
“Non permettere che io ami soltanto ciò che comprendo”
Pangea - Tuesday, June 23, 2026Luca aveva trascorso gran parte della propria vita scambiando la fede per la fiducia accordata a un ordine invisibile. Credeva che esistesse, sotto l’incessante frantumarsi delle cose, una coerenza più profonda del loro apparire; che il reale non fosse una somma di eventi dispersi, ma l’espressione di un’unità nascosta, irriducibile a ogni concetto e tuttavia presente come una sorgente sotterranea. Per questo pregava. Non per ottenere protezione dal destino né per piegare il cielo ai propri desideri. Pregava come si ascolta il mare nella notte: non per comprenderlo, ma per accordarsi al suo respiro. La preghiera era il nome che dava a questa disposizione dell’anima.
Gli pareva impossibile che il dolore fosse soltanto dolore, che la perdita fosse soltanto perdita. Credeva che ogni ferita si aprisse su una profondità che la trascendeva e che nulla, neppure ciò che sembrava precipitare nel non senso, fosse davvero separato dall’oscura pienezza dell’essere.
Così aveva creduto per anni, finché la realtà non prese a smentirlo con l’implacabile precisione delle sue leggi impervie e insondabili. Morì sua madre. Morì suo fratello. Poi un amico amatissimo si consumò lentamente sotto la luce bianca di una stanza d’ospedale. E ogni volta Luca pregò. Ma alle sue parole il cielo oppose la propria distanza. Non il silenzio fecondo dei mistici, colmo di una presenza che eccede il linguaggio, bensì un’assenza muta, minerale, simile allo spazio che separa gli astri. Fu allora che il problema della libertà si insinuò nella sua esistenza come una spina nella carne della propria anima.
Gli uomini parlavano di scelta, di responsabilità, di autodeterminazione. Eppure, lui non aveva scelto le perdite che lo avevano esulcerato, né l’indole che abitava il suo carattere, né il tempo in cui era venuto al mondo. Più rifletteva, più la libertà gli appariva una sottile striscia di terra stretta fra due immensità: ciò che ci precede e ciò che ci accade. Forse, pensava, siamo il punto d’incontro di forze che ignoriamo; forse chiamiamo libertà la porzione d’ombra che separa la coscienza dalle cause che la determinano.
Aveva quasi cinquant’anni quando incontrò Miriam. Non possedeva una bellezza appariscente e tale da imporre subito la propria presenza, ma che chiedeva tempo e attenzione per essere colta nella sua sottile filigrana di luce irradiante. Era minuta, discreta, come una figura destinata a passare quasi inosservata. Eppure, bastava sostare accanto a lei perché qualcosa cambiasse impercettibilmente nell’aria.

Si conobbero in una piccola biblioteca, attraverso una conversazione casuale che avrebbe potuto non avere seguito e che invece mutò il corso delle loro vite. In lei vi era una qualità che sfuggiva a ogni definizione. Non era serenità, né gioia, né ottimismo. Sembrava abitare una malinconia trasfigurata, come chi abbia attraversato il cuore della sofferenza senza esserne consumato e ne abbia tratto una forma più profonda di mitezza. Portava in sé una dolcezza priva di ingenuità e una grazia che nulla aveva di fragile. Con lei Luca conobbe una pace nuova: non la cessazione dell’inquietudine, ma la sua riconciliazione. Parlavano spesso di Dio. O meglio, Luca parlava e Miriam ascoltava. Una sera le domandò se credesse.
«Sì», rispose.
«E non hai dubbi?»
Lei sorrise di un sorriso quasi impercettibile, simile ad un evanescente traccia sul suo viso. «Ho quasi soltanto dubbi.»
«Allora perché continui a credere?»
Rimase in silenzio per qualche istante, poi disse misteriosamente: «Perché ho smesso di pensare che la fede serva a capire.»
Quelle parole si deposero dentro di lui come un seme portato dal vento. Più tardi gli insegnò una breve preghiera appresa chissà dove, forse da un monaco dimenticato, forse da una donna incontrata lungo una strada lontana. Diceva soltanto: «Non permettere che io ami soltanto ciò che comprendo.» Luca ne fu insieme attratto e turbato. Le chiese che cosa significasse.
«Che le cose essenziali vengono prima della comprensione. Un figlio. Un volto. Una vita. Forse anche Dio.»
Si innamorò di lei con la lentezza delle maree. Nessuna rivelazione. Accadde come accadono le trasformazioni autentiche: senza chiasso, ma simile a una vera e propria palingenesi del profondo della sua anima. Un giorno si accorse che la sua voce aveva modificato il colore delle ore. Quando le era accanto, le domande che lo avevano accompagnato per una vita non scomparivano; perdevano semplicemente il potere di roderlo come tarli della mente. Non aveva trovato una risposta. Aveva trovato una presenza. Furono anni luminosi, non della luminosità abbagliante dei sogni, ma di quella discreta di una lucerna accesa nella notte.
Poi arrivò la malattia. All’inizio fu soltanto un’ombra. Poi un nome. Infine una sentenza pronunciata lentamente dal tempo con assolutezza apodittica. Luca pregò con tutta la forza che gli rimaneva. Pregò fino allo sfinimento, alla rabbia, all’umiliazione. Pregò come un uomo che tenta di arrestare con le mani il crollo di una diga. Ma Miriam morì in una mattina di pioggia sottile – il cielo una cappa grigia e pesante. Poco prima della fine gli prese la mano e disse:
«Quando verrà il momento, non scegliere il risentimento. Non ricordarmi come ciò che hai perduto. Ricordami come ciò che ti è stato donato.»
Luca non rispose. Sapeva già di non essere pari a quel compito. Dopo la sua morte abbandonò la preghiera, le chiese, ogni discussione su Dio. Non voleva più credere né negare. Desiderava soltanto sottrarsi. Gli anni trascorsero. Il dolore non diminuì; mutò natura. Divenne una presenza discreta e costante, una seconda ombra.
Una sera d’inverno salì su una collina fuori città. Il cielo era limpido, attraversato da un gelo antico. Le stelle ardevano sopra la terra con la calma delle cose eterne e refrattarie a uscire dal cerchio della vista che offrono indifferenti a tutto il resto. Si sedette sull’erba indurita dalla brina. Era stanco. Stanco delle domande, delle ipotesi, dell’attesa. E allora accadde. Non una visione. Non una voce. Nulla che potesse essere raccontato come un prodigio. Più semplicemente, per un istante venne meno la distanza tra lui e le cose. Il vento, il respiro, la notte, il ricordo di Miriam, il tempo, la perdita: tutto apparve attraversato dalla stessa corrente. Non un ordine, non una spiegazione, ma una totalità vivente, sterminata, esule da ogni concetto che volesse abbracciarla per intero, o forse a esso eccedente. E in quella vastità riconobbe il proprio errore. Per anni aveva creduto che l’amore dovesse essere autorizzato dalla comprensione. Aveva accettato il mondo finché aveva sperato di decifrarlo. Aveva sopportato il dolore finché aveva immaginato di poterne riscattare il senso. Ma l’amore autentico nasce altrove. Viene prima. Prima della conoscenza, della certezza, della risposta. Ama, e soltanto dopo, forse, comprende. La preghiera di Miriam riaffiorò allora nella sua mente con la forza di una verità rimasta a lungo in attesa. «Non permettere che io ami soltanto ciò che comprendo.» Per la prima volta ne colse il significato. Non era una preghiera sulla fede. Era una preghiera sulla libertà. Nessuno sceglie ciò che gli accade. Nessuno sceglie le proprie perdite, il proprio dolore, il mistero nel quale viene gettato.

La libertà consiste nel modo in cui si addimora l’incomprensibile: se avversarlo con strali che trafiggono solo il vento o aprendovisi nonostante tutto, dischiudendo il cuore nel medesimo tempo del cessare prolettiche aspettative. Tutto il resto appartiene al vento.
Guardò le stelle. Non promettevano né spiegavano nulla. Vibravano quasi occhiute ma senza testimoniare niente. La loro luce attraversava il vuoto da ere inconcepibili senza recare alcun messaggio, ma piuttosto, assai spesso, un sentimento simile a una stretta al cuore. E tuttavia erano lì, da assai prima d’essere osservate.
Fu allora che intuì qualcosa che nessuna filosofia gli aveva insegnato. Forse il mistero non consiste nel fatto che l’universo nasconda un significato. Forse consiste semplicemente nel fatto che esista. Sentì allentarsi dentro di sé una tensione annosa, una rigidità carica di ansie che lo aveva accompagnato dacché aveva memoria.
Per anni aveva chiesto alla realtà di giustificarsi. Aveva preteso che ogni ferita trovasse una compensazione, che ogni perdita fosse riscattata da una verità più grande. Ora comprendeva che nulla avrebbe restituito Miriam. Nessuna teologia. Nessuna metafisica. Nessuna promessa. E proprio per questo ella gli apparve finalmente libera. Non un simbolo, non una lezione, non una tappa del suo cammino interiore. Una persona. Un essere irripetibile apparso per un breve tratto, in un breve inciso di dolcezza e sensuoso abbandono, nella partitura così spesso inane del tempo. E proprio per questo infinitamente prezioso.
Quando riaprì gli occhi, il mondo era identico. Miriam era morta. Dio rimaneva un enigma. Ma parte della sua sofferenza era stata come lenita, qualcosa nel suo intimo di uomo si era sciolto. Per la prima volta non attendeva una sentenza. Non cercava assoluzioni né prove. Dentro quella rinuncia fiorì una pace sottile. Forse la pace non nasce quando il mistero viene rischiarato, ma quando smettiamo di interrogarlo come un imputato. Riprese a camminare. Con passo lene e senza fretta. E mentre la notte respirava intorno a lui, lui respirava la notte. La domanda sull’esistenza di Dio aveva perduto la sua impellenza tormentosa. Dio esisteva oppure no; entrambe le possibilità si aprivano davanti a lui con la medesima vertigine. E forse, pensò, il sacro abitava proprio quella soglia misterica e dalla bellezza quasi dolente per intensità… Non nella risposta, ma nell’abisso che la precede.
Miriam viveva ancora nel suo cuore, nella parte di sé che non aveva bisogno di spiegazioni ed era tacitamente riconciliata col mondo, tracimante di serenità e amore tanto da promanarli tutto attorno. E questo era assieme umano e divino.
Massimo Triolo
*In copertina e nel testo: disegni di Eugène Delacroix (1798-1863)
L'articolo “Non permettere che io ami soltanto ciò che comprendo” proviene da Pangea.