
“Non ho mai letto le mie poesie in pubblico”. Philip Larkin Anthology
Pangea - Monday, June 22, 2026I due poeti più rappresentativi della letteratura inglese del secondo Novecento, Philip Larkin e Ted Hughes, sono assenti dalle librerie italiane. Pare un paradosso – è il metro di misura della virginale marginalità della poesia nostra: conosciamo minutamente cosa pubblica il vicino di casa, ignorando i grandi, grandissimi poeti del resto del mondo. Il paradosso si complica sul piano editoriale. Di recente Mondadori ha tradotto i romanzi di Larkin – Jill e Una ragazza d’inverno –, secondari rispetto al resto della sua opera: le raccolte poetiche sono pressoché irreperibili – Finestre alte, per dire, esce nel 2002 per Einaudi. Per Ted Hughes vale lo stesso concetto: si trovano i libri ‘per ragazzi’ – Com’è nata la balena e altre storie, ad esempio, stampa sempre Mondadori –, meravigliosi ma pur sempre alla provincia del suo impero verbale, sono introvabili i libri in versi, tumulati nel costoso ‘Meridiano’ del 2008.
Non potremmo pensare a poeti così diametralmente opposti. Se Ted Hughes è selvatico, sciamanico, sciamannato, Philip Larkin è rigoroso, arguto, cinico. Ted Hughes scrive di bestie e di riti ancestrali, di fiumi e di boschi, mentre la poesia di Larkin è ‘da camera’: Larkin anatomizza i vizi dell’uomo, è affascinato dai singoli, morbosi dettagli della creatura chiamata uomo. Ama il grigio, Larkin – e le sue più torbide sfumature. Al contrario, Hughes vuole il sangue, il dio decollato, la forsennata danza.
Nel 2008 Philip Larkin è stato eletto dal “Times” the Greatest British Writer Since 1945. Sotto di lui, stazionano George Orwell e William Golding. In questa speciale classifica, J.R.R. Tolkien sonnecchia al sesto posto; Ted Hughes si ferma al quarto. Philip Larkin era morto da tempo: dal dicembre del 1985 le sue spoglie riposano al cimitero di Cottingham. Sulla lapide, pallida, priva di orpelli, monastica, c’è scritto semplicemente Writer. L’anno prima, aveva rifiutato l’incarico di ‘Poet Laureate’: non voleva fosse funestata la propria privacy. Rifuggiva dai fari e dai vampiri della fama. Il ruolo fu accettato, con estro, da Ted Hughes, poeta dal physique, che ama spiazzare il pubblico. La pubblicazione postuma delle lettere di Larkin ne scalfì la reputazione: i critici diagnosticarono che il grande poeta era un misogino, un razzista, un ilare diavolo. Scapolo, non bello, Larkin ha coltivato relazioni ambigue con un nutrito numero di fanciulle: la rete pullula di pettegolezzi. I fatti privati, tuttavia, non hanno incrinato la considerazione letteraria: Philip Larkin è considerato il più autorevole e influente poeta inglese del secondo Novecento. Che non esista in Italia un volume delle sue opere – ci aveva tentato Silvio Raffo, per Adelphi, qualche decennio – è culturalmente scandaloso.

Larkin amava il jazz, di cui scriveva con consolidato humour. Giocava a fare il super partes, il poeta partigiano di se stesso, l’assolutamente altro – penetrare nella rete delle sue reticenze è soffocante. Così, ad esempio, in un discorso pubblicato nel 1977 sul “TLS”, Subsidies and Side Effects:
“…devo ammettere con un po’ di vergogna di non aver mai letto le mie poesie in pubblico, di non aver mai tenuto conferenze sulla poesia, di non aver mai insegnato a nessuno a scriverla”.
Mentre lavorava come bibliotecario presso la Brynmor Jones Library dell’Università di Hull, già autore di raccolte a loro modo decisive – The Less Deceived, 1955 e The Whitsun Weddings, 1964 –, Philip Larkin fu incaricato dalla Oxford University Press di costruire una grande antologia della poesia inglese contemporanea. The Oxford Book of Twentieth-Century English Verse uscì nel 1973, con la pretesa di essere un’antologia destinata a ‘restare’. Larkin lavorò in modo diametralmente opposto a William Butler Yeats, uno dei suoi totem, che nel 1936 per lo stesso editore aveva forgiato l’Oxford Book of Modern Verse. In quel caso, WBY pontificava, pur con brio, come sempre – dal pulpito delle quaranta pagine introduttive – e santificava, antologizzando, tra poeti titanici e audaci scoperte, amici – Margot Ruddock e Shri Purohit Swami, ad esempio –, traduttori, tradotti (Tagore, per dire). Insomma, si trattava di un’antologia autorevole bensì autoriale. Philip Larkin costruisce un’antologia oceanica – ai 97 poeti spigati da Yeats ne contrappone 207 –, con pochi fronzoli. L’introduzione, di una pagina e mezza, avvisa che il poeta non ha “incluso poeti americani o del Commonwealth” (ergo: manca Ezra Pound; ma c’è Derek Walcott) né “traduzioni, in quanto poesia che si basa su altra poesia”. Soprattutto,
“ho optato per una rappresentanza ampia prima che approfondita – nell’idearla, non ho agito criticamente o storicamente, ma come uno che ha avuto l’obbiettivo di riunire il maggior numero di poesie gradevoli alla lettura, in grado di dare piacere ai lettori”.
Buon senso, arguzia ‘borghese’ – il piacere inteso come gradevolezza e passatempo – e sagacia distinguono il lavoro di Larkin. Naturalmente, ogni scelta cela una poetica. Poco avvezzo ai fasti del ‘modernismo’, Larkin antologizza, con larga messe lirica, Thomas Hardy, Rudyard Kipling, Yeats e Edward Thomas; preferisce John Masefield e D.H. Lawrence, Rupert Brooke e Robert Graves ai paladini delle nuove forme liriche. A chi legge questo foglio telematico, non suonerà stravagante la predilezione di Larkin per Dorothy Wellesley, Hugh MacDiarmid e Roy Campbell: sono autori con cui ormai bisogna fare i conti. Tra i suoi ‘prossimi’, Larkin amava John Betjeman, Wystan H. Auden, Thom Gunn. Tra gli amici – dall’importante pedigree – spiccano Kingsley Amis (più noto come romanziere) e Robert Conquest; Ted Hughes è antologizzato con cinque poesie, non certo le più belle; Larkin si autoantologizza con sei testi.
Nella breve rassegna che segue, abbiamo estratto gli autori meno noti: da un lato, perché siamo attratti da ciò che non conosciamo – su William Henry Davies, il poeta che attraversò l’America da senzatetto, torneremo –, dall’altro perché è bello osservare da vicino i sobbalzi della sorte. Alcuni poeti, noti o notissimi ai propri tempi, ora giacciono tumulati nell’oblio – forse la poesia invecchia?, forse non ci sono più le ragioni sociali per accettarla?, forse anche la letteratura è preda delle belve del caso e del caos? Intanto, leggiamo – soltanto dopo anni, alcuni poeti, ci appaiono supremamente nuovi.

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W.H. Davies
(1871-1940)
Malvagità
Mentre la gioia elargiva stelle alle nuvole
che brillavano bramose ovunque guardassi
e ai vitelli tremavano le gambe
eccitati perché succhiavano il latte;
mentre ogni uccello era assorto nel canto
senza ragionare sul male o sul torto –
voltai la testa e vidi il vento
non lontano da dove mi trovavo
che trascinava il grano per i capelli d’oro
in un bosco oscuro e solitario.
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Wilfrid Gibson
(1878-1962)
Lamentazione
Noi che siamo qui, come possiamo
guardare ancora il sole e ascoltare la pioggia
senza ricordare chi non c’è più, senza
rimpinguarci del rimpianto per chi ha speso
tutto per noi e come noi amava il sole e la pioggia?
Un uccello canta tra i lillà inumiditi
di pioggia – come possiamo ancora
rivolgerci alle più piccole cose, agli uccelli
al vento e al fiume, resi sacri dai loro
sogni, senza udire il dolore che batte
nel cuore di tutto?
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Joseph Campbell
(1879-1944)
La vecchia
Come una bianca candela
in uno spazio sacro
è la bellezza
di un volto invecchiato.
Pari alla radiosa risacca
del sole in inverno
è la donna dopo
il travaglio.
I figli l’hanno abbandonata
i suoi pensieri sono immobili
come le acque sotto
un mulino in rovina.
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F. W. Harvey
(1888-1957)
Novembre
Si è impiccato – il Sole.
Pende
come uno spaventapasseri.
È morto per amore – il Sole
che tra i grovigli del bosco
onorava ogni bella forma.
Quel grande amante – il Sole
ora riempie
il bosco di chiazze di sangue.
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Stella Benson
(1892-1933)
Ora non ho nulla. Neppure la gioia dei perduti –
sto perdendo anche i sogni. So
soltanto questo: usi il mio cuore
come la pietra su cui poggiare i piedi.
Sono felice – felice – che tu abbia scelto questa pietra.
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Edward Shanks
(1892-1953)
A cena
Sbattete il coltello sul piatto e la forchetta sul bicchiere
perché dobbiamo cenare: fate rumore, più che potete.
L’ufficiale è triste in viso: cantate una canzone
tiratelo su di morale, perché anche lui deve mangiare.
Marciate in sala da pranzo, fate tremare i tavoli
come una dozzina di mitragliatrici in una sanguinosa
battaglia, usate le forchette come fucili e i piatti come
tamburi, fate un baccano infernale, ecco, arriva la cena!
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Richard Church
(1893-1972)
Prudenza
Negli affari d’amore, sii prudente
non accettare in cambio
un amore capace di vivere
quando il tuo avrà cessato
di ardere – negli ultimi
anni di vita potresti
incontrare il fantasma
di chi hai frantumato
in un istante – Dio ti protegga
in quel giorno fatale.
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Roy Campbell
(1901-1957)
Su alcuni romanzieri sudafricani
Lodate la ferma moderazione con cui scrivono –
Concordo con voi, ovviamente:
usano il morso e il freno con sapienza
ma dov’è finito il cavallo?
*
Su altri
Lontano dai volgari luoghi frequentati
dagli uomini, siedono nelle loro
aule della celebrità. Proprietari
di ville con fontane, scrivono
romanzi con la scopa.
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Kathleen Raine
(1908-2003)
Il mondo
Brucia nel vuoto
nulla lo regge
continua il viaggio.
Viaggia nel vuoto
il fuoco lo regge
nulla è immobile.
Viaggia bruciando
lo regge il vuoto
ma non è il nulla.
Il nulla viaggia
vuoto che brucia
retto dall’immobilità.
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C. H. Sisson
(1914-2003)
Al tempio
Con chi parlano al tempio?
Se ci fosse una risposta, diremmo
che si tratta di una conversazione, ma è proprio
perché non c’è nulla che sono incantati.
Chi non risponde è la risposta alla preghiera.
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Robert Conquest
(1917-2015)
Uomo e donna
Sobrio, la pensa; così, si ubriaca di lei.
Ubriaco, piange per lei. Stremato, dorme
e si sveglia memore dell’assenza.
Gli alberi si muovono sordi nel vento totem;
il giusto equilibrio tra simbolo e senso
si dissolve nel silenzio.
Certi virus causano un dolore peggiore
come gli strumenti di tortura dei servizi segreti
eppure ecco la palude inspiegabile
in cui tutto ciò che si ergeva nella più
profonda sicurezza si sbriciola
e l’universo è spezzato come uno straccio.
Altri dolori graffiano la mente
senza dire del corpo, i rintocchi della
palpebra, la disperazione per il denaro
la paura della morte. Reale, dici? Ma queste
non sono cose che fendono la roccia
in profondità come le lacrime – già
perché le lacrime?
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John Wain
(1925-1994)
Apologia della reticenza
Perdonami se ti ho lodata senza ardore.
La riverenza è la madre della reticenza
il silenzio cala mentre apro le mani.
Perdonami se ho parole già sbriciolate.
Questo non è il momento di essere eloquenti
il silenzio crolla mentre si issano i sensi.
Diciamo soltanto ciò che non sappiamo
ed è l’amore a conoscermi
è la tua perfezione a salvarmi.
I versi fatti al merletto non hanno più senso.
Mi hai levato la paura e la loquacità:
perdonami se resto in silenzio, ora.
Le parole sono un ripiego, non sanno
ripagarti per ciò che hai fatto di me.
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Elizabeth Jennings
(1926-2001)
In ritardo
La stella che mi è accanto brillava
anni fa. La luce che ora splende
potrei non vederla mai più:
questo ritardo temporale mi affascina.
Penso che l’amore di chi mi ama potrebbe
raggiungermi soltanto quando il desiderio
sarà spento. L’impulso della stella
deve attendere occhi che ne riconoscano
la bellezza: quando l’amore
arriverà, potrebbe scoprirmi altrove.
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Gavin Bantock
(1939)
Gioia
Il Paradiso arriva
ma arriva come una brezza e come una brezza
è sempre altrove dal punto in cui siamo
non è possibile inseguire il vento
fino alla fine del mondo.
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