
La tigre della rivoluzione, la iena della borghesia. Sulla poesia di Aldo Dramis
Pangea - Thursday, July 23, 2026Artiglio nella carne del Meridione, la poesia di Aldo Dramis è animo e animale – “splendida tigre della rivoluzione”. Nato a San Giorgio Albanese (CS) nel 1926, paese arbëreshe della Sila Greca, compie studi classici al liceo ‘Bernardino Telesio’ di Cosenza, per poi laurearsi in Medicina all’Università di Modena e specializzarsi in Odontoiatria all’Università di Bari. Fermamente schierato ed ispirato dal fischio della rossa primavera, deciso si presenta all’esordio con Io torno nel Sud, con nota critica di Raffaele Crovi (Schwarz, Milano 1957), opera caratterizzata da toni lirici che andranno via via dissipandosi nella restante produzione, in favore di una lucida analisi sociale e di un indomito impegno civile. Testimonianza di un destino collettivo e condiviso, risalta nella prima raccolta il Canto dell’Emigrante, che per nuclei tematici (non per scelte formali), anticipa di alcuni anni il più noto Canto dei nuovi emigranti di Franco Costabile; nello stesso libretto, testimonianza di un legame affettivo e ideologico è anche lo struggente Ricordo di Rocco Scotellaro.
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Non datato certamente oltre la prima metà degli anni ’60 anche il nucleo originario di Storie contadine, che confluiscono dapprima nella sezione Vecchie storie della raccolta Poesie nuove e Vecchie storie (Edizioni dell’Elefante, Roma 1972), ed in seguito, con rimaneggiamenti, integrazioni e varianti, in Storie contadine (Lacaita, Manduria 1989), sulle quali il poeta Franco Costabile si esprime così in una lettera: “Caro Dramis, ho letto ora le tue Storie contadine e ne resto entusiasta. Poesie così rompono tutta la letteratura di oggi e s’impongono senza tante storie. Mi permetto di abbracciarti e augurarti una prossima trionfale uscita”. Dello stesso avviso circa la prima produzione di Dramis, Pier Paolo Pasolini: “Le cose più pregevoli che ho ricevuto in lettura in questi ultimi tempi… sono due manoscritti di Dramis e di Ferretti, il primo con una serie di novelle verghiane in versi…” (Ulisse, Firenze vol. VI, settembre 1960).
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Concepita e pubblicata nella piena maturità poetica, Calabria ’75 (Rebellato, Quarto d’Altino 1977), prefata da Mario Sansone, è un bilancio di anni controversi, che si colloca a metà tra il furore civile e la placida rassegnazione. Se nella prima sezione Dramis è ancora parzialmente al centro del ciclone, in versi come: e un rinnovato senso di lotta / quasi ci coglie di sorpresa/ come insperata stagione/ di tornata gioventù; Ma la nostra coscienza/ non può essere appagata; e altre lotte/ ci attendono/ al primo lampo/ di un nuovo giorno, nella seconda il poeta è solo un superstite: Non so cosa farò stasera/ e nemmeno domani,/ vi prego di non insistere,/ giovani compagni,/ sono qui inchiodato/ da cupa impotenza; Non vi mando/ più un rigo,/ amici dispersi,/ nemmeno una parola/ di affetto o di rabbia. In questo senso, un’importante presa di coscienza vi è nella premessa ad Una ballata popolare per il 20 giugno:
Ho impiegato molto tempo
a capire
che è impossibile
cavalcare assieme
la splendida tigre della rivoluzione
e la scurrile iena della borghesia
ed è stata, così, la mia,
in parte, una vita sbagliata.
che Marco Gatto in Per un atlante della letteratura meridionale (Carocci, Roma 2026) così commenta “In Dramis […] è viva una dialettica intellettuale-popolo che lo costringe, con costanza, a ripensarsi come voce dei subalterni, pur nella vergogna che il vantaggio della cultura e del sapere suscitano in chi vorrebbe dirsi dalla parte degli oppressi: questa maturità politica è una delle cifre dell’opera del militante comunista”.
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Si ritorna ad una lirismo più classico con Le finzioni del mare (Edizioni del Giano, Roma 1991), raccolta di testi scelti da Dario Bellezza, che conserva ad ogni modo un atterraggio di riflessione sul destino umano. Nel saggio introduttivo, Realismo Mitico, Bellezza scrive:
[…] Una raccolta densa di sensazioni mitiche, di disposizioni a un’immagine quasi arcaica del contatto, del rapporto naturale. Un modo fiabesco di realismo (come non pensare alla Grecia, a Omero – “l’aurora/ dai piedi dorati”?) immerso in una Calabria celebrata con l’enfasi di un classico. Ma, a tratti, veemente, si insinua la polemica, e un’energica virata realista irrigidisce il tono al grave appello di un’intimazione morale: la polemica è con la scienza, “ci siamo vestiti di civiltà”. La grande analisi gramsciana della mentalità meridionale non sarebbe fuori luogo qui, tra questi versi […] Come prendere congedo da questa poesia? Aldo Dramis, non diversamente da Scotellaro, canta la figura del vinto, finisce con il delineare un’idea di meridione eternamente aggiogato ai ritmi delle stagioni e agli oltraggi del potere, inneggia alla libertà del paesaggio contro la sopraffazione della tecnica in una battaglia che deve avere in sé come presupposto il recupero di valori e nostalgie intrise di un eros inteso come creaturale ritorno alla vibrazione cosmica del corpo.
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Un lungo arco di parole. Poesie inedite (1950-1998) (Lacaita, Manduria 1998) raccoglie poesie mai apparse in volume; pertanto, tematiche e scelte stilistiche risultano molto eterogenee: dai richiami all’infanzia, al paesaggio, ai soprusi, alla poesia d’occasione. Infanzia è uno dei pochi esempi in cui Dramis insiste sull’ottonario, in un componimento monostrofa caratterizzato al centro dalla frantumazione dell’ottonario in due quaternari, proprio in corrispondenza di una rottura dello scenario iniziale:
Quando ancora ero sincero
dentro il ciuffo del roseto
una chioccia avevo posto
per la cova dei pulcini,
ma il padrone
venne un giorno
come il puzzo dello zolfo,
batté i denti alla mia porta
e le uova calpestò.
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Prima di spegnersi nel 2016 a Belvedere Marittimo (CS), cura per Lacaita nel 2008, insieme a Giovanni Belluscio, la raccolta di poesie popolari albanesi Sa gher’ t’ shogh tij bëghem bor – Ogni volta che ti vedo divento di neve, in segno del forte legame con la propria comunità di origine.
A dieci anni dalla morte e a cento dalla nascita, l’eredità di Aldo Dramis, poeta salva corpi, si impone oggi con la forza delle riscoperte necessarie. Poesia di terra, falce e martello che non consola, ma risveglia, graffio feroce contro il muro dell’indifferenza.
Salvatore Giuseppe Di Spena
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LE ANNATE
Mi trattengo a dire e pensare
la sera ultima dell’anno 80,
un gran vento, bufere di vento
sopra le colline,
si è spenta la luce.
La Calabria come me
unico destino rottame unito.
Parlare ora con te,
darti una voce
e avere silenzio.
Nemmeno un lungo pianto
potrai più darmi
o la staffilata
delle cose patite.
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IL CONTO DELLE UOVA
Facevo il massaro
nella masseria di Don Vito,
il più ricco del paese,
non c’è male come stavo,
era un uomo di coscienza.
Ma il guaio è che aveva sposato
una donna di città
pittata dai piedi alla testa,
che cosa ci aveva visto
in quella donna Dio lo sa,
si era innamorato come
Sant’Antonio del porco.
Brutta e piena di difetti,
una lingua velenosa
che non trovavi l’uguale.
E ogni anno con la stagione
si presentava al palazzo,
fino ai primi di ottobre.
Per noi incominciava il martirio di Cristo,
tanto era fetente.
Veniva a ficcare il naso
pure sotto il nostro letto,
con decenza parlando.
“Queste sono le uova,
questo il latte, questo il grano
e così via”.
Quell’anno poi si era messo in testa
che le uova venivano meno,
come dire che le rubavo io.
Ora, voi lo sapete,
datemi da mangiare
quello che vi piace,
ciò che mi mettono nel piatto
lo mando in corpo,
ma le uova mi fanno schifo
da quando sono nato.
Magari sto digiuno per un mese
ma non ne voglio sapere.
Intanto la buona femmina
non aveva torto.
“Vieni a vedere tu”, mi diceva,
e passava il dito
nel culo delle galline,
al tramonto.
Qualche volta provò pure col gallo,
per scemenza, si capisce,
e quello a gridare
come un dannato
perché non era imparato
a quel servizio.
Ma i conti li portava bene.
“Domani”, diceva, “mi porterai
cinquanta uova,
non uno in meno, mi raccomando”.
Il conto lo facevo pure io,
ma cinquanta diceva
e cinquanta erano.
Viene la mattina,
conto le uova:
trenta, trentacinque,
non mi sembra una cosa giusta
dico tra me e me,
questo è un mistero che devo appurare.
E poi non volevo essere
per ladro
da quella bella stirpe.
Quella notte stessa,
combinazione, andava girando
una luna che sembrava mezzogiorno,
mi apposto nel gallinaio
e aspetto con santa pazienza.
Non era mezzanotte
che sento le galline mormorare
tutte quante e il gallo
fare la voce grossa.
Si era infilato dentro un serpe
grosso come un trave,
da farti tremare.
Scappo a prendere il fucile
e lo sparo in bocca.
La mattina lo aggiusto
lungo lungo
davanti al portone.
Così, dico, alla padrona
gli verrà un accidente
e non potrà dare la colpa
a nessuno.
Come infatti quando esce
si piglia un accidente.
“Signora padrona,
questo è il maestro delle uova,
l’ho pizzicato
dentro il gallinaio”.
Ma gli è venuta meno
la parola della paura,
è caduta a letto
con una febbre che i medici
non potevano capire.
E da quel giorno,
grazie a Dio,
si è messa da parte
e quando esce
non sa dove appoggiare i piedi,
per paura di trovarsi
faccia a faccia
con quella sorta
di serpe velenoso.

*
CROCEVIA
Troviamoci stasera
al crocevia
a scambiarci due parole
ai quattro venti,
dire di quello che si è fatto,
male o bene che sia.
Vediamoci lì
perché la gente passa
e misura la vita
col conto di ogni giorno,
attaccati alle code degli asini
si ignorano i contadini,
se corre una parola
è piena di rivolta
e perdono le donne
i punti della lana.
*In copertina: Mattia Preti, “Agar, Ismaele, l’Angelo”, XVII secolo
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