Tag - Vangelo

Sale della terra, luce del mondo: essere discepoli vuol dire lodare Dio
Sale > “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo > si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato > dalla gente”. > > (Mt 5,13) Le beatitudini, cristalline e terribili, sono appena state appese al vento del monte e lì volteggiano e lo faranno eternamente in attesa di corpi, in attesa di discepoli, in attesa di essere colte da chi, come il profeta, accetterà la persecuzione in cambio di una vita che sappia reggere l’urto della felicità: “rallegratevi ed esultate”. Le beatitudini profumano ancora del soffio di Cristo, sono onda di mare dolcissima e violenta, felicità in cui ci si immerge, paradosso che trascina lontano dal porto protetto e rassicurante. Felicità è morire di beatitudini. Qualcuno si fa travolgere dal discorso del Maestro, qualcuno si abbandona all’urto dell’onda della possibile pienezza, è il discepolo. Sale della terra. È il folle in Cristo, è il povero, è l’uomo in lacrime, è il mite, è il giusto, è il misericordioso, è il puro di cuore, è il costruttore di pace, è il perseguitato, è il sale della terra. È quello che almeno prova ad esserlo, è colui che lo desidera con tutto se stesso. È l’uomo in Cristo. Ed è beato, felice, luminoso. E non sceglierebbe altro. Non vuole, non può. Nessun sacrificio, è solo consegna di sé. Totale e amorosa.  > “Il sale è necessario nella vita degli uomini. Che cosa bisogna dire? Ora è > conveniente chiederci in base a che cosa i discepoli di Gesù sono paragonati > al sale. Pare a me, perciò, che come il sale conserva i cibi, perché non si > trasformino in vermi a causa del fetore, e li renda utilizzabili per molto > tempo, così i discepoli di Cristo occupano ogni luogo della terra e lo > mantengono per opporsi al fetore dei peccati che viene dall’idolatria e > dall’impudicizia”. > > (Origene, Frammento 91)  Nella molteplice possibilità di interpretazione del simbolo del sale Origene sceglie il potere della conservazione. Il sale è ciò che permette alla carne di opporsi alla decomposizione della morte. In questa logica i discepoli sono gettati da Dio in abbondanti manciate su tutta la terra per impedire alla Creazione di trasformarsi in cadavere mangiato dai vermi. Sale gettato per conservare viva la vita. Perché il tempo senza Dio, l’abbandono dell’amore, in una parola sola quello che chiamiamo peccato, decompone, consuma, imputridisce.  Il discepolo è sale che difende il profumo della vita dall’assedio costante del fetore della morte. Viene in mente Lazzaro, che già puzzava, viene in mente Cristo, vengono in mente le sue lacrime, sale a scendere sulle guance, sale a depositarsi sulle labbra, sale scagliato come un ordine a difendere la vocazione intima dei corpi, sale come bacio a richiamare  l’amico tra i vivi, sale simbolo d’eternità.  Il sale è necessario alla vita degli uomini, senza sale si muore. Il sale degli uomini delle beatitudini è una benedizione, è la povertà a trattenere in vita cuori affascinati dalla ricchezza, dalla violenza, dall’oppressione, dall’imposizione… il sale è opposizione alle logiche del mondo.  Portiamo l’immagine di Origene nella preghiera, inginocchiamoci davanti al Vivente con il coraggio di chiedere il dono delle beatitudini, per non lasciare che il nostro narcisismo si nutra, come verme in una carcassa, del nostro corpo. Delle nostre buone intenzioni. Delle nostre illusioni. Chiediamo il coraggio di metterci almeno nel sentiero delle beatitudini, e che Lui sparga sale sulle nostre ferite, dolore bruciante, ma che il taglio non degeneri in cancrena. Sale, a conservare la parte più intima di noi, la nostra profonda identità, sale affinché l’immagine e somiglianza non venga deturpata. Chiediamo di essere abitati dall’uomo delle Beatitudini, per non decomporci, per non smarrirci, per poter sentire già fin d’ora come credibile la Sua promessa di resurrezione.  * Luce > “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra > un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul > candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”. > > (Mt 5, 14-15) Le beatitudini nascono dalle labbra di Dio come fuoco, sono possibilità di un’alba incandescente che giura la possibilità di una domenica senza tramonto. Beatitudini come roveto che non consuma, incendiano cuori, mangiano i bordi delle tenebre, cauterizzano le ferite inferte dal dolore, oppongono dighe di fuoco all’infezione del male. Cristo è angelo di luce terribile e irresistibile. Qualcuno riuscirà a riconoscere la stessa luce anche sull’altro monte, Lui città illuminata perfino sulla cima del Calvario, lì dove il moggio sembrava cappa definitiva sul Verbo, lì dove beatitudine vera sarà la consegna di Cristo al Padre. Luce a trafiggere per sempre le tenebre.  > “Adesso li definisce luce del mondo; illuminati da lui, che è la luce vera ed > eterna, a loro volta diventino luce in mezzo alle tenebre. (…) Per mezzo di > esse infatti – a modo che il sole, con i suoi splendenti raggi, diffonde luce > dovunque – ha fatto pervenire la luce della conoscenza di se stesso > nell’universo intero”. > > (Cromazio di Aquilea, Commento al Vangeli di Matteo 19,1) Eppure la luce è terribile. Scegliere il buio, complicare l’interpretazione del mondo, scipparlo della semplicità pur di trovare una piega di pensiero dove nascondersi. Trovare alibi, non esporsi in nome di una fasulla umiltà. Proclamare di non sentirsi all’altezza per non dover essere costretti a rivestirsi di luce e quindi mostrarsi, senza maschere, senza ipocrisia, per quello che si è: poveri cristi. Ma illuminati. I discepoli non sono perfetti, non lo saranno mai. Solo vivono. E decidono. Rispondono concretamente. Prendono posizione sulla terra. Belli perché rivestiti della luce di Cristo. E chi li guarda, vede bene il miracolo: è Cristo a risplendere, il testimone è solo luce riflessa. Ed è beato, è felice di questo, ed è libero dal proprio infinito bisogno di volersi imporre al mondo “lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,30). Eppure, in questa consegna, ennesimo paradosso, il discepolo finalmente scopre la propria identità profonda. Siamo al mondo per farci portare alla luce, per diventare luce, per venire alla luce, per danzare in lui, siamo al mondo per nascere. Non può restare nascosta una città, non può restare nascosta una luce, non possiamo restare nascosti noi perché, semplicemente, senza di Lui, noi non saremmo.  Non è nemmeno questione di testimonianza, non in prima battuta, ma di necessità. Credo davvero che arrivi un momento in cui il discepolo non possa più fare a meno del rapporto con Cristo, di essere illuminato costantemente dalla sua luce, e questo per necessità, solo per necessità, necessario come l’aria. Si può anche sparire dal mondo, smettere di parlare, smettere di predicare, smettere di scrivere, smettere di esporsi, smettere qualsiasi cosa, ma non si può smettere Lui.  Si sta nella luce per necessità, perché senza “la luce della conoscenza di se stesso nell’universo intero”, l’universo imploderebbe nel buio e noi con lui. * Lodare Dio > “…ma immediatamente soggiunge, spiegandone la ragione: affinché diano gloria > al Padre vostro celeste, perché uno, il quale facendo il bene è ammirato dagli > uomini, abbia nella propria coscienza l’intenzione del bene compiuto, ma non > abbia l’intenzione di acquistare notorietà se non per lodare Dio, a vantaggio > di coloro ai quali si fa conoscere”. > > (Agostino, Discorsi 54,3) Essere discepolo-sale, essere discepolo-luce, può essere una grande trappola. La più terribile. Solo un discepolo può tradire il Cristo, chi non è discepolo non può arrivare a tanto.  Colpisce che sia sempre l’ammirazione degli uomini ad avere la forza di masticare la luce, di rendere insipido il rapporto del discepolo con Dio. La visibilità, lo diceva già Agostino, “acquistare notorietà”, mossa che illude di essere ancora suoi e invece ci riduce a non essere più nulla, vivi solo nell’ammirazione volatile e spesso invidiosa degli uomini.  Perché se il “sale perde il sapore” semplicemente non è più sale. Anche se si illude di continuare a dare sapore alla vita propria ed altrui, anche se non smetterà di parlare di Dio. Essere discepoli è arrivare a vivere solo per lodare Dio. Nient’altro che questo. Così nella preghiera ritorno all’amato Ignazio di Loyola, principio e fondamento: > “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così > raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per > l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue > che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve > allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci > indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla > scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non > desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza > piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga > piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e > scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo > creati”. > > (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Testa di Cristo di Albrecht Dürer; nel testo, due icone di San Paolo dello stesso artista L'articolo Sale della terra, luce del mondo: essere discepoli vuol dire lodare Dio proviene da Pangea.
February 8, 2026 / Pangea
Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo
Là dove non ci sono strade > “È detto infatti “Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i > misericordiosi, beati gli operatori di pace”. Chi non procede su questa via si > smarrisce là dove non ci sono strade…” > > (Macario, Homélies spirituelles. Le Sait-Esprint et le chrétien, Om. 27,23, > Abbaye de Bellefontaine, 1984, pp. 270-271) I discepoli presi nella rete della chiamata del Cristo, trascinati in un esodo di cui non intravedono ancora il senso profondo, ora sono lasciati liberi dalla morsa, il pescatore predicatore, il predatore Cristo ora è seduto, sul monte, luogo evocativo della legge antica, a reti aperte, ora tocca a loro, decidere.  Ora tocca noi, sempre tocca a noi, di decidere se avvicinarci a Lui oppure tornare alla nostra vita di prima.Quello spazio tra noi e il Cristo non è mai colmato una volta per sempre, è quello il territorio della nostra libertà, camminargli incontro o fuggire. La vita del discepolo è tutta qui: avvicinarsi o allontanarsi, camminare sulle sue tracce oppure pretendere di dettare il cammino, farsi portare dove non si vuole oppure forzare la Parola trascinandola dove proliferano i nostri interessi, tornare come il fratello minore o stare a distanza come il maggiore, farsi scovare come la pecora smarrita o appendersi come frutto sfinito a un ramo… questa è la nostra fede. Accogliere il rischio delle beatitudini oppure, come dice Macario con una forza che la nostra predicazione pare abbia dimenticato, smarrirsi “là dove non ci sono strade”. > “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si > avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro > dicendo: Beati i poveri in spirito…” (Mt 5) I discepoli accettano il rischio, e accettando l’azzardo della vicinanza scassinano la bocca di Cristo che, come la pietra percossa nel deserto, fa scaturire acqua: così accadono le Beatitudini.  E continuano ad accadere, a provocare. Fonte inesauribile, dolcissima e pericolosa, affascinante e terribile, come è Cristo. Non è acqua di addomesticata, le beatitudini sono gorghi che possono trascinarci a fondo, sono fratture, tagli, spade a trafiggere il nostro uomo vecchio. Sono sentenze di morte le beatitudini scagliate contro le nostre innumerevoli paure. Cristo sul monte, uomo delle beatitudini, sembra già crocifisso, a tentare di attirare ogni cosa a lui.   * Beati già fin d’ora > “Sembrerebbe, insomma, più normale sentirsi dire : «Voi ora siete > perseguitati, ma verrà il tempo in cui sarete beati, perché vostro sarà il > regno dei cieli». Ma no: «Beati» già fin d’ora! Per accettare e comprendere > questo paradosso, bisogna anzitutto guardare a Gesù. Il povero in spirito, il > mite, l’afflitto, colui che ha fame e sete della giustizia, il misericordioso, > il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato – a morte – per causa > della giustizia, l’uomo schernito è lui. (…) Quelli, dunque, che hanno parte a > ciò che egli è stato, quelli che lui si identificano nella loro situazione di > povertà, sono già fin d’ora associati alla sua gloria: «Beati»”. > > (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, 1993, > Edizioni San Paolo, pp. 74-75) Ora il pescatore predatore è fermo sul monte, e le reti rimangono aperte, come la sua bocca, pericolosa e seducente, a noi deciderci di tuffarci o meno nelle sue parole, a noi di farci azzannare dalle beatitudini, la promessa è enorme, il rischio altrettanto, è la grammatica dell’amore. Non si tratta più di parlare di Cristo, di dotte esegesi, di disquisizioni da intellettuali, qui si tratta di cedere, di lasciarsi slogare, di farsi mangiare. Non è una dottrina, è una pratica. Le beatitudini agiscono sul corpo e non sulle idee. Si tratta di farsi carne, di lasciare che il Verbo prenda tutto di noi e ci trasformi in lui. Identificazione, assimilazione, associazione: perdere tutto per essere nel tutto.  Le fauci di Cristo rimangono aperte, Cristo leone, Cristo l’amante, accettare di essere sue prede, consegnarsi al suo bacio cannibale, non c’è altra strada. Nessuna. Per essere beati fin d’ora. Il tempo è breve, è quello della nostra vita, serve decidersi, di lasciarci trasformare in lui immolando gli alibi e affrontando le paure. Non saranno i sapienti a conoscerlo, il cervello è una trappola, un labirinto, illude e confonde, fornisce tutti le giustificazioni del mondo. A conoscerlo per primi saranno i poveri, quelli che non hanno più niente da perdere, nessun ruolo da difendere, quelli che hanno già perso la faccia, i disperati, i folli, le prostitute, i ladri, i falliti. Credere nelle beatitudini è cedere, avvicinarsi e immolarsi. Diventare lui. Che pare cibarsi di pietre di scarto. Pompeo Cesura, Cristo alla colonna, dopo il 1566 * Le beatitudini, un giudizio terribile sul mondo > “Ma forse la beatitudine non ha di mira solo il bene altrui: io credo che sia > chiamato veramente pacificatore colui che conduce ad una pacifica concordia la > lotta che è in lui stesso tra la carne e lo spirito. E questo avviene quando > la legge della carne non impone più il proprio dominio, ma si fa obbediente > agli ordini di Dio”. > > (Gregorio di Nissa, Omelia settima, UTET, Torino, 1992, passim) Percorrere quei passi che separano dal Cristo delle beatitudini, decidere di consegnarsi a quelle affilatissime parole, porta in sé un giudizio terribile sul mondo. Ad ogni passo ci si allontana dalle logiche mondane, non si può credere senza essere immersi seriamente in questa lotta così, ad ogni passo, aumenta la solitudine, la paura di aver sbagliato, la sensazione che si stiano chiudendo tutte le uscite di sicurezza, ad ogni passo la beatitudine chiede mancanza, lacrime, dolore e povertà, ad ogni passo quello che si credeva indispensabile perde di valore, ad ogni passo il Beato si scosta dal mondo, un mondo che rimane bello solo perché porta a Lui ma che diventa sempre più inabitabile. Il Cantico delle Creature è la mappa del nostro ritorno a Lui, ad ogni passo c’è un po’ di morte che entra a prendersi pezzi di noi.  Se troppo ci amiamo fuggiremo dalle beatitudini. Se Lui non ci avesse rapinato il cuore calando la sua rete non avrebbe senso farsi trascinare in questo Altrove. Ma chi crede, girandosi, vede l’inferno, non può tornare. Chi gli ha creduto, il Beato, è un disadattato al mondo, non può invertire la rotta come se nulla fosse accaduto, come se non lo avesse mai incontrato, ecco perché i discepoli non riescono, dopo la Resurrezione del Maestro, a tornare alle barche. O se ci tornano, non resistono. Non si può nemmeno fingere. Tornare al mondo illudendosi di poter rimanere suoi discepoli significa addomesticare il Vangelo, farne al massimo raffinata antropologia, perpetuare riti accomodanti, proporre letture socialmente e politicamente accettabili, tutto questo è negazione della croce, della morte. Tutto questo rende inutile la resurrezione. Tornare nel mondo senza il Cristo delle beatitudini è tradirlo. Non ci sono alternative. Lorenzo Costa, Cristo alla colonna, 1492 ca. * Beatitudini ed éschaton > “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata dalla > giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, > che è diversa dalla scala dei valori del mondo. (…) Se l’uomo comincia a > guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora > vive secondo criteri nuovi e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve > venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella > tribolazione”. > > (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, 2007, Rizzoli, p. 95) Camminare verso il Cristo delle beatitudini, farlo con tutto noi stessi, con la nostra carne, con la nostra debolezza, con il coraggio che pervade solo i cuori davvero innamorati, camminare verso di lui, lasciarci alle spalle il mondo è possibile solo se sappiamo anche ridere di noi, se abbiamo conosciuto che siamo solo un soffio, un quasi niente, ma che siamo un niente prezioso ai suoi occhi. Siamo soffio ma Cristo vuole respiraci, questo è il vero miracolo, la vera salvezza.  Ci si allontana dal mondo e da noi stessi, solo quando la compagnia di Gesù diventa indispensabile, totalizzante. Ci si affida alle beatitudini, ci si fa sbranare dal Vangelo solo se nella battaglia della vita abbiamo sperimentato che l’Amore è più forte della morte, che Lui è l’Amore, e che l’Amore è eterno. Una fede senza escatologia non è fede, è un corpo morto, dissanguato, è la vittoria del male sulla vita.  Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è immergersi nell’éschaton, è itinerario mistico, è individuare nella cruna lo spiraglio di luce e sentire che siamo fatti per passarci attraverso. “A partire da Gesù entra gioia nella tribolazione”: ma non c’è gioia che possa chiamarsi tale, non c’è beatitudine che possa reggere l’urto della vita senza resurrezione.  Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è lo stesso gesto che sarà richiesto ai discepoli dopo la sepoltura di Cristo, lo stesso itinerario richiesto a ciascuno di noi: entrare nel sepolcro per comprendere che tutto è beato perché tutto è creato per risorgere a vita eterna. Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Antonello da Messina, “Cristo alla colonna”, 1476-78 L'articolo Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo  proviene da Pangea.
February 1, 2026 / Pangea
Donare tutto di noi. Il regno dei cieli è vicino quando la perdita di sé stessi è totale
> “Il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica > costa tanto quanto uno ha. A Pietro e Andrea costò le reti e la barca; alla > vedova costò due spiccioli; a un altro costò un bicchiere d’acqua fresca”. > > Gregorio Magno, Omelie sui vangeli A Giovanni il Battista, il regno di Dio, in pratica, costa la sua libertà. Un prezzo altissimo. Tutto. Cristo inizia la sua predicazione e il Battista viene arrestato, più ancora, viene “consegnato”, passo definitivo prima del martirio. Questo è il regno di Dio, non altro, la consegna di ogni cosa, la consegna della propria vita. Non si comprende il Vangelo se non si passa da qui. Una vita intera a predicare, voce nel deserto, una vita ad aspettare, ad intimidire, a battezzare, una vita orientata totalmente a quella verità che, una volta manifestata, chiede di perdere tutto. Cristo è la scure a colpire le nostre radici.  Chiede tutto Cristo, chiede di morire consegnati al solito potere terreno che mai verrà sconfitto. Eppure, Cristo, sempre e solo Cristo, a dire che il regno dei cieli è vicino. Mentre moriamo, è vicino. E in questo paradosso c’è tutto l’incendio appiccato dal Vangelo.  Il regno dei cieli è vicino quando la perdita totale di sé stessi è totale, il regno dei cieli è vicino quando la notte del dubbio assale, quando pensiamo di aver atteso invano, quando affoghiamo nel dubbio che forse Gesù non sia davvero il Messia. Il regno dei cieli è vicino ogni volta che invidiamo il potere e le sue liturgie, è vicino mentre una lama ci taglia la gola. Il regno dei cieli è la nostra testa, il nostro orgoglio, la nostra identità apparente, posata su un vassoio, a fare mostra mostruosa di sé, a diventare brandello di carne per belve accecate d’odio, o solamente di noia. Il regno dei cieli è la morte che viene a liberarci dal fardello più pesante, quello che ci impedisce di abbandonarci in Dio: l’illusione di poterci salvare da soli.  Il regno di Dio cosa quanto uno ha, ma in quella perdita totale c’è qualcosa di superiore a qualsiasi valutazione: la libertà da noi stessi. Mentre il Battista viene arrestato Gesù abbandona la sua patria per cercare la “via del mare”:  > …per Matteo la “via del mare” è quella che passa da Cafarnao. Zabulon e > Neftali sono due tribù settentrionali deportate in Assiria dopo l’occupazione > dell’VIII secolo, al tempo di Isaia. Questa aveva determinato nella regione un > tale rimescolamento etnico da meritarle appunto il nome di “curva delle genti” > (ghelil ha-gojim), ossia Galilea. > > Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon,1995 La curva delle genti, un rimescolamento etnico, Matteo sembra volerci dire, da subito, che il regno dei cieli è per tutte le genti, messaggio universale. Gesù si immerge, battesimo, in una umanità che non si protegge dietro tradizioni, elezioni, sacre profezie, istituzioni. Quello che conta è solo la profezia, quello che conta davvero è che lui è la profezia: “il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce”. Così tutto crolla sotto i suoi colpi luminosi, incandescenti. Così anche il buio, come il Battista, è costretto a consegnare quello che è, tutto di sé: deve disintegrarsi in giorno. Anche la notte deve cedere sotto i colpi decisi di questo Cristo lucente che avanza e che tutto divora. Come un’alba violentissima, “per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta”, buona notizia, senza dubbio, ma anche dolorosa constatazione: ci viene tolta, in Cristo, la possibilità dell’ombra. Buona notizia che ci espone a una luce spaventosa, luce che non ci permette più di nascondere parte di noi in zone d’ombra, in spazi di morte, in regioni oscure dove occultare le nostre miserie.  Cosmè Tura, Pietà, 1460 ca. Lui cammina, svela, chiede una consegna luminosa a una luce che ustiona le pupille. Sarà ammazzato per questo, in fondo, sarà ammazzato da chi tenterà fino alla fine di apparire giusto nascondendo le proprie ombre di morte sotto i paramenti sacri della legge o della tradizione. Invece, la luce che esplode nelle tenebre, costringe alla verità, e la verità “costa tanto quanto uno ha”. Cioè la vita. > “Vi farò diventare pescatori di uomini”: un’espressione di Gesù che (…) non > può non stupire, e persino urtare. Soprattutto se ci si immedesima in coloro > che, come pesci, sono destinati a essere presi e trascinati via da quella > rete, catturati senza gloria, forse del tutto senza volerlo. Essere pescati > come pesci significa essere presi di sorpresa, all’improvviso, sentire la rete > che si chiude quando non si vorrebbe, accanirsi contro le sue maglie, invano, > prima di constatare che non ci sono più scappatoie: si è dentro, è l’inizio > della fine.   > > André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2023 Gesù cammina e chiama, Gesù parla e prende, prende quello che vuole, l’amore è importuno, totale, coglie ciò che desidera. La libertà maturerà dopo, e sarà indispensabile, ma qui e ora c’è solo spazio per la caduta nel baratro di una luce accecante. Si è costretti a lasciare tutto, perfino il padre, un rapimento, “il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica costa tanto quanto uno ha”. Tantissimi anni fa, prete giovanissimo, ricordo il mio smarrimento davanti a un gruppo di giovani a cui stavo cercando di commentare questo brano di Vangelo. Io, lacrime commosse agli occhi, a descrivere la dolcezza del lago, il profumo di una vita finalmente chiamata, la gioia di lasciare tutto per seguire un sogno, io commosso, loro muti, persi, non capivano. Avevano ragione loro. La chiamata è violenta, totalizzante, definitiva. Avevano ragione loro, è una delle pagine più violente del Vangelo. Ha ragione André Louf, è l’inizio della fine. Un inizio che diventa ancora più violento quando, dentro le fatiche della sequela, nel cuore delle nostre crisi, dei nostri dubbi, qualcuno puntualmente viene a dirci che abbiamo scelto noi di seguire Cristo, che nessuno ci ha obbligato. Parole insulse di chi non conosce la violenza dell’amore. No, non si sceglie Cristo, è lui che sceglie noi, lui il pescatore della nostra umanità, lui il predatore noi la sua preda. Lui solo sa il dolore che prende quando ci si accorge che dalla rete non si può più uscire se non appendendosi ad un ramo, come un traditore qualsiasi. (Ma anche lì la sua luminosa misericordia predatrice arriva inesorabile ad affondare nella carne di Giuda i suoi artigli!) Ma arriverà un giorno, e sarà il giorno più importante della nostra vita anche se nessuno, da fuori, se ne accorgerà. Non si darà nessuna liturgia, nessuna pubblica promessa, nessuna ordinazione, nessuna istituzione presente, sarà il momento esatto in cui, nella nostra solitudine, guardando la vita passata nel tentativo di seguire Cristo, nel tentativo di scappargli, di urlargli in faccia che abbiamo sbagliato tutto, ma anche nel tentativo di innamorarci di lui… sarà il giorno, dolorosissima illuminazione, in cui finalmente comprenderemo che per fortuna è andata esattamente così. Che non cambieremmo nulla di ciò che è stato.  Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Pietà, 1445 ca. Sarà il giorno in cui ringrazieremo Cristo per averci strappato dalle nostre illusioni di sterili felicità. Sarà il giorno in cui ringrazieremo, perfetta letizia, per il carcere condiviso con il Battista, per chi ci ha permesso di essere strappati dal deserto della convinzione di essere i migliori tra i profeti. Ringrazieremo per la lama a dissanguare le nostre parole diventate ora finalmente fragili e bisognose di essere salvate. Ringrazieremo per il potere che ci ha concesso di decapitare l’orgoglio. Ringrazieremo per la verità, quella che ci ha abbagliato, luce nelle nostre tenebre, quella che ci ha fatto vedere finalmente la nostra miseria, il nostro peccato, il nostro male, ringrazieremo perché finalmente avremo provato il bisogno di farci salvare. Ringrazieremo perfino per quelle reti lasciate, per quella vita che poteva essere e non è stata, per la sterilità di certe scelte, per i sogni infranti, per i progetti falliti, perfino per il male vergognosamente operato dalle nostre mani nel momento esatto in cui ci illudevamo di essere perfetti, ringrazieremo per essere stati liberati dalla tirannia di noi stessi. Ringrazieremo di essere stati presi nella rete, perché fuori ci saremmo persi. E in quel momento, ma solo in quel momento, attimo che sarà finalmente la fine, al termine del nostro cammino potremo dire il nostro definitivo sì. Avremo donato tutto di noi, saremo finalmente libertà venuta alla luce. Alessandro Deho’   *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  *In copertina: Rosso Fiorentino, Pietà, tra il 1537 e il 1540 L'articolo Donare tutto di noi. Il regno dei cieli è vicino quando la perdita di sé stessi è totale proviene da Pangea.
January 25, 2026 / Pangea
Sacrificare il sacrificio. Per incontrare Cristo bisogna stare immobili
> “Come un agnello condotto al macello, > come davanti ai tosatori una pecora muta, > egli non apre bocca…” > > (Isaia 53,7) Tace ma cammina, l’agnello, trapassa il nero delle pupille del Battista e scende, svelando dolorosamente che il Messia, l’Atteso, è muto, muto e condotto al macello.  Cammina, nel nostro silenzio, il Cristo cammina, ed è terribile, ed è dolcissimo, ed è irresistibile. All’uomo, per poter incontrare Cristo davvero, è chiesta la forza dell’immobilità, come Giovanni che lo vide venire verso di lui e sta. Sta, come si sta ai piedi della croce, come la donna starà sull’orlo del sepolcro per implorare briciole che sappiano aprire alla possibilità della resurrezione.   La sequela ci chiede prima di tutto di stare fermi, primo dei tanti paradossi del cristianesimo. Ci chiede, la sequela, di lasciarci invadere, di non fuggire, di smettere di voler addomesticare il mistero con dotti ragionamenti, ci obbliga a cedere all’immobilismo dello stupore (o dello sgomento), ci implora di lasciare che il Cristo ci mostri come sia lui a desiderare noi e non il contrario. La sequela inizia sempre con una morte, la nostra.  Cristo come il servo sofferente. Per riuscire a stare senza fuggire l’unica cosa buona da fare è cercare riparo nelle Scritture, almeno in quelle che sembra possano aiutarci a reggere l’urto dell’evento, del fatto, della dolce violenza della sua presenza. Cristo, muto, che ci cammina incontro, e sono fatti a pezzi i nostri orgogliosi cammini di ricerca, il nostro supponente tentativo di conquistare Dio, è lui a cercarci, pastore buono, le nostre mura devono solo saper crollare, perché solo tra le macerie delle nostre supponenze riusciremo a scorgere la sua presenza. Le nostre difese devono abbassarsi: martirio, conversione. Come un agnello condotto al macello… > “Gesù è sì l’ ‘Agnello’ di Dio ma non lo è nello stesso senso (e tanto meno > sullo stesso piano) degli agnelli dei sacrifici giudaici: egli lo è per il > fatto che la sua venuta, di per se stessa, sopprime da parte di Dio la > necessita di riti mediante i quali Israele, nel tempo dell’attesa, doveva > sempre nuovamente riallacciare il suo legame esistenziale con JWHW”   > “…in Gesù, Dio concede la pienezza del perdono a Israele e al mondo, Gesù non > è qui la nuova vittima cultuale, ma è colui mediante il quale Dio interviene > offrendo agli uomini la riconciliazione perfetta con se stesso” > > Xavier Léon-Dufour Il cammino di Cristo servo sofferente, dell’agnello muto che irresistibilmente non lasca scampo a un immobile Giovanni è segno di una traiettoria celeste, di una stella cometa incandescente che lascerà crateri da trasformare in grotte della possibile nostra natività, esplosioni divine, meteoriti di grazia a precipitare sulla crosta terreste il desiderio divino di un perdono offerto in pienezza. La pienezza! Significa che l’esplosione dell’incarnazione ha fatto a pezzi la transitorietà dei nostri cerimoniali, il bisogno umano di perpetrare continui riti di espiazione. Avrebbe dovuto. Ci vuole troppa umiltà per sacrificare il sacrificio, ci vuole troppa umiltà per restare fermi, senza nemmeno il bisogno di un rito che ci renda almeno in parte protagonisti della nostra rinascita, ci vuole umiltà per lasciare che sia lui a riempire le distanze. A riempirle per sempre e una volta per tutte. Ci vuole umiltà oppure. Oppure la follia degli innamorati che si lasciano penetrare fin nel profondo. Totalmente. E per sempre. Prokopiy Chirin, San Giovanni Battista, 1620 “E io non lo conoscevo”, con Giovanni anche noi, ogni volta, a confessare di non riuscire a conoscere fino in fondo questo Dio che ci anticipa, ci precede, ci sovrasta. Un Dio che viene dopo ma che è prima, che è sopra ma che si fa servo, un Dio che accerchia o abbraccia, un Dio che insieme conduce e smarrisce, un Dio che sembra assente e che invece è grembo, liquido amniotico in cui siamo immersi. “E io non lo conoscevo” e forse ancora non lo conosco, come non conosco il mistero dell’aria che respiro, dell’acqua che bevo, della luce che mi avvolge. Lo spiego ma non lo conosco. Non resta che respirarlo, berlo, accoglierlo questo Dio. Non resta che lasciarlo fare. Lasciarsi fare. Giovanni che testimonia quello che ha veduto. > “Ho veduto lo Spirito discendere, come una colomba che veniva dal cielo, e > rimanere su di lui”. Come una colomba, quasi come quando la “terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Genesi 1,2) o come la colomba del Cantico “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole”. (Cantico 2,14). Come Giovanni sentirci informi e deserti, bisognosi di un volo divino a ricucire le distanze, a togliere il peccato, che poi è la morte, l’informe deserto che si mangia da dentro la nostra speranza. Stare, ma come un innamorato, nelle fenditure del dolore, nei nascondigli della disperazione, a implorare un volto, una voce, la presenza incantevole del Suo viso. Carlo Crivelli, San Giovanni Battista, 1476 > “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza > nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di > Dio”. Stare, con Giovanni, a guardare e testimoniare che il battesimo dello Spirito scenderà a trasformare ognuno di noi, scenderà lo Spirito per stare, lui in noi, per trasfigurarci in eternità. Stare, con Giovanni e lasciare a Cristo, pecora muta, di penetrare in noi fino a farci rinascere, dall’Alto. Stare con Giovanni, lasciarsi fare, lasciarsi battezzare in Lui. E poi, solo poi, implorare la forza di seguirlo, anche quando continueremo a non conoscerlo, a non comprenderlo, anche e soprattutto quando non capiremo perché non lo abbiamo abbandonato in tempo, prima di farci male, seguirlo, anche quando sentiremo nostalgia di una religione più vicina ai nostri bisogni, anche quando sentiremo la mancanza dei sacrifici, che nel loro rituale di morte ci facevano sentire terribilmente vivi, anche quando l’agnello muto sarà messo in croce e non parlerà, nemmeno lì, perché il Silenzio abitato dal Padre è l’unico modo per togliere il peccato dal mondo. Implorare la forza di seguirlo fino alla fine e lì, alla fine, riconoscere che, se una sequela è stata possibile, è solo perché, all’inizio ci siamo fermati, e abbiamo lasciato a Lui di immergersi in noi.  Dolcissimo battesimo, ingombrante indispensabile amore. Alessandro Deho’ *In copertina: Alvise Vivarini, Giovanni Battista, 1470 L'articolo Sacrificare il sacrificio. Per incontrare Cristo bisogna stare immobili proviene da Pangea.
January 18, 2026 / Pangea
“Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù
> “Che figlio di Dio è questo che accoglie su di sé il battesimo da parte del > più debole?” > > Ulrich Luz Che figlio di Dio è questo? Comprendo il Battista, che vuole impedire al Cristo di farsi battezzare da lui. Prima ancora che perdermi nell’infinita discussione sull’inutilità di immergere nel Giordano chi è nato senza peccato, prima di smarrirmi in dibattiti teologici fuori dalla mia portata io sento lo scandalo gridare nei miei muscoli, sento in me la resistenza di Giovanni, come se anche il mio corpo volesse ribellarsi fino ad impedire alla luce divina di mostrarsi così. In questo modo inutile. Non è il Dio di cui l’uomo ha bisogno! Perché non viene e prende le nostre misere fragilità nelle sue mani per purificarle, perché non risolve il male che ci abita e che non vorremmo fare ma che ancora ci affascina una volta per tutte? Perché venire ad ingrossare la fila dei miserabili, dei peccatori, dei persi? Perché nascondere la forza? Tanto lo sappiamo che sa guarire, sa perfino rianimare i cadaveri. Perché presentarsi debole? Giovanni ancora non lo sa ma nel suo atto di volerlo fermare, di impedire l’immersione nel Giordano, sta gridando a Cristo di scendere dalla croce. Gesù invece, quel giorno, al Giordano stava già scegliendo liberamente di salire il patibolo.  Che figlio di Dio è questo?  Sono io ad aver bisogno di te, siamo tutti noi i bisognosi perché non ci liberi? Perché non ci alleggerisci la vita, perché avere così fede in noi? Ma non lo capisci che ci accontentiamo di molto meno? Moltiplica i pani, guarisci i malati, sconfiggi la morte. Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio come te? Anche oggi, a duemila anni di distanza, quando siamo costretti ad ammettere che nulla è cambiato, che il potere ancora è il vero imperatore, che la tua chiesa ancora non ti ha compreso, che noi qui si continua a soffrire, a penare, a morire, qui, dove ancora le torri di Siloe crollano e giovani bruciano vivi e noi non abbiamo più nemmeno la fede per incolpare un qualche Dio, cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio che è come se non avesse mai camminato la terra? Che figlio di Dio è questo? Finirà per perdonare i peccatori, salvare i ladri, promettere eternità alle prostitute ma noi? Noi che dovremmo seguirti, che abbiamo scelto il sacrificio e la fedeltà, noi che siamo i giusti, a noi cosa rimane? Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio così? “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Io non so cosa abbia capito il Battista. Ma la giustizia di questo Dio debole sapeva già di fallimento umano. L’adempimento è una lama affilata ad aprire la gola del profeta, la sua testa su un vassoio. Questo è l’adempimento delle Scritture? Ma cosa ce ne facciamo del profeta decapitato? “Lascia fare” a chi? Al Padre, a te, al Vangelo? A chi? Lasciarsi fare, tremenda passività che solo gli amanti sanno abitare in modo generativo, anticamera dell’estasi o della morte. O di entrambe. Per ora, dici. Come se non avessimo già capito che tu trapasserai da parte a parte la nostra idea di giustizia. Come non avessimo capito che il tempo che ci chiedi non è per modificare la tua idea di giustizia ma per devastare la nostra. Tempo, quello che ci chiedi, per convertire la nostra immagine di giustizia che per noi è ricompensa, rivincita, o anche vendetta sì, sacra vendetta contro chi ci ha tradito, abbandonato, umiliato. Contro chi ha scelto di vivere una vita migliore della nostra. “Allora lo lasciò fare” e in quel momento, in quella scelta del Battista, anticipando Pietro che alla cena ultima di lasciò finalmente lavare i piedi, in quel momento iniziò una storia nuova. Lasciarsi fare. Fidarsi. Affidarsi. Non una passività triste ma un coraggio da sfoderare di fronte al mondo. Lasciarsi fare, non è debolezza se muove da una consegna consapevole e totale, lasciarsi fare non è fragilità se nasce da un ascolto costante e intimo della volontà del Padre. Lasciarsi fare non è rinuncia alla vita se la propria vita viene offerta per gli amici. E per i nemici. Solo la domanda diventa ancora più feroce: cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così? Che non fa ma si lascia fare. Che ci trascina a fare i conti con la radicalità estrema della fede: se ti lasci fare e Dio non esiste la tua vita è sprecata, bruciata nel delirio utopico che non promette nemmeno la costruzione di una società migliore. Lasciarsi fare da questa manifestazione di un paradossale Figlio di Dio è sconvolgente perché spinge all’estremo, o l’Eterno o la totale stupidità di aver immolato inutilmente la vita negandosi perfino il fascino dolce dell’esercizio del potere. Ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così spietato nei nostri confronti? O così ingenuo da non capire che non saremmo mai in grado di reggere il peso di questa sfida, perché è il martirio quello che sta scegliendo, per lui e per noi: l’impredicabile martirio. Battistello Caracciolo, Battesimo di Cristo, 1610-1615 Del battesimo di Cristo non si dice nulla, dell’immersione dico, di quel frangente in cui il Figlio di Dio è rimasto invisibile al mondo e senza fiato. Solo del suo riemergere, del suo salire e, insieme, dello scendere di un segno, come una colomba, a dire la trafittura dei cieli, lo strappo della distanza, la possibilità di vivere a cieli aperti. Come aver squarciato il cuore di Dio. Come aver strappato i suoi veli. Come ad aver iniziato a costringere anche Dio a mostrarsi nel Figlio in modo inedito. Il compimento prevede una sorta di conversione di quello che ci piace ancora considerare l’Impassibile, il Perfetto, l’Onnipotente. Sulla croce anche il Suo volto cambierà radicalmente. Ma cosa ce ne facciamo di un Dio così, di un Eterno che, aprendo i cieli, accetta il rischio dell’incomprensione? Rimane una voce. “Questo è il figlio mio l’amato, in cui mi sono compiaciuto”. Proprio questo. Esattamente lui. Figlio di Dio è colui che obbedisce. L’obbedienza a questo Figlio di Dio, proprio a questo, diventa la nostra unica possibilità. Impossibile dire cose sensate su Dio senza assumere la prospettiva di Cristo. Così la domanda, sempre feroce e scandalosa, apre ad una prima terribile e liberante risposta: “ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così?”: niente. Non ce ne facciamo niente. Dobbiamo finalmente imparare a non farcene niente della nostra idea del divino, della nostra ideologia sul sacro, del nostro trascinare Dio dove i nostri interessi implorano attenzioni, del nostro maledetto bisogno di occupare un posto di rilievo nel mondo. Niente, dobbiamo farcene niente! Siamo noi che dobbiamo farci come il Figlio di Dio, tremenda sequela, e questo ci annienta, ci ammutolisce, ci terrorizza. Siamo noi a doverci lasciare fare da lui. E questo, follemente ci può far rialzare la testa, ci può immergere nell’unica sfida che valga davvero la pena combattere, o tutto o niente, o vita o morte, perché in quell’obbedienza si profila la possibilità vertiginosa di poterla divinizzare questa nostra vita, ma secondo le logiche di Cristo, Figlio di Dio, proprio di questo scandalo che sceglie di immergersi nella nostra misera carne. Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, 1440-1450 ca. L'articolo “Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù proviene da Pangea.
January 11, 2026 / Pangea
“La convinzione ostinata”. Abbandonarsi al bene: tra rapimento e dolore
Questa mattina ho aperto gli occhi ancor prima che l’alba sorgesse, e sono rimasta a letto diverso tempo, immersa in una sorta di dormiveglia agitato, una cosa che mi è capitata spesso nelle ultime notti. Quando poi la sveglia è suonata mi sono alzata e sono andata in bagno per prepararmi, con l’obbiettivo di andare alla lezione di yoga della mattina presto, alle sette. Lentamente, nel ripetere tutte le piccole abitudini mattutine (andare in bagno, lavarmi il viso, poi fare qualche minuto di meditazione, ad occhi chiusi, in piedi di fronte allo specchio), mi sono calmata, e ho sentito di entrare in una lenta e fiduciosa attesa: della luce, del giorno che sarebbe venuto. Uscita dal portone al piano terreno ho attraversato la corte interna e, superato il cancello, sono sbucata in Campo Santa Margherita, qui a Venezia. Il cielo era ancora di un blu intenso notturno, e solo un lieve chiarore rivelava l’imminente sorgere del giorno. La luna, illuminata e affilata come un’unghia bianchissima, esibiva in silenzio la sua eleganza, in mezzo a un cielo terso, ancora tempestato di stelle. Da qualche parte – al di là delle case che s’impongono sopra le calli, al di là dei canali e del tratto di laguna che separa Venezia dal Lido – il sole, con la sua maestosità mai invecchiata, stava sorgendo sull’orizzonte, lungo la linea del mare. Mi dirigevo verso il centro di yoga, rinvigorita dall’aria pungente che elettrifica l’aria di prima mattina, e mi figuravo questo spettacolo che silenziosamente avveniva in quei luoghi vicini, senza che io lo potessi vedere. Camminando cercavo di fare tesoro di quel profondo raccoglimento in cui già mi ero immersa, e mi riproponevo di custodirlo anche per il resto del giorno, senza lasciare che si dissipasse.  Mi era prezioso tanto più per il fatto che gli ultimi giorni erano stati segnati da un’irrequietezza quasi costante, in cui pochi e fragili momenti di pace erano guadagnati a fatica. La cosa peggiore di quando sono preda di questo stato è il fatto che mi accorgo immediatamente quando esso insorge, e inizio, per questo, ad agitarmi; a cercare disperatamente di risalire la china del precipizio in cui sono caduta, con l’obbiettivo di tornare in “quell’altro stato”. Durante quest’ultimo mi pare di stare immersa in una sorta di fiduciosa attesa, e sento che ogni mio gesto, intenzione e pensiero, sorge come spontaneo da dentro il mio animo: non devo far altro che accoglierlo, in tutta la sua giustezza e bellezza. In quei momenti mi sento come il generale Pëtr Petròvič Konovnìcyn: un personaggio che appare solo di sfuggita nella narrazione di Guerra e Pace, ma la cui descrizione mi aveva colpita profondamente. Tolstoj scrive di lui: > Nel suo animo c’era una profonda, inespressa convinzione che tutto sarebbe > andato bene; ma a tale convinzione non bisognava credere, e tantomeno > bisognava parlarne, ma bisognava fare solo il proprio dovere. Ed egli faceva > il suo dovere, impegnandovi tutte le sue forze.  È strano: in quei momenti sento di essere certamente io a compiere le mie azioni; e allo stesso tempo però è come se esse fossero guidate da qualcosa che è oltre, e molto più, di me. E tuttavia mi accorgo che è solo quando mi sento all’interno di questo “più di me” che mi sento davvero me stessa, che sento di aderire veramente a me stessa. Il resto del tempo è come se non sapessi dove fossi finita, e rimanesse solo una piccolissima parte di me che rimane agganciata a quell’altro stato, che permane solo sotto la forma di un ricordo, di una convinzione, a cui sento d’aggrapparmi con tutte le forze.  * In un libro che ho terminato di leggere poco tempo fa, l’autore, Robin Scroggs, biblista e teologo statunitense, descrive alla perfezione l’oscillazione di cui ho parlato. Riprende la distinzione fatta da San Paolo tra i termini “fede” e “speranza”, e scrive:  > Paolo non è così ingenuo da pensare che le persone vivano sempre nella gioia e > nell’esuberanza della fede. È certamente consapevole che i membri delle sue > congregazioni provino ansia, dubbi e mancanza di fiducia. Ciò significa che > chi crede in una situazione del genere ha di nuovo cambiato mondo, è ricaduto > nel mondo falso? Non necessariamente, perché il credente può ora aggrapparsi > ostinatamente alla consapevolezza che il vero Dio esiste, che il vero mondo è > una realtà, anche se al momento non lo sperimenta. Sì, la fede è > esperienziale, ma non deve limitarsi alla sola esperienza. Si resta fedeli a > quel mondo. Il termine usato da Paolo per questo impegno è “speranza.” In > questo senso la speranza è tanto un’esperienza quanto la fede. Essa è la > convinzione ostinata, in assenza dell’esperienza della pienezza, che esista > davvero un mondo restaurato, reso realtà dall’atto di Dio in Cristo. Io, più il tempo passa, più sento crescere in me questa “convinzione ostinata”: è come se sentissi di non nutrire più alcun dubbio a riguardo. Questo tuttavia non impedisce affatto il permanere degli altri stati – di dubbio, di rabbia, di paura – che a volte è come se ricoprissero la mia anima, l’accecassero e portassero a fondo col loro peso.  Infinite volte mi interrogo sulle ragioni di questo oscillare: sul perché a tratti si riesca a vivere in una sorta d’estasi fiduciosa, e ci si senta avvolti da un mistero che, per quanto infinito e insondabile, rimane comunque un mistero d’amore; e a tratti invece questa realtà si dissolva, e venga sostituita da tutto quanto le è opposto, e in sua negazione: un mondo forse ben più conosciuto dell’altro, fatto di arrivismo, di rabbia, di competizione, sopraffazione. In quei momenti mi pare ci si senta separati da tutto: dagli altri, ma anche, e forse soprattutto, dalla propria stessa persona, che viene ad esser la prima e la più disprezzata di tutte le altre creature. È quando ricado di nuovo in questo stato penoso che inizio a guardare all’altro mondo (quello che Paolo, nel passo di Scroggs, definisce “vero”) come dall’esterno, desiderando con tutta me stessa di farvi ritorno, senza però riuscire a trovare, dentro al mio cuore, la mappa che possa condurvi. È stato per questo che ormai da moltissimi mesi io ho iniziato a chiedermi, quasi in continuazione, quale fosse, in questo quadro che dentro al mio animo si era tracciato, il ruolo di Cristo. Questa domanda è come rimasta sospesa per mesi sulla mia persona; come un pensiero costante, una richiesta, che aveva preso ad abitare dolcemente ogni cosa facessi, vedessi, leggessi.  * Che Cristo avesse assunto, in questo senso, un ruolo importante, che tuttavia nemmeno io riuscivo a comprendere, credo d’essermelo detto la prima volta un anno fa, un giorno in cui ero tornata, per un breve periodo, a Rimini, la città in cui sono nata e cresciuta. Era quel periodo in cui il freddo delle giornate invernali lascia spazio all’aria tiepida di quelle primaverili, e il parco improvvisamente s’inonda di nuovi colori, suoni e profumi. Quel giorno avevo passato il pomeriggio a studiare, leggendo il Vangelo, assorta nel silenzio di camera mia. A fine giornata ero uscita per fare una passeggiata nel parco. Camminavo e sentivo come se, alla lettura del testo, la mia anima si fosse sempre di più spalancata, spogliata in tutta la sua interezza. Mi sembrava quasi che essa – in tutta la fragilità, il candore, l’audacia con cui la percepivo in quel preciso momento – si affacciasse fuori dal mio stesso corpo, come standomi “a fior di pelle”; e che, al suo passaggio, tutto il mondo (gli alti ed eleganti alberi, i cespugli fioriti col loro profumo, i passanti, il cinguettio degli uccelli, persino il vento) si voltasse per assistere al suo passaggio, e per porgerle il suo gentile saluto, che lei a sua volta, quasi ridendo, gli ricambiava.  Camminando, osservavo il viale del parco, che si estendeva dritto di fronte a me, incorniciato dagli alberi: osservavo le fronde voluminose dei rami, che danzavano eleganti, gonfiate dal vento; i passanti, nella diversità dei loro aspetti e delle loro singole azioni; ascoltavo i grandi e piccoli suoni che si sprigionavano in ogni angolo di quella natura. Nel mentre in cui il mio sguardo era come rapito, e incantato, da tutto questo, ripensavo al Vangelo e, più di tutto, a Cristo, che mi pare esserne il centro assoluto. Nel farlo mi sono detta (con la stessa arrendevole gioia con cui si constata che il proprio cuore si è innamorato di quella o quell’altra persona) che quella figura ormai era giunta a rappresentare quanto di più bello, di più nobile e di prezioso abiti nella mia anima, e, più in generale, nell’essere umano. Si tratta di quella parte dell’uomo che ne esprime i desideri più nobili e genuini e che, qualsiasi valore le si voglia assegnare, rappresenta in tutto e per tutto qualcosa di sacro. Simone Weil la descrive come l’aspettativa, e la speranza, di ricevere amore.  Io, quando questa parte è scoperta, come quel giorno nel parco, sento quasi d’esserne, più che custode, custodita: come se mi accovacciassi, e prendessi vita, dentro di essa. Ma, nel mio caso almeno, nulla, più di Cristo, alimenta questa speranza. È come se lui avesse dato corpo a tutto ciò che di più intimo abita dentro al mio cuore; e quel corpo continuasse ad evolvere giorno per giorno, senza che io ne possa esaurire l’enigmaticità.  * Le ragioni per le quali la figura di Cristo è in grado, almeno per me, di far così potentemente emergere la mia anima, con tutta la bellezza e la fragilità dei suoi desideri, credo d’averle iniziate a capire una domenica di ormai un anno fa. Mi trovavo a Rimini, ero andata a messa assieme a mia madre, nella piccola chiesa del convento delle clarisse in cui andiamo sempre. Era sera, ricordo che mi sentivo immensamente stanca: stavo seduta, quasi nascosta, su una panca in fondo alla chiesa, e mi sembrava di stare avvolta in un dolce e fiducioso abbandono, come se tutto il mio corpo, e il mio cuore, avessero trovato casa in quel luogo, in cui mi pareva che nessuna pretesa mi fosse avanzata. Solo la mia presenza era, non pretesa, bensì accolta, come se qualcuno l’avesse pazientemente attesa, e intensamente desiderata.  Mentre ascoltavo, quasi passivamente, lo svolgersi della messa ho alzato, d’un tratto, lo sguardo, e l’ho rivolto al grande crocifisso che stava appeso proprio al mio fianco, sulla parete sinistra di quella piccola chiesa. Gli ero distante solo di qualche metro, e ne potevo distinguere ogni dettaglio. Infinite versioni di quella rappresentazione erano capitate sotto i miei occhi nel corso della mia vita, ma ricordo che mai, come prima di quel giorno, ne sono stata attratta, come ipnotizzata. Era come se ogni suo dettaglio mi richiamasse, e mi si imprimesse nell’anima: guardavo le mani trafitte dai chiodi sul legno, le dita mollemente ripiegate sul palmo; poi le lunghe e sottili braccia, tese a sorreggere, come cavi in tensione, il corpo nudo, che sembrava volersi accasciare sempre più su stesso, fino a raggiungere terra. Ho guardato a lungo la ferita aperta sopra il magro e bianco costato; poi i piedi posti l’uno sull’altro, anch’essi trafitti dai chiodi, che sembravano l’unica cosa volta a sorregger quel corpo. Persino il capo, e le ciocche di capelli sopra di lui, si abbandonava e cadeva ripiegato sulla spalla e sul petto.  La voce del prete in fondo all’altare era diventata solo un fioco e lontano suono, e a me pareva d’essere stata completamente sottratta a tutto ciò che accadeva, per esser rapita, per sempre, da quella scena. Era come se ne fossi addolorata, e innamorata allo stesso tempo. Innamorata di lui soprattutto in quel suo momento, nel momento in cui stava sopra la croce. E nel provar questo mi dicevo che ormai per me quella era divenuta la chiave di tutto, che dell’onnipotenza non m’importava nulla, che niente era in grado di sprigionare e attirare l’amore su questa terra come chi si lascia trafiggere e crocifiggere, senza opporre la benché minima resistenza. * Per molto tempo ho cercato di riflettere su questo fatto, che nel mio cuore, ogni volta che si riproduce, risulta essere di un’evidenza travolgente e dolcissima allo stesso tempo. L’esperienza in effetti mi suggerisce, ogni volta, che è solo attraverso il quasi corporeo passaggio per questa miseria (cioè mancanza) che il mio cuore finalmente si apre, e si dispone, docilmente, all’amore. Senza il passaggio, quasi fisico, che porta il cuore a divenir consapevole della sua mancanza e del suo desiderio, nulla di tutto ciò si renderebbe possibile.  Credo che ciò che più di tutto, della figura di Cristo, ha catturato il mio sguardo, sia stata esattamente questa capacità di fare spazio, dentro di sé, e che lo ha reso, ai miei occhi, tutto intriso, trasfigurato, dall’amore di Dio. Nel mio immaginario è come se questo amore attraversasse, e s’irradiasse, da ogni poro, ogni centimetro di quel suo corpo: nella leggerezza e fierezza dei gesti, nella morbidità e profondità ipnotica degli sguardi, nel misterioso tepore delle sue parole.  Tutto ciò lo vedo, soprattutto, nel momento dell’abbassamento più grande, che è quello sopra la croce. Non per caso infatti, nel Vangelo di Giovanni, ci si riferisce a quest’ultimo col termine “glorificazione”. Il Gesù del quarto Vangelo non ha, infatti, le parole di disperazione che si ritrovano nei Vangeli sinottici:  > Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per > adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero > perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono > alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, > chinato il capo, spirò.  > > (Gv 19,28-30) È proprio in quel momento, quasi in quello stesso chinare il capo e spirare, che il mio cuore, più di tutto, se ne innamora.  E, mi pare, se ne innamora proprio perché, come dicevo più sopra, riconosce in esso qualcosa che già, in qualche modo, gli apparteneva, e di cui forse si era dimenticato. Accade qualcosa di simile anche per la persona amata: sembra quasi che ci si innamori perché si riconosce, in lei, qualcosa che anche a noi appartiene, e che allo stesso tempo desideriamo.  * È questo innamoramento, e riconoscimento, che porta, naturalmente, all’imitazione. Per questa ragione, se permetto alla lettura del testo di farsi strada, carsicamente, dentro al mio animo, io ne esco quasi trasfigurata, come se tutto il mio animo, per imitazione, vi avesse aderito.  Nei discorsi di addio presenti nel quarto Vangelo, Gesù sembra voler spiegare la segretezza e la semplicità, di questa dinamica. Nel capitolo quattordicesimo, in particolare, egli è interrogato dai discepoli su dove si trovino i posti (monai, in greco, sostantivo cui è correlato il verbo menein, dimorare) ch’egli dice d’aver preparato per loro nel Regno. I discepoli più volte domandano sconcertati, senza riuscire a capire cosa Gesù intenda quando dice di essere lui stesso “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6). Ed è solo davanti all’ultima, stupita domanda di Giuda, che Gesù porta a conclusione il vorticoso, quasi concentrico ragionamento, con queste parole:  > Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a > lui e prenderemo dimora (monḗn) presso di lui.  > > (Gv 14,23) A leggere queste parole, sento come se tutto il mio animo finalmente cedesse, e lentamente obbedisse. Da questo innamoramento infatti, l’imitazione e “l’osservanza della parola” scaturiscono in modo consequenziale, quasi spontaneo: come un ruscello d’alta montagna, la cui acqua fuoriesce, gorgogliando dolcemente, da una fessura tra il muschio e le rocce. Così nel far questo io sento che quello stesso amore del Padre, che il Figlio ha mostrato e insegnato facendosene portatore, prende dimora presso di me, rendendo anche me portatrice, anche me testimone. Si tratta, appunto, di una “imitazione”, o forse ancor meglio del tentativo di una “sequela” – termine che, come un mio professore mi ha fatto notare, porta con sé, a differenza dell’altro, l’idea di un movimento continuo, invece che di una staticità da raggiungere. In effetti è come se, anche quando finalmente riesco a far sorger di nuovo quella parte di me che era rimasta sopita, acquisissi un osservatorio, dal quale guardo tutte le altre realtà che continuano, comunque, ad abitare, sia dentro che fuori dal mio animo.  Infatti, anche nel momento in cui riesco a interiorizzare quello sguardo che è Cristo, le “altre parti” di me non spariscono affatto: non scompaiono affatto i pensieri meschini, faticosi, meno nobili. Io continuo, anche quando sento così accesa la parte sacra, a “portarmi addosso la mia umanità”, la pesantezza della mia carne. Ma, a differenza di tutto il resto del tempo, è come se quest’ultima s’alleggerisse, e smettesse d’esser motivo di odio e di giudizio, nei confronti della mia persona e di quella degli altri, e iniziasse invece ad essere l’oggetto di un’infinita misericordia, pietà, compassione, da cui io stessa, a mia volta, mi sono lasciata ferire, ed attraversare. In effetti in quei momenti sembra quasi che l’universo intero, e Dio stesso, non siano nulla di tanto diverso da questo amore, che è come una preghiera, la cui melodia risuona senza sosta dal fondo stesso dell’anima.  * Accade però che, per qualche ragione (talvolta anche la più banale: un passante che nella fretta mi urta senza riguardo, le faccende quotidiane che incombono e i pensieri che si affollano in frotte violente nella mia mente) il mio animo s’impaurisca ed irrigidisca di nuovo, e che quell’armonia, d’improvviso, si perda. Ma, ogni volta, io mi accorgo che è solo attraverso la gentile accoglienza (e quasi il fisico attraversamento) della mia umanità, che io mi sento, poi, di nuovo avvolgere, quasi risorgere.  Alla fine, più che una questione di grazia, o di volontà, mi sembra una questione di desiderio, di umile esercizio, e di richiesta. Io spesso, spessissimo, forse per la maggior parte del tempo, non sono affatto in quello stato di fiducia e d’amore, in quel “mondo vero” di cui parla Paolo. Ma mi accorgo che, negli anni, il desiderio che ho di esso è come se s’intensificasse, e rinvigorisse; come se tutto il mio cuore, la mia volontà, fossero una preghiera tesa verso di esso, tenuta presente anche durante le pratiche più quotidiane e banali, come mangiare, fare la spesa, sistemare la stanza, o rider di cuore assieme agli amici, per qualche sciocchezza che è stata detta. Era questo, forse, che intendevo, quando tempo fa mi ero detta, osservandomi, che avevo la sensazione di “pensare a Dio tutto il tempo”, per poi rendermi conto che, in realtà, non lo stavo affatto “pensando”, bensì cercando, chiamando, quasi costantemente.  In ciò consiste l’importanza, e la potenza, del fare memoria: ricordare in noi stessi, e gli uni con gli altri, di quei giorni antichi ed avvolti dentro al mistero, che hanno riportato alla luce quella parte di noi che anche oggi, nella diversità degli animi e delle culture, rimane. Non importa che cosa sia in grado di far fare, agli uomini, memoria di quella parte di sé che consiste nel sacro. L’importante è che quella parte vi sia, e che vi sia qualcosa, nel singolo, che sia in grado di farla risorgere. Su quale sia, poi, il “luogo” in cui l’anima innamorata conduca, questo è, e rimane, un profondo mistero ai miei occhi. Ma cerco di non far dipendere le mie scelte dalla risoluzione di questo mistero, e di fare come quel generale di Guerra e Pace, che si lascia guidare dal cuore, senza troppo interrogarsi a riguardo. Mi esercito allora ad abbandonarmi, sempre di più, a questo amore, e a nutrire per esso una crescente fiducia. Essa, in rari ed estasiati momenti di pace, lascia avvertire con chiarezza la presenza di qualcosa, o di qualcuno, che sta, già ora, con braccia spalancate, in un luogo senza tempo. È come quella brezza che, all’alba, spira dolcemente da oltre l’orizzonte, lungo la linea del mare.  Bianca Cesari  *In copertina e nel testo, disegni di Guercino (1591-1666) L'articolo “La convinzione ostinata”. Abbandonarsi al bene: tra rapimento e dolore proviene da Pangea.
December 1, 2025 / Pangea
“Oltrepassa la soglia del visibile”. Sulla Sapienza di Gesù Cristo
Il Vangelo di Marco, come si sa, finisce con un colpo di ghigliottina, con una immedicabile cesura. Giunte al sepolcro vuoto, le tre donne – “Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome” – scappano, “fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore”. Paura le ammutolisce, “e non dissero niente a nessuno”.  Se investighiamo il greco le cose assumono un’altra sfumatura. Le donne scappano perché tremano (tromos) colte da estasi (ekstasis). Sono come in trance, sono fuori di sé, rapite da dionisiaca ebbrezza: anch’esse un sepolcro vuoto. Uno degli epiteti del “Dio vivente” è il terrore: è “terribile (phoberos) cadere nelle mani del Dio che vive”, scrive Paolo. Un terrore che impone riguardo, devozione.  Alle estatiche donne un misterioso “giovane… vestito d’una veste bianca”, assiso di fianco al sepolcro, dice che “Gesù Nazareno, il crocefisso, è risorto, non è qui… Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete”. Il timore delle donne davanti al giovane (“ed ebbero paura”) ricorda il turbamento di Maria di fronte all’angelo: lì si annunciava una nascita miracolosa, qui una ancor più miracolosa seconda nascita. È più facile credere all’invisibile che si annuncia in nuce d’angelo che alla verità di un corpo disfatto, maciullato, sviscerato, disossato di sé, grave di sangue.  Chissà se poi le donne sono andate, in Galilea.  La Sapienza di Gesù Cristo comincia da lì: dal dubbio, dal timore, dall’estasi. Il testo gnostico, databile tra il II e il III secolo, è conservato nel Papiro di Berlino (1896), tra i papiri di Ossirinco e nella vasta messe di testi scoperti a Nag Hammadi. Era dunque testo noto, importante, fin nella sovrabbondanza del titolo. In lingua inglese esiste la traduzione completa di Douglas M. Parrott; Mauro Pesce ne ha inglobato alcune lasse in Le parole dimenticate di Gesù (Fondazione Lorenzo Valla, 2004). In questa Sophia, il Cristo appare trasfigurato, irriconoscibile (“non nella forma che ricordavano”): il dialogo con i discepoli – la prima domanda, che implica una gerarchia, è di Filippo; poi prendono la parola Matteo, Tommaso, Maria e Bartolomeo – permette al Salvatore di spiegare la creazione del mondo e del tempo, il fine del creato, il destino dei discepoli. Secondo la cosmogonia gnostica, esiste un Padre originario, un pre-Padre, che inaugura la lenta opera di autoconoscenza; Sophia è l’elemento femminile del divino. Alle origini, è un proliferare di legioni angeliche, di celesti esseri, di abnormi creature in una continua dinamica di azione e distruzione (d’altronde, “C’erano sulla terra i giganti”, si dice in Gn 6, 4). Il Salvatore, per così dire, è eccedenza – finanche, difetto, benefico veleno – nell’ordine delle cose: rompe lo schema di vita-e-morte, si disgrega dall’immobilismo divino, porta la luce “vengo per estirparvi dall’oblio”. Il Salvatore è una figura prometeica.  La Sophia Jesu Christi fonde la rivelazione evangelica ai misteri greci; ciò che anima il testo è ossessione per la salvezza, per la purificazione; centrale è la domanda sul senso del male, centrale è il corpo corrotto che tenta riparo, ristoro. Il sistema gnostico prevede un’aristocrazia dell’intelletto: si ascende tramite strenuo percorso conoscitivo. Ciò che svanisce, è la cuspide dell’evangelo: il Crocefisso, l’Iddio dei corrotti, l’Iddio dal corpo rotto e in rovina. Tale carnalità latra – incute terrore. Il non avere altro che quello – sangue che stilla dalle stimmate – confonde, confina nel dubbio. Nella Sophia, secondo lo schema della sapienza greca, il Padre forgia il creato dopo essersi osservato in uno specchio (“Vide se stesso in uno specchio”). Ma lo specchio è il demoniaco – la copia che divora l’origine, l’originario. A dire di Proclo, fu Efesto a “fabbricare uno specchio per Dioniso” e “il dio guardando dentro di esso e contemplando la propria immagine si slanciò alla fabbricazione di tutta la pluralità”. Figura ambigua, lo specchio: fa dell’apparente un’apparizione; chi cerca di riconoscersi in esso si trova disconosciuto, contraffatto. Cosa deve vedere di sé il Padre in uno specchio – cosa che già non sappia? Nella Sapienza di Gesù Cristo lo specchio è abisso, buco nero, vortice – è la grande vulva, il dio per sempre gravido che crea copie di copie di copie di sé. Dio-feto, dio-incesto.  Nel Vangelo, piuttosto, il Padre si rispecchia nel Figlio; Gesù si rispecchia nei volti sbigottiti dei discepoli – fino a che punto il Risorto è diverso dal Nazareno?  In questo gioco di specchi – che, contrapposti, sfoggiano l’infinito – cosa resta, quale l’arenaria che possiamo dire ‘immagine’? Quale l’originale? San Paolo – in 1 Cor 13, 12 – lega lo specchio all’enigma: lo specchio-Sfinge ci fissa divinandoci, divorandoci. Lo specchio-Polifemo, lo specchio-Sauron: nostro compito è sfuggire all’onnipotente fame dello specchio per ridiventare noi, per ricondurci nel greto della vera forma.  Galilea – il luogo dell’appuntamento con il Risorto, che è il luogo dove tutto ha avuto inizio (Mc 1, 14) – è il lemma di una geografia sapienziale, è nome al di là del nome. Come fu Israele per gli ebrei, Galilea sia il nuovo nome dei cristiani: Galilea è il luogo in cui tutto si sprigiona, in cui tutto si sbriciola.  Il proliferare dei detti gnostici null’altro dice se non che la conoscenza è il solo peccato, è l’ambone da cui professa il demone della separazione e della confusione. Gesù non si apprende perché è lui il predatore, è lui che ti prende. Gesù, il sommo analfabeta – secondo la spiazzante intuizione di José Bergamín – non si installa in codici, in grammatiche, in enciclopedie. La sola sapienza, qui, è l’insipienza, l’uscita da sé, la santa insania dei folli e degli ispirati. Il regno di questo mondo – dei filosofi e degli esperti, degli scaltri e dei letterati – mostra la sua indecente indegnità: tutto è disperso, ora – chiamateci disperati, è sconveniente, ai vostri occhi, perfino questa gioia che ha dote di lacrime.  ** Sapienza di Gesù Cristo (II secolo) Dopo essere risorto dai morti, i dodici e sette donne lo seguirono, si diressero in Galilea nel monte detto ‘Divinazione e Gioia’. Uniti, erano, e dubbio li avvelenava sulla realtà dell’universo, sui piani della santa provvidenza, sul potere delle potenze e su tutto ciò che il Salvatore compiva nel segreto. Allora apparve il Salvatore – non nella forma che ricordavano ma in invisibile spirito. Somigliava al grande angelo della luce. Ma non mi è dato descrivere il suo aspetto. Nessuna carne mortale può contenerlo, ma solo la carne pura e perfetto che egli ci ha mostrato sul monte detto ‘Degli Ulivi’.  E disse: “Pace a voi, a voi do la mia pace”. Spavento li confuse. Rise il Salvatore dicendo, “Cosa pensate? Che dubbio vi divina? Di cosa siete in cerca?”.  * Disse Matteo: “Signore, a verità nessuno può accedere se non tramite te. Inoltraci alla verità”. Disse il Salvatore: “Colui che È è ineffabile. Nessuno principio lo preda né autorità né obbedienza a creatura alcuna dalla fondazione del mondo – proviene dalla Prima Luce e soltanto a chi vuole si rivela. Da ora io sono il Grande Salvatore. Immortale, eterno egli è. Non ha nascita perché ogni cosa che nasce muore. Ingenerato, non ha inizio – chiunque ha inizio, infatti, finisce. Nessuno lo governa e non ha nome – chiunque ha nome, è la creazione di un altro… È infinito, dunque è incomprensibile. È imperituro e non somiglia a nulla. È immutabile nel bene. È senza difetto. È eterno. È il benedetto. Da tutti sconosciuto, è la conoscenza in sé. Incommensurabile – irraggiungibile – perfetto – immortale. Ditelo: ‘Padre dell’Universo’”.  * Maria gli chiese: “Signore, come possiamo conoscerlo allora?” Il Salvatore, il perfetto, disse: “Giungi alle cose invisibili, oltrepassa la soglia del visibile. Il Pensiero ti rivelerà che la fede nell’invisibile si trova setacciando le cose visibili, investigandole. Chi ha orecchie per udire, ascolti! Non ‘Padre’ si chiama il Signore dell’Universo, ma ‘Pre-Padre’, principio di chi apparirà, antenato che non ha inizio. Vide se stesso in uno specchio – si vide somigliante a se stesso – apparizione pari al Divino Padre di Sé, confronto di ogni confronto, il Primo Esistente Ingenerato Padre. Pari in antichità della Luce che lo precede ma non lo eguaglia in potenza. In seguito apparve moltitudine di esseri autogenerati, eguali in età e potenza, in gloria, innumeri, la cui stirpe è detta ‘Generazione Senza Regno’. Quella moltitudine non soggetta a regno è detta ‘Figli del Padre Ingenerato, Dio, Salvatore, Figlio di Dio’, e con voi ha somiglianza. Ma ora lui è lo Sconosciuto, l’inconoscibile grave di inalterabile gloria, di ineffabile gioia. Tutti riposano in lui, esultano in lui, giubilo che non ha misura; questo non è mai stato udito finora negli eoni e nei mondi”. Matteo gli chiese: “Signore, Salvatore, come si è rivelato l’Uomo?” Il perfetto Salvatore disse. “Voglio che tu sappia che colui che apparve all’universo nella sua infinità, l’Auto-eletto, l’Innato, il gravido di luce, al principio, quando decise di dare la sua immagine a una potenza, quella Luce apparve come l’Immortale Uomo Androgino, affinché attraverso di lui potessero giungere a salvezza e risvegliarsi dall’oblio, attraverso l’inviato, il solo interprete che è con voi fino alla fine della povertà e della razzia.  Sua consorte è Sophia, fin dal principio destinata a unirsi a lui tramite il Padre Auto-generato e l’Uomo Immortale, che apparve come Primo in divinità e regno, come concesso dal Padre. E creò un grande eone, ‘Ogdoade’ è il suo nome, in onore alla sua maestà. Autorità gli fu data e nel suo governo creò povertà. Creò dèi e angeli, arcangeli a miriadi, da quella Luce e tripartito Spirito che è Sophia, sua consorte. Da questo, Dio originò divinità e regno. Da allora è ‘Dio degli dèi’, è detto ‘Re dei re’.  Da ciò che fu creato apparve ciò che fu plasmato; da ciò che fu plasmato ciò che fu formato; da ciò che fu formato ciò che fu nome. Così nasce la differenza tra gli ingenerati, dal principio al termine”.  * “Chi viene al mondo è una goccia di Luce: viene al mondo per ricondursi nella Sua custodia. Vincolo di dimenticanza volle Sophia, perché attraverso di lei l’Onnipotente possa rivelarsi in questo modo povero nonostante la cecità l’arroganza l’ignoranza con cui lo riempiono di nomi. Ma io sono giunto dai luoghi superiori per volontà della Luce, io sono slegato da ogni vincolo; ho spezzato l’opera dei ladri e dei bugiardi; ho trafugato la goccia di luce di Sophia perché portasse frutto attraverso di me, perché la gloria si diffonda e i suoi figli, non più imperfetti, possano ritornare al Padre. Io vengo per estirparvi dall’oblio, perché l’impuro non si manifesti più: calpesto ogni malvagio intento”.  *In copertina: William Blake, The Angel Michael Binding Satan, 1805 ca. L'articolo “Oltrepassa la soglia del visibile”. Sulla Sapienza di Gesù Cristo proviene da Pangea.
October 30, 2025 / Pangea