Dal Vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte
del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù,
stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e
il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io
mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A
coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non
perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse
loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito
nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche
Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi
disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano
e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose
Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai
creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati
scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è
il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
(Gv 20,19-31)
Tommaso fissato a simbolo eterno dell’incredulità. Tommaso patrono di coloro che
non credono fino a quando non toccano. Tommaso il discepolo mancante (perché non
era con i Dodici quando il Risorto decise di farsi presente la prima volta?)
Tommaso è il discepolo che Gesù non ha aspettato. Tommaso il discepolo che sfida
gli amici con una frase perentoria “se non vedo non credo”. Tommaso dietro cui
ci facciamo scudo quando facciamo fatica a credere, quando ci sembra poco
credibile la resurrezione. Tommaso e la sua pretesa di sprofondare nel segno dei
chiodi. Tommaso che la mano, alla fine, non la affonda nel costato di Cristo.
Tommaso che crolla ai piedi del Maestro. Tommaso e la sua fede.
Avvicinarsi alla figura evangelica di Tommaso è sempre una sfida, ognuno legge
un frammento diverso, qualcuno proietta una propria debolezza, altri ne traggono
provocazioni o rassicurazioni ma Tommaso sfugge sempre. È vero, è la grammatica
del Vangelo, colui che non si lascia addomesticare dall’uomo è innanzitutto Gesù
di Nazareth, eppure Tommaso stupisce sempre, ci mettiamo al suo fianco, spesso
ci mettiamo al suo posto e sempre le interpretazioni divergono
molto. L’impressione è che confrontarsi con il discepolo che per tanto tempo è
stato paladino dell’incredulità, una sorta di antesignano del positivismo, non
sia altro che un gioco di specchi, un labirinto. Si cammina sospesi tra la
simpatia provata per l’uomo che grida la sua fatica di credere nelle apparizione
del Risorto e l’ammirazione per quello stesso uomo che, dopo poco, frana ai
piedi del Risorto. Approcciare Tommaso è accettare che il suo volto si
moltiplichi, è non fermare le innumerevoli interpretazioni, è sovrapporre il suo
volto al nostro, è perdersi, ritrovarsi, tornare a perdersi. È cercare le
ferite, ritirare la mano, tornare a elemosinare di poter affondare il nostro
dito nel Suo costato. La fede di Tommaso è la nostra fede, è il tentativo di
liberarci dal nostro io incredulo per naufragare finalmente nella sicurezza del
credente. Tommaso lo sentiamo comunque vicino. Sempre. Tommaso parla, e la sua
storia si moltiplica, all’infinito.
*
TOMMASO, TUTTO DOVREBBE ESSERE DIVERSO.
> “Non solo dunque incredulità, ma anche ostinazione a non credere. Dov’era
> Tommaso in quei giorni? per dove ha girato in quel tempo di passione,
> l’incredulo, il più smarrito forse, colui che più di tutti potrebbe
> rassomigliarci. Perché questo è il problema: se noi davvero crediamo che
> Cristo sia risuscitato da morte. Pur andando in chiesa, chissà se tu ed io ci
> crediamo davvero che Cristo è risorto. Perché se si crede a questo, tutto
> dovrebbe essere diverso, il modo di pensare, di agire, soprattutto il modo di
> morire”.
>
> (David Maria Turoldo, Tempo dello Spirito, Gribaudi, 1966)
Il Tommaso di Turoldo assomiglia a Turoldo. È ostinato, friulano e concreto. Si
può essere ostinati a non credere ma anche a credere, è un modo come un altro,
molto contadino, di affrontare la vita. Il Tommaso di Turoldo non c’era quel
giorno, l’assenza però non denota una mancanza ma una scelta. Era l’incredulo,
nobile postura, che ha fatto suo il tempo di una personalissima Passione.
Turoldo non ha mai manifestato troppa tenerezza verso una fede borghese da
cristiano della domenica, il suo Tommaso infatti è l’emblema di un altro modo di
credere. Perso per scelta, non si rinchiude per paura dietro alle porte chiuse
di una sacrestia, la sua assenza è denuncia, il suo smarrimento un
merito. Turoldo, si capisce, spera di somigliargli. Poi il poeta sembra prendere
il discepolo per il bavero, sembra portarlo a forza tra i suoi, in chiesa, e
solo lì lo interroga: ma se crediamo alla resurrezione non deve essere tutto
diverso? Non deve essere diverso il pensare, l’agire, il credere? Non dovrebbe
essere tutto diverso? Anche il morire. E allora perché non lo è? Turoldo sembra
interrogare Tommaso, il Tommaso che si porta dentro. Il Tommaso orgoglioso e
ostinato, il poeta figlio di contadini, il discepolo con le mani enormi,
possenti. Il poeta dalla voce profonda chiede a Tommaso perché lui non vede
ancora i segni della fede con chiarezza. Perché è così difficile vivere e morire
da cristiani? Perché sembra tutto ancora uguale a prima della Sua resurrezione?
Nel Tommaso di Turoldo ci specchiamo fino a quando il discepolo non decide di
pronunciare quelle parole di sangue e di miele: “mio Signore e mio Dio”. Quel
“mio” è una cesura, in quel momento il discepolo non è più nostro, è solo Suo,
ed è un mistero insondabile quel legame di vitale appartenenza. Turoldo uomo di
fede e di poesia lo sa, lo sa bene. Forse solo il drago che ne minerà la salute
lo porterà a pronunciare la definitiva professione di fede. Ma non lo sappiamo,
il Tommaso di Turoldo resta solo suo. Anche Turoldo ora, resta solo Suo. A noi
di contemplare l’ostinazione che, nel frate, diventa un valore. Una
caratteristica divina. Dio, l’ostinato. Sperando di diventare anche noi solo
suoi.
San Tommaso secondo Simone Martini
*
TOMMASO, CEDILO QUESTO TUO IO!
> “Ti devo sopraffare. Non ti posso risparmiare di pretendere da te la cosa più
> cara che hai, la tua malinconia. Dàlla via, anche se ti costa l’anima e il tuo
> io crede di morire. Butta via questi idoli, il freddo grumo di pietra nel tuo
> petto, e io ti darò al suo posto un cuore nuovo di carne, che batterà secondo
> il polso del mio. Cedilo questo tuo io, che vive del fatto di non potere
> vivere, che è malato perché non può morire: lascialo perdere, così comincerai
> finalmente a vivere”.
>
> (H.U. Von Balthasar, Il cuore del mondo, 1994; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 14, Queriniana, 2009)
Il Tommaso di Von Balthasar è travolto da Dio, si lascia sopraffare dal Risorto.
Immagine potente, da mistico. Il Tommaso di Von Balthasar è un pensatore che non
può più pensare, un teologo che non può più teorizzare, un filosofo che non può
più dedurre, è un uomo che si lascia travolgere, che si abbandona. Per qualcuno
è davvero difficile lasciarsi andare, abbandonarsi, consegnarsi. È l’approdo di
una vita di fede, di una lotta: la resa. Il Tommaso di Von Balthasar è vittima
consegnata al predatore, il Dio avvoltoio si scaglia sul tesoro conservato nel
romantico cuore del teologo: ne preda la malinconia, la parte più preziosa. Un
buon allenamento avrebbe permesso di cibarsi di nobile tristezza fino al giorno
della morte, su quel sentimento si sarebbe potuto costruire una buona e nobile
antropologia. La malinconia è probabilmente moneta più facile da scambiare al
banco degli intellettuali, sicuramente molto più accettata della speranza, così
infantile e ingenua.
Il Tommaso di Von Balthasar è affezionato al suo cuore di pietra, in esso trova
scolpite le regole da seguire, e poi è resistente, impermeabile all’amore. Il
cuore di carne invece è troppo vivo, è animale, non si può addomesticare, per
questo fa paura. Il cuore di carne è pericoloso, batterà secondo il polso
dell’Eterno, sarà per Tommaso come vivere con un cuore straniero. Il Tommaso di
Von Balthasar è spietato, perfetta la diagnosi della tentazione, il tuo cuore di
pietra “vive del fatto di non poter vivere”, è il Tommaso che spera che tutto
rimanga sotto l’ombra della morte, che la pietra rimanga a sigillare il
sepolcro, è l’uomo che ha paura di vivere perché vivere è perdersi, innamorarsi,
soffrire, sbagliare. Vivere è volgare. Morire è perfetto. Il Tommaso di Von
Balthasar non è semplicemente un incredulo convertito, è malato, “malato perché
non può morire”. E forse non lo vuole. Comprende che togliere la pietra dal
sepolcro è condannare il mondo intero ad essere un cimitero. È obbligare ogni
uomo a morire. Senza morte non si dà esperienza di Dio. Il Tommaso di Von
Balthasar ha paura della morte, ma sa bene che è l’unico pertugio per accedere
alla consapevolezza dell’Eterno.
*
TOMMASO, RESITENZE RAGIONEVOLI
> “Il Signore mostra di non offendersi dell’incredulità di Tommaso, ma ne fa
> anzi un argomento per la nostra fede. Non è vero che al Signore dispiacciono
> certe nostre resistenze. Quando sono resistenze ragionevoli. (…) È vero che
> egli si è mostrato contegnoso e renitente, e che prima di gridare: «Signore
> mio e Dio mio», ha voluto essere sicuro della piccola garanzia che offrono i
> sensi, ma, adesso, il Signore sa che può contare su di lui più che sugli
> altri, che quel grido è un credo che verrà continuato anche davanti al
> martirio. Tipi come Tommaso ci mettono un po’ ad inginocchiarsi, ma, quando si
> inginocchiano, si inginocchiano veramente, quando amano, amano veramente.
> Quando Tommaso si offre, è un uomo che si offre. E se offre a Cristo il
> proprio cuore, è un cuore d’uomo che si offre. E se china la sua testa davanti
> a lui, è una testa d’uomo che si china. Così comincia l’adorazione «in spirito
> e verità»”.
>
> (Primo Mazzolari, La parola che non passa, 1984; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 4, Queriniana, 2000)
Il Tommaso di don Primo Mazzolari ha fatto la resistenza. Una resistenza che,
agli occhi del prete scrittore, non può che essere ragionevole. Il Tommaso di
don Mazzolari si relaziona con un Dio che apprezza le persone di carattere. Il
suo Signore ama i figli che non si abbandonano a facili sentimentalismi, che non
credono perché devono credere, che si oppongono al potere, che mettono al primo
posto la libertà. Il Dio del Tommaso di don Primo assomiglia molto a don Primo.
Il Tommaso di Mazzolari è un uomo che è cambiato radicalmente e, proprio in
virtù di quella faticosa e cristallina conversione, è diventato il discepolo più
affidabile. Il Tommaso Mazzolariano è l’alleato perfetto per tentare di
convertire i rudi contadini della Bassa. È il modello che potrebbe tramutare la
condizione di una prima chiusura al mistero in santità. Il suo Tommaso rassicura
le mogli inginocchiate in Chiesa avvolte dai veli: i vostri figli e i vostri
mariti, increduli, possono diventare addirittura tra i più affidabili discepoli
del Cristo. Il Tommaso di Mazzolari è simbolo dell’uomo vero, onesto, coerente.
In lui nessuna ombra di doppiezza, una volta che ha deciso di fidarsi non si
tirerà indietro, mai. Il Tommaso di Mazzolari è un uomo compiuto. Il Tommaso di
don Primo racconta il bisogno di partorire al mondo il profilo di un credente
coerente e maturo. Nel Tommaso di Mazzolari si legge la speranza per un Chiesa
diversa finalmente battezzata in spirito e verità.
Matthias Stom, Incredulità di Tommaso, tra il 1630 e il 1640
*
TOMMASO SORPRESO E INQUIETO
> “La qualità spirituale di quelle porte chiuse è illustrata con molta efficacia
> dall’undicesimo discepolo, che la prima volta non c’era. Incontrando i
> compagni, li trovò così aperti e loquaci da esserne sorpreso, e anche
> inquietato”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Nel Tommaso di Giuseppe Angelini ci sembra di ritrovare tutte le persone che
rischiano di smarrirsi per eccesso di fede, altrui. Il suo Tommaso incontra i
compagni ma trova in loro troppa apertura, troppe parole, troppa speranza,
troppa facile felicità. Come quando siamo appesantiti da un lutto e ci sentiamo
quasi in colpa perché chi va in chiesa, proprio perché Cristo è risorto, non
dovrebbe più soffrire, dovrebbe credere. Ci sentiamo vicino a questo Tommaso,
siamo con lui, con il suo essere fuori tempo e fuori posto, con il suo ritardo
ma, soprattutto, siamo al suo fianco nella critica che rivolge a certe
testimonianze cristiane che non hanno imparato la pedagogia paziente del
Maestro, che non sanno rispettare i tempi della conversione, che non sanno
tacere. Il Tommaso di Angelini è smarrito davanti all’apertura e alla loquacità
di chi sembra aver dimenticato il dramma del Calvario. Sembra quasi che sia
l’eccesso d’entusiasmo dei discepoli a spingere Tommaso a chiedere di ritornare
alle ferite. Il Tommaso di Angelini è travolto da una testimonianza che non solo
sorprende ma arriva ad inquietare. È una descrizione forte questa. La sento come
una critica verso tutte quelle manifestazioni di fede che smarginano in
sicurezze troppo esibite, in felicità che non prevedono ombra, in dogmi che
annientano dubbi. Il Tommaso di Angelini sembra voler mettere in guardia i
convertiti, le persone travolte da eccesso di fervore, una testimonianza che
brucia i tempi, che non si mette in umile ascolto dei tempi dei fratelli rischia
di diventare dannosa. Più ancora, una testimonianza anche sincera non può
convincere, può solo accompagnare fino alla soglia. E sulla soglia ritirarsi, e
immergersi nel silenzio, e lasciare al fratello di poter fare esperienza
personale del Vivente.
*
TOMMASO VOLER NON VEDERE
> “C’è un’espressione Zen molto nota che dice: «Se incontri Budda, uccidilo» (…)
> Dobbiamo essere infintamente grati a Tommaso, cui Gesù non ha fatto un favore.
> Lo ha lasciato lì in mezzo al guado, e del resto non poteva far altro:
> l’ultimo tratto Tommaso doveva farlo da solo, come ognuno di noi. Ma, grazie a
> lui, Gesù ci trasmette a parole l’insegnamento che comunica direttamente con
> l’insegnamento buddista. Leggiamolo come è scritto nel testo greco: «Beati
> coloro che non (mi) vedono e sono credenti». La beatitudine consiste nel non
> vedere Gesù e, proprio perché non è visto, credere. Proprio perché non vedo
> Cristo, l’oggetto Cristo, Cristo è vivo in me; proprio perché Budda non lo
> incontro, sono vivo in Budda. Eppure noi, stolti come Tommaso, vogliamo vedere
> Cristo, vogliamo incontrate Budda, e pensiamo che allora e solo allora la
> nostra fede sarà completa: rischiamo di fare della fede un giocattolo che
> prima o poi, per forza, dovremo rompere”.
>
> (Jiso Forzani, Il Vangelo secondo Giovanni e lo zen, Edizioni Dehoniane, 2001)
Il Tommaso di Jiso Forzani è Zen. Se incontri Budda uccidilo, anche di Cristo
occorre privarsi, del “Cristo oggetto”, anche lui occorre uccidere. Nel Tommaso
di Forzani non c’è spazio per il discepolo incredulo, per lui Tommaso è l’uomo
di una nuova beatitudine, quella di non aver visto Gesù. Si può credere solo in
ciò che non si può vedere, sembra questo il messaggio incarnato nell’esperienza
di Tommaso. O comunque nell’esperienza di un cristianesimo che tenta un dialogo
fecondo con dottrine orientali. Se non vedo Cristo, Cristo è vivo in me. Tommaso
diventa così il difensore di una fede che non cerca di impossessarsi di un
concetto, di una immagine, di una teoria, il Cristo di Forzani sembra non
esistere se non nell’esperienza del discepolo, siamo noi Tommaso e Cristo non
esiste se non nelle nostre carni, siamo ostensori, corpi che rendono visibile
l’invisibile. Il Tommaso di Forzani chiama stolto il Tommaso che vuole vedere
Cristo, che vuole toccare le sue ferite, e noi con lui, quando stoltamente
facciamo di Cristo un giocattolo. Eppure le ferite rimangono, nel Risorto, sono
lì, ben visibili, come a rimandarci ad un sepolcro oggettivamente vuoto, forse a
ricordarci che Cristo non vive solo nell’illuminazione spirituale dei
discepoli.
*
TOMMASO, LE RAGIONI PER CREDERE
> “Sì, beati noi, che possiamo dire con Tommaso, divenuto credente «Mio Signore
> e mio Dio!». Infatti se crediamo che Cristo è vivo non è solo perché altri
> testimoni veritieri hanno visto; qualunque sia la necessità della loro
> testimonianza, essa è conseguenza di un riconoscimento personale del Signore
> risorto; conseguenza di un atto che trascende ogni prova, ogni logica. Cessare
> di essere increduli per diventare credenti? Un cammino difficile, certo, ma
> non la conclusione necessaria di una «prova». Abbiamo ragioni per credere,
> ognuno può elencare le sue. Ma alla fine dobbiamo riconoscere che nessuna di
> queste è «la» ragione della nostra fede”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni
> Paoline, 1993)
Il Tommaso di Robert Gantoy e Romain Swaeles è l’uomo che non si accontenta di
credere perché altri hanno creduto, perché altri glielo hanno testimoniato. Per
anni questo aiuta, si individuano testimoni credibili, maestri da emulare, ci si
fida e affida al pensiero di saggi, santi, sapienti, testimoni. Poi, un giorno,
non basta più. Neppure immergersi in libri, in spiegazioni, in trattati, perché
credere non è “la conclusione necessaria di una prova”. Non ci sarà mai la prova
definitiva, non per noi, non per i testimoni che avevamo incoronato a patroni
della nostra tranquillità. Il Tommaso dei due monaci è l’uomo che è partorito da
un incontro personale. A questo siamo chiamati. Doloroso e liberante parto. Il
loro Tommaso è l’uomo maturo che davanti ai dubbi di fede non si accontenta di
fidarsi di altri e allora ecco la sfida: elenca le tue ragioni per credere.
Saranno tue e solo tue, non saranno mai definitive, saranno sempre fragili e
indispensabili, saranno il tuo rosario, la tua preghiera, la litania della
speranza quando tutto sembra crollare. Saranno inutili nel loro non arrivare mai
a conclusione e saranno, insieme, essenziali, proprio se accettano di non
arrivare mai a conclusione, non ora, non qui. Ma non saranno vane solo se
fioriranno in una relazione. Elencare le ragioni per credere ma farlo dando del
“tu” a Dio, cercando di scovarlo, implorando, parlando, interrogando, come
Giobbe, in verità impaziente, ma salvo solo per il suo non sfilarsi mai dalla
relazione con il Signore. Tommaso dice “mio” e quel legame vitale è l’unica
sfida, l’unica “prova”. Siamo suoi. Ieri, oggi e sempre.
E lo dice perfettamente il Tommaso di un altro teologo, Severino Dianich:
> “L’ultimo atto di coerenza dei discepoli, nel consegnare la loro speranza per
> il destino del mondo a Gesù, è la estrema professione di fede, che troviamo in
> una delle ultime pagine dell’ultimo dei vangeli, pronunciata da Tommaso
> davanti al risorto: ‘Signore mio e Dio mio!’. Se la fede cristiana non
> giungesse all’affermazione della divinità di Gesù, tutta la considerazione del
> valore salvifico della sua morte e della sua resurrezione resterebbe priva
> della sua condizione essenziale di plausibilità. Infatti quel rapporto
> esistenziale, interiore e profondo, per il quale il credente si sente assunto
> nel mistero della sua morte e della sua resurrezione e così rinato ad una
> esistenza nuova e destinato alla vita eterna non sarebbe in alcun modo
> pensabile. Solo con Dio infatti è possibile un rapporto di questo genere, in
> forza della sua trascendenza onniavvolgente, nella quale, ben prima di
> qualsiasi consapevolezza o qualsivoglia decisione di fede, noi tutto ‘viviamo,
> ci muoviamo ed esistiamo’”.
>
> (Severino Dianich, Il messia sconfitto, Piemme, 1997)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Caravaggio, Incredulità di San Tommaso, 1600-1601
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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal
sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù
amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e
giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e
osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato
là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro
discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non
avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
**
MARIA DI MAGDALA, QUESTO MI BASTA
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal
sepolcro. (Gv 20,1)
> “Sarai in grado di riconoscere che il tuo spirito è pienamente risorto in
> Cristo se potrai dire con intima convinzione: «Se Gesù vive, questo mi
> basta!». Questa parola esprime davvero un attaccamento profondo e degno degli
> amici di Gesù. Com’è pura l’affezione che può dire: «Se Gesù vive, questo mi
> basta!». Se egli vive, io vivo, perché la mia anima è sospesa a lui, di più
> egli è la mia vita è tutto ciò ci cui ho bisogno. Che cosa mi può infatti
> mancare, se Gesù vive? Anzi mi manchi pure tutto il resto, questo a me non
> importa, purché Gesù viva… Se a lui piacesse anche che io mancassi a me
> stesso, a me basta che egli viva, fosse pure per se stesso. Quando l’amore del
> Cristo assorbe così totalmente il cuore dell’uomo, al punto che egli si
> trascuri e dimentichi se stesso e sia sensibile solo a Gesù Cristo e a quello
> che concerne Gesù Cristo, allora soltanto la carità è perfetta in lui”.
>
> (Guerrico d’Igny, Sermo in Pascha, I, 5; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 4, Queriniana, 2000)
Salpare con Maria di Magdala in quella notte che l’evangelista battezza come un
inizio (ma lei, ancora, non lo sa) non è così difficile. Quando il buio si
intona con le oscurità del cuore basta scegliere di abitare la tenebra, di
intonarsi al dramma. Non sappiamo cosa si muovesse davvero nel cuore della
Maddalena, sappiamo però cosa si muove nel nostro quando scegliamo di stare nel
buio, di adeguarci al lutto, di interpretare continuamente la parte della
vittima da dolore insanabile. Non è facile vivere nella pena ma almeno è
accettabile, per noi che sentiamo di aver trovato la giusta modalità di reazione
agli urti della vita, per la società che comunque comprende la scelta romantica
della macerazione nella fine di un amore. Di un sogno. Di un ideale. Quindi non
so dire con esattezza se trovare una pietra scostata dal sepolcro dei nostri
dolori, dei nostri fallimenti, dei nostri eterni dubbi esistenziali, possa
essere letta immediatamente come una buona notizia. Scompiglia il copione.
Costringe a rimettere tutto in gioco. Soprattutto obbliga a dover imparare una
grammatica nuova, diversa, inaccettabile. David Maria Turoldo scrisse in una sua
famosissima poesia dal titolo A stento il nulla queste parole:
> “No, credere a Pasqua non è
> giusta fede:
> troppo bello sei a Pasqua!
> Fede vera
> è al venerdì santo
> quando tu non c’eri
> lassù!…”
>
> (David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti, Milano 1991)
Poesia splendida che si conclude con quel maestoso “e a stento il Nulla dà forma
alla sua assenza”, eppure quell’inizio mi ha sempre bloccato, non l’ho mai
condiviso. Credo invece sia molto più facile credere in giorno di venerdì,
quando Lui tace (proprio perché Lui tace!) e tutto si gioca in una carne
martoriata ma visibile. È molto più facile stare in una fede impastata di buio,
con la speranza probabile di potere avere un cadavere a disposizione da adorare,
profumare, amare, trattenere. Quante vite si arenano romanticamente sul cadavere
idealizzato di quello che avremmo potuto essere togliendoci così l’imbarazzo di
andare per il mondo, come suggerisce Guerrico d’Igny a proclamare “Se Gesù vive,
questo mi basta!”. Nessun saggio si siederebbe ad ascoltare questo infantile
grido mistico, sui turbamenti della fede, sulle ombre che incrostano pensieri di
laici devoti; invece, è sempre molto più interessante adagiarsi. Siamo sempre
allo stesso punto. Per credere, per credere nella Resurrezione, bisogna perdere
se stessi, occorre avere un’anima “sospesa a lui”, dire che Dio “è la mia vita,
è tutto ciò di cui ho bisogno”, che siamo pronti a perdere noi stessi pur di non
perdere Lui. No, credere nella Resurrezione non è più facile rispetto a
scegliere di abitare eternamente il dubbio e il dolore. Credere a Pasqua è
trovare la forza di proclamare quella che sembra l’ingenuo sogno di un bambino.
Abitare la Resurrezione chiede la follia degli amanti, la pazzia dei mistici,
chiede di perdere la faccia. E lo sa bene l’apostolo Paolo:
> Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano,
> altri dicevano: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”. Così Paolo si
> allontanò da loro.
>
> (Atti 17,32-33)
*
PIETRO, LA RESURREZIONE È UN LEGAME
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù
amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’hanno posto!». (Gv 20,2)
> “Padre e Figlio (…) hanno vissuto tutta la passione intimamente uniti. Insieme
> hanno acconsentito alla morte di Gesù, dolorosa tanto per l’uno quanto per
> l’altro. Al cuore di quella morte, il Padre non abbandona il Figlio, e il
> Figlio stringe sempre la mano del Padre. Come cantava il salmo: il Padre non
> può abbandonarlo alla morte, né lasciare che il Figlio amato veda la
> corruzione (cf. Sal 16,10). E come ripeteranno continuamente gli apostoli nei
> loro primi discorsi sulla pasqua, è la destra di Dio che ha esaltato Gesù come
> principe e salvatore. colui che dona il perdono e la remissione dei peccati”.
>
> (André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2017)
Ma per fortuna Maria di Magdala corre, forse riesce a credere solo che il corpo
dell’amato sia stato rubato, però corre, chiede al suo di corpo di ritrovare
velocità, urgenza, concede allo smarrimento il dono di una relazione: cerca gli
amici. Maria di Magdala rintraccia qualcuno con cui entrare in dialogo. Non è
sfumatura di poco conto. Come non è indifferente che non sia solo Pietro ad
essere interpellato, con lui c’è anche l’altro discepolo. La Resurrezione si
comprende solo assumendo la logica dei legami, perché la Resurrezione è un
legame! Non l’intervento di un Dio che dall’alto irrompe nella storia per
correggere una traiettoria errata, non il colpo di teatro dell’Onnipotente a
sistemare il più grande e drammatico errore dell’umanità ma lo svelamento
dell’essenza profonda della vita di ogni uomo: il legame indissolubile con
Lui. Quello manifestato in Cristo in modo unico e perfetto. Gesù è il Dio che si
fa uomo per rendere visibile il legame eterno di Alleanza tra il Padre e il
Figlio, tra Creatore e creature. La Resurrezione svelata il mattino di Pasqua
con quel sepolcro oggettivamente vuoto (senza il quale non sarebbe stato
possibile per i discepoli iniziare un itinerario di conversione, di rilettura,
di comprensione!) accompagna i discepoli a ricordare e riconoscere quella
testimonianza cristallina che Cristo ha da sempre predicato nella sua carne, “il
Padre non abbandona il Figlio, e il Figlio stringe sempre la mano del Padre”.
La Resurrezione non è comprensibile se non nella rilettura esperienziale di un
Dio che non ha mai abbandonato il Figlio, di un Figlio che nella sua carne ha
reso visibile la presenza dell’Invisibile. La Resurrezione è comprensibile solo
tentando di seguire la domanda della Maddalena (“non sappiamo dove l’hanno
posto!”) ma provando a rispondere a partire dall’esperienza di vita condivisa
con il Maestro: Gesù non può che essere nel “luogo” dove è sempre stato: nel
seno del Padre. Se la Resurrezione fosse solo irruzione esterna, evento
dall’alto, il Risorto sarebbe apparso a tutti, invece la possibilità di accedere
alla logica della Resurrezione è possibile solo per chi abita la relazione con
Lui. Il Risorto appare solo ai suoi. Non può far altro, abitare il legame è la
dinamica insita alla comprensione della Resurrezione.
Si comincia già a intravedere quale sarà la logica futura, il tempo dello
Spirito Santo, l’esperienza di una promessa, Alleanza davvero definitiva: io
sono stato con voi, io sono con coi, io sarò sempre con voi. È questa l’unica
porta d’accesso per intuire l’Annuncio Pasquale che altro non è se non lo
svelamento del senso profondo della vita degli uomini. Siamo vivi per scegliere
di vivere nel Suo legame d’Amore. Relazione che diventa segno/simbolo visibile
in tutti quei tentativi d’amore che rendono viva la viva. La Resurrezione matura
in noi ogni volta che tentiamo di amare come Lui ci ha amato. Vangelo.
Maria Maddalena secondo Piero di Cosimo, 1490-95
*
L’ALTRO DISEPOLO E LA VELOCITA’ DELL’AMORE
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e
giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. (Gv
20,3-5)
> “Nella Chiesa l’amore va sempre più in fetta del ministero. Si accorge più in
> fretta di ciò che bisogna fare, si impegna sempre con generosità. Il
> ministero, anche quando si muove con la massima rapidità, non può raggiungere
> l’amore… L’amore consiste nella generosità; ed è in questa che è più rapido…
> Ma l’amore non è un folle che corre in modo insensato. Infatti entrambi
> corrono bene insieme. L’amore resta in giusto contatto con il ministero e a
> sua disposizione, ma è comunque lui che trascina”.
>
> (H. Urs von Balthasar, Adreinne von Speyr et sa mission théologique, Apostolat
> des éditione, Paris, 1976, pp.225-226; da Commento delle Letture dominicali,
> Edizioni Paoline, 1992)
Anche la corsa verso il sepolcro non è traiettoria individuale, corre Pietro e
corre l’altro discepolo, corre il magistero, secondo l’interpretazione di Von
Balthasar, e corre l’amore, ma l’amore è più rapido, meno appesantito, più
generoso. Eppure non entra nel sepolcro, aspetta. Mi sembra la descrizione di
tutti i nostri tentativi di vita, spesso goffi e dolorosi. Non penso
immediatamente al magistero come alla raccolta di leggi che governano la chiesa
istituzione, penso al dissidio che ognuno di noi si porta dentro. Penso a chi
corre rapido e tiene il passo dell’Amore, ma poi deve fermarsi, aspettare,
perché quell’amore se non prende carne, se non assume il magistero della
concretezza, se non si ordina in disciplinate regole è la dissoluzione in mille
fantasie, è la spiritualizzazione delle migliori intenzioni, è la gabbia dorata
degli indecisi, è la trincea dietro cui si difende chi ha paura del corpo. Penso
a chi, al contrario, non riesce più a contattare l’amore ed è imprigionato in
uno scialle di norme e di regole, di dogmi personali, di teorie inscalfibili che
impediscono di cedere, di credere davvero, di affidarsi. Penso a chi vorrebbe
amare e non ne ha più il coraggio, a chi non ne ha mai fatto piena esperienza
oppure a chi ci ha provato, e si è bruciato. Penso a chi non si fida della
concretezza del mondo, a chi trova sempre un motivo per non affidarsi a nessuna
istituzione perché qualsiasi istituzione non mai pura come l’idealizzazione
dell’amore. Penso che la corsa di Pietro e dell’altro discepolo ce la portiamo
dentro e non è mai risolta del tutto, e che fede sia stare nel doloroso
discernimento di tentare di far accedere nel sepolcro, a breve distanza, il
doppio approccio alla vita.
*
NEL SEPOLCRO L’ABISSO DI DIO
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e
osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato
là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. (Gv 20,6-7)
> “Se guardiamo a Gesù, possiamo credere che con la morte una vita non cade nel
> vuoto abisso dell’assurdità, ma nell’abisso di Dio”.
>
> (Karl Rahner, Che cos’è la risurrezione, Queriniana, 1987)
Non è così difficile credere sul Calvario. Credere nell’ennesimo profeta
incompreso, nel Maestro ucciso dal potere, nel romantico rivoluzionario immolato
dal sistema. Non è così difficile credere nemmeno se si assume lo sguardo del
centurione al Calvario, si può credere di credere in Dio accontentandosi di
adorare un uomo innocente che muore benedicendo. È già tantissimo, ma non è vera
fede. Vera fede non è intavolare un discorso sulla morte del maestro, quello lo
faranno pure i due di Emmaus, da subito, vera fede è tornare indietro, accettare
la morte, entrare nel sepolcro: personalmente! Magistero e Amore, i due
discepoli che ci abitano, devono morire. Un magistero che non muore per il
fratello non è evangelico. Un amore che non dà la vita per il nemico non è
amore. Non è questo l’abisso di Dio? Possiamo limitarci a teorizzare sull’abisso
oppure decidere che non ha senso nulla di noi se non varchiamo la soglia del
sepolcro. Quel passaggio è saggezza o assurdità? Perdere la vita è pienezza o
penosa follia? Entrare nel sepolcro è lasciare che la parete del seme si incrini
per incarnare primavera o è una pietosa fuga da quel mondo che sentiamo
inospitale? Non esiste risposta teorica, preventiva, esiste un legame,
personale, con il Vivente. Esiste la possibilità di accogliere la risposta:
«Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”» (Lc
1,27), sono le parole dell’Angelo a Maria, lo Spirito entra nel Sepolcro della
carne, Annunciazione, Incarnazione, Resurrezione: questo il movimento della fede
di Dio nell’uomo.
William Blake, Le tre Marie al sepolcro, 1800
*
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e
vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli
doveva risorgere dai morti. (Gv 20, 7-9)
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e nella morte. Non alcun effetto liberatorio una
> qualsiasi dottrina sulla resurrezione, bensì l’esperienza della risposta di
> Dio: «Io sono sempre con te!»”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana, 1988)
Solo da dentro il sepolcro si può vedere e credere, immersi in un Vuoto
ordinato, spazio dove la morte ha appena finito di sistemare bende e sudario,
morte che offre il suo volto fecondo e doloroso; la vita non è altro che il
travaglio verso un passaggio, è un parto, una Pasqua. Non si sminuisce il
dolore, non si svuota ingenuamente il dramma, non si disarma la paura, ma ha
ragione Lehmann, fossilizzarsi sul confine non ci aiuta a comprendere. Non ha
senso chiedersi “cosa ci sarà dopo”, pontificare che “nessuno è mai tornato!”,
andato dove? Tornato da dove? Incomprensibile la Resurrezione se non si è in
comunione con il Vivente qui e ora. È la comunione con lui, quella sperimentata
dai discepoli in continuità con tutta la Scrittura (ecco perché solo a Scrittura
compresa iniziarono a credere), quella che avevano sperimentato con Lui e che
ora si illuminava del senso più vero e profondo, ed è così che nascono i
Vangeli, non cronache ma traiettorie offerte per entrare in comunione con il
Vivente, per farne esperienza. Solo così, cercando continuamente la Comunione
con il Risorto, in una vita spirituale insieme leggera (non tutto dipende da
noi) ma anche frutto di disciplina ferrea (la lotta con il mondo non è uno
scherzo), solo così il Sacro non rimarrà spazio di fuga dalla realtà ma luogo
concreto di comunione, ingresso nella verità di ogni vita, intimità con l’Eterno
già qui, già ora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: dettaglio dalla Deposizione di Cristo di Rogier van der Weyden,
1435 ca.
L'articolo Se egli vive, io vivo. Intimità con l’Eterno, già qui, già ora
proviene da Pangea.
In Occidente, la notizia delle imprese di Milarepa giunse grazie a Ippolito
Desideri, il gesuita pistoiese che approdò a Lhasa nel 1716. Desideri restò
affascinato dalla figura di un eremita che “dormiva sulla nuda terra”, che
“altro cibo non prendeva se non un pugno d’ortiche o fresche o secche per
ciascun giorno, e queste cotte nella semplice acqua”. Di quel “romito” Desideri
non riportò il nome, non lo ricordava: spirato nelle spire della leggenda – o
meglio, riposto nel segreto, sulla bocca dei monaci, sorridenti come un pascolo,
rudi come una rupe (raccolgo le informazioni dalla fondamentale Vita di
Milarepa di gTsang smyon Heruka curata da Carla Gianotti per Utet, 2004).
Fu il tibetologo Jacques Bacot, un paio di secoli dopo, a rivelare le vicende di
Milarepa, figura tra le più singolari nella storia umana. Il suo studio,
composto dopo diversi viaggi in Asia, Le poète tibétain Milarépa, ses crimes,
ses épreuves, son Nirvāna, uscì nel 1925, a Parigi, per le Éditions Bossard
– spicca ancora in catalogo Adelphi come Vita di Milarepa, è ancora la porta
d’accesso più semplice per penetrare nel cuore dell’inafferrabile eremita.
Nato intorno alla metà dell’XI secolo da famiglia di pastori-allevatori,
Milarepa (Mi la ras pa) esercitò dapprima come esorcista, come mago ‘nero’. È la
vendetta contro alcuni parenti che, dopo la morte del padre, si erano
impossessati dei beni della sua famiglia ad animarlo nella conoscenza delle arti
e dei malefici. I parenti moriranno nel crollo della casa avita, durante un
matrimonio; i campi devastati da turbini di grandine.
La seconda vita di Milarepa è dunque un percorso tortuoso tra i rivoli
dell’espiazione: comprendere la natura dei poteri, installarsi nell’umiltà,
fuggire il mondo, il mondano. Gli anni di pratica con il grande maestro Mar pa
lo sfiancano: aderire al compito in cieca obbedienza, obbligarsi ad accettare
l’insuccesso, l’incongruo, finanche l’infamia. Imparare che ciò che si
costruisce va distrutto, che ciò che nasce reca lo stigma del dolore. La
leggenda dell’eremita comincia quando Milarepa penetra la ‘realizzazione’:
lascia il maestro, s’infila tra i dirupi, pratica l’insussistenza, la nudità –
interiore ed esteriore –, guidato dal diamante della perspicacia e della
perseveranza.
> “Il suo corpo diventerà verde, la pelle faticherà a tenere insieme le ossa, il
> suo aspetto desterà spavento e ripugnanza… Mi la ras pa, dedicandosi
> unicamente a praticare le preziose istruzioni ricevute, realizzerà alla fine
> il suo scopo santo: raggiungerà la condizione di Buddha. Allora egli canterà
> la sua realizzazione per il bene degli essere umani e non umani”.
>
> (Carla Gianotti)
In un momento esemplare della Vita, Milarepa affronta la sorella, Pe ta,
disfatta dal pianto, disperata per il suo stato, che crede di indigenza. Non
capisce perché, al cospetto dei Lama, che abitano in ricchi monasteri, issati
sul trono riccamente istoriato, artefici di una ‘via’ di successo, Milarepa
abbia scelto la povertà, l’inutilità, il disprezzo, il disgusto. “Non parlare in
questo modo”, gli intima con dolcezza Milarepa, “Ai tuoi occhi il mio essere
privo di veste e la vita che normalmente conduco sono motivo di vergogna. Ma io
sono felice di come sono”. L’estrema spoliazione è il discredito dell’apparenza;
l’estrema follia è la suprema felicità del santo. In uno dei più spregiudicati
canti, l’eremita intona:
> “Dovunque mi trovo, sono felice.
> Qualunque veste indosso, sono felice.
> Qualunque cibo mangio, sono felice.
> In ogni circostanza sono felice”.
Che in quell’eremita felice gli uomini non scorgano altro che l’annientato, il
sommo pazzo, è un segno del raggiungimento.
La singolarità di Milarepa – una ‘eccedenza’ che ha portato alcuni studiosi ad
avvicinare il maestro tibetano, pur nell’incomparabile diversità della pratica e
dei fini, a San Francesco – è la fusione dello spirito ascetico con
l’ispirazione poetica. Milarepa è l’aedo della liberazione, è il celestiale
cantore, il genio che salmeggia tra le rocche, nobile come un leopardo delle
nevi, sagace come un avvoltoio. I centomila canti di Milarepa sono opera
letteraria e sapienziale straordinaria, da mettere al fianco dell’epopea di
Gilgamesh, dei canti di Isaia, delle odi di Pindaro. Qualsiasi paragone,
tuttavia, è improprio per disonestà negli esiti: i canti di Milarepa, con
facondia incantatoria, pura stregoneria del verbo, intendono introdurre gli
uditori nella grande danza della realizzazione. Parola non soltanto persuasiva,
dunque, ma che opera.
Dei Centomila canti esiste una preziosissima edizione Adelphi, stampata nel
2002; purtroppo rimasta ferma al primo tomo. In appendice si traducono alcuni
canti dalla versione francese approntata per Fayard da Marie-José Lamothe. Di
norma, il canto s’innerva su un contesto di dibattito tra i discepoli;
un’occasione invoglia il maestro al verso, che sorge lì per lì, come viva fonte,
quasi ingenerato per naturalezza. Il genere stesso della poesia, che è poi una
montagna rovesciata, con quel procedere tra pinnacoli verbali, abissi nel senso,
verità in ombra e improvvisi di luce, sembra appropriato alla rivelazione,
all’impeto conoscitivo. Nella Bibbia quando il dire prende un’altra ‘marcia’ si
va a perpendicolo, per versi: il lettore deve indossare i ramponi – o meglio, fa
bene a spogliarsi di ogni supporto vivente, di ogni immeritato orpello. Così, i
maestri taoisti infilano i loro insegnamenti nella trama dei versi; il Corano è
un folgorante poema – è il codice degli infiniti poeti sufi, da Rumi ad Hafez,
da Attar ad al-Hallaj. I sapienti zen, in Giappone – pensiamo a Basho o a Saigyo
– vagabondano poetando, oppure – pensiamo a Dogen – distillano il loro ermetico,
arduo pensare in versi di diamantina chiarezza. Spesso, le poesie recano
l’impronta del poeta, ne sono il pur fugace ritratto. Poesia, forse, è l’estrema
nudità – volgersi all’altro lato del vocabolario, negli indicibili, sovvertire i
sensi linguistici del mondo. Stravolgere il linguaggio perché torni illibato –
perché torni illecito.
La poesia non è mai passatempo, letteraria malia, come vorrebbero darci a
credere – impone, quando non un sentiero, una ferita, una feritoia. Da lì,
passano volpi, a fiumane, passano stelle, la trafila dei padri discordi, i
guerrieri in armi, gli inermi, i rapsodi e i rapiti.
**
Risposte ai discepoli
All’epoca in cui Milarepa sostava presso la Rocca del Cuculo Solitario,
Rechungpa gli chiese di intonare la pratica per il corpo, la parola, la mente.
Allora Milarepa intonò:
“Proteggi il legame che ti unisce al corpo del Lama.
Usa la parola con la stessa dolcezza con cui parli al bufalo.
Osserva l’assenza d’origine della mente.”
Allora Rechungpa rispose:
“Noi siamo ignoranti, preda del frainteso.
Come proteggere il legame del corpo?
Come preservare la disciplina della parola?
Come scoprire il lignaggio della mente?”
Così disse e così rispose Milarepa:
“Tre legami legano al corpo del Lama.
Mantenere inalterato il voto.
Proteggere l’autenticità del verbo.
Mirare alla totale libertà della mente
quando è nella sua autentica natura.”
Così cantò e Rechungpa cominciò a commentare:
“Nello spontaneo riconoscere il corpo della verità,
quando i pensieri svaniscono da soli,
appare il corpo felice del buddha.
Questo corpo incarnato agisce
perché ogni creatura ne abbia incanto.
All’origine: liberazione attraverso la rinuncia.
La disciplina della mente definisce la via.
La salvaguardia del voto protegge il frutto.
Distaccandosi dalle preoccupazioni materiali
si abbandonano i pesi imposti dal desiderio
ci si protegge dal vizio e dall’artificio.
Il corpo: il vile non lo custodisce.
La parola: lo stolto non la soppesa.
La mente: un infante non la fende.”
Così disse e rispose Milarepa. “Se si ignorano i punti essenziali è inevitabile
l’errore”. E riprese a cantare:
“Lavorare per la liberazione non è garanzia di libertà.
Un nodo appena allentato, continuerà ad annodarsi.
Senza realizzazione, si va alla cieca, ovunque.
I fenomeni mondani ci legano a questa vita.
Il desiderio è grandine: distrugge ogni virtù.
L’artificio ci imprigiona nella risacca della rinascita.
L’immaginazione infiamma la dualità: la scia
delle convenzioni non si cancella con le parole.
L’attaccamento ci relega al samsara.
Senza lignaggio né trasmissione, la parola avvizzisce.
Yama assale chi non ha disciplina.
Le avversità sono un grumo di relazioni cattive.
L’idea stessa dell’origine va rigettata:
ogni nascita esagera l’ego, ci lega all’ego.
Senza la realizzazione: un regno di desideri
effimeri – tutto è vano privo del vero.”
Così cantò.
Una volta il Jetsün aveva il volto coperta e il giovane Repa gli chiese: “Perché
il venerabile dorme?”. Allora Milarepa cominciò a cantare:
“Ho il capo coperto, è vero, ma vedo lontano.
Le creature mondane hanno occhi spianati ma non vedono nulla.
Ho dormito nudo, mantenendo la dignità del buddha.
I fenomeni terreni distraggono
l’opera intera si compone nella mente:
che meraviglia questo infinito esperire!
Ho compiuto il mio dovere di yogi:
ogni mia azione è compenetrata di felicità.”
Così cantò.
Un giorno, il Jetsün era ospite presso il forte di Tsikpa Kangthil. Rechungpa
gli chiese: “Se le esperienze e le realizzazioni di uno yogi lo conducono a
poteri soprannaturali, queste non dovrebbero rimanere segrete?”.
Milarepa allora cantò:
“Il leone che dimora tra montagne innevate
la tigre che vive nelle oscure giungle
il pesce che guizza nei grandi laghi:
che prodigio se rimanessero nascosti
non avrebbero alcun nemico!
Ecco tre esempi esteriori
da applicare nell’interiore:
il corpo dello yogi
la via del metodo tantrico
l’esperienza della vacuità –
che meraviglia se restassero segreti
non avremmo alcun nemico!
Ma soltanto in pochi dominano tali tesori
pochissimi maestri realizzati abitano in Tibet.”
Così cantò.
Un’altra volta, Shengom Repa confessò al Jetsün i dubbi che lo assalivano. Dopo
averli meticolosamente analizzati, Milarepa cantò:
“Chi non ha realizzato che tutto ha lo stesso sapore
medita sulla pura luce e la crede eterna.
Chi non ha realizzato l’unità del tutto con gioia
medita sulla vacuità e crede che nulla esista.
Se non si comprendono le manifestazioni
meditare sulla non-riflessione è vagare tra idoli.
Chi non riconosce la natura nuda della mente
medita la non-dualità armando artifici.
Chi non ha realizzato l’inesistenza materiale della mente
medita con destrezza ma non rivela altro che la propria contrizione.
Se non ci si distacca dall’attaccamento
ogni disciplina resta discriminazione.
Se non si comprende l’inesistenza di ogni barriera
anche le virtù si trasformano in vizi.
Se non si comprende che nascita e morte non esistono
tutti gli sforzi non conducono ad altro che al samsara”.
Così cantò – i dubbi del discepolo furono sradicati.
Mentre il venerabile Milarepa soggiornava presso il Forte del Legno e
dell’Acqua, nella Grotta di Cristallo, sulle rive del meraviglioso fiume che
sgorga dalla gola della dea Tseringma, alcuni mecenati litigavano perché non
pioveva da tempo. Si recarono dal Jetsün perché arbitrasse il loro dibattere. E
lui rispose: “Ignoro i doveri di questo mondo: quando pioverà smetterete di
essere in lite”.
Rechungpa, tuttavia, pregò il Jetsün di ordire una riconciliazione. “Per uno
yogi è del tutto inutile immischiarsi in tali dispute”, disse Milarepa – cantò:
“Gloriosa montagna, quintessenza dei talenti
tu esaudisci ogni desiderio e ogni necessità
del corpo, della parola e della mente.
Ai piedi del Grande Traduttore
con ardore io ti glorifico!
Dirigere, consigliare, fare da intermediari
non porta che alienazione e dolore.
Se vuoi la postura imparziale
sai restare in silenzio di fronte alle assurdità?
Patria, proprietà, famiglia
obbligano alla ronda nel samsara.
Se vuoi sfuggire ai flutti della sofferenza
sei in grado di recidere la radice della schiavitù?
Egoismo, ipocrisia, astuzia
confinano nei mondi inferiori.
Se vuoi la libertà del paradiso
sei in grado di mantenere retta la mente?
Chi commenta, chiosa, discute
non suscita altro che orgoglio e gelosia.
Se vuoi praticare la nobile dottrina
sei in grado di farti umile?
Una casa, un lavoro, la reputazione
distruggono la concentrazione dello yogi.
Se vuoi custodire l’innata saggezza
saprai annientare ogni pretesa?
Maestri, seguaci, discepoli
comportano afflizione e distrazione.
Se vuoi praticare la solitudine
saprai evitare queste tre insidie?
Magia, poteri occulti, divinazione
mettono a rischio la vita dello yogi.
Se vuoi giungere alla sapienza suprema
saprai essere discreto come il piccolo tordo?
Questo inno dei sette rimedi
destinato a infrangere i sette difetti
l’ho intanato dopo averlo sperimentato.
Che tu possa raggiungere l’illuminazione!”.
Così cantò.
L'articolo “Ogni mia azione è intrisa di gioia”. I canti di Milarepa, l’asceta
poeta proviene da Pangea.
> “È l’amore per l’uomo che lo conduce alla solitudine. Non è possibile vero
> amore che non porti con sé questa specie di lama inesorabile che recide: chi
> più ama più è separato; chi più ama più sente le falsità delle verità
> costituite”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1980)
LA CENA PASQUALE (Mt 26,17-29)
1.
> “La cena pasquale celebra il mistero della continua presenza del Cristo in
> mezzo al suo popolo”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “O Gesù mio, O Dio innamorato delle anime, dove vi trasportò l’affetto che
> portavate agli uomini sino a farvi loro cibo? Ditemi, che più vi resta da fare
> per obbligarci ad amarvi? Voi nella santa comunione tutto a noi vi donate
> senza riserva; è giusto dunque che noi tutti senza riserva ci doniamo a voi.
> Amino gli altri ciò che vogliono, ricchezze, onori e mondo: io voglio essere
> tutto vostro, non voglio amare altri che voi, mio Dio. Voi avete detto che chi
> si ciba di voi vive solo per voi: «Colui che mangia di me vivrà per me» (Gv
> 6,57). Giacché dunque tante volte mi avete ammesso a cibarmi delle vostre
> carni, fatemi morire a me stesso, acciocché io viva solo per voi, solo per
> sentirvi e darvi gusto. Gesù mio, io voglio metter in voi tutti gli affetti
> miei: aiutatemi ad esservi fedele”
>
> (Alfonso M. De’ Liguori, Opere ascetiche, Roma 1934; da Lectio Divina per la
> vita quotidiana vol 13, Queriniana, 2001)
Giuda, uno dei Dodici, si accorda con i capi dei sacerdoti per la consegna del
suo Maestro, comincia così il racconto liturgico della Passione, come se fossimo
davanti allo scacco definitivo del Cristo, il tradito, l’arrestato, la vittima
inerme. Inizia con Giuda che tradisce Gesù, come a inaugurare la narrazione di
una vita destinata passivamente al macello. È una falsa pista, Matteo vuole
sottolineare esattamente l’opposto, per lui Cristo, la vittima, decide di sé, da
sempre, e ora in modo definitivo. Infatti “Gesù comanda. Gesù non è qualcuno che
conosce in anticipo in modo miracoloso i fatti più strani, ma è colui che
comanda e poi avviene ciò che egli dice” (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia editrice
2014).
Gesù è il Signore, si illudono i nemici di averlo a loro disposizione, ci
illudiamo noi di averlo tra le mani, lui è il Signore, e per fortuna sfugge
sempre alle nostre blasfeme manipolazioni. E così, mentre Gesù viene valutato
trenta denari, una cifra ridicola, una cifra misteriosa, per qualcuno
equivalente a un decimo del denaro speso dalla donna per comprare il profumo che
unse il Messia in Mc 14,5, mentre sembra destinato a essere svenduto come cosa
di poco conto, Gesù ordina di preparare la Pasqua, agisce da Signore, sceglie di
far accadere la Scrittura. Mentre Giuda si illude di poterlo consegnare, Gesù
decide di offrirsi.
La solitudine di Cristo, così come la morte, non è un effetto collaterale che
verrà aggiustato dalla Resurrezione ma è la traiettoria che l’amore prende
quando decide di donarsi agli uomini fino a “farsi loro cibo”, la solitudine è
scelta da Cristo perché è la lama che recide chi decide di essere fedele alla
volontà d’amore del Padre. È questo che fa paura anche a noi, oggi, che
inorridisce. Che Cristo la solitudine la scelga. E che chieda a qualcuno di noi
di fare altrettanto.
Si vorrebbe credere senza entrare nel baratro, ci si vuole illudere di poter
amare senza perdere nulla, si spaccia per cristianesimo una vaga emotiva
dottrina di una presunta fraternità tra gli uomini, Gesù è Amore e l’amore
chiede tutto, ogni cosa. “Fatemi morire a me stesso, acciocché io viva solo per
voi, solo per sentirvi e darvi gusto”.
Anche il tradimento di Giuda non è azione capace di sorprendere Gesù, la notte
oscura del delirio umano contro l’Inviato non è buia ai suoi occhi, Cristo
prende tra le mani i disegni meschini intessuti alle sue spalle e li mette in
tavola, “mentre mangiavano” racconta ciò che sta accadendo, “mentre mangiavano”
intinge la mano nel piatto con Giuda, “mentre mangiavano” prese il pane, recitò
la benedizione, lo spezzò e lo condivise. E poi il calice, il sangue
dell’alleanza “versato per molti per il perdono dei peccati”. Tutto avviene
mentre mangiavano, mentre stavano aggrappati alla vita, mentre celebravano una
pasqua di liberazione, mentre veniva esplicitata una liturgia d’amore eterna e
cosmica, mentre l’Alleanza appariva finalmente definitiva, mentre il sangue
versato era per tutti, anche per i carnefici. Anche per Giuda. C’è solitudine
maggiore? E amore maggiore? Dare la vita per i nemici. Questo il vero terribile
inarrivabile amore: “Non è possibile vero amore che non porti con sé questa
specie di lama inesorabile che recide”.
> “Ora, se il sangue dell’alleanza è stato versato nei nostri cuori in
> remissione dei peccati, una volta che quel sangue da bere è stato versato nei
> nostri cuori, sono rimessi e cancellati tutti i peccati che abbiamo commessi
> prima. Egli poi, che dopo aver preso il calice, dice: Bevetene tutti, mentre
> noi ne beviamo non si allontana da noi ma lo beve con noi (essendo in
> ciascuno), dato che non possiamo da soli, senza di lui, né mangiare di quel
> pane né bere di quel frutto della vera vite. Non ti meravigliare che egli
> stesso sia pane e ne mangi insieme a noi, che egli stesso sia bevanda del
> frutto della vita e ne beva con noi. Il Verbo di Dio infatti è onnipotente e
> viene indicato con diversi appellativi, egli è innumerevole a seconda delle
> molte forze, essendo l’uno e lo stesso ogni forza”.
>
> (Origene, Commento a Matteo 86)
*
GETSEMANI (Mt 26,30-46)
> “Nel Getsemani Gesù è il modello del perfetto orante che sperimenta l’
> «agonia» del silenzio e dell’amicizia umana e della stessa vita”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “[Il Figlio di Dio e Uomo Gesù Cristo] ci avvertì di pregare, quando disse ai
> suoi discepoli: «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione». E amandoci
> veramente di cuore, perché nessuna scusa ci restasse di questa benedetta
> razione, lo stesso Gesù volle pregare affinché, attratti dal suo esempio, noi
> l’amassimo sopra tutte le cose. Dice infatti l’evangelista: «Come più
> lungamente pregava, il suo sudore divenne quale gocce di sangue che scorrono
> fino a terra». Poni questo specchio innanzi ai tuoi occhi, e studiati con
> tutte le tue forze d’ottenere qualche cosa di questa orazione, ché egli per te
> e non per se stesso pregò. Pregò ancora, quando disse: «Padre, se possibile,
> passi da me questo calice. Ma sia fatta la tua volontà e non la mia». Vedi
> come il Cristo sottopose la sua volontà a quella divina; e fa’ tu secondo tale
> esempio”.
>
> (Angela da Foligno, L’autobiografia e gli scritti, Città di Castello 1932;
> da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 13, Queriniana, 2001)
La solitudine nel Getsemani si fa terribile, gli amici rimasti dormono a pochi
passi dal Maestro, aveva chiesto compagnia, almeno in quell’ora, gliela negano.
Giuda almeno ha deciso, si è giocato, almeno lui agisce, tradisce, non si limita
a subire. Ma i suoi amici? Quelli che aveva scelto? Non reggono di stare al suo
fianco, dormono, non sopportano l’urto del dolore, o forse nemmeno si accorgono
della gravità del momento. Per loro, proprio per loro, ha senso dare la vita? Ne
hanno bisogno? Capiranno questo infinito spreco d’amore? Forse solitudine vera è
non pretendere d’essere capiti.
> “Getsemani significa “valle molto feconda”. È qui che Gesù ordina ai discepoli
> di sedere per un poco e di aspettare il suo ritorno, cioè per il tempo in cui
> il Signore rimane solo a pregare per tutti”
>
> (Girolamo, Commento su Matteo 4, 26,37; da La Bibbia commentata dai padri.
> Nuovo Testamento, Matteo 14-28, Città Nuova, 2006)
Gesù sceglie la solitudine perché solo la solitudine è Getsemani: molto feconda.
Torchiato il corpo-sangue in vino, immerso, come battezzato, in una fornace di
fuoco il corpo-pane: tutto implora fecondità. Tutto chiede d’essere mangiato.
Non si può dire di credere se non si è disposti a sprecare la vita fino in
fondo.
Cristo alla colonna fiammingo del XV secolo
*
ARRESTO (Mt 26,47-56)
> “Nell’ arresto Gesù ribadisce il suo appassionato amore per il perdono e per
> la non-violenza”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “Perché dunque sei venuto a darci impaccio? Giacché Tu sei venuto a darci
> impaccio, e sei il primo a saperlo. Ma sai, di’, che cosa avverrà domani? Io
> non so chi Tu sia, e non voglio sapere se sei Tu o soltanto un simulacro di
> Lui: ma domani stesso io ti condannerò e ti brucerò sul rogo come il peggiore
> degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi, domani, a
> un mio semplice cenno, si precipiterà ad accostare le braci al rogo Tuo: sai
> Tu questo? Già: Tu forse lo sai…”
>
> (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Einaudi, 1993)
Con spade e bastoni la violenza irrompe nel giardino, i denari già versati e la
coppa appena condivisa, come se fosse un gioco, ognuno a calare la propria
carta, gioco perverso e pericoloso, definitivo. L’impressione è che se Cristo
avesse deciso di non amare, se avesse contraddetto la sua divina natura, tutto
il cosmo sarebbe collassato in un istante. Se Dio è Amore sarebbe bastato un
attimo solo di non amore, di non Dio, di non vita per soffocare lo Spirito.
Anche i baci vennero stuprati quella notte. Ma forse più difficile di ogni altra
cosa fu, per Cristo, fermare la violenza dei suoi, imporre alla spada di tornare
nel fodero. Solitudine vera è non accettare nemmeno di farsi difendere, non
così. Solitudine vera è imporre una scelta diversa alla violenza senza illudersi
che la violenza evapori: quella spada ricacciata nel fodero è la sentenza, tutta
la violenza del mondo si scaglierà su di lui.
E mentre le sue parole tuonavano verità mostrando che la Scrittura si stava
compiendo, in quella consegna di sé secondo il Testamento, proprio allora, non
prima, i suoi discepoli lo abbandonarono. È la Scrittura che si compie a farci
paura. C’è un legame tra il compiersi della Scrittura e la solitudine.
*
IL PROCESSO GIUDAICO (Mt 26,57-75)
> “Il processo giudaico è dominato dall’ultima rivelazione messianica e divina
> di Gesù davanti al suo popolo: «d’ora innanzi vedrete il figlio dell’uomo
> seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi del cielo»”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “Arrestato il pastore, si sbandarono le pecore. Preso il Maestro, i discepoli
> fuggirono. Pietro però, come il più fedele, gli tenne dietro da lontano, fino
> all’atrio del principe dei sacerdoti. Alla interrogazione della serva, negò
> con giuramento e ripeté una terza volta che non conosceva Gesù. Il gallo
> cantò! Ma il buon Maestro ferì il discepolo prediletto con uno sguardo di
> commiserazione e di grazia. Pietro comprese e, uscito fuori, pianse
> amaramente”.
>
> (Bonaventura da Bagnoregio, Il legno di vita, in Id., Opuscoli di mistici,
> Milano 1956; da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 13, Queriniana,
> 2001)
Il sommo sacerdote Caifa, gli scribi, gli anziani; Gesù è davanti a loro e loro
cercano una falsa testimonianza e falsi testimoni. La Verità sta, al loro
cospetto, ma loro hanno già deciso di condannarla, cercano solo un motivo
plausibile. L’istituzione decide ancora una volta di difendere se stessa, di non
chiedere ai suoi membri di mettersi in gioco. È davvero tutto qui, un copione
che si ripete, bestemmia chi non si adegua. Gesù dapprima tace. Inserisce
silenzio nella menzogna, uno spazio ancora di possibilità, di riflessione, di
conversione. Il sommo sacerdote rompe quel silenzio con quella che sembra una
preghiera “Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il
Figlio di Dio”, la risposta di Cristo è lapidaria “Tu l’hai detto”. Ma dirlo non
basta. Ripetere formule esatte non consegna alla verità. Occorre imparare a
“vedere il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi
del cielo”. Il sommo sacerdote si strappò le vesti. Le belve battezzarono
bestemmia il Dio fatto uomo davanti ai loro occhi.
La solitudine si fa anche fisica: sputi, percosse, schiaffi. Ma la vittima non è
Cristo, lui rimane scandalosamente bellissimo, sono gli uomini a essere vittima
della loro stessa cecità, sono loro a essere disumanizzati dalla rabbia. Non è
senza prezzo rifiutare la verità. Non è tutto uguale. La falsa testimonianza, i
falsi testimoni, portano a una falsa umanità, non è tutto uguale come vorrebbero
farci credere. Deformati dall’odio i carnefici non sono più Sua immagine e
somiglianza. Ne diventano una caricatura. Diabolica.
Francisco de Zurbarán, Cristo alla colonna, 1661
Pietro intanto, finalmente, comincia a capire. Dopo aver giurato una fedeltà che
non è riuscito a mantenere, travolto dalla propria debolezza, sopraffatto dalla
benedetta solitudine (senza amici e senza maestro), finalmente esplode in un
pianto di verità: “Non conosco quell’uomo!” Finalmente capisce. Ora poteva
iniziare la conversione. Questa è la confessione mancata ai capi dei sacerdoti,
questo solo abbiamo bisogno di comprendere anche noi se vogliamo davvero tentare
la sua sequela: non lo conosciamo mai fino in fondo, lui sfugge sempre, lui ci
chiede di rimetterci continuamente in discussione, lui ci distrugge e riedifica,
siamo suo tempio. Noi chiamati a farci continuamente ferire dal suo “sguardo di
commiserazione e di grazia”.
*
IL PROCESSO ROMANO (Mt 27,1-31)
> “Il processo romano sancisce la scelta della folla di Gerusalemme e svela
> l’indifferenza (Pilato) ma anche la simpatia (moglie di Pilato) dei pagani”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “Dunque, tacendo, il Signore conferma l’accusa, che gli viene rivolta, ma la
> disprezza col non confutarla. Infatti a ragione tace chi non ha bisogno di
> difesa: aspiri ad essere difeso chi teme di essere sopraffatto, si affretti a
> parlare chi teme di essere vinto. Cristo invece, quando è condannato, anche
> risulta superiore, quando viene giudicato, anche vince, come dice il profeta:
> Poiché tu sia giustificato nelle tue parole e vinca quando sarai giudicato.
> Che bisogno aveva di parlare prima del giudizio Colui per il quale lo stesso
> giudizio era una completa vittoria?”
>
> (Massimo di Torino, Sermoni 57,1; da La Bibbia commentata dai padri. Nuovo
> Testamento, Matteo 14-28, Città Nuova, 2006)
Giuda sceglie di tacere, crocifiggendo il proprio respiro al ramo di un albero.
Il sistema no, il sistema parla, si confronta, si giustifica, “(le monete) non è
lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue”, ed è incredibile come
sia sempre e ancora così per chi non prende la decisione di mettersi in
discussione. Discute di tutto. Giustifica tutto. Sistema sempre tutto. Pur di
non mettersi in gioco. Almeno Giuda ha giocato, si è giocato. Forse si è perfino
affidato.
Anche Pilato cerca di sistemare le cose, esercita quello che crede potere per
avere tutto sotto controllo. Il silenzio di Cristo lo destabilizza. Forse avrà
creduto d’aver trovato una geniale soluzione pensando a Barabba, al “figlio del
padre”, ma non andrà secondo i piani previsti. Il vero Figlio sarà scelto per la
croce. La folla, intanto, come sempre, perdendo le singolarità, confondendo i
volti, annientando i nomi, annullando le storie… frana nella menzogna. La folla,
contraddizione della santa solitudine, solo vile aggregato di egoismi,
annientando il volto tramuta gli esseri viventi in legione. Anima nera che
ancora abita qualsiasi ideologia.
*
CROCIFISSIONE
> “Al vertice della Crocifissione è convocato tutto il cosmo con le sue forze
> (tenebre e terremoto), è presente l’umanità che bestemmia, ma avanza anche la
> Chiesa dei nuovi credenti (il centurione) e sfila ormai la nuova umanità
> liberata dal Cristo (i morti che sorgono dai sepolcri)”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “Dio entra nella morte perché là va ogni suo figlio (…) La croce è l’abisso
> dove Dio diviene l’amante”.
>
> (Ermes Ronchi e Marina Marcolini, Le ragioni della speranza, Edizioni Paoline,
> 2013)
Dalla croce, dal fondo dell’abisso, il grido del Solo: “Dio mio Dio mio perché
mi hai abbandonato?”, traiettoria finale della condizione di servo. Non si può
scendere oltre, è il termine della notte più oscura, è l’abisso. E dall’abisso
ecco sgorgare il Salmo, e da quel momento nessun Calvario sarà così terribile da
non saper balbettare una preghiera. La solitudine di Cristo è il volto più
radicale dell’Amore, quello al quale consegna tutto di sé. Cristo è
l’abbandonato che si abbandona in Lui.
> “Elì, Elì, lemà sabactani?, perché si rendessero conto che, fino all’ultimo
> respiro, onorava il Padre e non era nemico di Dio. Perciò pronunciò una parola
> profetica, rendendo testimonianza all’Antico Testamento fino all’ultimo
> momento, e non solo una parola profetica. ma anche ebraica, in modo che fosse
> loro nota e manifesta; in tutto mostra la sua concordia con colui che l’aveva
> generato”.
>
> (Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 88,1)
> “La terra di scuote: essa infatti non poteva ricevere tale morte, Le rocce si
> spezzarono: il Verbo di Dio infatti e la potenza della sua eterna virtù
> penetrando in tutto ciò che era resistente e forte ne aveva forzato l’accesso.
> I sepolcri si aprirono: le barriere della morte infatti erano state dischiuse.
> E molti corpi di santi risuscitarono: illuminando infatti le tenebre della
> morte e rischiarando l’oscurità degli inferi, egli sottraeva alla morte le sue
> spoglie nella risurrezione dei santi, che apparvero in quel momento. E perché
> non raggiungesse il colmo il crimine dell’incredulità di Israele, il
> centurione e le guardie, vedendo lo sconvolgimento di tutta la natura, lo
> riconoscono come figlio di Dio”.
>
> (Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 33,7; da La Bibbia commentata dai
> padri. Nuovo Testamento, Matteo 14-28, Città Nuova, 2006)
Storie apparenti minime, intanto, abbozzano segni di speranza. La moglie di
Pilato, l’uomo di Cirene, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di
Giuseppe, la madre dei figli di Zebedeo, altre donne, Giuseppe d’Arimatea, il
centurione. A queste persone apparente marginali, ai loro silenzi, alla loro
fedeltà è affidata la speranza. Anche oggi. Al loro coraggio di affrontare una
solitudine radicale, la sola che permette di scendere nell’abisso che ci
portiamo dentro e di scoprirlo abitato dall’Amante. A loro e a tutti i soli in
Cristo è affidata da allora la speranza nell’Amore che apre i sepolcri.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Bramante, Cristo alla colonna, 1490 ca.
L'articolo Scandalosamente bellissimo. Passione e solitudine di Gesù (o di
uomini disumanizzati dalla rabbia) proviene da Pangea.
> “Gesù parla al presente: «Io sono la resurrezione e la vita». Non si tratta
> allora di rimuovere la prospettiva della morte, ma di integrarla nella
> prospettiva della resurrezione”.
>
> (Luigi Pozzoli, Dio il grande seduttore, Edizioni Paoline, 1998)
Lazzaro e il dominio della carne
“Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a
Dio”. (Romani 8,8)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua
sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli
asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle
mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per
la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga
glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era
malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. (Gv 11,1-8)
> “Per san Paolo «la carne» designa il mondo umano segnato dal peccato, il mondo
> sotto il giogo della morte. «Lo spirito», invece, evoca il mondo divino, nel
> quale l’umanità è assunta dal Cristo e il mondo spirituale generato da Dio
> nella resurrezione di Gesù. «La carne» è l’uomo, corpo e anima, che si
> rinchiude su se stesso e il suo peccato. «Lo spirito» è una forza di vita
> nuova data al credente dallo Spirito del Cristo Risorto”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni
> Paoline 1993)
Lazzaro, l’amico di Gesù, muore. È solo la vita che accade, la vita che
trasforma continuamente ogni nostro villaggio in una Betania, in una “casa della
povertà” o “casa dell’afflizione”. È la vita che appare come una malattia, è lo
scorrere degli eventi che inciampano inevitabilmente nello scandalo della fine.
Siamo uomini e donne a respiro limitato, a tempo definito, la malattia del
vivere chiama a sé la morte dal nostro primo vagito ma, quando si presenta,
qualcosa di profondo in noi, comunque, si frantuma. Anche se l’aspettavamo. E
questo scandalo, questo sentimento di profonda ingiustizia non è da
sottovalutare.
Certo, è solo la vita che accade e che, accadendo, sfocia inevitabilmente nella
disgregazione degli affetti, allontana Marta, Maria, Lazzaro e Gesù, si prende
gioco dei loro tentativi patetici di fraternità spazzandoli via. La vita finisce
inevitabilmente in morte, morte capace di soffocare il profumo, perfino quello
versato sui piedi del Maestro, il tanfo del cadavere ride delle cosmesi
umane. La vita che accade, da sempre, e scende a cibarsi dei resti della nostra
umanità.
Ma Cristo interviene esattamente lì. Nel cuore dello scandalo. E la prima cosa
che decide di fare davanti alla morte è: niente. Rimane immobile per due giorni,
quasi ad anticipare la sua di morte, quella sua attesa nel sepolcro in attesa
del terzo giorno della resurrezione. Non si muove, scegliendo di mettersi in
dialogo con il dramma della fine, del dolore. Gesù, inizialmente, tace, muore,
perché sulla morte non puoi dire nulla di sensato se non la assumi,
paradossalmente, se non la vivi.
Poi, con Lazzaro, sarà il susseguirsi di una maestosa liturgia ad anticipare,
per certi versi la sua passione, gesti e parole a sfidare la morte, a
smascherarla, a mostrare che non siamo fatti per stare sotto il dominio della
carne, come dice Paolo. Questa è la sfida: lasciarsi dominare dalla morte, che
pare avere sempre l’ultima parola, o scegliere di inchinarsi a un altro dominio?
L’essere spirituale si decide qui. Siamo nati per lasciarci abitare dalla forza
di una vita nuova, la forza dello Spirito del Cristo Risorto ma, forse, ne
abbiamo smarrito il senso, non abbiamo la grammatica, non abbiamo la liturgia,
siamo figli di celebrazioni troppo orizzontali, di attese troppo terrene, non ci
sentiamo più figli del Cielo in terra, abbiamo separato un mondo che chiedeva di
essere abitato nella sua trasfigurata pienezza, è questo il vero dramma. Non la
morte in sé ma il fatto che non riusciamo più ad interpretarla come un
passaggio all’interno di una comunione ininterrotta tra noi e l’Eterno, già qui,
ora, adesso e… nell’ora della nostra morte. Ci sembra impossibile che la vita
proceda di nascita in nascita (e quindi di morte in morte) verso il parto
definitivo. Ogni cosa conduce al Padre, tutto è una Pasqua. Senza questa
consapevolezza non resta che arrendersi al dominio della morte.
“Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero:
«Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù
rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non
inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa,
perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro,
il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora
i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato
della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.
Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi
di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora
Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a
morire con lui!»”. (Gv 11,9-16)
Gesù si mette in cammino verso la Giudea, evidente richiamo alla morte che lo
attende, Gesù accetta il rischio mortale, sceglie di perdersi, lui il seme che
non può dare frutto se non nella consegna di sé, I discepoli lo comprendono
subito, il rischio è totale, hanno paura, ma in Cristo è chiaro, per comprendere
la vita la vita devi perderla, questo ripete in ogni sfumatura del suo agire tra
gli uomini.
Jan Lievens, La resurrezione di Lazzaro, 1631
Questo ripete a noi, anche oggi. Il discorso sulla morte non può limitarsi a un
pensiero. Non si possono dire delle cose sensate sull’esperienza del
morire, occorre imparare a morire da subito, morire al mondo, morire a se
stessi, morire ai propri sogni e ai propri incubi, morire per comprendere. Gesù
infatti non esercita un miracolo a distanza, il suo movimento dice che occorre
affondare nell’esperienza della morte, occorre lasciarsi coinvolgere, bisogna
compromettersi per essere credibili.
Certo, con Lazzaro si limiterà a svuotare una tomba, ma non siamo ancora alla
fine, quello che Cristo fa è atto simbolico, come a liberare il suo di posto tra
i sepolcri, la parola definitiva emergerà quando lui stesso entrerà in una
tomba.
Nessuna risposta plausibile rispetto al dolore della morte se non si accetta di
morire, solo chi accetta di scendere fino agli inferi può essere credibile
messaggero di Resurrezione. La mortificazione della vita non può essere letta
come la somma di atteggiamenti depressivi, come il perpetuarsi di una poco
evangelica dottrina del sacrificio, non è questo, mortificarsi in vita, qui ed
ora, scegliere il deserto, la povertà, la fame, è abitare il limite della vita
perché in quel confine, e solo lì, posso fare esperienza dell’Eterno.
Beatitudini. Ci si mortifica per vivere. Ci si annienta per amore. Si prende la
croce per incontrarlo. Il seme muore per sbocciare in dolcezza di frutto.
> “Al termine dei primi sedici versetti, il lettore ha compreso che il miracolo
> avverrà, non soltanto a motivo dell’amore di Gesù per i suoi amici, ma per
> manifestare la gloria di Dio e suscitare la fede in Colui che affronta la
> morte: egli ha il potere di deporre la sua vita e il potere di riprenderla per
> comunicarla agli uomini”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
Gesù non cammina incontro alla morte, non cammina semplicemente incontro alla
sua fine, da sempre e per sempre il suo sarà un cammino verso la vita, “e io
sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate”, è Tommaso
a non avere ancora compreso nulla, è il nostro gemello che si accontenta di
credere solo nella carne, siamo noi a pensare di essere chiamati a morire con
Cristo, perché sarebbe una fine romantica, perché nel confronto con il mondo
sarebbe molto più semplice condividere la fede in un ideale per cui dare la vita
che farsi prendere in giro su una speranza che pare ingenua e infantile.
> “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano,
> altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta»”.
>
> (Atti 17,32)
Si segue Cristo, che è la luce, per non inciampare nella dissoluzione, si segue
Cristo che è la luce della Trasfigurazione per non scivolare sotto il dominio
della morte, si segue Cristo perché lui ha vinto il dominio della carne, si
segue Cristo per imparare a credere. Per imparare a non deridere la speranza.
*
Marta
La resurrezione già ora
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento
che lo Spirito di Dio abita in voi. (Romani 8,9)
“Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro.
Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano
venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che
veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a
Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche
ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le
disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella
risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la
vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non
morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu
sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”. (Gv 11,17-27)
> “Gesù è la resurrezione e la vita: vita nuova, vita divina, vita che si
> comunica. Chi crede in lui riceve, per mezzo della fede, questa vita nuova,
> che continua anche dopo la morte. E noi sappiamo che i nostri defunti vivono
> in comunione con Dio anche dopo la morte”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, edizioni Apostolato
> della Preghiera, 2004)
Marta è ancora sotto il dominio della carne, ancora non si è lasciata
attraversare dalla lama luminosa del Risorto. Lazzaro è nel sepolcro, cattedrale
inespugnabile, fortezza sacra della fede nelle evidenze della vita. Attorno alla
morte la struggente danza liturgica della consolazione. Con-solare, solitudini
che si aggregano e si moltiplicano, solitudini che rafforzano la domanda che la
morte riporta sempre alla luce: perché nascere se poi bisogna morire? Perché
amare se si deve soffrire? Marta però, al contrario di Maria che rimane
schiacciata dal lutto, si alza. Un gioco di contrasti, come tutta questa pagina
di Vangelo, una danza di opposti (profumo/odore, stare/andare, morte/vita…).
L’atteggiamento di Marta è evocativo, è leggera mentre si alza, mentre decide di
lasciare il peso del lutto a terra, Marta è già carica di speranza quando si
muove incontro a Cristo, c’è già in lei l’indizio di come il credente sia
chiamato a interpretare la vita: risollevandosi, lasciandosi risorgere. In ogni
evento, in ogni situazione, anche la più dolorosa, alzarsi incontro alla vita
perché si sente che Cristo continua a venirci incontro. Perché la Resurrezione è
questo, non un divino colpo di teatro a sistemare le cose, a umiliare la morte,
non la rivincita a rimettere in sesto la vita ma l’esperienza che la fedeltà di
Dio, la sua Alleanza giurata all’uomo, non viene mai meno, mai! Nemmeno e
soprattutto nel cuore della morte. La vita è Lui che ci viene incontro dentro la
vita. E ci chiama. Disperazione è credere che le esperienze siano vuote. È non
sentire lo Spirito che abita le cose.
Marta ha certo una speranza ma una speranza imperfetta: ipotizza una soluzione
ma solo futura, una resurrezione finale, alla fine dei tempi, non qui, non ora.
Lazzaro sarà invece il segno di questa resurrezione vicina. Tornando in vita
decreterà per sempre che la Resurrezione inizia qui ed ora. E che siamo vivi
solo per imparare a riconoscerla. A riconoscere il divino nella carne, a vivere
sotto il dominio dell’Eterno. Cristo è il testimone della vita abitata dallo
Spirito. Proprio perché lo Spirito già abita in noi, qui, ora, adesso, come dice
Paolo ai Romani, proprio per questo Spirito Eterno che è Dio e che danza nelle
nostre carni, proprio per questo anche la malattia porta, come ogni cosa, a Lui.
Tutto porta all’Eterno. Il credente riconosce e libera l’Eterno già presente nel
tempo.
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e della morte”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana 1988)
Peter Paul Rubens (bottega), La resurrezione di Lazzaro, 1625 ca.
*
I Giudei e Maria
Non poteva far sì che non morisse?
Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene (Romani 8,9)
“Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le
disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò
da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta
gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a
consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che
andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena
lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio
fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere
anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto
turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a
vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo
amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non
poteva anche far sì che costui non morisse?»”. (Gv 11,28-37)
> “E invece, lui è sempre “qui”. È il Dio-con-noi per sempre. E il suo
> misterioso ritardo alla nostra supplica rivela un accorrere essenziale e un
> arrivare essenziale dentro il nostro dolore: non deve “venire”, perché non ha
> mai smesso di essere presente…”
>
> (Adelaide Anzani Colombo, Per fede, per amore, Casale Monferrato, 1995)
Anche Maria si alza, chiamata, come fosse una vocazione, come per i primi
discepoli in riva a lago, come sarà per Maria davanti al sepolcro, come per noi,
che se non sentiamo il nostro nome pronunciato dalle sue labbra mai potremo
affidarci. Mai potremo credergli. Anche i giudei la seguono, Maria si getta ai
piedi di Gesù ma le sue parole sono abitate solo dalla morte. Diventano una
sorta di accusa e sembrano iniziare quella scomposta ribellione alla nostra idea
del divino: “dove sei Dio quando il mondo soffre?”. Ancora un contrasto: la
morte contrapposta a Dio, la morte è presente perché Dio è assente, ancora un
drammatico gioco degli opposti. Quando non riconosciamo lo Spirito di Cristo in
noi accade esattamente questo, la diabolica opposizione, l’incapacità di sentire
il Suo respiro anche nel cuore della morte. Si crede nel potere ineluttabile
dei sepolcri. Ci si lascia convincere dalle apparenze.
Ma Cristo sa che del dolore occorre avere rispetto, che le lacrime sono sacre,
che non serve spiegare nulla e che nulla può essere spiegato quando un cuore è
affranto. Così mentre i giudei si limitano ad alimentare un coro che puzza di
recriminazione, quasi a cercare un colpevole (“non poteva far sì che costui non
morisse?”) Cristo, invece, piange con Maria. Per trovare Cristo nella morte,
vertice dei nostri cammini di fede, occorre averlo trovato nella gioia e nel
dolore, nella fraternità e nelle lacrime. Si crede per frequentazione intima.
> “Si è quindi autorizzati a concludere che la desolazione di Maria che egli
> amava e l’osservazione dei giudei (…) pongono Gesù di fronte alla realtà della
> morte, non soltanto quella di Lazzaro, ma la sua, ormai imminente, secondo
> l’orientamento del racconto. E Gesù reagisce con una lotta interiore. (…) le
> lacrime silenziose di Gesù provengono dall’amore del Padre che attraverso di
> lui giunge ai discepoli (15,9); sono le lacrime di Dio dinnanzi alla morte che
> separa gli esseri. Al tempo stesso, sono lacrime di Colui che deve
> acconsentire alla prova”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
*
Cattivo odore
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è
vita per la giustizia. (Romani 8,10)
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era
una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la
pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo
odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se
crederai, vedrai la gloria di Dio?». (Gv 11, 38-40)
Una grotta e una pietra a sigillare due mondi che non si vogliono comunicanti.
La morte puzza, la morte manda cattivo odore ma Cristo, ancora commosso, non ha
paura. Non ha paura di far rotolare via la pietra, gesto che sarà divino quando
il corpo da liberare sarà il suo, un Cristo commosso che si oppone a Marta e che
le indica la via per decifrare la realtà delle cose: solo chi crede, vede. Non è
il contrario, non è la visione a portare alla fede ma è la fede a regalare la
vera visione delle cose. Solo se credi vedrai la gloria di Dio, solo chi crede
che il corpo, anche il nostro corpo, è già morto al peccato può vedere lo
Spirito. Spirito che è vita. Se crediamo in Cristo, se sentiamo che siamo
creduti da lui, se la nostra vita spirituale è davvero una relazione viva
riusciremo anche noi a vedere la gloria di Dio, la sua luce, la sua presenza, in
ogni carne, anche in quelle fasciate dalla morte. Anche in Lazzaro.
Henry Ossawa Tanner, La resurrezione di Lazzaro, 1896
*
Padre
Liberatelo lasciatelo andare
E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui
che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali
per mezzo del suo Spirito che abita in voi. (Romani 8,11)
“Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo
grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho
detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi
e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro:
«Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria,
alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui”. (Gv 11, 41-45)
Tolsero la pietra e Gesù alzò gli occhi, non più distanza tra vita e morte, tra
cielo e terra, lo Spirito di Dio ad abitare in noi e la vita ad essere liberata
e lasciata andare. Perché di questo abbiamo davvero bisogno, di essere liberati.
Si crede per essere finalmente liberi. Liberi anche dalle bende che opprimono la
nostra umanità. Sono lacci che si sciolgono, è Isacco non più ostaggio di
Abramo. È il paralitico che trova strada, è il cuore che ritrova la capacità
d’amare, è il peccatore che ritrova perdono, è la vita umana, la nostra vita,
che torna a essere quello per cui è stata creata: un passaggio, una Pasqua verso
l’Eterno, è il figlio che ci credeva perduto che torna al Padre. Questa è la
libertà, passare dal dominio della carne al dominio dello Spirito. È sentirsi
abitati dallo Spirito di Dio, che proprio perché ha risuscitato Gesù dai morti
continua a risorgere la vita.
“Lasciatelo andare”, lasciamola tornare a casa questa nostra povera vita che,
per paura, per mancanza di intimità con il Vivente, si aggrappa al bordo del
visibile, lasciamola andare dove deve andare questa nostra vita così impaurita
da convincersi che sia nata per razzolare e non per spiccare il volo. Lasciamola
andare questa nostra storia che ha dimenticato di essere in Esodo e che, invece,
pretende di mettere radici nella terra. Siamo fatti per essere assunti in Cielo,
Lazzaro liberato è lasciato andare ma non solo verso i suoi affetti di sempre
ma, finalmente, in cammino verso il suo vero approdo. Lo Spirito di Dio, che ha
risuscitato Cristo dai morti, abita in noi: perché continuare a opporre
resistenza?
> “«Padre, ti ringrazio d’avermi ascoltato» (11,41): Cristo ringrazia il Padre
> non soltanto per Lazzaro, ma per la vita di tutti. (…) Egli vide in questo
> miracolo di Lazzaro un certo tipo della resurrezione universale del genere
> umano, e ciò che è accaduto in un uomo soltanto stabilì che fosse una
> splendida immagine dell’universale e del tutto. Crediamo, infatti, che quando
> egli verrà giudice sarà un forte suono della tromba a ordinare ai morti di
> risorgere (cfr. 1 Cor 15, 52)”.
>
> (Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, 11,38-43)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Giotto, La resurrezione di Lazzaro, 1303-1305, Cappella degli
Scrovegni, Padova
L'articolo Siamo fatti per essere assunti in Cielo. La resurrezione di Lazzaro o
del nostro rapporto con la morte proviene da Pangea.
Cristo, il rischio di un rifiuto escatologico
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli
lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato
cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui
siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui
che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire.
Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». (Gv 9,1-5)
> “La verità è rifiutata per la sua chiarezza, non per la sua oscurità. Per
> tutto questo Giovanni attribuisce al peccato di incredulità una eccezionale
> gravità, quasi una valenza escatologica. Il rifiuto di Gesù è un rifiuto che
> si può dire escatologico, perché rifiuta la rivelazione ultima e definitiva.
> Rifiutare Gesù significa chiudere gli occhi di fronte a una luce che è giunta
> nel suo pieno meriggio. Non è possibile attendersi una manifestazione più
> chiara. Ecco perché il rifiuto di Gesù assume quasi un carattere di
> definitività. E questo spiega perché i giudizi di Giovanni assumono non
> raramente una durezza che ci sorprende”.
>
> (Bruno Maggioni, La brocca dimenticata, Vita & Pensiero, 1999)
Gesù passando vede, è nei suoi occhi che la vita accede per essere illuminata, è
lui il raggio che elenca vita, che stana le ombre, che invade i peccati. È lui,
ed è inarrestabile. È lui, ed è pericoloso, solo cuori insipienti possono
ridurre l’avanzata del Messia a innocua carezza pacificante. “Veniva nel mondo
la luce vera, quella che illumina ogni uomo”,l’aveva già anticipato
l’evangelista nel prologo ma, sempre nel prologo Giovanni, dopo soli nove
versetti dall’inizio della sua narrazione sentenzia: “Era nel mondo e il mondo è
stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra
i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. E non perché fossero cattivi, non perché
fossero stupidi ma perché, come noi, hanno avuto paura della luce. Perché la
luce fa male, perché la luce rischia di bruciare le nostre sicurezze, perché
Cristo è incandescente, perché si prende tutto, perché non è solo questione di
vedere le apparenze, di ridare contorni netti all’esistente, non è mera
guarigione fisica è, al contrario, franare nella malattia, è accettare di essere
malati di Lui, è essere condannati vedere la realtà fino in fondo, fino ad
accettare che lui sia l’unica luce, l’unico tutto. Cominciare a vedere significa
non poter guardare nient’altro che lui, vivere solo in riferimento Cristo, luce
assoluta.
Intanto i discepoli interrogano Gesù, la sofferenza degli uomini rimane una
domanda radicale, atroce, e come per ogni interrogativo spinoso ecco il
tentativo umano di trovare risposte, di disarmare lo scandalo, come se trovare
il colpevole risolvesse il dolore. Ma il peccato non è solo da ricercare nella
disobbedienza dei padri come provano a ipotizzare i discepoli di Gesù, “la
domanda dei discepoli deriva dalla convinzione che non vi è sofferenza senza
colpevolezza” (Xavir Leon Dufur), il peccato vero è da declinare al presente, e
in prima persona. Peccato è decidere di non aprire gli occhi a Cristo, è
decidere di non stare nella relazione nonostante l’ingiusta sofferenza (al
contrario di quanto fece Giobbe con Dio), è non permettere alla vita di aprirsi
al futuro, è cercare solo nel passato le motivazioni del presente senza entrare
nella storia così come è, senza dare spazio alla possibilità che ogni situazione
ha in sé la forza di poter mostrare l’opera di Dio. Peccato è opporre resistenza
alla luce, ed è in nostro potere farlo.
La luce quando irrompe nel mondo non lascia più spazio alla consolante ipotesi
della Sua assenza, riconoscere la luce divina è ammettere che ogni risposta
della mia libertà dovrà ammettere la relazione con il divino.
Anche il Calvario diventerà luminoso, paradossalmente diventerà il luogo più
luminoso per chi non sceglierà di rimanere cieco. Il cieco centurione arriverà a
vedere! A distanza di duemila anni è chiaro che questo testo, come tutto il
Vangelo, rimane scandaloso per noi, pericoloso, non si tratta di interpretare
dei testi, di commentarli, di farne teoria, si tratta di schierarci, di decidere
di noi. Il resto sono chiacchiere inutili e blasfeme: polvere negli occhi.
Rifiutarlo, come dice Bruno Maggioni, è chiudere gli occhi sull’Eterno. Il
paradiso non è qualcosa che sarà, non il premio riservato ai buoni, il paradiso
è già qui, è accettare la profondità delle cose, quella che solo Cristo svela.
Assoluta la sua luce, assoluto il suo amore, assoluta la sua proposta. Vivere
questa vita con gli occhi della trasfigurazione, ogni cosa è fatta per entrare
nella luce dell’Eterno, il peccato è chiudere gli occhi, opporre resistenza,
falsificare il reale.
Duccio di Buoninsegna, Gesù apre gli occhi al cieco nato, 1307 ca.
Non resta quindi che trovare il coraggio di definire a quale categoria di ciechi
apparteniamo. Non resta che decidere di noi, accettare di lasciarci trapassare
dalla lama di luce di Cristo o negare le tenebre, negare il buio fino al punto
di non riconoscerlo più, entrare a farne parte, come ammonisce la famosissima
frase di Italo Calvino…
> “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è
> già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
> Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare
> l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è
> rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper
> riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e
> dargli spazio.”
>
> (Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972)
*
Cristo: colui che condanna la nostra pavida neutralità
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango
sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che
significa ‘Inviato’. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini
e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è
lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»;
altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli
rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli
occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e
ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo
so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno
in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei
dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro:
«Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei
farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato».
Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?».
E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici
di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato
la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la
vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato
cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo
è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi
gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età,
parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei
Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse
riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi
genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». (Gv 9, 6-23)
> “Certo non si arriva fino a negare la possibilità di un intervento di Dio, ma
> il silenzio diventa complicità quando bisognerebbe parlare: lascia il campo
> libero a quelli che escludono l’intervento divino e contribuisce e
> imprigionare i timidi nella loro timidezza. Chi dirà i danni causati o
> favoriti da una pavida neutralità?”
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, San Paolo,
> 1993)
> “Intanto Gesù opera una liturgia molto particolare, sembra richiamare Genesi,
> la terra con la quale fu plasmato l’uomo, sembra che Gesù operi un atto di
> medicina tradizionale lontano dai canoni occidentali, sembra voler peggiorare
> inizialmente le cose raddoppiano la cecità del cieco ostruendo le palpebre, ma
> probabilmente, alla fine, l’operazione di Gesù è stata un’unzione: “Gesù
> procede infatti a un’«unzione». Ed egli stesso ne è l’autore in quanto l’Unto,
> il Cristo!”
>
> (Yves Simoens)
Così la persistenza della cecità perdura in chi non accetta di farsi ungere
dall’Unto, in chi non si lascia accarezzare e divinizzare dal Crisma del
Cristo.
Non bisogna essere per forza cattivi per rifiutare la luce del Vangelo, la
cattiveria vera richiede un’intelligenza e una perseveranza che spesso non
abbiamo, non siamo all’altezza di essere davvero crudeli, ci accontentiamo di
essere pavidi. Come i genitori del cieco guarito. Non siamo a favore, non siamo
contro, non ci esponiamo. Atteggiamento ambiguo. Abbiamo paura. Magari ci
limitiamo a indicare l’esemplarità della vita di altri, magari guardiamo da
lontano ma sentiamo che sarebbe troppo rischioso implicarci fino in fondo.
Perché comprometterci, e non c’è fede senza compromissione, significa mettere in
discussione tutto di noi, la nostra identità profonda. Il cieco, infatti, non è
più riconosciuto da chi lo frequentava dalla nascita. C’è molta ironia nella
narrazione giovannea ma è ironia amara e realissima, accettare di lasciarci
compromettere dalla luce, farlo davvero, significa perdere la comprensione del
mondo. Se il mondo continua a seguirci, se non ci emargina, se ci comprende, se
ci usa e ci concede spazio semplicemente non stiamo seguendo il Vangelo. Non c’è
verifica più lucida e impietosa. Non siamo nella luce. Anche se crediamo di
esserlo. Anche se apparentemente tutta la nostra vita sembra parlare di
Dio. Hanno ragione i genitori del cieco guarito, la luce fa paura. Certo non
schierarsi è assumersi un rischio enorme:
> Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della
> creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari
> tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né
> caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.
>
> (Apocalisse 3,14-16)
*
Cristo: il ladro di sicurezze
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria
a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un
peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli
dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve
l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete
forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo
discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha
parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo:
«Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto
gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e
fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito
dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da
Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati
e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori». (Gv 9, 24-34)
> “Tratto sorprendente, i farisei non fanno che parlare di Dio e di Mosè. Non
> rifiutano Dio, bensì l’evento attestato da un «peccatore». Essi infatti «non
> vollero credere». Credere a che cosa? Non a Dio o a Cristo, ma semplicemente a
> un fatto: non vollero credere che quell’uomo fosse stato cieco e avesse
> recuperato la vista. Come noi oggi ci rifiutiamo di ammettere il fatto
> «scandaloso» che mette in discussione le nostre idee o la nostra vita, così
> quei giusti non possono accettare ciò che non rientra nella loro ottica.
> Certo, essi interrogano, ma al fine di ottenere la risposta desiderata. «Voi
> non avete ascoltato» (9,27), dice loro l’accusato al terzo interrogatorio. La
> diagnosi è lucida. Essi infatti sono talmente sicuri della loro verità che non
> cercano più di “fare la verità”. «Non sappiamo»: la parola ricorre come un
> leitmotiv (9,24.29). E poiché un testimone testardo li mette con le spalle al
> muro, costringendoli a pronunciarsi tra lui e le loro convinzioni, essi lo
> ‘cacciano’, respingendo insieme a lui il ladro che è venuto a rapire le loro
> sicurezze per condurli a un’esperienza nuova della fedeltà di Dio”.
>
> (Michel de Certeau, Mai senza l’altro, Magnano 1993)
> “Incuriosisce anche l’insistenza sul nome della piscina (9,7). Siloam, nel
> Sinaitico, è la traduzione del termine Silôah di Is 8,6 un nome proprio che
> indicava innanzitutto il canale che convogliava l’acqua della sorgente
> intermittente oggi chiamata Ain Sitti Mariam; questo nome significava di
> conseguenza qualcosa come l’inviante, il canale che trasmette acqua”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, EDB 1997)
Essere trafitti dalla luce non è indolore, la trasformazione è radicale, ci si
rende irriconoscibili al mondo e, immediatamente, testimoni. Canali che
convogliano l’acqua dalla sorgente, strappi sulla tela del reale che lasciano
passare luce dall’Altrove, uomini trasfigurati: testimoni, e quindi martiri. I
farisei non rifiutano Dio, nemmeno i farisei dei nostri tempi rifiutano
Dio, nemmeno la nostra società rifiuta il divino, basta che sia qualcosa di
perfetto, luminoso, puro e, soprattutto, lontano. Il divino deve essere narrato
con precisione chirurgica da professionisti del sacro, deve nascondersi dietro
un’estetica attraente, non deve inquietare, deve consolare, non deve avere le
dita sporche di fango, deve essere sterile, non deve avere carne e sangue, non
deve contraddirci, di sicuro non può essere testimoniato da un povero cristo
nato cieco e, lui dice, ora guarito. Ma il Vangelo non fa altro che ripetere la
narrazione di un fatto, il cieco arriva ad essere esausto di dover perpetuare la
narrazione di un gesto, ma non c’è altra strada, solo la narrazione di un fatto,
solo la testimonianza personale di un cieco che riacquista la vista, potrebbe
convertire. Non c’è altro segno. Riconoscere la grazia in atto nel mondo, in
questo nostro mondo così imperfetto, in questa nostra vita così sporca e
precaria, così segnata dal peccato. Spesso siamo ciechi all’amore che Cristo
esercita in noi, ai suoi fatti luminosi che accadono nella nostra sporca carne,
opponiamo alla sua grazia quella che sembra umiltà, è solo narcisismo, e
mancanza di fede. Crediamo che la nostra ombra sia più grande della sua luce,
che il nostro peccato sia più grande del suo perdono e, colpevolmente, rimaniamo
nascosti dietro i nostri alibi.
Invece è un Dio che si fa luce in Cristo arrivando a toccare il mondo, a
toccarlo davvero, non è solo un’astratta sensazione spirituale, e lo fa usando
modi che magari ci sono estranei, che non riusciamo a capire, che non vogliamo
comprendere. La nostra percezione dell’agire di Dio sarebbe da convertire!
Pretendiamo che Dio agisca secondo le nostre regole oppure, meglio, che non
agisca proprio, perché guarire un cieco ci sembra volgare, molto meglio scrivere
trattati sull’indifferenza di Dio, molto più elegante e, soprattutto, molto più
accettato dal mondo culturale.
Orazio De Ferrari, Guarigione del cieco nato, XVII secolo
Un Cristo che agisce scippandoci delle nostre sicurezze, delle nostre visioni
ideologiche del mondo e, più di ogni altra cosa, del potere che teniamo stretto
con le unghie. Perché è il potere, alla fine, che acceca. Il potere di crederci
gli unici intermediari del divino, gli unici sacerdoti della cultura, gli eletti
farisei della verità. Cristo è la luce del mondo, è la sorgente che si mostra,
l’unico modo per non uscire dalla luce è diventare suoi testimoni. Ma per
diventare suoi testimoni occorre perdere noi stessi, morire. Questo fa paura. La
luce dell’Eterno ci chiede di morire al mondo, di morire a noi stessi.
*
Il vero credente: colui che si vuole eliminare
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi
nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in
lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse:
«Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un
giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono,
vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con
lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose
loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi
vediamo’, il vostro peccato rimane». (Gv 9,35-41)
> “Quando qualcuno non aspira che a vantaggi terreni, è facile essere amati,
> avere amici con i quali fare comunella insieme! Ma quando un uomo si impegna
> assolutamente, con sacrificio di tutto, fino a ridursi in povertà, ad essere
> disprezzato, cacciato dalla sinagoga per attenersi a Dio nell’amare gli
> uomini: allora, prova a mettere un avviso sui giornali che tu cerchi un amico,
> ma aggiungi le condizioni e anche metti la postilla che non c’è vantaggio di
> sorta: è difficile che tu trovi qualcuno. Migliore il mondo non è. Il massimo
> ch’esso riconosce ed ama -quando ci riesce- amare il bene e gli uomini, però
> in modo che nello stesso tempo si possa arrangiare qualche vantaggio per sé e
> per gli altri. il mondo non capisce più in là: fa un passo più in là, e avrai
> perduto l’amicizia. Non diciamo questo per giudicare, non perdiamo tempo per
> questo. Ma se tu non vuoi essere un traditore verso Dio e verso te stesso o
> verso gli altri, allora devi rassegnarti a essere chiamato egoista. Infatti la
> tua convinzione che amare se stessi in verità è amare Dio e che amare un altro
> uomo è aiutarlo ad amare Dio, questa tua convinzione forse non interessa
> affatto il tuo amico. Egli osserva bene che se la tua vita si rapporta
> veramente all’esigenza di Dio, essa contiene, anche se tu non dici nulla,
> un’ammonizione, un’esigenza per lui – ed è questo ciò che si vuole eliminare”.
>
> (Søren Kierkegaard, Gli atti dell’amore, Milano 1983)
Non poteva che finire così, con l’esclusione. Anticipo di ciò che avverrà a
Cristo, eterno ripetersi del copione da sempre e per sempre. Non si può
pretendere di essere del mondo e, allo stesso tempo, di essere fedeli a Cristo.
Lo incontriamo solo fuori, solo i cacciati fuori possono intercettarlo. Ma
bisogna stare attenti, chi decide cosa significhi davvero “stare fuori”? Non
basta scomparire, non basta allontanarsi, non basta mettere distanze fisiche tra
noi e il mondo (atteggiamento che può nascondere doppiezza, desiderio di
protagonismo). Essere cacciato fuori dal mondo non è scegliere il personaggio
del puro, giocare a interpretare colui che è contro il sistema, adagiarsi nel
comodo ruolo della vittima. Bisogna stare attenti. Prima di tutto il “cacciato
fuori” non lo sceglie, lo subisce. Non è lui a decidere, romanticamente, che è
tempo di lasciare i luoghi del potere. Lo subisce. Ingiustamente. In
silenzio. Continuare a sbandierare la patente di escluso è uno dei segni che
indicano che dal mondo non ce ne siamo proprio andati. Il cieco, al contrario, è
cacciato fuori e, probabilmente si sarà anche chiesto se non era meglio rimanere
ciechi ma ben dentro la società, con un proprio ruolo riconosciuto. Se non
avesse incontrato Cristo, fuori dalle mura, il miracolo sarebbe stato solo una
perfida guarigione, una condanna all’esclusione. Solo un grande pace interiore
dimostra che fuori abbiamo incontrato Cristo, perché questo è l’unico motivo,
andare nel deserto, sfinirsi di preghiere e digiuni ma non lasciarsi incontrare
dal Risorto è franare nella cecità di chi vede solo se stesso.
Vincenzo Irolli, La guarigione del cieco nato, 1936
Anche Cristo morirà cacciato fuori, il testimone, il vero testimone, è un
cacciato fuori perché, come dice lucidamente Kierkegaard non è più sopportato a
causa del suo impegno assoluto, assoluto significa che la sua dedizione totale
alla luce diventa giudizio per chi sta ancora in ombra. Senza dire nulla! Perché
il testimone parla soprattutto con la sua vita, è lui un fatto, lui il cieco
guarito, non ha nulla da spiegare, la sua vita si è totalmente piegata a
diventare testimonianza di Cristo, lui la piaga, in lui le stimmate della
luce. Il testimone è tale nonostante lui, non è lui a decidere, ad assumere il
ruolo di sacerdote, lui è solo una testimonianza vivente, è condannato a parlare
di Lui anche nel silenzio. E mostrare la luce significa essere disprezzati.
L’itinerario dalla cecità alla luce che questo brano di Vangelo propone è un
percorso di fede, Cristo è prima riconosciuto come l’inviato, poi come un
profeta, poi come figlio dell’uomo e infine come Signore, ma questo cammino non
è indolore per il cieco. All’inizio della pagina non vedeva ma era visto dagli
altri, alla fine lui vede e riconosce il Cristo ma i fratelli non vogliono più
vedere lui! È una pagina dolorosa, nasconde, tra le mille possibili
interpretazioni, anche una feroce domanda: sei disposto a vedere, a vedere
davvero? Sei disposto a perdere la comprensione della famiglia, la vicinanza
degli amici, il tuo posto da mendicante di vita nella società pur di lasciarti
illuminare le pupille da Cristo? Sei disposto a vivere nel disprezzo senza farne
un vanto? In cambio saprai riconoscere nei pochi affetti che sapranno reggere il
rifiuto del mondo la luce dell’Eterno, già qui, ora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
L'articolo Sei disposto a vedere davvero? Il rifiuto, ovvero: anatomia della
cecità proviene da Pangea.
Cristo viandante assettato
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al
terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di
Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era
circa mezzogiorno. (Gv 4,5-6)
> “Di che cosa Gesù ha sete? Il lettore non è ancora in grado di rispondere a
> questa domanda. lo sarà forse quando sentirà Gesù in croce gridare: «Ho sete!»
> (19,28) o ancora prima? (…) Gesù ha certamente chiesto da bere alla
> Samaritana, e ora si intuisce che ciò di cui egli ha sete è proprio sete di
> lei, il desiderio che lei ha dell’acqua viva che solo Gesù può donare. Del
> Padre stesso si dirà che «cerca» adoratori autentici”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 1990)
Un Dio che ha sete, un povero cristo, solo, che sta presso un pozzo in attesa
dell’uomo. Poi possiamo addentrarci in tutte le interpretazioni simboliche ed
esegetiche, poi possiamo, ed è doveroso farlo, smarrirci nella proliferazione di
significati, nella stratificazione di senso presente in questa pagina di
Giovanni. Però. Però non può essere smarrita l’immagine di un Dio assetato. Lo
stesso che al compimento della sua vita tra gli uomini ribadirà lo stesso
bisogno. Lo farà dall’alto della croce, dal suo viaggio al termine della notte
umana, lo griderà come sanno gridare gli amanti: ho sete! Un Dio che ha sete
della sua creatura, un Figlio che ha sete del Padre, un uomo che ha sete
d’amore.
Una sete che arriva a causa della fatica di un viaggio, perché la sete è
una kenosi che va cercata, è possibile l’incontro tra uomini solo a partire da
un vuoto, è possibile il dialogo con Dio solo a partire da una mancanza, da un
bisogno. Gesù sembra viaggiare per svuotarsi, il contrario dei nostri itinerari
di illusoria pienezza. In questa pagina, attorno al pozzo, tutti hanno sete ma
non si descrive mai l’atto del bere. Solo quello della sete. Che permane,
aumenta, si purifica, diventa eterna. Ci si trasforma in sorgenti, alla fine, ma
non si riempie mai il bisogno.
Fanno paura le seti che ci abitano, a chi le possiamo confidare? Chi può
ascoltare il nostro grido senza usurpare il nostro bisogno? A chi possiamo
mostrare il nostro desiderio di vita senza correre il rischio di essere
prosciugati? Eppure il rischio bisogna correrlo, il prezzo è morire di sete. Il
rischio di confidarsi con uno straniero, il rischio di mostrarsi vulnerabile, il
rischio di non essere compresi, il rischio di essere fraintesi. Cristo al pozzo
inanella tutti questi pericoli, conosce l’azzardo, lo assume. Cosa dirà la donna
straniera? Cosa penserà la moglie dai cinque uomini? E i suoi discepoli al
ritorno? Cosa capiranno? L’inizio di ogni relazione vera si assume il pericolo
di essere fraintesa, sembra che non possa esserci vita senza rischio. Rischio di
bruciarsi, sicurezza che l’altro ci farà sicuramente male, perché le relazioni
sono tutte pericolose, e l’incomprensione è insita nella parola, e il male, il
male che ci abita, è serpe che distorce anche le intenzioni più pure. Eppure,
proprio nella giungla di queste fatiche, affaticati dal viaggio della vita,
occorre sedersi e accettare che abbiamo bisogno di qualcuno che condivida vita
con noi. La sete di Cristo è il segno del limite invalicabile che ci abita, del
limite che siamo. Del limite che diventa possibilità.
Lazzaro Bastiani, Incontro di Cristo con la Samaritana, XV secolo
*
Il pozzo
Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I
suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna
samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono
una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice:
“Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove
prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre
Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo
bestiame?». (Gv 4, 7-12)
> “Il pozzo (…) per quelli che hanno familiarità con la Bibbia è anche un tema
> molto legato all’esodo e in particolare alla legge. Un commento ebraico parla
> così del soggiorno degli ebrei nel deserto: lo scopo di quei quarant’anni «fu
> di far mangiar loro la manna e bere l’acqua del pozzo perché così la legge
> fosse assimilata nel loro corpo». (…) un commento di Qumran su questo passo
> dice: «Il pozzo è la legge»”.
>
> (Alain Marchadour, Vangelo di Giovanni, San Paolo 1994)
Ma anche prima c’è un pozzo, anche prima di Esodo, in Genesi, al capitolo 26 c’è
una storia che mi ha sempre colpito, è la descrizione di una prassi, di un
mestiere, una sorta di liturgia pratica, una devozione alla vita. Isacco ne è
protagonista:
> Isacco fece una semina in quella terra e raccolse quell’anno il centuplo. Il
> Signore infatti lo aveva benedetto. E l’uomo divenne ricco e crebbe tanto in
> ricchezze fino a divenire ricchissimo: possedeva greggi e armenti e numerosi
> schiavi, e i Filistei cominciarono a invidiarlo. Tutti i pozzi che avevano
> scavato i servi di suo padre ai tempi di Abramo, suo padre, i Filistei li
> avevano chiusi riempiendoli di terra.
>
> (Genesi 26,12-15)
So che il pozzo nella pagina della Samaritana richiama la legge, però questa
cosa che i pozzi si possano riempire di terra per invidia mi sembra importante
da segnalare. Isacco scava pozzi, i suoi avversari riempiono di terra le
sorgenti. Come cacciare sabbia in gola alla vita. Ma lui, Isacco, nonostante
tutto, continua:
> Isacco riattivò i pozzi d’acqua, che avevano scavato i servi di suo padre,
> Abramo, e che i Filistei avevano chiuso dopo la morte di Abramo, e li chiamò
> come li aveva chiamati suo padre. I servi di Isacco scavarono poi nella valle
> e vi trovarono un pozzo di acqua viva.
>
> (Genesi 26,18-19)
Poi possiamo andare al pozzo della legge, provare a comprendere cosa intenda
Gesù, quali i rischi dei Samaritani, cosa renda il pozzo della legge un’acqua
che non estingue sete. Prima però c’è Isacco che passa la vita a riaprire pozzi
d’acqua viva e a me pare davvero commovente. Mi sembra l’unico mestiere che
valga la pena fare. Mi pare la chiave per abitare il mondo con santa
disciplina. Solo chi cerca di togliere sabbia dal pozzo delle relazioni, solo
chi scava e scopre pozzi d’acqua nelle valli disabitate degli apparenti
fallimenti, solo chi è rabdomante di vita può comprendere davvero l’incontro tra
la Samaritana e Cristo. Incontro tra due deserti che nascondono pozzi.
Serve una costanza incredibile per scavare pozzi, per riaprirne, per opporsi
alla violenza. Serve una caparbietà infinita, serve una fede incrollabile, serve
di ripetere la stessa liturgia di scavo senza lasciarsi prendere dallo
sconforto. Sono convinto che la vita sia mantenuta viva da scavatori di pozzi
nascosti ed anonimi e incrollabili.
> Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo: “L’acqua è
> nostra!”. Allora egli chiamò il pozzo Esek, perché quelli avevano litigato con
> lui. Scavarono un altro pozzo, ma quelli litigarono anche per questo ed egli
> lo chiamò Sitna. Si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non
> litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: “Ora il Signore ci ha dato
> spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra”. Di là salì a Bersabea. E
> in quella notte gli apparve il Signore e disse:
>
> “Io sono il Dio di Abramo, tuo padre;
> non temere, perché io sono con te:
> ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza
> a causa di Abramo, mio servo”.
>
> (Genesi 26, 20-24)
Poi è vero il pozzo della Samaritana richiama alla legge.
> “Le leggi, rigorosamente laiche, sono pensate come regole che servono solo a
> separare ciò che è dell’uno da ciò che è dell’altro; Dio non c’entra proprio,
> e neppure la comunione fraterna. Già i farisei erano acceduti a questa
> concezione mercenaria della legge; ancor più i Samaritani. Gesù sollecita la
> Samaritana a passare dalla concezione mercenaria della legge a quella
> spirituale. (…) Come il pozzo è anche la Legge, finché essa sia scritta solo
> sulla pietra e non nei cuori. Dopo aver obbedito a tutte le sue prescrizioni,
> l’uomo deve riconoscere d’essere sempre da capo assetato, s’intende di
> giustizia”.
>
> (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa 2007)
> “Una cosa è bere, un’altra è diventare sorgente. L’acqua è lui. È Gesù,
> ricevuto per essere donato”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997)
La legge chiede carne, chiede di essere scritta nei cuori. Cristo al pozzo
chiede il cuore della Samaritana, Cristo non chiede mai altro. Ma cosa significa
davvero? Come si può chiedere al nostro cuore di tramutarsi in pietra, e poi di
lasciarsi incidere dal dito infuocato dell’Altissimo? Come mettere il cuore
nelle mani di Dio e lasciare che lui ci incida sopra le sue Parole, lasciare che
venga stritolato dalle sue dita, spremuto come cuore sacro a distillare il vino
dell’Alleanza?
> “Un cristiano non è un libero pensatore. Per lui, al principio, non sta
> l’uomo, il suo pensiero, la sua forza, le sue possibilità. Al principio non
> sta neppure un’idea. Sta la carità di Dio: cioè quel dimostrarsi di Dio
> nell’uomo Gesù, che dice a noi concretamente tutta la verità. Di fronte a ogni
> proposta, o ricerca, o cammino, la preoccupazione dominante di un credente
> cristiano sarà sempre quella di non perdere il riferimento a Cristo, di non
> giudicarlo o “svuotarlo” secondo le sollecitazioni del momento, per lasciarsi
> invece sempre giudicare da lui, assumendo la comunione con lui come criterio
> irrinunciabile di verità e di azione. «Cristo ieri, oggi, per sempre»
> (cfr. Eb 13,8)”.
>
> (Giovanni Moioli, Temi cristiani maggiori, Milano 1992)
Vuol dire che l’uomo rinuncia a essere un libero pensatore! E questa frase è la
prima spremitura violenta. Chi, oggi, ha il coraggio di non considerarsi
pienamente autonomo? Lo sappiamo, nessuno lo è davvero ma ognuno di noi
sbandiera una sorta di libertà conquistata. Poi siamo schiavi delle opportunità,
del sistema, dei mille compromessi, delle meschinità che ci abitano, del denaro,
della fama… ma non possiamo dirlo. Mettere il cuore in mano sua è esplicitarlo:
voglio essere tuo schiavo. Voglio scendere fino alla sorgente del pozzo e
togliere dalla fonte l’uomo, voglio sbarazzarmi dall’egemonia di me stesso, del
mio pensiero, della mia forza, delle mie possibili possibilità. E questo ci fa
orrore, ci fa paura. Alziamo subito scudi, difendiamo la piena libertà
che Cristo ci avrebbe promesso, la pienezza della vita… ma quale è la Sua
libertà? Quale libertà può promettere il Crocifisso che, anche da Risorto, non
chiude il segno dei chiodi? Per incontrare l’acqua viva, per non inquinare la
legge con la nostra miseria, bisogna liberarsi di quel che siamo e giungere,
assetati, come viaggiatori al pozzo, al principio. E al principio del pozzo,
acqua viva in eterno c’è la carità di Dio. Il suo amore. Se non arriviamo lì
lasceremo al cristianesimo di essere sempre e solo un’idea. Nobile. Ma che non
disseta fino in fondo. Solo Cristo deve essere il riferimento, solo lui, per lui
annientarsi, lui a guidarci, a lui incatenarci e lì, paradosso d’amore, scoprire
il nostro vero volto, la nostra intima libertà, l’immagine e somiglianza unica e
irripetibile. Fermarsi prima, accontentarsi, non lasciare che il seme che siamo
muoia renderebbe questa discesa al pozzo un suicidio.
Giovan Battista Caracciolo, Cristo e la Samaritana al pozzo, 1620 ca.
*
La donna
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà
dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io
gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».
«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete
e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo
marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». (Gv 4, 13-17)
> “Domanda da bere e promette di dissetare. È bisognoso come uno che aspetta di
> ricevere, e abbonda come uno che aspetta di saziare. «Se conoscessi, dice, il
> dono di Dio». Il dono di Dio è lo Spirito Santo. Ma Gesù parla alla donna in
> maniera ancora velata, e a poco a poco si apre una via al cuore di lei. Forse
> già la istruisce. (…) Oh se avesse sentito: «Venite a me, voi tutti, che siete
> affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»! (Mt 11,28). Infatti Gesù le diceva
> questo, perché non dovesse più faticare, ma la donna non capiva ancora”.
>
> (Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni)
Non importa sapere se cinque fossero proprio i mariti della donna oppure se
questa sia un’allusione agli idoli dei Samaritani. Quello che conta davvero è il
passaggio che si compie tra le grandi teorie e la vita vera, tra le domande
generiche e la vita pratica della donna (o di un popolo). Gesù per rispondere
alla sete profonda chiede alla donna di verificare concretamente a quali fonti
cerchi acqua. E la domanda si ripete anche per ognuno di noi. Quali le nostre
fonti? Concrete. Quali i nostri mariti? Quali i pozzi che apriamo e poi, delusi,
riempiamo di terra? Quali le persone che abbiamo usato, da cui ci siamo
abbeverati con avidità e che poi abbiamo lasciato magari con la scusa di una
sete più grande? Anche questo passaggio mi pare notevolmente doloroso. Può
arrivare un certo momento nella vita di un uomo in cui si decide finalmente di
smettere di correre in solitaria predando ogni forma di affetto, arriva un
momento in cui ci si guarda alle spalle e non si è più sicuri di aver agito per
una sete d’Infinito che tutto giustificava, ci si guarda alle spalle e si prova
vergogna per i tanti pozzi abbandonati. Certo, qualcuno si è servito anche di
noi, per fortuna, questo rende forse meno amaro il giudizio sul nostro operato.
Non l’abbiamo fatto per fare male, ma abbiamo predato. Non abbiamo compiuto un
viaggio verso la sete. Non siamo stati capaci di reggere il dolore della
mendicanza.
Cristo arriva al pozzo domandando da bere e promettendo di dissetare, le due
promesse non possono essere disgiunte, i due opposti vanno tenuti aperti.
Assettati e donatori d’acqua, guaritori feriti, peccatori riconciliati: questo
ci rende credenti, questo significa mettere il nostro cuore nelle sue mani.
Questo impara la samaritana, forse, lasciando la brocca al pozzo per andare a
dissetare i suoi compaesani.
> “La donna lasciò dunque la sua giara. La giara richiama le ‘sei giare di
> pietra’ per la purificazione dei Giudei citate in 2,6 . Questo particolare
> sembra esprimere simbolicamente la situazione della donna stessa. Ormai
> purificata dalla parola di Gesù, e dissetata dall’acqua viva che Gesù è nel
> suo corpo e in tutta la sua persona, la donna non ha più bisogno del suo
> strumento per attingere l’acqua e si trova libera per la missione”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997)
*
Sono io che parlo con te
Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque
mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli
replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno
adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui
bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo
monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete,
noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene
l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e
verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è
spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli
rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli
verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In
quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una
donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con
lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente:
«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui
il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. (Gv 4,17-30)
> “La Samaritana, al pozzo del corteggiamento, aveva conosciuto l’incanto di una
> parola che non ti fa cosa, cosa da consumare, che ti contempla teneramente in
> tutta la tua dignità e bellezza”.
>
> (Angelo Casati, Ricordare le sue parole, Centro Ambrosiano, 2002)
“Sono io che parlo con te”, forse questo il centro di questo racconto, forse qui
la descrizione definitiva dell’acqua viva. Sono io, Io sono, teofania intima e
definitiva, bisogni che si incontrano, che si riconoscono, che si riempiono e si
svuotano e ancora si riempiono. Dinamica dell’Amore che si fa infinito.
Non è chiaro se la donna abbia davvero compreso, non è chiaro se fugge verso la
città spinta da ardore missionario o da paura. Paura che si prova quando si è
svelati, guardati fin nel profondo. Spogliati. Non c’è teofania se non quando si
viene raggiunti nella parte più segreta di ciò che siamo, ogni protezione è una
mancanza di fede.Profezia è svelamento, spogliazione, donna scoperta nella sua
più intima intimità, “mi ha detto tutto quello che ho fatto”, verità
sconvolgente ma parziale, “mi ha mostrato tutto quello che sono”, questa sarebbe
stata la traduzione esatta dell’esperienza. Ma a chi confidare tale estremo
d’amore? “Sono io che parlo con te”, frase che rimane nascosta all’origine di
ogni pozzo, parole che possono donare vita solo a chi ha il coraggio e la
costanza di liberare la fonte dai cumuli di terra, dichiarazione d’amore che
alla luce svanisce.
Annibale Carracci, Cristo e la Samaritana, 1605
Anche la legge è pozzo capace di dare vita, non uno iota sarà perduto, ma solo
se diventa prassi per ascoltare la voce del Risorto che dalla vita ci parla.
Ogni nostra azione può diventare sacra, se è fonte di questa epifania.
E liberando pozzi anche noi saremmo trasfigurati in sorgenti d’acqua per i
fratelli. Chissà, forse fede, fede vera, è lasciare che lui ci scavi in
profondità, che lui rimuova detriti, che ci liberi da tutto e da tutti, e dalla
visione distorta che abbiamo di noi stessi, per riportarci ad essere conformi
alla realtà, e finalmente scoprire quel che siamo, la nostra possibilità:
“sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Gesù e la Samaritana al pozzo, area tedesca, 1420 ca.
L'articolo “Sono io che parlo con te”. Gesù e la Samaritana, un incontro tra
deserti che nascondono pozzi proviene da Pangea.
SALIRE SU UN ALTO MONTE
Oggetti del tempio cosmico
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li
condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo
volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco
apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. (Mt 17,1-2)
> “Alle azioni più ordinarie della vita, come bere, mangiare, lavarsi, parlare,
> agire, vivere insomma, la liturgia restituisce la loro vera vocazione, quella
> di essere cioè frammenti di una dossologia universale, oggetti del tempio
> cosmico”.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.27)
Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li conduce in disparte su un
alto monte. La grammatica è da Testamento Antico:
> “esso potrebbe rievocare la teofania sinaitica, oppure la festa delle Capanne,
> che iniziava sei giorni dopo Kippur. Ritengo che tutto il simbolismo del
> racconto (il monte, la gloria, Mosè – ed Elia –, la nube) rendano attualmente
> più probabile la prima possibilità”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
A noi non resta che salire, scalare la montagna, metterci in coda ai tre
discepoli, silenziosamente implorare di poter elemosinare scaglie d’oro da
questa maestosa icona, frammenti d’Infinito da succhiare come fossero ostie
consacrate, per poter tornare alla vita, alla nostra ordinarietà che pare così
misera, e poterla vedere, almeno per un istante, trasfigurata. Le cose di ogni
giorno, le azioni che ripetiamo quasi senza pensarci o quelle che, al contrario,
ci costano fatica, perché mangiare a volte è una tortura e parlare un supplizio
e agire, vivere insomma, una pena. Eppure, la Trasfigurazione di Cristo, dice
che siamo stati creati come “oggetti del tempio cosmico” che la nostra
grammatica è intrinsecamente liturgica, che senza la Sua luce le nostre membra
rimangono orfane, mute. Ha ragione Evdokimov, senza salire al monte della Sua
trasfigurazione, senza una vita profondamente liturgica, siamo condannati
all’inferno di non scoprire la vera vocazione della nostra carne. Del nostro
esistere. Del nostro stare nel mondo. Costretti a vivere elemosinando
pateticamente dal mondo il diritto di occupare spazio e tempo. Salire sul monte
della Trasfigurazione è interrogare invece il nostro corpo, ogni organo di quel
che ci compone, il visibile e l’invisibile, uno alla volta, implorando che
sappia dischiudere, nell’atto di compiersi, il vero destino di cui siamo
intessuti, il luminoso roveto che spinge per partorire luce al mondo.
Giovanni Bellini, Trasfigurazione, 1478 ca.
*
Trasfigurare questo mondo
> “Ascoltando tale messaggio l’Occidente inquieto, troppo esclusivamente portato
> alle trasformazioni tecnologiche di questo mondo, potrà iniziarsi a una
> scienza che fu e che resta l’occupazione prima, anzi esclusiva, di chi cerca
> l’Assoluto e che consiste nel trasfigurare questo mondo e se stessi per mezzo
> della preghiera. Senza la quale gli splendori della liturgia perdono il loro
> significato”.
>
> (Irénéè-Henri Dalmais, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023,
> p.11)
A noi non resta che salire sul monte, che è comunque uno stacco, una frattura,
un deserto perpendicolare. Salire lo scoglio per lasciare, almeno per un attimo,
l’inquietudine dell’Occidente a sciabordare violentemente ai nostri piedi.
Sabotare le trasformazioni tecnologiche, poeticamente confondere artificiali
intelligenze, opporsi al fascino dell’idolo digitale che si nutre del nostro
narcisismo. Scomparire, cercare una nube in cui potersi immergere. Perseguire
con coraggio una sorte di morte verticale. Abilitarsi alla ricerca
dell’Assoluto. Non accontentarsi di niente che non sia questa totalizzante
caccia al Divino. Affilare le punte alle frecce, tendere la corda all’arco della
preghiera, intingerla nel proprio sangue, scagliare i dardi nelle altezze,
saettarle al mittente. Il prezzo di tale sacra sfrontatezza è però la vita.
Tutta. Intera. Se non si è disposti basta stare a terra. La Sua misericordia
sgorgata dalla ferita crocifissa sull’altro monte, il Calvario, ha già comunque
garantito anche la nostra salvezza.
Se invece si è abitati dall’inevitabilità della ricerca, se davvero si è
chiamati, perché è Lui che chiama per nome non siamo noi ad arruolarci
all’impresa, se si è investiti di una vocazione che strappa dalla valle e
scaglia sulla vetta in una teofania che spinge luce accecante oltre le nostre
palpebre come fosse una tortura, allora non resta che incamminarsi.
Se in fondo sentiamo che preferiremmo scappare e invece ci troviamo imprigionati
nella sua rete, se le nostre mani, interrogate, rimangono mute se non si
aggrappano all’orlo della sua veste, allora, in questo caso, non resta che
incamminarsi e iniziare a pregare. Non resta che trasformarci in preghiera, che
tutto di noi implori la grazia di frantumarsi come le pareti del vaso per
sprigionare luminoso nardo. Se questa è la nostra vocazione, se questo lui ha
scelto essere il nostro destino, se le sue labbra continuano a pronunciare
ininterrottamente il nostro nome, allora dobbiamo solo cedere e provare a
iniziare a vivere con un solo obiettivo, totalizzante: contribuire a
“trasfigurare questo mondo”. E nel mondo, noi stessi.
> “…alla sua luce l’uomo vede il mondo intero come un’icona, dove ogni cosa
> trova la propria destinazione ‘liturgica’: quella di essere un luogo umile, ma
> anche folgorante, della teofania. È una visione eucaristica in cui l’uomo
> benedice ogni cosa e la offre, con rendimento di grazie, al Creatore“.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, ivi, p.36)
Questo salverà il mondo e anche noi, questa è la risposta alla vocazione
profonda del nostro essere vivi. Ogni altra strada che non preveda la lettura
del Creato come icona della sua luce è destinata al fallimento. Cercare la
nostra destinazione liturgia. Accogliere che l’Altissimo si depositi in noi,
mangiatoia “umile ma anche folgorante”, arrivare ad una conversione così
radicale da poter accettare di essere immersi in una teofania. Finalmente
contemplare. Ma benedicendo. Rendendo grazie. Non è una sottolineatura di poco
conto, la rabbia, l’invidia, il risentimento non trasfigurano, sfigurano.
Benedire, rendere grazie, uscire dagli inferi che ci costringono al rancore,
scalare i gironi dell’invidia, smascherare il nostro cuore, lasciare che il Suo
amore, trafiggendolo, arrivi a purificarlo. Fino a quando non saremo
eucaristici, cioè capaci di rendere grazie, fino a quando il nostro dire sarà
armato e accecato, fino a quando non sapremo sorridere, soprattutto di noi, il
mondo rimarrà buio e silenzioso, impermeabile alla sua trasfigurazione.
Beato Angelico, Trasfigurazione, 1438 ca.
*
STARE SUL MONTE
La luce dell’aldilà
Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. (Mt 17,3)
> “Ma forse è ancora più significativa la morte di entrambi: Mosè prima di
> entrare nella terra promessa (Dt 34), Elia rapito su un carro di fuoco come
> da un turbine (2Re 2). Perché è senza dubbio di questo che Gesù sta
> discorrendo con loro, o che essi stanno discorrendo con lui, come
> espliciterà Lc 9,31: del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
> “Lo scrittore Narsai (morto nel 502) descrive con incisività il clima
> liturgico: «Il sacerdote offre ora il sacramento del riscatto della nostra
> vita, pieno di timore, paura e sbigottimento. Egli teme…il terribile Re,
> misticamente ucciso e sepolto, e i terribili guardiani, in piedi, nel timore,
> per rispetto del loro Signore!». Il velo tra il cielo e la terra si squarcia,
> la morte si dissolve e tutto viene inondato dalla luce dell’aldilà”.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.90)
Accettare di frasi trascinare sul monte della Trasfigurazione, inchinarsi alla
sua chiamata, è accettare di abitare costantemente lo spazio della morte. Non
solo prepararsi a morire. Ma stare, già ora, nel mistero della morte. E lì
conversare con Mosè, con Elia, conversare proprio con la morte, chiamarla
sorella, interrogarla, ascoltarla.Morte che pare essere la vocazione ultima
delle cose, il silenzio a cui la vita è chiamata, dall’inizio. Morte che
spaventa, spegne, ingoia, annienta. Morte che è solo l’ultimo spazio che chiede
d’essere trasfigurato, morte che Cristo mostra ingravidata di Resurrezione,
morte spazio liturgico della luce eterna, morte indispensabile, morte caro
approdo, morte che si sacrifica per rendere possibile l’esplicitazione
dell’intima verità di ogni cosa, morte forziere che permette, lasciandosi
trafiggere, che tutto venga inondato dalla luce dell’aldilà. Morte mare da
attraversare per partorire Pasqua.
*
Una nube che fa luce. Il silenzio.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui!
Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli
stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed
ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho
posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». (Mt 17, 4-5)
> “Una «nube luminosa» (ossimoro matteano: una nube che fa luce). Di nuovo
> Matteo tradisce l’influsso dell’Esodo: la nube della gloria del Signore
> «appariva come fuoco divorante, agli occhi dei figli d’Israele, sulla cima
> della montagna» (Es 24,17). Questa stessa nube “coprì” la tenda del convegno,
> o dell’appuntamento. (…) Adesso essa copre i discepoli”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
> “…rimane l’ineffabile che proprio rivelandosi si ritira continuamente dalle
> forme già acquisite, crea un nuovo vuoto e una nuova assenza perché la
> presenza venga da capo ricercata nel vuoto che va creandosi (…) la nostra
> epoca in cui “Dio è morto” non potrebbe essere un’epoca mistica, l’era
> veramente vissuta di una mistica dell’apofasia? Già l’esperienza spirituale di
> Israele aveva vissuto questo, e la mistica dell’ebraismo è colma di questo
> concetto”.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.90)
Pietro parla, propone di costruire tre tende, una per Mosè, una per Elia, una
per Gesù.
> “nonostante i segni della trasfigurazione celeste, lo splendore e la luce,
> Pietro tende a assimilare il ruolo di Gesù a quello dei due rappresentanti e
> mediatori dell’antica alleanza: Mosè, la legge, ed Elia, i profeti. A questo
> punto interviene la nuova apparizione della nube luminosa (…) la rivelazione
> divina corregge e integra l’interpretazione di Pietro (…) Gesù in quanto
> Figlio amato e servo fedele è la ‛tenda’ della presenza dell’incontro con Dio.
> Il suo compito di rivelatore è unico e definitivo. Perciò davanti ai discepoli
> rimane lui solo”.
>
> (Rinaldo Fabris, Matteo, Borla, 1996)
Accedere al monte della Trasfigurazione è accedere nel ventre luminoso del
καλός, del bello, e come Pietro decidere di volerlo abitare. Ma cosa è il Bello
secondo il Vangelo? Ossimoro di una nube che fa luce. O di una luce che si
nasconde nella nube. Il bello è l’ineffabile che si ritira? Bello è il corpo
sfigurato di Gesù in croce? Bello il corpo trasfigurato in croce? Bello il
silenzio del Padre? Cosa è il bello? Un sabato d’attesa? Qualcosa che “si ritira
continuamente dalle forme già acquisite”? Bello è il Vuoto? Bello è franare
nell’apofasia? Bello è più della legge? Bello è più dei profeti? Bello è il
Calvario? Bello è il Vuoto sepolcro di Pasqua? Bello è lui solo?
Raffaello, Trasfigurazione, 1518 ca.
*
SCENDERE DAL MONTE
Rinunciare del tutto a fare qualcosa di se stessi
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da
grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete».
Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal
monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il
Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». (Mt 17,6-9)
> “(Bonhoeffer) precisa «non il piatto e banale essere-di-questo-mondo degli
> illuminati, degli indaffarati, degli indifferenti o dei lascivi, ma il
> profondo essere-di-questo-mondo, che è pieno di disciplina e in cui la
> conoscenza della morte e della risurrezione è in ogni momento presente».
>
> (Fernando Vittorino Joannes in Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni
> Crisostomo, ivi, p.22)
Farsi rapire fin sulla cima del monte è accettare di farsi tramortire. La faccia
a terra, come nell’atto della consacrazione. Come morti in attesa di farsi
risorgere. Tramortiti dalla luce. Ma Cristo si avvicina. Cristo solo. Cristo ci
sfiora, Cristo solo. Cristo ci risolleva e nelle sue labbra sembra di vederla la
coda della morte che lui ha appena ingoiato. Dagli orli della bocca scivolano
gocce di luce. Lui solo rimane. Lui solo nelle pupille smarrite dei discepoli
che trovano il coraggio di risollevarsi. Lo guardano ammutoliti e lui ordina
alle loro bocche di rimanere così, cucite, almeno fino al Calvario e alla
Pasqua. Poi lui stesso sfilerà il sigillo tra i fuochi della Pentecoste.
Non resta che tornare a questo mondo. Ma con disciplina, come chi ha la morte e
la resurrezione di Cristo incisa nella carne, presente in ogni momento. Salire
al monte della Trasfigurazione e poi scenderne è questo: accettare di vivere
ogni cosa nel sigillo di morte e resurrezione. Ecco la dossologia universale,
ecco l’essere oggetti del tempio cosmico.
> “Ancora una volta Bonhoeffer «Quando si è rinunciato del tutto a fare qualcosa
> di se stessi – un santo, un peccatore convertito o un uomo di Chiesa (una
> cosiddetta figura sacerdotale!), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano
> – ed è questo che io chiamo ‛mondanità’ o ‛essere-in-questo-mondo’, cioè nella
> pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle
> esperienze acquisite e delle perplessità, allora ci si getta interamente nelle
> braccia di Dio, allora si prendono finalmente sul serio non le proprie ma le
> sofferenze del mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani e, io penso,
> questa è fede, questa è metánoia e così diventiamo uomini cristiani. Come ci
> si potrebbe insuperbire dei propri successi e avvilire per gli insuccessi
> quando nella vita di questo mondo si è compartecipi al dolore di Dio?”
>
> (Fernando Vittorino Joannes in Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni
> Crisostomo, ivi, p.32)
Scendere dal monte per gettarsi interamente nelle braccia di Dio, liberi
finalmente dall’assillo di dover essere qualcosa, o qualcuno. Liberi, dopo aver
rinunciato a noi stessi.
La trasfigurazione sarà compresa solo dopo la Pasqua, sarà il momento in cui i
discepoli lasceranno definitivamente le reti, quelle a cui erano tornati, perché
quella vita non li illuminava più. Perché era ormai muta. Sfigurata. Quel giorno
si sentiranno ancora chiamare, sentiranno distintamente la voce del maestro, e
si incammineranno ancora, definitivamente, sulle sue tracce. Adesso consapevoli
che il mondo chiede di essere trasfigurato ma che questo è possibile solo
compartecipando al dolore di Dio. Alla sua morte per amore. Alla sua
resurrezione.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Teofane il Greco, Trasfigurazione, XV secolo
L'articolo Finalmente liberi, dopo aver rinunciato a noi stessi. Discorso sulla
Trasfigurazione proviene da Pangea.
Dovevi esser di vetro
“In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato
dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine
ebbe fame”. (Mt 4,1-2)
> Dovevi esser di vetro, Signore,
> dopo quei giorni e quelle tue notti:
> quaranta i giorni e quaranta le notti,
> perché si compia un Esodo vero!
>
> (David Maria Turoldo, Opere e giorni del Signore, Edizioni Paoline, 1990)
Ha ragione Turoldo, si va nel deserto per diventare di vetro, per alzare occhi
sanguinanti di paura sulla dolorosissima e fragile trasparenza di sé. Si va nel
deserto per il compimento di un Esodo, soprattutto di quello che porta alla
verità di ciò che si decide di essere. Per compire un Esodo vero!
La consacrazione nel Battesimo del Giordano è avvenuta, dall’alto parole
decisive e sacramentali, per Cristo e per noi, eppure quelle parole non
impediscono il dubbio, anzi lo alimentano. Lo sa bene chi ha consacrato la
propria vita in una liturgia solenne. Lo sa bene chi ha pronunciato il proprio
“Sì”: certamente eterno, sicuramente definitivo, eppure non abbastanza luminoso
da renderci trasparenti a noi stessi. Consacrati ma non ancora di vetro! Per
quello serve tempo. E un tempo passato nel deserto. Non c’è possibilità di
scelta, al Battesimo segue il deserto. Sempre.
Deserto vitale per non morire sotto cumuli di opacità, per non lasciarsi
incrostare l’anima dai compromessi, per non stendere una patina capace di
diventare corazza, una viscida pelle di serpente capace di farci assolvere da
qualsiasi peccato. Che con le parole siamo bravi, siamo maghi, incantatori,
esegeti. A parole ci assolviamo, e poi ci crediamo, crediamo alla versione di
noi che abbiamo costruito e, usurpando il ricordo della sacramentale voce di
quel Dio che quel giorno si era compiaciuto della nostra figliolanza, ci
giustifichiamo in tutto. Scagioniamo anche la parte più terribile di noi. Per
questo serve il deserto! Per smascherarci. Per cercare l’Uomo di Vetro, il Dio
che si fa trasparenza dell’Amore. Per rispecchiarci in lui.
Ivan Karmskoj, Cristo nel deserto, 1872
*
La fuga è la forza delle cerve
> Come i Padri del deserto, Arsenio prese queste parole alla lettera: bisogna
> fuggire, partire, lasciare la città, uscire dal mondo e dalle sue mondanità.
> Fuggire perché si soffoca. In certe situazioni non vi è altra via d’uscita che
> la fuga. Non è la vigliaccheria, è un soprassalto di salute. La fuga è la
> forza delle cerve.
>
> (Jean-Yves Leloup, L’esicasmo. Che cos’è come lo si vive, Gribaudi, 1992)
Nel deserto Gesù non fugge, nel deserto Gesù è portato. In Matteo “a differenza
che in Marco, «fu trasportato dallo Spirito nel deserto». Il verbo indica un
movimento verso l’alto, come se egli fosse sollevato. «Il Cristo di Marco è
cacciato nel deserto come Adamo cacciato dal paradiso; quello di Matteo è
condotto, come Israele fu condotto attraverso il deserto» (H.B. Green, The
Gospel, p.67), potremmo aggiungere: “su ali d’aquila” (Es 19,4). Trasportato,
evidentemente, dalla piana del Giordano verso la zona montuosa di Giuda, un
deserto senz’acqua dove si patisce la sete e la fame, luogo tradizionale di
abitazione dei demoni”. (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Essere trasportati nel deserto su ali d’aquila, per accogliere la sfida di fare
verità su ciò che siamo veramente, sul nostro rapporto con Dio, con gli altri.
Come è stato per il popolo di Esodo il deserto anche per noi è spazio, tempo,
qualcosa da attraversare. Il vetro nasce dalla sabbia. Cristo va nel deserto per
aprire una strada nuova. Per ognuno di noi.
In Esodo c’è libertà e fame, paura e grazia, smarrimento e provvidenza. In ogni
deserto c’è lotta e ci sono angeli a servirci. Nel deserto si va per discernere
la chiamata. Il deserto è la vita, se vogliamo, se accettiamo la lotta. Il
deserto è lo spazio della verità. Decidere di non andarci è restare nel mondo,
addomesticare la nostra idea di spiritualità, credere di sedurre la mondanità ed
esserne, invece, corrotti. Impedirsi il deserto è decidere di soffocare,
respirare altra aria che non sia lo Spirito. Privarsi della forza delle cerve.
Divincolarsi dalle mani di Dio, restare a terra, lasciare che l’aquila voli
altrove, senza di noi.
Domenico Morelli, Gesù nel deserto, 1895
*
Ulteriorità
“Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che
queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane
vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»”. (Mt, 4,3-4)
È ancora lontano il giorno in cui, nel deserto, Cristo moltiplicherà pane per la
folla. Sarà giorno triste per lui, fallimento, mentre Gesù condivideva il suo
sguardo dall’Alto, mentre dilatava una preghiera divenuta pane, mentre
anticipava in qualche modo il suo diventare pane, la folla non capiva. E lui fu
costretto alla fuga, sempre il deserto, la solitudine, l’intimità con il Padre.
Non esiste, altrimenti, fede.
> “Scappò sul monte, solo. Vinse la tentazione. Satana era la folla soddisfatta
> che diceva: abbiamo trovato uno adatto a noi. Egli non è un Messia venuto a
> dare la risposta agli istinti fondamentali dell’uomo come essere provvisorio e
> materiale. […] Il Messia ha rivelato non la necessità del pane ma una
> ulteriorità verso cui siamo più sordi e ciechi”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto non solo per sfuggire al
faraone, che tanto il vero faraone ce lo portiamo dentro ed è con quello che
dobbiamo combattere. Non si va nel deserto per soddisfare la nostra fame di
pane, nessuna risposta agli istinti fondamentali, non solo quelli animali ma
anche quelli più subdoli: il bisogno di giustizia, di fraternità, di pienezza,
di amore… che illusione quando ci accorgiamo che, pur con tutti i nostri
tentativi, pur nelle comunità apparentemente più perfette, nei monasteri più
santi, nelle famiglie più luminose, da nessuna parte il Vangelo soddisfa i
nostri istinti. Nemmeno e soprattutto gli istinti di bene. Non sto dicendo che
la vita sia un sacrificio, pianto e dolore, non sto dicendo che il mondo sia
brutto e cattivo, sto solo parlando del bisogno di “ulteriorità” di cui parla
benissimo Balducci.
Accettare di abitare nel deserto è piegarsi a questa fame profonda, a questo
istinto insaziabile, quello che ci fa godere di ogni cosa del mondo, anche la
più piccola, proprio perché anche il filo d’erba con il suo svettare coraggioso
verso il cielo, minimo ed unico, anche lui, canta il bisogno di Ulteriore.
Sussurra il Creato il desiderio insopprimibile e simbolico della fame d’Eterno.
Una religiosità piegata al riempimento, una vita che non sa desertificarsi,
impoverirsi, si illuderà che la vita possa essere soddisfatta. Che sia riempita
di potere, di denaro o di cultura o di devozioni o di attivismi sociali o
pastorali… è davvero così diverso? Nel deserto si accetta di sprofondare perché
ammalati di ulteriorità, è il rischio di accettare una vita che accoglie tutto
ma che lo fa solo per ascoltare la Sua Parola che tutto pervade: “vivrà l’uomo
[…] di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, quella Parola che nel deserto
sussurra fino a farci male. Quella Parola che nel suo compiersi scava un Vuoto,
e dopo un Vuoto ulterioreancora, così noi camminiamo, sempre sospesi tra la
gioia d’averlo trovato e il bisogno di cercarlo ancora. Così nel deserto della
nostra vita procediamo, su ali d’aquila, sostenuti dalla sua presenza/assenza.
Così noi camminiamo verso l’Ulteriore, quello promesso e testimoniato, quello
che sussurra dal cuore di ogni cosa, quello di cui sperimentiamo il mormorio
quando riusciamo a diventare deserto.
Govaert Flinck, La tentazione di Cristo, 1635/1640
*
Ogni respiro è miracolo
“Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del
tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti:
‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra’». Gesù gli rispose: «Sta scritto
anche: ‘Non metterai alla prova il Signore Dio tuo’»”. (Mt 4,5-7)
> “Se (il divisore) ti tende un laccio attraverso la vanagloria – lo fece anche
> con Cristo conducendolo sul pinnacolo del tempio e dicendogli «Gettati di
> sotto» perché mostrasse la sua divinità – non farti trascinare in basso dal
> desiderio di innalzarti. Se ottiene questo non si fermerà qui. È insaziabile,
> ricorre a tutti gli espedienti. […] Oh Tu, sapiente nel fare il male, come hai
> potuto tacere quanto è scritto subito dopo? Io lo conosco bene anche se tu hai
> taciuto. «Io ti farò camminare sopra l’aspide e il basilisco e ti farò
> calpestare i serpenti e gli scorpioni» (Sal 90,13), perché sei protetto dalla
> Trinità”.
>
> (Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in
fondo, per sperimentare la grandissima fragilità umana e per scoprire finalmente
che ogni respiro è un miracolo. Non solo essere sostenuti dagli angeli in tempo
di caduta ma sempre, in ogni istante, ad ogni passo. Si viene trasportati nel
deserto e si diventa di vetro per sperimentare il bacio, il Soffio dello
Spirito, che ci tiene in vita e che ci accoglierà nel Respiro Eterno l’attimo
esatto della nostra morte.
*
Anche io sono immagine di Dio
“Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i
regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se,
gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene,
satana! Sta scritto infatti: ‘Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai
culto’». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e
lo servivano”. (Mt 4, 8-11)
> “…e ti chiederà di adorarlo, disprezzalo: è povero. Digli, confidando nel
> sigillo (impresso su di te con il battesimo): «Anche io sono immagine di Dio.
> Non sono ancora stato rigettato dalla gloria dell’alto come te a causa della
> superbia. Ho rivestito Cristo (cfr. Gal 3,27), mi sono trasformato in Cristo
> per mezzo del battesimo. Sei tu che devi adorarmi». Si allontanerà da te, ne
> sono certo, vinto e coperto di vergogna a causa di queste parole. Come dovette
> abbandonare Cristo, la prima luce, così lascerà anche quelli che sono stati da
> lui illuminati”.
>
> (Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in
fondo, per accorgersi che siamo abitati dal bisogno infantile di essere adorati,
per accorgerci che il tentatore ce lo portiamo dentro, che il narcisismo ci
rende opachi alla Grazia, che la paura di non essere di nessuno ci rende
violenti, ci spinge a estorcere affetto, frantumandolo con le nostre mani. Si
fugge nel deserto perché stanchi di adorare l’aria. Perché delusi, ciò che
avevamo adorato come fosse Dio si è rivelato un idolo, ci stava mangiando.
Si va nel deserto della solitudine perché è proprio la solitudine il prezzo da
pagare, nessuno comprende, solo chi patisce il luminoso desiderio di rinnegare
se stesso può intuire, eppure non potrà condividere, se non a distanza. Il
deserto è la prima e l’ultima forma di rivoluzione contro qualsiasi tipo di
potere. Ma il rivoluzionario deve scontare vera incomprensione, evangelica
umiliazione. Impossibile scendere a patti, non esiste terra di mezzo. E lì,
finalmente, sarà beatitudine vera. Perché finalmente trasformati in Cristo.
Seguirlo, nel deserto, per essere trasformati in lui, vera tentazione è
illudersi di essere al mondo per altro.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Domenico Morelli, Cristo tentato, 1885
L'articolo Al Battesimo segue sempre il deserto. Per smascherarci. Per cercare
l’Uomo di Vetro, il Dio che si fa trasparenza dell’Amore proviene da Pangea.
Dal monte le Beatitudini sono esplose con forza eruttiva ma la lava, colando dai
pendii, invece di dissolvere, miracolosamente, portava a fioritura l’umano.
Sbocciavano gigli dalle lacrime. L’uomo non veniva annientato da quello che
sembrava un messaggio disumano, impossibile, ma liberato. Come se l’eruzione
donasse all’uomo la possibilità di trapassare la corazza delle proprie vanità,
verticali narcisi sbucavano dalle ceneri del narcisismo.
Era possibile bruciare come pula tutto ciò che impediva all’uomo di abitare la
divina immagine e somiglianza. Dal fuoco, l’oro. E l’uomo finalmente luminoso.
Luce e sale. Lanterna sopra il monte. A sua volta eruzione che non distrugge ma
permette di elencare il mondo. Bastava lasciarsi toccare. Battezzare in Cristo.
E la Legge? E i Profeti? Nemmeno loro dissolti dalla lava. “Non crediate che io
sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a
dare pieno compimento” (Mt 5,17)
> “La legge anticotestamentaria si compie ora in Gesù che ne è l’interprete e il
> promulgatore definitivo: egli ne fa risaltare la qualità profonda di volontà
> di Dio, ne manifesta le intenzioni originali, ne realizza le dimensioni più
> autentiche: è ciò che Matteo definisce col verbo pleroun, il termine della
> pienezza più che del semplice adempimento”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Opere e giorni del Signore, Edizioni Paoline, 1992)
“Manifestare le dimensioni più originali”, il movimento lavico delle Beatitudini
trascina alla scoperta delle radici nascoste del visibile, come a volerci
immergere fino a poter vedere l’origine di ogni cosa. Tutto è Epifania
dell’Invisibile. Cristo riporta ogni realtà all’origine, a Genesi, il compimento
di cui parla non è solo qualcosa che sarà alla fine dei tempi ma ciò che è da
sempre. Esercizio di contemplazione del cuore delle cose. Manifestare l’origine
della legge è quindi riportare ogni cosa al desiderio primo del Padre. Guardare
il mondo e percepire il sussurro della “cosa buona” dell’Inizio. Avere tanta
fede da accogliere il fratello come “cosa molto buona”. Esercizio da santi. O da
idioti.
> “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e
> le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio
> disse: Sia la luce! E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio
> separò la luce dalle tenebre.”
>
> (Gn 1,1-4)
“Pienezza più che semplice adempimento”: il secondo movimento è una specie di
svelamento di ciò che saremo. Le Beatitudini espongono all’Eterno, così ogni
cosa visibile è comprensibile solo con uno sguardo gravido di fede, è una
gravidanza, siamo in attesa di nascere a vita eterna. Così la Legge, non si
tratta solo di eseguirla come fosse lettera morta da codificare ma di farsi
trascinare con lei al compimento di pienezza che promette, è un movimento che
tutti e tutto coinvolge, è un Esodo, un’epifania, un parto. È qualcosa di vivo.
Esercizio di fede. Vedere luce, contemplare l’eruzione delle Beatitudini anche
sull’altro monte, sul Calvario, dove chi resiste può testimoniare d’aver visto
la parola del Cristo adempiersi: “tutto è compiuto”. Nel cuore della morte:
fuoco. Ancora, solo i santi o i folli possono vedere la luce nelle tenebre.
Succede anche oggi. A occhi santi. Contemplatevi. Magari nel cuore della
malattia che, scandalosamente, può diventare addirittura luogo della
manifestazione. Come sul Calvario, luogo della pienezza. Ma questo non si può
dire ad alta voce, non può mai essere richiesta ad altri, non può diventare
legge universale da applicare, accade, è dono della grazia. (La pienezza della
legge è la Grazia?)
Comunque si può solo sussurrare solo a confidenti fidati, e con il cuore in
fiamme:
> “Sicché sono rimasta per 25 giorni in una solitudine così completa e in un
> silenzio così totale come mai forse nella mia vita. E Dio, trovandomi
> finalmente disponibile, ha cominciato a dirmi le mille cose che non gli avevo
> mai consentito di dirmi ed è stato, glielo assicuro, un mese di prodigi, che
> non mi ha lasciato il tempo per null’altro. San Giuseppe da Copertino (quello
> che alla sola menzione del nome di Dio volava in cima agli alberi) scrive la
> grande verità: che la malattia è sempre e unicamente «qualcosa che Dio ha da
> dirci»; cercarvi altre cause è buttar via la perla preziosa…”
>
> (Cristina Campo, Lettere a Mita, Adelphi, 1999)
“Non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia
avvenuto” (Mt 5,18). Nulla passerà invano, nulla. Nemmeno la malattia, nemmeno
il peccato, nemmeno ciò che non capiamo di noi, nemmeno i tentativi d’amore
naufragati. Nulla passerà invano. E potrebbe sembrare una minaccia, e lo
sarebbe, se non avessimo la sicurezza che in ogni iota c’è “qualcosa che Dio ha
da dirci”. Legge definitiva è saper ascoltare il Verbo che continua a farsi
carne. Inferno è il vivere invano. Cioè senza il Vivente in relazione con noi,
in ogni istante. Invano è un mondo senza Cristo. Credere, nel vuoto di certe
esperienze, che la vita non stia passando invano è esercizio da santi. O da
folli. “Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli
scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu
detto agli antichi: ‘Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al
giudizio’. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere
sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: ‘Stupido’, dovrà essere
sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: ‘Pazzo’, sarà destinato al fuoco della
Geènna”.
> “Scendere, servendosi della traccia offerta dalla legge, fin nel profondo del
> cuore e scoprire la qualità dei desideri nascosti. I desideri contrari allo
> spirito della legge sono peccato, anche se fuori non si vede niente”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Un movimento a scendere, superare la giustizia dello scriba e del fariseo che ci
portiamo dentro è farsi trascinare da Cristo verso la radice profonda di noi
stessi, non basta moltiplicare le regole, non basta nemmeno osservarle le
regole, occorre sprofondare nel cuore abbracciati a Cristo, crocifissi a lui.
Eppure, è sempre e solo sulla legge (sulle leggi) che noi tentiamo di agire.
Cambiare le regole, allargare o stringere le maglie, concentrarci sulla nostra
presunta coerenza (come se il rapporto con Cristo fosse giudicabile solo dalla
nostra narcisistica capacità di non sbagliare), accanirsi sul diritto
canonico… è tutto un ricamare intorno alla legge, è tutto un tentativo di
apparire perfetti. Per paura. Per paura di farsi trascinare fino al cuore di
quello che siamo. Per paura di guardare il nostro cuore e scoprire che contiene
anche tantissima tenebra. Per paura di doverci confrontare con la qualità dei
desideri nascosti, quelli indicibili, quelli che ci rendono omicidi, adulteri e
spergiuri. Per paura, alla radice, che la misericordia del Vivente non sia così
perfetta. Che il nostro male sia più grande del suo perdono. Ed è forse questo
che ci uccide. Solo i santi sopravvivono. O i folli.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: litografie di Otto Dix da “Das Evangelium nach
Matthäus”, 1960
L'articolo Solo i santi, solo i folli si salvano. Sulla paura di farsi
trascinare fino al cuore di quello che siamo proviene da Pangea.