In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a
Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e
degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia,
Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’
dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma
secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me,
rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la
propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la
troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma
perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria
vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con
i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». (Mt 16,21-27)
*
> “Perché il Crocifisso? Perché tutto l’orrore umano è superato nel luogo stesso
> in cui si consuma”.
>
> (Maurice Bellet, Il Messia crocifisso, Queriniana, 2022)
Il massimo splendore e l’orrore delle tenebre devono coincidere. L’esplosione
della vita ha bisogno del fragoroso boato della notte. Avere il coraggio,
sentire la necessità di calarsi fino a raggiungere tutto l’orrore umano. Tutto.
Significa accettare il rischio di esserne annientati.
Sarebbe ben poca cosa la croce se si limitasse ai chiodi e a una sofferenza di
poche ore. A renderla apice ineluttabile del mistero cristiano, a rendere
ragione del perché della scelta del Crocifisso, è il fatto che il legno del
Golgota si è innalzato nel cuore pulsante del male assoluto. E non era così
scontato resistere.
Ci sono malati che soffrono per anni dolori ancora più estenuanti della Passione
di Cristo, ma nessuno, tranne Cristo, può portare nell’orrore la pienezza
dell’amore di Dio. Occorreva superare l’orrore con la consumazione totale
dell’Amore. E credere e gridare con la vita che davvero “forte come la morte è
l’amore”. Perché la vita non è sufficiente a reggere l’urto di tutto l’orrore
umano.
Ammutolisce che l’Amore, in Cristo, non venga annientato dalla morte.
Bisognerebbe essere cauti, o farsi muti, e non sprecare inutili verbi: l’Amore è
pericoloso e micidiale.
Pietro oppone resistenza. Tenerissima figura. Prende Cristo in disparte,
paternalistico come certi preti che ammorbidiscono il messaggio per paura del
dolore. Con Pietro siamo noi, tutti noi, quando ci accontentiamo di molto meno.
Non serve che proprio tutto l’orrore venga affrontato, pensiamo, basta un segno.
Non è saggio rischiare fino a quel punto.
“Non ti accadrà mai”: se la profezia del discepolo si fosse avverata, Cristo
sarebbe stato ridotto a una mosca intrappolata in un bicchiere, una piccola
serra di buoni sentimenti per pochissimi eletti, un paradiso artificiale, una
gabbia di buone intenzioni. Occorreva e occorre spaccare il vetro.
E maneggiare il Vangelo, resoconto della scelta del Messia, per quello che è:
cocci aguzzi di bottiglia. Non ci si può non ferire. Storie da scrivere con il
sangue. Martiri. Il resto è intellettualismo senz’anima.
Cristo si volta. Il movimento non solo del capo ma della storia intera, una
rivolta contro il tentatore. Nessuna parola di comprensione, non vengono salvate
nemmeno le intenzioni. Colui che aveva appena staccato la definizione perfetta
per il Figlio dell’Uomo, il consacrato a legare e sciogliere, l’eletto, è
definito Satana. Tentatore. E forse è proprio il far parte dell’istituzione,
l’essere investito di un ruolo (forma inevitabile, pare, per la costruzione di
futuri abitabili) a imporre subito l’onta dell’incomprensione.
Pensare come pensano gli uomini non è la stessa cosa di pensare come pensa Dio.
E mentre Pietro implora “Dio non voglia” o, meglio, da traduzione letterale,
“Dio sia misericordioso con te”, Cristo sfodera la condanna all’illusione di
credere di sapere quali siano i pensieri di Dio. Solo Cristo, nella sua carne,
mostra il vero pensiero di Dio. Solo lui.
Noi tutti, che non siamo scesi fino al luogo della consumazione, possiamo solo
sperare di raccontarlo nella più completa sottomissione al mistero. Solo questo
possiamo. Materiale incandescente.
*
> “È attraversato da un getto di luce dove ciò che distrugge ogni fede, ogni
> ragione, ogni sapienza svanisce davanti all’onnipotenza di ciò che si dona a
> noi, nell’emozione d’amore”.
>
> (Maurice Bellet, Il Messia crocifisso, Queriniana, 2022)
Il Crocifisso come getto di luce. L’orrore non viene semplicemente cancellato:
il male resta male, il male continua a rimanere male. Il Crocifisso non ha
annientato l’orrore totale; ne ha abitato il centro e, cosa ancora più
scandalosa, chiede a ognuno di noi di seguirlo nella possibilità che la nostra
vita diventi luogo di amore proprio quando incontra il male, il rifiuto, la
perdita.
E questo significa prendere la croce, cioè sapere che la nostra parte di orrore,
di incomprensione, di rifiuto, l’avremo: è la parte di eredità che ci è
assicurata. Ma è luce, il suo Amore, che annienta la disperazione quando
sperimentiamo d’essere noi stessi segno di un amore che oltrepassa le tenebre.
Come potremo dire di credere in Cristo se non fossimo partecipi della sua
epifania?
Esiste qualcosa che può distruggere fede, ragione e sapienza. Più ancora, è la
vita stessa che spesso frantuma quella fede a cui avevamo dedicato la vita
intera. E a tutti capita di camminare sulle macerie della ragione e della
sapienza, quando la vita azzanna feroce e nulla sembra più in grado di
mostrarcene il profilo promettente. Esattamente lì la croce annienta il niente.
*
> “…o appare come l’Altro lontano da tutto ciò che costituisce l’andazzo
> abituale di questo mondo”.
>
> (Maurice Bellet, Il Messia crocifisso, Queriniana, 2022)
Pietro non è cattivo e assecondare l’andazzo di questo mondo rimane cosa
sensata. Non si fa niente di male, non ci si fa male. Ma forse è proprio questo
tenersi a distanza di sicurezza dal male, soprattutto da quello che ci abita, la
vera tentazione.
Nel cuore del male, a salvare è “l’onnipotenza che si dona a noi”; a salvarci è
la forma del dono. Forse la cosa più violenta che esista. Un dono è un obbligo,
ci costringe a decidere di noi. Ci trasforma in debitori. È vero che la fede è
un dono, ma il dono è compromettente. Cosa fare di noi quando sentiamo che
l’Onnipotente si è consegnato alla nostra debolezza? Come rispondere? E perché
non si è limitato a salvarci senza pretendere di allearsi con la nostra miseria?
Non bastava la sua di croce?
Perché questo dono non richiesto, questa condanna a esaudire il desiderio di
Adamo? Sì, saremo finalmente onnipotenti come lui. Cioè crocifissi e destinati a
non avere altra scelta che donare noi stessi. Passare dalla rapina del frutto
proibito a diventare pane, carcassa eucaristica per gli avvoltoi.
Ma se questo è vero, se il paragone è con il Cristo, se ci è chiesto di donare
tutto di noi — e non importa quanto, basta che sia tutto —, se il destino è
nella consumazione in forma luminosa di dono, possiamo sopravvivere solo
imparando lo sguardo del Cristo. E non è più così difficile credere in Dio:
basta guardare la croce. Faccenda ben più complessa è credere in noi. Credere
che io sia degno di tentare d’amare così.
Perdersi e trovarsi, onnipotenza del dono e disfacimento dei miei sogni, e
intanto “vita”, vita, vita, vita: questo ripete Cristo nel Vangelo. E non capire
più cosa sia questa benedetta vita che fiorisce nel male, che illumina come
lampo le tenebre, che mi implora di essere luce da luce. Come per intuirne
l’immagine e la somiglianza.
La notte oscura che mi avvolge sembra il fondale di un presepe.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Carlo Bloch, Cristo con la corona di spine, 1882
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In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi
discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni
dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il
Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né
sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu
sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi
non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò
che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai
sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. (Mt
16,13-20)
*
> In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai
> suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”
> “Perché ha nominato il fondatore della città? Perché ce n’è anche un’altra,
> quella di Stratone, e li interroga non in quella ma in questa, allontanandoli
> dai giudei perché, liberi da ogni preoccupazione, dicessero in piena libertà
> quello che avevano nel loro animo. E non ha detto: Chi dicono che io sia gli
> scribi e i farisei?, benché spesso costoro si avvicinassero e parlassero con
> lui, ma: Gli uomini chi dicono che io sia?, per esaminare l’opinione
> imparziale del popolo. Anche se infatti questa era molto più bassa del dovuto,
> era però priva di malvagità, mentre quell’altra era piena di grande iniquità”.
>
> (Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo da La Bibbia commentata dai
> Padri, Matteo 14-28, Città Nuova 2006)
Da quanto tempo non vado a Cesarea di Filippo? Da quanto tempo ad ogni obiezione
che mi raggiunge in ambito di fede mi illudo di dare risposte? Da quanto tempo
non mi lascio più incalzare radicalmente dalla domanda che può sconvolgere la
vita?
Farmi trascinare in luogo “libero da ogni preoccupazione” dove poter dire in
piena libertà quello che ho nel mio animo su Cristo è movimento che non voglio
compiere. L’ho già fatto, più volte, sono vecchio e stanco, nessuna intenzione
di rimettere in gioco i fondamenti della mia vita.
Così questo brano rischia di scivolarmi via senza farmi male. Non sono un
pagano, mi illudo di non essere fariseo, credo di stare nel giusto. Perfino
scrivo, sempre, sul Maestro, come potrebbe trafiggermi ancora una domanda per
cui produco continuamente risposte?
Ma Cristo, all’inizio, non chiede quel che penso io di lui ma quello che pensa
la gente di lui. E io, tristemente, devo ammettere che non lo so più. Cosa dice
di Cristo la gente? Non so nemmeno dove andare a cercare. Questo è drammatico.
Le persone che incontro, quelle che mi vengono a trovare non sono “gente”,
spesso sono uomini e donne che sono feriti dall’incontro con Lui. Sanno bene chi
è Cristo, ne portano le stimmate, caso mai devono decidere se affidarsi ancora a
Lui.
La gente che legge i miei articoli è gente in ricerca, con mille domande. Ma
siamo pochissimi. Non siamo gente. Se allargo lo sguardo mi verrebbe da dire…
che non dice più nulla. Che la gente non dice nulla di Cristo. Al massimo parla
di preti e di istituzioni ma di Cristo? Di lui, cosa dice?
Ma forse sono io che ho smesso di ascoltare.
Non so cosa dice la gente, come posso parlare di lui?
Mi sento discepolo che insiste a fornire risposte per domande che non intercetta
più. Che ci sono, non possono non esserci, ma non si manifestano più secondo le
attese. Le domande nella Cesarea del mondo si muovono sotterranee, sono
sgrammaticate, vivono di grida e di silenzio, non hanno più l’impalcatura del
pensiero comune e condiviso.
E io, invece di andare a caccia delle domande, mi ostino a raffinare ipotesi di
risposta.
*
> Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o
> qualcuno dei profeti».
> “Tutte queste opinioni non sono semplicemente sbagliate; significano
> accostamenti più o meno vicini al mistero di Gesù, a partire dai quali è
> senz’altro possibile la via verso il nucleo essenziale. Non raggiungono
> tuttavia la vera natura di Gesù, la sua novità. Lo interpretano a partire dal
> passato e da quanto generalmente accade ed è possibile, non a partire da se
> stesso, non dalla sua unicità, che non è inseribile in nessun’altra
> categoria”.
>
> (Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2007)
Le risposte della gente al tempo di Gesù sono appigli perfetti. Sono volti,
storie, sono pagine bibliche. Aggrapparsi a quelle intuizioni per proporre
strade percorribili fino al riconoscimento del Messia non era difficilissimo.
Oggi cosa sappiamo di Giovanni Battista o di Elia, o di Geremia? Cosa griderebbe
nel deserto l’ultimo dei profeti per convincere la gente a lasciare le proprie
case e immergersi nel Giordano? Quali battaglie all’ultimo sangue condurrebbe
Elia e contro quali falsi profeti? A quale grotta ci condurrebbe per ascoltare
la Parola nel fiato di silenzio? E quale profilo assumerebbe oggi il
combattimento di Geremia contro le classi sacerdotali e gli anziani, e la sua
passione, e il suo martirio?
Saranno state sbagliate le risposte della gente ma erano frammenti di verità,
luoghi da cui si poteva partire, materiale con cui costruire.
Perché non sappiamo più essere domanda per il mondo? O sono io che non sono più
capace di vedere e di sentire la ricerca della gente? Io che rischio di
illudermi di sapere già abbastanza di te solo per averti sequestrato nei miei
miseri schemi? Aprimi gli occhi Signore!
*
> Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il
> Cristo, il Figlio del Dio vivente».
> “Questo messia è proprio il figlio di Dio, nel quale il Dio vivente opera «con
> noi». (…) il Dio vero, capace di operare concretamente nella storia, a
> differenza degli idoli morti dei gentili”.
>
> (Ulrich Luz, Matteo 2, Paideia Editrice, 2010)
Un Dio vivo, non solo un concetto. Un Dio che opera. Con me. Queste le
coordinate.
Non è la domanda a essere problematica, non la domanda intellettuale a essere
assente, forse non è tempo di grandi dibattiti, forse è tempo di diventare noi
stessi domanda per il mondo. Che il discepolo trasformi la propria vita in una
provocazione.
Se Dio è vivo è nella vita di chi tenta di seguirlo che deve esserci traccia
visibile di lui. Vivo e complesso come tutte le cose che respirano, vivo e in
movimento, vivo e irriducibile. Vivo e impossibile da addomesticare in un
concetto.
La domanda e la risposta sono già nelle parole del Cristo: voi chi dite che io
sia? Cosa state dicendo di me con il vostro modo di parlare e di fare silenzio,
con i vostri pensieri, con il modo di amare, come sto, vivo, tra le vostre
paure, i vostri errori, i vostri tradimenti?
Quel che dice Pietro è vero ma ancora acerbo e oggi, forse, ancora più inutile.
Tanto che Pietro dopo poco inciamperà. Ma sarà coerente, non riuscirà a
sbarazzarsi del Cristo nemmeno dopo averlo rinnegato. Non puoi liberarti di lui
se lui è la tua vita.
Sentirmi dire che Cristo è il Figlio del Dio vivente è bellissima definizione ma
io, oggi, a chi la pronuncia, vorrei solo chiedere di mostrarmi cosa significhi
davvero. Senza che mi parli.
Un Dio che vive nelle nostre vite. Che prende casa nelle nostre carni. Quale è
la differenza tra il discepolo e la gente? Mostramela nella carne.
*
> E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né
> sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.
> “Dio ha nascosto tali cose ai sapienti e agli intelligenti (…) è sfuggita ad
> essi la reale importanza, il loro significato più profondo. Il quale invece è
> stato “rivelato” (apokalypto) quasi per connaturalità, per una sorta di
> riflesso spontaneo, a coloro che sono sprovvisti di strumenti intellettuali,
> sprovvisti perfino della capacità di parlare: “agli infanti” (népioi, che però
> copre l’area semantica dell’ebr. petajim: “semplici”, “ingenui”)”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Credere è assumere la condizione di infanti per farsi fecondare dal Padre. Da
colui che tiene nascosta la verità ai dotti e ai sapienti ma che si consegna
agli umili.
Non io devo andare a conquistare la Verità: solo devo lasciarla germogliare
dalla sua Grazia. Accettare la vita, accettarla così come viene, senza volerla
addomesticare, accoglierla come un ingenuo, e come tale accettare d’essere
considerato. Come chi non sa più nemmeno parlare, come chi non addomestica la
belva. Lasciarla la vita essere in noi e lì, pazientemente, riconoscere la
presenza fedele del Padre.
Noi diremo davvero di Cristo se sapremo lasciarci attraversare dalla vita come
ha fatto lui. Non la nostra carne costruisce il segno della verità, non il
nostro sangue, ma una vita consegnata come il Battista, come Elia, come Geremia.
Una vita ammutinata del sé profondo nella speranza di essere abitata e
trasfigurata dalla Parola. Dalla sua presenza.
Dire ciò che Cristo è, dirlo nei nostri limiti, nella malattia, perfino nel
peccato. Trovare il modo di piegarsi all’Eterno, essere suo strumento. Essere
insieme domanda e concreta vitale risposta.
*
> E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le
> potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno
> dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto
> ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Dirò di te solo se saprò incarnare la semplicità di chi crede che le potenze
degli inferi non prevarranno mai sul Cristo. Che il male non mi vincerà
nonostante me perché sono piccolo, e nelle Sue mani. E questo basta.
Il potere di Pietro è in questa fede. L’autorità è in questa consegna. Paradosso
miracoloso che si ripete da duemila anni, il volto di Cristo è raccontato dai
miseri, dagli obbedienti, dai consegnati, dai trafitti. Da chi racconta Dio
senza nemmeno accorgersi di farlo.
*
> Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
C’era bisogno di attesa per Pietro e i primi discepoli. C’era la croce da
decifrare come crocevia della manifestazione dell’Eterno, c’era da fare i conti
con il paradosso di un’onnipotenza svelata nel martirio, e c’era una tomba nuova
da decifrare come narrazione piena del suo Passaggio. C’era ancora tanto Vangelo
da vivere. In silenzio.
C’era da fidarsi di questi Dodici uomini, avrebbero imparato a dire di Lui?
Ma forse c’è un silenzio che non passa, che non è questione di consapevolezza, è
il silenzio dei semplici, quelli che non dicono ma che mostrano di appartenere a
Cristo, Vivo.
Io non so cosa dica la gente e forse continuerò a non saperlo, quello che invece
devo imparare è a riconoscere il silenzio dei semplici. Luoghi vivi
dell’accadimento, oggi, del mistero.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Honoré Daumier, “Ecce Homo”, 1850
L'articolo Il silenzio dei semplici proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una
donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me,
Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli
non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila,
perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non
alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!».
Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai
cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le
briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò:
«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante
sua figlia fu guarita. (Mt 15,21-28)
*
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
> “Gesù e la donna si incontrano, per così dire, a metà strada tra terra
> d’Israele e territorio ‘cananeo’, cioè pagano: entrambi sono accomunati da un
> movimento di uscita. Eppure è la donna che varca il confine, non Gesù”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Non è Cristo che sconfina in luogo straniero, sono io che lo invado. Sono io che
ho bisogno di lui, sono io che, se prendo seriamente la storia della Cananea,
gli do fastidio, gli sono d’inciampo. Non scrivo a cuor leggero queste parole,
non so dove mi porteranno, solo cerco di non addomesticarle immediatamente.
Conosco il finale, una figlia riconsegnata alla madre, ma lei, la donna, non sa.
Non ancora. Solo che lei non molla, come le madri dei cuccioli quando fiutano il
pericolo. Ecco, già qui mi sento in difetto, come posso io commentare la ferocia
di un amore materno? Forse il Vangelo andrebbe commentato solo in queste
condizioni. Quando si è disposti a perdere tutto per una figlia azzannata dal
male.
Altissimo il rischio, per me, di commentare questa pagina del Vangelo da
posizione dominante. Apparentemente, io non mi sento straniero. Escluso, a
volte, ma quasi sempre per scelta mia: posizione romantica. Per il resto,
accolto. Adattato. Anche usato. Cosa ne so io di cosa significhi varcare i
confini per chiedere vitale aiuto a chi ha il diritto di non ascoltarti? Cosa ne
so io di che cosa significhi davvero sentirsi straniero?
*
> Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare:
> «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un
> demonio».
Pietà di me. Quante volte ho avuto il coraggio, sincero, di pregare così? Io e
tutte le mie pretese ammantate di meriti. Io che credevo d’essere quello
chiamato. Declinare una presunta vocazione in pretesa è un passo troppo facile
da assumere. Riconosco questo pericoloso movimento in chi incrocio perché ne ho
subito il fascino, ne ho assecondato il ritmo.
Come è facile definire “provvidenza” qualsiasi cosa accada al mondo purché
assecondi i miei progetti!
Mi pare pagina dolorosa, riflessione che mi invita a rimettere le cose a posto.
Rimettermi al mio posto.
Abbi pietà di me, Signore. Come il pellegrino russo, intuisco che santità vera è
conoscere la propria miseria.
Torno a pensare che la Cananea mi chieda di sentirmi un fastidio per Cristo.
*
> Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Cercatele voi, le giustificazioni a questo silenzio. Qualsiasi commento vi
porterà l’esatta lettura di questo atteggiamento di Cristo. Hanno ragione loro:
è questione di sentirsi mandati alla casa d’Israele, è questione di stupore per
la fede che sboccia, diversa, fuori. Come quella del centurione. Sono
costruzioni post-pasquali: alla luce della Pasqua tutto viene reinterpretato. Ma
intanto lui tace.
E io grido. Anzi, io dovrei gridare. Invece succede che il suo silenzio diventa
un mio alibi.
Ho sempre trovato banale chi si allontanava dalla fede per non essere stato
esaudito. Ho costruito pezzi di me trasfigurando in miracolo mancate guarigioni,
filosofeggiando sull’idea stessa di miracolo. Si può guarire e non essere stati
miracolati. Si può morire e, morendo, sperimentare l’assimilazione miracolosa a
Cristo. Ma se fosse mia figlia a essere preda del demonio?
Cristo tace. E non voglio subito scivolare alle consolanti conclusioni.
E quando Cristo tace, devo tacere anch’io. Questo mi ripeto.
Hans Leonhard Schäufelein, Gesù e la cananea, 1517
*
> Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila,
> perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se
> non alle pecore perdute della casa d’Israele».
I discepoli intervengono per evitarlo, questo scandalo. Non è conveniente essere
i paladini di un insensibile. Questa scena si ripete da duemila anni. Se Dio
tace, è per farti crescere. Se Dio tace, è perché il suo miracolo per te è
diverso. Se Dio tace, è perché non è il Dio onnipotente che hai in mente tu. Lui
soffre con te. È in te. Tutto vero. Però Dio tace. E non è sempre vero che siamo
noi che non sappiamo interpretare le sue parole. Tace. Lo dice il Vangelo. E
questo suo silenzio fa comunque male.
E quante volte io avrei dovuto tacere e, invece, patetico, credevo di doverlo
giustificare? Ne prendevo le difese. E invece avrei dovuto proteggere Cristo da
me.
*
> Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore,
> aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo
> ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini
> mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
> “La donna accetta questa prospettiva di esclusa, di non avente diritto:
> ‘È vero, Signore’. Ma con una finezza che rivela un grande intuito di fede (un
> grande intuito del cuore di Gesù), si dichiara disposta – proprio come i
> cagnolini – a mangiare anche solo le briciole.”
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
La donna accetta questa prospettiva di esclusa. Questo, oggi, pare
inconcepibile; questo mi pare custodisca qualcosa da imparare. Protesi a lottare
per i diritti di chiunque (purché non vengano toccate le nostre libertà!), ci
dimentichiamo di imparare a stare nella prospettiva degli esclusi.
Sacrosante, le lotte per l’uguaglianza. Umanamente urgenti. Non voglio essere
frainteso. Eppure credere non è solo questione di lotta sociale. Non è solo
tentare di risolvere il problema della povertà: è diventare poveri, diventare
problema. Accettare di essere disfunzionale per la società.
Come poter incontrare il grande escluso, colui che muore in croce fuori
Gerusalemme, se non da esclusi? E infine accontentarsi solo delle briciole.
Come cane a leccare i pavimenti in cerca degli avanzi. Anche qui costruiamo
tutte le spiegazioni esegetiche del caso. Esatte. Però, intanto, oggi, io voglio
accorgermi di chi, intorno a me, lecca i pavimenti in cerca di frammenti di
particola. E sento che io dovrei vergognarmi.
*
> Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come
> desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Cristo guarda la donna, continua a guardare la donna e ci grida, dalle pagine
del Vangelo, che quella è fede.
E io non so ancora se sono in grado di chiedere in dono di poter essere simile a
lei.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Juan de Flandes, San Michele Arcangelo, 1505 ca.
L'articolo Sono un fastidio per Cristo proviene da Pangea.
> “Cristina vide accorrere una belva verso di lei, apparendo e scomparendo
> velocemente, attraverso i fossati di neve. Da lontano ne vide apparire altre.
> Allora s’inginocchiò, chiuse gli occhi e si fece il segno della croce”.
>
> (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973)
*
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire
sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la
folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la
sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il
vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro
camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti
e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro
dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te
sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a
camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte,
s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù
tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si
prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt
14,22-33)
*
Nella paura
> “Non potevano credere che fosse veramente Gesù; che egli potesse essere lì,
> così vicino, mentre l’avevano lasciato sulla riva, ormai «a qualche miglio di
> distanza». No, non era lui che avanzava verso di loro sul mare agitato”.
>
> (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain
> Swaeles, San Paolo, 1993)
Non poteva essere lui quello che camminava sulle acque, non può essere lui a
ordinare ai suoi amici di precederli sull’altra riva, non può essere lui a
ritirarsi inutile e solitario nel grembo di Dio, non può essere lui a comandare
alla tempesta, non può essere così il Dio a cui ci è chiesto di credere. E poi,
cosa vuol dire davvero credere, a cosa, a chi? Come credere dal ventre delle
nostre tempeste?
> [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire
> sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la
> folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la
> sera, egli se ne stava lassù, da solo.
Ancora storditi dal miracolo dei pani condivisi, dalla lezione impartita alla
nostra fede acerba, quella che si muove nel mondo misurando il reale, siamo
costretti ad assistere alla disgregazione dei protagonisti. Come i pani spezzati
nel miracolo ecco che tutti si frantumano: la folla, i discepoli e Cristo,
ognuno consacrato a una solitudine diversa. Come se il miracolo avesse bisogno
di esaurirsi nella negazione del prodigio.
Miracolo. La moltiplicazione dei pani, così l’hanno sempre chiamata, fino a
quando il miracolo è stato spiegato. E quindi disinnescato. Spiegazione
simbolica, genere letterario. Non moltiplicati, dicevano gli esegeti,
ma condivisi, perché il vero miracolo è la condivisione, non la moltiplicazione.
E avevano ragione: il miracolo diventava comprensibile, l’accento veniva posto
sulla giustizia, era più facile credere.
Ma quel pane non era stato solo condiviso, quel pane è lo stesso che non è stato
tratto miracolosamente dalle pietre, antica e sempre nuova tentazione. Quello è
il pane che sarebbe stato spezzato nell’Ultima Cena. Quello è Cristo, il suo
corpo. Spezzato per noi. Quello siamo noi, un corpo frantumato e dato in
pasto. Così, ancora, il Cristo fa paura. La salvezza ha il prezzo della vita
intera. Vuoi credere davvero? Prova a te stesso che non hai paura di morire. Che
hai vera nostalgia del Padre. Che una tempesta non può farti paura.
*
Paura e solitudine
Prima le folle vennero congedate da lui in persona. E anche i discepoli vennero
congedati. Per suo ordine. Anche questo è miracolo. Non aver paura di stare da
soli. Sceglierlo. Accettare di allontanare gli amici per non franare in legami
di reciproco bisogno. Gesù sceglieva ogni volta di allontanare i discepoli e le
folle, non voleva creare dipendenza. Era come un morire continuo. In fondo non
era venuto anzitutto per sfamare, guarire, nemmeno per perdonare.Forse era
venuto per lanciare segni, squarciava il cielo e poi lo ricuciva. Veniva per
seminare nostalgia d’Eterno. Pur amandoli non voleva aver bisogno dei Dodici, il
suo rapporto con i discepoli non franava mai nella seduzione.
Volevano davvero stare con lui? Dovevano rispettare gli ordini, obbedire:
scegliere la solitudine e una vita tempestosa. A Dio si deve obbedire. Questo
ustiona la nostra moderna sensibilità.
E poi viene la sera, viene sempre la sera, su ogni giornata, al termine di ogni
viaggio; spesso arriva prima che il sole sia tramontato. È la sera della perdita
dell’entusiasmo, quando ti viene il dubbio che tutto ciò che stai facendo sia
solo una risposta ammantata di sacro nel tentativo di coprire i fallimenti.
Essere sulla barca di Cristo per il solo motivo che sulla nostra barca, nel
nostro essere pescatori, non funzionavamo più. La fede come una fuga dalla
realtà. E poi è facile: i pani condivisi diventano miracolo e anche una tempesta
sul mare viene sedata dalla fede. È più facile credere nei miracoli che
accettare di aver sbagliato la vita. Questo succede quando ti scende la sera nel
cuore.
*
Paura di un fantasma
> La barca intanto distava già̀ molte miglia da terra ed era agitata dalle onde:
> il vento infatti era contrario.
Maledizione vera è che tu invidi chi, in nome del Signore, sembra felice. Chi
crede nella pace e nella giustizia, chi gode d’aver dato la vita per i poveri.
Ci si è spinti troppo al largo e forse non è questo che Gesù intendeva con
l’andare all’altra riva. Hanno capito male i discepoli. E poi il vento è
contrario. Non è indizio evidente della mancanza di provvidenza?
> Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo
> camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e
> gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io,
> non abbiate paura!».
Alla quarta veglia della notte, perché la notte è tutta da attraversare, Cristo
cammina sulle acque. Non poteva essere lui. Perché non era arrivato prima?
Perché arrivava così? Chi è veramente questo Dio? Quella fu solo una delle mille
tempeste. Forse credere è stare nella tempesta. O forse no. Forse è solo una
scusa per non dover ammettere di aver solo dannatamente paura di vivere.
*
Paura del male, paura di me
> “Nella barca agitata dalle onde a causa del vento contrario, la tradizione ha
> visto assai per tempo un’immagine della Chiesa alle prese con l’irruzione del
> male. È di notte, e in assenza di Gesù, che bisogna raggiungere l’altra riva.
> Questi dettagli evocano bene la situazione della comunità cristiana in questo
> tempo di fede”.
>
> (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain
> Swaeles, San Paolo, 1993)
È tutto vero, è tutto così, la Chiesa alle prese con il male. Ma se il male
fossimo noi? Se io che sono costretto a predicare fossi solo un falso profeta?
Se fossi io il male per la Chiesa? Questo dilania il cuore.
Non è il male a fare paura. È che il male possa essere io.
*
Paura di morire
> Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di
> te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a
> camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte,
> s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».
Non resta che imparare da Pietro. Che ha paura di morire. Questa è la vita.
Implorare in forma di preghiera di poter camminare sulle acque, cioè di essere
come Cristo. Che rischio, che azzardo! Che ci esaudisca, di diventare come il
Crocifisso. Sappiamo che non saremo mai come lui ma, forse, ci è chiesto di
condividerne la morte.
Scendere come Pietro dalla barca delle nostre sicurezze in un battesimo
terribile, cercare di tramutare la paura di essere spacciati in un grido
continuo al limite della disperazione. A questo siamo chiamati?
«Signore salvami!» Io non ho altro. Io non sono altro. Se tu non mi salvi io
sono solo. E finito.
Ho letto da poco Vino e pane di Ignazio Silone, non riesco a spostarmi da lì.
*
Paurosamente incontrarlo in un lupo
> “A un certo momento una voce rispose da lontano, ma non era voce umana. Pareva
> il guaito di un cane, ma più acuto e prolungato. Probabilmente Cristina lo
> riconobbe. Era l’urlo del lupo. L’urlo della carnaccia. Il richiamo agli altri
> lupi sparsi sulla montagna. L’invito al banchetto comune. Attraverso il
> nevischio e l’oscurità della notte incipiente, Cristina vide accorrere una
> belva verso di lei, apparendo e scomparendo velocemente, attraverso i fossati
> di neve. Da lontano ne vide apparire altre. Allora s’inginocchiò, chiuse gli
> occhi e si fece il segno della croce”.
>
> (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973)
> E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché
> hai dubitato?».
> Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si
> prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Sono io, non abbiate paura.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Henry Ossawa Tanner, Christ Walking on the Water, 1910
L'articolo Era lui? proviene da Pangea.
Una sentenza del Manusmṛti, “Le leggi di Manu” (in Italia: Adelphi, 1996),
l’antico trattato legale indiano – una specie di Levitico – riassume il fulcro
della vita terrena: “Cibo e divoratori di cibo: così considera il mondo”. C’è
altro da dire? Ogni religione fonda la propria essenza etica sul cibo perché è
lì che si gioca il vero scandalo: per sopravvivere dobbiamo nutrirci di altri
esseri viventi. Di qui, gli dèi che pretendono odorose libagioni; gli dèi
inghirlandati di sangue. Per estraniarsi da questa dinamica di
morte-e-vita-e-morte, il pensiero umano giunge a vette paradossali: astenersi
dalle carni, ad esempio; il digiuno come pratica cardine (astenersi dal cibo per
preparare uno spazio buono, puro all’apparizione di dio); l’abbandono alla
provvidenza – nutrendosi di ciò che offre il caso; il dio che si offre in pasto,
il dio eucaristico.
Una pagina del Śatapatha Brāhmaṇa (undicesimo kāṇḍa, sesto adhyāya,
primo brāhmaṇa), l’antichissimo, enciclopedico repertorio di riti redatto
nell’VIII secolo a. C. in sanscrito vedico, prepara il dramma sancito dalla
sentenza del Manusmṛti. La pagina – stringata come una parabola di Kafka – narra
di Bhrigu, poeta-veggente (ṛṣi), illuminato, astrologo, inviato da Varuṇa, il
dio che presiede l’equilibrio del cielo e del mondo sotterraneo, a visitare
l’aldilà. Bhrigu, che crede di vedere, proteso ai cieli, è cieco alla legge
della terra. Ciò che scopre è agghiacciante: l’aldilà è composto da uomini che
fanno a pezzi altri uomini e li divorano. Il sapiente fa ritorno sulla terra
distrutto: studiare i libri sacri, investigare il mondo è inutile perché
“Intorno a noi è il nulla”. Nonostante la nobiltà con cui ammantiamo le epopee
della mente e le gesta del cuore, l’uomo, infine, è bocca, denti, apparato
digerente, interiora, feci. Questo “è il nulla”: ogni cosa si consuma, ogni cosa
ci consuma, esiste per essere consumata.
Quando Varuna spiega allo sbrigativo Bhrigu la norma che governa il mondo, la
legge, diremmo, del contrappasso, le cose non sono meno terribili. Gli “uomini”
che Bhrigu ha visto nell’aldilà sono alberi, bestie, prati, acque. Ciò che
abbiamo consumato in questa terra, ci consumerà nell’altra. Se abbiamo mangiato
maiali, polli, vacche e tacchini, saremo mangiati da maiali, polli, vacche e
tacchini. Se abbiamo bevuto acqua, saremo bevuti dalle acque. Se abbiamo
mangiato frutti, grano, riso, saremo divorati da frutti, grano, riso. Non c’è
alcun dio che presieda questo banale – e terribile – capovolgimento. In Massa e
potere – un libro che ne raccoglie migliaia, un libro-menhir – Elias Canetti
spiega questo Brāhmaṇa nel capitolo Il capovolgimento, appunto, così:
> “Quando il divoratore muore e giunge nell’aldilà, la situazione originaria si
> capovolge. La vittima trova il suo divoratore, lo afferra, lo fa a pezzi e lo
> divora… Nell’aldilà si fa, da sé, esattamente ciò che si è subito. È
> particolarmente significativo che il mutamento di forme non sia d’ostacolo al
> capovolgimento. Nell’aldilà chi afferra e fa a pezzi non è più il bue che
> venne divorato, ma un uomo con l’anima di quel bue”.
A questo sistema oltremondano così crudo e meccanico, una sorta di perpetuo
macello, si può scampare tramite i riti di espiazione. Varuna li elenca a
Bhrigu; tutti convergono intorno al rito centrale, l’Agnihotra, il “sacrificio
del fuoco”, celebrato due volte al giorno (“prima dell’alba e dopo il
tramonto”), che comprende, nella forma essenziale, un’offerta di latte o di
riso, confinata tra inni. Per effettuarlo è necessaria la presenza di sacerdoti.
Il Śatapatha Brāhmaṇa è un’amplissima raccolta di riti che segue l’epoca
originaria, ‘lirica’ dei Veda. Nei Brāhmaṇa il rito in sé soppianta l’importanza
degli dèi; il gesto supera la presenza; la spontaneità del canto è sostituita da
un rigido reggimento di norme, da esibire minutamente – un minimo errore basta
ad annientare l’efficacia del rito; il poeta è sostituito dal sacerdote,
‘l’esperto’, il solo che conosca il rito nei suoi infiniti rivoli, labirintici.
Il rito, di per sé, è l’Oriente della vita: ogni rito è una corda e un nodo,
lega e scioglie l’uomo a ogni accadere, a ogni elemento dell’esistere. Il rito,
al contempo, è culla, alcova, tomba: scevra dal rito, una vita è appropriata al
niente, è nulla.
Ciò che colpisce di questo sistema retributivo portato all’eccesso, è la ricerca
ossessiva, anatomicadell’armonia. Il punto del rito – del sacrificio – è
pianificare l’equilibrio in un mondo altrimenti squilibrato. Se ti mangio devo,
in qualche modo, sfamarti, per non diventare il tuo cibo nell’aldilà.
Soddisfare, cioè: tentare un lato di quiete, rinsavire dall’ira, alimentare del
sé il fuoco. Le millimetriche, necessarie accortezze non fanno che rubricarci
nella colpa, nella mancanza, nella punizione. L’armonia, forse, è il vero
scandalo. Verrà il Buddha, poi, a disorientare la tratta del rito.
Quanto a noi: né rito né retribuzione ci toccano – tanto meno, pare, la ricerca
di un’armonia personale e collettiva. Siamo ciò che siamo – carne che mastica
carne – carne da macello.
> “L’interesse principale legato ai Brāhmaṇa, al netto dello ‘stile’ – prolisso,
> caratterizzato per lo più da espressioni dogmatiche chiuse e da un simbolismo
> esasperato simile, in parte, a quello che osserviamo nelle speculazioni degli
> Gnostici – riguarda senza dubbio la descrizione dettagliata del sistema
> sacrificale praticato nelle ultime epoche vediche. Le informazioni fornite
> dai Brāhmaṇa a questo riguardo sono fondamentali: di nessuna altra istituzione
> religiosa conosciamo un cerimoniale tanto dettagliato, fin nei più minuti
> elementi. Soltanto attraverso le speculazioni dei Brāhmaṇa – il significato
> mistico e la facondia simbolica che conferiscono ai singoli riti –
> comprendiamo appieno la natura e lo sviluppo di un culto straordinario”.
Chi scrive è Hans Julius Eggeling, redigendo l’amplissima nota “Brāhmaṇa” per
l’Encyclopædia Britannica. Max Müller, l’orientalista tedesco di stanza a
Oxford, nell’ambito della ‘mostruosa’ impresa “Sacred Books of the East”, affidò
proprio a Eggeling la prima traduzione in lingua occidentale – e finora l’unica
– dei Brāhmaṇa; Eggeling compì la traduzione, pionieristica, tra il 1885 e il
1900. Nato a Hecklingen, Germania, edotto in sanscrito, Eggeling fu segretario
della Royal Asiatic Society di Londra. Dal 1875 al 1914 fu professore di
sanscrito a Edimburgo: durante la Prima guerra si trovava in vacanza nel paese
natio, in Germania. Non gli permisero di tornare in Inghilterra, morì in
Vestfalia, accudito dalla sorella, nel 1918. Dalla sua versione è tratta la
traduzione in italiano del Brāhmaṇa in appendice.
***
Ora: Bhrigu figlio di Varuna si riteneva superiore al padre in sapienza. Varuna
lo capì: “Egli si pensa superiore a me in sapienza”, pensò. Allora disse: “Va’ a
Est, figlio e dopo aver visto ciò che avrai visto, vai a Sud e dopo aver visto
ciò che avrai visto vai a Ovest, e dopo aver visto ciò che avrai visto vai a
Nord. Dopo aver visto ciò che avrai visto, torna da me e dimmi cosa hai
compreso”.
Allora Bhrigu andò a Est e vide uomini che smembravano altri uomini, mozzando
gli arti, uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che
orrore! Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli
dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”.
E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero –
chiedi a tuo padre, lui sa”.
Da lì si diresse verso Sud: uomini smembravano altri uomini, mozzando gli arti,
uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che orrore!
Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli dissero:
“Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu
disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo
padre, lui sa”.
Da lì mosse verso Ovest: uomini, seduti, immobili, erano divorati da altri
uomini, seduti, immobili. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini immobili
divorano altri uomini immobili”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno
trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non
esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui
sa”.
Di lì mosse a Nord: uomini che urlavano venivano divorati da uomini che
urlavano. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini urlano e vengono divorati da
uomini che urlano”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel
mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque
espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”.
Dunque Bhrigu mosse verso settentrione, in luoghi estremi: tra le vie
intermedie, una di fronte all’altra, vide due donne, una bella, l’altra di una
bellezza incomparabile; tra di loro era assiso un uomo, nero, occhi gialli, un
bastone nella mano. Fissandolo, Bhrigu fu invaso dalla paura, tornò a casa,
sedette. Il padre gli disse: “Studia la tua lezione – perché ti rifiuti di
studiare?”. Bhrigu rispose: “Che cosa ho da studiare? Intorno a noi è il nulla”.
Varuna capì e disse: “Allora hai visto!”.
E disse: “Quanto agli uomini che hai visto nella regione orientale, smembrati da
altri uomini, essi erano alberi: quando uno mette della legna da ardere, sul
fuoco, sottomette gli alberi, conquista il regno degli alberi.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione meridionale, smembrati da uomini
che li tagliavano, arto per arto, urlando ‘Questo a te, questo a me!’, essi sono
gli armenti: quando uno fa l’offerta con il latte, sottomette il bestiame e
conquista il mondo delle bestie.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione occidentale, immobili, divorati
da altri uomini immobili, sono i prati: quando il latte dell’Agnihotra [il
sacrificio del fuoco] si illumina sotto la canna, si sottomettono i prati, si
conquista il mondo delle erbe.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione settentrionale, che urlano mentre
vengono divorati da uomini che urlano, sono le acque: quando si versa acqua sul
latte dell’Agnihotra si sottomettono le acque, si conquista il mondo delle
acque.
Quanto alle due donne che hai visto, una bella e l’altra di una bellezza
straordinaria, la prima è la Fede: quando si offre la prima libagione si
sottomette la Fede, la Fede si conquista. La più bella è l’Infedeltà. Quando si
offre la seconda libagione, si sottomette Infedeltà, Infedeltà si aggioga.
Quanto all’uomo nero dagli occhi gialli, con il bastone in mano: è l’Ira.
Quando, dopo aver rovesciato l’acqua nel catino si versa la libagione nel fuoco,
si sottomette Ira, Ira si vince – in verità, chiunque offre consapevolmente
questo Agnihotra ogni cosa sottomette, ogni cosa conquista”.
L'articolo “Vide uomini che divoravano altri uomini” – o della ricerca
dell’armonia proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là
su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo
saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una
grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è
deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi
da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro
da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due
pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i
due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li
diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste
piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare
le donne e i bambini. (Mt 14,13-21)
*
Perché proprio questi «simboli» e non altri?
> “Gli interpreti, però, si sono sempre affrettati a spiegare che questi
> miracoli «materiali» non sono che il simbolo di «beni spirituali». Ma perché
> la Bibbia, per riferirsi ai più alti beni spirituali, usa costantemente il
> concreto linguaggio della fame e della seta da placare, della gioia del
> banchettare, delle nozze da celebrare, della intimità fra gli sposi? Perché
> proprio questi «simboli» e non altri?”.
>
> (Sergio Quinzio, I vangeli della domenica, Adelphi, 1998)
Forse perché la vita in Cristo è una parabola. Un racconto che prende corpo e
interpella chi si lascia affascinare. Forse perché Cristo è lievito, e pastore
buono, e campo e tesoro e colui che cerca e che è cercato. Forse perché non
abbiamo altro che il corpo, in fondo, per dire di noi. Perfino l’invisibilità
delle parole chiede carne per esistere.
Certo il corpo può far paura, perché svela. Sfugge dall’illusione religiosa del
puro. Provoca una domanda: come possiamo essere amabili? Perché la grande
tentazione è quella di liberarcene, del corpo, essere puro spirito, finalmente
senza ombre. Credo che, agli occhi di Cristo, questa sia una blasfema
tentazione. Forse il corpo ci ricorda che siamo chiamati a farci salvare. E che
siamo materia, e che materiale deve essere anche il miracolo.
*
Miracolo è la morte
> “In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di
> là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte”.
Giovanni Battista muore. L’ultimo dei grandi profeti muore, male. Schiacciato
dal potere, probabilmente invaso dai dubbi e dalla paura che Cristo non fosse
colui per cui valesse la pena l’attesa nel deserto. Giovanni Battista muore e
l’Onnipotente non ferma il taglio della lama. Una testa su un vassoio immolata
nell’ennesima orgia dei potenti può essere miracolo?
Miracolo forse è che la sua morte è stata udita da Cristo. Non da tutti, tutti
l’hanno sentita. Miracolo è quando una morte provoca conversione. Quando
l’apparente sconfitta genera un movimento profondo nella storia di qualcun
altro. Può essere una guarigione fisica a cambiarci ma non è detto, si può
miracolosamente guarire e rimanere malati dentro. Si può morire e
miracolosamente essere raccolti dal Cristo che decide di innestarsi esattamente
in quella morte.
> “Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla
> barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro
> malati”.
E dalle città, le folle, ancora, attendono il divino richiamo. Quell’esodo
salvifico. Ci si salva solo lasciandosi portare fuori da ciò che ci imprigiona.
Inferno materiale è quello che costruiamo qui, quando intravediamo la felicità,
o almeno il profilo di una vita che ci lasci respirare, ma non abbiamo il
coraggio di sceglierla. Perché muoversi significa ammettere di non stare bene,
di non essere riusciti a costruirsi una vita degna d’essere vissuta. Essere in
ricerca, ricerca spirituale vera, non è stordimento dell’intelletto, ubriacatura
di testi ma concretissimo movimento del corpo. Spostamento. Esodo.
Miracolo è la compassione. E guarigione vera non è assenza di malattia ma
trovare la forza di reggere un cuore concretissimo che si lascia trapassare dal
dolore altrui. Gli amici del teatro la Ribalta di Bolzano hanno un cuore per
simbolo, copia anatomica del reale, e un messaggio scritto proprio alla base dei
ventricoli: “usalo”. Un ordine pericolosissimo. Così si muore.
Compassione. Questo miracoloso rischio.
> La donna compie riti
> di fecondità e di morte,
> versa acqua nei vasi, immerge i fiori,
> ravvia le lunge figlie, schianta
> i seccumi, libera i buttoni
> per il meglio della pioggia,
> per il più caldo del sole.
> o miei giovani e forti,
> miei vecchi un po’ svaniti,
> dico, prego: sia grazia essere qui,
> grazia anche l’implorare a mani giunte,
> stare a labbra serrate, ad occhi bassi
> come chi aspetta la sentenza.
> Sia grazia essere qui,
> nel giusto della vita,
> nell’opera del mondo. Sia così.
>
> (Mario Luzi, Augurio, da Dal fondo delle campagne)
*
> “Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo
> è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a
> comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi
> stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che
> cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui»”.
Miracolo è avere poco. Quasi niente. Se avessero avuto le possibilità, se
avessero potuto sfamare, avrebbero sedotto. Inaugurato un pezzo di mondo
funzionante. Miracolo è saper d’avere niente. Concreto miracolo è il coraggio
dei discepoli, chiesa che riconosce la propria miseria. Come potrebbero essere
miracolo la povertà, l’obbedienza e la castità se servissero a servire, se
fossero riflesso d’illusione d’essere più puri, o più perfetti, o più autonomi?
Scegliere di abitare la ferita. Starci. Inutilizzabili. Beati.
“Portatemeli qui”. I pochi pani, i pochi pesci. Ma forse anche la folla. Portare
tutto. Miracolo è che i discepoli, smarriti, prendono per mano il poco che hanno
e portano e si lasciano portare. Liturgia campestre.
> “Svanisce la città
> Sfuma il traffico
> Sfuma
> S’impone la poesia
> S’alza la luna
> e sale
> Decolla”
>
> (Campestre, Per Grazia Ricevuta, “Montesole 29 giugno 2001”, 2003)
*
Gesti
> “E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e
> i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e
> li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla”.
Cristo è parabola fatta carne. Miracolosi i suoi gesti concreti e quindi eterni.
Come immaginare di potersi ancora sedere sull’erba senza sentire che questo
gesto d’abbandono risponde all’ordine dell’infinita compassione del Verbo fatto
carne?
Miracolo sono mani che prendono la vita, così com’è, la smascherano e quindi la
liberano dalle attese e dalle pretese e da tutto ciò che ci giura che è solo
quello che si vede.
Miracolo è quando il cielo è così insistente da sradicarci gli occhi da noi
stessi. Anche il cielo, materiale, è miracolosamente abitato. Ridurre a metafora
il reale è peccato contro lo Spirito.
Non credo nel paradiso come risposta invisibile, opposizione perfetta a ciò che
vedo. Non credo nell’aldilà come fuga dall’aldiquà, credo perché esiste questa
pietra che tengo tra le mani. Benedire il reale che mi preme sulle palpebre è
declinare tutto in litania eucaristica. E avere il coraggio di benedire anche
me, per ciò che sono.
E poi spezzare il pane. Slogare l’apparente perfezione. Miracolo non è mai
l’intatto ma la frammentazione che non ha mai fine, l’infinito si svela nella
condivisione, procede dal concreto del pane e mai dall’astrazione di un
concetto.
Poi sono mani che si lasciano contaminare dal pane. Il miracolo chiede di farsi
toccare. Mani consacrate più che consacranti.
Santi di Tito, Moltiplicazione dei pani e dei pesci, 1592 ante
*
Concreto miracolo: noi
> “Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste
> piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza
> contare le donne e i bambini”.
La folla non c’è più, hanno portato via i pezzi avanzati. Dodici ceste, come
dodici i discepoli. È difficile non vederli in quelle ceste colme di pane
avanzato. Noi siamo le ceste. Discepolo è chi si lascia portare. Pieno solo di
pane avanzato, sovrabbondante, inutile.
Siamo avanzi di miracolo.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Sandro Botticelli, “Cristo dei dolori”, 1500-1510
L'articolo Siamo avanzi di miracolo proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un
tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di
gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile
anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di
grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei
cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci.
Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i
pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo.
Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella
fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte
queste cose?». Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei
cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose
antiche». (Mt 13,44-52)
*
> «Il regno dei cieli, strettamente parlando, non è simile a un tesoro, tanto
> meno è simile a un mercante: ma è simile a quello che succede quando si scopre
> un tesoro, o quando un mercante trova una perla di grande valore».
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Edizioni Qiqajon, 1995)
*
Lo nasconde
> In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un
> tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde».
Quando trovi un tesoro in un campo non ancora tuo, la prima cosa che succede è
che lo nascondi per paura che qualcuno ti scopra. Forse, in quel momento, lo
nascondi anche per il terrore di aver trovato qualcosa di molto più grande di
te. Al di là delle solite dichiarazioni, noi uomini siamo molto più banali: ci
accontentiamo di meno, di poco. Di qualcosa di meno ingombrante.
Se il tesoro del regno dei cieli non ti fa paura, se senti che quello che hai
trovato (o che ti ha trovato) non ti inquieta, quello non è il regno dei cieli.
Magari gli assomiglia, ma non è lui. Può essere una vita nella Chiesa, una vita
per i poveri, una vita realizzata, ma non è immediatamente Vangelo.
Se non ti vien voglia di nascondere il tesoro e di scappare, di nasconderti come
Adamo nel giardino, allora non sei ancora pronto per lasciarti ustionare dal
regno. Lascialo lì. Se non riuscirai a dormire al pensiero del tesoro. Se,
sentendoti in colpa, la vita che stai vivendo ti sembrerà invivibile e niente ti
sembrerà all’altezza del tesoro. Se preferiresti morire pur di non perderlo, e
bada bene: non sto usando toni enfatici e retorici, ho detto esattamente
“morire”, se sarà così, allora il tuo unico obiettivo sarà comperare quel pezzo
di terra. E dovrai farci seriamente i conti.
Il tesoro è nascosto nel terreno e non puoi entrare in possesso del solo tesoro.
Lo so che Matteo sta parlando di tesori nascosti nel terreno misterioso della
narrazione in parabole, ma io, per esperienza, ti dico che è impossibile entrare
in possesso del tesoro del regno nella sua presunta purezza. Il tesoro è sporco
di terra. Di quel terreno che, bene o male, l’ha custodito per te. È il terreno
delle ambiguità, di testimoni non perfetti, di istituzioni tutt’altro che
impeccabili, di storie passate fatte di santi e di traditori: devi comprare il
campo intero. Senza quella terra, peccatrice e sporca di sangue, il tesoro
nascosto sarebbe andato perduto. Riesci a capire questo passaggio?
Sarai terreno anche tu, non sarai mai tesoro. Vale per tutti. Siamo preziosi
perché abitati.
Non puoi far altro che comperare tutto il campo. La terra assume valore
inestimabile solo in virtù del tesoro e il tesoro è tesoro solo perché sceglie
di nascondersi nella terra. Solo perché si sporca, si incarna. Un Dio
disincarnato incenerirebbe la nostra miseria.
Se il tesoro non fosse nascosto, staremmo parlando d’altro: sarebbero valori
espliciti. Il fatto che scelga di seppellirsi nell’ambiguità del mondo, nella
carne peccatrice che siamo noi umani, rende un valore tesoro. La differenza è
enorme: il Vangelo non è difendere norme e valori, ma cercare il tesoro sepolto
nella carne degli uomini. Se te lo dimenticherai, ti ritroverai a difendere
un’idea. E diventerai pericoloso, spietato, vuoto. Un terreno svuotato. Un corpo
senza cuore.
Il regno dei cieli è tale solo perché si nasconde nella terra. Così diventa una
supplica: un Dio che prega di farsi trovare dall’uomo.
*
Vendere tutto
Succede che vendi tutto. Non molto, non tanto, non il giusto: tutto. Ma sappi
che quello non conta molto. Può esserci molto orgoglio in questo. Sappi però che
un giorno ci ripenserai. E saranno notti insonni. Tu ora non sai quello che stai
lasciando. Moglie, figli, campi: non è adesso che costa lasciarli, non adesso
che non li hai, ma dopo, quando ti accorgerai che si può essere salvi anche
senza rinunce.
Quel tesoro vuole tutto, vuole te: li senti i suoi denti acuminati da belva? Non
è un movimento eroico quello che stai per compiere; è quasi spontaneo,
inevitabile. Sei in trappola. Sarà la vita a liberare il vero significato di
questa scelta. Il regno dei cieli, il tesoro, starà al tuo fianco senza pietà,
ogni giorno, a ricordarti quella scelta. A provocarti. Il regno è come una spina
nel fianco.
Ma se non vendi tutto per il regno, non puoi capire il regno. E non possono
capirlo nemmeno quelli che vorranno spiegartelo senza aver rinunciato al mondo.
> «…poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo».
Sarà la gioia a dire la verità di quella scelta. Quel sentimento che adesso ti
sembra così inevitabile, così evidente, un giorno ti darà fastidio. Perché non
c’è nulla di eroico nell’essere gioiosi. Si sta nella complessità del mondo
macerandosi: questo fanno i dotti.
Un giorno ti accorgerai di aver sostituito la gioia con altro. Magari con il
sacrificio, che è cosa più accettabile. O con la coerenza. O con la sicurezza di
avere una ricompensa in paradiso. Ma se non sarai intimamente beato, qui e ora,
la tua resistenza sarà vuota. Sarai un campo senza tesoro, un uomo con una fossa
scavata al posto del cuore.
*
Cercare ed essere cercati
> «Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle
> preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e
> la compra».
Lo so che credi di essere il mercante. L’abbiamo creduto tutti. Chi di noi non
si è riempito d’orgoglio dichiarando di “essere in ricerca”? C’è gente che muore
e sta ancora cercando. O crede di cercare.
Cerca fino al punto di rischiare di non capire più che cosa stia cercando
davvero: la felicità? La giustizia? La tranquillità? La verità? Dio?
Si inizia sempre cercando qualcosa. Qualcuno finisce per trovare qualcuno.
Questo è il regno dei cieli.
Meglio ancora: si inizia sempre cercando qualcosa e poi si capisce che non siamo
noi a cercare; noi siamo stati cercati. Noi non siamo il mercante, ma la perla
preziosa. È lui ad aver venduto tutto, ad aver svuotato se stesso, per venire a
comprare la nostra salvezza.
Lasciati trovare. Questo ti consiglio. Ma prima impara a perderti davvero. Non
fingere di smarrirti, non riempirti di teorie, di dubbi intellettualistici:
quelli ci rendono interessanti agli occhi del mondo. Invece, disadattati; vivi
da disadattato, riconosci di esserlo. Se hai scoperto il tesoro, questo è un
sintomo evidente. Buttati nel mondo implorando di essere braccato.
*
Rete gettata nel mare
> «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che
> raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva,
> si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i
> cattivi. Così sarà alla fine del mondo».
Una rete gettata nel mare. Pesca a strascico. Pesci buoni e pesci cattivi. Non
avere fretta di apparire un pesce commestibile. Essere rigettati in acqua e poi
pescati ancora, e poi ancora, e ancora. Questo tempo è il tempo della pesca. Non
è un tempo senza appello. Non lo è per le persone che ti verrà voglia di
condannare. Sì, spesso chi ha trovato il tesoro diventa insopportabile,
spietato, si autoproclama angelo. Brandisce la spada. Non può sopporta che
qualcuno non veda la preziosità della proposta.
Sono stato giovane anche io, e ho provato a imporre il tesoro. Lo disseppellivo
per altri, glielo lanciavo addosso. Che sacrilegio!
Cerca di non diventare terribile con te stesso. Tenterai di sbarazzarti del
male, tenterai di farlo da solo, ti farai male. Poi un giorno, e sarà liberante,
allargherai le braccia e ti lascerai trascinare a riva. “Sono quel che sono”,
dirai. “Ma mi fido solo di te, mio pescatore”.
> «Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».
E invece non avevano ancora compreso. Il tesoro si sarebbe nascosto nel terreno
del Calvario. Trovarlo lì, o farsi trovare lì, sarebbe stata la vera sfida. E
poi sarebbero dovuti passare tutti da un tesoro sperperato, trenta denari
vomitati, il campo del vasaio e un cappio. Tesori appesi a un ramo in attesa di
misericordia.
Tu non credere mai di aver compreso; tu lasciati comprendere.
> Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei
> cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e
> cose antiche».
Cose antiche e cose nuove. L’antico diventa nuovo. Questo è il potere del regno.
Io, tu, il nostro uomo vecchio, tutto ciò che ci ha portato a essere quello che
siamo: anche gli errori, i peccati e tutto ciò di cui ci vergogniamo. Anche le
persone che ci hanno fatto male, anche loro: tutto trasfigurato in nuovo.
Non negato, non risolto, non dimenticato: trasfigurato. Ma questo può farlo solo
chi si lascia estrarre dallo scriba che è Cristo. Un padrone di casa che ci
reputa suo tesoro, che prende tra le mani quello che siamo e ci rende nuove
creature.
Se sei innamorato del regno, vendi tutto. Sappi che sarà difficile reggere
l’urto del tempo, ma fallo.
Oppure fermati, sei ancora in tempo, amico mio, fermati se non sei disposto a
cambiare. A lasciarti rinnovare.
Fermati se non hai ancora capito quanto sia pericoloso lasciarsi afferrare da
Cristo.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Hieronymus Bosch, Ascesa all’Empireo, 1500-1503
L'articolo Appunti per una lettera a un giovane sul regno dei cieli proviene da
Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei
cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre
tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e
se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania.
Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai
seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli
rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che
andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la
zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro
crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai
mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il
grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un
granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più
piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante
dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il
nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una
donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se
non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del
profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per
dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui
che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme
buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico
che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori
sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco,
così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i
quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che
commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e
stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre
loro. Chi ha orecchi, ascolti!». (Mt 13,24-43)
*
L’agguato dello stupore
> “Le parabole della separazione o divisione vengono affinate nel loro senso
> dalle quattro parabole della sorpresa o dello stupore: senapa, lievito,
> tesoro, perla.”
Raccontare una parabola per stupire. Meglio, per gettare nello stupore. Gettarlo
negli occhi di chi ascolta, come sabbia, per tornare a vedere di nuovo,
diversamente, dopo aver pianto ogni singolo granello.
Gettare nello stupore per stupire i sensi, per costringere all’immobilità,
almeno per un attimo, almeno fino alla prossima parabola.
Gettare stupore tra gli ingranaggi della civiltà capitalista, gettarlo per
spreco, senza senso, per il gusto di far saltare la logica delle cause e degli
effetti.
*
Ho ascoltato una storia struggente
> “Chi si dedica al Regno, chi accoglie questa realtà, piccola e apparentemente
> insignificante (nascosta tra le pieghe di una storia inesorabile che mira al
> successo e al potere), quale messaggio di Gesù, vedrà eventi mirabili,
> avvertirà che la propria vita è come l’albero, feconda per sé e per altri,
> sentirà che la propria esistenza, semplice come lievito, nutrirà molti e che,
> al posto della fatica, un tesoro gli riempirà le mani, che le piccole fedeltà
> di ogni giorno costituiscono una perla di valore insperato.”
Gettare stupore negli occhi di una storia che, anche quando crede di essere
storia santa o tragitto di conversione, ragiona sempre con le logiche del
successo e del potere. Sempre. Santo è colui che fa del bene, crediamo.
Ho ascoltato ieri una storia struggente. Un uomo inclassificabile per la
società, per la famiglia, per l’istituzione Chiesa, per i servizi sociali, è
morto. Da solo. Da solo ha mandato in crisi il sistema. Nessuno ha saputo
normalizzarlo. Tutti l’hanno sempre trattato, con tutte le comprensibili ragioni
del mondo, cioè mondane, come un uomo da curare, di cui prendersi cura. Un
problema. Che è un modo per decretare la legittimità del nostro esistere, del
nostri operare dalla parte sana del mondo. Ci illudiamo di essere grano
incaricato di trasformare la zizzania. Lui, invece, ha resistito fino alla fine.
Uomo parabola. La donna che mi ha raccontato questa storia è l’unica ad aver
capito la sua vicenda. Perché piangeva mentre parlava. E aveva stupore negli
occhi. Stupefatta e trafitta, parlava di lui e parlava di Dio. E io ascoltavo
una parabola.
*
E se la zizzania fossimo noi?
Stupisce e scandalizza veder crescere la zizzania nel campo buono della
Creazione. Subito i discepoli disciplinati chiedono ragione, cioè accusano il
buon Dio. Cristo prende tempo, dilata la possibilità, non strapperà la zizzania.
Ma a nessun discepolo viene mai in mente che forse la zizzania è lui? Che sono
io? Come e chi valuta cosa sia e chi sia zizzania?
Succede, un giorno, di stupirsi, pulendosi gli occhi dall’ennesima parabola, a
ribattezzare in grano ciò che nella vita si è sempre creduto zizzania. E anche
il contrario, zizzania in grano. Fa male lo stupore, a volte. E fa rinascere.
Rende stupidi agli occhi del mondo, ingenui. Avere il coraggio di mostrare
stupore davanti alla vita è ammettere che della vita non si aveva compreso
molto. Serve tanta umiltà per abilitarsi alla meraviglia.
Serve tanta umiltà, ma anche di saper accettare il rischio di sbagliare. Perché
lo stupore fa perdere i canoni riconosciuti che ci permettono di stare nel mondo
occupando un ruolo e garantendo stabilità di giudizio. Molto più facile
trincerarsi dietro la cinica corazza di chi non si stupisce più di nulla.
*
Stupirsi della grazia in noi
Ma c’è un altro meccanismo di difesa che le parabole tentano di smascherare: noi
possiamo dare frutto. Noi. Non altri, non i santi. Noi. È riconoscere che Dio
agisce anche nelle nostre storie. Nonostante noi.
Lo facciamo raramente. Neghiamo di essere pieni di grazia per una sorta di
pudore, quando va bene, mascherando il tutto da qualcosa che chiamiamo umiltà.
In verità, è che Dio ci fa paura. La sua potenza ci intimidisce. Così preferiamo
presentarci sempre e solo come indegni peccatori. Bisogna essere liberi come lo
Spirito per vedere e ringraziare che il Vivente abita anche le nostre carni
fradice di miseria. Stupore è vedersi seme, sinceramente senape, quasi
invisibili nella nostra miseria ma capaci di non negare l’ombra che
incredibilmente si spande intorno a radici che non potevamo credere di
possedere. E non sentirne merito alcuno. Ma sbalordire per i nidi intessuti tra
i nostri rami.
*
Lasciarsi fare dalla parabola
> “Non è un’istruzione sul come discernere domani; è un discernimento che si
> fa.”
Stupire è lasciarsi fare. Non un vago sentimento, non un trasporto dell’anima:
stupisce la carne. Forse il luogo dello stupore è nei muscoli. Si sorprende chi
si lascia sorprendere, chi si abbandona completamente a una logica nuova,
diversa. Bisognerebbe pregare per predisporsi all’agguato dell’Amato. Che Lui ci
colga di sorpresa, a difese abbassate, che ci invada, finalmente. Parabola,
appunto. Un agguato di Grazia.
> “Chi lo fa può discernere perché l’ha fatto, si è posto dalla parte di Gesù,
> ha capito e respinto quanto è contrario a Gesù, è entrato nel suo mistero di
> cui ha accettato l’umiliazione e la croce, ha sperato nella risurrezione. In
> altre parole, ha in mano la chiave di ogni discernimento.”
Stupore vero è entrare nel mistero di Cristo. Discernere non è pontificare sulle
ragioni della vita; nemmeno prendere in esame ogni variabile per provare a non
sbagliare è discernere. E poi che cosa è “sbagliare”?
Ma entrare nel Suo mistero, questo è stupore. Farsi uomo umiliato da una croce
accolta sulle nostre spalle, giogo dolce che permette il respiro dello Spirito.
E scegliere di insistere nella speranza della risurrezione. Parabola è diventare
come Cristo, questo è stupore. O almeno tentare di decifrare il mondo con il suo
sguardo.
*
Alla fine, ancora, morire
> “La regola concreta dunque è quella di chi si coinvolge fino a dare la vita
> per il Signore, perché allora ha il dono di capire che cosa è il Regno e che
> cosa non lo è, a cominciare da se stesso. La pretesa di discernere dal di
> fuori è molto rischiosa, induce a presunzione, a ideologie e a settarismi, ed
> è fonte di inimicizie e tensioni nella Chiesa”.
Ancora una volta la parabola come trappola. Non puoi comprendere la vita
standone fuori, non puoi comprendere la fede senza credere. Essere lievito.
Lasciarsi gettare, fagocitare, dalla farina. Alla fine, è sempre la morte a
dischiudere la vita nella sua pienezza. Questo, forse, il paradosso dello
stupore.
Attendere di comprendere per decidere di se stessi è rimanere lievito per una
vita intera. Intatti, cioè sterili. Inutili perché inutilizzati. Impastarsi con
le faccende della vita, quelle che arrivano, quelle che non scegliamo, questa è
la nostra unica via di salvezza.
*
La tentazione del puro
> “La Chiesa ha sempre avuto e ha bisogno di riacquistare chiarezza allorché si
> accorge che non diventerà mai una comunità di puri, pur desiderandolo. Essa
> deve riconoscere come i tentativi rigidi di comunità di puri portano
> fatalmente al settarismo e sono il contrario della parabola della zizzania e
> del buon grano, il contrario della parabola dei pesci. (…) La tentazione di
> creare una comunità di eletti, di separati dal resto della comunità,
> disprezzandola come perduta, è purtroppo sempre presente.”
Bisognerebbe ascoltare le parabole anche solo per tentare di guarire da quella
diabolica tentazione del puro e dell’impuro. Quando crediamo che solo un certo
tipo di rito liturgico sia puro, siamo nell’errore. Quando dichiariamo che nella
Chiesa non ci sarà più spazio per nessuno scandalo, siamo nella menzogna e fuori
dal Vangelo. Quando imponiamo rigide regole di comportamento, spesso caricando
altri di pesi che non sappiamo portare nemmeno noi, in nome di un ideale di
perfezione, siamo fuori dalla logica del Vangelo.
Reggere lo stupore negli occhi della gente che, ridendo, elenca le nostre sante
mancanze. Questo vuole tanta fede. E farlo senza sgranare rosari di patetiche
giustificazioni.
Smettere la triste gara a voler apparire perfetti, accogliere il male che ci
abita e, ancor più, stupire per la Sua misericordia. Accettare che noi siamo
parabola. Peccatori sempre di nuovo perdonati più che peccatori perfettamente
convertiti.
E credere così tanto nel Cristo Risorto, finalmente credere con ferocia e totale
abbandono, da imparare a non aver più paura del male. Se lui ha dato la vita per
me, se lui è risorto, io posso non avere paura di nulla. Sono in mano sua. Tutto
è in mano sua. Non posso temere. Cresca pure la zizzania, io credo nel grano di
cui nessuno stelo andrà perduto.
Un uomo senza paura dilata stupore.
Alessandro Deho’
* Tutte le citazioni sono tratte da: Carlo Maria Martini, “I Vangeli esercizi
spirituali per la vita cristiana”, Bompiani, 2016
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Henry Ossawa Tanner, Studio per Cristo e Nicodemo, 1923 ca.
L'articolo Di zizzania e di stupore proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui
tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla
stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a
seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli
e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta
terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il
sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i
rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede
frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con
parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del
regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà
nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per
questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non
ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.
In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò
che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo
ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la
parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato
seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è
stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie
subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge
una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene
meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la
preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed
essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la
Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il
trenta per uno». (Mt 13,1-23)
*
Parabola trappola
> “Teoria delle parabole. Chi ha trovato in Dio il senso della sua vita, vivrà
> della sovrabbondanza di tale senso; chi rifiuta di trovarlo resterà vuoto”.
La parabola è una trappola, diceva un mio insegnante di esegesi in seminario.
Parla apparentemente d’altro per costringerti a dare giudizi come se il
protagonista fosse uno sconosciuto. Per poi accorgerti che lo sconosciuto sei tu
che ascolti. Così si finisce per giudicare se stessi. O per accogliersi con
misericordia. Dipende dallo sguardo che abbiamo.
Trovare il senso della propria vita non è dunque la capacità di costruire una
piramide di valori a cui restare fedeli ma una disciplina dello sguardo. Occhi
capaci di giudicare il mondo con lo stesso metro del Cristo. Una misericordia a
caro prezzo, il dono della propria vita. Senza questa consegna di noi rimane
solo un moralismo sterile.
Forse le parabole sono tagliole che scattano a decapitare la nostra fede
immatura, a ghigliottinare senza pietà la nostra illusione di perfezione. Forse
agli occhi di Dio tutta la vita, tutto ciò che chiamiamo realtà, non è altro che
una immensa, infinita parabola.
Nascere quindi non è immediatamente un dono ma un essere presi al laccio. Un
dover decidere di sé.
Il giorno che i miei occhi impareranno a guardare a immagine e somiglianza di
Dio il mio cuore finalmente fuggirà dal laccio del cacciatore. E comprenderò
Dio, il tenerissimo e potente liberatore. E dirò dono il miracolo d’essere stato
messo al mondo.
“Egli ti libererà dal laccio del cacciatore”, Salmo 91. Io spesso sono
cacciatore di me stesso. La mia miseria continua a mettermi in trappola. Delle
mie paure, del mio peccato, della mia mancanza di fiducia in Dio, nella mia
testarda fede nel male che mi abita, del mio dubbio sul Misericordioso. O anche
solo del fatto di essere amabile. E salvato. Interpretare il mondo come fosse
una parabola è accedere all’esperienza di una libertà che non viene da me. Solo
Dio libera. Io posso solo accettare di essere preso in trappola dalla sua
spropositata misericordia.
Raccontami parabole mio Dio, falle scattare, predami, prendimi, stringimi al
laccio. Fammi consapevole del mio bisogno di te. Solo allora tutto si illuminerà
e ogni cosa, qualsiasi evento, anche il più apparentemente inutile non sarà
altro che la possibilità di liberazione.
La vita non è altro che una grande, immensa parabola: sapere che solo il Vivente
libera, tramuta il reale in una sovrabbondanza di Grazia.
*
Parabola malgrado
> “Il Regno dei cieli si afferma malgrado ogni resistenza e il frutto da
> aspettare, malgrado tutto, è grande. ‘Malgrado’ denota la situazione di
> ambivalenza, di opposizione, di divisioni in cui il Regno dei cieli si
> sviluppa”.
Accedere al mondo con lo stile del Vangelo è atto di grande fede: il mondo è già
stato salvato. Troppo facile cedere al pessimismo, vedere il demonio in ogni
dove. Troppo facile mettersi dalla parte dei salvatori della fede o anche, al
contrario, descriversi sempre come dei peccatori senza nessuna possibilità.
Stesso risultato ottenuto schierandosi su fronti opposti. Vivere la vita nella
logica delle parabole è abitare il “malgrado”. E credere che Lui lo trasfiguri.
“Malgrado” è sguardo lucido sugli eventi, sulle persone, sulla Chiesa, sulla
società, su noi stessi. Siamo malo grado. Ma questa gradazione di male variabile
non impedisce al grano buono di maturare.
Sono stanco degli esperti della fede, delle parole e delle spiegazioni. Ognuno
di noi, sono sicuro, deve la vita a una persona che nella scala delle ombre che
ci abitano ha saputo vedere il grano buono che nemmeno noi sapevamo di
essere. Quegli occhi erano l’incarnazione di Cristo. Stare con cuore parabolico
nella realtà è pregare per vincere la tentazione di credere che il male in tutte
le sue forme riesca a impedire al seme di esplodere in frutto. Più ancora, lo
sguardo istruito dalla parabola rende il seme capace di germogliare. Nel Vangelo
non esiste lo sguardo asettico, oggettivo. Il nostro modo di guardare, la nostra
fede, permette al mondo di germogliare. La parabola ci rende complici di Dio. A
noi di accettare il rischio.
*
Parabola è accettare l’ombra
> “Il Regno dei cieli è realtà contrastata, conculcata, ambivalente nei
> risultati e chi aspetta uno sviluppo regolare, omogeneo, rettilineo,
> trionfale, si sbaglia. Questa era la grande attesa, ed è ancora la nostra:
> perché il Regno non trionfa? Semplicemente perché la Parola, la predicazione,
> la missione, la vita secondo il discorso della montagna, non è necessariamente
> efficace. Le parabole stigmatizzano la falsa aspettativa del Regno, la falsa
> manifestazione della potenza di Dio. Dio non distrugge il male; il Regno, nel
> suo farsi, è ancora all’ombra del male. L’uomo vorrebbe solo il bene,
> considera il male come fattore disturbante. Eppure il Regno di Dio è
> accettazione di quell’ombra misteriosa che è il peccato, la resistenza, la
> fuga dalla Parola, l’indifferenza, la negligenza, la pigrizia; anzi vi entra
> dentro, e dobbiamo sempre disilluderci dal pensare che l’avvento del Signore
> spazzi via il male e immediatamente crei l’era della giustizia”.
Ci si oppone alla logica delle parabole perché sostare nel “malgrado” richiede
fede, tantissima fede. E pazienza. E resistenza. Non ne abbiamo. Vorremmo tutto
chiaro, efficace, vincente. Vorremmo una Parola efficace. Ma cosa è l’efficacia
secondo la logica della parabola? Per noi efficace è ciò che cambia il mondo
rendendolo conforme a una certa idea di perfezione e di bontà. Una parola
efficace agisce sul reale per correggerlo. Per Cristo la parabola è efficace
quando trasforma il nostro metro di giudizio, quando lo divinizza. Quando
diventiamo noi, accettando il martirio, testimoni dello sguardo liberante di Dio
sul mondo.
Parabola non è il bene che si impone sul male ma Cristo che, morendo sulla
croce, perdona. Donando se stesso al mondo che lo sta rifiutando. Ama, malgrado.
Si consegna senza apparente efficacia. Vede il frutto maturo nelle macerie di un
fallimento apparentemente totale (consegna la madre al discepolo facendo
sbocciare un frutto buono di cura nel cuore del Calvario).
Parabola è il grano sbocciato su un mare di sangue.
*
La parabola svela il male
> “Le parabole, in quanto ci fanno penetrare nel mistero del male, sono davvero
> difficili da comprendere”.
Quando saremo nella pienezza dell’Eterno non avremo più bisogno di parabole,
tutto sarà luminoso. La parabola ha senso solo perché svela l’esistenza del
male. Un male che esiste non solo fuori ma anche dentro di noi. Un male che
esiste nonostante Cristo sia morto e risorto. Un male che persisterà e non sarà
salvato da chi si sente indenne.
Mettersi ai margini della vita e autoproclamarsi difensori della tradizione, del
bene, della verità non è stile evangelico. Scegliere, al contrario, di
minimizzare il male scadendo nel relativismo più assoluto non è stile
evangelico. Riconoscere il male e dare la vita sapendo che il martirio non sarà
efficace secondo le logiche del mondo, solo questo è evangelico. Solo questo ci
permette di penetrare nel mistero del male senza diventare Male.
*
La parabola dice che non siamo pronti
> “Nessuno di noi è realmente pronto ad accogliere l’aspetto umile del Regno,
> nessuno di noi è disposto ad accettare la debolezza di Gesù di fronte al male,
> il suo apparente soccombere. Non siamo pronti, non siamo disposti,
> intravedendo nella sconfitta del Signore la nostra. Ma è la verità di Dio che
> si manifesta così; che un Dio debole e sconfitto sia il Dio del Regno è il
> mistero della morte e risurrezione di Gesù, che sarà comunque negato anche da
> chi, a parole, si dichiara ‘cristiano’. Persino la nostra morte ci apparirà
> come il supremo fallimento di Dio per noi (…) In quel momento dovremo
> ricordare il mistero delle parabole, che preannuncia quello della debolezza,
> della morte di Gesù e, insieme, prelude alla sua risurrezione e alla sua
> vittoria”.
Accettare la logica delle parabole è far nostra la logica della debolezza. Una
minorità incompresa dal mondo, incompresa da noi stessi. Uno scandalo. Non
esiste fede cristiana senza questo aspetto scandaloso. Nascere e vivere, dare la
vita intera, sentendo di essere inefficaci. È terribile. È indispensabile
passare da lì.
Poi ci si costruisce attorno tutta la retorica del mondo, ma la verità è che
credere è arrivare alla fine della nostra vita come ci è arrivato Gesù, nella
piena e totale inefficacia del suo divino mandato. Credendo, in cuor nostro, di
aver sbagliato tutto. È il tempo francescano delle stimmate a La Verna.
Dei santi celebriamo sempre una vittoria postuma. Andiamo a valorizzare i loro
miracoli. In verità è la loro sconfitta agli occhi del mondo, il loro soccombere
benedicendo, a essere sintomo di santità. E’ la loro carne martoriata ma
visitata dal tenerissimo bacio di Dio, è la beatitudine che tutto questo regala
a renderli desiderale esempio d’imitazione.
Non basta perdere, non basta essere ultimi, non basta essere scartati. La
parabola parla di frutto. Occorre essere benedicenti. Morendo nel dramma. Di
aver sprecato la vita. Nel dubbio di aver scelto la debolezza come ripiego solo
perché non eravamo all’altezza del successo. Nel dubbio di aver trasformato il
fallimento nel nostro successo. A rendere una vita sconfitta una parabola può
essere solo il Signore che, incarnandosi in noi, ci trasforma in ostensori
paradossali del Dio che si manifesta solo così: nell’inefficacia.
La sconfitta deve però essere bruciante. Gli ultimi posti devono essere
veramente ultimi. Il dubbio di aver sbagliato a interpretare la vita deve
condurci a un passo dalla disperazione. La trappola diabolica della retorica è
micidiale. Ognuno può rispondere di questo solo per sé. Davanti a Dio. E deve
farlo con esercizio di discernimento spietato. Giocare con le parabole, giocare
con le parole, travestirsi da sconfitto per interesse, camuffarsi da giullare
del fallimento reputo sia peccato contro lo Spirito Santo. Perché offende i
piccoli ed è atto blasfemo.
Solo la morte sancirà la verità di quel che siamo, di quel che cerchiamo di
essere. In quel momento e solo in quel momento di totale sconfitta scopriremo
chi siamo davvero. Figli minori scandalosamente amati e accolti in Lui. Malgrado
noi.
> “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di
> Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha
> conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo
> non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà
> manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
>
> (1 Giovanni 3, 1-3)
Alessandro Deho’
*Tutte le citazioni sono tratte da: Carlo Maria Martini, “I Vangeli esercizi
spirituali per la vita cristiana”, Bompiani, 2016; in copertina e nel testo:
disegni e schizzi di Salvator Rosa (1615-1673)
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
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Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto
queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre,
perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il
Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio
vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi
darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite
e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è
dolce e il mio peso leggero». (Mt 11,25-30)
*
> Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto
> queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
Cristo prega, grato, il Padre, il Signore del cielo e della terra. Ma questo
avviene quando avrebbe davvero poco di cui ringraziare. Ecco i versetti che
precedono il brano di oggi:
“È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato.
È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: ‘Ecco, è un mangione
e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori’. Ma la sapienza è stata
riconosciuta giusta per le opere che essa compie”.
Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte
dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: “Guai a te, Corazìn! Guai a
te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci
sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di
cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio,
Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai
forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a
Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa
esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di
Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!” (Mt 11,18-24)
Versetti indispensabili per comprendere cosa intenda Cristo per “sapienti e
dotti”. Uomini che sanno giustificare ogni cosa con le parole e con un uso
interessato del ragionamento. Uomini che sanno volgere a proprio vantaggio ogni
interpretazione dell’accadere della vita. Abili nel giustificare tutto e anche
il suo contrario, perfetti nel giustificare, sempre, se stessi.
Giovanni era indemoniato perché digiunava e Gesù, all’opposto, mangione e beone.
L’importante è mantenere le distanze, non farsi toccare dalla provocazione dei
profeti. I piccoli, invece, vivono in modo diverso. Il piccolo, proprio per
l’angolazione da cui sceglie di guardare il mondo, saprà mantenere in tensione
gli opposti, accoglierà la vita scavata d’attesa di Giovanni e anche il
messaggio escatologico del Cristo. I piccoli non procedono per esclusione, i
piccoli non usano la verità per giustificare le proprie mancanze.
*
> “Gesù risponde e dice: non abbiate paura di mettervi alla mia scuola, di farvi
> miei discepoli; non sono un Maestro dispotico come voi temete; sono mite e
> umile di cuore. Sono in tal senso piccolo come voi”.
>
> (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa, 2007)
Cristo rimprovera le città dove sono avvenuti miracoli perché non si sono
convertiti. Quello che rende “piccola” una persona è la capacità di conversione
profonda. Piccolo e saggio è colui che usa il pensiero per spogliarsi e non per
proteggersi. Piccolo e santo è colui che non si limita a spiegare la meraviglia
della vita ma la lascia accedere in sé, e si converte. Piccolo e vero è l’uomo
che ha compiuto un significativo percorso di verità e ha compreso che il profilo
della vera sapienza è la resa. Nelle mani del Cristo.
Cristo tra le rovine di una predicazione segnata dal fallimento, si china a
raccogliere i frammenti di trasparenza, alcune persone hanno accolto il miracolo
e si sono lasciate trasfigurare. Terribile la condanna di chi si ostina a
proteggersi dietro sicurezze che paiono inattaccabili e che, invece, diventano
macina da mulino che trascina al fondo della propria disperazione.
Saggi e sapienti sono uomini che si illudono di vedere e che, invece, vagano in
un mondo in cui la verità è stata loro nascosta. Sono impossibilitati al
riconoscimento perché troppo pieni di sé.
Una sfumatura del peccato è questa sorta di cecità. Sembra di sentire rivolte a
tutti noi la domanda che il Cristo rivolge al cieco: “Vuoi vedere davvero?”
Perché poi se vediamo davvero, se guardiamo senza protezione chi siamo, o
diventiamo finalmente piccoli e umili, riconoscendoci peccatori o ci disperiamo
fino a desiderare la morte, perché non siamo per niente come credevamo di
essere.
Chi, oggi, a me, a te che leggi, riesce a svelare la verità? Dove incontriamo lo
sguardo del Cristo che ci riporta alla Verità di ciò che siamo?
Sabotatori del reale, incantiamo la Verità stordendola di parole, ingannandola
di alibi, inventando sempre nuovi nemici. E questo solo perché non sappiamo far
crollare le nostre mura. Abbiamo paura di essere invasi. E abbiamo ragione, è
mortalmente rischioso. Ma è proprio l’invasione, il crollo, ciò che può salvarci
dall’illusione di essere giusti.
Cristo non nega il fallimento, non lo eleva a soluzione di ogni problema, il
fallimento senza la preghiera è solo drammatica disfatta. Cristo prega. Alza gli
occhi al Padre, all’Altissimo Signore, unisce nel movimento del suo cuore gli
opposti. Papà e Onnipotente. Davanti al Tutto Cristo si fa piccolo. E in quel
paradosso i semplici vedono il volto visibile di Dio.
*
> “Matteo presenta Gesù come figura di rivelazione e di iniziazione alla
> rivelazione: mentre con la sua umiltà, rivela l’umiltà di Dio, Gesù si propone
> nel testo anche come fonte di umiltà per i suoi discepoli”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola, Vita e Pensiero, 2010)
E quindi anche Dio è umile. E mite di cuore. E se già stiamo cercando
giustificazioni per dimostrare che non è così, che occorre comprendere bene cosa
significhi mitezza e umiltà. E se già stiamo pensando, delusi, che avremmo
voluto maggior complessità da Dio e qualcosa da poter chiamare “giustizia” e
leggi da applicare. E se pensiamo che una lettura del genere sia stucchevole e
banale, significa che non abbiamo ancora capito che comprende solo chi si lascia
comprendere. Che l’unica esegesi infallibile per aprire spazi di santità è
quella che porta alla consegna di sé. Fino a quando non impariamo l’arte,
micidiale, difficilissima, dell’umiltà saremo costretti a rimanere infantilmente
sapienti, dotti e immaturi.
L’anziano, il saggio, è colui che è finalmente giunto a semplicità.
Piccolo è l’artista che, abitato pienamente da Dio, disegna un cerchio perfetto
prima di morire. Il poeta riassorbito dal Silenzio. Il profeta immobile e muto
sulla soglia della grotta. Chiunque comprenda la ferocia e la difficoltà di
questa iniziazione.
L’eterno riposo in Lui come vertice dalla vitalità.
*
> Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il
> Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio
> vorrà rivelarlo.
> “La Chiesa primitiva interpreta in senso mistico la conoscenza del Padre
> tramite il Figlio. Conoscere è sempre anche amare, essere una cosa sola con
> chi si ama, entrare nell’altro. È una relazione teneramente amorosa tra il
> Padre e il Figlio”.
>
> (Anselm Grun, Gesù maestro di salvezza, Queriniana, 2004)
Piccolo non è colui che non legge, che non studia, che non scrive, che, sapendo
di non sapere, si compiace del suo niente. Al contrario, piccolo è colui che
cerca per conoscere ma che sa bene che conoscenza vera chiede sempre un gesto
d’apertura, di disponibilità, d’amore. Piccolo è l’uomo che ha compreso che ogni
atto di ricerca è un esercizio profondo di scarnificazione dell’anima. Le parole
scavano, le poesie strappano, i concetti mordono. Conoscere è lasciarsi
consumare. Fino alla totale consegna di sé.
Dotto e sapiente è colui che ama solo se stesso. Che si illude di bastarsi. O
che ha paura di amare. E di essere amato. Cioè di perdere il controllo.
*
> Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
> Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di
> cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e
> il mio peso leggero.
> “Chiama tutti e non solo quelli di Israele, in quanto creatore e Signore di
> tutto; dice «affaticati» i giudei in quanto non sono capaci di portare il
> giogo della Legge, dice «oppressi» gli idolatri, in quanto oppressi dal
> diavolo e appesantiti da quantità di peccati. Voi – dice – o giudei, tendete
> alla verità e riconoscete che io sono vostro protettore e signore e subito ne
> ritrarrete profitto. Vi libero infatti dalla schiavitù della Legge, a causa
> della quale sopportate molta fatica, e non siete capaci di porvi fine
> facilmente, dato che vi siete procurati da voi stessi un «carico» grandissimo
> di peccati, per cui tanto più vi conviene comportarvi in conformità di quanto
> prescrive la Legge”.
>
> (Cirillo di Alessandria, Frammento 149 in “La Bibbia commentata dai Padri,
> Matteo 1-13”, Città Nuova, 2004)
Piccolo non è solo colui che è stanco e oppresso ma chiunque accolga l’invito al
cammino. Fare alibi della propria stanchezza e oppressione è tentazione
comprensibile ma pericolosissima. Rischia davvero di consegnarci alla
disperazione.
Piccolo, veramente piccolo, è colui che piange davanti alla drammatica
resistenza di chi non accetta di lasciarsi guarire.
Piccolo è chiunque cerca ristoro. Piccolo è il saggio capace di amicizia.
Piccolo è chi sa accogliere.
Piccolo è colui che ha smesso di caricarsi pesi per meritare la salvezza, fosse
pure il peso della Legge. O il peso di voler migliorare il mondo. Il piccolo sa
che la salvezza non si merita: si accoglie. Cosa che non sopporta il sapiente
accusato da Cristo.
Piccolo non è colui che ha rifiutato la Legge, che si è allontanato dai dogmi,
che rende ininfluente qualsiasi discorso, quelli sono i sapienti del pensiero
dominante. Piccolo è colui che è così libero da discernere, momento per momento,
quando l’applicazione della Legge liberi il nostro essere immagine e somiglianza
di Dio e quando la offuschi (in quanto diventa espressione del mio egocentrismo
bisognoso di riconoscimento).
Per fare questo non c’è altra via che mettersi alla scuola di Cristo. Andare a
lui, continuamente tornare a lui, per non perdersi in se stessi.
C’è un tempo per digiunare e un tempo per mangiare. C’è un tempo per pregare e
uno per stare con gli amici. C’è sempre un tempo che i piccoli sanno incarnare:
è il tempo della trasparenza. I piccoli, in ogni momento, si lasciano
attraversare dall’Infinito, diventano immagine del Padre. Per loro il giogo si
fa leggero. E leggero diventa anche, almeno per un attimo, il peso che devono
portare gli amici di chi li incontra. Ed è beatitudine condivisa.
Conosco piccoli, e li amo, che rendendomi più leggero il peso della vita mi
mostrano, forse inconsapevolmente, il volto dell’Onnipotente.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Hieronymus Bosch, “Incoronazione di spine”, 1485 ca.
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