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Anna Achmatova, l’Attila della poesia (o: storia degli Unni come amore filiale)
È curioso. In un raro libro di Lev Nikolaevič Gumilëv pubblicato in Italia, Gli Unni, l’autore, “professore di storia dei popoli dell’Asia centrale all’Università di Leningrado”, è presentato come “figlio del poeta Nikolaj Stepanovič”. Nikolaj Gumilëv, poeta marziale, fondatore della ‘Gilda dei poeti’ che diede vita all’acmeismo, amava i tour in Africa e cacciare i leoni, come Hemingway. Antibolscevico, fu arrestato dai rivoluzionari con l’accusa di ordire complotti e fucilato, alla fine di agosto del 1921.  Gli Unni uscì nel 1973 al numero 490 della prestigiosa collana dei ‘Saggi’ Einaudi. Il sottotitolo è accattivante – “Un impero di nomadi antagonista dell’antica Cina” –; traduce Carlo Cosetti. È curioso che la nota einaudiana non ricordi la madre di Lev Gumilëv, Anna Achmatova, ben più nota del padre: nove anni prima le era stato concesso di atterrare in Italia, per ritirare il premio “Etna-Taormina”. La sua aristocratica grazia, pur vergata dal tempo, era ancora magnetica: Mario Luzi diede di lei un ritratto al bulino, bellissimo (“Anna Achmatova non pronunciò una sola parola, partecipò con il suo silenzio alla sua celebrazione e alla mia. La sua figura matronale vestita di nero era assorta in sé, immobile, ma non assente”). La poesia della Achmatova, in Italia, era piuttosto celebre: per la cura di Carlo Riccio, nel 1966, proprio Einaudi aveva pubblicato, nella collana ‘bianca’, Poema senza eroe e altre poesie. Misteri.  Altri piccoli errori costellano l’edizione – altrimenti impeccabile – de Gli Unni. Intanto, il titolo. Lo studio di Lev Gumilëv non è dedicato propriamente agli Unni ma agli “Hsiung-nu”: “popolo formatosi da frammenti di clan Ti, di emigranti cinesi della stirpe Hsia e da tribù mongoloidi abitanti nella steppa ai margini del Gobi”. La differenza è centrale perché Lev Gumilëv crede nei processi di costruzione, coagulazione e dissoluzione di specifici gruppi etnici. In sostanza, Gli Unni racconta il periodo – oscuro, oscurato, di cui abbiamo fonti a morsi & a frammenti – che precede la formazione degli Unni propriamente detti. Il libro termina con la sottomissione – e incorporazione – degli Alani da parte degli Unni nel IV secolo. Da lì “possiamo terminare la nostra narrazione, poiché la nuova pagina che si apre riguarda già la storia dell’Europa”.  Nella visione di Gumilëv, gli Unni sono l’emblema di un popolo che raduna in sé diversi, pur analoghi gruppi etnici. Un ‘popolo’ – rispetto alla tribù, al clan – è tale in virtù della sua difformità, è ‘uno’ per varietà. Un ‘popolo’ ha ‘successo’ perché è un fiume, ha mobilità e tensione nel dilagare e nel fondare rivoli. Non è un lago, appunto – i laghi, prima o poi, evaporano.   Il libro – fuori catalogo, si trova nelle librerie dell’usato – accumula una vasta dote di dati, mostrandoci un lato meno noto della Storia. Soprattutto, mette a confronto due civiltà: quella cinese, ipercolta, dinastica, evoluta perfino nel pettegolezzo e nel capriccio, e quella – guerresca, sciamanica, difforme, feroce – dei popoli delle steppe. L’epos dell’arco e della tenda contro l’impero dei palazzi e del libro; l’arte del saccheggio contro quella della legge.  A differenza di quanto denuncia la breve nota einaudiana – un dettaglio che ci serve da microscopio – Lev Gumilëv non era “professore” all’Università di Leningrado. In qualità di semplice ricercatore, tentava di fondere i suoi studi storici a quelli etnografici. Gli Unni – o meglio: lo studio sugli “Hsiung-nu… noti a pochi specialisti” benché “abbiano lasciato un’orma profonda nella storia del mondo” – fu stampato in origine nel 1960, in seguito a una serie di spedizioni nel Caucaso, con lo scopo, in realtà, di studiare i Cazari. Quattro anni prima, Gumilëv era stato definitivamente assolto dalle accuse che per un ventennio lo avevano confinato ai Gulag. La prima volta era stato fermato nel 1935, aveva ventitré anni: la polizia segreta sovietica teneva in particolare riguardo il figlio di un “nemico del popolo” e di una poetessa indifferente ai fasti stalinisti, che di lì a poco sarebbe stata, artisticamente, messa al bando. Rilasciato – anche per diretto interesse di Boris Pasternak –, Lev fu arrestato, definitivamente, nel 1938. È per lui – o meglio: per le madri di Russia a cui i soviet sottrassero, in massa, figli, mariti, amori – che la Achmatova scrive Requiem. Arruolato durante la Seconda guerra, fu arrestato ancora una volta nel ’48 con la solita accusa – “attività controrivoluzionarie” –; in carcere, Lev ricominciò a studiare – e a covare un sibilante, pervicace livore verso la madre, rea, a suo avviso, di far poco per la sua causa.   Quando lo liberarono compiva 44 anni: l’allora direttore dell’Hermitage, Michail Artamonov, archeologo, studioso degli Sciti e dei Cazari, offrì a Gumilëv un lavoro come bibliotecario, mettendolo nelle condizioni, di fatto, di concludere il dottorato (sulle antiche popolazioni turche) e di fare ricerca.  Gli Unni è il primo, fenomenale tassello della riflessione teorica di Lev Gumilëv che sfocerà in Etnogenesi e Biosfera (1978), il suo libro più importante e più discusso, più volte citato da Putin. Il libro, accattivante – per lo stile, chiaro e caustico insieme, e per la visione, che assembla in palmo di mano, con brio, millenni, il che fa di Gumilëv una sorta di Spengler russo – esiste in versione inglese (Ethnogenesis and the Biosphere, 1990); in Italia vale lo studio di Dario Citati, La passione dell’Eurasia. Storia e civiltà in Lev Gumilëv (Mimesis, 2015). Anteo Edizioni ha tradotto nel 2023 La rus’ antica e la grande steppa (1989), libro che riassume le idee dello storico sovietico.  > “Perché i popoli sono tanto diversi gli uni dagli altri? In certi casi, la > diversità etnica può essere spiegata da differenti condizioni geografiche – > eppure, si osserva anche dove climi e rilievi sono simili. La storia è un > elemento centrale. Diversi popoli sono sorti in epoche differenti vivendo > destini storici differenti, che hanno lasciato tracce indelebili, capaci di > plasmare le caratteristiche dei singoli. L’ambiente geografico influenza > gli ethnoi: la comunione quotidiana che lega l’uomo alla natura che lo nutre, > tuttavia, non è tutto. Anche le tradizioni ereditate dagli antenati e la > tradizionale amicizia – o inimicizia – con i vicini (l’ambiente etnico) > giocano un ruolo importante, così come le influenze culturali e le religioni. > Oltre a questo, va considerata la legge dell’evoluzione e dello sviluppo, che > si applica agli ethnoi come ad altri fenomeni della natura. > Chiamo etnogenesi questi molteplici processi di ascesa e scomparsa dei popoli. > Se non teniamo conto di tali peculiarità nel movimento della materia, non > possiamo trovare la chiave per chiarificare l’enigma della psicologia etnica”. > > (Lev Gumilëv, Etnogenesi e Biosfera) Interessante il ritratto che Gumilëv dedica ad Alessandro Magno, il condottiero che più di altri ha compiuto un rimescolamento tra le etnie. Secondo Gumilëv, l’azione, “del tutto irrazionale”, del conquistatore macedone verso Est non era data dall’idea “di unire Ellade e Oriente: Alessandro aveva studiato filosofia con Aristotele, che non gli aveva inculcato un concetto simili. Questa prospettiva nasce in Alessandro dopo la conquista della Persia, altrimenti non avrebbe dato fuoco al palazzo di Persepoli: non si cerca un compromesso distruggendo i capolavori dell’arte del popolo conquistato”. È “la spinta” ad animare Alessandro, a obbligarlo “a mutare l’ambiente che lo circonda, a perturbarne l’inerzia”. Questo impulso, “non risiede nella coscienza né nello spirito di conoscenza, ma in un elemento subconscio. I gradi di pulsione e di propulsione di questo elemento sono diversi, ma perché abbiano manifestazioni visibili registrate nella storia, la caratteristica individuale deve diventare di gruppo”.  Con lo studio dedicato al “piccolo popolo nomade che sfidò l’impero cinese e si affacciò minacciosamente in Occidente” – così la quarta Einaudi – Gumilëv cercava, va da sé, di chiarire la ‘questione russa’, la nazione stretta tra Europa e Cina. Gli Unni hanno creato un impero prima di tutto “dominando le distese steppiche della Mongolia”. L’inabitabile diventò il loro abito. La tenda come humus mentale, abiti comodi, cibo solido (“carne e latte, di cui c’era abbondanza essendo le mandrie e i greggi grandissimi”), attitudine alla caccia, hanno forgiato, in quella determinata circostanza storica, un popolo forte, pronto alla guerra, rapido. Per decenni, il sangue ha sostituito lo stilo: non c’era necessità di consolidarsi in una ‘storia’. I miti si trapiantavano di bocca in bocca, la parola era magica, l’eccezionale repertorio di monili rappresentava lupi e serpi, cervi e orsi, in atto di combattimento.  Dopo un iniziale discredito, negli anni Lev Gumilëv ottenne onori. Con la madre fu difficile rappacificarsi: si sposò un anno dopo la sua morte. Anna Achmatova diceva di discendere da Achmat Khan, condottiero della Grande Orda vissuto nel XV secolo. Da lui, erede di Gengis Khan, avversario del Granducato di Russia, derivò il suo cognome. In fondo, con lo studio sugli Unni, il popolo nomade che precede l’epica dei Mongoli, Lev Gumilëv voleva omaggiare alla madre. Tutto ciò che c’è di efferato negli Unni, si risolve in carezza – o nell’amore morboso, ammorbato dall’epoca.  L'articolo Anna Achmatova, l’Attila della poesia (o: storia degli Unni come amore filiale) proviene da Pangea.
July 20, 2026 / Pangea
“E le stelle palpitavano, precipitando verso le mie mani”. La poesia di Arsenij Tarkovskij
Una data sigilla il padre al figlio. Nel 1962 Andrej Tarkovskij ottiene il Leone d’oro a Venezia per L’infanzia di Ivan. È il suo primo lungometraggio, il regista compie trent’anni. A Mosca, nello stesso anno, esce il primo libro del padre, Arsenij Tarkovskij. S’intitola Neve imminente, è tirato in seimila copie, immediatamente esaurite. Arsenij compie cinquantacinque anni ed è riconosciuto, per via della sua screanzata singolarità, l’erede di Osip Mandel’štam. Anna Achmatova aveva detto che “di tutti i poeti contemporanei, Tarkovskij è il solo che può dire di essere totalmente se stesso. È un poeta indipendente, che non assomiglia a nessuno – ha la caratteristica più importante che deve avere un poeta: è poeta per diritto di nascita”.  Il suo primo libro avrebbe dovuto essere pubblico molti anni prima. Nel 1946 era stato marginalizzato dallo ždanovismo; il Comitato centrale del Partito divulgò una velina esplicativa: “Poeta di grande talento, Tarkovskij appartiene a quel Pantheon Nero della poesia russa a cui appartengono anche Achmatova, Gumilëv, Mandel’štam e l’emigrante Chodasevič, e perciò quanto più talento vi è in questi versi tanto più essi sono nocivi e pericolosi”.  Nato in Ucraina, a Kropyvnyc’kyj, il 12 giugno del 1907, Tarkovskij era stato arrestato nel 1921 per la pubblicazione di un acrostico su Lenin ritenuto offensivo – riuscì a fuggire, rocambolescamente, da un treno. Il padre, Aleksandr, era stato arrestato poi spedito al confino, qualche decennio prima, per la sua vicinanza a “Narodnaja Volja” (Libertà del popolo), il partito rivoluzionario che aveva ordito l’assassinio dello zar Alessandro II – conosceva diverse lingue, tra cui l’italiano, il polacco, il serbo e l’ebraico; lavorava in banca. Arsenij Tarkovskij visse, per lo più, di traduzioni: amava la poesia armena e quella turkmena, conosceva i poeti sufi.  Andrej Tarkovskij nacque dal primo matrimonio di Arsenij, contratto a vent’anni con Marija Višnjakova. Nel 1951 il poeta si unirà alla terza moglie, acquistando una dacia a Golicyno, a una quarantina di chilometri da Mosca, per condurre una vita ritirata, di studi. Nel 1941 si lega – ma è una relazione in fuga, tra annientati – a Marina Cvetaeva, la “negromante”; durante la Seconda guerra lavora come inviato. Ferito gravemente, gli verrà amputata la gamba. I libri non lo consoleranno: la vicina di casa userà gli oltre quattromila volumi della sua biblioteca come combustibile per la stufa.  L’opera di Tarkovskij è tra le più potenti del canone russo del Novecento. Egli non è semplicemente un seguace dei grandi poeti dell’“Era d’Argento”, un prosecutore – al contrario, impone nella poesia russa uno sguardo nuovo, una raffinata primordialità. A una prima lettura, è come se l’eleganza di Pasternak fosse temprata dalle pitture parietali di Lascaux. C’è qualcosa di insondabile nei versi di Tarkovskij, che continuano a lavorare per giorni nella nostra mente – Tarkovskij è un poeta capace di ispirare, è un poeta, cioè, che ha creato un mondo pieno di fori, che respira, felice all’invasione (laddove molti poeti, anche grandi, creano mondi conchiusi, cristallizzati, infine claustrofobici, che si nutrono del lettore più che dargli nutrimento).  In Italia siamo fortunati. Gario Zappi ha tradotto con magistrale complicità l’opera di Tarkovskij, le prose (Costantinopoli, Libri Scheiwiller, 1993) e una selezione di poesie (per Giometti & Antonello, in: Stelle tardive, 2017, e Stelle tardive. Vol. 2: Album di immagini inedite e poesie disperse, 2020), ricostruendo la biografia del poeta. Naturalmente, tanto ancora resta da tradurre. Nell’esercizio in calce, abbiamo tentato di tradurre alcune poesie assenti dai repertori citati dalla versione inglese di Philip Metres e Dimitri Psurtsev (in: I Burned at the Feast. Selected Poems of Arseny Tarkosky, Cleveland State University Poetry Center, 2015). Si tratta, naturalmente, di meri esercizi, chiose intorno all’icona, tentativi di trarre scintille dallo scempio.  In uno scritto recuperato e tradotto da Zappi, probabilmente della “fine degli anni ’40”, Tarkovskij abbozza una poetica.  > “Più o meno dal 1928 alcuni giovani poeti che non si curavano di dare alle > stampe i propri versi issarono una bandiera che non venne notata quasi da > nessuno. Su di essa era scritto: Verità poetica”.   È proprio dei poeti russi inserirsi in una leggenda, in una mitologia biografica. Meglio ancora: è a loro proprio intingere la vita nella poesia – e viceversa. Intendere la poesia come uno strumento conoscitivo, come il più raffinato e letale strumento di verità. Non esiste estetica che non comporti un’etica: a differenza delle altre arti, la poesia coinvolge in una rivoluzione interiore, spirituale.  Tarkovskij procede nel ragionare così: > “Assaggiammo e riassaggiammo tutto, riannusammo, riascoltammo, riguardammo, > ritastammo e – cosa più importante di tutto – risoffrimmo di nuovo. Colmi di > fede nel valore di ogni moto dello spirito, non ci fidavamo in anticipo di un > prefissato punto di vista. Poi, quando maturammo, ognuno di noi imboccò una > propria strada. Ed io mi misi a scrivere versi senza ormai sapere più quale > fosse il mio uditorio, confidando solo che la mia voce non sarebbe scomparsa > visto che non era apparentata alle imperscrutabili tenebre”.  Non curarsi del pubblicare e del pubblico perché si è certi di lavorare nella luce, di “cantare… come canta un uccello”. Tarkovskij educa alla libertà – la spregiudicata. Educa a guardare dove non guarda nessuno – a non accontentarsi di due occhi soltanto – a coltivare “un modo individuale di vedere”. Anche da questi accenni capiamo la libertà di Andrej Tarkovskij – è una libertà che ha origini lontane. Andrej cita le poesie del padre in Lo specchio, Stalker, Nostalghia; in patria, i libri di Arsenij venivano tirati in un numero di copie che superava, di norma, le ventimila.  Dal 1982, Andrej Tarkovskij scelse di non fare ritorno in patria – morì il 29 dicembre del 1986, sessant’anni dopo Rilke, il poeta così amato da Marina Cvetaeva. Arsenij morirà tre anni dopo, a fine maggio, come Pasternak. Con Pasternak, condivide la meta ultima: Arsenij Tarkovskij è sepolto a Peredelkino, poco lontano dal grande poeta. Erano amici – Pasternak volle rompere perché Tarkovskij gli aveva detto di preferire le sue poesie al Dottor Zivago. Baruffe tra titani.  Tarkovskij amava fissare il cielo – per diletto, praticava l’astronomia. ** Libro d’erba Non sono la città turrita sul fiume della città io sono lo stemma. Non sono lo stemma, ma la stella che brilla sullo scudo dello stemma. Non sono il celeste visitatore sulle oscure acque sono il nome della stella.   Non sono la voce né la veste sulla lontana riva –  posso soltanto brillare.  Non sono il raggio di luce che spezza il tuo sguardo ma la casa in rovina a causa della guerra.  Non quella casa sull’altura ma il ricordo della tua casa.  Oh, non il tuo amico, il messaggero del fato io sono il suono di uno sparo distante.  Ti conduco nella steppa lungo il costone e mi sdraio sull’umida terra.  Divento il libro dell’erba nuova e mi acquatto nel suo grembo.  1945 * Ho imparato l’erba e cominciai a scrivere e l’erba fischiava come un flauto.  Ho imparato a unire il colore al suono e quando la libellula ha intonato il suo inno come una cometa tra le verdi fronde ho riconosciuto una lacrima in ogni tratto di rugiada.  Ho capito che in ciascun coccio del suo enorme occhio in tutti quegli arcobaleni di vorticoso volare dimora l’ardente parola del profeta –  fu per miracolo che scoprii il segreto di Adamo.  Ho amato quel tormentato compito, questo intricato disporre le parole, stazzonate insieme alla loro luce rissa di enigmi, di sensi e di improvvisa chiarezza che si libra. In verità pensai che la verità fosse apparsa.  La mia lingua era vera, come un’anamnesi spettrale e le parole si radunavano intorno ai miei piedi.  Hai ragione a dirmi, amico, che ho udito  un quarto del rumore, ho visto appena metà della luce.  Ma non ho oltraggiato l’erba né la mia famiglia non ho insultato le avite terre con la mia oltranza: finché ho lavorato sulla terra, accettando il dono delle fresche acque e del pane fragrante, il cielo si chinava, abissale, sopra di me, e le stelle palpitavano, precipitando verso le mie mani.  * Possa perdonarmi Vincent van Gogh: non l’ho aiutato – non ho pavimentato di foglie i suoi passi sulla strada in fiamme, non gli ho slacciato gli stivali impolverati non gli ho offerto, nei torridi giorni nulla da bere, non gli ho impedito di uccidersi in ospedale. Sono ancora qui, gli occhi verso  il cipresso che si contorce come una fiamma.  Il giallo limone, il blu profondo – non  sarei mai diventato me stesso senza quei colori.  Avrei sconfessato le mie promesse ignorando il suo fardello.  L’angelo di juta che unisce  le sue pennellate ai miei versi vi porta all’abisso dello sguardo dove Vincent van Gogh respira stelle.  * Vita, vita Non credo nei presagi, non temo i segni avversi. Nessun veleno, nessuna menzogna mi abbattono. La morte non esiste: tutti siamo immortali. Nulla muore.  Non occorre avere paura della fine – a diciassette come a settant’anni. C’è solo questa vita, questa luce sulla terra; non esistono oscurità né morte.  Siamo già tutti sulla spiaggia: io sono uno di quelli che tirano le reti mentre l’immortalità nuota oltre la barriera di sabbia.  II Se abiti una casa, la casa non cadrà. Elenca i secoli e io vi costruirò una casa.  Ecco perché sono con me i nostri cari e i figli, attorno alla tavola, abbastanza grandi per antenati e nipoti.  il futuro ci mostra il volto se alzo la mano, cinque raggi dimoreranno in mezzo a voi. Ogni giorno usavo le clavicole come tronchi per puntellare il passato –  misuravo il tempo a cubiti e a spanne per attraversarne la catena montuosa.  III Ho plasmato l’età sul mio corpo poi ci siamo diretti a sud, sollevando polvere  nella steppa. Le alte erbe fumavano. La cavalletta giocava, appoggiando le antenne su un ferro di cavallo: come un monaco, profetizzò distruzione.  Ho legato il mio destino alla sella. Anche ora, nel tempo a venire,  resto in piedi sulle staffe, come un ragazzo.  L’immortalità mi si addice –  il mio sangue scorre di era in era.  Avrei pagato con la vita, con voluttà, per un angolo caldo e sicuro –  se l’ago volante non mi avesse trascinato come un filo nell’universo. * La vista era tutto il mio potere ma ora scema: due lance invisibili di diamante; l’udito si fa debole, pieno di antichi tuoni e del respiro della casa di mio padre. I muscoli, un tempo bene annodati,  si riposano come grigi tori assisi  su un campo arato; le ali sulle mie spalle non splendono più quando cala la sera.  Sono una candela. Bruciavo al banchetto.  Raccogli la mia cera al mattino affinché questa pagina ti ricordi l’orgoglio e il pianto, ti dica come donare l’ultimo terzo della felicità e morire  felici sotto un rifugio di fortuna per bruciare postumi, come una parola.  Arsenij Tarkovsij *In copertina: Arsenij Tarkovskij (1907-1989) L'articolo “E le stelle palpitavano, precipitando verso le mie mani”. La poesia di Arsenij Tarkovskij proviene da Pangea.
June 29, 2026 / Pangea
La lotta perenne del poeta di genio contro il regime
Anna Achmatova, infine, morì il 5 marzo del 1966, all’ospedale Botkin di Mosca: pareva immortale. Nel ritratto fotografico che le aveva fatto, molti anni prima, Moisej Nappelbaum, Anna mostra con aristocratica sprezzatura il profilo: naso rapace, labbra predatorie, occhi semichiusi, da aquila in estasi di sé. Nata nei pressi di Odessa nel giugno del 1889, amava ricordare la propria “infanzia pagana”, diceva di aver scritto la prima poesia a undici anni e di discendere da Achmat Khan, il condottiero mongolo vissuto nel XV secolo: da lì il cognome, Achmatova, in vece di quello originario, Gorenko. Non aveva paura di nulla.  Lo Stato aveva previsto per la più grande poetessa del secolo – per postura e intensità del dire – il più umiliante dei funerali, quello riservato ai ladri e ai traditori. Le esequie si tennero nell’obitorio dell’Istituto Sklifasovskij, il 9 marzo – “primavera” pareva parola defunta dal vocabolario sovietico. Tra gli astanti, spiccava Iosif Brodskij: il ragazzo – aveva ventisei anni – era reduce da due anni di prigionia con l’accusa di “parassitismo sociale”. Anna Achmatova animò campagne pubbliche per la sua liberazione. In un saggio del 1982, La Musa in lutto (in: I. Brodskij, Il canto del pendolo, Adelphi, 1987), pubblicato dieci anni dopo la sua fuga dall’Urss, Brodskij scrive che  > “Anna Achmatova appartiene alla categoria dei poeti che non hanno né una > genealogia né uno ‘sviluppo’ ben individuabile. È uno di quei poeti che > semplicemente ‘avvengono’, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito > e una loro sensibilità unica”.  Era di una bellezza ipnotica. Amedeo Modigliani l’aveva disegnata, seminuda, nel 1911: Anna era fuggita a Parigi dopo l’ennesima lite con il poeta Nikolaj Gumilëv. Audace, istrione, poeta, antibolscevico, il marito di Anna verrà fucilato dai ‘compagni’ nel 1921 con l’accusa di svolgere “attività controrivoluzionarie”. Nel frattempo, Anna si era unita all’assiriologo Vladimir Silejko: adorava la sua versione dell’epopea di Gilgamesh.  Anna Achmatova, come è ovvio, è il pilastro di All the World on a Page, una “Antologia della poesia russa moderna” curata da Andrew Kahn e da Mark Lipovetsky per la Princeton University Press. Per “moderna” i curatori intendono “modernista”, ma soprattutto “dissidente”. L’idea di fondo – fondamentalmente anti-russa – è che i grandi poeti russi del Novecento abbiano scritto in ostilità ai tiranni sovietici e al loro politburo-codazzo di cortigiani, che esista una continuità tra i poeti di ieri – custodi della vera identità russa – e i poeti di oggi. L’antologia, infatti, oltre ad Anna Achmatova e a Boris Pasternak, a Velimir Chlebnikov, Iosif Brodskij e Vladimir Nabokov, raccoglie alcuni viventi come Galina Rymbu. Nata a Omsk nel 1990, attivista, femminista, Galina è autrice, tra l’altro, di una poesia che attacca così: “c’è un mostro che vive nelle mie ovaie; complesso, ma costituito da semplici/ tessuti embrionali. si mostra di notte/ e mi sveglia e vorrei farmi qualcosa”.  Insieme ad Anna Achmatova, l’altro pilastro dell’antologia è – altrettanto ovviamente – Marina Cvetaeva. Anche a Marina l’Urss uccise il marito; Sergej Efron fu fucilato nel 1941 con l’accusa di essere una spia antisovietica. Benché abbia amato molti altri – su tutti, Rainer Maria Rilke – Marina fece di tutto per aiutare il coniuge; il 23 dicembre del 1939 scrisse una lunga, tormentata lettera al “compagno Berija” (pubblicata dalle Edizioni De Piante come Nemico pubblico nel 2022), all’epoca Commissario del popolo per gli affari interni:  > “Non so di che cosa sia accusato mio marito, ma so che non è capace di nessun > tradimento, doppiogiochismo e slealtà. Lo conosco dal 1911, da quasi 30 anni, > ma quello che so di lui lo sapevo fin dal primo giorno: è un uomo di grande > purezza, abnegazione e responsabilità”.  La grande poetessa si impiccherà il 31 agosto del 1941, a Elabuga, nella stamberga dove l’aveva catapultata la sorte. Al figlio, sedicenne, lasciò un biglietto: “Capiscimi: non potevo più vivere. Di’ a papà e ad Alja – se li vedrai – che li ho amati fino all’ultimo momento, e spiega loro che ero finita in un vicolo cieco”.  Da qualche settimana, le edizioni Magog hanno pubblicato Preghiere, una selezione di testi ‘ispirati’ – alcuni finora inediti in Italia – di Marina Cvetaeva. Se è vero, come scrive il curatore del libro, Lucio Coco, che “c’è una vena religiosa che attraversa la poesia russa del Novecento”, Marina la interpreta non già come una Maddalena, in liriche-latrati – come vasta parte delle poetesse spiritate dallo Spirito –, ma con impeto marziale, con la foggia di una Teresa d’Avila, di una fondatrice di ordini e di ordalie. Così, in una Preghiera del 1909 – aveva diciassette anni – Cvetaeva dice di avere “l’anima di zingara”, di essere “un’amazzone”, e sibila: “Io voglio tutto”. In una poesia del 1922, Dio, da far impallidire i teologi, intima:  “Oh, non educatelo Alla stanzialità e alla sorte! Nella poltiglia stagna dei sentimenti … Oh, non trattenetelo! Nel domestico sottovaso Dio – come la begonia di casa Alla finestra – non fiorisce! … Perché egli corre – è movimento”.  Secondo Brodskij, che fu il più talentuoso discepolo di Anna Achmatova, “Cvetaeva è il più grande poeta del XX secolo”. L’aveva scoperta da ragazzo, “e da allora, niente di quello che poi ho letto in russo mi ha fatto un’impressione così grande come Marina”. Anna Achmatova e Marina Cvetaeva sono un po’ i Tolstoj & Dostoevskij della poesia del Novecento: la prima domina, con supremo genio per l’inganno, plenilunio nel pettegolezzo e lirica verità, il reale; per la seconda, la realtà non esiste: s’impenna verso i cieli, sprofonda negli abissi, è angelo e latrina. Al profilo rapace di Anna si alterna quello felide di Marina.  A dire di Arsenij Tarkovskij, che fu l’ultimo amante di Marina e tra i primi adepti di Anna, le due si incontrarono nel 1939.  > “Anna le donò un anello, mentre Marina regalò all’Achmatova una collana, una > collana verde. Parlarono a lungo. Poi Marina s’apprestò ad andarsene, si fermò > sulla soglia e d’un tratto esclamò: ‘Ad ogni modo, voi, Anna Andreevna, siete > una donna comunissima’”.  > > (in: A. Tarkovskij, Costantinopoli. Prose varie. Lettere, Libri Scheiwiller, > 1993) L’anno dopo, d’estate, Marina Cvetaeva è in coda, “dalle quattro del mattino”, per acquistare un libro di Anna Achmatova. È un’antologia, Da sei libri, scampata alla censura sovietica: Anna non poteva pubblicare da anni, la polizia segreta possedeva di lei un dossier di oltre novecento pagine. “In molti conoscono e apprezzano le poesie di mia madre. Ma ora tutte le opere poetiche più importanti della mamma sono sotto sequestro”, appunta il figlio di Marina, ‘Mur’, nel suo diario (in parte pubblicato dalle Edizioni Magog nel 2022 come Grida dai tetti il suo amore per me, a cura di Fabrizia Sabbatini). Anna e Marina, supreme latitanti al proprio tempo.  Quanto al rapporto tra il poeta e lo Stato, ha scritto parole decisive Angelo Maria Ripellino in una delle tante edizioni delle Poesie di Boris Pasternak (in questo caso: Nuova Universale Einaudi, 1959):  > “Il destino di Boris Pasternak non è che una variante della lotta perenne del > poeta di genio col regime e la società del proprio tempo di cui le lettere > russe ci offrono tragici esempi. Ma egli vive sin d’ora nel futuro, mentre la > gloria posticcia di quelli che urlano contro di lui sarà più breve dell’estate > nella tundra”.  I governi dibattono di attualità, prendono trono tra le cronache e i social – il poeta si confronta con l’eterno, a quello si conforma. *In copertina: Anna Achmatova (1889-1966) L'articolo La lotta perenne del poeta di genio contro il regime proviene da Pangea.
March 5, 2026 / Pangea
Jane Kenyon o della mistica domestica
Per il suo funerale scelse il salmo 139 – “tenebra mi annulla/ la notte è luce su di me”. L’amico Liam Rector, postura plastica da poeta, declamò i versi di Let Evening Come e Otherwise. Il celebrante accordò, a cappella, le note di Amazing Grace.  Aveva già opzionato il suo loculo, Jane Kenyon. Quindici anni prima, insieme al marito Donald Hall, in una terra siglata da cespi di betulle e granitiche querce del New Hampshire. L’acquisto officiò il matrimonio della coppia con il luogo – l’amena cittadina di Wilmot. Nell’avita tenuta di ‘Don’ – ove Jane giunse, si congiunse alle donne che ne avevano albergato le stanze.  * Si erano sposati per affetto, dunque per difetto, nel 1972. Accademico, il fato, con seducente banalità, dirottò la Kenyon, studentessa, presso il seminario di scrittura creativa di Hall all’Università del Michigan. Non emerse per talento, non affiorò per avvenenza. In dote, gli recò, imberbe, i suoi versi acerbi. Lui era reduce dall’unione con la prima moglie, Kirby Thompson – corredata di due figli –, la Kenyon da una liaison imbozzolata nella gioventù.  Condivisero l’amore per la poesia, una carnalità consueta e i gatti. Scarsamente appassionati, si amarono per conforto. Fu un legame di miti vertigini.  Alle nozze intervennero i parenti stretti. Jane non riportò memorie scritte di quel giorno. Unico sigillo, a testimonianza, il regalo di sua nonna Dora – una copia rilegata in pelle bianca della Bibbia di Re Giacomo.   Consacrazione di un epilogo, per il ventiduesimo anniversario Hall le donò un anello di tormalina rosa serrato da nove minuti diamanti. Lei lo battezzò “Please, don’t die”. La leucemia stillava piena egemonia. Jane Kenyon aveva appena intessuto le sue poesie più fauste. Morì un anno dopo, il 22 aprile 1995. Aveva quarantasette anni.  * Coronata d’alloro al tempo stesso – fu Poeta laureato del New Hampshire – se ne andò insignita di lirica reputazione. Dunque, in pace. Mal tollerò l’opprimente veste di poeta moglie di un poeta e avrebbe disprezzato postumi riscatti femminei alla Sylvia Plath. Pure, credette di abdicare alla vita. Ma preferì morire da poeta, che da suicida.  > «La mia fede in Dio, soprattutto l’idea che un credente è parte del corpo di > Cristo, mi ha impedito di farmi del male. […] Quando ho sofferto talmente > tanto da desiderare di non essere viva o cosciente… mi sono detta: “Se ti > ferisci, ferisci il corpo di Cristo, e Cristo è già stato ferito abbastanza”». * Oppressa dalla depressione – bipolare al focolare – generò Having It Out with Melancholy, versi afflitti d’atrabile e farmacologica soggezione. In epigrafe s’appellava a Čechov, suo mentore insieme a Keats. Depressione e poesia – come patogeno endogeno.  A stringare il morbo nel verbo, le scarne righe di Suggestion from a Friend – “Non saresti così depresso/ se davvero credessi in Dio”.  Rigettò ogni visione romantico-terapeutica del rapporto fra malattia e scrittura. Piuttosto, se ne avvalse per scopo clinico, cinico – la poesia per aumentare la comprensione della patologia. Pare prossima, di spirito e d’intenti, a Margiad Evans – autrice che sguainò la poesia contro l’epilessia. Rifiutò, dunque, di recitare il melodramma – promosso da certe poetesse – della rosea invasata, dell’artista rosa dalla follia.  * Votato a una mistica domestica – mai addomesticato – il suo verso divora nella dimora. Visuale, aurale, a scorporare dal corpo, mistico sito, il rito del poetare – irrompe lo Spirito Santo. Errante presenza – di stanza in stanza.  Jane Kenyon è poesia-annunciazione, poesia-apparizione, poesia-redentiva. Gregory Orr velatamente l’annoverò fra i poeti post-confessionali – la poesia autobiografica come bianca arma di sopravvivenza e riconciliazione col mondo. Di trasformazione – l’uso della lingua a emendare l’esperienza. Era disposta a capitolare, per non ricapitolare – in versi – la vita.  *  Madrina dell’anti-canone delle Plath e delle Sexton, Jane Kenyon – fanatica della mistica – si consacrò a Teresa D’Avila, Giuliana di Norwich. Quindi a Emily Dickinson ed Elizabeth Bishop – dai meandri del New England le condusse fino ai setosi dedali della Cina, con una sequela di letterarie lectures, salmodiando sulla loro opera. Nel 1979, alla cerimonia commemorativa della Bishop, franò nella commozione – ne ammirava il verso scarno, preciso, il linguaggio pressato. Beneficiò spesso del paragone con la Dickinson – la ricerca di Dio, della solitudine nella natura, il mistero della bellezza, il diafano legame fra depressione e gioia.  Fu, anzitutto, devota ad Anna Achmatova. Tradusse la russa con altera premessa – giudicando insoddisfacenti le rare versioni in circolazione, decretò di confezionare la propria.  Il marito, Hall, ammantato di un radicalismo poetico virato allo snobismo più estremo – nel 2006 nominato Poeta laureato degli Stati Uniti –, fu d’opposto avviso. Pur avendo costeggiato e corteggiato svariati generi della parola, prestò somma fedeltà al suo originale suono – in mancanza, riteneva inafferrabili le connessioni interne alla poesia. D’indole diversamente tirannica, entrambi rigettarono la traduzione come pratica ordinaria, grigio esercizio, servizio.     Il poeta Hayden Carruth qualificò la Kenyon quale Achmatova americana. Arduo immaginare due esistenze più dissimili. Contemplativa e apolitica, la poesia della Kenyon si nutrì nondimeno dello slancio slavo – s’apparentarono gli spiriti.   Della Venere di Odessa venerò la lirica succinta, la supremazia, imperiale, dell’immagine a scapito del simbolo – le sei poesie inizialmente tradotte furono incluse nella sua prima raccolta, From Room to Room (1978); confluite poi in Twenty Poems of Anna Akhmatova (Ally Press, 1985). * Lirismo tangibile, quello di Jane Kenyon. Mirava a una verità d’opale, epifania privata compressa nell’attimo. Digiuna di orpelli, scrittura prossima alle Scritture, ellittica, irrisolta, come l’onnipresente rimando al mondo naturale.  Il poeta Robert Hass la paragonò, per temi pastorali e cupe meditazioni, a Robert Frost – che pure aveva conosciuto suo marito anni prima – ma con uno sguardo più interiore.  All’immaginario imagista si appellò invece per non scivolare nell’astrazione – la poesia di Ezra Pound come monito e monile.  * Il giornalista Bill Moyer, nel 1993, effigiò Jane Kenyon e Donald Hall in un documentario – A Life Together – vincitore di un Emmy Award. Proiezione routinaria di un matrimonio fra poeti dominato da una viscosa discepolanza, sfociata in rivalità lirica. “È dannatamente duro con la mia prosa. Sarcastico. Quando parliamo di poesia, so di trovarmi su un terreno più solido, ma con la prosa può ridurmi in poltiglia” – così Jane, a commento del consorte. Lo diceva dispotico e possessivo. Ad ogni modo, l’ultimo atto letterario di Hall – morì nel 2018 – fu la cura e selezione di The Best Poems of Jane Kenyon (Graywolf Press). Riteneva gemmata, la consorte, dalla sua costola poetica.  * Coltivava narcisi e peonie, Jane. Poesia e giardinaggio come suoi talenti privati – il connubio ricorda la schiva scrittrice italiana Pia Pera, che pure tradusse i russi, fra tutti Čechov e Puškin. Entrambe, arti intrise di morte e resurrezione. Lottò con la fede, la Kenyon – educata con metodo metodista. Aveva paura di Dio. Finché una domenica, nella nivea chiesa di Wilmot, il ministro Jack Jensen evocò Rainer Maria Rilke nel suo sermone. Col tempo, la sua vita religiosa invase la sua vita letteraria. In Robert Bly intuì la dimensione spirituale della poesia – a sublimare il sublime. Patrocinò una funzione sacerdotale del poeta.  * Per la sepoltura, Hall scelse di drappeggiare sul corpo di sua moglie una salwar kamiz bianca e un foulard sulla spalla sinistra provenienti dall’India – c’erano stati insieme due volte. Fra le dita, ossute e incrociate – ornamento d’eterno – la fede nuziale. Le baciò per l’ultima volta le labbra, fredde e rigide. Lapidario, scolpito nel nero marmo della lapide, l’epitaffio recita un verso di Jane.     > Credo nei miracoli dell’arte, ma quale  > prodigio ti terrà al sicuro al mio fianco? L’aveva composto per osteggiare la morte di Donald – svilito, all’epoca, da un cancro. All’ombra delle sue parole, oggi, riposano entrambi. Ogni poetica contesa è trascesa.  Fabrizia Sabbatini * Il pipistrello Leggevo del razionalismo,  il genere di cose che facciamo al nord  all’esordio d’inverno, dove il sole  abdica al giorno alle 4:15. Forse il mondo è intelligibile  al genio razionale; forse accendiamo lampade al crepuscolo  per nulla… Poi ho udito delle ali sopra la testa. I gatti ed io abbiamo inseguito il pipistrello  in tondo – soggiorno, cucina,  ripostiglio, cucina, soggiorno… A ogni giro ci sfuggiva come l’identità del terzo  della Trinità: colui  che ha parlato per mezzo dei profeti,  colui che ha sorpreso Maria  apparendo all’improvviso. Jane Kenyon *Per la prima volta in Italia, una antologia delle poesie di Jane Kenyon è edita dalle edizioni Magog, a cura di Fabrizia Sabbatini L'articolo Jane Kenyon o della mistica domestica proviene da Pangea.
December 5, 2025 / Pangea