Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme
nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento
che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.Apparvero loro
lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e
tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue,
nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il
cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li
udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la
meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come
mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti,
Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del
Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti
della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e
Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». Tutti
erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: “Che cosa significa
questo?”. Altri invece li deridevano e dicevano: “Si sono ubriacati di vino
dolce”. (At 2, 1-13)
*
Come all’irrompere di un vento impetuoso
> “La Chiesa ha bisogno d’essere tempio di Spirito Santo (Cfr. 1 Cor 3, 16-17;
> 6, 19; 2 Cor 6, 16), cioè di totale mondezza e di vita interiore; ha bisogno
> di risentire dentro di sé, nella muta vacuità di noi uomini moderni, tutti
> estroversi per l’incantesimo della vita esteriore, seducente, affascinante,
> corruttrice con lusinghe di falsa felicità, di risentire, diciamo, salire dal
> profondo della sua intima personalità, quasi un pianto, una poesia, una
> preghiera, un inno, la voce orante cioè dello Spirito, che, come c’insegna S.
> Paolo, a noi si sostituisce e prega in noi e per noi «con gemiti ineffabili»,
> e che interpreta Lui il discorso che noi da soli non sapremmo rivolgere a Dio
> (Cfr. Rom 8, 26-27)”.
>
> (Paolo VI, Udienza generale, Mercoledì 29 novembre 1972, www.vatican.va)
Pentecoste era in origine una festa della mietitura, del raccolto, una falce a
decapitare grani maturi. Pentecoste potrebbe essere per noi, ancora, un taglio,
una ghigliottina rispetto alla “muta vacuità di noi uomini moderni, tutti
estroversi per l’incantesimo della vita esteriore”. Mietere è staccare,
sradicare, atto violento e apparentemente privo di dolcezza. Chi miete sancisce
il destino del frutto: la macina. Frantumazione per diventare cibo. Incantati
dalla vita esteriore crediamo che Pentecoste possa essere possibile solo come
alito di vento leggero che ci abilita alla predicazione fino a renderci
comprensibili da tutti. Addirittura di elevarci fino a renderci utili o, peggio,
degni di predicazione tra i sapienti. Come se il mondo stesse ad aspettare il
verbo pacificato e pacificante. Comprensibile. Come se il Cristo avesse
dimenticato la croce. E la falce.
Pentecoste, almeno due secoli prima dell’era cristiana, si trasformò in
commemorazione per il dono della legge al Sinai, il popolo liberato dal faraone
diventa popolo dell’Alleanza. Ma rimanere liberi è molto più difficile che
fuggire dalle strutture del potere. Il faraone che abbiamo dentro ci segue, ci
trattiene e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Per rimanere liberi serve un
altro esodo, dall’alto. E sarà sempre improvviso. E fragoroso. Sarà una
teofania. La Pentecoste cristiana è figlia dell’irruzione dello Spirito che si
abbatte fragorosamente in noi. Si può rinascere solo dall’alto. L’incantesimo
del mondo lo può spezzare solo l’Altissimo. Teofania a risvegliarsi
dall’illusione che un’antropologia buona sia già Vangelo. Davanti a un testo
così sta a noi di decidere ogni giorno se valga ancora la pena di assumersi il
rischio di pregare per farci invadere ancora dallo Spirito oppure no. A noi di
assumerci il rischio di riunire tutto quello che siamo e offrirlo all’invasione
dolcissima e terribile del Dio Risorto. “Fai di me ciò che vuoi” o zittiscimi,
impediscimi di parlare di te, mietimi la lingua, costringimi al silenzio. “Fai
di me ciò che vuoi”, aiutami quindi, ti prego, a riconoscere l’attimo esatto e
terribile in cui smetto di essere al tuo servizio e mi perdo nella Babele dei
miei pensieri. Invoco Pentecoste per non rimanere schiavo di me stesso.
Albrecht Dürer, Pentecoste, 1510
*
Lingue come di fuoco
> “…uno Spirito che sembra presiedere le nascite, le gestazioni. Quando inizia
> qualcosa, quando germoglia qualcosa, quando è il giorno di una nuova
> creazione, allora lo Spirito è presente e «dà vita». «Dà vita»: diciamo nel
> Credo.”
>
> (Angelo Casati, Gli occhi e la gloria, Centro Ambrosiano, 2003)
Lo Spirito Santo è fuoco, aveva ragione il Battista, ma è stato Cristo, drago
divino, a portare il fuoco sulla terra. Lingua di fuoco che veniva capita dagli
uomini non perché comprensibile ma perché penetrava fino al punto più intimo
dell’animo umano, perché era lingua di fuoco che intercettava il nervo scoperto
della Verità. Ma la verità può incendiare di stupore o indurci alla difesa, per
paura. O, peggio, può spingerci a ribellarci con violenza: si inchioda Cristo
alla croce perché lo si è capito!
Che la lingua sia divina, che sia comprensibile non è per nulla sicurezza di
conversione. Che sia comprensibile, che avvenga la pentecostale comunicazione è
innegabile, ma questa non produce per forza assunzione docile del Verbo. Anzi.
La vita nuova non si dà per incantesimo divino, procede per incendio del nostro
uomo vecchio. Fare falò delle nostre sicurezze, accatastare e incendiare la
legna delle nostre illusioni. Se siamo ancora vivi è perché siamo stati
battezzati nel cratere di divini incendi. Lo Spirito è vero che “dà vita”, che
presiede nascite, ma lo fa con spada di fuoco.
Difficile decidere di nascere se non sono gli eventi a incendiarci la casa dove
stiamo seduti, al sicuro. Davanti a questo testo scoprirsi a cercare nel proprio
passato tizzoni di vita carbonizzati nella speranza di non aver vissuto invano.
Che non sia tutto solo cenere.
*
Si sono ubriacati di vino dolce
La traduzione letterale dal greco proposta dalla bibbia interlineare di Alberto
Bigarelli edita per San Paolo nel 1998 dice «Erano fuori di sé poi tutti ed
erano incerti, uno all’altro dicendo: “Cosa vuole questo essere?”. Altri invece
schernendo(li) dicevano: “di mosto riempiti sono”». E forse sarebbe da leggere
così la Bibbia, mi dico, sempre, traducendo parola per parola e incespicando,
incerti come ubriachi finalmente fuori di sé.
Pietro con raffinata ironia e prontezza dirà che non si tratta di vino dolce,
che sono solo le nove del mattino, che quell’essere fuori di sé è profezia. E
cita il profeta Gioele.
> Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio –
> su tutti effonderò il mio Spirito;
> i vostri figli e le vostre figlie profeteranno,
> i vostri giovani avranno visioni
> e i vostri anziani faranno sogni.
>
> (At 2,17)
E così ad essere ubriaco d’amore, nelle parole di Pietro, ad essere fuori di sé,
definitivamente fuori di sé, a incespicare in promesse insostenibili per l’umana
debolezza, pare essere Dio in persona. Trinitario nel suo tuffarsi nel creato.
Davanti a questa effusione del suo Spirito, a questa semente gettata senza
apparente discernimento, qualcuno si interroga. “Non ci ardeva forse il cuore?”,
il significato di questo vento e di questo fuoco e di questo cuore che arde in
petto come il cuore dei discepoli di Emmaus sconvolge chi si sente raggiunto
dallo Spirito. Qualcuno prende quella domanda e la dispiega, la lascia libera di
porsi. Come fece Maria, la madre del Cristo, all’inizio dei nuovi inizi. E così
forse Pentecoste è anche festa di chi si domanda ancora che senso abbia vivere.
Più ancora, domanda di chi non si limita a parlare di Dio, esercizio spesso
noioso e sterile, ma che fa parlare quel Dio che fragorosamente è penetrato
nelle carni, nelle ossa, nel cuore. Alle nove di un qualunque mattino qualcuno
si mette ancora in ascolto di parole ubriache di possibilità. E implora che la
poca fede che lo abita non lo spinga a deridere tutto questo come fosse utopia.
Credere in Dio è credere che lui creda ancora nell’uomo, fino a farsi bruciante
casa in lui.
Che qualcuno si faccia beffe di questa possibilità appare scontato. Che qualcosa
in noi continui a sabotare questa eventualità è normale e forse, addirittura,
paradossalmente, salutare. Permette la lotta. Il confronto.
Ubriacarsi di Spirito, bere come mosto dolce alla Sacra Scrittura ogni giorno,
lasciare che la lingua si sciolga, si perda, si incendi, si lasci finalmente
abitare dal Verbo. Esercitarsi a uscire da se stessi, a non trattenersi.
Accettare che il mondo ci prenda per folli. Ma farlo sempre e solo nel solco di
Gesù di Nazareth. Lui, il Maestro pericolosamente fuori di sé che troviamo nelle
Beatitudini, il Dio del perdono, così fuori di sé da essere stato crocifisso
fuori da Gerusalemme. Pentecoste è solennità che impone verità. Credente è solo
colui che tenta di uscire di sé seguendo le orme del Cristo. Il resto rischia di
essere mero narcisismo spirituale.
Pentecoste è implorare Dio di non cadere nel pericoloso peccato di credere di
credere in lui mentre invece seguiamo solo noi stessi. Avere accanto compagni
credibili di viaggio. Gente di fede. Trovare il coraggio di ascoltarli può
salvarci. E ridere. Ridere sempre di noi. Come fossimo davvero ubriachi di vino
dolce, perché se lo Spirito accetta di abitarci, se a volte sembra che riusciamo
a non oscurarlo troppo, è davvero solo per Suo cocciuto amore nei nostri
confronti.
*
Pentecoste, inviolabile silenzio
> “Ha bisogno la Chiesa di riacquistare l’ansia, il gusto, la certezza della sua
> verità (Cfr. Io 16, 13), e di ascoltare con inviolabile silenzio e con docile
> disponibilità la voce, anzi il colloquio parlante nell’assorbimento
> contemplativo dello Spirito; il Quale insegna «ogni verità» (…) Uomini vivi,
> voi giovani, e voi anime consacrate, voi fratelli nel sacerdozio, ci
> ascoltate? Di questo ha bisogno la Chiesa. Ha bisogno dello Spirito Santo.
> Dello Spirito Santo in noi, in ciascuno di noi, e in noi tutti insieme, in
> noi-Chiesa. (…) Come mai si è affievolita questa pienezza interiore in tanti
> spiriti, che pur della Chiesa si dicono? come mai tante schiere di fedeli
> militanti nel nome e sotto la guida della Chiesa si sono impigrite e diradate?
> come mai molti si sono fatti apostoli della contestazione, della laicizzazione
> e della secolarizzazione, quasi pensando di dare più libero corso alle
> espressioni dello Spirito? o talvolta più fidando nello spirito del mondo, che
> in quello di Cristo?”.
>
> (Paolo VI, Udienza generale, Mercoledì 29 novembre 1972, www.vatican.va)
Pentecoste come solennità che ci porti a pregare per
ritrovare ansia e gusto della divina verità. Pentecoste che ci riporti in un
luogo chiuso e silenzioso, spazio indispensabile per tentare l’assorbimento
contemplativo dello Spirito. Assorbimento contemplativo. A questo siamo
chiamati, amati e disarmati, svuotati e abitati, affamati e desiderati. A questo
siamo chiamati, alla contemplazione che assorbe e si lascia assorbire dall’Uomo
dello Spirito Gesù di Nazareth. Contemplazione, per liberarci dalla perenne
tentazione di ridurci ad apostoli della contestazione, della laicizzazione,
della secolarizzazione ma anche, contemplazione in grado di farci discernere
Tradizione da tradizionalismo di facciata, lingua di fuoco a incenerire
l’illusione di ogni tipo di potere mondano.
Spirito Santo vieni, vieni sempre, vieni ancora e che ognuno di noi ti possa
aspettarti con “inviolabile silenzio e con docile disponibilità”.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: El Greco, “Pentecoste”, 1597-1600
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Pangea.
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In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù
aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla
terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò
che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del
mondo». (Mt 28, 16-2)
*
Discepoli sottratti da presunte perfezioni
> In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù
> aveva loro indicato.
>
> (Mt 28,16)
> “L’Ascensione era una festa che legava il cielo alla terra e ricordava un
> miracolo che aveva in qualche modo una sua rispondenza alle rappresentazioni
> dell’uomo. Ma oggi noi ci troviamo in un mondo così desacralizzato che le
> nostre rappresentazioni non sappiamo più dove appoggiarle: mancano i
> sostegni”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Edizioni Borla, 1984)
Ha ancora ragione Balducci, oggi mancano i sostegni per rappresentare al mondo
che la terra è legata al cielo. Mondo desacralizzato. Mancanza di sostegni:
parole e gesti rimangono sospesi, non si appoggiano a nulla di dogmaticamente
intoccabile, tutto è discutibile, mancano luoghi seri di confronto, tutto pare
sbriciolare in opinioni contrastanti, la terra sembra sempre più cercare
legittimità d’esistenza solo nella terra. A volte anche chi dovrebbe parlare di
Cielo ha sabbia tra i denti.
Faccio mia l’immagine, quella di uomini e donne, discepoli, che non hanno più il
sostegno visibile del Cristo tra di loro. Esco dalla lettura sociologica. Forse,
mi dico, non è solo problema contemporaneo: l’assenza del sostegno è identitaria
del nostro essere al mondo, del nostro continuo tentativo di credere. Anche il
Cristo storico, sostegno visibile del Dio invisibile, per far procedere la
storia, ha dovuto, alla fine, sottrarsi ai suoi. Per mostrarsi sì, ma in altro
modo.
Infatti, nel Vangelo di oggi, zoppicano i discepoli, già nel nome, non più
Dodici ma solo Undici, mancanti, il tradimento di Giuda non è solo atto
personale ma comunitario, e cambia notevolmente la percezione dei chiamati. Non
più pienezza a ricordare le dodici tribù di Israele ma Undici, a implorare, già
nel nome, il bisogno di essere sanati.Nessun sostegno nel proprio nome, nessuno
nella propria memoria. Gli Undici, in qualche modo, sono corpo che ha tradito le
promesse, sono chiesa battezzata nel fallimento.
Nessun sostegno neppure dalla loro fede.
> Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
>
> (Mt 18,17)
Mi ha sempre colpito questo passaggio. Siamo alla fine del Vangelo. Sarebbe
stato più logico invertire l’ordine, prima il dubbio, poi la prostrazione e,
infine, grazie alla fede, la visione. Invece no. Il Vangelo sta finendo e gli
Undici prima vedono, poi si prostrano e infine dubitano. Nessun sostegno nella
loro presunta perfezione, nessun sostegno dalla loro fede che pensavano provata
e perfetta (le promesse di Pietro!): il dubbio permane.
*
Sottratto ai loro occhi
> “Era necessario che egli fosse sottratto ai loro occhi, perché finalmente essi
> potessero prestare attenzione alle sue parole, e non rimanere invece sospesi
> agli occhi, e a quello che sotto i loro occhi Gesù avrebbe dovuto fare. Era
> indispensabile che egli fosse elevato, perché anche la loro mente finalmente
> si elevasse dalla terra”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007)
Era necessario, e lo è ancora, che nella vita, un giorno, manchino i sostegni.
L’ascensione è questo, passaggio di sottrazione. Gesù si sottrae dalla vista dei
discepoli affinché possano prendere coscienza della propria identità profonda:
esseri imperfetti e mancanti. Come noi.
Siamo bisognosi. Siamo ammalati, lebbrosi, peccatori, ladri, traditori. La
sottrazione del Maestro aiuta chi crede a comprendersi, finalmente. A sentirsi
mancanti. Il fatto che Cristo fosse capito dai peccatori non era solo nota di
colore, critica banale al potere costituito, era invece passaggio costitutivo di
un cammino di fede. Fino a quando i discepoli si limitavano a osservare
dall’esterno la misericordia del loro Signore verso la categoria degli
sfortunati quello che capivano davvero era: niente. Non li salvava lo sguardo
patetico dei buoni che, in virtù della loro appartenenza alla Chiesa, guardano
con dolcezza i poveri. Non li salvava credersi in comunione con il Dio
immensamente buono. Non è questo che aiuta ad entrare in relazione con il
Vivente ma il fatto di sentirsi, finalmente, peccatori tra i peccatori.
Sinceramente e perdutamente peccatori. Liberi dall’illusorio sostegno di
sentirsi bastanti a se stessi.
Undici impauriti che devono scappare da Gerusalemme. Undici scelti dal Maestro
che ancora dubitano di lui, a pochi versetti dalla fine. Questo siamo. Fino a
quando non percepiamo che questo è lo spazio indispensabile per franare in
Cristo nulla capiamo di lui. Franare, come chi non ha sostegno in sé. Come chi
non ha sostegno nelle impalcature di pensiero, nelle impalcature pastorali,
nelle finte sicurezze del denaro, del potere, del ruolo, del riconoscimento.Come
chi si sente comunque Undici, in fondo al cuore, come chi si sente finalmente
affamato, bisognoso, ammalato, morto. Come chi smette di credersi sostegno per
gli altri e avanza, barcollando, sperando che Lui, unico sostegno, intervenga. O
che il nostro cadere sia un rovinare nelle sue braccia misericordiose.
*
Senza sostegni: cosa rimane?
Senza un sostegno visibile. Senza il sostegno dell’idea impeccabile di sé e di
una fede che si credeva inscalfibile, si smette finalmente di vivere
altezzosamente, ci si umilia. Non è passaggio moralistico, non è passaggio che
si può evitare, è la perdita della faccia. Se questo non avviene la conversione
è semplicemente impossibile. Siamo poveri cristi impauriti. Solo dopo questa
dolorosissima constatazione, solo dopo che si è fatto i conti con il fatto che
anche noi abbiamo rifiutato la manifestazione di Dio in Cristo, solo dopo
possiamo rimetterci a cercarlo. Vale per tutti.
Senza Cristo sostegno visibile cosa rimane? Prima di tutto la Galilea. È lì che
tornano.
> “La Galilea era la culla della comunità dei discepoli, il luogo di nascita
> della chiesa di Gesù (16,13.18). […] è dunque la terra di rifugio; è l’opposto
> di Gerusalemme e offre protezione dalle mire dei capi giudei”.
>
> (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014)
Galilea luogo di memoria, luogo degli affetti, luogo di rifugio. Spazio vitale
dove Cristo aveva manifestato il suo incessante voler aver bisogno dell’uomo.
Occorre ritornare a rileggere la storia con lui. Con un Dio che svuotandosi,
dalle membra fragili di un bambino, chiede all’uomo rifugio e protezione. Con lo
stesso Messia che chiama alla sequela dei pescatori. Con la testimonianza
incessante del Maestro di entrare in dialogo con il bisogno di salvezza che
abita l’uomo che accetta di fare i conti con la propria fragilità. Ritornare
alla Galilea, terra di protezione, è purificare la nostra vocazione. I discepoli
non sono stati chiamati per merito ma è stata proposta loro una possibilità, una
terra promessa, un luogo accogliente, una relazione. Alla luce della nostra
sequela di e con Cristo, alla luce dello svelamento del suo stile, lo seguiremmo
ancora? Questa è la domanda bruciante! Alla luce del Calvario, della morte, alla
luce di quanto abbiamo compreso: riusciremmo a vivere senza di lui? Diremmo
ancora sì alla sua chiamata? L’Ascensione mi pare ci inviti a sprofondare in
questa drammatica domanda: adesso che lui non cammina più visibilmente tra di
noi, adesso che gli occhi non lo vedono, adesso che abbiamo intuito che la croce
è passaggio che non si può eludere, adesso, tornando alla nostra Galilea,
risponderemmo ancora affermativamente alla chiamata di Cristo?
Mi pare che Cristo, riportando gli Undici in Galilea riporti anche noi ai nostri
inizi, spesso inconsapevoli, o ingenui. Adesso, a distanza di una vita, gli
direi ancora di sì? Lo seguirei, sapendo dove mi ha portato?
Forse fede è dire di sì. Anzi è dire che lo seguirei proprio perché mi ha
portato qui, dove non avrei avuto coraggio di arrivare, nel cuore delle mie
miserie trasfigurate dalla sua Presenza.
Cosa resta senza il suo sostegno visibile? I monti. Cristo riporta i suoi
discepoli su un monte.
> “Anche davanti a «il monte» i lettori non penseranno a un determinato monte in
> senso geografico, ma a «il monte» che essi conoscono dalla lettura del
> Vangelo. Ma quale? Ciò resta ancora imprecisato. […] al monte della terza
> tentazione […] al discorso della montagna […] al monte della trasfigurazione
> […]. Fra queste tre possibili associazioni non è più possibile distinguere”.
>
> (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014)
Serve comunque un monte. Serve un pezzo di terra che ascende fino a conficcarsi
nel costato del cielo, serve la Sua manifestazione a purificare l’idea di
“sostegno” sbagliata che ci abita. Non abbiamo bisogno del sostegno del potere,
questo dice dal monte delle tentazioni. Abbiamo bisogno di compassione, questo
ribadisce dal monte delle Beatitudini. Abbiamo bisogno del sostegno della
Scrittura e dei profeti, abbiamo bisogno di divina alleanza, questo racconta dal
monte della Trasfigurazione.
Siamo discepoli svelati nella loro fragilità ma tenuti in vita dalla nostra
Galilea, luogo dove ci siamo innamorati di lui, e dai monti, luoghi dove Cristo
ha svelato l’innamoramento di Dio nei nostri confronti.
Abitando questo spazio, e abitandolo da affamati, accade l’incontro. Che non
sarà più incontro con il Cristo della storia ma sarà comunque incontro con il
Vivente nella storia, la nostra.
*
In modo misterioso
> Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla
> terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome
> del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare
> tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino
> alla fine del mondo».
>
> (Mt 28,18-20)
> “L’ascensione non sottrae Gesù dal nostro mondo, non gli impedisce di essere
> presente in mezzo a noi, in modo misterioso, ma molto efficace”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, Apostolato della
> Preghiera, 2004)
Gesù si avvicina. Questa è la fede. Noi senza sostegno e lui che si fa vicino.
Solo chi ha sperimentato la Grazia di questi momenti può testimoniarlo. Lui, dal
cuore del cielo e dal cuore della terra, a raccontarci che tutto è in suo potere
cioè che tutto parla di lui. Che ogni luce e ogni ombra è abitata dalla
possibilità di fare esperienza di lui. Che il potere della morte, che pare così
evidente, è stato battuto. Siamo in potere suo. Questo l’unico sostegno. Non
resta che testimoniarlo. Non resta che raccontarlo con la vita. E non solo per
una questione di gratitudine, non per un mandato, ma perché se non lo si vive
questo potere d’amore e di misericordia, non lo si crede. Se la vita non si
battezza nel suo nome, se non si immerge la storia che viviamo in Lui mai
svelerà la sua vocazione profonda, mai mostrerà la possibilità di poter
incontrare il Risorto nelle pieghe di ogni storia. La nostra conversione passa
per la missione. I fratelli diventano così doni indispensabili per fare
esperienza della presenza di Dio in mezzo a noi. In modo nuovo.
Una presenza che rimane nascosta a chi non battezza il mondo in Lui. Una
presenza che non è oggettiva, misurabile, incontrovertibile. Ma che nemmeno lo è
mai stata, nemmeno il Cristo storicamente presente tra gli uomini ha convinto
tutti di essere la manifestazione visibile del Padre. Una presenza che richiede
un passaggio di fiducia, l’apertura dello stupore, la possibilità di credere che
questo mondo, con tutti i suoi drammi, con le sue contraddizioni, è spazio per
la manifestazione di Dio. Che il mondo sia davvero solo in Suo potere.
Siamo su un terreno fragilissimo. È la lotta spirituale quotidiana, è la
tentazione: e se mi stessi solo sforzando di credere per paura di morire e
quindi di vivere? E se continuassi a stordirmi di letture sacre solo per non
ammettere che siamo frutto del caso? E se l’illusione della Sua presenza in
certi momenti drammatici e luminosi della mia vita fosse solo il dannato bisogno
di avere una minima speranza per non morire di disperazione?
Forse è davvero solo così. Forse tutto questo è davvero solo frutto di
un’ostinata speranza.
*
Il sostegno della speranza
> “La vostra vita non può essere valutata a procedere dai cambiamenti che essa
> produce nelle cose intorno, ma per rapporto alla speranza che la sostiene”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007)
Speranza non come ingenua risposta alla complessità del mondo, non come fuga dal
presente ma come cambio di prospettiva. Non è tanto aver cambiato il mondo che
ci rende uomini di fede, non lo abbiamo cambiato. Nemmeno siamo riusciti a
cambiare davvero noi stessi. Siamo sempre Undici, siamo sempre abitati dal
dubbio. Solo c’è qualcuno, su questa terra che non perde la speranza. Speranza
come esercizio di intimità con Cristo dal cuore delle cose. Speranza che non
nasce dal fatto che le cose cambiano, perché non cambiano mai! Le guerre non
cessano, il male sembra non avere argini, ci si ammazza ancora tra fratelli. No,
questo non cambia, a cambiare è che qualcuno, incessantemente, ostinatamente,
non smette di scegliere di diventare speranza, di incarnare speranza. Qualcuno
che è Undici e rimane Undici, che è nel dubbio e che rimane nel dubbio ma da lì,
da quel punto esatto del mondo, dal cuore del dramma, non smette di implorare e
mostrare e testimoniare la prossimità del Risorto. E lui, uomo di speranza,
diventa il segno misterioso ma efficace di Dio nel mondo, testimone che tutto è
in suo potere, diventa il cielo che feconda la terra. Diventa sostegno.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: opere di Lovis Corinth (1858-1925)
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei
comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché
rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può
ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli
rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora
un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi
vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io
in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi
ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a
lui». (Gv 14, 15-21)
*
TIMORE DI RIMANERE ORFANI
> “Gesù sta per lasciare i suoi: essi temono comprensibilmente di perdere ogni
> traccia sicura per il loro cammino. temono più precisamente di rimanere
> orfani. Orfano non è soltanto chi manca del padre o della madre; orfano è chi
> è privo, in generale, di presenza che apparivano invece indispensabili a
> garantire il carattere affidabile del mondo.”
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, edizioni Glossa, 2007)
“Lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non
lo conosce”, affilate e dure le parole del Maestro. Il mondo è cieco e incapace
di conoscere Dio. Ma anche i discepoli abitano un rischio enorme: quello di
sentirsi orfani. Cioè incapaci di rintracciare, dopo la morte di Gesù, “il
carattere affidabile del mondo”. Uomini costretti alla vita senza saperne
decifrarne più il senso, senza la capacità di poter individuare un approdo, con
il dubbio che non ci sia nessuno scopo nell’alternarsi di giorni e notti. È
l’inferno, e lo conosciamo: agire sentendo che ogni nostra azione è, in fondo,
indifferente.
Ma c’è una differenza, una differenza fondamentale, tra chi è del mondo e non
vede e chi è nel mondo e non trova più, non lo trova più. Differenza tra chi si
muove senza senso convinto di essere figlio del caso, combinazione di
probabilità tra milioni di altre probabilità nel contesto dell’evoluzione, e
chi, impaurito, non trova più il suo maestro, orfano e quindi sempre figlio di
un padre che gli manca ad ogni respiro. Cristo parla agli orfani. Loro, solo
loro, quelli che hanno conosciuto la paternità, solo loro possono comprendere.
Il mondo no.
Forse la fede è tenere aperta la nostalgia di un incontro. Forse non è neppure
una differenza tra credenti e non credenti, tra mondo e spirito, è una lotta che
ci portiamo dentro tutti, noi che siamo chiamati a combattere quando ci pare che
il nostro vivere sia vuoto, noi che siamo sospesi tra la nostalgia di un
incontro che ci ha cambiato la vita e la logica del mondo che battezza illusione
quello che noi abbiamo sempre definito conversione.
*
OSSERVARE I COMANDAMENTI
> “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti…”
Interessante la proposta di Cristo: osservare i comandamenti. Se vogliamo
comprendere cosa sia l’amore, chi sia lui, se abbiamo nostalgia del Padre,
l’unica cosa è fare. Fare. Non si tratta di una spiegazione, non siamo nel campo
della catechesi, dei lunghi confronti, non siamo chiamati a convincere nessuno,
non ci sarà mai nessun itinerario intellettuale capace di persuaderci
dell’esistenza di un Padre Eterno, occorre vivere, solo vivere, ma secondo i
suoi comandamenti. La fede è una prassi, è il modo che abbiamo di incarnare il
nostro esserci nel mondo. I comandamenti non sono quindi il prezzo da pagare per
essere in grazia di Dio, e non sono nemmeno solo la risposta grata all’aver
incontrato l’Altissimo: i comandamenti sono la disciplina pratica e
indispensabile per definire la nostra fede. Crede solo chi obbedisce al
comandamento dell’amore. Non si tratta quindi solo di assenso
intellettualistico, non basta, credere è abilitare la propria carne ad imparare
l’appartenenza al Padre. È il corpo, lo spazio dove la mancanza grida il suo
bisogno e l’amore si incarna come risposta, è la nostra vita a poter cantare
incessantemente la nostalgia del Padre.
> “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai
> il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta
> la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile
> a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti
> dipendono tutta la Legge e i Profeti”.
>
> (Mt 22,36-40)
L’amore è comprensibile solo nella traiettoria dell’incarnazione, è più una
disciplina da samurai che un trattato. Occorre interrogare i nostri arti,
comprendere i movimenti del nostro cuore, le nostre aspirazioni, i nostri
desideri di felicità, occorre affinare l’udito profondo fino a sentire che in
noi geme una mancanza. La mancanza dell’Eterno. Siamo orfani. Ma non
abbandonati.
Mi ha molto colpito Cristiano Godano, il cantante, che in una recente e
bellissima intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Poesia”
(n°36), dopo aver dichiarato la sua affinità al pensiero esistenziale con Emil
Cioran (“Come lui sento l’assenza di senso della vita”), poco più avanti dice:
“passiamo la vita con la consapevolezza di dover morire accumulando patemi e
disagi esistenziali a loro (gli animali) sconosciuti…”. La consapevolezza di
dover morire. Quella che ci getta in patemi e disagi esistenziali. Non è cosa
irrilevante. Credo occorra partire esattamente da lì. Cristiano Godano ha
ragione, è tornato sul punto critico: il nostro rapporto con la morte, più
ancora, la consapevolezza che abbiamo di dover morire, la consapevolezza che
stiamo già morendo. Questo può istruire la nostra fede. Occorre ripartire
dall’enigma della morte, sempre. Che non a caso parla incessantemente nei nostri
corpi. Anche la morte, come l’amore, segue la traiettoria dell’incarnazione.
L’orfano, davanti al morire dei fratelli, nel cuore della sua esperienza di
dover morire, cercherà Cristo, interrogherà il rapporto di Cristo con la morte.
L’orfano si getterà alla ricerca del Maestro, tenterà di mettersi alla sua
sequela, di imparare come lui è morto. Non è un caso che il Messia abbia
intessuto un lunghissimo dialogo con l’esperienza del morire. Dalla fuga in
Egitto alla croce. Dal suo fuggire dalle mani dei nemici (quando ancora non era
tempo) al suo consegnarsi. Da Lazzaro alla figlia di Giairo. La morte. La
consapevolezza di dover morire. Non esiste altro ingresso nella
verità. Destinati alla dissoluzione o figli in ritorno verso la casa del Padre?
Dove si depone il reale?
Amare Cristo, conoscerlo, non c’è altra via d’uscita, amare le Scritture, amare
chi ci ha parlato di lui e, soprattutto, chi ha provato ad amare come lui, chi
ha amato perfino davanti alla morte, come lui. Come “garantire il carattere
affidabile del mondo” davanti allo scandalo della morte? Seguendo Cristo. Non
nel pensiero ma nella carne. Questo il comandamento che ci rende orfani in
attesa di essere salvati. Opponendo l’amore alla morte, in atto pratico. Se mi
amate. Dice Cristo. Se amate me che ho amato arrivando al cuore della croce per
inchiodarci il cuneo dell’amore insensato e infinito del perdono. Dell’eterno.
Anton Van Dyck, Entrata di Cristo a Gerusalemme, 1617
Se amate me e come me provate ad esercitare, incarnare, mettere in pratica il
comandamento dell’amore anche dove l’amore sembra non avere diritto d’asilo, o
senso, o spazio. Questo sembra dire incessantemente Cristo, dalla croce, dal
cuore della morte. Non si può spiegare, inutile passare per il teorico
convincimento. Occorre aver conosciuto qualcuno che ha provato ad amare come
Cristo ha amato. E fidarsi che quello sia l’unico senso possibile. Non uno tra
tanti, l’unico. L’orfano ne ha fatto esperienza, lo ha visto incarnato, ha
provato a fargli spazio: è tutta questione di incontri, di testimonianza, di
apertura nostra all’ascolto, è tutto questione di decisione, di accettare il
rischio d’amare in cuore al morire.
*
CROCIFIGGERE LA VITA
> “…e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con
> voi per sempre”
> “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive
> in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che
> mi ha amato e ha dato se stesso per me”.
>
> (Galati 2,20)
Diventare Amore è però disciplina che ha un costo altissimo, l’Amore vuole tutto
di noi. Occorre trafiggersi, perdersi, annientarsi. Occorre lasciarsi
crocifiggere con Cristo. La lotta spirituale non è cosa antica e fuori moda, il
cristianesimo non è sorridente esercizio di galateo, dolce danza di esseri
pacificati e buoni, la vita spirituale è sentire le stimmate sul proprio
corpo. Non si può credere, credere davvero, se non si decide di far spazio al
Paraclito in noi, e non è azione immediata. Impossibile accogliere lo Spirito di
Verità in una vita ancora piena di noi stessi. Morire non è accessorio, è
fondamentale. Siamo nati per fare spazio a Dio che è amore, ma fare spazio
significa crocifiggere l’uomo vecchio. È esercizio di scavo, occorre togliere,
perdere, strappare, svuotare. E tutto passa per scelte pratiche, giorno dopo
giorno, impossibile avere fede se non passando in questo costante esercizio di
castità, di povertà, di obbedienza, di nascondimento. Ognuno secondo la propria
storia, nel proprio contesto. Comunque impossibile parlare di fede se non
vivendola, e vivendola così. Il resto sono ricami mentali. Abbiamo fatto
esperienza di Cristo? Ci manca? Stiamo facendo spazio in noi perché in noi
abiti? A salvarci non sarà il dolore provato, non le pene subite, ma l’intimità
con il Cristo, amore crocifisso alle nostre carni. Fargli spazio non è
disciplina da depressi ma decisione da innamorati. Beatitudine incarnata.
Benedetta allora la vita che non ci riempie, benedette le storie che ci hanno
ucciso, quelle che hanno trafitto l’uomo vecchio che, in noi, credeva di aver
trovato da sé il senso della vita. Benedetti i fallimenti se hanno smascherato
la nostra illusione di poter essere felici senza di Lui. Benedetto anche il
nostro peccato se ci ha svuotato di superbia per lasciar posto alla sua
misericordia. Amare, credere, è arrivare a dire: “non sono più io che vivo”. È
gesto durissimo e liberatorio. La fede non si può comprendere se non passando da
questa porta stretta. Siamo al mondo per morire, per lasciare che Cristo viva in
noi. Orfani riempiti dalla sua vita. Il Paraclito che rimane sempre, ad ogni
nostro respiro, è sperimentabile solo così.
Non si spiega la fede, nemmeno l’amore si spiega, le pieghe rimangono a
mantenere misteriosa e oscura la vita, ma, tra le pieghe, qualcuno ha incontrato
il Risorto, e l’ha mostrato. Testimoni. Eterna gratitudine per tutte le persone
incontrate che respirano del respiro di Cristo, che hanno Cristo vivo in
loro.
Non so spiegare il senso della vita ma Cristo mi pare affidabile per come ha
risposto alla consapevolezza di dover morire. Perché lui stesso si è svuotato e
si è donato, perché lui è morto e risorto. Cristo è affidabile perché nella sua
esperienza di crocifissione e resurrezione mi sembra abbia svelato il senso
profondo nascosto in ogni cosa. Tutto chiede crocifissione, tutto chiede
svuotamento, tutto chiede consegna. Il creato è chiamato a farsi cavo per poter
essere lo spazio della manifestazione di Dio. Benedetta così sorella morte,
soprattutto sorella morte, che non è più solo l’evento finale con il quale
saremo chiamati a fare i conti ma la dinamica salvifica dell’esistente, ad ogni
passo. Benedetta sorella morte, che si ripete ad ogni istante, svuotando le
nostre carni perché facciano spazio a Cristo, consegnando ogni respiro al Padre.
È morendo, istante dopo istante, che la vita svela l’Eterno.
> “Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi
> saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”.
Siamo orfani ma cercati incessantemente dal Padre. Siamo immagine e somiglianza
dell’Eterno, inquieti fino a quando non diventeremo Eterno nell’Eterno.
Esperienza da imparare qui, ora, nelle cose di tutti i giorni. Dio è conoscibile
solo da chi si fa spazio per Cristo. Incarnazione dell’amore, fede.
Siamo vivi solo per essere sua dimora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Anton van Dyck, Cristo che porta la croce, XVII secolo
L'articolo Cristo parla agli orfani proviene da Pangea.
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore.
Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono
molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: ‘Vado a prepararvi un posto’? Quando
andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché
dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la
via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al
Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il
Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù:
«Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto
me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: ‘Mostraci il Padre’? Non credi che io
sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me
stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per
le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che
io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre»”.
(Gv 14, 1-12)
*
Perché ti agiti in me?
> “Perché ti rattristi, anima mia,
> perché ti agiti in me?”
>
> Salmo 43 (42)
E l’anima, triste, l’anima che in noi geme, chiede ragione di questa cosa
chiamata vita. Il credente con il Salmo 43 incastrato tra i denti implora di
poter capire: perché ti rattristi anima mia, perché ti agiti in me? Sensi di
colpa avvolgono questa domanda, non dovremmo aver già compreso, non ardeva in
noi il nostro cuore mentre il Risorto danzava in noi? Invece trema l’anima e
tremiamo noi, con lei, perché sentiamo di non avere ancora abbastanza fede,
siamo in balia dei nostri pensieri prostrati all’evidenza della morte, colei che
l’anima non riesce a chiamare “sorella”.
Perché ti rattristi anima nostra? Così ci porti in un gorgo profondo di
depressioni e incomprensioni, così ci trasformi in corpi in alto mare, tu ti
agiti e noi sentiamo il Leviatano della disperazione salire dai fondali
misteriosi ad azzannare quel che resta di noi. Se tu gemi noi siamo solo relitti
alla deriva.
Perché l’anima non ricorda, perché il memoriale della Sua presenza non ci mette
ancora al riparo del tremore e dal timore? Gridiamo dal fondo di questa pena che
ci tortura il cuore, la pena di non essere degni di essere al mondo, la sottile
drammatica tortura di aver fallito la nostra vocazione. O, peggio, che sia
davvero tutto solo qui.
L’anima trema e noi moriamo di paura.
> “Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
> lui, salvezza del mio volto e mio Dio”.
>
> Salmo 43 (42)
Dalle pagine del salmo a strappare parole di eccessiva speranza: salvezza! Sono
ordini, militare sembra la fede, spera in Dio, sussurro, spera in Dio anima mia,
solo a volte l’anima ubbidisce, e si ferma, immobile, a guardarmi, quasi
sorpresa che si possa tentare di vivere senza temerla la vita.
L’anima è fragile e vorace, è angelica e rapace, l’anima esiste e ci ha in
pugno. Se lei muore si spengono le parole per poter lodare il Salvatore ed è
come non avere più mani per afferrare corde di salvataggio. Se lei muore, se la
belva che in noi trema con fremiti selvaggi la fame di Dio dovesse lasciarci,
noi perderemmo il Suo e nostro volto, lei è la salvezza dell’identità profonda
del nostro essere qui, tra i viventi.
Non è vero che l’anima è invisibile, l’anima è il nostro volto. E, per immagine
e somiglianza, anche il Suo.
> “Non si turbi il vostro cuore! Credete in Dio, credete anche in me!”
>
> (Gv 14,1)
Ecco perché, in volto d’uomo, Cristo raccoglie il Salmo, ecco perché, anche lei,
della pagina biblica se ne nutre, a morsi, Messia affamato di noi. Lui volto,
Lui corpo, Lui come segugio in cerca delle nostre anime tremanti, Lui a
implorarci di non lascare il cuore in balia del turbamento.
Lui che lo conosce il cuore frantumato dagli eventi della vita. Anche il suo si
è rattristato, anche il suo cuore si è turbato davanti al sepolcro dell’amico
Lazzaro, e nell’orto degli ulivi, Lui e le lacrime di sangue a tingere il volto
della drammatica possibilità della paterna Assenza. Ma sempre lui, e il suo
cuore, a giurare che si può credere in Dio, sempre, anche trafitti dall’odio
umano contro il palo della croce.
Lui a giurare che si deve credere in Dio per non morire davvero. Lui a chiedere
di credere anche in Lui, così vicino, così vivo, così uomo.
Lui a chiedere di credere che tutto risorgerà, anche il cuore turbato, che la
tristezza dell’anima si trasfigurerà in luce.
Cristo è il salmo che si fa carne. Credi in me, dice. E noi a pensare a tutti
quei momenti in cui qualcuno si è chinato sulla nostra anima tremante, l’ha
presa tra le mani e non l’ha stritolata. Noi a ringraziare chi ci ha tenuto in
vita. Persone dal grande potere su di noi. Chi ama è anche colui che ci può
ammazzare.
Forse fede, fede vera, è poter dire, senza parole, anche a una persona sola,
anche solo per una volta nella vita: “credi in Dio, e credi anche in me”.
Lasciami la tua anima tremante, non la violenterò. Me ne prenderò cura. Essere
santi è essere credibili?
Un disegno di Rubens del 1616
*
Manda la tua luce
> “Manda la tua luce e la tua verità:
> siano esse a guidarmi,
> mi conducano alla tua santa montagna,
> alla tua dimora”.
>
> Salmo 43 (42)
Ci vuole coraggio a chiedere luce e verità. O bisogna essere tremendamente
disperati. Bisogna che l’anima sia incastrata pericolosamente tra le trame degli
inferi, bisogna che la notte sia così oscura da risultare impenetrabile, bisogna
che il buio ci osservi con occhi scavati di Nulla. Bisogna essere disperati per
pregare che la luce divina ci invada, perché poi lei elenca tutto di noi, tutto,
anche ciò che con maestria stiamo cercando di nascondere da una vita intera. La
luce chiama sempre verità. Per questo la luce ferisce.
Pregare che la Sua luce venga a trafiggerci non è chiedere soluzioni religiose
alle nostre crisi, non è trovare riparo e salvaguardare le apparenze, è perdere
la faccia, è trasfigurare il volto per Suo violentissimo amore. E poi finalmente
lasciarci guidare. Smettere di andare dove vogliamo noi e accettare di lasciarci
portare dove non vorremmo. Sulla santa montagna, alla sua dimora, senza
dimenticare che santa montagna è anche il Calvario e dimora è essere alla destra
o alla sinistra del Crocifisso.
> “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se no, vi avrei forse detto
> che vado a prepararvi un posto? E quando andrò a prepararvi un posto, verrò di
> nuovo e vi porterò vicino a me, di modo che dove sono io siate anche voi”.
>
> (Gv 14, 2-3)
Così Cristo cerca di preparare i suoi allo scandalo drammatico della croce. Allo
strappo che potrebbe essere definitivo: quale luce e quale verità se Dio non
parlerà mentre il figlio verrà massacrato? Quale strada, quale montagna, quale
dimora se la sua sequela si incaglierà in un viaggio al termine della notte?
Così Cristo si fa salmo, si fa luce, si fa preghiera e speranza. Si fa occhi per
il nostro sguardo smarrito: vi giuro che ci sono molti posti. E sono posti
preparati. Come il Cenacolo, una sorta di piano superiore, una noce calda di
luce nel cuore della morte.
La notte non annienta solo se è abitata da Cristo, solo grazie a lui anche
l’anima del Nicodemo che ci portiamo in cuore può smettere di tremare, perché
lui è luce accogliente nella notte. Lui è il nostro posto da abitare.
L’anima può smettere di gemere solo se sboccia in noi il coraggio di prendere
dimora in Cristo. Per Cristo, con Cristo, in Cristo.
L’anima trema e chiama e Lui, Cristo, promette di tornare, continuamente, ad
ogni nostro respiro, promette di prenderci per mano, promette di portarci in
lui. Come la chioccia con i suoi pulcini.
La luce non ci acceca solo perché Cristo ha accettato di farsi carne, di farsi
luce. Il Verbo divino non sfonda l’orecchio perché incarnato in Carità. La luce
è venuta nel mondo. A noi credere, e cedere, a noi accogliere il rischio della
nascita.
Fede, fede vera, forse non è nient’altro che scoprire che la vita è il travaglio
in vista del parto definitivo.
*
I sentieri di Dio
> “Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
> insegnami i tuoi sentieri”.
>
> Salmo 25
Quale rischio implorare di conoscere i sentieri del Signore! Le sue vie non sono
le nostre vie. Eppure riuscire a sentire la certezza che nessun altro sentiero è
davvero praticabile dopo che abbiamo incontrato lui. Non riuscire a incamminarci
altrove. Prigionieri della sua presenza.
> «E del luogo dove vado, voi conoscete la via». Gli dice Tommaso: «Signore, noi
> non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli dice Gesù «Sono
> io la via e la verità e la vita: nessuno viene al Padre se non attraverso di
> me».
>
> (Gv 14, 4-6)
Così Cristo diventa salmo, diventa preghiera, diventa la Via. Conoscere le vie
del Signore sarà quindi conoscere il Cristo, e non sarà importante il dove, non
il luogo, nulla degli accadimenti della vita sarà più in grado di annientare di
paura la nostra anima perché Lui sarà in ogni evento, Lui è già incarnato in
ogni evento! Lui la Via e Lui il Viandante, Lui la fonte e Lui il culmine, Lui
la sistole e la diastole. Lui il nostro tutto.
Lui la vita. Tutta la vita, tutto della vita. Non c’è nulla di vivo che non sia
occasione qui e ora, occasione per attraversare le apparenze e franare in Lui.
Siamo destinati ad essere deposti nel sacro cuore. Attraverso la vita arrivare a
essere in Cristo, a dimorare in Lui, attraverso la gioia, il dolore, la
malattia, l’amore, la morte, ogni cosa è pertugio d’attraversare per scoprirci
in Lui. E attraverso di Lui, Cristo, scoprirci nell’Eterno. La fede come una
disciplina d’attraversamenti e di consegne.
*
Sete
> “L’anima mia ha sete di Dio,
> del Dio vivente:
> quando verrò e vedrò
> il volto di Dio?”
>
> Salmo 42 (41)
L’anima trema, l’anima geme, l’anima è assetata. Avere sete di Dio, una
benedizione e una tortura, una diagnosi. Una condanna. Avere sete di un incontro
che sfugge sempre, implorare colui che a volte sembra solo un miraggio. A volte
credere non per esperienza, non per incontro mistico ma solo ed esclusivamente
per tormento di mancanza. Credere solo in virtù della sua bruciante assenza.
Essere educati dal vuoto.
E la domanda: quando vedrò il suo volto? Vederlo e finalmente morire, vederlo e
finalmente estinguere la sete e quel tormento che fa amare ogni cosa della vita
ma, insieme, la relativizza. Perché l’anima sarà dissetata solo nel Suo
sguardo.
> “«Se voi foste arrivati a conoscermi, conoscereste anche il Padre. Ma da ora,
> voi cominciate a conoscerlo e lo vedete». Gli dice Filippo: «Signore, mostraci
> il Padre e ci basta». Gesù gli dice: «Ecco, sono con voi da così tanto tempo e
> non sei ancora arrivato a conoscermi, Filippo! Chi vede me vede il Padre. Come
> puoi dire «Mostraci il Padre?»”.
>
> (Gv 14, 7-9)
Cristo, siamo fatti per il Padre. Cristo lo sa, senza il Padre moriamo. Ecco
allora che il Figlio si mostra, e nel Figlio il Padre: Chi vede me vede Lui.
Miracolo vero è mostrare che la vita è già deposta nella pupilla di Dio.
Chi vede lui vede il Padre. E forse anche Filippo comprenderà che non basta
vedere Dio, occorre fargli spazio, dargli carne, per farne esperienza davvero.
Occorre venire alla luce, diventare via, fare verità, lasciarlo vivere in noi.
Non basta che qualcuno ci mostri il Padre occorre che il Padre si mostri al
mondo attraverso di noi. Attraversati dal Mistero, noi luoghi della sua
incarnazione.
*
Almeno credete
> “Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che vi ho detto
> non le dico da me stesso; al contrario, è il Padre che, rimanendo in me,
> compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me. Almeno
> credete a causa di queste opere. Amen, amen, ve lo dico: Chi crede in me farà
> anche lui le opere che io faccio e ne farà anche di più grandi, perché io vado
> al Padre”.
>
> (Gv 14, 10-11)
È tutto enorme. È una luce che sembra poterci accecare. Così l’anima rischia di
tremare ancora, ma per eccesso d’amore. Allora Cristo si avvicina. Credetemi,
sussurra, credetemi, implora. Credete almeno alle mie opere. Che tenerezza la
pazienza di Dio. Avvicina l’Infinito, lo depone nelle opere dell’uomo. E poi si
ritira. Saranno le opere a svelarlo. Le opere d’amore che è concesso mettere al
mondo anche a noi. Nel nostro operare il mistero di un Dio presente nelle nostre
carni.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Peter Paul Rubens, “Ecce Homo”, prima del 1612
L'articolo Io sono la via, la verità e la vita proviene da Pangea.
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel
recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un
brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli
apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per
nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina
davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo
invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce
degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava
loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la
porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e
briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra
attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non
viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano
la vita e l’abbiano in abbondanza». (Gv 10, 1-10)
Sembra tutto così chiaro! Il recinto, la porta, e il pastore buono, e bello:
Gesù! Sembra tutto così limpido! Noi le pecore attorniate dai cattivi maestri,
ladri e briganti della nostra felicità, e Lui il pastore che ci porta in salvo.
Sembra tutto così lineare! Cristo buon pastore che cammina e noi dietro, a farci
condurre fuori, dove vuole lui, è il dono della fede no? La nostra
personalissima e comunitaria traiettoria verso la verità. Seguire lui, la sua
voce, il suo vangelo e rifiutare gli estranei. Eppure “essi non capirono di che
cosa parlava loro”. Perché non lo capivano i farisei? Perché nemmeno loro, i
contemporanei di Gesù, loro che i pastori li conoscevano bene ma che,
soprattutto, avranno subito collegato le sue parole al profeta Ezechiele, non lo
capivano?
> “Perché così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le
> passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si
> trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in
> rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei
> giorni nuvolosi e di caligine. Le farò uscire dai popoli e le radunerò da
> tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti
> d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi abitati della regione. Le condurrò
> in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d’Israele; là si
> adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d’Israele.
> Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del
> Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella
> smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa
> e della forte; le pascerò con giustizia”.
>
> (Ez 34,11-16)
I farisei non capivano perché credevamo di vedere. I versetti precedente alla
narrazione di oggi dicono infatti questo:
> “Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero
> «Siamo forse ciechi anche noi?» Gesù disse loro «Se foste ciechi non avreste
> alcun peccato. Ora invece dite: Noi vediamo. Il vostro peccato rimane»”.
>
> (Gv 9,40-41)
Ecco perché era tutto così chiaro, anche per me, perché, come i farisei, anche
io ero convinto di vedere, di capire, di saper leggere la simbologia delle
immagini usate da Gesù. Credevo di vedere e, per questo, non capivo. Credo di
capire e per questo il peccato rimane.
Mi devo accecare per proseguire, è doloroso ma inevitabile passaggio per non
banalizzare eccessivamente questa pagina, devo sentire che c’è qualcosa tra
queste righe che io credo di vedere e che invece non vedo, devo predispormi a
cercare ciò che credo di possedere e che invece non ho. In questa sfida
paradossale, forse, abita la verità.
Cosa dovrei vedere davvero?
*
> “Si tratta invece dei falsi messia che si presentano agli uomini avanzando la
> pretesa di essere dei salvatori: quand’anche venissero dopo (cronologicamente)
> rispetto a Gesù, essi rientrerebbero nel novero degli usurpatori qui
> intravisti. Il criterio discriminante che dice dell’autenticità della missione
> è nel sottrarre per sé o nel donare, nel portare morte o nel portare vita. In
> particolare viene condannato il sacrificare: ovvero, il togliere vita nel nome
> di Dio, il servirsi delle persone per fini religiose fino ad annientarle,
> l’usare il nome di Dio e la religione per fare violenza, il togliere la
> libertà alle persone dando forma nuova agli antichi sacrifici umani”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche
> Anno A, Vita e Pensiero, 2010)
Dovei vedere i falsi messia che si sono spacciati per miei salvatori? Hanno
ragione i fratelli di Bose eppure, per me, sarebbe fin troppo facile, adesso,
guardarmi alle spalle ed elencare le persone che mi hanno tradito, o anche solo
deluso. I falsi messia che si sono presi qualcosa di me. Troppo facile andare a
rivangare i tratti dei pastori che avevo incoronato miei maestri e che poi si
sono rivelati nemici pericolosi, approfittatori. Facile ed inutile. Ancora
sterile esercizio di uno che crede di vedere e che invece non vede davvero. Chi
non riesco a riconoscere? La domanda vera, risvegliando il fariseo che è in me,
deve forse essere un’altra: perché ho chiuso deliberatamente gli occhi sulla
violenza che stavo subendo? Perché non ho voluto vedere? Perché non mi sono
voluto accorgere del male che mi stavano facendo? Perché ho chiuso gli occhi
coscientemente su invasioni che adesso mi sembrano così evidenti? Perché ho
rinunciato in modo così totale alla mia libertà? Perché in quel momento loro mi
servivano. Questo è il passaggio doloroso da ammettere. Avevo bisogno di quei
falsi messia. Li ho usati anche io. Li ho amati sinceramente e li ho seguiti
perché tra me e loro c’era un patto, magari non detto, ma c’era: loro mi
avrebbero portato dove io sarei voluto arrivare e loro avrebbero potuto fidarsi
di me. Ecco perché il giorno in cui mi sono liberato di loro hanno reagito con
violenza: perché io ho rotto il patto, in questo hanno ragione. Aprire gli occhi
sui falsi profeti è dolorosissimo perché fa emergere le nostre vergognose
debolezze.
Cristo invece ci porta dove noi non vogliamo andare, Cristo ci porta ad entrare
nella vita attraverso la porta stretta della croce, e anche questo non vogliamo
assolutamente vedere. Anche su questo non vogliamo aprire gli occhi. I veri
maestri sono crocifissi che accompagnano sulla via della croce, sono falliti al
mondo che non precludono alla nostra storia di incrociare il fallimento, sono
poveri, incompresi, sono uomini delle beatitudini, non sono belli, fanno paura.
Quello di oggi è un Vangelo pericolosissimo, scritto intingendo la penna in
inchiostro luminosissimo, così lucente da accecare chi osa esporsi alla sua
lettura.
Accettare di aver donato parte della nostra vita a mercenari è gesto di dolorosa
verità. Non siamo i puri che crediamo di essere, abbiamo usato, siamo stati
usati, in una trama di luci e ombre non così chiara da districare. L’animo umano
è complesso, il bisogno si mischia con l’amore, l’interesse si accoppia alla
paura di non trovare il nostro posto nel mondo, l’amore è infangato di egoismo e
l’egoismo, a volte, è solo un sintomo di terribile paura. È così difficile
guardare al passato e tentare di districare la matassa che spesso lasciamo
perdere, chiudiamo gli occhi, o ci limitiamo ad accusare quelli che noi crediamo
gli unici colpevoli, illudendoci di vedere!
E poi eccola la domanda che serpeggia tra le righe: oggi, adesso, quali sono i
miei maestri? I miei messia? I miei pastori? A chi ci stiamo affidando? Di chi
ci fidiamo? Chi stiamo usando, chi ci sta usando? Questa è la vera domanda. Lo
spazio che ci è dato per la nostra quotidiana conversione è l’oggi. Siamo o non
siamo sulla via della croce? Chi sale il Calvario in nostra compagnia?
Hans Schäufelein, Cristo come Buon Pastore, 1517
*
> “Il pastore fa uscire le sue pecore. Il pastore immette in un cammino di
> esodo, dunque di liberazione. Compito del pastore è educare alla libertà”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche
> Anno A, Vita e Pensiero, 2010)
La libertà. Il pastore fa uscire le sue pecore, le spinge su un cammino di
esodo, le partorisce. Eccola la risposta al profilo del pastore bello. Chiara e
terribile, lucente come una lama. Il maestro che vuole essere tale, l’uomo che
vuole essere onesto, il pastore degno di fede sa che l’amore prevede di lasciare
libero l’amato di essere ciò che è.
Siamo stati cattivi maestri quando abbiamo usato le persone per i nostri fini,
fossero stati anche nobili ed apparentemente giusti. Siamo stati mercenari
quando abbiamo imposto ad altri ruoli che non erano conformi alla loro identità
più profonda (spesso erano persone che non vedevano l’ora di indossare il
costume che gli stavamo proponendo). Ma, soprattutto, non siamo e non saremo
buoni pastori fino a quando non sapremo ucciderci, trapassarci da parte a parte,
scomparire, zittirci, per lasciare a chi amiamo di poterci tradire in santa
pace. Mi viene da scrivere che forse il discepolo che ci ha mostrato che Cristo
è stato davvero un buon pastore è stato Giuda. Senza di lui come potremmo essere
davvero sicuri che i discepoli non fossero stati plagiati e che Cristo non fosse
solo l’ennesimo maestro manipolatore e seduttivo? Il pastore davvero buono è
colui che ci libera dalla sua presenza. Colui che ci abilita al tradimento.
*
> “È detto in Giovanni che le pecorelle odono il pastore e conoscono la sua
> voce. Gli uomini, dunque conoscono la sua chiamata, e il nostro interno
> risponde. È realmente così? In realtà, io sento assai più vivamente la
> chiamata degli altri. La sua, in realtà, non la comprendo e non la seguo. Se
> così è, non basterà dunque che egli ci chiami, ma sarà necessario che ci doni
> pure l’udito per poterlo udire. In noi non vi è solamente quel profondo che
> sta in ascolto di lui, ma purtroppo anche la contraddizione che si rifiuta.
> Gli avversari con i quali egli ha da combattere non sono esclusivamente gli
> altri che ci contendono a lui, ma noi stessi che non gli consentiamo di
> entrare. Il lupo, davanti al quale il mercenario fugge, non è solo fuori, ma
> anche dentro. Il più grande nemico della nostra redenzione siamo noi stessi.
> Contro di noi ha da lottare, per noi, il buon pastore”.
>
> (R. Guardini, Il Signore. Riflessioni sulla persona e sulla vita di Gesù
> Cristo, Milano 1977; da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 14,
> Queriniana, 2009)
Ma c’è un altro rischio, ancora più subdolo rispetto all’aver dato fiducia a
falsi profeti, è quello che Romano Guardini evidenzia con tanta onestà: il
problema vero non sono gli avversari fuori di noi ma quelli che abbiamo dentro
di noi, il lupo accovacciato sulla soglia del nostro cuore, quello che boicotta
la divina chiamata, quello che si rifiuta di far entrare Cristo in noi. Siamo
noi i lupi di noi stessi, e dirlo così, con una frase ad effetto, può apparire
perfino eroico, in verità sentire nel profondo della nostra coscienza che noi
stiamo boicottando Dio, che non ci sono altri colpevoli, che noi siamo lupi di
noi stessi, che noi ci stiamo sbranando, che noi stiamo morendo nelle nostre
paure negandoci la felicità è dolorosissimo. Anche perché siamo in epoca di
alibi. Trovare la causa sembra la soluzione per tutti i nostri guai. È colpa dei
genitori, della società, della Chiesa, del consumismo, della politica, dei
poteri forti, del mondo culturale… la causa del nostro disagio pare sempre e
solo una nostra reazione (giustissima!) alle invasioni indebite del mondo.
Invece non è sempre così. Il male esiste e ci abita. E prende mille forme. Ed è
il nemico vero. Il più grande nemico contro cui abbiamo il dovere di combattere.
Questo brano evangelico che sembrava la summa della dolcezza divina, del buon
pastore che si prende cura di noi, in verità è un manuale di lotta, di militare
militanza contro il nemico. Che prima di tutto va riconosciuto. Nei miei
blocchi, nelle mie paure, nelle mille scuse che accampo per non essere conforme
a Cristo si cela il volto del lupo contro cui sono chiamato a battermi. Dargli
nome, e volto, prima di tutto. Poi il buon pastore combatterà al mio fianco. Ma
contro chi? Ecco la pericolosa cecità del fariseo, non sappiamo più nemmeno
contro chi stiamo combattendo, non vediamo più il nemico.
*
> “Dunque, perché insisto a credere, ad accettare (come posso e riesco) d’essere
> fra le ‘pecore’ che ascoltano quella voce fidano nella vita eterna senza
> neppure saperne i termini, il dove, il come e per quali trafila di nubi, soli,
> buio, ali, voci, porte, distanze? Il perché lo so e mi par giusto rivisitarlo
> nel silenzio bianco di ogni mattina: credo in Gesù Cristo, vissuto e risorto,
> perché mi fido di quanto ha lasciato detto con tale novità di idee che rendono
> secondario e marginale il pensiero di chiunque”.
>
> (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984)
Alla fine è a Cristo che bisogna tornare. Alla sua vita, alla sua morte, al
tentativo di fare esperienza della sua resurrezione. E forse, guardandoci con i
suoi occhi, passando dalla porta stretta della sua esperienza si farà chiaro
anche il profilo del nemico, del male che ci abita, del peccato all’origine
della nostra disumanizzazione.
È a Cristo che bisogna tornare, a lui che è la porta da cui passare, perché la
verità emerge solo filtrandola pazientemente nella sua esperienza. Tornare a
Cristo, non a vaghe idee di spiritualismo, non a teorie, tornare alla Parola di
Dio da amare, studiare, meditare, incarnare. Tornare alla Sacra Scrittura, alla
preghiera, alla Lectio Divina. Tornare alla Tradizione, ai Padri, ai Concili, a
quel lungo processo di confronto con l’uomo di Nazareth e alle battaglie per
illuminare i pericoli dei possibili e inevitabili fraintendimenti sulla sua
persona. Tornare con umiltà e passione. Lottare intorno alla sua figura,
nutrirsi di Lui, macerarsi di nostalgia ogni volta che ci si accorge di stare a
troppa distanza dal Maestro. Perché lui e lui solo è colui che non toglie la
vita nel nome di Dio ma che, in Dio, depone la sua per noi. Lui il pastore che
invece di servirsi delle persone si annienta fino a lavare loro i piedi, fino a
dare la vita per i nemici. Lui che non usa il nome di Dio e la religione per
fare violenza ma si immola a disarmata onnipotenza. Lui che non toglie la
libertà alle persone pretendendo sacrifici ma che diventa, lui pastore,
l’agnello immolato per sacrificare per sempre il sacrificio. Guardare a lui,
aprire gli occhi, sapendo che ci faremo male. Ma che incontreremo vera libertà.
Entrare in Lui, passare per Lui, nostra unica porta, farci battezzare cioè
morire e risorgere in Lui.
Ma anche cercare, con pazienza e attenzione il riflesso del Risorto tra le trame
della vita, cercarlo in qualcosa di apparentemente piccolo e insignificante,
cercarlo lontano dai riflettori, trovarlo dove i maestri non si accorgono di
esserlo, dove i pastori si credono solo pecorelle sperdute, dove l’umiltà è così
radicata da rendere scontata la presenza della libertà. Occorre stilare un
elenco. Pratico. Giorgio Torelli ne aveva scritto uno di elenco che mi sembra
luminoso. E semplice. E vicino. Perché questo è il paradosso del Vangelo, una
volta aperti gli occhi, misticamente, tutto si fa finalmente semplice.
> “I miei maestri sono stati i piedi scalzi dei francescani nella neve; una
> vecchia zia che morì come un Socrate del Cristianesimo convocandoci attorno al
> letto di addio per dire cose non udite dai teologi; un amico ventenne che
> rovinò dalla montagna e si segnò con la mano insanguinata prima di cominciare
> a consumarsi. E, poi, frasi sparse, il coraggio e la costanza di tanti (o
> pochi che fossero), il silenzio, le voci di dentro…”
>
> (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Cristo Pantocratore del VI secolo
L'articolo Il Buon Pastore, ovvero: della lotta contro il lupo che ho dentro
proviene da Pangea.
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli]
erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici
chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era
accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò
e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. (Lc
24,13-16)
> “Essi sono malati della sua assenza”.
>
> (Michel de Certeau, I pellegrini di Emmaus, Cittadella, 2009)
Come ci si ammala Signore della tua assenza? Come si arriva a camminare verso
Emmaus, quindi in piena fuga, tentando di mettere distanza tra noi e la tua
figura, senza riuscire però a liberarci di te? Perché in qualche storia rimani
impigliato e in altre, invece, sembri passare senza lasciare la minima traccia?
Sono gli incontri che abbiamo fatto, la disponibilità che abbiamo concesso o sei
tu, tu che eleggi qualcuno a tua preda e decreti che il suo destino è stare nei
tuoi artigli? Tu che rapini con un amore così violento da far paura, tu che
passi e cogli dei pescatori inermi trasformandoli in pesci e li trascini nella
tua rete, a dare la vita per te e con te… Tu che chiami qualcuno e non altri.
Cammino ancora, sospeso tra queste domande e la paura che un giorno possa
scoprire che il mio cuore non è più ammalato della tua assenza. Cammino e
ringrazio chi continua a costringermi a parlare di te.
I due di Emmaus discutono, conversano, ὁμιλεῖν, dice il testo, “omelie”, solo
chi è malato della tua assenza dovrebbe parlare di te? La predica non come
terapia ma come virus, parole che infettano la nostra tranquillità, lame che
riaprono ferite, che impediscono la cicatrizzazione, arpioni a riportare nei
pressi del Calvario. L’esperienza della Resurrezione chiede di tornare a
morire.
*
> “Sono troppo assorbiti da ciò che hanno perduto, per vedere il dono che hanno
> davanti. Sono troppo abitati dal volto di colui che hanno amato, per scoprirlo
> in quest’altro volto”.
Troppo assorbiti da ciò che hanno perduto. Troppo abitati da un volto che, per
amore, abbiamo delineato con eccesiva esattezza. Altra diagnosi impietosa
Signore, micidiale. Ci sono momenti nella vita di fede in cui tutto sembra
perfetto, il sogno corrisponde alla realtà e la realtà rimanda al sogno, nessun
dubbio che sia il Tuo volto quello che ci viene incontro, quello di cui
parliamo, quello che adoriamo. Certezze. Poi succede che tu ti avvicini davvero,
con altri connotati, e tutto va in frantumi. Perché non vogliamo riconoscere che
Tu sia diverso. O non ci riusciamo. In quel momento possono accadere diverse
cose, possiamo andare in frantumi anche noi, macerie tra le macerie, e non
ritrovarci più. Oppure possiamo insistere nel rimettere insieme i pezzi del tuo
ricordo andato in frantumi, strisciare come mendicanti a salvare il salvabile
perché “quello era il tuo volto” ed è impossibile che sia tutto finito. Non
parlo per astratto Signore, tu lo sai, tentazione vera è stato credere che tu
fossi presente dove io volevo metterti, che tu rispondessi ai miei progetti, e
così, cercando di ricostruire il tuo presunto volto perduto non mi accorgevo del
volto nuovo, inedito, anche scandaloso, che mi camminava accanto. Emmaus sei tu
che modifichi i tuoi connotati, Emmaus è la nostra resistenza, la paura che ci
abita, il senso di ingiustizia che ci prende quando siamo chiamati ad accettare
che Tu, per fortuna, non rispetti i confini dogmatici entro cui ti avevamo
confinato. Sempre questione di luoghi che diventano sepolcri, sempre
resurrezione in atto, Tu sei altrove, svuoti, il tuo volto è diverso e brucia
ammettere che noi, sinceramente, vorremmo che tu fossi un Dio malleabile, dolce,
arrendevole. Invece indurisci il volto e ci costringi alla Passione.
Diego Velázquez, Cena in Emmaus, 1618
*
> “«Sì veramente tu sei un Dio nascosto»: più tu ti avvicini, più tu ci
> sconvolgi; più riveli la tua grandezza scendendo al nostro fianco, più ci
> superi domandandoci un distacco da noi stessi…”
Un Dio nascosto anche quando ti riveli. Un Dio nascosto soprattutto quando ti
riveli. Un Dio pericoloso quando ti avvicini, perché avvicinandoti sconvolgi, un
Dio che superandoci chiedi un distacco da noi stessi. Un Dio misterioso e
fastidioso, come certi maestri che non si accontentano di insegnarci la vita,
come certi amori che non ci lasciano in pace, come la vita quando decide di non
lasciarsi addomesticare. Quante persone ho visto implorarti Signore (e io con
loro), ti chiedevano di essere chiaro, di dire cosa volevi dalle loro vite, ti
avrebbero obbedito ciecamente, dovevi solo essere esplicito. Comandare. Avevano,
avevamo bisogno di un ordine oggettivo da rispettare. Tu invece ti sei nascosto,
tu continui a nasconderti. Chi crede di averti afferrato, di esserti ubbidiente
alla lettera genera inferni. Tu sfuggi dalla pretesa di chi non vuole fare i
conti con la propria libertà. Emmaus è il Dio che quando si avvicina sconvolge
perché coinvolge. Emmaus è il Dio che raggiunge, affianca, supera, scompare, è
il Dio che si fa intimo e che si separa, è il Dio che chiede a noi un distacco
da noi stessi. Se tu fossi solo un ordine da eseguire, un ruolo da rispettare,
una legge da osservare non saresti vivo. E incarnato. E in noi. Tu vuoi che ci
stacchiamo da noi stessi, dall’idea granitica che ci siamo fatti di te, da ciò
che ci illudiamo di aver capito, da ciò che la gente si aspetta da noi… perché
vuoi abitarci. E la fede incarnata diventa davvero, sempre, un’altra cosa.
Emmaus è il Dio che chiede di abitarci.
*
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi
lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa,
gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è
accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che
riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti
a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo
hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi
speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono
passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle
nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo
trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di
angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla
tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i
profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella
sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte
le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse
andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il
giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e
lo diede loro. (Lc 24,17-30)
> “Egli apprende da essi ciò che sa già. Essi, raccontandosi a lui, nascono a
> loro stessi, alla loro verità davanti a lui, a ciò che egli ha già fatto in
> essi. La sua attenzione li crea e li rispetta: essi li genera alla “loro”
> esistenza, a questa via che viene da lui e che è un dialogo con lui”.
E infatti non convinci i tuoi amici, non li catechizzi: li abiti. O almeno ci
provi, ti proponi. Lasci che siano loro a parlare di te, e se prima parlavano di
ciò che era accaduto da malati della tua assenza, ora parlano di una relazione
che ha cambiato le loro storie tramutandosi in malati della tua presenza. Si
gioca tutto qui. Parlare di te solo come assente o arrivare a cercarti anche
come presente. Le due cose non si annullano, il rischio è quello di rimanere
solo nello spazio confortevole dei ricordi. Rileggere tutta la storia vissuta
ma, ancora più, tutta la storia universale riferendosi a Te, vivo, adesso.
Quello che accade è che, se tu sei respiro del nostro respiro, ogni cosa assume
una prospettiva totalmente nuova. Non è retorica, è cambio radicale di
paradigma. Emmaus è svelare la vocazione del Creato. Se ogni parola della
Scrittura si riferisce al Risorto, se ogni aspetto della vita è a Lui riferito
ecco che tutto è svelato, ogni atomo, ogni istante non è altro che inserito in
quel movimento di morte e resurrezione che Cristo ha manifestato. Emmaus è
aprire gli occhi sul movimento intimo del mondo. E quindi anche su noi stessi.
Noi siamo chiamati a morire, continuamente morire, per risorgere in Cristo, e
questo per il semplice fatto che anche noi siamo “riferiti” a Lui.
Solo così anche la prima chiamata dei discepoli non è solo uno strappo violento,
una pesca dolorosa, ma l’esplicitazione del destino che ogni vita custodisce.
Pescati per essere salvati.
Amare, questa parola così pericolosa e abusata, questo rischio e questa fonte di
incomprensione, questa malattia e questo delirio, amare non è altro che
accompagnare ogni cosa a scoprire di essere riferita a Cristo. Che ogni cosa
scorre verso di Lui, che ogni persona è chiamata a morire e risorgere in Lui.
Emmaus è una sfida, una provocazione, non si dà vero amore fuori da questa
traiettoria di salvezza. Solo in Cristo siamo davvero liberi. E questo si
spaventa. Solo chi è davvero malato di Lui può osare tanto.
*
> “Egli attende solamente la fine del nostro racconto e il termine della nostra
> storia per rivelarci chiaramente che egli è sempre stato là”.
Egli è sempre stato nella nostra vita. La Resurrezione non è qualcosa che sarà,
non è il lieto fine imposto dall’alto al fallimento della missione umana di
Gesù, l’abbiamo appena visto nel mistero della Pasqua, ma la comprensione di una
fedeltà, di un’alleanza di Dio alla nostra vita che non viene mai meno. Entrare
in questa logica cambia decisamente la nostra prospettiva sulla vita. Siamo al
mondo per incontrarlo, per fare esperienza che noi stessi non siamo nulla senza
di Lui, che fuori dalla comunione, dalla sua alleanza, semplicemente, moriamo.
Come suonano queste parole alle nostre orecchie? Sono promessa o minaccia, ci
sentiamo compresi o invasi? Viene in mente il fratello maggiore della parabola,
“tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15,31), questo dice il
padre che qualcuno definisce misericordioso e che altri sentono come invadente.
Emmaus vuole spazio e tempo e un cammino, Emmaus è lo spazio che Cristo disegna
intorno ai suoi amici perché loro possano decidere di se stessi e del loro
rapporto con Dio. La vita non è altro che il tempo e lo spazio che ci è donato
per tentare di abitare l’intimità con il Signore e per decidere, giorno dopo
giorno, se abitare l’Alleanza con lui come una Grazia o come una maledizione.
Rembrandt, Cena in Emmaus, 1629
*
> “Alla sera di questo giorno, vogliono fermare presso di loro il sole”.
I due a Emmaus, nel cuore della notte, vogliono fermare il loro sole. Perché
sentono che senza di Lui loro stessi franerebbero in una notte oscura
impossibile da attraversare. Emmaus è un legame, la nostra vita di fede dovrebbe
essere un legame, ogni nostra relazione dovrebbe riflettere la luce dell’Unico
sole. Cristo si rende indispensabile. Si propone alla loro libertà, attende di
essere implorato. È una danza, si propone, si ritira, si mostra, si nasconde, si
avvicina, si allontana… è una danza, è un rischio, è una proposta, è una
seduzione. Emmaus è il racconto di un Dio così vivo da assumere i contorni
dell’amato. È il Cantico dei Cantici. È un Dio che abita il creato per farci
innamorare di lui. È un terribile rischio, è totalmente altro rispetto alla
caricatura che ci siamo fatti di Lui, “noi speravamo che fosse lui a liberarci”,
questo dicono ancora i nostri sogni disidratati e intanto Dio spera solo che
possiamo innamorarci di lui. Che decidiamo di non liberarci mai più della sua
presenza.
*
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro
vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore
mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti
gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore
è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo
la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24,31-35)
> “Il Creatore si riconosce da ciò che crea; il Salvatore si manifesta in ciò
> che salva. Tu sei il Dio vivente”.
Apparire, sparire, restare. Vederlo nei tratti dell’uomo di Nazareth, percepirlo
in questa danza che altro non è una liturgia fatta di parole e pani spezzati,
sentirlo presente ovunque, eternamente. Sentirsi presenti a lui. A questo Dio
che è Creatore perché parla attraverso il creato, perché è colui che crea e ci
ricrea grazie alla misericordia. Dio Salvatore perché in Lui ci salviamo dalla
disperazione, dal leggere la vita che viviamo come una lenta e imperterrita
discesa verso il buio dell’oblio. Dio vivente perché abita la vita, perché la
vita tutta diventa spazio per divinizzarci. Per lasciarci trascinare in Lui. Per
Cristo, con Cristo, in Cristo. Emmaus non è altro che una splendida definitiva
salvifica liturgia.
*
> “Non avremo altro da testimoniare se non le tue opere in noi. Ci fai tu stesso
> ciò che abbiamo da dire di te, mettendo già nelle nostre vite ciò che tu
> metterai sulle nostre labbra”.
Emmaus è il racconto di una conquista amorosa, è scoprirsi svuotati, è
arrendersi a Lui. Tutto scompare perché tutto ormai parla di Lui, e in questo
Tutto anche noi, strumenti nati solo per cantare la sua presenza al mondo. Nulla
abbiamo da costruire, nulla da dimostrare, nulla da conquistare, solo da
mostrare le Sue opere in noi. Se Dio ci ha amati, se Dio ha amato anche me e
continua ad amarmi, se Lui è più grande della mia miseria allora è vero che il
nostro destino è eterno sotto il segno della Sua promessa. Emmaus è il racconto
di uomini che finalmente comprendono che il senso del nostro essere vivi è solo
quello di testimoniare le Sue opere in noi.
Alessandro Deho’
Le citazioni sono tratte da: Michel de Certeau, “I pellegrini di Emmaus”,
Cittadella, 2009”
In copertina: Caravaggio, “Cena in Emmaus”, 1601-1602
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
L'articolo Emmaus. Malati di Cristo proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte
del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù,
stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e
il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io
mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A
coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non
perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse
loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito
nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche
Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi
disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano
e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose
Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai
creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati
scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è
il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
(Gv 20,19-31)
Tommaso fissato a simbolo eterno dell’incredulità. Tommaso patrono di coloro che
non credono fino a quando non toccano. Tommaso il discepolo mancante (perché non
era con i Dodici quando il Risorto decise di farsi presente la prima volta?)
Tommaso è il discepolo che Gesù non ha aspettato. Tommaso il discepolo che sfida
gli amici con una frase perentoria “se non vedo non credo”. Tommaso dietro cui
ci facciamo scudo quando facciamo fatica a credere, quando ci sembra poco
credibile la resurrezione. Tommaso e la sua pretesa di sprofondare nel segno dei
chiodi. Tommaso che la mano, alla fine, non la affonda nel costato di Cristo.
Tommaso che crolla ai piedi del Maestro. Tommaso e la sua fede.
Avvicinarsi alla figura evangelica di Tommaso è sempre una sfida, ognuno legge
un frammento diverso, qualcuno proietta una propria debolezza, altri ne traggono
provocazioni o rassicurazioni ma Tommaso sfugge sempre. È vero, è la grammatica
del Vangelo, colui che non si lascia addomesticare dall’uomo è innanzitutto Gesù
di Nazareth, eppure Tommaso stupisce sempre, ci mettiamo al suo fianco, spesso
ci mettiamo al suo posto e sempre le interpretazioni divergono
molto. L’impressione è che confrontarsi con il discepolo che per tanto tempo è
stato paladino dell’incredulità, una sorta di antesignano del positivismo, non
sia altro che un gioco di specchi, un labirinto. Si cammina sospesi tra la
simpatia provata per l’uomo che grida la sua fatica di credere nelle apparizione
del Risorto e l’ammirazione per quello stesso uomo che, dopo poco, frana ai
piedi del Risorto. Approcciare Tommaso è accettare che il suo volto si
moltiplichi, è non fermare le innumerevoli interpretazioni, è sovrapporre il suo
volto al nostro, è perdersi, ritrovarsi, tornare a perdersi. È cercare le
ferite, ritirare la mano, tornare a elemosinare di poter affondare il nostro
dito nel Suo costato. La fede di Tommaso è la nostra fede, è il tentativo di
liberarci dal nostro io incredulo per naufragare finalmente nella sicurezza del
credente. Tommaso lo sentiamo comunque vicino. Sempre. Tommaso parla, e la sua
storia si moltiplica, all’infinito.
*
TOMMASO, TUTTO DOVREBBE ESSERE DIVERSO.
> “Non solo dunque incredulità, ma anche ostinazione a non credere. Dov’era
> Tommaso in quei giorni? per dove ha girato in quel tempo di passione,
> l’incredulo, il più smarrito forse, colui che più di tutti potrebbe
> rassomigliarci. Perché questo è il problema: se noi davvero crediamo che
> Cristo sia risuscitato da morte. Pur andando in chiesa, chissà se tu ed io ci
> crediamo davvero che Cristo è risorto. Perché se si crede a questo, tutto
> dovrebbe essere diverso, il modo di pensare, di agire, soprattutto il modo di
> morire”.
>
> (David Maria Turoldo, Tempo dello Spirito, Gribaudi, 1966)
Il Tommaso di Turoldo assomiglia a Turoldo. È ostinato, friulano e concreto. Si
può essere ostinati a non credere ma anche a credere, è un modo come un altro,
molto contadino, di affrontare la vita. Il Tommaso di Turoldo non c’era quel
giorno, l’assenza però non denota una mancanza ma una scelta. Era l’incredulo,
nobile postura, che ha fatto suo il tempo di una personalissima Passione.
Turoldo non ha mai manifestato troppa tenerezza verso una fede borghese da
cristiano della domenica, il suo Tommaso infatti è l’emblema di un altro modo di
credere. Perso per scelta, non si rinchiude per paura dietro alle porte chiuse
di una sacrestia, la sua assenza è denuncia, il suo smarrimento un
merito. Turoldo, si capisce, spera di somigliargli. Poi il poeta sembra prendere
il discepolo per il bavero, sembra portarlo a forza tra i suoi, in chiesa, e
solo lì lo interroga: ma se crediamo alla resurrezione non deve essere tutto
diverso? Non deve essere diverso il pensare, l’agire, il credere? Non dovrebbe
essere tutto diverso? Anche il morire. E allora perché non lo è? Turoldo sembra
interrogare Tommaso, il Tommaso che si porta dentro. Il Tommaso orgoglioso e
ostinato, il poeta figlio di contadini, il discepolo con le mani enormi,
possenti. Il poeta dalla voce profonda chiede a Tommaso perché lui non vede
ancora i segni della fede con chiarezza. Perché è così difficile vivere e morire
da cristiani? Perché sembra tutto ancora uguale a prima della Sua resurrezione?
Nel Tommaso di Turoldo ci specchiamo fino a quando il discepolo non decide di
pronunciare quelle parole di sangue e di miele: “mio Signore e mio Dio”. Quel
“mio” è una cesura, in quel momento il discepolo non è più nostro, è solo Suo,
ed è un mistero insondabile quel legame di vitale appartenenza. Turoldo uomo di
fede e di poesia lo sa, lo sa bene. Forse solo il drago che ne minerà la salute
lo porterà a pronunciare la definitiva professione di fede. Ma non lo sappiamo,
il Tommaso di Turoldo resta solo suo. Anche Turoldo ora, resta solo Suo. A noi
di contemplare l’ostinazione che, nel frate, diventa un valore. Una
caratteristica divina. Dio, l’ostinato. Sperando di diventare anche noi solo
suoi.
San Tommaso secondo Simone Martini
*
TOMMASO, CEDILO QUESTO TUO IO!
> “Ti devo sopraffare. Non ti posso risparmiare di pretendere da te la cosa più
> cara che hai, la tua malinconia. Dàlla via, anche se ti costa l’anima e il tuo
> io crede di morire. Butta via questi idoli, il freddo grumo di pietra nel tuo
> petto, e io ti darò al suo posto un cuore nuovo di carne, che batterà secondo
> il polso del mio. Cedilo questo tuo io, che vive del fatto di non potere
> vivere, che è malato perché non può morire: lascialo perdere, così comincerai
> finalmente a vivere”.
>
> (H.U. Von Balthasar, Il cuore del mondo, 1994; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 14, Queriniana, 2009)
Il Tommaso di Von Balthasar è travolto da Dio, si lascia sopraffare dal Risorto.
Immagine potente, da mistico. Il Tommaso di Von Balthasar è un pensatore che non
può più pensare, un teologo che non può più teorizzare, un filosofo che non può
più dedurre, è un uomo che si lascia travolgere, che si abbandona. Per qualcuno
è davvero difficile lasciarsi andare, abbandonarsi, consegnarsi. È l’approdo di
una vita di fede, di una lotta: la resa. Il Tommaso di Von Balthasar è vittima
consegnata al predatore, il Dio avvoltoio si scaglia sul tesoro conservato nel
romantico cuore del teologo: ne preda la malinconia, la parte più preziosa. Un
buon allenamento avrebbe permesso di cibarsi di nobile tristezza fino al giorno
della morte, su quel sentimento si sarebbe potuto costruire una buona e nobile
antropologia. La malinconia è probabilmente moneta più facile da scambiare al
banco degli intellettuali, sicuramente molto più accettata della speranza, così
infantile e ingenua.
Il Tommaso di Von Balthasar è affezionato al suo cuore di pietra, in esso trova
scolpite le regole da seguire, e poi è resistente, impermeabile all’amore. Il
cuore di carne invece è troppo vivo, è animale, non si può addomesticare, per
questo fa paura. Il cuore di carne è pericoloso, batterà secondo il polso
dell’Eterno, sarà per Tommaso come vivere con un cuore straniero. Il Tommaso di
Von Balthasar è spietato, perfetta la diagnosi della tentazione, il tuo cuore di
pietra “vive del fatto di non poter vivere”, è il Tommaso che spera che tutto
rimanga sotto l’ombra della morte, che la pietra rimanga a sigillare il
sepolcro, è l’uomo che ha paura di vivere perché vivere è perdersi, innamorarsi,
soffrire, sbagliare. Vivere è volgare. Morire è perfetto. Il Tommaso di Von
Balthasar non è semplicemente un incredulo convertito, è malato, “malato perché
non può morire”. E forse non lo vuole. Comprende che togliere la pietra dal
sepolcro è condannare il mondo intero ad essere un cimitero. È obbligare ogni
uomo a morire. Senza morte non si dà esperienza di Dio. Il Tommaso di Von
Balthasar ha paura della morte, ma sa bene che è l’unico pertugio per accedere
alla consapevolezza dell’Eterno.
*
TOMMASO, RESITENZE RAGIONEVOLI
> “Il Signore mostra di non offendersi dell’incredulità di Tommaso, ma ne fa
> anzi un argomento per la nostra fede. Non è vero che al Signore dispiacciono
> certe nostre resistenze. Quando sono resistenze ragionevoli. (…) È vero che
> egli si è mostrato contegnoso e renitente, e che prima di gridare: «Signore
> mio e Dio mio», ha voluto essere sicuro della piccola garanzia che offrono i
> sensi, ma, adesso, il Signore sa che può contare su di lui più che sugli
> altri, che quel grido è un credo che verrà continuato anche davanti al
> martirio. Tipi come Tommaso ci mettono un po’ ad inginocchiarsi, ma, quando si
> inginocchiano, si inginocchiano veramente, quando amano, amano veramente.
> Quando Tommaso si offre, è un uomo che si offre. E se offre a Cristo il
> proprio cuore, è un cuore d’uomo che si offre. E se china la sua testa davanti
> a lui, è una testa d’uomo che si china. Così comincia l’adorazione «in spirito
> e verità»”.
>
> (Primo Mazzolari, La parola che non passa, 1984; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 4, Queriniana, 2000)
Il Tommaso di don Primo Mazzolari ha fatto la resistenza. Una resistenza che,
agli occhi del prete scrittore, non può che essere ragionevole. Il Tommaso di
don Mazzolari si relaziona con un Dio che apprezza le persone di carattere. Il
suo Signore ama i figli che non si abbandonano a facili sentimentalismi, che non
credono perché devono credere, che si oppongono al potere, che mettono al primo
posto la libertà. Il Dio del Tommaso di don Primo assomiglia molto a don Primo.
Il Tommaso di Mazzolari è un uomo che è cambiato radicalmente e, proprio in
virtù di quella faticosa e cristallina conversione, è diventato il discepolo più
affidabile. Il Tommaso Mazzolariano è l’alleato perfetto per tentare di
convertire i rudi contadini della Bassa. È il modello che potrebbe tramutare la
condizione di una prima chiusura al mistero in santità. Il suo Tommaso rassicura
le mogli inginocchiate in Chiesa avvolte dai veli: i vostri figli e i vostri
mariti, increduli, possono diventare addirittura tra i più affidabili discepoli
del Cristo. Il Tommaso di Mazzolari è simbolo dell’uomo vero, onesto, coerente.
In lui nessuna ombra di doppiezza, una volta che ha deciso di fidarsi non si
tirerà indietro, mai. Il Tommaso di Mazzolari è un uomo compiuto. Il Tommaso di
don Primo racconta il bisogno di partorire al mondo il profilo di un credente
coerente e maturo. Nel Tommaso di Mazzolari si legge la speranza per un Chiesa
diversa finalmente battezzata in spirito e verità.
Matthias Stom, Incredulità di Tommaso, tra il 1630 e il 1640
*
TOMMASO SORPRESO E INQUIETO
> “La qualità spirituale di quelle porte chiuse è illustrata con molta efficacia
> dall’undicesimo discepolo, che la prima volta non c’era. Incontrando i
> compagni, li trovò così aperti e loquaci da esserne sorpreso, e anche
> inquietato”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Nel Tommaso di Giuseppe Angelini ci sembra di ritrovare tutte le persone che
rischiano di smarrirsi per eccesso di fede, altrui. Il suo Tommaso incontra i
compagni ma trova in loro troppa apertura, troppe parole, troppa speranza,
troppa facile felicità. Come quando siamo appesantiti da un lutto e ci sentiamo
quasi in colpa perché chi va in chiesa, proprio perché Cristo è risorto, non
dovrebbe più soffrire, dovrebbe credere. Ci sentiamo vicino a questo Tommaso,
siamo con lui, con il suo essere fuori tempo e fuori posto, con il suo ritardo
ma, soprattutto, siamo al suo fianco nella critica che rivolge a certe
testimonianze cristiane che non hanno imparato la pedagogia paziente del
Maestro, che non sanno rispettare i tempi della conversione, che non sanno
tacere. Il Tommaso di Angelini è smarrito davanti all’apertura e alla loquacità
di chi sembra aver dimenticato il dramma del Calvario. Sembra quasi che sia
l’eccesso d’entusiasmo dei discepoli a spingere Tommaso a chiedere di ritornare
alle ferite. Il Tommaso di Angelini è travolto da una testimonianza che non solo
sorprende ma arriva ad inquietare. È una descrizione forte questa. La sento come
una critica verso tutte quelle manifestazioni di fede che smarginano in
sicurezze troppo esibite, in felicità che non prevedono ombra, in dogmi che
annientano dubbi. Il Tommaso di Angelini sembra voler mettere in guardia i
convertiti, le persone travolte da eccesso di fervore, una testimonianza che
brucia i tempi, che non si mette in umile ascolto dei tempi dei fratelli rischia
di diventare dannosa. Più ancora, una testimonianza anche sincera non può
convincere, può solo accompagnare fino alla soglia. E sulla soglia ritirarsi, e
immergersi nel silenzio, e lasciare al fratello di poter fare esperienza
personale del Vivente.
*
TOMMASO VOLER NON VEDERE
> “C’è un’espressione Zen molto nota che dice: «Se incontri Budda, uccidilo» (…)
> Dobbiamo essere infintamente grati a Tommaso, cui Gesù non ha fatto un favore.
> Lo ha lasciato lì in mezzo al guado, e del resto non poteva far altro:
> l’ultimo tratto Tommaso doveva farlo da solo, come ognuno di noi. Ma, grazie a
> lui, Gesù ci trasmette a parole l’insegnamento che comunica direttamente con
> l’insegnamento buddista. Leggiamolo come è scritto nel testo greco: «Beati
> coloro che non (mi) vedono e sono credenti». La beatitudine consiste nel non
> vedere Gesù e, proprio perché non è visto, credere. Proprio perché non vedo
> Cristo, l’oggetto Cristo, Cristo è vivo in me; proprio perché Budda non lo
> incontro, sono vivo in Budda. Eppure noi, stolti come Tommaso, vogliamo vedere
> Cristo, vogliamo incontrate Budda, e pensiamo che allora e solo allora la
> nostra fede sarà completa: rischiamo di fare della fede un giocattolo che
> prima o poi, per forza, dovremo rompere”.
>
> (Jiso Forzani, Il Vangelo secondo Giovanni e lo zen, Edizioni Dehoniane, 2001)
Il Tommaso di Jiso Forzani è Zen. Se incontri Budda uccidilo, anche di Cristo
occorre privarsi, del “Cristo oggetto”, anche lui occorre uccidere. Nel Tommaso
di Forzani non c’è spazio per il discepolo incredulo, per lui Tommaso è l’uomo
di una nuova beatitudine, quella di non aver visto Gesù. Si può credere solo in
ciò che non si può vedere, sembra questo il messaggio incarnato nell’esperienza
di Tommaso. O comunque nell’esperienza di un cristianesimo che tenta un dialogo
fecondo con dottrine orientali. Se non vedo Cristo, Cristo è vivo in me. Tommaso
diventa così il difensore di una fede che non cerca di impossessarsi di un
concetto, di una immagine, di una teoria, il Cristo di Forzani sembra non
esistere se non nell’esperienza del discepolo, siamo noi Tommaso e Cristo non
esiste se non nelle nostre carni, siamo ostensori, corpi che rendono visibile
l’invisibile. Il Tommaso di Forzani chiama stolto il Tommaso che vuole vedere
Cristo, che vuole toccare le sue ferite, e noi con lui, quando stoltamente
facciamo di Cristo un giocattolo. Eppure le ferite rimangono, nel Risorto, sono
lì, ben visibili, come a rimandarci ad un sepolcro oggettivamente vuoto, forse a
ricordarci che Cristo non vive solo nell’illuminazione spirituale dei
discepoli.
*
TOMMASO, LE RAGIONI PER CREDERE
> “Sì, beati noi, che possiamo dire con Tommaso, divenuto credente «Mio Signore
> e mio Dio!». Infatti se crediamo che Cristo è vivo non è solo perché altri
> testimoni veritieri hanno visto; qualunque sia la necessità della loro
> testimonianza, essa è conseguenza di un riconoscimento personale del Signore
> risorto; conseguenza di un atto che trascende ogni prova, ogni logica. Cessare
> di essere increduli per diventare credenti? Un cammino difficile, certo, ma
> non la conclusione necessaria di una «prova». Abbiamo ragioni per credere,
> ognuno può elencare le sue. Ma alla fine dobbiamo riconoscere che nessuna di
> queste è «la» ragione della nostra fede”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni
> Paoline, 1993)
Il Tommaso di Robert Gantoy e Romain Swaeles è l’uomo che non si accontenta di
credere perché altri hanno creduto, perché altri glielo hanno testimoniato. Per
anni questo aiuta, si individuano testimoni credibili, maestri da emulare, ci si
fida e affida al pensiero di saggi, santi, sapienti, testimoni. Poi, un giorno,
non basta più. Neppure immergersi in libri, in spiegazioni, in trattati, perché
credere non è “la conclusione necessaria di una prova”. Non ci sarà mai la prova
definitiva, non per noi, non per i testimoni che avevamo incoronato a patroni
della nostra tranquillità. Il Tommaso dei due monaci è l’uomo che è partorito da
un incontro personale. A questo siamo chiamati. Doloroso e liberante parto. Il
loro Tommaso è l’uomo maturo che davanti ai dubbi di fede non si accontenta di
fidarsi di altri e allora ecco la sfida: elenca le tue ragioni per credere.
Saranno tue e solo tue, non saranno mai definitive, saranno sempre fragili e
indispensabili, saranno il tuo rosario, la tua preghiera, la litania della
speranza quando tutto sembra crollare. Saranno inutili nel loro non arrivare mai
a conclusione e saranno, insieme, essenziali, proprio se accettano di non
arrivare mai a conclusione, non ora, non qui. Ma non saranno vane solo se
fioriranno in una relazione. Elencare le ragioni per credere ma farlo dando del
“tu” a Dio, cercando di scovarlo, implorando, parlando, interrogando, come
Giobbe, in verità impaziente, ma salvo solo per il suo non sfilarsi mai dalla
relazione con il Signore. Tommaso dice “mio” e quel legame vitale è l’unica
sfida, l’unica “prova”. Siamo suoi. Ieri, oggi e sempre.
E lo dice perfettamente il Tommaso di un altro teologo, Severino Dianich:
> “L’ultimo atto di coerenza dei discepoli, nel consegnare la loro speranza per
> il destino del mondo a Gesù, è la estrema professione di fede, che troviamo in
> una delle ultime pagine dell’ultimo dei vangeli, pronunciata da Tommaso
> davanti al risorto: ‘Signore mio e Dio mio!’. Se la fede cristiana non
> giungesse all’affermazione della divinità di Gesù, tutta la considerazione del
> valore salvifico della sua morte e della sua resurrezione resterebbe priva
> della sua condizione essenziale di plausibilità. Infatti quel rapporto
> esistenziale, interiore e profondo, per il quale il credente si sente assunto
> nel mistero della sua morte e della sua resurrezione e così rinato ad una
> esistenza nuova e destinato alla vita eterna non sarebbe in alcun modo
> pensabile. Solo con Dio infatti è possibile un rapporto di questo genere, in
> forza della sua trascendenza onniavvolgente, nella quale, ben prima di
> qualsiasi consapevolezza o qualsivoglia decisione di fede, noi tutto ‘viviamo,
> ci muoviamo ed esistiamo’”.
>
> (Severino Dianich, Il messia sconfitto, Piemme, 1997)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Caravaggio, Incredulità di San Tommaso, 1600-1601
L'articolo Tommaso, uomo proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal
sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù
amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e
giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e
osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato
là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro
discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non
avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
**
MARIA DI MAGDALA, QUESTO MI BASTA
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal
sepolcro. (Gv 20,1)
> “Sarai in grado di riconoscere che il tuo spirito è pienamente risorto in
> Cristo se potrai dire con intima convinzione: «Se Gesù vive, questo mi
> basta!». Questa parola esprime davvero un attaccamento profondo e degno degli
> amici di Gesù. Com’è pura l’affezione che può dire: «Se Gesù vive, questo mi
> basta!». Se egli vive, io vivo, perché la mia anima è sospesa a lui, di più
> egli è la mia vita è tutto ciò ci cui ho bisogno. Che cosa mi può infatti
> mancare, se Gesù vive? Anzi mi manchi pure tutto il resto, questo a me non
> importa, purché Gesù viva… Se a lui piacesse anche che io mancassi a me
> stesso, a me basta che egli viva, fosse pure per se stesso. Quando l’amore del
> Cristo assorbe così totalmente il cuore dell’uomo, al punto che egli si
> trascuri e dimentichi se stesso e sia sensibile solo a Gesù Cristo e a quello
> che concerne Gesù Cristo, allora soltanto la carità è perfetta in lui”.
>
> (Guerrico d’Igny, Sermo in Pascha, I, 5; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 4, Queriniana, 2000)
Salpare con Maria di Magdala in quella notte che l’evangelista battezza come un
inizio (ma lei, ancora, non lo sa) non è così difficile. Quando il buio si
intona con le oscurità del cuore basta scegliere di abitare la tenebra, di
intonarsi al dramma. Non sappiamo cosa si muovesse davvero nel cuore della
Maddalena, sappiamo però cosa si muove nel nostro quando scegliamo di stare nel
buio, di adeguarci al lutto, di interpretare continuamente la parte della
vittima da dolore insanabile. Non è facile vivere nella pena ma almeno è
accettabile, per noi che sentiamo di aver trovato la giusta modalità di reazione
agli urti della vita, per la società che comunque comprende la scelta romantica
della macerazione nella fine di un amore. Di un sogno. Di un ideale. Quindi non
so dire con esattezza se trovare una pietra scostata dal sepolcro dei nostri
dolori, dei nostri fallimenti, dei nostri eterni dubbi esistenziali, possa
essere letta immediatamente come una buona notizia. Scompiglia il copione.
Costringe a rimettere tutto in gioco. Soprattutto obbliga a dover imparare una
grammatica nuova, diversa, inaccettabile. David Maria Turoldo scrisse in una sua
famosissima poesia dal titolo A stento il nulla queste parole:
> “No, credere a Pasqua non è
> giusta fede:
> troppo bello sei a Pasqua!
> Fede vera
> è al venerdì santo
> quando tu non c’eri
> lassù!…”
>
> (David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti, Milano 1991)
Poesia splendida che si conclude con quel maestoso “e a stento il Nulla dà forma
alla sua assenza”, eppure quell’inizio mi ha sempre bloccato, non l’ho mai
condiviso. Credo invece sia molto più facile credere in giorno di venerdì,
quando Lui tace (proprio perché Lui tace!) e tutto si gioca in una carne
martoriata ma visibile. È molto più facile stare in una fede impastata di buio,
con la speranza probabile di potere avere un cadavere a disposizione da adorare,
profumare, amare, trattenere. Quante vite si arenano romanticamente sul cadavere
idealizzato di quello che avremmo potuto essere togliendoci così l’imbarazzo di
andare per il mondo, come suggerisce Guerrico d’Igny a proclamare “Se Gesù vive,
questo mi basta!”. Nessun saggio si siederebbe ad ascoltare questo infantile
grido mistico, sui turbamenti della fede, sulle ombre che incrostano pensieri di
laici devoti; invece, è sempre molto più interessante adagiarsi. Siamo sempre
allo stesso punto. Per credere, per credere nella Resurrezione, bisogna perdere
se stessi, occorre avere un’anima “sospesa a lui”, dire che Dio “è la mia vita,
è tutto ciò di cui ho bisogno”, che siamo pronti a perdere noi stessi pur di non
perdere Lui. No, credere nella Resurrezione non è più facile rispetto a
scegliere di abitare eternamente il dubbio e il dolore. Credere a Pasqua è
trovare la forza di proclamare quella che sembra l’ingenuo sogno di un bambino.
Abitare la Resurrezione chiede la follia degli amanti, la pazzia dei mistici,
chiede di perdere la faccia. E lo sa bene l’apostolo Paolo:
> Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano,
> altri dicevano: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”. Così Paolo si
> allontanò da loro.
>
> (Atti 17,32-33)
*
PIETRO, LA RESURREZIONE È UN LEGAME
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù
amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’hanno posto!». (Gv 20,2)
> “Padre e Figlio (…) hanno vissuto tutta la passione intimamente uniti. Insieme
> hanno acconsentito alla morte di Gesù, dolorosa tanto per l’uno quanto per
> l’altro. Al cuore di quella morte, il Padre non abbandona il Figlio, e il
> Figlio stringe sempre la mano del Padre. Come cantava il salmo: il Padre non
> può abbandonarlo alla morte, né lasciare che il Figlio amato veda la
> corruzione (cf. Sal 16,10). E come ripeteranno continuamente gli apostoli nei
> loro primi discorsi sulla pasqua, è la destra di Dio che ha esaltato Gesù come
> principe e salvatore. colui che dona il perdono e la remissione dei peccati”.
>
> (André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2017)
Ma per fortuna Maria di Magdala corre, forse riesce a credere solo che il corpo
dell’amato sia stato rubato, però corre, chiede al suo di corpo di ritrovare
velocità, urgenza, concede allo smarrimento il dono di una relazione: cerca gli
amici. Maria di Magdala rintraccia qualcuno con cui entrare in dialogo. Non è
sfumatura di poco conto. Come non è indifferente che non sia solo Pietro ad
essere interpellato, con lui c’è anche l’altro discepolo. La Resurrezione si
comprende solo assumendo la logica dei legami, perché la Resurrezione è un
legame! Non l’intervento di un Dio che dall’alto irrompe nella storia per
correggere una traiettoria errata, non il colpo di teatro dell’Onnipotente a
sistemare il più grande e drammatico errore dell’umanità ma lo svelamento
dell’essenza profonda della vita di ogni uomo: il legame indissolubile con
Lui. Quello manifestato in Cristo in modo unico e perfetto. Gesù è il Dio che si
fa uomo per rendere visibile il legame eterno di Alleanza tra il Padre e il
Figlio, tra Creatore e creature. La Resurrezione svelata il mattino di Pasqua
con quel sepolcro oggettivamente vuoto (senza il quale non sarebbe stato
possibile per i discepoli iniziare un itinerario di conversione, di rilettura,
di comprensione!) accompagna i discepoli a ricordare e riconoscere quella
testimonianza cristallina che Cristo ha da sempre predicato nella sua carne, “il
Padre non abbandona il Figlio, e il Figlio stringe sempre la mano del Padre”.
La Resurrezione non è comprensibile se non nella rilettura esperienziale di un
Dio che non ha mai abbandonato il Figlio, di un Figlio che nella sua carne ha
reso visibile la presenza dell’Invisibile. La Resurrezione è comprensibile solo
tentando di seguire la domanda della Maddalena (“non sappiamo dove l’hanno
posto!”) ma provando a rispondere a partire dall’esperienza di vita condivisa
con il Maestro: Gesù non può che essere nel “luogo” dove è sempre stato: nel
seno del Padre. Se la Resurrezione fosse solo irruzione esterna, evento
dall’alto, il Risorto sarebbe apparso a tutti, invece la possibilità di accedere
alla logica della Resurrezione è possibile solo per chi abita la relazione con
Lui. Il Risorto appare solo ai suoi. Non può far altro, abitare il legame è la
dinamica insita alla comprensione della Resurrezione.
Si comincia già a intravedere quale sarà la logica futura, il tempo dello
Spirito Santo, l’esperienza di una promessa, Alleanza davvero definitiva: io
sono stato con voi, io sono con coi, io sarò sempre con voi. È questa l’unica
porta d’accesso per intuire l’Annuncio Pasquale che altro non è se non lo
svelamento del senso profondo della vita degli uomini. Siamo vivi per scegliere
di vivere nel Suo legame d’Amore. Relazione che diventa segno/simbolo visibile
in tutti quei tentativi d’amore che rendono viva la viva. La Resurrezione matura
in noi ogni volta che tentiamo di amare come Lui ci ha amato. Vangelo.
Maria Maddalena secondo Piero di Cosimo, 1490-95
*
L’ALTRO DISEPOLO E LA VELOCITA’ DELL’AMORE
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e
giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. (Gv
20,3-5)
> “Nella Chiesa l’amore va sempre più in fetta del ministero. Si accorge più in
> fretta di ciò che bisogna fare, si impegna sempre con generosità. Il
> ministero, anche quando si muove con la massima rapidità, non può raggiungere
> l’amore… L’amore consiste nella generosità; ed è in questa che è più rapido…
> Ma l’amore non è un folle che corre in modo insensato. Infatti entrambi
> corrono bene insieme. L’amore resta in giusto contatto con il ministero e a
> sua disposizione, ma è comunque lui che trascina”.
>
> (H. Urs von Balthasar, Adreinne von Speyr et sa mission théologique, Apostolat
> des éditione, Paris, 1976, pp.225-226; da Commento delle Letture dominicali,
> Edizioni Paoline, 1992)
Anche la corsa verso il sepolcro non è traiettoria individuale, corre Pietro e
corre l’altro discepolo, corre il magistero, secondo l’interpretazione di Von
Balthasar, e corre l’amore, ma l’amore è più rapido, meno appesantito, più
generoso. Eppure non entra nel sepolcro, aspetta. Mi sembra la descrizione di
tutti i nostri tentativi di vita, spesso goffi e dolorosi. Non penso
immediatamente al magistero come alla raccolta di leggi che governano la chiesa
istituzione, penso al dissidio che ognuno di noi si porta dentro. Penso a chi
corre rapido e tiene il passo dell’Amore, ma poi deve fermarsi, aspettare,
perché quell’amore se non prende carne, se non assume il magistero della
concretezza, se non si ordina in disciplinate regole è la dissoluzione in mille
fantasie, è la spiritualizzazione delle migliori intenzioni, è la gabbia dorata
degli indecisi, è la trincea dietro cui si difende chi ha paura del corpo. Penso
a chi, al contrario, non riesce più a contattare l’amore ed è imprigionato in
uno scialle di norme e di regole, di dogmi personali, di teorie inscalfibili che
impediscono di cedere, di credere davvero, di affidarsi. Penso a chi vorrebbe
amare e non ne ha più il coraggio, a chi non ne ha mai fatto piena esperienza
oppure a chi ci ha provato, e si è bruciato. Penso a chi non si fida della
concretezza del mondo, a chi trova sempre un motivo per non affidarsi a nessuna
istituzione perché qualsiasi istituzione non mai pura come l’idealizzazione
dell’amore. Penso che la corsa di Pietro e dell’altro discepolo ce la portiamo
dentro e non è mai risolta del tutto, e che fede sia stare nel doloroso
discernimento di tentare di far accedere nel sepolcro, a breve distanza, il
doppio approccio alla vita.
*
NEL SEPOLCRO L’ABISSO DI DIO
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e
osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato
là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. (Gv 20,6-7)
> “Se guardiamo a Gesù, possiamo credere che con la morte una vita non cade nel
> vuoto abisso dell’assurdità, ma nell’abisso di Dio”.
>
> (Karl Rahner, Che cos’è la risurrezione, Queriniana, 1987)
Non è così difficile credere sul Calvario. Credere nell’ennesimo profeta
incompreso, nel Maestro ucciso dal potere, nel romantico rivoluzionario immolato
dal sistema. Non è così difficile credere nemmeno se si assume lo sguardo del
centurione al Calvario, si può credere di credere in Dio accontentandosi di
adorare un uomo innocente che muore benedicendo. È già tantissimo, ma non è vera
fede. Vera fede non è intavolare un discorso sulla morte del maestro, quello lo
faranno pure i due di Emmaus, da subito, vera fede è tornare indietro, accettare
la morte, entrare nel sepolcro: personalmente! Magistero e Amore, i due
discepoli che ci abitano, devono morire. Un magistero che non muore per il
fratello non è evangelico. Un amore che non dà la vita per il nemico non è
amore. Non è questo l’abisso di Dio? Possiamo limitarci a teorizzare sull’abisso
oppure decidere che non ha senso nulla di noi se non varchiamo la soglia del
sepolcro. Quel passaggio è saggezza o assurdità? Perdere la vita è pienezza o
penosa follia? Entrare nel sepolcro è lasciare che la parete del seme si incrini
per incarnare primavera o è una pietosa fuga da quel mondo che sentiamo
inospitale? Non esiste risposta teorica, preventiva, esiste un legame,
personale, con il Vivente. Esiste la possibilità di accogliere la risposta:
«Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”» (Lc
1,27), sono le parole dell’Angelo a Maria, lo Spirito entra nel Sepolcro della
carne, Annunciazione, Incarnazione, Resurrezione: questo il movimento della fede
di Dio nell’uomo.
William Blake, Le tre Marie al sepolcro, 1800
*
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e
vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli
doveva risorgere dai morti. (Gv 20, 7-9)
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e nella morte. Non alcun effetto liberatorio una
> qualsiasi dottrina sulla resurrezione, bensì l’esperienza della risposta di
> Dio: «Io sono sempre con te!»”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana, 1988)
Solo da dentro il sepolcro si può vedere e credere, immersi in un Vuoto
ordinato, spazio dove la morte ha appena finito di sistemare bende e sudario,
morte che offre il suo volto fecondo e doloroso; la vita non è altro che il
travaglio verso un passaggio, è un parto, una Pasqua. Non si sminuisce il
dolore, non si svuota ingenuamente il dramma, non si disarma la paura, ma ha
ragione Lehmann, fossilizzarsi sul confine non ci aiuta a comprendere. Non ha
senso chiedersi “cosa ci sarà dopo”, pontificare che “nessuno è mai tornato!”,
andato dove? Tornato da dove? Incomprensibile la Resurrezione se non si è in
comunione con il Vivente qui e ora. È la comunione con lui, quella sperimentata
dai discepoli in continuità con tutta la Scrittura (ecco perché solo a Scrittura
compresa iniziarono a credere), quella che avevano sperimentato con Lui e che
ora si illuminava del senso più vero e profondo, ed è così che nascono i
Vangeli, non cronache ma traiettorie offerte per entrare in comunione con il
Vivente, per farne esperienza. Solo così, cercando continuamente la Comunione
con il Risorto, in una vita spirituale insieme leggera (non tutto dipende da
noi) ma anche frutto di disciplina ferrea (la lotta con il mondo non è uno
scherzo), solo così il Sacro non rimarrà spazio di fuga dalla realtà ma luogo
concreto di comunione, ingresso nella verità di ogni vita, intimità con l’Eterno
già qui, già ora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: dettaglio dalla Deposizione di Cristo di Rogier van der Weyden,
1435 ca.
L'articolo Se egli vive, io vivo. Intimità con l’Eterno, già qui, già ora
proviene da Pangea.
In Occidente, la notizia delle imprese di Milarepa giunse grazie a Ippolito
Desideri, il gesuita pistoiese che approdò a Lhasa nel 1716. Desideri restò
affascinato dalla figura di un eremita che “dormiva sulla nuda terra”, che
“altro cibo non prendeva se non un pugno d’ortiche o fresche o secche per
ciascun giorno, e queste cotte nella semplice acqua”. Di quel “romito” Desideri
non riportò il nome, non lo ricordava: spirato nelle spire della leggenda – o
meglio, riposto nel segreto, sulla bocca dei monaci, sorridenti come un pascolo,
rudi come una rupe (raccolgo le informazioni dalla fondamentale Vita di
Milarepa di gTsang smyon Heruka curata da Carla Gianotti per Utet, 2004).
Fu il tibetologo Jacques Bacot, un paio di secoli dopo, a rivelare le vicende di
Milarepa, figura tra le più singolari nella storia umana. Il suo studio,
composto dopo diversi viaggi in Asia, Le poète tibétain Milarépa, ses crimes,
ses épreuves, son Nirvāna, uscì nel 1925, a Parigi, per le Éditions Bossard
– spicca ancora in catalogo Adelphi come Vita di Milarepa, è ancora la porta
d’accesso più semplice per penetrare nel cuore dell’inafferrabile eremita.
Nato intorno alla metà dell’XI secolo da famiglia di pastori-allevatori,
Milarepa (Mi la ras pa) esercitò dapprima come esorcista, come mago ‘nero’. È la
vendetta contro alcuni parenti che, dopo la morte del padre, si erano
impossessati dei beni della sua famiglia ad animarlo nella conoscenza delle arti
e dei malefici. I parenti moriranno nel crollo della casa avita, durante un
matrimonio; i campi devastati da turbini di grandine.
La seconda vita di Milarepa è dunque un percorso tortuoso tra i rivoli
dell’espiazione: comprendere la natura dei poteri, installarsi nell’umiltà,
fuggire il mondo, il mondano. Gli anni di pratica con il grande maestro Mar pa
lo sfiancano: aderire al compito in cieca obbedienza, obbligarsi ad accettare
l’insuccesso, l’incongruo, finanche l’infamia. Imparare che ciò che si
costruisce va distrutto, che ciò che nasce reca lo stigma del dolore. La
leggenda dell’eremita comincia quando Milarepa penetra la ‘realizzazione’:
lascia il maestro, s’infila tra i dirupi, pratica l’insussistenza, la nudità –
interiore ed esteriore –, guidato dal diamante della perspicacia e della
perseveranza.
> “Il suo corpo diventerà verde, la pelle faticherà a tenere insieme le ossa, il
> suo aspetto desterà spavento e ripugnanza… Mi la ras pa, dedicandosi
> unicamente a praticare le preziose istruzioni ricevute, realizzerà alla fine
> il suo scopo santo: raggiungerà la condizione di Buddha. Allora egli canterà
> la sua realizzazione per il bene degli essere umani e non umani”.
>
> (Carla Gianotti)
In un momento esemplare della Vita, Milarepa affronta la sorella, Pe ta,
disfatta dal pianto, disperata per il suo stato, che crede di indigenza. Non
capisce perché, al cospetto dei Lama, che abitano in ricchi monasteri, issati
sul trono riccamente istoriato, artefici di una ‘via’ di successo, Milarepa
abbia scelto la povertà, l’inutilità, il disprezzo, il disgusto. “Non parlare in
questo modo”, gli intima con dolcezza Milarepa, “Ai tuoi occhi il mio essere
privo di veste e la vita che normalmente conduco sono motivo di vergogna. Ma io
sono felice di come sono”. L’estrema spoliazione è il discredito dell’apparenza;
l’estrema follia è la suprema felicità del santo. In uno dei più spregiudicati
canti, l’eremita intona:
> “Dovunque mi trovo, sono felice.
> Qualunque veste indosso, sono felice.
> Qualunque cibo mangio, sono felice.
> In ogni circostanza sono felice”.
Che in quell’eremita felice gli uomini non scorgano altro che l’annientato, il
sommo pazzo, è un segno del raggiungimento.
La singolarità di Milarepa – una ‘eccedenza’ che ha portato alcuni studiosi ad
avvicinare il maestro tibetano, pur nell’incomparabile diversità della pratica e
dei fini, a San Francesco – è la fusione dello spirito ascetico con
l’ispirazione poetica. Milarepa è l’aedo della liberazione, è il celestiale
cantore, il genio che salmeggia tra le rocche, nobile come un leopardo delle
nevi, sagace come un avvoltoio. I centomila canti di Milarepa sono opera
letteraria e sapienziale straordinaria, da mettere al fianco dell’epopea di
Gilgamesh, dei canti di Isaia, delle odi di Pindaro. Qualsiasi paragone,
tuttavia, è improprio per disonestà negli esiti: i canti di Milarepa, con
facondia incantatoria, pura stregoneria del verbo, intendono introdurre gli
uditori nella grande danza della realizzazione. Parola non soltanto persuasiva,
dunque, ma che opera.
Dei Centomila canti esiste una preziosissima edizione Adelphi, stampata nel
2002; purtroppo rimasta ferma al primo tomo. In appendice si traducono alcuni
canti dalla versione francese approntata per Fayard da Marie-José Lamothe. Di
norma, il canto s’innerva su un contesto di dibattito tra i discepoli;
un’occasione invoglia il maestro al verso, che sorge lì per lì, come viva fonte,
quasi ingenerato per naturalezza. Il genere stesso della poesia, che è poi una
montagna rovesciata, con quel procedere tra pinnacoli verbali, abissi nel senso,
verità in ombra e improvvisi di luce, sembra appropriato alla rivelazione,
all’impeto conoscitivo. Nella Bibbia quando il dire prende un’altra ‘marcia’ si
va a perpendicolo, per versi: il lettore deve indossare i ramponi – o meglio, fa
bene a spogliarsi di ogni supporto vivente, di ogni immeritato orpello. Così, i
maestri taoisti infilano i loro insegnamenti nella trama dei versi; il Corano è
un folgorante poema – è il codice degli infiniti poeti sufi, da Rumi ad Hafez,
da Attar ad al-Hallaj. I sapienti zen, in Giappone – pensiamo a Basho o a Saigyo
– vagabondano poetando, oppure – pensiamo a Dogen – distillano il loro ermetico,
arduo pensare in versi di diamantina chiarezza. Spesso, le poesie recano
l’impronta del poeta, ne sono il pur fugace ritratto. Poesia, forse, è l’estrema
nudità – volgersi all’altro lato del vocabolario, negli indicibili, sovvertire i
sensi linguistici del mondo. Stravolgere il linguaggio perché torni illibato –
perché torni illecito.
La poesia non è mai passatempo, letteraria malia, come vorrebbero darci a
credere – impone, quando non un sentiero, una ferita, una feritoia. Da lì,
passano volpi, a fiumane, passano stelle, la trafila dei padri discordi, i
guerrieri in armi, gli inermi, i rapsodi e i rapiti.
**
Risposte ai discepoli
All’epoca in cui Milarepa sostava presso la Rocca del Cuculo Solitario,
Rechungpa gli chiese di intonare la pratica per il corpo, la parola, la mente.
Allora Milarepa intonò:
“Proteggi il legame che ti unisce al corpo del Lama.
Usa la parola con la stessa dolcezza con cui parli al bufalo.
Osserva l’assenza d’origine della mente.”
Allora Rechungpa rispose:
“Noi siamo ignoranti, preda del frainteso.
Come proteggere il legame del corpo?
Come preservare la disciplina della parola?
Come scoprire il lignaggio della mente?”
Così disse e così rispose Milarepa:
“Tre legami legano al corpo del Lama.
Mantenere inalterato il voto.
Proteggere l’autenticità del verbo.
Mirare alla totale libertà della mente
quando è nella sua autentica natura.”
Così cantò e Rechungpa cominciò a commentare:
“Nello spontaneo riconoscere il corpo della verità,
quando i pensieri svaniscono da soli,
appare il corpo felice del buddha.
Questo corpo incarnato agisce
perché ogni creatura ne abbia incanto.
All’origine: liberazione attraverso la rinuncia.
La disciplina della mente definisce la via.
La salvaguardia del voto protegge il frutto.
Distaccandosi dalle preoccupazioni materiali
si abbandonano i pesi imposti dal desiderio
ci si protegge dal vizio e dall’artificio.
Il corpo: il vile non lo custodisce.
La parola: lo stolto non la soppesa.
La mente: un infante non la fende.”
Così disse e rispose Milarepa. “Se si ignorano i punti essenziali è inevitabile
l’errore”. E riprese a cantare:
“Lavorare per la liberazione non è garanzia di libertà.
Un nodo appena allentato, continuerà ad annodarsi.
Senza realizzazione, si va alla cieca, ovunque.
I fenomeni mondani ci legano a questa vita.
Il desiderio è grandine: distrugge ogni virtù.
L’artificio ci imprigiona nella risacca della rinascita.
L’immaginazione infiamma la dualità: la scia
delle convenzioni non si cancella con le parole.
L’attaccamento ci relega al samsara.
Senza lignaggio né trasmissione, la parola avvizzisce.
Yama assale chi non ha disciplina.
Le avversità sono un grumo di relazioni cattive.
L’idea stessa dell’origine va rigettata:
ogni nascita esagera l’ego, ci lega all’ego.
Senza la realizzazione: un regno di desideri
effimeri – tutto è vano privo del vero.”
Così cantò.
Una volta il Jetsün aveva il volto coperta e il giovane Repa gli chiese: “Perché
il venerabile dorme?”. Allora Milarepa cominciò a cantare:
“Ho il capo coperto, è vero, ma vedo lontano.
Le creature mondane hanno occhi spianati ma non vedono nulla.
Ho dormito nudo, mantenendo la dignità del buddha.
I fenomeni terreni distraggono
l’opera intera si compone nella mente:
che meraviglia questo infinito esperire!
Ho compiuto il mio dovere di yogi:
ogni mia azione è compenetrata di felicità.”
Così cantò.
Un giorno, il Jetsün era ospite presso il forte di Tsikpa Kangthil. Rechungpa
gli chiese: “Se le esperienze e le realizzazioni di uno yogi lo conducono a
poteri soprannaturali, queste non dovrebbero rimanere segrete?”.
Milarepa allora cantò:
“Il leone che dimora tra montagne innevate
la tigre che vive nelle oscure giungle
il pesce che guizza nei grandi laghi:
che prodigio se rimanessero nascosti
non avrebbero alcun nemico!
Ecco tre esempi esteriori
da applicare nell’interiore:
il corpo dello yogi
la via del metodo tantrico
l’esperienza della vacuità –
che meraviglia se restassero segreti
non avremmo alcun nemico!
Ma soltanto in pochi dominano tali tesori
pochissimi maestri realizzati abitano in Tibet.”
Così cantò.
Un’altra volta, Shengom Repa confessò al Jetsün i dubbi che lo assalivano. Dopo
averli meticolosamente analizzati, Milarepa cantò:
“Chi non ha realizzato che tutto ha lo stesso sapore
medita sulla pura luce e la crede eterna.
Chi non ha realizzato l’unità del tutto con gioia
medita sulla vacuità e crede che nulla esista.
Se non si comprendono le manifestazioni
meditare sulla non-riflessione è vagare tra idoli.
Chi non riconosce la natura nuda della mente
medita la non-dualità armando artifici.
Chi non ha realizzato l’inesistenza materiale della mente
medita con destrezza ma non rivela altro che la propria contrizione.
Se non ci si distacca dall’attaccamento
ogni disciplina resta discriminazione.
Se non si comprende l’inesistenza di ogni barriera
anche le virtù si trasformano in vizi.
Se non si comprende che nascita e morte non esistono
tutti gli sforzi non conducono ad altro che al samsara”.
Così cantò – i dubbi del discepolo furono sradicati.
Mentre il venerabile Milarepa soggiornava presso il Forte del Legno e
dell’Acqua, nella Grotta di Cristallo, sulle rive del meraviglioso fiume che
sgorga dalla gola della dea Tseringma, alcuni mecenati litigavano perché non
pioveva da tempo. Si recarono dal Jetsün perché arbitrasse il loro dibattere. E
lui rispose: “Ignoro i doveri di questo mondo: quando pioverà smetterete di
essere in lite”.
Rechungpa, tuttavia, pregò il Jetsün di ordire una riconciliazione. “Per uno
yogi è del tutto inutile immischiarsi in tali dispute”, disse Milarepa – cantò:
“Gloriosa montagna, quintessenza dei talenti
tu esaudisci ogni desiderio e ogni necessità
del corpo, della parola e della mente.
Ai piedi del Grande Traduttore
con ardore io ti glorifico!
Dirigere, consigliare, fare da intermediari
non porta che alienazione e dolore.
Se vuoi la postura imparziale
sai restare in silenzio di fronte alle assurdità?
Patria, proprietà, famiglia
obbligano alla ronda nel samsara.
Se vuoi sfuggire ai flutti della sofferenza
sei in grado di recidere la radice della schiavitù?
Egoismo, ipocrisia, astuzia
confinano nei mondi inferiori.
Se vuoi la libertà del paradiso
sei in grado di mantenere retta la mente?
Chi commenta, chiosa, discute
non suscita altro che orgoglio e gelosia.
Se vuoi praticare la nobile dottrina
sei in grado di farti umile?
Una casa, un lavoro, la reputazione
distruggono la concentrazione dello yogi.
Se vuoi custodire l’innata saggezza
saprai annientare ogni pretesa?
Maestri, seguaci, discepoli
comportano afflizione e distrazione.
Se vuoi praticare la solitudine
saprai evitare queste tre insidie?
Magia, poteri occulti, divinazione
mettono a rischio la vita dello yogi.
Se vuoi giungere alla sapienza suprema
saprai essere discreto come il piccolo tordo?
Questo inno dei sette rimedi
destinato a infrangere i sette difetti
l’ho intanato dopo averlo sperimentato.
Che tu possa raggiungere l’illuminazione!”.
Così cantò.
L'articolo “Ogni mia azione è intrisa di gioia”. I canti di Milarepa, l’asceta
poeta proviene da Pangea.
> “È l’amore per l’uomo che lo conduce alla solitudine. Non è possibile vero
> amore che non porti con sé questa specie di lama inesorabile che recide: chi
> più ama più è separato; chi più ama più sente le falsità delle verità
> costituite”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1980)
LA CENA PASQUALE (Mt 26,17-29)
1.
> “La cena pasquale celebra il mistero della continua presenza del Cristo in
> mezzo al suo popolo”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “O Gesù mio, O Dio innamorato delle anime, dove vi trasportò l’affetto che
> portavate agli uomini sino a farvi loro cibo? Ditemi, che più vi resta da fare
> per obbligarci ad amarvi? Voi nella santa comunione tutto a noi vi donate
> senza riserva; è giusto dunque che noi tutti senza riserva ci doniamo a voi.
> Amino gli altri ciò che vogliono, ricchezze, onori e mondo: io voglio essere
> tutto vostro, non voglio amare altri che voi, mio Dio. Voi avete detto che chi
> si ciba di voi vive solo per voi: «Colui che mangia di me vivrà per me» (Gv
> 6,57). Giacché dunque tante volte mi avete ammesso a cibarmi delle vostre
> carni, fatemi morire a me stesso, acciocché io viva solo per voi, solo per
> sentirvi e darvi gusto. Gesù mio, io voglio metter in voi tutti gli affetti
> miei: aiutatemi ad esservi fedele”
>
> (Alfonso M. De’ Liguori, Opere ascetiche, Roma 1934; da Lectio Divina per la
> vita quotidiana vol 13, Queriniana, 2001)
Giuda, uno dei Dodici, si accorda con i capi dei sacerdoti per la consegna del
suo Maestro, comincia così il racconto liturgico della Passione, come se fossimo
davanti allo scacco definitivo del Cristo, il tradito, l’arrestato, la vittima
inerme. Inizia con Giuda che tradisce Gesù, come a inaugurare la narrazione di
una vita destinata passivamente al macello. È una falsa pista, Matteo vuole
sottolineare esattamente l’opposto, per lui Cristo, la vittima, decide di sé, da
sempre, e ora in modo definitivo. Infatti “Gesù comanda. Gesù non è qualcuno che
conosce in anticipo in modo miracoloso i fatti più strani, ma è colui che
comanda e poi avviene ciò che egli dice” (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia editrice
2014).
Gesù è il Signore, si illudono i nemici di averlo a loro disposizione, ci
illudiamo noi di averlo tra le mani, lui è il Signore, e per fortuna sfugge
sempre alle nostre blasfeme manipolazioni. E così, mentre Gesù viene valutato
trenta denari, una cifra ridicola, una cifra misteriosa, per qualcuno
equivalente a un decimo del denaro speso dalla donna per comprare il profumo che
unse il Messia in Mc 14,5, mentre sembra destinato a essere svenduto come cosa
di poco conto, Gesù ordina di preparare la Pasqua, agisce da Signore, sceglie di
far accadere la Scrittura. Mentre Giuda si illude di poterlo consegnare, Gesù
decide di offrirsi.
La solitudine di Cristo, così come la morte, non è un effetto collaterale che
verrà aggiustato dalla Resurrezione ma è la traiettoria che l’amore prende
quando decide di donarsi agli uomini fino a “farsi loro cibo”, la solitudine è
scelta da Cristo perché è la lama che recide chi decide di essere fedele alla
volontà d’amore del Padre. È questo che fa paura anche a noi, oggi, che
inorridisce. Che Cristo la solitudine la scelga. E che chieda a qualcuno di noi
di fare altrettanto.
Si vorrebbe credere senza entrare nel baratro, ci si vuole illudere di poter
amare senza perdere nulla, si spaccia per cristianesimo una vaga emotiva
dottrina di una presunta fraternità tra gli uomini, Gesù è Amore e l’amore
chiede tutto, ogni cosa. “Fatemi morire a me stesso, acciocché io viva solo per
voi, solo per sentirvi e darvi gusto”.
Anche il tradimento di Giuda non è azione capace di sorprendere Gesù, la notte
oscura del delirio umano contro l’Inviato non è buia ai suoi occhi, Cristo
prende tra le mani i disegni meschini intessuti alle sue spalle e li mette in
tavola, “mentre mangiavano” racconta ciò che sta accadendo, “mentre mangiavano”
intinge la mano nel piatto con Giuda, “mentre mangiavano” prese il pane, recitò
la benedizione, lo spezzò e lo condivise. E poi il calice, il sangue
dell’alleanza “versato per molti per il perdono dei peccati”. Tutto avviene
mentre mangiavano, mentre stavano aggrappati alla vita, mentre celebravano una
pasqua di liberazione, mentre veniva esplicitata una liturgia d’amore eterna e
cosmica, mentre l’Alleanza appariva finalmente definitiva, mentre il sangue
versato era per tutti, anche per i carnefici. Anche per Giuda. C’è solitudine
maggiore? E amore maggiore? Dare la vita per i nemici. Questo il vero terribile
inarrivabile amore: “Non è possibile vero amore che non porti con sé questa
specie di lama inesorabile che recide”.
> “Ora, se il sangue dell’alleanza è stato versato nei nostri cuori in
> remissione dei peccati, una volta che quel sangue da bere è stato versato nei
> nostri cuori, sono rimessi e cancellati tutti i peccati che abbiamo commessi
> prima. Egli poi, che dopo aver preso il calice, dice: Bevetene tutti, mentre
> noi ne beviamo non si allontana da noi ma lo beve con noi (essendo in
> ciascuno), dato che non possiamo da soli, senza di lui, né mangiare di quel
> pane né bere di quel frutto della vera vite. Non ti meravigliare che egli
> stesso sia pane e ne mangi insieme a noi, che egli stesso sia bevanda del
> frutto della vita e ne beva con noi. Il Verbo di Dio infatti è onnipotente e
> viene indicato con diversi appellativi, egli è innumerevole a seconda delle
> molte forze, essendo l’uno e lo stesso ogni forza”.
>
> (Origene, Commento a Matteo 86)
*
GETSEMANI (Mt 26,30-46)
> “Nel Getsemani Gesù è il modello del perfetto orante che sperimenta l’
> «agonia» del silenzio e dell’amicizia umana e della stessa vita”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “[Il Figlio di Dio e Uomo Gesù Cristo] ci avvertì di pregare, quando disse ai
> suoi discepoli: «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione». E amandoci
> veramente di cuore, perché nessuna scusa ci restasse di questa benedetta
> razione, lo stesso Gesù volle pregare affinché, attratti dal suo esempio, noi
> l’amassimo sopra tutte le cose. Dice infatti l’evangelista: «Come più
> lungamente pregava, il suo sudore divenne quale gocce di sangue che scorrono
> fino a terra». Poni questo specchio innanzi ai tuoi occhi, e studiati con
> tutte le tue forze d’ottenere qualche cosa di questa orazione, ché egli per te
> e non per se stesso pregò. Pregò ancora, quando disse: «Padre, se possibile,
> passi da me questo calice. Ma sia fatta la tua volontà e non la mia». Vedi
> come il Cristo sottopose la sua volontà a quella divina; e fa’ tu secondo tale
> esempio”.
>
> (Angela da Foligno, L’autobiografia e gli scritti, Città di Castello 1932;
> da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 13, Queriniana, 2001)
La solitudine nel Getsemani si fa terribile, gli amici rimasti dormono a pochi
passi dal Maestro, aveva chiesto compagnia, almeno in quell’ora, gliela negano.
Giuda almeno ha deciso, si è giocato, almeno lui agisce, tradisce, non si limita
a subire. Ma i suoi amici? Quelli che aveva scelto? Non reggono di stare al suo
fianco, dormono, non sopportano l’urto del dolore, o forse nemmeno si accorgono
della gravità del momento. Per loro, proprio per loro, ha senso dare la vita? Ne
hanno bisogno? Capiranno questo infinito spreco d’amore? Forse solitudine vera è
non pretendere d’essere capiti.
> “Getsemani significa “valle molto feconda”. È qui che Gesù ordina ai discepoli
> di sedere per un poco e di aspettare il suo ritorno, cioè per il tempo in cui
> il Signore rimane solo a pregare per tutti”
>
> (Girolamo, Commento su Matteo 4, 26,37; da La Bibbia commentata dai padri.
> Nuovo Testamento, Matteo 14-28, Città Nuova, 2006)
Gesù sceglie la solitudine perché solo la solitudine è Getsemani: molto feconda.
Torchiato il corpo-sangue in vino, immerso, come battezzato, in una fornace di
fuoco il corpo-pane: tutto implora fecondità. Tutto chiede d’essere mangiato.
Non si può dire di credere se non si è disposti a sprecare la vita fino in
fondo.
Cristo alla colonna fiammingo del XV secolo
*
ARRESTO (Mt 26,47-56)
> “Nell’ arresto Gesù ribadisce il suo appassionato amore per il perdono e per
> la non-violenza”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “Perché dunque sei venuto a darci impaccio? Giacché Tu sei venuto a darci
> impaccio, e sei il primo a saperlo. Ma sai, di’, che cosa avverrà domani? Io
> non so chi Tu sia, e non voglio sapere se sei Tu o soltanto un simulacro di
> Lui: ma domani stesso io ti condannerò e ti brucerò sul rogo come il peggiore
> degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi, domani, a
> un mio semplice cenno, si precipiterà ad accostare le braci al rogo Tuo: sai
> Tu questo? Già: Tu forse lo sai…”
>
> (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Einaudi, 1993)
Con spade e bastoni la violenza irrompe nel giardino, i denari già versati e la
coppa appena condivisa, come se fosse un gioco, ognuno a calare la propria
carta, gioco perverso e pericoloso, definitivo. L’impressione è che se Cristo
avesse deciso di non amare, se avesse contraddetto la sua divina natura, tutto
il cosmo sarebbe collassato in un istante. Se Dio è Amore sarebbe bastato un
attimo solo di non amore, di non Dio, di non vita per soffocare lo Spirito.
Anche i baci vennero stuprati quella notte. Ma forse più difficile di ogni altra
cosa fu, per Cristo, fermare la violenza dei suoi, imporre alla spada di tornare
nel fodero. Solitudine vera è non accettare nemmeno di farsi difendere, non
così. Solitudine vera è imporre una scelta diversa alla violenza senza illudersi
che la violenza evapori: quella spada ricacciata nel fodero è la sentenza, tutta
la violenza del mondo si scaglierà su di lui.
E mentre le sue parole tuonavano verità mostrando che la Scrittura si stava
compiendo, in quella consegna di sé secondo il Testamento, proprio allora, non
prima, i suoi discepoli lo abbandonarono. È la Scrittura che si compie a farci
paura. C’è un legame tra il compiersi della Scrittura e la solitudine.
*
IL PROCESSO GIUDAICO (Mt 26,57-75)
> “Il processo giudaico è dominato dall’ultima rivelazione messianica e divina
> di Gesù davanti al suo popolo: «d’ora innanzi vedrete il figlio dell’uomo
> seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi del cielo»”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “Arrestato il pastore, si sbandarono le pecore. Preso il Maestro, i discepoli
> fuggirono. Pietro però, come il più fedele, gli tenne dietro da lontano, fino
> all’atrio del principe dei sacerdoti. Alla interrogazione della serva, negò
> con giuramento e ripeté una terza volta che non conosceva Gesù. Il gallo
> cantò! Ma il buon Maestro ferì il discepolo prediletto con uno sguardo di
> commiserazione e di grazia. Pietro comprese e, uscito fuori, pianse
> amaramente”.
>
> (Bonaventura da Bagnoregio, Il legno di vita, in Id., Opuscoli di mistici,
> Milano 1956; da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 13, Queriniana,
> 2001)
Il sommo sacerdote Caifa, gli scribi, gli anziani; Gesù è davanti a loro e loro
cercano una falsa testimonianza e falsi testimoni. La Verità sta, al loro
cospetto, ma loro hanno già deciso di condannarla, cercano solo un motivo
plausibile. L’istituzione decide ancora una volta di difendere se stessa, di non
chiedere ai suoi membri di mettersi in gioco. È davvero tutto qui, un copione
che si ripete, bestemmia chi non si adegua. Gesù dapprima tace. Inserisce
silenzio nella menzogna, uno spazio ancora di possibilità, di riflessione, di
conversione. Il sommo sacerdote rompe quel silenzio con quella che sembra una
preghiera “Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il
Figlio di Dio”, la risposta di Cristo è lapidaria “Tu l’hai detto”. Ma dirlo non
basta. Ripetere formule esatte non consegna alla verità. Occorre imparare a
“vedere il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi
del cielo”. Il sommo sacerdote si strappò le vesti. Le belve battezzarono
bestemmia il Dio fatto uomo davanti ai loro occhi.
La solitudine si fa anche fisica: sputi, percosse, schiaffi. Ma la vittima non è
Cristo, lui rimane scandalosamente bellissimo, sono gli uomini a essere vittima
della loro stessa cecità, sono loro a essere disumanizzati dalla rabbia. Non è
senza prezzo rifiutare la verità. Non è tutto uguale. La falsa testimonianza, i
falsi testimoni, portano a una falsa umanità, non è tutto uguale come vorrebbero
farci credere. Deformati dall’odio i carnefici non sono più Sua immagine e
somiglianza. Ne diventano una caricatura. Diabolica.
Francisco de Zurbarán, Cristo alla colonna, 1661
Pietro intanto, finalmente, comincia a capire. Dopo aver giurato una fedeltà che
non è riuscito a mantenere, travolto dalla propria debolezza, sopraffatto dalla
benedetta solitudine (senza amici e senza maestro), finalmente esplode in un
pianto di verità: “Non conosco quell’uomo!” Finalmente capisce. Ora poteva
iniziare la conversione. Questa è la confessione mancata ai capi dei sacerdoti,
questo solo abbiamo bisogno di comprendere anche noi se vogliamo davvero tentare
la sua sequela: non lo conosciamo mai fino in fondo, lui sfugge sempre, lui ci
chiede di rimetterci continuamente in discussione, lui ci distrugge e riedifica,
siamo suo tempio. Noi chiamati a farci continuamente ferire dal suo “sguardo di
commiserazione e di grazia”.
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IL PROCESSO ROMANO (Mt 27,1-31)
> “Il processo romano sancisce la scelta della folla di Gerusalemme e svela
> l’indifferenza (Pilato) ma anche la simpatia (moglie di Pilato) dei pagani”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “Dunque, tacendo, il Signore conferma l’accusa, che gli viene rivolta, ma la
> disprezza col non confutarla. Infatti a ragione tace chi non ha bisogno di
> difesa: aspiri ad essere difeso chi teme di essere sopraffatto, si affretti a
> parlare chi teme di essere vinto. Cristo invece, quando è condannato, anche
> risulta superiore, quando viene giudicato, anche vince, come dice il profeta:
> Poiché tu sia giustificato nelle tue parole e vinca quando sarai giudicato.
> Che bisogno aveva di parlare prima del giudizio Colui per il quale lo stesso
> giudizio era una completa vittoria?”
>
> (Massimo di Torino, Sermoni 57,1; da La Bibbia commentata dai padri. Nuovo
> Testamento, Matteo 14-28, Città Nuova, 2006)
Giuda sceglie di tacere, crocifiggendo il proprio respiro al ramo di un albero.
Il sistema no, il sistema parla, si confronta, si giustifica, “(le monete) non è
lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue”, ed è incredibile come
sia sempre e ancora così per chi non prende la decisione di mettersi in
discussione. Discute di tutto. Giustifica tutto. Sistema sempre tutto. Pur di
non mettersi in gioco. Almeno Giuda ha giocato, si è giocato. Forse si è perfino
affidato.
Anche Pilato cerca di sistemare le cose, esercita quello che crede potere per
avere tutto sotto controllo. Il silenzio di Cristo lo destabilizza. Forse avrà
creduto d’aver trovato una geniale soluzione pensando a Barabba, al “figlio del
padre”, ma non andrà secondo i piani previsti. Il vero Figlio sarà scelto per la
croce. La folla, intanto, come sempre, perdendo le singolarità, confondendo i
volti, annientando i nomi, annullando le storie… frana nella menzogna. La folla,
contraddizione della santa solitudine, solo vile aggregato di egoismi,
annientando il volto tramuta gli esseri viventi in legione. Anima nera che
ancora abita qualsiasi ideologia.
*
CROCIFISSIONE
> “Al vertice della Crocifissione è convocato tutto il cosmo con le sue forze
> (tenebre e terremoto), è presente l’umanità che bestemmia, ma avanza anche la
> Chiesa dei nuovi credenti (il centurione) e sfila ormai la nuova umanità
> liberata dal Cristo (i morti che sorgono dai sepolcri)”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999)
> “Dio entra nella morte perché là va ogni suo figlio (…) La croce è l’abisso
> dove Dio diviene l’amante”.
>
> (Ermes Ronchi e Marina Marcolini, Le ragioni della speranza, Edizioni Paoline,
> 2013)
Dalla croce, dal fondo dell’abisso, il grido del Solo: “Dio mio Dio mio perché
mi hai abbandonato?”, traiettoria finale della condizione di servo. Non si può
scendere oltre, è il termine della notte più oscura, è l’abisso. E dall’abisso
ecco sgorgare il Salmo, e da quel momento nessun Calvario sarà così terribile da
non saper balbettare una preghiera. La solitudine di Cristo è il volto più
radicale dell’Amore, quello al quale consegna tutto di sé. Cristo è
l’abbandonato che si abbandona in Lui.
> “Elì, Elì, lemà sabactani?, perché si rendessero conto che, fino all’ultimo
> respiro, onorava il Padre e non era nemico di Dio. Perciò pronunciò una parola
> profetica, rendendo testimonianza all’Antico Testamento fino all’ultimo
> momento, e non solo una parola profetica. ma anche ebraica, in modo che fosse
> loro nota e manifesta; in tutto mostra la sua concordia con colui che l’aveva
> generato”.
>
> (Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 88,1)
> “La terra di scuote: essa infatti non poteva ricevere tale morte, Le rocce si
> spezzarono: il Verbo di Dio infatti e la potenza della sua eterna virtù
> penetrando in tutto ciò che era resistente e forte ne aveva forzato l’accesso.
> I sepolcri si aprirono: le barriere della morte infatti erano state dischiuse.
> E molti corpi di santi risuscitarono: illuminando infatti le tenebre della
> morte e rischiarando l’oscurità degli inferi, egli sottraeva alla morte le sue
> spoglie nella risurrezione dei santi, che apparvero in quel momento. E perché
> non raggiungesse il colmo il crimine dell’incredulità di Israele, il
> centurione e le guardie, vedendo lo sconvolgimento di tutta la natura, lo
> riconoscono come figlio di Dio”.
>
> (Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 33,7; da La Bibbia commentata dai
> padri. Nuovo Testamento, Matteo 14-28, Città Nuova, 2006)
Storie apparenti minime, intanto, abbozzano segni di speranza. La moglie di
Pilato, l’uomo di Cirene, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di
Giuseppe, la madre dei figli di Zebedeo, altre donne, Giuseppe d’Arimatea, il
centurione. A queste persone apparente marginali, ai loro silenzi, alla loro
fedeltà è affidata la speranza. Anche oggi. Al loro coraggio di affrontare una
solitudine radicale, la sola che permette di scendere nell’abisso che ci
portiamo dentro e di scoprirlo abitato dall’Amante. A loro e a tutti i soli in
Cristo è affidata da allora la speranza nell’Amore che apre i sepolcri.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Bramante, Cristo alla colonna, 1490 ca.
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uomini disumanizzati dalla rabbia) proviene da Pangea.