> “Cristina vide accorrere una belva verso di lei, apparendo e scomparendo
> velocemente, attraverso i fossati di neve. Da lontano ne vide apparire altre.
> Allora s’inginocchiò, chiuse gli occhi e si fece il segno della croce”.
>
> (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973)
*
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire
sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la
folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la
sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il
vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro
camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti
e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro
dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te
sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a
camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte,
s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù
tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si
prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt
14,22-33)
*
Nella paura
> “Non potevano credere che fosse veramente Gesù; che egli potesse essere lì,
> così vicino, mentre l’avevano lasciato sulla riva, ormai «a qualche miglio di
> distanza». No, non era lui che avanzava verso di loro sul mare agitato”.
>
> (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain
> Swaeles, San Paolo, 1993)
Non poteva essere lui quello che camminava sulle acque, non può essere lui a
ordinare ai suoi amici di precederli sull’altra riva, non può essere lui a
ritirarsi inutile e solitario nel grembo di Dio, non può essere lui a comandare
alla tempesta, non può essere così il Dio a cui ci è chiesto di credere. E poi,
cosa vuol dire davvero credere, a cosa, a chi? Come credere dal ventre delle
nostre tempeste?
> [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire
> sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la
> folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la
> sera, egli se ne stava lassù, da solo.
Ancora storditi dal miracolo dei pani condivisi, dalla lezione impartita alla
nostra fede acerba, quella che si muove nel mondo misurando il reale, siamo
costretti ad assistere alla disgregazione dei protagonisti. Come i pani spezzati
nel miracolo ecco che tutti si frantumano: la folla, i discepoli e Cristo,
ognuno consacrato a una solitudine diversa. Come se il miracolo avesse bisogno
di esaurirsi nella negazione del prodigio.
Miracolo. La moltiplicazione dei pani, così l’hanno sempre chiamata, fino a
quando il miracolo è stato spiegato. E quindi disinnescato. Spiegazione
simbolica, genere letterario. Non moltiplicati, dicevano gli esegeti,
ma condivisi, perché il vero miracolo è la condivisione, non la moltiplicazione.
E avevano ragione: il miracolo diventava comprensibile, l’accento veniva posto
sulla giustizia, era più facile credere.
Ma quel pane non era stato solo condiviso, quel pane è lo stesso che non è stato
tratto miracolosamente dalle pietre, antica e sempre nuova tentazione. Quello è
il pane che sarebbe stato spezzato nell’Ultima Cena. Quello è Cristo, il suo
corpo. Spezzato per noi. Quello siamo noi, un corpo frantumato e dato in
pasto. Così, ancora, il Cristo fa paura. La salvezza ha il prezzo della vita
intera. Vuoi credere davvero? Prova a te stesso che non hai paura di morire. Che
hai vera nostalgia del Padre. Che una tempesta non può farti paura.
*
Paura e solitudine
Prima le folle vennero congedate da lui in persona. E anche i discepoli vennero
congedati. Per suo ordine. Anche questo è miracolo. Non aver paura di stare da
soli. Sceglierlo. Accettare di allontanare gli amici per non franare in legami
di reciproco bisogno. Gesù sceglieva ogni volta di allontanare i discepoli e le
folle, non voleva creare dipendenza. Era come un morire continuo. In fondo non
era venuto anzitutto per sfamare, guarire, nemmeno per perdonare.Forse era
venuto per lanciare segni, squarciava il cielo e poi lo ricuciva. Veniva per
seminare nostalgia d’Eterno. Pur amandoli non voleva aver bisogno dei Dodici, il
suo rapporto con i discepoli non franava mai nella seduzione.
Volevano davvero stare con lui? Dovevano rispettare gli ordini, obbedire:
scegliere la solitudine e una vita tempestosa. A Dio si deve obbedire. Questo
ustiona la nostra moderna sensibilità.
E poi viene la sera, viene sempre la sera, su ogni giornata, al termine di ogni
viaggio; spesso arriva prima che il sole sia tramontato. È la sera della perdita
dell’entusiasmo, quando ti viene il dubbio che tutto ciò che stai facendo sia
solo una risposta ammantata di sacro nel tentativo di coprire i fallimenti.
Essere sulla barca di Cristo per il solo motivo che sulla nostra barca, nel
nostro essere pescatori, non funzionavamo più. La fede come una fuga dalla
realtà. E poi è facile: i pani condivisi diventano miracolo e anche una tempesta
sul mare viene sedata dalla fede. È più facile credere nei miracoli che
accettare di aver sbagliato la vita. Questo succede quando ti scende la sera nel
cuore.
*
Paura di un fantasma
> La barca intanto distava già̀ molte miglia da terra ed era agitata dalle onde:
> il vento infatti era contrario.
Maledizione vera è che tu invidi chi, in nome del Signore, sembra felice. Chi
crede nella pace e nella giustizia, chi gode d’aver dato la vita per i poveri.
Ci si è spinti troppo al largo e forse non è questo che Gesù intendeva con
l’andare all’altra riva. Hanno capito male i discepoli. E poi il vento è
contrario. Non è indizio evidente della mancanza di provvidenza?
> Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo
> camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e
> gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io,
> non abbiate paura!».
Alla quarta veglia della notte, perché la notte è tutta da attraversare, Cristo
cammina sulle acque. Non poteva essere lui. Perché non era arrivato prima?
Perché arrivava così? Chi è veramente questo Dio? Quella fu solo una delle mille
tempeste. Forse credere è stare nella tempesta. O forse no. Forse è solo una
scusa per non dover ammettere di aver solo dannatamente paura di vivere.
*
Paura del male, paura di me
> “Nella barca agitata dalle onde a causa del vento contrario, la tradizione ha
> visto assai per tempo un’immagine della Chiesa alle prese con l’irruzione del
> male. È di notte, e in assenza di Gesù, che bisogna raggiungere l’altra riva.
> Questi dettagli evocano bene la situazione della comunità cristiana in questo
> tempo di fede”.
>
> (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain
> Swaeles, San Paolo, 1993)
È tutto vero, è tutto così, la Chiesa alle prese con il male. Ma se il male
fossimo noi? Se io che sono costretto a predicare fossi solo un falso profeta?
Se fossi io il male per la Chiesa? Questo dilania il cuore.
Non è il male a fare paura. È che il male possa essere io.
*
Paura di morire
> Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di
> te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a
> camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte,
> s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».
Non resta che imparare da Pietro. Che ha paura di morire. Questa è la vita.
Implorare in forma di preghiera di poter camminare sulle acque, cioè di essere
come Cristo. Che rischio, che azzardo! Che ci esaudisca, di diventare come il
Crocifisso. Sappiamo che non saremo mai come lui ma, forse, ci è chiesto di
condividerne la morte.
Scendere come Pietro dalla barca delle nostre sicurezze in un battesimo
terribile, cercare di tramutare la paura di essere spacciati in un grido
continuo al limite della disperazione. A questo siamo chiamati?
«Signore salvami!» Io non ho altro. Io non sono altro. Se tu non mi salvi io
sono solo. E finito.
Ho letto da poco Vino e pane di Ignazio Silone, non riesco a spostarmi da lì.
*
Paurosamente incontrarlo in un lupo
> “A un certo momento una voce rispose da lontano, ma non era voce umana. Pareva
> il guaito di un cane, ma più acuto e prolungato. Probabilmente Cristina lo
> riconobbe. Era l’urlo del lupo. L’urlo della carnaccia. Il richiamo agli altri
> lupi sparsi sulla montagna. L’invito al banchetto comune. Attraverso il
> nevischio e l’oscurità della notte incipiente, Cristina vide accorrere una
> belva verso di lei, apparendo e scomparendo velocemente, attraverso i fossati
> di neve. Da lontano ne vide apparire altre. Allora s’inginocchiò, chiuse gli
> occhi e si fece il segno della croce”.
>
> (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973)
> E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché
> hai dubitato?».
> Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si
> prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Sono io, non abbiate paura.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Henry Ossawa Tanner, Christ Walking on the Water, 1910
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Tag - Impacciato di bocca
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là
su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo
saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una
grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è
deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi
da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro
da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due
pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i
due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li
diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste
piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare
le donne e i bambini. (Mt 14,13-21)
*
Perché proprio questi «simboli» e non altri?
> “Gli interpreti, però, si sono sempre affrettati a spiegare che questi
> miracoli «materiali» non sono che il simbolo di «beni spirituali». Ma perché
> la Bibbia, per riferirsi ai più alti beni spirituali, usa costantemente il
> concreto linguaggio della fame e della seta da placare, della gioia del
> banchettare, delle nozze da celebrare, della intimità fra gli sposi? Perché
> proprio questi «simboli» e non altri?”.
>
> (Sergio Quinzio, I vangeli della domenica, Adelphi, 1998)
Forse perché la vita in Cristo è una parabola. Un racconto che prende corpo e
interpella chi si lascia affascinare. Forse perché Cristo è lievito, e pastore
buono, e campo e tesoro e colui che cerca e che è cercato. Forse perché non
abbiamo altro che il corpo, in fondo, per dire di noi. Perfino l’invisibilità
delle parole chiede carne per esistere.
Certo il corpo può far paura, perché svela. Sfugge dall’illusione religiosa del
puro. Provoca una domanda: come possiamo essere amabili? Perché la grande
tentazione è quella di liberarcene, del corpo, essere puro spirito, finalmente
senza ombre. Credo che, agli occhi di Cristo, questa sia una blasfema
tentazione. Forse il corpo ci ricorda che siamo chiamati a farci salvare. E che
siamo materia, e che materiale deve essere anche il miracolo.
*
Miracolo è la morte
> “In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di
> là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte”.
Giovanni Battista muore. L’ultimo dei grandi profeti muore, male. Schiacciato
dal potere, probabilmente invaso dai dubbi e dalla paura che Cristo non fosse
colui per cui valesse la pena l’attesa nel deserto. Giovanni Battista muore e
l’Onnipotente non ferma il taglio della lama. Una testa su un vassoio immolata
nell’ennesima orgia dei potenti può essere miracolo?
Miracolo forse è che la sua morte è stata udita da Cristo. Non da tutti, tutti
l’hanno sentita. Miracolo è quando una morte provoca conversione. Quando
l’apparente sconfitta genera un movimento profondo nella storia di qualcun
altro. Può essere una guarigione fisica a cambiarci ma non è detto, si può
miracolosamente guarire e rimanere malati dentro. Si può morire e
miracolosamente essere raccolti dal Cristo che decide di innestarsi esattamente
in quella morte.
> “Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla
> barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro
> malati”.
E dalle città, le folle, ancora, attendono il divino richiamo. Quell’esodo
salvifico. Ci si salva solo lasciandosi portare fuori da ciò che ci imprigiona.
Inferno materiale è quello che costruiamo qui, quando intravediamo la felicità,
o almeno il profilo di una vita che ci lasci respirare, ma non abbiamo il
coraggio di sceglierla. Perché muoversi significa ammettere di non stare bene,
di non essere riusciti a costruirsi una vita degna d’essere vissuta. Essere in
ricerca, ricerca spirituale vera, non è stordimento dell’intelletto, ubriacatura
di testi ma concretissimo movimento del corpo. Spostamento. Esodo.
Miracolo è la compassione. E guarigione vera non è assenza di malattia ma
trovare la forza di reggere un cuore concretissimo che si lascia trapassare dal
dolore altrui. Gli amici del teatro la Ribalta di Bolzano hanno un cuore per
simbolo, copia anatomica del reale, e un messaggio scritto proprio alla base dei
ventricoli: “usalo”. Un ordine pericolosissimo. Così si muore.
Compassione. Questo miracoloso rischio.
> La donna compie riti
> di fecondità e di morte,
> versa acqua nei vasi, immerge i fiori,
> ravvia le lunge figlie, schianta
> i seccumi, libera i buttoni
> per il meglio della pioggia,
> per il più caldo del sole.
> o miei giovani e forti,
> miei vecchi un po’ svaniti,
> dico, prego: sia grazia essere qui,
> grazia anche l’implorare a mani giunte,
> stare a labbra serrate, ad occhi bassi
> come chi aspetta la sentenza.
> Sia grazia essere qui,
> nel giusto della vita,
> nell’opera del mondo. Sia così.
>
> (Mario Luzi, Augurio, da Dal fondo delle campagne)
*
> “Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo
> è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a
> comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi
> stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che
> cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui»”.
Miracolo è avere poco. Quasi niente. Se avessero avuto le possibilità, se
avessero potuto sfamare, avrebbero sedotto. Inaugurato un pezzo di mondo
funzionante. Miracolo è saper d’avere niente. Concreto miracolo è il coraggio
dei discepoli, chiesa che riconosce la propria miseria. Come potrebbero essere
miracolo la povertà, l’obbedienza e la castità se servissero a servire, se
fossero riflesso d’illusione d’essere più puri, o più perfetti, o più autonomi?
Scegliere di abitare la ferita. Starci. Inutilizzabili. Beati.
“Portatemeli qui”. I pochi pani, i pochi pesci. Ma forse anche la folla. Portare
tutto. Miracolo è che i discepoli, smarriti, prendono per mano il poco che hanno
e portano e si lasciano portare. Liturgia campestre.
> “Svanisce la città
> Sfuma il traffico
> Sfuma
> S’impone la poesia
> S’alza la luna
> e sale
> Decolla”
>
> (Campestre, Per Grazia Ricevuta, “Montesole 29 giugno 2001”, 2003)
*
Gesti
> “E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e
> i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e
> li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla”.
Cristo è parabola fatta carne. Miracolosi i suoi gesti concreti e quindi eterni.
Come immaginare di potersi ancora sedere sull’erba senza sentire che questo
gesto d’abbandono risponde all’ordine dell’infinita compassione del Verbo fatto
carne?
Miracolo sono mani che prendono la vita, così com’è, la smascherano e quindi la
liberano dalle attese e dalle pretese e da tutto ciò che ci giura che è solo
quello che si vede.
Miracolo è quando il cielo è così insistente da sradicarci gli occhi da noi
stessi. Anche il cielo, materiale, è miracolosamente abitato. Ridurre a metafora
il reale è peccato contro lo Spirito.
Non credo nel paradiso come risposta invisibile, opposizione perfetta a ciò che
vedo. Non credo nell’aldilà come fuga dall’aldiquà, credo perché esiste questa
pietra che tengo tra le mani. Benedire il reale che mi preme sulle palpebre è
declinare tutto in litania eucaristica. E avere il coraggio di benedire anche
me, per ciò che sono.
E poi spezzare il pane. Slogare l’apparente perfezione. Miracolo non è mai
l’intatto ma la frammentazione che non ha mai fine, l’infinito si svela nella
condivisione, procede dal concreto del pane e mai dall’astrazione di un
concetto.
Poi sono mani che si lasciano contaminare dal pane. Il miracolo chiede di farsi
toccare. Mani consacrate più che consacranti.
Santi di Tito, Moltiplicazione dei pani e dei pesci, 1592 ante
*
Concreto miracolo: noi
> “Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste
> piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza
> contare le donne e i bambini”.
La folla non c’è più, hanno portato via i pezzi avanzati. Dodici ceste, come
dodici i discepoli. È difficile non vederli in quelle ceste colme di pane
avanzato. Noi siamo le ceste. Discepolo è chi si lascia portare. Pieno solo di
pane avanzato, sovrabbondante, inutile.
Siamo avanzi di miracolo.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Sandro Botticelli, “Cristo dei dolori”, 1500-1510
L'articolo Siamo avanzi di miracolo proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un
tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di
gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile
anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di
grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei
cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci.
Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i
pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo.
Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella
fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte
queste cose?». Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei
cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose
antiche». (Mt 13,44-52)
*
> «Il regno dei cieli, strettamente parlando, non è simile a un tesoro, tanto
> meno è simile a un mercante: ma è simile a quello che succede quando si scopre
> un tesoro, o quando un mercante trova una perla di grande valore».
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Edizioni Qiqajon, 1995)
*
Lo nasconde
> In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un
> tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde».
Quando trovi un tesoro in un campo non ancora tuo, la prima cosa che succede è
che lo nascondi per paura che qualcuno ti scopra. Forse, in quel momento, lo
nascondi anche per il terrore di aver trovato qualcosa di molto più grande di
te. Al di là delle solite dichiarazioni, noi uomini siamo molto più banali: ci
accontentiamo di meno, di poco. Di qualcosa di meno ingombrante.
Se il tesoro del regno dei cieli non ti fa paura, se senti che quello che hai
trovato (o che ti ha trovato) non ti inquieta, quello non è il regno dei cieli.
Magari gli assomiglia, ma non è lui. Può essere una vita nella Chiesa, una vita
per i poveri, una vita realizzata, ma non è immediatamente Vangelo.
Se non ti vien voglia di nascondere il tesoro e di scappare, di nasconderti come
Adamo nel giardino, allora non sei ancora pronto per lasciarti ustionare dal
regno. Lascialo lì. Se non riuscirai a dormire al pensiero del tesoro. Se,
sentendoti in colpa, la vita che stai vivendo ti sembrerà invivibile e niente ti
sembrerà all’altezza del tesoro. Se preferiresti morire pur di non perderlo, e
bada bene: non sto usando toni enfatici e retorici, ho detto esattamente
“morire”, se sarà così, allora il tuo unico obiettivo sarà comperare quel pezzo
di terra. E dovrai farci seriamente i conti.
Il tesoro è nascosto nel terreno e non puoi entrare in possesso del solo tesoro.
Lo so che Matteo sta parlando di tesori nascosti nel terreno misterioso della
narrazione in parabole, ma io, per esperienza, ti dico che è impossibile entrare
in possesso del tesoro del regno nella sua presunta purezza. Il tesoro è sporco
di terra. Di quel terreno che, bene o male, l’ha custodito per te. È il terreno
delle ambiguità, di testimoni non perfetti, di istituzioni tutt’altro che
impeccabili, di storie passate fatte di santi e di traditori: devi comprare il
campo intero. Senza quella terra, peccatrice e sporca di sangue, il tesoro
nascosto sarebbe andato perduto. Riesci a capire questo passaggio?
Sarai terreno anche tu, non sarai mai tesoro. Vale per tutti. Siamo preziosi
perché abitati.
Non puoi far altro che comperare tutto il campo. La terra assume valore
inestimabile solo in virtù del tesoro e il tesoro è tesoro solo perché sceglie
di nascondersi nella terra. Solo perché si sporca, si incarna. Un Dio
disincarnato incenerirebbe la nostra miseria.
Se il tesoro non fosse nascosto, staremmo parlando d’altro: sarebbero valori
espliciti. Il fatto che scelga di seppellirsi nell’ambiguità del mondo, nella
carne peccatrice che siamo noi umani, rende un valore tesoro. La differenza è
enorme: il Vangelo non è difendere norme e valori, ma cercare il tesoro sepolto
nella carne degli uomini. Se te lo dimenticherai, ti ritroverai a difendere
un’idea. E diventerai pericoloso, spietato, vuoto. Un terreno svuotato. Un corpo
senza cuore.
Il regno dei cieli è tale solo perché si nasconde nella terra. Così diventa una
supplica: un Dio che prega di farsi trovare dall’uomo.
*
Vendere tutto
Succede che vendi tutto. Non molto, non tanto, non il giusto: tutto. Ma sappi
che quello non conta molto. Può esserci molto orgoglio in questo. Sappi però che
un giorno ci ripenserai. E saranno notti insonni. Tu ora non sai quello che stai
lasciando. Moglie, figli, campi: non è adesso che costa lasciarli, non adesso
che non li hai, ma dopo, quando ti accorgerai che si può essere salvi anche
senza rinunce.
Quel tesoro vuole tutto, vuole te: li senti i suoi denti acuminati da belva? Non
è un movimento eroico quello che stai per compiere; è quasi spontaneo,
inevitabile. Sei in trappola. Sarà la vita a liberare il vero significato di
questa scelta. Il regno dei cieli, il tesoro, starà al tuo fianco senza pietà,
ogni giorno, a ricordarti quella scelta. A provocarti. Il regno è come una spina
nel fianco.
Ma se non vendi tutto per il regno, non puoi capire il regno. E non possono
capirlo nemmeno quelli che vorranno spiegartelo senza aver rinunciato al mondo.
> «…poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo».
Sarà la gioia a dire la verità di quella scelta. Quel sentimento che adesso ti
sembra così inevitabile, così evidente, un giorno ti darà fastidio. Perché non
c’è nulla di eroico nell’essere gioiosi. Si sta nella complessità del mondo
macerandosi: questo fanno i dotti.
Un giorno ti accorgerai di aver sostituito la gioia con altro. Magari con il
sacrificio, che è cosa più accettabile. O con la coerenza. O con la sicurezza di
avere una ricompensa in paradiso. Ma se non sarai intimamente beato, qui e ora,
la tua resistenza sarà vuota. Sarai un campo senza tesoro, un uomo con una fossa
scavata al posto del cuore.
*
Cercare ed essere cercati
> «Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle
> preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e
> la compra».
Lo so che credi di essere il mercante. L’abbiamo creduto tutti. Chi di noi non
si è riempito d’orgoglio dichiarando di “essere in ricerca”? C’è gente che muore
e sta ancora cercando. O crede di cercare.
Cerca fino al punto di rischiare di non capire più che cosa stia cercando
davvero: la felicità? La giustizia? La tranquillità? La verità? Dio?
Si inizia sempre cercando qualcosa. Qualcuno finisce per trovare qualcuno.
Questo è il regno dei cieli.
Meglio ancora: si inizia sempre cercando qualcosa e poi si capisce che non siamo
noi a cercare; noi siamo stati cercati. Noi non siamo il mercante, ma la perla
preziosa. È lui ad aver venduto tutto, ad aver svuotato se stesso, per venire a
comprare la nostra salvezza.
Lasciati trovare. Questo ti consiglio. Ma prima impara a perderti davvero. Non
fingere di smarrirti, non riempirti di teorie, di dubbi intellettualistici:
quelli ci rendono interessanti agli occhi del mondo. Invece, disadattati; vivi
da disadattato, riconosci di esserlo. Se hai scoperto il tesoro, questo è un
sintomo evidente. Buttati nel mondo implorando di essere braccato.
*
Rete gettata nel mare
> «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che
> raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva,
> si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i
> cattivi. Così sarà alla fine del mondo».
Una rete gettata nel mare. Pesca a strascico. Pesci buoni e pesci cattivi. Non
avere fretta di apparire un pesce commestibile. Essere rigettati in acqua e poi
pescati ancora, e poi ancora, e ancora. Questo tempo è il tempo della pesca. Non
è un tempo senza appello. Non lo è per le persone che ti verrà voglia di
condannare. Sì, spesso chi ha trovato il tesoro diventa insopportabile,
spietato, si autoproclama angelo. Brandisce la spada. Non può sopporta che
qualcuno non veda la preziosità della proposta.
Sono stato giovane anche io, e ho provato a imporre il tesoro. Lo disseppellivo
per altri, glielo lanciavo addosso. Che sacrilegio!
Cerca di non diventare terribile con te stesso. Tenterai di sbarazzarti del
male, tenterai di farlo da solo, ti farai male. Poi un giorno, e sarà liberante,
allargherai le braccia e ti lascerai trascinare a riva. “Sono quel che sono”,
dirai. “Ma mi fido solo di te, mio pescatore”.
> «Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».
E invece non avevano ancora compreso. Il tesoro si sarebbe nascosto nel terreno
del Calvario. Trovarlo lì, o farsi trovare lì, sarebbe stata la vera sfida. E
poi sarebbero dovuti passare tutti da un tesoro sperperato, trenta denari
vomitati, il campo del vasaio e un cappio. Tesori appesi a un ramo in attesa di
misericordia.
Tu non credere mai di aver compreso; tu lasciati comprendere.
> Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei
> cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e
> cose antiche».
Cose antiche e cose nuove. L’antico diventa nuovo. Questo è il potere del regno.
Io, tu, il nostro uomo vecchio, tutto ciò che ci ha portato a essere quello che
siamo: anche gli errori, i peccati e tutto ciò di cui ci vergogniamo. Anche le
persone che ci hanno fatto male, anche loro: tutto trasfigurato in nuovo.
Non negato, non risolto, non dimenticato: trasfigurato. Ma questo può farlo solo
chi si lascia estrarre dallo scriba che è Cristo. Un padrone di casa che ci
reputa suo tesoro, che prende tra le mani quello che siamo e ci rende nuove
creature.
Se sei innamorato del regno, vendi tutto. Sappi che sarà difficile reggere
l’urto del tempo, ma fallo.
Oppure fermati, sei ancora in tempo, amico mio, fermati se non sei disposto a
cambiare. A lasciarti rinnovare.
Fermati se non hai ancora capito quanto sia pericoloso lasciarsi afferrare da
Cristo.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Hieronymus Bosch, Ascesa all’Empireo, 1500-1503
L'articolo Appunti per una lettera a un giovane sul regno dei cieli proviene da
Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei
cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre
tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e
se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania.
Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai
seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli
rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che
andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la
zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro
crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai
mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il
grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un
granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più
piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante
dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il
nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una
donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se
non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del
profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per
dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui
che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme
buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico
che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori
sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco,
così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i
quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che
commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e
stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre
loro. Chi ha orecchi, ascolti!». (Mt 13,24-43)
*
L’agguato dello stupore
> “Le parabole della separazione o divisione vengono affinate nel loro senso
> dalle quattro parabole della sorpresa o dello stupore: senapa, lievito,
> tesoro, perla.”
Raccontare una parabola per stupire. Meglio, per gettare nello stupore. Gettarlo
negli occhi di chi ascolta, come sabbia, per tornare a vedere di nuovo,
diversamente, dopo aver pianto ogni singolo granello.
Gettare nello stupore per stupire i sensi, per costringere all’immobilità,
almeno per un attimo, almeno fino alla prossima parabola.
Gettare stupore tra gli ingranaggi della civiltà capitalista, gettarlo per
spreco, senza senso, per il gusto di far saltare la logica delle cause e degli
effetti.
*
Ho ascoltato una storia struggente
> “Chi si dedica al Regno, chi accoglie questa realtà, piccola e apparentemente
> insignificante (nascosta tra le pieghe di una storia inesorabile che mira al
> successo e al potere), quale messaggio di Gesù, vedrà eventi mirabili,
> avvertirà che la propria vita è come l’albero, feconda per sé e per altri,
> sentirà che la propria esistenza, semplice come lievito, nutrirà molti e che,
> al posto della fatica, un tesoro gli riempirà le mani, che le piccole fedeltà
> di ogni giorno costituiscono una perla di valore insperato.”
Gettare stupore negli occhi di una storia che, anche quando crede di essere
storia santa o tragitto di conversione, ragiona sempre con le logiche del
successo e del potere. Sempre. Santo è colui che fa del bene, crediamo.
Ho ascoltato ieri una storia struggente. Un uomo inclassificabile per la
società, per la famiglia, per l’istituzione Chiesa, per i servizi sociali, è
morto. Da solo. Da solo ha mandato in crisi il sistema. Nessuno ha saputo
normalizzarlo. Tutti l’hanno sempre trattato, con tutte le comprensibili ragioni
del mondo, cioè mondane, come un uomo da curare, di cui prendersi cura. Un
problema. Che è un modo per decretare la legittimità del nostro esistere, del
nostri operare dalla parte sana del mondo. Ci illudiamo di essere grano
incaricato di trasformare la zizzania. Lui, invece, ha resistito fino alla fine.
Uomo parabola. La donna che mi ha raccontato questa storia è l’unica ad aver
capito la sua vicenda. Perché piangeva mentre parlava. E aveva stupore negli
occhi. Stupefatta e trafitta, parlava di lui e parlava di Dio. E io ascoltavo
una parabola.
*
E se la zizzania fossimo noi?
Stupisce e scandalizza veder crescere la zizzania nel campo buono della
Creazione. Subito i discepoli disciplinati chiedono ragione, cioè accusano il
buon Dio. Cristo prende tempo, dilata la possibilità, non strapperà la zizzania.
Ma a nessun discepolo viene mai in mente che forse la zizzania è lui? Che sono
io? Come e chi valuta cosa sia e chi sia zizzania?
Succede, un giorno, di stupirsi, pulendosi gli occhi dall’ennesima parabola, a
ribattezzare in grano ciò che nella vita si è sempre creduto zizzania. E anche
il contrario, zizzania in grano. Fa male lo stupore, a volte. E fa rinascere.
Rende stupidi agli occhi del mondo, ingenui. Avere il coraggio di mostrare
stupore davanti alla vita è ammettere che della vita non si aveva compreso
molto. Serve tanta umiltà per abilitarsi alla meraviglia.
Serve tanta umiltà, ma anche di saper accettare il rischio di sbagliare. Perché
lo stupore fa perdere i canoni riconosciuti che ci permettono di stare nel mondo
occupando un ruolo e garantendo stabilità di giudizio. Molto più facile
trincerarsi dietro la cinica corazza di chi non si stupisce più di nulla.
*
Stupirsi della grazia in noi
Ma c’è un altro meccanismo di difesa che le parabole tentano di smascherare: noi
possiamo dare frutto. Noi. Non altri, non i santi. Noi. È riconoscere che Dio
agisce anche nelle nostre storie. Nonostante noi.
Lo facciamo raramente. Neghiamo di essere pieni di grazia per una sorta di
pudore, quando va bene, mascherando il tutto da qualcosa che chiamiamo umiltà.
In verità, è che Dio ci fa paura. La sua potenza ci intimidisce. Così preferiamo
presentarci sempre e solo come indegni peccatori. Bisogna essere liberi come lo
Spirito per vedere e ringraziare che il Vivente abita anche le nostre carni
fradice di miseria. Stupore è vedersi seme, sinceramente senape, quasi
invisibili nella nostra miseria ma capaci di non negare l’ombra che
incredibilmente si spande intorno a radici che non potevamo credere di
possedere. E non sentirne merito alcuno. Ma sbalordire per i nidi intessuti tra
i nostri rami.
*
Lasciarsi fare dalla parabola
> “Non è un’istruzione sul come discernere domani; è un discernimento che si
> fa.”
Stupire è lasciarsi fare. Non un vago sentimento, non un trasporto dell’anima:
stupisce la carne. Forse il luogo dello stupore è nei muscoli. Si sorprende chi
si lascia sorprendere, chi si abbandona completamente a una logica nuova,
diversa. Bisognerebbe pregare per predisporsi all’agguato dell’Amato. Che Lui ci
colga di sorpresa, a difese abbassate, che ci invada, finalmente. Parabola,
appunto. Un agguato di Grazia.
> “Chi lo fa può discernere perché l’ha fatto, si è posto dalla parte di Gesù,
> ha capito e respinto quanto è contrario a Gesù, è entrato nel suo mistero di
> cui ha accettato l’umiliazione e la croce, ha sperato nella risurrezione. In
> altre parole, ha in mano la chiave di ogni discernimento.”
Stupore vero è entrare nel mistero di Cristo. Discernere non è pontificare sulle
ragioni della vita; nemmeno prendere in esame ogni variabile per provare a non
sbagliare è discernere. E poi che cosa è “sbagliare”?
Ma entrare nel Suo mistero, questo è stupore. Farsi uomo umiliato da una croce
accolta sulle nostre spalle, giogo dolce che permette il respiro dello Spirito.
E scegliere di insistere nella speranza della risurrezione. Parabola è diventare
come Cristo, questo è stupore. O almeno tentare di decifrare il mondo con il suo
sguardo.
*
Alla fine, ancora, morire
> “La regola concreta dunque è quella di chi si coinvolge fino a dare la vita
> per il Signore, perché allora ha il dono di capire che cosa è il Regno e che
> cosa non lo è, a cominciare da se stesso. La pretesa di discernere dal di
> fuori è molto rischiosa, induce a presunzione, a ideologie e a settarismi, ed
> è fonte di inimicizie e tensioni nella Chiesa”.
Ancora una volta la parabola come trappola. Non puoi comprendere la vita
standone fuori, non puoi comprendere la fede senza credere. Essere lievito.
Lasciarsi gettare, fagocitare, dalla farina. Alla fine, è sempre la morte a
dischiudere la vita nella sua pienezza. Questo, forse, il paradosso dello
stupore.
Attendere di comprendere per decidere di se stessi è rimanere lievito per una
vita intera. Intatti, cioè sterili. Inutili perché inutilizzati. Impastarsi con
le faccende della vita, quelle che arrivano, quelle che non scegliamo, questa è
la nostra unica via di salvezza.
*
La tentazione del puro
> “La Chiesa ha sempre avuto e ha bisogno di riacquistare chiarezza allorché si
> accorge che non diventerà mai una comunità di puri, pur desiderandolo. Essa
> deve riconoscere come i tentativi rigidi di comunità di puri portano
> fatalmente al settarismo e sono il contrario della parabola della zizzania e
> del buon grano, il contrario della parabola dei pesci. (…) La tentazione di
> creare una comunità di eletti, di separati dal resto della comunità,
> disprezzandola come perduta, è purtroppo sempre presente.”
Bisognerebbe ascoltare le parabole anche solo per tentare di guarire da quella
diabolica tentazione del puro e dell’impuro. Quando crediamo che solo un certo
tipo di rito liturgico sia puro, siamo nell’errore. Quando dichiariamo che nella
Chiesa non ci sarà più spazio per nessuno scandalo, siamo nella menzogna e fuori
dal Vangelo. Quando imponiamo rigide regole di comportamento, spesso caricando
altri di pesi che non sappiamo portare nemmeno noi, in nome di un ideale di
perfezione, siamo fuori dalla logica del Vangelo.
Reggere lo stupore negli occhi della gente che, ridendo, elenca le nostre sante
mancanze. Questo vuole tanta fede. E farlo senza sgranare rosari di patetiche
giustificazioni.
Smettere la triste gara a voler apparire perfetti, accogliere il male che ci
abita e, ancor più, stupire per la Sua misericordia. Accettare che noi siamo
parabola. Peccatori sempre di nuovo perdonati più che peccatori perfettamente
convertiti.
E credere così tanto nel Cristo Risorto, finalmente credere con ferocia e totale
abbandono, da imparare a non aver più paura del male. Se lui ha dato la vita per
me, se lui è risorto, io posso non avere paura di nulla. Sono in mano sua. Tutto
è in mano sua. Non posso temere. Cresca pure la zizzania, io credo nel grano di
cui nessuno stelo andrà perduto.
Un uomo senza paura dilata stupore.
Alessandro Deho’
* Tutte le citazioni sono tratte da: Carlo Maria Martini, “I Vangeli esercizi
spirituali per la vita cristiana”, Bompiani, 2016
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Henry Ossawa Tanner, Studio per Cristo e Nicodemo, 1923 ca.
L'articolo Di zizzania e di stupore proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui
tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla
stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a
seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli
e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta
terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il
sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i
rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede
frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con
parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del
regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà
nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per
questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non
ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.
In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò
che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo
ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la
parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato
seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è
stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie
subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge
una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene
meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la
preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed
essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la
Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il
trenta per uno». (Mt 13,1-23)
*
Parabola trappola
> “Teoria delle parabole. Chi ha trovato in Dio il senso della sua vita, vivrà
> della sovrabbondanza di tale senso; chi rifiuta di trovarlo resterà vuoto”.
La parabola è una trappola, diceva un mio insegnante di esegesi in seminario.
Parla apparentemente d’altro per costringerti a dare giudizi come se il
protagonista fosse uno sconosciuto. Per poi accorgerti che lo sconosciuto sei tu
che ascolti. Così si finisce per giudicare se stessi. O per accogliersi con
misericordia. Dipende dallo sguardo che abbiamo.
Trovare il senso della propria vita non è dunque la capacità di costruire una
piramide di valori a cui restare fedeli ma una disciplina dello sguardo. Occhi
capaci di giudicare il mondo con lo stesso metro del Cristo. Una misericordia a
caro prezzo, il dono della propria vita. Senza questa consegna di noi rimane
solo un moralismo sterile.
Forse le parabole sono tagliole che scattano a decapitare la nostra fede
immatura, a ghigliottinare senza pietà la nostra illusione di perfezione. Forse
agli occhi di Dio tutta la vita, tutto ciò che chiamiamo realtà, non è altro che
una immensa, infinita parabola.
Nascere quindi non è immediatamente un dono ma un essere presi al laccio. Un
dover decidere di sé.
Il giorno che i miei occhi impareranno a guardare a immagine e somiglianza di
Dio il mio cuore finalmente fuggirà dal laccio del cacciatore. E comprenderò
Dio, il tenerissimo e potente liberatore. E dirò dono il miracolo d’essere stato
messo al mondo.
“Egli ti libererà dal laccio del cacciatore”, Salmo 91. Io spesso sono
cacciatore di me stesso. La mia miseria continua a mettermi in trappola. Delle
mie paure, del mio peccato, della mia mancanza di fiducia in Dio, nella mia
testarda fede nel male che mi abita, del mio dubbio sul Misericordioso. O anche
solo del fatto di essere amabile. E salvato. Interpretare il mondo come fosse
una parabola è accedere all’esperienza di una libertà che non viene da me. Solo
Dio libera. Io posso solo accettare di essere preso in trappola dalla sua
spropositata misericordia.
Raccontami parabole mio Dio, falle scattare, predami, prendimi, stringimi al
laccio. Fammi consapevole del mio bisogno di te. Solo allora tutto si illuminerà
e ogni cosa, qualsiasi evento, anche il più apparentemente inutile non sarà
altro che la possibilità di liberazione.
La vita non è altro che una grande, immensa parabola: sapere che solo il Vivente
libera, tramuta il reale in una sovrabbondanza di Grazia.
*
Parabola malgrado
> “Il Regno dei cieli si afferma malgrado ogni resistenza e il frutto da
> aspettare, malgrado tutto, è grande. ‘Malgrado’ denota la situazione di
> ambivalenza, di opposizione, di divisioni in cui il Regno dei cieli si
> sviluppa”.
Accedere al mondo con lo stile del Vangelo è atto di grande fede: il mondo è già
stato salvato. Troppo facile cedere al pessimismo, vedere il demonio in ogni
dove. Troppo facile mettersi dalla parte dei salvatori della fede o anche, al
contrario, descriversi sempre come dei peccatori senza nessuna possibilità.
Stesso risultato ottenuto schierandosi su fronti opposti. Vivere la vita nella
logica delle parabole è abitare il “malgrado”. E credere che Lui lo trasfiguri.
“Malgrado” è sguardo lucido sugli eventi, sulle persone, sulla Chiesa, sulla
società, su noi stessi. Siamo malo grado. Ma questa gradazione di male variabile
non impedisce al grano buono di maturare.
Sono stanco degli esperti della fede, delle parole e delle spiegazioni. Ognuno
di noi, sono sicuro, deve la vita a una persona che nella scala delle ombre che
ci abitano ha saputo vedere il grano buono che nemmeno noi sapevamo di
essere. Quegli occhi erano l’incarnazione di Cristo. Stare con cuore parabolico
nella realtà è pregare per vincere la tentazione di credere che il male in tutte
le sue forme riesca a impedire al seme di esplodere in frutto. Più ancora, lo
sguardo istruito dalla parabola rende il seme capace di germogliare. Nel Vangelo
non esiste lo sguardo asettico, oggettivo. Il nostro modo di guardare, la nostra
fede, permette al mondo di germogliare. La parabola ci rende complici di Dio. A
noi di accettare il rischio.
*
Parabola è accettare l’ombra
> “Il Regno dei cieli è realtà contrastata, conculcata, ambivalente nei
> risultati e chi aspetta uno sviluppo regolare, omogeneo, rettilineo,
> trionfale, si sbaglia. Questa era la grande attesa, ed è ancora la nostra:
> perché il Regno non trionfa? Semplicemente perché la Parola, la predicazione,
> la missione, la vita secondo il discorso della montagna, non è necessariamente
> efficace. Le parabole stigmatizzano la falsa aspettativa del Regno, la falsa
> manifestazione della potenza di Dio. Dio non distrugge il male; il Regno, nel
> suo farsi, è ancora all’ombra del male. L’uomo vorrebbe solo il bene,
> considera il male come fattore disturbante. Eppure il Regno di Dio è
> accettazione di quell’ombra misteriosa che è il peccato, la resistenza, la
> fuga dalla Parola, l’indifferenza, la negligenza, la pigrizia; anzi vi entra
> dentro, e dobbiamo sempre disilluderci dal pensare che l’avvento del Signore
> spazzi via il male e immediatamente crei l’era della giustizia”.
Ci si oppone alla logica delle parabole perché sostare nel “malgrado” richiede
fede, tantissima fede. E pazienza. E resistenza. Non ne abbiamo. Vorremmo tutto
chiaro, efficace, vincente. Vorremmo una Parola efficace. Ma cosa è l’efficacia
secondo la logica della parabola? Per noi efficace è ciò che cambia il mondo
rendendolo conforme a una certa idea di perfezione e di bontà. Una parola
efficace agisce sul reale per correggerlo. Per Cristo la parabola è efficace
quando trasforma il nostro metro di giudizio, quando lo divinizza. Quando
diventiamo noi, accettando il martirio, testimoni dello sguardo liberante di Dio
sul mondo.
Parabola non è il bene che si impone sul male ma Cristo che, morendo sulla
croce, perdona. Donando se stesso al mondo che lo sta rifiutando. Ama, malgrado.
Si consegna senza apparente efficacia. Vede il frutto maturo nelle macerie di un
fallimento apparentemente totale (consegna la madre al discepolo facendo
sbocciare un frutto buono di cura nel cuore del Calvario).
Parabola è il grano sbocciato su un mare di sangue.
*
La parabola svela il male
> “Le parabole, in quanto ci fanno penetrare nel mistero del male, sono davvero
> difficili da comprendere”.
Quando saremo nella pienezza dell’Eterno non avremo più bisogno di parabole,
tutto sarà luminoso. La parabola ha senso solo perché svela l’esistenza del
male. Un male che esiste non solo fuori ma anche dentro di noi. Un male che
esiste nonostante Cristo sia morto e risorto. Un male che persisterà e non sarà
salvato da chi si sente indenne.
Mettersi ai margini della vita e autoproclamarsi difensori della tradizione, del
bene, della verità non è stile evangelico. Scegliere, al contrario, di
minimizzare il male scadendo nel relativismo più assoluto non è stile
evangelico. Riconoscere il male e dare la vita sapendo che il martirio non sarà
efficace secondo le logiche del mondo, solo questo è evangelico. Solo questo ci
permette di penetrare nel mistero del male senza diventare Male.
*
La parabola dice che non siamo pronti
> “Nessuno di noi è realmente pronto ad accogliere l’aspetto umile del Regno,
> nessuno di noi è disposto ad accettare la debolezza di Gesù di fronte al male,
> il suo apparente soccombere. Non siamo pronti, non siamo disposti,
> intravedendo nella sconfitta del Signore la nostra. Ma è la verità di Dio che
> si manifesta così; che un Dio debole e sconfitto sia il Dio del Regno è il
> mistero della morte e risurrezione di Gesù, che sarà comunque negato anche da
> chi, a parole, si dichiara ‘cristiano’. Persino la nostra morte ci apparirà
> come il supremo fallimento di Dio per noi (…) In quel momento dovremo
> ricordare il mistero delle parabole, che preannuncia quello della debolezza,
> della morte di Gesù e, insieme, prelude alla sua risurrezione e alla sua
> vittoria”.
Accettare la logica delle parabole è far nostra la logica della debolezza. Una
minorità incompresa dal mondo, incompresa da noi stessi. Uno scandalo. Non
esiste fede cristiana senza questo aspetto scandaloso. Nascere e vivere, dare la
vita intera, sentendo di essere inefficaci. È terribile. È indispensabile
passare da lì.
Poi ci si costruisce attorno tutta la retorica del mondo, ma la verità è che
credere è arrivare alla fine della nostra vita come ci è arrivato Gesù, nella
piena e totale inefficacia del suo divino mandato. Credendo, in cuor nostro, di
aver sbagliato tutto. È il tempo francescano delle stimmate a La Verna.
Dei santi celebriamo sempre una vittoria postuma. Andiamo a valorizzare i loro
miracoli. In verità è la loro sconfitta agli occhi del mondo, il loro soccombere
benedicendo, a essere sintomo di santità. E’ la loro carne martoriata ma
visitata dal tenerissimo bacio di Dio, è la beatitudine che tutto questo regala
a renderli desiderale esempio d’imitazione.
Non basta perdere, non basta essere ultimi, non basta essere scartati. La
parabola parla di frutto. Occorre essere benedicenti. Morendo nel dramma. Di
aver sprecato la vita. Nel dubbio di aver scelto la debolezza come ripiego solo
perché non eravamo all’altezza del successo. Nel dubbio di aver trasformato il
fallimento nel nostro successo. A rendere una vita sconfitta una parabola può
essere solo il Signore che, incarnandosi in noi, ci trasforma in ostensori
paradossali del Dio che si manifesta solo così: nell’inefficacia.
La sconfitta deve però essere bruciante. Gli ultimi posti devono essere
veramente ultimi. Il dubbio di aver sbagliato a interpretare la vita deve
condurci a un passo dalla disperazione. La trappola diabolica della retorica è
micidiale. Ognuno può rispondere di questo solo per sé. Davanti a Dio. E deve
farlo con esercizio di discernimento spietato. Giocare con le parabole, giocare
con le parole, travestirsi da sconfitto per interesse, camuffarsi da giullare
del fallimento reputo sia peccato contro lo Spirito Santo. Perché offende i
piccoli ed è atto blasfemo.
Solo la morte sancirà la verità di quel che siamo, di quel che cerchiamo di
essere. In quel momento e solo in quel momento di totale sconfitta scopriremo
chi siamo davvero. Figli minori scandalosamente amati e accolti in Lui. Malgrado
noi.
> “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di
> Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha
> conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo
> non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà
> manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
>
> (1 Giovanni 3, 1-3)
Alessandro Deho’
*Tutte le citazioni sono tratte da: Carlo Maria Martini, “I Vangeli esercizi
spirituali per la vita cristiana”, Bompiani, 2016; in copertina e nel testo:
disegni e schizzi di Salvator Rosa (1615-1673)
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
L'articolo Malgrado proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto
queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre,
perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il
Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio
vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi
darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite
e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è
dolce e il mio peso leggero». (Mt 11,25-30)
*
> Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto
> queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
Cristo prega, grato, il Padre, il Signore del cielo e della terra. Ma questo
avviene quando avrebbe davvero poco di cui ringraziare. Ecco i versetti che
precedono il brano di oggi:
“È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato.
È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: ‘Ecco, è un mangione
e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori’. Ma la sapienza è stata
riconosciuta giusta per le opere che essa compie”.
Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte
dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: “Guai a te, Corazìn! Guai a
te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci
sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di
cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio,
Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai
forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a
Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa
esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di
Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!” (Mt 11,18-24)
Versetti indispensabili per comprendere cosa intenda Cristo per “sapienti e
dotti”. Uomini che sanno giustificare ogni cosa con le parole e con un uso
interessato del ragionamento. Uomini che sanno volgere a proprio vantaggio ogni
interpretazione dell’accadere della vita. Abili nel giustificare tutto e anche
il suo contrario, perfetti nel giustificare, sempre, se stessi.
Giovanni era indemoniato perché digiunava e Gesù, all’opposto, mangione e beone.
L’importante è mantenere le distanze, non farsi toccare dalla provocazione dei
profeti. I piccoli, invece, vivono in modo diverso. Il piccolo, proprio per
l’angolazione da cui sceglie di guardare il mondo, saprà mantenere in tensione
gli opposti, accoglierà la vita scavata d’attesa di Giovanni e anche il
messaggio escatologico del Cristo. I piccoli non procedono per esclusione, i
piccoli non usano la verità per giustificare le proprie mancanze.
*
> “Gesù risponde e dice: non abbiate paura di mettervi alla mia scuola, di farvi
> miei discepoli; non sono un Maestro dispotico come voi temete; sono mite e
> umile di cuore. Sono in tal senso piccolo come voi”.
>
> (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa, 2007)
Cristo rimprovera le città dove sono avvenuti miracoli perché non si sono
convertiti. Quello che rende “piccola” una persona è la capacità di conversione
profonda. Piccolo e saggio è colui che usa il pensiero per spogliarsi e non per
proteggersi. Piccolo e santo è colui che non si limita a spiegare la meraviglia
della vita ma la lascia accedere in sé, e si converte. Piccolo e vero è l’uomo
che ha compiuto un significativo percorso di verità e ha compreso che il profilo
della vera sapienza è la resa. Nelle mani del Cristo.
Cristo tra le rovine di una predicazione segnata dal fallimento, si china a
raccogliere i frammenti di trasparenza, alcune persone hanno accolto il miracolo
e si sono lasciate trasfigurare. Terribile la condanna di chi si ostina a
proteggersi dietro sicurezze che paiono inattaccabili e che, invece, diventano
macina da mulino che trascina al fondo della propria disperazione.
Saggi e sapienti sono uomini che si illudono di vedere e che, invece, vagano in
un mondo in cui la verità è stata loro nascosta. Sono impossibilitati al
riconoscimento perché troppo pieni di sé.
Una sfumatura del peccato è questa sorta di cecità. Sembra di sentire rivolte a
tutti noi la domanda che il Cristo rivolge al cieco: “Vuoi vedere davvero?”
Perché poi se vediamo davvero, se guardiamo senza protezione chi siamo, o
diventiamo finalmente piccoli e umili, riconoscendoci peccatori o ci disperiamo
fino a desiderare la morte, perché non siamo per niente come credevamo di
essere.
Chi, oggi, a me, a te che leggi, riesce a svelare la verità? Dove incontriamo lo
sguardo del Cristo che ci riporta alla Verità di ciò che siamo?
Sabotatori del reale, incantiamo la Verità stordendola di parole, ingannandola
di alibi, inventando sempre nuovi nemici. E questo solo perché non sappiamo far
crollare le nostre mura. Abbiamo paura di essere invasi. E abbiamo ragione, è
mortalmente rischioso. Ma è proprio l’invasione, il crollo, ciò che può salvarci
dall’illusione di essere giusti.
Cristo non nega il fallimento, non lo eleva a soluzione di ogni problema, il
fallimento senza la preghiera è solo drammatica disfatta. Cristo prega. Alza gli
occhi al Padre, all’Altissimo Signore, unisce nel movimento del suo cuore gli
opposti. Papà e Onnipotente. Davanti al Tutto Cristo si fa piccolo. E in quel
paradosso i semplici vedono il volto visibile di Dio.
*
> “Matteo presenta Gesù come figura di rivelazione e di iniziazione alla
> rivelazione: mentre con la sua umiltà, rivela l’umiltà di Dio, Gesù si propone
> nel testo anche come fonte di umiltà per i suoi discepoli”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola, Vita e Pensiero, 2010)
E quindi anche Dio è umile. E mite di cuore. E se già stiamo cercando
giustificazioni per dimostrare che non è così, che occorre comprendere bene cosa
significhi mitezza e umiltà. E se già stiamo pensando, delusi, che avremmo
voluto maggior complessità da Dio e qualcosa da poter chiamare “giustizia” e
leggi da applicare. E se pensiamo che una lettura del genere sia stucchevole e
banale, significa che non abbiamo ancora capito che comprende solo chi si lascia
comprendere. Che l’unica esegesi infallibile per aprire spazi di santità è
quella che porta alla consegna di sé. Fino a quando non impariamo l’arte,
micidiale, difficilissima, dell’umiltà saremo costretti a rimanere infantilmente
sapienti, dotti e immaturi.
L’anziano, il saggio, è colui che è finalmente giunto a semplicità.
Piccolo è l’artista che, abitato pienamente da Dio, disegna un cerchio perfetto
prima di morire. Il poeta riassorbito dal Silenzio. Il profeta immobile e muto
sulla soglia della grotta. Chiunque comprenda la ferocia e la difficoltà di
questa iniziazione.
L’eterno riposo in Lui come vertice dalla vitalità.
*
> Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il
> Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio
> vorrà rivelarlo.
> “La Chiesa primitiva interpreta in senso mistico la conoscenza del Padre
> tramite il Figlio. Conoscere è sempre anche amare, essere una cosa sola con
> chi si ama, entrare nell’altro. È una relazione teneramente amorosa tra il
> Padre e il Figlio”.
>
> (Anselm Grun, Gesù maestro di salvezza, Queriniana, 2004)
Piccolo non è colui che non legge, che non studia, che non scrive, che, sapendo
di non sapere, si compiace del suo niente. Al contrario, piccolo è colui che
cerca per conoscere ma che sa bene che conoscenza vera chiede sempre un gesto
d’apertura, di disponibilità, d’amore. Piccolo è l’uomo che ha compreso che ogni
atto di ricerca è un esercizio profondo di scarnificazione dell’anima. Le parole
scavano, le poesie strappano, i concetti mordono. Conoscere è lasciarsi
consumare. Fino alla totale consegna di sé.
Dotto e sapiente è colui che ama solo se stesso. Che si illude di bastarsi. O
che ha paura di amare. E di essere amato. Cioè di perdere il controllo.
*
> Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
> Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di
> cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e
> il mio peso leggero.
> “Chiama tutti e non solo quelli di Israele, in quanto creatore e Signore di
> tutto; dice «affaticati» i giudei in quanto non sono capaci di portare il
> giogo della Legge, dice «oppressi» gli idolatri, in quanto oppressi dal
> diavolo e appesantiti da quantità di peccati. Voi – dice – o giudei, tendete
> alla verità e riconoscete che io sono vostro protettore e signore e subito ne
> ritrarrete profitto. Vi libero infatti dalla schiavitù della Legge, a causa
> della quale sopportate molta fatica, e non siete capaci di porvi fine
> facilmente, dato che vi siete procurati da voi stessi un «carico» grandissimo
> di peccati, per cui tanto più vi conviene comportarvi in conformità di quanto
> prescrive la Legge”.
>
> (Cirillo di Alessandria, Frammento 149 in “La Bibbia commentata dai Padri,
> Matteo 1-13”, Città Nuova, 2004)
Piccolo non è solo colui che è stanco e oppresso ma chiunque accolga l’invito al
cammino. Fare alibi della propria stanchezza e oppressione è tentazione
comprensibile ma pericolosissima. Rischia davvero di consegnarci alla
disperazione.
Piccolo, veramente piccolo, è colui che piange davanti alla drammatica
resistenza di chi non accetta di lasciarsi guarire.
Piccolo è chiunque cerca ristoro. Piccolo è il saggio capace di amicizia.
Piccolo è chi sa accogliere.
Piccolo è colui che ha smesso di caricarsi pesi per meritare la salvezza, fosse
pure il peso della Legge. O il peso di voler migliorare il mondo. Il piccolo sa
che la salvezza non si merita: si accoglie. Cosa che non sopporta il sapiente
accusato da Cristo.
Piccolo non è colui che ha rifiutato la Legge, che si è allontanato dai dogmi,
che rende ininfluente qualsiasi discorso, quelli sono i sapienti del pensiero
dominante. Piccolo è colui che è così libero da discernere, momento per momento,
quando l’applicazione della Legge liberi il nostro essere immagine e somiglianza
di Dio e quando la offuschi (in quanto diventa espressione del mio egocentrismo
bisognoso di riconoscimento).
Per fare questo non c’è altra via che mettersi alla scuola di Cristo. Andare a
lui, continuamente tornare a lui, per non perdersi in se stessi.
C’è un tempo per digiunare e un tempo per mangiare. C’è un tempo per pregare e
uno per stare con gli amici. C’è sempre un tempo che i piccoli sanno incarnare:
è il tempo della trasparenza. I piccoli, in ogni momento, si lasciano
attraversare dall’Infinito, diventano immagine del Padre. Per loro il giogo si
fa leggero. E leggero diventa anche, almeno per un attimo, il peso che devono
portare gli amici di chi li incontra. Ed è beatitudine condivisa.
Conosco piccoli, e li amo, che rendendomi più leggero il peso della vita mi
mostrano, forse inconsapevolmente, il volto dell’Onnipotente.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Hieronymus Bosch, “Incoronazione di spine”, 1485 ca.
L'articolo Comprende solo chi si lascia comprendere proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di
me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per
causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha
mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi
accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli,
perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
(Mt 10,37-42)
*
> In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più
> di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno
> di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
> “(Gesù) è venuto come Messia di pace, come re mite e disarmato (cfr. 21,5), ma
> l’opposizione da lui patita ha prodotto in Israele la divisione del figlio dal
> padre e dalla figlia dalla madre, una divisione degli animi così profonda da
> sopraffare perfino i legami famigliari”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Edizioni Qiqajon, 1995)
È questione di identità personale. Facile affrontare queste durissime parole di
Cristo tentando di addolcirne l’urto, andando a mettere l’accento sul fatto che
il Signore non ci chiede un amore esclusivo ma che, grazie al rapporto con lui,
tutti gli altri amori acquistano in profondità. Non credo sia onesto trasformare
il rapporto con il Risorto in un potenziamento degli affetti umani. Quello che
mi pare succeda al discepolo, e non subito, e non sempre, è che ad un certo
punto egli cada nella trappola del Cristo e non possa più uscirne. Nel senso che
matura la sensazione esatta che se si staccasse da Lui egli perderebbe la
propria identità.
La fede non è un oggetto, una dottrina, un’ideologia, la fede del discepolo è
una relazione che prende ogni cosa, il riferimento ai genitori e ai figli è
potentissimo: si parla di radici e di frutti. Più importante del passato e del
futuro è Cristo perché se al discepolo mancasse lui, esattamente lui,
personalmente lui, il discepolo non si riconoscerebbe più.
Tema delicato quello della libertà nel rapporto con Cristo. Libero non è chi può
disporre di sé in una totale ed estrema autonomia (che spesso non è nient’altro
che bieco individualismo), libertà è poter sentire che “io sono” solo perché
sono in Cristo.
Ripenso alla vicenda di Franz Jägerstätter narrata mirabilmente dal
regista Terrence Malick in Hidden Life – La vita nascosta, film del 2019. È una
storia vera, Franz contadino cattolico austriaco decide di non combattere per
l’esercito di Hitler in nome della sua fede cattolica. Una vera e rischiosa
obiezione di coscienza. Verrà ucciso. Nessuno intorno a lui comprende la sua
scelta, nessuno. Non la moglie, non i figli, non la gente del paese, non il
vescovo, nessuno comprende. La loro motivazione è lucida: non ne vale la pena.
Hitler non verrà mai nemmeno a conoscenza della sua scelta. È una decisione che
non cambia nulla a livello politico e pratico e che, invece, mette a repentaglio
la vita dei suoi famigliari e dei suoi amici. E se fosse solo egoismo? Ma Franz
non può cedere. Non perché è cocciuto, non per motivi politici, non per eroismo,
ma perché se lui accettasse si perderebbe. Il Franz sopravvissuto non sarebbe
più Franz. Perderebbe la sua identità profonda. E sarebbe una morte ancora più
drammatica. Per questo più dei genitori e dei figli (ma anche per i genitori
e per i figli) può la relazione con Cristo che sola fonda la nostra vera
identità. Per i veri discepoli il legame con il Risorto è davvero vitale.
Il 26 ottobre 2007 Franz Jägerstätter è stato beatificato.
> “Proprio come l’uomo che pensa solamente a questo mondo fa tutto il possibile
> per rendere la sua vita qui più facile e migliore, così dobbiamo anche noi,
> che crediamo nel regno eterno, rischiare tutto al fine di ricevere là una
> grande ricompensa … Il segno più certo di chi segue Gesù si trova nelle azioni
> che dimostrano amore per il prossimo. Fare al proprio prossimo ciò che si
> desidera per se stessi è più che non fare agli altri quello che non si vuole
> sia fatto a sé … Felici quelli che vivono e muoiono nell’amore di Dio”.
>
> (Da una lettera dal carcere di Franz Jägerstätter, tratto da
> www.monasterodibose.it)
*
> Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per
> causa mia, la troverà.
Perdere la vita non è solo decidere di consegnarla in un servizio ai più
piccoli. Anche in questo caso il rischio di edulcorare le parole del Vangelo è
drammatico. Perdere la propria vita significa accettare che Cristo la conduca. È
farsi portare da lui. Difficile arrivare a questo punto ma ancora più difficile
non cadere nel tranello di credere di essere obbedienti a Cristo quando invece
stiamo assecondando solo i nostri sogni.
Discernimento, questo servirebbe, aiutati dalla maestria di padri spirituali
sapienti e per nulla accondiscendenti. Uomini capaci di raccogliere dalla
tradizione delle prassi, non solo dei consigli teorici, per svelare il grande
rischio che corriamo quando crediamo di aver “trovato la vita”, di aver trovato
il nostro posto nel mondo, nella chiesa, nella società. Chi è a posto è chiamato
a perdersi.
Ma non ci si perde per una decisione personale (ancora l’ingombrante ego che non
accetta di fare spazio), spesso ci si perde per degli eventi esterni che hanno
il profilo della sconfitta. Della croce. Occorre passare da lì. La Via Crucis è
lo snodo essenziale per arrivare a consegnarsi completamente e definitivamente
al Padre. Non è possibile altra strada.
L’importante è che sia per “causa mia”, cioè che la frattura alla nostra idea di
felicità sia compresa in un legame vivo con il Risorto altrimenti la sconfitta è
solo sconfitta, chi ce l’ha inferta è un nemico e a noi rimane solo di
desiderare la vendetta. Se invece il trauma ci permette di sprofondare
definitivamente nel Padre, tutto si trasfigurerà in provvidenza. Siamo su un
limite rischioso, possiamo dirlo solo per noi stessi, siamo a un niente dalla
blasfemia, sono parole che urtano e causano ribellione. Già scriverle, qui, è
atto temerario e forse errato. Me ne scuso, davvero. Forse sarebbero parole,
beatitudini scandalose, da sussurrare nel silenzio solo nel rapporto intimo con
Cristo nella preghiera.
*
> Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha
> mandato.
Entrare in questa logica è perdere se stessi. Totalmente. Tanto che chi accoglie
il discepolo accoglie Cristo e così il Padre. Sembrano parole rassicuranti, lo
sono solo per chi non ha mai sentito la pesantezza di non potersi liberare dalla
Sua presenza. Non è solo questione di ruolo o di divisa riconoscibile del
discepolo, non è questione di “mestiere”, è che il discepolo, quando è discepolo
davvero, è guardato in altro modo. E non importa che siano sguardi positivi o
negativi, non è questione di onori o di disprezzo è altro, è che la presenza
personale del discepolo impone sempre, sempre, al mondo un rimando ad Altro. E
questo è durissimo da sopportare.
È il dramma del discepolo, ogni relazione con gli altri è come spossessata. È
l’invadenza del divino, che non può essere relegato a un settore intimo della
vita. Uno non fa il discepolo ma lo è. Si è consacrati discepoli. Agli occhi
della gente verrà sempre chiesta ragione al discepolo di come è testimone
Cristo, in ogni frangente. I credenti cercheranno coerenze impeccabili, i non
credenti tenteranno di trascinare su discorsi e modi di fare laicissimi… il
discepolo sa che questo non è quello che conta, lui solo sente che ormai si è
condannato a essere segno di provocazione. Se manca questo aspetto il discepolo
non è ancora discepolo.
A volte il discepolo vorrebbe fuggire, come Giona, strapparsi l’ingombrante
chiamata del testimone. Ma il vero discepolo sa che il martirio non è solo
l’apoteosi di sangue finale ma la terribile coerenza di tutta una vita persa per
Cristo. Con buona pace di chi spaccia ancora un cristianesimo fatto di buone
intenzioni e di ingenue fraternità.
Il discepolo sa che essere in mano sua significa decidere del profilo da dare
alla presenza di Cristo nel mondo. Che uno scandalo del discepolo è devastante.
> “Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal
> quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non
> fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli
> rispose: «Tu l’hai detto»”.
>
> (Matteo 26,24-25)
*
> Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi
> accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato
> anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio
> discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa.
Credere è accogliere. Non solo capire, non professare, ma entrare in profonda
relazione, fare spazio. Accogliere il profeta è come accogliere la profezia.
Accogliere un giusto è fare spazio alla giustizia, diventare giusti. La fede si
muove per assimilazione e conversione, per metamorfosi, trasfigurazione. Per
relazione profonda, inabitazione di Dio in noi.
C’è tanto rischio in queste parole e forse è qui il vero profilo della libertà
secondo il Vangelo: la possibilità concreata di non accogliere il discepolato,
la profezia, la giustizia. Il rischio concreto del rifiuto.
Mille sono i motivi per non accogliere la chiamata di Cristo. Forse, sempre, la
paura di morire, di morire già qui in vita, sicuri che i nostri desideri
esauditi ci avrebbero portato la felicità. Non è così, la felicità per il
Vangelo accade solo in una relazione con lui. Felicità paradossale,
beatitudine.
Rischio terribile quello di decidere di non accogliere Dio, rischio terribile
che lo stesso Cristo si assume: condivide lo stesso destino del discepolo. Forse
la fede, la fede vera, è in questa disposizione a essere traditi da chi dovrebbe
accoglierci, disposti a essere traditi senza maledire.
Forse fede vera è quella testimoniata da tutte le persone che ci amano a
prescindere, che si fidano nonostante noi, forse loro sono i chiamati, i
discepoli, i credenti.
> “Essi avranno, in questo mondo, il destino che ha Dio stesso: se Dio sarà
> accolto, ci sarà posto anche per loro; se Dio non sarà accolto, neppure essi
> avranno un posto”.
>
> (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Ed. Glossa, 2007)
Certo, alla fine, quello che stupisce è che per essere discepoli basta un
bicchiere d’acqua. Un solo minimo bicchiere d’acqua. Come a dire che la Sua
chiamata non ci schiaccerà, non è questo il suo obiettivo. Non importa quanto
siamo capaci di fare, l’unica cosa che conta è che lo riconosciamo presente il
Risorto, vivo, e assetato di noi.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Paul-Hippolyte Flandrin, Fra’ Angelico visitato dagli angeli,
1894
L'articolo Assetato di noi proviene da Pangea.
Brucia, invisibile fiamma,
altro di me non occorre.
Il resto tutto toglieranno.
E se no, chiederanno per favore;
e se no, disfarò da me medesima,
per la noia e l’orrore.
Come stella sulla culla,
come scolta in fitto bosco,
dondolando la catena,
brucia fiamma non veduta.
Tu lampada, il tuo olio le lacrime,
incrinatura del gelo del cuore,
sorriso di chi se ne va.
Tu brucia, ridai la novella
al Dio dei cieli: il Salvatore
ancora ricordano in terra,
del tutto ancora non dimèntichi…
(Ol’ga Sedakova, Antichi canti in Stichi, Moskva 1994 da Brucia invisibile
fiamma, Qiqajon, 1998)
*
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà
svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle
tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi
annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò
chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al
Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io
lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». (Mt 10,26-33)
*
Non abbiate paura degli uomini
Non avere paura degli uomini perché il Signore ha scelto di abitare e di salvare
la nostra umanità.
Non avere paura degli uomini non perché l’umano sia buono, non per l’ingenua
speranza che un giorno comprenderemo e finalmente impareremo a vivere in pace,
quelle sono ridicole utopie di chi non conosce il Cristo. Non avere paura
dell’uomo, nemmeno della nostra umanità, perché il Verbo si è fatto carne,
perché il Risorto abita con la sua misericordia anche il nostro peccato. Non
aver paura degli uomini perché l’uomo nulla può davanti al Crocifisso Risorto
che ha dato la vita per noi.
*
Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà
conosciuto
Il segreto che abita ogni uomo è di essere rigenerato dalla Misericordia divina.
Già qui, già ora: quel perdono scandaloso e immeritato che la logica del potere
politico tenta di ridicolizzare, che la logica dell’istituzione religiosa spesso
tenta di manipolare. Il segreto che ogni uomo porta in cuore è di essere già
pienamente amato e perdutamente perdonato. Questo basta. Riconoscere questo
sarebbe la nostra salvezza, ridimensionerebbe la nostra fanatica pretesa di
meritare la salvezza e dilaterebbe uno stile di vita libero da inutili pretese
verso chi crediamo d’amare.
Nulla di segreto che non sarà svelato. Il segreto è il luogo intimo
dell’incontro con il Risorto, “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi
la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel
segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6). La paura non può prevalere in un cuore che
ha imparato ad entrare nella camera della propria interiorità per farsi trovare
dagli occhi del Padre, Colui che abita il segreto.
Quando verrà alla luce che, nel segreto delle nostre storie, dimorava da sempre
l’Eterno, nulla di ciò che ci spaventa resisterà. Credere, credere fermamente,
credere che ciò che ci salva è la scelta irrevocabile del Padre: crocifiggersi
alle nostre storie. Il resto scompare.
*
Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che
ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
Nessuna paura allora di scendere nelle tenebre. Nelle tenebre del peccato, nelle
tenebre del mondo e perfino nelle tenebre del male che ci portiamo dentro,
perché il Signore è proprio nelle tenebre che parla. Beata la tenebra che ci
abita se è condizione per ascoltare la Parola del Risorto che risuona in noi, se
è motivo per sperimentare il Signore vivo che lì si fa trovare.
Nessuna paura di annunciare dalle terrazze quello che è annunciato all’orecchio.
Ma che sia davvero annuncio conforme alla Sua Parola e non fraintendimento da
falsi profeti. Annunciare solo ciò che Cristo ha incarnato, diventare
annunciatori con la nostra vita dello stile del Figlio dell’Uomo: uno stile che
il mondo mai potrà comprendere. (Che non comprendiamo noi quando rimaniamo
schiavi delle logiche del mondo!).
Annunciare la logica paradossale del Vangelo senza l’esperienza dell’incontro
personale con il Cristo Risorto, vivo e presente, sarebbe pura follia. Il
Vangelo senza la Sua parola annunciata al nostro orecchio sarebbe sacrificio
senza senso. Adesione a una logica fallimentare e pericolosa.
Egon Schiele, La coppia, 1909 ca.
Il mondo, quando accoglie il messaggio evangelico, è perché lo ha svuotato della
sua anima paradossale e incandescente. Un vago amore per gli amici, un senso di
giustizia rassicurante, la logica meritocratica verso i più buoni, la promessa
di un premio a chi segue le regole… questo è tutto quello che serve a qualsiasi
sistema per esercitare controllo. Sistemi politici o religiosi, non cambia
nulla. Falsi profeti. Solo chi, nelle tenebre e all’orecchio, ha sentito la Sua
voce può comprendere. Solo chi si è fatto penetrare dalla lama della Sua Parola
è credibile. Solo chi è rapito dal Cristo è veramente profetico.
Solo chi non ha più paura può mostrare il suo volto.
È solo per la sua presenza che il buio tenebroso del nostro peccato si trasforma
in ventre gravido per la nostra continua rinascita.
*
“E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo”.
> “Il vangelo è certamente buona notizia, ma al tempo stesso è anche
> contestazione radicale di un mondo che si costruisce nell’ignoranza di Dio e
> su valori estranei o contrari alla sua legge. Lo scontro è inevitabile. Se non
> disturba nessuno e non mette nulla in questione, si tratta ancora di
> vangelo?”
>
> (Commento delle letture domenicali a cura di Robert Gantoy e Romain Swaeles,
> San Paolo, 1992)
A disturbare non sarà il tentativo di costruire un’alternativa al male che
serpeggia nel mondo. Non siamo in grado di costruirla e il Cristo non ci chiede
questo. Non ci chiede di mostrare perfezioni umane convertite dal Vangelo, ci
chiede di mostrare Lui. Colui che ha potere sull’anima e sul corpo. Di mostrare
lui e non noi. Non convertiremo nessuno grazie alle nostre strategie pastorali.
Non convertiremo nessuno arroccandoci dietro ideologiche e sfinite polemiche;
l’unica cosa che conta è se ci convertiamo noi. E convertirsi significa
arrendersi al Signore. Lasciargli spazio. Di cosa dobbiamo avere paura se il
Risorto ci abita?
Ci abita come ha abitato peccatori, prostitute, ladri e traditori. Ci abita
quando sappiamo mostrarci per quello che siamo, quando non fingiamo di essere
migliori, quando riusciamo ad accettare che il nostro peccato è grande ma
proprio in quel peccato è incarnata la Sua presenza.
Certo che la fede sposta le montagne, ma è la sua di fede, in noi, Lui che ha
spostato la montagna del nostro peccato.
E non avremmo più nulla da fare, niente da costruire, nulla da sistemare. Non
avremo più paura dei tempi orrendi e violenti che viviamo, perché Lui è con noi,
proprio in questi tempi. Adesso.
Solo non ci crediamo. Altrimenti saremmo noi a fare paura. Al mondo.
Ecco cosa disturba il mondo: un uomo senza paura. Un uomo completamente rapito
dal Risorto.
Perché è proprio la paura che ci rende aggressivi, agguerriti, risentiti. È la
paura di perdere e di perderci, di rimanere soli, di non avere denaro, di essere
sopraffatti, di aver fallito la missione della vita, di aver sbagliato, di non
aver amato abbastanza, di avere avuto poco coraggio. Paura di aver sbagliato
vocazione, di aver trattenuto lo vita per timore. Paura di morire prima di aver
iniziato a vivere. È la paura di morire che aumenta la nostra paura di vivere.
Ma se Cristo è in noi, di cosa avere paura? Se proprio quei grovigli, che
rimangono tali, si mostrano il nido perfetto per incontrarlo, perché lui prenda
casa in noi allora nulla, nulla ci potrà mai spaventare. In quel momento saremo
finalmente veramente e definitivamente liberi. E non ci servirà altro. E non
chiederemo protezione a nessuno. Queste sono le persone fanno davvero paura al
mondo. Non quelle che cercano patetiche alternative, ma coloro che non cercano
nient’altro che la comunione con il Risorto.
Non hanno paura gli uomini e le donne che, come Pietro, smettono di promettere
fedeltà improbabili, quelle che perdono la faccia raccontando il loro
tradimento. Non hanno paura solo le persone così libere da lasciarsi portare
altrove da altri, persone per cui non importa più il dove perché sicure che
Cristo è in ogni dove. Cristo è vivo e ci parla in ogni altrove.
*
> “Per non temere, occorre cambiare in radice il criterio delle nostre
> valutazioni. Dobbiamo strappare la nostra attenzione dal giudizio degli
> uomini, e rivolgere invece l’attenzione al giudizio di Dio”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Non può aver paura chi ha un cuore di passero. Chi è leggero e insignificante
come un capello. Non può aver paura chi ha sperimentato che anche il filo
d’erba, e il fiore che sboccia non visto, e l’ultimo insetto del prato, tutto, è
in cammino di ritorno verso il Padre. Tutto è suo.
Non può morire di paura Cristo, il rigettato dagli uomini, perché sente che il
Suo Spirito è accolto dall’Eterno. E che nulla, nulla e nessuno, andrà perduto.
Ma fa paura un uomo così. Un uomo dal cuore di passero. Perché non serve a
niente, perché non pretende niente, perché è povero e felice, perché è ricco di
tutto, perché ama senza possedere, perché obbedisce alla vita e dalla vita si
lascia avvolgere. Fa paura l’uomo che non scade in polemiche, che è libero
rispetto agli schieramenti, che non attende d’essere riconosciuto dagli uomini
per essere felice. Fa paura un uomo così, perché nessun potere mai avrà potere
su di lui.
*
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò
davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli
uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
Fa paura il Cristo Crocifisso e Risorto, fa paura al mondo perché ne sovverte la
logica. Fa paura a noi, perché spesso la Sua voce non la sentiamo. Riconoscere
il Cristo davanti agli uomini non è esercizio intellettuale, ma vertice
d’abbandono fiducioso e totale.
Proprio perché riconosco il Risorto presente nella storia, a lui mi abbandono, a
lui tutto consegno di me. Credere è rinunciare a tutto, è rinunciare a qualsiasi
lotta, a qualsiasi diritto, credere è rinunciare a se stessi per essere tutto di
quella voce che un giorno ci ha preso il cuore. Consegnarsi al Padre assumendo
la stessa logica del Crocifisso. Consegnarsi è vivere da crocifissi all’Eterno
qui, adesso.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Egon Schiele, “Autoritratto come santo”, 1913
L'articolo Un uomo dal cuore di passero proviene da Pangea.
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe,
annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come
pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è
abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe
perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri
per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo
fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e
Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo;
Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e
non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore
perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno
dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i
lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
(Mt 9,36 – 10,8)
*
Come città fortificata cerchiamo di resistere all’invasione della Grazia. Ma il
Figlio dell’uomo è impietoso e impetuoso, città e villaggi subiscono la
conquista, veniamo saccheggiati dalla furia del suo Amore liberante, le trincee
delle nostre malattie e delle nostre infermità vengono ribaltate come fossero
banchi dei cambiavalute del Tempio, erano la nostra infantile forma di
resistenza. Rimanere pecore senza pastore, questo vogliamo, in fondo, per non
dover fare i conti con la libertà. Con il dover decidere di noi. Con il dover
scegliere quale pastore seguire.
Lui trascina via ogni cosa in nome della libertà. Nulla gli resiste. Un Cristo
non addomesticato dalle nostre ideologie non lascia tregua alle città delle
nostre sicurezze e ai villaggi delle nostre abitudini. Gesù Cristo incendia e
non lenisce, spoglia e non protegge, se ne sono accorti subito i sapienti, per
questo lo hanno osteggiato. Hanno cercato di ucciderlo. Pastore o contadino o
figlio del padrone, comunque crocifisso.
I poveri no, i poveri l’hanno seguito all’inizio, perché hanno confuso la
condivisione dei pani con una moltiplicazione e le beatitudini con una
rivoluzione. Ma alla fine, anche loro, hanno scelto Barabba.
Percorre le strade Cristo, non vuole lasciarci come pecore senza pastore, arriva
a scovare fino all’ultimo schiavo impaurito dalla vita. Si abbatte come
benedizione sul mondo, una piaga benevola e violenta. Non vorrebbe risparmiare
nessuno, molti però si nascondono, temono. Di perdersi.
Incomprensibile questa pagina senza intuirne il richiamo a Esodo. È pagina di
liberazione questa, è l’uscita definitiva, è la lotta per la libertà contro i
faraoni che ci portiamo dentro. Ed è lotta sempre all’ultimo sangue. Se si
accetta di affrontarla.
> “Lo spettacolo di questa turba stanca e sfinita, come pecore senza pastore,
> non dobbiamo coglierlo nella sua immediatezza emotiva. In realtà, quella turba
> non era senza pastori; ne aveva anche troppi! C’era un potere politico serio e
> severo come quello di Roma; c’era il potere religioso come quello del
> Sinedrio; c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti… Era un
> popolo ben irregimentato. Perché Gesù dice che era un gregge senza pastore?
> Appunto perché era un gregge stanco e sfinito; come ci stanca e ci sfinisce,
> dentro, la piramide dei poteri che è sulla nostra testa. L’uomo è stanco e
> sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza, nell’inerzia. La stanchezza
> è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida; la sua
> docilità non è che la mentita spoglia della stanchezza interiore”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984)
Siamo stanchi anche noi, sfiniti. Il potere cambia forma, è pervasivo, succhia
il sangue, si nutre di noi incantandoci di false promesse. Ne abbiamo fin troppo
di pastori, ci fiaccano, e tutti brandiscono la promessa della libertà. Creano
bisogni e propongono illusorie temporanee soluzioni. Anche la chiesa istituzione
non ne è indenne, quando si crede indispensabile, quando agisce il potere
chiamandolo servizio, quando svilisce la Parola per renderla “adeguata” al
mondo, quando moltiplica mille inutili strategie per non far morire forme di
presenza nel mondo invadenti e passate. Come credere che Cristo non sia
l’ennesima truffa alla nostra fiducia? Come catalogare il resto del mondo sotto
la categoria di falsi profeti ma lui no? E, soprattutto, come comprendere
davvero, al di là delle pose, da che parte stiamo noi?
*
Compassione
> “Cinque volte compare in Matteo il verbo splanchnízomai (9,36; 14,14; 15,32;
> 18,27; 20,34), modellato sul termine greco ta splánchna, le viscere, che
> l’antropologia biblica considera la sede della compassione”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Il Cristo è compassione. Prima di tutto questo. Non esiste libertà, non esiste
verità, non esiste pastore secondo la logica del Vangelo senza la compassione.
Un movimento viscerale che è la fonte dell’agire divino. È pagina comprensibile
solo alla luce di Esodo: è attraversata dalla logica di quel Dio che ascolta il
lamento del suo popolo, ne prova compassione e si mette in cammino per
liberarlo.
Non esiste verità fuori da questo atteggiamento di amore gratuito, attivo e
totale. Alla verità non basta la diagnosi perfetta di un errore, non la
descrizione dettagliata di una soluzione, la verità vuole il coinvolgimento
della compassione. Inutile moltiplicare i piani pastorali e le crociate
liturgiche, inutili i libri e i documenti vaticani se tutto questo non è
partorito da profonda compassione per ogni uomo. Ma forse è inutile vivere,
parlare, agire, stare, respirare se non lo facciamo con atteggiamento di
profonda compassione per la vita. Senza compassione quella che chiamiamo verità
si trasforma in condanna.
Una vita di fede è reale se aumenta la compassione che provo per i fratelli che
mai, ai miei occhi, sono degni di essere amati. Non è sul contesto che devo
agire ma sul mio sguardo che diventa libero solo se si conforma il più possibile
con quello del Padre. La libertà vera fa paura perché chiede conversione. E una
conversione che per il mondo non è altro che follia. Come imparare la
compassione verso il nemico? Come provare compassione dell’avversario? Come
immaginare un Dio che visceralmente prova compassione per la sua creatura
segnata dal peccato? Abbiamo paura della libertà e di seguire il Cristo pastore
perché è della compassione che abbiamo paura. Dell’incapacità di provarla. Della
fatica di reggerla quando è rivolta a noi.
Rembrandt, Cristo cura il lebbroso, 1650-1655
La strada per la libertà, secondo Cristo, passa da qui. L’uomo libero come Dio è
l’uomo compassionevole. E quindi rifiutato e crocifisso. È uomo marginale per il
mondo. La libertà fa paura. Gesù insegna e annuncia, e anche la sua parola è
innestata nella compassione, una parola che ha autorità la sua proprio perché è
Logos incarnato, è Verbo fatto carne per liberare la carne e riportarla a essere
quello per cui è nata, immagine e somiglianza di Dio.
Gesù guarisce, perché la compassione cura, è movimento di trasformazione
profondo, è la liberazione da tutto ciò che ci impedisce di constatare che siamo
fatti per l’Eterno.
*
La messe è abbondante e la libertà coinvolgente
> Mosè disse al Signore: “Il Signore, il Dio della vita di ogni essere vivente,
> metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel
> tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore
> non sia un gregge senza pastore”. Il Signore disse a Mosè: “Prenditi Giosuè,
> figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui”.
>
> (Numeri 27,15-17)
È pagina che profuma di Esodo, di Mosè e di popoli che imparano la dura fatica
della libertà. Una libertà che non è qualcosa da donare ma atteggiamento da
condividere. La libertà è comprensibile solo da chi è stato liberato. Mosè
chiede al Signore un uomo perché il popolo non sia un gregge senza pastore, e
così ecco Giosuè, figlio di Nun. E poi Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni,
Filippo… e Giuda l’Iscariota, e noi. La libertà fa paura perché vuole noi, non è
qualcosa, non è un ideale, non è nemmeno un dono, la libertà siamo noi quando ci
lasciamo invadere dal Cristo, quando ci lasciamo ri-nominare da lui, quando ci
consegniamo in suo possesso.
Libertà, paradossale libertà, è perdere noi stessi per lasciarci rapire dal
Compassionevole. Ed è prigionia così definitiva che nemmeno Giuda, nemmeno il
nostro tradimento, potrà mai spegnere la sua irriducibile compassione.
*
Il dominio sul male
> “La missione a cui sono inviati i Dodici consiste nel far retrocedere il male,
> nel compiere il bene come il loro Signore Gesù, nel predicare il Regno narrato
> da Gesù nella sua persona. Essa si situa tra il dono e la responsabilità:
> «gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (Mt 10,8). La missione è
> evocata nella sua interezza non come un fare, ma come un ricevere e un dare.
> Chiedere o ricevere denaro è incompatibile con la gratuità dell’annuncio
> messianico: sarebbe smentire il dono gratuitamente ricevuto”.
>
> (Comunità di Bose, Eucaristia e Parola, Vita e Pensiero, 2010)
La libertà è avere il dominio sul male. È vivere con fede, sapendo cioè che la
compassione divina ha raggiunto anche l’angolo più oscuro del creato, è muoversi
da rabdomanti del divino, è suscitare l’Eterno dalle cose.
La libertà è lasciarsi coinvolgere in questo movimento di liberazione di tutto
il Creato. Tutto è fatto per ritornare al Padre e noi, compassionevoli e quindi
liberi, siamo chiamati a indicarlo, a suscitarlo, ad accompagnarlo. Non siamo
noi a liberare, noi siamo stati liberati e lo testimoniamo. Non siamo noi ad
amare. Non siamo noi a salvare. Non siamo noi. Ma il Compassionevole in noi. Noi
suoi inutili ma liberi strumenti.
È pagina di Esodo questa, e forse è anche per questo che Cristo chiede ai suoi
discepoli di andare prima dalle pecore perdute della casa d’Israele, perché
dovrebbero aver memoria dell’Egitto e del faraone e del deserto e del Mar Rosso,
dovrebbero ricordare d’essere stati liberati. Ma questo non è immediato, la
memoria non basta. Non accade. Per essere davvero liberi serve compassione,
serve lasciarsi rapire dal Risorto.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Jan Vermeer, “Cristo in casa di Marta e Maria”, 1656 ca.
L'articolo Libertà e compassione proviene da Pangea.
«Sono io il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel
deserto…ce sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo: chi ne mangia
non muore. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane
vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui
darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del
Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi
mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò
nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera
bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il
Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui
che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e
morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
(Gv 6, 48-58)
*
Chi ne mangia non muore
> Sono io il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel
> deserto…e sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo: chi ne mangia
> non muore.
>
> (Gv 6,48-50)
> “Gesù poi spiega che questo sacramento dà l’unione con lui in maniera
> perfetta. È ciò che possiamo chiamare l’interiorità reciproca «Chi mangia la
> mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui». Questa formula è
> sorprendente. noi siamo portati a pensare che chi mangia l’Eucarestia riceve
> Gesù in sé; invece Gesù dice prima: «Chi mangia la mia carne e beve il mio
> sangue dimora in me». Noi dimoriamo in Gesù, e Gesù in noi. Sono le due
> dimensioni dell’Eucarestia”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, Apostolato della
> Preghiera, 2004)
I padri hanno mangiato la manna e sono morti, un miracolo incagliato tra i denti
a soffocare l’illusione che Dio fosse la risposta alle nostre mondane fami. Si
muore mangiando manna se non si impara ad ascoltare davvero il proprio corpo. Il
nostro corpo. Questa carne malata di Infinito, questo sangue che implora
d’essere bevuto dall’Eterno. Muoiono i padri che mangiano manna e si
accontentano di sopravvivere al deserto che si portano dentro. E siamo morti
tante volte anche noi, ogni volta che abbiamo strappato morsi di tempo da
aggiungere ad altro tempo. E sapevamo, in cuor nostro, che stavamo solo
dilatando la condanna.
Nemmeno mangiare la tua carne basta a sopravvivere. Nemmeno azzannare il sacro,
cibarsi solo di te. Nemmeno questo basta. Non basta a te che, come cerva che
anela a fonti d’acqua, abbassi il tuo muso in noi. Dissetiamo Dio con il nostro
sangue. Interiorità reciproca.
Non basta scendere in noi, interiorità assoluta, staccandosi dal mondo, non
basta la pace, non basta la perfettissima quiete, ci si inabissa per scoprire la
tua fame di noi, la divina sete del Creatore per la sua creatura. E sembra ogni
volta sempre troppo. E non regge nessuna immagine di te, Dio così perso d’amore
per noi. Non regge il nostro cuore mentre ti immaginiamo mendicante delle nostre
miserie. Si frantuma il concetto di Dio. Ci spaventa la tua decisione di
nasconderti in noi.
Perché non ci hai comandato di essere obbedienti? Perché non ti sei limitato a
esaudirci? Perché non sei rimasto manna? Ti avremmo adorato, divorato,
implorato, giorno dopo giorno. Avremmo imparato ad avere bisogno di te. Ti
avremmo pregato. Invece no, tu non sei manna, il tuo corpo non scivola in
putrefazione. Tu sei la nostra dimora e noi la tua.
I padri muoiono se si affidano alla manna, chi non muore è solo chi si affida a
te, a te che dimori in noi. Perché se tu sei nell’uomo e quindi non possiamo più
morire, morirebbe Dio, moriresti tu. Ci tieni in vita. E ti lasci tenere in vita
da noi. Non credo ci sia definizione più lucida dell’Amore. Interiorità
reciproca.
> “Tutto avviene come se, con la morte dell’uomo Gesù, la vita stessa del Figlio
> non restasse più solamente in lui, ma diventasse comunicabile ai suoi”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
*
Carne
> Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in
> eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
>
> (Gv 6,51)
> “Con il termine «carne» (sárx) Gesù non intende la sostanza corporea
> dell’organismo umano, ma se stesso nella condizione mortale. (…) la parola
> «carne» specifica nel prologo il modo della presenza del Logos tra noi (1,14):
> esso quindi tiene viva qui l’idea del mistero dell’Incarnazione che il
> discorso ha messo in rilievo col tema della discesa dal cielo”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Tu sei vaso di nardo purissimo, sei nato per la frantumazione che esplode in
profumo, tu sei il sepolcro che sbriciola in luce, tu sei la carne che tiene in
vita il mondo.
Tu sei uno scrigno, oro, incenso e mirra, tu sei epifania di Dio che disceso dal
cielo giura destini d’eternità per le nostre vite.
Tu ci preghi perché noi possiamo avere fame di te. Anche questo è difficile. La
fame di vita la provano davvero i condannati a morte, i malati, i falliti, gli
storpi, i ciechi. La fame di vita non si conquista, arriva per sfinimento. La
fame di te è dei santi ma solo dal fondo della loro notte oscura. La fame di te
grida dalla ferita estrema di chi ha smesso di credere in sé. La fame di vita
grida dai bordi delle strade, si fa largo tra i perfetti per piangere sui tuoi
piedi. La fame di vita è l’approdo di una vita che ha imparato a perdere tutto.
La fame di te è la forza che ci attira a fondo, nel baratro, nella mangiatoia.
Tu stai, accovacciato tra le nostre ombre. Fede, fede vera, è il perdersi di Dio
tra le braccia dell’uomo, è l’abbraccio di due naufraghi.
“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, e così credere in
Dio è guardare Cristo. Nessun altro modo ci è concesso. Un Dio incarnato in
condizione mortale a trasformare il Cielo in ventre di partoriente. Piove Dio
tra le carni del mondo. Discesa. Svuotamento. Consegna. Lui è la stella cometa e
noi terreni d’arare di incandescente promessa. Servono occhi che sappiano
vedere. Che sappiano reggere la violenza di questa traiettoria.
Il Verbo precipitato in vagito di bambino, silenziato in germoglio di corpo,
esploso per tre anni su un frammento santo di terra, inchiodato al legno e,
qualcuno dice, rientrato nel seno dell’Eterno. Gli occhi sanguinano, hanno
paura. Credere è procedere per la stessa traiettoria, da morte in vita. È cedere
finalmente, e riconoscere la vera vocazione del nostro corpo. Siamo al mondo per
tornare al Padre. La vita spirituale non è altro che paziente istruzione della
profonda nostra nostalgia.
Precipitato di Grazia in carne d’uomo, ci si deve chinare fino a raccogliere
frammenti di Dio nell’angolo più lontano del nostro peccato. Cristo in noi è Dio
che fa tana nei nostri meandri. Senza chiedere permesso. Un Dio accovacciato nel
punto più lontano dal Padre: in noi. Nascosto tra i rovi dell’eterno paradiso.
Nascosto tra i peccatori.
Un Dio alfa e omega, accerchiamento salvifico. Un Dio in mezzo, immischiato,
sporco di noi.
*
Il Rifiuto
> Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui
> darci la sua carne da mangiare?».
>
> (Gv 6,52)
> “…essi si rifiutano che la salvezza universale e anzitutto la loro salvezza,
> possa provenire dal dono di sé di un uomo. Essi si rifiutano di dipendere
> radicalmente, per la vita eterna, da questo Gesù che sta parlando con loro,
> dipendenza intollerabile e anche sacrilega per chi non riconosce altro
> salvatore che Dio. La prima obiezione esprimeva il rifiuto del Logos, la
> seconda nega che la morte di Gesù sia sorgente di vita per tutti gli uomini. È
> lo scandalo della croce che qui affiora”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Dipendere radicalmente da te che parli con noi. In noi. Sta tutto qui. Nessuna
conquista, non sei meta per gli illuminati, non premio per i perfetti, non sei
approdo di immacolate liturgie, non la consegna dei nostri meriti. Ciò che
facciamo, la morale, non ti interessa. Dipende solo quanto sentiamo di dipendere
da te. Come l’aria che respiriamo, il pane e la terra su cui camminiamo. Come il
cielo, il tempo, il caldo e il freddo. Dipende solo da quanto realmente sentiamo
di dipendere da te. Solo questo. Se tu non ci fossi io morirei. (E che tu ci
sussurri la stessa promessa mi pare sempre incredibile).
Ti rifiutiamo solo quando non abbiamo più fame di te. Allora, in quel momento
preferiremmo tu ci chiedessi santità. Perché santi si può diventare. Perché
l’amore si può fare e i precetti si possono moltiplicare ma la fame, la fame si
può solo dilatare smettendo di mangiare. Forse la fede è solo smettere. Smettere
tutto fino ad arrivare a Te. E in quel momento, esattamente alla fine, al
termine di tutto, solo lì, ormai liberati da qualsiasi cosa, anche e soprattutto
di quella che ritenevamo più santa, lì, inchiodati alla nostra benedetta
miseria, verificare finalmente se davvero era fame di te. O solo impalcatura
verniciata di sacro delle nostre noiosissime fantasie. Solo lì, quando avremo
perso tutto e tutti, quando nulla ci sembrerà più desiderabile, nemmeno il
tempo, solo lì scuoiati nel nostro intimo, scopriremmo se siamo stati tua dimora
oppure no. Tu divina intollerabile, indispensabile, dipendenza.
*
Carne e sangue
> Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne
> del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi
> mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò
> nell’ultimo giorno”.
>
> (Gv 6,53-54)
> “(Gesù) però evita subito ogni malinteso dicendo non «la mia carne» ma «la
> carne del Figlio dell’uomo». I giudei avevano indicato Gesù come uomo comune
> (costui), persistendo a non vedere in lui che un individuo come gli altri; di
> qui il loro rifiuto del suo annuncio. In realtà, colui che parla a loro non
> appartiene a questa creazione, egli appartiene al mondo dell’alto. Del Figlio
> dell’uomo il lettore sa che è in comunione permanente col cielo (1,51), che è
> disceso per essere «innalzato» (3,14s) e che vi risalirà (6,62). Con questo
> titolo l’evangelista designa certamente il Figlio di Dio nel suo itinerario di
> Salvatore; al livello dell’episodio concreto, gli uditori sono invitati a non
> fermare il loro sguardo sull’essere umano che sta loro di fronte, ma a
> sollevarlo verso Colui che, secondo la loro tradizione apocalittica, domina i
> secoli”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
La carne del Figlio dell’uomo. Figlio dell’uomo. Ecco perché sono morto, come i
padri, quando ho mangiato la manna dell’illusione antropologica. Non basta la
carne. Non basta l’uomo, nemmeno l’uomo che ama, che vive in comunione, che
pensa e che aiuta i poveri. Non basta la manna di un’antropologia buona e
condivisa, non basta il galateo parrocchiale, non basta la carne se tu non fossi
il Figlio dell’uomo.
Ancora movimento d’incarnazione. Dal cielo alla nostra carne per innalzarci al
Padre. Dobbiamo battezzarci in te, non basta amare l’uomo. Dobbiamo amare te
nell’uomo, trovare te. Nessun gesto meramente umano basta a dare senso alla
vita, questo dovremmo aver capito. Amare, condividere il pane, perdonare,
ascoltare… ogni cosa ha senso solo se battezzata in te. Se tu non ti fossi fatto
uomo a nulla servirebbe la patetica recita della condivisione. Etica per poveri
illusi, religione ad uso dei potenti per controllare i miseri.
Se tu non fossi Figlio dell’Uomo, se tu non fossi Logos fatto carne noi non
avremmo in noi la vita. Balbettare strategie solamente orizzontali è illudersi
d’essere Dio. E interpretazione perfetta del nulla, il sorriso imposto alla
disperazione. Se tu non fossi Figlio dell’Uomo io non avrei in me la vita. Cioè
non avrei in me niente. Questa è la fede, sentirsi conchiglie vuote trasportate
a riva dagli eventi, abbandonate e disperate, se tu non fossi tu.
*
Vero cibo
> Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
>
> (Gv 6,55)
> L’aggettivo «vero» (alethés) equivale all’avverbio «veramente»: questa carne e
> questo sangue si rivelano come gli elementi in grado di compiere perfettamente
> la funzione di soddisfare la fame e la sete di cui Gesù parlava nell’annuncio
> sapienziale di 6,35b: «chi viene a me non avrà mai più fame, chi crede in me
> non avrà mai più sete».
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Elencare i nostri bisogni non è facile Signore ma forse è ancora più difficile
affidarci alla tua promessa. Credere e cedere, seguirti. Perché se ti seguiamo
tu prometti di soddisfare la nostra fame e la nostra sete. Ma se non avremo più
fame e non avremo più sete cosa saremo diventati? Cosa rimane dell’uomo svuotato
dai suoi bisogni, cosa rimarrà di noi quando non avremo più bisogno di cercarti?
Forse fa ancora più paura questa tua promessa. Esodo faticoso da immaginare. Ci
chiedi di amarti così tanto da perdere noi stessi. Da entrare in te. Interiorità
reciproca. Tu nel Padre e noi in te e la Trinità in noi. E non avremo più fame e
non avremo più sete perché sarai tutto in tutti.
*
Dimorare in Lui
> Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il
> Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui
> che mangia me vivrà per me.
>
> (Gv 6,56-57)
> “Ma Gesù va ancora oltre quando annuncia: «Colui che mangia me dimora in me e
> io in lui». Questa formula non significa un’assimilazione che diventerebbe
> fusione, ma una comunione tra persone. Questa prospettiva «mistica» è propria
> della rivelazione cristiana”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Nessuna assimilazione, non la diluizione della mia identità nella grande luce
indistinta, non il mio sciogliermi nell’Oceano di luce, non la fusione ma la
comunione tra persone. È il movimento trinitario. Essere vivi per imparare
questo. Agire mistico. Passaggio quotidiano dalla morte alla vita.
> Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e
> morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.
>
> (Gv 6,58)
> “La manna data da Dio nel deserto e la Legge data da Dio al Sinai erano la
> figura annunciatrice del «vero» pane che è Gesù, dato da Dio e donatosi fino
> alla morte per compiere il nostro passaggio dalla morte alla vita”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Siamo vivi per accompagnare ogni cosa alla vita. Siamo vivi per sabotare le
apparenze, se siamo figli del Cielo, le cose non sono nate per sprofondare nella
tomba ma per innalzarsi all’Eterno. Siamo vivi per educare il nostro sguardo a
tracciare traiettorie di vita. Siamo vivi quando, battezzati nell’agire di
Cristo, ogni nostro atto testimonia il destino d’eterno che abita l’uomo.
Cristo non ha fatto altro, non è stato altro: passaggio dalla morte alla
pienezza del Padre. E non poteva non risorgere. Era già Resurrezione.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Eugène Delacroix, “Cristo in croce”, schizzo del 1850; nel testo,
disegni preparatori di Jean-Auguste-Dominique Ingres
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