I Commissari hanno vinto e gli Yogi hanno perso? È la riflessione che ci
pone Arthur Koestler nella sua raccolta di articoli “Lo Yogi e il
Commissario”, un libro che tutti dovrebbero conoscere ma che purtroppo è quasi
introvabile.
Koestler fu una sorta di versione maschile di Cassandra. Uno che vide tutto,
subì tutto e capì molto, se non tutto. È il destino di chi sa guardare e
ascoltare, e che, non a caso, a volte sceglie di farla finita prima degli altri.
Koesler si è suicidato nel 1983. Era malato. Non avrebbe potuto sopportare di
non camminare, non scrivere, non scopare, non bere più. Sua moglie Cynthia si
uccise qualche ora dopo. La ritrovarono lì, al suo fianco.
Koestler fu un uomo amato e odiato dalle donne, odiato a destra e a sinistra.
Anticomunista tanto quanto antifascista. Perché lui, i totalitarismi, li visse
entrambi sulla sua pelle. Già, la politica, la nuova vera religione
intollerante. È lei che ha sostituito la fede. Doveva essere una buona idea,
qualcosa che liberasse dall’ottusità della devozione, ma è andato tutto storto.
I ricchi hanno vinto e sono diventati i nuovi dei e, proprio come i santi, per
la maggior parte si ritirano in mezzo alla natura, nel silenzio, lontano da
tutti, magari pure coltivando l’orto. Basti pensare alle star di Hollywood, che
fanno film solo per raccogliere un altro po’ di soldi, per poi sparire in
campagna e proteggere la propria privacy.
Il benessere avrebbe dovuto portare a questo: non vivere più in condizioni
precarie e farsi bastare meno cose. Un tetto, il riscaldamento, la luce, il
bagno in casa, tutto ciò che fino agli inizi del Novecento era un lusso. E
invece ci hanno illuso di aver bisogno di oggetti, vestiti, macchine,
telefonini, borse, occhiali, cose che costano migliaia di euro e che pure gli
amati attori di Hollywood usano solo nelle occasioni speciali, mentre nella vita
quotidiana indossano jeans e maglietta.
Il vero lusso, oggi, è avere tempo, dedicarsi a qualcosa che si ama, svegliarsi
la mattina e avere tempo per meditare anziché correre a fare un lavoro che
permetterà di sopravvivere.
L’altro giorno ho chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni
riguardo a una casa in montagna. L’agente mi ha detto: “Ma cosa sta succedendo a
Milano? Tutti vogliono venire a vivere in campagna o in montagna, intorno ai
laghi. Una volta eravamo noi quelli che invidiavano chi viveva a Milano, oggi
siete voi che invidiate noi. State tutti scappando, ho appuntamenti tutti i
giorni”.
Cosa sta accadendo? Una sorta d’illuminazione collettiva?
Koestler ha immaginato il mondo come in preda a una diatriba tra gli Yogi e i
Commissari:
> “Il Commissario crede al mutamento dall’Esterno. Egli crede che tutti i
> malanni dell’umanità – costipazione e complesso edipico compresi – possono
> essere e saranno guariti dalla Rivoluzione, cioè da una radicale
> riorganizzazione del sistema di produzione e di distribuzione dei beni; crede
> che questo fine giustifichi l’uso di tutti i mezzi: violenza, inganno,
> tradimento inclusi; crede che l’argomentazione logica sia un’infallibile
> bussola e l’universo una sorta di enorme orologio, nel quale miriadi di
> elettroni, una volta messi in movimento, si aggirino per sempre nelle loro
> prevedibili orbite: e chiunque sia convinto del contrario è qualcuno che cerca
> di sfuggire alla realtà”.
Lo Yoghi, invece:
> “Non ha nessuna difficoltà a chiamare orologio l’universo, ma pensa che
> potrebbe venir chiamato, con altrettanta verosimiglianza, scatola musicale o
> vivaio di pesci. Crede che il fine non possa essere prevedibile e che contino
> soltanto i mezzi, respinge in qualsiasi circostanza l’idea di violenza, crede
> che l’argomentazione logica perda gradualmente il suo valore di bussola, a
> mano a mano che la mente si accosta al polo magnetico della Verità o
> dell’Assoluto, la sola cosa che conta. Egli crede che niente possa essere
> migliorato da un’organizzazione esterna, ma solo da uno sforzo individuale
> interiore, e che chiunque la pensi diversamente sia qualcuno che voglia
> sfuggire alla realtà”.
Pensa anche che l’individuo sia unito all’universo da un invisibile cordone
ombelicale, e che le sue forze creative, la bontà, la verità e l’utilità siano
alimentate tramite questo cordone: l’unico suo compito, durante la vita terrena,
è quello di evitare qualsiasi azione, impressione o pensiero che possano causare
la rottura del cordone. Di contro, per il Commissario questo organo è totalmente
superfluo.
Ci sono due visioni del mondo, chi pensa che il mutamento possa avvenire
dall’interno, e chi dall’esterno.
Anche quando ci si occupa di politica ci si dimentica dell’importanza della
relazione Uomo-Universo. Koestler ritiene che questa nostra civiltà non stia
morendo, ma che stia solo dormendo. Bisogna solo giungere alla conclusione che
il vero avversario non è l’intellettuale, ma il ricco.
Koestler parlava già di decadenza del Terzo Stato:
> “Noi facciamo la guerra, andiamo in chiesa, onoriamo il re, seguiamo diete
> assassine, ci conformiamo ai tabù sessuali, trasformiamo i nostri figli in
> nevrotici e i nostri matrimoni in tormenti, opprimiamo e ci facciamo opprimere
> – mentre nei testi di psicologia, nei romanzi e nei musei è condensata una
> conoscenza oggettiva di un modo di vivere che potremmo forse mettere in
> pratica tra decine o centinaia di anni. Nella vita di ogni giorno ci
> comportiamo come creature datate, come caricature anacronistiche di noi
> stessi. La distanza fra la biblioteca e la stanza da letto è astronomica.
> Tuttavia, l’insieme della conoscenza teoretica e del libero pensiero è lì, e
> aspetta soltanto di essere raccolto – come i giacobini raccolsero gli
> Enciclopedisti”.
Mancano gli agenti di collegamento tra il modo in cui viviamo e il modo in cui
potremmo vivere, ma chi è comodamente installato nella gerarchia sociale, non
sente nessuna spinta verso la libertà di pensiero. D’altronde, perché dovrebbe
averla:
> “Non ha nessuna ragione di distruggere i valori che ha accettato, e nessun
> desiderio di costruirne di nuovi. La sete di conoscenza è appannaggio
> principale delle situazioni in cui l’ignoto è fonte di preoccupazione. Chi è
> felice, raramente è curioso. D’altra parte, la grande maggioranza degli
> oppressi, dei perdenti, manca di opportunità o di obiettività – o di entrambe
> – necessarie a esercitare il libero pensiero”.
Koestler ci spiega che c’è una sostanziale differenza tra la classe media e
l’intellighenzia, perché la sensibilità e la voglia di conoscere, di cercare e
di brancolare nell’ignoto, sono attitudini che presuppongono una certa dose di
frustrazione: una specie di moderata infelicità, un armonico squilibrio. C’è un
abisso tra lo strato superiore che accetta i valori tradizionali e non prova
frustrazione e lo strato inferiore che ne prova fin troppa, al punto da essere
paralizzato o di scaricarla in crisi convulsive:
> “Per chi è soddisfatto, pensare è un lusso; per chi è frustrato, una
> necessità. Fintanto che esisterà l’abisso fra riflessione e tradizione, tra
> intuizioni teoriche e pratica concreta, il pensiero sarà necessariamente
> orientato dai due poli della distruzione e dell’Utopia”.
Come scrive Koestler, nei prossimi anni non si tratterà più di scegliere tra
capitalismo e rivoluzione, ma di salvare qualche valore democratico e
umanitario, o di perderli tutti; per evitare che questo avvenga, bisogna
aggrapparsi più che mai al libero pensiero. Proprio quello che diceva anche Max
Stirner ne L’unico e la sua proprietà, dove il nemico mortale dello Stato era
considerato proprio il volere dell’individuo, la valorizzazione di sé stessi.
Cosa rimane se nulla è di nostra proprietà? Non rimane nient’altro che ciò che è
in mio potere:
> “I miei pensieri, che non hanno bisogno di sanzione, bene placito o grazia
> alcuna, costituiscono la mia vera proprietà, una proprietà di cui posso far
> commercio. In quanto miei, infatti, e se sono mie creature io posso scambiarli
> con altri pensieri: io li do via in cambio di altri, che diventano così la
> nuova proprietà che io mi sono acquistato”.
Koestler parlava già di un’Europa unificata, affratellata e socialista, ma era
già ben consapevole di come chi la pensasse in questo modo cominciasse a
sembrare un po’ stupido. Sapeva già che la fine della guerra avrebbe portato a
una vittoria dei conservatori che non avrebbe risolto nessun problema delle
minoranze, né trovato un rimedio alla malattia insita nel sistema capitalistico.
La fine della Seconda guerra mondiale portò un enorme sollievo temporaneo,
assicurò un minimo di libertà, e la salvezza di milioni di persone, sicurezza e
dignità:
> “Spero, credo, che questo sia un anacronistico rattoppo, se sarà fatto a
> regola d’arte, lascerà respirare l’Europa almeno per una ventina d’anni,
> dandole la possibilità di evitare il prossimo, fatale salto nel vuoto. In
> altre parole, cominciamo a renderci conto che questa guerra non è il
> cataclisma finale, né il combattimento ultimo fra le forze delle tenebre e
> quelle della luce, ma forse soltanto il principio di una nuova serie di
> compulsioni che si svilupperanno su un periodo di storia più lungo di quanto
> non avessimo pensato in origine, fino alla nascita di un mondo nuovo. Il
> nostro compito sarà quello di usare questo periodo di respiro nel miglior modo
> possibile. E, incidentalmente, di ringraziare ogni mattina che ci svegliamo
> senza una sentinella della Gestapo sotto la finestra”.
La verità è che ci stiamo abituando a vivere in una sorta di Apocalisse perenne.
Koestler ha detto che la disfatta, a dosi massicce, è una droga pericolosa che
crea dipendenza. E noi stiamo vivendo in un periodo di caos con conseguente
crollo dei valori tradizionali di una civiltà in attesa della fine
dell’interregno. Nascerà un nuovo fermento globale, non un nuovo partito, forse
una setta, “un irresistibile stato d’animo mondiale”. E tutto ciò segnerà la
fine di questa epoca storica.
Koestler scriveva che forse potrebbero esserci ancora uno o due guerre mondiali,
ma non una dozzina, e che il mondo nuovo non sarà quello di Huxley:
> “Hitler ha il merito storico di averci immunizzati contro le utopie
> totalitarie, come una dose di vaccino anti-colerico rende immuni dal colera.
> Non voglio dire che non ci saranno tentativi simili in altre parti del mondo
> durante gli anni di interregno, ma saranno episodi isolati, sintomi
> dell’agonia dell’era che muore”.
Questo nuovo mondo porterà anche a ristabilire un equilibrio tra valori
razionali e valori spirituali. Ma prima, questo interregno “sarà un’epoca di
angoscia e di stridore di denti”, dove i pessimisti si dovranno dedicare
all’azione. Questo nuovo movimento non nascerà da una certa classe operaia o dai
liberi professionisti, ma “arriverà certamente dalle file dei poveri, di coloro
che più hanno sofferto nell’attesa. Il loro scopo principale sarà quello di
creare delle oasi nel deserto dell’interregno”.
D’altronde, di cosa si parla in giro? Di cosa parla il Quarto Stato? Non parla
di Gaza e della Palestina, non parla nemmeno delle ciclabili. Di cosa si parla
in giro? Di cosa parlano i quarantenni e i trentenni di oggi? Gli amici operai
che ho rivisto quest’estate nelle Marche, non i fighetti milanesi, ma il cuore
della (ormai ex) sinistra dell’Italia centrale, non i populisti. No, non parlano
di fascismo, parlano del fatto che noi, la pensione, non la vedremo mai. Parlano
del fatto che se ci ammaliamo e non possiamo andare a lavorare, non mangiamo.
Parlano del fatto che gli stipendi sono ridicoli, che i figli hanno professori
che non fanno più un tubo perché hanno (di nuovo) stipendi ridicoli e perché a
ogni nota o richiamo si ritrovano gli avvocati pronti a fargli il culo. Parlano
del fatto che la direttiva “case green” dell’Europa metterà in ginocchio tutti,
ma proprio tutti. Parlano del fatto che di noi, gente senza figli anche per
scelta, non si occuperà nessuno, che saremo soli, senza soldi, senza casa e
senza pensione e magari pure con un’aspettativa di vita di cento anni (speriamo
di no!). Parlano del fatto che magari la erediterai pure la casa della nonna o
del papino, ma poi, come mangi? Parlano del fatto che i borghi sono vuoti, che
non esce più nessuno, che i ragazzi stanno chiusi in casa a giocare ai
videogiochi o a stare sui social. Parlano del fatto che per le donne è sempre
più difficile trovare un uomo, perché non c’è più in giro nessuno, perché son
tutti divorziati o scoppiati, perché si cerca solo il sesso, perché stanno tutti
sulle App, e chi c’ha voglia di usare le App, a quarant’anni, dai. Parlano del
fatto che se fai un figlio (uno, per carità!) ti chiudi in casa e basta, perché
tanto non c’hai soldi, perché ti passa la voglia di fare tutto, perché sei
stanco. Parlano del fatto che quasi quasi se muori è pure meglio, basta che sia
fulminante, sia mai che poi c’è da pagare il mutuo per chissà quanto altro
tempo. Parlano del fatto che se sei single e ti devi pagare l’affitto da solo, è
meglio che muori, come sopra.
Sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra la passionalità e la
spiritualità, perché anche la politica non diventi più cieca della fede.
Koestler ci racconta che in passato i movimenti rivoluzionari avevano sempre
avuto una base religiosa o quantomeno legami con essa. Fu durante la Rivoluzione
francese che cambiò tutto; fu lei a porre un attacco frontale non solo contro il
clero ma contro Dio, ma gli ideali e i principi possono colmare il vuoto solo
per un breve periodo.
Il socialismo di Marx nacque proprio sulle basi di questa illusione: che la
totale razionalità potesse sostituire l’oppio dei popoli, la religione:
> “Così, mentre nella sfera materiale gli effetti cumulativi dei tentativi della
> sinistra portarono a un lento e costante miglioramento delle condizioni
> sociali, gli effetti cumulativi nella sfera psicologica furono frustrazione di
> deduzione crescenti. Nulla rimpiazzava la fede totale perduta, il credere in
> una realtà superiore, in un sistema fisso di valori etici. Il progresso è un
> mito superficiale, perché le sue radici non sono nel passato, ma nel futuro.
> La sinistra perdeva sempre di più le proprie radici emotive. La linfa vitale
> si inaridiva. […] Siamo stati amputati della fede nella sopravvivenza
> individuale, nell’immortalità di un Io che amiamo e odiamo più profondamente
> di ogni altra cosa, e la ferita di questa amputazione non si è mai
> cicatrizzata. Essere ucciso sulle barricate o morire martire della scienza ci
> dà un certo compenso; ma l’uomo travolto dal tram o il bambino annegato?
> L’uomo medioevale aveva una risposta a questa domanda. Quello che appare come
> un accidente fa parte di un disegno superiore. Il destino non è cieco;
> tempeste, eruzioni, alluvioni e pestilenze, tutto obbedisce a un piano
> misterioso; lassù ci si occupa di voi. Cannibali, eschimesi, e cristiani:
> tutti hanno una risposta a questa domanda tra le domande che, seppur repressa,
> derisa, nascosta con imbarazzo, rimane ancora, in fin dei conti, la regola
> ultima e decisiva delle nostre azioni”.
Quello che sembra rispondere la sinistra riguardo a un uomo investito da un
tram? “In un sistema dei trasporti perfettamente socialista, non ci saranno
incidenti”.
Ed ecco la politica diventare settaria, chiudersi in piccoli circoli, dove
l’importante è mantenere ben salda la propria opinione, anche se sbagliata. Una
resa incondizionata delle facoltà critiche, sintomo della perdita totale del
ragionamento. L’importante è non avere dubbi, perché creano nevrosi:
> “In queste circostanze, quasi tutte le discussioni pubbliche o private con i
> drogati del mito sono votate al fallimento”.
Il dibattito è rimosso, l’obiettività sotterrata, gli argomenti accettati solo
se si adattano al sistema. Perché l’esperienza della libertà richiede troppo
sforzo e attenzione, una presa e un uso di coscienza. Come scriveva anche Max
Stirner ne L’unico:
> “Un partito, di qualunque natura esso sia, non può non pretendere una
> professione di fede. Il principio del partito, infatti, deve essere creduto da
> parte dei suoi membri, che non devono porlo in dubbio o metterlo in questione:
> esso deve valere per loro come cosa certa e indubitabile. Questo significa che
> bisogna darsi a un partito anima e corpo, se no non si è veramente uomini di
> partito, ma invece più o meno egoisti”.
Non ci si auspica un ritorno a un Cristianesimo cieco come quello delle
Crociate, che infatti cristianesimo non era, ma di tornare a comprendere che
solo il mistero è la Spiegazione di tutte le cose, una Spiegazione, come
ricordano i mistici, che non può essere formulata e capita in questo nostro
piano umano. Illudersi che possa farlo la politica è il danno più grande che si
possa fare all’umanità. Dio non è un Dio matematico ma al massimo è un Dio
mistico.
Prima di Cristo, gli schiavi non erano solo schiavi, i poveri solo poveri e le
puttane solo puttane? Non è stato Cristo, se ci pensiamo, ad aver inventato
l’amore? Dopo di lui, tutti hanno potuto essere uguali, per la prima volta, e
avere gli stessi diritti e lo stesso valore, qualcosa d’inconcepibile e
inaccettabile.
C’è un libro che ho amato molto di Steven Pinker, Il declino della violenza, un
saggio che passa in rassegna i secoli della nostra storia, il racconto di come
era lecito uccidere, torturare violentare, fare qualunque cosa andasse contro il
diritto e la dignità umana. Pinker dà il merito di questo alla scienza, alla
scolarizzazione, alla cultura, all’agglomerato urbano che divenne il fulcro
della civiltà, ma si dimentica il messaggio di Cristo. Tutti tendiamo a
confondere la chiesa con il cristianesimo, i cattolici con i cristiani. I danni
fatti dai cattolici nessuno li ha perdonati e probabilmente non li perdonerà
mai. A causa di questo, però, si è perso e dimenticato il messaggio dei Vangeli:
l’amore. Qualcosa che prima non esisteva.
Cristo insegnava ad amare anche il proprio nemico. Questo messaggio d’amore non
può essere sostituito da nessun dogma politico, nemmeno i dogmi religiosi, che
nulla c’entrano con il cristianesimo. La politica propone un amore all’acqua di
rose, non un amore travolgente, di quelli che ti porta a lasciare tutto in nome
di quell’amore. Nemmeno il buddhismo si avvicina al concetto di amore, perché la
vita non è considerata gioia ma sofferenza, qualcosa di cui liberarsi, non di
cui godere nel rispetto di tutti. A un certo punto il buddhismo Mahāyāna si
presentò come una sorta di Vangelo, a differenza del buddhismo Theravāda, che
rimase più “biblico”, nel senso di rigoroso ed “egoistico”. Ma, al posto
dell’amore, il Mahāyāna inserì la compassione, qualcosa di diverso e di lontano
dall’empatia, e, soprattutto, distante anni luce dal concetto di amore.
La Spiegazione, come la chiama Koestler, oggi ha perso il suo carattere
rassicurante, si cerca solo di trasformare lo sconosciuto in conosciuto e
l’estraneo in familiare, eppure, la stessa fisica non è di questo mondo, non può
essere spiegata e capita totalmente con le forme che conosciamo della fisica
classica, perché essa “esiste a un livello differente di organizzazione, i cui
rapporti e le cui relazioni non possono ridursi, né essere previsti sul piano
del macrocosmo”.
Quindi, arrivare a una Spiegazione completa del mondo non è possibile col metodo
della misurazione quantitativa, così come non funzionano le spiegazioni
teologiche del passato:
> “In altre parole, la libertà del tutto è il destino della parte; il solo modo
> per comprendere il destino è quello di comprendere che si è parte di un tutto.
> È precisamente ciò che dice il mistico. Questo non significa che il misticismo
> abbia vinto sulla scienza, ma soltanto riconoscere i limiti della scienza
> all’interno dei suoi propri termini di riferimento”.
Ridurre tutto soltanto a un’ossessione verso i valori etici, rischia di farci
crollare nel nichilismo. La soluzione è applicare i valori della contemplazione
passiva all’azione pratica. Una sintesi tra il santo e il rivoluzionario. Una
contemplazione che liberi dagli ostacoli dei condizionamenti, che non si riduca
in quietismo ma nemmeno in entusiasmo fanatico.
Koestler riconobbe i limiti della scienza, che dovrà lasciare spazio all’altra
via di conoscenza. Il metodo quantitativo ha già raggiunto lo stato di
saturazione, l’unica via ancora percorribile è quella dell’approccio verticale:
> “Raggiungere l’una senza perdere l’altra è forse il compito più difficile e
> necessario che la nostra specie abbia mai affrontato. Ma le pie esortazioni
> non bastano. Per ritrovare la metà perduta della nostra personalità, la
> totalità e la santità dell’uomo, bisogna apprendere l’arte e la scienza della
> meditazione; ma per apprenderla bisogna che ci sia chi l’insegni”.
Queste le parole profetiche di Koestler, che sembra aver previsto l’arrivo e la
diffusione virale della pratica della meditazione in Occidente in questi tempi
moderni:
> “Ma non si può lasciare questo compito alla ciarlataneria dello Yogi da
> giornali, e neppure a filosofi illuminati che dispensano un minimo di
> informazioni sulla tecnica del respiro, con un massimo di enfasi oscurantista.
> […] La contemplazione sopravvive soltanto in Oriente e all’Oriente dobbiamo
> rivolgerci per impararla; ma abbiamo bisogno di interpreti qualificati e
> soprattutto di una reinterpretazione che usi il linguaggio e i simboli del
> pensiero occidentale. Le sole traduzioni sono inutili. Salvo per chi possa
> dedicarvi tutta la propria vita, e per gli snob. I Veda mi annoiano a morte e
> il Tao per me non ha alcun senso”.
Addirittura, Koestler si augura che si possa cominciare a insegnare la
meditazione nelle scuole, cosa che sta realmente avvenendo grazie alla
mindfulness:
> “Non per produrre degli eccentrici, ma per restituire all’uomo la sua
> integrità. E abbiamo tutte le ragioni di desiderarlo seriamente. La crisi
> della Spiegazione ha trovato la sua più violenta espressione nella crisi
> dell’etica nella sua proiezione politica”.
La salvezza della civiltà europea per via (forse) di un’altra guerra totale,
dipende proprio da questa sintesi tra il santo e il rivoluzionario:
> “Non c’è bisogno di un grande acume per rendersene conto, e soltanto l’inerzia
> della nostra immaginazione ci impedisce di crederci – così come in tempo di
> pace non crediamo che possa mai scoppiare una guerra, e durante la guerra non
> crediamo che ci sarà di nuovo la pace. Dietro la voce di Cassandra della
> ragione, c’è in noi un’altra voce soddisfatta e sorridente, che ci sussurra
> all’orecchio la dolce bugia che non moriremo mai, e che domani sarà come ieri.
> È tempo di imparare a non credere più a questa voce”.
Dejanira Bada
L'articolo Rivoluzione totale! Arthur Koestler, il maestro per uscire dalla
trappola di una vita impossibile proviene da Pangea.
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Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a
qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata
dallo psicologo. Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è
necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui
carboni ardenti.
Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di
dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.
Il tempo è poco.
Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il
privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’.
Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio
mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per
contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione.
Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le
colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare
alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare. Non
volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un
po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di
prima.
E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo
Peter Sloterdijk che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà
s’ispira a un passaggio della poesia Il torso arcaico di Apollo di Rainer Maria
Rilke, in cui viene declamato il monito: Devi cambiare la tua vita. Qualcosa che
avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro
interiore, che come ogni degno allenatore può accompagnare verso l’alto soltanto
se l’allievo non smette di desiderare.
L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter
comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che
viene continuamente ripetuto”. Chi vuole scrivere non deve fare altro che
scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole
suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno
10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una
“seconda natura”.
Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per
meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi,
dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”,
per usare il gergo giovanile.
Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione
nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della
storia. Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una
conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una
sovversione.
Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro;
corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che
ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le
chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di
cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il
computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo
ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da
cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.
Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della
casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a
guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro
indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga,
anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza
fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo
nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.
Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle
riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato
Seneca. E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più
grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo
che sente sempre più il bisogno di creare uomini senza refusi, dove la
possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo
interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e
il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile. Che non si perda tempo a fare
gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve
manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in
realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione,
che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire. E già fin da ora,
figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in
seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare
fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con
l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che
l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.
> “Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso
> nasce la “cultura” moderna”.
Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per
andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme
per il corpo, andare dall’estetista.
> “Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei
> propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo
> atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign”
> oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”.
Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto,
l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca dell’Io S.p.a. Ciò che
una volta era santità, oggi è fitness.
Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure
entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea
confusione. L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti
soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una
preparazione all’arte mistica di morire. E questo perché? Perché la paura della
morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.
I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma
il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non
rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la tensione verticale e portano
a evitare passione e sofferenza. Per non parlare della frenesia
dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.
Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di
contemplazione, dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in
ammirazione.
> “Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la
> forma che assume la passione del saper-fare”.
Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé
stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e
strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto.
E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre,
Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua
strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. Avanza.
Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il
sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile,
verso l’elevazione. Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai
libri, alla riflessione e ai trasognamenti. Ambisci al sapere senza il timore di
perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio.Attua una
rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la
banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto,
l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone
abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci
che ti privano dell’anima.
Le cose non possono più andare avanti così.
Il resto, sono solo chiacchiere.
Dejanira Bada
*In copertina e nel testo: opere di Alberto Martini (1876-1954)
L'articolo Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro
l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere proviene da Pangea.
La mia amica aveva appena finito di vomitare sopra a una grata di ventilazione
della metropolitana in Largo Cairoli. Sputò ancora per un po’, si asciugò la
bocca con il dorso della mano, e poi andammo a sederci per terra sul marciapiede
davanti alla porta d’ingresso della Standa – oggi Decathlon – insieme ai suoi
amici punkabbestia e ai loro cani.
“Come stai?”, le chiesi.
“Non ci pensare neanche. Non te la faccio provare. Guarda come cazzo ti
riduce”.
Non se la iniettava in vena, se la fumava dentro alla carta stagnola.
La ammiravo. Volevo essere come lei. Sembrava libera agli occhi di una
quindicenne con un padre che la sera non la faceva ancora uscire da casa.
*
Siamo nella Milano della fine degli anni ’90. Il Luna Park ‘Le Varesine’ aveva
chiuso da poco, lasciando il posto a “via Mike Bongiorno” e ai grattacieli. Alla
Darsena c’erano ancora il parcheggio e la fiera di Sinigaglia, con le bancarelle
di roba dell’usato e i punkabbestia che si ritrovavano al vecchio Mercato
Comunale. Si spacciava e si dormiva sotto ai portici di Piazza Vetra. Si pippava
la Speed sulle panchine della piazzetta davanti alla Basilica di Sant’Eustorgio.
Si andava alla festa della semina e del raccolto al Leonkavallo.
Durante gli anni ’90 i ragazzi si bucavano seduti a terra tra le auto
parcheggiate. Ne vedevo tanti mentre tornavo a casa da scuola in Porta
Venezia, quando Porta Venezia era ancora un quartiere di figli di portinai come
me e di gente bene che convivevano serenamente. Non c’erano ancora locali gay e
ristoranti eritrei. In Buenos Aires i negozi erano negozi di vestiti, e non solo
di cibo, come oggi, e non cambiavano insegna ogni due mesi.
A Milano c’erano pochissimi turisti. La gente visitava l’Italia, ma mica passava
di qui. Per fare cosa?Quando andavi in ferie al mare da qualche parte e dicevi
che eri di Milano, ti pigliavano in giro e ti guardavano con pietà: poveri voi e
la nebbia, poveri voi e il grigiore, poveri voi e lo smog, poveri voi e il
lavoro sfrenato. Poveri voi.
*
I bambini che non avevano i genitori abbienti che li iscrivevano a un’infinità
di sport, avevano il trenino dei Giardini Indro Montanelli e le macchinine al
Parco Sempione. Punto.
C’erano due grattacieli, il Pirelli e la torre Breda, costruita negli anni ’50.
Io sono cresciuta lì dentro. Mio padre faceva il portinaio. Ogni giorno, di
nascosto, andavo al ventisettesimo piano per guardare la città dall’alto. Si
vive meglio con un orizzonte davanti agli occhi da ammirare, lo diceva anche
Thoreau nel suo Walden.
Mi mettevo a piangere ascoltando la musica. Fissavo quei minuscoli serpenti
luminosi scorrere sull’asfalto e spesso pensavo di farla finita. Poi, come
un’astronauta che torna dallo spazio, scendevo sulla terra e diventavo ancora
più consapevole della nostra inutilità e piccolezza. E pensavo: forse è così che
si sentono i ricchi che vivono ai piani alti. Credono di non far parte di questo
mondo, che nulla li tocchi e li riguardi. Stanno sulla Terra giusto per qualche
istante, per sbrigare i loro affari, poi se ne tornano nelle loro torri. E
allora pensavo che bisognerebbe buttarli giù quei grattacieli, e far vivere
tutti allo stesso livello, per non dimenticarci che siamo uguali, invece di
essere disposti a tutto per andare a vivere lassù. Perché poi te lo dimentichi
che non sei nessuno e che nasci e muori comunque a mani vuote.
*
Milano è cambiata dopo l’Expo. Non ce ne siamo accorti subito. È stato come
vivere con una moglie che si trascurava da tempo. Ci siamo guardati attorno, e
improvvisamente ce la siamo trovata invasa da una quantità di persone mai vista
prima che camminava piano, troppo piano, e di gente che fotografava cose.
*
Milano ci ha cambiato.
Milano ci ha sconfitto.
Milano ci ha temprato.
Milano ci ha stancato.
Milano, non ti riconosco più.
*
Milano è come una vecchia donna che si è rifatta, che ha perso il suo fascino ma
che se la tira ancora. Non perde mai la speranza. Al massimo si rifà il look e
si trova il Toyboy.
Milano e la sua mania di risplendere, di nascondere lo squallore, di spostarlo
verso le periferie, manco fosse Parigi.
Milano e le passeggiate a Isola che diventano sfilate.
Milano, che quando vivi in belle zone ti fa sentire addosso gli sguardi della
gente che si chiede subito: “Chi è? Cosa fa? Quanto guadagna per potersi
permettere di vivere lì?”
Milano, che per trovare un po’ di pace te ne devi andare a passeggiare tra i
morti al Cimitero Monumentale.
Milano come una bomba ad orologeria che è pronta a implodere.
La verità è che a Milano non c’era un cazzo di bello, a parte il Castello e il
Duomo. Ora ci sono i grattacieli e quei quartieri che qualcuno ha fatto
diventare “cool” grazie a Instagram.
E poi Armani che muore.
Il Leonka che chiude.
Il Plastic che chiude.
I negozi che chiudono.
I maranza.
I figli di papà.
Le mogli degli uomini ricchi che piazzano bambini come pensione di vecchiaia.
Le case che non si trovano o che costano una follia. La gente costretta ad
andarsene.
Una città che espelle chi l’ha nutrita.
L’aria che non si respira. Le troppe auto. Il caldo che sale dal cemento e ci
soffoca, ci annienta, ci consuma.
Le persone sempre più infelici, sole, nervose, schizzate, di fretta. Non si
rendono conto di scappare da sé stesse.
Milano è il simbolo della fine di un’epoca, di un mondo stanco che non ha più
voglia di appartenere a nessuno se non a sé stesso.
Siamo tutti pronti ad andarcene.
Quando troveremo i soldi e il coraggio.
Dejanira Bada
L'articolo Fine di un’epoca. Milano è il simbolo di un mondo stanco, che non
appartiene più a nessuno proviene da Pangea.
Dove si trova il silenzio? È una condizione che fa parte di questo mondo o
esiste solo nell’universo siderale? Il silenzio si trova nei cimiteri, ci
riguarda o appartiene a un Altrove?
Esiste il silenzio?
A volte sembriamo cercarlo disperatamente, ne sentiamo la mancanza.
Dove abita il silenzio?
Non è un po’ come chiedersi: dove nasce il vento?
Siamo disposti a viaggiare e ad allontanarci molto per provare a stanarlo.
Lo cerchiamo durante i ritiri di meditazione, dove si rimane zitti per giorni, e
quando poi si può ricominciare a parlare, non abbiamo nemmeno tutta questa
voglia di farlo.
Ma il silenzio non è per tutti. Molti si sentono a disagio quando il mondo tace.
Perché il silenzio è anche un invito all’introspezione. Restare soli con sé
stessi può fare molto rumore. Eppure, come scrive il filosofo Peter Sloterdijk
in Devi cambiare la tua vita, al contemplante basterebbe comprendere una
procedura fondamentale che consiste nella “duplicazione di sé”, un metodo per
stare in buona compagnia anche quando si sceglie di ritirarsi dal mondo;
cogliere che dentro si ha già un partner superiore, un angelo, un monitor
spirituale, un genio, un mentore, un custode, un compagno, un guardiano che
protegge e controlla, che esamina e sostiene, senza cercare fuori qualcuno o
qualcosa che compensi la paura. Un nobile osservatore che sorveglia e fa sentire
al sicuro:
> “Chi vuole essere sé stesso sperimenta la presenza del suo altro interiore.
> Per sapere come sta quest’ultimo, occorre un quotidiano esame interiore”.
Il passo successivo, in particolare nei percorsi spirituali orientali, sarà la
fusione con questo Grande Altro o l’eliminazione della dualità tra Sé reale e Sé
ideale.
*
Io stessa ho cercato il silenzio nelle sinuosità del deserto dell’Oman. Ho
esplorato il Negev, il Sahara, il Thar, il Wadi Rum e i deserti americani. E
poi, durante un viaggio nella mia terra natìa, le Marche, ho capito che non
c’era bisogno di andare così distante per sentir dialogare soltanto le stelle
nella notte oscura. Là fuori, lontano dalle città, recuperare il silenzio
diventa di nuovo un’opzione possibile ma che pochi sembrano intenzionati a
perseguire. La maggior parte ha scelto di abbandonare i borghi e le campagne e
di conseguenza il silenzio, perché in pochi hanno ancora insito in sé il
contatto primordiale con la natura, quel luogo dove la solitudine può diventare
contemplazione, dove le parole non servono, perché è più interessante ciò che ha
da dire il mare.
Pensiamo che vivremo meglio silenziando il dolore, non capendo che solo
ascoltandolo e accogliendolo potremo elaborarlo ed evolvere. Ma tutto ciò
diventa possibile solo frequentando il silenzio e lasciando essere le cose così
come sono. È questo a creare fiducia, come scrive la poetessa Chandra Livia
Candiani ne Il silenzio è cosa viva:
> “La maggior parte di noi inizia un percorso meditativo in cerca di pace. Ma
> ben presto ci accorgiamo che quello con cui entriamo in contatto è il caos
> della nostra mente e la ristrettezza del nostro cuore. La pace non è la
> quiete, è piuttosto l’accoglienza dell’irrequietezza”.
Tutto sta nella possibilità di aprirsi a quel conoscere senza pensare.
Ma silenziare il caos vuol dire anche appropinquarsi ad assaporare la morte, la
lacerazione con ciò che consideriamo vita, con l’inizio e la fine di tutte le
cose, con il loro apparire e scomparire, con l’ingannevole sicurezza e l’ignoto.
Non troviamo il silenzio perché siamo distratti.
Viviamo in una società iperconnessa e industrializzata che mette a dura prova il
nostro sistema nervoso. Non siamo più in armonia con la vita, come scrisse la
filosofa e maestra spirituale Vimala Thakar ne Il mistero del silenzio. Se siamo
seduti in silenzio e la mente fa resistenza anche soltanto al suono del pianto
di un bambino, si crea una frizione, che genera irritazione e una reazione, una
resistenza alla vita stessa. Cerchiamo rifugio nella meditazione, nella
concentrazione, ma spesso non basta a trovare sollievo dal trambusto.
Dovremmo soggiornare in uno stato di osservazione consapevole che dovrebbe
accompagnarci durante tutta la giornata per essere in grado di trovare il
silenzio interiore, una condizione di non verbalizzazione, di sradicamento dei
dogmi, dei simboli, di teorie e d’ideologie, di opinioni, credenze e affezioni,
di nomi, di forme, d’identificazioni e di sentimenti; oltre l’io, il me, il mio,
oltre il tempo e lo spazio:
> “Perché il silenzio possa diventare vivo, la totalità del movimento cerebrale
> deve disattivarsi volontariamente”.
Il silenzio giace al di là del noto e dell’ignoto, di ciò che è visibile e
invisibile. Il regno del silenzio è il regno dell’inconoscibile. Come nella via
apofatica del misticismo cristiano di Meister Eckhart e Angelus Silesius,
dell’Anonimo Francofortese e di Margherita Porete, la quale dichiarava: “Il mio
Dio è colui di cui non si può dire parola”. La loro era una via di silenzio e di
contemplazione, dove al massimo si poteva asserire cosa non fosse Dio. Perché se
dici Dio, non è già più Dio, come dichiarava Sant’Agostino.
*
È possibile trovare il silenzio nell’immobilità, nella non-azione, nel
non-pensiero. Ma come si raggiunge il non-pensiero? Con il senza-pensiero,
quando: “Pur essendo di fronte a tutti gli oggetti circostanti, la mente rimane
pura ed incontaminata”, come scrisse Daisetsu Teitarō Suzuki, professore di
Filosofia Buddhista dell’Università di Kyoto in La dottrina zen della
non-mente. Per “oggetti circostanti” s’intendono la coscienza e l’Inconscio:
> “cioè uno stato in cui né pensieri, né coscienza, interferiscono col
> funzionamento spontaneo della mente. Far sorgere pensieri verso gli oggetti
> che ci circondano e trastullarci con false idee su questi pensieri, questa è
> la fonte delle preoccupazioni e delle immaginazioni”.
Cosa vuol dire senza-pensiero?
> “Vedere tutte le cose eppure mantenere la propria mente libera da macchie e
> attaccamenti. Obbligare la mente a non dirigersi verso qualsiasi cosa, questo
> è ‘estirpare i pensieri’”.
Astensione dalle discriminazioni. Pura presenza. Qualcuno potrebbe dire che in
questo modo si rischia di cedere all’annichilimento. Ma l’annichilamento non è
ancora forma e parola? Un grande insegnamento del maestro zen Mazu Daoyi,
parlando di cosa fosse l’illuminazione, fu: “Quando ho fame, mangio e quando
sono stanco, vado a dormire”.
Eihei Dōgen, filosofo, monaco e poeta zen fondatore della scuola Sōtō-shū, in
una poesia scriveva:
> “In primavera i fiori
> in estate il cuculo e
> in autunno la luna.
> Nel freddo inverno
> la neve chiara e pura”.
Ecco l’essenza della vita, la necessità di smettere di classificare,
concettualizzare, teorizzare e interpretare. D’altronde, anche William
Shakespeare in Romeo e Giulietta scrisse: “Romeo, perché ti chiami Romeo? Cambia
il tuo nome. In fondo, che cos’è un nome? Quella che noi chiamiamo una rosa, con
qualsiasi altro nome, profumerebbe altrettanto dolcemente”.
Cosa? Perché? Dove? Come? Queste non sono domande utili per la comprensione
della vita. Non sarebbe più utile prendere una tazza di tè seduti nel silenzio
del senza-pensiero anziché inseguire le deviazioni della mente? Guardando fuori,
poi dentro, poi di nuovo fuori, e capire che non c’è frammentazione.
Il silenzio è una forma di libertà e una via di vulnerabile accuratezza.
*
Il compositore John Cage – famoso anche per il brano 4’33, in cui l’orchestra
non deve suonare – ha sempre inserito lunghe pause tra le note, pause che
ricordano anche i momenti di sospensione tra un respiro e l’altro, tra
un’inspirazione e un’espirazione, come a evidenziare la rilevanza del silenzio.
Un silenzio che, in realtà, non esiste, non è mai esistito e mai esisterà. Anche
in una camera anecoica completamente insonorizzata c’è sempre qualcosa anziché
nulla: non ci sono rumori esterni di nessun tipo… ma ecco il suono del nostro
respiro, del sangue che scorre nelle vene, il battito cardiaco, il ronzio nelle
orecchie, magari anche un acufene.
Il silenzio non esiste. Perlomeno la totale assenza di rumori. Ma può esistere
il silenzio della mente, e Cage, con le sue pause, ci fa cogliere proprio questa
consapevolezza: la presenza mentale e la pace, giacciono in quello spazio vuoto,
in quella pausa tra un pensiero e l’altro, tra la nascita e la morte di un
giudizio. Solo una mente non discriminante può provare l’ebrezza della calma.
Ci sediamo a meditare, e veniamo invasi da pruriti, dolori, pensieri nefasti,
immagini, ricordi, idee. Nel libro Silenzio, John Cage scriveva: “Un complesso
d’archi, un tramonto, ciascuno agisce”. Si tratta di accettare che un suono è un
suono e un uomo è un uomo, senza illusioni sull’ordine e orpelli estetici che
abbiamo ereditato. Si tratta di considerare profondo l’ascoltare così come lo
starnutire. Si tratta di saper vedere, e cioè riconoscere, comprendere, sentire
nel cuore, sperimentare in prima persona.
*
E allora, dove cercare il silenzio? L’unica risposta plausibile è di non
cercare. Questa è la via maestra dei meditanti più esperti. Può sembrare troppo,
incomprensibile, ma intanto – per una volta – proviamo a incamminarci senza
pensare alla meta. Una via di apparente improvvisazione che in realtà cela un
programma di allenamento degno della più alta acrobatica spirituale. Perché
dietro alla capacità di tacere e di silenziare i condizionamenti mentali, c’è
sempre molta prassi ed esercizio, c’è dedizione e vocazione, intenzione ad
abbandonare e a lasciar andare. La capacità di assaporare un vero silenzio
interiore è direttamente proporzionale al saper camminare sulla fune della
meraviglia del vuoto.
Dejanira Bada
*In copertina: Philippe Petit durante un servizio fotografico nel dicembre del
1989 ritratto da Annie Leibovitz
L'articolo Camminare sulla fune, ovvero: esercizi per assaporare il silenzio
proviene da Pangea.
Nel 1937, Simone Weil trascorse due giorni ad Assisi: “Mentre mi trovavo da sola
nella piccola cappella romanica del XII secolo all’interno di Santa Maria degli
Angeli, incomparabile meraviglia di purezza, dove san Francesco ha pregato tanto
spesso, per la prima volta nella mia vita qualcosa più forte di me mi ha
obbligata a mettermi in ginocchio”.
Questa è l’esperienza di Simone nella Porziuncola, quella piccola chiesetta di
pietra che si trova all’interno della maestosa Santa Maria degli Angeli. Un
luogo di pellegrinaggio e preghiera che recentemente ho voluto visitare anch’io
proprio per capire l’esperienza della Weil.
> “Ad Assisi sono completamente scomparsi dalla mia memoria Milano, Firenze,
> Roma e tutto il resto, tanto sono stata affascinata dalle campagne così dolci,
> così miracolosamente evangeliche e francescane, dalle chiese così incantevoli,
> da tanti ricordi felici e da quei nobili esemplari della specie umana che sono
> i contadini umbri, una razza ricca di bellezza, di vigore fisico, di gioia, di
> dolcezza. Non avevo mai sognato un paese così meraviglioso”.
Simone Weil la filosofa, la mistica, l’anarchica, l’operaia per scelta, la non
più ebrea, la malata, la donna che scelse l’adesione alla miseria per
avvicinarsi a Dio, che capì presto quanto fosse necessario fare “vuoto” per fare
spazio a Lui, negare se stessi, ammettere che l’universo è assolutamente privo
di finalità e che in questa assenza sta l’essenza del mondo, la bellezza pura, e
che per non cedere alle passioni è necessario esercitare l’attenzione, la
responsabilità, portare il corpo alla disintegrazione.
> “Ad esempio, mi sono sempre proibita di pensare al futuro, ma ho sempre
> creduto che il momento della morte sia la norma e la meta della vita. Pensavo
> che per coloro i quali vivono come si conviene sia l’istante in cui, per una
> frazione infinitesimale di tempo, la verità pura, nuda, certa, eterna penetra
> nell’anima. Posso dire di non aver mai desiderato per me alcun altro bene”.
L’ascesi come fortificazione e non come mortificazione. Proprio ciò che scelse
di fare Simone anche in punto di morte: portare la propria croce. In preda a una
tubercolosi, poco più che trentenne, si lasciò anche morire di fame: “Trovo
conforto soltanto nel ricordo delle voluttà sia spirituali sia fisiche che
sorgono durante la sofferenza fisica. Sono brevissime, e tuttavia di una tale
intensità da equivalere a un lungo benessere. Lo so per esperienza, e suppongo
che sia così per tutti”.
Perché la malattia offre la condizione ideale per l’ascesi e per raggiungere
Dio. Per scorgerlo bisogna sottrarsi al mondo.
Per riuscire a vedere è necessario essere consapevoli. L’attenzione è la più
alta forma di preghiera. Scriveva Simone Weil nel suo Attesa di Dio:
> “L’attenzione è distaccarsi da sé e rientrare in sé stessi, così come si
> inspira e si espira. Venti minuti di attenzione intensa e senza fatica valgono
> infinitamente più di tre ore d’applicazione con la fronte corrugata, che fanno
> dire, con la sensazione di aver fatto il proprio dovere: «Ho lavorato sodo».”.
Attenzione come sospensione del proprio pensiero, come possibilità di lasciarlo
andare, renderlo disponibile, vuoto, in attesa, senza nulla da cercare, pronti
ad accogliere la nuda verità dell’oggetto che sta per penetrarvi.
Weil recitava il Pater ogni mattina come una vera e propria pratica di
meditazione, una pratica del verificare, un sacramento, una veglia: “Se mentre
lo recito la mia attenzione divaga o si assopisce, anche solo in misura
infinitesimale, ricomincio daccapo fino a che non abbia ottenuto per una volta
un’attenzione assolutamente pura”.
Simone considerava Meister Eckhart un autentico amico di Dio che diceva e
scriveva parole udite nel segreto e nel silenzio anche quando queste non
concordavano con l’insegnamento della Chiesa, consapevole che il linguaggio
della pubblica piazza non può essere come quello della camera nuziale.
Anche lei “andava stretta” alla Chiesa. Era una che ripudiava le Crociate e
l’Inquisizione, che non aveva bisogno d’intermediari per sentire Dio, i cui
figli dovrebbero avere come unica patria l’universo: “Le cose meno vaste
dell’universo, nel novero delle quali è la Chiesa, impongono obblighi che
possono essere molto estesi, ma fra i quali non c’è quello di amare”.
Per Simone nelle parole “sia fatta la tua volontà”, c’era già ogni cosa, perché
se pronunciate con tutta l’anima, implicavano la totale accettazione della
volontà divina:
> “Bisogna quindi amare assolutamente tutto, nell’insieme e in ogni dettaglio,
> compreso il male sotto qualsiasi forma, e in particolare i peccati commessi,
> posto che siano trascorsi (mentre bisogna odiarli se la loro radice persiste),
> le proprie sofferenze passate, presenti e future, e – di gran lunga la cosa
> più difficile – le sofferenze altrui, posto che non si sia chiamati ad
> alleviarle. In altre parole, bisogna sentire la realtà e la presenza di Dio
> attraverso tutte le cose esteriori senza eccezioni, con la stessa chiarezza
> con cui la mano avverte la consistenza della carta attraverso il portapenne e
> la penna”.
Viviamo nell’attesa di compensare le nostre mancanze, i nostri vuoti, in balìa
delle circostanze, sperando sempre in qualcosa di meglio, che le cose
cambieranno, miglioreranno, e che la permanenza della nostra personalità
perduri, ma Weil ci ricorda che la paura dell’imminenza della morte è legata
soprattutto a questo: non avremo tempo, non è mai stato questo il senso, tali
compensazioni non arriveranno mai: “L’umiltà consiste nel sapere che in questo
mondo tutta l’anima – non solo il cosiddetto io, nella sua totalità, ma anche la
parte soprannaturale, ovvero sia Dio in essa presente – è sottomessa al tempo e
alle vicissitudini del mutamento”. La parte mediocre del nostro io non teme la
fatica e la sofferenza, teme soltanto di essere uccisa.
Le fede consiste nella “visione delle cose invisibili”, come diceva San Paolo.
Non c’è mai nulla da cercare, la salvezza opera nella mancanza di attività. È
Dio che cerca l’uomo, non il contrario.
> “Se Dio, dopo una lunga attesa, lascia vagamente intravedere la sua luce
> oppure si rivela in persona, è soltanto per un istante. Poi bisogna rimanere
> di nuovo immobili e attenti, aspettare senza muoversi, chiamando solo quando
> il desiderio è troppo forte”.
La necessità cieca è l’unica strada per accorciare la distanza e avvicinarsi, e
amare la propria Croce.
> “L’anima è là dove si intersecano la creazione e il Creatore. Quel punto
> d’intersezione è il punto d’incrocio dei bracci della Croce”.
L’unica vera parola di Dio è il silenzio.
E dopo aver letto e amato la Weil e il suo Attesa di Dio, eccomi partire per il
mio viaggio, e scoprire che si arriva ad Assisi come osservatori. Si guardano
gli altri compiere riti, gesti scaramantici, cedere a superstizioni, intrecciare
mani in preghiera o lasciare che tocchino statue, altari, pietre, tombe di
cadaveri mummificati. Mani che scrivono, che asciugano lacrime che sgorgano da
occhi in preda all’estasi.
E poi quel richiamo continuo, necessario e imprescindibile, al silenzio che
aleggia in tutta la città, in ogni chiesa, in ogni giardino, dai cartelli o dai
microfoni.
Si guardano, si osservano e si giudicano gli altri, ma poi si finisce noi stessi
in lacrime sotto al peso della stanchezza della vita nella sublime basilica di
San Francesco, sentendo forte e chiara la propria piccolezza, ma non
l’inutilità.
Si sente la sofferenza sgorgare dall’acqua salata, e quanto solo l’amore conti,
e quanto coraggio e forza questo richieda, quanto impegno, che sia amore per Dio
o per la persona che si ha accanto.
Nella Porziuncola ho sperimentato io stessa l’importanza dell’inginocchiarsi per
testare la scomodità e la vividezza del dolore, ascoltando la messa, recitando:
Padre Nostro “che sei nel segreto”.
Il distacco da sé come riflesso di Dio.
Il legno, le ginocchia e le anime che scricchiolano.
Il tempo che cessa di esistere.
Gli uomini più vigorosi e gli storpi che tornano a essere uguali.
L’ordine che regna sovrano nel silenzio del crepuscolo.
La pietra che protegge.
Il piccolo che si fa grande.
Il fremito della malattia.
I cuori spezzati.
Le ferite che s’innalzano sopra al capo di ogni uomo e che splendono di
fervore.
Le preghiere sussurrate.
L’attesa come stato di grazia.
Continuare ad amare anche nella sventura.
Il bisogno disperato di farsi perdonare e di perdonare.
Gli errori pagati cari.
Il dono di chi crede e la speranza di chi dubita.
L’immenso divenire.
La patria dell’eterno momento presente.
Il timore della morte che cela nostalgia di casa.
Un viaggio ad Assisi si può trasformare da attesa a incontro con Dio.
Dejanira Bada
L'articolo “Bisogna quindi amare assolutamente tutto”. Ad Assisi, con Simone
Weil proviene da Pangea.
Un giorno dovremo fare nuovamente i conti con il vuoto.
Immaginate di svegliarvi, dopo l’ennesima notte inquieta in preda alle
preoccupazioni, e di non dover più lavorare. Mai più. Nessuno di voi –
quantomeno la maggior parte. Siete dei cassieri? Fotografi? Avvocati? Broker?
Videomaker? HR? Scrittori? Segretari? Magazzinieri? Potrei andare avanti a
lungo… ebbene, una mattina, l’Intelligenza artificiale vi avrà sostituito.
Tutti. Ma proprio tutti.
Cosa farcene del tempo?
Siamo la società dell’iperconnessione, del brain rot, del burn out, della
stanchezza, dell’angoscia (per citare i titoli di alcuni libri del filosofo
Byung-chul Han).
Un bel giorno potremmo scoprire che il mondo può fare benissimo a meno di noi.
In realtà ha sempre potuto fare a meno di noi, ma almeno, prima, avevamo una
parvenza di utilità.
Tanti finiranno sul divano come Homer Simpson, altri s’inventeranno nuovi lavori
o si formeranno. Altri diventeranno dispensatori umani di abbracci o di grattini
(ah, ci sono già), in un mondo sempre più freddo, ostile e tecnologico.
Siamo pronti?
Avremo tempo, molto più tempo, e questo tempo ci metterà a disagio, in
soggezione. Saremo obbligati a fermarci, a porci domande che non avevamo mai
avuto il coraggio di porci, un po’ come avvenne durante il lockdown, ma
all’ennesima potenza. Non a caso, proprio dopo il Covid, in America e in Europa
è nato quel fenomeno detto Grandi Dimissioni.
Fermarsi implica il sentire. È quello che avviene quando si medita: la gente si
siede, porta l’attenzione al respiro, e si stupisce di non rilassarsi, di non
sentirsi bene, di non levitare da terra. Come mai? Perché non succede quello che
si vede nelle pubblicità o sui video sui social? Perché non sorrido beatamente
volteggiando tra gli arcobaleni? Perché continuo a sentire? Anzi, sento di
più.
Perché meditare vuol dire imparare a entrare in contatto con il vuoto.
L’uomo avrà di nuovo tempo, e si ritroverà a fare i conti con sé stesso. Come
disse Filosofia a Boezio mentre era imprigionato in attesa della condanna a
morte: “Ora so quale è la causa più grave del tuo male: non sai più chi sei”.
La filosofia, proprio lei, che abbiamo relegato in soffitta, ma che ora ci
converrà recuperare, perché potrà esserci utile più che mai, più che in
qualunque altra epoca storica.
La contemplazione potrebbe diventare una componente imprescindibile nella vita
di un uomo. E così l’arte, la letteratura, la poesia, la musica. Avremo tempo
per pensare, per il riposo, per il silenzio, per coltivare l’orto, per
passeggiare, per la preghiera, per meditare, per dipingere, per scrivere e
creare, per reimparare a sognare, senza perché. E non più solo per vendere e
diventare famosi, ma per il gusto del puro atto in sé. E la scuola tornerà a
insegnare e a far riscoprire tutto questo. Dovrà farlo.
Questa è la versione ottimistica. In quella pessimistica, tanti si suicideranno.
Molti impazziranno. Non troveranno più un senso. Il Fentanyl andrà via come il
pane, molto più di adesso. Diventeremo molto più dipendenti dalle droghe,
dall’alcol, dal sesso, un piacere caduco, che non si farà più per procreare ma
per rammentarci la rilevanza della fusione di due respiri affannosi. La
sensazione di vivere.
Ci butteremo via dentro ai videogames, atrofizzati nella realtà virtuale. Non
usciremo più di casa. Non servirà più. Non servirà più esistere in quell’Aperto
– per citare Rilke e la sua Ottava Elegia – che in realtà non siamo mai stati
capaci di abitare:
> Con tutti gli occhi la creatura vede
> l’aperto. Gli occhi nostri soltanto
> son come rivoltati e tesi a lei intorno:
> trappole al suo libero cammino.
> Ciò che è fuori, puro, solo dal volto
> animale lo sappiamo; perché già tenero
> il bimbo lo volgiamo indietro, che veda
> ciò che ha forma, e non l’aperto che
> nel volto animale è sì profondo. Libero da morte.
> Questa solo noi la vediamo; il libero animale
> ha sempre dietro di sé il suo tramonto
> e a sé dinanzi Dio, e quando va, va
> nell’eterno; come vanno le fonti.
>
> Noi non abbiamo mai, neppure un giorno
> lo spazio puro innanzi, nel quale all’infinito
> si schiudono i fiori. È sempre mondo
> e mai non-luogo senza non: il puro,
> incustodito, che si respira,
> si sa infinitamente e non si brama. Da bimbo
> in questo si perde uno in segreto e
> viene scosso. O un altro lo è morendo.
> Poiché vicino a morte più non si vede morte,
> si guarda fisso fuori, forse con sguardo grande d’animale.
> Gli amanti, se non ci fosse l’altro che
> la vista preclude, sono prossimi a questo e hanno stupore…
> quasi per una svista, per loro dietro l’altro
> si schiude l’aperto… di là da lui però
> nessuno libero avanza ed è di nuovo mondo.
> Alla creazione sempre rivolti, solo
> specchiato vediamo in esso l’aperto,
> oscurato da noi. O che un animale, muto,
> alza lo sguardo, che quieto ci traversa.
> Questo è destino: esser di fronte
> e poi null’altro e di fronte sempre.
Tornerà anche il bisogno di Dio? Sappiamo che ha perso rilevanza non solo in
Occidente ma anche nei paesi del Terzo Mondo. Ha avuto il suo appeal per
millenni, soprattutto nei paesi poveri. Il concetto di liberazione dopo la morte
dal ciclo delle reincarnazioni è nato in Oriente anche a causa di malattie,
pestilenze, carestie e povertà che hanno sempre fatto pensare alla vita come a
un inferno in Terra. E ancora oggi, per la maggior parte delle persone, la vita
non è un meraviglioso viaggio di cui fare esperienza, è un incubo da cui
liberarsi il prima possibile. La favola della “vita che vale sempre la pena di
essere vissuta a ogni costo” è figlia del capitalismo occidentale. La felicità
fa vendere, fa consumare, fa guadagnare. Tutto il pensiero orientale, il
cristianesimo e anche lo stesso ebraismo e islamismo, non vedono la vita come
qualcosa di cui fare tesoro, ma solo come un passaggio, spesso disastroso e
durissimo, in attesa di condizioni migliori o dell’estinzione. Oggi, però, si
crede sempre meno in un Dio che premierà i poveri e gli umiliati e offesi e in
un paradiso che pacificherà le anime sofferenti.
Ma a parte il tempo, il vuoto, la filosofia, l’autodistruzione, Dio: con che
soldi vivremo?
Sembra un’utopia, una fantasia di poco conto. Eppure, come scritto in un
articolo de “L’Internazionale”, tutto questo potrebbe diventare realtà in tempi
molto brevi. Come ci sostenteremo? Con una cosa che per molti ha un suono
aberrante: il reddito universale, o basic income, che non è il reddito di
cittadinanza (che è stato gestito malissimo e ha affossato qualunque possibilità
di dialogo sul reddito universale).
Sono già stati fatti i primi esperimenti in Texas e Illinois, finanziati e
ideati da Sam Altman, fondatore di OpenAI, grazie alla sua organizzazione
no-profit OpenSearch: dare mille euro al mese a un gruppo di persone a basso
reddito selezionate per la ricerca, per circa due anni. Il gruppo di controllo
ha ricevuto cinquanta dollari al mese.
I risultati? Non sono stati catastrofici come si potrebbe pensare, anzi. Come
scritto in un articolo sul “Corriere della Sera”, il gruppo che ha ricevuto i
mille euro ha lavorato circa 1,3 ore in meno a settimana. Alcuni hanno chiesto
di avere più tempo libero da dedicare alla famiglia. Si sono spesi più soldi per
le cure mediche, il cibo, l’affitto. Sono aumentate del 5% le probabilità di
avere un’idea per un’attività imprenditoriale e del 14% quelle per proseguire
gli studi o fare formazione. Le persone non sono rimaste sul divano a non fare
nulla, hanno ricominciato a programmare, ad avere idee, a fare progetti, a
formarsi, a migliorarsi; hanno potuto dedicarsi alla salute e al benessere,
vivendo con meno stress per paura degli imprevisti.
Altman dice che l’AI è già pronta per effettuare una sostituzione di massa. Ma
chi glielo dice ai governanti di destra o di sinistra che parlare di pensioni,
di salario minimo, di flat tax ecc. è già roba vecchia?
Emanuele Murra – ricercatore e docente di storia e filosofia –, in un’intervista
rilasciata a “Slow News”, ha parlato così del reddito universale:
> “La definizione minima di reddito di base è quella di un trasferimento
> monetario finanziato con la fiscalità generale, erogato da un’autorità
> pubblica. Si tratta di un reddito su base individuale, che non dipende dalle
> condizioni economiche dell’individuo e che non presenta esigenze di
> contropartite. Questo è ciò che rende unico il reddito di base universale. Il
> principio del basic income è «l’idea di libertà: cioè che ogni cittadino deve
> avere i mezzi per vivere in modo libero e dignitoso, indipendentemente dai
> comportamenti, dalle scelte e dalle condizioni personali di vita»”.
Tutto questo permette di ripensare totalmente il concetto di lavoro, definendolo
non come una necessità ma come un valore aggiunto alla mia vita.
Forse verrà anche finanziato con patrimoniali, tasse sugli extra profitti o
sulle eredità, o con la ricchezza generata proprio dall’AI. Parole che non
scandalizzeranno più come oggi, perché i ricchi non potranno più essere così
ricchi se non esisteranno più i consumatori, dato che non ci saranno più i
lavoratori.
Il reddito di cittadinanza portava a dover rinunciare al reddito per “scegliere”
un lavoro di otto ore non soddisfacente e sottopagato che portava via tempo alla
vita. Il reddito universale, invece, potrà continuare a essere percepito
nonostante il lavoro che si troverà o che si sceglierà di fare. Rinunciare a
quelle otto ore di tempo comporterebbe comunque un reddito che vale il doppio.
È una follia? Sarà un cambio di paradigma? E se questa possibilità non fosse
così assurda e nemmeno così lontana? Il tema della povertà sarà la vera urgenza
in un mondo in cui il lavoro come lo conoscevamo non esisterà più, forse più
urgente del tema di quel tempo vuoto che avremo a disposizione e che dovremo
imparare a riempire. Forse sarebbe il caso di aprire una discussione seria, una
riflessione.
Quando il tempo a disposizione sarà tanto ma il cibo scarseggerà anche per
coloro che fino a poco tempo fa si potevano considerare benestanti, che cosa
accadrà? E in fondo, non sta già succedendo? Non siamo già a quel punto? Non
siamo già in ritardo?
Dejanira Bada
*In copertina: un’opera di Yves Klein
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