Artiglio nella carne del Meridione, la poesia di Aldo Dramis è animo e animale –
“splendida tigre della rivoluzione”. Nato a San Giorgio Albanese (CS) nel 1926,
paese arbëreshe della Sila Greca, compie studi classici al liceo ‘Bernardino
Telesio’ di Cosenza, per poi laurearsi in Medicina all’Università di Modena e
specializzarsi in Odontoiatria all’Università di Bari. Fermamente schierato ed
ispirato dal fischio della rossa primavera, deciso si presenta all’esordio
con Io torno nel Sud, con nota critica di Raffaele Crovi (Schwarz, Milano 1957),
opera caratterizzata da toni lirici che andranno via via dissipandosi nella
restante produzione, in favore di una lucida analisi sociale e di un indomito
impegno civile. Testimonianza di un destino collettivo e condiviso, risalta
nella prima raccolta il Canto dell’Emigrante, che per nuclei tematici (non per
scelte formali), anticipa di alcuni anni il più noto Canto dei nuovi
emigranti di Franco Costabile; nello stesso libretto, testimonianza di un legame
affettivo e ideologico è anche lo struggente Ricordo di Rocco Scotellaro.
*
Non datato certamente oltre la prima metà degli anni ’60 anche il nucleo
originario di Storie contadine, che confluiscono dapprima nella sezione Vecchie
storie della raccolta Poesie nuove e Vecchie storie (Edizioni dell’Elefante,
Roma 1972), ed in seguito, con rimaneggiamenti, integrazioni e varianti,
in Storie contadine (Lacaita, Manduria 1989), sulle quali il poeta Franco
Costabile si esprime così in una lettera: “Caro Dramis, ho letto ora le
tue Storie contadine e ne resto entusiasta. Poesie così rompono tutta la
letteratura di oggi e s’impongono senza tante storie. Mi permetto di
abbracciarti e augurarti una prossima trionfale uscita”. Dello stesso avviso
circa la prima produzione di Dramis, Pier Paolo Pasolini: “Le cose più pregevoli
che ho ricevuto in lettura in questi ultimi tempi… sono due manoscritti di
Dramis e di Ferretti, il primo con una serie di novelle verghiane in versi…”
(Ulisse, Firenze vol. VI, settembre 1960).
*
Concepita e pubblicata nella piena maturità poetica, Calabria ’75 (Rebellato,
Quarto d’Altino 1977), prefata da Mario Sansone, è un bilancio di anni
controversi, che si colloca a metà tra il furore civile e la placida
rassegnazione. Se nella prima sezione Dramis è ancora parzialmente al centro del
ciclone, in versi come: e un rinnovato senso di lotta / quasi ci coglie di
sorpresa/ come insperata stagione/ di tornata gioventù; Ma la nostra
coscienza/ non può essere appagata; e altre lotte/ ci attendono/ al primo
lampo/ di un nuovo giorno, nella seconda il poeta è solo un superstite: Non so
cosa farò stasera/ e nemmeno domani,/ vi prego di non insistere,/ giovani
compagni,/ sono qui inchiodato/ da cupa impotenza; Non vi mando/ più un
rigo,/ amici dispersi,/ nemmeno una parola/ di affetto o di rabbia. In questo
senso, un’importante presa di coscienza vi è nella premessa ad Una ballata
popolare per il 20 giugno:
> Ho impiegato molto tempo
> a capire
> che è impossibile
> cavalcare assieme
> la splendida tigre della rivoluzione
> e la scurrile iena della borghesia
> ed è stata, così, la mia,
> in parte, una vita sbagliata.
che Marco Gatto in Per un atlante della letteratura meridionale (Carocci, Roma
2026) così commenta “In Dramis […] è viva una dialettica intellettuale-popolo
che lo costringe, con costanza, a ripensarsi come voce dei subalterni, pur nella
vergogna che il vantaggio della cultura e del sapere suscitano in chi vorrebbe
dirsi dalla parte degli oppressi: questa maturità politica è una delle cifre
dell’opera del militante comunista”.
*
Si ritorna ad una lirismo più classico con Le finzioni del mare (Edizioni del
Giano, Roma 1991), raccolta di testi scelti da Dario Bellezza, che conserva ad
ogni modo un atterraggio di riflessione sul destino umano. Nel saggio
introduttivo, Realismo Mitico, Bellezza scrive:
> […] Una raccolta densa di sensazioni mitiche, di disposizioni a un’immagine
> quasi arcaica del contatto, del rapporto naturale. Un modo fiabesco di
> realismo (come non pensare alla Grecia, a Omero – “l’aurora/ dai piedi
> dorati”?) immerso in una Calabria celebrata con l’enfasi di un classico. Ma, a
> tratti, veemente, si insinua la polemica, e un’energica virata realista
> irrigidisce il tono al grave appello di un’intimazione morale: la polemica è
> con la scienza, “ci siamo vestiti di civiltà”. La grande analisi gramsciana
> della mentalità meridionale non sarebbe fuori luogo qui, tra questi versi […]
> Come prendere congedo da questa poesia? Aldo Dramis, non diversamente da
> Scotellaro, canta la figura del vinto, finisce con il delineare un’idea di
> meridione eternamente aggiogato ai ritmi delle stagioni e agli oltraggi del
> potere, inneggia alla libertà del paesaggio contro la sopraffazione della
> tecnica in una battaglia che deve avere in sé come presupposto il recupero di
> valori e nostalgie intrise di un eros inteso come creaturale ritorno alla
> vibrazione cosmica del corpo.
*
Un lungo arco di parole. Poesie inedite (1950-1998) (Lacaita, Manduria 1998)
raccoglie poesie mai apparse in volume; pertanto, tematiche e scelte stilistiche
risultano molto eterogenee: dai richiami all’infanzia, al paesaggio, ai soprusi,
alla poesia d’occasione. Infanzia è uno dei pochi esempi in cui Dramis insiste
sull’ottonario, in un componimento monostrofa caratterizzato al centro dalla
frantumazione dell’ottonario in due quaternari, proprio in corrispondenza di una
rottura dello scenario iniziale:
> Quando ancora ero sincero
> dentro il ciuffo del roseto
> una chioccia avevo posto
> per la cova dei pulcini,
> ma il padrone
> venne un giorno
> come il puzzo dello zolfo,
> batté i denti alla mia porta
> e le uova calpestò.
*
Prima di spegnersi nel 2016 a Belvedere Marittimo (CS), cura per Lacaita nel
2008, insieme a Giovanni Belluscio, la raccolta di poesie popolari albanesi Sa
gher’ t’ shogh tij bëghem bor – Ogni volta che ti vedo divento di neve, in segno
del forte legame con la propria comunità di origine.
A dieci anni dalla morte e a cento dalla nascita, l’eredità di Aldo Dramis,
poeta salva corpi, si impone oggi con la forza delle riscoperte necessarie.
Poesia di terra, falce e martello che non consola, ma risveglia, graffio feroce
contro il muro dell’indifferenza.
Salvatore Giuseppe Di Spena
**
LE ANNATE
Mi trattengo a dire e pensare
la sera ultima dell’anno 80,
un gran vento, bufere di vento
sopra le colline,
si è spenta la luce.
La Calabria come me
unico destino rottame unito.
Parlare ora con te,
darti una voce
e avere silenzio.
Nemmeno un lungo pianto
potrai più darmi
o la staffilata
delle cose patite.
*
IL CONTO DELLE UOVA
Facevo il massaro
nella masseria di Don Vito,
il più ricco del paese,
non c’è male come stavo,
era un uomo di coscienza.
Ma il guaio è che aveva sposato
una donna di città
pittata dai piedi alla testa,
che cosa ci aveva visto
in quella donna Dio lo sa,
si era innamorato come
Sant’Antonio del porco.
Brutta e piena di difetti,
una lingua velenosa
che non trovavi l’uguale.
E ogni anno con la stagione
si presentava al palazzo,
fino ai primi di ottobre.
Per noi incominciava il martirio di Cristo,
tanto era fetente.
Veniva a ficcare il naso
pure sotto il nostro letto,
con decenza parlando.
“Queste sono le uova,
questo il latte, questo il grano
e così via”.
Quell’anno poi si era messo in testa
che le uova venivano meno,
come dire che le rubavo io.
Ora, voi lo sapete,
datemi da mangiare
quello che vi piace,
ciò che mi mettono nel piatto
lo mando in corpo,
ma le uova mi fanno schifo
da quando sono nato.
Magari sto digiuno per un mese
ma non ne voglio sapere.
Intanto la buona femmina
non aveva torto.
“Vieni a vedere tu”, mi diceva,
e passava il dito
nel culo delle galline,
al tramonto.
Qualche volta provò pure col gallo,
per scemenza, si capisce,
e quello a gridare
come un dannato
perché non era imparato
a quel servizio.
Ma i conti li portava bene.
“Domani”, diceva, “mi porterai
cinquanta uova,
non uno in meno, mi raccomando”.
Il conto lo facevo pure io,
ma cinquanta diceva
e cinquanta erano.
Viene la mattina,
conto le uova:
trenta, trentacinque,
non mi sembra una cosa giusta
dico tra me e me,
questo è un mistero che devo appurare.
E poi non volevo essere
per ladro
da quella bella stirpe.
Quella notte stessa,
combinazione, andava girando
una luna che sembrava mezzogiorno,
mi apposto nel gallinaio
e aspetto con santa pazienza.
Non era mezzanotte
che sento le galline mormorare
tutte quante e il gallo
fare la voce grossa.
Si era infilato dentro un serpe
grosso come un trave,
da farti tremare.
Scappo a prendere il fucile
e lo sparo in bocca.
La mattina lo aggiusto
lungo lungo
davanti al portone.
Così, dico, alla padrona
gli verrà un accidente
e non potrà dare la colpa
a nessuno.
Come infatti quando esce
si piglia un accidente.
“Signora padrona,
questo è il maestro delle uova,
l’ho pizzicato
dentro il gallinaio”.
Ma gli è venuta meno
la parola della paura,
è caduta a letto
con una febbre che i medici
non potevano capire.
E da quel giorno,
grazie a Dio,
si è messa da parte
e quando esce
non sa dove appoggiare i piedi,
per paura di trovarsi
faccia a faccia
con quella sorta
di serpe velenoso.
*
CROCEVIA
Troviamoci stasera
al crocevia
a scambiarci due parole
ai quattro venti,
dire di quello che si è fatto,
male o bene che sia.
Vediamoci lì
perché la gente passa
e misura la vita
col conto di ogni giorno,
attaccati alle code degli asini
si ignorano i contadini,
se corre una parola
è piena di rivolta
e perdono le donne
i punti della lana.
*In copertina: Mattia Preti, “Agar, Ismaele, l’Angelo”, XVII secolo
L'articolo La tigre della rivoluzione, la iena della borghesia. Sulla poesia di
Aldo Dramis proviene da Pangea.