La scena d’esordio è sognante: il maestro d’organo sta uscendo dalla cappella
dalla torre merlata e i vetri colorati, studenti sul prato ordinato della scuola
parlano di Tennyson, di Keats e dei classici, uno di loro – il poeta – ha le
dita sporche d’inchiostro. Alle loro spalle, l’edificio con i rettangoli bianchi
delle finestre, i mattoni ricoperti d’edera e il tetto spiovente è testimone di
tradizioni secolari. Ma nel giro di pochi paragrafi l’atmosfera incantata è
disfatta, perché quei ragazzi commentano poi gli In Memoriam sulla rivista
scolastica – siamo nell’ottobre del 1914, l’Inghilterra è in guerra dal 4
agosto. E tra molti altri il foglio riporta i nomi di due ex compagni
arruolatisi e «morti gentiluomini valorosi, come ogni singolo studente di
Preshute che fino ad allora era caduto in guerra».
Da qui prende l’avvio In Memoriam di Alice Winn (Garzanti, 2023) – altra
scrittrice, come Pat Barker, innamorata dei War Poets e del periodo della Grande
guerra. Il suo romanzo racconta la guerra come una ferita ancora aperta sotto la
pelle della storia e, mentre ne restituisce il crollo morale e umano, al centro
di quell’abisso fa nascere una storia d’amore complessa e struggente.
Henry Gaunt e Sidney Ellwood si amano prima ancora di saper dare un nome al loro
sentimento. Il loro amore nasce nei corridoi del College, tra versi latini,
rivalità adolescenziali e il peso di un’educazione costruita sul culto
dell’eroismo maschile: il dovere delle scuole britanniche di «formare
gentiluomini cristiani», secondo il modello del preside Arnold. Ma quello che
sembra iniziare come un romanzo di formazione si sfalda d’improvviso con
l’irruzione della guerra: le aule diventano trincee, i giochi cavallereschi si
trasformano in mutilazione, fango, gas, carne devastata.
Le pagine rappresentano un contrasto feroce: le descrizioni del fronte non hanno
nulla di romantico, la guerra mostra la sua materialità più atroce, corpi
sventrati, pioggia interminabile, topi, febbre, giovani vite annientate con
oscena casualità. Le pagine dedicate alla Somme, a Ypres, a Loos, ai continui
massacri insensati hanno violenza quasi fisica, eppure non cedono mai al
compiacimento, tanto meno all’idealizzazione. La crudeltà, la resa “viscerale”
dell’esperienza di trincea, appare tanto più cruenta perché distrugge insieme
membra e cuori: «alla Somme era come vedere l’universo spaccato a metà».
Il romanzo alterna il mondo chiuso e quasi sospeso del collegio con l’inferno
delle trincee, in un contrasto strutturale che amplifica il trauma della guerra.
Le prime pagine sono percorse da una leggerezza giovanile fatta di competizioni
scolastiche, ironie, desideri trattenuti, piccoli rituali quotidiani, e proprio
questa apparente serenità rende ancora più brutale l’arrivo del conflitto. Poi,
la vicenda, il paesaggio e i rapporti tra protagonisti sono restituiti con
precisione quasi documentaria unita a tensione lirica continua, ogni dettaglio
riverberato in esperienza emotiva.
Non un semplice evento storico, la guerra invade il linguaggio stesso del
romanzo, ne modifica il ritmo, spezza l’innocenza sintattica ed emotiva dei
personaggi. Il fango che copre le uniformi e la pelle dei soldati, l’odore
dolciastro dei cadaveri, il rumore incessante dell’artiglieria, la pioggia che
sembra cancellare ogni confine tra uomini, cielo e terra: queste le potenti
immagini sensoriali in virtù delle quali assistiamo alla tragedia. L’astrazione
al fronte non esiste: la violenza è registrata quasi con precisione fisica, ma
ogni crudezza non è mai gratuita, e anzi, serve a mostrare quanto fragile e
preziosa sia la vita dei personaggi.
In questo scenario l’amore tra Gaunt ed Ellwood, narrato con sensibilità e
finezza psicologica, si fa sempre più intenso, più luminoso: un legame che perde
via via i confini puramente lirici, e si nutre di lettere mancate, sguardi
trattenuti, piccoli gesti appena accennati. Paura di perdersi: spesso a parlare
per loro sono proprio pause e silenzi. Il sentimento amoroso affiora nei vuoti
tra il desiderio e la distanza e malgrado la minaccia della storia e della
società, perché i ragazzi non devono solo sopravvivere alla guerra, ma anche a
un mondo che considera il loro sentimento qualcosa da nascondere. Alla
narrazione bellica si sovrappone così una meditazione sulla vulnerabilità
dell’amore davanti ai congegni distruttivi della storia: la guerra trasforma i
giovani in fantasmi di sé stessi, è «l’inferno dove finiscono ragazzi e risate»
di Sassoon, che divora non solo i corpi, ma anche e in modo più subdolo i sogni,
l’innocenza, la possibilità stessa d’immaginare il futuro.
In mezzo al disfacimento generale permane tuttavia una sorta di tenacia nella
tenerezza, che la tragedia osservata non perde mai, come una sorta di basso
continuo in sottofondo. Con respiro quasi musicale di pause e accelerazioni, a
momenti di estrema violenza si susseguono infatti improvvise sospensioni
liriche: una memoria d’infanzia, l’immagine di una stanza illuminata, una frase
letta in una lettera aprono oasi di vita normale, brevi spazi di umanità dentro
il caos della guerra. L’amore – una mano cercata nel buio, la memoria di una
voce amata – è l’unica resistenza possibile contro la macchina impersonale della
morte.
In Memoriam fonde la tradizione della grande narrativa sulla Prima guerra
mondiale con la sensibilità contemporanea, l’intensità emotiva
di Regeneration della Barker e l’elegia dolente dei versi di Owen. Con sguardo
insieme delicato e feroce, il romanzo è anch’esso un’elegia per la giovinezza
annientata: i giovani protagonisti entrano in guerra con gli ideali
dell’Inghilterra edoardiana – onore, coraggio, patriottismo – ma la storia
corale e personale svela il progressivo dissolversi di quei miti, la
trasformazione dei ragazzi di un tempo in uomini prematuramente invecchiati,
mutilati nel corpo e nell’anima.
Oltre la cronaca della tragedia, oltre il racconto di come la guerra abbia
distrutto un’intera generazione, la vicenda di Henry Gaunt, Sidney Ellwood e
compagni prova l’evidenza straziante che, persino nell’orrore assoluto, gli
esseri umani continuano ostinatamente ad amare sebbene troppo spesso, come re
Lear, «non riescano a sollevare il loro cuore fino alla bocca».
Paola Tonussi
*In copertina e nel testo: britannici alla Prima guerra, 1914
L'articolo La poesia e il massacro. Intorno a “In Memoriam” di Alice Winn
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