Carne e sangue

Pangea - Sunday, June 7, 2026

«Sono io il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto…ce sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo: chi ne mangia non muore. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.

Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

(Gv 6, 48-58)

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Chi ne mangia non muore

Sono io il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto…e sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo: chi ne mangia non muore.

(Gv 6,48-50)

“Gesù poi spiega che questo sacramento dà l’unione con lui in maniera perfetta. È ciò che possiamo chiamare l’interiorità reciproca «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui». Questa formula è sorprendente. noi siamo portati a pensare che chi mangia l’Eucarestia riceve Gesù in sé; invece Gesù dice prima: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me». Noi dimoriamo in Gesù, e Gesù in noi. Sono le due dimensioni dell’Eucarestia”.

(Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, Apostolato della Preghiera, 2004)

I padri hanno mangiato la manna e sono morti, un miracolo incagliato tra i denti a soffocare l’illusione che Dio fosse la risposta alle nostre mondane fami. Si muore mangiando manna se non si impara ad ascoltare davvero il proprio corpo. Il nostro corpo. Questa carne malata di Infinito, questo sangue che implora d’essere bevuto dall’Eterno. Muoiono i padri che mangiano manna e si accontentano di sopravvivere al deserto che si portano dentro. E siamo morti tante volte anche noi, ogni volta che abbiamo strappato morsi di tempo da aggiungere ad altro tempo. E sapevamo, in cuor nostro, che stavamo solo dilatando la condanna.

Nemmeno mangiare la tua carne basta a sopravvivere. Nemmeno azzannare il sacro, cibarsi solo di te. Nemmeno questo basta. Non basta a te che, come cerva che anela a fonti d’acqua, abbassi il tuo muso in noi. Dissetiamo Dio con il nostro sangue. Interiorità reciproca. 

Non basta scendere in noi, interiorità assoluta, staccandosi dal mondo, non basta la pace, non basta la perfettissima quiete, ci si inabissa per scoprire la tua fame di noi, la divina sete del Creatore per la sua creatura. E sembra ogni volta sempre troppo. E non regge nessuna immagine di te, Dio così perso d’amore per noi. Non regge il nostro cuore mentre ti immaginiamo mendicante delle nostre miserie. Si frantuma il concetto di Dio. Ci spaventa la tua decisione di nasconderti in noi. 

Perché non ci hai comandato di essere obbedienti? Perché non ti sei limitato a esaudirci? Perché non sei rimasto manna? Ti avremmo adorato, divorato, implorato, giorno dopo giorno. Avremmo imparato ad avere bisogno di te. Ti avremmo pregato. Invece no, tu non sei manna, il tuo corpo non scivola in putrefazione. Tu sei la nostra dimora e noi la tua.

I padri muoiono se si affidano alla manna, chi non muore è solo chi si affida a te, a te che dimori in noi. Perché se tu sei nell’uomo e quindi non possiamo più morire, morirebbe Dio, moriresti tu. Ci tieni in vita. E ti lasci tenere in vita da noi. Non credo ci sia definizione più lucida dell’Amore. Interiorità reciproca.

“Tutto avviene come se, con la morte dell’uomo Gesù, la vita stessa del Figlio non restasse più solamente in lui, ma diventasse comunicabile ai suoi”.

(Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)

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Carne

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.

(Gv 6,51)

“Con il termine «carne» (sárx) Gesù non intende la sostanza corporea dell’organismo umano, ma se stesso nella condizione mortale. (…) la parola «carne» specifica nel prologo il modo della presenza del Logos tra noi (1,14): esso quindi tiene viva qui l’idea del mistero dell’Incarnazione che il discorso ha messo in rilievo col tema della discesa dal cielo”.

(Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)

Tu sei vaso di nardo purissimo, sei nato per la frantumazione che esplode in profumo, tu sei il sepolcro che sbriciola in luce, tu sei la carne che tiene in vita il mondo. 

Tu sei uno scrigno, oro, incenso e mirra, tu sei epifania di Dio che disceso dal cielo giura destini d’eternità per le nostre vite. 

Tu ci preghi perché noi possiamo avere fame di te. Anche questo è difficile. La fame di vita la provano davvero i condannati a morte, i malati, i falliti, gli storpi, i ciechi. La fame di vita non si conquista, arriva per sfinimento. La fame di te è dei santi ma solo dal fondo della loro notte oscura. La fame di te grida dalla ferita estrema di chi ha smesso di credere in sé. La fame di vita grida dai bordi delle strade, si fa largo tra i perfetti per piangere sui tuoi piedi. La fame di vita è l’approdo di una vita che ha imparato a perdere tutto. 

La fame di te è la forza che ci attira a fondo, nel baratro, nella mangiatoia. Tu stai, accovacciato tra le nostre ombre. Fede, fede vera, è il perdersi di Dio tra le braccia dell’uomo, è l’abbraccio di due naufraghi.

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, e così credere in Dio è guardare Cristo. Nessun altro modo ci è concesso. Un Dio incarnato in condizione mortale a trasformare il Cielo in ventre di partoriente. Piove Dio tra le carni del mondo. Discesa. Svuotamento. Consegna. Lui è la stella cometa e noi terreni d’arare di incandescente promessa. Servono occhi che sappiano vedere. Che sappiano reggere la violenza di questa traiettoria. 

Il Verbo precipitato in vagito di bambino, silenziato in germoglio di corpo, esploso per tre anni su un frammento santo di terra, inchiodato al legno e, qualcuno dice, rientrato nel seno dell’Eterno. Gli occhi sanguinano, hanno paura. Credere è procedere per la stessa traiettoria, da morte in vita. È cedere finalmente, e riconoscere la vera vocazione del nostro corpo. Siamo al mondo per tornare al Padre. La vita spirituale non è altro che paziente istruzione della profonda nostra nostalgia.

Precipitato di Grazia in carne d’uomo, ci si deve chinare fino a raccogliere frammenti di Dio nell’angolo più lontano del nostro peccato. Cristo in noi è Dio che fa tana nei nostri meandri. Senza chiedere permesso. Un Dio accovacciato nel punto più lontano dal Padre: in noi. Nascosto tra i rovi dell’eterno paradiso. Nascosto tra i peccatori. 

Un Dio alfa e omega, accerchiamento salvifico. Un Dio in mezzo, immischiato, sporco di noi.

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Il Rifiuto

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

(Gv 6,52)

“…essi si rifiutano che la salvezza universale e anzitutto la loro salvezza, possa provenire dal dono di sé di un uomo. Essi si rifiutano di dipendere radicalmente, per la vita eterna, da questo Gesù che sta parlando con loro, dipendenza intollerabile e anche sacrilega per chi non riconosce altro salvatore che Dio. La prima obiezione esprimeva il rifiuto del Logos, la seconda nega che la morte di Gesù sia sorgente di vita per tutti gli uomini. È lo scandalo della croce che qui affiora”.

(Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)

Dipendere radicalmente da te che parli con noi. In noi. Sta tutto qui. Nessuna conquista, non sei meta per gli illuminati, non premio per i perfetti, non sei approdo di immacolate liturgie, non la consegna dei nostri meriti. Ciò che facciamo, la morale, non ti interessa. Dipende solo quanto sentiamo di dipendere da te. Come l’aria che respiriamo, il pane e la terra su cui camminiamo. Come il cielo, il tempo, il caldo e il freddo. Dipende solo da quanto realmente sentiamo di dipendere da te. Solo questo. Se tu non ci fossi io morirei. (E che tu ci sussurri la stessa promessa mi pare sempre incredibile).

Ti rifiutiamo solo quando non abbiamo più fame di te. Allora, in quel momento preferiremmo tu ci chiedessi santità. Perché santi si può diventare. Perché l’amore si può fare e i precetti si possono moltiplicare ma la fame, la fame si può solo dilatare smettendo di mangiare. Forse la fede è solo smettere. Smettere tutto fino ad arrivare a Te. E in quel momento, esattamente alla fine, al termine di tutto, solo lì, ormai liberati da qualsiasi cosa, anche e soprattutto di quella che ritenevamo più santa, lì, inchiodati alla nostra benedetta miseria, verificare finalmente se davvero era fame di te. O solo impalcatura verniciata di sacro delle nostre noiosissime fantasie. Solo lì, quando avremo perso tutto e tutti, quando nulla ci sembrerà più desiderabile, nemmeno il tempo, solo lì scuoiati nel nostro intimo, scopriremmo se siamo stati tua dimora oppure no. Tu divina intollerabile, indispensabile, dipendenza.

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Carne e sangue

Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

(Gv 6,53-54)

“(Gesù) però evita subito ogni malinteso dicendo non «la mia carne» ma «la carne del Figlio dell’uomo». I giudei avevano indicato Gesù come uomo comune (costui), persistendo a non vedere in lui che un individuo come gli altri; di qui il loro rifiuto del suo annuncio. In realtà, colui che parla a loro non appartiene a questa creazione, egli appartiene al mondo dell’alto. Del Figlio dell’uomo il lettore sa che è in comunione permanente col cielo (1,51), che è disceso per essere «innalzato» (3,14s) e che vi risalirà (6,62). Con questo titolo l’evangelista designa certamente il Figlio di Dio nel suo itinerario di Salvatore; al livello dell’episodio concreto, gli uditori sono invitati a non fermare il loro sguardo sull’essere umano che sta loro di fronte, ma a sollevarlo verso Colui che, secondo la loro tradizione apocalittica, domina i secoli”.  

(Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)

La carne del Figlio dell’uomo. Figlio dell’uomo. Ecco perché sono morto, come i padri, quando ho mangiato la manna dell’illusione antropologica. Non basta la carne. Non basta l’uomo, nemmeno l’uomo che ama, che vive in comunione, che pensa e che aiuta i poveri. Non basta la manna di un’antropologia buona e condivisa, non basta il galateo parrocchiale, non basta la carne se tu non fossi il Figlio dell’uomo. 

Ancora movimento d’incarnazione. Dal cielo alla nostra carne per innalzarci al Padre. Dobbiamo battezzarci in te, non basta amare l’uomo. Dobbiamo amare te nell’uomo, trovare te. Nessun gesto meramente umano basta a dare senso alla vita, questo dovremmo aver capito. Amare, condividere il pane, perdonare, ascoltare… ogni cosa ha senso solo se battezzata in te. Se tu non ti fossi fatto uomo a nulla servirebbe la patetica recita della condivisione. Etica per poveri illusi, religione ad uso dei potenti per controllare i miseri.

Se tu non fossi Figlio dell’Uomo, se tu non fossi Logos fatto carne noi non avremmo in noi la vita. Balbettare strategie solamente orizzontali è illudersi d’essere Dio. E interpretazione perfetta del nulla, il sorriso imposto alla disperazione. Se tu non fossi Figlio dell’Uomo io non avrei in me la vita. Cioè non avrei in me niente. Questa è la fede, sentirsi conchiglie vuote trasportate a riva dagli eventi, abbandonate e disperate, se tu non fossi tu. 

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Vero cibo

Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

(Gv 6,55)

L’aggettivo «vero» (alethés) equivale all’avverbio «veramente»: questa carne e questo sangue si rivelano come gli elementi in grado di compiere perfettamente la funzione di soddisfare la fame e la sete di cui Gesù parlava nell’annuncio sapienziale di 6,35b: «chi viene a me non avrà mai più fame, chi crede in me non avrà mai più sete».  

(Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)

Elencare i nostri bisogni non è facile Signore ma forse è ancora più difficile affidarci alla tua promessa. Credere e cedere, seguirti. Perché se ti seguiamo tu prometti di soddisfare la nostra fame e la nostra sete. Ma se non avremo più fame e non avremo più sete cosa saremo diventati? Cosa rimane dell’uomo svuotato dai suoi bisogni, cosa rimarrà di noi quando non avremo più bisogno di cercarti? Forse fa ancora più paura questa tua promessa. Esodo faticoso da immaginare. Ci chiedi di amarti così tanto da perdere noi stessi. Da entrare in te. Interiorità reciproca. Tu nel Padre e noi in te e la Trinità in noi. E non avremo più fame e non avremo più sete perché sarai tutto in tutti. 

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Dimorare in Lui

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.

(Gv 6,56-57)

“Ma Gesù va ancora oltre quando annuncia: «Colui che mangia me dimora in me e io in lui». Questa formula non significa un’assimilazione che diventerebbe fusione, ma una comunione tra persone. Questa prospettiva «mistica» è propria della rivelazione cristiana”.

(Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)

Nessuna assimilazione, non la diluizione della mia identità nella grande luce indistinta, non il mio sciogliermi nell’Oceano di luce, non la fusione ma la comunione tra persone. È il movimento trinitario. Essere vivi per imparare questo. Agire mistico. Passaggio quotidiano dalla morte alla vita. 

Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.

(Gv 6,58)

“La manna data da Dio nel deserto e la Legge data da Dio al Sinai erano la figura annunciatrice del «vero» pane che è Gesù, dato da Dio e donatosi fino alla morte per compiere il nostro passaggio dalla morte alla vita”.

(Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)

Siamo vivi per accompagnare ogni cosa alla vita. Siamo vivi per sabotare le apparenze, se siamo figli del Cielo, le cose non sono nate per sprofondare nella tomba ma per innalzarsi all’Eterno. Siamo vivi per educare il nostro sguardo a tracciare traiettorie di vita. Siamo vivi quando, battezzati nell’agire di Cristo, ogni nostro atto testimonia il destino d’eterno che abita l’uomo.

Cristo non ha fatto altro, non è stato altro: passaggio dalla morte alla pienezza del Padre. E non poteva non risorgere. Era già Resurrezione.

Alessandro Deho’

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.

*In copertina: Eugène Delacroix, “Cristo in croce”, schizzo del 1850; nel testo, disegni preparatori di Jean-Auguste-Dominique Ingres 

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