Questa non è un’antologia per giovani. Battuti siano i beat
generazionali. Beati siano i beat romani.
Poeti urbani. Pirati tiberini, corsari di viali metropolitani, avventurieri a
chilometro zero.
Al fascino della lontananza, s’oppone il glamour dell’adiacenza, lirico effetto
del dirimpetto, diletto da vagabondaggio in tassì. Alla seduzione esotica, un
cantico indigeno – versi da apache capitolini.
*
Da San Francisco a San Francesco – il tragitto è trafitto da un’estasi di
travertino. Mistica dell’Urbe è l’empireo di un vespro etereo, eternità in
terrazza. Zen in loden, novizi di una meditazione senza convinzione –
mindfulness è matrice di stress. Difformemente mistici. Poeti. Anacoreti del
verbo quirite.
*
Sulla strada – irrequieti asceti, in ascesa, imperano nell’impero capitolino,
antilirica romanità. Un salotto di civette a codificare il reale – liturgia di
pini, pioppi aureolati come poeti laureati. In un Campidoglio di doglie si
compie, a Roma, il verbo.
*
Tempo – scandito da un orologio ad acqua. Busti in rarefazione causa
gentrificazione – da Goethe a Byron, prospera un pantheon di slogan. Sloga il
codice – lingua-stile-forma – il verso roman-beat. Poesia demercificata,
gratuita in grazia, in-kind. A Villa Borghese of the mind.
*
Roman-Beat – non categoria della giovinezza ma esercizio di entomologia poetica,
archeologico apprendistato tra rovine umane, urbane. Cerimoniale di sentimenti
antisentimentali, orfismo dell’anti-biografismo, eclissi d’una neo-barbarie
dell’io. È capezzale del monumentale.
*
Trascendenza tascabile e metafisica in pochette, il vitalismo del verso avversa
una generazione perduta col Cioran nel gilè. Nichilismo pastello – lost
generation. Duello al cesello – beat generation.
*
Dandy barocco, dandy in baracca – si nutre, il poeta, di una jam session di
nutrie. Flâneur nella grandeur, alla tirannia dei premi privilegia gli eremi.
Alla classifica, la basilica. Poeta-basilisco, a pietrificare il vero – affresca
un presente già passato, superato.
*
Gospel di gazze – laiche monache di un boudoir metropolitano – a coronare il
gesto, domestico e monastico, da vate dell’effimero, rentier dell’inezia, da
vitalizio dell’ozio. Amministratore di un patrimonio forgiato dal tempo, alla
coscienza del comune flusso il roman beat predica una civica dottrina del lusso
– egli, non va in ufficio.
*
Feudo d’elezione è la sua azione – creazione, parola-ingranaggio. La sua fede è
nel lignaggio. Alla cena predilige il cenacolo – comunione di spiriti, estroso
miracolo. A mondare il mondano – aristocratico, esimio esilio.
*
Fra le spire dell’ispirato si compie il rito urbano – officiante è il gabbiano,
bianco esegeta del poeta. Correre – su un’accademia di sanpietrini, il suo
adempimento. Strada-Sibilla – che sobilla pelle, pupille, papille. Misura di
secolare miseria, all’empietà dell’algoritmo, roman-beat antepone il culto del
ritmo – adorazione jazz, votata al battito. Vassallo della metrica contro
vessillo dell’estetica. Beatitudine è la sua bandiera.
*
Roman Beat Generation – è una preghiera.
Fabrizia Sabbatini
*
Ninfa Egeria
Brucia i soldi
segui il cervo di Thoreau
guarda Termini la notte di Natale
Monte Cavo a luce astrale ‒
i Campi d’Annibale nella neve ‒
Malaparte giocava a cricket dai Quintili;
scendono fulmini nelle slavine ostili.
Corri dietro al cervo di Thoreau,
pigne sulle conifere ruscelli albini;
brucia i soldi di Natale,
scaldati in questa notte coi flipper
nei bar a Termini fra le slot e Tangeri.
Ricama il freddo nei suoi astri grigi
il bambino, mangia sabbia invernale e
sta male
sulla spiaggia e nei pozzi artesiani,
con le mani paga ricordi ligi,
ruota l’occhio destro al diluvio universale:
sempre quello nuovo.
Cerca di non essere compreso nel tuo covo ‒
l’impalcatura non è vita è uno spettro di cicale
d’alluminio ‒
accetta te stesso o sei finito.
Rimbaud era un maratoneta
vado dietro a un alpaca nella campagna estatica:
sono pericoloso quando scrivo della mia pratica,
disegno itinerari fra gli spettri e la seta,
allargo la cassa toracica dell’esegeta;
volevo solo scintillare da un’amica,
l’Appia mi ha messo l’anello fra le dita.
Edoardo Piazza
*
Un’altra storia
“April is the cruellest month”
C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma –
c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia.
C’è un fratello, il primo Re,
c’è il budello di quell’altro
(il coltello in mezzo al bianco)
c’è la Lupa, c’è la Legge
sopra i marmi che scolora
una storia: un’altra storia.
C’è il mondo tutt’intorno
che crolla e si rammenda
sotto i colpi di martello
di una rima sempre in -oria –
lo scalpello della Storia
che di tacca in tacca attento intacca e ancora intatto
all’improvviso ci sfugge e cambia ritmo, cambia lingua e orientamento
in una Roma oltre la gloria
tra segni e gesti di memoria
da raccogliere e per sempre
poi disperdere, o salvare
per ridare ancora al Tempo
il tempo di sbagliare.
E alla Storia un’altra storia
da tornare a masticare.
Sacha Piersanti
*
Gli alberi non hanno mai dimenticato.
Io ho una memoria
breve. Ma come albero ho conosciuto
una lingua: vorrei imparare a scrivere
sopra le cortecce. Le foreste sono capaci
di parlare. Ci sono storie che hanno radici
dove si volta la paura: forse è la felicità
restare piantati sugli scaffali di una foresta.
Antonio Merola
*
Non essere Eco, non essere eco,
fiume del mondo, spazio.
Ferma la caduta nel fermare
il riflesso, orienta l’organon,
orienta l’organare degli ulivi,
delle querce secolari, non
parlare, non dire, nascondi
e fuggi, torna e fuggi, lotta.
Non essere cieco, non essere
il nulla che acclari. Combatti.
Mi dirai tu, Signore, la vanità
della lotta, la caduta nel superbo,
l’occhio di un cervo balbo.
Stai alla larga dalle fonti,
trasformale in canti.
Ilaria Palomba
*
I tuoi morti sono i miei morti.
Davvero spari ancora?
I miei morti sono i tuoi morti. Butta il fucile. Nelle loro orbite vuote non
vortica più la luce del giorno ma un filo d’inchiostro che eternamente scrive il
libro del buio, che eternamente infittisce di segni neri pagine screpolate di
cieli spenti che leggeranno solo i masticatori di sudari. Segni neri che sono
passi d’uccelli che non spiccheranno più il volo, semi neri che gettati sulla
pietra non daranno più alcun frutto. Vorticano nelle orbite vuote dei tuoi morti
– dei miei morti – spirali klimtiane senza l’oro di Klimt e nelle orbite nere di
bambini rimasti bambini per sempre spirali di liquirizie senza fine che sono
belle calligrafie che si attardano sui quaderni di una notte a quadretti,
raccontando di bocche mute che tacciono canti di sirene e leggende di unicorni,
di mani pietrificate che perdono il filo dell’aquilone, di occhi sui quali
troppo presto si è chiuso il sipario del mondo. Dov’è andata la luce? Cosa è
rimasto di tutta quella luce? Mi incendiava il volto, la luce del giorno. Mi
faceva brillare le ossa. Mi accendeva di vita e bruciava. Tutto quell’ardore che
crepitava come un falò di feste e balli è ormai solo debole cenere, memoria di
carbone.
Davide Cortese
*
Mi viene incontro Milan Kundera
mentre Roma accende i soffitti delle stanze
e un passante perdendosi nella sua estraneità
lo vedi che sbatte contro un pensiero mentre
in gola stilla una fontana di gloria, di colpo
gli occhi lucidi invetrinati nei body di plastica.
Alla fermata la vettura sosta e ti preleva
prima di sputarti al tuo destino di risalita
con in una mano ancora segni da decifrare
e nell’altra una stupita abilità di riconoscerli.
Ogni cosa sta da prima dello sguardo.
Simone Di Biasio
*
4’33’’
E quindi il silenzio
non è altro che quel che riesci a vedere: un ambiente rotto
da quei venti decibel scarsi
al di sotto dei quali si costringe la pressione acustica.
Nessun prima né un dopo. Solo un range
entro il quale poter trovare – forse – una qualche forma
di terapeutica funzione. L’assenza totale di qualsiasi vibrazione
– eppure – risulta fisicamente irraggiungibile, dato il nostro essere
nell’universo in espansione. John Cage lo ha capito:
nella camera anecoica, non sentì altro
che un tono “alto” e uno “basso”. Non concepiva
come fosse possibile percepire
anche solo quei due suoni in una tale situazione.
Uno era il sistema
nervoso nella sua piena funzione; l’altro il sangue
che seguiva la libera circolazione.
È dunque il corpo stesso coi suoi organi interni
a dirigere il dettato d’ogni scambio vitale. A lasciare
che sotto l’osso dello sterno non si fermino
i costanti processi delle strutture portanti.
Ho provato a cercarlo, il silenzio.
In quel tacet ordinato ai musicisti nella stanza;
nello spazio occupato dal solco stonato di un vinile da poco.
Non c’è modo però per dire quanto vile sia
il trattare ciò che manca
come fosse una metafora abbastanza utile allo scopo.
Arianna Vartolo
*
Alcune iscrizioni mostrano un cerchio
all’estremità della terra. Altre
una mezzaluna e certe sagome di cervi
neri che passano e rivolgono
l’una contro l’altra le croci sul sentiero.
Hai sentito la pietra scricchiolare,
la pietra del tempo scollata dall’Origine,
i flutti limacciosi in cui si generano
creature senza nome, il loro nido
negli incubi dell’Occidente. Sono i segni
di folle di passaggio, carovane, segni
polverosi per gli Anni del Macello,
l’Orsa annerita agli angoli del Carro,
la polizia che lascia i cani
digiunare e lancia nelle cucce
le sciarpe dei tuoi amici, scrive i loro nomi.
Mattia Tarantino
*
Sara ha paura dell’occhio.
La mia fortuna è di poterla osservare
da vicino. Sale lo sguardo dal letto
al giardino e nei sobborghi la notte
ad Infernetto; lascia tra noi il bisogno
ostile di dire in tre lingue.
Di dire in tre lingue o di partire.
Al mattino la palpebra richiude ma
adesso distingue quattro serrande
fitte di luce: intanto la voce è incline
a parlare lo yaghan, l’arbëresh, il ladino.
Federico Savelli
*
Fermo immagine
C’è sempre il sole in questa città,
un sole che lacera e taglia in due,
il sole che addensa le ombre.
Dove si nasconde il tempo
da queste parti?
Tutto resta esposto.
Tutto resta sospeso.
Tutto resta addosso.
Fermo immagine.
Il colore stinge.
Roma scioglie ogni cosa.
Olivia Balzar
*
Esche vive gettate nel fiume
appese al galleggiante
ritorte sull’amo,
la rete del tempo
il suo disfacimento,
titoliamo Alla transitorietà dei corpi
la loro precarietà.
Attendo il mio invecchiare di tedio
le mie rinvigorite rughe
le ansie che non fan dormire,
eppure vorrei riderne
so far ridere
e sorriderne a mia volta,
a crepapelle, a squarciagola,
lungo le fratture del vivere
sotto i cipressi della vegliata morte,
l’orrore vacuo d’esser nato.
Ho i denti rotti
le unghie strappate
“c’è chi ha in mano la sorte
e chi un mare disperato”,
vago tra chiese ormai defunte,
oscilla postuma sull’altalena
la mia ombra appesa.
Claudio Zuccaro
*In copertina: Joseph Mallord William Turner, “The Colosseus. Rome”, 1819
L'articolo Roman Beat Generation. Un’antologia fra impero ed empireo proviene da
Pangea.
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Nessuno riporta in vita Alcesti, in questa storia. In questa storia – ri-velata
da Fuani Marino ne La resa (De Nigris Editore) –, Alcesti è una donna
partenopea. È Francesca Nobili Spada.
La tragedia: Venerdì Santo del 1961, 31 marzo. Nella casa ai Camaldoli di Napoli
– punto più elevato della città, che ne ospita il rinascimentale eremo –
Francesca abdica alla vita.
Madre di quattro figli, è giornalista, ha quarantacinque anni.
La messinscena – euripideo-napoletana – la vede circondata di fiori, fasciata di
bianco, infarcita di farmaci. Nell’ora dell’impoetico gesto, si affida alla
poetica di Rainer Maria Rilke. Alla sua Alcesti.
Alcesti – moglie che s’offre di morire al posto del marito.
Alcesti – antieroina che soffre, velata in un arcano.
Alcesti – un mistero napoletano.
*
Fuani, chi è Francesca Nobili Spada? Perché la tua scelta è ricaduta su di lei
per questa “Meridiana”?
Non appena la curatrice della collana Isabella Pedicini mi ha invitata a far
rivivere una donna del sud, e nonostante avessi letto Mistero napoletano molti
anni prima, la mia scelta è ricaduta istintivamente su di lei. Forse perché è
una donna scomoda, come lo sono io e come lo è anche Napoli, e mi era rimasta
dentro, in profondità, per via dei tanti punti di contatto fra di noi: anche
Francesca Nobili Spada è stata una giornalista e per certi versi una madre
mancata – dei suoi quattro figli di fatto non ne crescerà nessuno, né i primi
due che non poté riconoscere per l’allora diritto di famiglia, né quelli nati
dall’unione con Renzo Lapiccirella, ancora piccoli quando si toglierà la vita.
Nella tua ricostruzione di questo mistero napoletano, quanto è rilevante la
commistione fra la donna realmente esistita e il personaggio letterario del
romanzo di Ermanno Rea?
Sicuramente molto. Scrivendo autofiction sono sempre affascinata dallo scarto
fra realtà e finzione, fra persona realmente esistita e personaggio. Lo stesso
Rea ne era ossessionato al punto da renderla protagonista non solo di Mistero
napoletano ma anche del successivo La comunista.
Francesca Nobili Spada si inserisce in un canone di antieroine che va da Anna
Karenina a Emma Bovary – scrivi –, fino a Sylvia Plath, Marina Cvetaeva –
aggiungo. Quale lettura dai a quello che definisci il loro “incedere incerto”?
Direi che non m’interessano né riesco ad appassionarmi ad autrici e personaggi
lineari, che non cadono né si sabotano per via della loro stessa natura.
A questo canone, aggiungo ancora un nome – Fuani Marino. La radicale lucidità
degli ultimi attimi di Francesca Nobili Spada rievoca quella che pervade le
prime pagine del tuo autobiografico Svegliami a mezzanotte. Esiste una mistica
prossimità tra Francesca e Fuani?
Come ho detto è una donna che sento affine, una donna difficile, vittima di se
stessa, che nella redazione dell’“Unità” qualcuno definiva “maculata”, nel senso
di macchiata, per via delle sue scelte personali.
La maternità travagliata – altro tema nodale per i personaggi femminili di cui
sopra e di questa storia. Quanto conta nella scelta finale – “madre-incendio” si
dice lei – di Francesca?
Pur essendo stata in vita una combattente – amava definirsi “una cattiva madre
pazzamente innamorata dei suoi figli” – alla fine Francesca Nobili Spada si
arrende, ma lo fa in modo scenografico e per certi versi spettacolare,
allestendo per se stessa una camera mortuaria, quasi fosse una vittima
sacrificale del proprio tempo.
Questo libro racchiude – mistero nel mistero – anche la trama di un libro
introvabile, Nell’acquario di Angiporto galleria. Perché è considerato il
romanzo-testamento di Francesca Nobili Spada?
È un romanzo postumo, che Francesca scrisse in vita durante i suoi anni di
attività all’interno della redazione e del partito. “Ci siete dentro tutti”,
intimava ai suoi compagni e allo stesso Rea. Molti anni dopo sarà la figlia
Viola Lapiccirella a darlo alle stampe scrivendone la prefazione.
Infine, Fuani, cos’è per te, la resa?
Smettere di cercare e combattere per il proprio posto nel mondo, preferendo
lasciarlo e quindi, per certi versi, preferendogli il nulla.
Fabrizia Sabbatini
***
“Nessuno è a lui compenso. Io solamente.
Io lo sono. Perché nessuno è al fine
come me. Cosa resta a me di quello
ch’ero qui, cosa resta oltre il morire?
Lei non ti ha detto nel mandarti a noi
che quel giaciglio che di là ci aspetta
è d’oltretomba? Io già presi commiato,
io presi ogni commiato.
Nessun morente più di me, che vengo
perché tutto, sepolto sotto quello
che è il mio sposo, svanisca, si dissolva.
Prendimi dunque: prendimi per lui.”[1]
Rainer Maria Rilke – Alcesti
*“Meridiane – storie ritrovate delle donne del Sud” è una collana curata da
Isabella Pedicini (De Nigris Editore) che rintraccia e riscopre le voci
femminili del Meridione attraverso i racconti firmati da giovani autrici
contemporanee.
In copertina: Nicola Samorì, Maddalena, 2010
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[1] Traduzione di Giaime Pintor (Rainer Maria Rilke, Poesie, Einaudi).
L'articolo Preferendo il nulla: vita di Francesca Nobili Spada, una
“madre-incendio”. Dialogo con Fuani Marino proviene da Pangea.
Per il suo funerale scelse il salmo 139 – “tenebra mi annulla/ la notte è luce
su di me”. L’amico Liam Rector, postura plastica da poeta, declamò i versi
di Let Evening Come e Otherwise. Il celebrante accordò, a cappella, le note
di Amazing Grace.
Aveva già opzionato il suo loculo, Jane Kenyon. Quindici anni prima, insieme al
marito Donald Hall, in una terra siglata da cespi di betulle e granitiche querce
del New Hampshire. L’acquisto officiò il matrimonio della coppia con il luogo –
l’amena cittadina di Wilmot. Nell’avita tenuta di ‘Don’ – ove Jane giunse, si
congiunse alle donne che ne avevano albergato le stanze.
*
Si erano sposati per affetto, dunque per difetto, nel 1972. Accademico, il fato,
con seducente banalità, dirottò la Kenyon, studentessa, presso il seminario di
scrittura creativa di Hall all’Università del Michigan. Non emerse per talento,
non affiorò per avvenenza. In dote, gli recò, imberbe, i suoi versi acerbi. Lui
era reduce dall’unione con la prima moglie, Kirby Thompson – corredata di due
figli –, la Kenyon da una liaison imbozzolata nella gioventù.
Condivisero l’amore per la poesia, una carnalità consueta e i gatti. Scarsamente
appassionati, si amarono per conforto. Fu un legame di miti vertigini. Alle
nozze intervennero i parenti stretti. Jane non riportò memorie scritte di quel
giorno. Unico sigillo, a testimonianza, il regalo di sua nonna Dora – una copia
rilegata in pelle bianca della Bibbia di Re Giacomo.
Consacrazione di un epilogo, per il ventiduesimo anniversario Hall le donò un
anello di tormalina rosa serrato da nove minuti diamanti. Lei lo battezzò
“Please, don’t die”. La leucemia stillava piena egemonia. Jane Kenyon aveva
appena intessuto le sue poesie più fauste. Morì un anno dopo, il 22 aprile 1995.
Aveva quarantasette anni.
*
Coronata d’alloro al tempo stesso – fu Poeta laureato del New Hampshire – se ne
andò insignita di lirica reputazione. Dunque, in pace. Mal tollerò l’opprimente
veste di poeta moglie di un poeta e avrebbe disprezzato postumi riscatti
femminei alla Sylvia Plath. Pure, credette di abdicare alla vita. Ma preferì
morire da poeta, che da suicida.
> «La mia fede in Dio, soprattutto l’idea che un credente è parte del corpo di
> Cristo, mi ha impedito di farmi del male. […] Quando ho sofferto talmente
> tanto da desiderare di non essere viva o cosciente… mi sono detta: “Se ti
> ferisci, ferisci il corpo di Cristo, e Cristo è già stato ferito abbastanza”».
*
Oppressa dalla depressione – bipolare al focolare – generò Having It Out with
Melancholy, versi afflitti d’atrabile e farmacologica soggezione. In epigrafe
s’appellava a Čechov, suo mentore insieme a Keats. Depressione e poesia – come
patogeno endogeno.
A stringare il morbo nel verbo, le scarne righe di Suggestion from a Friend –
“Non saresti così depresso/ se davvero credessi in Dio”.
Rigettò ogni visione romantico-terapeutica del rapporto fra malattia e
scrittura. Piuttosto, se ne avvalse per scopo clinico, cinico – la poesia per
aumentare la comprensione della patologia. Pare prossima, di spirito e
d’intenti, a Margiad Evans – autrice che sguainò la poesia contro l’epilessia.
Rifiutò, dunque, di recitare il melodramma – promosso da certe poetesse – della
rosea invasata, dell’artista rosa dalla follia.
*
Votato a una mistica domestica – mai addomesticato – il suo verso divora nella
dimora. Visuale, aurale, a scorporare dal corpo, mistico sito, il rito del
poetare – irrompe lo Spirito Santo. Errante presenza – di stanza in stanza.
Jane Kenyon è poesia-annunciazione, poesia-apparizione, poesia-redentiva.
Gregory Orr velatamente l’annoverò fra i poeti post-confessionali – la poesia
autobiografica come bianca arma di sopravvivenza e riconciliazione col mondo. Di
trasformazione – l’uso della lingua a emendare l’esperienza. Era disposta a
capitolare, per non ricapitolare – in versi – la vita.
*
Madrina dell’anti-canone delle Plath e delle Sexton, Jane Kenyon – fanatica
della mistica – si consacrò a Teresa D’Avila, Giuliana di Norwich. Quindi a
Emily Dickinson ed Elizabeth Bishop – dai meandri del New England le condusse
fino ai setosi dedali della Cina, con una sequela di letterarie lectures,
salmodiando sulla loro opera. Nel 1979, alla cerimonia commemorativa della
Bishop, franò nella commozione – ne ammirava il verso scarno, preciso, il
linguaggio pressato. Beneficiò spesso del paragone con la Dickinson – la ricerca
di Dio, della solitudine nella natura, il mistero della bellezza, il diafano
legame fra depressione e gioia.
Fu, anzitutto, devota ad Anna Achmatova. Tradusse la russa con altera premessa –
giudicando insoddisfacenti le rare versioni in circolazione, decretò di
confezionare la propria.
Il marito, Hall, ammantato di un radicalismo poetico virato allo snobismo più
estremo – nel 2006 nominato Poeta laureato degli Stati Uniti –, fu d’opposto
avviso. Pur avendo costeggiato e corteggiato svariati generi della parola,
prestò somma fedeltà al suo originale suono – in mancanza, riteneva
inafferrabili le connessioni interne alla poesia.
D’indole diversamente tirannica, entrambi rigettarono la traduzione come pratica
ordinaria, grigio esercizio, servizio.
Il poeta Hayden Carruth qualificò la Kenyon quale Achmatova americana. Arduo
immaginare due esistenze più dissimili. Contemplativa e apolitica, la poesia
della Kenyon si nutrì nondimeno dello slancio slavo – s’apparentarono gli
spiriti.
Della Venere di Odessa venerò la lirica succinta, la supremazia, imperiale,
dell’immagine a scapito del simbolo – le sei poesie inizialmente tradotte furono
incluse nella sua prima raccolta, From Room to Room (1978); confluite poi
in Twenty Poems of Anna Akhmatova (Ally Press, 1985).
*
Lirismo tangibile, quello di Jane Kenyon. Mirava a una verità d’opale, epifania
privata compressa nell’attimo. Digiuna di orpelli, scrittura prossima alle
Scritture, ellittica, irrisolta, come l’onnipresente rimando al mondo naturale.
Il poeta Robert Hass la paragonò, per temi pastorali e cupe meditazioni, a
Robert Frost – che pure aveva conosciuto suo marito anni prima – ma con uno
sguardo più interiore.
All’immaginario imagista si appellò invece per non scivolare nell’astrazione –
la poesia di Ezra Pound come monito e monile.
*
Il giornalista Bill Moyer, nel 1993, effigiò Jane Kenyon e Donald Hall in un
documentario – A Life Together – vincitore di un Emmy Award. Proiezione
routinaria di un matrimonio fra poeti dominato da una viscosa discepolanza,
sfociata in rivalità lirica. “È dannatamente duro con la mia prosa. Sarcastico.
Quando parliamo di poesia, so di trovarmi su un terreno più solido, ma con la
prosa può ridurmi in poltiglia” – così Jane, a commento del consorte. Lo diceva
dispotico e possessivo. Ad ogni modo, l’ultimo atto letterario di Hall – morì
nel 2018 – fu la cura e selezione di The Best Poems of Jane Kenyon (Graywolf
Press). Riteneva gemmata, la consorte, dalla sua costola poetica.
*
Coltivava narcisi e peonie, Jane. Poesia e giardinaggio come suoi talenti
privati – il connubio ricorda la schiva scrittrice italiana Pia Pera, che pure
tradusse i russi, fra tutti Čechov e Puškin. Entrambe, arti intrise di morte e
resurrezione. Lottò con la fede, la Kenyon – educata con metodo metodista. Aveva
paura di Dio. Finché una domenica, nella nivea chiesa di Wilmot, il ministro
Jack Jensen evocò Rainer Maria Rilke nel suo sermone. Col tempo, la sua vita
religiosa invase la sua vita letteraria. In Robert Bly intuì la dimensione
spirituale della poesia – a sublimare il sublime. Patrocinò una funzione
sacerdotale del poeta.
*
Per la sepoltura, Hall scelse di drappeggiare sul corpo di sua moglie una salwar
kamiz bianca e un foulard sulla spalla sinistra provenienti dall’India – c’erano
stati insieme due volte. Fra le dita, ossute e incrociate – ornamento d’eterno –
la fede nuziale. Le baciò per l’ultima volta le labbra, fredde e rigide.
Lapidario, scolpito nel nero marmo della lapide, l’epitaffio recita un verso di
Jane.
> Credo nei miracoli dell’arte, ma quale
> prodigio ti terrà al sicuro al mio fianco?
L’aveva composto per osteggiare la morte di Donald – svilito, all’epoca, da un
cancro. All’ombra delle sue parole, oggi, riposano entrambi. Ogni poetica
contesa è trascesa.
Fabrizia Sabbatini
*
Il pipistrello
Leggevo del razionalismo,
il genere di cose che facciamo al nord
all’esordio d’inverno, dove il sole
abdica al giorno alle 4:15.
Forse il mondo è intelligibile
al genio razionale;
forse accendiamo lampade al crepuscolo
per nulla…
Poi ho udito delle ali sopra la testa.
I gatti ed io abbiamo inseguito il pipistrello
in tondo – soggiorno, cucina,
ripostiglio, cucina, soggiorno…
A ogni giro ci sfuggiva
come l’identità del terzo
della Trinità: colui
che ha parlato per mezzo dei profeti,
colui che ha sorpreso Maria
apparendo all’improvviso.
Jane Kenyon
*Per la prima volta in Italia, una antologia delle poesie di Jane Kenyon è edita
dalle edizioni Magog, a cura di Fabrizia Sabbatini
L'articolo Jane Kenyon o della mistica domestica proviene da Pangea.
Si nutre di nutrie, la poesia – a Roma. Spasmi e miasmi della Storia. Capitale –
ne rimastica la toponomastica. Solca le arterie dell’Olocene – fra rio e rioni.
Croci e crocifere – ai pellegrini falchi, falcia le vie. La poesia, a Roma – fa
olocausti di busti. Fino all’ora dei pasti. Non consola i consoli, il poeta –
mira all’obelisco, più che all’ombelico. Incolonna rime plastiche – fra colonne
ecclesiastiche. Caustica – lastrica terrazze e piazze. A Roma – la poesia.
*
Batte un motivo beat, di notte, la civetta – a Villa Borghese. Squittisce versi
– all’artista fa il verso.
Musa rapace, mai civettuola – gentrifica fronde, germina poeti. Pare sgorgato
dall’ala piumata, Edoardo Piazza. Spiuma versi fra spume tiberine – livide,
vivide. Eterna nella città eterna un fremito d’oltreoceano – lo fa capitolare,
capitolino.
“Il caffè di Big Sur/ lo bevi con le statue romane” – non con Jack Kerouac.
Americanismo, a Roma, volge in casto situazionismo.
*
Poeta o oracolo – la Bocca rivela Verità. Nell’Urbe – dove “soffocare era
l’adagio impervio del sopravvivere urbano”. Piazza è cicerone di un On the
Road romano, padrino dei “poeti che non vanno in ufficio” – piuttosto, in
categorica Cadillac. Metafisica civica e antilirica efferatezza – riecheggia,
nel verso roman-beat, il codice fraseologico, fra smaliziata miseria e laica
mondanità, di Valentino Zeichen. “Si nasce barbari/ e si finisce romani”,
appuntava il poeta istriano-romano nel suo diario 1999. Marciapiedi dionisiaci e
vernissage presi d’assalto dai senzatetto, maestri zen col fischietto e
barbagianni new age – la poesia di Piazza, coast to coast fra le mura, romantica
romanità, si compie prima della compieta, nell’empireo di un pomeriggio a Roma.
*
Santificare il beat è qui sanificare – risanare il linguaggio. Poeta del suo
tempo, di un tempo non suo Piazza usucapisce il palpito – lo muta in battito
d’ali, apache in pillole metropolitane. Rievoca la cronaca diurnale, a
codificare il reale, di Frank O’Hara – padre del ‘personismo’, che batté i beat
col disimpegno. Flâneur nella grandeur, fra cives e civette, la poesia di
Edoardo Piazza, a Roma centro traccia il suo epicentro. Città colossale – il
Colosseo con l’aria condizionata, la corrida degli autobus, gli amici volati
come foulard. Città che più della civiltà – un quarto di nobiltà agogna. Roma –
poesia e gogna.
*
Batte un motivo beat, la civetta, notturna jam session – Roman Beat Generation.
Fabrizia Sabbatini
***
La civetta di Keith
La civetta di Keith respiracanti e metropolitanesta appesa a una strofa su
foglio di cartacerta e non morta vigila su Spartae sul traffico moderno.Adora
l’incanto di adorno bosco che sarà mobilequando la costellazione vireràal tempo
dei furgoni.Mano proverà a trattarla e le consentiràil volo
binocolare e astuto –nella dolce corazza di piume –sul fiume astuto occipitale
e sulle Esperidi di cemento arboreo.
*
Il vernissage
C’era quel vernissage della mostra che
fu preso d’assalto dai senzatetto
tramezzini panini e via scorrendo
Roma e Milano un’alfa
gli smottamenti del sangue malsano
le intercapedini
Roma e Milano omega
oggi il cielo è una virgola
cin-cin colloquiale
sul sofà dell’emozione
tutti dovrebbero avere del cemento
ripararsi e l’umidità
una lamiera in frigo nel panino.
«Sono quello sfigato quello nascosto,
nel bosco qualcuno ti ha dato soldi per qualcosa?
Mi fa piacere
i poeti non vanno in ufficio
non apparecchiano il prodotto
quel sano male di città.
Piazza Navona era muta di scabbia
e ti ricordi i primi reading di Patti Smith?».
*
Civetta numero due
La cremagliera sottrae il larice alla sua fosforica funzione
di fissità.
I déracinés di Venezia li ha già cantati Ferlinghetti.
Non era Truman Capote quel busto al Gianicolo.
Il cane letargico fotografa il palazzo azzurro.
Il cane rosa schizza sul palazzo acre.
Nero occitano quel Fabergé carboncino.
Reticolo-reticolo.
Civetta numero due-canto numero tre o quattro…
Però canta bene.
*
Il tacchino di Big Sur
Non potrai adire al re retribuito
con stoffe pregiate demandate all’utilitarismo.
Non potrai adire alle carni smerciate
agli ossi alle corolle dei fiori.
Ai sentieri ai segmenti alle uccisioni ai cuori.
Lapidarie le stufe del passato
il carteggio il conteggio
delle settimane, l’uomo operoso: la civiltà industriosa.
Non potrai adire all’egocentrismo,
tutto è fallace non esistono scelte giuste.
Bisogna alleggerire adattarsi a morire
arriverà
il mare
il capitano fra la schiuma
le tracce di un alano nella corrida.
Epaminonda il re,
la palude dei rami pianti dopo il sereno
un turgido seno.
Non potrai dire al re
di essere retribuito
non sei una fotocopiatrice
un fermacarte
un apostrofo un attache.
Il mio linguaggio dei segni è quello di certi uccelli
quelli che volano nella canzone di Battiato
nell’agguato dell’azzurro tanto descritto e mai afferrato.
Il caffè di Big Sur
lo bevi con le statue romane.
La materia grigia è come il papiro
come i riflessi delle virtù integrali
come i genitali.
Le formiche, le parentesi degli opossum
la consunzione dei paradossi
le lacrime della Madonna.
Sei capace a vivere?
Oggi cosa hai mangiato?
Tutto è come una tapparella che s’alza e abbassa,
come impronte di ciabattine:
il faro del giardino di pietra,
l’empireo di un pomeriggio di Roma.
Edoardo Piazza
*Le poesie di Edoardo Piazza sono tratte dalla sua ultima raccolta – “Civette e
container” (Ensemble, 2025).
In copertina: Andrew Wyeth, “Brick House, Study for Tenant Farmer”, 1961
L'articolo “I poeti non vanno in ufficio”. Intorno alla Roman Beat Generation
proviene da Pangea.
Dei poeti vivi diffido – sono a mio agio coi defunti. I poeti morti. Che ti
spezzano il cuore. Come recita la canzone.
Atto disumano, umanizzare la poesia. Rivelare il volto del poeta. Se non è
velare due volte. Se non l’ha in dote – il volto da poeta.
*
Ho scritto a un poeta vivo. L’editoria lo vuole poeta morto – sostiene. Traduco,
anni addietro, un drappello di suoi versi. Afferiscono – e fioriscono, feriscono
– a una raccolta che ha l’avvenenza efferata di un salmo. Ne fantastico la
pubblicazione. Il poeta vivo – paria in patria – mi scrive. E il suo fervore è
umano, troppo umano – per me. Mi disorienta. Disarciona i pensieri. Il lirico si
fa uomo. Il poeta è vivo – e m’inquieta.
*
Ho conosciuto un poeta vivo. Dita, porporate, stringono un Rilke a mo’ di
breviario. Poesia e preghiera. Poesia è preghiera. Asserisce – senza articolare
verbo. Serrato nella muta liturgia dei gesti. Pare estraneo alla terra. Ma
prossimo al deserto. Ho incrociato, dapprima, la sua poesia. Votata all’uomo,
consacrata a Dio. Invisibile nel visibile. Il poeta scandaglia il mondo con
iride sacro. Il poeta è un profeta – vivo.
*
Ho parlato a un poeta vivo. Occhi da sioux dominano il volto increspato di versi
– corpo d’albero, mani da capo dei lupi. Capelli inargentati – a ornare il
cranio come penne d’aquila. Ebbro, l’estro – pare un Dylan Thomas etrusco – e
caratura da divo del cinema, a slegarne la posa. Poesia, la sua, di
parole-cannibali – inaccessibili, sfuggenti –, avviluppano letali, fetali,
fatali. A divorare la poesia per la poesia. Poeta di capodogli e capitani, linee
d’ombra e marinai, foglie d’erba e Frankenstein. Compone e traduce, rotea il
verbo in un’ellisse – è un poeta-Ulisse.
*
Ho osservato dei poeti vivi. Nel loro vivere da poeti. Alle opere, di solito,
antepongo le biografie. Stavolta, il canone si rivolta. Prima la poesia –
dirompe educata. Poi il poeta. A volto scoperto – velato e ri-velato, al
contempo, dalla parola. Il poeta è vivo, il suo verso vivido.
Ordinata torma di poeti urbani mi si staglia fra le ciglia, di vocazione corsara
e cortese, composta ed opposta – eterogeneo, l’universo dei versi, traversi.
Scorgo poeti di mondo, scevri dal mondano. Un motivo beat batte sul crinale nord
dell’Urbe. Capitolino, il salotto-librario si fa giungla di lettere – capitola,
il poeta per il poeta. Selezione naturale del verbo metropolitano.
Così reali, questi poeti vivi, da assurgere a una guglia metafisica. La
tangibilità nel poeta pare massima nella sua assenza. L’autenticità degli
individui mi spiazza – l’inautenticità della poesia mi conforta. Non c’è verità
nella poesia. Per fortuna. Nella sua forma rarefatta, è artefatta. In questo
esile consesso fungo da intruso, sono il refuso di questo ritrovo. Ad animarne
le fila, scopro, è Edoardo Piazza – poeta di Esperidi e civette urbane –, a
margine, illumina sul senso dell’incontro, questione di necessità, per dare ‘una
casa alla poesia, un approdo concreto’. Ho sempre contemplato l’ala immateriale
della poesia. Eppure – banale a dirsi – a dimorarvi dietro è l’uomo, e dietro
l’uomo palpita un’urgenza d’identità, di patria. Una patria poetica. Questa
dislocazione fisica del verso appare cosa ordinaria – non lo è. Ho l’impressione
che salti davvero ogni schema. Che il poeta resti privo del suo guscio. Pare
sdrucciolevole, il terreno ‘corporeo’ della poesia – scivolare nel buonismo,
nell’empatia di foggia deteriore, è un attimo. Ma la poesia, in fondo, vive solo
nella forma della poesia. È armata contro la basica spontaneità del mondo. In
cui tutti scrivono poesie. Tutti si dicono poeti. Vivi.
*
Un poeta vivo è morto. Apprendo, aprendo le notizie, giorni fa. È giovane – per
sempre, adesso. Non lo conosco, ma lo conosco, ma non rammento. Il dispositivo
social che dispone di me, si premura di ricordarmi i miei ricordi. Un libro
nero, minuto, estraneo al ramo commerciale dell’editoria, è giunto fino ai suoi
occhi di poeta. Un carteggio a senso unico, ossessivo, Cristina Campo verso
Alejandra Pizarnik – l’abbiamo pubblicato tempo fa. Ha la delicatezza di
scriverne, di scrivermi. Riporta, in calce, a mo’ di orazione, La Tigre
assenza – riletta, è già presenza. Un poeta morto è vivo.
*
Ascolto un poeta vivo. Mentre passeggio, flâneur fra i dedali di Roma –
città-lupa che pasce il dolore di tutti. Canta i poeti vivi e i poeti morti. In
dote, ha il volto da poeta – caratura da cantautore, tono da angelo inquieto,
voce di quarzo. Ne usucapisco la leggerezza tenace dei versi, l’umorismo
arrotato della romanità.
> I poeti morti ti spezzano il cuore
> I poeti morti non tagliano il pane
> Non portano il cane, non hanno tatuaggi
> I poeti vivi hanno gli aggettivi
> Per gratificare i nuovi primitivi
*
Dei poeti vivi diffido – ai poeti vivi mi affido.
Fabrizia Sabbatini
*Il 16 marzo alle ore 16.30, a Roma, presso il Caffè letterario Horafelix, si
terrà l’incontro “Poesia corsara”, con la partecipazione di Pangea (per info:
horafelixroma@gmail.com)
*In copertina e nel testo: fotografie di mani di Alfred Stieglitz
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