Considero Idria Pilogallo una di quelle rare e nuove voci autoriali del nuovo
millennio in grado di traghettare brani di un meridionalismo che andrebbe ancora
indagato, autentico, distante anni luce dall’uso ruffiano e pretenzioso,
fasullo, da laboratorio editoriale (storytelling da batterie), attraverso cui sì
è coltivata una certa narrazione del sud, tutta Marianna Ucrìa o rosolio e
guantiere, mulattiere e rocche sulla cima, a strapiombo sullo Ionio, funestate
da saghe criminali o peggio famigliari o qualcosa di questo tipo. Idria
Pilogallo ha origini calabresi, benché dimori in Toscana. Trascina con sé il
vigore di una voce lavorata dal suono e dal furore (colori, sentori, paesaggi)
di taluni luoghi, così precisi e imprescindibili nel procedere di uno scrittore.
Il racconto che vi propone si distanzia dalla luce cieca e violenta di altri
suoi scritti, ambientati nelle lande aride e assolate della Calabria, eppure,
malgrado sia ambientato nella capitale, ne traduce ugualmente la potenza, non
decriptabile, una qualche segreta virtù affabulatoria, c’è, l’ascoltiamo, a un
livello di percezione che vibra, ma non in superficie. Avrei voluto inserire
Idria in una antologia di nuove voci del Sud, di un Sud vero, sciagurato,
confuso in un meticciato dalle molte incavature, inflessioni, lingue, come in
una Babilonia del transumanesimo. Idria Pilogallo è una voce letteraria
definita, io direi persino potente, che meriterebbe una diffusione adeguata, la
pubblicazione dei suoi scritti senz’altro. Ringrazio Davide Brullo per averla
accolta e averle dato una possibilità, qui su Pangea, chiedendomi infine di
introdurla. L’ho fatto.
Buona lettura.
Veronica Tomassini
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Trenta sacchi di buio
Roma, Corviale, estate 1995
C’erano trentaquattro gradi all’ombra ma il riparo al Serpentone era solo
cemento armato che sudava miseria. Avevo giurato a me stesso che in quel
chilometro di alveare umano non ci avrei rimesso piede. Nemmeno sotto minaccia,
nemmeno per un carico di roba pura.
Eppure, eccomi lì.
La porta di Maria, al piano seminterrato, era socchiusa. Quel genere di invito
che un uomo con un briciolo di cervello rifiuta, a meno che non stia cercando il
proprio conto finale.
Dall’interno usciva un odore denso, una miscela di muffa e segreti sepolti. Lo
riconosceresti tra mille: è il puzzo dei bassifondi e dei cessi degli squat dove
avevo buttato via i miei anni migliori.
«Maria?» chiamai.
Nessuna risposta. Solo il silenzio della periferia.
Feci un passo e qualcosa scricchiolò sotto la mia scarpa. Mi chinai. Era una
fotografia calpestata. Qualcuno aveva ritagliato la mia faccia, quella di
vent’anni prima, e l’aveva incollata sul corpo di un bambino. Mi si irrigidirono
le mani.
Il monolocale era una discarica di ricordi inutili. Maria aveva vissuto in
quella casa, immersa nelle carte e nei gingilli che andava raccattando in giro
per la capitale. Vasi sbeccati, cestini, pile di quotidiani ingialliti che
svettavano come colonne in un tempio in rovina. Ovunque c’erano oggetti senza
nome che lei raccoglieva per le strade della capitale e portava a casa come
offerte votive.
Poi mi arrivò la zampata d’aria calda. Un lezzo insopportabile si insinuò nelle
narici. Mi coprii la bocca con la mano e mi trascinai fino alla finestra. Ai
piedi del tavolo mi si bloccò il fiato.
Una coperta viva di scarafaggi, larve e mosche ballava intorno a un corpo.
Maria.
Il capo reclinato, le braccia inerti lungo i fianchi. Al collo, un pendente di
San Giuseppe inviolato.
Caddi all’indietro su una montagna di vecchi libri ammuffiti. Unii le mani in un
gesto che assomigliava a una preghiera ma era solo un modo per non guardare il
mio peccato in faccia.
Lo spettro di quella donna non mi avrebbe dato tregua.
I vicini la chiamavano “Asso pigliatutto”. Gli uomini sanno essere squali quando
vedono qualcuno che affoga. Per loro era solo la matta del quartiere che
riempiva la casa di spazzatura. Non capivano che quella spazzatura era l’unico
collante che teneva insieme i suoi pezzi.
L’avevo incontrata sul bus 773, la linea che trasporta i disperati dal centro ai
margini. Destinazione Porta Portese. Io ci andavo con una scimmia nelle vene che
mi mordeva il cervello per trenta sacchi di eroina; lei con i sacchi di plastica
vuoti per raccogliere gli avanzi del mercato.
Due ferite aperte, due errori nel sistema urbano che la città cerca di
dimenticare tenendoli a distanza.
Fu su quel bus che vidi la scatola. Una vecchia latta di biscotti Gentilini,
roba di Natale sbiadita dal tempo. La stringeva al petto come fosse un
reliquiario. Dentro c’erano centinaia di ritagli di giornale. Cronache diverse,
anni diversi ma lo stesso volto sgranato.
Ci avevo messo un’eternità di eroina a capire, con la testa annebbiata dalla
roba. Poi, l’intuizione mi aveva colpito come una lama fredda nello stomaco.
Quel volto era la mia faccia di vent’anni prima.
Il ricordo riemerse come una serie di scatti bruciati che sanno di ferro
arrugginito e ozono, di freni surriscaldati e pioggia sui binari.
Erano le sei di un pomeriggio di novembre, uno di quelli in cui Roma è una
distesa di fango e travertino sporco, sotto un cielo color piombo. Mi trovavo in
stazione ed ero in astinenza dura, quella sensazione di formiche sotto la pelle
che ti fa desiderare di strapparti la carne di dosso.
Mi servivano trenta sacchi. Solo trenta.
Lui era seduto su una panchina di ferro. Un ragazzino, sedici anni al massimo.
Lo zaino tra le gambe, le cuffie alle orecchie. Troppo pulito per quel posto.
Aveva un orologio al polso che brillava blu sotto i neon della banchina. Un
regalo, forse.
«Dammelo», dissi. La mia voce uscì come un rantolo.
Lui non mi sentì, aveva le cuffie. Gli misi una mano sulla spalla. Sussultò, mi
vide troppo tardi.
Lo strattonai per strappargli l’orologio, lui spinse, io risposi con un colpo
secco. Un riflesso schifoso da tossico per comprare qualche ora di pace. Il suo
piede scivolò sul cemento viscido.
Poi arrivò il fischio. Un merci in transito a settanta all’ora. L’aria si spostò
con la violenza di uno schiaffo, puzzando di gasolio e freni surriscaldati. Lo
vidi oscillare nel vuoto, gli occhi nei miei per un millesimo di secondo.
Poi cadde.
Nessun grido, solo un urto sordo contro il metallo e il sibilo dei freni
d’emergenza.
Non guardai giù. Mi voltai e corsi finché i polmoni non presero fuoco, finché il
quartiere non mi inghiottì. Per vent’anni mi ero raccontato che fosse stato un
incidente.
La stampa liquidò la faccenda in cinque righe “Giovane cade sui binari, tragedia
alla stazione”. Nessun colpevole da cercare. Caso archiviato”
Ma in quel seminterrato a Corviale la verità venne a galla come un cadavere
rimasto troppo a lungo sul fondo del Tevere. Quel treno non si era mai fermato,
aveva continuato a correre nella testa di Maria per vent’anni, portandosi via la
sua lucidità pezzo per pezzo.
Il ragazzo della banchina era suo figlio.
Mi chinai sul cadavere. Schiacciata sotto il suo peso c’era la scatola di latta
Gentilini.
La sfilai e la aprii. Dentro c’erano i frammenti di una vita che avevo cercato
di dimenticare nei cucchiai bruciati. Maria aveva incollato la mia faccia su
foto di riviste: corpi di uomini in carriera, padri di famiglia, viaggiatori. Mi
aveva fatto crescere sulla carta. Mi aveva inventato un futuro.
In fondo alla scatola trovai un quaderno a quadretti gonfio di umidità.
Ogni riga era un appunto preso sul bus 773.
“Oggi ha la tosse.”
“Si è addormentato al posto del finestrino. Respira.”
“Ha litigato con l’autista. È vivo.”
“Oggi non c’era. Ho aspettato.”
Mi mancò l’aria. Nel suo delirio non cercava l’assassino di suo figlio. Aveva
adottato me. Ero il sopravvissuto miracoloso di quella banchina, condannato a
una morte lenta che lei cercava disperatamente di fermare tra le sue carte.
L’Asso Pigliatutto aveva raccolto me, la spazzatura più schifosa. Mi aveva
tenuto in vita con lo sguardo, aspettando un cenno o un perdono che non sapevo
nemmeno di dover chiedere.
Afferrai la scatola e la strinsi al petto. Uscii da quel buco risalendo le
scale. La luce del mattino mi colpì gli occhi come una condanna a morte. Nel
piazzale, tra carcasse di auto bruciate e asfalto spaccato, Corviale sembrava un
monumento al fallimento umano.
Il 773 spuntò come un relitto arancione tra le buche. Salii. L’autista mi
squadrò nello specchietto ma, in periferia, impari presto a non fare domande a
chi ha gli occhi vitrei.
Mi sedetti nell’ultimo posto in fondo, la vecchia postazione di Maria. Poggiai
la scatola sulle ginocchia. Presi il ritaglio con la mia faccia e lo guardai.
Poi, lo ridussi in coriandoli. Aprii il finestrino e lasciai che il vento della
Portuense se li portasse via, tra i piloni di cemento e il gas di scarico.
Il bus morì alla stazione di Trastevere. Scesi. Stessa banchina, stesso sapore
di gasolio nell’aria.
Mi sedetti sulla stessa panchina di ferro, la stessa di vent’anni prima.
Qualcuno ci aveva inciso sopra nuove scritte. In fondo al binario c’era un
ragazzino. Sedici anni, forse, cuffie bianche alle orecchie, zaino a terra. Mi
diede un’occhiata distratta e tornò allo schermo del suo cellulare.
In quel momento capii il piano di Maria. Non era pazza. Era stata la mente più
lucida e spietata del mondo. Mi aveva costretto a esistere finché lei avesse
avuto la forza di guardarmi. Ora che se n’era andata, toccava a me.
Il fischio del treno arrivò da lontano. Le rotaie iniziarono a cantare il loro
pezzo metallico. Mi alzai.
La scatola di latta, ormai vuota, mi scivolò dalle dita e rimbalzò sul cemento
prima di finire giù, tra le traversine. Mi portai sul ciglio della banchina, il
vento del convoglio in arrivo mi schiaffeggiò la faccia proprio come quella
sera. I binari brillavano sotto il sole.
«Maria,» sussurrai.
Il boato inghiottì il nome. Non servivano spinte. Il cerchio si chiudeva con la
precisione di un conto che viene saldato. Un piede che scivola, il vuoto che si
spalanca e il buio che smette di inseguirti perché gli vai incontro.
Qualche ora dopo, sul bus 773, un’altra anima persa trovò una scatola di latta
abbandonata sull’ultimo sedile in fondo.
La girò tra le mani e la aprì. Era vuota. L’uomo guardò il grigio della
periferia scorrere fuori dal vetro per tutto il tragitto.
Poi, con la lentezza di chi non ha nessun posto dove andare frugò in tasca, tirò
fuori una vecchia fotografia sbiadita, la guardò per un istante e la lasciò
cadere sul fondo della scatola.
Chiuse il coperchio.
Il bus continuò la sua corsa verso il Serpentone dove niente va mai perduto, ma
tutto ritorna.
Idria Pilogallo
*In copertina: Félix Vallotton, “L’homme poignardé”, 1916
L'articolo “Trenta sacchi di buio”. Un racconto di Idria Pilogallo proviene da
Pangea.
Tag - Veronica Tomassini
Per vertigine, per vocalità d’abisso, Veronica Tomassini è tra i grandi
scrittori – non c’è genere nel generare l’opera, nella sua seminagione nelle
nostre boccucce pulcine – del tempo presente. Da tempo incorporata nel catalogo
de La Nave di Teseo – L’inganno, la ristampa di Sangue di cane –, da tempo
Veronica Tomassini scrive storie che scartavetrano l’era, storie turgide di
cristalli, di cuori taurini. Per gioco: paragonate la sua scrittura a quella
degli attuali autori dello Strega – ne sarete, autenticamente, stregati, quando
non sopraffatti. Ad ogni modo. Transeuropa Edizioni ha invitato Veronica
Tomassini a partecipare alla prima residenza creativa ordita dalla casa
editrice, con sede a Massa. Veronica ha accettato, il programma è questo: sabato
14 giugno “lettura condivisa e riflessione aperta al pubblico” nello Spazio
Transeuropa (ore 17.30, con Giorgiomaria Cornelio); sabato 28 e domenica 29
giugno, “laboratorio intensivo di ‘scrittura del sé’” con Veronica Tomassini e
Giulio Milani (informazioni del caso, qui: info@transeuropaedizioni.it; tel.
0585/1690324). La residenza è possibile grazie all’impegno, tra l’altro,
della Scuola Colombre di Paolo Bianchi e Annarita Briganti, che ha ‘costretto’
l’autrice a dissigillare la reclusione in cui vive.
L’esito della residenza sarà la scrittura e la pubblicazione di un pamphlet, Il
Roveto ardente, di cui, per gentile concessione, pubblichiamo un brano.
***
Il Roveto ardente
Scrivere è un lungo viaggio in treno, la noia del paesaggio frugato oltre il
finestrino, ingannato dalla nostra visione che tramonta su un poggio lontano, un
poggio che forse non esiste. Eppure è vivo, ardito, fremente. E la nostalgia
piomba su di esso quasi a cercarvi riparo o conforto o diremmo ancor meglio:
consolazione. Perché la nostalgia? Di chi, di cosa? Cosa indaga, o ancor prima,
quale regola morale governa la scrittura, o la visione, o la ricerca di solito
tormentata della verità, non di una qualche verità.
Io comincio da qui. Questa è la mia poetica. Prima ancora che la cosiddetta
pedestre tendenza al tremendismo, il mio vizio soggiace al modo di una ancella
che servilmente vorrebbe adornare il suo sovrano di umiltà e devozione, o
soltanto restandogli fedele.
La vita si è poi dimostrata complice, costellata da diverse stazioni in cui il
destino pareva soprassedere e non costruire. Come recitava Jaromil il poeta
ne La Vita è altrove di Milan Kundera: sembrava che avesse smesso di costruire
le sue stazioni. Nella desolazione dell’evidenza, la tragicità di un qualche
avvenimento, tuttavia il destino precipitava ancora a fornire altre
provocazioni, un folto bosco di pretesti per non sfuggirgli e a tentoni avanzare
nell’identico sentiero che conduceva, avrebbe dovuto perlomeno, non a una
qualche verità, ma alla sola, o al suo esecutore immaginifico e lucente, il
sovrano e il fanciullo. Innocenza e regalità. Purezza e autorevolezza. I chiodi
della scrittura.
Il compito in realtà si sarebbe rivelato molto tardi, non convalidando la vita e
i suoi avvenimenti esagerati e universali, scegliendo di fatto me, incapace,
l’eroe capovolto di Gogol’, ma appena meno, non in grado di suscitare la
commozione di un dolore epico, nemmeno quando da grottesco riusciva
terribilmente elevato, io ero soltanto o perlopiù una testimone. Testimone del
dolore epico universale. Non mio, non esattamente mio, alla fine del quale
trovavo l’altro, l’eroe mirgorodiano, capace di ingenerare il riso con il suono
del singhiozzo.
La scrittura era l’estenuante infinito viaggio in treno che affrontavo da
bambina per raggiungere i nonni all’altro capo dello stivale. Erano le lettere
noiose che galleggiavano davanti ai miei occhi fissi sugli scare dei vagoni: ne
pas se pencher au dehors. Riflessioni oniriche più che un’indagine tonda e
maniacale che perdeva senso mano mano che il tedio avanzava con le gallerie e il
disordine sonoro e monotematico delle rotaie. A starci dentro nell’esercizio
pedestre si finiva però per sorprendere una luce improvvisa, un pensiero
impetuoso e brevissimo che sarebbe fuggito anch’esso probabilmente a riparare
nel poggio di cui vi dicevo sopra, vibrante e inesistente.
Tuttavia sarebbe stata la vita a manifestarsi, venirmi in soccorso, presentarsi
sotto la forma della parola, al seguito di vicende spostate violentemente ai
margini dal resto, dai militanti del perbenismo, conclave sociale oramai fuori
moda. E sulla soglia della marginalità, la parola si edificava, ergeva
mirabolanti possibilità, costruzioni difficilissime da smontare, intoccabili,
inscalfibili. Non riuscivo a chiamarlo destino anche quello, un fenomeno
duttile, mobile, immeritato.
E nondimeno lo era.
Veronica Tomassini
*In copertina: Georges Rouault, lettera con volto di Cristo, 1930; “Se penso
alla pittura penso a Rouault. Non ai colori strozzati, urlati, dei fauves. Ma
alla sua pietà mista all’ira per il derelitto” (Veronica Tomassini)
L'articolo “Purezza e autorevolezza. I chiodi della scrittura”. Veronica
Tomassini ospite di Transeuropa proviene da Pangea.