Dal Vangelo secondo Matteo
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui
tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla
stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a
seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli
e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta
terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il
sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i
rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede
frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con
parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del
regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà
nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per
questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non
ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.
In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò
che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo
ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la
parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato
seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è
stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie
subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge
una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene
meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la
preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed
essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la
Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il
trenta per uno». (Mt 13,1-23)
*
Parabola trappola
> “Teoria delle parabole. Chi ha trovato in Dio il senso della sua vita, vivrà
> della sovrabbondanza di tale senso; chi rifiuta di trovarlo resterà vuoto”.
La parabola è una trappola, diceva un mio insegnante di esegesi in seminario.
Parla apparentemente d’altro per costringerti a dare giudizi come se il
protagonista fosse uno sconosciuto. Per poi accorgerti che lo sconosciuto sei tu
che ascolti. Così si finisce per giudicare se stessi. O per accogliersi con
misericordia. Dipende dallo sguardo che abbiamo.
Trovare il senso della propria vita non è dunque la capacità di costruire una
piramide di valori a cui restare fedeli ma una disciplina dello sguardo. Occhi
capaci di giudicare il mondo con lo stesso metro del Cristo. Una misericordia a
caro prezzo, il dono della propria vita. Senza questa consegna di noi rimane
solo un moralismo sterile.
Forse le parabole sono tagliole che scattano a decapitare la nostra fede
immatura, a ghigliottinare senza pietà la nostra illusione di perfezione. Forse
agli occhi di Dio tutta la vita, tutto ciò che chiamiamo realtà, non è altro che
una immensa, infinita parabola.
Nascere quindi non è immediatamente un dono ma un essere presi al laccio. Un
dover decidere di sé.
Il giorno che i miei occhi impareranno a guardare a immagine e somiglianza di
Dio il mio cuore finalmente fuggirà dal laccio del cacciatore. E comprenderò
Dio, il tenerissimo e potente liberatore. E dirò dono il miracolo d’essere stato
messo al mondo.
“Egli ti libererà dal laccio del cacciatore”, Salmo 91. Io spesso sono
cacciatore di me stesso. La mia miseria continua a mettermi in trappola. Delle
mie paure, del mio peccato, della mia mancanza di fiducia in Dio, nella mia
testarda fede nel male che mi abita, del mio dubbio sul Misericordioso. O anche
solo del fatto di essere amabile. E salvato. Interpretare il mondo come fosse
una parabola è accedere all’esperienza di una libertà che non viene da me. Solo
Dio libera. Io posso solo accettare di essere preso in trappola dalla sua
spropositata misericordia.
Raccontami parabole mio Dio, falle scattare, predami, prendimi, stringimi al
laccio. Fammi consapevole del mio bisogno di te. Solo allora tutto si illuminerà
e ogni cosa, qualsiasi evento, anche il più apparentemente inutile non sarà
altro che la possibilità di liberazione.
La vita non è altro che una grande, immensa parabola: sapere che solo il Vivente
libera, tramuta il reale in una sovrabbondanza di Grazia.
*
Parabola malgrado
> “Il Regno dei cieli si afferma malgrado ogni resistenza e il frutto da
> aspettare, malgrado tutto, è grande. ‘Malgrado’ denota la situazione di
> ambivalenza, di opposizione, di divisioni in cui il Regno dei cieli si
> sviluppa”.
Accedere al mondo con lo stile del Vangelo è atto di grande fede: il mondo è già
stato salvato. Troppo facile cedere al pessimismo, vedere il demonio in ogni
dove. Troppo facile mettersi dalla parte dei salvatori della fede o anche, al
contrario, descriversi sempre come dei peccatori senza nessuna possibilità.
Stesso risultato ottenuto schierandosi su fronti opposti. Vivere la vita nella
logica delle parabole è abitare il “malgrado”. E credere che Lui lo trasfiguri.
“Malgrado” è sguardo lucido sugli eventi, sulle persone, sulla Chiesa, sulla
società, su noi stessi. Siamo malo grado. Ma questa gradazione di male variabile
non impedisce al grano buono di maturare.
Sono stanco degli esperti della fede, delle parole e delle spiegazioni. Ognuno
di noi, sono sicuro, deve la vita a una persona che nella scala delle ombre che
ci abitano ha saputo vedere il grano buono che nemmeno noi sapevamo di
essere. Quegli occhi erano l’incarnazione di Cristo. Stare con cuore parabolico
nella realtà è pregare per vincere la tentazione di credere che il male in tutte
le sue forme riesca a impedire al seme di esplodere in frutto. Più ancora, lo
sguardo istruito dalla parabola rende il seme capace di germogliare. Nel Vangelo
non esiste lo sguardo asettico, oggettivo. Il nostro modo di guardare, la nostra
fede, permette al mondo di germogliare. La parabola ci rende complici di Dio. A
noi di accettare il rischio.
*
Parabola è accettare l’ombra
> “Il Regno dei cieli è realtà contrastata, conculcata, ambivalente nei
> risultati e chi aspetta uno sviluppo regolare, omogeneo, rettilineo,
> trionfale, si sbaglia. Questa era la grande attesa, ed è ancora la nostra:
> perché il Regno non trionfa? Semplicemente perché la Parola, la predicazione,
> la missione, la vita secondo il discorso della montagna, non è necessariamente
> efficace. Le parabole stigmatizzano la falsa aspettativa del Regno, la falsa
> manifestazione della potenza di Dio. Dio non distrugge il male; il Regno, nel
> suo farsi, è ancora all’ombra del male. L’uomo vorrebbe solo il bene,
> considera il male come fattore disturbante. Eppure il Regno di Dio è
> accettazione di quell’ombra misteriosa che è il peccato, la resistenza, la
> fuga dalla Parola, l’indifferenza, la negligenza, la pigrizia; anzi vi entra
> dentro, e dobbiamo sempre disilluderci dal pensare che l’avvento del Signore
> spazzi via il male e immediatamente crei l’era della giustizia”.
Ci si oppone alla logica delle parabole perché sostare nel “malgrado” richiede
fede, tantissima fede. E pazienza. E resistenza. Non ne abbiamo. Vorremmo tutto
chiaro, efficace, vincente. Vorremmo una Parola efficace. Ma cosa è l’efficacia
secondo la logica della parabola? Per noi efficace è ciò che cambia il mondo
rendendolo conforme a una certa idea di perfezione e di bontà. Una parola
efficace agisce sul reale per correggerlo. Per Cristo la parabola è efficace
quando trasforma il nostro metro di giudizio, quando lo divinizza. Quando
diventiamo noi, accettando il martirio, testimoni dello sguardo liberante di Dio
sul mondo.
Parabola non è il bene che si impone sul male ma Cristo che, morendo sulla
croce, perdona. Donando se stesso al mondo che lo sta rifiutando. Ama, malgrado.
Si consegna senza apparente efficacia. Vede il frutto maturo nelle macerie di un
fallimento apparentemente totale (consegna la madre al discepolo facendo
sbocciare un frutto buono di cura nel cuore del Calvario).
Parabola è il grano sbocciato su un mare di sangue.
*
La parabola svela il male
> “Le parabole, in quanto ci fanno penetrare nel mistero del male, sono davvero
> difficili da comprendere”.
Quando saremo nella pienezza dell’Eterno non avremo più bisogno di parabole,
tutto sarà luminoso. La parabola ha senso solo perché svela l’esistenza del
male. Un male che esiste non solo fuori ma anche dentro di noi. Un male che
esiste nonostante Cristo sia morto e risorto. Un male che persisterà e non sarà
salvato da chi si sente indenne.
Mettersi ai margini della vita e autoproclamarsi difensori della tradizione, del
bene, della verità non è stile evangelico. Scegliere, al contrario, di
minimizzare il male scadendo nel relativismo più assoluto non è stile
evangelico. Riconoscere il male e dare la vita sapendo che il martirio non sarà
efficace secondo le logiche del mondo, solo questo è evangelico. Solo questo ci
permette di penetrare nel mistero del male senza diventare Male.
*
La parabola dice che non siamo pronti
> “Nessuno di noi è realmente pronto ad accogliere l’aspetto umile del Regno,
> nessuno di noi è disposto ad accettare la debolezza di Gesù di fronte al male,
> il suo apparente soccombere. Non siamo pronti, non siamo disposti,
> intravedendo nella sconfitta del Signore la nostra. Ma è la verità di Dio che
> si manifesta così; che un Dio debole e sconfitto sia il Dio del Regno è il
> mistero della morte e risurrezione di Gesù, che sarà comunque negato anche da
> chi, a parole, si dichiara ‘cristiano’. Persino la nostra morte ci apparirà
> come il supremo fallimento di Dio per noi (…) In quel momento dovremo
> ricordare il mistero delle parabole, che preannuncia quello della debolezza,
> della morte di Gesù e, insieme, prelude alla sua risurrezione e alla sua
> vittoria”.
Accettare la logica delle parabole è far nostra la logica della debolezza. Una
minorità incompresa dal mondo, incompresa da noi stessi. Uno scandalo. Non
esiste fede cristiana senza questo aspetto scandaloso. Nascere e vivere, dare la
vita intera, sentendo di essere inefficaci. È terribile. È indispensabile
passare da lì.
Poi ci si costruisce attorno tutta la retorica del mondo, ma la verità è che
credere è arrivare alla fine della nostra vita come ci è arrivato Gesù, nella
piena e totale inefficacia del suo divino mandato. Credendo, in cuor nostro, di
aver sbagliato tutto. È il tempo francescano delle stimmate a La Verna.
Dei santi celebriamo sempre una vittoria postuma. Andiamo a valorizzare i loro
miracoli. In verità è la loro sconfitta agli occhi del mondo, il loro soccombere
benedicendo, a essere sintomo di santità. E’ la loro carne martoriata ma
visitata dal tenerissimo bacio di Dio, è la beatitudine che tutto questo regala
a renderli desiderale esempio d’imitazione.
Non basta perdere, non basta essere ultimi, non basta essere scartati. La
parabola parla di frutto. Occorre essere benedicenti. Morendo nel dramma. Di
aver sprecato la vita. Nel dubbio di aver scelto la debolezza come ripiego solo
perché non eravamo all’altezza del successo. Nel dubbio di aver trasformato il
fallimento nel nostro successo. A rendere una vita sconfitta una parabola può
essere solo il Signore che, incarnandosi in noi, ci trasforma in ostensori
paradossali del Dio che si manifesta solo così: nell’inefficacia.
La sconfitta deve però essere bruciante. Gli ultimi posti devono essere
veramente ultimi. Il dubbio di aver sbagliato a interpretare la vita deve
condurci a un passo dalla disperazione. La trappola diabolica della retorica è
micidiale. Ognuno può rispondere di questo solo per sé. Davanti a Dio. E deve
farlo con esercizio di discernimento spietato. Giocare con le parabole, giocare
con le parole, travestirsi da sconfitto per interesse, camuffarsi da giullare
del fallimento reputo sia peccato contro lo Spirito Santo. Perché offende i
piccoli ed è atto blasfemo.
Solo la morte sancirà la verità di quel che siamo, di quel che cerchiamo di
essere. In quel momento e solo in quel momento di totale sconfitta scopriremo
chi siamo davvero. Figli minori scandalosamente amati e accolti in Lui. Malgrado
noi.
> “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di
> Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha
> conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo
> non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà
> manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
>
> (1 Giovanni 3, 1-3)
Alessandro Deho’
*Tutte le citazioni sono tratte da: Carlo Maria Martini, “I Vangeli esercizi
spirituali per la vita cristiana”, Bompiani, 2016; in copertina e nel testo:
disegni e schizzi di Salvator Rosa (1615-1673)
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
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Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto
queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre,
perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il
Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio
vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi
darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite
e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è
dolce e il mio peso leggero». (Mt 11,25-30)
*
> Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto
> queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
Cristo prega, grato, il Padre, il Signore del cielo e della terra. Ma questo
avviene quando avrebbe davvero poco di cui ringraziare. Ecco i versetti che
precedono il brano di oggi:
“È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato.
È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: ‘Ecco, è un mangione
e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori’. Ma la sapienza è stata
riconosciuta giusta per le opere che essa compie”.
Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte
dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: “Guai a te, Corazìn! Guai a
te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci
sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di
cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio,
Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai
forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a
Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa
esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di
Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!” (Mt 11,18-24)
Versetti indispensabili per comprendere cosa intenda Cristo per “sapienti e
dotti”. Uomini che sanno giustificare ogni cosa con le parole e con un uso
interessato del ragionamento. Uomini che sanno volgere a proprio vantaggio ogni
interpretazione dell’accadere della vita. Abili nel giustificare tutto e anche
il suo contrario, perfetti nel giustificare, sempre, se stessi.
Giovanni era indemoniato perché digiunava e Gesù, all’opposto, mangione e beone.
L’importante è mantenere le distanze, non farsi toccare dalla provocazione dei
profeti. I piccoli, invece, vivono in modo diverso. Il piccolo, proprio per
l’angolazione da cui sceglie di guardare il mondo, saprà mantenere in tensione
gli opposti, accoglierà la vita scavata d’attesa di Giovanni e anche il
messaggio escatologico del Cristo. I piccoli non procedono per esclusione, i
piccoli non usano la verità per giustificare le proprie mancanze.
*
> “Gesù risponde e dice: non abbiate paura di mettervi alla mia scuola, di farvi
> miei discepoli; non sono un Maestro dispotico come voi temete; sono mite e
> umile di cuore. Sono in tal senso piccolo come voi”.
>
> (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa, 2007)
Cristo rimprovera le città dove sono avvenuti miracoli perché non si sono
convertiti. Quello che rende “piccola” una persona è la capacità di conversione
profonda. Piccolo e saggio è colui che usa il pensiero per spogliarsi e non per
proteggersi. Piccolo e santo è colui che non si limita a spiegare la meraviglia
della vita ma la lascia accedere in sé, e si converte. Piccolo e vero è l’uomo
che ha compiuto un significativo percorso di verità e ha compreso che il profilo
della vera sapienza è la resa. Nelle mani del Cristo.
Cristo tra le rovine di una predicazione segnata dal fallimento, si china a
raccogliere i frammenti di trasparenza, alcune persone hanno accolto il miracolo
e si sono lasciate trasfigurare. Terribile la condanna di chi si ostina a
proteggersi dietro sicurezze che paiono inattaccabili e che, invece, diventano
macina da mulino che trascina al fondo della propria disperazione.
Saggi e sapienti sono uomini che si illudono di vedere e che, invece, vagano in
un mondo in cui la verità è stata loro nascosta. Sono impossibilitati al
riconoscimento perché troppo pieni di sé.
Una sfumatura del peccato è questa sorta di cecità. Sembra di sentire rivolte a
tutti noi la domanda che il Cristo rivolge al cieco: “Vuoi vedere davvero?”
Perché poi se vediamo davvero, se guardiamo senza protezione chi siamo, o
diventiamo finalmente piccoli e umili, riconoscendoci peccatori o ci disperiamo
fino a desiderare la morte, perché non siamo per niente come credevamo di
essere.
Chi, oggi, a me, a te che leggi, riesce a svelare la verità? Dove incontriamo lo
sguardo del Cristo che ci riporta alla Verità di ciò che siamo?
Sabotatori del reale, incantiamo la Verità stordendola di parole, ingannandola
di alibi, inventando sempre nuovi nemici. E questo solo perché non sappiamo far
crollare le nostre mura. Abbiamo paura di essere invasi. E abbiamo ragione, è
mortalmente rischioso. Ma è proprio l’invasione, il crollo, ciò che può salvarci
dall’illusione di essere giusti.
Cristo non nega il fallimento, non lo eleva a soluzione di ogni problema, il
fallimento senza la preghiera è solo drammatica disfatta. Cristo prega. Alza gli
occhi al Padre, all’Altissimo Signore, unisce nel movimento del suo cuore gli
opposti. Papà e Onnipotente. Davanti al Tutto Cristo si fa piccolo. E in quel
paradosso i semplici vedono il volto visibile di Dio.
*
> “Matteo presenta Gesù come figura di rivelazione e di iniziazione alla
> rivelazione: mentre con la sua umiltà, rivela l’umiltà di Dio, Gesù si propone
> nel testo anche come fonte di umiltà per i suoi discepoli”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola, Vita e Pensiero, 2010)
E quindi anche Dio è umile. E mite di cuore. E se già stiamo cercando
giustificazioni per dimostrare che non è così, che occorre comprendere bene cosa
significhi mitezza e umiltà. E se già stiamo pensando, delusi, che avremmo
voluto maggior complessità da Dio e qualcosa da poter chiamare “giustizia” e
leggi da applicare. E se pensiamo che una lettura del genere sia stucchevole e
banale, significa che non abbiamo ancora capito che comprende solo chi si lascia
comprendere. Che l’unica esegesi infallibile per aprire spazi di santità è
quella che porta alla consegna di sé. Fino a quando non impariamo l’arte,
micidiale, difficilissima, dell’umiltà saremo costretti a rimanere infantilmente
sapienti, dotti e immaturi.
L’anziano, il saggio, è colui che è finalmente giunto a semplicità.
Piccolo è l’artista che, abitato pienamente da Dio, disegna un cerchio perfetto
prima di morire. Il poeta riassorbito dal Silenzio. Il profeta immobile e muto
sulla soglia della grotta. Chiunque comprenda la ferocia e la difficoltà di
questa iniziazione.
L’eterno riposo in Lui come vertice dalla vitalità.
*
> Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il
> Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio
> vorrà rivelarlo.
> “La Chiesa primitiva interpreta in senso mistico la conoscenza del Padre
> tramite il Figlio. Conoscere è sempre anche amare, essere una cosa sola con
> chi si ama, entrare nell’altro. È una relazione teneramente amorosa tra il
> Padre e il Figlio”.
>
> (Anselm Grun, Gesù maestro di salvezza, Queriniana, 2004)
Piccolo non è colui che non legge, che non studia, che non scrive, che, sapendo
di non sapere, si compiace del suo niente. Al contrario, piccolo è colui che
cerca per conoscere ma che sa bene che conoscenza vera chiede sempre un gesto
d’apertura, di disponibilità, d’amore. Piccolo è l’uomo che ha compreso che ogni
atto di ricerca è un esercizio profondo di scarnificazione dell’anima. Le parole
scavano, le poesie strappano, i concetti mordono. Conoscere è lasciarsi
consumare. Fino alla totale consegna di sé.
Dotto e sapiente è colui che ama solo se stesso. Che si illude di bastarsi. O
che ha paura di amare. E di essere amato. Cioè di perdere il controllo.
*
> Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
> Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di
> cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e
> il mio peso leggero.
> “Chiama tutti e non solo quelli di Israele, in quanto creatore e Signore di
> tutto; dice «affaticati» i giudei in quanto non sono capaci di portare il
> giogo della Legge, dice «oppressi» gli idolatri, in quanto oppressi dal
> diavolo e appesantiti da quantità di peccati. Voi – dice – o giudei, tendete
> alla verità e riconoscete che io sono vostro protettore e signore e subito ne
> ritrarrete profitto. Vi libero infatti dalla schiavitù della Legge, a causa
> della quale sopportate molta fatica, e non siete capaci di porvi fine
> facilmente, dato che vi siete procurati da voi stessi un «carico» grandissimo
> di peccati, per cui tanto più vi conviene comportarvi in conformità di quanto
> prescrive la Legge”.
>
> (Cirillo di Alessandria, Frammento 149 in “La Bibbia commentata dai Padri,
> Matteo 1-13”, Città Nuova, 2004)
Piccolo non è solo colui che è stanco e oppresso ma chiunque accolga l’invito al
cammino. Fare alibi della propria stanchezza e oppressione è tentazione
comprensibile ma pericolosissima. Rischia davvero di consegnarci alla
disperazione.
Piccolo, veramente piccolo, è colui che piange davanti alla drammatica
resistenza di chi non accetta di lasciarsi guarire.
Piccolo è chiunque cerca ristoro. Piccolo è il saggio capace di amicizia.
Piccolo è chi sa accogliere.
Piccolo è colui che ha smesso di caricarsi pesi per meritare la salvezza, fosse
pure il peso della Legge. O il peso di voler migliorare il mondo. Il piccolo sa
che la salvezza non si merita: si accoglie. Cosa che non sopporta il sapiente
accusato da Cristo.
Piccolo non è colui che ha rifiutato la Legge, che si è allontanato dai dogmi,
che rende ininfluente qualsiasi discorso, quelli sono i sapienti del pensiero
dominante. Piccolo è colui che è così libero da discernere, momento per momento,
quando l’applicazione della Legge liberi il nostro essere immagine e somiglianza
di Dio e quando la offuschi (in quanto diventa espressione del mio egocentrismo
bisognoso di riconoscimento).
Per fare questo non c’è altra via che mettersi alla scuola di Cristo. Andare a
lui, continuamente tornare a lui, per non perdersi in se stessi.
C’è un tempo per digiunare e un tempo per mangiare. C’è un tempo per pregare e
uno per stare con gli amici. C’è sempre un tempo che i piccoli sanno incarnare:
è il tempo della trasparenza. I piccoli, in ogni momento, si lasciano
attraversare dall’Infinito, diventano immagine del Padre. Per loro il giogo si
fa leggero. E leggero diventa anche, almeno per un attimo, il peso che devono
portare gli amici di chi li incontra. Ed è beatitudine condivisa.
Conosco piccoli, e li amo, che rendendomi più leggero il peso della vita mi
mostrano, forse inconsapevolmente, il volto dell’Onnipotente.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Hieronymus Bosch, “Incoronazione di spine”, 1485 ca.
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Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di
me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per
causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha
mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi
accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli,
perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
(Mt 10,37-42)
*
> In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più
> di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno
> di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
> “(Gesù) è venuto come Messia di pace, come re mite e disarmato (cfr. 21,5), ma
> l’opposizione da lui patita ha prodotto in Israele la divisione del figlio dal
> padre e dalla figlia dalla madre, una divisione degli animi così profonda da
> sopraffare perfino i legami famigliari”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Edizioni Qiqajon, 1995)
È questione di identità personale. Facile affrontare queste durissime parole di
Cristo tentando di addolcirne l’urto, andando a mettere l’accento sul fatto che
il Signore non ci chiede un amore esclusivo ma che, grazie al rapporto con lui,
tutti gli altri amori acquistano in profondità. Non credo sia onesto trasformare
il rapporto con il Risorto in un potenziamento degli affetti umani. Quello che
mi pare succeda al discepolo, e non subito, e non sempre, è che ad un certo
punto egli cada nella trappola del Cristo e non possa più uscirne. Nel senso che
matura la sensazione esatta che se si staccasse da Lui egli perderebbe la
propria identità.
La fede non è un oggetto, una dottrina, un’ideologia, la fede del discepolo è
una relazione che prende ogni cosa, il riferimento ai genitori e ai figli è
potentissimo: si parla di radici e di frutti. Più importante del passato e del
futuro è Cristo perché se al discepolo mancasse lui, esattamente lui,
personalmente lui, il discepolo non si riconoscerebbe più.
Tema delicato quello della libertà nel rapporto con Cristo. Libero non è chi può
disporre di sé in una totale ed estrema autonomia (che spesso non è nient’altro
che bieco individualismo), libertà è poter sentire che “io sono” solo perché
sono in Cristo.
Ripenso alla vicenda di Franz Jägerstätter narrata mirabilmente dal
regista Terrence Malick in Hidden Life – La vita nascosta, film del 2019. È una
storia vera, Franz contadino cattolico austriaco decide di non combattere per
l’esercito di Hitler in nome della sua fede cattolica. Una vera e rischiosa
obiezione di coscienza. Verrà ucciso. Nessuno intorno a lui comprende la sua
scelta, nessuno. Non la moglie, non i figli, non la gente del paese, non il
vescovo, nessuno comprende. La loro motivazione è lucida: non ne vale la pena.
Hitler non verrà mai nemmeno a conoscenza della sua scelta. È una decisione che
non cambia nulla a livello politico e pratico e che, invece, mette a repentaglio
la vita dei suoi famigliari e dei suoi amici. E se fosse solo egoismo? Ma Franz
non può cedere. Non perché è cocciuto, non per motivi politici, non per eroismo,
ma perché se lui accettasse si perderebbe. Il Franz sopravvissuto non sarebbe
più Franz. Perderebbe la sua identità profonda. E sarebbe una morte ancora più
drammatica. Per questo più dei genitori e dei figli (ma anche per i genitori
e per i figli) può la relazione con Cristo che sola fonda la nostra vera
identità. Per i veri discepoli il legame con il Risorto è davvero vitale.
Il 26 ottobre 2007 Franz Jägerstätter è stato beatificato.
> “Proprio come l’uomo che pensa solamente a questo mondo fa tutto il possibile
> per rendere la sua vita qui più facile e migliore, così dobbiamo anche noi,
> che crediamo nel regno eterno, rischiare tutto al fine di ricevere là una
> grande ricompensa … Il segno più certo di chi segue Gesù si trova nelle azioni
> che dimostrano amore per il prossimo. Fare al proprio prossimo ciò che si
> desidera per se stessi è più che non fare agli altri quello che non si vuole
> sia fatto a sé … Felici quelli che vivono e muoiono nell’amore di Dio”.
>
> (Da una lettera dal carcere di Franz Jägerstätter, tratto da
> www.monasterodibose.it)
*
> Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per
> causa mia, la troverà.
Perdere la vita non è solo decidere di consegnarla in un servizio ai più
piccoli. Anche in questo caso il rischio di edulcorare le parole del Vangelo è
drammatico. Perdere la propria vita significa accettare che Cristo la conduca. È
farsi portare da lui. Difficile arrivare a questo punto ma ancora più difficile
non cadere nel tranello di credere di essere obbedienti a Cristo quando invece
stiamo assecondando solo i nostri sogni.
Discernimento, questo servirebbe, aiutati dalla maestria di padri spirituali
sapienti e per nulla accondiscendenti. Uomini capaci di raccogliere dalla
tradizione delle prassi, non solo dei consigli teorici, per svelare il grande
rischio che corriamo quando crediamo di aver “trovato la vita”, di aver trovato
il nostro posto nel mondo, nella chiesa, nella società. Chi è a posto è chiamato
a perdersi.
Ma non ci si perde per una decisione personale (ancora l’ingombrante ego che non
accetta di fare spazio), spesso ci si perde per degli eventi esterni che hanno
il profilo della sconfitta. Della croce. Occorre passare da lì. La Via Crucis è
lo snodo essenziale per arrivare a consegnarsi completamente e definitivamente
al Padre. Non è possibile altra strada.
L’importante è che sia per “causa mia”, cioè che la frattura alla nostra idea di
felicità sia compresa in un legame vivo con il Risorto altrimenti la sconfitta è
solo sconfitta, chi ce l’ha inferta è un nemico e a noi rimane solo di
desiderare la vendetta. Se invece il trauma ci permette di sprofondare
definitivamente nel Padre, tutto si trasfigurerà in provvidenza. Siamo su un
limite rischioso, possiamo dirlo solo per noi stessi, siamo a un niente dalla
blasfemia, sono parole che urtano e causano ribellione. Già scriverle, qui, è
atto temerario e forse errato. Me ne scuso, davvero. Forse sarebbero parole,
beatitudini scandalose, da sussurrare nel silenzio solo nel rapporto intimo con
Cristo nella preghiera.
*
> Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha
> mandato.
Entrare in questa logica è perdere se stessi. Totalmente. Tanto che chi accoglie
il discepolo accoglie Cristo e così il Padre. Sembrano parole rassicuranti, lo
sono solo per chi non ha mai sentito la pesantezza di non potersi liberare dalla
Sua presenza. Non è solo questione di ruolo o di divisa riconoscibile del
discepolo, non è questione di “mestiere”, è che il discepolo, quando è discepolo
davvero, è guardato in altro modo. E non importa che siano sguardi positivi o
negativi, non è questione di onori o di disprezzo è altro, è che la presenza
personale del discepolo impone sempre, sempre, al mondo un rimando ad Altro. E
questo è durissimo da sopportare.
È il dramma del discepolo, ogni relazione con gli altri è come spossessata. È
l’invadenza del divino, che non può essere relegato a un settore intimo della
vita. Uno non fa il discepolo ma lo è. Si è consacrati discepoli. Agli occhi
della gente verrà sempre chiesta ragione al discepolo di come è testimone
Cristo, in ogni frangente. I credenti cercheranno coerenze impeccabili, i non
credenti tenteranno di trascinare su discorsi e modi di fare laicissimi… il
discepolo sa che questo non è quello che conta, lui solo sente che ormai si è
condannato a essere segno di provocazione. Se manca questo aspetto il discepolo
non è ancora discepolo.
A volte il discepolo vorrebbe fuggire, come Giona, strapparsi l’ingombrante
chiamata del testimone. Ma il vero discepolo sa che il martirio non è solo
l’apoteosi di sangue finale ma la terribile coerenza di tutta una vita persa per
Cristo. Con buona pace di chi spaccia ancora un cristianesimo fatto di buone
intenzioni e di ingenue fraternità.
Il discepolo sa che essere in mano sua significa decidere del profilo da dare
alla presenza di Cristo nel mondo. Che uno scandalo del discepolo è devastante.
> “Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal
> quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non
> fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli
> rispose: «Tu l’hai detto»”.
>
> (Matteo 26,24-25)
*
> Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi
> accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato
> anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio
> discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa.
Credere è accogliere. Non solo capire, non professare, ma entrare in profonda
relazione, fare spazio. Accogliere il profeta è come accogliere la profezia.
Accogliere un giusto è fare spazio alla giustizia, diventare giusti. La fede si
muove per assimilazione e conversione, per metamorfosi, trasfigurazione. Per
relazione profonda, inabitazione di Dio in noi.
C’è tanto rischio in queste parole e forse è qui il vero profilo della libertà
secondo il Vangelo: la possibilità concreata di non accogliere il discepolato,
la profezia, la giustizia. Il rischio concreto del rifiuto.
Mille sono i motivi per non accogliere la chiamata di Cristo. Forse, sempre, la
paura di morire, di morire già qui in vita, sicuri che i nostri desideri
esauditi ci avrebbero portato la felicità. Non è così, la felicità per il
Vangelo accade solo in una relazione con lui. Felicità paradossale,
beatitudine.
Rischio terribile quello di decidere di non accogliere Dio, rischio terribile
che lo stesso Cristo si assume: condivide lo stesso destino del discepolo. Forse
la fede, la fede vera, è in questa disposizione a essere traditi da chi dovrebbe
accoglierci, disposti a essere traditi senza maledire.
Forse fede vera è quella testimoniata da tutte le persone che ci amano a
prescindere, che si fidano nonostante noi, forse loro sono i chiamati, i
discepoli, i credenti.
> “Essi avranno, in questo mondo, il destino che ha Dio stesso: se Dio sarà
> accolto, ci sarà posto anche per loro; se Dio non sarà accolto, neppure essi
> avranno un posto”.
>
> (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Ed. Glossa, 2007)
Certo, alla fine, quello che stupisce è che per essere discepoli basta un
bicchiere d’acqua. Un solo minimo bicchiere d’acqua. Come a dire che la Sua
chiamata non ci schiaccerà, non è questo il suo obiettivo. Non importa quanto
siamo capaci di fare, l’unica cosa che conta è che lo riconosciamo presente il
Risorto, vivo, e assetato di noi.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Paul-Hippolyte Flandrin, Fra’ Angelico visitato dagli angeli,
1894
L'articolo Assetato di noi proviene da Pangea.
Brucia, invisibile fiamma,
altro di me non occorre.
Il resto tutto toglieranno.
E se no, chiederanno per favore;
e se no, disfarò da me medesima,
per la noia e l’orrore.
Come stella sulla culla,
come scolta in fitto bosco,
dondolando la catena,
brucia fiamma non veduta.
Tu lampada, il tuo olio le lacrime,
incrinatura del gelo del cuore,
sorriso di chi se ne va.
Tu brucia, ridai la novella
al Dio dei cieli: il Salvatore
ancora ricordano in terra,
del tutto ancora non dimèntichi…
(Ol’ga Sedakova, Antichi canti in Stichi, Moskva 1994 da Brucia invisibile
fiamma, Qiqajon, 1998)
*
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà
svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle
tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi
annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò
chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al
Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io
lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». (Mt 10,26-33)
*
Non abbiate paura degli uomini
Non avere paura degli uomini perché il Signore ha scelto di abitare e di salvare
la nostra umanità.
Non avere paura degli uomini non perché l’umano sia buono, non per l’ingenua
speranza che un giorno comprenderemo e finalmente impareremo a vivere in pace,
quelle sono ridicole utopie di chi non conosce il Cristo. Non avere paura
dell’uomo, nemmeno della nostra umanità, perché il Verbo si è fatto carne,
perché il Risorto abita con la sua misericordia anche il nostro peccato. Non
aver paura degli uomini perché l’uomo nulla può davanti al Crocifisso Risorto
che ha dato la vita per noi.
*
Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà
conosciuto
Il segreto che abita ogni uomo è di essere rigenerato dalla Misericordia divina.
Già qui, già ora: quel perdono scandaloso e immeritato che la logica del potere
politico tenta di ridicolizzare, che la logica dell’istituzione religiosa spesso
tenta di manipolare. Il segreto che ogni uomo porta in cuore è di essere già
pienamente amato e perdutamente perdonato. Questo basta. Riconoscere questo
sarebbe la nostra salvezza, ridimensionerebbe la nostra fanatica pretesa di
meritare la salvezza e dilaterebbe uno stile di vita libero da inutili pretese
verso chi crediamo d’amare.
Nulla di segreto che non sarà svelato. Il segreto è il luogo intimo
dell’incontro con il Risorto, “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi
la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel
segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6). La paura non può prevalere in un cuore che
ha imparato ad entrare nella camera della propria interiorità per farsi trovare
dagli occhi del Padre, Colui che abita il segreto.
Quando verrà alla luce che, nel segreto delle nostre storie, dimorava da sempre
l’Eterno, nulla di ciò che ci spaventa resisterà. Credere, credere fermamente,
credere che ciò che ci salva è la scelta irrevocabile del Padre: crocifiggersi
alle nostre storie. Il resto scompare.
*
Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che
ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
Nessuna paura allora di scendere nelle tenebre. Nelle tenebre del peccato, nelle
tenebre del mondo e perfino nelle tenebre del male che ci portiamo dentro,
perché il Signore è proprio nelle tenebre che parla. Beata la tenebra che ci
abita se è condizione per ascoltare la Parola del Risorto che risuona in noi, se
è motivo per sperimentare il Signore vivo che lì si fa trovare.
Nessuna paura di annunciare dalle terrazze quello che è annunciato all’orecchio.
Ma che sia davvero annuncio conforme alla Sua Parola e non fraintendimento da
falsi profeti. Annunciare solo ciò che Cristo ha incarnato, diventare
annunciatori con la nostra vita dello stile del Figlio dell’Uomo: uno stile che
il mondo mai potrà comprendere. (Che non comprendiamo noi quando rimaniamo
schiavi delle logiche del mondo!).
Annunciare la logica paradossale del Vangelo senza l’esperienza dell’incontro
personale con il Cristo Risorto, vivo e presente, sarebbe pura follia. Il
Vangelo senza la Sua parola annunciata al nostro orecchio sarebbe sacrificio
senza senso. Adesione a una logica fallimentare e pericolosa.
Egon Schiele, La coppia, 1909 ca.
Il mondo, quando accoglie il messaggio evangelico, è perché lo ha svuotato della
sua anima paradossale e incandescente. Un vago amore per gli amici, un senso di
giustizia rassicurante, la logica meritocratica verso i più buoni, la promessa
di un premio a chi segue le regole… questo è tutto quello che serve a qualsiasi
sistema per esercitare controllo. Sistemi politici o religiosi, non cambia
nulla. Falsi profeti. Solo chi, nelle tenebre e all’orecchio, ha sentito la Sua
voce può comprendere. Solo chi si è fatto penetrare dalla lama della Sua Parola
è credibile. Solo chi è rapito dal Cristo è veramente profetico.
Solo chi non ha più paura può mostrare il suo volto.
È solo per la sua presenza che il buio tenebroso del nostro peccato si trasforma
in ventre gravido per la nostra continua rinascita.
*
“E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo”.
> “Il vangelo è certamente buona notizia, ma al tempo stesso è anche
> contestazione radicale di un mondo che si costruisce nell’ignoranza di Dio e
> su valori estranei o contrari alla sua legge. Lo scontro è inevitabile. Se non
> disturba nessuno e non mette nulla in questione, si tratta ancora di
> vangelo?”
>
> (Commento delle letture domenicali a cura di Robert Gantoy e Romain Swaeles,
> San Paolo, 1992)
A disturbare non sarà il tentativo di costruire un’alternativa al male che
serpeggia nel mondo. Non siamo in grado di costruirla e il Cristo non ci chiede
questo. Non ci chiede di mostrare perfezioni umane convertite dal Vangelo, ci
chiede di mostrare Lui. Colui che ha potere sull’anima e sul corpo. Di mostrare
lui e non noi. Non convertiremo nessuno grazie alle nostre strategie pastorali.
Non convertiremo nessuno arroccandoci dietro ideologiche e sfinite polemiche;
l’unica cosa che conta è se ci convertiamo noi. E convertirsi significa
arrendersi al Signore. Lasciargli spazio. Di cosa dobbiamo avere paura se il
Risorto ci abita?
Ci abita come ha abitato peccatori, prostitute, ladri e traditori. Ci abita
quando sappiamo mostrarci per quello che siamo, quando non fingiamo di essere
migliori, quando riusciamo ad accettare che il nostro peccato è grande ma
proprio in quel peccato è incarnata la Sua presenza.
Certo che la fede sposta le montagne, ma è la sua di fede, in noi, Lui che ha
spostato la montagna del nostro peccato.
E non avremmo più nulla da fare, niente da costruire, nulla da sistemare. Non
avremo più paura dei tempi orrendi e violenti che viviamo, perché Lui è con noi,
proprio in questi tempi. Adesso.
Solo non ci crediamo. Altrimenti saremmo noi a fare paura. Al mondo.
Ecco cosa disturba il mondo: un uomo senza paura. Un uomo completamente rapito
dal Risorto.
Perché è proprio la paura che ci rende aggressivi, agguerriti, risentiti. È la
paura di perdere e di perderci, di rimanere soli, di non avere denaro, di essere
sopraffatti, di aver fallito la missione della vita, di aver sbagliato, di non
aver amato abbastanza, di avere avuto poco coraggio. Paura di aver sbagliato
vocazione, di aver trattenuto lo vita per timore. Paura di morire prima di aver
iniziato a vivere. È la paura di morire che aumenta la nostra paura di vivere.
Ma se Cristo è in noi, di cosa avere paura? Se proprio quei grovigli, che
rimangono tali, si mostrano il nido perfetto per incontrarlo, perché lui prenda
casa in noi allora nulla, nulla ci potrà mai spaventare. In quel momento saremo
finalmente veramente e definitivamente liberi. E non ci servirà altro. E non
chiederemo protezione a nessuno. Queste sono le persone fanno davvero paura al
mondo. Non quelle che cercano patetiche alternative, ma coloro che non cercano
nient’altro che la comunione con il Risorto.
Non hanno paura gli uomini e le donne che, come Pietro, smettono di promettere
fedeltà improbabili, quelle che perdono la faccia raccontando il loro
tradimento. Non hanno paura solo le persone così libere da lasciarsi portare
altrove da altri, persone per cui non importa più il dove perché sicure che
Cristo è in ogni dove. Cristo è vivo e ci parla in ogni altrove.
*
> “Per non temere, occorre cambiare in radice il criterio delle nostre
> valutazioni. Dobbiamo strappare la nostra attenzione dal giudizio degli
> uomini, e rivolgere invece l’attenzione al giudizio di Dio”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Non può aver paura chi ha un cuore di passero. Chi è leggero e insignificante
come un capello. Non può aver paura chi ha sperimentato che anche il filo
d’erba, e il fiore che sboccia non visto, e l’ultimo insetto del prato, tutto, è
in cammino di ritorno verso il Padre. Tutto è suo.
Non può morire di paura Cristo, il rigettato dagli uomini, perché sente che il
Suo Spirito è accolto dall’Eterno. E che nulla, nulla e nessuno, andrà perduto.
Ma fa paura un uomo così. Un uomo dal cuore di passero. Perché non serve a
niente, perché non pretende niente, perché è povero e felice, perché è ricco di
tutto, perché ama senza possedere, perché obbedisce alla vita e dalla vita si
lascia avvolgere. Fa paura l’uomo che non scade in polemiche, che è libero
rispetto agli schieramenti, che non attende d’essere riconosciuto dagli uomini
per essere felice. Fa paura un uomo così, perché nessun potere mai avrà potere
su di lui.
*
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò
davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli
uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
Fa paura il Cristo Crocifisso e Risorto, fa paura al mondo perché ne sovverte la
logica. Fa paura a noi, perché spesso la Sua voce non la sentiamo. Riconoscere
il Cristo davanti agli uomini non è esercizio intellettuale, ma vertice
d’abbandono fiducioso e totale.
Proprio perché riconosco il Risorto presente nella storia, a lui mi abbandono, a
lui tutto consegno di me. Credere è rinunciare a tutto, è rinunciare a qualsiasi
lotta, a qualsiasi diritto, credere è rinunciare a se stessi per essere tutto di
quella voce che un giorno ci ha preso il cuore. Consegnarsi al Padre assumendo
la stessa logica del Crocifisso. Consegnarsi è vivere da crocifissi all’Eterno
qui, adesso.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Egon Schiele, “Autoritratto come santo”, 1913
L'articolo Un uomo dal cuore di passero proviene da Pangea.
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe,
annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come
pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è
abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe
perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri
per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo
fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e
Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo;
Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e
non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore
perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno
dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i
lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
(Mt 9,36 – 10,8)
*
Come città fortificata cerchiamo di resistere all’invasione della Grazia. Ma il
Figlio dell’uomo è impietoso e impetuoso, città e villaggi subiscono la
conquista, veniamo saccheggiati dalla furia del suo Amore liberante, le trincee
delle nostre malattie e delle nostre infermità vengono ribaltate come fossero
banchi dei cambiavalute del Tempio, erano la nostra infantile forma di
resistenza. Rimanere pecore senza pastore, questo vogliamo, in fondo, per non
dover fare i conti con la libertà. Con il dover decidere di noi. Con il dover
scegliere quale pastore seguire.
Lui trascina via ogni cosa in nome della libertà. Nulla gli resiste. Un Cristo
non addomesticato dalle nostre ideologie non lascia tregua alle città delle
nostre sicurezze e ai villaggi delle nostre abitudini. Gesù Cristo incendia e
non lenisce, spoglia e non protegge, se ne sono accorti subito i sapienti, per
questo lo hanno osteggiato. Hanno cercato di ucciderlo. Pastore o contadino o
figlio del padrone, comunque crocifisso.
I poveri no, i poveri l’hanno seguito all’inizio, perché hanno confuso la
condivisione dei pani con una moltiplicazione e le beatitudini con una
rivoluzione. Ma alla fine, anche loro, hanno scelto Barabba.
Percorre le strade Cristo, non vuole lasciarci come pecore senza pastore, arriva
a scovare fino all’ultimo schiavo impaurito dalla vita. Si abbatte come
benedizione sul mondo, una piaga benevola e violenta. Non vorrebbe risparmiare
nessuno, molti però si nascondono, temono. Di perdersi.
Incomprensibile questa pagina senza intuirne il richiamo a Esodo. È pagina di
liberazione questa, è l’uscita definitiva, è la lotta per la libertà contro i
faraoni che ci portiamo dentro. Ed è lotta sempre all’ultimo sangue. Se si
accetta di affrontarla.
> “Lo spettacolo di questa turba stanca e sfinita, come pecore senza pastore,
> non dobbiamo coglierlo nella sua immediatezza emotiva. In realtà, quella turba
> non era senza pastori; ne aveva anche troppi! C’era un potere politico serio e
> severo come quello di Roma; c’era il potere religioso come quello del
> Sinedrio; c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti… Era un
> popolo ben irregimentato. Perché Gesù dice che era un gregge senza pastore?
> Appunto perché era un gregge stanco e sfinito; come ci stanca e ci sfinisce,
> dentro, la piramide dei poteri che è sulla nostra testa. L’uomo è stanco e
> sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza, nell’inerzia. La stanchezza
> è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida; la sua
> docilità non è che la mentita spoglia della stanchezza interiore”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984)
Siamo stanchi anche noi, sfiniti. Il potere cambia forma, è pervasivo, succhia
il sangue, si nutre di noi incantandoci di false promesse. Ne abbiamo fin troppo
di pastori, ci fiaccano, e tutti brandiscono la promessa della libertà. Creano
bisogni e propongono illusorie temporanee soluzioni. Anche la chiesa istituzione
non ne è indenne, quando si crede indispensabile, quando agisce il potere
chiamandolo servizio, quando svilisce la Parola per renderla “adeguata” al
mondo, quando moltiplica mille inutili strategie per non far morire forme di
presenza nel mondo invadenti e passate. Come credere che Cristo non sia
l’ennesima truffa alla nostra fiducia? Come catalogare il resto del mondo sotto
la categoria di falsi profeti ma lui no? E, soprattutto, come comprendere
davvero, al di là delle pose, da che parte stiamo noi?
*
Compassione
> “Cinque volte compare in Matteo il verbo splanchnízomai (9,36; 14,14; 15,32;
> 18,27; 20,34), modellato sul termine greco ta splánchna, le viscere, che
> l’antropologia biblica considera la sede della compassione”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Il Cristo è compassione. Prima di tutto questo. Non esiste libertà, non esiste
verità, non esiste pastore secondo la logica del Vangelo senza la compassione.
Un movimento viscerale che è la fonte dell’agire divino. È pagina comprensibile
solo alla luce di Esodo: è attraversata dalla logica di quel Dio che ascolta il
lamento del suo popolo, ne prova compassione e si mette in cammino per
liberarlo.
Non esiste verità fuori da questo atteggiamento di amore gratuito, attivo e
totale. Alla verità non basta la diagnosi perfetta di un errore, non la
descrizione dettagliata di una soluzione, la verità vuole il coinvolgimento
della compassione. Inutile moltiplicare i piani pastorali e le crociate
liturgiche, inutili i libri e i documenti vaticani se tutto questo non è
partorito da profonda compassione per ogni uomo. Ma forse è inutile vivere,
parlare, agire, stare, respirare se non lo facciamo con atteggiamento di
profonda compassione per la vita. Senza compassione quella che chiamiamo verità
si trasforma in condanna.
Una vita di fede è reale se aumenta la compassione che provo per i fratelli che
mai, ai miei occhi, sono degni di essere amati. Non è sul contesto che devo
agire ma sul mio sguardo che diventa libero solo se si conforma il più possibile
con quello del Padre. La libertà vera fa paura perché chiede conversione. E una
conversione che per il mondo non è altro che follia. Come imparare la
compassione verso il nemico? Come provare compassione dell’avversario? Come
immaginare un Dio che visceralmente prova compassione per la sua creatura
segnata dal peccato? Abbiamo paura della libertà e di seguire il Cristo pastore
perché è della compassione che abbiamo paura. Dell’incapacità di provarla. Della
fatica di reggerla quando è rivolta a noi.
Rembrandt, Cristo cura il lebbroso, 1650-1655
La strada per la libertà, secondo Cristo, passa da qui. L’uomo libero come Dio è
l’uomo compassionevole. E quindi rifiutato e crocifisso. È uomo marginale per il
mondo. La libertà fa paura. Gesù insegna e annuncia, e anche la sua parola è
innestata nella compassione, una parola che ha autorità la sua proprio perché è
Logos incarnato, è Verbo fatto carne per liberare la carne e riportarla a essere
quello per cui è nata, immagine e somiglianza di Dio.
Gesù guarisce, perché la compassione cura, è movimento di trasformazione
profondo, è la liberazione da tutto ciò che ci impedisce di constatare che siamo
fatti per l’Eterno.
*
La messe è abbondante e la libertà coinvolgente
> Mosè disse al Signore: “Il Signore, il Dio della vita di ogni essere vivente,
> metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel
> tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore
> non sia un gregge senza pastore”. Il Signore disse a Mosè: “Prenditi Giosuè,
> figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui”.
>
> (Numeri 27,15-17)
È pagina che profuma di Esodo, di Mosè e di popoli che imparano la dura fatica
della libertà. Una libertà che non è qualcosa da donare ma atteggiamento da
condividere. La libertà è comprensibile solo da chi è stato liberato. Mosè
chiede al Signore un uomo perché il popolo non sia un gregge senza pastore, e
così ecco Giosuè, figlio di Nun. E poi Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni,
Filippo… e Giuda l’Iscariota, e noi. La libertà fa paura perché vuole noi, non è
qualcosa, non è un ideale, non è nemmeno un dono, la libertà siamo noi quando ci
lasciamo invadere dal Cristo, quando ci lasciamo ri-nominare da lui, quando ci
consegniamo in suo possesso.
Libertà, paradossale libertà, è perdere noi stessi per lasciarci rapire dal
Compassionevole. Ed è prigionia così definitiva che nemmeno Giuda, nemmeno il
nostro tradimento, potrà mai spegnere la sua irriducibile compassione.
*
Il dominio sul male
> “La missione a cui sono inviati i Dodici consiste nel far retrocedere il male,
> nel compiere il bene come il loro Signore Gesù, nel predicare il Regno narrato
> da Gesù nella sua persona. Essa si situa tra il dono e la responsabilità:
> «gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (Mt 10,8). La missione è
> evocata nella sua interezza non come un fare, ma come un ricevere e un dare.
> Chiedere o ricevere denaro è incompatibile con la gratuità dell’annuncio
> messianico: sarebbe smentire il dono gratuitamente ricevuto”.
>
> (Comunità di Bose, Eucaristia e Parola, Vita e Pensiero, 2010)
La libertà è avere il dominio sul male. È vivere con fede, sapendo cioè che la
compassione divina ha raggiunto anche l’angolo più oscuro del creato, è muoversi
da rabdomanti del divino, è suscitare l’Eterno dalle cose.
La libertà è lasciarsi coinvolgere in questo movimento di liberazione di tutto
il Creato. Tutto è fatto per ritornare al Padre e noi, compassionevoli e quindi
liberi, siamo chiamati a indicarlo, a suscitarlo, ad accompagnarlo. Non siamo
noi a liberare, noi siamo stati liberati e lo testimoniamo. Non siamo noi ad
amare. Non siamo noi a salvare. Non siamo noi. Ma il Compassionevole in noi. Noi
suoi inutili ma liberi strumenti.
È pagina di Esodo questa, e forse è anche per questo che Cristo chiede ai suoi
discepoli di andare prima dalle pecore perdute della casa d’Israele, perché
dovrebbero aver memoria dell’Egitto e del faraone e del deserto e del Mar Rosso,
dovrebbero ricordare d’essere stati liberati. Ma questo non è immediato, la
memoria non basta. Non accade. Per essere davvero liberi serve compassione,
serve lasciarsi rapire dal Risorto.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Jan Vermeer, “Cristo in casa di Marta e Maria”, 1656 ca.
L'articolo Libertà e compassione proviene da Pangea.
«Sono io il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel
deserto…ce sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo: chi ne mangia
non muore. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane
vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui
darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del
Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi
mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò
nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera
bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il
Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui
che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e
morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
(Gv 6, 48-58)
*
Chi ne mangia non muore
> Sono io il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel
> deserto…e sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo: chi ne mangia
> non muore.
>
> (Gv 6,48-50)
> “Gesù poi spiega che questo sacramento dà l’unione con lui in maniera
> perfetta. È ciò che possiamo chiamare l’interiorità reciproca «Chi mangia la
> mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui». Questa formula è
> sorprendente. noi siamo portati a pensare che chi mangia l’Eucarestia riceve
> Gesù in sé; invece Gesù dice prima: «Chi mangia la mia carne e beve il mio
> sangue dimora in me». Noi dimoriamo in Gesù, e Gesù in noi. Sono le due
> dimensioni dell’Eucarestia”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, Apostolato della
> Preghiera, 2004)
I padri hanno mangiato la manna e sono morti, un miracolo incagliato tra i denti
a soffocare l’illusione che Dio fosse la risposta alle nostre mondane fami. Si
muore mangiando manna se non si impara ad ascoltare davvero il proprio corpo. Il
nostro corpo. Questa carne malata di Infinito, questo sangue che implora
d’essere bevuto dall’Eterno. Muoiono i padri che mangiano manna e si
accontentano di sopravvivere al deserto che si portano dentro. E siamo morti
tante volte anche noi, ogni volta che abbiamo strappato morsi di tempo da
aggiungere ad altro tempo. E sapevamo, in cuor nostro, che stavamo solo
dilatando la condanna.
Nemmeno mangiare la tua carne basta a sopravvivere. Nemmeno azzannare il sacro,
cibarsi solo di te. Nemmeno questo basta. Non basta a te che, come cerva che
anela a fonti d’acqua, abbassi il tuo muso in noi. Dissetiamo Dio con il nostro
sangue. Interiorità reciproca.
Non basta scendere in noi, interiorità assoluta, staccandosi dal mondo, non
basta la pace, non basta la perfettissima quiete, ci si inabissa per scoprire la
tua fame di noi, la divina sete del Creatore per la sua creatura. E sembra ogni
volta sempre troppo. E non regge nessuna immagine di te, Dio così perso d’amore
per noi. Non regge il nostro cuore mentre ti immaginiamo mendicante delle nostre
miserie. Si frantuma il concetto di Dio. Ci spaventa la tua decisione di
nasconderti in noi.
Perché non ci hai comandato di essere obbedienti? Perché non ti sei limitato a
esaudirci? Perché non sei rimasto manna? Ti avremmo adorato, divorato,
implorato, giorno dopo giorno. Avremmo imparato ad avere bisogno di te. Ti
avremmo pregato. Invece no, tu non sei manna, il tuo corpo non scivola in
putrefazione. Tu sei la nostra dimora e noi la tua.
I padri muoiono se si affidano alla manna, chi non muore è solo chi si affida a
te, a te che dimori in noi. Perché se tu sei nell’uomo e quindi non possiamo più
morire, morirebbe Dio, moriresti tu. Ci tieni in vita. E ti lasci tenere in vita
da noi. Non credo ci sia definizione più lucida dell’Amore. Interiorità
reciproca.
> “Tutto avviene come se, con la morte dell’uomo Gesù, la vita stessa del Figlio
> non restasse più solamente in lui, ma diventasse comunicabile ai suoi”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
*
Carne
> Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in
> eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
>
> (Gv 6,51)
> “Con il termine «carne» (sárx) Gesù non intende la sostanza corporea
> dell’organismo umano, ma se stesso nella condizione mortale. (…) la parola
> «carne» specifica nel prologo il modo della presenza del Logos tra noi (1,14):
> esso quindi tiene viva qui l’idea del mistero dell’Incarnazione che il
> discorso ha messo in rilievo col tema della discesa dal cielo”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Tu sei vaso di nardo purissimo, sei nato per la frantumazione che esplode in
profumo, tu sei il sepolcro che sbriciola in luce, tu sei la carne che tiene in
vita il mondo.
Tu sei uno scrigno, oro, incenso e mirra, tu sei epifania di Dio che disceso dal
cielo giura destini d’eternità per le nostre vite.
Tu ci preghi perché noi possiamo avere fame di te. Anche questo è difficile. La
fame di vita la provano davvero i condannati a morte, i malati, i falliti, gli
storpi, i ciechi. La fame di vita non si conquista, arriva per sfinimento. La
fame di te è dei santi ma solo dal fondo della loro notte oscura. La fame di te
grida dalla ferita estrema di chi ha smesso di credere in sé. La fame di vita
grida dai bordi delle strade, si fa largo tra i perfetti per piangere sui tuoi
piedi. La fame di vita è l’approdo di una vita che ha imparato a perdere tutto.
La fame di te è la forza che ci attira a fondo, nel baratro, nella mangiatoia.
Tu stai, accovacciato tra le nostre ombre. Fede, fede vera, è il perdersi di Dio
tra le braccia dell’uomo, è l’abbraccio di due naufraghi.
“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, e così credere in
Dio è guardare Cristo. Nessun altro modo ci è concesso. Un Dio incarnato in
condizione mortale a trasformare il Cielo in ventre di partoriente. Piove Dio
tra le carni del mondo. Discesa. Svuotamento. Consegna. Lui è la stella cometa e
noi terreni d’arare di incandescente promessa. Servono occhi che sappiano
vedere. Che sappiano reggere la violenza di questa traiettoria.
Il Verbo precipitato in vagito di bambino, silenziato in germoglio di corpo,
esploso per tre anni su un frammento santo di terra, inchiodato al legno e,
qualcuno dice, rientrato nel seno dell’Eterno. Gli occhi sanguinano, hanno
paura. Credere è procedere per la stessa traiettoria, da morte in vita. È cedere
finalmente, e riconoscere la vera vocazione del nostro corpo. Siamo al mondo per
tornare al Padre. La vita spirituale non è altro che paziente istruzione della
profonda nostra nostalgia.
Precipitato di Grazia in carne d’uomo, ci si deve chinare fino a raccogliere
frammenti di Dio nell’angolo più lontano del nostro peccato. Cristo in noi è Dio
che fa tana nei nostri meandri. Senza chiedere permesso. Un Dio accovacciato nel
punto più lontano dal Padre: in noi. Nascosto tra i rovi dell’eterno paradiso.
Nascosto tra i peccatori.
Un Dio alfa e omega, accerchiamento salvifico. Un Dio in mezzo, immischiato,
sporco di noi.
*
Il Rifiuto
> Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui
> darci la sua carne da mangiare?».
>
> (Gv 6,52)
> “…essi si rifiutano che la salvezza universale e anzitutto la loro salvezza,
> possa provenire dal dono di sé di un uomo. Essi si rifiutano di dipendere
> radicalmente, per la vita eterna, da questo Gesù che sta parlando con loro,
> dipendenza intollerabile e anche sacrilega per chi non riconosce altro
> salvatore che Dio. La prima obiezione esprimeva il rifiuto del Logos, la
> seconda nega che la morte di Gesù sia sorgente di vita per tutti gli uomini. È
> lo scandalo della croce che qui affiora”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Dipendere radicalmente da te che parli con noi. In noi. Sta tutto qui. Nessuna
conquista, non sei meta per gli illuminati, non premio per i perfetti, non sei
approdo di immacolate liturgie, non la consegna dei nostri meriti. Ciò che
facciamo, la morale, non ti interessa. Dipende solo quanto sentiamo di dipendere
da te. Come l’aria che respiriamo, il pane e la terra su cui camminiamo. Come il
cielo, il tempo, il caldo e il freddo. Dipende solo da quanto realmente sentiamo
di dipendere da te. Solo questo. Se tu non ci fossi io morirei. (E che tu ci
sussurri la stessa promessa mi pare sempre incredibile).
Ti rifiutiamo solo quando non abbiamo più fame di te. Allora, in quel momento
preferiremmo tu ci chiedessi santità. Perché santi si può diventare. Perché
l’amore si può fare e i precetti si possono moltiplicare ma la fame, la fame si
può solo dilatare smettendo di mangiare. Forse la fede è solo smettere. Smettere
tutto fino ad arrivare a Te. E in quel momento, esattamente alla fine, al
termine di tutto, solo lì, ormai liberati da qualsiasi cosa, anche e soprattutto
di quella che ritenevamo più santa, lì, inchiodati alla nostra benedetta
miseria, verificare finalmente se davvero era fame di te. O solo impalcatura
verniciata di sacro delle nostre noiosissime fantasie. Solo lì, quando avremo
perso tutto e tutti, quando nulla ci sembrerà più desiderabile, nemmeno il
tempo, solo lì scuoiati nel nostro intimo, scopriremmo se siamo stati tua dimora
oppure no. Tu divina intollerabile, indispensabile, dipendenza.
*
Carne e sangue
> Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne
> del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi
> mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò
> nell’ultimo giorno”.
>
> (Gv 6,53-54)
> “(Gesù) però evita subito ogni malinteso dicendo non «la mia carne» ma «la
> carne del Figlio dell’uomo». I giudei avevano indicato Gesù come uomo comune
> (costui), persistendo a non vedere in lui che un individuo come gli altri; di
> qui il loro rifiuto del suo annuncio. In realtà, colui che parla a loro non
> appartiene a questa creazione, egli appartiene al mondo dell’alto. Del Figlio
> dell’uomo il lettore sa che è in comunione permanente col cielo (1,51), che è
> disceso per essere «innalzato» (3,14s) e che vi risalirà (6,62). Con questo
> titolo l’evangelista designa certamente il Figlio di Dio nel suo itinerario di
> Salvatore; al livello dell’episodio concreto, gli uditori sono invitati a non
> fermare il loro sguardo sull’essere umano che sta loro di fronte, ma a
> sollevarlo verso Colui che, secondo la loro tradizione apocalittica, domina i
> secoli”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
La carne del Figlio dell’uomo. Figlio dell’uomo. Ecco perché sono morto, come i
padri, quando ho mangiato la manna dell’illusione antropologica. Non basta la
carne. Non basta l’uomo, nemmeno l’uomo che ama, che vive in comunione, che
pensa e che aiuta i poveri. Non basta la manna di un’antropologia buona e
condivisa, non basta il galateo parrocchiale, non basta la carne se tu non fossi
il Figlio dell’uomo.
Ancora movimento d’incarnazione. Dal cielo alla nostra carne per innalzarci al
Padre. Dobbiamo battezzarci in te, non basta amare l’uomo. Dobbiamo amare te
nell’uomo, trovare te. Nessun gesto meramente umano basta a dare senso alla
vita, questo dovremmo aver capito. Amare, condividere il pane, perdonare,
ascoltare… ogni cosa ha senso solo se battezzata in te. Se tu non ti fossi fatto
uomo a nulla servirebbe la patetica recita della condivisione. Etica per poveri
illusi, religione ad uso dei potenti per controllare i miseri.
Se tu non fossi Figlio dell’Uomo, se tu non fossi Logos fatto carne noi non
avremmo in noi la vita. Balbettare strategie solamente orizzontali è illudersi
d’essere Dio. E interpretazione perfetta del nulla, il sorriso imposto alla
disperazione. Se tu non fossi Figlio dell’Uomo io non avrei in me la vita. Cioè
non avrei in me niente. Questa è la fede, sentirsi conchiglie vuote trasportate
a riva dagli eventi, abbandonate e disperate, se tu non fossi tu.
*
Vero cibo
> Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
>
> (Gv 6,55)
> L’aggettivo «vero» (alethés) equivale all’avverbio «veramente»: questa carne e
> questo sangue si rivelano come gli elementi in grado di compiere perfettamente
> la funzione di soddisfare la fame e la sete di cui Gesù parlava nell’annuncio
> sapienziale di 6,35b: «chi viene a me non avrà mai più fame, chi crede in me
> non avrà mai più sete».
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Elencare i nostri bisogni non è facile Signore ma forse è ancora più difficile
affidarci alla tua promessa. Credere e cedere, seguirti. Perché se ti seguiamo
tu prometti di soddisfare la nostra fame e la nostra sete. Ma se non avremo più
fame e non avremo più sete cosa saremo diventati? Cosa rimane dell’uomo svuotato
dai suoi bisogni, cosa rimarrà di noi quando non avremo più bisogno di cercarti?
Forse fa ancora più paura questa tua promessa. Esodo faticoso da immaginare. Ci
chiedi di amarti così tanto da perdere noi stessi. Da entrare in te. Interiorità
reciproca. Tu nel Padre e noi in te e la Trinità in noi. E non avremo più fame e
non avremo più sete perché sarai tutto in tutti.
*
Dimorare in Lui
> Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il
> Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui
> che mangia me vivrà per me.
>
> (Gv 6,56-57)
> “Ma Gesù va ancora oltre quando annuncia: «Colui che mangia me dimora in me e
> io in lui». Questa formula non significa un’assimilazione che diventerebbe
> fusione, ma una comunione tra persone. Questa prospettiva «mistica» è propria
> della rivelazione cristiana”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Nessuna assimilazione, non la diluizione della mia identità nella grande luce
indistinta, non il mio sciogliermi nell’Oceano di luce, non la fusione ma la
comunione tra persone. È il movimento trinitario. Essere vivi per imparare
questo. Agire mistico. Passaggio quotidiano dalla morte alla vita.
> Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e
> morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.
>
> (Gv 6,58)
> “La manna data da Dio nel deserto e la Legge data da Dio al Sinai erano la
> figura annunciatrice del «vero» pane che è Gesù, dato da Dio e donatosi fino
> alla morte per compiere il nostro passaggio dalla morte alla vita”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, Paoline, 1992)
Siamo vivi per accompagnare ogni cosa alla vita. Siamo vivi per sabotare le
apparenze, se siamo figli del Cielo, le cose non sono nate per sprofondare nella
tomba ma per innalzarsi all’Eterno. Siamo vivi per educare il nostro sguardo a
tracciare traiettorie di vita. Siamo vivi quando, battezzati nell’agire di
Cristo, ogni nostro atto testimonia il destino d’eterno che abita l’uomo.
Cristo non ha fatto altro, non è stato altro: passaggio dalla morte alla
pienezza del Padre. E non poteva non risorgere. Era già Resurrezione.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Eugène Delacroix, “Cristo in croce”, schizzo del 1850; nel testo,
disegni preparatori di Jean-Auguste-Dominique Ingres
L'articolo Carne e sangue proviene da Pangea.
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede
in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato
il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per
mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato
condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
(Gv 3, 16-18)
*
Nicodemo, si viaggia nella notte
> “…l’atmosfera misteriosa che avvolge il colloquio, sia per la sua forma
> (ellissi, sbalzi di pensiero, doppi sensi) che per i temi affrontati: la nuova
> nascita e il mistero del Figlio dell’uomo. Rivolgendosi a Gesù, Nicodemo viene
> dalla notte verso la luce, ormai presente nel mondo (3,19). Come Giovanni
> Battista nella prima giornata cercava lo Sconosciuto, non avendo ancora
> identificato il Messia, così Nicodemo cerca Dio nella notte, non avendo ancora
> riconosciuto in Gesù la luce”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 1989)
Nicodemo, fariseo, maestro in Israele e membro del sinedrio, riesce a non
soffocare la sua fame di verità perché, come scrive Léon-Dufour, è alla ricerca
dello Sconosciuto. Nicodemo non si lascia ingabbiare dalle definizioni e dalle
abitudini, non si accontenta di difendere un’identità costruita nel tempo
ma accetta di camminare nella notte. Notte che anche lui, come ognuno di noi, si
porta dentro. Cammino rischioso ma non inutile perché ogni notte è presidiata
dalla Sua presenza.
In questa pagina evangelica Giovanni sembra volerci dire che la fede cristiana
non è un salto nel buio in uno spazio che potrebbe essere vuoto ma un itinerario
possibile per chi accetta di essere pronto a confessare di amare chi non conosce
fino in fondo. Lo Sconosciuto. Esporsi in territorio abitato e in misterioso è
processo che ridefinisce l’amato e l’amante, che rimette in gioco radicalmente e
continuamente la nostra identità. Se così non fosse, se si assimilasse l’atto di
fede a un processo di mera conoscenza in cui quello che serve è solo di andare a
riempire il nostro non-sapere, arriveremmo a pronunciare parole bellissime sul
Cristo ma totalmente inutili, esanimi, svuotate, disarmate.
Serve la notte a Nicodemo, e a noi tutti, perché l’incontro di fede avviene in
un colloquio personale con il Vivente, e ogni incontro significativo deve essere
immerso in questa condizione misteriosa da prime pagine di Genesi, ogni incontro
significativo prevede una ri-Creazione. Occorre rinascere dall’alto e lo si può
fare solo nella sospensione di una notte che espone i protagonisti dell’incontro
al rischio dello sconosciuto. Per Nicodemo è sconosciuto questo Dio che si
manifesta in Gesù di Nazareth, ma probabilmente anche Dio, accettando il rischio
notturno della relazione con l’uomo, accetta di scoprirsi diverso, nuovo,
paterno. Forse uno dei cuori della Trinità è proprio questo, non un gioco di
aritmetica spirituale ma il mistero d’amore di un Dio che accetta di abitare la
notte, e di scoprirsi sempre nuovamente padre, in relazione.
Che Dio si mostri in Cristo, che sulla croce in qualche modo anche il volto di
Dio cambi, come se quell’eccesso d’amore fosse sconosciuto anche al Sacro Cuore
è segno che la nostra fede non può permettersi di prendere derive che la
scostino dall’evento storico di Gesù, non può permettere di ridurre la croce e
la resurrezione a puro atto simbolico, non può disincarnarsi.
Che Dio si mostri in Cristo non può voler dire che ormai noi lo conosciamo,
Cristo rimane lo Sconosciuto anche per noi, anche duemila anni dopo. Cristo sarà
sempre colui che mai possiamo pretendere di conoscere fino in fondo, impossibile
da circoscrivere. Amare, accettare il rischio di una relazione, è esattamente
sperimentare, passo dopo passo, la gioia di una pienezza che si dilata in
orizzonti inediti. Lasciarci implicare in una relazione di fede è fare i conti
con l’infinito, infinito che non è un’idea astratta ma l’esperienza insita in
ogni gesto, in ogni pensiero.
La realtà tutta è immersa nel mistero della notte ma in ogni notte c’è uno
Sconosciuto che permette al reale di non esaurirsi in una definizione ma di
aprire infiniti altri passaggi. La verità della vita è una Via. La crisi del
sacro, e quindi la crisi della fede, è anche crisi di linguaggio. Solo il
poetico è capace di condurci nel cuore della notte sulle tracce del divino
Sconosciuto. Portandoci continuamente, infinitamente, altrove. Ciò che si
capisce. Ciò che ci si illude di aver capito, atto umano stupido imprudente e
diabolico, svuota il reale dell’anima. Ciò che conosciamo somiglia al catalogo
di una raccolta d’insetti ma Dio non si lascia trapassare dall’ago del saccente.
Sfugge. Sempre.
*
Il Figlio unigenito
> “La parola «unigenito» rimanda, da una parte, al Prologo, dove il Logis viene
> definito «l’unigenito Dio – monogenès theòs» (1,18). Dall’altra, ricorda
> tuttavia anche Abramo, che non rifiutò a Dio suo figlio, il suo «unico figlio»
> (Gn 22, 2-12). Il «dare» del Padre si compie nell’amore del Figlio «sino alla
> fine» (Gv 13,1), ossia fino alla croce. Il mistero trinitario dell’amore che
> si delinea nel titolo «il Figlio» è una cosa sola con il mistero d’amore nella
> storia che si compie nella Pasqua di Gesù”.
>
> (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2008)
Entrare nella propria notte interiore è rischioso, uscirne illesi significa aver
rifiutato il mistero. Trinità è mistero che chiede la disponibilità a lasciarsi
ferire, trafiggere. Abramo sale sul monte pronto al sacrificio. Che a morire non
sia stato il primogenito non significa che non ci sia stato spargimento di
sangue, l’ariete è la macellazione dell’idea di potenza di Abramo. Come dice
bene il biblista André Wénin:
> “Così, riguardo all’agnello (seh) di cui parlava Isacco, l’ariete (‘ayil) che
> vede Abramo è l’animale padre. Di più, il termine è legato a una radice che
> connota l’idea di potenza; il verbo corrispondente significa, infatti, ‘essere
> forte, potente’. In questa direzione, si noterà anche che, nella Bibbia,
> l’immagine delle corna evoca frequentemente la potenza”.
>
> (A. Wénin, Isacco o la prova di Abramo, Cittadella editrice, 2005)
Entrare nella notte è quindi accogliere la possibilità di uno stile di vita che
non sia quello della potenza, entrare nella notte è passare dall’idea del Dio a
cui sacrificare al Padre che offre e si offre. Del figlio unigenito che non
interrompe l’eccesso d’Amore fino a donarsi lui stesso sulla croce. Dello
Spirito Santo che irrompendo nella vita dei discepoli li trasforma in movimento
verso gli altri: martirio, testimonianza. La Trinità come corrente entro cui
immergersi, battesimo di coerenza al movimento divino, che è il movimento del
Creato. Tutto proviene dall’Amore e all’Amore ritorna. Ci si immerge nella notte
per sperare di intercettare la corrente che gettandoci nel mondo ci riporta al
Padre. Rimanere agli argini di questo flusso è condannarsi a non comprendere il
senso della vita.
Dipende davvero da noi, terribile e immensa la nostra libertà:
> “Che Dio sia giudice oppure padre, dipende da te stesso, dalla tua decisione.
> Se credi al messaggio del Figlio, non c’è giudizio: chi crede in lui infatti
> non è condannato. Se invece pretendi d’essere tu stesso giudice del mondo,
> allora Dio sarà per te giudice severo, e il suo giudizio non potrà terminare
> altro che alla tua condanna”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
*
Chi non crede
> “Chi non crede è già stato giudicato, e questa è la ragione della condanna «La
> luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce»
> (3,19). Il Signore trovò tutti peccatori. Molti però amarono i propri peccati,
> molti altri li confessarono; chi riconosce i suoi peccati e di essi si accusa,
> questi è già con Dio. In te devi odiare la tua opera e amare l’opera di Dio”.
>
> (Agostino d’Ippona, Commento al Vangelo secondo Giovanni XXII, 10-13,
> in Lectio Divina per la vita quotidiana 14, Queriniana, 2009)
Accettare di seguire le orme di Nicodemo, accogliere seriamente la sfida della
notte, è movimento complesso e doloroso. Fino a quando si crede che la notte sia
un artificio simbolico per designare quello che di bello abbiamo ancora da
scoprire non abbiamo compreso cosa sia davvero la notte. La nostra notte, quella
che ci pulsa in cuore, è il nostro peccato. Il male esiste e siamo tutti
peccatori. Fino a quando non troviamo il coraggio di incamminarci in quel
crepaccio di dolore, di odio e di rancore che ci portiamo dentro noi non
sapremmo mai cosa significhi davvero credere. E non è movimento che si può fare
una volta sola nella vita. Le immersioni facili nelle notti che ci portiamo
dentro non sono le prime, ingenue, quelle giovanili, quelle di quando siamo in
ricerca di un posto e non vediamo l’ora di tagliare i ponti con il passato. No,
le notti più dolorose sono quelle dell’età adulta, quando si è certi di aver
preso decisioni, di aver compreso qualcosa di noi, di aver trovato il nostro
posto. Le notti più faticose sono quelle in cui ci ritroviamo a fare i conti con
peccati personali e vizi antichi che credevamo di aver sconfitto e che invece
sembrano sclerotizzati. Le notti peggiori sono quelle in cui non ci è più dato
di sperare che potremmo diventare migliori cambiando luogo, compagni di viaggio,
scelte vocazionali, condizioni di vita. Le notti peggiori sono quelle che
arrivano quando siamo già vecchi e non abbiamo più voglia di accettare che ci
sia ancora qualcosa di sconosciuto in noi. Invece lo Sconosciuto, per fortuna,
presidia.
Il peccato c’è, per tutti. Non i difetti, non il generico errore ma il male in
qualche sua declinazione. In noi. Un male incarnato e unico che si manifesta
grazie alle nostre scelte, al nostro corpo, al mostro esserci. Peccato come
ostacolo al movimento Trinitario di salvezza. Riconoscerlo e confessarlo, dice
Agostino, ci mette già accanto a Dio. Ma questo processo, se affrontato con
verità e coraggio è dolorosissimo. Se affrontato in età adulta ancora di più.
Serve grandissima fede, serve di aver incontrato il Risorto per non morire
dentro la propria notte.
Però si può rinascere, e lo si può fare solo quando si è vecchi, forse proprio
perché liberi dall’illusione che il male che ci abita, una volta individuato,
sia risolto. Forse perché da vecchi finalmente ci si accorge che non ci si può
partorire da soli, serve essere rimessi al mondo da Dio. Forse perché, da
vecchi, si dovrebbe aver imparato l’arte della misericordia. Essere incapaci di
perdono è la nostra vera condanna. È ciò che ci rende radicalmente diversi da
Dio.
*
Chi crede
> “Tutto si concentra nell’uomo, e in primo luogo nell’uomo-Dio, che è Cristo;
> tutto deve ritornare a Dio mediante Cristo e i cristiani (In III Sent. Prol.).
> L’umanesimo di san Tommaso ruota dunque intorno a questa intuizione
> essenziale: l’uomo viene da Dio e a Lui deve ritornare. Il tempo è l’ambito
> entro il quale egli può portare a compimento questa sua nobile missione,
> mettendo a profitto le opportunità che gli sono offerte sul piano sia della
> natura che della grazia”.
>
> (Messaggio di Giovanni Paolo II ai partecipanti al congresso internazionale
> tomista, Castel Gandolfo, 16 settembre 2003)
Nicodemo entrando nella notte, incamminandosi verso l’uomo-Dio che è Cristo si è
concentrato nel nucleo incandescente che abita ogni essere umano. Il suo
itinerario è davvero il percorso di una vita. Non siamo al mondo per altro.
Siamo vivi per incamminarci nella notte che ci portiamo dentro e per poter
incontrare lì, sulla vetta del monte, il volto di un Dio che ci chiede di
slegare il primogenito, di non trattenere l’amore. Siamo vivi per incamminarci
nel cuore della notte che ci portiamo dentro per scoprire che siamo nati perché
da Dio veniamo e a Dio ritorniamo. Ciò che esula da questo movimento è
disumano.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: immagini dal ciclo “La Santa Faz” di Francisco de
Zurbarán, XVII secolo
L'articolo Trinità. Cercare Dio nella notte proviene da Pangea.
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme
nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento
che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.Apparvero loro
lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e
tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue,
nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il
cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li
udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la
meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come
mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti,
Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del
Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti
della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e
Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». Tutti
erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: “Che cosa significa
questo?”. Altri invece li deridevano e dicevano: “Si sono ubriacati di vino
dolce”. (At 2, 1-13)
*
Come all’irrompere di un vento impetuoso
> “La Chiesa ha bisogno d’essere tempio di Spirito Santo (Cfr. 1 Cor 3, 16-17;
> 6, 19; 2 Cor 6, 16), cioè di totale mondezza e di vita interiore; ha bisogno
> di risentire dentro di sé, nella muta vacuità di noi uomini moderni, tutti
> estroversi per l’incantesimo della vita esteriore, seducente, affascinante,
> corruttrice con lusinghe di falsa felicità, di risentire, diciamo, salire dal
> profondo della sua intima personalità, quasi un pianto, una poesia, una
> preghiera, un inno, la voce orante cioè dello Spirito, che, come c’insegna S.
> Paolo, a noi si sostituisce e prega in noi e per noi «con gemiti ineffabili»,
> e che interpreta Lui il discorso che noi da soli non sapremmo rivolgere a Dio
> (Cfr. Rom 8, 26-27)”.
>
> (Paolo VI, Udienza generale, Mercoledì 29 novembre 1972, www.vatican.va)
Pentecoste era in origine una festa della mietitura, del raccolto, una falce a
decapitare grani maturi. Pentecoste potrebbe essere per noi, ancora, un taglio,
una ghigliottina rispetto alla “muta vacuità di noi uomini moderni, tutti
estroversi per l’incantesimo della vita esteriore”. Mietere è staccare,
sradicare, atto violento e apparentemente privo di dolcezza. Chi miete sancisce
il destino del frutto: la macina. Frantumazione per diventare cibo. Incantati
dalla vita esteriore crediamo che Pentecoste possa essere possibile solo come
alito di vento leggero che ci abilita alla predicazione fino a renderci
comprensibili da tutti. Addirittura di elevarci fino a renderci utili o, peggio,
degni di predicazione tra i sapienti. Come se il mondo stesse ad aspettare il
verbo pacificato e pacificante. Comprensibile. Come se il Cristo avesse
dimenticato la croce. E la falce.
Pentecoste, almeno due secoli prima dell’era cristiana, si trasformò in
commemorazione per il dono della legge al Sinai, il popolo liberato dal faraone
diventa popolo dell’Alleanza. Ma rimanere liberi è molto più difficile che
fuggire dalle strutture del potere. Il faraone che abbiamo dentro ci segue, ci
trattiene e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Per rimanere liberi serve un
altro esodo, dall’alto. E sarà sempre improvviso. E fragoroso. Sarà una
teofania. La Pentecoste cristiana è figlia dell’irruzione dello Spirito che si
abbatte fragorosamente in noi. Si può rinascere solo dall’alto. L’incantesimo
del mondo lo può spezzare solo l’Altissimo. Teofania a risvegliarsi
dall’illusione che un’antropologia buona sia già Vangelo. Davanti a un testo
così sta a noi di decidere ogni giorno se valga ancora la pena di assumersi il
rischio di pregare per farci invadere ancora dallo Spirito oppure no. A noi di
assumerci il rischio di riunire tutto quello che siamo e offrirlo all’invasione
dolcissima e terribile del Dio Risorto. “Fai di me ciò che vuoi” o zittiscimi,
impediscimi di parlare di te, mietimi la lingua, costringimi al silenzio. “Fai
di me ciò che vuoi”, aiutami quindi, ti prego, a riconoscere l’attimo esatto e
terribile in cui smetto di essere al tuo servizio e mi perdo nella Babele dei
miei pensieri. Invoco Pentecoste per non rimanere schiavo di me stesso.
Albrecht Dürer, Pentecoste, 1510
*
Lingue come di fuoco
> “…uno Spirito che sembra presiedere le nascite, le gestazioni. Quando inizia
> qualcosa, quando germoglia qualcosa, quando è il giorno di una nuova
> creazione, allora lo Spirito è presente e «dà vita». «Dà vita»: diciamo nel
> Credo.”
>
> (Angelo Casati, Gli occhi e la gloria, Centro Ambrosiano, 2003)
Lo Spirito Santo è fuoco, aveva ragione il Battista, ma è stato Cristo, drago
divino, a portare il fuoco sulla terra. Lingua di fuoco che veniva capita dagli
uomini non perché comprensibile ma perché penetrava fino al punto più intimo
dell’animo umano, perché era lingua di fuoco che intercettava il nervo scoperto
della Verità. Ma la verità può incendiare di stupore o indurci alla difesa, per
paura. O, peggio, può spingerci a ribellarci con violenza: si inchioda Cristo
alla croce perché lo si è capito!
Che la lingua sia divina, che sia comprensibile non è per nulla sicurezza di
conversione. Che sia comprensibile, che avvenga la pentecostale comunicazione è
innegabile, ma questa non produce per forza assunzione docile del Verbo. Anzi.
La vita nuova non si dà per incantesimo divino, procede per incendio del nostro
uomo vecchio. Fare falò delle nostre sicurezze, accatastare e incendiare la
legna delle nostre illusioni. Se siamo ancora vivi è perché siamo stati
battezzati nel cratere di divini incendi. Lo Spirito è vero che “dà vita”, che
presiede nascite, ma lo fa con spada di fuoco.
Difficile decidere di nascere se non sono gli eventi a incendiarci la casa dove
stiamo seduti, al sicuro. Davanti a questo testo scoprirsi a cercare nel proprio
passato tizzoni di vita carbonizzati nella speranza di non aver vissuto invano.
Che non sia tutto solo cenere.
*
Si sono ubriacati di vino dolce
La traduzione letterale dal greco proposta dalla bibbia interlineare di Alberto
Bigarelli edita per San Paolo nel 1998 dice «Erano fuori di sé poi tutti ed
erano incerti, uno all’altro dicendo: “Cosa vuole questo essere?”. Altri invece
schernendo(li) dicevano: “di mosto riempiti sono”». E forse sarebbe da leggere
così la Bibbia, mi dico, sempre, traducendo parola per parola e incespicando,
incerti come ubriachi finalmente fuori di sé.
Pietro con raffinata ironia e prontezza dirà che non si tratta di vino dolce,
che sono solo le nove del mattino, che quell’essere fuori di sé è profezia. E
cita il profeta Gioele.
> Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio –
> su tutti effonderò il mio Spirito;
> i vostri figli e le vostre figlie profeteranno,
> i vostri giovani avranno visioni
> e i vostri anziani faranno sogni.
>
> (At 2,17)
E così ad essere ubriaco d’amore, nelle parole di Pietro, ad essere fuori di sé,
definitivamente fuori di sé, a incespicare in promesse insostenibili per l’umana
debolezza, pare essere Dio in persona. Trinitario nel suo tuffarsi nel creato.
Davanti a questa effusione del suo Spirito, a questa semente gettata senza
apparente discernimento, qualcuno si interroga. “Non ci ardeva forse il cuore?”,
il significato di questo vento e di questo fuoco e di questo cuore che arde in
petto come il cuore dei discepoli di Emmaus sconvolge chi si sente raggiunto
dallo Spirito. Qualcuno prende quella domanda e la dispiega, la lascia libera di
porsi. Come fece Maria, la madre del Cristo, all’inizio dei nuovi inizi. E così
forse Pentecoste è anche festa di chi si domanda ancora che senso abbia vivere.
Più ancora, domanda di chi non si limita a parlare di Dio, esercizio spesso
noioso e sterile, ma che fa parlare quel Dio che fragorosamente è penetrato
nelle carni, nelle ossa, nel cuore. Alle nove di un qualunque mattino qualcuno
si mette ancora in ascolto di parole ubriache di possibilità. E implora che la
poca fede che lo abita non lo spinga a deridere tutto questo come fosse utopia.
Credere in Dio è credere che lui creda ancora nell’uomo, fino a farsi bruciante
casa in lui.
Che qualcuno si faccia beffe di questa possibilità appare scontato. Che qualcosa
in noi continui a sabotare questa eventualità è normale e forse, addirittura,
paradossalmente, salutare. Permette la lotta. Il confronto.
Ubriacarsi di Spirito, bere come mosto dolce alla Sacra Scrittura ogni giorno,
lasciare che la lingua si sciolga, si perda, si incendi, si lasci finalmente
abitare dal Verbo. Esercitarsi a uscire da se stessi, a non trattenersi.
Accettare che il mondo ci prenda per folli. Ma farlo sempre e solo nel solco di
Gesù di Nazareth. Lui, il Maestro pericolosamente fuori di sé che troviamo nelle
Beatitudini, il Dio del perdono, così fuori di sé da essere stato crocifisso
fuori da Gerusalemme. Pentecoste è solennità che impone verità. Credente è solo
colui che tenta di uscire di sé seguendo le orme del Cristo. Il resto rischia di
essere mero narcisismo spirituale.
Pentecoste è implorare Dio di non cadere nel pericoloso peccato di credere di
credere in lui mentre invece seguiamo solo noi stessi. Avere accanto compagni
credibili di viaggio. Gente di fede. Trovare il coraggio di ascoltarli può
salvarci. E ridere. Ridere sempre di noi. Come fossimo davvero ubriachi di vino
dolce, perché se lo Spirito accetta di abitarci, se a volte sembra che riusciamo
a non oscurarlo troppo, è davvero solo per Suo cocciuto amore nei nostri
confronti.
*
Pentecoste, inviolabile silenzio
> “Ha bisogno la Chiesa di riacquistare l’ansia, il gusto, la certezza della sua
> verità (Cfr. Io 16, 13), e di ascoltare con inviolabile silenzio e con docile
> disponibilità la voce, anzi il colloquio parlante nell’assorbimento
> contemplativo dello Spirito; il Quale insegna «ogni verità» (…) Uomini vivi,
> voi giovani, e voi anime consacrate, voi fratelli nel sacerdozio, ci
> ascoltate? Di questo ha bisogno la Chiesa. Ha bisogno dello Spirito Santo.
> Dello Spirito Santo in noi, in ciascuno di noi, e in noi tutti insieme, in
> noi-Chiesa. (…) Come mai si è affievolita questa pienezza interiore in tanti
> spiriti, che pur della Chiesa si dicono? come mai tante schiere di fedeli
> militanti nel nome e sotto la guida della Chiesa si sono impigrite e diradate?
> come mai molti si sono fatti apostoli della contestazione, della laicizzazione
> e della secolarizzazione, quasi pensando di dare più libero corso alle
> espressioni dello Spirito? o talvolta più fidando nello spirito del mondo, che
> in quello di Cristo?”.
>
> (Paolo VI, Udienza generale, Mercoledì 29 novembre 1972, www.vatican.va)
Pentecoste come solennità che ci porti a pregare per
ritrovare ansia e gusto della divina verità. Pentecoste che ci riporti in un
luogo chiuso e silenzioso, spazio indispensabile per tentare l’assorbimento
contemplativo dello Spirito. Assorbimento contemplativo. A questo siamo
chiamati, amati e disarmati, svuotati e abitati, affamati e desiderati. A questo
siamo chiamati, alla contemplazione che assorbe e si lascia assorbire dall’Uomo
dello Spirito Gesù di Nazareth. Contemplazione, per liberarci dalla perenne
tentazione di ridurci ad apostoli della contestazione, della laicizzazione,
della secolarizzazione ma anche, contemplazione in grado di farci discernere
Tradizione da tradizionalismo di facciata, lingua di fuoco a incenerire
l’illusione di ogni tipo di potere mondano.
Spirito Santo vieni, vieni sempre, vieni ancora e che ognuno di noi ti possa
aspettarti con “inviolabile silenzio e con docile disponibilità”.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: El Greco, “Pentecoste”, 1597-1600
L'articolo Pentecoste: accettare che il mondo ci prenda per folli proviene da
Pangea.
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù
aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla
terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò
che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del
mondo». (Mt 28, 16-2)
*
Discepoli sottratti da presunte perfezioni
> In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù
> aveva loro indicato.
>
> (Mt 28,16)
> “L’Ascensione era una festa che legava il cielo alla terra e ricordava un
> miracolo che aveva in qualche modo una sua rispondenza alle rappresentazioni
> dell’uomo. Ma oggi noi ci troviamo in un mondo così desacralizzato che le
> nostre rappresentazioni non sappiamo più dove appoggiarle: mancano i
> sostegni”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Edizioni Borla, 1984)
Ha ancora ragione Balducci, oggi mancano i sostegni per rappresentare al mondo
che la terra è legata al cielo. Mondo desacralizzato. Mancanza di sostegni:
parole e gesti rimangono sospesi, non si appoggiano a nulla di dogmaticamente
intoccabile, tutto è discutibile, mancano luoghi seri di confronto, tutto pare
sbriciolare in opinioni contrastanti, la terra sembra sempre più cercare
legittimità d’esistenza solo nella terra. A volte anche chi dovrebbe parlare di
Cielo ha sabbia tra i denti.
Faccio mia l’immagine, quella di uomini e donne, discepoli, che non hanno più il
sostegno visibile del Cristo tra di loro. Esco dalla lettura sociologica. Forse,
mi dico, non è solo problema contemporaneo: l’assenza del sostegno è identitaria
del nostro essere al mondo, del nostro continuo tentativo di credere. Anche il
Cristo storico, sostegno visibile del Dio invisibile, per far procedere la
storia, ha dovuto, alla fine, sottrarsi ai suoi. Per mostrarsi sì, ma in altro
modo.
Infatti, nel Vangelo di oggi, zoppicano i discepoli, già nel nome, non più
Dodici ma solo Undici, mancanti, il tradimento di Giuda non è solo atto
personale ma comunitario, e cambia notevolmente la percezione dei chiamati. Non
più pienezza a ricordare le dodici tribù di Israele ma Undici, a implorare, già
nel nome, il bisogno di essere sanati.Nessun sostegno nel proprio nome, nessuno
nella propria memoria. Gli Undici, in qualche modo, sono corpo che ha tradito le
promesse, sono chiesa battezzata nel fallimento.
Nessun sostegno neppure dalla loro fede.
> Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
>
> (Mt 18,17)
Mi ha sempre colpito questo passaggio. Siamo alla fine del Vangelo. Sarebbe
stato più logico invertire l’ordine, prima il dubbio, poi la prostrazione e,
infine, grazie alla fede, la visione. Invece no. Il Vangelo sta finendo e gli
Undici prima vedono, poi si prostrano e infine dubitano. Nessun sostegno nella
loro presunta perfezione, nessun sostegno dalla loro fede che pensavano provata
e perfetta (le promesse di Pietro!): il dubbio permane.
*
Sottratto ai loro occhi
> “Era necessario che egli fosse sottratto ai loro occhi, perché finalmente essi
> potessero prestare attenzione alle sue parole, e non rimanere invece sospesi
> agli occhi, e a quello che sotto i loro occhi Gesù avrebbe dovuto fare. Era
> indispensabile che egli fosse elevato, perché anche la loro mente finalmente
> si elevasse dalla terra”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007)
Era necessario, e lo è ancora, che nella vita, un giorno, manchino i sostegni.
L’ascensione è questo, passaggio di sottrazione. Gesù si sottrae dalla vista dei
discepoli affinché possano prendere coscienza della propria identità profonda:
esseri imperfetti e mancanti. Come noi.
Siamo bisognosi. Siamo ammalati, lebbrosi, peccatori, ladri, traditori. La
sottrazione del Maestro aiuta chi crede a comprendersi, finalmente. A sentirsi
mancanti. Il fatto che Cristo fosse capito dai peccatori non era solo nota di
colore, critica banale al potere costituito, era invece passaggio costitutivo di
un cammino di fede. Fino a quando i discepoli si limitavano a osservare
dall’esterno la misericordia del loro Signore verso la categoria degli
sfortunati quello che capivano davvero era: niente. Non li salvava lo sguardo
patetico dei buoni che, in virtù della loro appartenenza alla Chiesa, guardano
con dolcezza i poveri. Non li salvava credersi in comunione con il Dio
immensamente buono. Non è questo che aiuta ad entrare in relazione con il
Vivente ma il fatto di sentirsi, finalmente, peccatori tra i peccatori.
Sinceramente e perdutamente peccatori. Liberi dall’illusorio sostegno di
sentirsi bastanti a se stessi.
Undici impauriti che devono scappare da Gerusalemme. Undici scelti dal Maestro
che ancora dubitano di lui, a pochi versetti dalla fine. Questo siamo. Fino a
quando non percepiamo che questo è lo spazio indispensabile per franare in
Cristo nulla capiamo di lui. Franare, come chi non ha sostegno in sé. Come chi
non ha sostegno nelle impalcature di pensiero, nelle impalcature pastorali,
nelle finte sicurezze del denaro, del potere, del ruolo, del riconoscimento.Come
chi si sente comunque Undici, in fondo al cuore, come chi si sente finalmente
affamato, bisognoso, ammalato, morto. Come chi smette di credersi sostegno per
gli altri e avanza, barcollando, sperando che Lui, unico sostegno, intervenga. O
che il nostro cadere sia un rovinare nelle sue braccia misericordiose.
*
Senza sostegni: cosa rimane?
Senza un sostegno visibile. Senza il sostegno dell’idea impeccabile di sé e di
una fede che si credeva inscalfibile, si smette finalmente di vivere
altezzosamente, ci si umilia. Non è passaggio moralistico, non è passaggio che
si può evitare, è la perdita della faccia. Se questo non avviene la conversione
è semplicemente impossibile. Siamo poveri cristi impauriti. Solo dopo questa
dolorosissima constatazione, solo dopo che si è fatto i conti con il fatto che
anche noi abbiamo rifiutato la manifestazione di Dio in Cristo, solo dopo
possiamo rimetterci a cercarlo. Vale per tutti.
Senza Cristo sostegno visibile cosa rimane? Prima di tutto la Galilea. È lì che
tornano.
> “La Galilea era la culla della comunità dei discepoli, il luogo di nascita
> della chiesa di Gesù (16,13.18). […] è dunque la terra di rifugio; è l’opposto
> di Gerusalemme e offre protezione dalle mire dei capi giudei”.
>
> (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014)
Galilea luogo di memoria, luogo degli affetti, luogo di rifugio. Spazio vitale
dove Cristo aveva manifestato il suo incessante voler aver bisogno dell’uomo.
Occorre ritornare a rileggere la storia con lui. Con un Dio che svuotandosi,
dalle membra fragili di un bambino, chiede all’uomo rifugio e protezione. Con lo
stesso Messia che chiama alla sequela dei pescatori. Con la testimonianza
incessante del Maestro di entrare in dialogo con il bisogno di salvezza che
abita l’uomo che accetta di fare i conti con la propria fragilità. Ritornare
alla Galilea, terra di protezione, è purificare la nostra vocazione. I discepoli
non sono stati chiamati per merito ma è stata proposta loro una possibilità, una
terra promessa, un luogo accogliente, una relazione. Alla luce della nostra
sequela di e con Cristo, alla luce dello svelamento del suo stile, lo seguiremmo
ancora? Questa è la domanda bruciante! Alla luce del Calvario, della morte, alla
luce di quanto abbiamo compreso: riusciremmo a vivere senza di lui? Diremmo
ancora sì alla sua chiamata? L’Ascensione mi pare ci inviti a sprofondare in
questa drammatica domanda: adesso che lui non cammina più visibilmente tra di
noi, adesso che gli occhi non lo vedono, adesso che abbiamo intuito che la croce
è passaggio che non si può eludere, adesso, tornando alla nostra Galilea,
risponderemmo ancora affermativamente alla chiamata di Cristo?
Mi pare che Cristo, riportando gli Undici in Galilea riporti anche noi ai nostri
inizi, spesso inconsapevoli, o ingenui. Adesso, a distanza di una vita, gli
direi ancora di sì? Lo seguirei, sapendo dove mi ha portato?
Forse fede è dire di sì. Anzi è dire che lo seguirei proprio perché mi ha
portato qui, dove non avrei avuto coraggio di arrivare, nel cuore delle mie
miserie trasfigurate dalla sua Presenza.
Cosa resta senza il suo sostegno visibile? I monti. Cristo riporta i suoi
discepoli su un monte.
> “Anche davanti a «il monte» i lettori non penseranno a un determinato monte in
> senso geografico, ma a «il monte» che essi conoscono dalla lettura del
> Vangelo. Ma quale? Ciò resta ancora imprecisato. […] al monte della terza
> tentazione […] al discorso della montagna […] al monte della trasfigurazione
> […]. Fra queste tre possibili associazioni non è più possibile distinguere”.
>
> (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014)
Serve comunque un monte. Serve un pezzo di terra che ascende fino a conficcarsi
nel costato del cielo, serve la Sua manifestazione a purificare l’idea di
“sostegno” sbagliata che ci abita. Non abbiamo bisogno del sostegno del potere,
questo dice dal monte delle tentazioni. Abbiamo bisogno di compassione, questo
ribadisce dal monte delle Beatitudini. Abbiamo bisogno del sostegno della
Scrittura e dei profeti, abbiamo bisogno di divina alleanza, questo racconta dal
monte della Trasfigurazione.
Siamo discepoli svelati nella loro fragilità ma tenuti in vita dalla nostra
Galilea, luogo dove ci siamo innamorati di lui, e dai monti, luoghi dove Cristo
ha svelato l’innamoramento di Dio nei nostri confronti.
Abitando questo spazio, e abitandolo da affamati, accade l’incontro. Che non
sarà più incontro con il Cristo della storia ma sarà comunque incontro con il
Vivente nella storia, la nostra.
*
In modo misterioso
> Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla
> terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome
> del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare
> tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino
> alla fine del mondo».
>
> (Mt 28,18-20)
> “L’ascensione non sottrae Gesù dal nostro mondo, non gli impedisce di essere
> presente in mezzo a noi, in modo misterioso, ma molto efficace”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, Apostolato della
> Preghiera, 2004)
Gesù si avvicina. Questa è la fede. Noi senza sostegno e lui che si fa vicino.
Solo chi ha sperimentato la Grazia di questi momenti può testimoniarlo. Lui, dal
cuore del cielo e dal cuore della terra, a raccontarci che tutto è in suo potere
cioè che tutto parla di lui. Che ogni luce e ogni ombra è abitata dalla
possibilità di fare esperienza di lui. Che il potere della morte, che pare così
evidente, è stato battuto. Siamo in potere suo. Questo l’unico sostegno. Non
resta che testimoniarlo. Non resta che raccontarlo con la vita. E non solo per
una questione di gratitudine, non per un mandato, ma perché se non lo si vive
questo potere d’amore e di misericordia, non lo si crede. Se la vita non si
battezza nel suo nome, se non si immerge la storia che viviamo in Lui mai
svelerà la sua vocazione profonda, mai mostrerà la possibilità di poter
incontrare il Risorto nelle pieghe di ogni storia. La nostra conversione passa
per la missione. I fratelli diventano così doni indispensabili per fare
esperienza della presenza di Dio in mezzo a noi. In modo nuovo.
Una presenza che rimane nascosta a chi non battezza il mondo in Lui. Una
presenza che non è oggettiva, misurabile, incontrovertibile. Ma che nemmeno lo è
mai stata, nemmeno il Cristo storicamente presente tra gli uomini ha convinto
tutti di essere la manifestazione visibile del Padre. Una presenza che richiede
un passaggio di fiducia, l’apertura dello stupore, la possibilità di credere che
questo mondo, con tutti i suoi drammi, con le sue contraddizioni, è spazio per
la manifestazione di Dio. Che il mondo sia davvero solo in Suo potere.
Siamo su un terreno fragilissimo. È la lotta spirituale quotidiana, è la
tentazione: e se mi stessi solo sforzando di credere per paura di morire e
quindi di vivere? E se continuassi a stordirmi di letture sacre solo per non
ammettere che siamo frutto del caso? E se l’illusione della Sua presenza in
certi momenti drammatici e luminosi della mia vita fosse solo il dannato bisogno
di avere una minima speranza per non morire di disperazione?
Forse è davvero solo così. Forse tutto questo è davvero solo frutto di
un’ostinata speranza.
*
Il sostegno della speranza
> “La vostra vita non può essere valutata a procedere dai cambiamenti che essa
> produce nelle cose intorno, ma per rapporto alla speranza che la sostiene”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007)
Speranza non come ingenua risposta alla complessità del mondo, non come fuga dal
presente ma come cambio di prospettiva. Non è tanto aver cambiato il mondo che
ci rende uomini di fede, non lo abbiamo cambiato. Nemmeno siamo riusciti a
cambiare davvero noi stessi. Siamo sempre Undici, siamo sempre abitati dal
dubbio. Solo c’è qualcuno, su questa terra che non perde la speranza. Speranza
come esercizio di intimità con Cristo dal cuore delle cose. Speranza che non
nasce dal fatto che le cose cambiano, perché non cambiano mai! Le guerre non
cessano, il male sembra non avere argini, ci si ammazza ancora tra fratelli. No,
questo non cambia, a cambiare è che qualcuno, incessantemente, ostinatamente,
non smette di scegliere di diventare speranza, di incarnare speranza. Qualcuno
che è Undici e rimane Undici, che è nel dubbio e che rimane nel dubbio ma da lì,
da quel punto esatto del mondo, dal cuore del dramma, non smette di implorare e
mostrare e testimoniare la prossimità del Risorto. E lui, uomo di speranza,
diventa il segno misterioso ma efficace di Dio nel mondo, testimone che tutto è
in suo potere, diventa il cielo che feconda la terra. Diventa sostegno.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: opere di Lovis Corinth (1858-1925)
L'articolo Essi però dubitarono proviene da Pangea.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei
comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché
rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può
ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli
rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora
un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi
vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io
in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi
ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a
lui». (Gv 14, 15-21)
*
TIMORE DI RIMANERE ORFANI
> “Gesù sta per lasciare i suoi: essi temono comprensibilmente di perdere ogni
> traccia sicura per il loro cammino. temono più precisamente di rimanere
> orfani. Orfano non è soltanto chi manca del padre o della madre; orfano è chi
> è privo, in generale, di presenza che apparivano invece indispensabili a
> garantire il carattere affidabile del mondo.”
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, edizioni Glossa, 2007)
“Lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non
lo conosce”, affilate e dure le parole del Maestro. Il mondo è cieco e incapace
di conoscere Dio. Ma anche i discepoli abitano un rischio enorme: quello di
sentirsi orfani. Cioè incapaci di rintracciare, dopo la morte di Gesù, “il
carattere affidabile del mondo”. Uomini costretti alla vita senza saperne
decifrarne più il senso, senza la capacità di poter individuare un approdo, con
il dubbio che non ci sia nessuno scopo nell’alternarsi di giorni e notti. È
l’inferno, e lo conosciamo: agire sentendo che ogni nostra azione è, in fondo,
indifferente.
Ma c’è una differenza, una differenza fondamentale, tra chi è del mondo e non
vede e chi è nel mondo e non trova più, non lo trova più. Differenza tra chi si
muove senza senso convinto di essere figlio del caso, combinazione di
probabilità tra milioni di altre probabilità nel contesto dell’evoluzione, e
chi, impaurito, non trova più il suo maestro, orfano e quindi sempre figlio di
un padre che gli manca ad ogni respiro. Cristo parla agli orfani. Loro, solo
loro, quelli che hanno conosciuto la paternità, solo loro possono comprendere.
Il mondo no.
Forse la fede è tenere aperta la nostalgia di un incontro. Forse non è neppure
una differenza tra credenti e non credenti, tra mondo e spirito, è una lotta che
ci portiamo dentro tutti, noi che siamo chiamati a combattere quando ci pare che
il nostro vivere sia vuoto, noi che siamo sospesi tra la nostalgia di un
incontro che ci ha cambiato la vita e la logica del mondo che battezza illusione
quello che noi abbiamo sempre definito conversione.
*
OSSERVARE I COMANDAMENTI
> “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti…”
Interessante la proposta di Cristo: osservare i comandamenti. Se vogliamo
comprendere cosa sia l’amore, chi sia lui, se abbiamo nostalgia del Padre,
l’unica cosa è fare. Fare. Non si tratta di una spiegazione, non siamo nel campo
della catechesi, dei lunghi confronti, non siamo chiamati a convincere nessuno,
non ci sarà mai nessun itinerario intellettuale capace di persuaderci
dell’esistenza di un Padre Eterno, occorre vivere, solo vivere, ma secondo i
suoi comandamenti. La fede è una prassi, è il modo che abbiamo di incarnare il
nostro esserci nel mondo. I comandamenti non sono quindi il prezzo da pagare per
essere in grazia di Dio, e non sono nemmeno solo la risposta grata all’aver
incontrato l’Altissimo: i comandamenti sono la disciplina pratica e
indispensabile per definire la nostra fede. Crede solo chi obbedisce al
comandamento dell’amore. Non si tratta quindi solo di assenso
intellettualistico, non basta, credere è abilitare la propria carne ad imparare
l’appartenenza al Padre. È il corpo, lo spazio dove la mancanza grida il suo
bisogno e l’amore si incarna come risposta, è la nostra vita a poter cantare
incessantemente la nostalgia del Padre.
> “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai
> il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta
> la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile
> a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti
> dipendono tutta la Legge e i Profeti”.
>
> (Mt 22,36-40)
L’amore è comprensibile solo nella traiettoria dell’incarnazione, è più una
disciplina da samurai che un trattato. Occorre interrogare i nostri arti,
comprendere i movimenti del nostro cuore, le nostre aspirazioni, i nostri
desideri di felicità, occorre affinare l’udito profondo fino a sentire che in
noi geme una mancanza. La mancanza dell’Eterno. Siamo orfani. Ma non
abbandonati.
Mi ha molto colpito Cristiano Godano, il cantante, che in una recente e
bellissima intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Poesia”
(n°36), dopo aver dichiarato la sua affinità al pensiero esistenziale con Emil
Cioran (“Come lui sento l’assenza di senso della vita”), poco più avanti dice:
“passiamo la vita con la consapevolezza di dover morire accumulando patemi e
disagi esistenziali a loro (gli animali) sconosciuti…”. La consapevolezza di
dover morire. Quella che ci getta in patemi e disagi esistenziali. Non è cosa
irrilevante. Credo occorra partire esattamente da lì. Cristiano Godano ha
ragione, è tornato sul punto critico: il nostro rapporto con la morte, più
ancora, la consapevolezza che abbiamo di dover morire, la consapevolezza che
stiamo già morendo. Questo può istruire la nostra fede. Occorre ripartire
dall’enigma della morte, sempre. Che non a caso parla incessantemente nei nostri
corpi. Anche la morte, come l’amore, segue la traiettoria dell’incarnazione.
L’orfano, davanti al morire dei fratelli, nel cuore della sua esperienza di
dover morire, cercherà Cristo, interrogherà il rapporto di Cristo con la morte.
L’orfano si getterà alla ricerca del Maestro, tenterà di mettersi alla sua
sequela, di imparare come lui è morto. Non è un caso che il Messia abbia
intessuto un lunghissimo dialogo con l’esperienza del morire. Dalla fuga in
Egitto alla croce. Dal suo fuggire dalle mani dei nemici (quando ancora non era
tempo) al suo consegnarsi. Da Lazzaro alla figlia di Giairo. La morte. La
consapevolezza di dover morire. Non esiste altro ingresso nella
verità. Destinati alla dissoluzione o figli in ritorno verso la casa del Padre?
Dove si depone il reale?
Amare Cristo, conoscerlo, non c’è altra via d’uscita, amare le Scritture, amare
chi ci ha parlato di lui e, soprattutto, chi ha provato ad amare come lui, chi
ha amato perfino davanti alla morte, come lui. Come “garantire il carattere
affidabile del mondo” davanti allo scandalo della morte? Seguendo Cristo. Non
nel pensiero ma nella carne. Questo il comandamento che ci rende orfani in
attesa di essere salvati. Opponendo l’amore alla morte, in atto pratico. Se mi
amate. Dice Cristo. Se amate me che ho amato arrivando al cuore della croce per
inchiodarci il cuneo dell’amore insensato e infinito del perdono. Dell’eterno.
Anton Van Dyck, Entrata di Cristo a Gerusalemme, 1617
Se amate me e come me provate ad esercitare, incarnare, mettere in pratica il
comandamento dell’amore anche dove l’amore sembra non avere diritto d’asilo, o
senso, o spazio. Questo sembra dire incessantemente Cristo, dalla croce, dal
cuore della morte. Non si può spiegare, inutile passare per il teorico
convincimento. Occorre aver conosciuto qualcuno che ha provato ad amare come
Cristo ha amato. E fidarsi che quello sia l’unico senso possibile. Non uno tra
tanti, l’unico. L’orfano ne ha fatto esperienza, lo ha visto incarnato, ha
provato a fargli spazio: è tutta questione di incontri, di testimonianza, di
apertura nostra all’ascolto, è tutto questione di decisione, di accettare il
rischio d’amare in cuore al morire.
*
CROCIFIGGERE LA VITA
> “…e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con
> voi per sempre”
> “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive
> in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che
> mi ha amato e ha dato se stesso per me”.
>
> (Galati 2,20)
Diventare Amore è però disciplina che ha un costo altissimo, l’Amore vuole tutto
di noi. Occorre trafiggersi, perdersi, annientarsi. Occorre lasciarsi
crocifiggere con Cristo. La lotta spirituale non è cosa antica e fuori moda, il
cristianesimo non è sorridente esercizio di galateo, dolce danza di esseri
pacificati e buoni, la vita spirituale è sentire le stimmate sul proprio
corpo. Non si può credere, credere davvero, se non si decide di far spazio al
Paraclito in noi, e non è azione immediata. Impossibile accogliere lo Spirito di
Verità in una vita ancora piena di noi stessi. Morire non è accessorio, è
fondamentale. Siamo nati per fare spazio a Dio che è amore, ma fare spazio
significa crocifiggere l’uomo vecchio. È esercizio di scavo, occorre togliere,
perdere, strappare, svuotare. E tutto passa per scelte pratiche, giorno dopo
giorno, impossibile avere fede se non passando in questo costante esercizio di
castità, di povertà, di obbedienza, di nascondimento. Ognuno secondo la propria
storia, nel proprio contesto. Comunque impossibile parlare di fede se non
vivendola, e vivendola così. Il resto sono ricami mentali. Abbiamo fatto
esperienza di Cristo? Ci manca? Stiamo facendo spazio in noi perché in noi
abiti? A salvarci non sarà il dolore provato, non le pene subite, ma l’intimità
con il Cristo, amore crocifisso alle nostre carni. Fargli spazio non è
disciplina da depressi ma decisione da innamorati. Beatitudine incarnata.
Benedetta allora la vita che non ci riempie, benedette le storie che ci hanno
ucciso, quelle che hanno trafitto l’uomo vecchio che, in noi, credeva di aver
trovato da sé il senso della vita. Benedetti i fallimenti se hanno smascherato
la nostra illusione di poter essere felici senza di Lui. Benedetto anche il
nostro peccato se ci ha svuotato di superbia per lasciar posto alla sua
misericordia. Amare, credere, è arrivare a dire: “non sono più io che vivo”. È
gesto durissimo e liberatorio. La fede non si può comprendere se non passando da
questa porta stretta. Siamo al mondo per morire, per lasciare che Cristo viva in
noi. Orfani riempiti dalla sua vita. Il Paraclito che rimane sempre, ad ogni
nostro respiro, è sperimentabile solo così.
Non si spiega la fede, nemmeno l’amore si spiega, le pieghe rimangono a
mantenere misteriosa e oscura la vita, ma, tra le pieghe, qualcuno ha incontrato
il Risorto, e l’ha mostrato. Testimoni. Eterna gratitudine per tutte le persone
incontrate che respirano del respiro di Cristo, che hanno Cristo vivo in
loro.
Non so spiegare il senso della vita ma Cristo mi pare affidabile per come ha
risposto alla consapevolezza di dover morire. Perché lui stesso si è svuotato e
si è donato, perché lui è morto e risorto. Cristo è affidabile perché nella sua
esperienza di crocifissione e resurrezione mi sembra abbia svelato il senso
profondo nascosto in ogni cosa. Tutto chiede crocifissione, tutto chiede
svuotamento, tutto chiede consegna. Il creato è chiamato a farsi cavo per poter
essere lo spazio della manifestazione di Dio. Benedetta così sorella morte,
soprattutto sorella morte, che non è più solo l’evento finale con il quale
saremo chiamati a fare i conti ma la dinamica salvifica dell’esistente, ad ogni
passo. Benedetta sorella morte, che si ripete ad ogni istante, svuotando le
nostre carni perché facciano spazio a Cristo, consegnando ogni respiro al Padre.
È morendo, istante dopo istante, che la vita svela l’Eterno.
> “Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi
> saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”.
Siamo orfani ma cercati incessantemente dal Padre. Siamo immagine e somiglianza
dell’Eterno, inquieti fino a quando non diventeremo Eterno nell’Eterno.
Esperienza da imparare qui, ora, nelle cose di tutti i giorni. Dio è conoscibile
solo da chi si fa spazio per Cristo. Incarnazione dell’amore, fede.
Siamo vivi solo per essere sua dimora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Anton van Dyck, Cristo che porta la croce, XVII secolo
L'articolo Cristo parla agli orfani proviene da Pangea.