“Sarete nuovi o estinti”. Traversata nell’opera-mostro di Federico Italiano

Pangea - Tuesday, June 30, 2026

Avviene – anche nel poeta di avventata avvenenza – l’avvento del mostro.      

Poeta-anfibio, l’ho detto – e i rospi non mi hanno tradito. Nella traduzione in spirito urodelo, mordace batrace.   

À rebours – ne ho traversato l’opera. L’Apocalisse prima della Genesi – un Esodo a ritroso, dissertando nel deserto di giugno, mese-ragno, dai giorni ottopodi. Mi servirebbero tre cuori ora, come i polpi, per ripercorrere tutto ex novo. 

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Federico Italiano – il meno italico dei poeti, il più poetico degli italiani – è nomen che si smaterializza in diffuse patrie e residui di eradicate radici. Caratura da intellettuale incardinato nel ventre della Mitteleuropa, sfoggia il physique del poeta da cafè asburgico e la lirica da armigero con la lira.

A ciascun poeta il suo Golia. Al bardo novarese in dote è andato Godzilla – rebus radioattivo –, sorta di Golem derivato da risaie piemontesi – viscerale leitmotiv dell’opera omnia – “dove onde minuscole screziano / la perfezione dei rettangoli e dei trapezi”.  

Con l’omonima, apocalittica quanto apodittica opera ultima (Guanda, 2026 – finalista Strega), l’autore licenzia le pandette di un mostruoso corpus – mi si accordi la licenza giuris-poetica – genito nella squamosa preistoria del suo lirico seme.    

Di Godzilla-Golia, mi fa gola la genesi. Del poeta, m’interessa il corpus. Il verbo dettato alle origini. L’artista da cucciolo. Il mostro che si edifica di stanza in stanza. 

Domestico, non domesticato, i primi caudati vagiti li leva nella raccolta dei primordi, Nella costanza (Atelier, 2003) – fra la disperazione del quotidiano, candele con funzione doganale, mutande sul tappeto, la geometria di gesti calcificati col compasso in versi mai compassati. I giorni sembrano gironi e Godzilla un girino. 

Avanza, tra le mirabili stanze di Trasloco e Nascita di una stanza, s’infiltra fino ai tentacoli vegetali della Monstera, acquattandosi fra l’armadio e il sofà, il vapore acqueo dei biasimi. 

S’imprime con L’impronta (Aragno, 2014) – s’intuiscono, in embrione, motivi che rientreranno in altre stanze, da altre porte. “Ci sono porte che amiamo anche chiuse” – scriverà in un fulgido attacco, in contrattacco.

Litologica, la poesia di Italiano schiude un’era postmoderna di zoologiche migrazioni – di milioni di sardine argentate; carte topografiche a mappare la geopoetica di un mondo nuovo, luoghi reali, ideali, idealizzati – Vienna, Anversa, Monaco, Gerusalemme; il codice futuro dell’anima – Tra arance e filosofi; l’orografia familiare – sublimata in Zambia, fra i testi-totem della silloge, di calcarea nostalgia, parola che eleva memoriali nel folto della savana. 

Pure, in quelli d’ispirazione shakespeariana, il poeta fonde, con la fionda, l’antropico e il siderale, a trascendere il contingente – “parliamo della spesa/ piuttosto, o della tomba/ hai già pensato a un epitaffio?”. 

Affiora una certa mania per la meteorologia – “Cos’è questa distanza tra di noi/ se non meteorologia?” – concetto nodale di componimenti successivi, in successione. 

Erede di se stesso, Italiano alleva il mostro che tutto erode, bestia-Erode. Nutrendolo in vibrante crescendo – con umani fossili, scorie, virgole, voglie. Così, in alcuni stralci di Lettera da Mahon (da L’invasione dei granchi giganti, Marietti, 2010):

“Penso al nostro letto, 
sottratto alla signora delle case, 
al paravento cinese, col monaco-astronauta 
a guardia delle scorie, al lampadario 
di kryptonite sotto cui dicemmo 
la mancanza e il desiderio.”

Il suo genio stratifica, riscrivendo, il mondo – che si tratti della Bibbia, di Shakespeare, del poema epico o il mercatino delle pulci, la zuppa inglese, l’esperimento col tostapane e il pronome indefinito –, è scrittore mineralogista, minia parole in cristalli. Con le lingue dei poeti si erigono nazioni, si custodiscono linguaggi. La storia poetica di Federico Italiano è già sedimentata nella Storia. E nelle nostre viscere. 

Nel mondo che non concede oblio alla colpa, la sua poesia accorda la grazia della metamorfosi ai fossili di noi stessi. Poetica del “nuovo”, compendiata nel verso-regesto, tranchant, di Cafè Kafka: “Sarete nuovi o estinti”. Ci ha già riscritti tutti. 

Se fra i versi de Lo zoo di Anversa la notte si compie nel superfluo, “un capello nel lavabo,/ la schiuma del dentifricio/ a forma di Antartide sul bordo e il sesso/ consumato nell’appartamento accanto”, nel suo Symposium – al settimo motivo – la poesia si smargina fra le frange del frainteso, sfrangiata nel duplice – “poesia ed errore/ le facce di un’unica medaglia”. Poeta-anfibio, a sangue freddo, Italiano ci accorda le coordinate-portolano, la bussola per naufragare, dolcemente, nel lirico equivoco. 

Nessun maestrale a sferzarne la maestria metrica – da fantasie in fatrasie a postremi madrigali, il verso si sigilla nell’amido, acqua e vapore, si suggella, tumido, nell’umido. Umidità di litigi, di bramosia, di tradimento, umidità di lupo.      

Cosmiche scaturigini, debuttano – nelle battute di Memorie d’acqua dolce – rane, tafani, zanzare, matrici ecologiche, di natura matrigna. Negli sconfinati confini della sua opera, riemergono, in rifrazione, insieme a locuste, drosofile, policromi entomi – saga di piaghe a ulcerare il cuore del lettore.

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In una tassonomia d’elezione sentimentale, vado a incastonarlo fra i naturalisti del verso, anatomisti del vivente. Nella scatola entomologica della lingua – fra le cacce sottili di Jünger, devoto al genus carabus, che incannulava coleotteri in trincea (l’editore Guanda ne pubblica le scientifiche suggestioni trent’anni ante Godzilla) e gli alteri, vezzeggiati, lepidotteri di Nabokov; tra le filosofie botaniche di Goethe e le salamandre in bottiglia di Yeats – appassionato di scienze naturali, in calde notti dimorava nelle grotte irlandesi per acchiappare falene. Ma pure, andando per moderne frontiere, ai Fossili di rivolta di Giorgiomaria Cornelio, protagonisti del trattatello che il poeta maceratese dedica ad una “archeologia del possibile” (Tlon, 2024). Speculazioni speculari alla poesia, speleologia del verbo.     

Nell’atlante-Atlantide editoriale tra i vivi e i morti, Federico Italiano si installa tra i “poeti forti” – l’espressione l’usucapisco da Harold Bloom (L’angoscia dell’influenza, 1973) –, fra le figure maggiori che non temono il rapporto revisionistico delle relazioni interpoetiche, si appropriano dell’esistente con cieca tenacia fino ad apparire come se avessero scritto anche l’opera del precursore.

Uomo in bilico – fra gli argini e una madrepatria ai margini –, in esilio perfetto, Italiano pare avulso da conventicole e correnti, poeti in posa nei conventi. Europeo, nell’accezione eliotiana del termine – élite di chi sa fare l’uso migliore della lingua che gli è toccata, in quanto linceo conoscitore delle fonti esterne, estreme, estinte. Manifeste, sono le sue gesta di traduttore. 

Negli scritti convoca, in conversazione fra pari, Bellow, Gogol’, Brodskij, Schiller. Pure, nel genio verbale di Mr. Bellow al Salone del Mobile, innesca un cortocircuito tra Crono e cronico – “il tempo ottenebra le verità / ma svela i microsegreti del tinello”. 

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Ad occhi bendati, in filigrana onirica, traghetterei con me Habitat (Elliot, 2020), libro di nitore nipponico, dove il mostro transita nelle case degli altri, filtra nell’appartamento in cui ti ci potevi perdere e riabbracciare – fra le ossee flessioni di Congedo da Monaco, scritto salmodiante, super flumen Isar, per così dire (“Isar, son of the alpine snows,/ a furious turquoise flood” – ne scriveva J.C. Squire in Rivers).    

Vanitas vanitatum – fra i testi di vertiginosa voluttà, fregiato di viziosa dovizia, merita menzione a parte, appartata, Villanelle di Qohèlet. Nella riscrittura del versetto, il monito dell’Ecclesiaste, svestito di ogni astrazione, si palesa in veste di imperativo anatomico, lode all’imminenza carnale – la chiusa, perentorio memento mori, s’intesse, intradermica, in ogni vulnus. 

“Ciò che la tua mano trova da fare,
– disse – fallo con tutte le tue forze 
con tutte le tue membra,

con l’inguine, con l’osso temporale 
con le ciglia, con il piccolo psoas, 
ciò che la tua mano trova da fare,

fallo col cremastere, con le labbra 
e con le ghiandole di Skène – disse –
fallo con tutte le tue membra,

con lo sterno, con la spina dorsale, 
con la fossetta di von Mohrenheim, 
ciò che la tua mano trova da fare,

fallo con ogni tua singola vertebra 
con tutte le ferite del tuo corpo, 
fallo con tutte le tue membra,

fallo, non esitare, poiché quando 
sarai nel sottosuolo, 
con tutte le tue membra, 
la tua mano non avrà nulla da fare.”

Disarmante estetica, nelle sensuali declinazioni di Federico Italiano – epos dell’eros, diffuso in vari titoli, che fluttua tra il libro d’ore e il libro d’ombra, la preghiera e la liturgia dei sensi, l’opera lirica e il teatro Nō. A redigere una sorta di breviario dei corpi – alludo a Complementi di luogo, Vilnius, L’era glaciale, Una voce – fra piume e piumoni, fremiti, moquette che mutano in foreste pluviali.  

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In veste di poeta-augure, pure intona un beccheggiante dialogo con gli alati – le garzette bianche dal becco nero, tubano, volubili volatili, con le egrette bianche di Derek Walcott; le ali candide, svettano eleganti come i cigni di Coole – che sia l’estensione del riso o un prato di Santa Cruz, poco importa, il poeta s’è già involato in canoni immortali, lasciandoci a languire nel suo smeraldo. 

E mentre dodici corvi – in formazione apostolica – sognano neri sogni di corvo tra i rami spogli di un platano, come a trarre gli auspici di Aratura autunnale, il coro mattutino di Supplemento alle beatitudini pare un fausto presagio – inaugurerà poi il volume di Godzilla.

Se il poeta è profeta del suo tempo, legislatore non riconosciuto del mondo, come assevera Shelley – un romantico del Sussex – lo è anche di sé. Scorge il futuro nel presente – “Siamo l’ordine alfabetico/ della nostra fine e del nostro inizio”.   

Che sia ermeneuta di una cometa, apologeta di un autobus, profeta del neolitico – testicolo del tempo –, Federico Italiano, nel giogo della lingua c’infila, con sapienza mai sapienziale, anche il gioco, complice la verve imberbe del poeta-fanciullo, senza riserve. Il metodo nigeriano per vincere a Scrabble, Il kebap e gli scacchi, Calumet, Walkie-talkie, sono alcuni degli scritti mostruosamente, dunque prodigiosamente belli, inviscerati in un virtuosismo che gioca una partita tra memoria e Memory, fotosintetico e fonosintattico. In poesia, gioco per pochi, Italiano compete con talento marziale. È fra i pochi a poter giocare seriamente – gli altri sono impegnati a impregnare la pagina del proprio io. Fra cristallini fumi, recita così, Calumet (da La grande nevicata, Donzelli, 2023):

“Calumet – e sei in un campo Sioux 
a discutere di cervi e lupi
con il tuo amico per la pelle di cui conosci 

l’odore, come fosse il tuo, ma quella pipa 
non si chiama così; quel nome 
latino, soavemente indoeuropeo,

consanguineo del kalama sanscrito, 
del calamaio, glielo ha dato 
un piccardo, un poeta – è un inganno.

Tu mima come si alza il fumo, come 
dissolvendosi unisce, chiudi il gioco:
la parola nascosta è calumet.” 

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Federico Italiano è fra i poeti che squarciano l’asse del tempo, ne capovolgono la tirannia, facendo apparire tutti gli altri in ritardo. La sua poesia pare più monogama del suo astore, misticamente fedele a se stessa, in costante monologo. Del titanico corpus prediligo infine il non detto, l’incomprensibile, l’incompreso – la scoria che riluce, il frammento che riduce demente. I versi che fanno fiorire la malva negli interstizi – domestici, inguinali, astrali. 

Ma si badi a non cedere all’onanismo esegetico – restano, queste, considerazioni di un impoetico. 

Fabrizia Sabbatini

*In copertina: Federico Italiano © Valentin Kuzan

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