Una data sigilla il padre al figlio. Nel 1962 Andrej Tarkovskij ottiene il Leone
d’oro a Venezia per L’infanzia di Ivan. È il suo primo lungometraggio, il
regista compie trent’anni. A Mosca, nello stesso anno, esce il primo libro del
padre, Arsenij Tarkovskij. S’intitola Neve imminente, è tirato in seimila copie,
immediatamente esaurite. Arsenij compie cinquantacinque anni ed è riconosciuto,
per via della sua screanzata singolarità, l’erede di Osip Mandel’štam. Anna
Achmatova aveva detto che “di tutti i poeti contemporanei, Tarkovskij è il solo
che può dire di essere totalmente se stesso. È un poeta indipendente, che non
assomiglia a nessuno – ha la caratteristica più importante che deve avere un
poeta: è poeta per diritto di nascita”.
Il suo primo libro avrebbe dovuto essere pubblico molti anni prima. Nel 1946 era
stato marginalizzato dallo ždanovismo; il Comitato centrale del Partito divulgò
una velina esplicativa: “Poeta di grande talento, Tarkovskij appartiene a quel
Pantheon Nero della poesia russa a cui appartengono anche Achmatova, Gumilëv,
Mandel’štam e l’emigrante Chodasevič, e perciò quanto più talento vi è in questi
versi tanto più essi sono nocivi e pericolosi”.
Nato in Ucraina, a Kropyvnyc’kyj, il 12 giugno del 1907, Tarkovskij era stato
arrestato nel 1921 per la pubblicazione di un acrostico su Lenin ritenuto
offensivo – riuscì a fuggire, rocambolescamente, da un treno. Il padre,
Aleksandr, era stato arrestato poi spedito al confino, qualche decennio prima,
per la sua vicinanza a “Narodnaja Volja” (Libertà del popolo), il partito
rivoluzionario che aveva ordito l’assassinio dello zar Alessandro II – conosceva
diverse lingue, tra cui l’italiano, il polacco, il serbo e l’ebraico; lavorava
in banca. Arsenij Tarkovskij visse, per lo più, di traduzioni: amava la poesia
armena e quella turkmena, conosceva i poeti sufi.
Andrej Tarkovskij nacque dal primo matrimonio di Arsenij, contratto a vent’anni
con Marija Višnjakova. Nel 1951 il poeta si unirà alla terza moglie, acquistando
una dacia a Golicyno, a una quarantina di chilometri da Mosca, per condurre una
vita ritirata, di studi. Nel 1941 si lega – ma è una relazione in fuga, tra
annientati – a Marina Cvetaeva, la “negromante”; durante la Seconda guerra
lavora come inviato. Ferito gravemente, gli verrà amputata la gamba. I libri non
lo consoleranno: la vicina di casa userà gli oltre quattromila volumi della sua
biblioteca come combustibile per la stufa.
L’opera di Tarkovskij è tra le più potenti del canone russo del Novecento. Egli
non è semplicemente un seguace dei grandi poeti dell’“Era d’Argento”, un
prosecutore – al contrario, impone nella poesia russa uno sguardo nuovo, una
raffinata primordialità. A una prima lettura, è come se l’eleganza di Pasternak
fosse temprata dalle pitture parietali di Lascaux. C’è qualcosa di insondabile
nei versi di Tarkovskij, che continuano a lavorare per giorni nella nostra mente
– Tarkovskij è un poeta capace di ispirare, è un poeta, cioè, che ha creato un
mondo pieno di fori, che respira, felice all’invasione (laddove molti poeti,
anche grandi, creano mondi conchiusi, cristallizzati, infine claustrofobici, che
si nutrono del lettore più che dargli nutrimento).
In Italia siamo fortunati. Gario Zappi ha tradotto con magistrale complicità
l’opera di Tarkovskij, le prose (Costantinopoli, Libri Scheiwiller, 1993) e una
selezione di poesie (per Giometti & Antonello, in: Stelle tardive, 2017,
e Stelle tardive. Vol. 2: Album di immagini inedite e poesie disperse, 2020),
ricostruendo la biografia del poeta. Naturalmente, tanto ancora resta da
tradurre. Nell’esercizio in calce, abbiamo tentato di tradurre alcune poesie
assenti dai repertori citati dalla versione inglese di Philip Metres e Dimitri
Psurtsev (in: I Burned at the Feast. Selected Poems of Arseny Tarkosky,
Cleveland State University Poetry Center, 2015). Si tratta, naturalmente, di
meri esercizi, chiose intorno all’icona, tentativi di trarre scintille dallo
scempio.
In uno scritto recuperato e tradotto da Zappi, probabilmente della “fine degli
anni ’40”, Tarkovskij abbozza una poetica.
> “Più o meno dal 1928 alcuni giovani poeti che non si curavano di dare alle
> stampe i propri versi issarono una bandiera che non venne notata quasi da
> nessuno. Su di essa era scritto: Verità poetica”.
È proprio dei poeti russi inserirsi in una leggenda, in una mitologia
biografica. Meglio ancora: è a loro proprio intingere la vita nella poesia – e
viceversa. Intendere la poesia come uno strumento conoscitivo, come il più
raffinato e letale strumento di verità. Non esiste estetica che non comporti
un’etica: a differenza delle altre arti, la poesia coinvolge in una rivoluzione
interiore, spirituale.
Tarkovskij procede nel ragionare così:
> “Assaggiammo e riassaggiammo tutto, riannusammo, riascoltammo, riguardammo,
> ritastammo e – cosa più importante di tutto – risoffrimmo di nuovo. Colmi di
> fede nel valore di ogni moto dello spirito, non ci fidavamo in anticipo di un
> prefissato punto di vista. Poi, quando maturammo, ognuno di noi imboccò una
> propria strada. Ed io mi misi a scrivere versi senza ormai sapere più quale
> fosse il mio uditorio, confidando solo che la mia voce non sarebbe scomparsa
> visto che non era apparentata alle imperscrutabili tenebre”.
Non curarsi del pubblicare e del pubblico perché si è certi di lavorare nella
luce, di “cantare… come canta un uccello”. Tarkovskij educa alla libertà – la
spregiudicata. Educa a guardare dove non guarda nessuno – a non accontentarsi di
due occhi soltanto – a coltivare “un modo individuale di vedere”. Anche da
questi accenni capiamo la libertà di Andrej Tarkovskij – è una libertà che ha
origini lontane. Andrej cita le poesie del padre in Lo specchio, Stalker,
Nostalghia; in patria, i libri di Arsenij venivano tirati in un numero di copie
che superava, di norma, le ventimila.
Dal 1982, Andrej Tarkovskij scelse di non fare ritorno in patria – morì il 29
dicembre del 1986, sessant’anni dopo Rilke, il poeta così amato da Marina
Cvetaeva. Arsenij morirà tre anni dopo, a fine maggio, come Pasternak. Con
Pasternak, condivide la meta ultima: Arsenij Tarkovskij è sepolto a Peredelkino,
poco lontano dal grande poeta. Erano amici – Pasternak volle rompere perché
Tarkovskij gli aveva detto di preferire le sue poesie al Dottor Zivago. Baruffe
tra titani.
Tarkovskij amava fissare il cielo – per diletto, praticava l’astronomia.
**
Libro d’erba
Non sono la città turrita sul fiume
della città io sono lo stemma.
Non sono lo stemma, ma la stella che brilla
sullo scudo dello stemma.
Non sono il celeste visitatore sulle oscure acque
sono il nome della stella.
Non sono la voce né la veste sulla lontana riva –
posso soltanto brillare.
Non sono il raggio di luce che spezza il tuo sguardo
ma la casa in rovina a causa della guerra.
Non quella casa sull’altura
ma il ricordo della tua casa.
Oh, non il tuo amico, il messaggero del fato
io sono il suono di uno sparo distante.
Ti conduco nella steppa lungo il costone
e mi sdraio sull’umida terra.
Divento il libro dell’erba nuova
e mi acquatto nel suo grembo.
1945
*
Ho imparato l’erba e cominciai a scrivere
e l’erba fischiava come un flauto.
Ho imparato a unire il colore al suono
e quando la libellula ha intonato il suo inno
come una cometa tra le verdi fronde
ho riconosciuto una lacrima in ogni tratto di rugiada.
Ho capito che in ciascun coccio del suo enorme occhio
in tutti quegli arcobaleni di vorticoso volare
dimora l’ardente parola del profeta –
fu per miracolo che scoprii il segreto di Adamo.
Ho amato quel tormentato compito, questo intricato
disporre le parole, stazzonate insieme alla loro luce
rissa di enigmi, di sensi e di improvvisa chiarezza
che si libra. In verità pensai che la verità fosse apparsa.
La mia lingua era vera, come un’anamnesi spettrale
e le parole si radunavano intorno ai miei piedi.
Hai ragione a dirmi, amico, che ho udito
un quarto del rumore, ho visto appena metà della luce.
Ma non ho oltraggiato l’erba né la mia famiglia
non ho insultato le avite terre con la mia oltranza:
finché ho lavorato sulla terra, accettando
il dono delle fresche acque e del pane fragrante,
il cielo si chinava, abissale, sopra di me, e le stelle
palpitavano, precipitando verso le mie mani.
*
Possa perdonarmi Vincent van Gogh:
non l’ho aiutato – non ho
pavimentato di foglie i suoi passi
sulla strada in fiamme, non gli ho
slacciato gli stivali impolverati
non gli ho offerto, nei torridi giorni
nulla da bere, non gli ho impedito
di uccidersi in ospedale.
Sono ancora qui, gli occhi verso
il cipresso che si contorce come una fiamma.
Il giallo limone, il blu profondo – non
sarei mai diventato me stesso senza quei colori.
Avrei sconfessato le mie promesse
ignorando il suo fardello.
L’angelo di juta che unisce
le sue pennellate ai miei versi
vi porta all’abisso dello sguardo
dove Vincent van Gogh respira stelle.
*
Vita, vita
Non credo nei presagi, non temo
i segni avversi. Nessun veleno, nessuna
menzogna mi abbattono. La morte non esiste:
tutti siamo immortali. Nulla muore.
Non occorre avere paura della fine – a diciassette
come a settant’anni. C’è solo questa vita, questa luce
sulla terra; non esistono oscurità né morte.
Siamo già tutti sulla spiaggia:
io sono uno di quelli che tirano le reti
mentre l’immortalità nuota oltre la barriera di sabbia.
II
Se abiti una casa, la casa non cadrà.
Elenca i secoli e io
vi costruirò una casa.
Ecco perché sono con me
i nostri cari e i figli, attorno alla tavola,
abbastanza grandi per antenati e nipoti.
il futuro ci mostra il volto
se alzo la mano, cinque
raggi dimoreranno in mezzo a voi.
Ogni giorno usavo le clavicole
come tronchi per puntellare il passato –
misuravo il tempo a cubiti e a spanne
per attraversarne la catena montuosa.
III
Ho plasmato l’età sul mio corpo
poi ci siamo diretti a sud, sollevando polvere
nella steppa. Le alte erbe fumavano. La cavalletta
giocava, appoggiando le antenne su un ferro
di cavallo: come un monaco, profetizzò distruzione.
Ho legato il mio destino alla sella.
Anche ora, nel tempo a venire,
resto in piedi sulle staffe, come un ragazzo.
L’immortalità mi si addice –
il mio sangue scorre di era in era.
Avrei pagato con la vita, con voluttà,
per un angolo caldo e sicuro –
se l’ago volante non mi avesse
trascinato come un filo nell’universo.
*
La vista era tutto il mio potere ma ora
scema: due lance invisibili di diamante;
l’udito si fa debole, pieno di antichi tuoni
e del respiro della casa di mio padre.
I muscoli, un tempo bene annodati,
si riposano come grigi tori assisi
su un campo arato; le ali sulle mie spalle
non splendono più quando cala la sera.
Sono una candela. Bruciavo al banchetto.
Raccogli la mia cera al mattino
affinché questa pagina ti ricordi
l’orgoglio e il pianto, ti dica come donare
l’ultimo terzo della felicità e morire
felici sotto un rifugio di fortuna
per bruciare postumi, come una parola.
Arsenij Tarkovsij
*In copertina: Arsenij Tarkovskij (1907-1989)
L'articolo “E le stelle palpitavano, precipitando verso le mie mani”. La poesia
di Arsenij Tarkovskij proviene da Pangea.
Tag - Anna Achmatova
Anna Achmatova, infine, morì il 5 marzo del 1966, all’ospedale Botkin di Mosca:
pareva immortale. Nel ritratto fotografico che le aveva fatto, molti anni prima,
Moisej Nappelbaum, Anna mostra con aristocratica sprezzatura il profilo: naso
rapace, labbra predatorie, occhi semichiusi, da aquila in estasi di sé. Nata nei
pressi di Odessa nel giugno del 1889, amava ricordare la propria “infanzia
pagana”, diceva di aver scritto la prima poesia a undici anni e di discendere da
Achmat Khan, il condottiero mongolo vissuto nel XV secolo: da lì il
cognome, Achmatova, in vece di quello originario, Gorenko. Non aveva paura di
nulla.
Lo Stato aveva previsto per la più grande poetessa del secolo – per postura e
intensità del dire – il più umiliante dei funerali, quello riservato ai ladri e
ai traditori. Le esequie si tennero nell’obitorio dell’Istituto Sklifasovskij,
il 9 marzo – “primavera” pareva parola defunta dal vocabolario sovietico. Tra
gli astanti, spiccava Iosif Brodskij: il ragazzo – aveva ventisei anni – era
reduce da due anni di prigionia con l’accusa di “parassitismo sociale”. Anna
Achmatova animò campagne pubbliche per la sua liberazione. In un saggio del
1982, La Musa in lutto (in: I. Brodskij, Il canto del pendolo, Adelphi, 1987),
pubblicato dieci anni dopo la sua fuga dall’Urss, Brodskij scrive che
> “Anna Achmatova appartiene alla categoria dei poeti che non hanno né una
> genealogia né uno ‘sviluppo’ ben individuabile. È uno di quei poeti che
> semplicemente ‘avvengono’, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito
> e una loro sensibilità unica”.
Era di una bellezza ipnotica. Amedeo Modigliani l’aveva disegnata, seminuda, nel
1911: Anna era fuggita a Parigi dopo l’ennesima lite con il poeta Nikolaj
Gumilëv. Audace, istrione, poeta, antibolscevico, il marito di Anna verrà
fucilato dai ‘compagni’ nel 1921 con l’accusa di svolgere “attività
controrivoluzionarie”. Nel frattempo, Anna si era unita all’assiriologo Vladimir
Silejko: adorava la sua versione dell’epopea di Gilgamesh.
Anna Achmatova, come è ovvio, è il pilastro di All the World on a Page, una
“Antologia della poesia russa moderna” curata da Andrew Kahn e da Mark
Lipovetsky per la Princeton University Press. Per “moderna” i curatori intendono
“modernista”, ma soprattutto “dissidente”. L’idea di fondo – fondamentalmente
anti-russa – è che i grandi poeti russi del Novecento abbiano scritto in
ostilità ai tiranni sovietici e al loro politburo-codazzo di cortigiani, che
esista una continuità tra i poeti di ieri – custodi della vera identità russa –
e i poeti di oggi. L’antologia, infatti, oltre ad Anna Achmatova e a Boris
Pasternak, a Velimir Chlebnikov, Iosif Brodskij e Vladimir Nabokov, raccoglie
alcuni viventi come Galina Rymbu. Nata a Omsk nel 1990, attivista, femminista,
Galina è autrice, tra l’altro, di una poesia che attacca così: “c’è un mostro
che vive nelle mie ovaie; complesso, ma costituito da semplici/ tessuti
embrionali. si mostra di notte/ e mi sveglia e vorrei farmi qualcosa”.
Insieme ad Anna Achmatova, l’altro pilastro dell’antologia è – altrettanto
ovviamente – Marina Cvetaeva. Anche a Marina l’Urss uccise il marito; Sergej
Efron fu fucilato nel 1941 con l’accusa di essere una spia antisovietica. Benché
abbia amato molti altri – su tutti, Rainer Maria Rilke – Marina fece di tutto
per aiutare il coniuge; il 23 dicembre del 1939 scrisse una lunga, tormentata
lettera al “compagno Berija” (pubblicata dalle Edizioni De Piante come Nemico
pubblico nel 2022), all’epoca Commissario del popolo per gli affari interni:
> “Non so di che cosa sia accusato mio marito, ma so che non è capace di nessun
> tradimento, doppiogiochismo e slealtà. Lo conosco dal 1911, da quasi 30 anni,
> ma quello che so di lui lo sapevo fin dal primo giorno: è un uomo di grande
> purezza, abnegazione e responsabilità”.
La grande poetessa si impiccherà il 31 agosto del 1941, a Elabuga, nella
stamberga dove l’aveva catapultata la sorte. Al figlio, sedicenne, lasciò un
biglietto: “Capiscimi: non potevo più vivere. Di’ a papà e ad Alja – se li
vedrai – che li ho amati fino all’ultimo momento, e spiega loro che ero
finita in un vicolo cieco”.
Da qualche settimana, le edizioni Magog hanno pubblicato Preghiere, una
selezione di testi ‘ispirati’ – alcuni finora inediti in Italia – di Marina
Cvetaeva. Se è vero, come scrive il curatore del libro, Lucio Coco, che “c’è una
vena religiosa che attraversa la poesia russa del Novecento”, Marina la
interpreta non già come una Maddalena, in liriche-latrati – come vasta parte
delle poetesse spiritate dallo Spirito –, ma con impeto marziale, con la foggia
di una Teresa d’Avila, di una fondatrice di ordini e di ordalie. Così, in
una Preghiera del 1909 – aveva diciassette anni – Cvetaeva dice di avere
“l’anima di zingara”, di essere “un’amazzone”, e sibila: “Io voglio tutto”. In
una poesia del 1922, Dio, da far impallidire i teologi, intima:
“Oh, non educatelo
Alla stanzialità e alla sorte!
Nella poltiglia stagna dei sentimenti
… Oh, non trattenetelo!
Nel domestico sottovaso
Dio – come la begonia di casa
Alla finestra – non fiorisce!
… Perché egli corre – è movimento”.
Secondo Brodskij, che fu il più talentuoso discepolo di Anna Achmatova,
“Cvetaeva è il più grande poeta del XX secolo”. L’aveva scoperta da ragazzo, “e
da allora, niente di quello che poi ho letto in russo mi ha fatto un’impressione
così grande come Marina”. Anna Achmatova e Marina Cvetaeva sono un po’ i Tolstoj
& Dostoevskij della poesia del Novecento: la prima domina, con supremo genio per
l’inganno, plenilunio nel pettegolezzo e lirica verità, il reale; per la
seconda, la realtà non esiste: s’impenna verso i cieli, sprofonda negli abissi,
è angelo e latrina. Al profilo rapace di Anna si alterna quello felide di
Marina.
A dire di Arsenij Tarkovskij, che fu l’ultimo amante di Marina e tra i primi
adepti di Anna, le due si incontrarono nel 1939.
> “Anna le donò un anello, mentre Marina regalò all’Achmatova una collana, una
> collana verde. Parlarono a lungo. Poi Marina s’apprestò ad andarsene, si fermò
> sulla soglia e d’un tratto esclamò: ‘Ad ogni modo, voi, Anna Andreevna, siete
> una donna comunissima’”.
>
> (in: A. Tarkovskij, Costantinopoli. Prose varie. Lettere, Libri Scheiwiller,
> 1993)
L’anno dopo, d’estate, Marina Cvetaeva è in coda, “dalle quattro del mattino”,
per acquistare un libro di Anna Achmatova. È un’antologia, Da sei libri,
scampata alla censura sovietica: Anna non poteva pubblicare da anni, la polizia
segreta possedeva di lei un dossier di oltre novecento pagine. “In molti
conoscono e apprezzano le poesie di mia madre. Ma ora tutte le opere poetiche
più importanti della mamma sono sotto sequestro”, appunta il figlio di Marina,
‘Mur’, nel suo diario (in parte pubblicato dalle Edizioni Magog nel 2022
come Grida dai tetti il suo amore per me, a cura di Fabrizia Sabbatini). Anna e
Marina, supreme latitanti al proprio tempo.
Quanto al rapporto tra il poeta e lo Stato, ha scritto parole decisive Angelo
Maria Ripellino in una delle tante edizioni delle Poesie di Boris Pasternak (in
questo caso: Nuova Universale Einaudi, 1959):
> “Il destino di Boris Pasternak non è che una variante della lotta perenne del
> poeta di genio col regime e la società del proprio tempo di cui le lettere
> russe ci offrono tragici esempi. Ma egli vive sin d’ora nel futuro, mentre la
> gloria posticcia di quelli che urlano contro di lui sarà più breve dell’estate
> nella tundra”.
I governi dibattono di attualità, prendono trono tra le cronache e i social – il
poeta si confronta con l’eterno, a quello si conforma.
*In copertina: Anna Achmatova (1889-1966)
L'articolo La lotta perenne del poeta di genio contro il regime proviene da
Pangea.
Per il suo funerale scelse il salmo 139 – “tenebra mi annulla/ la notte è luce
su di me”. L’amico Liam Rector, postura plastica da poeta, declamò i versi
di Let Evening Come e Otherwise. Il celebrante accordò, a cappella, le note
di Amazing Grace.
Aveva già opzionato il suo loculo, Jane Kenyon. Quindici anni prima, insieme al
marito Donald Hall, in una terra siglata da cespi di betulle e granitiche querce
del New Hampshire. L’acquisto officiò il matrimonio della coppia con il luogo –
l’amena cittadina di Wilmot. Nell’avita tenuta di ‘Don’ – ove Jane giunse, si
congiunse alle donne che ne avevano albergato le stanze.
*
Si erano sposati per affetto, dunque per difetto, nel 1972. Accademico, il fato,
con seducente banalità, dirottò la Kenyon, studentessa, presso il seminario di
scrittura creativa di Hall all’Università del Michigan. Non emerse per talento,
non affiorò per avvenenza. In dote, gli recò, imberbe, i suoi versi acerbi. Lui
era reduce dall’unione con la prima moglie, Kirby Thompson – corredata di due
figli –, la Kenyon da una liaison imbozzolata nella gioventù.
Condivisero l’amore per la poesia, una carnalità consueta e i gatti. Scarsamente
appassionati, si amarono per conforto. Fu un legame di miti vertigini. Alle
nozze intervennero i parenti stretti. Jane non riportò memorie scritte di quel
giorno. Unico sigillo, a testimonianza, il regalo di sua nonna Dora – una copia
rilegata in pelle bianca della Bibbia di Re Giacomo.
Consacrazione di un epilogo, per il ventiduesimo anniversario Hall le donò un
anello di tormalina rosa serrato da nove minuti diamanti. Lei lo battezzò
“Please, don’t die”. La leucemia stillava piena egemonia. Jane Kenyon aveva
appena intessuto le sue poesie più fauste. Morì un anno dopo, il 22 aprile 1995.
Aveva quarantasette anni.
*
Coronata d’alloro al tempo stesso – fu Poeta laureato del New Hampshire – se ne
andò insignita di lirica reputazione. Dunque, in pace. Mal tollerò l’opprimente
veste di poeta moglie di un poeta e avrebbe disprezzato postumi riscatti
femminei alla Sylvia Plath. Pure, credette di abdicare alla vita. Ma preferì
morire da poeta, che da suicida.
> «La mia fede in Dio, soprattutto l’idea che un credente è parte del corpo di
> Cristo, mi ha impedito di farmi del male. […] Quando ho sofferto talmente
> tanto da desiderare di non essere viva o cosciente… mi sono detta: “Se ti
> ferisci, ferisci il corpo di Cristo, e Cristo è già stato ferito abbastanza”».
*
Oppressa dalla depressione – bipolare al focolare – generò Having It Out with
Melancholy, versi afflitti d’atrabile e farmacologica soggezione. In epigrafe
s’appellava a Čechov, suo mentore insieme a Keats. Depressione e poesia – come
patogeno endogeno.
A stringare il morbo nel verbo, le scarne righe di Suggestion from a Friend –
“Non saresti così depresso/ se davvero credessi in Dio”.
Rigettò ogni visione romantico-terapeutica del rapporto fra malattia e
scrittura. Piuttosto, se ne avvalse per scopo clinico, cinico – la poesia per
aumentare la comprensione della patologia. Pare prossima, di spirito e
d’intenti, a Margiad Evans – autrice che sguainò la poesia contro l’epilessia.
Rifiutò, dunque, di recitare il melodramma – promosso da certe poetesse – della
rosea invasata, dell’artista rosa dalla follia.
*
Votato a una mistica domestica – mai addomesticato – il suo verso divora nella
dimora. Visuale, aurale, a scorporare dal corpo, mistico sito, il rito del
poetare – irrompe lo Spirito Santo. Errante presenza – di stanza in stanza.
Jane Kenyon è poesia-annunciazione, poesia-apparizione, poesia-redentiva.
Gregory Orr velatamente l’annoverò fra i poeti post-confessionali – la poesia
autobiografica come bianca arma di sopravvivenza e riconciliazione col mondo. Di
trasformazione – l’uso della lingua a emendare l’esperienza. Era disposta a
capitolare, per non ricapitolare – in versi – la vita.
*
Madrina dell’anti-canone delle Plath e delle Sexton, Jane Kenyon – fanatica
della mistica – si consacrò a Teresa D’Avila, Giuliana di Norwich. Quindi a
Emily Dickinson ed Elizabeth Bishop – dai meandri del New England le condusse
fino ai setosi dedali della Cina, con una sequela di letterarie lectures,
salmodiando sulla loro opera. Nel 1979, alla cerimonia commemorativa della
Bishop, franò nella commozione – ne ammirava il verso scarno, preciso, il
linguaggio pressato. Beneficiò spesso del paragone con la Dickinson – la ricerca
di Dio, della solitudine nella natura, il mistero della bellezza, il diafano
legame fra depressione e gioia.
Fu, anzitutto, devota ad Anna Achmatova. Tradusse la russa con altera premessa –
giudicando insoddisfacenti le rare versioni in circolazione, decretò di
confezionare la propria.
Il marito, Hall, ammantato di un radicalismo poetico virato allo snobismo più
estremo – nel 2006 nominato Poeta laureato degli Stati Uniti –, fu d’opposto
avviso. Pur avendo costeggiato e corteggiato svariati generi della parola,
prestò somma fedeltà al suo originale suono – in mancanza, riteneva
inafferrabili le connessioni interne alla poesia.
D’indole diversamente tirannica, entrambi rigettarono la traduzione come pratica
ordinaria, grigio esercizio, servizio.
Il poeta Hayden Carruth qualificò la Kenyon quale Achmatova americana. Arduo
immaginare due esistenze più dissimili. Contemplativa e apolitica, la poesia
della Kenyon si nutrì nondimeno dello slancio slavo – s’apparentarono gli
spiriti.
Della Venere di Odessa venerò la lirica succinta, la supremazia, imperiale,
dell’immagine a scapito del simbolo – le sei poesie inizialmente tradotte furono
incluse nella sua prima raccolta, From Room to Room (1978); confluite poi
in Twenty Poems of Anna Akhmatova (Ally Press, 1985).
*
Lirismo tangibile, quello di Jane Kenyon. Mirava a una verità d’opale, epifania
privata compressa nell’attimo. Digiuna di orpelli, scrittura prossima alle
Scritture, ellittica, irrisolta, come l’onnipresente rimando al mondo naturale.
Il poeta Robert Hass la paragonò, per temi pastorali e cupe meditazioni, a
Robert Frost – che pure aveva conosciuto suo marito anni prima – ma con uno
sguardo più interiore.
All’immaginario imagista si appellò invece per non scivolare nell’astrazione –
la poesia di Ezra Pound come monito e monile.
*
Il giornalista Bill Moyer, nel 1993, effigiò Jane Kenyon e Donald Hall in un
documentario – A Life Together – vincitore di un Emmy Award. Proiezione
routinaria di un matrimonio fra poeti dominato da una viscosa discepolanza,
sfociata in rivalità lirica. “È dannatamente duro con la mia prosa. Sarcastico.
Quando parliamo di poesia, so di trovarmi su un terreno più solido, ma con la
prosa può ridurmi in poltiglia” – così Jane, a commento del consorte. Lo diceva
dispotico e possessivo. Ad ogni modo, l’ultimo atto letterario di Hall – morì
nel 2018 – fu la cura e selezione di The Best Poems of Jane Kenyon (Graywolf
Press). Riteneva gemmata, la consorte, dalla sua costola poetica.
*
Coltivava narcisi e peonie, Jane. Poesia e giardinaggio come suoi talenti
privati – il connubio ricorda la schiva scrittrice italiana Pia Pera, che pure
tradusse i russi, fra tutti Čechov e Puškin. Entrambe, arti intrise di morte e
resurrezione. Lottò con la fede, la Kenyon – educata con metodo metodista. Aveva
paura di Dio. Finché una domenica, nella nivea chiesa di Wilmot, il ministro
Jack Jensen evocò Rainer Maria Rilke nel suo sermone. Col tempo, la sua vita
religiosa invase la sua vita letteraria. In Robert Bly intuì la dimensione
spirituale della poesia – a sublimare il sublime. Patrocinò una funzione
sacerdotale del poeta.
*
Per la sepoltura, Hall scelse di drappeggiare sul corpo di sua moglie una salwar
kamiz bianca e un foulard sulla spalla sinistra provenienti dall’India – c’erano
stati insieme due volte. Fra le dita, ossute e incrociate – ornamento d’eterno –
la fede nuziale. Le baciò per l’ultima volta le labbra, fredde e rigide.
Lapidario, scolpito nel nero marmo della lapide, l’epitaffio recita un verso di
Jane.
> Credo nei miracoli dell’arte, ma quale
> prodigio ti terrà al sicuro al mio fianco?
L’aveva composto per osteggiare la morte di Donald – svilito, all’epoca, da un
cancro. All’ombra delle sue parole, oggi, riposano entrambi. Ogni poetica
contesa è trascesa.
Fabrizia Sabbatini
*
Il pipistrello
Leggevo del razionalismo,
il genere di cose che facciamo al nord
all’esordio d’inverno, dove il sole
abdica al giorno alle 4:15.
Forse il mondo è intelligibile
al genio razionale;
forse accendiamo lampade al crepuscolo
per nulla…
Poi ho udito delle ali sopra la testa.
I gatti ed io abbiamo inseguito il pipistrello
in tondo – soggiorno, cucina,
ripostiglio, cucina, soggiorno…
A ogni giro ci sfuggiva
come l’identità del terzo
della Trinità: colui
che ha parlato per mezzo dei profeti,
colui che ha sorpreso Maria
apparendo all’improvviso.
Jane Kenyon
*Per la prima volta in Italia, una antologia delle poesie di Jane Kenyon è edita
dalle edizioni Magog, a cura di Fabrizia Sabbatini
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