propria opera. Orde di giornalisti, curiosi, anatomisti del mistero e delle sue sottane si fiondarono in Messico a stanare B. Traven. Agli editori, come è noto, dello scrittore importa poco – se un enigma fa levitare le vendite, tanto meglio. 

B. Traven nasce alla letteratura il 28 febbraio del 1925, con un racconto pubblicato su “Vorwärts”, il quotidiano berlinese del Partito socialdemocratico. Tra i collaboratori di pregio, anni prima, risaltavano Friedrich Engels e Karl Marx. Sullo stesso giornale, nel 1927, B. Traven pubblica, a puntate, Il ponte nella giungla; due anni dopo La rosa bianca. Entrambi i romanzi sono ambientati in Messico: l’impeto politico – tendenzialmente anarchico – si fonde a panorami esotici, avventure vibranti, una viva attenzione per la cultura dei nativi. C’è del fago – e del sangue. I libri funzionavano. Quando, nel 1933, il funzionario del signor B. Traven si affacciò all’ufficio di Alfred A. Knopf, New York, l’editore non ci pensò troppo a pubblicare i manoscritti che gli venivano offerti. Tra la versione tedesca e quella inglese figuravano notevoli differenze: nessuno avanzò problemi. La pubblicazione de Il tesoro della Sierra Madre, nel 1935,fece di B. Traven un caso internazionale. 

Per alcuni, B. Traven era, in verità, Jack London. Lo scrittore americano, instancabile poligrafo assediato da un’insperata fama faina, avrebbe inscenato la morte, nel 1916, per ritirarsi a scrivere in ascetica solitudine, nei recessi messicani. Secondo altri, quel nome nascondeva Ambrose Bierce, il corrosivo autore del Dizionario del Diavolo, scomparso nel 1914 tra i fumi della rivoluzione messicana, inseguendo Pancho Villa. Ci fu chi lo dichiarò figlio illegittimo di Guglielmo II, l’ultimo Imperatore tedesco. Più sostanza aveva la teoria dell’anarchico tedesco Erich Mühsam: B. Traven, attore, burattinaio e giornalista di talento, era stato con lui, nel 1919, durante i furibondi mesi della Repubblica Sovietica Bavarese; in realtà, si chiamava Ret Marut, scampato dalla condanna a morte seguita alla rovinosa disfatta dell’utopia socialista. Il Messico, va detto, in quegli anni era l’Eden dei fuggiaschi, dei fedifraghi, dei poeti e degli ubriachi: vi erano passati D.H. Lawrence e Malcolm Lowry; Antonin Artaud si era inerpicato tra i Tarahumara, “la razza degli uomini perduti”, a suggere il liquido sacro che permette di accedere agli altri mondi;il poeta pugile Arthur Cravan era scomparso a Salina Cruz, Hart Crane si era gettato nel Golfo del Messico; dopo un viaggio in quel lato di mondo Graham Greene aveva scritto il suo romanzo più potente, Il potere e la gloria. 

Merita, nella lista, pressoché infinita, delle identità presunte, l’ipotesi avanzata da Mario Monti, seduttivo factotum di Longanesi – e suo successore. Longanesi aveva cominciato a tradurre B. Traven nel 1946, pubblicando tutto. Nel 1954 proprio Mario Monti aveva curato un librone di oltre ottocento pagine che raccoglieva Il meglio di B. Traven. Qualche anno prima era entrato in contatto con Esperanza López Mateos, sorella del futuro Presidente del Messico, traduttrice di B. Traven nel mondo spagnolo. Secondo Monti, sarebbe proprio lei – bella, sfuggente, di feroce intelligenza – B. Traven. Quando Esperanza muore, nel settembre del 1951, dopo una vita movimentata – tra l’altro, fu l’amante della guardia del corpo di Trockij – Monti è ragguagliato da un commovente biglietto di tale Hal Croves. 

Hal Croves è il faccendiere di B. Traven: è lui, per dire, che incontra John Huston al Bamer Hotel di Mexico City per aggiornarlo sugli ultimi aggiustamenti da apporre alla sceneggiatura de Il tesoro della Sierra Madre. Il film uscirà nel 1948, il successo, totale, comprende tre Oscar: uno va anche alla sceneggiatura. L’uomo che si presenta davanti a Huston è vistosamente elegante, eccessivamente educato, anonimo. Quando muore, nel 1969, la moglie organizza una conferenza stampa e sbraita a mezzo mondo: Hal Croves, conosciuto anche come Traven Torsvan, gestore di un ristorante ad Acapulco e guida di diverse spedizioni nel Chiapas, che in Germania fu l’anarchico Ret Marut, per la letteratura era lo scrittore B. Traven. Mistero risolto? Macché. Le affermazioni della vedova – che sia lei B. Traven? – trafiggono per numero letale di incongruenze. 

Comunque la rivoltiamo, B. Traven ha vinto: ha vissuto appieno i propri eteronimi, dando a ciascuno un’esistenza autonoma, autentica. “El triunfo de Traven”, titolava, appunto, nel 2019, Letras Libres, definendo B. Traven “uno dei più grandi scrittori del XX secolo, il George Orwell tedesco, per la combinazione, nei suoi libri, di sapienza letteraria e implicazioni morali, sociali e politiche”. In Italia B. Traven era il diamante di Longanesi: lo chiamavano, simpaticamente, “Bruno”. Fu ripubblicato, nei primi anni del nuovo millennio, da Dalai, i grandi editori lo hanno simpaticamente ignorato; sia lode dunque a WoM Edizioni che meritoriamente, avventurosamente, da qualche anno, va ripubblicando i grandi libri di B. Traven (Rosa Blanca; La rivolta degli appesi; Il tesoro della Sierra Madre; La nave morta). Negli Stati Uniti non l’hanno dimenticato: Farrar, Straus and Giroux ne ha ristampato, qualche anno fa, in una collana specifica, tutta l’opera, da The Carreta a The Cotton-Pickers. The Treasure of the Sierra Madre è detto “un modello per l’opera di Roberto Bolaño”. Nella nota biografica lo definiscono 

“Il più enigmatico scrittore del secolo scorso. La vita dell’autore, dietro cui si celano, probabilmente, le elusive identità di Hal Croves, Traven Torsvan e Ret Marut, è uno dei misteri letterari più fantomatici di sempre”. 

Lui – chiunque sia – ribadiva, 

“Togliete quel dannato ‘misterioso’ dal mio nome. Non c’è nessun mistero. Semplicemente, odio i giornalisti strappalacrime, gli scrittori a soggetto, i recensori che non sanno nulla del libro di cui parlano”. 

Ah, già… i suoi libri… Naturalmente, sono bellissimi. 

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