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Siamo fatti per essere assunti in Cielo. La resurrezione di Lazzaro o del nostro rapporto con la morte
> “Gesù parla al presente: «Io sono la resurrezione e la vita». Non si tratta > allora di rimuovere la prospettiva della morte, ma di integrarla nella > prospettiva della resurrezione”. > > (Luigi Pozzoli, Dio il grande seduttore, Edizioni Paoline, 1998) Lazzaro e il dominio della carne “Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio”. (Romani 8,8) In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. (Gv 11,1-8) > “Per san Paolo «la carne» designa il mondo umano segnato dal peccato, il mondo > sotto il giogo della morte. «Lo spirito», invece, evoca il mondo divino, nel > quale l’umanità è assunta dal Cristo e il mondo spirituale generato da Dio > nella resurrezione di Gesù. «La carne» è l’uomo, corpo e anima, che si > rinchiude su se stesso e il suo peccato. «Lo spirito» è una forza di vita > nuova data al credente dallo Spirito del Cristo Risorto”. > > (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni > Paoline 1993) Lazzaro, l’amico di Gesù, muore. È solo la vita che accade, la vita che trasforma continuamente ogni nostro villaggio in una Betania, in una “casa della povertà” o “casa dell’afflizione”. È la vita che appare come una malattia, è lo scorrere degli eventi che inciampano inevitabilmente nello scandalo della fine. Siamo uomini e donne a respiro limitato, a tempo definito, la malattia del vivere chiama a sé la morte dal nostro primo vagito ma, quando si presenta, qualcosa di profondo in noi, comunque, si frantuma. Anche se l’aspettavamo. E questo scandalo, questo sentimento di profonda ingiustizia non è da sottovalutare.  Certo, è solo la vita che accade e che, accadendo, sfocia inevitabilmente nella disgregazione degli affetti, allontana Marta, Maria, Lazzaro e Gesù, si prende gioco dei loro tentativi patetici di fraternità spazzandoli via. La vita finisce inevitabilmente in morte, morte capace di soffocare il profumo, perfino quello versato sui piedi del Maestro, il tanfo del cadavere ride delle cosmesi umane. La vita che accade, da sempre, e scende a cibarsi dei resti della nostra umanità.  Ma Cristo interviene esattamente lì. Nel cuore dello scandalo. E la prima cosa che decide di fare davanti alla morte è: niente. Rimane immobile per due giorni, quasi ad anticipare la sua di morte, quella sua attesa nel sepolcro in attesa del terzo giorno della resurrezione. Non si muove, scegliendo di mettersi in dialogo con il dramma della fine, del dolore. Gesù, inizialmente, tace, muore, perché sulla morte non puoi dire nulla di sensato se non la assumi, paradossalmente, se non la vivi.  Poi, con Lazzaro, sarà il susseguirsi di una maestosa liturgia ad anticipare, per certi versi la sua passione, gesti e parole a sfidare la morte, a smascherarla, a mostrare che non siamo fatti per stare sotto il dominio della carne, come dice Paolo. Questa è la sfida: lasciarsi dominare dalla morte, che pare avere sempre l’ultima parola, o scegliere di inchinarsi a un altro dominio? L’essere spirituale si decide qui. Siamo nati per lasciarci abitare dalla forza di una vita nuova, la forza dello Spirito del Cristo Risorto ma, forse, ne abbiamo smarrito il senso, non abbiamo la grammatica, non abbiamo la liturgia, siamo figli di celebrazioni troppo orizzontali, di attese troppo terrene, non ci sentiamo più figli del Cielo in terra, abbiamo separato un mondo che chiedeva di essere abitato nella sua trasfigurata pienezza, è questo il vero dramma. Non la morte in sé ma il fatto che non riusciamo più ad interpretarla  come un passaggio all’interno di una comunione ininterrotta tra noi e l’Eterno, già qui, ora, adesso e… nell’ora della nostra morte. Ci sembra impossibile che la vita proceda di nascita in nascita (e quindi di morte in morte) verso il parto definitivo. Ogni cosa conduce al Padre, tutto è una Pasqua. Senza questa consapevolezza non resta che arrendersi al dominio della morte. “Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!»”. (Gv 11,9-16) Gesù si mette in cammino verso la Giudea, evidente richiamo alla morte che lo attende, Gesù accetta il rischio mortale, sceglie di perdersi, lui il seme che non può dare frutto se non nella consegna di sé, I discepoli lo comprendono subito, il rischio è totale, hanno paura, ma in Cristo è chiaro, per comprendere la vita la vita devi perderla, questo ripete in ogni sfumatura del suo agire tra gli uomini.  Jan Lievens, La resurrezione di Lazzaro, 1631 Questo ripete a noi, anche oggi. Il discorso sulla morte non può limitarsi a un pensiero. Non si possono dire delle cose sensate sull’esperienza del morire, occorre imparare a morire da subito, morire al mondo, morire a se stessi, morire ai propri sogni e ai propri incubi, morire per comprendere. Gesù infatti non esercita un miracolo a distanza, il suo movimento dice che occorre affondare nell’esperienza della morte, occorre lasciarsi coinvolgere, bisogna compromettersi per essere credibili.  Certo, con Lazzaro si limiterà a svuotare una tomba, ma non siamo ancora alla fine, quello che Cristo fa è atto simbolico, come a liberare il suo di posto tra i sepolcri, la parola definitiva emergerà quando lui stesso entrerà in una tomba.  Nessuna risposta plausibile rispetto al dolore della morte se non si accetta di morire, solo chi accetta di scendere fino agli inferi può essere credibile messaggero di Resurrezione. La mortificazione della vita non può essere letta come la somma di atteggiamenti depressivi, come il perpetuarsi di una poco evangelica dottrina del sacrificio, non è questo, mortificarsi in vita, qui ed ora, scegliere il deserto, la povertà, la fame, è abitare il limite della vita perché in quel confine, e solo lì, posso fare esperienza dell’Eterno. Beatitudini. Ci si mortifica per vivere. Ci si annienta per amore. Si prende la croce per incontrarlo. Il seme muore per sbocciare in dolcezza di frutto. > “Al termine dei primi sedici versetti, il lettore ha compreso che il miracolo > avverrà, non soltanto a motivo dell’amore di Gesù per i suoi amici, ma per > manifestare la gloria di Dio e suscitare la fede in Colui che affronta la > morte: egli ha il potere di deporre la sua vita e il potere di riprenderla per > comunicarla agli uomini”. > > (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline, > 1992)     Gesù non cammina incontro alla morte, non cammina semplicemente incontro alla sua fine, da sempre e per sempre il suo sarà un cammino verso la vita, “e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate”, è Tommaso a non avere ancora compreso nulla, è il nostro gemello che si accontenta di credere solo nella carne, siamo noi a pensare di essere chiamati a morire con Cristo, perché sarebbe una fine romantica, perché nel confronto con il mondo sarebbe molto più semplice condividere la fede in un ideale per cui dare la vita che farsi prendere in giro su una speranza che pare ingenua e infantile.  > “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, > altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta»”. > > (Atti 17,32) Si segue Cristo, che è la luce, per non inciampare nella dissoluzione, si segue Cristo che è la luce della Trasfigurazione per non scivolare sotto il dominio della morte, si segue Cristo perché lui ha vinto il dominio della carne, si segue Cristo per imparare a credere. Per imparare a non deridere la speranza.  * Marta La resurrezione già ora Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. (Romani 8,9) “Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”. (Gv 11,17-27) > “Gesù è la resurrezione e la vita: vita nuova, vita divina, vita che si > comunica. Chi crede in lui riceve, per mezzo della fede, questa vita nuova, > che continua anche dopo la morte. E noi sappiamo che i nostri defunti vivono > in comunione con Dio anche dopo la morte”. > > (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, edizioni Apostolato > della Preghiera, 2004) Marta è ancora sotto il dominio della carne, ancora non si è lasciata attraversare dalla lama luminosa del Risorto. Lazzaro è nel sepolcro, cattedrale inespugnabile, fortezza sacra della fede nelle evidenze della vita. Attorno alla morte la struggente danza liturgica della consolazione. Con-solare, solitudini che si aggregano e si moltiplicano, solitudini che rafforzano la domanda che la morte riporta sempre alla luce: perché nascere se poi bisogna morire? Perché amare se si deve soffrire? Marta però, al contrario di Maria che rimane schiacciata dal lutto, si alza. Un gioco di contrasti, come tutta questa pagina di Vangelo, una danza di opposti (profumo/odore, stare/andare, morte/vita…). L’atteggiamento di Marta è evocativo, è leggera mentre si alza, mentre decide di lasciare il peso del lutto a terra, Marta è già carica di speranza quando si muove incontro a Cristo, c’è già in lei l’indizio di come il credente sia chiamato a interpretare la vita: risollevandosi, lasciandosi risorgere. In ogni evento, in ogni situazione, anche la più dolorosa, alzarsi incontro alla vita perché si sente che Cristo continua a venirci incontro. Perché la Resurrezione è questo, non un divino colpo di teatro a sistemare le cose, a umiliare la morte, non la rivincita a rimettere in sesto la vita ma l’esperienza che la fedeltà di Dio, la sua Alleanza giurata all’uomo, non viene mai meno, mai! Nemmeno e soprattutto nel cuore della morte. La vita è Lui che ci viene incontro dentro la vita. E ci chiama. Disperazione è credere che le esperienze siano vuote. È non sentire lo Spirito che abita le cose. Marta ha certo una speranza ma una speranza imperfetta: ipotizza una soluzione ma solo futura, una resurrezione finale, alla fine dei tempi, non qui, non ora. Lazzaro sarà invece il segno di questa resurrezione vicina. Tornando in vita decreterà per sempre che la Resurrezione inizia qui ed ora. E che siamo vivi solo per imparare a riconoscerla. A riconoscere il divino nella carne, a vivere sotto il dominio dell’Eterno. Cristo è il testimone della vita abitata dallo Spirito. Proprio perché lo Spirito già abita in noi, qui, ora, adesso, come dice Paolo ai Romani, proprio per questo Spirito Eterno che è Dio e che danza nelle nostre carni, proprio per questo anche la malattia porta, come ogni cosa, a Lui. Tutto porta all’Eterno. Il credente riconosce e libera l’Eterno già presente nel tempo.  > “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la > esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico > ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più > importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le > situazioni della vita e della morte”. > > (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana 1988) Peter Paul Rubens (bottega), La resurrezione di Lazzaro, 1625 ca. * I Giudei e Maria Non poteva far sì che non morisse? Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene (Romani 8,9) “Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?»”. (Gv 11,28-37) > “E invece, lui è sempre “qui”. È il Dio-con-noi per sempre. E il suo > misterioso ritardo alla nostra supplica rivela un accorrere essenziale e un > arrivare essenziale dentro il nostro dolore: non deve “venire”, perché non ha > mai smesso di essere presente…” > > (Adelaide Anzani Colombo, Per fede, per amore, Casale Monferrato, 1995) Anche Maria si alza, chiamata, come fosse una vocazione, come per i primi discepoli in riva a lago, come sarà per Maria davanti al sepolcro, come per noi, che se non sentiamo il nostro nome pronunciato dalle sue labbra mai potremo affidarci. Mai potremo credergli. Anche i giudei la seguono, Maria si getta ai piedi di Gesù ma le sue parole sono abitate solo dalla morte. Diventano una sorta di accusa e sembrano iniziare quella scomposta ribellione alla nostra idea del divino: “dove sei Dio quando il mondo soffre?”.  Ancora un contrasto: la morte contrapposta a Dio, la morte è presente perché Dio è assente, ancora un drammatico gioco degli opposti. Quando non riconosciamo lo Spirito di Cristo in noi accade esattamente questo, la diabolica opposizione, l’incapacità di sentire il Suo respiro anche nel cuore della morte.  Si crede nel potere ineluttabile dei sepolcri. Ci si lascia convincere dalle apparenze.  Ma Cristo sa che del dolore occorre avere rispetto, che le lacrime sono sacre, che non serve spiegare nulla e che nulla può essere spiegato quando un cuore è affranto. Così mentre i giudei si limitano ad alimentare un coro che puzza di recriminazione, quasi a cercare un colpevole (“non poteva far sì che costui non morisse?”) Cristo, invece, piange con Maria. Per trovare Cristo nella morte, vertice dei nostri cammini di fede, occorre averlo trovato nella gioia e nel dolore, nella fraternità e nelle lacrime. Si crede per frequentazione intima.  > “Si è quindi autorizzati a concludere che la desolazione di Maria che egli > amava e l’osservazione dei giudei (…) pongono Gesù di fronte alla realtà della > morte, non soltanto quella di Lazzaro, ma la sua, ormai imminente, secondo > l’orientamento del racconto. E Gesù reagisce con una lotta interiore. (…) le > lacrime silenziose di Gesù provengono dall’amore del Padre che attraverso di > lui giunge ai discepoli (15,9); sono le lacrime di Dio dinnanzi alla morte che > separa gli esseri. Al tempo stesso, sono lacrime di Colui che deve > acconsentire alla prova”. > > (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline, > 1992)    *  Cattivo odore Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. (Romani 8,10) Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». (Gv 11, 38-40) Una grotta e una pietra a sigillare due mondi che non si vogliono comunicanti. La morte puzza, la morte manda cattivo odore ma Cristo, ancora commosso, non ha paura. Non ha paura di far rotolare via la pietra, gesto che sarà divino quando il corpo da liberare sarà il suo, un Cristo commosso che si oppone a Marta e che le indica la via per decifrare la realtà delle cose: solo chi crede, vede. Non è il contrario, non è la visione a portare alla fede ma è la fede a regalare la vera visione delle cose. Solo se credi vedrai la gloria di Dio, solo chi crede che il corpo, anche il nostro corpo, è già morto al peccato può vedere lo Spirito. Spirito che è vita. Se crediamo in Cristo, se sentiamo che siamo creduti da lui, se la nostra vita spirituale è davvero una relazione viva riusciremo anche noi a vedere la gloria di Dio, la sua luce, la sua presenza, in ogni carne, anche in quelle fasciate dalla morte. Anche in Lazzaro. Henry Ossawa Tanner, La resurrezione di Lazzaro, 1896 * Padre Liberatelo lasciatelo andare E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. (Romani 8,11) “Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui”. (Gv 11, 41-45) Tolsero la pietra e Gesù alzò gli occhi, non più distanza tra vita e morte, tra cielo e terra, lo Spirito di Dio ad abitare in noi e la vita ad essere liberata e lasciata andare. Perché di questo abbiamo davvero bisogno, di essere liberati. Si crede per essere finalmente liberi. Liberi anche dalle bende che opprimono la nostra umanità. Sono lacci che si sciolgono, è Isacco non più ostaggio di Abramo. È il paralitico che trova strada, è il cuore che ritrova la capacità d’amare, è il peccatore che ritrova perdono, è la vita umana, la nostra vita, che torna a essere quello per cui è stata creata: un passaggio, una Pasqua verso l’Eterno, è il figlio che ci credeva perduto che torna al Padre. Questa è la libertà, passare dal dominio della carne al dominio dello Spirito. È sentirsi abitati dallo Spirito di Dio, che proprio perché ha risuscitato Gesù dai morti continua a risorgere la vita.  “Lasciatelo andare”, lasciamola tornare a casa questa nostra povera vita che, per paura, per mancanza di intimità con il Vivente, si aggrappa al bordo del visibile, lasciamola andare dove deve andare questa nostra vita così impaurita da convincersi che sia nata per razzolare e non per spiccare il volo. Lasciamola andare questa nostra storia che ha dimenticato di essere in Esodo e che, invece, pretende di mettere radici nella terra. Siamo fatti per essere assunti in Cielo, Lazzaro liberato è lasciato andare ma non solo verso i suoi affetti di sempre ma, finalmente, in cammino verso il suo vero approdo. Lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti, abita in noi: perché continuare a opporre resistenza?  > “«Padre, ti ringrazio d’avermi ascoltato» (11,41): Cristo ringrazia il Padre > non soltanto per Lazzaro, ma per la vita di tutti. (…) Egli vide in questo > miracolo di Lazzaro un certo tipo della resurrezione universale del genere > umano, e ciò che è accaduto in un uomo soltanto stabilì che fosse una > splendida immagine dell’universale e del tutto. Crediamo, infatti, che quando > egli verrà giudice sarà un forte suono della tromba a ordinare ai morti di > risorgere (cfr. 1 Cor 15, 52)”. > > (Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, 11,38-43) Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  *In copertina: Giotto, La resurrezione di Lazzaro, 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova L'articolo Siamo fatti per essere assunti in Cielo. La resurrezione di Lazzaro o del nostro rapporto con la morte proviene da Pangea.
March 22, 2026 / Pangea
Sei disposto a vedere davvero? Il rifiuto, ovvero: anatomia della cecità
Cristo, il rischio di un rifiuto escatologico In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». (Gv  9,1-5) > “La verità è rifiutata per la sua chiarezza, non per la sua oscurità. Per > tutto questo Giovanni attribuisce al peccato di incredulità una eccezionale > gravità, quasi una valenza escatologica. Il rifiuto di Gesù è un rifiuto che > si può dire escatologico, perché rifiuta la rivelazione ultima e definitiva. > Rifiutare Gesù significa chiudere gli occhi di fronte a una luce che è giunta > nel suo pieno meriggio. Non è possibile attendersi una manifestazione più > chiara. Ecco perché il rifiuto di Gesù assume quasi un carattere di > definitività. E questo spiega perché i giudizi di Giovanni assumono non > raramente una durezza che ci sorprende”. > > (Bruno Maggioni, La brocca dimenticata, Vita & Pensiero, 1999) Gesù passando vede, è nei suoi occhi che la vita accede per essere illuminata, è lui il raggio che elenca vita, che stana le ombre, che invade i peccati. È lui, ed è inarrestabile. È lui, ed è pericoloso, solo cuori insipienti possono ridurre l’avanzata del Messia a innocua carezza pacificante. “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”,l’aveva già anticipato l’evangelista nel prologo ma, sempre nel prologo Giovanni, dopo soli nove versetti dall’inizio della sua narrazione sentenzia: “Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. E non perché fossero cattivi, non perché fossero stupidi ma perché, come noi, hanno avuto paura della luce. Perché la luce fa male, perché la luce rischia di bruciare le nostre sicurezze, perché Cristo è incandescente, perché si prende tutto, perché non è solo questione di vedere le apparenze, di ridare contorni netti all’esistente, non è mera guarigione fisica è, al contrario, franare nella malattia, è accettare di essere malati di Lui, è essere condannati vedere la realtà fino in fondo, fino ad accettare che lui sia l’unica luce, l’unico tutto. Cominciare a vedere significa non poter guardare nient’altro che lui, vivere solo in riferimento Cristo, luce assoluta. Intanto i discepoli interrogano Gesù, la sofferenza degli uomini rimane una domanda radicale, atroce, e come per ogni interrogativo spinoso ecco il tentativo umano di trovare risposte, di disarmare lo scandalo, come se trovare il colpevole risolvesse il dolore. Ma il peccato non è solo da ricercare nella disobbedienza dei padri come provano a ipotizzare i discepoli di Gesù, “la domanda dei discepoli deriva dalla convinzione che non vi è sofferenza senza colpevolezza” (Xavir Leon Dufur), il peccato vero è da declinare al presente, e in prima persona. Peccato è decidere di non aprire gli occhi a Cristo, è decidere di non stare nella relazione nonostante l’ingiusta sofferenza (al contrario di quanto fece Giobbe con Dio), è non permettere alla vita di aprirsi al futuro, è cercare solo nel passato le motivazioni del presente senza entrare nella storia così come è, senza dare spazio alla possibilità che ogni situazione ha in sé la forza di poter mostrare l’opera di Dio. Peccato è opporre resistenza alla luce, ed è in nostro potere farlo.  La luce quando irrompe nel mondo non lascia più spazio alla consolante ipotesi della Sua assenza, riconoscere la luce divina è ammettere che ogni risposta della mia libertà dovrà ammettere la relazione con il divino. Anche il Calvario diventerà luminoso, paradossalmente diventerà il luogo più luminoso per chi non sceglierà di rimanere cieco. Il cieco centurione arriverà a vedere! A distanza di duemila anni è chiaro che questo testo, come tutto il Vangelo, rimane scandaloso per noi, pericoloso, non si tratta di interpretare dei testi, di commentarli, di farne teoria, si tratta di schierarci, di decidere di noi. Il resto sono chiacchiere inutili e blasfeme: polvere negli occhi. Rifiutarlo, come dice Bruno Maggioni, è chiudere gli occhi sull’Eterno. Il paradiso non è qualcosa che sarà, non il premio riservato ai buoni, il paradiso è già qui, è accettare la profondità delle cose, quella che solo Cristo svela. Assoluta la sua luce, assoluto il suo amore, assoluta la sua proposta. Vivere questa vita con gli occhi della trasfigurazione, ogni cosa è fatta per entrare nella luce dell’Eterno, il peccato è chiudere gli occhi, opporre resistenza, falsificare il reale. Duccio di Buoninsegna, Gesù apre gli occhi al cieco nato, 1307 ca. Non resta quindi che trovare il coraggio di definire a quale categoria di ciechi apparteniamo. Non resta che decidere di noi, accettare di lasciarci trapassare dalla lama di luce di Cristo o negare le tenebre, negare il buio fino al punto di non riconoscerlo più, entrare a farne parte, come ammonisce la famosissima frase di Italo Calvino… > “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è > già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. > Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare > l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è > rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper > riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e > dargli spazio.” > > (Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972)  * Cristo: colui che condanna la nostra pavida neutralità Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa ‘Inviato’. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».  Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». (Gv 9, 6-23) > “Certo non si arriva fino a negare la possibilità di un intervento di Dio, ma > il silenzio diventa complicità quando bisognerebbe parlare: lascia il campo > libero a quelli che escludono l’intervento divino e contribuisce e > imprigionare i timidi nella loro timidezza. Chi dirà i danni causati o > favoriti da una pavida neutralità?” > > (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, San Paolo, > 1993) > “Intanto Gesù opera una liturgia molto particolare, sembra richiamare Genesi, > la terra con la quale fu plasmato l’uomo, sembra che Gesù operi un atto di > medicina tradizionale lontano dai canoni occidentali, sembra voler peggiorare > inizialmente le cose raddoppiano la cecità del cieco ostruendo le palpebre, ma > probabilmente, alla fine, l’operazione di Gesù è stata un’unzione: “Gesù > procede infatti a un’«unzione». Ed egli stesso ne è l’autore in quanto l’Unto, > il Cristo!” > > (Yves Simoens) Così la persistenza della cecità perdura in chi non accetta di farsi ungere dall’Unto, in chi non si lascia accarezzare e divinizzare dal Crisma del Cristo.  Non bisogna essere per forza cattivi per rifiutare la luce del Vangelo, la cattiveria vera richiede un’intelligenza e una perseveranza che spesso non abbiamo, non siamo all’altezza di essere davvero crudeli, ci accontentiamo di essere pavidi. Come i genitori del cieco guarito. Non siamo a favore, non siamo contro, non ci esponiamo. Atteggiamento ambiguo. Abbiamo paura. Magari ci limitiamo a indicare l’esemplarità della vita di altri, magari guardiamo da lontano ma sentiamo che sarebbe troppo rischioso implicarci fino in fondo. Perché comprometterci, e non c’è fede senza compromissione, significa mettere in discussione tutto di noi, la nostra identità profonda. Il cieco, infatti, non è più riconosciuto da chi lo frequentava dalla nascita. C’è molta ironia nella narrazione giovannea ma è ironia amara e realissima, accettare di lasciarci compromettere dalla luce, farlo davvero, significa perdere la comprensione del mondo. Se il mondo continua a seguirci, se non ci emargina, se ci comprende, se ci usa e ci concede spazio semplicemente non stiamo seguendo il Vangelo. Non c’è verifica più lucida e impietosa. Non siamo nella luce. Anche se crediamo di esserlo. Anche se apparentemente tutta la nostra vita sembra parlare di Dio.  Hanno ragione i genitori del cieco guarito, la luce fa paura. Certo non schierarsi è assumersi un rischio enorme: > Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della > creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari > tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né > caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. > > (Apocalisse 3,14-16)  * Cristo: il ladro di sicurezze Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori». (Gv 9, 24-34) >  “Tratto sorprendente, i farisei non fanno che parlare di Dio e di Mosè. Non > rifiutano Dio, bensì l’evento attestato da un «peccatore». Essi infatti «non > vollero credere». Credere a che cosa? Non a Dio o a Cristo, ma semplicemente a > un fatto: non vollero credere che quell’uomo fosse stato cieco e avesse > recuperato la vista. Come noi oggi ci rifiutiamo di ammettere il fatto > «scandaloso» che mette in discussione le nostre idee o la nostra vita, così > quei giusti non possono accettare ciò che non rientra nella loro ottica. > Certo, essi interrogano, ma al fine di ottenere la risposta desiderata. «Voi > non avete ascoltato» (9,27), dice loro l’accusato al terzo interrogatorio. La > diagnosi è lucida. Essi infatti sono talmente sicuri della loro verità che non > cercano più di “fare la verità”. «Non sappiamo»: la parola ricorre come un > leitmotiv (9,24.29). E poiché un testimone testardo li mette con le spalle al > muro, costringendoli a pronunciarsi tra lui e le loro convinzioni, essi lo > ‘cacciano’, respingendo insieme a lui il ladro che è venuto a rapire le loro > sicurezze per condurli a un’esperienza nuova della fedeltà di Dio”. > > (Michel de Certeau, Mai senza l’altro, Magnano 1993) > “Incuriosisce anche l’insistenza sul nome della piscina (9,7). Siloam, nel > Sinaitico, è la traduzione del termine Silôah di Is 8,6 un nome proprio che > indicava innanzitutto il canale che convogliava l’acqua della sorgente > intermittente oggi chiamata Ain Sitti Mariam; questo nome significava di > conseguenza qualcosa come l’inviante, il canale che trasmette acqua”. > > (Yves Simoens, Secondo Giovanni, EDB 1997) Essere trafitti dalla luce non è indolore, la trasformazione è radicale, ci si rende irriconoscibili al mondo e, immediatamente, testimoni. Canali che convogliano l’acqua dalla sorgente, strappi sulla tela del reale che lasciano passare luce dall’Altrove, uomini trasfigurati: testimoni, e quindi martiri. I farisei non rifiutano Dio, nemmeno i farisei dei nostri tempi rifiutano Dio, nemmeno la nostra società rifiuta il divino, basta che sia qualcosa di perfetto, luminoso, puro e, soprattutto, lontano. Il divino deve essere narrato con precisione chirurgica da professionisti del sacro, deve nascondersi dietro un’estetica attraente, non deve inquietare, deve consolare, non deve avere le dita sporche di fango, deve essere sterile, non deve avere carne e sangue, non deve contraddirci, di sicuro non può essere testimoniato da un povero cristo nato cieco e, lui dice, ora guarito. Ma il Vangelo non fa altro che ripetere la narrazione di un fatto, il cieco arriva ad essere esausto di dover perpetuare la narrazione di un gesto, ma non c’è altra strada, solo la narrazione di un fatto, solo la testimonianza personale di un cieco che riacquista la vista, potrebbe convertire. Non c’è altro segno. Riconoscere la grazia in atto nel mondo, in questo nostro mondo così imperfetto, in questa nostra vita così sporca e precaria, così segnata dal peccato. Spesso siamo ciechi all’amore che Cristo esercita in noi, ai suoi fatti luminosi che accadono nella nostra sporca carne, opponiamo alla sua grazia quella che sembra umiltà, è solo narcisismo, e mancanza di fede. Crediamo che la nostra ombra sia più grande della sua luce, che il nostro peccato sia più grande del suo perdono e, colpevolmente, rimaniamo nascosti dietro i nostri alibi. Invece è un Dio che si fa luce in Cristo arrivando a toccare il mondo, a toccarlo davvero, non è solo un’astratta sensazione spirituale, e lo fa usando modi che magari ci sono estranei, che non riusciamo a capire, che non vogliamo comprendere. La nostra percezione dell’agire di Dio sarebbe da convertire! Pretendiamo che Dio agisca secondo le nostre regole oppure, meglio, che non agisca proprio, perché guarire un cieco ci sembra volgare, molto meglio scrivere trattati sull’indifferenza di Dio, molto più elegante e, soprattutto, molto più accettato dal mondo culturale.  Orazio De Ferrari, Guarigione del cieco nato, XVII secolo Un Cristo che agisce scippandoci delle nostre sicurezze, delle nostre visioni ideologiche del mondo e, più di ogni altra cosa, del potere che teniamo stretto con le unghie. Perché è il potere, alla fine, che acceca. Il potere di crederci gli unici intermediari del divino, gli unici sacerdoti della cultura, gli eletti farisei della verità. Cristo è la luce del mondo, è la sorgente che si mostra, l’unico modo per non uscire dalla luce è diventare suoi testimoni. Ma per diventare suoi testimoni occorre perdere noi stessi, morire. Questo fa paura. La luce dell’Eterno ci chiede di morire al mondo, di morire a noi stessi.    * Il vero credente: colui che si vuole eliminare Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane». (Gv 9,35-41) > “Quando qualcuno non aspira che a vantaggi terreni, è facile essere amati, > avere amici con i quali fare comunella insieme! Ma quando un uomo si impegna > assolutamente, con sacrificio di tutto, fino a ridursi in povertà, ad essere > disprezzato, cacciato dalla sinagoga per attenersi a Dio nell’amare gli > uomini: allora, prova a mettere un avviso sui giornali che tu cerchi un amico, > ma aggiungi le condizioni e anche metti la postilla che non c’è vantaggio di > sorta: è difficile che tu trovi qualcuno. Migliore il mondo non è. Il massimo > ch’esso riconosce ed ama -quando ci riesce- amare il bene e gli uomini, però > in modo che nello stesso tempo si possa arrangiare qualche vantaggio per sé e > per gli altri. il mondo non capisce più in là: fa un passo più in là, e avrai > perduto l’amicizia. Non diciamo questo per giudicare, non perdiamo tempo per > questo. Ma se tu non vuoi essere un traditore verso Dio e verso te stesso o > verso gli altri, allora devi rassegnarti a essere chiamato egoista. Infatti la > tua convinzione che amare se stessi in verità è amare Dio e che amare un altro > uomo è aiutarlo ad amare Dio, questa tua convinzione forse non interessa > affatto il tuo amico. Egli osserva bene che se la tua vita si rapporta > veramente all’esigenza di Dio, essa contiene, anche se tu non dici nulla, > un’ammonizione, un’esigenza per lui – ed è questo ciò che si vuole eliminare”. > > (Søren Kierkegaard, Gli atti dell’amore, Milano 1983) Non poteva che finire così, con l’esclusione. Anticipo di ciò che avverrà a Cristo, eterno ripetersi del copione da sempre e per sempre. Non si può pretendere di essere del mondo e, allo stesso tempo, di essere fedeli a Cristo. Lo incontriamo solo fuori, solo i cacciati fuori possono intercettarlo. Ma bisogna stare attenti, chi decide cosa significhi davvero “stare fuori”? Non basta scomparire, non basta allontanarsi, non basta mettere distanze fisiche tra noi e il mondo (atteggiamento che può nascondere doppiezza, desiderio di protagonismo). Essere cacciato fuori dal mondo non è scegliere il personaggio del puro, giocare a interpretare colui che è contro il sistema, adagiarsi nel comodo ruolo della vittima. Bisogna stare attenti. Prima di tutto il “cacciato fuori” non lo sceglie, lo subisce. Non è lui a decidere, romanticamente, che è tempo di lasciare i luoghi del potere. Lo subisce. Ingiustamente. In silenzio. Continuare a sbandierare la patente di escluso è uno dei segni che indicano che dal mondo non ce ne siamo proprio andati. Il cieco, al contrario, è cacciato fuori e, probabilmente si sarà anche chiesto se non era meglio rimanere ciechi ma ben dentro la società, con un proprio ruolo riconosciuto. Se non avesse incontrato Cristo, fuori dalle mura, il miracolo sarebbe stato solo una perfida guarigione, una condanna all’esclusione. Solo un grande pace interiore dimostra che fuori abbiamo incontrato Cristo, perché questo è l’unico motivo, andare nel deserto, sfinirsi di preghiere e digiuni ma non lasciarsi incontrare dal Risorto è franare nella cecità di chi vede solo se stesso.  Vincenzo Irolli, La guarigione del cieco nato, 1936 Anche Cristo morirà cacciato fuori, il testimone, il vero testimone, è un cacciato fuori perché, come dice lucidamente Kierkegaard non è più sopportato a causa del suo impegno assoluto, assoluto significa che la sua dedizione totale alla luce diventa giudizio per chi sta ancora in ombra. Senza dire nulla! Perché il testimone parla soprattutto con la sua vita, è lui un fatto, lui il cieco guarito, non ha nulla da spiegare, la sua vita si è totalmente piegata a diventare testimonianza di Cristo, lui la piaga, in lui le stimmate della luce.  Il testimone è tale nonostante lui, non è lui a decidere, ad assumere il ruolo di sacerdote, lui è solo una testimonianza vivente, è condannato a parlare di Lui anche nel silenzio. E mostrare la luce significa essere disprezzati.  L’itinerario dalla cecità alla luce che questo brano di Vangelo propone è un percorso di fede, Cristo è prima riconosciuto come l’inviato, poi come un profeta, poi come figlio dell’uomo e infine come Signore, ma questo cammino non è indolore per il cieco. All’inizio della pagina non vedeva ma era visto dagli altri, alla fine lui vede e riconosce il Cristo ma i fratelli non vogliono più vedere lui! È una pagina dolorosa, nasconde, tra le mille possibili interpretazioni, anche una feroce domanda: sei disposto a vedere, a vedere davvero? Sei disposto a perdere la comprensione della famiglia, la vicinanza degli amici, il tuo posto da mendicante di vita nella società pur di lasciarti illuminare le pupille da Cristo? Sei disposto a vivere nel disprezzo senza farne un vanto? In cambio saprai riconoscere nei pochi affetti che sapranno reggere il rifiuto del mondo la luce dell’Eterno, già qui, ora.  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  L'articolo Sei disposto a vedere davvero? Il rifiuto, ovvero: anatomia della cecità  proviene da Pangea.
March 15, 2026 / Pangea
“Sono io che parlo con te”. Gesù e la Samaritana, un incontro tra deserti che nascondono pozzi
Cristo viandante assettato In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. (Gv 4,5-6) > “Di che cosa Gesù ha sete? Il lettore non è ancora in grado di rispondere a > questa domanda. lo sarà forse quando sentirà Gesù in croce gridare: «Ho sete!» > (19,28) o ancora prima? (…) Gesù ha certamente chiesto da bere alla > Samaritana, e ora si intuisce che ciò di cui egli ha sete è proprio sete di > lei, il desiderio che lei ha dell’acqua viva che solo Gesù può donare. Del > Padre stesso si dirà che «cerca» adoratori autentici”. > > (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 1990) Un Dio che ha sete, un povero cristo, solo, che sta presso un pozzo in attesa dell’uomo. Poi possiamo addentrarci in tutte le interpretazioni simboliche ed esegetiche, poi possiamo, ed è doveroso farlo, smarrirci nella proliferazione di significati, nella stratificazione di senso presente in questa pagina di Giovanni. Però. Però non può essere smarrita l’immagine di un Dio assetato. Lo stesso che al compimento della sua vita tra gli uomini ribadirà lo stesso bisogno. Lo farà dall’alto della croce, dal suo viaggio al termine della notte umana, lo griderà come sanno gridare gli amanti: ho sete! Un Dio che ha sete della sua creatura, un Figlio che ha sete del Padre, un uomo che ha sete d’amore.  Una sete che arriva a causa della fatica di un viaggio, perché la sete è una kenosi che va cercata, è possibile l’incontro tra uomini solo a partire da un vuoto, è possibile il dialogo con Dio solo a partire da una mancanza, da un bisogno. Gesù sembra viaggiare per svuotarsi, il contrario dei nostri itinerari di illusoria pienezza. In questa pagina, attorno al pozzo, tutti hanno sete ma non si descrive mai l’atto del bere. Solo quello della sete. Che permane, aumenta, si purifica, diventa eterna. Ci si trasforma in sorgenti, alla fine, ma non si riempie mai il bisogno. Fanno paura le seti che ci abitano, a chi le possiamo confidare? Chi può ascoltare il nostro grido senza usurpare il nostro bisogno? A chi possiamo mostrare il nostro desiderio di vita senza correre il rischio di essere prosciugati? Eppure il rischio bisogna correrlo, il prezzo è morire di sete. Il rischio di confidarsi con uno straniero, il rischio di mostrarsi vulnerabile, il rischio di non essere compresi, il rischio di essere fraintesi. Cristo al pozzo inanella tutti questi pericoli, conosce l’azzardo, lo assume. Cosa dirà la donna straniera? Cosa penserà la moglie dai cinque uomini? E i suoi discepoli al ritorno? Cosa capiranno? L’inizio di ogni relazione vera si assume il pericolo di essere fraintesa, sembra che non possa esserci vita senza rischio. Rischio di bruciarsi, sicurezza che l’altro ci farà sicuramente male, perché le relazioni sono tutte pericolose, e l’incomprensione è insita nella parola, e il male, il male che ci abita, è serpe che distorce anche le intenzioni più pure. Eppure, proprio nella giungla di queste fatiche, affaticati dal viaggio della vita, occorre sedersi e accettare che abbiamo bisogno di qualcuno che condivida vita con noi. La sete di Cristo è il segno del limite invalicabile che ci abita, del limite che siamo. Del limite che diventa possibilità. Lazzaro Bastiani, Incontro di Cristo con la Samaritana, XV secolo * Il pozzo  Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». (Gv 4, 7-12) > “Il pozzo (…) per quelli che hanno familiarità con la Bibbia è anche un tema > molto legato all’esodo e in particolare alla legge. Un commento ebraico parla > così del soggiorno degli ebrei nel deserto: lo scopo di quei quarant’anni «fu > di far mangiar loro la manna e bere l’acqua del pozzo perché così la legge > fosse assimilata nel loro corpo». (…) un commento di Qumran su questo passo > dice: «Il pozzo è la legge»”. > > (Alain Marchadour, Vangelo di Giovanni, San Paolo 1994) Ma anche prima c’è un pozzo, anche prima di Esodo, in Genesi, al capitolo 26 c’è una storia che mi ha sempre colpito, è la descrizione di una prassi, di un mestiere, una sorta di liturgia pratica, una devozione alla vita. Isacco ne è protagonista: > Isacco fece una semina in quella terra e raccolse quell’anno il centuplo. Il > Signore infatti lo aveva benedetto. E l’uomo divenne ricco e crebbe tanto in > ricchezze fino a divenire ricchissimo: possedeva greggi e armenti e numerosi > schiavi, e i Filistei cominciarono a invidiarlo. Tutti i pozzi che avevano > scavato i servi di suo padre ai tempi di Abramo, suo padre, i Filistei li > avevano chiusi riempiendoli di terra.  > > (Genesi 26,12-15) So che il pozzo nella pagina della Samaritana richiama la legge, però questa cosa che i pozzi si possano riempire di terra per invidia mi sembra importante da segnalare. Isacco scava pozzi, i suoi avversari riempiono di terra le sorgenti. Come cacciare sabbia in gola alla vita. Ma lui, Isacco, nonostante tutto, continua: > Isacco riattivò i pozzi d’acqua, che avevano scavato i servi di suo padre, > Abramo, e che i Filistei avevano chiuso dopo la morte di Abramo, e li chiamò > come li aveva chiamati suo padre. I servi di Isacco scavarono poi nella valle > e vi trovarono un pozzo di acqua viva. > > (Genesi 26,18-19) Poi possiamo andare al pozzo della legge, provare a comprendere cosa intenda Gesù, quali i rischi dei Samaritani, cosa renda il pozzo della legge un’acqua che non estingue sete. Prima però c’è Isacco che passa la vita a riaprire pozzi d’acqua viva e a me pare davvero commovente. Mi sembra l’unico mestiere che valga la pena fare. Mi pare la chiave per abitare il mondo con santa disciplina. Solo chi cerca di togliere sabbia dal pozzo delle relazioni, solo chi scava e scopre pozzi d’acqua nelle valli disabitate degli apparenti fallimenti, solo chi è rabdomante di vita può comprendere davvero l’incontro tra la Samaritana e Cristo. Incontro tra due deserti che nascondono pozzi.   Serve una costanza incredibile per scavare pozzi, per riaprirne, per opporsi alla violenza. Serve una caparbietà infinita, serve una fede incrollabile, serve di ripetere la stessa liturgia di scavo senza lasciarsi prendere dallo sconforto. Sono convinto che la vita sia mantenuta viva da scavatori di pozzi nascosti ed anonimi e incrollabili. > Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo: “L’acqua è > nostra!”. Allora egli chiamò il pozzo Esek, perché quelli avevano litigato con > lui. Scavarono un altro pozzo, ma quelli litigarono anche per questo ed egli > lo chiamò Sitna. Si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non > litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: “Ora il Signore ci ha dato > spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra”. Di là salì a Bersabea. E > in quella notte gli apparve il Signore e disse: > > “Io sono il Dio di Abramo, tuo padre; > non temere, perché io sono con te: > ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza > a causa di Abramo, mio servo”. > > (Genesi 26, 20-24) Poi è vero il pozzo della Samaritana richiama alla legge.  > “Le leggi, rigorosamente laiche, sono pensate come regole che servono solo a > separare ciò che è dell’uno da ciò che è dell’altro; Dio non c’entra proprio, > e neppure la comunione fraterna. Già i farisei erano acceduti a questa > concezione mercenaria della legge; ancor più i Samaritani. Gesù sollecita la > Samaritana a passare dalla concezione mercenaria della legge a quella > spirituale.  (…) Come il pozzo è anche la Legge, finché essa sia scritta solo > sulla pietra e non nei cuori. Dopo aver obbedito a tutte le sue prescrizioni, > l’uomo deve riconoscere d’essere sempre da capo assetato, s’intende di > giustizia”.  > > (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa 2007) > “Una cosa è bere, un’altra è diventare sorgente. L’acqua è lui. È Gesù, > ricevuto per essere donato”. > > (Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997) La legge chiede carne, chiede di essere scritta nei cuori. Cristo al pozzo chiede il cuore della Samaritana, Cristo non chiede mai altro. Ma cosa significa davvero? Come si può chiedere al nostro cuore di tramutarsi in pietra, e poi di lasciarsi incidere dal dito infuocato dell’Altissimo? Come mettere il cuore nelle mani di Dio e lasciare che lui ci incida sopra le sue Parole, lasciare che venga stritolato dalle sue dita, spremuto come cuore sacro a distillare il vino dell’Alleanza?  > “Un cristiano non è un libero pensatore. Per lui, al principio, non sta > l’uomo, il suo pensiero, la sua forza, le sue possibilità. Al principio non > sta neppure un’idea. Sta la carità di Dio: cioè quel dimostrarsi di Dio > nell’uomo Gesù, che dice a noi concretamente tutta la verità. Di fronte a ogni > proposta, o ricerca, o cammino, la preoccupazione dominante di un credente > cristiano sarà sempre quella di non perdere il riferimento a Cristo, di non > giudicarlo o “svuotarlo” secondo le sollecitazioni del momento, per lasciarsi > invece sempre giudicare da lui, assumendo la comunione con lui come criterio > irrinunciabile di verità e di azione. «Cristo ieri, oggi, per sempre» > (cfr. Eb 13,8)”. > > (Giovanni Moioli, Temi cristiani maggiori, Milano 1992) Vuol dire che l’uomo rinuncia a essere un libero pensatore! E questa frase è la prima spremitura violenta. Chi, oggi, ha il coraggio di non considerarsi pienamente autonomo? Lo sappiamo, nessuno lo è davvero ma ognuno di noi sbandiera una sorta di libertà conquistata. Poi siamo schiavi delle opportunità, del sistema, dei mille compromessi, delle meschinità che ci abitano, del denaro, della fama… ma non possiamo dirlo. Mettere il cuore in mano sua è esplicitarlo: voglio essere tuo schiavo. Voglio scendere fino alla sorgente del pozzo e togliere dalla fonte l’uomo, voglio sbarazzarmi dall’egemonia di me stesso, del mio pensiero, della mia forza, delle mie possibili possibilità. E questo ci fa orrore, ci fa paura. Alziamo subito scudi, difendiamo la piena libertà che Cristo ci avrebbe promesso, la pienezza della vita… ma quale è la Sua libertà? Quale libertà può promettere il Crocifisso che, anche da Risorto, non chiude il segno dei chiodi? Per incontrare l’acqua viva, per non inquinare la legge con la nostra miseria, bisogna liberarsi di quel che siamo e giungere, assetati, come viaggiatori al pozzo, al principio. E al principio del pozzo, acqua viva in eterno c’è la carità di Dio. Il suo amore. Se non arriviamo lì lasceremo al cristianesimo di essere sempre e solo un’idea. Nobile. Ma che non disseta fino in fondo. Solo Cristo deve essere il riferimento, solo lui, per lui annientarsi, lui a guidarci, a lui incatenarci e lì, paradosso d’amore, scoprire il nostro vero volto, la nostra intima libertà, l’immagine e somiglianza unica e irripetibile. Fermarsi prima, accontentarsi, non lasciare che il seme che siamo muoia renderebbe questa discesa al pozzo un suicidio.    Giovan Battista Caracciolo, Cristo e la Samaritana al pozzo, 1620 ca. * La donna Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». (Gv 4, 13-17) > “Domanda da bere e promette di dissetare. È bisognoso come uno che aspetta di > ricevere, e abbonda come uno che aspetta di saziare. «Se conoscessi, dice, il > dono di Dio». Il dono di Dio è lo Spirito Santo. Ma Gesù parla alla donna in > maniera ancora velata, e a poco a poco si apre una via al cuore di lei. Forse > già la istruisce. (…) Oh se avesse sentito: «Venite a me, voi tutti, che siete > affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»! (Mt 11,28). Infatti Gesù le diceva > questo, perché non dovesse più faticare, ma la donna non capiva ancora”. > > (Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni) Non importa sapere se cinque fossero proprio i mariti della donna oppure se questa sia un’allusione agli idoli dei Samaritani. Quello che conta davvero è il passaggio che si compie tra le grandi teorie e la vita vera, tra le domande generiche e la vita pratica della donna (o di un popolo). Gesù per rispondere alla sete profonda chiede alla donna di verificare concretamente a quali fonti cerchi acqua. E la domanda si ripete anche per ognuno di noi. Quali le nostre fonti? Concrete. Quali i nostri mariti? Quali i pozzi che apriamo e poi, delusi, riempiamo di terra? Quali le persone che abbiamo usato, da cui ci siamo abbeverati con avidità e che poi abbiamo lasciato magari con la scusa di una sete più grande? Anche questo passaggio mi pare notevolmente doloroso. Può arrivare un certo momento nella vita di un uomo in cui si decide finalmente di smettere di correre in solitaria predando ogni forma di affetto, arriva un momento in cui ci si guarda alle spalle e non si è più sicuri di aver agito per una sete d’Infinito che tutto giustificava, ci si guarda alle spalle e si prova vergogna per i tanti pozzi abbandonati. Certo, qualcuno si è servito anche di noi, per fortuna, questo rende forse meno amaro il giudizio sul nostro operato. Non l’abbiamo fatto per fare male, ma abbiamo predato. Non abbiamo compiuto un viaggio verso la sete. Non siamo stati capaci di reggere il dolore della mendicanza. Cristo arriva al pozzo domandando da bere e promettendo di dissetare, le due promesse non possono essere disgiunte, i due opposti vanno tenuti aperti. Assettati e donatori d’acqua, guaritori feriti, peccatori riconciliati: questo ci rende credenti, questo significa mettere il nostro cuore nelle sue mani. Questo impara la samaritana, forse, lasciando la brocca al pozzo per andare a dissetare i suoi compaesani.  > “La donna lasciò dunque la sua giara. La giara richiama le ‘sei giare di > pietra’ per la purificazione dei Giudei citate in 2,6 . Questo particolare > sembra esprimere simbolicamente la situazione della donna stessa. Ormai > purificata dalla parola di Gesù, e dissetata dall’acqua viva che Gesù è nel > suo corpo e in tutta la sua persona, la donna non ha più bisogno del suo > strumento per attingere l’acqua e si trova libera per la missione”. > > (Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997) * Sono io che parlo con te Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. (Gv 4,17-30) > “La Samaritana, al pozzo del corteggiamento, aveva conosciuto l’incanto di una > parola che non ti fa cosa, cosa da consumare, che ti contempla teneramente in > tutta la tua dignità e bellezza”. > > (Angelo Casati, Ricordare le sue parole, Centro Ambrosiano, 2002)  “Sono io che parlo con te”, forse questo il centro di questo racconto, forse qui la descrizione definitiva dell’acqua viva. Sono io, Io sono, teofania intima e definitiva, bisogni che si incontrano, che si riconoscono, che si riempiono e si svuotano e ancora si riempiono. Dinamica dell’Amore che si fa infinito.  Non è chiaro se la donna abbia davvero compreso, non è chiaro se fugge verso la città spinta da ardore missionario o da paura. Paura che si prova quando si è svelati, guardati fin nel profondo. Spogliati. Non c’è teofania se non quando si viene raggiunti nella parte più segreta di ciò che siamo, ogni protezione è una mancanza di fede.Profezia è svelamento, spogliazione, donna scoperta nella sua più intima intimità, “mi ha detto tutto quello che ho fatto”, verità sconvolgente ma parziale, “mi ha mostrato tutto quello che sono”, questa sarebbe stata la traduzione esatta dell’esperienza. Ma a chi confidare tale estremo d’amore?  “Sono io che parlo con te”, frase che rimane nascosta all’origine di ogni pozzo, parole che possono donare vita solo a chi ha il coraggio e la costanza di liberare la fonte dai cumuli di terra, dichiarazione d’amore che alla luce svanisce.  Annibale Carracci, Cristo e la Samaritana, 1605 Anche la legge è pozzo capace di dare vita, non uno iota sarà perduto, ma solo se diventa prassi per ascoltare la voce del Risorto che dalla vita ci parla. Ogni nostra azione può diventare sacra, se è fonte di questa epifania.  E liberando pozzi anche noi saremmo trasfigurati in sorgenti d’acqua per i fratelli. Chissà, forse fede, fede vera, è lasciare che lui ci scavi in profondità, che lui rimuova detriti, che ci liberi da tutto e da tutti, e dalla visione distorta che abbiamo di noi stessi, per riportarci ad essere conformi alla realtà, e finalmente scoprire quel che siamo, la nostra possibilità: “sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.   Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Gesù e la Samaritana al pozzo, area tedesca, 1420 ca. L'articolo “Sono io che parlo con te”. Gesù e la Samaritana, un incontro tra deserti che nascondono pozzi proviene da Pangea.
March 8, 2026 / Pangea
Finalmente liberi, dopo aver rinunciato a noi stessi. Discorso sulla Trasfigurazione
SALIRE SU UN ALTO MONTE Oggetti del tempio cosmico Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. (Mt 17,1-2) > “Alle azioni più ordinarie della vita, come bere, mangiare, lavarsi, parlare, > agire, vivere insomma, la liturgia restituisce la loro vera vocazione, quella > di essere cioè frammenti di una dossologia universale, oggetti del tempio > cosmico”. > > (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.27) Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li conduce in disparte su un alto monte. La grammatica è da Testamento Antico: > “esso potrebbe rievocare la teofania sinaitica, oppure la festa delle Capanne, > che iniziava sei giorni dopo Kippur. Ritengo che tutto il simbolismo del > racconto (il monte, la gloria, Mosè – ed Elia –, la nube) rendano attualmente > più probabile la prima possibilità”. > > (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995) A noi non resta che salire, scalare la montagna, metterci in coda ai tre discepoli, silenziosamente implorare di poter elemosinare scaglie d’oro da questa maestosa icona, frammenti d’Infinito da succhiare come fossero ostie consacrate, per poter tornare alla vita, alla nostra ordinarietà che pare così misera, e poterla vedere, almeno per un istante, trasfigurata. Le cose di ogni giorno, le azioni che ripetiamo quasi senza pensarci o quelle che, al contrario, ci costano fatica, perché mangiare a volte è una tortura e parlare un supplizio e agire, vivere insomma, una pena. Eppure, la Trasfigurazione di Cristo, dice che siamo stati creati come “oggetti del tempio cosmico” che la nostra grammatica è intrinsecamente liturgica, che senza la Sua luce le nostre membra rimangono orfane, mute. Ha ragione Evdokimov, senza salire al monte della Sua trasfigurazione, senza una vita profondamente liturgica, siamo condannati all’inferno di non scoprire la vera vocazione della nostra carne. Del nostro esistere. Del nostro stare nel mondo. Costretti a vivere elemosinando pateticamente dal mondo il diritto di occupare spazio e tempo. Salire sul monte della Trasfigurazione è interrogare invece il nostro corpo, ogni organo di quel che ci compone, il visibile e l’invisibile, uno alla volta, implorando che sappia dischiudere, nell’atto di compiersi, il vero destino di cui siamo intessuti, il luminoso roveto che spinge per partorire luce al mondo.  Giovanni Bellini, Trasfigurazione, 1478 ca. * Trasfigurare questo mondo > “Ascoltando tale messaggio l’Occidente inquieto, troppo esclusivamente portato > alle trasformazioni tecnologiche di questo mondo, potrà iniziarsi a una > scienza che fu e che resta l’occupazione prima, anzi esclusiva, di chi cerca > l’Assoluto e che consiste nel trasfigurare questo mondo e se stessi per mezzo > della preghiera. Senza la quale gli splendori della liturgia perdono il loro > significato”. > > (Irénéè-Henri Dalmais, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, > p.11) A noi non resta che salire sul monte, che è comunque uno stacco, una frattura, un deserto perpendicolare. Salire lo scoglio per lasciare, almeno per un attimo, l’inquietudine dell’Occidente a sciabordare violentemente ai nostri piedi. Sabotare le trasformazioni tecnologiche, poeticamente confondere artificiali intelligenze, opporsi al fascino dell’idolo digitale che si nutre del nostro narcisismo. Scomparire, cercare una nube in cui potersi immergere. Perseguire con coraggio una sorte di morte verticale. Abilitarsi alla ricerca dell’Assoluto. Non accontentarsi di niente che non sia questa totalizzante caccia al Divino. Affilare le punte alle frecce, tendere la corda all’arco della preghiera, intingerla nel proprio sangue, scagliare i dardi nelle altezze, saettarle al mittente. Il prezzo di tale sacra sfrontatezza è però la vita. Tutta. Intera. Se non si è disposti basta stare a terra. La Sua misericordia sgorgata dalla ferita crocifissa sull’altro monte, il Calvario, ha già comunque garantito anche la nostra salvezza. Se invece si è abitati dall’inevitabilità della ricerca, se davvero si è chiamati, perché è Lui che chiama per nome non siamo noi ad arruolarci all’impresa, se si è investiti di una vocazione che strappa dalla valle e scaglia sulla vetta in una teofania che spinge luce accecante oltre le nostre palpebre come fosse una tortura, allora non resta che incamminarsi.  Se in fondo sentiamo che preferiremmo scappare e invece ci troviamo imprigionati nella sua rete, se le nostre mani, interrogate, rimangono mute se non si aggrappano all’orlo della sua veste, allora, in questo caso, non resta che incamminarsi e iniziare a pregare. Non resta che trasformarci in preghiera, che tutto di noi implori la grazia di frantumarsi come le pareti del vaso per sprigionare luminoso nardo. Se questa è la nostra vocazione, se questo lui ha scelto essere il nostro destino, se le sue labbra continuano a pronunciare ininterrottamente il nostro nome, allora dobbiamo solo cedere e provare a iniziare a vivere con un solo obiettivo, totalizzante: contribuire a “trasfigurare questo mondo”. E nel mondo, noi stessi.  > “…alla sua luce l’uomo vede il mondo intero come un’icona, dove ogni cosa > trova la propria destinazione ‘liturgica’: quella di essere un luogo umile, ma > anche folgorante, della teofania. È una visione eucaristica in cui l’uomo > benedice ogni cosa e la offre, con rendimento di grazie, al Creatore“. > > (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, ivi, p.36) Questo salverà il mondo e anche noi, questa è la risposta alla vocazione profonda del nostro essere vivi. Ogni altra strada che non preveda la lettura del Creato come icona della sua luce è destinata al fallimento. Cercare la nostra destinazione liturgia. Accogliere che l’Altissimo si depositi in noi, mangiatoia “umile ma anche folgorante”, arrivare ad una conversione così radicale da poter accettare di essere immersi in una teofania. Finalmente contemplare. Ma benedicendo. Rendendo grazie. Non è una sottolineatura di poco conto, la rabbia, l’invidia, il risentimento non trasfigurano, sfigurano. Benedire, rendere grazie, uscire dagli inferi che ci costringono al rancore, scalare i gironi dell’invidia, smascherare il nostro cuore, lasciare che il Suo amore, trafiggendolo, arrivi a purificarlo. Fino a quando non saremo eucaristici, cioè capaci di rendere grazie, fino a quando il nostro dire sarà armato e accecato, fino a quando non sapremo sorridere, soprattutto di noi, il mondo rimarrà buio e silenzioso, impermeabile alla sua trasfigurazione. Beato Angelico, Trasfigurazione, 1438 ca. * STARE SUL MONTE La luce dell’aldilà Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. (Mt 17,3) > “Ma forse è ancora più significativa la morte di entrambi: Mosè prima di > entrare nella terra promessa (Dt  34), Elia rapito su un carro di fuoco come > da un turbine (2Re 2). Perché è senza dubbio di questo che Gesù sta > discorrendo con loro, o che essi stanno discorrendo con lui, come > espliciterà Lc 9,31: del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme”.   > > (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995) > “Lo scrittore Narsai (morto nel 502) descrive con incisività il clima > liturgico: «Il sacerdote offre ora il sacramento del riscatto della nostra > vita, pieno di timore, paura e sbigottimento. Egli teme…il terribile Re, > misticamente ucciso e sepolto, e i terribili guardiani, in piedi, nel timore, > per rispetto del loro Signore!». Il velo tra il cielo e la terra si squarcia, > la morte si dissolve e tutto viene inondato dalla luce dell’aldilà”. > > (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.90) Accettare di frasi trascinare sul monte della Trasfigurazione, inchinarsi alla sua chiamata, è accettare di abitare costantemente lo spazio della morte. Non solo prepararsi a morire. Ma stare, già ora, nel mistero della morte. E lì conversare con Mosè, con Elia, conversare proprio con la morte, chiamarla sorella, interrogarla, ascoltarla.Morte che pare essere la vocazione ultima delle cose, il silenzio a cui la vita è chiamata, dall’inizio. Morte che spaventa, spegne, ingoia, annienta. Morte che è solo l’ultimo spazio che chiede d’essere trasfigurato, morte che Cristo mostra ingravidata di Resurrezione, morte spazio liturgico della luce eterna, morte indispensabile, morte caro approdo, morte che si sacrifica per rendere possibile l’esplicitazione dell’intima verità di ogni cosa, morte forziere che permette, lasciandosi trafiggere, che tutto venga inondato dalla luce dell’aldilà. Morte mare da attraversare per partorire Pasqua. * Una nube che fa luce. Il silenzio. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». (Mt 17, 4-5) > “Una «nube luminosa» (ossimoro matteano: una nube che fa luce). Di nuovo > Matteo tradisce l’influsso dell’Esodo: la nube della gloria del Signore > «appariva come fuoco divorante, agli occhi dei figli d’Israele, sulla cima > della montagna» (Es 24,17). Questa stessa nube “coprì” la tenda del convegno, > o dell’appuntamento. (…) Adesso essa copre i discepoli”.   > > (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995) > “…rimane l’ineffabile che proprio rivelandosi si ritira continuamente dalle > forme già acquisite, crea un nuovo vuoto e una nuova assenza perché la > presenza venga da capo ricercata nel vuoto che va creandosi (…) la nostra > epoca in cui “Dio è morto” non potrebbe essere un’epoca mistica, l’era > veramente vissuta di una mistica dell’apofasia? Già l’esperienza spirituale di > Israele aveva vissuto questo, e la mistica dell’ebraismo è colma di questo > concetto”. > > (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.90) Pietro parla, propone di costruire tre tende, una per Mosè, una per Elia, una per Gesù.  > “nonostante i segni della trasfigurazione celeste, lo splendore e la luce, > Pietro tende a assimilare il ruolo di Gesù a quello dei due rappresentanti e > mediatori dell’antica alleanza: Mosè, la legge, ed Elia, i profeti. A questo > punto interviene la nuova apparizione della nube luminosa (…) la rivelazione > divina corregge e integra l’interpretazione di Pietro (…) Gesù in quanto > Figlio amato e servo fedele è la ‛tenda’ della presenza dell’incontro con Dio. > Il suo compito di rivelatore è unico e definitivo. Perciò davanti ai discepoli > rimane lui solo”. > > (Rinaldo Fabris, Matteo, Borla, 1996) Accedere al monte della Trasfigurazione è accedere nel ventre luminoso del καλός, del bello, e come Pietro decidere di volerlo abitare. Ma cosa è il Bello secondo il Vangelo? Ossimoro di una nube che fa luce. O di una luce che si nasconde nella nube. Il bello è l’ineffabile che si ritira? Bello è il corpo sfigurato di Gesù in croce? Bello il corpo trasfigurato in croce? Bello il silenzio del Padre? Cosa è il bello? Un sabato d’attesa? Qualcosa che “si ritira continuamente dalle forme già acquisite”? Bello è il Vuoto? Bello è franare nell’apofasia? Bello è più della legge? Bello è più dei profeti? Bello è il Calvario? Bello è il Vuoto sepolcro di Pasqua? Bello è lui solo?  Raffaello, Trasfigurazione, 1518 ca. * SCENDERE DAL MONTE Rinunciare del tutto a fare qualcosa di se stessi  All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».  (Mt 17,6-9) > “(Bonhoeffer) precisa «non il piatto e banale essere-di-questo-mondo degli > illuminati, degli indaffarati, degli indifferenti o dei lascivi, ma il > profondo essere-di-questo-mondo, che è pieno di disciplina e in cui la > conoscenza della morte e della risurrezione è in ogni momento presente». > > (Fernando Vittorino Joannes in Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni > Crisostomo, ivi, p.22) Farsi rapire fin sulla cima del monte è accettare di farsi tramortire. La faccia a terra, come nell’atto della consacrazione. Come morti in attesa di farsi risorgere. Tramortiti dalla luce. Ma Cristo si avvicina. Cristo solo. Cristo ci sfiora, Cristo solo. Cristo ci risolleva e nelle sue labbra sembra di vederla la coda della morte che lui ha appena ingoiato. Dagli orli della bocca scivolano gocce di luce. Lui solo rimane. Lui solo nelle pupille smarrite dei discepoli che trovano il coraggio di risollevarsi. Lo guardano ammutoliti e lui ordina alle loro bocche di rimanere così, cucite, almeno fino al Calvario e alla Pasqua. Poi lui stesso sfilerà il sigillo tra i fuochi della Pentecoste.  Non resta che tornare a questo mondo. Ma con disciplina, come chi ha la morte e la resurrezione di Cristo incisa nella carne, presente in ogni momento. Salire al monte della Trasfigurazione e poi scenderne è questo: accettare di vivere ogni cosa nel sigillo di morte e resurrezione. Ecco la dossologia universale, ecco l’essere oggetti del tempio cosmico.  > “Ancora una volta Bonhoeffer «Quando si è rinunciato del tutto a fare qualcosa > di se stessi – un santo, un peccatore convertito o un uomo di Chiesa (una > cosiddetta figura sacerdotale!), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano > – ed è questo che io chiamo ‛mondanità’ o ‛essere-in-questo-mondo’, cioè nella > pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle > esperienze acquisite e delle perplessità, allora ci si getta interamente nelle > braccia di Dio, allora si prendono finalmente sul serio non le proprie ma le > sofferenze del mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani e, io penso, > questa è fede, questa è metánoia e così diventiamo uomini cristiani. Come ci > si potrebbe insuperbire dei propri successi e avvilire per gli insuccessi > quando nella vita di questo mondo si è compartecipi al dolore di Dio?” > > (Fernando Vittorino Joannes in Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni > Crisostomo, ivi, p.32) Scendere dal monte per gettarsi interamente nelle braccia di Dio, liberi finalmente dall’assillo di dover essere qualcosa, o qualcuno. Liberi, dopo aver rinunciato a noi stessi.  La trasfigurazione sarà compresa solo dopo la Pasqua, sarà il momento in cui i discepoli lasceranno definitivamente le reti, quelle a cui erano tornati, perché quella vita non li illuminava più. Perché era ormai muta. Sfigurata. Quel giorno si sentiranno ancora chiamare, sentiranno distintamente la voce del maestro, e si incammineranno ancora, definitivamente, sulle sue tracce. Adesso consapevoli che il mondo chiede di essere trasfigurato ma che questo è possibile solo compartecipando al dolore di Dio. Alla sua morte per amore. Alla sua resurrezione.   Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  *In copertina: Teofane il Greco, Trasfigurazione, XV secolo L'articolo Finalmente liberi, dopo aver rinunciato a noi stessi. Discorso sulla Trasfigurazione proviene da Pangea.
March 1, 2026 / Pangea
Al Battesimo segue sempre il deserto. Per smascherarci. Per cercare l’Uomo di Vetro, il Dio che si fa trasparenza dell’Amore
Dovevi esser di vetro “In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame”. (Mt 4,1-2) > Dovevi esser di vetro, Signore, > dopo quei giorni e quelle tue notti: > quaranta i giorni e quaranta le notti, > perché si compia un Esodo vero!  > > (David Maria Turoldo, Opere e giorni del Signore, Edizioni Paoline, 1990) Ha ragione Turoldo, si va nel deserto per diventare di vetro, per alzare occhi sanguinanti di paura sulla dolorosissima e fragile trasparenza di sé. Si va nel deserto per il compimento di un Esodo, soprattutto di quello che porta alla verità di ciò che si decide di essere.  Per compire un Esodo vero! La consacrazione nel Battesimo del Giordano è avvenuta, dall’alto parole decisive e sacramentali, per Cristo e per noi, eppure quelle parole non impediscono il dubbio, anzi lo alimentano. Lo sa bene chi ha consacrato la propria vita in una liturgia solenne. Lo sa bene chi ha pronunciato il proprio “Sì”: certamente eterno, sicuramente definitivo, eppure non abbastanza luminoso da renderci trasparenti a noi stessi. Consacrati ma non ancora di vetro! Per quello serve tempo. E un tempo passato nel deserto. Non c’è possibilità di scelta, al Battesimo segue il deserto. Sempre. Deserto vitale per non morire sotto cumuli di opacità, per non lasciarsi incrostare l’anima dai compromessi, per non stendere una patina capace di diventare corazza, una viscida pelle di serpente capace di farci assolvere da qualsiasi peccato. Che con le parole siamo bravi, siamo maghi, incantatori, esegeti. A parole ci assolviamo, e poi ci crediamo, crediamo alla versione di noi che abbiamo costruito e, usurpando il ricordo della sacramentale voce di quel Dio che quel giorno si era compiaciuto della nostra figliolanza, ci giustifichiamo in tutto. Scagioniamo anche la parte più terribile di noi. Per questo serve il deserto! Per smascherarci. Per cercare l’Uomo di Vetro, il Dio che si fa trasparenza dell’Amore. Per rispecchiarci in lui. Ivan Karmskoj, Cristo nel deserto, 1872 * La fuga è la forza delle cerve > Come i Padri del deserto, Arsenio prese queste parole alla lettera: bisogna > fuggire, partire, lasciare la città, uscire dal mondo e dalle sue mondanità. > Fuggire perché si soffoca. In certe situazioni non vi è altra via d’uscita che > la fuga. Non è la vigliaccheria, è un soprassalto di salute. La fuga è la > forza delle cerve.        > > (Jean-Yves Leloup, L’esicasmo. Che cos’è come lo si vive, Gribaudi, 1992) Nel deserto Gesù non fugge, nel deserto Gesù è portato. In Matteo “a differenza che in Marco, «fu trasportato dallo Spirito nel deserto». Il verbo indica un movimento verso l’alto, come se egli fosse sollevato. «Il Cristo di Marco è cacciato nel deserto come Adamo cacciato dal paradiso; quello di Matteo è condotto, come Israele fu condotto attraverso il deserto» (H.B. Green, The Gospel, p.67), potremmo aggiungere: “su ali d’aquila” (Es 19,4). Trasportato, evidentemente, dalla piana del Giordano verso la zona montuosa di Giuda, un deserto senz’acqua dove si patisce la sete e la fame, luogo tradizionale di abitazione dei demoni”. (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995) Essere trasportati nel deserto su ali d’aquila, per accogliere la sfida di fare verità su ciò che siamo veramente, sul nostro rapporto con Dio, con gli altri. Come è stato per il popolo di Esodo il deserto anche per noi è spazio, tempo, qualcosa da attraversare. Il vetro nasce dalla sabbia. Cristo va nel deserto per aprire una strada nuova. Per ognuno di noi. In Esodo c’è libertà e fame, paura e grazia, smarrimento e provvidenza. In ogni deserto c’è lotta e ci sono angeli a servirci. Nel deserto si va per discernere la chiamata. Il deserto è la vita, se vogliamo, se accettiamo la lotta. Il deserto è lo spazio della verità. Decidere di non andarci è restare nel mondo, addomesticare la nostra idea di spiritualità, credere di sedurre la mondanità ed esserne, invece, corrotti. Impedirsi il deserto è decidere di soffocare, respirare altra aria che non sia lo Spirito. Privarsi della forza delle cerve. Divincolarsi dalle mani di Dio, restare a terra, lasciare che l’aquila voli altrove, senza di noi. Domenico Morelli, Gesù nel deserto, 1895 * Ulteriorità “Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»”. (Mt, 4,3-4) È ancora lontano il giorno in cui, nel deserto, Cristo moltiplicherà pane per la folla. Sarà giorno triste per lui, fallimento, mentre Gesù condivideva il suo sguardo dall’Alto, mentre dilatava una preghiera divenuta pane, mentre anticipava in qualche modo il suo diventare pane, la folla non capiva. E lui fu costretto alla fuga, sempre il deserto, la solitudine, l’intimità con il Padre. Non esiste, altrimenti, fede. > “Scappò sul monte, solo. Vinse la tentazione. Satana era la folla soddisfatta > che diceva: abbiamo trovato uno adatto a noi. Egli non è un Messia venuto a > dare la risposta agli istinti fondamentali dell’uomo come essere provvisorio e > materiale. […]  Il Messia ha rivelato non la necessità del pane ma una > ulteriorità verso cui siamo più sordi e ciechi”.   > > (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984) Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto non solo per sfuggire al faraone, che tanto il vero faraone ce lo portiamo dentro ed è con quello che dobbiamo combattere. Non si va nel deserto per soddisfare la nostra fame di pane, nessuna risposta agli istinti fondamentali, non solo quelli animali ma anche quelli più subdoli: il bisogno di giustizia, di fraternità, di pienezza, di amore… che illusione quando ci accorgiamo che, pur con tutti i nostri tentativi, pur nelle comunità apparentemente più perfette, nei monasteri più santi, nelle famiglie più luminose, da nessuna parte il Vangelo soddisfa i nostri istinti. Nemmeno e soprattutto gli istinti di bene. Non sto dicendo che la vita sia un sacrificio, pianto e dolore, non sto dicendo che il mondo sia brutto e cattivo, sto solo parlando del bisogno di “ulteriorità” di cui parla benissimo Balducci. Accettare di abitare nel deserto è piegarsi a questa fame profonda, a questo istinto insaziabile, quello che ci fa godere di ogni cosa del mondo, anche la più piccola, proprio perché anche il filo d’erba con il suo svettare coraggioso verso il cielo, minimo ed unico, anche lui, canta il bisogno di Ulteriore. Sussurra il Creato il desiderio insopprimibile e simbolico della fame d’Eterno.  Una religiosità piegata al riempimento, una vita che non sa desertificarsi, impoverirsi, si illuderà che la vita possa essere soddisfatta. Che sia riempita di potere, di denaro o di cultura o di devozioni o di attivismi sociali o pastorali… è davvero così diverso? Nel deserto si accetta di sprofondare perché ammalati di ulteriorità, è il rischio di accettare una vita che accoglie tutto ma che lo fa solo per ascoltare la Sua Parola che tutto pervade: “vivrà l’uomo […] di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, quella Parola che nel deserto sussurra fino a farci male. Quella Parola che nel suo compiersi scava un Vuoto, e dopo un Vuoto ulterioreancora, così noi camminiamo, sempre sospesi tra la gioia d’averlo trovato e il bisogno di cercarlo ancora. Così nel deserto della nostra vita procediamo, su ali d’aquila, sostenuti dalla sua presenza/assenza. Così noi camminiamo verso l’Ulteriore, quello promesso e testimoniato, quello che sussurra dal cuore di ogni cosa, quello di cui sperimentiamo il mormorio quando riusciamo a diventare deserto.   Govaert Flinck, La tentazione di Cristo, 1635/1640 * Ogni respiro è miracolo “Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: ‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra’». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: ‘Non metterai alla prova il Signore Dio tuo’»”. (Mt 4,5-7) > “Se (il divisore) ti tende un laccio attraverso la vanagloria – lo fece anche > con Cristo conducendolo sul pinnacolo del tempio e dicendogli «Gettati di > sotto» perché mostrasse la sua divinità – non farti trascinare in basso dal > desiderio di innalzarti. Se ottiene questo non si fermerà qui. È insaziabile, > ricorre a tutti gli espedienti. […] Oh Tu, sapiente nel fare il male, come hai > potuto tacere quanto è scritto subito dopo? Io lo conosco bene anche se tu hai > taciuto. «Io ti farò camminare sopra l’aspide e il basilisco e ti farò > calpestare i serpenti e gli scorpioni» (Sal 90,13), perché sei protetto dalla > Trinità”. > > (Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218) Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in fondo, per sperimentare la grandissima fragilità umana e per scoprire finalmente che ogni respiro è un miracolo. Non solo essere sostenuti dagli angeli in tempo di caduta ma sempre, in ogni istante, ad ogni passo. Si viene trasportati nel deserto e si diventa di vetro per sperimentare il bacio, il Soffio dello Spirito, che ci tiene in vita e che ci accoglierà nel Respiro Eterno l’attimo esatto della nostra morte.  * Anche io sono immagine di Dio “Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: ‘Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto’». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano”. (Mt 4, 8-11) > “…e ti chiederà di adorarlo, disprezzalo: è povero. Digli, confidando nel > sigillo (impresso su di te con il battesimo): «Anche io sono immagine di Dio. > Non sono ancora stato rigettato dalla gloria dell’alto come te a causa della > superbia. Ho rivestito Cristo (cfr. Gal 3,27), mi sono trasformato in Cristo > per mezzo del battesimo. Sei tu che devi adorarmi». Si allontanerà da te, ne > sono certo, vinto e coperto di vergogna a causa di queste parole. Come dovette > abbandonare Cristo, la prima luce, così lascerà anche quelli che sono stati da > lui illuminati”.   > > (Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218) Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in fondo, per accorgersi che siamo abitati dal bisogno infantile di essere adorati, per accorgerci che il tentatore ce lo portiamo dentro, che il narcisismo ci rende opachi alla Grazia, che la paura di non essere di nessuno ci rende violenti, ci spinge a estorcere affetto, frantumandolo con le nostre mani. Si fugge nel deserto perché stanchi di adorare l’aria. Perché delusi, ciò che avevamo adorato come fosse Dio si è rivelato un idolo, ci stava mangiando.  Si va nel deserto della solitudine perché è proprio la solitudine il prezzo da pagare, nessuno comprende, solo chi patisce il luminoso desiderio di rinnegare se stesso può intuire, eppure non potrà condividere, se non a distanza. Il deserto è la prima e l’ultima forma di rivoluzione contro qualsiasi tipo di potere. Ma il rivoluzionario deve scontare vera incomprensione, evangelica umiliazione. Impossibile scendere a patti, non esiste terra di mezzo. E lì, finalmente, sarà beatitudine vera. Perché finalmente trasformati in Cristo. Seguirlo, nel deserto, per essere trasformati in lui, vera tentazione è illudersi di essere al mondo per altro.  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  *In copertina: Domenico Morelli, Cristo tentato, 1885 L'articolo Al Battesimo segue sempre il deserto. Per smascherarci. Per cercare l’Uomo di Vetro, il Dio che si fa trasparenza dell’Amore proviene da Pangea.
February 22, 2026 / Pangea
Solo i santi, solo i folli si salvano. Sulla paura di farsi trascinare fino al cuore di quello che siamo
Dal monte le Beatitudini sono esplose con forza eruttiva ma la lava, colando dai pendii, invece di dissolvere, miracolosamente, portava a fioritura l’umano. Sbocciavano gigli dalle lacrime. L’uomo non veniva annientato da quello che sembrava un messaggio disumano, impossibile, ma liberato. Come se l’eruzione donasse all’uomo la possibilità di trapassare la corazza delle proprie vanità, verticali narcisi sbucavano dalle ceneri del narcisismo.  Era possibile bruciare come pula tutto ciò che impediva all’uomo di abitare la divina immagine e somiglianza. Dal fuoco, l’oro. E l’uomo finalmente luminoso. Luce e sale. Lanterna sopra il monte. A sua volta eruzione che non distrugge ma permette di elencare il mondo. Bastava lasciarsi toccare. Battezzare in Cristo.  E la Legge? E i Profeti? Nemmeno loro dissolti dalla lava. “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Mt 5,17) > “La legge anticotestamentaria si compie ora in Gesù che ne è l’interprete e il > promulgatore definitivo: egli ne fa risaltare la qualità profonda di volontà > di Dio, ne manifesta le intenzioni originali, ne realizza le dimensioni più > autentiche: è ciò che Matteo definisce col verbo pleroun, il termine della > pienezza più che del semplice adempimento”. > > (Gianfranco Ravasi, Opere e giorni del Signore, Edizioni Paoline, 1992)  “Manifestare le dimensioni più originali”, il movimento lavico delle Beatitudini trascina alla scoperta delle radici nascoste del visibile, come a volerci immergere fino a poter vedere l’origine di ogni cosa. Tutto è Epifania dell’Invisibile. Cristo riporta ogni realtà all’origine, a Genesi, il compimento di cui parla non è solo qualcosa che sarà alla fine dei tempi ma ciò che è da sempre. Esercizio di contemplazione del cuore delle cose. Manifestare l’origine della legge è quindi riportare ogni cosa al desiderio primo del Padre. Guardare il mondo e percepire il sussurro della “cosa buona” dell’Inizio. Avere tanta fede da accogliere il fratello come “cosa molto buona”. Esercizio da santi. O da idioti.   > “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e > le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio > disse: Sia la luce! E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio > separò la luce dalle tenebre.” > > (Gn 1,1-4) “Pienezza più che semplice adempimento”: il secondo movimento è una specie di svelamento di ciò che saremo. Le Beatitudini espongono all’Eterno, così ogni cosa visibile è comprensibile solo con uno sguardo gravido di fede, è una gravidanza, siamo in attesa di nascere a vita eterna. Così la Legge, non si tratta solo di eseguirla come fosse lettera morta da codificare ma di farsi trascinare con lei al compimento di pienezza che promette, è un movimento che tutti e tutto coinvolge, è un Esodo, un’epifania, un parto. È qualcosa di vivo. Esercizio di fede. Vedere luce, contemplare l’eruzione delle Beatitudini anche sull’altro monte, sul Calvario, dove chi resiste può testimoniare d’aver visto la parola del Cristo adempiersi: “tutto è compiuto”. Nel cuore della morte: fuoco. Ancora, solo i santi o i folli possono vedere la luce nelle tenebre.  Succede anche oggi. A occhi santi. Contemplatevi. Magari nel cuore della malattia che, scandalosamente, può diventare addirittura luogo della manifestazione. Come sul Calvario, luogo della pienezza. Ma questo non si può dire ad alta voce, non può mai essere richiesta ad altri, non può diventare legge universale da applicare, accade, è dono della grazia. (La pienezza della legge è la Grazia?) Comunque si può solo sussurrare solo a confidenti fidati, e con il cuore in fiamme: > “Sicché sono rimasta per 25 giorni in una solitudine così completa e in un > silenzio così totale come mai forse nella mia vita. E Dio, trovandomi > finalmente disponibile, ha cominciato a dirmi le mille cose che non gli avevo > mai consentito di dirmi ed è stato, glielo assicuro, un mese di prodigi, che > non mi ha lasciato il tempo per null’altro. San Giuseppe da Copertino (quello > che alla sola menzione del nome di Dio volava in cima agli alberi) scrive la > grande verità: che la malattia è sempre e unicamente «qualcosa che Dio ha da > dirci»; cercarvi altre cause è buttar via la perla preziosa…” > > (Cristina Campo, Lettere a Mita, Adelphi, 1999) “Non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto”  (Mt 5,18). Nulla passerà invano, nulla. Nemmeno la malattia, nemmeno il peccato, nemmeno ciò che non capiamo di noi, nemmeno i tentativi d’amore naufragati. Nulla passerà invano. E potrebbe sembrare una minaccia, e lo sarebbe, se non avessimo la sicurezza che in ogni iota c’è “qualcosa che Dio ha da dirci”. Legge definitiva è saper ascoltare il Verbo che continua a farsi carne. Inferno è il vivere invano. Cioè senza il Vivente in relazione con noi, in ogni istante. Invano è un mondo senza Cristo. Credere, nel vuoto di certe esperienze, che la vita non stia passando invano è esercizio da santi. O da folli. “Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: ‘Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio’. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: ‘Stupido’, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: ‘Pazzo’, sarà destinato al fuoco della Geènna”. > “Scendere, servendosi della traccia offerta dalla legge, fin nel profondo del > cuore e scoprire la qualità dei desideri nascosti. I desideri contrari allo > spirito della legge sono peccato, anche se fuori non si vede niente”. > > (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007) Un movimento a scendere, superare la giustizia dello scriba e del fariseo che ci portiamo dentro è farsi trascinare da Cristo verso la radice profonda di noi stessi, non basta moltiplicare le regole, non basta nemmeno osservarle le regole, occorre sprofondare nel cuore abbracciati a Cristo, crocifissi a lui. Eppure, è sempre e solo sulla legge (sulle leggi) che noi tentiamo di agire. Cambiare le regole, allargare o stringere le maglie, concentrarci sulla nostra presunta coerenza (come se il rapporto con Cristo fosse giudicabile solo dalla nostra narcisistica capacità di non sbagliare), accanirsi sul diritto canonico… è tutto un ricamare intorno alla legge, è tutto un tentativo di apparire perfetti. Per paura. Per paura di farsi trascinare fino al cuore di quello che siamo. Per paura di guardare il nostro cuore e scoprire che contiene anche tantissima tenebra. Per paura di doverci confrontare con la qualità dei desideri nascosti, quelli indicibili, quelli che ci rendono omicidi, adulteri e spergiuri. Per paura, alla radice, che la misericordia del Vivente non sia così perfetta. Che il nostro male sia più grande del suo perdono. Ed è forse questo che ci uccide. Solo i santi sopravvivono. O i folli.  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  *In copertina e nel testo: litografie di Otto Dix da “Das Evangelium nach Matthäus”, 1960 L'articolo Solo i santi, solo i folli si salvano. Sulla paura di farsi trascinare fino al cuore di quello che siamo proviene da Pangea.
February 15, 2026 / Pangea
Sale della terra, luce del mondo: essere discepoli vuol dire lodare Dio
Sale > “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo > si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato > dalla gente”. > > (Mt 5,13) Le beatitudini, cristalline e terribili, sono appena state appese al vento del monte e lì volteggiano e lo faranno eternamente in attesa di corpi, in attesa di discepoli, in attesa di essere colte da chi, come il profeta, accetterà la persecuzione in cambio di una vita che sappia reggere l’urto della felicità: “rallegratevi ed esultate”. Le beatitudini profumano ancora del soffio di Cristo, sono onda di mare dolcissima e violenta, felicità in cui ci si immerge, paradosso che trascina lontano dal porto protetto e rassicurante. Felicità è morire di beatitudini. Qualcuno si fa travolgere dal discorso del Maestro, qualcuno si abbandona all’urto dell’onda della possibile pienezza, è il discepolo. Sale della terra. È il folle in Cristo, è il povero, è l’uomo in lacrime, è il mite, è il giusto, è il misericordioso, è il puro di cuore, è il costruttore di pace, è il perseguitato, è il sale della terra. È quello che almeno prova ad esserlo, è colui che lo desidera con tutto se stesso. È l’uomo in Cristo. Ed è beato, felice, luminoso. E non sceglierebbe altro. Non vuole, non può. Nessun sacrificio, è solo consegna di sé. Totale e amorosa.  > “Il sale è necessario nella vita degli uomini. Che cosa bisogna dire? Ora è > conveniente chiederci in base a che cosa i discepoli di Gesù sono paragonati > al sale. Pare a me, perciò, che come il sale conserva i cibi, perché non si > trasformino in vermi a causa del fetore, e li renda utilizzabili per molto > tempo, così i discepoli di Cristo occupano ogni luogo della terra e lo > mantengono per opporsi al fetore dei peccati che viene dall’idolatria e > dall’impudicizia”. > > (Origene, Frammento 91)  Nella molteplice possibilità di interpretazione del simbolo del sale Origene sceglie il potere della conservazione. Il sale è ciò che permette alla carne di opporsi alla decomposizione della morte. In questa logica i discepoli sono gettati da Dio in abbondanti manciate su tutta la terra per impedire alla Creazione di trasformarsi in cadavere mangiato dai vermi. Sale gettato per conservare viva la vita. Perché il tempo senza Dio, l’abbandono dell’amore, in una parola sola quello che chiamiamo peccato, decompone, consuma, imputridisce.  Il discepolo è sale che difende il profumo della vita dall’assedio costante del fetore della morte. Viene in mente Lazzaro, che già puzzava, viene in mente Cristo, vengono in mente le sue lacrime, sale a scendere sulle guance, sale a depositarsi sulle labbra, sale scagliato come un ordine a difendere la vocazione intima dei corpi, sale come bacio a richiamare  l’amico tra i vivi, sale simbolo d’eternità.  Il sale è necessario alla vita degli uomini, senza sale si muore. Il sale degli uomini delle beatitudini è una benedizione, è la povertà a trattenere in vita cuori affascinati dalla ricchezza, dalla violenza, dall’oppressione, dall’imposizione… il sale è opposizione alle logiche del mondo.  Portiamo l’immagine di Origene nella preghiera, inginocchiamoci davanti al Vivente con il coraggio di chiedere il dono delle beatitudini, per non lasciare che il nostro narcisismo si nutra, come verme in una carcassa, del nostro corpo. Delle nostre buone intenzioni. Delle nostre illusioni. Chiediamo il coraggio di metterci almeno nel sentiero delle beatitudini, e che Lui sparga sale sulle nostre ferite, dolore bruciante, ma che il taglio non degeneri in cancrena. Sale, a conservare la parte più intima di noi, la nostra profonda identità, sale affinché l’immagine e somiglianza non venga deturpata. Chiediamo di essere abitati dall’uomo delle Beatitudini, per non decomporci, per non smarrirci, per poter sentire già fin d’ora come credibile la Sua promessa di resurrezione.  * Luce > “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra > un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul > candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”. > > (Mt 5, 14-15) Le beatitudini nascono dalle labbra di Dio come fuoco, sono possibilità di un’alba incandescente che giura la possibilità di una domenica senza tramonto. Beatitudini come roveto che non consuma, incendiano cuori, mangiano i bordi delle tenebre, cauterizzano le ferite inferte dal dolore, oppongono dighe di fuoco all’infezione del male. Cristo è angelo di luce terribile e irresistibile. Qualcuno riuscirà a riconoscere la stessa luce anche sull’altro monte, Lui città illuminata perfino sulla cima del Calvario, lì dove il moggio sembrava cappa definitiva sul Verbo, lì dove beatitudine vera sarà la consegna di Cristo al Padre. Luce a trafiggere per sempre le tenebre.  > “Adesso li definisce luce del mondo; illuminati da lui, che è la luce vera ed > eterna, a loro volta diventino luce in mezzo alle tenebre. (…) Per mezzo di > esse infatti – a modo che il sole, con i suoi splendenti raggi, diffonde luce > dovunque – ha fatto pervenire la luce della conoscenza di se stesso > nell’universo intero”. > > (Cromazio di Aquilea, Commento al Vangeli di Matteo 19,1) Eppure la luce è terribile. Scegliere il buio, complicare l’interpretazione del mondo, scipparlo della semplicità pur di trovare una piega di pensiero dove nascondersi. Trovare alibi, non esporsi in nome di una fasulla umiltà. Proclamare di non sentirsi all’altezza per non dover essere costretti a rivestirsi di luce e quindi mostrarsi, senza maschere, senza ipocrisia, per quello che si è: poveri cristi. Ma illuminati. I discepoli non sono perfetti, non lo saranno mai. Solo vivono. E decidono. Rispondono concretamente. Prendono posizione sulla terra. Belli perché rivestiti della luce di Cristo. E chi li guarda, vede bene il miracolo: è Cristo a risplendere, il testimone è solo luce riflessa. Ed è beato, è felice di questo, ed è libero dal proprio infinito bisogno di volersi imporre al mondo “lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,30). Eppure, in questa consegna, ennesimo paradosso, il discepolo finalmente scopre la propria identità profonda. Siamo al mondo per farci portare alla luce, per diventare luce, per venire alla luce, per danzare in lui, siamo al mondo per nascere. Non può restare nascosta una città, non può restare nascosta una luce, non possiamo restare nascosti noi perché, semplicemente, senza di Lui, noi non saremmo.  Non è nemmeno questione di testimonianza, non in prima battuta, ma di necessità. Credo davvero che arrivi un momento in cui il discepolo non possa più fare a meno del rapporto con Cristo, di essere illuminato costantemente dalla sua luce, e questo per necessità, solo per necessità, necessario come l’aria. Si può anche sparire dal mondo, smettere di parlare, smettere di predicare, smettere di scrivere, smettere di esporsi, smettere qualsiasi cosa, ma non si può smettere Lui.  Si sta nella luce per necessità, perché senza “la luce della conoscenza di se stesso nell’universo intero”, l’universo imploderebbe nel buio e noi con lui. * Lodare Dio > “…ma immediatamente soggiunge, spiegandone la ragione: affinché diano gloria > al Padre vostro celeste, perché uno, il quale facendo il bene è ammirato dagli > uomini, abbia nella propria coscienza l’intenzione del bene compiuto, ma non > abbia l’intenzione di acquistare notorietà se non per lodare Dio, a vantaggio > di coloro ai quali si fa conoscere”. > > (Agostino, Discorsi 54,3) Essere discepolo-sale, essere discepolo-luce, può essere una grande trappola. La più terribile. Solo un discepolo può tradire il Cristo, chi non è discepolo non può arrivare a tanto.  Colpisce che sia sempre l’ammirazione degli uomini ad avere la forza di masticare la luce, di rendere insipido il rapporto del discepolo con Dio. La visibilità, lo diceva già Agostino, “acquistare notorietà”, mossa che illude di essere ancora suoi e invece ci riduce a non essere più nulla, vivi solo nell’ammirazione volatile e spesso invidiosa degli uomini.  Perché se il “sale perde il sapore” semplicemente non è più sale. Anche se si illude di continuare a dare sapore alla vita propria ed altrui, anche se non smetterà di parlare di Dio. Essere discepoli è arrivare a vivere solo per lodare Dio. Nient’altro che questo. Così nella preghiera ritorno all’amato Ignazio di Loyola, principio e fondamento: > “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così > raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per > l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue > che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve > allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci > indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla > scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non > desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza > piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga > piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e > scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo > creati”. > > (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Testa di Cristo di Albrecht Dürer; nel testo, due icone di San Paolo dello stesso artista L'articolo Sale della terra, luce del mondo: essere discepoli vuol dire lodare Dio proviene da Pangea.
February 8, 2026 / Pangea
Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo
Là dove non ci sono strade > “È detto infatti “Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i > misericordiosi, beati gli operatori di pace”. Chi non procede su questa via si > smarrisce là dove non ci sono strade…” > > (Macario, Homélies spirituelles. Le Sait-Esprint et le chrétien, Om. 27,23, > Abbaye de Bellefontaine, 1984, pp. 270-271) I discepoli presi nella rete della chiamata del Cristo, trascinati in un esodo di cui non intravedono ancora il senso profondo, ora sono lasciati liberi dalla morsa, il pescatore predicatore, il predatore Cristo ora è seduto, sul monte, luogo evocativo della legge antica, a reti aperte, ora tocca a loro, decidere.  Ora tocca noi, sempre tocca a noi, di decidere se avvicinarci a Lui oppure tornare alla nostra vita di prima.Quello spazio tra noi e il Cristo non è mai colmato una volta per sempre, è quello il territorio della nostra libertà, camminargli incontro o fuggire. La vita del discepolo è tutta qui: avvicinarsi o allontanarsi, camminare sulle sue tracce oppure pretendere di dettare il cammino, farsi portare dove non si vuole oppure forzare la Parola trascinandola dove proliferano i nostri interessi, tornare come il fratello minore o stare a distanza come il maggiore, farsi scovare come la pecora smarrita o appendersi come frutto sfinito a un ramo… questa è la nostra fede. Accogliere il rischio delle beatitudini oppure, come dice Macario con una forza che la nostra predicazione pare abbia dimenticato, smarrirsi “là dove non ci sono strade”. > “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si > avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro > dicendo: Beati i poveri in spirito…” (Mt 5) I discepoli accettano il rischio, e accettando l’azzardo della vicinanza scassinano la bocca di Cristo che, come la pietra percossa nel deserto, fa scaturire acqua: così accadono le Beatitudini.  E continuano ad accadere, a provocare. Fonte inesauribile, dolcissima e pericolosa, affascinante e terribile, come è Cristo. Non è acqua di addomesticata, le beatitudini sono gorghi che possono trascinarci a fondo, sono fratture, tagli, spade a trafiggere il nostro uomo vecchio. Sono sentenze di morte le beatitudini scagliate contro le nostre innumerevoli paure. Cristo sul monte, uomo delle beatitudini, sembra già crocifisso, a tentare di attirare ogni cosa a lui.   * Beati già fin d’ora > “Sembrerebbe, insomma, più normale sentirsi dire : «Voi ora siete > perseguitati, ma verrà il tempo in cui sarete beati, perché vostro sarà il > regno dei cieli». Ma no: «Beati» già fin d’ora! Per accettare e comprendere > questo paradosso, bisogna anzitutto guardare a Gesù. Il povero in spirito, il > mite, l’afflitto, colui che ha fame e sete della giustizia, il misericordioso, > il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato – a morte – per causa > della giustizia, l’uomo schernito è lui. (…) Quelli, dunque, che hanno parte a > ciò che egli è stato, quelli che lui si identificano nella loro situazione di > povertà, sono già fin d’ora associati alla sua gloria: «Beati»”. > > (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, 1993, > Edizioni San Paolo, pp. 74-75) Ora il pescatore predatore è fermo sul monte, e le reti rimangono aperte, come la sua bocca, pericolosa e seducente, a noi deciderci di tuffarci o meno nelle sue parole, a noi di farci azzannare dalle beatitudini, la promessa è enorme, il rischio altrettanto, è la grammatica dell’amore. Non si tratta più di parlare di Cristo, di dotte esegesi, di disquisizioni da intellettuali, qui si tratta di cedere, di lasciarsi slogare, di farsi mangiare. Non è una dottrina, è una pratica. Le beatitudini agiscono sul corpo e non sulle idee. Si tratta di farsi carne, di lasciare che il Verbo prenda tutto di noi e ci trasformi in lui. Identificazione, assimilazione, associazione: perdere tutto per essere nel tutto.  Le fauci di Cristo rimangono aperte, Cristo leone, Cristo l’amante, accettare di essere sue prede, consegnarsi al suo bacio cannibale, non c’è altra strada. Nessuna. Per essere beati fin d’ora. Il tempo è breve, è quello della nostra vita, serve decidersi, di lasciarci trasformare in lui immolando gli alibi e affrontando le paure. Non saranno i sapienti a conoscerlo, il cervello è una trappola, un labirinto, illude e confonde, fornisce tutti le giustificazioni del mondo. A conoscerlo per primi saranno i poveri, quelli che non hanno più niente da perdere, nessun ruolo da difendere, quelli che hanno già perso la faccia, i disperati, i folli, le prostitute, i ladri, i falliti. Credere nelle beatitudini è cedere, avvicinarsi e immolarsi. Diventare lui. Che pare cibarsi di pietre di scarto. Pompeo Cesura, Cristo alla colonna, dopo il 1566 * Le beatitudini, un giudizio terribile sul mondo > “Ma forse la beatitudine non ha di mira solo il bene altrui: io credo che sia > chiamato veramente pacificatore colui che conduce ad una pacifica concordia la > lotta che è in lui stesso tra la carne e lo spirito. E questo avviene quando > la legge della carne non impone più il proprio dominio, ma si fa obbediente > agli ordini di Dio”. > > (Gregorio di Nissa, Omelia settima, UTET, Torino, 1992, passim) Percorrere quei passi che separano dal Cristo delle beatitudini, decidere di consegnarsi a quelle affilatissime parole, porta in sé un giudizio terribile sul mondo. Ad ogni passo ci si allontana dalle logiche mondane, non si può credere senza essere immersi seriamente in questa lotta così, ad ogni passo, aumenta la solitudine, la paura di aver sbagliato, la sensazione che si stiano chiudendo tutte le uscite di sicurezza, ad ogni passo la beatitudine chiede mancanza, lacrime, dolore e povertà, ad ogni passo quello che si credeva indispensabile perde di valore, ad ogni passo il Beato si scosta dal mondo, un mondo che rimane bello solo perché porta a Lui ma che diventa sempre più inabitabile. Il Cantico delle Creature è la mappa del nostro ritorno a Lui, ad ogni passo c’è un po’ di morte che entra a prendersi pezzi di noi.  Se troppo ci amiamo fuggiremo dalle beatitudini. Se Lui non ci avesse rapinato il cuore calando la sua rete non avrebbe senso farsi trascinare in questo Altrove. Ma chi crede, girandosi, vede l’inferno, non può tornare. Chi gli ha creduto, il Beato, è un disadattato al mondo, non può invertire la rotta come se nulla fosse accaduto, come se non lo avesse mai incontrato, ecco perché i discepoli non riescono, dopo la Resurrezione del Maestro, a tornare alle barche. O se ci tornano, non resistono. Non si può nemmeno fingere. Tornare al mondo illudendosi di poter rimanere suoi discepoli significa addomesticare il Vangelo, farne al massimo raffinata antropologia, perpetuare riti accomodanti, proporre letture socialmente e politicamente accettabili, tutto questo è negazione della croce, della morte. Tutto questo rende inutile la resurrezione. Tornare nel mondo senza il Cristo delle beatitudini è tradirlo. Non ci sono alternative. Lorenzo Costa, Cristo alla colonna, 1492 ca. * Beatitudini ed éschaton > “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata dalla > giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, > che è diversa dalla scala dei valori del mondo. (…) Se l’uomo comincia a > guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora > vive secondo criteri nuovi e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve > venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella > tribolazione”. > > (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, 2007, Rizzoli, p. 95) Camminare verso il Cristo delle beatitudini, farlo con tutto noi stessi, con la nostra carne, con la nostra debolezza, con il coraggio che pervade solo i cuori davvero innamorati, camminare verso di lui, lasciarci alle spalle il mondo è possibile solo se sappiamo anche ridere di noi, se abbiamo conosciuto che siamo solo un soffio, un quasi niente, ma che siamo un niente prezioso ai suoi occhi. Siamo soffio ma Cristo vuole respiraci, questo è il vero miracolo, la vera salvezza.  Ci si allontana dal mondo e da noi stessi, solo quando la compagnia di Gesù diventa indispensabile, totalizzante. Ci si affida alle beatitudini, ci si fa sbranare dal Vangelo solo se nella battaglia della vita abbiamo sperimentato che l’Amore è più forte della morte, che Lui è l’Amore, e che l’Amore è eterno. Una fede senza escatologia non è fede, è un corpo morto, dissanguato, è la vittoria del male sulla vita.  Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è immergersi nell’éschaton, è itinerario mistico, è individuare nella cruna lo spiraglio di luce e sentire che siamo fatti per passarci attraverso. “A partire da Gesù entra gioia nella tribolazione”: ma non c’è gioia che possa chiamarsi tale, non c’è beatitudine che possa reggere l’urto della vita senza resurrezione.  Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è lo stesso gesto che sarà richiesto ai discepoli dopo la sepoltura di Cristo, lo stesso itinerario richiesto a ciascuno di noi: entrare nel sepolcro per comprendere che tutto è beato perché tutto è creato per risorgere a vita eterna. Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Antonello da Messina, “Cristo alla colonna”, 1476-78 L'articolo Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo  proviene da Pangea.
February 1, 2026 / Pangea
Donare tutto di noi. Il regno dei cieli è vicino quando la perdita di sé stessi è totale
> “Il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica > costa tanto quanto uno ha. A Pietro e Andrea costò le reti e la barca; alla > vedova costò due spiccioli; a un altro costò un bicchiere d’acqua fresca”. > > Gregorio Magno, Omelie sui vangeli A Giovanni il Battista, il regno di Dio, in pratica, costa la sua libertà. Un prezzo altissimo. Tutto. Cristo inizia la sua predicazione e il Battista viene arrestato, più ancora, viene “consegnato”, passo definitivo prima del martirio. Questo è il regno di Dio, non altro, la consegna di ogni cosa, la consegna della propria vita. Non si comprende il Vangelo se non si passa da qui. Una vita intera a predicare, voce nel deserto, una vita ad aspettare, ad intimidire, a battezzare, una vita orientata totalmente a quella verità che, una volta manifestata, chiede di perdere tutto. Cristo è la scure a colpire le nostre radici.  Chiede tutto Cristo, chiede di morire consegnati al solito potere terreno che mai verrà sconfitto. Eppure, Cristo, sempre e solo Cristo, a dire che il regno dei cieli è vicino. Mentre moriamo, è vicino. E in questo paradosso c’è tutto l’incendio appiccato dal Vangelo.  Il regno dei cieli è vicino quando la perdita totale di sé stessi è totale, il regno dei cieli è vicino quando la notte del dubbio assale, quando pensiamo di aver atteso invano, quando affoghiamo nel dubbio che forse Gesù non sia davvero il Messia. Il regno dei cieli è vicino ogni volta che invidiamo il potere e le sue liturgie, è vicino mentre una lama ci taglia la gola. Il regno dei cieli è la nostra testa, il nostro orgoglio, la nostra identità apparente, posata su un vassoio, a fare mostra mostruosa di sé, a diventare brandello di carne per belve accecate d’odio, o solamente di noia. Il regno dei cieli è la morte che viene a liberarci dal fardello più pesante, quello che ci impedisce di abbandonarci in Dio: l’illusione di poterci salvare da soli.  Il regno di Dio cosa quanto uno ha, ma in quella perdita totale c’è qualcosa di superiore a qualsiasi valutazione: la libertà da noi stessi. Mentre il Battista viene arrestato Gesù abbandona la sua patria per cercare la “via del mare”:  > …per Matteo la “via del mare” è quella che passa da Cafarnao. Zabulon e > Neftali sono due tribù settentrionali deportate in Assiria dopo l’occupazione > dell’VIII secolo, al tempo di Isaia. Questa aveva determinato nella regione un > tale rimescolamento etnico da meritarle appunto il nome di “curva delle genti” > (ghelil ha-gojim), ossia Galilea. > > Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon,1995 La curva delle genti, un rimescolamento etnico, Matteo sembra volerci dire, da subito, che il regno dei cieli è per tutte le genti, messaggio universale. Gesù si immerge, battesimo, in una umanità che non si protegge dietro tradizioni, elezioni, sacre profezie, istituzioni. Quello che conta è solo la profezia, quello che conta davvero è che lui è la profezia: “il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce”. Così tutto crolla sotto i suoi colpi luminosi, incandescenti. Così anche il buio, come il Battista, è costretto a consegnare quello che è, tutto di sé: deve disintegrarsi in giorno. Anche la notte deve cedere sotto i colpi decisi di questo Cristo lucente che avanza e che tutto divora. Come un’alba violentissima, “per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta”, buona notizia, senza dubbio, ma anche dolorosa constatazione: ci viene tolta, in Cristo, la possibilità dell’ombra. Buona notizia che ci espone a una luce spaventosa, luce che non ci permette più di nascondere parte di noi in zone d’ombra, in spazi di morte, in regioni oscure dove occultare le nostre miserie.  Cosmè Tura, Pietà, 1460 ca. Lui cammina, svela, chiede una consegna luminosa a una luce che ustiona le pupille. Sarà ammazzato per questo, in fondo, sarà ammazzato da chi tenterà fino alla fine di apparire giusto nascondendo le proprie ombre di morte sotto i paramenti sacri della legge o della tradizione. Invece, la luce che esplode nelle tenebre, costringe alla verità, e la verità “costa tanto quanto uno ha”. Cioè la vita. > “Vi farò diventare pescatori di uomini”: un’espressione di Gesù che (…) non > può non stupire, e persino urtare. Soprattutto se ci si immedesima in coloro > che, come pesci, sono destinati a essere presi e trascinati via da quella > rete, catturati senza gloria, forse del tutto senza volerlo. Essere pescati > come pesci significa essere presi di sorpresa, all’improvviso, sentire la rete > che si chiude quando non si vorrebbe, accanirsi contro le sue maglie, invano, > prima di constatare che non ci sono più scappatoie: si è dentro, è l’inizio > della fine.   > > André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2023 Gesù cammina e chiama, Gesù parla e prende, prende quello che vuole, l’amore è importuno, totale, coglie ciò che desidera. La libertà maturerà dopo, e sarà indispensabile, ma qui e ora c’è solo spazio per la caduta nel baratro di una luce accecante. Si è costretti a lasciare tutto, perfino il padre, un rapimento, “il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica costa tanto quanto uno ha”. Tantissimi anni fa, prete giovanissimo, ricordo il mio smarrimento davanti a un gruppo di giovani a cui stavo cercando di commentare questo brano di Vangelo. Io, lacrime commosse agli occhi, a descrivere la dolcezza del lago, il profumo di una vita finalmente chiamata, la gioia di lasciare tutto per seguire un sogno, io commosso, loro muti, persi, non capivano. Avevano ragione loro. La chiamata è violenta, totalizzante, definitiva. Avevano ragione loro, è una delle pagine più violente del Vangelo. Ha ragione André Louf, è l’inizio della fine. Un inizio che diventa ancora più violento quando, dentro le fatiche della sequela, nel cuore delle nostre crisi, dei nostri dubbi, qualcuno puntualmente viene a dirci che abbiamo scelto noi di seguire Cristo, che nessuno ci ha obbligato. Parole insulse di chi non conosce la violenza dell’amore. No, non si sceglie Cristo, è lui che sceglie noi, lui il pescatore della nostra umanità, lui il predatore noi la sua preda. Lui solo sa il dolore che prende quando ci si accorge che dalla rete non si può più uscire se non appendendosi ad un ramo, come un traditore qualsiasi. (Ma anche lì la sua luminosa misericordia predatrice arriva inesorabile ad affondare nella carne di Giuda i suoi artigli!) Ma arriverà un giorno, e sarà il giorno più importante della nostra vita anche se nessuno, da fuori, se ne accorgerà. Non si darà nessuna liturgia, nessuna pubblica promessa, nessuna ordinazione, nessuna istituzione presente, sarà il momento esatto in cui, nella nostra solitudine, guardando la vita passata nel tentativo di seguire Cristo, nel tentativo di scappargli, di urlargli in faccia che abbiamo sbagliato tutto, ma anche nel tentativo di innamorarci di lui… sarà il giorno, dolorosissima illuminazione, in cui finalmente comprenderemo che per fortuna è andata esattamente così. Che non cambieremmo nulla di ciò che è stato.  Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Pietà, 1445 ca. Sarà il giorno in cui ringrazieremo Cristo per averci strappato dalle nostre illusioni di sterili felicità. Sarà il giorno in cui ringrazieremo, perfetta letizia, per il carcere condiviso con il Battista, per chi ci ha permesso di essere strappati dal deserto della convinzione di essere i migliori tra i profeti. Ringrazieremo per la lama a dissanguare le nostre parole diventate ora finalmente fragili e bisognose di essere salvate. Ringrazieremo per il potere che ci ha concesso di decapitare l’orgoglio. Ringrazieremo per la verità, quella che ci ha abbagliato, luce nelle nostre tenebre, quella che ci ha fatto vedere finalmente la nostra miseria, il nostro peccato, il nostro male, ringrazieremo perché finalmente avremo provato il bisogno di farci salvare. Ringrazieremo perfino per quelle reti lasciate, per quella vita che poteva essere e non è stata, per la sterilità di certe scelte, per i sogni infranti, per i progetti falliti, perfino per il male vergognosamente operato dalle nostre mani nel momento esatto in cui ci illudevamo di essere perfetti, ringrazieremo per essere stati liberati dalla tirannia di noi stessi. Ringrazieremo di essere stati presi nella rete, perché fuori ci saremmo persi. E in quel momento, ma solo in quel momento, attimo che sarà finalmente la fine, al termine del nostro cammino potremo dire il nostro definitivo sì. Avremo donato tutto di noi, saremo finalmente libertà venuta alla luce. Alessandro Deho’   *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  *In copertina: Rosso Fiorentino, Pietà, tra il 1537 e il 1540 L'articolo Donare tutto di noi. Il regno dei cieli è vicino quando la perdita di sé stessi è totale proviene da Pangea.
January 25, 2026 / Pangea
Sacrificare il sacrificio. Per incontrare Cristo bisogna stare immobili
> “Come un agnello condotto al macello, > come davanti ai tosatori una pecora muta, > egli non apre bocca…” > > (Isaia 53,7) Tace ma cammina, l’agnello, trapassa il nero delle pupille del Battista e scende, svelando dolorosamente che il Messia, l’Atteso, è muto, muto e condotto al macello.  Cammina, nel nostro silenzio, il Cristo cammina, ed è terribile, ed è dolcissimo, ed è irresistibile. All’uomo, per poter incontrare Cristo davvero, è chiesta la forza dell’immobilità, come Giovanni che lo vide venire verso di lui e sta. Sta, come si sta ai piedi della croce, come la donna starà sull’orlo del sepolcro per implorare briciole che sappiano aprire alla possibilità della resurrezione.   La sequela ci chiede prima di tutto di stare fermi, primo dei tanti paradossi del cristianesimo. Ci chiede, la sequela, di lasciarci invadere, di non fuggire, di smettere di voler addomesticare il mistero con dotti ragionamenti, ci obbliga a cedere all’immobilismo dello stupore (o dello sgomento), ci implora di lasciare che il Cristo ci mostri come sia lui a desiderare noi e non il contrario. La sequela inizia sempre con una morte, la nostra.  Cristo come il servo sofferente. Per riuscire a stare senza fuggire l’unica cosa buona da fare è cercare riparo nelle Scritture, almeno in quelle che sembra possano aiutarci a reggere l’urto dell’evento, del fatto, della dolce violenza della sua presenza. Cristo, muto, che ci cammina incontro, e sono fatti a pezzi i nostri orgogliosi cammini di ricerca, il nostro supponente tentativo di conquistare Dio, è lui a cercarci, pastore buono, le nostre mura devono solo saper crollare, perché solo tra le macerie delle nostre supponenze riusciremo a scorgere la sua presenza. Le nostre difese devono abbassarsi: martirio, conversione. Come un agnello condotto al macello… > “Gesù è sì l’ ‘Agnello’ di Dio ma non lo è nello stesso senso (e tanto meno > sullo stesso piano) degli agnelli dei sacrifici giudaici: egli lo è per il > fatto che la sua venuta, di per se stessa, sopprime da parte di Dio la > necessita di riti mediante i quali Israele, nel tempo dell’attesa, doveva > sempre nuovamente riallacciare il suo legame esistenziale con JWHW”   > “…in Gesù, Dio concede la pienezza del perdono a Israele e al mondo, Gesù non > è qui la nuova vittima cultuale, ma è colui mediante il quale Dio interviene > offrendo agli uomini la riconciliazione perfetta con se stesso” > > Xavier Léon-Dufour Il cammino di Cristo servo sofferente, dell’agnello muto che irresistibilmente non lasca scampo a un immobile Giovanni è segno di una traiettoria celeste, di una stella cometa incandescente che lascerà crateri da trasformare in grotte della possibile nostra natività, esplosioni divine, meteoriti di grazia a precipitare sulla crosta terreste il desiderio divino di un perdono offerto in pienezza. La pienezza! Significa che l’esplosione dell’incarnazione ha fatto a pezzi la transitorietà dei nostri cerimoniali, il bisogno umano di perpetrare continui riti di espiazione. Avrebbe dovuto. Ci vuole troppa umiltà per sacrificare il sacrificio, ci vuole troppa umiltà per restare fermi, senza nemmeno il bisogno di un rito che ci renda almeno in parte protagonisti della nostra rinascita, ci vuole umiltà per lasciare che sia lui a riempire le distanze. A riempirle per sempre e una volta per tutte. Ci vuole umiltà oppure. Oppure la follia degli innamorati che si lasciano penetrare fin nel profondo. Totalmente. E per sempre. Prokopiy Chirin, San Giovanni Battista, 1620 “E io non lo conoscevo”, con Giovanni anche noi, ogni volta, a confessare di non riuscire a conoscere fino in fondo questo Dio che ci anticipa, ci precede, ci sovrasta. Un Dio che viene dopo ma che è prima, che è sopra ma che si fa servo, un Dio che accerchia o abbraccia, un Dio che insieme conduce e smarrisce, un Dio che sembra assente e che invece è grembo, liquido amniotico in cui siamo immersi. “E io non lo conoscevo” e forse ancora non lo conosco, come non conosco il mistero dell’aria che respiro, dell’acqua che bevo, della luce che mi avvolge. Lo spiego ma non lo conosco. Non resta che respirarlo, berlo, accoglierlo questo Dio. Non resta che lasciarlo fare. Lasciarsi fare. Giovanni che testimonia quello che ha veduto. > “Ho veduto lo Spirito discendere, come una colomba che veniva dal cielo, e > rimanere su di lui”. Come una colomba, quasi come quando la “terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Genesi 1,2) o come la colomba del Cantico “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole”. (Cantico 2,14). Come Giovanni sentirci informi e deserti, bisognosi di un volo divino a ricucire le distanze, a togliere il peccato, che poi è la morte, l’informe deserto che si mangia da dentro la nostra speranza. Stare, ma come un innamorato, nelle fenditure del dolore, nei nascondigli della disperazione, a implorare un volto, una voce, la presenza incantevole del Suo viso. Carlo Crivelli, San Giovanni Battista, 1476 > “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza > nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di > Dio”. Stare, con Giovanni, a guardare e testimoniare che il battesimo dello Spirito scenderà a trasformare ognuno di noi, scenderà lo Spirito per stare, lui in noi, per trasfigurarci in eternità. Stare, con Giovanni e lasciare a Cristo, pecora muta, di penetrare in noi fino a farci rinascere, dall’Alto. Stare con Giovanni, lasciarsi fare, lasciarsi battezzare in Lui. E poi, solo poi, implorare la forza di seguirlo, anche quando continueremo a non conoscerlo, a non comprenderlo, anche e soprattutto quando non capiremo perché non lo abbiamo abbandonato in tempo, prima di farci male, seguirlo, anche quando sentiremo nostalgia di una religione più vicina ai nostri bisogni, anche quando sentiremo la mancanza dei sacrifici, che nel loro rituale di morte ci facevano sentire terribilmente vivi, anche quando l’agnello muto sarà messo in croce e non parlerà, nemmeno lì, perché il Silenzio abitato dal Padre è l’unico modo per togliere il peccato dal mondo. Implorare la forza di seguirlo fino alla fine e lì, alla fine, riconoscere che, se una sequela è stata possibile, è solo perché, all’inizio ci siamo fermati, e abbiamo lasciato a Lui di immergersi in noi.  Dolcissimo battesimo, ingombrante indispensabile amore. Alessandro Deho’ *In copertina: Alvise Vivarini, Giovanni Battista, 1470 L'articolo Sacrificare il sacrificio. Per incontrare Cristo bisogna stare immobili proviene da Pangea.
January 18, 2026 / Pangea