“Trenta sacchi di buio”. Un racconto di Idria Pilogallo

Pangea - Friday, July 10, 2026

Considero Idria Pilogallo una di quelle rare e nuove voci autoriali del nuovo millennio in grado di traghettare brani di un meridionalismo che andrebbe ancora indagato, autentico, distante anni luce dall’uso ruffiano e pretenzioso, fasullo, da laboratorio editoriale (storytelling da batterie), attraverso cui sì è coltivata una certa narrazione del sud, tutta Marianna Ucrìa o rosolio e guantiere, mulattiere e rocche sulla cima, a strapiombo sullo Ionio, funestate da saghe criminali o peggio famigliari o qualcosa di questo tipo. Idria Pilogallo ha origini calabresi, benché dimori in Toscana. Trascina con sé il vigore di una voce lavorata dal suono e dal furore (colori, sentori, paesaggi) di taluni luoghi, così precisi e imprescindibili nel procedere di uno scrittore. Il racconto che vi propone si distanzia dalla luce cieca e violenta di altri suoi scritti, ambientati nelle lande aride e assolate della Calabria, eppure, malgrado sia ambientato nella capitale, ne traduce ugualmente la potenza, non decriptabile, una qualche segreta virtù affabulatoria, c’è, l’ascoltiamo, a un livello di percezione che vibra, ma non in superficie. Avrei voluto inserire Idria in una antologia di nuove voci del Sud, di un Sud vero, sciagurato, confuso in un meticciato dalle molte incavature, inflessioni, lingue, come in una Babilonia del transumanesimo. Idria Pilogallo è una voce letteraria definita, io direi persino potente, che meriterebbe una diffusione adeguata, la pubblicazione dei suoi scritti senz’altro. Ringrazio Davide Brullo per averla accolta e averle dato una possibilità, qui su Pangea, chiedendomi infine di introdurla. L’ho fatto.

Buona lettura.

Veronica Tomassini 

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Trenta sacchi di buio

Roma, Corviale, estate 1995

C’erano trentaquattro gradi all’ombra ma il riparo al Serpentone era solo cemento armato che sudava miseria. Avevo giurato a me stesso che in quel chilometro di alveare umano non ci avrei rimesso piede. Nemmeno sotto minaccia, nemmeno per un carico di roba pura.

Eppure, eccomi lì. 

La porta di Maria, al piano seminterrato, era socchiusa. Quel genere di invito che un uomo con un briciolo di cervello rifiuta, a meno che non stia cercando il proprio conto finale. 

Dall’interno usciva un odore denso, una miscela di muffa e segreti sepolti. Lo riconosceresti tra mille: è il puzzo dei bassifondi e dei cessi degli squat dove avevo buttato via i miei anni migliori.

«Maria?» chiamai.

Nessuna risposta. Solo il silenzio della periferia.

Feci un passo e qualcosa scricchiolò sotto la mia scarpa. Mi chinai. Era una fotografia calpestata. Qualcuno aveva ritagliato la mia faccia, quella di vent’anni prima, e l’aveva incollata sul corpo di un bambino. Mi si irrigidirono le mani.

Il monolocale era una discarica di ricordi inutili. Maria aveva vissuto in quella casa, immersa nelle carte e nei gingilli che andava raccattando in giro per la capitale. Vasi sbeccati, cestini, pile di quotidiani ingialliti che svettavano come colonne in un tempio in rovina. Ovunque c’erano oggetti senza nome che lei raccoglieva per le strade della capitale e portava a casa come offerte votive.

Poi mi arrivò la zampata d’aria calda. Un lezzo insopportabile si insinuò nelle narici. Mi coprii la bocca con la mano e mi trascinai fino alla finestra. Ai piedi del tavolo mi si bloccò il fiato. 

Una coperta viva di scarafaggi, larve e mosche ballava intorno a un corpo. Maria.

Il capo reclinato, le braccia inerti lungo i fianchi. Al collo, un pendente di San Giuseppe inviolato.

Caddi all’indietro su una montagna di vecchi libri ammuffiti. Unii le mani in un gesto che assomigliava a una preghiera ma era solo un modo per non guardare il mio peccato in faccia. 

Lo spettro di quella donna non mi avrebbe dato tregua.

I vicini la chiamavano “Asso pigliatutto”. Gli uomini sanno essere squali quando vedono qualcuno che affoga. Per loro era solo la matta del quartiere che riempiva la casa di spazzatura. Non capivano che quella spazzatura era l’unico collante che teneva insieme i suoi pezzi.

L’avevo incontrata sul bus 773, la linea che trasporta i disperati dal centro ai margini. Destinazione Porta Portese. Io ci andavo con una scimmia nelle vene che mi mordeva il cervello per trenta sacchi di eroina; lei con i sacchi di plastica vuoti per raccogliere gli avanzi del mercato.

Due ferite aperte, due errori nel sistema urbano che la città cerca di dimenticare tenendoli a distanza. 

Fu su quel bus che vidi la scatola. Una vecchia latta di biscotti Gentilini, roba di Natale sbiadita dal tempo. La stringeva al petto come fosse un reliquiario. Dentro c’erano centinaia di ritagli di giornale. Cronache diverse, anni diversi ma lo stesso volto sgranato.

Ci avevo messo un’eternità di eroina a capire, con la testa annebbiata dalla roba. Poi, l’intuizione mi aveva colpito come una lama fredda nello stomaco. Quel volto era la mia faccia di vent’anni prima. 

Il ricordo riemerse come una serie di scatti bruciati che sanno di ferro arrugginito e ozono, di freni surriscaldati e pioggia sui binari.

Erano le sei di un pomeriggio di novembre, uno di quelli in cui Roma è una distesa di fango e travertino sporco, sotto un cielo color piombo. Mi trovavo in stazione ed ero in astinenza dura, quella sensazione di formiche sotto la pelle che ti fa desiderare di strapparti la carne di dosso. 

Mi servivano trenta sacchi. Solo trenta. 

Lui era seduto su una panchina di ferro. Un ragazzino, sedici anni al massimo. Lo zaino tra le gambe, le cuffie alle orecchie. Troppo pulito per quel posto. Aveva un orologio al polso che brillava blu sotto i neon della banchina. Un regalo, forse.

«Dammelo», dissi. La mia voce uscì come un rantolo.

Lui non mi sentì, aveva le cuffie. Gli misi una mano sulla spalla. Sussultò, mi vide troppo tardi. 

Lo strattonai per strappargli l’orologio, lui spinse, io risposi con un colpo secco. Un riflesso schifoso da tossico per comprare qualche ora di pace. Il suo piede scivolò sul cemento viscido.

Poi arrivò il fischio. Un merci in transito a settanta all’ora. L’aria si spostò con la violenza di uno schiaffo, puzzando di gasolio e freni surriscaldati. Lo vidi oscillare nel vuoto, gli occhi nei miei per un millesimo di secondo.

Poi cadde.

Nessun grido, solo un urto sordo contro il metallo e il sibilo dei freni d’emergenza. 

Non guardai giù. Mi voltai e corsi finché i polmoni non presero fuoco, finché il quartiere non mi inghiottì. Per vent’anni mi ero raccontato che fosse stato un incidente.

La stampa liquidò la faccenda in cinque righe “Giovane cade sui binari, tragedia alla stazione”. Nessun colpevole da cercare. Caso archiviato”

Ma in quel seminterrato a Corviale la verità venne a galla come un cadavere rimasto troppo a lungo sul fondo del Tevere. Quel treno non si era mai fermato, aveva continuato a correre nella testa di Maria per vent’anni, portandosi via la sua lucidità pezzo per pezzo.

Il ragazzo della banchina era suo figlio.

Mi chinai sul cadavere. Schiacciata sotto il suo peso c’era la scatola di latta Gentilini. 

La sfilai e la aprii. Dentro c’erano i frammenti di una vita che avevo cercato di dimenticare nei cucchiai bruciati. Maria aveva incollato la mia faccia su foto di riviste: corpi di uomini in carriera, padri di famiglia, viaggiatori. Mi aveva fatto crescere sulla carta. Mi aveva inventato un futuro.

In fondo alla scatola trovai un quaderno a quadretti gonfio di umidità.

Ogni riga era un appunto preso sul bus 773.

“Oggi ha la tosse.”

“Si è addormentato al posto del finestrino. Respira.”

“Ha litigato con l’autista. È vivo.”

“Oggi non c’era. Ho aspettato.”

Mi mancò l’aria. Nel suo delirio non cercava l’assassino di suo figlio. Aveva adottato me. Ero il sopravvissuto miracoloso di quella banchina, condannato a una morte lenta che lei cercava disperatamente di fermare tra le sue carte.

L’Asso Pigliatutto aveva raccolto me, la spazzatura più schifosa. Mi aveva tenuto in vita con lo sguardo, aspettando un cenno o un perdono che non sapevo nemmeno di dover chiedere. 

Afferrai la scatola e la strinsi al petto. Uscii da quel buco risalendo le scale. La luce del mattino mi colpì gli occhi come una condanna a morte. Nel piazzale, tra carcasse di auto bruciate e asfalto spaccato, Corviale sembrava un monumento al fallimento umano.

Il 773 spuntò come un relitto arancione tra le buche. Salii. L’autista mi squadrò nello specchietto ma, in periferia, impari presto a non fare domande a chi ha gli occhi vitrei.

Mi sedetti nell’ultimo posto in fondo, la vecchia postazione di Maria. Poggiai la scatola sulle ginocchia. Presi il ritaglio con la mia faccia e lo guardai. Poi, lo ridussi in coriandoli. Aprii il finestrino e lasciai che il vento della Portuense se li portasse via, tra i piloni di cemento e il gas di scarico.

Il bus morì alla stazione di Trastevere. Scesi. Stessa banchina, stesso sapore di gasolio nell’aria.

Mi sedetti sulla stessa panchina di ferro, la stessa di vent’anni prima. Qualcuno ci aveva inciso sopra nuove scritte. In fondo al binario c’era un ragazzino. Sedici anni, forse, cuffie bianche alle orecchie, zaino a terra. Mi diede un’occhiata distratta e tornò allo schermo del suo cellulare.

In quel momento capii il piano di Maria. Non era pazza. Era stata la mente più lucida e spietata del mondo. Mi aveva costretto a esistere finché lei avesse avuto la forza di guardarmi. Ora che se n’era andata, toccava a me.

Il fischio del treno arrivò da lontano. Le rotaie iniziarono a cantare il loro pezzo metallico. Mi alzai. 

La scatola di latta, ormai vuota, mi scivolò dalle dita e rimbalzò sul cemento prima di finire giù, tra le traversine. Mi portai sul ciglio della banchina, il vento del convoglio in arrivo mi schiaffeggiò la faccia proprio come quella sera. I binari brillavano sotto il sole.

«Maria,» sussurrai.

Il boato inghiottì il nome. Non servivano spinte. Il cerchio si chiudeva con la precisione di un conto che viene saldato. Un piede che scivola, il vuoto che si spalanca e il buio che smette di inseguirti perché gli vai incontro.

Qualche ora dopo, sul bus 773, un’altra anima persa trovò una scatola di latta abbandonata sull’ultimo sedile in fondo.

La girò tra le mani e la aprì. Era vuota. L’uomo guardò il grigio della periferia scorrere fuori dal vetro per tutto il tragitto. 

Poi, con la lentezza di chi non ha nessun posto dove andare frugò in tasca, tirò fuori una vecchia fotografia sbiadita, la guardò per un istante e la lasciò cadere sul fondo della scatola. 

Chiuse il coperchio.

Il bus continuò la sua corsa verso il Serpentone dove niente va mai perduto, ma tutto ritorna.

Idria Pilogallo

*In copertina: Félix Vallotton, “L’homme poignardé”, 1916

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