Brucia, invisibile fiamma,
altro di me non occorre.
Il resto tutto toglieranno.
E se no, chiederanno per favore;
e se no, disfarò da me medesima,
per la noia e l’orrore.
Come stella sulla culla,
come scolta in fitto bosco,
dondolando la catena,
brucia fiamma non veduta.
Tu lampada, il tuo olio le lacrime,
incrinatura del gelo del cuore,
sorriso di chi se ne va.
Tu brucia, ridai la novella
al Dio dei cieli: il Salvatore
ancora ricordano in terra,
del tutto ancora non dimèntichi…
(Ol’ga Sedakova, Antichi canti in Stichi, Moskva 1994 da Brucia invisibile
fiamma, Qiqajon, 1998)
*
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà
svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle
tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi
annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò
chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al
Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io
lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». (Mt 10,26-33)
*
Non abbiate paura degli uomini
Non avere paura degli uomini perché il Signore ha scelto di abitare e di salvare
la nostra umanità.
Non avere paura degli uomini non perché l’umano sia buono, non per l’ingenua
speranza che un giorno comprenderemo e finalmente impareremo a vivere in pace,
quelle sono ridicole utopie di chi non conosce il Cristo. Non avere paura
dell’uomo, nemmeno della nostra umanità, perché il Verbo si è fatto carne,
perché il Risorto abita con la sua misericordia anche il nostro peccato. Non
aver paura degli uomini perché l’uomo nulla può davanti al Crocifisso Risorto
che ha dato la vita per noi.
*
Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà
conosciuto
Il segreto che abita ogni uomo è di essere rigenerato dalla Misericordia divina.
Già qui, già ora: quel perdono scandaloso e immeritato che la logica del potere
politico tenta di ridicolizzare, che la logica dell’istituzione religiosa spesso
tenta di manipolare. Il segreto che ogni uomo porta in cuore è di essere già
pienamente amato e perdutamente perdonato. Questo basta. Riconoscere questo
sarebbe la nostra salvezza, ridimensionerebbe la nostra fanatica pretesa di
meritare la salvezza e dilaterebbe uno stile di vita libero da inutili pretese
verso chi crediamo d’amare.
Nulla di segreto che non sarà svelato. Il segreto è il luogo intimo
dell’incontro con il Risorto, “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi
la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel
segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6). La paura non può prevalere in un cuore che
ha imparato ad entrare nella camera della propria interiorità per farsi trovare
dagli occhi del Padre, Colui che abita il segreto.
Quando verrà alla luce che, nel segreto delle nostre storie, dimorava da sempre
l’Eterno, nulla di ciò che ci spaventa resisterà. Credere, credere fermamente,
credere che ciò che ci salva è la scelta irrevocabile del Padre: crocifiggersi
alle nostre storie. Il resto scompare.
*
Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che
ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
Nessuna paura allora di scendere nelle tenebre. Nelle tenebre del peccato, nelle
tenebre del mondo e perfino nelle tenebre del male che ci portiamo dentro,
perché il Signore è proprio nelle tenebre che parla. Beata la tenebra che ci
abita se è condizione per ascoltare la Parola del Risorto che risuona in noi, se
è motivo per sperimentare il Signore vivo che lì si fa trovare.
Nessuna paura di annunciare dalle terrazze quello che è annunciato all’orecchio.
Ma che sia davvero annuncio conforme alla Sua Parola e non fraintendimento da
falsi profeti. Annunciare solo ciò che Cristo ha incarnato, diventare
annunciatori con la nostra vita dello stile del Figlio dell’Uomo: uno stile che
il mondo mai potrà comprendere. (Che non comprendiamo noi quando rimaniamo
schiavi delle logiche del mondo!).
Annunciare la logica paradossale del Vangelo senza l’esperienza dell’incontro
personale con il Cristo Risorto, vivo e presente, sarebbe pura follia. Il
Vangelo senza la Sua parola annunciata al nostro orecchio sarebbe sacrificio
senza senso. Adesione a una logica fallimentare e pericolosa.
Egon Schiele, La coppia, 1909 ca.
Il mondo, quando accoglie il messaggio evangelico, è perché lo ha svuotato della
sua anima paradossale e incandescente. Un vago amore per gli amici, un senso di
giustizia rassicurante, la logica meritocratica verso i più buoni, la promessa
di un premio a chi segue le regole… questo è tutto quello che serve a qualsiasi
sistema per esercitare controllo. Sistemi politici o religiosi, non cambia
nulla. Falsi profeti. Solo chi, nelle tenebre e all’orecchio, ha sentito la Sua
voce può comprendere. Solo chi si è fatto penetrare dalla lama della Sua Parola
è credibile. Solo chi è rapito dal Cristo è veramente profetico.
Solo chi non ha più paura può mostrare il suo volto.
È solo per la sua presenza che il buio tenebroso del nostro peccato si trasforma
in ventre gravido per la nostra continua rinascita.
*
“E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo”.
> “Il vangelo è certamente buona notizia, ma al tempo stesso è anche
> contestazione radicale di un mondo che si costruisce nell’ignoranza di Dio e
> su valori estranei o contrari alla sua legge. Lo scontro è inevitabile. Se non
> disturba nessuno e non mette nulla in questione, si tratta ancora di
> vangelo?”
>
> (Commento delle letture domenicali a cura di Robert Gantoy e Romain Swaeles,
> San Paolo, 1992)
A disturbare non sarà il tentativo di costruire un’alternativa al male che
serpeggia nel mondo. Non siamo in grado di costruirla e il Cristo non ci chiede
questo. Non ci chiede di mostrare perfezioni umane convertite dal Vangelo, ci
chiede di mostrare Lui. Colui che ha potere sull’anima e sul corpo. Di mostrare
lui e non noi. Non convertiremo nessuno grazie alle nostre strategie pastorali.
Non convertiremo nessuno arroccandoci dietro ideologiche e sfinite polemiche;
l’unica cosa che conta è se ci convertiamo noi. E convertirsi significa
arrendersi al Signore. Lasciargli spazio. Di cosa dobbiamo avere paura se il
Risorto ci abita?
Ci abita come ha abitato peccatori, prostitute, ladri e traditori. Ci abita
quando sappiamo mostrarci per quello che siamo, quando non fingiamo di essere
migliori, quando riusciamo ad accettare che il nostro peccato è grande ma
proprio in quel peccato è incarnata la Sua presenza.
Certo che la fede sposta le montagne, ma è la sua di fede, in noi, Lui che ha
spostato la montagna del nostro peccato.
E non avremmo più nulla da fare, niente da costruire, nulla da sistemare. Non
avremo più paura dei tempi orrendi e violenti che viviamo, perché Lui è con noi,
proprio in questi tempi. Adesso.
Solo non ci crediamo. Altrimenti saremmo noi a fare paura. Al mondo.
Ecco cosa disturba il mondo: un uomo senza paura. Un uomo completamente rapito
dal Risorto.
Perché è proprio la paura che ci rende aggressivi, agguerriti, risentiti. È la
paura di perdere e di perderci, di rimanere soli, di non avere denaro, di essere
sopraffatti, di aver fallito la missione della vita, di aver sbagliato, di non
aver amato abbastanza, di avere avuto poco coraggio. Paura di aver sbagliato
vocazione, di aver trattenuto lo vita per timore. Paura di morire prima di aver
iniziato a vivere. È la paura di morire che aumenta la nostra paura di vivere.
Ma se Cristo è in noi, di cosa avere paura? Se proprio quei grovigli, che
rimangono tali, si mostrano il nido perfetto per incontrarlo, perché lui prenda
casa in noi allora nulla, nulla ci potrà mai spaventare. In quel momento saremo
finalmente veramente e definitivamente liberi. E non ci servirà altro. E non
chiederemo protezione a nessuno. Queste sono le persone fanno davvero paura al
mondo. Non quelle che cercano patetiche alternative, ma coloro che non cercano
nient’altro che la comunione con il Risorto.
Non hanno paura gli uomini e le donne che, come Pietro, smettono di promettere
fedeltà improbabili, quelle che perdono la faccia raccontando il loro
tradimento. Non hanno paura solo le persone così libere da lasciarsi portare
altrove da altri, persone per cui non importa più il dove perché sicure che
Cristo è in ogni dove. Cristo è vivo e ci parla in ogni altrove.
*
> “Per non temere, occorre cambiare in radice il criterio delle nostre
> valutazioni. Dobbiamo strappare la nostra attenzione dal giudizio degli
> uomini, e rivolgere invece l’attenzione al giudizio di Dio”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Non può aver paura chi ha un cuore di passero. Chi è leggero e insignificante
come un capello. Non può aver paura chi ha sperimentato che anche il filo
d’erba, e il fiore che sboccia non visto, e l’ultimo insetto del prato, tutto, è
in cammino di ritorno verso il Padre. Tutto è suo.
Non può morire di paura Cristo, il rigettato dagli uomini, perché sente che il
Suo Spirito è accolto dall’Eterno. E che nulla, nulla e nessuno, andrà perduto.
Ma fa paura un uomo così. Un uomo dal cuore di passero. Perché non serve a
niente, perché non pretende niente, perché è povero e felice, perché è ricco di
tutto, perché ama senza possedere, perché obbedisce alla vita e dalla vita si
lascia avvolgere. Fa paura l’uomo che non scade in polemiche, che è libero
rispetto agli schieramenti, che non attende d’essere riconosciuto dagli uomini
per essere felice. Fa paura un uomo così, perché nessun potere mai avrà potere
su di lui.
*
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò
davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli
uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
Fa paura il Cristo Crocifisso e Risorto, fa paura al mondo perché ne sovverte la
logica. Fa paura a noi, perché spesso la Sua voce non la sentiamo. Riconoscere
il Cristo davanti agli uomini non è esercizio intellettuale, ma vertice
d’abbandono fiducioso e totale.
Proprio perché riconosco il Risorto presente nella storia, a lui mi abbandono, a
lui tutto consegno di me. Credere è rinunciare a tutto, è rinunciare a qualsiasi
lotta, a qualsiasi diritto, credere è rinunciare a se stessi per essere tutto di
quella voce che un giorno ci ha preso il cuore. Consegnarsi al Padre assumendo
la stessa logica del Crocifisso. Consegnarsi è vivere da crocifissi all’Eterno
qui, adesso.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Egon Schiele, “Autoritratto come santo”, 1913
L'articolo Un uomo dal cuore di passero proviene da Pangea.
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Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe,
annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come
pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è
abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe
perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri
per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo
fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e
Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo;
Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e
non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore
perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno
dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i
lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
(Mt 9,36 – 10,8)
*
Come città fortificata cerchiamo di resistere all’invasione della Grazia. Ma il
Figlio dell’uomo è impietoso e impetuoso, città e villaggi subiscono la
conquista, veniamo saccheggiati dalla furia del suo Amore liberante, le trincee
delle nostre malattie e delle nostre infermità vengono ribaltate come fossero
banchi dei cambiavalute del Tempio, erano la nostra infantile forma di
resistenza. Rimanere pecore senza pastore, questo vogliamo, in fondo, per non
dover fare i conti con la libertà. Con il dover decidere di noi. Con il dover
scegliere quale pastore seguire.
Lui trascina via ogni cosa in nome della libertà. Nulla gli resiste. Un Cristo
non addomesticato dalle nostre ideologie non lascia tregua alle città delle
nostre sicurezze e ai villaggi delle nostre abitudini. Gesù Cristo incendia e
non lenisce, spoglia e non protegge, se ne sono accorti subito i sapienti, per
questo lo hanno osteggiato. Hanno cercato di ucciderlo. Pastore o contadino o
figlio del padrone, comunque crocifisso.
I poveri no, i poveri l’hanno seguito all’inizio, perché hanno confuso la
condivisione dei pani con una moltiplicazione e le beatitudini con una
rivoluzione. Ma alla fine, anche loro, hanno scelto Barabba.
Percorre le strade Cristo, non vuole lasciarci come pecore senza pastore, arriva
a scovare fino all’ultimo schiavo impaurito dalla vita. Si abbatte come
benedizione sul mondo, una piaga benevola e violenta. Non vorrebbe risparmiare
nessuno, molti però si nascondono, temono. Di perdersi.
Incomprensibile questa pagina senza intuirne il richiamo a Esodo. È pagina di
liberazione questa, è l’uscita definitiva, è la lotta per la libertà contro i
faraoni che ci portiamo dentro. Ed è lotta sempre all’ultimo sangue. Se si
accetta di affrontarla.
> “Lo spettacolo di questa turba stanca e sfinita, come pecore senza pastore,
> non dobbiamo coglierlo nella sua immediatezza emotiva. In realtà, quella turba
> non era senza pastori; ne aveva anche troppi! C’era un potere politico serio e
> severo come quello di Roma; c’era il potere religioso come quello del
> Sinedrio; c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti… Era un
> popolo ben irregimentato. Perché Gesù dice che era un gregge senza pastore?
> Appunto perché era un gregge stanco e sfinito; come ci stanca e ci sfinisce,
> dentro, la piramide dei poteri che è sulla nostra testa. L’uomo è stanco e
> sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza, nell’inerzia. La stanchezza
> è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida; la sua
> docilità non è che la mentita spoglia della stanchezza interiore”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984)
Siamo stanchi anche noi, sfiniti. Il potere cambia forma, è pervasivo, succhia
il sangue, si nutre di noi incantandoci di false promesse. Ne abbiamo fin troppo
di pastori, ci fiaccano, e tutti brandiscono la promessa della libertà. Creano
bisogni e propongono illusorie temporanee soluzioni. Anche la chiesa istituzione
non ne è indenne, quando si crede indispensabile, quando agisce il potere
chiamandolo servizio, quando svilisce la Parola per renderla “adeguata” al
mondo, quando moltiplica mille inutili strategie per non far morire forme di
presenza nel mondo invadenti e passate. Come credere che Cristo non sia
l’ennesima truffa alla nostra fiducia? Come catalogare il resto del mondo sotto
la categoria di falsi profeti ma lui no? E, soprattutto, come comprendere
davvero, al di là delle pose, da che parte stiamo noi?
*
Compassione
> “Cinque volte compare in Matteo il verbo splanchnízomai (9,36; 14,14; 15,32;
> 18,27; 20,34), modellato sul termine greco ta splánchna, le viscere, che
> l’antropologia biblica considera la sede della compassione”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Il Cristo è compassione. Prima di tutto questo. Non esiste libertà, non esiste
verità, non esiste pastore secondo la logica del Vangelo senza la compassione.
Un movimento viscerale che è la fonte dell’agire divino. È pagina comprensibile
solo alla luce di Esodo: è attraversata dalla logica di quel Dio che ascolta il
lamento del suo popolo, ne prova compassione e si mette in cammino per
liberarlo.
Non esiste verità fuori da questo atteggiamento di amore gratuito, attivo e
totale. Alla verità non basta la diagnosi perfetta di un errore, non la
descrizione dettagliata di una soluzione, la verità vuole il coinvolgimento
della compassione. Inutile moltiplicare i piani pastorali e le crociate
liturgiche, inutili i libri e i documenti vaticani se tutto questo non è
partorito da profonda compassione per ogni uomo. Ma forse è inutile vivere,
parlare, agire, stare, respirare se non lo facciamo con atteggiamento di
profonda compassione per la vita. Senza compassione quella che chiamiamo verità
si trasforma in condanna.
Una vita di fede è reale se aumenta la compassione che provo per i fratelli che
mai, ai miei occhi, sono degni di essere amati. Non è sul contesto che devo
agire ma sul mio sguardo che diventa libero solo se si conforma il più possibile
con quello del Padre. La libertà vera fa paura perché chiede conversione. E una
conversione che per il mondo non è altro che follia. Come imparare la
compassione verso il nemico? Come provare compassione dell’avversario? Come
immaginare un Dio che visceralmente prova compassione per la sua creatura
segnata dal peccato? Abbiamo paura della libertà e di seguire il Cristo pastore
perché è della compassione che abbiamo paura. Dell’incapacità di provarla. Della
fatica di reggerla quando è rivolta a noi.
Rembrandt, Cristo cura il lebbroso, 1650-1655
La strada per la libertà, secondo Cristo, passa da qui. L’uomo libero come Dio è
l’uomo compassionevole. E quindi rifiutato e crocifisso. È uomo marginale per il
mondo. La libertà fa paura. Gesù insegna e annuncia, e anche la sua parola è
innestata nella compassione, una parola che ha autorità la sua proprio perché è
Logos incarnato, è Verbo fatto carne per liberare la carne e riportarla a essere
quello per cui è nata, immagine e somiglianza di Dio.
Gesù guarisce, perché la compassione cura, è movimento di trasformazione
profondo, è la liberazione da tutto ciò che ci impedisce di constatare che siamo
fatti per l’Eterno.
*
La messe è abbondante e la libertà coinvolgente
> Mosè disse al Signore: “Il Signore, il Dio della vita di ogni essere vivente,
> metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel
> tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore
> non sia un gregge senza pastore”. Il Signore disse a Mosè: “Prenditi Giosuè,
> figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui”.
>
> (Numeri 27,15-17)
È pagina che profuma di Esodo, di Mosè e di popoli che imparano la dura fatica
della libertà. Una libertà che non è qualcosa da donare ma atteggiamento da
condividere. La libertà è comprensibile solo da chi è stato liberato. Mosè
chiede al Signore un uomo perché il popolo non sia un gregge senza pastore, e
così ecco Giosuè, figlio di Nun. E poi Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni,
Filippo… e Giuda l’Iscariota, e noi. La libertà fa paura perché vuole noi, non è
qualcosa, non è un ideale, non è nemmeno un dono, la libertà siamo noi quando ci
lasciamo invadere dal Cristo, quando ci lasciamo ri-nominare da lui, quando ci
consegniamo in suo possesso.
Libertà, paradossale libertà, è perdere noi stessi per lasciarci rapire dal
Compassionevole. Ed è prigionia così definitiva che nemmeno Giuda, nemmeno il
nostro tradimento, potrà mai spegnere la sua irriducibile compassione.
*
Il dominio sul male
> “La missione a cui sono inviati i Dodici consiste nel far retrocedere il male,
> nel compiere il bene come il loro Signore Gesù, nel predicare il Regno narrato
> da Gesù nella sua persona. Essa si situa tra il dono e la responsabilità:
> «gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (Mt 10,8). La missione è
> evocata nella sua interezza non come un fare, ma come un ricevere e un dare.
> Chiedere o ricevere denaro è incompatibile con la gratuità dell’annuncio
> messianico: sarebbe smentire il dono gratuitamente ricevuto”.
>
> (Comunità di Bose, Eucaristia e Parola, Vita e Pensiero, 2010)
La libertà è avere il dominio sul male. È vivere con fede, sapendo cioè che la
compassione divina ha raggiunto anche l’angolo più oscuro del creato, è muoversi
da rabdomanti del divino, è suscitare l’Eterno dalle cose.
La libertà è lasciarsi coinvolgere in questo movimento di liberazione di tutto
il Creato. Tutto è fatto per ritornare al Padre e noi, compassionevoli e quindi
liberi, siamo chiamati a indicarlo, a suscitarlo, ad accompagnarlo. Non siamo
noi a liberare, noi siamo stati liberati e lo testimoniamo. Non siamo noi ad
amare. Non siamo noi a salvare. Non siamo noi. Ma il Compassionevole in noi. Noi
suoi inutili ma liberi strumenti.
È pagina di Esodo questa, e forse è anche per questo che Cristo chiede ai suoi
discepoli di andare prima dalle pecore perdute della casa d’Israele, perché
dovrebbero aver memoria dell’Egitto e del faraone e del deserto e del Mar Rosso,
dovrebbero ricordare d’essere stati liberati. Ma questo non è immediato, la
memoria non basta. Non accade. Per essere davvero liberi serve compassione,
serve lasciarsi rapire dal Risorto.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Jan Vermeer, “Cristo in casa di Marta e Maria”, 1656 ca.
L'articolo Libertà e compassione proviene da Pangea.
«Sono io il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel
deserto…ce sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo: chi ne mangia
non muore. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane
vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui
darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del
Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi
mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò
nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera
bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il
Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui
che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e
morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
(Gv 6, 48-58)
*
Chi ne mangia non muore
> Sono io il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel
> deserto…e sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo: chi ne mangia
> non muore.
>
> (Gv 6,48-50)
> “Gesù poi spiega che questo sacramento dà l’unione con lui in maniera
> perfetta. È ciò che possiamo chiamare l’interiorità reciproca «Chi mangia la
> mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui». Questa formula è
> sorprendente. noi siamo portati a pensare che chi mangia l’Eucarestia riceve
> Gesù in sé; invece Gesù dice prima: «Chi mangia la mia carne e beve il mio
> sangue dimora in me». Noi dimoriamo in Gesù, e Gesù in noi. Sono le due
> dimensioni dell’Eucarestia”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, Apostolato della
> Preghiera, 2004)
I padri hanno mangiato la manna e sono morti, un miracolo incagliato tra i denti
a soffocare l’illusione che Dio fosse la risposta alle nostre mondane fami. Si
muore mangiando manna se non si impara ad ascoltare davvero il proprio corpo. Il
nostro corpo. Questa carne malata di Infinito, questo sangue che implora
d’essere bevuto dall’Eterno. Muoiono i padri che mangiano manna e si
accontentano di sopravvivere al deserto che si portano dentro. E siamo morti
tante volte anche noi, ogni volta che abbiamo strappato morsi di tempo da
aggiungere ad altro tempo. E sapevamo, in cuor nostro, che stavamo solo
dilatando la condanna.
Nemmeno mangiare la tua carne basta a sopravvivere. Nemmeno azzannare il sacro,
cibarsi solo di te. Nemmeno questo basta. Non basta a te che, come cerva che
anela a fonti d’acqua, abbassi il tuo muso in noi. Dissetiamo Dio con il nostro
sangue. Interiorità reciproca.
Non basta scendere in noi, interiorità assoluta, staccandosi dal mondo, non
basta la pace, non basta la perfettissima quiete, ci si inabissa per scoprire la
tua fame di noi, la divina sete del Creatore per la sua creatura. E sembra ogni
volta sempre troppo. E non regge nessuna immagine di te, Dio così perso d’amore
per noi. Non regge il nostro cuore mentre ti immaginiamo mendicante delle nostre
miserie. Si frantuma il concetto di Dio. Ci spaventa la tua decisione di
nasconderti in noi.
Perché non ci hai comandato di essere obbedienti? Perché non ti sei limitato a
esaudirci? Perché non sei rimasto manna? Ti avremmo adorato, divorato,
implorato, giorno dopo giorno. Avremmo imparato ad avere bisogno di te. Ti
avremmo pregato. Invece no, tu non sei manna, il tuo corpo non scivola in
putrefazione. Tu sei la nostra dimora e noi la tua.
I padri muoiono se si affidano alla manna, chi non muore è solo chi si affida a
te, a te che dimori in noi. Perché se tu sei nell’uomo e quindi non possiamo più
morire, morirebbe Dio, moriresti tu. Ci tieni in vita. E ti lasci tenere in vita
da noi. Non credo ci sia definizione più lucida dell’Amore. Interiorità
reciproca.
> “Tutto avviene come se, con la morte dell’uomo Gesù, la vita stessa del Figlio
> non restasse più solamente in lui, ma diventasse comunicabile ai suoi”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
*
Carne
> Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in
> eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
>
> (Gv 6,51)
> “Con il termine «carne» (sárx) Gesù non intende la sostanza corporea
> dell’organismo umano, ma se stesso nella condizione mortale. (…) la parola
> «carne» specifica nel prologo il modo della presenza del Logos tra noi (1,14):
> esso quindi tiene viva qui l’idea del mistero dell’Incarnazione che il
> discorso ha messo in rilievo col tema della discesa dal cielo”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Tu sei vaso di nardo purissimo, sei nato per la frantumazione che esplode in
profumo, tu sei il sepolcro che sbriciola in luce, tu sei la carne che tiene in
vita il mondo.
Tu sei uno scrigno, oro, incenso e mirra, tu sei epifania di Dio che disceso dal
cielo giura destini d’eternità per le nostre vite.
Tu ci preghi perché noi possiamo avere fame di te. Anche questo è difficile. La
fame di vita la provano davvero i condannati a morte, i malati, i falliti, gli
storpi, i ciechi. La fame di vita non si conquista, arriva per sfinimento. La
fame di te è dei santi ma solo dal fondo della loro notte oscura. La fame di te
grida dalla ferita estrema di chi ha smesso di credere in sé. La fame di vita
grida dai bordi delle strade, si fa largo tra i perfetti per piangere sui tuoi
piedi. La fame di vita è l’approdo di una vita che ha imparato a perdere tutto.
La fame di te è la forza che ci attira a fondo, nel baratro, nella mangiatoia.
Tu stai, accovacciato tra le nostre ombre. Fede, fede vera, è il perdersi di Dio
tra le braccia dell’uomo, è l’abbraccio di due naufraghi.
“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, e così credere in
Dio è guardare Cristo. Nessun altro modo ci è concesso. Un Dio incarnato in
condizione mortale a trasformare il Cielo in ventre di partoriente. Piove Dio
tra le carni del mondo. Discesa. Svuotamento. Consegna. Lui è la stella cometa e
noi terreni d’arare di incandescente promessa. Servono occhi che sappiano
vedere. Che sappiano reggere la violenza di questa traiettoria.
Il Verbo precipitato in vagito di bambino, silenziato in germoglio di corpo,
esploso per tre anni su un frammento santo di terra, inchiodato al legno e,
qualcuno dice, rientrato nel seno dell’Eterno. Gli occhi sanguinano, hanno
paura. Credere è procedere per la stessa traiettoria, da morte in vita. È cedere
finalmente, e riconoscere la vera vocazione del nostro corpo. Siamo al mondo per
tornare al Padre. La vita spirituale non è altro che paziente istruzione della
profonda nostra nostalgia.
Precipitato di Grazia in carne d’uomo, ci si deve chinare fino a raccogliere
frammenti di Dio nell’angolo più lontano del nostro peccato. Cristo in noi è Dio
che fa tana nei nostri meandri. Senza chiedere permesso. Un Dio accovacciato nel
punto più lontano dal Padre: in noi. Nascosto tra i rovi dell’eterno paradiso.
Nascosto tra i peccatori.
Un Dio alfa e omega, accerchiamento salvifico. Un Dio in mezzo, immischiato,
sporco di noi.
*
Il Rifiuto
> Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui
> darci la sua carne da mangiare?».
>
> (Gv 6,52)
> “…essi si rifiutano che la salvezza universale e anzitutto la loro salvezza,
> possa provenire dal dono di sé di un uomo. Essi si rifiutano di dipendere
> radicalmente, per la vita eterna, da questo Gesù che sta parlando con loro,
> dipendenza intollerabile e anche sacrilega per chi non riconosce altro
> salvatore che Dio. La prima obiezione esprimeva il rifiuto del Logos, la
> seconda nega che la morte di Gesù sia sorgente di vita per tutti gli uomini. È
> lo scandalo della croce che qui affiora”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Dipendere radicalmente da te che parli con noi. In noi. Sta tutto qui. Nessuna
conquista, non sei meta per gli illuminati, non premio per i perfetti, non sei
approdo di immacolate liturgie, non la consegna dei nostri meriti. Ciò che
facciamo, la morale, non ti interessa. Dipende solo quanto sentiamo di dipendere
da te. Come l’aria che respiriamo, il pane e la terra su cui camminiamo. Come il
cielo, il tempo, il caldo e il freddo. Dipende solo da quanto realmente sentiamo
di dipendere da te. Solo questo. Se tu non ci fossi io morirei. (E che tu ci
sussurri la stessa promessa mi pare sempre incredibile).
Ti rifiutiamo solo quando non abbiamo più fame di te. Allora, in quel momento
preferiremmo tu ci chiedessi santità. Perché santi si può diventare. Perché
l’amore si può fare e i precetti si possono moltiplicare ma la fame, la fame si
può solo dilatare smettendo di mangiare. Forse la fede è solo smettere. Smettere
tutto fino ad arrivare a Te. E in quel momento, esattamente alla fine, al
termine di tutto, solo lì, ormai liberati da qualsiasi cosa, anche e soprattutto
di quella che ritenevamo più santa, lì, inchiodati alla nostra benedetta
miseria, verificare finalmente se davvero era fame di te. O solo impalcatura
verniciata di sacro delle nostre noiosissime fantasie. Solo lì, quando avremo
perso tutto e tutti, quando nulla ci sembrerà più desiderabile, nemmeno il
tempo, solo lì scuoiati nel nostro intimo, scopriremmo se siamo stati tua dimora
oppure no. Tu divina intollerabile, indispensabile, dipendenza.
*
Carne e sangue
> Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne
> del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi
> mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò
> nell’ultimo giorno”.
>
> (Gv 6,53-54)
> “(Gesù) però evita subito ogni malinteso dicendo non «la mia carne» ma «la
> carne del Figlio dell’uomo». I giudei avevano indicato Gesù come uomo comune
> (costui), persistendo a non vedere in lui che un individuo come gli altri; di
> qui il loro rifiuto del suo annuncio. In realtà, colui che parla a loro non
> appartiene a questa creazione, egli appartiene al mondo dell’alto. Del Figlio
> dell’uomo il lettore sa che è in comunione permanente col cielo (1,51), che è
> disceso per essere «innalzato» (3,14s) e che vi risalirà (6,62). Con questo
> titolo l’evangelista designa certamente il Figlio di Dio nel suo itinerario di
> Salvatore; al livello dell’episodio concreto, gli uditori sono invitati a non
> fermare il loro sguardo sull’essere umano che sta loro di fronte, ma a
> sollevarlo verso Colui che, secondo la loro tradizione apocalittica, domina i
> secoli”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
La carne del Figlio dell’uomo. Figlio dell’uomo. Ecco perché sono morto, come i
padri, quando ho mangiato la manna dell’illusione antropologica. Non basta la
carne. Non basta l’uomo, nemmeno l’uomo che ama, che vive in comunione, che
pensa e che aiuta i poveri. Non basta la manna di un’antropologia buona e
condivisa, non basta il galateo parrocchiale, non basta la carne se tu non fossi
il Figlio dell’uomo.
Ancora movimento d’incarnazione. Dal cielo alla nostra carne per innalzarci al
Padre. Dobbiamo battezzarci in te, non basta amare l’uomo. Dobbiamo amare te
nell’uomo, trovare te. Nessun gesto meramente umano basta a dare senso alla
vita, questo dovremmo aver capito. Amare, condividere il pane, perdonare,
ascoltare… ogni cosa ha senso solo se battezzata in te. Se tu non ti fossi fatto
uomo a nulla servirebbe la patetica recita della condivisione. Etica per poveri
illusi, religione ad uso dei potenti per controllare i miseri.
Se tu non fossi Figlio dell’Uomo, se tu non fossi Logos fatto carne noi non
avremmo in noi la vita. Balbettare strategie solamente orizzontali è illudersi
d’essere Dio. E interpretazione perfetta del nulla, il sorriso imposto alla
disperazione. Se tu non fossi Figlio dell’Uomo io non avrei in me la vita. Cioè
non avrei in me niente. Questa è la fede, sentirsi conchiglie vuote trasportate
a riva dagli eventi, abbandonate e disperate, se tu non fossi tu.
*
Vero cibo
> Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
>
> (Gv 6,55)
> L’aggettivo «vero» (alethés) equivale all’avverbio «veramente»: questa carne e
> questo sangue si rivelano come gli elementi in grado di compiere perfettamente
> la funzione di soddisfare la fame e la sete di cui Gesù parlava nell’annuncio
> sapienziale di 6,35b: «chi viene a me non avrà mai più fame, chi crede in me
> non avrà mai più sete».
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Elencare i nostri bisogni non è facile Signore ma forse è ancora più difficile
affidarci alla tua promessa. Credere e cedere, seguirti. Perché se ti seguiamo
tu prometti di soddisfare la nostra fame e la nostra sete. Ma se non avremo più
fame e non avremo più sete cosa saremo diventati? Cosa rimane dell’uomo svuotato
dai suoi bisogni, cosa rimarrà di noi quando non avremo più bisogno di cercarti?
Forse fa ancora più paura questa tua promessa. Esodo faticoso da immaginare. Ci
chiedi di amarti così tanto da perdere noi stessi. Da entrare in te. Interiorità
reciproca. Tu nel Padre e noi in te e la Trinità in noi. E non avremo più fame e
non avremo più sete perché sarai tutto in tutti.
*
Dimorare in Lui
> Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il
> Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui
> che mangia me vivrà per me.
>
> (Gv 6,56-57)
> “Ma Gesù va ancora oltre quando annuncia: «Colui che mangia me dimora in me e
> io in lui». Questa formula non significa un’assimilazione che diventerebbe
> fusione, ma una comunione tra persone. Questa prospettiva «mistica» è propria
> della rivelazione cristiana”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Nessuna assimilazione, non la diluizione della mia identità nella grande luce
indistinta, non il mio sciogliermi nell’Oceano di luce, non la fusione ma la
comunione tra persone. È il movimento trinitario. Essere vivi per imparare
questo. Agire mistico. Passaggio quotidiano dalla morte alla vita.
> Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e
> morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.
>
> (Gv 6,58)
> “La manna data da Dio nel deserto e la Legge data da Dio al Sinai erano la
> figura annunciatrice del «vero» pane che è Gesù, dato da Dio e donatosi fino
> alla morte per compiere il nostro passaggio dalla morte alla vita”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Siamo vivi per accompagnare ogni cosa alla vita. Siamo vivi per sabotare le
apparenze, se siamo figli del Cielo, le cose non sono nate per sprofondare nella
tomba ma per innalzarsi all’Eterno. Siamo vivi per educare il nostro sguardo a
tracciare traiettorie di vita. Siamo vivi quando, battezzati nell’agire di
Cristo, ogni nostro atto testimonia il destino d’eterno che abita l’uomo.
Cristo non ha fatto altro, non è stato altro: passaggio dalla morte alla
pienezza del Padre. E non poteva non risorgere. Era già Resurrezione.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Eugène Delacroix, “Cristo in croce”, schizzo del 1850; nel testo,
disegni preparatori di Jean-Auguste-Dominique Ingres
L'articolo Carne e sangue proviene da Pangea.
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede
in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato
il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per
mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato
condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
(Gv 3, 16-18)
*
Nicodemo, si viaggia nella notte
> “…l’atmosfera misteriosa che avvolge il colloquio, sia per la sua forma
> (ellissi, sbalzi di pensiero, doppi sensi) che per i temi affrontati: la nuova
> nascita e il mistero del Figlio dell’uomo. Rivolgendosi a Gesù, Nicodemo viene
> dalla notte verso la luce, ormai presente nel mondo (3,19). Come Giovanni
> Battista nella prima giornata cercava lo Sconosciuto, non avendo ancora
> identificato il Messia, così Nicodemo cerca Dio nella notte, non avendo ancora
> riconosciuto in Gesù la luce”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 1989)
Nicodemo, fariseo, maestro in Israele e membro del sinedrio, riesce a non
soffocare la sua fame di verità perché, come scrive Léon-Dufour, è alla ricerca
dello Sconosciuto. Nicodemo non si lascia ingabbiare dalle definizioni e dalle
abitudini, non si accontenta di difendere un’identità costruita nel tempo
ma accetta di camminare nella notte. Notte che anche lui, come ognuno di noi, si
porta dentro. Cammino rischioso ma non inutile perché ogni notte è presidiata
dalla Sua presenza.
In questa pagina evangelica Giovanni sembra volerci dire che la fede cristiana
non è un salto nel buio in uno spazio che potrebbe essere vuoto ma un itinerario
possibile per chi accetta di essere pronto a confessare di amare chi non conosce
fino in fondo. Lo Sconosciuto. Esporsi in territorio abitato e in misterioso è
processo che ridefinisce l’amato e l’amante, che rimette in gioco radicalmente e
continuamente la nostra identità. Se così non fosse, se si assimilasse l’atto di
fede a un processo di mera conoscenza in cui quello che serve è solo di andare a
riempire il nostro non-sapere, arriveremmo a pronunciare parole bellissime sul
Cristo ma totalmente inutili, esanimi, svuotate, disarmate.
Serve la notte a Nicodemo, e a noi tutti, perché l’incontro di fede avviene in
un colloquio personale con il Vivente, e ogni incontro significativo deve essere
immerso in questa condizione misteriosa da prime pagine di Genesi, ogni incontro
significativo prevede una ri-Creazione. Occorre rinascere dall’alto e lo si può
fare solo nella sospensione di una notte che espone i protagonisti dell’incontro
al rischio dello sconosciuto. Per Nicodemo è sconosciuto questo Dio che si
manifesta in Gesù di Nazareth, ma probabilmente anche Dio, accettando il rischio
notturno della relazione con l’uomo, accetta di scoprirsi diverso, nuovo,
paterno. Forse uno dei cuori della Trinità è proprio questo, non un gioco di
aritmetica spirituale ma il mistero d’amore di un Dio che accetta di abitare la
notte, e di scoprirsi sempre nuovamente padre, in relazione.
Che Dio si mostri in Cristo, che sulla croce in qualche modo anche il volto di
Dio cambi, come se quell’eccesso d’amore fosse sconosciuto anche al Sacro Cuore
è segno che la nostra fede non può permettersi di prendere derive che la
scostino dall’evento storico di Gesù, non può permettere di ridurre la croce e
la resurrezione a puro atto simbolico, non può disincarnarsi.
Che Dio si mostri in Cristo non può voler dire che ormai noi lo conosciamo,
Cristo rimane lo Sconosciuto anche per noi, anche duemila anni dopo. Cristo sarà
sempre colui che mai possiamo pretendere di conoscere fino in fondo, impossibile
da circoscrivere. Amare, accettare il rischio di una relazione, è esattamente
sperimentare, passo dopo passo, la gioia di una pienezza che si dilata in
orizzonti inediti. Lasciarci implicare in una relazione di fede è fare i conti
con l’infinito, infinito che non è un’idea astratta ma l’esperienza insita in
ogni gesto, in ogni pensiero.
La realtà tutta è immersa nel mistero della notte ma in ogni notte c’è uno
Sconosciuto che permette al reale di non esaurirsi in una definizione ma di
aprire infiniti altri passaggi. La verità della vita è una Via. La crisi del
sacro, e quindi la crisi della fede, è anche crisi di linguaggio. Solo il
poetico è capace di condurci nel cuore della notte sulle tracce del divino
Sconosciuto. Portandoci continuamente, infinitamente, altrove. Ciò che si
capisce. Ciò che ci si illude di aver capito, atto umano stupido imprudente e
diabolico, svuota il reale dell’anima. Ciò che conosciamo somiglia al catalogo
di una raccolta d’insetti ma Dio non si lascia trapassare dall’ago del saccente.
Sfugge. Sempre.
*
Il Figlio unigenito
> “La parola «unigenito» rimanda, da una parte, al Prologo, dove il Logis viene
> definito «l’unigenito Dio – monogenès theòs» (1,18). Dall’altra, ricorda
> tuttavia anche Abramo, che non rifiutò a Dio suo figlio, il suo «unico figlio»
> (Gn 22, 2-12). Il «dare» del Padre si compie nell’amore del Figlio «sino alla
> fine» (Gv 13,1), ossia fino alla croce. Il mistero trinitario dell’amore che
> si delinea nel titolo «il Figlio» è una cosa sola con il mistero d’amore nella
> storia che si compie nella Pasqua di Gesù”.
>
> (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2008)
Entrare nella propria notte interiore è rischioso, uscirne illesi significa aver
rifiutato il mistero. Trinità è mistero che chiede la disponibilità a lasciarsi
ferire, trafiggere. Abramo sale sul monte pronto al sacrificio. Che a morire non
sia stato il primogenito non significa che non ci sia stato spargimento di
sangue, l’ariete è la macellazione dell’idea di potenza di Abramo. Come dice
bene il biblista André Wénin:
> “Così, riguardo all’agnello (seh) di cui parlava Isacco, l’ariete (‘ayil) che
> vede Abramo è l’animale padre. Di più, il termine è legato a una radice che
> connota l’idea di potenza; il verbo corrispondente significa, infatti, ‘essere
> forte, potente’. In questa direzione, si noterà anche che, nella Bibbia,
> l’immagine delle corna evoca frequentemente la potenza”.
>
> (A. Wénin, Isacco o la prova di Abramo, Cittadella editrice, 2005)
Entrare nella notte è quindi accogliere la possibilità di uno stile di vita che
non sia quello della potenza, entrare nella notte è passare dall’idea del Dio a
cui sacrificare al Padre che offre e si offre. Del figlio unigenito che non
interrompe l’eccesso d’Amore fino a donarsi lui stesso sulla croce. Dello
Spirito Santo che irrompendo nella vita dei discepoli li trasforma in movimento
verso gli altri: martirio, testimonianza. La Trinità come corrente entro cui
immergersi, battesimo di coerenza al movimento divino, che è il movimento del
Creato. Tutto proviene dall’Amore e all’Amore ritorna. Ci si immerge nella notte
per sperare di intercettare la corrente che gettandoci nel mondo ci riporta al
Padre. Rimanere agli argini di questo flusso è condannarsi a non comprendere il
senso della vita.
Dipende davvero da noi, terribile e immensa la nostra libertà:
> “Che Dio sia giudice oppure padre, dipende da te stesso, dalla tua decisione.
> Se credi al messaggio del Figlio, non c’è giudizio: chi crede in lui infatti
> non è condannato. Se invece pretendi d’essere tu stesso giudice del mondo,
> allora Dio sarà per te giudice severo, e il suo giudizio non potrà terminare
> altro che alla tua condanna”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
*
Chi non crede
> “Chi non crede è già stato giudicato, e questa è la ragione della condanna «La
> luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce»
> (3,19). Il Signore trovò tutti peccatori. Molti però amarono i propri peccati,
> molti altri li confessarono; chi riconosce i suoi peccati e di essi si accusa,
> questi è già con Dio. In te devi odiare la tua opera e amare l’opera di Dio”.
>
> (Agostino d’Ippona, Commento al Vangelo secondo Giovanni XXII, 10-13,
> in Lectio Divina per la vita quotidiana 14, Queriniana, 2009)
Accettare di seguire le orme di Nicodemo, accogliere seriamente la sfida della
notte, è movimento complesso e doloroso. Fino a quando si crede che la notte sia
un artificio simbolico per designare quello che di bello abbiamo ancora da
scoprire non abbiamo compreso cosa sia davvero la notte. La nostra notte, quella
che ci pulsa in cuore, è il nostro peccato. Il male esiste e siamo tutti
peccatori. Fino a quando non troviamo il coraggio di incamminarci in quel
crepaccio di dolore, di odio e di rancore che ci portiamo dentro noi non
sapremmo mai cosa significhi davvero credere. E non è movimento che si può fare
una volta sola nella vita. Le immersioni facili nelle notti che ci portiamo
dentro non sono le prime, ingenue, quelle giovanili, quelle di quando siamo in
ricerca di un posto e non vediamo l’ora di tagliare i ponti con il passato. No,
le notti più dolorose sono quelle dell’età adulta, quando si è certi di aver
preso decisioni, di aver compreso qualcosa di noi, di aver trovato il nostro
posto. Le notti più faticose sono quelle in cui ci ritroviamo a fare i conti con
peccati personali e vizi antichi che credevamo di aver sconfitto e che invece
sembrano sclerotizzati. Le notti peggiori sono quelle in cui non ci è più dato
di sperare che potremmo diventare migliori cambiando luogo, compagni di viaggio,
scelte vocazionali, condizioni di vita. Le notti peggiori sono quelle che
arrivano quando siamo già vecchi e non abbiamo più voglia di accettare che ci
sia ancora qualcosa di sconosciuto in noi. Invece lo Sconosciuto, per fortuna,
presidia.
Il peccato c’è, per tutti. Non i difetti, non il generico errore ma il male in
qualche sua declinazione. In noi. Un male incarnato e unico che si manifesta
grazie alle nostre scelte, al nostro corpo, al mostro esserci. Peccato come
ostacolo al movimento Trinitario di salvezza. Riconoscerlo e confessarlo, dice
Agostino, ci mette già accanto a Dio. Ma questo processo, se affrontato con
verità e coraggio è dolorosissimo. Se affrontato in età adulta ancora di più.
Serve grandissima fede, serve di aver incontrato il Risorto per non morire
dentro la propria notte.
Però si può rinascere, e lo si può fare solo quando si è vecchi, forse proprio
perché liberi dall’illusione che il male che ci abita, una volta individuato,
sia risolto. Forse perché da vecchi finalmente ci si accorge che non ci si può
partorire da soli, serve essere rimessi al mondo da Dio. Forse perché, da
vecchi, si dovrebbe aver imparato l’arte della misericordia. Essere incapaci di
perdono è la nostra vera condanna. È ciò che ci rende radicalmente diversi da
Dio.
*
Chi crede
> “Tutto si concentra nell’uomo, e in primo luogo nell’uomo-Dio, che è Cristo;
> tutto deve ritornare a Dio mediante Cristo e i cristiani (In III Sent. Prol.).
> L’umanesimo di san Tommaso ruota dunque intorno a questa intuizione
> essenziale: l’uomo viene da Dio e a Lui deve ritornare. Il tempo è l’ambito
> entro il quale egli può portare a compimento questa sua nobile missione,
> mettendo a profitto le opportunità che gli sono offerte sul piano sia della
> natura che della grazia”.
>
> (Messaggio di Giovanni Paolo II ai partecipanti al congresso internazionale
> tomista, Castel Gandolfo, 16 settembre 2003)
Nicodemo entrando nella notte, incamminandosi verso l’uomo-Dio che è Cristo si è
concentrato nel nucleo incandescente che abita ogni essere umano. Il suo
itinerario è davvero il percorso di una vita. Non siamo al mondo per altro.
Siamo vivi per incamminarci nella notte che ci portiamo dentro e per poter
incontrare lì, sulla vetta del monte, il volto di un Dio che ci chiede di
slegare il primogenito, di non trattenere l’amore. Siamo vivi per incamminarci
nel cuore della notte che ci portiamo dentro per scoprire che siamo nati perché
da Dio veniamo e a Dio ritorniamo. Ciò che esula da questo movimento è
disumano.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: immagini dal ciclo “La Santa Faz” di Francisco de
Zurbarán, XVII secolo
L'articolo Trinità. Cercare Dio nella notte proviene da Pangea.
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù
aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla
terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò
che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del
mondo». (Mt 28, 16-2)
*
Discepoli sottratti da presunte perfezioni
> In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù
> aveva loro indicato.
>
> (Mt 28,16)
> “L’Ascensione era una festa che legava il cielo alla terra e ricordava un
> miracolo che aveva in qualche modo una sua rispondenza alle rappresentazioni
> dell’uomo. Ma oggi noi ci troviamo in un mondo così desacralizzato che le
> nostre rappresentazioni non sappiamo più dove appoggiarle: mancano i
> sostegni”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Edizioni Borla, 1984)
Ha ancora ragione Balducci, oggi mancano i sostegni per rappresentare al mondo
che la terra è legata al cielo. Mondo desacralizzato. Mancanza di sostegni:
parole e gesti rimangono sospesi, non si appoggiano a nulla di dogmaticamente
intoccabile, tutto è discutibile, mancano luoghi seri di confronto, tutto pare
sbriciolare in opinioni contrastanti, la terra sembra sempre più cercare
legittimità d’esistenza solo nella terra. A volte anche chi dovrebbe parlare di
Cielo ha sabbia tra i denti.
Faccio mia l’immagine, quella di uomini e donne, discepoli, che non hanno più il
sostegno visibile del Cristo tra di loro. Esco dalla lettura sociologica. Forse,
mi dico, non è solo problema contemporaneo: l’assenza del sostegno è identitaria
del nostro essere al mondo, del nostro continuo tentativo di credere. Anche il
Cristo storico, sostegno visibile del Dio invisibile, per far procedere la
storia, ha dovuto, alla fine, sottrarsi ai suoi. Per mostrarsi sì, ma in altro
modo.
Infatti, nel Vangelo di oggi, zoppicano i discepoli, già nel nome, non più
Dodici ma solo Undici, mancanti, il tradimento di Giuda non è solo atto
personale ma comunitario, e cambia notevolmente la percezione dei chiamati. Non
più pienezza a ricordare le dodici tribù di Israele ma Undici, a implorare, già
nel nome, il bisogno di essere sanati.Nessun sostegno nel proprio nome, nessuno
nella propria memoria. Gli Undici, in qualche modo, sono corpo che ha tradito le
promesse, sono chiesa battezzata nel fallimento.
Nessun sostegno neppure dalla loro fede.
> Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
>
> (Mt 18,17)
Mi ha sempre colpito questo passaggio. Siamo alla fine del Vangelo. Sarebbe
stato più logico invertire l’ordine, prima il dubbio, poi la prostrazione e,
infine, grazie alla fede, la visione. Invece no. Il Vangelo sta finendo e gli
Undici prima vedono, poi si prostrano e infine dubitano. Nessun sostegno nella
loro presunta perfezione, nessun sostegno dalla loro fede che pensavano provata
e perfetta (le promesse di Pietro!): il dubbio permane.
*
Sottratto ai loro occhi
> “Era necessario che egli fosse sottratto ai loro occhi, perché finalmente essi
> potessero prestare attenzione alle sue parole, e non rimanere invece sospesi
> agli occhi, e a quello che sotto i loro occhi Gesù avrebbe dovuto fare. Era
> indispensabile che egli fosse elevato, perché anche la loro mente finalmente
> si elevasse dalla terra”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007)
Era necessario, e lo è ancora, che nella vita, un giorno, manchino i sostegni.
L’ascensione è questo, passaggio di sottrazione. Gesù si sottrae dalla vista dei
discepoli affinché possano prendere coscienza della propria identità profonda:
esseri imperfetti e mancanti. Come noi.
Siamo bisognosi. Siamo ammalati, lebbrosi, peccatori, ladri, traditori. La
sottrazione del Maestro aiuta chi crede a comprendersi, finalmente. A sentirsi
mancanti. Il fatto che Cristo fosse capito dai peccatori non era solo nota di
colore, critica banale al potere costituito, era invece passaggio costitutivo di
un cammino di fede. Fino a quando i discepoli si limitavano a osservare
dall’esterno la misericordia del loro Signore verso la categoria degli
sfortunati quello che capivano davvero era: niente. Non li salvava lo sguardo
patetico dei buoni che, in virtù della loro appartenenza alla Chiesa, guardano
con dolcezza i poveri. Non li salvava credersi in comunione con il Dio
immensamente buono. Non è questo che aiuta ad entrare in relazione con il
Vivente ma il fatto di sentirsi, finalmente, peccatori tra i peccatori.
Sinceramente e perdutamente peccatori. Liberi dall’illusorio sostegno di
sentirsi bastanti a se stessi.
Undici impauriti che devono scappare da Gerusalemme. Undici scelti dal Maestro
che ancora dubitano di lui, a pochi versetti dalla fine. Questo siamo. Fino a
quando non percepiamo che questo è lo spazio indispensabile per franare in
Cristo nulla capiamo di lui. Franare, come chi non ha sostegno in sé. Come chi
non ha sostegno nelle impalcature di pensiero, nelle impalcature pastorali,
nelle finte sicurezze del denaro, del potere, del ruolo, del riconoscimento.Come
chi si sente comunque Undici, in fondo al cuore, come chi si sente finalmente
affamato, bisognoso, ammalato, morto. Come chi smette di credersi sostegno per
gli altri e avanza, barcollando, sperando che Lui, unico sostegno, intervenga. O
che il nostro cadere sia un rovinare nelle sue braccia misericordiose.
*
Senza sostegni: cosa rimane?
Senza un sostegno visibile. Senza il sostegno dell’idea impeccabile di sé e di
una fede che si credeva inscalfibile, si smette finalmente di vivere
altezzosamente, ci si umilia. Non è passaggio moralistico, non è passaggio che
si può evitare, è la perdita della faccia. Se questo non avviene la conversione
è semplicemente impossibile. Siamo poveri cristi impauriti. Solo dopo questa
dolorosissima constatazione, solo dopo che si è fatto i conti con il fatto che
anche noi abbiamo rifiutato la manifestazione di Dio in Cristo, solo dopo
possiamo rimetterci a cercarlo. Vale per tutti.
Senza Cristo sostegno visibile cosa rimane? Prima di tutto la Galilea. È lì che
tornano.
> “La Galilea era la culla della comunità dei discepoli, il luogo di nascita
> della chiesa di Gesù (16,13.18). […] è dunque la terra di rifugio; è l’opposto
> di Gerusalemme e offre protezione dalle mire dei capi giudei”.
>
> (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014)
Galilea luogo di memoria, luogo degli affetti, luogo di rifugio. Spazio vitale
dove Cristo aveva manifestato il suo incessante voler aver bisogno dell’uomo.
Occorre ritornare a rileggere la storia con lui. Con un Dio che svuotandosi,
dalle membra fragili di un bambino, chiede all’uomo rifugio e protezione. Con lo
stesso Messia che chiama alla sequela dei pescatori. Con la testimonianza
incessante del Maestro di entrare in dialogo con il bisogno di salvezza che
abita l’uomo che accetta di fare i conti con la propria fragilità. Ritornare
alla Galilea, terra di protezione, è purificare la nostra vocazione. I discepoli
non sono stati chiamati per merito ma è stata proposta loro una possibilità, una
terra promessa, un luogo accogliente, una relazione. Alla luce della nostra
sequela di e con Cristo, alla luce dello svelamento del suo stile, lo seguiremmo
ancora? Questa è la domanda bruciante! Alla luce del Calvario, della morte, alla
luce di quanto abbiamo compreso: riusciremmo a vivere senza di lui? Diremmo
ancora sì alla sua chiamata? L’Ascensione mi pare ci inviti a sprofondare in
questa drammatica domanda: adesso che lui non cammina più visibilmente tra di
noi, adesso che gli occhi non lo vedono, adesso che abbiamo intuito che la croce
è passaggio che non si può eludere, adesso, tornando alla nostra Galilea,
risponderemmo ancora affermativamente alla chiamata di Cristo?
Mi pare che Cristo, riportando gli Undici in Galilea riporti anche noi ai nostri
inizi, spesso inconsapevoli, o ingenui. Adesso, a distanza di una vita, gli
direi ancora di sì? Lo seguirei, sapendo dove mi ha portato?
Forse fede è dire di sì. Anzi è dire che lo seguirei proprio perché mi ha
portato qui, dove non avrei avuto coraggio di arrivare, nel cuore delle mie
miserie trasfigurate dalla sua Presenza.
Cosa resta senza il suo sostegno visibile? I monti. Cristo riporta i suoi
discepoli su un monte.
> “Anche davanti a «il monte» i lettori non penseranno a un determinato monte in
> senso geografico, ma a «il monte» che essi conoscono dalla lettura del
> Vangelo. Ma quale? Ciò resta ancora imprecisato. […] al monte della terza
> tentazione […] al discorso della montagna […] al monte della trasfigurazione
> […]. Fra queste tre possibili associazioni non è più possibile distinguere”.
>
> (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014)
Serve comunque un monte. Serve un pezzo di terra che ascende fino a conficcarsi
nel costato del cielo, serve la Sua manifestazione a purificare l’idea di
“sostegno” sbagliata che ci abita. Non abbiamo bisogno del sostegno del potere,
questo dice dal monte delle tentazioni. Abbiamo bisogno di compassione, questo
ribadisce dal monte delle Beatitudini. Abbiamo bisogno del sostegno della
Scrittura e dei profeti, abbiamo bisogno di divina alleanza, questo racconta dal
monte della Trasfigurazione.
Siamo discepoli svelati nella loro fragilità ma tenuti in vita dalla nostra
Galilea, luogo dove ci siamo innamorati di lui, e dai monti, luoghi dove Cristo
ha svelato l’innamoramento di Dio nei nostri confronti.
Abitando questo spazio, e abitandolo da affamati, accade l’incontro. Che non
sarà più incontro con il Cristo della storia ma sarà comunque incontro con il
Vivente nella storia, la nostra.
*
In modo misterioso
> Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla
> terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome
> del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare
> tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino
> alla fine del mondo».
>
> (Mt 28,18-20)
> “L’ascensione non sottrae Gesù dal nostro mondo, non gli impedisce di essere
> presente in mezzo a noi, in modo misterioso, ma molto efficace”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, Apostolato della
> Preghiera, 2004)
Gesù si avvicina. Questa è la fede. Noi senza sostegno e lui che si fa vicino.
Solo chi ha sperimentato la Grazia di questi momenti può testimoniarlo. Lui, dal
cuore del cielo e dal cuore della terra, a raccontarci che tutto è in suo potere
cioè che tutto parla di lui. Che ogni luce e ogni ombra è abitata dalla
possibilità di fare esperienza di lui. Che il potere della morte, che pare così
evidente, è stato battuto. Siamo in potere suo. Questo l’unico sostegno. Non
resta che testimoniarlo. Non resta che raccontarlo con la vita. E non solo per
una questione di gratitudine, non per un mandato, ma perché se non lo si vive
questo potere d’amore e di misericordia, non lo si crede. Se la vita non si
battezza nel suo nome, se non si immerge la storia che viviamo in Lui mai
svelerà la sua vocazione profonda, mai mostrerà la possibilità di poter
incontrare il Risorto nelle pieghe di ogni storia. La nostra conversione passa
per la missione. I fratelli diventano così doni indispensabili per fare
esperienza della presenza di Dio in mezzo a noi. In modo nuovo.
Una presenza che rimane nascosta a chi non battezza il mondo in Lui. Una
presenza che non è oggettiva, misurabile, incontrovertibile. Ma che nemmeno lo è
mai stata, nemmeno il Cristo storicamente presente tra gli uomini ha convinto
tutti di essere la manifestazione visibile del Padre. Una presenza che richiede
un passaggio di fiducia, l’apertura dello stupore, la possibilità di credere che
questo mondo, con tutti i suoi drammi, con le sue contraddizioni, è spazio per
la manifestazione di Dio. Che il mondo sia davvero solo in Suo potere.
Siamo su un terreno fragilissimo. È la lotta spirituale quotidiana, è la
tentazione: e se mi stessi solo sforzando di credere per paura di morire e
quindi di vivere? E se continuassi a stordirmi di letture sacre solo per non
ammettere che siamo frutto del caso? E se l’illusione della Sua presenza in
certi momenti drammatici e luminosi della mia vita fosse solo il dannato bisogno
di avere una minima speranza per non morire di disperazione?
Forse è davvero solo così. Forse tutto questo è davvero solo frutto di
un’ostinata speranza.
*
Il sostegno della speranza
> “La vostra vita non può essere valutata a procedere dai cambiamenti che essa
> produce nelle cose intorno, ma per rapporto alla speranza che la sostiene”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007)
Speranza non come ingenua risposta alla complessità del mondo, non come fuga dal
presente ma come cambio di prospettiva. Non è tanto aver cambiato il mondo che
ci rende uomini di fede, non lo abbiamo cambiato. Nemmeno siamo riusciti a
cambiare davvero noi stessi. Siamo sempre Undici, siamo sempre abitati dal
dubbio. Solo c’è qualcuno, su questa terra che non perde la speranza. Speranza
come esercizio di intimità con Cristo dal cuore delle cose. Speranza che non
nasce dal fatto che le cose cambiano, perché non cambiano mai! Le guerre non
cessano, il male sembra non avere argini, ci si ammazza ancora tra fratelli. No,
questo non cambia, a cambiare è che qualcuno, incessantemente, ostinatamente,
non smette di scegliere di diventare speranza, di incarnare speranza. Qualcuno
che è Undici e rimane Undici, che è nel dubbio e che rimane nel dubbio ma da lì,
da quel punto esatto del mondo, dal cuore del dramma, non smette di implorare e
mostrare e testimoniare la prossimità del Risorto. E lui, uomo di speranza,
diventa il segno misterioso ma efficace di Dio nel mondo, testimone che tutto è
in suo potere, diventa il cielo che feconda la terra. Diventa sostegno.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: opere di Lovis Corinth (1858-1925)
L'articolo Essi però dubitarono proviene da Pangea.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei
comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché
rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può
ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli
rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora
un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi
vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io
in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi
ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a
lui». (Gv 14, 15-21)
*
TIMORE DI RIMANERE ORFANI
> “Gesù sta per lasciare i suoi: essi temono comprensibilmente di perdere ogni
> traccia sicura per il loro cammino. temono più precisamente di rimanere
> orfani. Orfano non è soltanto chi manca del padre o della madre; orfano è chi
> è privo, in generale, di presenza che apparivano invece indispensabili a
> garantire il carattere affidabile del mondo.”
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, edizioni Glossa, 2007)
“Lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non
lo conosce”, affilate e dure le parole del Maestro. Il mondo è cieco e incapace
di conoscere Dio. Ma anche i discepoli abitano un rischio enorme: quello di
sentirsi orfani. Cioè incapaci di rintracciare, dopo la morte di Gesù, “il
carattere affidabile del mondo”. Uomini costretti alla vita senza saperne
decifrarne più il senso, senza la capacità di poter individuare un approdo, con
il dubbio che non ci sia nessuno scopo nell’alternarsi di giorni e notti. È
l’inferno, e lo conosciamo: agire sentendo che ogni nostra azione è, in fondo,
indifferente.
Ma c’è una differenza, una differenza fondamentale, tra chi è del mondo e non
vede e chi è nel mondo e non trova più, non lo trova più. Differenza tra chi si
muove senza senso convinto di essere figlio del caso, combinazione di
probabilità tra milioni di altre probabilità nel contesto dell’evoluzione, e
chi, impaurito, non trova più il suo maestro, orfano e quindi sempre figlio di
un padre che gli manca ad ogni respiro. Cristo parla agli orfani. Loro, solo
loro, quelli che hanno conosciuto la paternità, solo loro possono comprendere.
Il mondo no.
Forse la fede è tenere aperta la nostalgia di un incontro. Forse non è neppure
una differenza tra credenti e non credenti, tra mondo e spirito, è una lotta che
ci portiamo dentro tutti, noi che siamo chiamati a combattere quando ci pare che
il nostro vivere sia vuoto, noi che siamo sospesi tra la nostalgia di un
incontro che ci ha cambiato la vita e la logica del mondo che battezza illusione
quello che noi abbiamo sempre definito conversione.
*
OSSERVARE I COMANDAMENTI
> “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti…”
Interessante la proposta di Cristo: osservare i comandamenti. Se vogliamo
comprendere cosa sia l’amore, chi sia lui, se abbiamo nostalgia del Padre,
l’unica cosa è fare. Fare. Non si tratta di una spiegazione, non siamo nel campo
della catechesi, dei lunghi confronti, non siamo chiamati a convincere nessuno,
non ci sarà mai nessun itinerario intellettuale capace di persuaderci
dell’esistenza di un Padre Eterno, occorre vivere, solo vivere, ma secondo i
suoi comandamenti. La fede è una prassi, è il modo che abbiamo di incarnare il
nostro esserci nel mondo. I comandamenti non sono quindi il prezzo da pagare per
essere in grazia di Dio, e non sono nemmeno solo la risposta grata all’aver
incontrato l’Altissimo: i comandamenti sono la disciplina pratica e
indispensabile per definire la nostra fede. Crede solo chi obbedisce al
comandamento dell’amore. Non si tratta quindi solo di assenso
intellettualistico, non basta, credere è abilitare la propria carne ad imparare
l’appartenenza al Padre. È il corpo, lo spazio dove la mancanza grida il suo
bisogno e l’amore si incarna come risposta, è la nostra vita a poter cantare
incessantemente la nostalgia del Padre.
> “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai
> il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta
> la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile
> a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti
> dipendono tutta la Legge e i Profeti”.
>
> (Mt 22,36-40)
L’amore è comprensibile solo nella traiettoria dell’incarnazione, è più una
disciplina da samurai che un trattato. Occorre interrogare i nostri arti,
comprendere i movimenti del nostro cuore, le nostre aspirazioni, i nostri
desideri di felicità, occorre affinare l’udito profondo fino a sentire che in
noi geme una mancanza. La mancanza dell’Eterno. Siamo orfani. Ma non
abbandonati.
Mi ha molto colpito Cristiano Godano, il cantante, che in una recente e
bellissima intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Poesia”
(n°36), dopo aver dichiarato la sua affinità al pensiero esistenziale con Emil
Cioran (“Come lui sento l’assenza di senso della vita”), poco più avanti dice:
“passiamo la vita con la consapevolezza di dover morire accumulando patemi e
disagi esistenziali a loro (gli animali) sconosciuti…”. La consapevolezza di
dover morire. Quella che ci getta in patemi e disagi esistenziali. Non è cosa
irrilevante. Credo occorra partire esattamente da lì. Cristiano Godano ha
ragione, è tornato sul punto critico: il nostro rapporto con la morte, più
ancora, la consapevolezza che abbiamo di dover morire, la consapevolezza che
stiamo già morendo. Questo può istruire la nostra fede. Occorre ripartire
dall’enigma della morte, sempre. Che non a caso parla incessantemente nei nostri
corpi. Anche la morte, come l’amore, segue la traiettoria dell’incarnazione.
L’orfano, davanti al morire dei fratelli, nel cuore della sua esperienza di
dover morire, cercherà Cristo, interrogherà il rapporto di Cristo con la morte.
L’orfano si getterà alla ricerca del Maestro, tenterà di mettersi alla sua
sequela, di imparare come lui è morto. Non è un caso che il Messia abbia
intessuto un lunghissimo dialogo con l’esperienza del morire. Dalla fuga in
Egitto alla croce. Dal suo fuggire dalle mani dei nemici (quando ancora non era
tempo) al suo consegnarsi. Da Lazzaro alla figlia di Giairo. La morte. La
consapevolezza di dover morire. Non esiste altro ingresso nella
verità. Destinati alla dissoluzione o figli in ritorno verso la casa del Padre?
Dove si depone il reale?
Amare Cristo, conoscerlo, non c’è altra via d’uscita, amare le Scritture, amare
chi ci ha parlato di lui e, soprattutto, chi ha provato ad amare come lui, chi
ha amato perfino davanti alla morte, come lui. Come “garantire il carattere
affidabile del mondo” davanti allo scandalo della morte? Seguendo Cristo. Non
nel pensiero ma nella carne. Questo il comandamento che ci rende orfani in
attesa di essere salvati. Opponendo l’amore alla morte, in atto pratico. Se mi
amate. Dice Cristo. Se amate me che ho amato arrivando al cuore della croce per
inchiodarci il cuneo dell’amore insensato e infinito del perdono. Dell’eterno.
Anton Van Dyck, Entrata di Cristo a Gerusalemme, 1617
Se amate me e come me provate ad esercitare, incarnare, mettere in pratica il
comandamento dell’amore anche dove l’amore sembra non avere diritto d’asilo, o
senso, o spazio. Questo sembra dire incessantemente Cristo, dalla croce, dal
cuore della morte. Non si può spiegare, inutile passare per il teorico
convincimento. Occorre aver conosciuto qualcuno che ha provato ad amare come
Cristo ha amato. E fidarsi che quello sia l’unico senso possibile. Non uno tra
tanti, l’unico. L’orfano ne ha fatto esperienza, lo ha visto incarnato, ha
provato a fargli spazio: è tutta questione di incontri, di testimonianza, di
apertura nostra all’ascolto, è tutto questione di decisione, di accettare il
rischio d’amare in cuore al morire.
*
CROCIFIGGERE LA VITA
> “…e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con
> voi per sempre”
> “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive
> in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che
> mi ha amato e ha dato se stesso per me”.
>
> (Galati 2,20)
Diventare Amore è però disciplina che ha un costo altissimo, l’Amore vuole tutto
di noi. Occorre trafiggersi, perdersi, annientarsi. Occorre lasciarsi
crocifiggere con Cristo. La lotta spirituale non è cosa antica e fuori moda, il
cristianesimo non è sorridente esercizio di galateo, dolce danza di esseri
pacificati e buoni, la vita spirituale è sentire le stimmate sul proprio
corpo. Non si può credere, credere davvero, se non si decide di far spazio al
Paraclito in noi, e non è azione immediata. Impossibile accogliere lo Spirito di
Verità in una vita ancora piena di noi stessi. Morire non è accessorio, è
fondamentale. Siamo nati per fare spazio a Dio che è amore, ma fare spazio
significa crocifiggere l’uomo vecchio. È esercizio di scavo, occorre togliere,
perdere, strappare, svuotare. E tutto passa per scelte pratiche, giorno dopo
giorno, impossibile avere fede se non passando in questo costante esercizio di
castità, di povertà, di obbedienza, di nascondimento. Ognuno secondo la propria
storia, nel proprio contesto. Comunque impossibile parlare di fede se non
vivendola, e vivendola così. Il resto sono ricami mentali. Abbiamo fatto
esperienza di Cristo? Ci manca? Stiamo facendo spazio in noi perché in noi
abiti? A salvarci non sarà il dolore provato, non le pene subite, ma l’intimità
con il Cristo, amore crocifisso alle nostre carni. Fargli spazio non è
disciplina da depressi ma decisione da innamorati. Beatitudine incarnata.
Benedetta allora la vita che non ci riempie, benedette le storie che ci hanno
ucciso, quelle che hanno trafitto l’uomo vecchio che, in noi, credeva di aver
trovato da sé il senso della vita. Benedetti i fallimenti se hanno smascherato
la nostra illusione di poter essere felici senza di Lui. Benedetto anche il
nostro peccato se ci ha svuotato di superbia per lasciar posto alla sua
misericordia. Amare, credere, è arrivare a dire: “non sono più io che vivo”. È
gesto durissimo e liberatorio. La fede non si può comprendere se non passando da
questa porta stretta. Siamo al mondo per morire, per lasciare che Cristo viva in
noi. Orfani riempiti dalla sua vita. Il Paraclito che rimane sempre, ad ogni
nostro respiro, è sperimentabile solo così.
Non si spiega la fede, nemmeno l’amore si spiega, le pieghe rimangono a
mantenere misteriosa e oscura la vita, ma, tra le pieghe, qualcuno ha incontrato
il Risorto, e l’ha mostrato. Testimoni. Eterna gratitudine per tutte le persone
incontrate che respirano del respiro di Cristo, che hanno Cristo vivo in
loro.
Non so spiegare il senso della vita ma Cristo mi pare affidabile per come ha
risposto alla consapevolezza di dover morire. Perché lui stesso si è svuotato e
si è donato, perché lui è morto e risorto. Cristo è affidabile perché nella sua
esperienza di crocifissione e resurrezione mi sembra abbia svelato il senso
profondo nascosto in ogni cosa. Tutto chiede crocifissione, tutto chiede
svuotamento, tutto chiede consegna. Il creato è chiamato a farsi cavo per poter
essere lo spazio della manifestazione di Dio. Benedetta così sorella morte,
soprattutto sorella morte, che non è più solo l’evento finale con il quale
saremo chiamati a fare i conti ma la dinamica salvifica dell’esistente, ad ogni
passo. Benedetta sorella morte, che si ripete ad ogni istante, svuotando le
nostre carni perché facciano spazio a Cristo, consegnando ogni respiro al Padre.
È morendo, istante dopo istante, che la vita svela l’Eterno.
> “Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi
> saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”.
Siamo orfani ma cercati incessantemente dal Padre. Siamo immagine e somiglianza
dell’Eterno, inquieti fino a quando non diventeremo Eterno nell’Eterno.
Esperienza da imparare qui, ora, nelle cose di tutti i giorni. Dio è conoscibile
solo da chi si fa spazio per Cristo. Incarnazione dell’amore, fede.
Siamo vivi solo per essere sua dimora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Anton van Dyck, Cristo che porta la croce, XVII secolo
L'articolo Cristo parla agli orfani proviene da Pangea.
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel
recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un
brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli
apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per
nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina
davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo
invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce
degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava
loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la
porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e
briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra
attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non
viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano
la vita e l’abbiano in abbondanza». (Gv 10, 1-10)
Sembra tutto così chiaro! Il recinto, la porta, e il pastore buono, e bello:
Gesù! Sembra tutto così limpido! Noi le pecore attorniate dai cattivi maestri,
ladri e briganti della nostra felicità, e Lui il pastore che ci porta in salvo.
Sembra tutto così lineare! Cristo buon pastore che cammina e noi dietro, a farci
condurre fuori, dove vuole lui, è il dono della fede no? La nostra
personalissima e comunitaria traiettoria verso la verità. Seguire lui, la sua
voce, il suo vangelo e rifiutare gli estranei. Eppure “essi non capirono di che
cosa parlava loro”. Perché non lo capivano i farisei? Perché nemmeno loro, i
contemporanei di Gesù, loro che i pastori li conoscevano bene ma che,
soprattutto, avranno subito collegato le sue parole al profeta Ezechiele, non lo
capivano?
> “Perché così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le
> passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si
> trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in
> rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei
> giorni nuvolosi e di caligine. Le farò uscire dai popoli e le radunerò da
> tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti
> d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi abitati della regione. Le condurrò
> in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d’Israele; là si
> adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d’Israele.
> Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del
> Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella
> smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa
> e della forte; le pascerò con giustizia”.
>
> (Ez 34,11-16)
I farisei non capivano perché credevamo di vedere. I versetti precedente alla
narrazione di oggi dicono infatti questo:
> “Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero
> «Siamo forse ciechi anche noi?» Gesù disse loro «Se foste ciechi non avreste
> alcun peccato. Ora invece dite: Noi vediamo. Il vostro peccato rimane»”.
>
> (Gv 9,40-41)
Ecco perché era tutto così chiaro, anche per me, perché, come i farisei, anche
io ero convinto di vedere, di capire, di saper leggere la simbologia delle
immagini usate da Gesù. Credevo di vedere e, per questo, non capivo. Credo di
capire e per questo il peccato rimane.
Mi devo accecare per proseguire, è doloroso ma inevitabile passaggio per non
banalizzare eccessivamente questa pagina, devo sentire che c’è qualcosa tra
queste righe che io credo di vedere e che invece non vedo, devo predispormi a
cercare ciò che credo di possedere e che invece non ho. In questa sfida
paradossale, forse, abita la verità.
Cosa dovrei vedere davvero?
*
> “Si tratta invece dei falsi messia che si presentano agli uomini avanzando la
> pretesa di essere dei salvatori: quand’anche venissero dopo (cronologicamente)
> rispetto a Gesù, essi rientrerebbero nel novero degli usurpatori qui
> intravisti. Il criterio discriminante che dice dell’autenticità della missione
> è nel sottrarre per sé o nel donare, nel portare morte o nel portare vita. In
> particolare viene condannato il sacrificare: ovvero, il togliere vita nel nome
> di Dio, il servirsi delle persone per fini religiose fino ad annientarle,
> l’usare il nome di Dio e la religione per fare violenza, il togliere la
> libertà alle persone dando forma nuova agli antichi sacrifici umani”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche
> Anno A, Vita e Pensiero, 2010)
Dovei vedere i falsi messia che si sono spacciati per miei salvatori? Hanno
ragione i fratelli di Bose eppure, per me, sarebbe fin troppo facile, adesso,
guardarmi alle spalle ed elencare le persone che mi hanno tradito, o anche solo
deluso. I falsi messia che si sono presi qualcosa di me. Troppo facile andare a
rivangare i tratti dei pastori che avevo incoronato miei maestri e che poi si
sono rivelati nemici pericolosi, approfittatori. Facile ed inutile. Ancora
sterile esercizio di uno che crede di vedere e che invece non vede davvero. Chi
non riesco a riconoscere? La domanda vera, risvegliando il fariseo che è in me,
deve forse essere un’altra: perché ho chiuso deliberatamente gli occhi sulla
violenza che stavo subendo? Perché non ho voluto vedere? Perché non mi sono
voluto accorgere del male che mi stavano facendo? Perché ho chiuso gli occhi
coscientemente su invasioni che adesso mi sembrano così evidenti? Perché ho
rinunciato in modo così totale alla mia libertà? Perché in quel momento loro mi
servivano. Questo è il passaggio doloroso da ammettere. Avevo bisogno di quei
falsi messia. Li ho usati anche io. Li ho amati sinceramente e li ho seguiti
perché tra me e loro c’era un patto, magari non detto, ma c’era: loro mi
avrebbero portato dove io sarei voluto arrivare e loro avrebbero potuto fidarsi
di me. Ecco perché il giorno in cui mi sono liberato di loro hanno reagito con
violenza: perché io ho rotto il patto, in questo hanno ragione. Aprire gli occhi
sui falsi profeti è dolorosissimo perché fa emergere le nostre vergognose
debolezze.
Cristo invece ci porta dove noi non vogliamo andare, Cristo ci porta ad entrare
nella vita attraverso la porta stretta della croce, e anche questo non vogliamo
assolutamente vedere. Anche su questo non vogliamo aprire gli occhi. I veri
maestri sono crocifissi che accompagnano sulla via della croce, sono falliti al
mondo che non precludono alla nostra storia di incrociare il fallimento, sono
poveri, incompresi, sono uomini delle beatitudini, non sono belli, fanno paura.
Quello di oggi è un Vangelo pericolosissimo, scritto intingendo la penna in
inchiostro luminosissimo, così lucente da accecare chi osa esporsi alla sua
lettura.
Accettare di aver donato parte della nostra vita a mercenari è gesto di dolorosa
verità. Non siamo i puri che crediamo di essere, abbiamo usato, siamo stati
usati, in una trama di luci e ombre non così chiara da districare. L’animo umano
è complesso, il bisogno si mischia con l’amore, l’interesse si accoppia alla
paura di non trovare il nostro posto nel mondo, l’amore è infangato di egoismo e
l’egoismo, a volte, è solo un sintomo di terribile paura. È così difficile
guardare al passato e tentare di districare la matassa che spesso lasciamo
perdere, chiudiamo gli occhi, o ci limitiamo ad accusare quelli che noi crediamo
gli unici colpevoli, illudendoci di vedere!
E poi eccola la domanda che serpeggia tra le righe: oggi, adesso, quali sono i
miei maestri? I miei messia? I miei pastori? A chi ci stiamo affidando? Di chi
ci fidiamo? Chi stiamo usando, chi ci sta usando? Questa è la vera domanda. Lo
spazio che ci è dato per la nostra quotidiana conversione è l’oggi. Siamo o non
siamo sulla via della croce? Chi sale il Calvario in nostra compagnia?
Hans Schäufelein, Cristo come Buon Pastore, 1517
*
> “Il pastore fa uscire le sue pecore. Il pastore immette in un cammino di
> esodo, dunque di liberazione. Compito del pastore è educare alla libertà”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche
> Anno A, Vita e Pensiero, 2010)
La libertà. Il pastore fa uscire le sue pecore, le spinge su un cammino di
esodo, le partorisce. Eccola la risposta al profilo del pastore bello. Chiara e
terribile, lucente come una lama. Il maestro che vuole essere tale, l’uomo che
vuole essere onesto, il pastore degno di fede sa che l’amore prevede di lasciare
libero l’amato di essere ciò che è.
Siamo stati cattivi maestri quando abbiamo usato le persone per i nostri fini,
fossero stati anche nobili ed apparentemente giusti. Siamo stati mercenari
quando abbiamo imposto ad altri ruoli che non erano conformi alla loro identità
più profonda (spesso erano persone che non vedevano l’ora di indossare il
costume che gli stavamo proponendo). Ma, soprattutto, non siamo e non saremo
buoni pastori fino a quando non sapremo ucciderci, trapassarci da parte a parte,
scomparire, zittirci, per lasciare a chi amiamo di poterci tradire in santa
pace. Mi viene da scrivere che forse il discepolo che ci ha mostrato che Cristo
è stato davvero un buon pastore è stato Giuda. Senza di lui come potremmo essere
davvero sicuri che i discepoli non fossero stati plagiati e che Cristo non fosse
solo l’ennesimo maestro manipolatore e seduttivo? Il pastore davvero buono è
colui che ci libera dalla sua presenza. Colui che ci abilita al tradimento.
*
> “È detto in Giovanni che le pecorelle odono il pastore e conoscono la sua
> voce. Gli uomini, dunque conoscono la sua chiamata, e il nostro interno
> risponde. È realmente così? In realtà, io sento assai più vivamente la
> chiamata degli altri. La sua, in realtà, non la comprendo e non la seguo. Se
> così è, non basterà dunque che egli ci chiami, ma sarà necessario che ci doni
> pure l’udito per poterlo udire. In noi non vi è solamente quel profondo che
> sta in ascolto di lui, ma purtroppo anche la contraddizione che si rifiuta.
> Gli avversari con i quali egli ha da combattere non sono esclusivamente gli
> altri che ci contendono a lui, ma noi stessi che non gli consentiamo di
> entrare. Il lupo, davanti al quale il mercenario fugge, non è solo fuori, ma
> anche dentro. Il più grande nemico della nostra redenzione siamo noi stessi.
> Contro di noi ha da lottare, per noi, il buon pastore”.
>
> (R. Guardini, Il Signore. Riflessioni sulla persona e sulla vita di Gesù
> Cristo, Milano 1977; da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 14,
> Queriniana, 2009)
Ma c’è un altro rischio, ancora più subdolo rispetto all’aver dato fiducia a
falsi profeti, è quello che Romano Guardini evidenzia con tanta onestà: il
problema vero non sono gli avversari fuori di noi ma quelli che abbiamo dentro
di noi, il lupo accovacciato sulla soglia del nostro cuore, quello che boicotta
la divina chiamata, quello che si rifiuta di far entrare Cristo in noi. Siamo
noi i lupi di noi stessi, e dirlo così, con una frase ad effetto, può apparire
perfino eroico, in verità sentire nel profondo della nostra coscienza che noi
stiamo boicottando Dio, che non ci sono altri colpevoli, che noi siamo lupi di
noi stessi, che noi ci stiamo sbranando, che noi stiamo morendo nelle nostre
paure negandoci la felicità è dolorosissimo. Anche perché siamo in epoca di
alibi. Trovare la causa sembra la soluzione per tutti i nostri guai. È colpa dei
genitori, della società, della Chiesa, del consumismo, della politica, dei
poteri forti, del mondo culturale… la causa del nostro disagio pare sempre e
solo una nostra reazione (giustissima!) alle invasioni indebite del mondo.
Invece non è sempre così. Il male esiste e ci abita. E prende mille forme. Ed è
il nemico vero. Il più grande nemico contro cui abbiamo il dovere di combattere.
Questo brano evangelico che sembrava la summa della dolcezza divina, del buon
pastore che si prende cura di noi, in verità è un manuale di lotta, di militare
militanza contro il nemico. Che prima di tutto va riconosciuto. Nei miei
blocchi, nelle mie paure, nelle mille scuse che accampo per non essere conforme
a Cristo si cela il volto del lupo contro cui sono chiamato a battermi. Dargli
nome, e volto, prima di tutto. Poi il buon pastore combatterà al mio fianco. Ma
contro chi? Ecco la pericolosa cecità del fariseo, non sappiamo più nemmeno
contro chi stiamo combattendo, non vediamo più il nemico.
*
> “Dunque, perché insisto a credere, ad accettare (come posso e riesco) d’essere
> fra le ‘pecore’ che ascoltano quella voce fidano nella vita eterna senza
> neppure saperne i termini, il dove, il come e per quali trafila di nubi, soli,
> buio, ali, voci, porte, distanze? Il perché lo so e mi par giusto rivisitarlo
> nel silenzio bianco di ogni mattina: credo in Gesù Cristo, vissuto e risorto,
> perché mi fido di quanto ha lasciato detto con tale novità di idee che rendono
> secondario e marginale il pensiero di chiunque”.
>
> (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984)
Alla fine è a Cristo che bisogna tornare. Alla sua vita, alla sua morte, al
tentativo di fare esperienza della sua resurrezione. E forse, guardandoci con i
suoi occhi, passando dalla porta stretta della sua esperienza si farà chiaro
anche il profilo del nemico, del male che ci abita, del peccato all’origine
della nostra disumanizzazione.
È a Cristo che bisogna tornare, a lui che è la porta da cui passare, perché la
verità emerge solo filtrandola pazientemente nella sua esperienza. Tornare a
Cristo, non a vaghe idee di spiritualismo, non a teorie, tornare alla Parola di
Dio da amare, studiare, meditare, incarnare. Tornare alla Sacra Scrittura, alla
preghiera, alla Lectio Divina. Tornare alla Tradizione, ai Padri, ai Concili, a
quel lungo processo di confronto con l’uomo di Nazareth e alle battaglie per
illuminare i pericoli dei possibili e inevitabili fraintendimenti sulla sua
persona. Tornare con umiltà e passione. Lottare intorno alla sua figura,
nutrirsi di Lui, macerarsi di nostalgia ogni volta che ci si accorge di stare a
troppa distanza dal Maestro. Perché lui e lui solo è colui che non toglie la
vita nel nome di Dio ma che, in Dio, depone la sua per noi. Lui il pastore che
invece di servirsi delle persone si annienta fino a lavare loro i piedi, fino a
dare la vita per i nemici. Lui che non usa il nome di Dio e la religione per
fare violenza ma si immola a disarmata onnipotenza. Lui che non toglie la
libertà alle persone pretendendo sacrifici ma che diventa, lui pastore,
l’agnello immolato per sacrificare per sempre il sacrificio. Guardare a lui,
aprire gli occhi, sapendo che ci faremo male. Ma che incontreremo vera libertà.
Entrare in Lui, passare per Lui, nostra unica porta, farci battezzare cioè
morire e risorgere in Lui.
Ma anche cercare, con pazienza e attenzione il riflesso del Risorto tra le trame
della vita, cercarlo in qualcosa di apparentemente piccolo e insignificante,
cercarlo lontano dai riflettori, trovarlo dove i maestri non si accorgono di
esserlo, dove i pastori si credono solo pecorelle sperdute, dove l’umiltà è così
radicata da rendere scontata la presenza della libertà. Occorre stilare un
elenco. Pratico. Giorgio Torelli ne aveva scritto uno di elenco che mi sembra
luminoso. E semplice. E vicino. Perché questo è il paradosso del Vangelo, una
volta aperti gli occhi, misticamente, tutto si fa finalmente semplice.
> “I miei maestri sono stati i piedi scalzi dei francescani nella neve; una
> vecchia zia che morì come un Socrate del Cristianesimo convocandoci attorno al
> letto di addio per dire cose non udite dai teologi; un amico ventenne che
> rovinò dalla montagna e si segnò con la mano insanguinata prima di cominciare
> a consumarsi. E, poi, frasi sparse, il coraggio e la costanza di tanti (o
> pochi che fossero), il silenzio, le voci di dentro…”
>
> (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Cristo Pantocratore del VI secolo
L'articolo Il Buon Pastore, ovvero: della lotta contro il lupo che ho dentro
proviene da Pangea.
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli]
erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici
chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era
accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò
e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. (Lc
24,13-16)
> “Essi sono malati della sua assenza”.
>
> (Michel de Certeau, I pellegrini di Emmaus, Cittadella, 2009)
Come ci si ammala Signore della tua assenza? Come si arriva a camminare verso
Emmaus, quindi in piena fuga, tentando di mettere distanza tra noi e la tua
figura, senza riuscire però a liberarci di te? Perché in qualche storia rimani
impigliato e in altre, invece, sembri passare senza lasciare la minima traccia?
Sono gli incontri che abbiamo fatto, la disponibilità che abbiamo concesso o sei
tu, tu che eleggi qualcuno a tua preda e decreti che il suo destino è stare nei
tuoi artigli? Tu che rapini con un amore così violento da far paura, tu che
passi e cogli dei pescatori inermi trasformandoli in pesci e li trascini nella
tua rete, a dare la vita per te e con te… Tu che chiami qualcuno e non altri.
Cammino ancora, sospeso tra queste domande e la paura che un giorno possa
scoprire che il mio cuore non è più ammalato della tua assenza. Cammino e
ringrazio chi continua a costringermi a parlare di te.
I due di Emmaus discutono, conversano, ὁμιλεῖν, dice il testo, “omelie”, solo
chi è malato della tua assenza dovrebbe parlare di te? La predica non come
terapia ma come virus, parole che infettano la nostra tranquillità, lame che
riaprono ferite, che impediscono la cicatrizzazione, arpioni a riportare nei
pressi del Calvario. L’esperienza della Resurrezione chiede di tornare a
morire.
*
> “Sono troppo assorbiti da ciò che hanno perduto, per vedere il dono che hanno
> davanti. Sono troppo abitati dal volto di colui che hanno amato, per scoprirlo
> in quest’altro volto”.
Troppo assorbiti da ciò che hanno perduto. Troppo abitati da un volto che, per
amore, abbiamo delineato con eccesiva esattezza. Altra diagnosi impietosa
Signore, micidiale. Ci sono momenti nella vita di fede in cui tutto sembra
perfetto, il sogno corrisponde alla realtà e la realtà rimanda al sogno, nessun
dubbio che sia il Tuo volto quello che ci viene incontro, quello di cui
parliamo, quello che adoriamo. Certezze. Poi succede che tu ti avvicini davvero,
con altri connotati, e tutto va in frantumi. Perché non vogliamo riconoscere che
Tu sia diverso. O non ci riusciamo. In quel momento possono accadere diverse
cose, possiamo andare in frantumi anche noi, macerie tra le macerie, e non
ritrovarci più. Oppure possiamo insistere nel rimettere insieme i pezzi del tuo
ricordo andato in frantumi, strisciare come mendicanti a salvare il salvabile
perché “quello era il tuo volto” ed è impossibile che sia tutto finito. Non
parlo per astratto Signore, tu lo sai, tentazione vera è stato credere che tu
fossi presente dove io volevo metterti, che tu rispondessi ai miei progetti, e
così, cercando di ricostruire il tuo presunto volto perduto non mi accorgevo del
volto nuovo, inedito, anche scandaloso, che mi camminava accanto. Emmaus sei tu
che modifichi i tuoi connotati, Emmaus è la nostra resistenza, la paura che ci
abita, il senso di ingiustizia che ci prende quando siamo chiamati ad accettare
che Tu, per fortuna, non rispetti i confini dogmatici entro cui ti avevamo
confinato. Sempre questione di luoghi che diventano sepolcri, sempre
resurrezione in atto, Tu sei altrove, svuoti, il tuo volto è diverso e brucia
ammettere che noi, sinceramente, vorremmo che tu fossi un Dio malleabile, dolce,
arrendevole. Invece indurisci il volto e ci costringi alla Passione.
Diego Velázquez, Cena in Emmaus, 1618
*
> “«Sì veramente tu sei un Dio nascosto»: più tu ti avvicini, più tu ci
> sconvolgi; più riveli la tua grandezza scendendo al nostro fianco, più ci
> superi domandandoci un distacco da noi stessi…”
Un Dio nascosto anche quando ti riveli. Un Dio nascosto soprattutto quando ti
riveli. Un Dio pericoloso quando ti avvicini, perché avvicinandoti sconvolgi, un
Dio che superandoci chiedi un distacco da noi stessi. Un Dio misterioso e
fastidioso, come certi maestri che non si accontentano di insegnarci la vita,
come certi amori che non ci lasciano in pace, come la vita quando decide di non
lasciarsi addomesticare. Quante persone ho visto implorarti Signore (e io con
loro), ti chiedevano di essere chiaro, di dire cosa volevi dalle loro vite, ti
avrebbero obbedito ciecamente, dovevi solo essere esplicito. Comandare. Avevano,
avevamo bisogno di un ordine oggettivo da rispettare. Tu invece ti sei nascosto,
tu continui a nasconderti. Chi crede di averti afferrato, di esserti ubbidiente
alla lettera genera inferni. Tu sfuggi dalla pretesa di chi non vuole fare i
conti con la propria libertà. Emmaus è il Dio che quando si avvicina sconvolge
perché coinvolge. Emmaus è il Dio che raggiunge, affianca, supera, scompare, è
il Dio che si fa intimo e che si separa, è il Dio che chiede a noi un distacco
da noi stessi. Se tu fossi solo un ordine da eseguire, un ruolo da rispettare,
una legge da osservare non saresti vivo. E incarnato. E in noi. Tu vuoi che ci
stacchiamo da noi stessi, dall’idea granitica che ci siamo fatti di te, da ciò
che ci illudiamo di aver capito, da ciò che la gente si aspetta da noi… perché
vuoi abitarci. E la fede incarnata diventa davvero, sempre, un’altra cosa.
Emmaus è il Dio che chiede di abitarci.
*
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi
lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa,
gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è
accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che
riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti
a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo
hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi
speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono
passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle
nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo
trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di
angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla
tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i
profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella
sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte
le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse
andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il
giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e
lo diede loro. (Lc 24,17-30)
> “Egli apprende da essi ciò che sa già. Essi, raccontandosi a lui, nascono a
> loro stessi, alla loro verità davanti a lui, a ciò che egli ha già fatto in
> essi. La sua attenzione li crea e li rispetta: essi li genera alla “loro”
> esistenza, a questa via che viene da lui e che è un dialogo con lui”.
E infatti non convinci i tuoi amici, non li catechizzi: li abiti. O almeno ci
provi, ti proponi. Lasci che siano loro a parlare di te, e se prima parlavano di
ciò che era accaduto da malati della tua assenza, ora parlano di una relazione
che ha cambiato le loro storie tramutandosi in malati della tua presenza. Si
gioca tutto qui. Parlare di te solo come assente o arrivare a cercarti anche
come presente. Le due cose non si annullano, il rischio è quello di rimanere
solo nello spazio confortevole dei ricordi. Rileggere tutta la storia vissuta
ma, ancora più, tutta la storia universale riferendosi a Te, vivo, adesso.
Quello che accade è che, se tu sei respiro del nostro respiro, ogni cosa assume
una prospettiva totalmente nuova. Non è retorica, è cambio radicale di
paradigma. Emmaus è svelare la vocazione del Creato. Se ogni parola della
Scrittura si riferisce al Risorto, se ogni aspetto della vita è a Lui riferito
ecco che tutto è svelato, ogni atomo, ogni istante non è altro che inserito in
quel movimento di morte e resurrezione che Cristo ha manifestato. Emmaus è
aprire gli occhi sul movimento intimo del mondo. E quindi anche su noi stessi.
Noi siamo chiamati a morire, continuamente morire, per risorgere in Cristo, e
questo per il semplice fatto che anche noi siamo “riferiti” a Lui.
Solo così anche la prima chiamata dei discepoli non è solo uno strappo violento,
una pesca dolorosa, ma l’esplicitazione del destino che ogni vita custodisce.
Pescati per essere salvati.
Amare, questa parola così pericolosa e abusata, questo rischio e questa fonte di
incomprensione, questa malattia e questo delirio, amare non è altro che
accompagnare ogni cosa a scoprire di essere riferita a Cristo. Che ogni cosa
scorre verso di Lui, che ogni persona è chiamata a morire e risorgere in Lui.
Emmaus è una sfida, una provocazione, non si dà vero amore fuori da questa
traiettoria di salvezza. Solo in Cristo siamo davvero liberi. E questo si
spaventa. Solo chi è davvero malato di Lui può osare tanto.
*
> “Egli attende solamente la fine del nostro racconto e il termine della nostra
> storia per rivelarci chiaramente che egli è sempre stato là”.
Egli è sempre stato nella nostra vita. La Resurrezione non è qualcosa che sarà,
non è il lieto fine imposto dall’alto al fallimento della missione umana di
Gesù, l’abbiamo appena visto nel mistero della Pasqua, ma la comprensione di una
fedeltà, di un’alleanza di Dio alla nostra vita che non viene mai meno. Entrare
in questa logica cambia decisamente la nostra prospettiva sulla vita. Siamo al
mondo per incontrarlo, per fare esperienza che noi stessi non siamo nulla senza
di Lui, che fuori dalla comunione, dalla sua alleanza, semplicemente, moriamo.
Come suonano queste parole alle nostre orecchie? Sono promessa o minaccia, ci
sentiamo compresi o invasi? Viene in mente il fratello maggiore della parabola,
“tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15,31), questo dice il
padre che qualcuno definisce misericordioso e che altri sentono come invadente.
Emmaus vuole spazio e tempo e un cammino, Emmaus è lo spazio che Cristo disegna
intorno ai suoi amici perché loro possano decidere di se stessi e del loro
rapporto con Dio. La vita non è altro che il tempo e lo spazio che ci è donato
per tentare di abitare l’intimità con il Signore e per decidere, giorno dopo
giorno, se abitare l’Alleanza con lui come una Grazia o come una maledizione.
Rembrandt, Cena in Emmaus, 1629
*
> “Alla sera di questo giorno, vogliono fermare presso di loro il sole”.
I due a Emmaus, nel cuore della notte, vogliono fermare il loro sole. Perché
sentono che senza di Lui loro stessi franerebbero in una notte oscura
impossibile da attraversare. Emmaus è un legame, la nostra vita di fede dovrebbe
essere un legame, ogni nostra relazione dovrebbe riflettere la luce dell’Unico
sole. Cristo si rende indispensabile. Si propone alla loro libertà, attende di
essere implorato. È una danza, si propone, si ritira, si mostra, si nasconde, si
avvicina, si allontana… è una danza, è un rischio, è una proposta, è una
seduzione. Emmaus è il racconto di un Dio così vivo da assumere i contorni
dell’amato. È il Cantico dei Cantici. È un Dio che abita il creato per farci
innamorare di lui. È un terribile rischio, è totalmente altro rispetto alla
caricatura che ci siamo fatti di Lui, “noi speravamo che fosse lui a liberarci”,
questo dicono ancora i nostri sogni disidratati e intanto Dio spera solo che
possiamo innamorarci di lui. Che decidiamo di non liberarci mai più della sua
presenza.
*
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro
vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore
mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti
gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore
è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo
la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24,31-35)
> “Il Creatore si riconosce da ciò che crea; il Salvatore si manifesta in ciò
> che salva. Tu sei il Dio vivente”.
Apparire, sparire, restare. Vederlo nei tratti dell’uomo di Nazareth, percepirlo
in questa danza che altro non è una liturgia fatta di parole e pani spezzati,
sentirlo presente ovunque, eternamente. Sentirsi presenti a lui. A questo Dio
che è Creatore perché parla attraverso il creato, perché è colui che crea e ci
ricrea grazie alla misericordia. Dio Salvatore perché in Lui ci salviamo dalla
disperazione, dal leggere la vita che viviamo come una lenta e imperterrita
discesa verso il buio dell’oblio. Dio vivente perché abita la vita, perché la
vita tutta diventa spazio per divinizzarci. Per lasciarci trascinare in Lui. Per
Cristo, con Cristo, in Cristo. Emmaus non è altro che una splendida definitiva
salvifica liturgia.
*
> “Non avremo altro da testimoniare se non le tue opere in noi. Ci fai tu stesso
> ciò che abbiamo da dire di te, mettendo già nelle nostre vite ciò che tu
> metterai sulle nostre labbra”.
Emmaus è il racconto di una conquista amorosa, è scoprirsi svuotati, è
arrendersi a Lui. Tutto scompare perché tutto ormai parla di Lui, e in questo
Tutto anche noi, strumenti nati solo per cantare la sua presenza al mondo. Nulla
abbiamo da costruire, nulla da dimostrare, nulla da conquistare, solo da
mostrare le Sue opere in noi. Se Dio ci ha amati, se Dio ha amato anche me e
continua ad amarmi, se Lui è più grande della mia miseria allora è vero che il
nostro destino è eterno sotto il segno della Sua promessa. Emmaus è il racconto
di uomini che finalmente comprendono che il senso del nostro essere vivi è solo
quello di testimoniare le Sue opere in noi.
Alessandro Deho’
Le citazioni sono tratte da: Michel de Certeau, “I pellegrini di Emmaus”,
Cittadella, 2009”
In copertina: Caravaggio, “Cena in Emmaus”, 1601-1602
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
L'articolo Emmaus. Malati di Cristo proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte
del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù,
stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e
il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io
mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A
coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non
perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse
loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito
nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche
Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi
disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano
e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose
Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai
creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati
scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è
il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
(Gv 20,19-31)
Tommaso fissato a simbolo eterno dell’incredulità. Tommaso patrono di coloro che
non credono fino a quando non toccano. Tommaso il discepolo mancante (perché non
era con i Dodici quando il Risorto decise di farsi presente la prima volta?)
Tommaso è il discepolo che Gesù non ha aspettato. Tommaso il discepolo che sfida
gli amici con una frase perentoria “se non vedo non credo”. Tommaso dietro cui
ci facciamo scudo quando facciamo fatica a credere, quando ci sembra poco
credibile la resurrezione. Tommaso e la sua pretesa di sprofondare nel segno dei
chiodi. Tommaso che la mano, alla fine, non la affonda nel costato di Cristo.
Tommaso che crolla ai piedi del Maestro. Tommaso e la sua fede.
Avvicinarsi alla figura evangelica di Tommaso è sempre una sfida, ognuno legge
un frammento diverso, qualcuno proietta una propria debolezza, altri ne traggono
provocazioni o rassicurazioni ma Tommaso sfugge sempre. È vero, è la grammatica
del Vangelo, colui che non si lascia addomesticare dall’uomo è innanzitutto Gesù
di Nazareth, eppure Tommaso stupisce sempre, ci mettiamo al suo fianco, spesso
ci mettiamo al suo posto e sempre le interpretazioni divergono
molto. L’impressione è che confrontarsi con il discepolo che per tanto tempo è
stato paladino dell’incredulità, una sorta di antesignano del positivismo, non
sia altro che un gioco di specchi, un labirinto. Si cammina sospesi tra la
simpatia provata per l’uomo che grida la sua fatica di credere nelle apparizione
del Risorto e l’ammirazione per quello stesso uomo che, dopo poco, frana ai
piedi del Risorto. Approcciare Tommaso è accettare che il suo volto si
moltiplichi, è non fermare le innumerevoli interpretazioni, è sovrapporre il suo
volto al nostro, è perdersi, ritrovarsi, tornare a perdersi. È cercare le
ferite, ritirare la mano, tornare a elemosinare di poter affondare il nostro
dito nel Suo costato. La fede di Tommaso è la nostra fede, è il tentativo di
liberarci dal nostro io incredulo per naufragare finalmente nella sicurezza del
credente. Tommaso lo sentiamo comunque vicino. Sempre. Tommaso parla, e la sua
storia si moltiplica, all’infinito.
*
TOMMASO, TUTTO DOVREBBE ESSERE DIVERSO.
> “Non solo dunque incredulità, ma anche ostinazione a non credere. Dov’era
> Tommaso in quei giorni? per dove ha girato in quel tempo di passione,
> l’incredulo, il più smarrito forse, colui che più di tutti potrebbe
> rassomigliarci. Perché questo è il problema: se noi davvero crediamo che
> Cristo sia risuscitato da morte. Pur andando in chiesa, chissà se tu ed io ci
> crediamo davvero che Cristo è risorto. Perché se si crede a questo, tutto
> dovrebbe essere diverso, il modo di pensare, di agire, soprattutto il modo di
> morire”.
>
> (David Maria Turoldo, Tempo dello Spirito, Gribaudi, 1966)
Il Tommaso di Turoldo assomiglia a Turoldo. È ostinato, friulano e concreto. Si
può essere ostinati a non credere ma anche a credere, è un modo come un altro,
molto contadino, di affrontare la vita. Il Tommaso di Turoldo non c’era quel
giorno, l’assenza però non denota una mancanza ma una scelta. Era l’incredulo,
nobile postura, che ha fatto suo il tempo di una personalissima Passione.
Turoldo non ha mai manifestato troppa tenerezza verso una fede borghese da
cristiano della domenica, il suo Tommaso infatti è l’emblema di un altro modo di
credere. Perso per scelta, non si rinchiude per paura dietro alle porte chiuse
di una sacrestia, la sua assenza è denuncia, il suo smarrimento un
merito. Turoldo, si capisce, spera di somigliargli. Poi il poeta sembra prendere
il discepolo per il bavero, sembra portarlo a forza tra i suoi, in chiesa, e
solo lì lo interroga: ma se crediamo alla resurrezione non deve essere tutto
diverso? Non deve essere diverso il pensare, l’agire, il credere? Non dovrebbe
essere tutto diverso? Anche il morire. E allora perché non lo è? Turoldo sembra
interrogare Tommaso, il Tommaso che si porta dentro. Il Tommaso orgoglioso e
ostinato, il poeta figlio di contadini, il discepolo con le mani enormi,
possenti. Il poeta dalla voce profonda chiede a Tommaso perché lui non vede
ancora i segni della fede con chiarezza. Perché è così difficile vivere e morire
da cristiani? Perché sembra tutto ancora uguale a prima della Sua resurrezione?
Nel Tommaso di Turoldo ci specchiamo fino a quando il discepolo non decide di
pronunciare quelle parole di sangue e di miele: “mio Signore e mio Dio”. Quel
“mio” è una cesura, in quel momento il discepolo non è più nostro, è solo Suo,
ed è un mistero insondabile quel legame di vitale appartenenza. Turoldo uomo di
fede e di poesia lo sa, lo sa bene. Forse solo il drago che ne minerà la salute
lo porterà a pronunciare la definitiva professione di fede. Ma non lo sappiamo,
il Tommaso di Turoldo resta solo suo. Anche Turoldo ora, resta solo Suo. A noi
di contemplare l’ostinazione che, nel frate, diventa un valore. Una
caratteristica divina. Dio, l’ostinato. Sperando di diventare anche noi solo
suoi.
San Tommaso secondo Simone Martini
*
TOMMASO, CEDILO QUESTO TUO IO!
> “Ti devo sopraffare. Non ti posso risparmiare di pretendere da te la cosa più
> cara che hai, la tua malinconia. Dàlla via, anche se ti costa l’anima e il tuo
> io crede di morire. Butta via questi idoli, il freddo grumo di pietra nel tuo
> petto, e io ti darò al suo posto un cuore nuovo di carne, che batterà secondo
> il polso del mio. Cedilo questo tuo io, che vive del fatto di non potere
> vivere, che è malato perché non può morire: lascialo perdere, così comincerai
> finalmente a vivere”.
>
> (H.U. Von Balthasar, Il cuore del mondo, 1994; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 14, Queriniana, 2009)
Il Tommaso di Von Balthasar è travolto da Dio, si lascia sopraffare dal Risorto.
Immagine potente, da mistico. Il Tommaso di Von Balthasar è un pensatore che non
può più pensare, un teologo che non può più teorizzare, un filosofo che non può
più dedurre, è un uomo che si lascia travolgere, che si abbandona. Per qualcuno
è davvero difficile lasciarsi andare, abbandonarsi, consegnarsi. È l’approdo di
una vita di fede, di una lotta: la resa. Il Tommaso di Von Balthasar è vittima
consegnata al predatore, il Dio avvoltoio si scaglia sul tesoro conservato nel
romantico cuore del teologo: ne preda la malinconia, la parte più preziosa. Un
buon allenamento avrebbe permesso di cibarsi di nobile tristezza fino al giorno
della morte, su quel sentimento si sarebbe potuto costruire una buona e nobile
antropologia. La malinconia è probabilmente moneta più facile da scambiare al
banco degli intellettuali, sicuramente molto più accettata della speranza, così
infantile e ingenua.
Il Tommaso di Von Balthasar è affezionato al suo cuore di pietra, in esso trova
scolpite le regole da seguire, e poi è resistente, impermeabile all’amore. Il
cuore di carne invece è troppo vivo, è animale, non si può addomesticare, per
questo fa paura. Il cuore di carne è pericoloso, batterà secondo il polso
dell’Eterno, sarà per Tommaso come vivere con un cuore straniero. Il Tommaso di
Von Balthasar è spietato, perfetta la diagnosi della tentazione, il tuo cuore di
pietra “vive del fatto di non poter vivere”, è il Tommaso che spera che tutto
rimanga sotto l’ombra della morte, che la pietra rimanga a sigillare il
sepolcro, è l’uomo che ha paura di vivere perché vivere è perdersi, innamorarsi,
soffrire, sbagliare. Vivere è volgare. Morire è perfetto. Il Tommaso di Von
Balthasar non è semplicemente un incredulo convertito, è malato, “malato perché
non può morire”. E forse non lo vuole. Comprende che togliere la pietra dal
sepolcro è condannare il mondo intero ad essere un cimitero. È obbligare ogni
uomo a morire. Senza morte non si dà esperienza di Dio. Il Tommaso di Von
Balthasar ha paura della morte, ma sa bene che è l’unico pertugio per accedere
alla consapevolezza dell’Eterno.
*
TOMMASO, RESITENZE RAGIONEVOLI
> “Il Signore mostra di non offendersi dell’incredulità di Tommaso, ma ne fa
> anzi un argomento per la nostra fede. Non è vero che al Signore dispiacciono
> certe nostre resistenze. Quando sono resistenze ragionevoli. (…) È vero che
> egli si è mostrato contegnoso e renitente, e che prima di gridare: «Signore
> mio e Dio mio», ha voluto essere sicuro della piccola garanzia che offrono i
> sensi, ma, adesso, il Signore sa che può contare su di lui più che sugli
> altri, che quel grido è un credo che verrà continuato anche davanti al
> martirio. Tipi come Tommaso ci mettono un po’ ad inginocchiarsi, ma, quando si
> inginocchiano, si inginocchiano veramente, quando amano, amano veramente.
> Quando Tommaso si offre, è un uomo che si offre. E se offre a Cristo il
> proprio cuore, è un cuore d’uomo che si offre. E se china la sua testa davanti
> a lui, è una testa d’uomo che si china. Così comincia l’adorazione «in spirito
> e verità»”.
>
> (Primo Mazzolari, La parola che non passa, 1984; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 4, Queriniana, 2000)
Il Tommaso di don Primo Mazzolari ha fatto la resistenza. Una resistenza che,
agli occhi del prete scrittore, non può che essere ragionevole. Il Tommaso di
don Mazzolari si relaziona con un Dio che apprezza le persone di carattere. Il
suo Signore ama i figli che non si abbandonano a facili sentimentalismi, che non
credono perché devono credere, che si oppongono al potere, che mettono al primo
posto la libertà. Il Dio del Tommaso di don Primo assomiglia molto a don Primo.
Il Tommaso di Mazzolari è un uomo che è cambiato radicalmente e, proprio in
virtù di quella faticosa e cristallina conversione, è diventato il discepolo più
affidabile. Il Tommaso Mazzolariano è l’alleato perfetto per tentare di
convertire i rudi contadini della Bassa. È il modello che potrebbe tramutare la
condizione di una prima chiusura al mistero in santità. Il suo Tommaso rassicura
le mogli inginocchiate in Chiesa avvolte dai veli: i vostri figli e i vostri
mariti, increduli, possono diventare addirittura tra i più affidabili discepoli
del Cristo. Il Tommaso di Mazzolari è simbolo dell’uomo vero, onesto, coerente.
In lui nessuna ombra di doppiezza, una volta che ha deciso di fidarsi non si
tirerà indietro, mai. Il Tommaso di Mazzolari è un uomo compiuto. Il Tommaso di
don Primo racconta il bisogno di partorire al mondo il profilo di un credente
coerente e maturo. Nel Tommaso di Mazzolari si legge la speranza per un Chiesa
diversa finalmente battezzata in spirito e verità.
Matthias Stom, Incredulità di Tommaso, tra il 1630 e il 1640
*
TOMMASO SORPRESO E INQUIETO
> “La qualità spirituale di quelle porte chiuse è illustrata con molta efficacia
> dall’undicesimo discepolo, che la prima volta non c’era. Incontrando i
> compagni, li trovò così aperti e loquaci da esserne sorpreso, e anche
> inquietato”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Nel Tommaso di Giuseppe Angelini ci sembra di ritrovare tutte le persone che
rischiano di smarrirsi per eccesso di fede, altrui. Il suo Tommaso incontra i
compagni ma trova in loro troppa apertura, troppe parole, troppa speranza,
troppa facile felicità. Come quando siamo appesantiti da un lutto e ci sentiamo
quasi in colpa perché chi va in chiesa, proprio perché Cristo è risorto, non
dovrebbe più soffrire, dovrebbe credere. Ci sentiamo vicino a questo Tommaso,
siamo con lui, con il suo essere fuori tempo e fuori posto, con il suo ritardo
ma, soprattutto, siamo al suo fianco nella critica che rivolge a certe
testimonianze cristiane che non hanno imparato la pedagogia paziente del
Maestro, che non sanno rispettare i tempi della conversione, che non sanno
tacere. Il Tommaso di Angelini è smarrito davanti all’apertura e alla loquacità
di chi sembra aver dimenticato il dramma del Calvario. Sembra quasi che sia
l’eccesso d’entusiasmo dei discepoli a spingere Tommaso a chiedere di ritornare
alle ferite. Il Tommaso di Angelini è travolto da una testimonianza che non solo
sorprende ma arriva ad inquietare. È una descrizione forte questa. La sento come
una critica verso tutte quelle manifestazioni di fede che smarginano in
sicurezze troppo esibite, in felicità che non prevedono ombra, in dogmi che
annientano dubbi. Il Tommaso di Angelini sembra voler mettere in guardia i
convertiti, le persone travolte da eccesso di fervore, una testimonianza che
brucia i tempi, che non si mette in umile ascolto dei tempi dei fratelli rischia
di diventare dannosa. Più ancora, una testimonianza anche sincera non può
convincere, può solo accompagnare fino alla soglia. E sulla soglia ritirarsi, e
immergersi nel silenzio, e lasciare al fratello di poter fare esperienza
personale del Vivente.
*
TOMMASO VOLER NON VEDERE
> “C’è un’espressione Zen molto nota che dice: «Se incontri Budda, uccidilo» (…)
> Dobbiamo essere infintamente grati a Tommaso, cui Gesù non ha fatto un favore.
> Lo ha lasciato lì in mezzo al guado, e del resto non poteva far altro:
> l’ultimo tratto Tommaso doveva farlo da solo, come ognuno di noi. Ma, grazie a
> lui, Gesù ci trasmette a parole l’insegnamento che comunica direttamente con
> l’insegnamento buddista. Leggiamolo come è scritto nel testo greco: «Beati
> coloro che non (mi) vedono e sono credenti». La beatitudine consiste nel non
> vedere Gesù e, proprio perché non è visto, credere. Proprio perché non vedo
> Cristo, l’oggetto Cristo, Cristo è vivo in me; proprio perché Budda non lo
> incontro, sono vivo in Budda. Eppure noi, stolti come Tommaso, vogliamo vedere
> Cristo, vogliamo incontrate Budda, e pensiamo che allora e solo allora la
> nostra fede sarà completa: rischiamo di fare della fede un giocattolo che
> prima o poi, per forza, dovremo rompere”.
>
> (Jiso Forzani, Il Vangelo secondo Giovanni e lo zen, Edizioni Dehoniane, 2001)
Il Tommaso di Jiso Forzani è Zen. Se incontri Budda uccidilo, anche di Cristo
occorre privarsi, del “Cristo oggetto”, anche lui occorre uccidere. Nel Tommaso
di Forzani non c’è spazio per il discepolo incredulo, per lui Tommaso è l’uomo
di una nuova beatitudine, quella di non aver visto Gesù. Si può credere solo in
ciò che non si può vedere, sembra questo il messaggio incarnato nell’esperienza
di Tommaso. O comunque nell’esperienza di un cristianesimo che tenta un dialogo
fecondo con dottrine orientali. Se non vedo Cristo, Cristo è vivo in me. Tommaso
diventa così il difensore di una fede che non cerca di impossessarsi di un
concetto, di una immagine, di una teoria, il Cristo di Forzani sembra non
esistere se non nell’esperienza del discepolo, siamo noi Tommaso e Cristo non
esiste se non nelle nostre carni, siamo ostensori, corpi che rendono visibile
l’invisibile. Il Tommaso di Forzani chiama stolto il Tommaso che vuole vedere
Cristo, che vuole toccare le sue ferite, e noi con lui, quando stoltamente
facciamo di Cristo un giocattolo. Eppure le ferite rimangono, nel Risorto, sono
lì, ben visibili, come a rimandarci ad un sepolcro oggettivamente vuoto, forse a
ricordarci che Cristo non vive solo nell’illuminazione spirituale dei
discepoli.
*
TOMMASO, LE RAGIONI PER CREDERE
> “Sì, beati noi, che possiamo dire con Tommaso, divenuto credente «Mio Signore
> e mio Dio!». Infatti se crediamo che Cristo è vivo non è solo perché altri
> testimoni veritieri hanno visto; qualunque sia la necessità della loro
> testimonianza, essa è conseguenza di un riconoscimento personale del Signore
> risorto; conseguenza di un atto che trascende ogni prova, ogni logica. Cessare
> di essere increduli per diventare credenti? Un cammino difficile, certo, ma
> non la conclusione necessaria di una «prova». Abbiamo ragioni per credere,
> ognuno può elencare le sue. Ma alla fine dobbiamo riconoscere che nessuna di
> queste è «la» ragione della nostra fede”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni
> Paoline, 1993)
Il Tommaso di Robert Gantoy e Romain Swaeles è l’uomo che non si accontenta di
credere perché altri hanno creduto, perché altri glielo hanno testimoniato. Per
anni questo aiuta, si individuano testimoni credibili, maestri da emulare, ci si
fida e affida al pensiero di saggi, santi, sapienti, testimoni. Poi, un giorno,
non basta più. Neppure immergersi in libri, in spiegazioni, in trattati, perché
credere non è “la conclusione necessaria di una prova”. Non ci sarà mai la prova
definitiva, non per noi, non per i testimoni che avevamo incoronato a patroni
della nostra tranquillità. Il Tommaso dei due monaci è l’uomo che è partorito da
un incontro personale. A questo siamo chiamati. Doloroso e liberante parto. Il
loro Tommaso è l’uomo maturo che davanti ai dubbi di fede non si accontenta di
fidarsi di altri e allora ecco la sfida: elenca le tue ragioni per credere.
Saranno tue e solo tue, non saranno mai definitive, saranno sempre fragili e
indispensabili, saranno il tuo rosario, la tua preghiera, la litania della
speranza quando tutto sembra crollare. Saranno inutili nel loro non arrivare mai
a conclusione e saranno, insieme, essenziali, proprio se accettano di non
arrivare mai a conclusione, non ora, non qui. Ma non saranno vane solo se
fioriranno in una relazione. Elencare le ragioni per credere ma farlo dando del
“tu” a Dio, cercando di scovarlo, implorando, parlando, interrogando, come
Giobbe, in verità impaziente, ma salvo solo per il suo non sfilarsi mai dalla
relazione con il Signore. Tommaso dice “mio” e quel legame vitale è l’unica
sfida, l’unica “prova”. Siamo suoi. Ieri, oggi e sempre.
E lo dice perfettamente il Tommaso di un altro teologo, Severino Dianich:
> “L’ultimo atto di coerenza dei discepoli, nel consegnare la loro speranza per
> il destino del mondo a Gesù, è la estrema professione di fede, che troviamo in
> una delle ultime pagine dell’ultimo dei vangeli, pronunciata da Tommaso
> davanti al risorto: ‘Signore mio e Dio mio!’. Se la fede cristiana non
> giungesse all’affermazione della divinità di Gesù, tutta la considerazione del
> valore salvifico della sua morte e della sua resurrezione resterebbe priva
> della sua condizione essenziale di plausibilità. Infatti quel rapporto
> esistenziale, interiore e profondo, per il quale il credente si sente assunto
> nel mistero della sua morte e della sua resurrezione e così rinato ad una
> esistenza nuova e destinato alla vita eterna non sarebbe in alcun modo
> pensabile. Solo con Dio infatti è possibile un rapporto di questo genere, in
> forza della sua trascendenza onniavvolgente, nella quale, ben prima di
> qualsiasi consapevolezza o qualsivoglia decisione di fede, noi tutto ‘viviamo,
> ci muoviamo ed esistiamo’”.
>
> (Severino Dianich, Il messia sconfitto, Piemme, 1997)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Caravaggio, Incredulità di San Tommaso, 1600-1601
L'articolo Tommaso, uomo proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal
sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù
amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e
giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e
osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato
là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro
discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non
avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
**
MARIA DI MAGDALA, QUESTO MI BASTA
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal
sepolcro. (Gv 20,1)
> “Sarai in grado di riconoscere che il tuo spirito è pienamente risorto in
> Cristo se potrai dire con intima convinzione: «Se Gesù vive, questo mi
> basta!». Questa parola esprime davvero un attaccamento profondo e degno degli
> amici di Gesù. Com’è pura l’affezione che può dire: «Se Gesù vive, questo mi
> basta!». Se egli vive, io vivo, perché la mia anima è sospesa a lui, di più
> egli è la mia vita è tutto ciò ci cui ho bisogno. Che cosa mi può infatti
> mancare, se Gesù vive? Anzi mi manchi pure tutto il resto, questo a me non
> importa, purché Gesù viva… Se a lui piacesse anche che io mancassi a me
> stesso, a me basta che egli viva, fosse pure per se stesso. Quando l’amore del
> Cristo assorbe così totalmente il cuore dell’uomo, al punto che egli si
> trascuri e dimentichi se stesso e sia sensibile solo a Gesù Cristo e a quello
> che concerne Gesù Cristo, allora soltanto la carità è perfetta in lui”.
>
> (Guerrico d’Igny, Sermo in Pascha, I, 5; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 4, Queriniana, 2000)
Salpare con Maria di Magdala in quella notte che l’evangelista battezza come un
inizio (ma lei, ancora, non lo sa) non è così difficile. Quando il buio si
intona con le oscurità del cuore basta scegliere di abitare la tenebra, di
intonarsi al dramma. Non sappiamo cosa si muovesse davvero nel cuore della
Maddalena, sappiamo però cosa si muove nel nostro quando scegliamo di stare nel
buio, di adeguarci al lutto, di interpretare continuamente la parte della
vittima da dolore insanabile. Non è facile vivere nella pena ma almeno è
accettabile, per noi che sentiamo di aver trovato la giusta modalità di reazione
agli urti della vita, per la società che comunque comprende la scelta romantica
della macerazione nella fine di un amore. Di un sogno. Di un ideale. Quindi non
so dire con esattezza se trovare una pietra scostata dal sepolcro dei nostri
dolori, dei nostri fallimenti, dei nostri eterni dubbi esistenziali, possa
essere letta immediatamente come una buona notizia. Scompiglia il copione.
Costringe a rimettere tutto in gioco. Soprattutto obbliga a dover imparare una
grammatica nuova, diversa, inaccettabile. David Maria Turoldo scrisse in una sua
famosissima poesia dal titolo A stento il nulla queste parole:
> “No, credere a Pasqua non è
> giusta fede:
> troppo bello sei a Pasqua!
> Fede vera
> è al venerdì santo
> quando tu non c’eri
> lassù!…”
>
> (David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti, Milano 1991)
Poesia splendida che si conclude con quel maestoso “e a stento il Nulla dà forma
alla sua assenza”, eppure quell’inizio mi ha sempre bloccato, non l’ho mai
condiviso. Credo invece sia molto più facile credere in giorno di venerdì,
quando Lui tace (proprio perché Lui tace!) e tutto si gioca in una carne
martoriata ma visibile. È molto più facile stare in una fede impastata di buio,
con la speranza probabile di potere avere un cadavere a disposizione da adorare,
profumare, amare, trattenere. Quante vite si arenano romanticamente sul cadavere
idealizzato di quello che avremmo potuto essere togliendoci così l’imbarazzo di
andare per il mondo, come suggerisce Guerrico d’Igny a proclamare “Se Gesù vive,
questo mi basta!”. Nessun saggio si siederebbe ad ascoltare questo infantile
grido mistico, sui turbamenti della fede, sulle ombre che incrostano pensieri di
laici devoti; invece, è sempre molto più interessante adagiarsi. Siamo sempre
allo stesso punto. Per credere, per credere nella Resurrezione, bisogna perdere
se stessi, occorre avere un’anima “sospesa a lui”, dire che Dio “è la mia vita,
è tutto ciò di cui ho bisogno”, che siamo pronti a perdere noi stessi pur di non
perdere Lui. No, credere nella Resurrezione non è più facile rispetto a
scegliere di abitare eternamente il dubbio e il dolore. Credere a Pasqua è
trovare la forza di proclamare quella che sembra l’ingenuo sogno di un bambino.
Abitare la Resurrezione chiede la follia degli amanti, la pazzia dei mistici,
chiede di perdere la faccia. E lo sa bene l’apostolo Paolo:
> Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano,
> altri dicevano: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”. Così Paolo si
> allontanò da loro.
>
> (Atti 17,32-33)
*
PIETRO, LA RESURREZIONE È UN LEGAME
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù
amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’hanno posto!». (Gv 20,2)
> “Padre e Figlio (…) hanno vissuto tutta la passione intimamente uniti. Insieme
> hanno acconsentito alla morte di Gesù, dolorosa tanto per l’uno quanto per
> l’altro. Al cuore di quella morte, il Padre non abbandona il Figlio, e il
> Figlio stringe sempre la mano del Padre. Come cantava il salmo: il Padre non
> può abbandonarlo alla morte, né lasciare che il Figlio amato veda la
> corruzione (cf. Sal 16,10). E come ripeteranno continuamente gli apostoli nei
> loro primi discorsi sulla pasqua, è la destra di Dio che ha esaltato Gesù come
> principe e salvatore. colui che dona il perdono e la remissione dei peccati”.
>
> (André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2017)
Ma per fortuna Maria di Magdala corre, forse riesce a credere solo che il corpo
dell’amato sia stato rubato, però corre, chiede al suo di corpo di ritrovare
velocità, urgenza, concede allo smarrimento il dono di una relazione: cerca gli
amici. Maria di Magdala rintraccia qualcuno con cui entrare in dialogo. Non è
sfumatura di poco conto. Come non è indifferente che non sia solo Pietro ad
essere interpellato, con lui c’è anche l’altro discepolo. La Resurrezione si
comprende solo assumendo la logica dei legami, perché la Resurrezione è un
legame! Non l’intervento di un Dio che dall’alto irrompe nella storia per
correggere una traiettoria errata, non il colpo di teatro dell’Onnipotente a
sistemare il più grande e drammatico errore dell’umanità ma lo svelamento
dell’essenza profonda della vita di ogni uomo: il legame indissolubile con
Lui. Quello manifestato in Cristo in modo unico e perfetto. Gesù è il Dio che si
fa uomo per rendere visibile il legame eterno di Alleanza tra il Padre e il
Figlio, tra Creatore e creature. La Resurrezione svelata il mattino di Pasqua
con quel sepolcro oggettivamente vuoto (senza il quale non sarebbe stato
possibile per i discepoli iniziare un itinerario di conversione, di rilettura,
di comprensione!) accompagna i discepoli a ricordare e riconoscere quella
testimonianza cristallina che Cristo ha da sempre predicato nella sua carne, “il
Padre non abbandona il Figlio, e il Figlio stringe sempre la mano del Padre”.
La Resurrezione non è comprensibile se non nella rilettura esperienziale di un
Dio che non ha mai abbandonato il Figlio, di un Figlio che nella sua carne ha
reso visibile la presenza dell’Invisibile. La Resurrezione è comprensibile solo
tentando di seguire la domanda della Maddalena (“non sappiamo dove l’hanno
posto!”) ma provando a rispondere a partire dall’esperienza di vita condivisa
con il Maestro: Gesù non può che essere nel “luogo” dove è sempre stato: nel
seno del Padre. Se la Resurrezione fosse solo irruzione esterna, evento
dall’alto, il Risorto sarebbe apparso a tutti, invece la possibilità di accedere
alla logica della Resurrezione è possibile solo per chi abita la relazione con
Lui. Il Risorto appare solo ai suoi. Non può far altro, abitare il legame è la
dinamica insita alla comprensione della Resurrezione.
Si comincia già a intravedere quale sarà la logica futura, il tempo dello
Spirito Santo, l’esperienza di una promessa, Alleanza davvero definitiva: io
sono stato con voi, io sono con coi, io sarò sempre con voi. È questa l’unica
porta d’accesso per intuire l’Annuncio Pasquale che altro non è se non lo
svelamento del senso profondo della vita degli uomini. Siamo vivi per scegliere
di vivere nel Suo legame d’Amore. Relazione che diventa segno/simbolo visibile
in tutti quei tentativi d’amore che rendono viva la viva. La Resurrezione matura
in noi ogni volta che tentiamo di amare come Lui ci ha amato. Vangelo.
Maria Maddalena secondo Piero di Cosimo, 1490-95
*
L’ALTRO DISEPOLO E LA VELOCITA’ DELL’AMORE
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e
giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. (Gv
20,3-5)
> “Nella Chiesa l’amore va sempre più in fetta del ministero. Si accorge più in
> fretta di ciò che bisogna fare, si impegna sempre con generosità. Il
> ministero, anche quando si muove con la massima rapidità, non può raggiungere
> l’amore… L’amore consiste nella generosità; ed è in questa che è più rapido…
> Ma l’amore non è un folle che corre in modo insensato. Infatti entrambi
> corrono bene insieme. L’amore resta in giusto contatto con il ministero e a
> sua disposizione, ma è comunque lui che trascina”.
>
> (H. Urs von Balthasar, Adreinne von Speyr et sa mission théologique, Apostolat
> des éditione, Paris, 1976, pp.225-226; da Commento delle Letture dominicali,
> Edizioni Paoline, 1992)
Anche la corsa verso il sepolcro non è traiettoria individuale, corre Pietro e
corre l’altro discepolo, corre il magistero, secondo l’interpretazione di Von
Balthasar, e corre l’amore, ma l’amore è più rapido, meno appesantito, più
generoso. Eppure non entra nel sepolcro, aspetta. Mi sembra la descrizione di
tutti i nostri tentativi di vita, spesso goffi e dolorosi. Non penso
immediatamente al magistero come alla raccolta di leggi che governano la chiesa
istituzione, penso al dissidio che ognuno di noi si porta dentro. Penso a chi
corre rapido e tiene il passo dell’Amore, ma poi deve fermarsi, aspettare,
perché quell’amore se non prende carne, se non assume il magistero della
concretezza, se non si ordina in disciplinate regole è la dissoluzione in mille
fantasie, è la spiritualizzazione delle migliori intenzioni, è la gabbia dorata
degli indecisi, è la trincea dietro cui si difende chi ha paura del corpo. Penso
a chi, al contrario, non riesce più a contattare l’amore ed è imprigionato in
uno scialle di norme e di regole, di dogmi personali, di teorie inscalfibili che
impediscono di cedere, di credere davvero, di affidarsi. Penso a chi vorrebbe
amare e non ne ha più il coraggio, a chi non ne ha mai fatto piena esperienza
oppure a chi ci ha provato, e si è bruciato. Penso a chi non si fida della
concretezza del mondo, a chi trova sempre un motivo per non affidarsi a nessuna
istituzione perché qualsiasi istituzione non mai pura come l’idealizzazione
dell’amore. Penso che la corsa di Pietro e dell’altro discepolo ce la portiamo
dentro e non è mai risolta del tutto, e che fede sia stare nel doloroso
discernimento di tentare di far accedere nel sepolcro, a breve distanza, il
doppio approccio alla vita.
*
NEL SEPOLCRO L’ABISSO DI DIO
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e
osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato
là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. (Gv 20,6-7)
> “Se guardiamo a Gesù, possiamo credere che con la morte una vita non cade nel
> vuoto abisso dell’assurdità, ma nell’abisso di Dio”.
>
> (Karl Rahner, Che cos’è la risurrezione, Queriniana, 1987)
Non è così difficile credere sul Calvario. Credere nell’ennesimo profeta
incompreso, nel Maestro ucciso dal potere, nel romantico rivoluzionario immolato
dal sistema. Non è così difficile credere nemmeno se si assume lo sguardo del
centurione al Calvario, si può credere di credere in Dio accontentandosi di
adorare un uomo innocente che muore benedicendo. È già tantissimo, ma non è vera
fede. Vera fede non è intavolare un discorso sulla morte del maestro, quello lo
faranno pure i due di Emmaus, da subito, vera fede è tornare indietro, accettare
la morte, entrare nel sepolcro: personalmente! Magistero e Amore, i due
discepoli che ci abitano, devono morire. Un magistero che non muore per il
fratello non è evangelico. Un amore che non dà la vita per il nemico non è
amore. Non è questo l’abisso di Dio? Possiamo limitarci a teorizzare sull’abisso
oppure decidere che non ha senso nulla di noi se non varchiamo la soglia del
sepolcro. Quel passaggio è saggezza o assurdità? Perdere la vita è pienezza o
penosa follia? Entrare nel sepolcro è lasciare che la parete del seme si incrini
per incarnare primavera o è una pietosa fuga da quel mondo che sentiamo
inospitale? Non esiste risposta teorica, preventiva, esiste un legame,
personale, con il Vivente. Esiste la possibilità di accogliere la risposta:
«Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”» (Lc
1,27), sono le parole dell’Angelo a Maria, lo Spirito entra nel Sepolcro della
carne, Annunciazione, Incarnazione, Resurrezione: questo il movimento della fede
di Dio nell’uomo.
William Blake, Le tre Marie al sepolcro, 1800
*
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e
vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli
doveva risorgere dai morti. (Gv 20, 7-9)
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e nella morte. Non alcun effetto liberatorio una
> qualsiasi dottrina sulla resurrezione, bensì l’esperienza della risposta di
> Dio: «Io sono sempre con te!»”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana, 1988)
Solo da dentro il sepolcro si può vedere e credere, immersi in un Vuoto
ordinato, spazio dove la morte ha appena finito di sistemare bende e sudario,
morte che offre il suo volto fecondo e doloroso; la vita non è altro che il
travaglio verso un passaggio, è un parto, una Pasqua. Non si sminuisce il
dolore, non si svuota ingenuamente il dramma, non si disarma la paura, ma ha
ragione Lehmann, fossilizzarsi sul confine non ci aiuta a comprendere. Non ha
senso chiedersi “cosa ci sarà dopo”, pontificare che “nessuno è mai tornato!”,
andato dove? Tornato da dove? Incomprensibile la Resurrezione se non si è in
comunione con il Vivente qui e ora. È la comunione con lui, quella sperimentata
dai discepoli in continuità con tutta la Scrittura (ecco perché solo a Scrittura
compresa iniziarono a credere), quella che avevano sperimentato con Lui e che
ora si illuminava del senso più vero e profondo, ed è così che nascono i
Vangeli, non cronache ma traiettorie offerte per entrare in comunione con il
Vivente, per farne esperienza. Solo così, cercando continuamente la Comunione
con il Risorto, in una vita spirituale insieme leggera (non tutto dipende da
noi) ma anche frutto di disciplina ferrea (la lotta con il mondo non è uno
scherzo), solo così il Sacro non rimarrà spazio di fuga dalla realtà ma luogo
concreto di comunione, ingresso nella verità di ogni vita, intimità con l’Eterno
già qui, già ora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: dettaglio dalla Deposizione di Cristo di Rogier van der Weyden,
1435 ca.
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