Dovevi esser di vetro
“In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato
dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine
ebbe fame”. (Mt 4,1-2)
> Dovevi esser di vetro, Signore,
> dopo quei giorni e quelle tue notti:
> quaranta i giorni e quaranta le notti,
> perché si compia un Esodo vero!
>
> (David Maria Turoldo, Opere e giorni del Signore, Edizioni Paoline, 1990)
Ha ragione Turoldo, si va nel deserto per diventare di vetro, per alzare occhi
sanguinanti di paura sulla dolorosissima e fragile trasparenza di sé. Si va nel
deserto per il compimento di un Esodo, soprattutto di quello che porta alla
verità di ciò che si decide di essere. Per compire un Esodo vero!
La consacrazione nel Battesimo del Giordano è avvenuta, dall’alto parole
decisive e sacramentali, per Cristo e per noi, eppure quelle parole non
impediscono il dubbio, anzi lo alimentano. Lo sa bene chi ha consacrato la
propria vita in una liturgia solenne. Lo sa bene chi ha pronunciato il proprio
“Sì”: certamente eterno, sicuramente definitivo, eppure non abbastanza luminoso
da renderci trasparenti a noi stessi. Consacrati ma non ancora di vetro! Per
quello serve tempo. E un tempo passato nel deserto. Non c’è possibilità di
scelta, al Battesimo segue il deserto. Sempre.
Deserto vitale per non morire sotto cumuli di opacità, per non lasciarsi
incrostare l’anima dai compromessi, per non stendere una patina capace di
diventare corazza, una viscida pelle di serpente capace di farci assolvere da
qualsiasi peccato. Che con le parole siamo bravi, siamo maghi, incantatori,
esegeti. A parole ci assolviamo, e poi ci crediamo, crediamo alla versione di
noi che abbiamo costruito e, usurpando il ricordo della sacramentale voce di
quel Dio che quel giorno si era compiaciuto della nostra figliolanza, ci
giustifichiamo in tutto. Scagioniamo anche la parte più terribile di noi. Per
questo serve il deserto! Per smascherarci. Per cercare l’Uomo di Vetro, il Dio
che si fa trasparenza dell’Amore. Per rispecchiarci in lui.
Ivan Karmskoj, Cristo nel deserto, 1872
*
La fuga è la forza delle cerve
> Come i Padri del deserto, Arsenio prese queste parole alla lettera: bisogna
> fuggire, partire, lasciare la città, uscire dal mondo e dalle sue mondanità.
> Fuggire perché si soffoca. In certe situazioni non vi è altra via d’uscita che
> la fuga. Non è la vigliaccheria, è un soprassalto di salute. La fuga è la
> forza delle cerve.
>
> (Jean-Yves Leloup, L’esicasmo. Che cos’è come lo si vive, Gribaudi, 1992)
Nel deserto Gesù non fugge, nel deserto Gesù è portato. In Matteo “a differenza
che in Marco, «fu trasportato dallo Spirito nel deserto». Il verbo indica un
movimento verso l’alto, come se egli fosse sollevato. «Il Cristo di Marco è
cacciato nel deserto come Adamo cacciato dal paradiso; quello di Matteo è
condotto, come Israele fu condotto attraverso il deserto» (H.B. Green, The
Gospel, p.67), potremmo aggiungere: “su ali d’aquila” (Es 19,4). Trasportato,
evidentemente, dalla piana del Giordano verso la zona montuosa di Giuda, un
deserto senz’acqua dove si patisce la sete e la fame, luogo tradizionale di
abitazione dei demoni”. (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Essere trasportati nel deserto su ali d’aquila, per accogliere la sfida di fare
verità su ciò che siamo veramente, sul nostro rapporto con Dio, con gli altri.
Come è stato per il popolo di Esodo il deserto anche per noi è spazio, tempo,
qualcosa da attraversare. Il vetro nasce dalla sabbia. Cristo va nel deserto per
aprire una strada nuova. Per ognuno di noi.
In Esodo c’è libertà e fame, paura e grazia, smarrimento e provvidenza. In ogni
deserto c’è lotta e ci sono angeli a servirci. Nel deserto si va per discernere
la chiamata. Il deserto è la vita, se vogliamo, se accettiamo la lotta. Il
deserto è lo spazio della verità. Decidere di non andarci è restare nel mondo,
addomesticare la nostra idea di spiritualità, credere di sedurre la mondanità ed
esserne, invece, corrotti. Impedirsi il deserto è decidere di soffocare,
respirare altra aria che non sia lo Spirito. Privarsi della forza delle cerve.
Divincolarsi dalle mani di Dio, restare a terra, lasciare che l’aquila voli
altrove, senza di noi.
Domenico Morelli, Gesù nel deserto, 1895
*
Ulteriorità
“Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che
queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane
vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»”. (Mt, 4,3-4)
È ancora lontano il giorno in cui, nel deserto, Cristo moltiplicherà pane per la
folla. Sarà giorno triste per lui, fallimento, mentre Gesù condivideva il suo
sguardo dall’Alto, mentre dilatava una preghiera divenuta pane, mentre
anticipava in qualche modo il suo diventare pane, la folla non capiva. E lui fu
costretto alla fuga, sempre il deserto, la solitudine, l’intimità con il Padre.
Non esiste, altrimenti, fede.
> “Scappò sul monte, solo. Vinse la tentazione. Satana era la folla soddisfatta
> che diceva: abbiamo trovato uno adatto a noi. Egli non è un Messia venuto a
> dare la risposta agli istinti fondamentali dell’uomo come essere provvisorio e
> materiale. […] Il Messia ha rivelato non la necessità del pane ma una
> ulteriorità verso cui siamo più sordi e ciechi”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto non solo per sfuggire al
faraone, che tanto il vero faraone ce lo portiamo dentro ed è con quello che
dobbiamo combattere. Non si va nel deserto per soddisfare la nostra fame di
pane, nessuna risposta agli istinti fondamentali, non solo quelli animali ma
anche quelli più subdoli: il bisogno di giustizia, di fraternità, di pienezza,
di amore… che illusione quando ci accorgiamo che, pur con tutti i nostri
tentativi, pur nelle comunità apparentemente più perfette, nei monasteri più
santi, nelle famiglie più luminose, da nessuna parte il Vangelo soddisfa i
nostri istinti. Nemmeno e soprattutto gli istinti di bene. Non sto dicendo che
la vita sia un sacrificio, pianto e dolore, non sto dicendo che il mondo sia
brutto e cattivo, sto solo parlando del bisogno di “ulteriorità” di cui parla
benissimo Balducci.
Accettare di abitare nel deserto è piegarsi a questa fame profonda, a questo
istinto insaziabile, quello che ci fa godere di ogni cosa del mondo, anche la
più piccola, proprio perché anche il filo d’erba con il suo svettare coraggioso
verso il cielo, minimo ed unico, anche lui, canta il bisogno di Ulteriore.
Sussurra il Creato il desiderio insopprimibile e simbolico della fame d’Eterno.
Una religiosità piegata al riempimento, una vita che non sa desertificarsi,
impoverirsi, si illuderà che la vita possa essere soddisfatta. Che sia riempita
di potere, di denaro o di cultura o di devozioni o di attivismi sociali o
pastorali… è davvero così diverso? Nel deserto si accetta di sprofondare perché
ammalati di ulteriorità, è il rischio di accettare una vita che accoglie tutto
ma che lo fa solo per ascoltare la Sua Parola che tutto pervade: “vivrà l’uomo
[…] di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, quella Parola che nel deserto
sussurra fino a farci male. Quella Parola che nel suo compiersi scava un Vuoto,
e dopo un Vuoto ulterioreancora, così noi camminiamo, sempre sospesi tra la
gioia d’averlo trovato e il bisogno di cercarlo ancora. Così nel deserto della
nostra vita procediamo, su ali d’aquila, sostenuti dalla sua presenza/assenza.
Così noi camminiamo verso l’Ulteriore, quello promesso e testimoniato, quello
che sussurra dal cuore di ogni cosa, quello di cui sperimentiamo il mormorio
quando riusciamo a diventare deserto.
Govaert Flinck, La tentazione di Cristo, 1635/1640
*
Ogni respiro è miracolo
“Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del
tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti:
‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra’». Gesù gli rispose: «Sta scritto
anche: ‘Non metterai alla prova il Signore Dio tuo’»”. (Mt 4,5-7)
> “Se (il divisore) ti tende un laccio attraverso la vanagloria – lo fece anche
> con Cristo conducendolo sul pinnacolo del tempio e dicendogli «Gettati di
> sotto» perché mostrasse la sua divinità – non farti trascinare in basso dal
> desiderio di innalzarti. Se ottiene questo non si fermerà qui. È insaziabile,
> ricorre a tutti gli espedienti. […] Oh Tu, sapiente nel fare il male, come hai
> potuto tacere quanto è scritto subito dopo? Io lo conosco bene anche se tu hai
> taciuto. «Io ti farò camminare sopra l’aspide e il basilisco e ti farò
> calpestare i serpenti e gli scorpioni» (Sal 90,13), perché sei protetto dalla
> Trinità”.
>
> (Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in
fondo, per sperimentare la grandissima fragilità umana e per scoprire finalmente
che ogni respiro è un miracolo. Non solo essere sostenuti dagli angeli in tempo
di caduta ma sempre, in ogni istante, ad ogni passo. Si viene trasportati nel
deserto e si diventa di vetro per sperimentare il bacio, il Soffio dello
Spirito, che ci tiene in vita e che ci accoglierà nel Respiro Eterno l’attimo
esatto della nostra morte.
*
Anche io sono immagine di Dio
“Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i
regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se,
gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene,
satana! Sta scritto infatti: ‘Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai
culto’». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e
lo servivano”. (Mt 4, 8-11)
> “…e ti chiederà di adorarlo, disprezzalo: è povero. Digli, confidando nel
> sigillo (impresso su di te con il battesimo): «Anche io sono immagine di Dio.
> Non sono ancora stato rigettato dalla gloria dell’alto come te a causa della
> superbia. Ho rivestito Cristo (cfr. Gal 3,27), mi sono trasformato in Cristo
> per mezzo del battesimo. Sei tu che devi adorarmi». Si allontanerà da te, ne
> sono certo, vinto e coperto di vergogna a causa di queste parole. Come dovette
> abbandonare Cristo, la prima luce, così lascerà anche quelli che sono stati da
> lui illuminati”.
>
> (Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in
fondo, per accorgersi che siamo abitati dal bisogno infantile di essere adorati,
per accorgerci che il tentatore ce lo portiamo dentro, che il narcisismo ci
rende opachi alla Grazia, che la paura di non essere di nessuno ci rende
violenti, ci spinge a estorcere affetto, frantumandolo con le nostre mani. Si
fugge nel deserto perché stanchi di adorare l’aria. Perché delusi, ciò che
avevamo adorato come fosse Dio si è rivelato un idolo, ci stava mangiando.
Si va nel deserto della solitudine perché è proprio la solitudine il prezzo da
pagare, nessuno comprende, solo chi patisce il luminoso desiderio di rinnegare
se stesso può intuire, eppure non potrà condividere, se non a distanza. Il
deserto è la prima e l’ultima forma di rivoluzione contro qualsiasi tipo di
potere. Ma il rivoluzionario deve scontare vera incomprensione, evangelica
umiliazione. Impossibile scendere a patti, non esiste terra di mezzo. E lì,
finalmente, sarà beatitudine vera. Perché finalmente trasformati in Cristo.
Seguirlo, nel deserto, per essere trasformati in lui, vera tentazione è
illudersi di essere al mondo per altro.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Domenico Morelli, Cristo tentato, 1885
L'articolo Al Battesimo segue sempre il deserto. Per smascherarci. Per cercare
l’Uomo di Vetro, il Dio che si fa trasparenza dell’Amore proviene da Pangea.
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Dal monte le Beatitudini sono esplose con forza eruttiva ma la lava, colando dai
pendii, invece di dissolvere, miracolosamente, portava a fioritura l’umano.
Sbocciavano gigli dalle lacrime. L’uomo non veniva annientato da quello che
sembrava un messaggio disumano, impossibile, ma liberato. Come se l’eruzione
donasse all’uomo la possibilità di trapassare la corazza delle proprie vanità,
verticali narcisi sbucavano dalle ceneri del narcisismo.
Era possibile bruciare come pula tutto ciò che impediva all’uomo di abitare la
divina immagine e somiglianza. Dal fuoco, l’oro. E l’uomo finalmente luminoso.
Luce e sale. Lanterna sopra il monte. A sua volta eruzione che non distrugge ma
permette di elencare il mondo. Bastava lasciarsi toccare. Battezzare in Cristo.
E la Legge? E i Profeti? Nemmeno loro dissolti dalla lava. “Non crediate che io
sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a
dare pieno compimento” (Mt 5,17)
> “La legge anticotestamentaria si compie ora in Gesù che ne è l’interprete e il
> promulgatore definitivo: egli ne fa risaltare la qualità profonda di volontà
> di Dio, ne manifesta le intenzioni originali, ne realizza le dimensioni più
> autentiche: è ciò che Matteo definisce col verbo pleroun, il termine della
> pienezza più che del semplice adempimento”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Opere e giorni del Signore, Edizioni Paoline, 1992)
“Manifestare le dimensioni più originali”, il movimento lavico delle Beatitudini
trascina alla scoperta delle radici nascoste del visibile, come a volerci
immergere fino a poter vedere l’origine di ogni cosa. Tutto è Epifania
dell’Invisibile. Cristo riporta ogni realtà all’origine, a Genesi, il compimento
di cui parla non è solo qualcosa che sarà alla fine dei tempi ma ciò che è da
sempre. Esercizio di contemplazione del cuore delle cose. Manifestare l’origine
della legge è quindi riportare ogni cosa al desiderio primo del Padre. Guardare
il mondo e percepire il sussurro della “cosa buona” dell’Inizio. Avere tanta
fede da accogliere il fratello come “cosa molto buona”. Esercizio da santi. O da
idioti.
> “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e
> le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio
> disse: Sia la luce! E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio
> separò la luce dalle tenebre.”
>
> (Gn 1,1-4)
“Pienezza più che semplice adempimento”: il secondo movimento è una specie di
svelamento di ciò che saremo. Le Beatitudini espongono all’Eterno, così ogni
cosa visibile è comprensibile solo con uno sguardo gravido di fede, è una
gravidanza, siamo in attesa di nascere a vita eterna. Così la Legge, non si
tratta solo di eseguirla come fosse lettera morta da codificare ma di farsi
trascinare con lei al compimento di pienezza che promette, è un movimento che
tutti e tutto coinvolge, è un Esodo, un’epifania, un parto. È qualcosa di vivo.
Esercizio di fede. Vedere luce, contemplare l’eruzione delle Beatitudini anche
sull’altro monte, sul Calvario, dove chi resiste può testimoniare d’aver visto
la parola del Cristo adempiersi: “tutto è compiuto”. Nel cuore della morte:
fuoco. Ancora, solo i santi o i folli possono vedere la luce nelle tenebre.
Succede anche oggi. A occhi santi. Contemplatevi. Magari nel cuore della
malattia che, scandalosamente, può diventare addirittura luogo della
manifestazione. Come sul Calvario, luogo della pienezza. Ma questo non si può
dire ad alta voce, non può mai essere richiesta ad altri, non può diventare
legge universale da applicare, accade, è dono della grazia. (La pienezza della
legge è la Grazia?)
Comunque si può solo sussurrare solo a confidenti fidati, e con il cuore in
fiamme:
> “Sicché sono rimasta per 25 giorni in una solitudine così completa e in un
> silenzio così totale come mai forse nella mia vita. E Dio, trovandomi
> finalmente disponibile, ha cominciato a dirmi le mille cose che non gli avevo
> mai consentito di dirmi ed è stato, glielo assicuro, un mese di prodigi, che
> non mi ha lasciato il tempo per null’altro. San Giuseppe da Copertino (quello
> che alla sola menzione del nome di Dio volava in cima agli alberi) scrive la
> grande verità: che la malattia è sempre e unicamente «qualcosa che Dio ha da
> dirci»; cercarvi altre cause è buttar via la perla preziosa…”
>
> (Cristina Campo, Lettere a Mita, Adelphi, 1999)
“Non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia
avvenuto” (Mt 5,18). Nulla passerà invano, nulla. Nemmeno la malattia, nemmeno
il peccato, nemmeno ciò che non capiamo di noi, nemmeno i tentativi d’amore
naufragati. Nulla passerà invano. E potrebbe sembrare una minaccia, e lo
sarebbe, se non avessimo la sicurezza che in ogni iota c’è “qualcosa che Dio ha
da dirci”. Legge definitiva è saper ascoltare il Verbo che continua a farsi
carne. Inferno è il vivere invano. Cioè senza il Vivente in relazione con noi,
in ogni istante. Invano è un mondo senza Cristo. Credere, nel vuoto di certe
esperienze, che la vita non stia passando invano è esercizio da santi. O da
folli. “Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli
scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu
detto agli antichi: ‘Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al
giudizio’. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere
sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: ‘Stupido’, dovrà essere
sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: ‘Pazzo’, sarà destinato al fuoco della
Geènna”.
> “Scendere, servendosi della traccia offerta dalla legge, fin nel profondo del
> cuore e scoprire la qualità dei desideri nascosti. I desideri contrari allo
> spirito della legge sono peccato, anche se fuori non si vede niente”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Un movimento a scendere, superare la giustizia dello scriba e del fariseo che ci
portiamo dentro è farsi trascinare da Cristo verso la radice profonda di noi
stessi, non basta moltiplicare le regole, non basta nemmeno osservarle le
regole, occorre sprofondare nel cuore abbracciati a Cristo, crocifissi a lui.
Eppure, è sempre e solo sulla legge (sulle leggi) che noi tentiamo di agire.
Cambiare le regole, allargare o stringere le maglie, concentrarci sulla nostra
presunta coerenza (come se il rapporto con Cristo fosse giudicabile solo dalla
nostra narcisistica capacità di non sbagliare), accanirsi sul diritto
canonico… è tutto un ricamare intorno alla legge, è tutto un tentativo di
apparire perfetti. Per paura. Per paura di farsi trascinare fino al cuore di
quello che siamo. Per paura di guardare il nostro cuore e scoprire che contiene
anche tantissima tenebra. Per paura di doverci confrontare con la qualità dei
desideri nascosti, quelli indicibili, quelli che ci rendono omicidi, adulteri e
spergiuri. Per paura, alla radice, che la misericordia del Vivente non sia così
perfetta. Che il nostro male sia più grande del suo perdono. Ed è forse questo
che ci uccide. Solo i santi sopravvivono. O i folli.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: litografie di Otto Dix da “Das Evangelium nach
Matthäus”, 1960
L'articolo Solo i santi, solo i folli si salvano. Sulla paura di farsi
trascinare fino al cuore di quello che siamo proviene da Pangea.
Sale
> “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo
> si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato
> dalla gente”.
>
> (Mt 5,13)
Le beatitudini, cristalline e terribili, sono appena state appese al vento del
monte e lì volteggiano e lo faranno eternamente in attesa di corpi, in attesa di
discepoli, in attesa di essere colte da chi, come il profeta, accetterà la
persecuzione in cambio di una vita che sappia reggere l’urto della felicità:
“rallegratevi ed esultate”.
Le beatitudini profumano ancora del soffio di Cristo, sono onda di mare
dolcissima e violenta, felicità in cui ci si immerge, paradosso che trascina
lontano dal porto protetto e rassicurante. Felicità è morire di beatitudini.
Qualcuno si fa travolgere dal discorso del Maestro, qualcuno si abbandona
all’urto dell’onda della possibile pienezza, è il discepolo. Sale della terra. È
il folle in Cristo, è il povero, è l’uomo in lacrime, è il mite, è il giusto, è
il misericordioso, è il puro di cuore, è il costruttore di pace, è il
perseguitato, è il sale della terra. È quello che almeno prova ad esserlo, è
colui che lo desidera con tutto se stesso. È l’uomo in Cristo. Ed è beato,
felice, luminoso. E non sceglierebbe altro. Non vuole, non può. Nessun
sacrificio, è solo consegna di sé. Totale e amorosa.
> “Il sale è necessario nella vita degli uomini. Che cosa bisogna dire? Ora è
> conveniente chiederci in base a che cosa i discepoli di Gesù sono paragonati
> al sale. Pare a me, perciò, che come il sale conserva i cibi, perché non si
> trasformino in vermi a causa del fetore, e li renda utilizzabili per molto
> tempo, così i discepoli di Cristo occupano ogni luogo della terra e lo
> mantengono per opporsi al fetore dei peccati che viene dall’idolatria e
> dall’impudicizia”.
>
> (Origene, Frammento 91)
Nella molteplice possibilità di interpretazione del simbolo del sale Origene
sceglie il potere della conservazione. Il sale è ciò che permette alla carne di
opporsi alla decomposizione della morte. In questa logica i discepoli sono
gettati da Dio in abbondanti manciate su tutta la terra per impedire alla
Creazione di trasformarsi in cadavere mangiato dai vermi. Sale gettato per
conservare viva la vita. Perché il tempo senza Dio, l’abbandono dell’amore, in
una parola sola quello che chiamiamo peccato, decompone, consuma, imputridisce.
Il discepolo è sale che difende il profumo della vita dall’assedio costante del
fetore della morte. Viene in mente Lazzaro, che già puzzava, viene in mente
Cristo, vengono in mente le sue lacrime, sale a scendere sulle guance, sale a
depositarsi sulle labbra, sale scagliato come un ordine a difendere la vocazione
intima dei corpi, sale come bacio a richiamare l’amico tra i vivi, sale simbolo
d’eternità.
Il sale è necessario alla vita degli uomini, senza sale si muore. Il sale degli
uomini delle beatitudini è una benedizione, è la povertà a trattenere in vita
cuori affascinati dalla ricchezza, dalla violenza, dall’oppressione,
dall’imposizione… il sale è opposizione alle logiche del mondo.
Portiamo l’immagine di Origene nella preghiera, inginocchiamoci davanti al
Vivente con il coraggio di chiedere il dono delle beatitudini, per non lasciare
che il nostro narcisismo si nutra, come verme in una carcassa, del nostro corpo.
Delle nostre buone intenzioni. Delle nostre illusioni. Chiediamo il coraggio di
metterci almeno nel sentiero delle beatitudini, e che Lui sparga sale sulle
nostre ferite, dolore bruciante, ma che il taglio non degeneri in
cancrena. Sale, a conservare la parte più intima di noi, la nostra profonda
identità, sale affinché l’immagine e somiglianza non venga deturpata. Chiediamo
di essere abitati dall’uomo delle Beatitudini, per non decomporci, per non
smarrirci, per poter sentire già fin d’ora come credibile la Sua promessa di
resurrezione.
*
Luce
> “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra
> un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul
> candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”.
>
> (Mt 5, 14-15)
Le beatitudini nascono dalle labbra di Dio come fuoco, sono possibilità di
un’alba incandescente che giura la possibilità di una domenica senza tramonto.
Beatitudini come roveto che non consuma, incendiano cuori, mangiano i bordi
delle tenebre, cauterizzano le ferite inferte dal dolore, oppongono dighe di
fuoco all’infezione del male. Cristo è angelo di luce terribile e irresistibile.
Qualcuno riuscirà a riconoscere la stessa luce anche sull’altro monte, Lui città
illuminata perfino sulla cima del Calvario, lì dove il moggio sembrava cappa
definitiva sul Verbo, lì dove beatitudine vera sarà la consegna di Cristo al
Padre. Luce a trafiggere per sempre le tenebre.
> “Adesso li definisce luce del mondo; illuminati da lui, che è la luce vera ed
> eterna, a loro volta diventino luce in mezzo alle tenebre. (…) Per mezzo di
> esse infatti – a modo che il sole, con i suoi splendenti raggi, diffonde luce
> dovunque – ha fatto pervenire la luce della conoscenza di se stesso
> nell’universo intero”.
>
> (Cromazio di Aquilea, Commento al Vangeli di Matteo 19,1)
Eppure la luce è terribile. Scegliere il buio, complicare l’interpretazione del
mondo, scipparlo della semplicità pur di trovare una piega di pensiero dove
nascondersi. Trovare alibi, non esporsi in nome di una fasulla umiltà.
Proclamare di non sentirsi all’altezza per non dover essere costretti a
rivestirsi di luce e quindi mostrarsi, senza maschere, senza ipocrisia, per
quello che si è: poveri cristi. Ma illuminati. I discepoli non sono perfetti,
non lo saranno mai. Solo vivono. E decidono. Rispondono concretamente. Prendono
posizione sulla terra. Belli perché rivestiti della luce di Cristo. E chi li
guarda, vede bene il miracolo: è Cristo a risplendere, il testimone è solo luce
riflessa. Ed è beato, è felice di questo, ed è libero dal proprio infinito
bisogno di volersi imporre al mondo “lui deve crescere; io, invece, diminuire”
(Gv 3,30). Eppure, in questa consegna, ennesimo paradosso, il discepolo
finalmente scopre la propria identità profonda. Siamo al mondo per farci portare
alla luce, per diventare luce, per venire alla luce, per danzare in lui, siamo
al mondo per nascere. Non può restare nascosta una città, non può restare
nascosta una luce, non possiamo restare nascosti noi perché, semplicemente,
senza di Lui, noi non saremmo.
Non è nemmeno questione di testimonianza, non in prima battuta, ma di necessità.
Credo davvero che arrivi un momento in cui il discepolo non possa più fare a
meno del rapporto con Cristo, di essere illuminato costantemente dalla sua luce,
e questo per necessità, solo per necessità, necessario come l’aria. Si può anche
sparire dal mondo, smettere di parlare, smettere di predicare, smettere di
scrivere, smettere di esporsi, smettere qualsiasi cosa, ma non si può smettere
Lui.
Si sta nella luce per necessità, perché senza “la luce della conoscenza di se
stesso nell’universo intero”, l’universo imploderebbe nel buio e noi con lui.
*
Lodare Dio
> “…ma immediatamente soggiunge, spiegandone la ragione: affinché diano gloria
> al Padre vostro celeste, perché uno, il quale facendo il bene è ammirato dagli
> uomini, abbia nella propria coscienza l’intenzione del bene compiuto, ma non
> abbia l’intenzione di acquistare notorietà se non per lodare Dio, a vantaggio
> di coloro ai quali si fa conoscere”.
>
> (Agostino, Discorsi 54,3)
Essere discepolo-sale, essere discepolo-luce, può essere una grande trappola. La
più terribile. Solo un discepolo può tradire il Cristo, chi non è discepolo non
può arrivare a tanto.
Colpisce che sia sempre l’ammirazione degli uomini ad avere la forza di
masticare la luce, di rendere insipido il rapporto del discepolo con Dio. La
visibilità, lo diceva già Agostino, “acquistare notorietà”, mossa che illude di
essere ancora suoi e invece ci riduce a non essere più nulla, vivi solo
nell’ammirazione volatile e spesso invidiosa degli uomini.
Perché se il “sale perde il sapore” semplicemente non è più sale. Anche se si
illude di continuare a dare sapore alla vita propria ed altrui, anche se non
smetterà di parlare di Dio. Essere discepoli è arrivare a vivere solo per lodare
Dio. Nient’altro che questo. Così nella preghiera ritorno all’amato Ignazio di
Loyola, principio e fondamento:
> “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così
> raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per
> l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue
> che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve
> allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci
> indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla
> scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non
> desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza
> piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga
> piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e
> scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo
> creati”.
>
> (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Testa di Cristo di Albrecht Dürer; nel testo, due icone di San
Paolo dello stesso artista
L'articolo Sale della terra, luce del mondo: essere discepoli vuol dire lodare
Dio proviene da Pangea.
In effetti, aveva motivo di essere felice. Le avevano proposto di introdurre le
poesie di Kabir, il grande mistico indiano vissuto nel XV secolo, rese in
inglese da Tagore. Il libro, Songs of Kabir, fu stampato a New York, da
Macmillan, nel 1915: mistica primizia per il mondo anglofono, copertina rossa,
un menhir, senza lordura d’immagine; un libro da tenere sempre con sé, a
spiazzare il ‘mondano’, a incapsulare il sé in una formula d’amore.
Lei gli si rivolse con adorazione, chiamò Tagore “Maestro”: la barba bianca, i
capelli lunghi e la stola, monastica nonostante le molteplici ricchezze
familiari, rappresentavano con esattezza l’idea – della sostanza diranno altri –
del santo. Gli scrisse una lettera piena di affetto – “Questa è la prima volta
che ho il previlegio di lavorare con qualcuno che è Maestro in cose che mi
stanno così a cuore ma di cui so così poco… è come sentire una lingua di cui
conosco a malapena l’alfabeto parlata con perfezione” – a cui lui non diede
risposta. Aveva ottenuto il Nobel per la letteratura due anni prima, nel 1913,
“Per la profonda sensibilità, la freschezza e la bellezza dei suoi versi”,
Tagore; viaggiava in lungo e in largo per l’Europa da anni.Alcune fotografie lo
fermano al fianco di Einstein; altre nella villa argentina di Victoria Ocampo,
che si onorava di averlo come amico; fu amico di Henri Bergson, di Thomas Mann,
di H.G. Wells. Saint-John Perse, poeta aristocratico quanto pochi altri, più
propenso alla sprezzatura che alla stretta di mano, lo inoltrò ad André Gide: al
grande scrittore – che prederà un Nobel molto più tardi, nel ’47 – si deve una
notevole traduzione della poesia di Tagore come L’Offrande lyrique,
costantemente ripubblicata. Nel 1961, in un Hommage, Saint-John Perse rievocò la
circostanza, l’opera e quel “poeta che ha tenuto alto il lignaggio del sogno
senza lasciarsi distrarre dall’uomo del suo tempo”. L’anno prima aveva avuto,
anche lui, il suo Nobel.
Ma di Tagore, il cui nome temprava, fino a poco tempo fa, labbra tumide di un
sentire ‘spirituale’, sappiamo tutto. Resta lei, Evelyn Underhill, a sfuggire ai
dogmi della fama. Quando scrisse la bella introduzione ai Songs of Kabir compiva
quarant’anni, era nata in dicembre; compita, tenue nel corpo, ottenebrata dalla
tenerezza, aveva sguardi maculati dall’ingenuità dei folli. Il padre, Arthur,
uscito dal Trinity College, era un importante giurista: non capì mai gli
svolazzi mistici della figlia, non si orientava a quel disorientamento. Lo
stesso tono – di critica quando non di ostilità – le fu riservato dal marito,
Hubert Stuart Moore; non ebbero figli, lei gli fu maniacalmente devota.
Visitata da visioni fin da ragazza, Evelyn Underhill aveva iniziato a
raccontarsi attraverso la cortina della letteratura; nei suoi romanzi, per lo
più convenzionali – The Lost Word, 1907; The Column of Dust, 1909, ad esempio –
comincia a narrare ‘l’anello che non tiene’, lo spazio ferino tra apparire ed
essere:
> “Aveva capito, brutalmente, d’improvviso, quanto siano fragili le difese che
> proteggono le nostre illusioni e ci allontanano dall’orrore del vero. Aveva
> scoperto un piccolo foro nel muro delle apparenze: sbirciando attraverso di
> esso, intravedeva il ribollente vulcano delle forze spirituali da cui, di
> tanto in tanto, un refolo di lava sale in superficie”.
Nel 1911 pubblicò il suo libro più noto: uno “Studio sulla natura e sullo
sviluppo della coscienza spirituale dell’uomo”. S’intitolava Mysticism, ebbe
successo, fu l’inizio di un percorso che la portò, da anglocattolica, ad
approfondire l’opera di Jan van Ruusbroec e il Mysticism of Plotinus (1919).
Delicatissima ma coriacea, amica dello scrittore Arthur Machen, Evelyn Underhill
fu la prima donna a essere invitata all’Università di Oxford per dare lezioni di
storia della liturgia e di mistica; guidò gli esercizi spirituali di alcuni alti
prelati anglicani.
La figura di Kabir non poteva non affascinare Tagore: fautore di un pensiero
religioso che supera l’idolo della dottrina e il formalismo, fino a sfiorare
l’eresia, Kabir – venerato da induisti e da musulmani – percepisce l’Assoluto
ovunque, propone una pratica più che una sintesi intellettuale, predilige
l’amore alla ragione. Alla sua morte, capitata a Maghar, nell’Uttar Pradesh, nel
1518, pare, in molti vollero razziare il suo corpo per farne una sacra reliquia,
per erigervi un tempio: la leggenda racconta che le spoglie terrene di Kabir
svanirono sotto una coltre di fiori.
In quel mistico anticonformista si rivedeva anche Evelyn che
nell’introduzione affianca i versi di Kabir, “deliberatamente rivolti al popolo
più che ai religiosi, scritti in una lingua non letteraria” (alcuni ritengono
che Kabir fosse un analfabeta), a quelli di Jacopone da Todi e di Richard Rolle,
paragona la sua esperienza a quella di Francesco d’Assisi e di Giuliana di
Norwich. “Kabir appartiene al ristretto nucleo di supremi mistici – insieme a
Sant’Agostino, a Ruusbroec e al poeta sufi Rumi – che hanno realizzato quella
che possiamo chiamare visione sintetica di Dio, risolvendo la perpetua
opposizione tra personale e impersonale, trascendente e immanente, statico e
dinamico; tra l’Assoluto della filosofia e l’Amico della religione devozionale”.
Il fatto che fosse “un uomo semplice, un tessitore”, risponde a una tradizione
spirituale che supera i confini delle fedi: “come Paolo il fabbricante di tende,
il calzolaio Jacob Böhme, lo stagnino John Bunyan, il tessitore Gerhard
Tersteegen, Kabir sapeva combinare visione e laboriosità; il lavoro manuale
aiutava più che ostacolare la meditazione del cuore”.
Con pochi tratti, Evelyn Underhill dice del genio di Kabir:
> “Il suo destino è simile a quello di molti rivelatori della Realtà. Odiava
> l’esclusivismo religioso, desiderando iniziare gli uomini alla libertà degli
> autentici figli di Dio. I suoi seguaci ne onorano la memoria erigendo le
> stesse barriere che Kabir si è sforzato di abbattere: sopravvivono, però, i
> meravigliosi canti, espressione spontanea del suo amore. Nelle poesie di
> Kabir, viene messa in gioco una vasta gamma di emozioni mistiche: dalle
> astrazioni vertiginose all’intimo desiderio di confondersi in Dio, espresso
> con metafore quotidiane, con simboli religiosi tratti dalle tradizioni
> induiste e musulmane. Impossibile dire se questo poeta fosse un Sufi o un
> Brahmano, un discepolo del Vedanta, un devoto di Visnu. Egli stesso si dice
> ‘figlio di Allah e di Rama’. Lo Spirito Supremo che conosceva e adorava, alla
> cui amicizia tentava di introdurre le anime degli altri uomini, trascendeva,
> pur includendole, tutte le categorie metafisiche, tutte le definizioni;
> ciascuna di queste contribuisce a descrivere la Totalità semplice e infinita
> che si rivela, secondo misura, ai fedeli amanti di ogni fede”.
L’estro lirico di Kabir ricorda quello di ʿUmar Khayyām, poeta mitizzato dai
ranghi della cultura anglofona; il gusto per il paradosso ricorda quello del
micidiale Angelus Silesius e dei maestri taoisti. Il radicale sradicamento di
Kabir era accettato di buon grado dagli intellettuali europei del primo
Novecento, a loro agio con una spiritualità prêt-à-porter.
Nell’incipit della sua introduzione, Evelyn Underhill avvisa che quella di Kabir
“è la prima traduzione per i lettori inglesi” – si tratta di una mezza
verità. Due anni prima l’infaticabile Ezra Pound aveva tradotto Certain Poems of
Kabir sulla “Modern Review” (n.6, January 1913), facendosi aiutare da Kali Mohan
Ghose; l’editore Scheiwiller avrebbe pubblicato le Poesie di Kabir nella
versione di Pound (e, in questo caso, di Ghanshyam Singh), nel 1966. ‘Ez’ aveva
conosciuto Tagore a Londra, nel 1912; gli piaceva quell’uomo che come lui –
diversamente da lui – tentava di fondere Oriente e Occidente, i Veda e
Shakespeare. Lo presentò a William Butler Yeats, il sommo poeta irlandese, il
quale, in effetti, preso da vigoria spirituale, introdusse la versione inglese
del Gitanjali di Tagore (stampata nel ’12 dalla India Society e nel 1913 da
Macmillan).
La storia di Evelyn Underhill e di Tagore fu intrecciata, fino alla fine.
Infaticabile pacifista, Evelyn morì nel giugno del 1941; i bombardamenti su
Londra avevano intaccato la sua già fragile salute. Tagore morì tre settimane
dopo, nella sua villa, nel Bengala, dopo un lungo periodo di malattia: le
fotografie lo ritraggono con gli occhiali da sole, per sempre giovane; prima di
morire dettò alcune poesie, preso da continuo incanto.
**
Poesie di Kabir
Servo, dove mi cerchi?
Eccomi, sono al tuo fianco.
Non mi troverai nel tempio
né nella moschea; non abito
nella Kaaba né in cima al Kailash;
non mi circoscrive cerimonia
né rito, lo Yoga o la rinuncia.
Se sei un vero cercatore mi troverai
subito, mi incontrerai all’improvviso.
Kabir dice: “Dio respira in ogni respiro”.
*
Come dire la parola indicibile?
Come dire che Lui non è così ma è così?
Se dico che è dentro di me, l’universo si vergogna;
se dico che è fuori di me, sono un vigliacco.
L’esteriore e l’interiore sono uno in lui;
ragione e irragionevole sono i suoi sgabelli
non è manifesto né nascosto
non è rivelato né rivelabile
non ci sono parole per dire chi è.
*
Le immagini sono senza vita, non parlano:
lo so, ho gridato loro e non mi hanno risposto.
Purāṇa e Corano: vuote parole
io ho sollevato la cortina – e ho visto.
*
Davanti all’Incondizionato
io e te siamo uno:
questo proclamo.
Ecco la meraviglia
più grande: il maestro
che si inchina al cospetto
del discepolo.
*
Ho il corpo ammalato, ammaccata la mente:
mi manchi, Amato, vieni a casa!
Quando la gente dice che sono la tua sposa
mi vergogno: il mio cuore non si è ancora
ingemmato nel Tuo. Allora, cos’è l’amore?
Non voglio mangiare e non ho sonno
il mio cuore è sempre inquieto.
Come l’acqua per l’assetato, così
è l’amante per la sposa. Chi porterà
notizie di me al mio Amato? Kabir
folleggia: muore dal desiderio di vedere Lui.
*
Suona senza sosta il flauto dell’Infinito
il suo suono è amore: quando l’amore
supera ogni limite, giunge al vero.
La sua fragranza, allora, sgorga selvaggia.
L’amore è infinito e nulla lo ostacola;
la melodia lampeggia come un milione di soli.
Il suono della vina non ha paragoni
perché intona le note della verità.
*
Sottile è il sentiero dell’amore:
non c’è domanda né risposta –
si è persi tra i Suoi piedi
nella gioia della frenetica ricerca – immersi
negli abissi d’amore come il pesce
nell’oceano. Non tentenna l’amante
se deve offrire la testa al suo Signore:
questo è il segreto dell’amare
che Kabir intende svelarvi.
*
Le nuvole si accalcano in cielo
la loro voce è profonda, è un ruggito.
La pioggia viene da est, è monotona
la sua marcia. Cura le siepi al confine
dei campi: che la pioggia non le travolga.
Prepara la terra alla liberazione: che i rampicanti
dell’amore e della rinuncia si arrendano alla pioggia.
L’agricoltore prudente protegge il raccolto:
riempirà i suoi vasi per nutrire i saggi e i santi.
*
Mio cuore, destati! Il Supremo Spirito, il Maestro assoluto
è vicino a te: destati! Corri ai piedi dell’Amato, il tuo Signore
ti è vicino. Hai dormito per innumerevoli ere
non vuoi svegliarti proprio questa mattina?
*
La serratura dell’errore si vince con la chiave d’amore.
Aprendo la porta, risveglierai l’Amato.
Kabir dice: “Non farti sfuggire una tale fortuna!”
*
Chi ha addestrato la vedova a incenerirsi
sulla pira del marito? Chi ha insegnato
che l’amore trova ristoro nella rinuncia?
*
Da chi devo andare per conoscere l’Amato?
Così dice Kabir: “Se ignori l’albero, non puoi
trovare la foresta, così, non cercarLo tra le astrazioni”.
*
Perché scalpita impaziente il cuore?
Egli veglia sugli uccelli, sulle bestie e sugli insetti
si è preso cura di te quando eri nel grembo di tua madre:
ti dimenticherà proprio ora che sei al mondo?
Mio cuore, perché hai distolto lo sguardo
e ti sei allontanato da Lui? Hai lasciato
l’Amato e pensi ad altri: non lamentarti
se l’addestramento è vano.
*
È un’altalena l’amore: aggioga
il corpo e la mente alle braccia
dell’Amato, all’estasi d’amore.
Nei tuoi occhi, le lacrime della pioggia:
il cuore è adombrato dall’oscurità.
Avvicina il viso al Suo orecchio
svelagli indicibili desideri.
Dice Kabir: “La visione dell’Amato
trafigga il tuo cuore!”
*In copertina: Rabindranath Tagore (1861-1941); nel 1915 realizza insieme a
Evelyn Underhill una celebrata traduzione delle poesie del mistico indiano Kabir
L'articolo “Perché scalpita impaziente il cuore?” Le poesie mistiche di Kabir
proviene da Pangea.
Là dove non ci sono strade
> “È detto infatti “Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i
> misericordiosi, beati gli operatori di pace”. Chi non procede su questa via si
> smarrisce là dove non ci sono strade…”
>
> (Macario, Homélies spirituelles. Le Sait-Esprint et le chrétien, Om. 27,23,
> Abbaye de Bellefontaine, 1984, pp. 270-271)
I discepoli presi nella rete della chiamata del Cristo, trascinati in un esodo
di cui non intravedono ancora il senso profondo, ora sono lasciati liberi dalla
morsa, il pescatore predicatore, il predatore Cristo ora è seduto, sul monte,
luogo evocativo della legge antica, a reti aperte, ora tocca a loro, decidere.
Ora tocca noi, sempre tocca a noi, di decidere se avvicinarci a Lui oppure
tornare alla nostra vita di prima.Quello spazio tra noi e il Cristo non è mai
colmato una volta per sempre, è quello il territorio della nostra libertà,
camminargli incontro o fuggire. La vita del discepolo è tutta qui: avvicinarsi o
allontanarsi, camminare sulle sue tracce oppure pretendere di dettare il
cammino, farsi portare dove non si vuole oppure forzare la Parola trascinandola
dove proliferano i nostri interessi, tornare come il fratello minore o stare a
distanza come il maggiore, farsi scovare come la pecora smarrita o appendersi
come frutto sfinito a un ramo… questa è la nostra fede. Accogliere il rischio
delle beatitudini oppure, come dice Macario con una forza che la nostra
predicazione pare abbia dimenticato, smarrirsi “là dove non ci sono strade”.
> “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si
> avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro
> dicendo: Beati i poveri in spirito…” (Mt 5)
I discepoli accettano il rischio, e accettando l’azzardo della vicinanza
scassinano la bocca di Cristo che, come la pietra percossa nel deserto, fa
scaturire acqua: così accadono le Beatitudini.
E continuano ad accadere, a provocare. Fonte inesauribile, dolcissima e
pericolosa, affascinante e terribile, come è Cristo. Non è acqua di
addomesticata, le beatitudini sono gorghi che possono trascinarci a fondo, sono
fratture, tagli, spade a trafiggere il nostro uomo vecchio. Sono sentenze di
morte le beatitudini scagliate contro le nostre innumerevoli paure. Cristo sul
monte, uomo delle beatitudini, sembra già crocifisso, a tentare di attirare ogni
cosa a lui.
*
Beati già fin d’ora
> “Sembrerebbe, insomma, più normale sentirsi dire : «Voi ora siete
> perseguitati, ma verrà il tempo in cui sarete beati, perché vostro sarà il
> regno dei cieli». Ma no: «Beati» già fin d’ora! Per accettare e comprendere
> questo paradosso, bisogna anzitutto guardare a Gesù. Il povero in spirito, il
> mite, l’afflitto, colui che ha fame e sete della giustizia, il misericordioso,
> il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato – a morte – per causa
> della giustizia, l’uomo schernito è lui. (…) Quelli, dunque, che hanno parte a
> ciò che egli è stato, quelli che lui si identificano nella loro situazione di
> povertà, sono già fin d’ora associati alla sua gloria: «Beati»”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, 1993,
> Edizioni San Paolo, pp. 74-75)
Ora il pescatore predatore è fermo sul monte, e le reti rimangono aperte, come
la sua bocca, pericolosa e seducente, a noi deciderci di tuffarci o meno nelle
sue parole, a noi di farci azzannare dalle beatitudini, la promessa è enorme, il
rischio altrettanto, è la grammatica dell’amore. Non si tratta più di parlare di
Cristo, di dotte esegesi, di disquisizioni da intellettuali, qui si tratta di
cedere, di lasciarsi slogare, di farsi mangiare. Non è una dottrina, è una
pratica. Le beatitudini agiscono sul corpo e non sulle idee. Si tratta di farsi
carne, di lasciare che il Verbo prenda tutto di noi e ci trasformi in lui.
Identificazione, assimilazione, associazione: perdere tutto per essere nel
tutto.
Le fauci di Cristo rimangono aperte, Cristo leone, Cristo l’amante, accettare di
essere sue prede, consegnarsi al suo bacio cannibale, non c’è altra strada.
Nessuna. Per essere beati fin d’ora. Il tempo è breve, è quello della nostra
vita, serve decidersi, di lasciarci trasformare in lui immolando gli alibi e
affrontando le paure. Non saranno i sapienti a conoscerlo, il cervello è una
trappola, un labirinto, illude e confonde, fornisce tutti le giustificazioni del
mondo. A conoscerlo per primi saranno i poveri, quelli che non hanno più niente
da perdere, nessun ruolo da difendere, quelli che hanno già perso la faccia, i
disperati, i folli, le prostitute, i ladri, i falliti. Credere nelle beatitudini
è cedere, avvicinarsi e immolarsi. Diventare lui. Che pare cibarsi di pietre di
scarto.
Pompeo Cesura, Cristo alla colonna, dopo il 1566
*
Le beatitudini, un giudizio terribile sul mondo
> “Ma forse la beatitudine non ha di mira solo il bene altrui: io credo che sia
> chiamato veramente pacificatore colui che conduce ad una pacifica concordia la
> lotta che è in lui stesso tra la carne e lo spirito. E questo avviene quando
> la legge della carne non impone più il proprio dominio, ma si fa obbediente
> agli ordini di Dio”.
>
> (Gregorio di Nissa, Omelia settima, UTET, Torino, 1992, passim)
Percorrere quei passi che separano dal Cristo delle beatitudini, decidere di
consegnarsi a quelle affilatissime parole, porta in sé un giudizio terribile sul
mondo. Ad ogni passo ci si allontana dalle logiche mondane, non si può credere
senza essere immersi seriamente in questa lotta così, ad ogni passo, aumenta la
solitudine, la paura di aver sbagliato, la sensazione che si stiano chiudendo
tutte le uscite di sicurezza, ad ogni passo la beatitudine chiede mancanza,
lacrime, dolore e povertà, ad ogni passo quello che si credeva indispensabile
perde di valore, ad ogni passo il Beato si scosta dal mondo, un mondo che rimane
bello solo perché porta a Lui ma che diventa sempre più inabitabile. Il Cantico
delle Creature è la mappa del nostro ritorno a Lui, ad ogni passo c’è un po’ di
morte che entra a prendersi pezzi di noi.
Se troppo ci amiamo fuggiremo dalle beatitudini. Se Lui non ci avesse rapinato
il cuore calando la sua rete non avrebbe senso farsi trascinare in questo
Altrove. Ma chi crede, girandosi, vede l’inferno, non può tornare. Chi gli ha
creduto, il Beato, è un disadattato al mondo, non può invertire la rotta come se
nulla fosse accaduto, come se non lo avesse mai incontrato, ecco perché i
discepoli non riescono, dopo la Resurrezione del Maestro, a tornare alle barche.
O se ci tornano, non resistono.
Non si può nemmeno fingere. Tornare al mondo illudendosi di poter rimanere suoi
discepoli significa addomesticare il Vangelo, farne al massimo raffinata
antropologia, perpetuare riti accomodanti, proporre letture socialmente e
politicamente accettabili, tutto questo è negazione della croce, della morte.
Tutto questo rende inutile la resurrezione. Tornare nel mondo senza il Cristo
delle beatitudini è tradirlo. Non ci sono alternative.
Lorenzo Costa, Cristo alla colonna, 1492 ca.
*
Beatitudini ed éschaton
> “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata dalla
> giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio,
> che è diversa dalla scala dei valori del mondo. (…) Se l’uomo comincia a
> guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora
> vive secondo criteri nuovi e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve
> venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella
> tribolazione”.
>
> (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, 2007, Rizzoli, p. 95)
Camminare verso il Cristo delle beatitudini, farlo con tutto noi stessi, con la
nostra carne, con la nostra debolezza, con il coraggio che pervade solo i cuori
davvero innamorati, camminare verso di lui, lasciarci alle spalle il mondo è
possibile solo se sappiamo anche ridere di noi, se abbiamo conosciuto che siamo
solo un soffio, un quasi niente, ma che siamo un niente prezioso ai suoi occhi.
Siamo soffio ma Cristo vuole respiraci, questo è il vero miracolo, la vera
salvezza.
Ci si allontana dal mondo e da noi stessi, solo quando la compagnia di Gesù
diventa indispensabile, totalizzante. Ci si affida alle beatitudini, ci si fa
sbranare dal Vangelo solo se nella battaglia della vita abbiamo sperimentato che
l’Amore è più forte della morte, che Lui è l’Amore, e che l’Amore è eterno. Una
fede senza escatologia non è fede, è un corpo morto, dissanguato, è la vittoria
del male sulla vita.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è immergersi nell’éschaton, è
itinerario mistico, è individuare nella cruna lo spiraglio di luce e sentire che
siamo fatti per passarci attraverso. “A partire da Gesù entra gioia nella
tribolazione”: ma non c’è gioia che possa chiamarsi tale, non c’è beatitudine
che possa reggere l’urto della vita senza resurrezione.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è lo stesso gesto che sarà
richiesto ai discepoli dopo la sepoltura di Cristo, lo stesso itinerario
richiesto a ciascuno di noi: entrare nel sepolcro per comprendere che tutto è
beato perché tutto è creato per risorgere a vita eterna.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Antonello da Messina, “Cristo alla colonna”, 1476-78
L'articolo Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo
proviene da Pangea.
> “Il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica
> costa tanto quanto uno ha. A Pietro e Andrea costò le reti e la barca; alla
> vedova costò due spiccioli; a un altro costò un bicchiere d’acqua fresca”.
>
> Gregorio Magno, Omelie sui vangeli
A Giovanni il Battista, il regno di Dio, in pratica, costa la sua libertà. Un
prezzo altissimo. Tutto. Cristo inizia la sua predicazione e il Battista viene
arrestato, più ancora, viene “consegnato”, passo definitivo prima del martirio.
Questo è il regno di Dio, non altro, la consegna di ogni cosa, la consegna della
propria vita. Non si comprende il Vangelo se non si passa da qui. Una vita
intera a predicare, voce nel deserto, una vita ad aspettare, ad intimidire, a
battezzare, una vita orientata totalmente a quella verità che, una volta
manifestata, chiede di perdere tutto. Cristo è la scure a colpire le nostre
radici.
Chiede tutto Cristo, chiede di morire consegnati al solito potere terreno che
mai verrà sconfitto. Eppure, Cristo, sempre e solo Cristo, a dire che il regno
dei cieli è vicino. Mentre moriamo, è vicino. E in questo paradosso c’è tutto
l’incendio appiccato dal Vangelo.
Il regno dei cieli è vicino quando la perdita totale di sé stessi è totale, il
regno dei cieli è vicino quando la notte del dubbio assale, quando pensiamo di
aver atteso invano, quando affoghiamo nel dubbio che forse Gesù non sia davvero
il Messia. Il regno dei cieli è vicino ogni volta che invidiamo il potere e le
sue liturgie, è vicino mentre una lama ci taglia la gola. Il regno dei cieli è
la nostra testa, il nostro orgoglio, la nostra identità apparente, posata su un
vassoio, a fare mostra mostruosa di sé, a diventare brandello di carne per belve
accecate d’odio, o solamente di noia. Il regno dei cieli è la morte che viene a
liberarci dal fardello più pesante, quello che ci impedisce di abbandonarci in
Dio: l’illusione di poterci salvare da soli.
Il regno di Dio cosa quanto uno ha, ma in quella perdita totale c’è qualcosa di
superiore a qualsiasi valutazione: la libertà da noi stessi.
Mentre il Battista viene arrestato Gesù abbandona la sua patria per cercare la
“via del mare”:
> …per Matteo la “via del mare” è quella che passa da Cafarnao. Zabulon e
> Neftali sono due tribù settentrionali deportate in Assiria dopo l’occupazione
> dell’VIII secolo, al tempo di Isaia. Questa aveva determinato nella regione un
> tale rimescolamento etnico da meritarle appunto il nome di “curva delle genti”
> (ghelil ha-gojim), ossia Galilea.
>
> Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon,1995
La curva delle genti, un rimescolamento etnico, Matteo sembra volerci dire, da
subito, che il regno dei cieli è per tutte le genti, messaggio universale. Gesù
si immerge, battesimo, in una umanità che non si protegge dietro tradizioni,
elezioni, sacre profezie, istituzioni. Quello che conta è solo la profezia,
quello che conta davvero è che lui è la profezia: “il popolo che abitava nelle
tenebre vide una grande luce”. Così tutto crolla sotto i suoi colpi luminosi,
incandescenti. Così anche il buio, come il Battista, è costretto a consegnare
quello che è, tutto di sé: deve disintegrarsi in giorno. Anche la notte deve
cedere sotto i colpi decisi di questo Cristo lucente che avanza e che tutto
divora. Come un’alba violentissima, “per quelli che abitavano in regione e ombra
di morte una luce è sorta”, buona notizia, senza dubbio, ma anche dolorosa
constatazione: ci viene tolta, in Cristo, la possibilità dell’ombra. Buona
notizia che ci espone a una luce spaventosa, luce che non ci permette più di
nascondere parte di noi in zone d’ombra, in spazi di morte, in regioni oscure
dove occultare le nostre miserie.
Cosmè Tura, Pietà, 1460 ca.
Lui cammina, svela, chiede una consegna luminosa a una luce che ustiona le
pupille. Sarà ammazzato per questo, in fondo, sarà ammazzato da chi tenterà fino
alla fine di apparire giusto nascondendo le proprie ombre di morte sotto i
paramenti sacri della legge o della tradizione. Invece, la luce che esplode
nelle tenebre, costringe alla verità, e la verità “costa tanto quanto uno ha”.
Cioè la vita.
> “Vi farò diventare pescatori di uomini”: un’espressione di Gesù che (…) non
> può non stupire, e persino urtare. Soprattutto se ci si immedesima in coloro
> che, come pesci, sono destinati a essere presi e trascinati via da quella
> rete, catturati senza gloria, forse del tutto senza volerlo. Essere pescati
> come pesci significa essere presi di sorpresa, all’improvviso, sentire la rete
> che si chiude quando non si vorrebbe, accanirsi contro le sue maglie, invano,
> prima di constatare che non ci sono più scappatoie: si è dentro, è l’inizio
> della fine.
>
> André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2023
Gesù cammina e chiama, Gesù parla e prende, prende quello che vuole, l’amore è
importuno, totale, coglie ciò che desidera. La libertà maturerà dopo, e sarà
indispensabile, ma qui e ora c’è solo spazio per la caduta nel baratro di una
luce accecante. Si è costretti a lasciare tutto, perfino il padre, un rapimento,
“il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica
costa tanto quanto uno ha”.
Tantissimi anni fa, prete giovanissimo, ricordo il mio smarrimento davanti a un
gruppo di giovani a cui stavo cercando di commentare questo brano di Vangelo.
Io, lacrime commosse agli occhi, a descrivere la dolcezza del lago, il profumo
di una vita finalmente chiamata, la gioia di lasciare tutto per seguire un
sogno, io commosso, loro muti, persi, non capivano. Avevano ragione loro. La
chiamata è violenta, totalizzante, definitiva. Avevano ragione loro, è una delle
pagine più violente del Vangelo. Ha ragione André Louf, è l’inizio della
fine. Un inizio che diventa ancora più violento quando, dentro le fatiche della
sequela, nel cuore delle nostre crisi, dei nostri dubbi, qualcuno puntualmente
viene a dirci che abbiamo scelto noi di seguire Cristo, che nessuno ci ha
obbligato. Parole insulse di chi non conosce la violenza dell’amore.
No, non si sceglie Cristo, è lui che sceglie noi, lui il pescatore della nostra
umanità, lui il predatore noi la sua preda. Lui solo sa il dolore che prende
quando ci si accorge che dalla rete non si può più uscire se non appendendosi ad
un ramo, come un traditore qualsiasi. (Ma anche lì la sua luminosa misericordia
predatrice arriva inesorabile ad affondare nella carne di Giuda i suoi artigli!)
Ma arriverà un giorno, e sarà il giorno più importante della nostra vita anche
se nessuno, da fuori, se ne accorgerà. Non si darà nessuna liturgia, nessuna
pubblica promessa, nessuna ordinazione, nessuna istituzione presente, sarà il
momento esatto in cui, nella nostra solitudine, guardando la vita passata nel
tentativo di seguire Cristo, nel tentativo di scappargli, di urlargli in faccia
che abbiamo sbagliato tutto, ma anche nel tentativo di innamorarci di lui… sarà
il giorno, dolorosissima illuminazione, in cui finalmente comprenderemo che per
fortuna è andata esattamente così. Che non cambieremmo nulla di ciò che è
stato.
Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Pietà, 1445 ca.
Sarà il giorno in cui ringrazieremo Cristo per averci strappato dalle nostre
illusioni di sterili felicità. Sarà il giorno in cui ringrazieremo, perfetta
letizia, per il carcere condiviso con il Battista, per chi ci ha permesso di
essere strappati dal deserto della convinzione di essere i migliori tra i
profeti. Ringrazieremo per la lama a dissanguare le nostre parole diventate ora
finalmente fragili e bisognose di essere salvate. Ringrazieremo per il potere
che ci ha concesso di decapitare l’orgoglio. Ringrazieremo per la verità, quella
che ci ha abbagliato, luce nelle nostre tenebre, quella che ci ha fatto vedere
finalmente la nostra miseria, il nostro peccato, il nostro male, ringrazieremo
perché finalmente avremo provato il bisogno di farci salvare. Ringrazieremo
perfino per quelle reti lasciate, per quella vita che poteva essere e non è
stata, per la sterilità di certe scelte, per i sogni infranti, per i progetti
falliti, perfino per il male vergognosamente operato dalle nostre mani nel
momento esatto in cui ci illudevamo di essere perfetti, ringrazieremo per essere
stati liberati dalla tirannia di noi stessi. Ringrazieremo di essere stati presi
nella rete, perché fuori ci saremmo persi. E in quel momento, ma solo in quel
momento, attimo che sarà finalmente la fine, al termine del nostro cammino
potremo dire il nostro definitivo sì. Avremo donato tutto di noi, saremo
finalmente libertà venuta alla luce.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Rosso Fiorentino, Pietà, tra il 1537 e il 1540
L'articolo Donare tutto di noi. Il regno dei cieli è vicino quando la perdita di
sé stessi è totale proviene da Pangea.
Se le mistiche tentano di uscire dal proprio corpo – o meglio, tentano di
‘inseminare’ Dio con il loro corpo, di farsi elette (e umiliate) per gemmazione,
eterno parto del Giusto –, i mistici tendono a imbragare il corpo entro una rete
di codici, di regole, di maglie. Si tratta, in effetti, di una ‘cavalleria’
spirituale, la loro, di una ‘palestra’: il corpo deve essere addestrato – per
primizia d’abbandono – affinché sia sovrabbondante l’anima. Si tratta di deviare
il ‘mestiere delle armi’ nell’armistizio spirituale: dunque, tenere in assedio
il corpo, intavolare trappole, forzare l’anima al duello e al boia. Che grande
ingegno nell’ideare stratagemmi di guerra i mistici!
Per le mistiche l’anima è biada offerta a Dio, nutrimento al Dio che tutto
pretende. Per i mistici, l’anima dev’essere forgiata come una spada, i mistici
la dovranno sfoggiare nei giorni della grande lotta. Ecco: la mistica si lascia,
si cede, eccede; il mistico scende in battaglia, non cede alla tentazione. La
mistica è acqua – il mistico è fuoco. La mistica, semmai, incendia il bosco – il
mistico perimetra il terreno, erige un tempio – fosse pure, mentale. La mistica
distrugge i confini, il mistico li misura, per superarli. Non si lascia
sopraffare – fa, il mistico. La mistica lascia fare.
La vita di Simeone il Nuovo Teologo (949- 1022), venerato come santo dalla
Chiesa ortodossa, è emblematica in questo senso. Nato da famiglia nobile,
cresciuto per ascendere ai gangli della burocrazia imperiale di Costantinopoli,
mollò ogni ambizione, disgustato dalla vita mondana agita nella capitale,
ispirato da un maestro, Simeone Studita, che non tarderà a venerare – a dire,
prima di tutto, della necessità di un insegnante, che ci addestri prima di
indottrinarci, che ci conferisca il giusto lignaggio, ci incorpori nel suo
linguaggio.
Fu monaco, igumeno, mistico sovraccarico di ‘visioni’. Soprattutto: ovunque si
stabiliva, creava instabilità e scismi. L’intransigenza di Simeone fomentava la
collera dei fratelli, l’incomprensione dei superiori – subì espulsioni,
umiliazioni, fraintesi. Migrò di monastero in monastero, questa
farfalla-vampiro, fino a rifugiarsi a Santa Marina, sulla riva asiatica del
Bosforo, dove morì, elaborando trattati, scrivendo inni, pregando.
Nell’affascinante trattato Sui tre modi per pregare, a lui attribuito, Simeone
si fa pioniere della ‘preghiera del cuore’.
> “Il tema centrale del trattato riguarda la necessità di custodire il cuore… in
> primo luogo tramite una particolare postura del corpo; poi con il controllo
> del respiro, in modo da rallentarne il ritmo; infine, educando l’intelletto
> alla catabasi nel cuore, cercando il luogo autentico della sua ubicazione.
> Questo esercizio preliminare è necessario per concentrarsi, prima di
> intraprendere l’effettiva invocazione del Sacro Nome. Alcuni studiosi
> occidentali moderni hanno paragonato questa pratica ai metodi utilizzati dallo
> Yoga o dal Sufismo, ma non bisogna esagerare con i paragoni. L’autore dei Tre
> modi per pregare colloca questa tecnica in un ambito specificamente
> cristologico: lo scopo è preparare l’iniziato all’‘invocazione di Gesù
> Cristo’. […] Vale la pena ricordare che in questa prospettiva l’uomo è unità
> di corpo e anima; il corpo è un aspetto essenziale della nostra
> personalità totale, integrale: non deve dunque essere ignorato ma utilizzato
> dinamicamente durante la preghiera”.
>
> (G.E.K. Palmer, Philip Sherrard, Kallistos Ware, The Philokalia, vol. IV,
> Faber, Londra, 1995; da qui abbiamo tratto le traduzioni che seguono)
Nei suoi testi, l’assertività ‘militare’ lascia sempre un brio al dubbio;
brilla, sulla cima delle norme, acuminate e aspre, il genio della
contraddizione. Il bisogno di arginare un cuore che scalpita, di mettere alla
stanga il corpo che infuria, non è vile temerarietà, l’intemperanza di chi
ciecamente obbedisce, ma sacro impegno a tenere sempre in tensione l’anima,
sempre sul punto di sbriciolarsi o di schiudersi, tra il destino di essere
pettirosso e la voglia di farsi lupo.
**
Dai Capitoli pratici e teologici
Non puoi saziarti di cibo e al contempo godere della gioia spirituale, della
benedizione noumenica – se ti abbandoni allo stomaco, ti allontani dallo
spirito. Nella misura in cui disciplini il corpo, sarai ricolmo di nutrimento
spirituale.
*
Lascia tutto ciò che è terreno. Non devi semplicemente rinunciare alle
ricchezze, all’oro, alle cose materiali, ma espellere completamente da te ogni
desiderio per tali cose. Odia i piaceri del corpo, alienati dai suo insensati
umori; mortificati con la sofferenza. Perché è il corpo che risveglia i desideri
e stimola all’agire; finché il corpo sarà vivo l’anima sarà inevitabilmente
inetta, inerte, lenta alla risposta, impermeabile al dire divino.
*
Come una fiamma si innalza sempre nella stessa direzione, indipendentemente
dalla legna che la nutre, così il cuore di un uomo arrogante non potrà mai
umiliarsi; più gli chiedi aiuto, più si esalterà nell’offrirtelo. Se lo
ammonisci, reagisce con violenza; se lo incoraggi, la sua vanità non avrà più
limiti.
*
Chi si abitua a controbattere il prossimo è un’ascia a due tagli: senza saperlo,
ferisce la propria anima, la aliena dalla vita eterna.
*
Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto; chi vede l’Uno, tutto vede. Pur astenendosi
dalla contemplazione, è comunque nella contemplazione del tutto. Poiché dimora
nell’Uno, vede tutte le cose; dimorando in tutte le cose, non vede nulla. Chi
vede attraverso l’Uno percepisce attraverso l’Uno se stesso e tutti gli uomini e
tutte le cose; reclino nell’Uno, non vedrà più nulla.
*
La contrizione del cuore, se è eccessiva e intempestiva, turba la mente, la
oscura, distrugge l’umiltà dell’anima e la pura preghiera, addolora nel
compianto il cuore. Questo produce indurimento, fino a totale insensibilità. Per
mezzo di ciò, i demoni riducono gli spirituali alla disperazione.
*
Un uomo pieno di ansie per le cose del mondo, non è libero: è dominato
dall’ansia, ne è schiavo, che riguardi se stesso o il prossimo. Chi è davvero
libero, non è trafitto da preoccupazioni mondane, che riguardino se stesso o il
prossimo. Tuttavia, costui non resterà inattivo né trascurerà i dettagli più
insignificanti e triviali della propria vita: farà tutto per la gloria di Dio,
compirà tutto senza ansia.
*
Un’anima impassibile è una cosa, un corpo impassibile è un’altra. Quando è
impassibile, l’anima santifica il corpo con la propria luminosità e con lo
splendore dello Spirito Santo. Un corpo impassibile non conferisce, di per sé,
alcun beneficio a chi lo possiede.
*
La terra gettata sul fuoco lo spegne – allo stesso modo, le preoccupazioni
mondane e l’attaccamento, pur per la cosa più minima e insignificante, smorzano
il fervore che arde nel cuore.
*
Se sei gravido della paura di morire, proverai disgusto per ogni cibo, bevanda o
abito elegante. Non troverai piacere nemmeno nel mangiar pane o nel bere acqua.
Concederai al corpo soltanto ciò di cui ha bisogno per rimanere in vita; e non
solo rinuncerai a ogni tua volontà, ma, a discrezione verso coloro a cui
obbedisci, sarai il servo di tutti.
*
Fratello, il ritiro dal mondo è perfetto solo se mortifichi la tua volontà; il
distacco è compiuto se ti alieni da genitori, familiari, amici.
*
Quante persone credono che sia un maestro spirituale chi ostenta grandi capacità
retoriche e considerano rozzo e inutile l’uomo al giogo del silenzio, attento a
non sprecare parole…
*
Fa’ ogni cosa con umiltà – è Lui che ha detto: “Dopo ogni cosa che avete
compiuto, dite: ‘Servi inutili siamo, fatto abbiamo ciò che si doveva fare’”.
*
Non comunicarti se hai qualcosa contro qualcuno, fosse pure un pensiero
contorto. Non comunicarti prima di esserti riconciliato. Anche di questo ti
istruirà il pregare.
*
Nulla ci sia nella tua cella, nemmeno un ago – soltanto, la stuoia e il
mantello. Se possibile: neanche una sedia. Ci sarebbe molto da dire su questo
punto: chi vuol capire, capisca.
**
Da I tre modi per pregare
Esistono tre modi per pregare e attenersi alla contemplazione, mediante i quali
l’anima è eletta o precipita. Chi adotta questi metodi nel modo giusto si eleva,
chi li impiega in modo triviale, si schianta, crolla. Vigilanza e preghiera
dovrebbero essere sempre collegate tra loro, come il corpo all’anima: l’una non
sussiste senza l’altra. La vigilanza avanza come un esploratore e comincia la
lotta contro il peccato; la preghiera gli è dietro e stermina i pensieri malvagi
che la vigilanza ha già combattuto – la sola attenzione non basta a vincerli.
Dunque, questi sono i portali della vita e della morte. Se per mezzo della
vigilanza manteniamo pura la preghiera, progrediamo; se lasciamo la preghiera
orfana, incustodita, si contamina e ogni sforzo è vano.
Il primo metodo per pregare
Quando una persona sosta in preghiera, alza le mani, gli occhi e l’intelletto
verso il cielo; riempie l’intelletto di pensieri divini, di immagini di celeste
bellezza, vede le angeliche schiere e la dimora dei giusti. In breve: al momento
del pregare, raccoglie nell’intelletto tutto ciò che ha udito dalla Sacra
Scrittura, risvegliando l’anima al divino desiderio – talvolta, dando in
lacrime.
Chi prega secondo questo metodo senza attenzione, monta in orgoglio, il cuore si
esalta, considerando ciò che gli accade come effetto della grazia divina. Tale
supposizione è illusoria, perché il bene non è bene se non si accorda al giusto
metodo. Chi persegue il metodo congiunto a una vita di assoluto isolamento, può
cadere in pazzia. Anche se ciò non gli accade, non gli sarà comunque accordato
lo stato santo.
Chi adotta questo tipo di preghiera spesso si inganna: vede luci con gli occhi
del corpo, sente dolci profumi e vorticose voci. Alcuni sono preda dei demoni, e
vagano di qua e di là, resi alla follia. Altri non distinguono il diavolo
dall’angelo di luce, confidano in lui, persistono in un incorreggibile stato di
illusione, rifiutando ogni consiglio. Altri ancora, preda del demonio, si sono
uccisi, gettandosi da un rupe, o impiccandosi.
In effetti, chi può dire le svariate forme con cui il demonio ci inganna? Chi
adotta questo metodo può evitare il male se vive in comunità – tuttavia,
potrebbe passare la vita senza compiere progressi.
Il secondo metodo per pregare
L’orante distoglie l’attenzione dell’intelletto dalle cose sensoriali, le
concentra su se stesso, custodisce in sé i sensi, raccoglie i pensieri; procede
ignaro della vanità del mondo. A volte, investiga i suoi pensieri, a volte
presta attenzione alle parole che rivolge a Dio, a volte draga i pensieri che ha
imprigionato; quando è sopraffatto dalla passione, si sforza, passa oltre.
Chi lotta in questo modo, tuttavia, non potrà mai dirsi in pace e vincersi. È
come un uomo che combatte di notte: sente le voci dei nemici, ne è impaurito, ma
non vede con chiarezza chi sono, da dove attaccano e perché. Così è per chi ha
un intelletto oscuro. Combattendo in tal modo, non sfugge ai nemici
intellettuali – ne è sopraffatto. Nonostante gli sforzi, non ottiene nulla.
Immaginando erroneamente di essere nella giusta postura, cade nella vanagloria.
Dominato da essa, da essa deriso, disprezza le debolezze degli altri – si crede
il pastore, ma è come il cieco che guida un’orda di ciechi.
Queste sono le caratteristiche del secondo modo per pregare – chiunque aspiri
alla salvezza sa che arreca il male. Eppure, è preferibile al primo, come una
notte di luna è più bella di una notte buia e senza stelle.
Il terzo metodo per pregare
Il terzo metodo per pregare è sorprendente, difficile conficcarlo in uno
scritto, incredibile per chi pratica, pochissimi quelli che lo intendono.
Questo metodo distrugge le invisibili astuzie dei demoni che tentano di
trascinare l’intelletto in ogni sorta di tortuoso pensare. Liberato,
l’intelletto combatte con ogni sua forza, scrutando i pensieri sudici e
insinuanti del nemico, eliminandoli con magistrale destrezza, mentre il cuore,
purificato, si offre a Dio. Questo è l’inizio di una vita di autentico
isolamento.
Il punto di partenza di questo metodo non è fissare il cielo, alzare le mani,
concentrare i propri pensieri e invocare l’aiuto celeste. Questo, come ho detto,
è un metodo di pregare illusorio. Non comincia neanche sorvegliando i sensi con
l’intelletto, senza accorgersi dei nemici che già ci assediano dall’interno,
dall’intimo.
Prima di intraprendere questa via, pratica l’esatta obbedienza. Mantieni pura la
coscienza davanti a Dio, davanti al tuo padre spirituale, davanti al resto della
comunità e degli uomini. Astieniti dal fare cose che confliggono con il culto
tributato a Dio; fa’ ciò che ti dice di fare il padre spirituale, lasciati
guidare; non fare nulla al prossimo che non vorresti fosse fatto a te. Non avere
rapporti obliqui con le cose materiali: cibo, bevande, vestiti. Fa’ sempre tutto
come fossi alla presenza di Dio.
Ecco in modo conciso in cosa consiste questa via. Intanto: vegliare
continuamente il cuore, eliminando i pensieri seminati dal nemico. All’inizio,
questa pratica è ardua; difficile è trovare la gioia che si trova nel profondo
del cuore anche per gli iniziati.
Alcuni padri hanno chiamato questa pratica, ‘quiete del cuore’, altri ‘custodia
del cuore’, altri ancora vigilanza o indagine dei pensieri per la cura
dell’intelletto. Così dice Qoelet: “Rallegrati, giovane, della tua giovinezza;
cammina nelle vie del cuore”. Molti nostri padri – San Marco l’Asceta, San
Giovanni Climaco, Sant’Esichio, San Filoteo del Sinai, Sant’Isaia il Solitario e
San Barsanofio – hanno scritto della custodia del cuore; ad esso è dedicato un
libro, Il Paradiso dei padri.
In breve, se non vigili l’intelletto non puoi giungere alla purezza del cuore,
così da essere degno di vedere Dio. Senza tale veglia incessante non diventerai
povero in spirito né afflitto né affamato di giustizia, né misericordioso, puro
di cuore, operatore di pace, perseguitato per amore della giustizia.
Poi, sforzati di acquisire questi tre stati. Primo: liberati da ansia e
agitazione rispetto al tutto, ragionevole o insensata sia quest’ansia. In
sostanza: impara a morire al tutto. Secondo: preserva la coscienza pura, in modo
da non avere nulla da rimproverarti. Terzo: distaccati da ogni cosa, in modo che
i pensieri non siano inclini a nulla di mondano. Poi siediti in una cella
tranquilla, in un angolo, da solo. Chiudi la porta, distogli l’intelletto da ciò
che è inutile e transitorio. Ruota il mento e la barba in direzione del petto,
concentra lo sguardo, fisico e intellettuale, verso il centro del ventre o verso
l’ombelico. Trattieni l’ispirazione nelle narici, per esaminare dentro di te e
trovare il covo del cuore, dove risiedono tutte le potenze dell’anima.
All’inizio, troverai oscurità, una densità impenetrabile. Più avanti, praticando
giorno e notte, scoprirai, come per miracolo, le fonti della sempiterna gioia.
Non appena l’intelletto giunge al luogo del cuore, impara cose di cui non sapeva
nulla. Vede gli aperti spazi del cuore, contempla il completamente luminoso, il
piena di saggezza. Da lì in poi, l’intelletto scaccerà ogni pensiero avvelenato,
creato per distrarti, con l’invocazione a Gesù Cristo. Da lì in poi,
l’intelletto, carico di un’ira celeste contro i demoni, li insegue, li stana, li
abbatte. Il resto lo imparerai da solo, con l’aiuto di Dio, custodendo
l’intelletto e serbando Gesù nel cuore. Come si dice: “Siedi nella cella – ti
insegnerà tutto”
*In copertina: Nicola Samorì, Arco della sete, 2020
L'articolo “Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto”. Addestrare il cuore: l’opera
di Simeone il Nuovo Teologo proviene da Pangea.
> “Come un agnello condotto al macello,
> come davanti ai tosatori una pecora muta,
> egli non apre bocca…”
>
> (Isaia 53,7)
Tace ma cammina, l’agnello, trapassa il nero delle pupille del Battista e
scende, svelando dolorosamente che il Messia, l’Atteso, è muto, muto e condotto
al macello.
Cammina, nel nostro silenzio, il Cristo cammina, ed è terribile, ed è
dolcissimo, ed è irresistibile. All’uomo, per poter incontrare Cristo davvero, è
chiesta la forza dell’immobilità, come Giovanni che lo vide venire verso di lui
e sta. Sta, come si sta ai piedi della croce, come la donna starà sull’orlo del
sepolcro per implorare briciole che sappiano aprire alla possibilità della
resurrezione.
La sequela ci chiede prima di tutto di stare fermi, primo dei tanti paradossi
del cristianesimo. Ci chiede, la sequela, di lasciarci invadere, di non fuggire,
di smettere di voler addomesticare il mistero con dotti ragionamenti, ci obbliga
a cedere all’immobilismo dello stupore (o dello sgomento), ci implora di
lasciare che il Cristo ci mostri come sia lui a desiderare noi e non il
contrario. La sequela inizia sempre con una morte, la nostra.
Cristo come il servo sofferente. Per riuscire a stare senza fuggire l’unica cosa
buona da fare è cercare riparo nelle Scritture, almeno in quelle che sembra
possano aiutarci a reggere l’urto dell’evento, del fatto, della dolce violenza
della sua presenza. Cristo, muto, che ci cammina incontro, e sono fatti a pezzi
i nostri orgogliosi cammini di ricerca, il nostro supponente tentativo di
conquistare Dio, è lui a cercarci, pastore buono, le nostre mura devono solo
saper crollare, perché solo tra le macerie delle nostre supponenze riusciremo a
scorgere la sua presenza. Le nostre difese devono abbassarsi: martirio,
conversione.
Come un agnello condotto al macello…
> “Gesù è sì l’ ‘Agnello’ di Dio ma non lo è nello stesso senso (e tanto meno
> sullo stesso piano) degli agnelli dei sacrifici giudaici: egli lo è per il
> fatto che la sua venuta, di per se stessa, sopprime da parte di Dio la
> necessita di riti mediante i quali Israele, nel tempo dell’attesa, doveva
> sempre nuovamente riallacciare il suo legame esistenziale con JWHW”
> “…in Gesù, Dio concede la pienezza del perdono a Israele e al mondo, Gesù non
> è qui la nuova vittima cultuale, ma è colui mediante il quale Dio interviene
> offrendo agli uomini la riconciliazione perfetta con se stesso”
>
> Xavier Léon-Dufour
Il cammino di Cristo servo sofferente, dell’agnello muto che irresistibilmente
non lasca scampo a un immobile Giovanni è segno di una traiettoria celeste, di
una stella cometa incandescente che lascerà crateri da trasformare in grotte
della possibile nostra natività, esplosioni divine, meteoriti di grazia a
precipitare sulla crosta terreste il desiderio divino di un perdono offerto in
pienezza. La pienezza! Significa che l’esplosione dell’incarnazione ha fatto a
pezzi la transitorietà dei nostri cerimoniali, il bisogno umano di perpetrare
continui riti di espiazione. Avrebbe dovuto. Ci vuole troppa umiltà per
sacrificare il sacrificio, ci vuole troppa umiltà per restare fermi, senza
nemmeno il bisogno di un rito che ci renda almeno in parte protagonisti della
nostra rinascita, ci vuole umiltà per lasciare che sia lui a riempire le
distanze. A riempirle per sempre e una volta per tutte. Ci vuole umiltà oppure.
Oppure la follia degli innamorati che si lasciano penetrare fin nel profondo.
Totalmente. E per sempre.
Prokopiy Chirin, San Giovanni Battista, 1620
“E io non lo conoscevo”, con Giovanni anche noi, ogni volta, a confessare di non
riuscire a conoscere fino in fondo questo Dio che ci anticipa, ci precede, ci
sovrasta. Un Dio che viene dopo ma che è prima, che è sopra ma che si fa servo,
un Dio che accerchia o abbraccia, un Dio che insieme conduce e smarrisce, un Dio
che sembra assente e che invece è grembo, liquido amniotico in cui siamo
immersi. “E io non lo conoscevo” e forse ancora non lo conosco, come non conosco
il mistero dell’aria che respiro, dell’acqua che bevo, della luce che mi
avvolge. Lo spiego ma non lo conosco. Non resta che respirarlo, berlo,
accoglierlo questo Dio. Non resta che lasciarlo fare. Lasciarsi fare.
Giovanni che testimonia quello che ha veduto.
> “Ho veduto lo Spirito discendere, come una colomba che veniva dal cielo, e
> rimanere su di lui”.
Come una colomba, quasi come quando la “terra era informe e deserta e le tenebre
ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Genesi 1,2) o
come la colomba del Cantico “O mia colomba, che stai nelle fenditure della
roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua
voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole”. (Cantico
2,14). Come Giovanni sentirci informi e deserti, bisognosi di un volo divino a
ricucire le distanze, a togliere il peccato, che poi è la morte, l’informe
deserto che si mangia da dentro la nostra speranza. Stare, ma come un
innamorato, nelle fenditure del dolore, nei nascondigli della disperazione, a
implorare un volto, una voce, la presenza incantevole del Suo viso.
Carlo Crivelli, San Giovanni Battista, 1476
> “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza
> nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di
> Dio”.
Stare, con Giovanni, a guardare e testimoniare che il battesimo dello Spirito
scenderà a trasformare ognuno di noi, scenderà lo Spirito per stare, lui in noi,
per trasfigurarci in eternità. Stare, con Giovanni e lasciare a Cristo, pecora
muta, di penetrare in noi fino a farci rinascere, dall’Alto. Stare con Giovanni,
lasciarsi fare, lasciarsi battezzare in Lui. E poi, solo poi, implorare la forza
di seguirlo, anche quando continueremo a non conoscerlo, a non
comprenderlo, anche e soprattutto quando non capiremo perché non lo abbiamo
abbandonato in tempo, prima di farci male, seguirlo, anche quando sentiremo
nostalgia di una religione più vicina ai nostri bisogni, anche quando sentiremo
la mancanza dei sacrifici, che nel loro rituale di morte ci facevano sentire
terribilmente vivi, anche quando l’agnello muto sarà messo in croce e non
parlerà, nemmeno lì, perché il Silenzio abitato dal Padre è l’unico modo per
togliere il peccato dal mondo. Implorare la forza di seguirlo fino alla fine e
lì, alla fine, riconoscere che, se una sequela è stata possibile, è solo perché,
all’inizio ci siamo fermati, e abbiamo lasciato a Lui di immergersi in noi.
Dolcissimo battesimo, ingombrante indispensabile amore.
Alessandro Deho’
*In copertina: Alvise Vivarini, Giovanni Battista, 1470
L'articolo Sacrificare il sacrificio. Per incontrare Cristo bisogna stare
immobili proviene da Pangea.
A partire dalla lettura del prodigioso libro L’eretico e il mago. Simone di
Samaria e il dottor Faustus di Cora Presezzi(Castelvecchi, 2025) ho intrapreso
una ricerca sullo Gnosticismo, e mi sono resa conto di quanto tale studio sia
legato al valore o senso che diamo alla vita, all’esistenza di Dio, alla luce e
all’ombra.
Il libro di Cora Presezzi è un lavoro rigoroso sull’affinità tra la figura di
Simon Mago, quella del Faust di Goethe, di Marlowe, e del dottor Faustus di
Thomas Mann. Il saggio ricostruisce la genesi del mito di Faust, dimostrando
derivi da una metamorfosi moderna della figura di Simon Mago, il primo gnostico,
condannato e più volte maledetto e anatemizzato da San Pietro per eresia.
Presezzi cerca nelle fonti antiche (innumerevoli, tra le quali rintraccio il
Pentateuco, i Vangeli, il Vangelo di Giovanni in particolare, testi dei Padri
della Chiesa, gli Atti degli Apostoli, le Pseudo-Clementine, le Recognitiones,
ma anche innumerevoli testi moderni e contemporanei di interpretazione
religiosa, storia delle religioni, filosofia, esegesi) per mostrare come la
Chiesa abbia costruito l’immagine del mago demoniaco partendo da Simone, e da
ciò derivi l’accusa di simonia, in quanto commercio di beni sacri per la
salvezza dell’anima; tale accusa sarà poi alla base della Riforma Luterana.
Le tematiche affrontate nel testo sono indagate dettagliatamente dal punto di
vista storico, a partire dal volo di Simon Mago davanti a Nerone raccontato da
Filippo Melantone, per poi passare all’accoglienza e alla fortuna critica della
relazione tra le leggende di Simon Mago e del dottor Faustus. Ripercorrendo
l’indice, nella prima parte si racconta di come il dottor Faustus divenne se
stesso, dunque, la storia di un negromante tedesco, la leggenda che si tramanda
di autore in autore. S’indaga il legame tra magia e stregoneria, il ritratto
composito del mago demoniaco, il personaggio di Tritemio, tra magia e fama; la
fama del dottor Faustus, e di altri maghi famigerati. Nella seconda parte si
narra di un tal Simone Di Samaria e di come questi divenga Simon Mago, dunque,
del legame storico e leggendario tra il Simone di Samaria e Simon Mago, quindi,
della trasformazione dell’uno nell’altro, dell’identificazione che avviene
osservando la vicenda biblica del marito illegittimo della samaritana. Si passa
poi alla guerra tra Pietro e Simone: alle maledizioni lanciate da Pietro.
Presezzi indaga il mito del peccato angelico, il primo libro di Enoch, il
Pentateuco, il Libro dei vigilanti: il più antico dei libri ricevuti dal
patriarca Enoch. Si parla poi di apologia, demonologia, eresiologia,
individuando il peccato in quanto origine della magia, si viaggia attraverso i
secoli sulle tracce di Simon Mago: gnostico e padre di tutte le eresie,
antagonista di Pietro. L’autrice indaga storicamente il Simon Mago
pseudoclementino, dunque, l’apocrifo, che racchiude tutti gli apocrifi, tra cui
i Vangeli apocrifi e quelli ritrovati a Nag Hammadi, e la conseguente promessa
di dannazione per i seguaci di Simone.
Nella terza parte si torna in Germania e si rivela il ruolo dell’università di
Wittenberg in tutta questa storia, si abbraccia il tema dell’umanesimo e del
potere dell’uomo per cui ogni uomo è potenzialmente simoniaco, in Annus domini
1521, Presezzi ricostruisce la definiva frattura tra Lutero e la Chiesa, per
passare poi a Simon Mago e la simonia nelle lezioni sulla Genesi di Lutero.
Wittenberg, luogo in cui sul ritratto del dottor Faustus emersero dei frammenti
messi insieme nel corso del Cinquecento in cui s’impresse l’eco dei dibattiti
confessionali in corso, e subito dopo si torna a Melantone e al volo di Simon
Mago e del dottor Faustus, questa stessa storia del volo e della caduta, simbolo
di hybris e dannazione demoniaca, ma anche di magia, quindi, Simon Mago e il
dottor Faustus nell’opera demonologica di Johann Wier, dopo si ragiona a
proposito della ricezione della leggenda del dottor Faustus, tra memoria e
attualità, fondamentale il ruolo dell’editore luterano Johann Spies e la
costruzione del Faustbuch, tra Francoforte e il Palatino. Alla fine Presezzi ci
racconta la tragica fine del dottor Faustus, il patto con il demonio nel corso
delle narrazioni romantiche, il rapporto tra agiografia protestante e caccia
alle streghe, il pentimento di Simon Mago, il legame tra magia ed eresia.
Infine, in conclusione, appare un vento di speranza che è proprio la lezione del
Faust e a insegnare: come anche dalla dannazione si possa essere reintrodotti
nella grazia.
Il libro inizia con l’esposizione della tesi secondo cui la letteratura
costruita intorno alla figura di Faust sarebbe un prodotto della cultura
religiosa luterana. L’autrice sostiene che tale influenza derivi dal filo
segreto che lega l’esperienza eretica di Simon Mago a quella della tentazione
demoniaca di Faust. “Il parallelo con Simone – stregone, apostata, eretico e
nemico della chiesa apostolica – permetterà infatti alla cultura protestante di
sovrascrivere un’interpretazione teologica alla figura del dottor Faustus che,
nel corso del XVI secolo, era divenuto l’emblema della polemica contro la
stregoneria in Germania”.[1]
L’indagine circa l’influenza della figura di Simon Mago su quella di Faust e del
dottor Faustus prende le mosse dall’episodio biblico degli Atti degli
Apostoli in cui Simone cerca di comprare lo Spirito Santo. Presezzi spiega che
tale gesto lo abbia trasformato nel prototipo del Mago, ovvero, colui che
manipola il sacro per fini personali.
> “In un lungo ciclo di lezioni sul libro della Genesi tenute all’università di
> Wittenberg, Lutero rielaborò la tradizionale polemica sulla simonia clericale
> in connessione a uno dei temi più caldi del dibattito dottrinale del primo
> Cinquecento: quello della giustificazione, su cui le posizioni di cattolici e
> protestanti apparivano sempre più inconciliabili. A render possibile questa
> nuova chiave di lettura era l’analogia formale tra un elemento tipico
> dell’immaginario di Simon Mago – il denaro – e la logica retributiva
> sistematicamente snidata da Lutero, e denunciata nelle soluzioni dottrinali
> dei teologi cattolici sul tema del rapporto tra libertà umana, opere, meriti e
> salvezza”.[2]
Il denaro è sempre stato considerato inopportuno da parte di chi sosteneva
l’incompatibilità tra cristianesimo e ricchezza materiale, in quanto mezzo
convenzionale attraverso il quale è garantito l’accesso a beni materiali in
senso stretto. L’accusa della Chiesa Cattolica si espande inequivocabilmente
dallo gnosticismo cristiano – definito eretico – al paganesimo, dai culti minori
alla stregoneria. La Magia viene dunque contrapposta al Miracolo apostolico,
dono gratuito di Dio. Nell’analisi di Presezzi circa le Pseudo-Clementine,
Simone assume le fattezze di un personaggio romanzesco: viaggia con una
prostituta di nome Elena, che diventa la sua donna; si traveste, vola, sa farsi
invisibile. È l’antagonista teorico di San Pietro. La loro sfida è una guerra,
come ogni guerra, sanguinosissima, e volta all’annientamento dell’altro, in
quanto nell’identità religiosa ci si gioca l’identità personale, e ciò è ahimé
tutt’oggi terribilmente valido: ragione principale dei massacri di cui siamo
ancora testimoni.
Lutero è determinante nella ricezione della figura di Simon Mago, e nella
successiva elaborazione del mito di Faust. Negando il valore delle reliquie e
accusando la Chiesa di praticare rituali magico-sacrali, preme verso una
spiritualità scarna, legata al valore della povertà, e della resa interiore alla
Provvidenza. Tuttavia, ciò non è sufficiente per estirpare la credenza nel
meraviglioso; al contrario, durante la Riforma fioriscono profezie e
interpretazioni di mostri, maghi, streghe, eventi celesti interpretati come
segni di Dio. Lutero traduce gli eventi politici in quanto lotta cosmica tra Dio
e il Diavolo. Nel XVI secolo tali due categorie venivano talvolta sovrapposte.
Il libro di Presezzi analizza la figura dell’eretico, Simon Mago – che lavora in
direzione di pratiche gnostiche, legate alla conoscenza occulta – e quella del
mago – Faust e il dottor Faustus, persona che manipola poteri occulti –
spiegando come e in che modo nell’immaginario finiscano per coincidere in quanto
capro espiatorio. Lutero costituisce il limite estremo di tale confusione di
intenti, in quanto scardina l’ordine medievale, costringendo sia i riformatori
che i controriformatori a ridefinire cosa sia lecito credere e chi abbia
l’autorità di distinguere tra un miracolo divino e un inganno del demonio. Nel
libro di Presezzi il legame tra i due sopracitati personaggi ruota attorno al
concetto di commercio del sacro, e alla delegittimazione dell’avversario. La
parola simonia – la vendita di beni spirituali – deriva da Simon Mago: negli
Atti degli Apostoli è scritto tentasse di comprare da San Pietro il potere di
conferire lo Spirito Santo. Quando Lutero attacca la Chiesa di
Roma – specialmente per la vendita delle indulgenze – l’accusa essenzialmente di
essere la Chiesa di Simon Mago. Per lui, il Papato ha trasformato la grazia di
Dio in una merce, rendendo Roma la capitale della simonia. L’accusa ritorna
indietro amplificata: se per Lutero il Papa è un nuovo Simon Mago, per i
cattolici è Lutero stesso a incarnare l’archetipo dell’eretico superbo che
divide la comunità dei fedeli con l’inganno e la presunzione. Simone sfidò
Pietro a Roma cercando di volare e finendo per schiantarsi, e Lutero sfida
l’autorità universale del Papa. L’accusa di eresia si trasforma in accusa di
magia. Simon Mago non era un peccatore qualsiasi, era un taumaturgo accusato di
utilizzare poteri demoniaci.
È interessante osservare come la figura di Simon Mago influenzi quella di Faust
proprio nel clima della Riforma protestante. Sia Simone che Faust sono figure
ossessionate dal potere e dalla conoscenza che va oltre i limiti umani. In
un’epoca di incertezze religiose, Lutero è concepito come colui che ha
scoperchiato il vaso di Pandora, offrendo s’un piatto d’argento la mitologia del
Faust. Taluni individuano in Faust una versione oscura e demoniaca del ribelle
intellettuale. La letteratura luterana e post-luterana, si veda Melantone, più
volte citato dall’autrice, contribuirono a diffondere racconti su Faust,
usandolo come esempio negativo per ammonire contro la curiosità eccessiva e
l’orgoglio intellettuale che porta alla presunzione di divenire simili a Dio. Il
legame fondamentale tra le due figure consiste nella presunta manipolazione del
sacro. Lutero usa la figura di Simon Mago per denunciare la corruzione economica
della Chiesa; i suoi nemici usano lo stesso mito di Simone per dipingere Lutero
come un estremista; infine, da tale scontro di leggendarie accuse emerge la
figura moderna di Faust, e incarna l’inquietudine dell’uomo che, avendo perso le
certezze della vecchia Chiesa, cerca il potere e la verità attraverso l’occulto.
Si rintraccia nella struttura narrativa del mago errante accompagnato da una
donna misteriosa, che assume le fattezze della prostituta sacra, l’ossatura su
cui secoli dopo verrà costruito il racconto di Faust e Mefistofele. Esiste un
legame tra il nome Faustus (fortunato), presente nelle fonti antiche, e quello
di Simone, chiamato Tah’eb, v’è anche un legame tra l’Elena di Simone e lo
spirito evocato dal Faust di Goethe: il fantasma di Elena di Troia. Simon Mago e
Faust incarnano l’ambizione umana di oltrepassare le colonne d’Ercole del dogma
della fede in direzione di una conoscenza segreta che farebbe dell’umano una
divinità mediante la conquista di un potere sovrannaturale. Sembra Faust sia la
risposta della modernità allo gnosticismo antico. Se Simone era l’eretico che
voleva fuggire dal mondo, Faust è l’eretico che vuole dominare il mondo. Lo
gnosticismo sarebbe dunque il volto conferito dalla Chiesa al profondo
turbamento circa l’indicibile e il proibito; Faust sarebbe un Simon Mago
trasfigurato nella modernità. Considerato dai Padri della Chiesa come il padre
di tutte le eresie, Simon Mago sembra essere l’iniziatore di quel movimento di
rivolta contro il mondo materiale; si presentava come l’incarnazione della
Grande Potenza di Dio (μεγάλη δύναμις). A differenza del Messia cristiano,
Simone si proclamava divinità discesa sulla Terra per risvegliare le anime
intrappolate nella materia. Il cuore del sistema simoniano è il salvataggio di
Elena, che avrebbe trovato in un bordello a Tiro. Elena rappresenta la Ennoia,
il primo pensiero di Dio, che è caduto nel mondo materiale. È stata catturata
dagli Arconti, che hanno creato il mondo per invidia, costringendola a
reincarnarsi di corpo in corpo; una delle sue incarnazioni sarebbe stata l’Elena
di Troia dei miti greci. In ogni incarnazione Elena ha sofferto terribili
umiliazioni. Simone, nel desiderio di raggiungere il Dio supremo, discende per
cercarla e liberarla, ciò avrebbe dovuto essere d’esempio per tutta l’umanità;
la conoscenza della propria origine divina permette di spezzare le catene del
mondo.
Seguendo l’analisi di Hans Jonas, autore di uno dei più importanti libri sulla
genesi e l’evoluzione di tale forma di religione o eresia, Lo Gnosticismo, pare
che Simone si ribelli non in quanto seguace di Lucifero, ma per la salvezza
dalla prigione del corpo e della morale, sottoposti al regno degli Arconti e,
dunque, al Demiurgo malvagio. Il possesso della Gnosi sarebbe, dunque, una via
altra rispetto alla morale, per raggiungere il divino, in quanto regno separato
dalla materia e perciò non sottoposto alle medesime leggi, né tantomeno al
Demiurgo malvagio. Simone è il simbolo della ribellione metafisica, ma non
coincide né incarna Lucifero, nonostante la Chiesa abbia spesso operato tale
sovrapposizione. L’eventuale passaggio dalla figura di Elena a quella di Sophia
segnerebbe l’evoluzione del pensiero gnostico da una forma mitologica a una
filosofica. Sophia, l’ultimo degli Eoni del Pleroma, cade a causa di un errore,
desiderio o eccesso di curiosità. Il concetto che torna è di tipo platonico
(anche se Plotino si contrappose agli gnostici): una parte del divino resta
intrappolata nella materia, e dovrà compiere un cammino sapienziale per
ricongiungersi con il Dio supremo, che non coincide con il Demiurgo maligno; il
mondo non è frutto di un atto d’amore, ma di un errore spirituale, di una crisi
interna alla divinità, perciò Elena è costretta a passare di corpo in corpo,
subendo gli insulti della carne. Sophia appartiene a un regno intermedio, con
una spinta ascensionale, verso il divino. Grazie al complesso movimento gnostico
possiamo intuire per quale ragione l’anima umana si senta estranea al corpo
fisico e al mondo materiale. In entrambi i miti, la figura femminile non può
salvarsi da sola, ma attende un elemento maschile che discenda a liberarla.
Simon Mago discende per liberare Elena; il Logos, o il Cristo gnostico, discende
per liberare Sophia. Tale è il processo di ricomposizione dell’unità: la
conoscenza, in quanto Gnosi, è l’atto con cui il divino si ricongiunge e torna
alla sua verità: l’Uno.
Ciò che per Simon Mago è rappresentato dalla conoscenza, dal potere di volare,
dalla convinzione di poter compiere miracoli e resuscitare i morti, in Faust
diviene il patto con Mefistofele. Presezzi indaga la figura femminile, Elena,
non in quanto donna reale, ma come personificazione dell’Ennoia, il primo
pensiero generato dalla mente divina, che esperisce il paradosso gnostico: la
parte più alta della divinità finisce in un luogo di perdizione, il sopracitato
bordello di Tiro. L’accusa di πορνεία, contenuta nella Bibbia, non riguarda solo
la fornicazione, ma l’atto del comprare, perciò ha a che fare con la
prostituzione in quanto metafora della degradazione che lo spirito subisce
quando s’incarna in un corpo. Simone ed Elena formano una coppia polare: nei
sistemi gnostici v’è una dualità maschile-femminile (Sole-Luna). Tale struttura
della coppia magica influenzerà la letteratura a venire: il mago non è mai solo,
necessita di una controparte femminile che rappresenti la saggezza o la memoria
perduta.
Nel libro di Cora Presezzi l’accusa di πορνεία compare anche a pagina 120, dove
si parla del passo del Vangelo di Giovanni che fa riferimento a una predicazione
in Samaria che i seguaci di Gesù percepirono come competitiva. Nel quarto
Vangelo Gesù è più volte presentato come lo sposo. La samaritana che Gesù
incontra al pozzo di Giacobbe sarebbe una prostituta.
> “La letteratura biblica ricorre spesso alla metafora della donna infedele per
> esprimere l’accusa di infedeltà rivolta a Israele nella sua interezza, ma il
> tema ha una sua particolare declinazione in rapporto alla Samaria, accusata di
> essersi contaminata con divinità e genti straniere. L’identificazione della
> terra samaritana come terra di prostituzione era già al centro della
> predicazione del profeta Osea, attivo ai tempi della conquista assira che vide
> la caduta del Regno del Nord e della sua capitale, Samaria (722 a.C.). Osea è,
> tra i libri profetici, quello che in modo più sistematico elabora il codice
> del patto tra Dio e il suo popolo come un patto sponsale, raccontando la
> storia del tradimento, fornicazione e infine riscatto della terra infedele di
> Samaria. Il compito profetico che Dio affida a Osea è di annunciare il
> rinnovamento dell’alleanza tra Dio e il popolo, tra il profeta e l’amata,
> degradata nella prostituzione e poi risollevata al rango di sposa”.[3]
Ritroviamo tale concetto anche in Ezechiele che, dopo la conquista babilonese,
fa riferimento alla ferocia dei due regni disuniti, promettendo agli esiliati
l’unione con il divino, la ricomposizione della casa di Israele nella
contrapposizione tra unione legittima e πορνεία , presente in alcune tradizioni
ebraiche e nell’enochismo, in Ez23, Presezzi racconta e cita un passo in cui la
guerra tra Samaria e Gerusalemme è narrata attraverso la storia a tinte fosche
di due sorelle: Oolà, che rappresenterebbe Samaria, e Oolibà, Gerusalemme. È un
brano tragico di pagina 123 in cui si narra del tradimento di Oolibà che finisce
per diventare, prima che prostituzione, stupro da parte di Assiri ed Egiziani.
Tale brano influenza l’Apocalisse giovannea, in quanto Babilonia è Gerusalemme,
che si ribella a Dio e si prostituisce asservendosi ai pagani e al loro impero.
> “Apocalisse 17 descrive quindi il polo negativo di una contrapposizione tra
> due modelli femminili: da una parte, la Babilonia terrena, prostituta
> mortifera che trucida i martiri, sordida, peccaminosa e appartenente al tempo
> presente; dall’altra parte, la Gerusalemme celeste, madre che dà la vita
> eterna ai santi, lucente gloriosa ed escatologica”.[4]
Dunque, l’incontro tra la samaritana e Gesù al pozzo di Giacobbe, segnerebbe la
riunificazione dei due regni, e il miracolo del pozzo si configura come la
trasformazione della prostituta nella sposa di Cristo, mentre l’uomo che sta con
lei e non è il suo vero marito, potrebbe essere identificato come il rivale del
Messia. Vi è una perfetta corrispondenza tra la storia di Gesù e della
Samaritana e la storia di Simone ed Elena, seppur qui sorge primariamente il
sospetto che sia Simone il rivale di Gesù, colui che porterebbe la donna verso
la prostituzione e la dannazione demoniaca.
Nel passaggio dalla figura di Simon Mago al mito di Faust, Presezzi segnala uno
scarto: nel mito gnostico, Elena è un’anima reale da salvare per ricomporre
l’unità di Dio; in Faust, Elena è un’evocazione negromantica. Faust non è
interessato alla sua salvezza quanto al possesso della donna mitologica che
incarna bellezza e potere; se Simone cercava l’elevazione, Faust cerca il
piacere intellettuale e sensuale. Elena sembra riassumere la ragione che
permette al mito di Simone di sopravvivere nel tempo, anche quando la dottrina
gnostica viene dimenticata, condannata in quanto eresia, è l’immagine
dell’eterno femminino a ravvivarne il mito.
La figura di Elena anticipa molte tematiche del Romanticismo: la donna
misteriosa che racchiude in sé il segreto del mondo. La Sophia gnostica è una
figura cosmica non incarnata, mentre tanto l’Elena di Simon Mago quanto l’Elena
di Faust sono figure tragiche e carnali. Simon Mago diventa il suo salvatore,
mentre Faust sfida tempo e spazio per lei, il primo usava la propria potenza per
cercare di ricongiungersi con l’Elena/Ennoia divina, Faust usa la sua volontà, e
la chiave del regno delle Madri, per fare lo stesso. La differenza è che Faust è
immerso nel mondo moderno: la sua ricerca, nel regno delle Madri, dell’origine,
è contaminata dalla tecnica e dall’ambizione, rendendo il suo cammino più
ambivalente di quello dell’antico gnostico. La leggenda di Faust non è altro che
la versione moderna, secolarizzata, decadente del mito gnostico di Simone. Il
legame non è solo tematico, ma storico-linguistico. Nelle Pseudo-Clementine, si
racconta che Simon Mago avesse assunto il nome di Faustus (il fortunato) durante
le sue fughe. Nella leggenda di Faust (sia nel Faustbuch del 1587 che in Marlowe
e Goethe), Faust usa i propri poteri per evocare Elena di Troia dall’aldilà;
Simone cerca di salvare Elena per salvare il cosmo, Faust la cerca per puro
piacere o per ambizione estetica. Simone sfida le leggi della materia e cerca di
elevarsi sopra gli angeli attraverso la Gnosi, Faust sfida i limiti della
conoscenza umana stabiliti da Dio e fa un patto con Mefistofele per ottenere
potere e sapienza infinita. In entrambi i casi, la magia è lo strumento per
eludere le leggi della natura e della morale comune. Entrambi i miti culminano
in una sfida al cielo, l’uno vola e precipita, l’altro vola sotto un mantello e
precipita nella dannazione per poi essere salvato, in Goethe, non appena sia
morto. Simon Mago è lo gnostico che crede ancora in un Dio lontano: la sua magia
serve a tornare a casa; Faust è l’uomo moderno che non ha più una casa divina
dove tornare; la sua magia diventa tecnica, scienza, infine, nichilismo. Faust è
uno gnostico senza Dio, che cerca di dominare il mondo dacché non ha più nulla
in cui sperare oltre la propria volontà. Nel Faust di Goethe, alla fine della
seconda parte, la possibilità di salvezza per Faust si presenta attraverso
l’Eterno Femminino (Das Ewig-Weibliche), concetto che richiama il culto gnostico
delle Divinità femminili.
Nonostante qui si sia deciso di dare spazio a divagazioni, seguendo, per quanto
possibile, le linee guida delle tematiche gnostiche, il libro di Presezzi è un
testo di storia e filosofia delle religioni, molto più preciso, e incentrato su
quanto la figura di Simon Mago abbia influenzato la riforma luterana, e la
letteratura demonologica a venire.
La figura di Simon Mago appare meno come un individuo storico e più come un
dispositivo eresiologico volto a concentrare, in forma narrativa, le tensioni
prodotte dall’emergere di modelli alternativi di autorità religiosa e di
salvezza fondata sulla conoscenza (Jonas; Filoramo; Le Boulluec).
L’eretico e il mago ha il pregio di mostrarci, con una dettagliata ricerca e
analisi delle fonti storiche, quale sia il prezzo della rivolta metafisica,
della rivolta in ogni caso, e fino a che punto l’estraneo, il diverso, ma
soprattutto il genio, possa pagare il proprio talento e la propria ricerca di
libertà; di come sia proprio la ricerca del potere sovrannaturale a schiantare
l’uomo al suolo, e il demoniaco a generarne una mitologia; ma, allo stesso
tempo, ogni forma di dannazione è una narrazione, e ogni narrazione non può
essere imparziale. Infine resta la possibilità della grazia di weiliana memoria,
la possibilità estrema dell’espropriazione di un destino dalla sua funesta
corruzione.
Ilaria Palomba
**
Sullo Gnosticismo si veda anche il romanzo Ta’heb di Irene Santori
(Castelvecchi), il saggio di Paolo Riberi La voce della Dea Gnostica (Venexia),
e l’articolo di Paolo Riberi su “L’Indiscreto”
(https://www.indiscreto.org/la-storia-dello-gnosticismo/).
Bibliografia:
https://www.treccani.it/enciclopedia/gnosticismo/
https://it.cathopedia.org/wiki/Gnosticismo
https://it.wikibooks.org/wiki/Storia_della_filosofia/Gnosticismo
https://www.relationalontology.org/2023/11/03/ripensare-lo-gnosticismo-decostruire-e-ricostruire-una-categoria-storico-religiosa/
https://www.lachiavedisophia.com/tenebroso-mondo-gnostico/
https://www.worldhistory.org/trans/it/1-19579/gnosticismo/
https://www.laciviltacattolica.it/articolo/che-cose-lo-gnosticismo/
https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/G/gnosticismo.shtml
https://learningsources.altervista.org/Il_ritorno_dello_Gnosticismo.htm
Fonti antiche (testi primari)
• Atti degli Apostoli, 8, 9–24.
Testo fondativo per la figura di Simon Mago e per il tema della simonia.
• Ireneo di Lione, Contro le eresie, I, 23.
Fonte principale per la costruzione di Simon Mago come capostipite delle eresie
gnostiche.
• Pseudo-Clementine (Homiliae II–III; Recognitiones).
Testi fondamentali per la mitizzazione narrativa di Simon Mago e il suo
confronto con Pietro.
• Giustino Martire, Apologia prima, 26.
Riferimento cruciale sul culto di Simone in Samaria e a Roma (con le note
questioni archeologiche).
Gnosi e storia delle religioni
• Hans Jonas, La religione gnostica.
Classico imprescindibile per comprendere la struttura esistenziale e simbolica
della gnosi.
• Giovanni Filoramo, Lo gnosticismo.
Testo di riferimento in ambito italiano, equilibrato e storicamente rigoroso.
• Kurt Rudolph, La gnosi.
Analisi sistematica delle correnti gnostiche e del loro rapporto con il
cristianesimo primitivo.
• Nag Hammadi Library, ed. J. M. Robinson.
Corpus fondamentale per il confronto tra gnosi “autentica” e costruzione
eresiologica.
Eresiologia, magia e costruzione del nemico
• Alain Le Boulluec, La notion d’hérésie dans la littérature grecque chrétienne.
Studio chiave sul concetto di eresia come costruzione discorsiva.
• Peter Brown, Il mondo della tarda antichità.
Inquadramento storico-culturale del contesto in cui magia, carisma e autorità si
intrecciano.
• Garth Fowden, The Egyptian Hermes.
Utile per comprendere la continuità tra sapienza religiosa, magia e filosofia
tardoantica.
Lunga durata e modernità (da Simon a Faust)
• Ioan P. Couliano, Eros e magia nel Rinascimento.
Fondamentale per la trasmissione delle strutture magico-gnostiche nella
modernità.
• Frances Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica.
Per il contesto rinascimentale della magia colta e della conoscenza proibita.
• Historia von D. Johann Fausten.
Fonte primaria per il mito moderno di Faust come mago dannato.
*In copertina: Faust secondo Rembrandt, 1652 ca.
⸻
[1] C. Presezzi, L’eretico e il mago Simone di Samaria e il dottor Faustus,
Castelvecchi, Roma, 2025.
[2] Ivi.
[3] Ivi pp. 120-122
[4] Ivi pp. 125-124
L'articolo Fuggire dal mondo o dominare il mondo? Riflessioni sullo Gnosticismo
proviene da Pangea.
> “Che figlio di Dio è questo che accoglie su di sé il battesimo da parte del
> più debole?”
>
> Ulrich Luz
Che figlio di Dio è questo? Comprendo il Battista, che vuole impedire al Cristo
di farsi battezzare da lui. Prima ancora che perdermi nell’infinita discussione
sull’inutilità di immergere nel Giordano chi è nato senza peccato, prima di
smarrirmi in dibattiti teologici fuori dalla mia portata io sento lo scandalo
gridare nei miei muscoli, sento in me la resistenza di Giovanni, come se anche
il mio corpo volesse ribellarsi fino ad impedire alla luce divina di mostrarsi
così. In questo modo inutile. Non è il Dio di cui l’uomo ha bisogno! Perché non
viene e prende le nostre misere fragilità nelle sue mani per purificarle, perché
non risolve il male che ci abita e che non vorremmo fare ma che ancora ci
affascina una volta per tutte? Perché venire ad ingrossare la fila dei
miserabili, dei peccatori, dei persi? Perché nascondere la forza? Tanto lo
sappiamo che sa guarire, sa perfino rianimare i cadaveri. Perché presentarsi
debole? Giovanni ancora non lo sa ma nel suo atto di volerlo fermare, di
impedire l’immersione nel Giordano, sta gridando a Cristo di scendere dalla
croce. Gesù invece, quel giorno, al Giordano stava già scegliendo liberamente di
salire il patibolo.
Che figlio di Dio è questo? Sono io ad aver bisogno di te, siamo tutti noi i
bisognosi perché non ci liberi? Perché non ci alleggerisci la vita, perché avere
così fede in noi? Ma non lo capisci che ci accontentiamo di molto meno?
Moltiplica i pani, guarisci i malati, sconfiggi la morte. Cosa ce ne facciamo di
un figlio di Dio come te? Anche oggi, a duemila anni di distanza, quando siamo
costretti ad ammettere che nulla è cambiato, che il potere ancora è il vero
imperatore, che la tua chiesa ancora non ti ha compreso, che noi qui si continua
a soffrire, a penare, a morire, qui, dove ancora le torri di Siloe crollano e
giovani bruciano vivi e noi non abbiamo più nemmeno la fede per incolpare un
qualche Dio, cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio che è come se non avesse
mai camminato la terra?
Che figlio di Dio è questo? Finirà per perdonare i peccatori, salvare i ladri,
promettere eternità alle prostitute ma noi? Noi che dovremmo seguirti, che
abbiamo scelto il sacrificio e la fedeltà, noi che siamo i giusti, a noi cosa
rimane? Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio così?
“Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Io non so
cosa abbia capito il Battista. Ma la giustizia di questo Dio debole sapeva già
di fallimento umano. L’adempimento è una lama affilata ad aprire la gola del
profeta, la sua testa su un vassoio. Questo è l’adempimento delle Scritture? Ma
cosa ce ne facciamo del profeta decapitato? “Lascia fare” a chi? Al Padre, a te,
al Vangelo? A chi? Lasciarsi fare, tremenda passività che solo gli amanti sanno
abitare in modo generativo, anticamera dell’estasi o della morte. O di entrambe.
Per ora, dici. Come se non avessimo già capito che tu trapasserai da parte a
parte la nostra idea di giustizia. Come non avessimo capito che il tempo che ci
chiedi non è per modificare la tua idea di giustizia ma per devastare la nostra.
Tempo, quello che ci chiedi, per convertire la nostra immagine di giustizia che
per noi è ricompensa, rivincita, o anche vendetta sì, sacra vendetta contro chi
ci ha tradito, abbandonato, umiliato. Contro chi ha scelto di vivere una vita
migliore della nostra.
“Allora lo lasciò fare” e in quel momento, in quella scelta del Battista,
anticipando Pietro che alla cena ultima di lasciò finalmente lavare i piedi, in
quel momento iniziò una storia nuova. Lasciarsi fare. Fidarsi. Affidarsi. Non
una passività triste ma un coraggio da sfoderare di fronte al mondo. Lasciarsi
fare, non è debolezza se muove da una consegna consapevole e totale, lasciarsi
fare non è fragilità se nasce da un ascolto costante e intimo della volontà del
Padre. Lasciarsi fare non è rinuncia alla vita se la propria vita viene offerta
per gli amici. E per i nemici. Solo la domanda diventa ancora più feroce: cosa
ce ne facciamo di un Figlio di Dio così? Che non fa ma si lascia fare. Che ci
trascina a fare i conti con la radicalità estrema della fede: se ti lasci fare e
Dio non esiste la tua vita è sprecata, bruciata nel delirio utopico che non
promette nemmeno la costruzione di una società migliore. Lasciarsi fare da
questa manifestazione di un paradossale Figlio di Dio è sconvolgente perché
spinge all’estremo, o l’Eterno o la totale stupidità di aver immolato
inutilmente la vita negandosi perfino il fascino dolce dell’esercizio del
potere. Ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così spietato nei nostri
confronti? O così ingenuo da non capire che non saremmo mai in grado di reggere
il peso di questa sfida, perché è il martirio quello che sta scegliendo, per lui
e per noi: l’impredicabile martirio.
Battistello Caracciolo, Battesimo di Cristo, 1610-1615
Del battesimo di Cristo non si dice nulla, dell’immersione dico, di quel
frangente in cui il Figlio di Dio è rimasto invisibile al mondo e senza fiato.
Solo del suo riemergere, del suo salire e, insieme, dello scendere di un segno,
come una colomba, a dire la trafittura dei cieli, lo strappo della distanza, la
possibilità di vivere a cieli aperti. Come aver squarciato il cuore di Dio. Come
aver strappato i suoi veli. Come ad aver iniziato a costringere anche Dio a
mostrarsi nel Figlio in modo inedito. Il compimento prevede una sorta di
conversione di quello che ci piace ancora considerare l’Impassibile, il
Perfetto, l’Onnipotente. Sulla croce anche il Suo volto cambierà radicalmente.
Ma cosa ce ne facciamo di un Dio così, di un Eterno che, aprendo i cieli,
accetta il rischio dell’incomprensione?
Rimane una voce. “Questo è il figlio mio l’amato, in cui mi sono compiaciuto”.
Proprio questo. Esattamente lui. Figlio di Dio è colui che obbedisce.
L’obbedienza a questo Figlio di Dio, proprio a questo, diventa la nostra unica
possibilità. Impossibile dire cose sensate su Dio senza assumere la prospettiva
di Cristo. Così la domanda, sempre feroce e scandalosa, apre ad una prima
terribile e liberante risposta: “ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio
così?”: niente. Non ce ne facciamo niente. Dobbiamo finalmente imparare a non
farcene niente della nostra idea del divino, della nostra ideologia sul sacro,
del nostro trascinare Dio dove i nostri interessi implorano attenzioni, del
nostro maledetto bisogno di occupare un posto di rilievo nel mondo. Niente,
dobbiamo farcene niente! Siamo noi che dobbiamo farci come il Figlio di Dio,
tremenda sequela, e questo ci annienta, ci ammutolisce, ci terrorizza. Siamo noi
a doverci lasciare fare da lui. E questo, follemente ci può far rialzare la
testa, ci può immergere nell’unica sfida che valga davvero la pena combattere, o
tutto o niente, o vita o morte, perché in quell’obbedienza si profila la
possibilità vertiginosa di poterla divinizzare questa nostra vita, ma secondo le
logiche di Cristo, Figlio di Dio, proprio di questo scandalo che sceglie di
immergersi nella nostra misera carne.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, 1440-1450 ca.
L'articolo “Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù proviene da Pangea.