È notizia di questi giorni l’imminente chiusura di un altro locale di Milano, lo
Spirit de Milan. C’è in atto una mobilitazione per cercare di impedirla. Non
sappiamo come andrà a finire, ma riflettendo su un altro pezzo di città che
scompare, è nata una presa di coscienza: tanti non la riconoscono più. E non è
questione di destra o di sinistra. Il cambiamento era già in atto dai tempi
della Moratti, dall’Expo.
Milano è da sempre amata e odiata, ma oggi sembra essere diventata ancor di più
il tempio della finanza, dei miliardari, dei ristoranti e dei negozi di lusso.
Pensavamo che sarebbe bastato continuare a viaggiare, andare via il weekend, ma
si può vivere perennemente in fuga dal luogo in cui si risiede?
Quando eravamo giovani ci bastava la musica dal vivo. C’erano i locali. C’era
qualcosa che non c’è più. Ci s’incontrava alle Scimmie, alla Casa 139, al
Trottoir, alla Salumeria della Musica, al Magnolia (lui c’è ancora), all’Atomic
Bar, nei vari circoli Arci o nei centri sociali come il Deposito Bulk, il
Pergola, il Leonkavallo oppure negli squat. Pensate che ce n’era uno proprio lì
dove ora c’è l’immenso quartiere della Bocconi, in viale Sabotino.
Nei locali si rideva e scherzava con i musicisti, più o meno famosi. Gente che
sarebbe finita sotto a un ponte pur di continuare a fare la propria musica con
autenticità. E i palchi c’erano, non mancavano, e c’erano i talent scout, quando
ancora non contavano solo le visualizzazioni su YouTube o l’algoritmo di TikTok.
E intanto facevo la critica musicale, in una città in cui la musica dal vivo era
un’istituzione.
Per non parlare dei locali dove si andava a ballare la musica dark o rock, come
il Rainbow, il Transilvania, lo Zoe, il Rolling Stone, il Plastic. Si sapeva
come si arrivava ma non come si tornava. A volte, dopo le serate sottoterra nel
viscido Rainbow a ballare fino allo sfinimento il “monopasso” dei darkettoni al
suono dei Killing Joke, Depeche Mode, Joy Division, Bauhaus e The Sisters of
Mercy, si andava ai rave fuori Milano.
Io c’ero la notte della retata, l’ultima sera del Rainbow. È entrata la polizia.
Ha fatto uscire tutti. La musica si è spenta per sempre. Ho tirato un bicchiere
di vetro a terra davanti ai piedi di due poliziotti. Stavano per venire ad
arrestarmi, due amici mi portarono via.
Pazienza, tanto inaugurava lo Zoe.
Al posto di quei locali, oggi, ci sono case e garage.
Cos’è rimasto di una generazione che non si accoltellava?
Noi non vedevamo l’ora di uscire e d’incontrare quelli che credevamo amici. Le
chitarre accompagnavano le passioni delle anime tristi che provavano a trovare
conforto tra le braccia di qualcuno. Agognavamo la morte perché ci sentivamo
immortali. Non avevamo nessuna eredità da lasciare. Non avevamo mai avuto
niente. Eravamo eremiti capaci di abitare il vuoto. Non avevamo paura delle
scintille di fuoco del Mistero. Chiudevamo le porte dei sensi per perderci e
ritrovare noi stessi.
E vivevamo quei momenti credendo di innamorarci, come quella volta che a un
concerto dei Verdena al Magnolia un ragazzo mi si sedette di fianco e mi disse:
“Vuoi sposarmi?” Finimmo per baciarci a lungo, davanti a tutti, sotto il cielo
nero dell’estate.
O come quel ragazzo dai capelli blu che conobbi davanti a un bancone, sempre al
Magnolia. Ci guardammo. Ci baciammo. Ci frequentammo. Finché non mi disse: “Io
sono un po’ matto”. E l’avevo capito. Che ci potevo fare.
I concerti ci hanno dato la forza per tirare avanti. Quei palazzetti dello sport
come il Palasharp (che non c’è più), quei templi che venivano riempiti da gente
come i Pearl Jam, i Muse, i Nirvana, i Radiohead.
Si aspettava il concerto di chi aveva accompagnato i tuoi giorni tristi e ti era
stato vicino più di un amico, di un parente, sicuramente più di tua madre. Non
potevi perdertelo. Dovevi andare a ringraziarlo, a onorarlo, sentendo dal vivo
quella canzone che ti aveva fatto piangere e che magari ti aveva fatto passare
la voglia di farla finita.
Il disagio era esistenziale, non solo materiale. Non eravamo felici, ma almeno
non si pensava solo a far soldi. Era importante stare in compagnia, avere amici
con cui uscire. Non sapevamo che, una volta diventati adulti, a Milano si esce
poco. Ci si chiude in casa a fare cene o ci si isola, anche perché questa città
stanca come poche altre.
Oggi molti di noi non frequenterebbero più certi locali nemmeno se ci fossero
ancora. Siamo cambiati, siamo cresciuti, non beviamo nemmeno più, andiamo a
letto presto, meditiamo, ci siamo curati, siamo una generazione in analisi,
sogniamo di vivere nella natura, bramiamo un cambio di rotta nella pace e nella
tranquillità, le nostre sofferenze hanno portato alcuni di noi a scegliere
professioni che permettono di aiutare gli altri, abbiamo fatto tesoro dei
traumi, pensiamo al benessere e alla salute, proprio noi, chi lo avrebbe mai
detto, ma quello che ci chiediamo è: cosa ha da offrire Milano oggi ai giovani
che scelgono di restare?
Per noi, forse, è arrivato il momento di allontanarci un po’. Abbiamo vissuto
intensamente. Rimpianti ne abbiamo. Ma siamo stati noi stessi. Fino alla fine.
Dejanira Bada
L'articolo “Non avevamo paura delle scintille di fuoco del Mistero”. Capolinea
Milano proviene da Pangea.