La poesia e il massacro. Intorno a “In Memoriam” di Alice Winn

Pangea - Thursday, July 2, 2026

La scena d’esordio è sognante: il maestro d’organo sta uscendo dalla cappella dalla torre merlata e i vetri colorati, studenti sul prato ordinato della scuola parlano di Tennyson, di Keats e dei classici, uno di loro – il poeta – ha le dita sporche d’inchiostro. Alle loro spalle, l’edificio con i rettangoli bianchi delle finestre, i mattoni ricoperti d’edera e il tetto spiovente è testimone di tradizioni secolari. Ma nel giro di pochi paragrafi l’atmosfera incantata è disfatta, perché quei ragazzi commentano poi gli In Memoriam sulla rivista scolastica – siamo nell’ottobre del 1914, l’Inghilterra è in guerra dal 4 agosto. E tra molti altri il foglio riporta i nomi di due ex compagni arruolatisi e «morti gentiluomini valorosi, come ogni singolo studente di Preshute che fino ad allora era caduto in guerra».

Da qui prende l’avvio In Memoriam di Alice Winn (Garzanti, 2023) – altra scrittrice, come Pat Barker, innamorata dei War Poets e del periodo della Grande guerra. Il suo romanzo racconta la guerra come una ferita ancora aperta sotto la pelle della storia e, mentre ne restituisce il crollo morale e umano, al centro di quell’abisso fa nascere una storia d’amore complessa e struggente.

Henry Gaunt e Sidney Ellwood si amano prima ancora di saper dare un nome al loro sentimento. Il loro amore nasce nei corridoi del College, tra versi latini, rivalità adolescenziali e il peso di un’educazione costruita sul culto dell’eroismo maschile: il dovere delle scuole britanniche di «formare gentiluomini cristiani», secondo il modello del preside Arnold. Ma quello che sembra iniziare come un romanzo di formazione si sfalda d’improvviso con l’irruzione della guerra: le aule diventano trincee, i giochi cavallereschi si trasformano in mutilazione, fango, gas, carne devastata.

Le pagine rappresentano un contrasto feroce: le descrizioni del fronte non hanno nulla di romantico, la guerra mostra la sua materialità più atroce, corpi sventrati, pioggia interminabile, topi, febbre, giovani vite annientate con oscena casualità. Le pagine dedicate alla Somme, a Ypres, a Loos, ai continui massacri insensati hanno violenza quasi fisica, eppure non cedono mai al compiacimento, tanto meno all’idealizzazione. La crudeltà, la resa “viscerale” dell’esperienza di trincea, appare tanto più cruenta perché distrugge insieme membra e cuori: «alla Somme era come vedere l’universo spaccato a metà».

Il romanzo alterna il mondo chiuso e quasi sospeso del collegio con l’inferno delle trincee, in un contrasto strutturale che amplifica il trauma della guerra. Le prime pagine sono percorse da una leggerezza giovanile fatta di competizioni scolastiche, ironie, desideri trattenuti, piccoli rituali quotidiani, e proprio questa apparente serenità rende ancora più brutale l’arrivo del conflitto. Poi, la vicenda, il paesaggio e i rapporti tra protagonisti sono restituiti con precisione quasi documentaria unita a tensione lirica continua, ogni dettaglio riverberato in esperienza emotiva.

Non un semplice evento storico, la guerra invade il linguaggio stesso del romanzo, ne modifica il ritmo, spezza l’innocenza sintattica ed emotiva dei personaggi. Il fango che copre le uniformi e la pelle dei soldati, l’odore dolciastro dei cadaveri, il rumore incessante dell’artiglieria, la pioggia che sembra cancellare ogni confine tra uomini, cielo e terra: queste le potenti immagini sensoriali in virtù delle quali assistiamo alla tragedia. L’astrazione al fronte non esiste: la violenza è registrata quasi con precisione fisica, ma ogni crudezza non è mai gratuita, e anzi, serve a mostrare quanto fragile e preziosa sia la vita dei personaggi.

In questo scenario l’amore tra Gaunt ed Ellwood, narrato con sensibilità e finezza psicologica, si fa sempre più intenso, più luminoso: un legame che perde via via i confini puramente lirici, e si nutre di lettere mancate, sguardi trattenuti, piccoli gesti appena accennati. Paura di perdersi: spesso a parlare per loro sono proprio pause e silenzi. Il sentimento amoroso affiora nei vuoti tra il desiderio e la distanza e malgrado la minaccia della storia e della società, perché i ragazzi non devono solo sopravvivere alla guerra, ma anche a un mondo che considera il loro sentimento qualcosa da nascondere. Alla narrazione bellica si sovrappone così una meditazione sulla vulnerabilità dell’amore davanti ai congegni distruttivi della storia: la guerra trasforma i giovani in fantasmi di sé stessi, è «l’inferno dove finiscono ragazzi e risate» di Sassoon, che divora non solo i corpi, ma anche e in modo più subdolo i sogni, l’innocenza, la possibilità stessa d’immaginare il futuro. 

In mezzo al disfacimento generale permane tuttavia una sorta di tenacia nella tenerezza, che la tragedia osservata non perde mai, come una sorta di basso continuo in sottofondo. Con respiro quasi musicale di pause e accelerazioni, a momenti di estrema violenza si susseguono infatti improvvise sospensioni liriche: una memoria d’infanzia, l’immagine di una stanza illuminata, una frase letta in una lettera aprono oasi di vita normale, brevi spazi di umanità dentro il caos della guerra. L’amore – una mano cercata nel buio, la memoria di una voce amata – è l’unica resistenza possibile contro la macchina impersonale della morte.

In Memoriam fonde la tradizione della grande narrativa sulla Prima guerra mondiale con la sensibilità contemporanea, l’intensità emotiva di Regeneration della Barker e l’elegia dolente dei versi di Owen. Con sguardo insieme delicato e feroce, il romanzo è anch’esso un’elegia per la giovinezza annientata: i giovani protagonisti entrano in guerra con gli ideali dell’Inghilterra edoardiana – onore, coraggio, patriottismo –  ma la storia corale e personale svela il progressivo dissolversi di quei miti, la trasformazione dei ragazzi di un tempo in uomini prematuramente invecchiati, mutilati nel corpo e nell’anima.

Oltre la cronaca della tragedia, oltre il racconto di come la guerra abbia distrutto un’intera generazione, la vicenda di Henry Gaunt, Sidney Ellwood e compagni prova l’evidenza straziante che, persino nell’orrore assoluto, gli esseri umani continuano ostinatamente ad amare sebbene troppo spesso, come re Lear, «non riescano a sollevare il loro cuore fino alla bocca». 

Paola Tonussi

*In copertina e nel testo: britannici alla Prima guerra, 1914

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