Pareva, con le dovute distanze, un nuovo ‘caso Pasternak’.
Nel 1966, attraverso il meccanismo del samizdat, arriva in Mondadori il
manoscritto di una donna, Evgenija Ginzburg: racconta una durissima esperienza
di prigionia nei Gulag. Il libro, pur in forma diaristica, è scritto in maniera
sapiente, sapida, feroce. Il memoir sfugge dagli artigli della letteratura
concentrazionaria, ergendosi a j’accuse politico, ad abissale indagine di
un’epoca, quella delle ‘Grandi purghe’ ordite da Stalin dal 1936. Tra l’altro,
Boris Pasternak viene citato più volte, come poeta-emblema di quegli anni;
l’autrice dimostra una notevole conoscenza letteraria: parla di Tjutčev e di
Dostoevskij, di Aleksandr Blok e di Nikolaj Nekrasov. In uno dei passi più crudi
del libro, scrive:
> “Mi avevano tolto ogni cosa, mi aveva rubato i vestiti, le scarpe, le calze e
> il pettine; mi avevano lasciata così, mezza nuda, inerme, al gelo; ma non
> potevano portarmi via la poesia, non era in loro potere sottrarmi la poesia –
> la poesia era e restava mia. Così, sarei sopravvissuta perfino a quella
> cella”.
A volte, l’autrice abbozza delle poesie – prima a mente, come un salvifico
rebus, poi, più tardi, molto più tardi, su quaderni improvvisati. Una di
queste, La cella di punizione, attacca così:
> “Non è la fantasia di un folle regista
> un incubo registrato da Poe: mentre
> mi sveglio, sento il rumore
> degli stivali dei miei carcerieri
> il loro zelo da iene ubriache
> il lezzo della loro viltà…
> nella fredda cella
> l’oscurità si insinua ovunque.
> Esiste un’anima più perduta
> della mia all’inferno?
> Devo inghiottire tutto
> fino in fondo, ma non sono
> sola in questo calvario:
> una lastra di pietra mi fa da
> cuscino e Puškin, seduto in un angolo
> mi recita un poema – invisibile
> alle guardie, entra nella mia cella
> un altro inestimabile amico:
> il suo nome è Aleksandr Blok”.
All’epoca, Vittorio Sereni era direttore letterario in Mondadori. Subodorò il
talento – intuì lo scoop. Pochi anni prima, nel 1963, Garzanti aveva
pubblicato Una giornata di Ivan Denisovič, il romanzo di Aleksandr Solženicyn.
Ideando Arcipelago Gulag – pubblicato proprio da Mondadori nel ’74 – Solženicyn
avrebbe fatto riferimento all’esperienza di quella donna, Evgenjia: l’aveva
voluta incontrare, a Mosca.
Franco Fortini fu il primo a leggere il manoscritto; scrisse che aveva una
“forza polemica enorme”, che avrebbe potuto diventare “un caso”. Restava il
problema: verificare l’autenticità del manoscritto; contattare l’autrice. Quanto
al primo punto, diede la parola definitiva Oreste del Buono. Nella scheda
editoriale inviata a Sereni il 4 dicembre del ’66 dice di una “Lettura
eccezionale… di questo testo pervenuto dalla Russia sovietica”, giudicato
come “un trascinante romanzo popolare da collocarsi in uno scaffale tra Il Conte
di Montecristo e Resurrezione”; un grande libro, insomma, “in tempi di libri
fiacchi e grigi” (ed erano gli anni in cui lo Strega andava a Giovanni Arpino,
Paolo Volponi e Anna Maria Ortese…).
Quanto all’autrice, nessuno riuscì a contattarla. A tenere i rapporti con
Mondadori sarà il figlio, Vasilij Aksënov, scrittore già riconosciuto – nel 1961
Einaudi aveva pubblicato Il biglietto stellato, Mondadori avrà in
catalogo L’ustione; ora è difficile leggerlo –, cresciuto negli orfanotrofi
creati per i figli dei detenuti politici.
Nata a Mosca il 20 dicembre del 1904 da famiglia di origine ebraica, Evgenija
Ginzburg aveva studiato a Kazan’. Docente di Storia del leninismo
all’università, comunista convinta, aveva mollato il primo marito, Dmitrij, per
unirsi a Pavel Aksënov, sindaco di Kazan’ e alto dirigente del Partito comunista
sovietico. In seguito all’assassinio di Sergej Kirov, accaduto il primo dicembre
del 1934, fu invischiata, insieme ad altri ‘compagni’, nella violenta
repressione interna al partito architettata da Stalin. Dissero che era
trotzkista; dissero che era una “nemica del popolo”, attiva in azioni
“controrivoluzionarie”. Nella sua autobiografia – che è poi una specie di
contro-vita nel sottosuolo, di esistenza spettrale nella “casa dei morti” del
Partito-Dio – Evgenija Ginzburg descrive con maniacale precisione i processi
farsa, l’iniziazione all’inquietudine costante, gli interrogatori condotti con
candida viltà, la scabrosa ovvietà dei burocrati, definiti “non-uomini”,
“non-più-umani”.
Evgenija si fece tutti i gironi delle carceri sovietiche: le prigioni nei
sotterranei di Kazan’; il carcere di Btyrka, a Mosca; la cella d’isolamento a
Jaroslavl’; i campi di lavoro alla Kolyma. Fu nel campo di transito di
Valdivostok, letale al poeta Osip Mandel’štam, onorato nel libro. Non fu
ascritta tra i delatori: a differenza di molti altri ‘compagni’, Evgenija
Ginzburg non denunciò gli amici per avere uno sconto di pena, non si dichiarò
colpevole – per questo, le fu riservato un trattamento di impari crudeltà. Le
accuse a suo carico, in effetti, erano fatue, paradossali: dissero che
fiancheggiava Nikolaj Naumovič Elvov, suo collega all’università di Kazan’,
vicino a Trockij. Fu riabilitata nel 1955 per “assenza di prove”. Nel frattempo,
Evgenija si era unita ad Anton Walter, un medico di origine tedesca, internato
come lei, che le aveva salvato la vita alla Kolyma.
L’autobiografia ‘del terrore’ di Evgenija Ginzburg uscì in prima mondiale nel
1967, per Mondadori, dieci anni dopo Il dottor Živago. L’autrice, ignara della
pubblicazione, viveva a Mosca, faceva la giornalista; i dirigenti sovietici
bollarono il libro come “diffamatorio” – uscì in Russia, per la prima volta, nel
1989, con una prima tiratura di 50mila copie. Nel mondo occidentale il libro fu,
effettivamente, un ‘caso’: Mondadori studiò un titolo efficace, Viaggio nella
vertigine, installandolo nella collana “Nuovi scrittori stranieri”, diretta da
Del Buono, ereditata da Elio Vittorini. Dal libro fu tratto un film, E cominciò
il viaggio nella vertigine, diretto da Toni De Gregorio con Ingrid Thulin
protagonista: fu presentato nel ’74 alla Mostra del cinema di Venezia. Cinque
anni dopo, per la cura di Giovanni Buttafava e Sergio Repetti, Mondadori
pubblica Viaggio nella vertigine 2: il testo, emendato da errori, è
supervisionato dall’autrice, morta due anni prima, poco dopo aver fatto il primo
viaggio in Occidente, con l’intento, tra l’altro, di incontrare Heinrich Böll.
Nonostante gli anni di prigionia e le torture inferte, Evgenija restò comunista
convinta – piuttosto, non sopportava Stalin, il ‘culto della personalità’,
l’aura d’apocalisse che lo adornava. Fu questo ad attirargli le antipatie di
altri ‘scrittori dei Gulag’, Varlam Šalamov su tutti. Ai suoi occhi, lo stile
della Ginzburg – sempre colto, ragionato, fermo – peccava di “romanticismo a
buon mercato”.
Ad ogni modo, Viaggio nella vertigine, dopo un po’, si perse nel marasma
editoriale italiano, ‘annientato’, forse, da
testimonianze monstre come Arcipelago Gulag e da libri-libri, più raffinati,
come I racconti della Kolyma. Baldini&Castoldi stampò una nuova edizione del
libro nel 2013 – poi nient’altro. Nel mondo anglofono, Within the
Whirlwind o Journey into the Whirlwind – questo il titolo – è diventato un
classico della letteratura sovietica: nel 2008 ne hanno tratto un film, Emily
Watson impersona Evgenija Ginzburg.
Ora. Come si sa, nel 2013 David Bowie ha stilato la lista dei suoi “100 libri
preferiti”; si va dall’Iliade ad Arancia meccanica, alcuni sono ovvi – As I Lay
Dying di Faulkner, 1984 di Orwell, Lo straniero di Camus, Bruce Chatwin, Il
grande Gatsby, Flaubert… – altri non lo sono affatto – “Blast”, la rivista di
Wyndham Lewis, Il giorno della locusta di Nathanael West, Il ponte di Hart
Crane, le poesie di Frank O’Hara. Al centesimo posto c’è il libro di Eugenija
Ginzburg. Quando Evgenija muore, David Bowie pubblica Heroes; la pubblicazione
di Viaggio nella vertigine coincide con il primo album pubblicato da Bowie. Ci
sono creature il cui viso incarna un’era; David Bowie – vuoi per l’eterocromia,
vuoi per il corpo, efebico – avrebbe potuto essere Alessandro Magno; in un’altra
vita, forse, era un cesare, cavalcava un cocchio guidato da leopardi. C’è
qualcosa di dionisiaco e di inevitabile nella postura di Bowie. I volti, a
volte, sono strazianti: alcuni adempiono precisamente alle proprie fattezze –
altri, con la stessa diagonale determinazione, deviano, cadono.
La traduzione di alcune parti di Viaggio nella vertigine, in appendice – dalla
versione inglese, approntata da Paul Stevenson e Max Hayward –, vuole essere,
anche, un omaggio a David Bowie. Fu – per i metodi e i modi, consustanziali
all’ultimo disco, Blackstar – una morte epocale, la sua: tutti ricordiamo –
grosso modo – chi eravamo e cosa facevamo quel dieci gennaio del 2016. Io ero a
Bellaria, a teatro: Monica Guerritore portava in scena Qualcosa rimane. Ricordo
che avremmo dovuto fare qualcosa insieme. Alla fine dello spettacolo, la
Guerritore annunciò la morte di Bowie: il teatro mandò Space Oddity a tutto
volume. La Guerritore balla sul palco – tutti balliamo – alcuni rotti come vasi,
in lacrime. Mio figlio, a cena, poco più tardi, biondocrinito, un piccolo,
attonito leone, mi fa, Papà, chi era David Bowie? Vertigine è la parola giusta.
**
Da Viaggio nella vertigine
I
Il 1937 iniziò, in realtà, alla fine del 1934 – il primo dicembre, per
esattezza.
Alle quattro del mattino, il telefono squillò, strillava. Mio marito, Pavel
Vasil’evič Aksënov, membro di spicco del Comitato provinciale tartaro del
Partito, era via per lavoro. Nella stanza accanto, i miei figli respiravano
sereni, nel sonno.
“Siete attesi all’ufficio del Comitato regionale: stanza 37, ore sei del
mattino”.
L’ordine fu scandito con queste parole – anch’io ero un membro del Partito.
“È guerra?”
Riattaccarono – chiaramente, il problema era grave.
Senza svegliare nessuno, scesi in strada. Non c’era ancora traffico. Ricordo:
nevicata silente, passo stranamente leggero.
Non voglio peccare di vanagloria, ma devo ammettere che, in tutta onestà, se il
Partito mi avesse ordinato di morire, non una volta ma tre volte, quella stessa
notte, in quella stessa alba invernale oleata di neve, avrei obbedito, subito,
senza la minima esitazione. Nessun dubbio maculava l’assoluta purezza dei
progetti del Partito. Soltanto, non riuscivo – suppongo, per istinto – a
idolatrare Stalin: la sua personalità cominciava a pervadere ogni cosa. Una vaga
inquietudine inquinava, ai miei occhi, la sua figura; nascondevo accuratamente
le mie perplessità – anche a me stessa.
Una quarantina di compagni, per lo più insegnanti – colleghi, persone che
conoscevo – si accalcavano nei corridoi dell’ufficio. Pallidi, muti, destati,
come me, nel cuore della notte. Aspettavano il segretario del comitato
regionale, Lepa.
“Cosa è successo?” “Non lo sai ancora? Kirov è stato assassinato”.
Lepa, un lettone stolido e impassibile, imperscrutabile membro del Partito dal
1913, era fuori di sé. Parlò per meno di cinque minuti. Non sapeva nulla delle
circostanze dell’omicidio; lesse un comunicato ufficiale – lo ripeté ancora. Ci
aveva convocato perché andassimo nelle fabbriche a parlare agli operai, dando un
breve resoconto dei fatti. Fui assegnata alla fabbrica tessile di Zarachye, il
distretto industriale di Kazan’. In piedi, su una pila di sacchi pieni di
cotone, in mezzo alla fabbrica, ripetei con precisione le parole che ci aveva
detto Lepa.
Quando tornai in città, passai alla sede del comitato per un bicchiere di tè, in
mensa. Seduto accanto a me c’era Yestafjev, il direttore dell’Istituto Marxista.
Veniva da Rostov, era un uomo buono, semplice, di origine proletaria, membro del
Partito da prima della Rivoluzione. Nonostante i vent’anni di differenza,
facevamo conversazioni interessanti ogni volta che ci capitava di incrociarci.
Ora beveva il tè in silenzio, senza guardarmi. Poi si guardò alle spalle, si
sporse verso di me, con una voce strana, sibilante, non sua, che mi riempì di un
fosco presentimento di sventura: “L’assassino – dicono fosse un comunista”.
*
VI
L’ultimo anno della mia antica vita, che si è conclusa nel febbraio del 1937, fu
piuttosto confuso: l’unica cosa chiara è che dopo il processo Zinov’ev-Kamenev
mi sporgevo sul disastro.
Le notizie bruciavano, pungevano, graffiavano il cuore. Dopo ogni processo, le
maglie del potere si strinsero sempre di più intorno alle nostre vite. Entrò in
uso un termine terribile: “nemico del popolo”. Ogni regione, ogni repubblica
nazionale era costretta, per una folle logica, ad avere la propria falange di
“nemici del popolo”; per non restare alle spalle degli altri, come se si
trattasse di una campagna per la consegna del grano o del latte.
Io stessa mi sentivo marchiata, braccata – non posso dimenticarlo, neanche per
un istante. Trascorsi quell’anno a Mosca, la mia causa era passata sotto la
commissione di controllo del Partito. Poiché mio marito era ancora un membro del
Comitato esecutivo centrale dell’Urss, mi diedero una camera assai confortevole
all’Hotel Moskva; per i miei continui spostamenti a Kazan’ avevo in dote una
macchina personale dall’ufficio moscovita della Repubblica Tartara. Mi
accompagnavano alla stazione e all’ufficio che avrebbe deciso del mio destino.
Tali erano i paradossi e le incongruenze dell’epoca.
Quell’estate, morì Gor’kij; al suo funerali vidi, per la prima e ultima volta in
vita mia, Stalin. Camminavo tra le fila degli accoliti iscritti all’Unione degli
scrittori, lo fissai da vicino. Sarebbe esagerato attribuirmi allora pensieri
particolarmente profondi, preveggenze in merito al ruolo che quell’uomo avrebbe
avuto nella tragedia del nostro Paese e del nostro Partito. Eppure, fissai il
suo volto senza alcun senso di venerazione; mi colpì la sua bruttezza. Non c’era
nulla, in Stalin, del viso radioso che ci guardava benigno in milioni di
manifesti e di ritratti.
Non solo non guardavo Stalin con adulazione: provavo nei suoi confronti un
sentimento di ostilità repressa, sorta più dall’istinto che dalla ragione.
*
X
Spesso ho pensato alla tragedia degli uomini tramite i quali è stata condotta
l’epurazione del 1937. Che vita hanno avuto! Erano sadici, è chiaro. Soltanto
pochi di loro hanno avuto il coraggio di uccidersi.
Passo dopo passo, obbedendo alle direttive, passarono dalla condizione umana a
quella bestiale. I loro volti, coll’andare del tempo, si fecero indescrivibili.
In ogni caso, non trovo parole per descrivere le fattezze di quei volti, non più
umani – volte di non-uomini.
Ma tutto accadde gradualmente.
Quella notte guidava l’interrogatorio tale Livanov, un funzionario pubblico
particolarmente efficiente. Aveva il viso placido, ben nutrito; la scrittura
ordinata ricopriva il lato sinistro del foglio, quello riservato alle domande;
parlava con l’accento di Kazan’. Certi suoi modi, provinciali, antiquati, mi
ricordavano la mia balia, Fima; suscitarono in me una penetrante nostalgia di
casa.
Per un momento, pensai che quella follia fosse finita, che me la fossi lasciata
alle spalle, laggiù, tra il clangore dei lucchetti e gli occhi dolenti di una
ragazza dai capelli dorati, trascinata fin lì dalle rive del fiume Sungari. Qui,
a quanto pareva, c’era il mondo della gente comune, degli esseri normali. Fuori
dalla finestra, una città costruita secondo gli antichi modi, con i tram che
sferragliavano. La finestra non aveva sbarre né zanzariere, ma belle tende. Il
piatto con i resti della cena di Livanov non era sul pavimento, ma su un
tavolino, ordinato, in un angolo della sala.
Livanov pareva un uomo perbene, un silenzioso funzionario che scriveva le mie
risposte alle sue domande semplici, insignificanti: dove avevo lavorato tra
quell’anno e quell’altro, quando avevo incontrato quella tale persona o
quell’altra…
Quando finì di compilare la prima pagina me la porse, da firmare. “Cosa vuol
dire questo? Mi ha chiesto da quanto tempo conosco il compagno Elvov e ho
risposto, ‘dal 1932’, ma qui c’è scritto: ‘Conosce il trotskista Elvov dal
1932’. Non è ciò che ho detto”.
Il funzionario mi fissò stupito, come se non capisse. “Conosce il trotzkista
Elvov dal 1932”. “Non sapevo che lo fosse”. “Ma noi lo sappiamo. È stato
accertato. Gli inquirenti hanno prove inconfutabili”. “Ma io non lo sapevo. Mi
ha chiesto quando ho incontrato il compagno Elvov, gliel’ho detto. Non sapevo
che fosse un trotskista”.
“Spetta a me porre le domande, non ha il diritto di dirmi cosa devo o non devo
scrivere. Tutto ciò che deve fare è rispondere a ciò che le chiedo”. “Allora
scriva esattamente ciò che le dico, con le mie parole, non con le sue. Perché
non chiama uno stenografo, altrimenti”.
Quelle parole testimoniavano la mia ingenuità – furono accolte con scoppi di
risa.
Evgenija Ginzburg
*In copertina: David Bowie legge, Parigi, 1976
L'articolo “Esiste un’anima più perduta della mia?” Storia di un libro
vertiginoso (amato da David Bowie) proviene da Pangea.
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Un conoscente, in vena cinica, disse, dopo aver dato un occhio al cadavere e
sogghignato sui presenti, “d’altronde, si è scavato la fossa da solo”. Nel
ritratto firmato da Boris Kustodiev ha il doppio petto, le mani eleganti giocano
con una sigaretta, il viso reca un sorriso cupo, violento, che non ha paura di
nulla. Evgenij Zamjatin morì il 10 marzo del 1937, d’infarto: aveva 53 anni, il
cielo era, secondo il canone, grigio, simile a un pugno. “Molto ho visto… si è
chiuso un cerchio. Ancora non so, non vedo quali curve si profilino nella mia
vita”, aveva scritto in un abbozzo autobiografico, nel 1928. La vita l’aveva
portato a Parigi, tra i russi emigrati, antibolscevichi, solitamente ricchi,
eleganti, rappresentati dall’eccentrica Zinaida Gippius e da Ivan Bunin,
scrittore eccelso, tolstojano, adatto, che nel 1933 era stato insignito del
Nobel per la letteratura.
Zamjatin, che aveva creduto nell’euforia della Rivoluzione, non stava bene in
quel giro. Se li inimicò tutti, scrisse qualche sceneggiatura per Jean Renoir,
morì povero di tutto. Fu sepolto nel cimitero di Thiais, fuori Parigi, dove
sarebbero stati sepolti anche Joseph Roth e Paul Celan: la tomba è semplice,
cruda, al funerale parteciparono rari conoscenti. Zamjatin finì per azzerarsi.
Nel 1931 era arrivato a Parigi tramite le buone relazioni di Maksim Gork’ij.
> “Il giorno era straordinariamente caldo e un temporale tropicale aveva
> scassato Mosca”, ricorda Zamjatin, “quando la segretaria di Gork’ij annunciò
> che mi si voleva a cena”.
La cena era una specie di raduno di letterati, una festa, nella villa in
campagna di Gork’ij. Il vino illuminava la conversazione. Zamjatin era
considerato un reietto dall’Unione degli scrittori sovietici – da cui si era
felicemente ‘licenziato’ –, una specie di sovversivo dai politici. Incurante del
disastro, nel 1924 aveva fatto in modo che il suo romanzo proibito, Noi,
attraversasse il confine, fosse tradotto, venisse pubblicato a New York, da E.P.
Dutton.Come si sa, il libro inscena gli esiti di un regime totalitario, secondo
l’epica statale sovietica e l’etica del lavoro taylorista. Zamjatin era stato
tra le barricate bolsceviche nel 1905; credeva che la Rivoluzione fosse,
soprattutto, una rivoluzione spirituale, estetica, che i veri rivoluzionari
avessero l’onere di criticare la deriva autoritaria del Politburo. Si stava
scavando la fossa, appunto. Peccava di logica, di buon senso, di lucidità – o
meglio: di comicità.
Nel 1919 Lenin aveva varato le Edizioni di Stato, Gosizdat, che sostituirono le
case editrici private, con funzioni per lo più censorie. Nel 1921 Zamjatin firmò
un articolo, Ho paura, in cui riassume lo stato dell’arte nell’era dell’arte di
Stato:
> “Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono
> funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori,
> ribelli, scettici”.
Una frase da stampare sui muri dei palazzi di governo. Dieci anni dopo scrive a
Stalin di poter lasciare l’Unione Sovietica, “qui la mia posizione è disperata,
la condanna a morte grava su di me, nella mia patria, in quanto scrittore”.
Nella fatidica cena in villa, Gork’ij si avvicinò a Zamjatin dicendogli che “la
faccenda del passaporto è risolta”; gli chiese di ritornare sulle sue posizioni.
Zamjatin preferì non abboccare.
> “Era appena terminato il temporale. Gork’ij si accigliò, tornò dagli altri
> ospiti. Più tardi, me ne stavo andando, mi domandò quando ci saremmo rivisti,
> ‘in Italia, forse?, vieni a trovarmi, ti prego’”.
Non si videro mai più: Gork’ij, “il fondatore del realismo socialista,
l’iniziatore della letteratura sovietica” (così nelle antologie scolastiche
russe), morì, in situazioni mai chiarite, un anno prima di Zamjatin.
Ingegnere navale, Zamjatin, nel 1915, andò a lavorare a Glasgow, Newcastle,
Sunderland, “costruivo rompighiaccio”. I tedeschi sganciavano bombe dagli
zeppelin e allo scrittore l’Occidente parve “tutto nuovo e tutto strano”.
Zamjatin resta, sempre, straordinariamente russo: rientrò in patria per gustarsi
la Rivoluzione, “nel settembre del 1917, su un vecchio piroscafuccio inglese… a
fari spenti, con addosso le cinture di salvataggio, le scialuppe pronte”, certo
che “se non fossi vissuto insieme alla Russia, non sarei più stato in grado di
scrivere”.
I Racconti di Zamjatin (Mondadori, 2021), raccolti a cura di Alessandro Niero,
già traduttore di Noi – e di un altro splendido ribelle, Boris Pasternak –,
quasi una primizia (i Racconti inglesi sono editi da Voland nel 1999; alcuni
testi, Nella vecchia Russia, X e La caverna, sono usciti per Urban Apnea nel
2019), testimoniano il genio caustico, scorbutico, espressionista dello
scrittore che un po’ da tutti era ritenuto una specie di Gogol’ redivivo. La
scrittura sconcerta per eccessi (questo è l’incipit de La iolla: “Le nubi,
addensatesi per due settimane, si squarciarono all’improvviso, come
accoltellate, e dallo strappo, stendendosi per numerosi aršiny e saženi, sgusciò
l’azzurro”), ha livore e gioia; la critica politica è ovunque. Zamjatin non
sopporta l’istituzione, la clausura burocratica, la botanica dei delatori, il
sacerdozio delle norme: lo Stato non include, occlude con la sua perversa
pervasività; tutto ciò che limita l’esplosione anarchica della fantasia uccide,
è coercitivo, un veleno. Da Parigi vide il deperimento della Rivoluzione in
marchingegno del terrore: si fece livido, solo. Morì tra la morte di Vladimir
Majakovskij, che si spara un giorno di aprile del 1930 sigillando la fine di
ogni pia utopia comunista, e quella di Vladislav Chodasevič, il poeta, passato a
Parigi, pure lui, nel 1925, malato, morto di stenti, nel 1939, gran maestro di
Nabokov, che nel suo capolavoro tombale, Necropoli, ricorda “le misure
inibitorie contro la libera creazione artistica” subite da Zamjatin.
Noi diventò il libro di culto degli anticomunisti e degli occidentali liberi: vi
si ispirarono George Orwell, Aldous Huxley, Kurt Vonnegut; Tom Wolfe,
nell’oceanica intervista rilasciata alla “Paris Review” nel 1991, dichiara di
aver iniziato a scrivere imitando Zamjatin, su cui si era laureato. Tutto bello.
In un saggio del 1923 Zamjatin scrive che
> “Gli eretici sono l’unico rimedio contro l’entropia del pensiero… Il dogma,
> nella scienza, nella religione, nella vita sociale, nell’arte, è l’entropia
> del pensiero. Il dogma non brucia; è glaciale. Al posto del Discorso della
> Montagna, infuocato, assistiamo alla preghiera sonnolenta magnificata nelle
> chiese; invece di Galileo ci sono calcoli in stanze ben attrezzate, epigoni
> che costruiscono le proprie strutture e le proprie carriere intorno
> all’intuizione di un genio… Il dogma accusa la letteratura eretica: afferma
> che essa è dannosa. Ma la letteratura ‘dannosa’ è più utile di quella utile,
> utilitaristica, perché sfida la calcificazione, la sclerosi, il muschio, la
> quiescenza”.
Eppure, questa è l’era della rabbia senza mediazioni, senza meditazione, degli
intellettuali servili, dei sudditi. Zamjatin fa l’effetto di uno che ti sega la
calotta cranica e riempie il vuoto cerebrale di falchi, di fenici.
L'articolo “Gli eretici sono l’unico rimedio contro l’entropia del pensiero”.
Elogio di Zamjatin proviene da Pangea.
Quando a fine anni ’80 Deng Xiaoping affermò che “il Medio Oriente ha il
petrolio, la Cina le terre rare”, in pochi diedero il giusto peso alla
dichiarazione dell’allora leader della Repubblica Popolare cinese.
Come invece sempre più spesso accade, il Dragone asiatico dimostrò di avere la
capacità di immaginare e mettere in atto strategie di lungo termine: le terre
rare, infatti, rappresentano oggi uno dei maggiori motivi di frizione
geopolitica nel mondo, a causa dell’elevata richiesta e del loro complesso
approvvigionamento, di cui la Cina detiene il monopolio.
Praticamente nessun settore industriale ad alta tecnologia può farne a meno, da
quello militare – per missili guidati, droni, radar e sottomarini – a quello
medico, in cui sono impiegate per risonanze magnetiche, laser chirurgici,
protesi intelligenti e molto altro ancora.
Non fa eccezione il settore tecnologico e in particolare quello legato allo
sviluppo e all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Come spiega Marta Abbà,
fisica e giornalista esperta di temi ambientali, le terre rare possiedono
qualità magnetiche uniche e sono eccellenti nel condurre elettricità e resistere
al calore, e anche per questo risultano essenziali per la fabbricazione di
semiconduttori, che forniscono la potenza computazionale che alimenta l’AI, per
le unità di elaborazione grafica (GPU), per i circuiti integrati specifici per
applicazioni (ASIC) e per i dispositivi logici programmabili (FPGA, un
particolare tipo di chip che può essere programmato dopo la produzione per
svolgere funzioni diverse).
Sono inoltre cruciali per la produzione di energia sostenibile: disprosio,
neodimio, praseodimio e terbio, per esempio, sono essenziali per la produzione
dei magneti utilizzati nelle turbine eoliche.
Senza terre rare, quindi, si bloccherebbe non solo lo sviluppo dell’intelligenza
artificiale, ma anche quella transizione energetica che, almeno in teoria,
dovrebbe accompagnarne la diffusione rendendola più sostenibile. Insomma, tutte
le grandi potenze vogliono le terre rare e tutte ne hanno bisogno, ma pochi le
posseggono.
Leggi l'approfondito articolo di Del Monte
Si trasformò da arguto rivoluzionario a “Robinson polare”. Nato Natan
Mandelevich Bogoraz a Ovruč, attuale Ucraina, da famiglia colta ebraica, voltò
il nome in Vladimir dopo essersi convertito al cristianesimo, firmava i suoi
libri “Tan”. Come se il suo nome fosse il suono di un tamburo, un richiamo dai
primordi d’Oriente. Agli studi di legge a San Pietroburgo, Vladimir alternava
l’attività rivoluzionaria nei gangli dell’organizzazione antizarista e
sovversiva “Narodnaja volja”. Arrestato nel 1886, poco più ventenne, fu spedito
in Siberia, presso la Kolyma, in Jacuzia, area dei futuri campi stalinista,
luogo d’orrore reso leggenda nei memorabili Racconti della Kolyma di Varlam
Šalamov.
La reclusione e l’esilio nell’Estremo Oriente russo cambiarono la vita
di Vladimir Bogoraz. Fu affascinato dalla popolazione autoctona dei Ciukci:
tribù di pescatori, di cacciatori e allevatori di renne, veneravano l’orso,
vivevano in tende vaste come ville, si muovevano in kayak o su slitta. Sapevano
addestrare il cane e la renna alla briglia. Erano riusciti a tradurre un luogo
inospitale in una terra fertile di ‘segni’; perfino la più infima ombra, ai loro
occhi, era viva:
> “La lampada ha le zampe, cammina. Le pareti della tenda hanno voci
> proprie… le ombre sul muro costituiscono tribù ben definite, con un proprio
> terreno di caccia, delle proprie dimore, dei cacciatori sapienti…”
In questo mondo di ombre e di segni, che proliferavano ovunque, come il caglio
di un dio, gli sciamani avevano un ruolo preponderante. Vivevano in prossimità
dei boschi, addestrati dalle ‘voci’, per lo più eccentrici, decentrati
all’esistenza comune. Evanescenti come la neve. A loro ci si rivolgeva di
continuo: per propiziare la caccia e l’unione, per benedire le bestie e i
nascituri, per dialogare con i morti, che dilagavano, dappertutto. Esistevano
sciamani crudeli, scoppiavano guerre tra sciamani avversari. Bogoraz era
affascinato, soprattutto, dalla struttura sociale dei Ciukci: pareva non
avessero governanti diretti, le attività si svolgevano secondo
un’‘autogestione’, per così dire, guidata da gerarchie cosmiche, da una
consuetudine che nessuno osava intaccare. Gli parve di trovarsi di fronte a
degli uomini buoni.
La prima raccolta di “Miti e leggende dei Ciukci” è pubblicata da Bogoraz nel
1899; l’anno dopo esce a San Pietroburgo l’importantissimo “Materiali per lo
studio della lingua e del folclore dei ciukci”. Il giovane rivoluzionario
divenuto pioniere dell’antropologia russa, è accolto nei gangli dell’Accademia
delle Scienze. Quando può, però, Bogoraz attraversa l’oceano a sbarca a New
York: presso l’American Museum of Natural History trova un complice
nell’etnologo Franz Boas e partecipa alla mitica “Jesup North Pacific
Expedition”. La missione si occupa di snidare, sondare e studiare le popolazioni
indigene intorno allo stretto di Bering, tra Alaska e Estremo Oriente russo;
l’esito di queste osservazioni permette a Vladimir Bogoraz – ormai
americanizzato “Waldemar” – di pubblicare, nel 1910, Chukchee Mythology (da cui
abbiamo tratto i testi in appendice) e nel 1913 The Eskimo of Siberia. Sono
lavori miliari: la pagina dedicata ai Ciukci in Testi dello Sciamanesimo
siberiano e centro-asiatico (Utet 1984; 2009), si avvale ancora di quel
repertorio.
Rientrato in Russia, Bogoraz fu professore di etologia; forse vide in Lenin il
prototipo dello sciamano moderno; intuì che la Rivoluzione era guidata da un
fervore ‘magico’, che le masse si muovono soltanto se guidate dalle voci e dalle
ombre – cioè: dalle idee o dal dio, che a tratti sono la stessa cosa. Nel 1930
fondò a San Pietroburgo – allora Leningrado – l’“Istituto dei Popoli del Nord”,
con il compito precipuo di studiare le lingue degli indigeni, organizzandole per
vocabolari. Fu facile per Bogoraz intuire la parentela tra i Ciukci e gli Ainu,
gli indigeni del Giappone settentrionale, un popolo per molti versi avvolto nel
mistero. Ma i tempi cambiavano con rapidità di fortunale: Bogoraz, patriarca
dell’antropologia russa, fu attaccato dagli allievi più giovani perché si
rifiutava di utilizzare i codici della “lotta di classe” nell’interpretare
l’organizzazione sociale dei Ciukci. Lo accusarono di voler preservare i nativi
del Nord dai fasti dello “sviluppo economico”: per Bogoraz il cosiddetto
‘progresso’ avrebbe definitivamente corrotto la sciamanica autarchia dei Ciukci.
Voleva credere in un Eden nordico, nella possibilità – ancora viva, prossima –
di poter parlare con le renne, di cavalcare l’orso, di coalizzare un esercito di
spiriti. Le ombre avevano preso a dialogare con lui.
Il vecchio rivoluzionario fu costretto a ritrattare e a rivedere alcune
conclusioni. Comunque, morì poco dopo, nel maggio del 1936, in circostanze non
del tutto chiare. Costantemente ristampate nel mondo americano, le opere di
Bogoraz sono state recepite di recente dalle Éditions des Syrtes, in
Francia: Récits de la Perdition raccoglie i miti dei Ciukci, ma soprattutto il
picaresco racconto di un intellettuale perduto nel grande Nord. Così ne ha
scritto “Le Monde”: “Intriso di una tenerezza non priva di humour, il libro
racconta l’intima tragedia e il turbamento metafisico di un uomo bandito dalla
società, prigioniero di una natura superba ma di cui non sa riconoscere i
simboli, in cui è disorientato”.
Dal vasto repertorio di leggende, proverbi, miti assemblato da Bogoraz, si è
scelto di tradurre alcuni “Incantesimi”. Si tratta di parole pronunciate dagli
sciamani Ciukci e di brevi sketch che dicono di un mondo affollato di demoni, in
cui l’invisibile ha la prevalenza sulla mera, sgargiante superficie delle cose;
in cui le bestie parlano e risorgere vale quanto vendicarsi. Questo è un mondo
in cui la parola – coagulata in gesti, in effluvio di gesticolii – è efficace o
non è – come dovrebbe essere la parola poetica. Non c’è nulla di esornativo
nella ripetizione della formula verbale, perché è grazie a quel giaculio, a quel
gracidio, che il mondo continua a parlarci, continua a esistere. Vivere nel
canto per non subire l’incanto; fare nido nel miracolo osteggiando il miraggio.
In un testo raccolto in Testo dello Sciamanesimo siberiano e centro-asiatico,
“Il giovane sciamano e la sua fidanzata”, si narra del più piccolo di cinque
fratelli che rifiuta di conformarsi ai riti sociali. Quando è il suo turno di
prendere moglie, scappa, si nasconde, “sciamanizza” (cioè: articola canti a
ritmo di tamburo). Infine, si innamora di una ragazza morta, dopo aver scorto il
suo feretro trascinato dalle renne. Grazie agli innati, misteriosi poteri, il
giovane va nell’aldilà (“Ora io andrò… mi immergo… cerco la sua anima…”),
recupera l’anima della ragazza, la incastra nel corpo, fa della risorta la
propria moglie. L’estasi dello sciamano è un’immersione nell’amnio del mondo –
ascesi per apnea, diremmo –; la sua unione l’opera di un potere degno di aura. I
fratelli non canzoneranno più il più piccolo, accogliendo il suo destino di
solitudine e di estraneità.
A volte, attirato nell’altro mondo, nell’altrove, nel nessundove, uno sciamano
non fa ritorno su questa terra. Il suo corpo resta crisalide vuota, in una
specie di infantile rimbambimento. Tra le mani dello sciamano, si dice, mangiano
gli orsi; lo sciamano, si dice, può domare perfino la tigre dell’Amur, la preda
sbalorditiva, amata da Dersu Uzala, il “piccolo uomo delle grandi pianure”
eternato dal film di Kurosawa.
Di questa recluta di leggende desunte da un sussurro, di identità spaiate in
fotografia, in una cronaca della scienza, forse, restano le viscere di un dio,
il pellame messo a nudo, lo scalpo, lo scalpiccio.
***
Incantesimo di una donna rifiutata dal proprio marito, gelosa della rivale
Dunque sei tu quella donna!
Amore hai da mio marito – tanto che lui mi respinge.
Ma tu non sei un umano essere. In carogna ti muto, carogna che crolla sui
ciottoli, carogna vecchia, putrefatta.
Muto mio marito in un orso. Orso che viene da terre lontane. Orso roso dalla
fame. Orso che incrocia la carogna e la divora. Poi la vomita. In quel vomito ti
volto. Mio marito contempla il vomito. E la rifiuta appena la vede.
Muto il mio corpo in quello di un giovane castoro appena svezzato. Liscio ogni
mio pelo. Questa donna è gradita a lui, lui mi insegue, mi desidera, perché
l’altra gli è ripugnante.
(Sputa, si imbratta di bava dalla testa ai piedi, il marito comincia a volerla).
Egli mi ha rigettata e io mi rivolgo a lui, per lui mi trasformo in un male
mortale. Che sia attratto dal mio odore, che mi azzanni. Lo respingo perché con
più forza mi assalga.
Finché mio marito non abbandona la sua amante.
*
Incantesimo per far tornare indietro i morti
L’uomo è morto da poco e un altro esce allo scoperto: il morto è ancora nella
sala d’attesa della morte, nella più remota stanza.
L’altro uomo parla all’Alba e all’Essere Superiore. Dice: Mente disorientata la
mia, mente dissennata. A chi posso chiedere aiuto? Mi rivolgo a te. Dammi il tuo
cane! Sono addolorato per mio figlio, che è scappato in un luogo lontano.
Lasciami usare il tuo cane.
Muove la mano sinistra, come se afferrasse il cane. Poi sussurra all’occhio del
morto, ulula come un cane, Uu, uuu, così.
Il cane allora si lascia avvincere e insegue il morto. Lo insegue e ulula e
abbaia. Gli passa davanti, lo incrocia, lo incorna. Abbaia con ferocia. Gli si
avventa contro, gli blocca in ogni direzione il cammino. Infine, lo obbliga a
interrompere il suo lungo viaggio e a tornare indietro. Deve rimetterlo nel
corpo, deve riposizionarlo nel corpo. Poi il morto ricomincia lentamente a
respirare. Pur essendo morto, ora vive.
*
Per curare un malato
Quando un uomo è malato fino al punto di poter morire e il suo corpo è debole,
quest’uomo viene portato fuori casa, con grandi sforzi, e viene strofinato con
la neve, dappertutto. Un altro uomo implora le Regioni Superiori e il fiume
detto Ciottolo. “O Fiume Ciottolo, vieni a me! Scivola in me! Desidero che tu mi
serva”. Inoltre, reclama il vento dell’Est.
Segue un acquazzone. Il fiume si gonfia. Il malato diventa le rapide del fiume.
Tutto viene spazzato via – non resta più nulla. Qualcuno getta cibo nelle acque,
e il fiume trascina via ogni rifiuto e ogni dono.
Così l’uomo che soffre può guarire e viene riportato a casa.
*
Incantesimo per allontanare Ke’let, il demone
Quando scende la sera, lego due grandi orsi sulla soglia di casa mia e dico:
“Oh, voi siete così grandi, così forti, non può capitarmi nulla di male finché
sono al vostro fianco”.
Se un ke’let mi vuole e cerca di entrare in casa, gli orsi lo afferrano perché
non fanno passare nessuno.
Poi c’è una vecchia, cieca, con gli occhi incavati, con le orbite vuote: agita
una frusta di ferro tutta la notte, in ogni direzione. Lei sa spaventare i
ke’let. È difficile assalirla. Dopo, su ogni lato della casa devi porre dei gufi
polari di ferro. Hanno becchi di ferro e ali di ferro. Hanno becchi molto
affilati.
Quando ke’let, l’Assassino, l’aggressore, trova la casa, loro lo colpiscono, lo
feriscono, gli cavano gli occhi. Il demone, pieno di sangue, volta verso il
deserto – vola obliquo, ha paura, se ne va per sempre.
L'articolo “La lampada cammina, le ombre parlano”. Bogoraz e gli incantesimi dei
Ciukci proviene da Pangea.
È un romanzo? Forse. È un’autobiografia? Può essere. È una biografia
immaginaria? Probabile. Confesso che questa ricerca di una definizione non mi
appassiona più di tanto. Preferisco andare al sodo e dire, forte e chiaro, che è
un libro meraviglioso. Mi sto riferendo a La vita di Arsen’ev di Ivan Bunin
(1870-1953), primo scrittore russo a ricevere il Premio Nobel per la letteratura
nel 1933. Figlio di aristocratici decaduti, un’infanzia isolata vissuta in
campagna a contatto con la natura, nel 1920 abbandonò la Russia comunista
rifugiandosi in Francia dove visse fino alla fine dei suoi giorni. Leggendolo è
facile capire che la sua avversione alla Rivoluzione bolscevica e al comunismo
era pre-politica e aveva ben poco a che fare con l’ideologia; nasceva piuttosto
dal suo animo prima ancora che dal suo cervello. Per le stesse ragioni durante
gli anni del suo esilio in Francia fu uno strenuo oppositore del nazismo.
Autore di grande raffinatezza, ne La vita di Arsen’ev Bunin ha messo
osservazioni, sensazioni, riflessioni legate all’esistenza del
protagonista Arsen’ev, un cinquantenne di origini nobili cresciuto nella
profonda e sconfinata provincia russa, esperienza molto simile a quella di Bunin
stesso, che ricorda la propria infanzia e giovinezza.
Considerato un legittimo erede dei giganti della letteratura russa, da Turgenev
a Gončarov da Puškin a Tolstoj, fu amico e discepolo di Čechov al quale lo
accomuna un realismo scarno, preciso, alieno da ogni affettazione, Bunin è prima
di ogni cosa un cantore dell’anima russa:
> «Non v’è dubbio che proprio quella sera mi sfiorò per la prima volta la
> coscienza che ero russo e vivevo in Russia (…) e d’un tratto la sentii, questa
> Russia, sentii il suo passato e presente, le sue selvagge, terribili e
> tuttavia affascinanti caratteristiche e il mio legame di sangue con essa…».
La vita di Arsen’ev è un libro sostanzialmente di sentimenti profondi, di
atmosfere e psicologie più che di trama, inseriti in un tempo ormai perduto in
modo irrimediabile fatto di nostalgie e di passioni. Il protagonista ricorda gli
anni della sua infanzia e poi della sua giovinezza, esplorando i temi della
nostalgia, del passare del tempo e dell’inevitabile perdita che accompagna la
crescita personale. Splendidi i ritratti della natura che accompagnano il
viaggio interiore del giovane.
Acutamente Andrea Tarabbia nella Prefazione all’edizione pubblicata dalla casa
editrice Medhelan riferisce che per Bunin lo scrittore non è un narratore, un
raccontatore di storie, ma un osservatore e ricorda che l’autore amava definire
il proprio libro un “poema in prosa”. Non a caso in realtà Bunin nasce come
poeta e tale resta anche nei suoi lavori in prosa. In effetti leggendolo è
facile accorgersi, pagina dopo pagina, che a farla da padrona è la vena lirica
delle sensazioni e dei sentimenti che hanno toccato il suo animo. Il
protagonista Arsen’ev viene guidato dai suoni, dai colori, dagli odori che
arrivano dai suoi ricordi giovanili. Sono quegli istanti, magici e irripetibili,
che ci segnano una volta per tutte. Un imprinting emotivo indelebile destinato a
segnare la nostra vita e le nostre relazioni con gli altri per sempre. Andando
avanti con gli anni ci accorgeremo che è questo il tesoro più prezioso che ci
portiamo dentro, molto più importante degli avvenimenti che hanno costellato la
nostra esistenza o delle opinioni che abbiamo avuto.
> «In questo viale una bella signorina ci veniva incontro con le amiche… e lei,
> di sotto al bizzarro cappellino, si illuminò tutta di un sorriso sinceramente
> gioioso. Dinanzi al padiglione zampillava una fontana dal getto a ventaglio;
> mi sono rimasti impressi per sempre la sua freschezza e l’odore delizioso dei
> fiori che essa irrorava e che, come seppi dopo, si chiamavano semplicemente
> ‘tabacco’. Mi sono rimasti impressi perché quell’odore si associò per me a un
> sentimento di innamoramento, di cui per la prima volta in vita mia fui
> dolcemente malato per alcuni giorni. Grazie a lei, a quella signorina
> provinciale, non posso ancor oggi sentire senza emozione l’odore del tabacco,
> e lei non ha nemmeno mai saputo che io sia esistito e che sempre durante tutta
> la mia vita ricordavo lei e la freschezza della fontana non appena soltanto
> sentivo quell’odore…»
La vita di Arsen’ev è il capolavoro di queste epifanie emotive; posso
testimoniare che leggerlo significa scoprire un autentico libro del cuore da
tenere sempre a portata di mano, in modo particolare nei momenti difficili della
nostra vita. Un balsamo emotivo in grado di lenire le tante ferite che
l’esistenza ci inferisce. Quando descrive certe sensazioni Bunin ha lo
straordinario potere, per certi versi magico, di trasformare la percezione
dell’attimo, tramutando piccoli eventi personali quasi insignificanti in valori
universali capaci di superare ogni confine di tempo e di spazio. Per capirli,
farli propri e tenerseli stretti non è necessario avere vissuto nella sperduta
campagna russa di un secolo e mezzo fa come Arsen’ev, basta aprire il proprio
animo al senso più autentico dell’esistenza.
Silvano Calzini
L'articolo Su Ivan Bunin, il cantore della selvaggia e terribile Russia.
Leggerlo è un balsamo proviene da Pangea.