Anna Achmatova, l’Attila della poesia (o: storia degli Unni come amore filiale)

Pangea - Monday, July 20, 2026

È curioso. In un raro libro di Lev Nikolaevič Gumilëv pubblicato in Italia, Gli Unni, l’autore, “professore di storia dei popoli dell’Asia centrale all’Università di Leningrado”, è presentato come “figlio del poeta Nikolaj Stepanovič”. Nikolaj Gumilëv, poeta marziale, fondatore della ‘Gilda dei poeti’ che diede vita all’acmeismo, amava i tour in Africa e cacciare i leoni, come Hemingway. Antibolscevico, fu arrestato dai rivoluzionari con l’accusa di ordire complotti e fucilato, alla fine di agosto del 1921. 

Gli Unni uscì nel 1973 al numero 490 della prestigiosa collana dei ‘Saggi’ Einaudi. Il sottotitolo è accattivante – “Un impero di nomadi antagonista dell’antica Cina” –; traduce Carlo Cosetti. È curioso che la nota einaudiana non ricordi la madre di Lev Gumilëv, Anna Achmatova, ben più nota del padre: nove anni prima le era stato concesso di atterrare in Italia, per ritirare il premio “Etna-Taormina”. La sua aristocratica grazia, pur vergata dal tempo, era ancora magnetica: Mario Luzi diede di lei un ritratto al bulino, bellissimo (“Anna Achmatova non pronunciò una sola parola, partecipò con il suo silenzio alla sua celebrazione e alla mia. La sua figura matronale vestita di nero era assorta in sé, immobile, ma non assente”). La poesia della Achmatova, in Italia, era piuttosto celebre: per la cura di Carlo Riccio, nel 1966, proprio Einaudi aveva pubblicato, nella collana ‘bianca’, Poema senza eroe e altre poesie. Misteri. 

Altri piccoli errori costellano l’edizione – altrimenti impeccabile – de Gli Unni. Intanto, il titolo. Lo studio di Lev Gumilëv non è dedicato propriamente agli Unni ma agli “Hsiung-nu”: “popolo formatosi da frammenti di clan Ti, di emigranti cinesi della stirpe Hsia e da tribù mongoloidi abitanti nella steppa ai margini del Gobi”. La differenza è centrale perché Lev Gumilëv crede nei processi di costruzione, coagulazione e dissoluzione di specifici gruppi etnici. In sostanza, Gli Unni racconta il periodo – oscuro, oscurato, di cui abbiamo fonti a morsi & a frammenti – che precede la formazione degli Unni propriamente detti. Il libro termina con la sottomissione – e incorporazione – degli Alani da parte degli Unni nel IV secolo. Da lì “possiamo terminare la nostra narrazione, poiché la nuova pagina che si apre riguarda già la storia dell’Europa”. 

Nella visione di Gumilëv, gli Unni sono l’emblema di un popolo che raduna in sé diversi, pur analoghi gruppi etnici. Un ‘popolo’ – rispetto alla tribù, al clan – è tale in virtù della sua difformità, è ‘uno’ per varietà. Un ‘popolo’ ha ‘successo’ perché è un fiume, ha mobilità e tensione nel dilagare e nel fondare rivoli. Non è un lago, appunto – i laghi, prima o poi, evaporano.  

Il libro – fuori catalogo, si trova nelle librerie dell’usato – accumula una vasta dote di dati, mostrandoci un lato meno noto della Storia. Soprattutto, mette a confronto due civiltà: quella cinese, ipercolta, dinastica, evoluta perfino nel pettegolezzo e nel capriccio, e quella – guerresca, sciamanica, difforme, feroce – dei popoli delle steppe. L’epos dell’arco e della tenda contro l’impero dei palazzi e del libro; l’arte del saccheggio contro quella della legge. 

A differenza di quanto denuncia la breve nota einaudiana – un dettaglio che ci serve da microscopio – Lev Gumilëv non era “professore” all’Università di Leningrado. In qualità di semplice ricercatore, tentava di fondere i suoi studi storici a quelli etnografici. Gli Unni – o meglio: lo studio sugli “Hsiung-nu… noti a pochi specialisti” benché “abbiano lasciato un’orma profonda nella storia del mondo” – fu stampato in origine nel 1960, in seguito a una serie di spedizioni nel Caucaso, con lo scopo, in realtà, di studiare i Cazari. Quattro anni prima, Gumilëv era stato definitivamente assolto dalle accuse che per un ventennio lo avevano confinato ai Gulag. La prima volta era stato fermato nel 1935, aveva ventitré anni: la polizia segreta sovietica teneva in particolare riguardo il figlio di un “nemico del popolo” e di una poetessa indifferente ai fasti stalinisti, che di lì a poco sarebbe stata, artisticamente, messa al bando. Rilasciato – anche per diretto interesse di Boris Pasternak –, Lev fu arrestato, definitivamente, nel 1938. È per lui – o meglio: per le madri di Russia a cui i soviet sottrassero, in massa, figli, mariti, amori – che la Achmatova scrive Requiem. Arruolato durante la Seconda guerra, fu arrestato ancora una volta nel ’48 con la solita accusa – “attività controrivoluzionarie” –; in carcere, Lev ricominciò a studiare – e a covare un sibilante, pervicace livore verso la madre, rea, a suo avviso, di far poco per la sua causa.  

Quando lo liberarono compiva 44 anni: l’allora direttore dell’Hermitage, Michail Artamonov, archeologo, studioso degli Sciti e dei Cazari, offrì a Gumilëv un lavoro come bibliotecario, mettendolo nelle condizioni, di fatto, di concludere il dottorato (sulle antiche popolazioni turche) e di fare ricerca. 

Gli Unni è il primo, fenomenale tassello della riflessione teorica di Lev Gumilëv che sfocerà in Etnogenesi e Biosfera (1978), il suo libro più importante e più discusso, più volte citato da Putin. Il libro, accattivante – per lo stile, chiaro e caustico insieme, e per la visione, che assembla in palmo di mano, con brio, millenni, il che fa di Gumilëv una sorta di Spengler russo – esiste in versione inglese (Ethnogenesis and the Biosphere, 1990); in Italia vale lo studio di Dario Citati, La passione dell’Eurasia. Storia e civiltà in Lev Gumilëv (Mimesis, 2015). Anteo Edizioni ha tradotto nel 2023 La rus’ antica e la grande steppa (1989), libro che riassume le idee dello storico sovietico. 

“Perché i popoli sono tanto diversi gli uni dagli altri? In certi casi, la diversità etnica può essere spiegata da differenti condizioni geografiche – eppure, si osserva anche dove climi e rilievi sono simili. La storia è un elemento centrale. Diversi popoli sono sorti in epoche differenti vivendo destini storici differenti, che hanno lasciato tracce indelebili, capaci di plasmare le caratteristiche dei singoli. L’ambiente geografico influenza gli ethnoi: la comunione quotidiana che lega l’uomo alla natura che lo nutre, tuttavia, non è tutto. Anche le tradizioni ereditate dagli antenati e la tradizionale amicizia – o inimicizia – con i vicini (l’ambiente etnico) giocano un ruolo importante, così come le influenze culturali e le religioni. Oltre a questo, va considerata la legge dell’evoluzione e dello sviluppo, che si applica agli ethnoi come ad altri fenomeni della natura. Chiamo etnogenesi questi molteplici processi di ascesa e scomparsa dei popoli. Se non teniamo conto di tali peculiarità nel movimento della materia, non possiamo trovare la chiave per chiarificare l’enigma della psicologia etnica”.

(Lev Gumilëv, Etnogenesi e Biosfera)

Interessante il ritratto che Gumilëv dedica ad Alessandro Magno, il condottiero che più di altri ha compiuto un rimescolamento tra le etnie. Secondo Gumilëv, l’azione, “del tutto irrazionale”, del conquistatore macedone verso Est non era data dall’idea “di unire Ellade e Oriente: Alessandro aveva studiato filosofia con Aristotele, che non gli aveva inculcato un concetto simili. Questa prospettiva nasce in Alessandro dopo la conquista della Persia, altrimenti non avrebbe dato fuoco al palazzo di Persepoli: non si cerca un compromesso distruggendo i capolavori dell’arte del popolo conquistato”. È “la spinta” ad animare Alessandro, a obbligarlo “a mutare l’ambiente che lo circonda, a perturbarne l’inerzia”. Questo impulso, “non risiede nella coscienza né nello spirito di conoscenza, ma in un elemento subconscio. I gradi di pulsione e di propulsione di questo elemento sono diversi, ma perché abbiano manifestazioni visibili registrate nella storia, la caratteristica individuale deve diventare di gruppo”. 

Con lo studio dedicato al “piccolo popolo nomade che sfidò l’impero cinese e si affacciò minacciosamente in Occidente” – così la quarta Einaudi – Gumilëv cercava, va da sé, di chiarire la ‘questione russa’, la nazione stretta tra Europa e Cina. Gli Unni hanno creato un impero prima di tutto “dominando le distese steppiche della Mongolia”. L’inabitabile diventò il loro abito. La tenda come humus mentale, abiti comodi, cibo solido (“carne e latte, di cui c’era abbondanza essendo le mandrie e i greggi grandissimi”), attitudine alla caccia, hanno forgiato, in quella determinata circostanza storica, un popolo forte, pronto alla guerra, rapido. Per decenni, il sangue ha sostituito lo stilo: non c’era necessità di consolidarsi in una ‘storia’. I miti si trapiantavano di bocca in bocca, la parola era magica, l’eccezionale repertorio di monili rappresentava lupi e serpi, cervi e orsi, in atto di combattimento. 

Dopo un iniziale discredito, negli anni Lev Gumilëv ottenne onori. Con la madre fu difficile rappacificarsi: si sposò un anno dopo la sua morte.

Anna Achmatova diceva di discendere da Achmat Khan, condottiero della Grande Orda vissuto nel XV secolo. Da lui, erede di Gengis Khan, avversario del Granducato di Russia, derivò il suo cognome. In fondo, con lo studio sugli Unni, il popolo nomade che precede l’epica dei Mongoli, Lev Gumilëv voleva omaggiare alla madre. Tutto ciò che c’è di efferato negli Unni, si risolve in carezza – o nell’amore morboso, ammorbato dall’epoca. 

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