
“Non avevamo paura delle scintille di fuoco del Mistero”. Capolinea Milano
Pangea - Monday, June 15, 2026È notizia di questi giorni l’imminente chiusura di un altro locale di Milano, lo Spirit de Milan. C’è in atto una mobilitazione per cercare di impedirla. Non sappiamo come andrà a finire, ma riflettendo su un altro pezzo di città che scompare, è nata una presa di coscienza: tanti non la riconoscono più. E non è questione di destra o di sinistra. Il cambiamento era già in atto dai tempi della Moratti, dall’Expo.
Milano è da sempre amata e odiata, ma oggi sembra essere diventata ancor di più il tempio della finanza, dei miliardari, dei ristoranti e dei negozi di lusso. Pensavamo che sarebbe bastato continuare a viaggiare, andare via il weekend, ma si può vivere perennemente in fuga dal luogo in cui si risiede?
Quando eravamo giovani ci bastava la musica dal vivo. C’erano i locali. C’era qualcosa che non c’è più. Ci s’incontrava alle Scimmie, alla Casa 139, al Trottoir, alla Salumeria della Musica, al Magnolia (lui c’è ancora), all’Atomic Bar, nei vari circoli Arci o nei centri sociali come il Deposito Bulk, il Pergola, il Leonkavallo oppure negli squat. Pensate che ce n’era uno proprio lì dove ora c’è l’immenso quartiere della Bocconi, in viale Sabotino.
Nei locali si rideva e scherzava con i musicisti, più o meno famosi. Gente che sarebbe finita sotto a un ponte pur di continuare a fare la propria musica con autenticità. E i palchi c’erano, non mancavano, e c’erano i talent scout, quando ancora non contavano solo le visualizzazioni su YouTube o l’algoritmo di TikTok. E intanto facevo la critica musicale, in una città in cui la musica dal vivo era un’istituzione.
Per non parlare dei locali dove si andava a ballare la musica dark o rock, come il Rainbow, il Transilvania, lo Zoe, il Rolling Stone, il Plastic. Si sapeva come si arrivava ma non come si tornava. A volte, dopo le serate sottoterra nel viscido Rainbow a ballare fino allo sfinimento il “monopasso” dei darkettoni al suono dei Killing Joke, Depeche Mode, Joy Division, Bauhaus e The Sisters of Mercy, si andava ai rave fuori Milano.
Io c’ero la notte della retata, l’ultima sera del Rainbow. È entrata la polizia. Ha fatto uscire tutti. La musica si è spenta per sempre. Ho tirato un bicchiere di vetro a terra davanti ai piedi di due poliziotti. Stavano per venire ad arrestarmi, due amici mi portarono via.
Pazienza, tanto inaugurava lo Zoe.
Al posto di quei locali, oggi, ci sono case e garage.
Cos’è rimasto di una generazione che non si accoltellava?
Noi non vedevamo l’ora di uscire e d’incontrare quelli che credevamo amici. Le chitarre accompagnavano le passioni delle anime tristi che provavano a trovare conforto tra le braccia di qualcuno. Agognavamo la morte perché ci sentivamo immortali. Non avevamo nessuna eredità da lasciare. Non avevamo mai avuto niente. Eravamo eremiti capaci di abitare il vuoto. Non avevamo paura delle scintille di fuoco del Mistero. Chiudevamo le porte dei sensi per perderci e ritrovare noi stessi.
E vivevamo quei momenti credendo di innamorarci, come quella volta che a un concerto dei Verdena al Magnolia un ragazzo mi si sedette di fianco e mi disse: “Vuoi sposarmi?” Finimmo per baciarci a lungo, davanti a tutti, sotto il cielo nero dell’estate.
O come quel ragazzo dai capelli blu che conobbi davanti a un bancone, sempre al Magnolia. Ci guardammo. Ci baciammo. Ci frequentammo. Finché non mi disse: “Io sono un po’ matto”. E l’avevo capito. Che ci potevo fare.
I concerti ci hanno dato la forza per tirare avanti. Quei palazzetti dello sport come il Palasharp (che non c’è più), quei templi che venivano riempiti da gente come i Pearl Jam, i Muse, i Nirvana, i Radiohead.
Si aspettava il concerto di chi aveva accompagnato i tuoi giorni tristi e ti era stato vicino più di un amico, di un parente, sicuramente più di tua madre. Non potevi perdertelo. Dovevi andare a ringraziarlo, a onorarlo, sentendo dal vivo quella canzone che ti aveva fatto piangere e che magari ti aveva fatto passare la voglia di farla finita.
Il disagio era esistenziale, non solo materiale. Non eravamo felici, ma almeno non si pensava solo a far soldi. Era importante stare in compagnia, avere amici con cui uscire. Non sapevamo che, una volta diventati adulti, a Milano si esce poco. Ci si chiude in casa a fare cene o ci si isola, anche perché questa città stanca come poche altre.
Oggi molti di noi non frequenterebbero più certi locali nemmeno se ci fossero ancora. Siamo cambiati, siamo cresciuti, non beviamo nemmeno più, andiamo a letto presto, meditiamo, ci siamo curati, siamo una generazione in analisi, sogniamo di vivere nella natura, bramiamo un cambio di rotta nella pace e nella tranquillità, le nostre sofferenze hanno portato alcuni di noi a scegliere professioni che permettono di aiutare gli altri, abbiamo fatto tesoro dei traumi, pensiamo al benessere e alla salute, proprio noi, chi lo avrebbe mai detto, ma quello che ci chiediamo è: cosa ha da offrire Milano oggi ai giovani che scelgono di restare?
Per noi, forse, è arrivato il momento di allontanarci un po’. Abbiamo vissuto intensamente. Rimpianti ne abbiamo. Ma siamo stati noi stessi. Fino alla fine.
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