Sale
> “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo
> si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato
> dalla gente”.
>
> (Mt 5,13)
Le beatitudini, cristalline e terribili, sono appena state appese al vento del
monte e lì volteggiano e lo faranno eternamente in attesa di corpi, in attesa di
discepoli, in attesa di essere colte da chi, come il profeta, accetterà la
persecuzione in cambio di una vita che sappia reggere l’urto della felicità:
“rallegratevi ed esultate”.
Le beatitudini profumano ancora del soffio di Cristo, sono onda di mare
dolcissima e violenta, felicità in cui ci si immerge, paradosso che trascina
lontano dal porto protetto e rassicurante. Felicità è morire di beatitudini.
Qualcuno si fa travolgere dal discorso del Maestro, qualcuno si abbandona
all’urto dell’onda della possibile pienezza, è il discepolo. Sale della terra. È
il folle in Cristo, è il povero, è l’uomo in lacrime, è il mite, è il giusto, è
il misericordioso, è il puro di cuore, è il costruttore di pace, è il
perseguitato, è il sale della terra. È quello che almeno prova ad esserlo, è
colui che lo desidera con tutto se stesso. È l’uomo in Cristo. Ed è beato,
felice, luminoso. E non sceglierebbe altro. Non vuole, non può. Nessun
sacrificio, è solo consegna di sé. Totale e amorosa.
> “Il sale è necessario nella vita degli uomini. Che cosa bisogna dire? Ora è
> conveniente chiederci in base a che cosa i discepoli di Gesù sono paragonati
> al sale. Pare a me, perciò, che come il sale conserva i cibi, perché non si
> trasformino in vermi a causa del fetore, e li renda utilizzabili per molto
> tempo, così i discepoli di Cristo occupano ogni luogo della terra e lo
> mantengono per opporsi al fetore dei peccati che viene dall’idolatria e
> dall’impudicizia”.
>
> (Origene, Frammento 91)
Nella molteplice possibilità di interpretazione del simbolo del sale Origene
sceglie il potere della conservazione. Il sale è ciò che permette alla carne di
opporsi alla decomposizione della morte. In questa logica i discepoli sono
gettati da Dio in abbondanti manciate su tutta la terra per impedire alla
Creazione di trasformarsi in cadavere mangiato dai vermi. Sale gettato per
conservare viva la vita. Perché il tempo senza Dio, l’abbandono dell’amore, in
una parola sola quello che chiamiamo peccato, decompone, consuma, imputridisce.
Il discepolo è sale che difende il profumo della vita dall’assedio costante del
fetore della morte. Viene in mente Lazzaro, che già puzzava, viene in mente
Cristo, vengono in mente le sue lacrime, sale a scendere sulle guance, sale a
depositarsi sulle labbra, sale scagliato come un ordine a difendere la vocazione
intima dei corpi, sale come bacio a richiamare l’amico tra i vivi, sale simbolo
d’eternità.
Il sale è necessario alla vita degli uomini, senza sale si muore. Il sale degli
uomini delle beatitudini è una benedizione, è la povertà a trattenere in vita
cuori affascinati dalla ricchezza, dalla violenza, dall’oppressione,
dall’imposizione… il sale è opposizione alle logiche del mondo.
Portiamo l’immagine di Origene nella preghiera, inginocchiamoci davanti al
Vivente con il coraggio di chiedere il dono delle beatitudini, per non lasciare
che il nostro narcisismo si nutra, come verme in una carcassa, del nostro corpo.
Delle nostre buone intenzioni. Delle nostre illusioni. Chiediamo il coraggio di
metterci almeno nel sentiero delle beatitudini, e che Lui sparga sale sulle
nostre ferite, dolore bruciante, ma che il taglio non degeneri in
cancrena. Sale, a conservare la parte più intima di noi, la nostra profonda
identità, sale affinché l’immagine e somiglianza non venga deturpata. Chiediamo
di essere abitati dall’uomo delle Beatitudini, per non decomporci, per non
smarrirci, per poter sentire già fin d’ora come credibile la Sua promessa di
resurrezione.
*
Luce
> “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra
> un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul
> candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”.
>
> (Mt 5, 14-15)
Le beatitudini nascono dalle labbra di Dio come fuoco, sono possibilità di
un’alba incandescente che giura la possibilità di una domenica senza tramonto.
Beatitudini come roveto che non consuma, incendiano cuori, mangiano i bordi
delle tenebre, cauterizzano le ferite inferte dal dolore, oppongono dighe di
fuoco all’infezione del male. Cristo è angelo di luce terribile e irresistibile.
Qualcuno riuscirà a riconoscere la stessa luce anche sull’altro monte, Lui città
illuminata perfino sulla cima del Calvario, lì dove il moggio sembrava cappa
definitiva sul Verbo, lì dove beatitudine vera sarà la consegna di Cristo al
Padre. Luce a trafiggere per sempre le tenebre.
> “Adesso li definisce luce del mondo; illuminati da lui, che è la luce vera ed
> eterna, a loro volta diventino luce in mezzo alle tenebre. (…) Per mezzo di
> esse infatti – a modo che il sole, con i suoi splendenti raggi, diffonde luce
> dovunque – ha fatto pervenire la luce della conoscenza di se stesso
> nell’universo intero”.
>
> (Cromazio di Aquilea, Commento al Vangeli di Matteo 19,1)
Eppure la luce è terribile. Scegliere il buio, complicare l’interpretazione del
mondo, scipparlo della semplicità pur di trovare una piega di pensiero dove
nascondersi. Trovare alibi, non esporsi in nome di una fasulla umiltà.
Proclamare di non sentirsi all’altezza per non dover essere costretti a
rivestirsi di luce e quindi mostrarsi, senza maschere, senza ipocrisia, per
quello che si è: poveri cristi. Ma illuminati. I discepoli non sono perfetti,
non lo saranno mai. Solo vivono. E decidono. Rispondono concretamente. Prendono
posizione sulla terra. Belli perché rivestiti della luce di Cristo. E chi li
guarda, vede bene il miracolo: è Cristo a risplendere, il testimone è solo luce
riflessa. Ed è beato, è felice di questo, ed è libero dal proprio infinito
bisogno di volersi imporre al mondo “lui deve crescere; io, invece, diminuire”
(Gv 3,30). Eppure, in questa consegna, ennesimo paradosso, il discepolo
finalmente scopre la propria identità profonda. Siamo al mondo per farci portare
alla luce, per diventare luce, per venire alla luce, per danzare in lui, siamo
al mondo per nascere. Non può restare nascosta una città, non può restare
nascosta una luce, non possiamo restare nascosti noi perché, semplicemente,
senza di Lui, noi non saremmo.
Non è nemmeno questione di testimonianza, non in prima battuta, ma di necessità.
Credo davvero che arrivi un momento in cui il discepolo non possa più fare a
meno del rapporto con Cristo, di essere illuminato costantemente dalla sua luce,
e questo per necessità, solo per necessità, necessario come l’aria. Si può anche
sparire dal mondo, smettere di parlare, smettere di predicare, smettere di
scrivere, smettere di esporsi, smettere qualsiasi cosa, ma non si può smettere
Lui.
Si sta nella luce per necessità, perché senza “la luce della conoscenza di se
stesso nell’universo intero”, l’universo imploderebbe nel buio e noi con lui.
*
Lodare Dio
> “…ma immediatamente soggiunge, spiegandone la ragione: affinché diano gloria
> al Padre vostro celeste, perché uno, il quale facendo il bene è ammirato dagli
> uomini, abbia nella propria coscienza l’intenzione del bene compiuto, ma non
> abbia l’intenzione di acquistare notorietà se non per lodare Dio, a vantaggio
> di coloro ai quali si fa conoscere”.
>
> (Agostino, Discorsi 54,3)
Essere discepolo-sale, essere discepolo-luce, può essere una grande trappola. La
più terribile. Solo un discepolo può tradire il Cristo, chi non è discepolo non
può arrivare a tanto.
Colpisce che sia sempre l’ammirazione degli uomini ad avere la forza di
masticare la luce, di rendere insipido il rapporto del discepolo con Dio. La
visibilità, lo diceva già Agostino, “acquistare notorietà”, mossa che illude di
essere ancora suoi e invece ci riduce a non essere più nulla, vivi solo
nell’ammirazione volatile e spesso invidiosa degli uomini.
Perché se il “sale perde il sapore” semplicemente non è più sale. Anche se si
illude di continuare a dare sapore alla vita propria ed altrui, anche se non
smetterà di parlare di Dio. Essere discepoli è arrivare a vivere solo per lodare
Dio. Nient’altro che questo. Così nella preghiera ritorno all’amato Ignazio di
Loyola, principio e fondamento:
> “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così
> raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per
> l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue
> che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve
> allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci
> indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla
> scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non
> desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza
> piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga
> piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e
> scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo
> creati”.
>
> (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Testa di Cristo di Albrecht Dürer; nel testo, due icone di San
Paolo dello stesso artista
L'articolo Sale della terra, luce del mondo: essere discepoli vuol dire lodare
Dio proviene da Pangea.
Tag - Impacciato di bocca
Là dove non ci sono strade
> “È detto infatti “Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i
> misericordiosi, beati gli operatori di pace”. Chi non procede su questa via si
> smarrisce là dove non ci sono strade…”
>
> (Macario, Homélies spirituelles. Le Sait-Esprint et le chrétien, Om. 27,23,
> Abbaye de Bellefontaine, 1984, pp. 270-271)
I discepoli presi nella rete della chiamata del Cristo, trascinati in un esodo
di cui non intravedono ancora il senso profondo, ora sono lasciati liberi dalla
morsa, il pescatore predicatore, il predatore Cristo ora è seduto, sul monte,
luogo evocativo della legge antica, a reti aperte, ora tocca a loro, decidere.
Ora tocca noi, sempre tocca a noi, di decidere se avvicinarci a Lui oppure
tornare alla nostra vita di prima.Quello spazio tra noi e il Cristo non è mai
colmato una volta per sempre, è quello il territorio della nostra libertà,
camminargli incontro o fuggire. La vita del discepolo è tutta qui: avvicinarsi o
allontanarsi, camminare sulle sue tracce oppure pretendere di dettare il
cammino, farsi portare dove non si vuole oppure forzare la Parola trascinandola
dove proliferano i nostri interessi, tornare come il fratello minore o stare a
distanza come il maggiore, farsi scovare come la pecora smarrita o appendersi
come frutto sfinito a un ramo… questa è la nostra fede. Accogliere il rischio
delle beatitudini oppure, come dice Macario con una forza che la nostra
predicazione pare abbia dimenticato, smarrirsi “là dove non ci sono strade”.
> “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si
> avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro
> dicendo: Beati i poveri in spirito…” (Mt 5)
I discepoli accettano il rischio, e accettando l’azzardo della vicinanza
scassinano la bocca di Cristo che, come la pietra percossa nel deserto, fa
scaturire acqua: così accadono le Beatitudini.
E continuano ad accadere, a provocare. Fonte inesauribile, dolcissima e
pericolosa, affascinante e terribile, come è Cristo. Non è acqua di
addomesticata, le beatitudini sono gorghi che possono trascinarci a fondo, sono
fratture, tagli, spade a trafiggere il nostro uomo vecchio. Sono sentenze di
morte le beatitudini scagliate contro le nostre innumerevoli paure. Cristo sul
monte, uomo delle beatitudini, sembra già crocifisso, a tentare di attirare ogni
cosa a lui.
*
Beati già fin d’ora
> “Sembrerebbe, insomma, più normale sentirsi dire : «Voi ora siete
> perseguitati, ma verrà il tempo in cui sarete beati, perché vostro sarà il
> regno dei cieli». Ma no: «Beati» già fin d’ora! Per accettare e comprendere
> questo paradosso, bisogna anzitutto guardare a Gesù. Il povero in spirito, il
> mite, l’afflitto, colui che ha fame e sete della giustizia, il misericordioso,
> il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato – a morte – per causa
> della giustizia, l’uomo schernito è lui. (…) Quelli, dunque, che hanno parte a
> ciò che egli è stato, quelli che lui si identificano nella loro situazione di
> povertà, sono già fin d’ora associati alla sua gloria: «Beati»”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, 1993,
> Edizioni San Paolo, pp. 74-75)
Ora il pescatore predatore è fermo sul monte, e le reti rimangono aperte, come
la sua bocca, pericolosa e seducente, a noi deciderci di tuffarci o meno nelle
sue parole, a noi di farci azzannare dalle beatitudini, la promessa è enorme, il
rischio altrettanto, è la grammatica dell’amore. Non si tratta più di parlare di
Cristo, di dotte esegesi, di disquisizioni da intellettuali, qui si tratta di
cedere, di lasciarsi slogare, di farsi mangiare. Non è una dottrina, è una
pratica. Le beatitudini agiscono sul corpo e non sulle idee. Si tratta di farsi
carne, di lasciare che il Verbo prenda tutto di noi e ci trasformi in lui.
Identificazione, assimilazione, associazione: perdere tutto per essere nel
tutto.
Le fauci di Cristo rimangono aperte, Cristo leone, Cristo l’amante, accettare di
essere sue prede, consegnarsi al suo bacio cannibale, non c’è altra strada.
Nessuna. Per essere beati fin d’ora. Il tempo è breve, è quello della nostra
vita, serve decidersi, di lasciarci trasformare in lui immolando gli alibi e
affrontando le paure. Non saranno i sapienti a conoscerlo, il cervello è una
trappola, un labirinto, illude e confonde, fornisce tutti le giustificazioni del
mondo. A conoscerlo per primi saranno i poveri, quelli che non hanno più niente
da perdere, nessun ruolo da difendere, quelli che hanno già perso la faccia, i
disperati, i folli, le prostitute, i ladri, i falliti. Credere nelle beatitudini
è cedere, avvicinarsi e immolarsi. Diventare lui. Che pare cibarsi di pietre di
scarto.
Pompeo Cesura, Cristo alla colonna, dopo il 1566
*
Le beatitudini, un giudizio terribile sul mondo
> “Ma forse la beatitudine non ha di mira solo il bene altrui: io credo che sia
> chiamato veramente pacificatore colui che conduce ad una pacifica concordia la
> lotta che è in lui stesso tra la carne e lo spirito. E questo avviene quando
> la legge della carne non impone più il proprio dominio, ma si fa obbediente
> agli ordini di Dio”.
>
> (Gregorio di Nissa, Omelia settima, UTET, Torino, 1992, passim)
Percorrere quei passi che separano dal Cristo delle beatitudini, decidere di
consegnarsi a quelle affilatissime parole, porta in sé un giudizio terribile sul
mondo. Ad ogni passo ci si allontana dalle logiche mondane, non si può credere
senza essere immersi seriamente in questa lotta così, ad ogni passo, aumenta la
solitudine, la paura di aver sbagliato, la sensazione che si stiano chiudendo
tutte le uscite di sicurezza, ad ogni passo la beatitudine chiede mancanza,
lacrime, dolore e povertà, ad ogni passo quello che si credeva indispensabile
perde di valore, ad ogni passo il Beato si scosta dal mondo, un mondo che rimane
bello solo perché porta a Lui ma che diventa sempre più inabitabile. Il Cantico
delle Creature è la mappa del nostro ritorno a Lui, ad ogni passo c’è un po’ di
morte che entra a prendersi pezzi di noi.
Se troppo ci amiamo fuggiremo dalle beatitudini. Se Lui non ci avesse rapinato
il cuore calando la sua rete non avrebbe senso farsi trascinare in questo
Altrove. Ma chi crede, girandosi, vede l’inferno, non può tornare. Chi gli ha
creduto, il Beato, è un disadattato al mondo, non può invertire la rotta come se
nulla fosse accaduto, come se non lo avesse mai incontrato, ecco perché i
discepoli non riescono, dopo la Resurrezione del Maestro, a tornare alle barche.
O se ci tornano, non resistono.
Non si può nemmeno fingere. Tornare al mondo illudendosi di poter rimanere suoi
discepoli significa addomesticare il Vangelo, farne al massimo raffinata
antropologia, perpetuare riti accomodanti, proporre letture socialmente e
politicamente accettabili, tutto questo è negazione della croce, della morte.
Tutto questo rende inutile la resurrezione. Tornare nel mondo senza il Cristo
delle beatitudini è tradirlo. Non ci sono alternative.
Lorenzo Costa, Cristo alla colonna, 1492 ca.
*
Beatitudini ed éschaton
> “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata dalla
> giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio,
> che è diversa dalla scala dei valori del mondo. (…) Se l’uomo comincia a
> guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora
> vive secondo criteri nuovi e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve
> venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella
> tribolazione”.
>
> (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, 2007, Rizzoli, p. 95)
Camminare verso il Cristo delle beatitudini, farlo con tutto noi stessi, con la
nostra carne, con la nostra debolezza, con il coraggio che pervade solo i cuori
davvero innamorati, camminare verso di lui, lasciarci alle spalle il mondo è
possibile solo se sappiamo anche ridere di noi, se abbiamo conosciuto che siamo
solo un soffio, un quasi niente, ma che siamo un niente prezioso ai suoi occhi.
Siamo soffio ma Cristo vuole respiraci, questo è il vero miracolo, la vera
salvezza.
Ci si allontana dal mondo e da noi stessi, solo quando la compagnia di Gesù
diventa indispensabile, totalizzante. Ci si affida alle beatitudini, ci si fa
sbranare dal Vangelo solo se nella battaglia della vita abbiamo sperimentato che
l’Amore è più forte della morte, che Lui è l’Amore, e che l’Amore è eterno. Una
fede senza escatologia non è fede, è un corpo morto, dissanguato, è la vittoria
del male sulla vita.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è immergersi nell’éschaton, è
itinerario mistico, è individuare nella cruna lo spiraglio di luce e sentire che
siamo fatti per passarci attraverso. “A partire da Gesù entra gioia nella
tribolazione”: ma non c’è gioia che possa chiamarsi tale, non c’è beatitudine
che possa reggere l’urto della vita senza resurrezione.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è lo stesso gesto che sarà
richiesto ai discepoli dopo la sepoltura di Cristo, lo stesso itinerario
richiesto a ciascuno di noi: entrare nel sepolcro per comprendere che tutto è
beato perché tutto è creato per risorgere a vita eterna.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Antonello da Messina, “Cristo alla colonna”, 1476-78
L'articolo Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo
proviene da Pangea.
> “Il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica
> costa tanto quanto uno ha. A Pietro e Andrea costò le reti e la barca; alla
> vedova costò due spiccioli; a un altro costò un bicchiere d’acqua fresca”.
>
> Gregorio Magno, Omelie sui vangeli
A Giovanni il Battista, il regno di Dio, in pratica, costa la sua libertà. Un
prezzo altissimo. Tutto. Cristo inizia la sua predicazione e il Battista viene
arrestato, più ancora, viene “consegnato”, passo definitivo prima del martirio.
Questo è il regno di Dio, non altro, la consegna di ogni cosa, la consegna della
propria vita. Non si comprende il Vangelo se non si passa da qui. Una vita
intera a predicare, voce nel deserto, una vita ad aspettare, ad intimidire, a
battezzare, una vita orientata totalmente a quella verità che, una volta
manifestata, chiede di perdere tutto. Cristo è la scure a colpire le nostre
radici.
Chiede tutto Cristo, chiede di morire consegnati al solito potere terreno che
mai verrà sconfitto. Eppure, Cristo, sempre e solo Cristo, a dire che il regno
dei cieli è vicino. Mentre moriamo, è vicino. E in questo paradosso c’è tutto
l’incendio appiccato dal Vangelo.
Il regno dei cieli è vicino quando la perdita totale di sé stessi è totale, il
regno dei cieli è vicino quando la notte del dubbio assale, quando pensiamo di
aver atteso invano, quando affoghiamo nel dubbio che forse Gesù non sia davvero
il Messia. Il regno dei cieli è vicino ogni volta che invidiamo il potere e le
sue liturgie, è vicino mentre una lama ci taglia la gola. Il regno dei cieli è
la nostra testa, il nostro orgoglio, la nostra identità apparente, posata su un
vassoio, a fare mostra mostruosa di sé, a diventare brandello di carne per belve
accecate d’odio, o solamente di noia. Il regno dei cieli è la morte che viene a
liberarci dal fardello più pesante, quello che ci impedisce di abbandonarci in
Dio: l’illusione di poterci salvare da soli.
Il regno di Dio cosa quanto uno ha, ma in quella perdita totale c’è qualcosa di
superiore a qualsiasi valutazione: la libertà da noi stessi.
Mentre il Battista viene arrestato Gesù abbandona la sua patria per cercare la
“via del mare”:
> …per Matteo la “via del mare” è quella che passa da Cafarnao. Zabulon e
> Neftali sono due tribù settentrionali deportate in Assiria dopo l’occupazione
> dell’VIII secolo, al tempo di Isaia. Questa aveva determinato nella regione un
> tale rimescolamento etnico da meritarle appunto il nome di “curva delle genti”
> (ghelil ha-gojim), ossia Galilea.
>
> Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon,1995
La curva delle genti, un rimescolamento etnico, Matteo sembra volerci dire, da
subito, che il regno dei cieli è per tutte le genti, messaggio universale. Gesù
si immerge, battesimo, in una umanità che non si protegge dietro tradizioni,
elezioni, sacre profezie, istituzioni. Quello che conta è solo la profezia,
quello che conta davvero è che lui è la profezia: “il popolo che abitava nelle
tenebre vide una grande luce”. Così tutto crolla sotto i suoi colpi luminosi,
incandescenti. Così anche il buio, come il Battista, è costretto a consegnare
quello che è, tutto di sé: deve disintegrarsi in giorno. Anche la notte deve
cedere sotto i colpi decisi di questo Cristo lucente che avanza e che tutto
divora. Come un’alba violentissima, “per quelli che abitavano in regione e ombra
di morte una luce è sorta”, buona notizia, senza dubbio, ma anche dolorosa
constatazione: ci viene tolta, in Cristo, la possibilità dell’ombra. Buona
notizia che ci espone a una luce spaventosa, luce che non ci permette più di
nascondere parte di noi in zone d’ombra, in spazi di morte, in regioni oscure
dove occultare le nostre miserie.
Cosmè Tura, Pietà, 1460 ca.
Lui cammina, svela, chiede una consegna luminosa a una luce che ustiona le
pupille. Sarà ammazzato per questo, in fondo, sarà ammazzato da chi tenterà fino
alla fine di apparire giusto nascondendo le proprie ombre di morte sotto i
paramenti sacri della legge o della tradizione. Invece, la luce che esplode
nelle tenebre, costringe alla verità, e la verità “costa tanto quanto uno ha”.
Cioè la vita.
> “Vi farò diventare pescatori di uomini”: un’espressione di Gesù che (…) non
> può non stupire, e persino urtare. Soprattutto se ci si immedesima in coloro
> che, come pesci, sono destinati a essere presi e trascinati via da quella
> rete, catturati senza gloria, forse del tutto senza volerlo. Essere pescati
> come pesci significa essere presi di sorpresa, all’improvviso, sentire la rete
> che si chiude quando non si vorrebbe, accanirsi contro le sue maglie, invano,
> prima di constatare che non ci sono più scappatoie: si è dentro, è l’inizio
> della fine.
>
> André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2023
Gesù cammina e chiama, Gesù parla e prende, prende quello che vuole, l’amore è
importuno, totale, coglie ciò che desidera. La libertà maturerà dopo, e sarà
indispensabile, ma qui e ora c’è solo spazio per la caduta nel baratro di una
luce accecante. Si è costretti a lasciare tutto, perfino il padre, un rapimento,
“il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica
costa tanto quanto uno ha”.
Tantissimi anni fa, prete giovanissimo, ricordo il mio smarrimento davanti a un
gruppo di giovani a cui stavo cercando di commentare questo brano di Vangelo.
Io, lacrime commosse agli occhi, a descrivere la dolcezza del lago, il profumo
di una vita finalmente chiamata, la gioia di lasciare tutto per seguire un
sogno, io commosso, loro muti, persi, non capivano. Avevano ragione loro. La
chiamata è violenta, totalizzante, definitiva. Avevano ragione loro, è una delle
pagine più violente del Vangelo. Ha ragione André Louf, è l’inizio della
fine. Un inizio che diventa ancora più violento quando, dentro le fatiche della
sequela, nel cuore delle nostre crisi, dei nostri dubbi, qualcuno puntualmente
viene a dirci che abbiamo scelto noi di seguire Cristo, che nessuno ci ha
obbligato. Parole insulse di chi non conosce la violenza dell’amore.
No, non si sceglie Cristo, è lui che sceglie noi, lui il pescatore della nostra
umanità, lui il predatore noi la sua preda. Lui solo sa il dolore che prende
quando ci si accorge che dalla rete non si può più uscire se non appendendosi ad
un ramo, come un traditore qualsiasi. (Ma anche lì la sua luminosa misericordia
predatrice arriva inesorabile ad affondare nella carne di Giuda i suoi artigli!)
Ma arriverà un giorno, e sarà il giorno più importante della nostra vita anche
se nessuno, da fuori, se ne accorgerà. Non si darà nessuna liturgia, nessuna
pubblica promessa, nessuna ordinazione, nessuna istituzione presente, sarà il
momento esatto in cui, nella nostra solitudine, guardando la vita passata nel
tentativo di seguire Cristo, nel tentativo di scappargli, di urlargli in faccia
che abbiamo sbagliato tutto, ma anche nel tentativo di innamorarci di lui… sarà
il giorno, dolorosissima illuminazione, in cui finalmente comprenderemo che per
fortuna è andata esattamente così. Che non cambieremmo nulla di ciò che è
stato.
Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Pietà, 1445 ca.
Sarà il giorno in cui ringrazieremo Cristo per averci strappato dalle nostre
illusioni di sterili felicità. Sarà il giorno in cui ringrazieremo, perfetta
letizia, per il carcere condiviso con il Battista, per chi ci ha permesso di
essere strappati dal deserto della convinzione di essere i migliori tra i
profeti. Ringrazieremo per la lama a dissanguare le nostre parole diventate ora
finalmente fragili e bisognose di essere salvate. Ringrazieremo per il potere
che ci ha concesso di decapitare l’orgoglio. Ringrazieremo per la verità, quella
che ci ha abbagliato, luce nelle nostre tenebre, quella che ci ha fatto vedere
finalmente la nostra miseria, il nostro peccato, il nostro male, ringrazieremo
perché finalmente avremo provato il bisogno di farci salvare. Ringrazieremo
perfino per quelle reti lasciate, per quella vita che poteva essere e non è
stata, per la sterilità di certe scelte, per i sogni infranti, per i progetti
falliti, perfino per il male vergognosamente operato dalle nostre mani nel
momento esatto in cui ci illudevamo di essere perfetti, ringrazieremo per essere
stati liberati dalla tirannia di noi stessi. Ringrazieremo di essere stati presi
nella rete, perché fuori ci saremmo persi. E in quel momento, ma solo in quel
momento, attimo che sarà finalmente la fine, al termine del nostro cammino
potremo dire il nostro definitivo sì. Avremo donato tutto di noi, saremo
finalmente libertà venuta alla luce.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Rosso Fiorentino, Pietà, tra il 1537 e il 1540
L'articolo Donare tutto di noi. Il regno dei cieli è vicino quando la perdita di
sé stessi è totale proviene da Pangea.
> “Come un agnello condotto al macello,
> come davanti ai tosatori una pecora muta,
> egli non apre bocca…”
>
> (Isaia 53,7)
Tace ma cammina, l’agnello, trapassa il nero delle pupille del Battista e
scende, svelando dolorosamente che il Messia, l’Atteso, è muto, muto e condotto
al macello.
Cammina, nel nostro silenzio, il Cristo cammina, ed è terribile, ed è
dolcissimo, ed è irresistibile. All’uomo, per poter incontrare Cristo davvero, è
chiesta la forza dell’immobilità, come Giovanni che lo vide venire verso di lui
e sta. Sta, come si sta ai piedi della croce, come la donna starà sull’orlo del
sepolcro per implorare briciole che sappiano aprire alla possibilità della
resurrezione.
La sequela ci chiede prima di tutto di stare fermi, primo dei tanti paradossi
del cristianesimo. Ci chiede, la sequela, di lasciarci invadere, di non fuggire,
di smettere di voler addomesticare il mistero con dotti ragionamenti, ci obbliga
a cedere all’immobilismo dello stupore (o dello sgomento), ci implora di
lasciare che il Cristo ci mostri come sia lui a desiderare noi e non il
contrario. La sequela inizia sempre con una morte, la nostra.
Cristo come il servo sofferente. Per riuscire a stare senza fuggire l’unica cosa
buona da fare è cercare riparo nelle Scritture, almeno in quelle che sembra
possano aiutarci a reggere l’urto dell’evento, del fatto, della dolce violenza
della sua presenza. Cristo, muto, che ci cammina incontro, e sono fatti a pezzi
i nostri orgogliosi cammini di ricerca, il nostro supponente tentativo di
conquistare Dio, è lui a cercarci, pastore buono, le nostre mura devono solo
saper crollare, perché solo tra le macerie delle nostre supponenze riusciremo a
scorgere la sua presenza. Le nostre difese devono abbassarsi: martirio,
conversione.
Come un agnello condotto al macello…
> “Gesù è sì l’ ‘Agnello’ di Dio ma non lo è nello stesso senso (e tanto meno
> sullo stesso piano) degli agnelli dei sacrifici giudaici: egli lo è per il
> fatto che la sua venuta, di per se stessa, sopprime da parte di Dio la
> necessita di riti mediante i quali Israele, nel tempo dell’attesa, doveva
> sempre nuovamente riallacciare il suo legame esistenziale con JWHW”
> “…in Gesù, Dio concede la pienezza del perdono a Israele e al mondo, Gesù non
> è qui la nuova vittima cultuale, ma è colui mediante il quale Dio interviene
> offrendo agli uomini la riconciliazione perfetta con se stesso”
>
> Xavier Léon-Dufour
Il cammino di Cristo servo sofferente, dell’agnello muto che irresistibilmente
non lasca scampo a un immobile Giovanni è segno di una traiettoria celeste, di
una stella cometa incandescente che lascerà crateri da trasformare in grotte
della possibile nostra natività, esplosioni divine, meteoriti di grazia a
precipitare sulla crosta terreste il desiderio divino di un perdono offerto in
pienezza. La pienezza! Significa che l’esplosione dell’incarnazione ha fatto a
pezzi la transitorietà dei nostri cerimoniali, il bisogno umano di perpetrare
continui riti di espiazione. Avrebbe dovuto. Ci vuole troppa umiltà per
sacrificare il sacrificio, ci vuole troppa umiltà per restare fermi, senza
nemmeno il bisogno di un rito che ci renda almeno in parte protagonisti della
nostra rinascita, ci vuole umiltà per lasciare che sia lui a riempire le
distanze. A riempirle per sempre e una volta per tutte. Ci vuole umiltà oppure.
Oppure la follia degli innamorati che si lasciano penetrare fin nel profondo.
Totalmente. E per sempre.
Prokopiy Chirin, San Giovanni Battista, 1620
“E io non lo conoscevo”, con Giovanni anche noi, ogni volta, a confessare di non
riuscire a conoscere fino in fondo questo Dio che ci anticipa, ci precede, ci
sovrasta. Un Dio che viene dopo ma che è prima, che è sopra ma che si fa servo,
un Dio che accerchia o abbraccia, un Dio che insieme conduce e smarrisce, un Dio
che sembra assente e che invece è grembo, liquido amniotico in cui siamo
immersi. “E io non lo conoscevo” e forse ancora non lo conosco, come non conosco
il mistero dell’aria che respiro, dell’acqua che bevo, della luce che mi
avvolge. Lo spiego ma non lo conosco. Non resta che respirarlo, berlo,
accoglierlo questo Dio. Non resta che lasciarlo fare. Lasciarsi fare.
Giovanni che testimonia quello che ha veduto.
> “Ho veduto lo Spirito discendere, come una colomba che veniva dal cielo, e
> rimanere su di lui”.
Come una colomba, quasi come quando la “terra era informe e deserta e le tenebre
ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Genesi 1,2) o
come la colomba del Cantico “O mia colomba, che stai nelle fenditure della
roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua
voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole”. (Cantico
2,14). Come Giovanni sentirci informi e deserti, bisognosi di un volo divino a
ricucire le distanze, a togliere il peccato, che poi è la morte, l’informe
deserto che si mangia da dentro la nostra speranza. Stare, ma come un
innamorato, nelle fenditure del dolore, nei nascondigli della disperazione, a
implorare un volto, una voce, la presenza incantevole del Suo viso.
Carlo Crivelli, San Giovanni Battista, 1476
> “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza
> nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di
> Dio”.
Stare, con Giovanni, a guardare e testimoniare che il battesimo dello Spirito
scenderà a trasformare ognuno di noi, scenderà lo Spirito per stare, lui in noi,
per trasfigurarci in eternità. Stare, con Giovanni e lasciare a Cristo, pecora
muta, di penetrare in noi fino a farci rinascere, dall’Alto. Stare con Giovanni,
lasciarsi fare, lasciarsi battezzare in Lui. E poi, solo poi, implorare la forza
di seguirlo, anche quando continueremo a non conoscerlo, a non
comprenderlo, anche e soprattutto quando non capiremo perché non lo abbiamo
abbandonato in tempo, prima di farci male, seguirlo, anche quando sentiremo
nostalgia di una religione più vicina ai nostri bisogni, anche quando sentiremo
la mancanza dei sacrifici, che nel loro rituale di morte ci facevano sentire
terribilmente vivi, anche quando l’agnello muto sarà messo in croce e non
parlerà, nemmeno lì, perché il Silenzio abitato dal Padre è l’unico modo per
togliere il peccato dal mondo. Implorare la forza di seguirlo fino alla fine e
lì, alla fine, riconoscere che, se una sequela è stata possibile, è solo perché,
all’inizio ci siamo fermati, e abbiamo lasciato a Lui di immergersi in noi.
Dolcissimo battesimo, ingombrante indispensabile amore.
Alessandro Deho’
*In copertina: Alvise Vivarini, Giovanni Battista, 1470
L'articolo Sacrificare il sacrificio. Per incontrare Cristo bisogna stare
immobili proviene da Pangea.
> “Che figlio di Dio è questo che accoglie su di sé il battesimo da parte del
> più debole?”
>
> Ulrich Luz
Che figlio di Dio è questo? Comprendo il Battista, che vuole impedire al Cristo
di farsi battezzare da lui. Prima ancora che perdermi nell’infinita discussione
sull’inutilità di immergere nel Giordano chi è nato senza peccato, prima di
smarrirmi in dibattiti teologici fuori dalla mia portata io sento lo scandalo
gridare nei miei muscoli, sento in me la resistenza di Giovanni, come se anche
il mio corpo volesse ribellarsi fino ad impedire alla luce divina di mostrarsi
così. In questo modo inutile. Non è il Dio di cui l’uomo ha bisogno! Perché non
viene e prende le nostre misere fragilità nelle sue mani per purificarle, perché
non risolve il male che ci abita e che non vorremmo fare ma che ancora ci
affascina una volta per tutte? Perché venire ad ingrossare la fila dei
miserabili, dei peccatori, dei persi? Perché nascondere la forza? Tanto lo
sappiamo che sa guarire, sa perfino rianimare i cadaveri. Perché presentarsi
debole? Giovanni ancora non lo sa ma nel suo atto di volerlo fermare, di
impedire l’immersione nel Giordano, sta gridando a Cristo di scendere dalla
croce. Gesù invece, quel giorno, al Giordano stava già scegliendo liberamente di
salire il patibolo.
Che figlio di Dio è questo? Sono io ad aver bisogno di te, siamo tutti noi i
bisognosi perché non ci liberi? Perché non ci alleggerisci la vita, perché avere
così fede in noi? Ma non lo capisci che ci accontentiamo di molto meno?
Moltiplica i pani, guarisci i malati, sconfiggi la morte. Cosa ce ne facciamo di
un figlio di Dio come te? Anche oggi, a duemila anni di distanza, quando siamo
costretti ad ammettere che nulla è cambiato, che il potere ancora è il vero
imperatore, che la tua chiesa ancora non ti ha compreso, che noi qui si continua
a soffrire, a penare, a morire, qui, dove ancora le torri di Siloe crollano e
giovani bruciano vivi e noi non abbiamo più nemmeno la fede per incolpare un
qualche Dio, cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio che è come se non avesse
mai camminato la terra?
Che figlio di Dio è questo? Finirà per perdonare i peccatori, salvare i ladri,
promettere eternità alle prostitute ma noi? Noi che dovremmo seguirti, che
abbiamo scelto il sacrificio e la fedeltà, noi che siamo i giusti, a noi cosa
rimane? Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio così?
“Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Io non so
cosa abbia capito il Battista. Ma la giustizia di questo Dio debole sapeva già
di fallimento umano. L’adempimento è una lama affilata ad aprire la gola del
profeta, la sua testa su un vassoio. Questo è l’adempimento delle Scritture? Ma
cosa ce ne facciamo del profeta decapitato? “Lascia fare” a chi? Al Padre, a te,
al Vangelo? A chi? Lasciarsi fare, tremenda passività che solo gli amanti sanno
abitare in modo generativo, anticamera dell’estasi o della morte. O di entrambe.
Per ora, dici. Come se non avessimo già capito che tu trapasserai da parte a
parte la nostra idea di giustizia. Come non avessimo capito che il tempo che ci
chiedi non è per modificare la tua idea di giustizia ma per devastare la nostra.
Tempo, quello che ci chiedi, per convertire la nostra immagine di giustizia che
per noi è ricompensa, rivincita, o anche vendetta sì, sacra vendetta contro chi
ci ha tradito, abbandonato, umiliato. Contro chi ha scelto di vivere una vita
migliore della nostra.
“Allora lo lasciò fare” e in quel momento, in quella scelta del Battista,
anticipando Pietro che alla cena ultima di lasciò finalmente lavare i piedi, in
quel momento iniziò una storia nuova. Lasciarsi fare. Fidarsi. Affidarsi. Non
una passività triste ma un coraggio da sfoderare di fronte al mondo. Lasciarsi
fare, non è debolezza se muove da una consegna consapevole e totale, lasciarsi
fare non è fragilità se nasce da un ascolto costante e intimo della volontà del
Padre. Lasciarsi fare non è rinuncia alla vita se la propria vita viene offerta
per gli amici. E per i nemici. Solo la domanda diventa ancora più feroce: cosa
ce ne facciamo di un Figlio di Dio così? Che non fa ma si lascia fare. Che ci
trascina a fare i conti con la radicalità estrema della fede: se ti lasci fare e
Dio non esiste la tua vita è sprecata, bruciata nel delirio utopico che non
promette nemmeno la costruzione di una società migliore. Lasciarsi fare da
questa manifestazione di un paradossale Figlio di Dio è sconvolgente perché
spinge all’estremo, o l’Eterno o la totale stupidità di aver immolato
inutilmente la vita negandosi perfino il fascino dolce dell’esercizio del
potere. Ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così spietato nei nostri
confronti? O così ingenuo da non capire che non saremmo mai in grado di reggere
il peso di questa sfida, perché è il martirio quello che sta scegliendo, per lui
e per noi: l’impredicabile martirio.
Battistello Caracciolo, Battesimo di Cristo, 1610-1615
Del battesimo di Cristo non si dice nulla, dell’immersione dico, di quel
frangente in cui il Figlio di Dio è rimasto invisibile al mondo e senza fiato.
Solo del suo riemergere, del suo salire e, insieme, dello scendere di un segno,
come una colomba, a dire la trafittura dei cieli, lo strappo della distanza, la
possibilità di vivere a cieli aperti. Come aver squarciato il cuore di Dio. Come
aver strappato i suoi veli. Come ad aver iniziato a costringere anche Dio a
mostrarsi nel Figlio in modo inedito. Il compimento prevede una sorta di
conversione di quello che ci piace ancora considerare l’Impassibile, il
Perfetto, l’Onnipotente. Sulla croce anche il Suo volto cambierà radicalmente.
Ma cosa ce ne facciamo di un Dio così, di un Eterno che, aprendo i cieli,
accetta il rischio dell’incomprensione?
Rimane una voce. “Questo è il figlio mio l’amato, in cui mi sono compiaciuto”.
Proprio questo. Esattamente lui. Figlio di Dio è colui che obbedisce.
L’obbedienza a questo Figlio di Dio, proprio a questo, diventa la nostra unica
possibilità. Impossibile dire cose sensate su Dio senza assumere la prospettiva
di Cristo. Così la domanda, sempre feroce e scandalosa, apre ad una prima
terribile e liberante risposta: “ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio
così?”: niente. Non ce ne facciamo niente. Dobbiamo finalmente imparare a non
farcene niente della nostra idea del divino, della nostra ideologia sul sacro,
del nostro trascinare Dio dove i nostri interessi implorano attenzioni, del
nostro maledetto bisogno di occupare un posto di rilievo nel mondo. Niente,
dobbiamo farcene niente! Siamo noi che dobbiamo farci come il Figlio di Dio,
tremenda sequela, e questo ci annienta, ci ammutolisce, ci terrorizza. Siamo noi
a doverci lasciare fare da lui. E questo, follemente ci può far rialzare la
testa, ci può immergere nell’unica sfida che valga davvero la pena combattere, o
tutto o niente, o vita o morte, perché in quell’obbedienza si profila la
possibilità vertiginosa di poterla divinizzare questa nostra vita, ma secondo le
logiche di Cristo, Figlio di Dio, proprio di questo scandalo che sceglie di
immergersi nella nostra misera carne.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, 1440-1450 ca.
L'articolo “Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù proviene da Pangea.