“E l’uomo potrebbe salvare tutti”. Lettera a Carmen Gallo di Vincenzo Gambardella

Pangea - Friday, July 24, 2026

Gentile Carmen Gallo,

ho letto “Procne Machine”, poema del salto acrobatico e immobile, verticale, di calarsi nel buio della terra letteraria e novecentesca. Terra devastata oggi e sempre, sterminata dal male della violenza, umana e non, dal male della natura matrigna, persino quando è spenta o apparentemente innocua. Sto parlando del vulcano sterminatore e Vesevo, che lei conosce bene. Al momento attuale, probabilmente, più evocazione di animi in attesa, bocca silente del cratere inattivo, che emergenza, tuttavia segnata dalla fine, temuta, possibile, madre di ogni paura, eppure dispensatrice di immaginazione. È il tempo del suo poema. 

Parto da lontano, ma è per dire cosa accade, o cosa potrebbe, in quel silenzio, in quelle pause del non detto (fra una sezione del libro e un’altra), o detto altrove. Il ricaricarsi, io penso, del dono, ecco l’evento che si presenta, la prima volta che si compie la scrittura, che si raddoppia il mondo, e s’incunea in quel valore di vita memorabile, direi per sé, ma non solo, maestà della vita, non creatività o fantasia astratta, che sarebbe poco, niente, bensì il mondo vissuto, incarnato nel senso forte del vivere, metafora del profondo, dell’offrirsi e di riuscire proprio lì dove sorge. Il senso non mio, ma del me offerto nel vero, nel verso. Come pure della traduzione del sé, dell’io in funzione, per uno scavo della parola detta in un diverso idioma, per rivedere l’attimo cristallizzato in cui si è compiuta, consegnata. Sono le due lingue, i due spazi paralleli, della poetessa e della studiosa. Metamorfosi da uno stato a un altro. Qui, lo stare, il contemplare, ha il segno che evolve a guarigione. Ogni metamorfosi pare questo (Samsa non sta sempre a letto come Ivan Il’ic?). Cosa occorre in ultima analisi per scrivere? Nascondersi è la forma del sacrificio. I veri poeti lo fanno, ma bisogna trovare il luogo. “[…] La testa inchiodata a un solo pensiero […]” (pag. 7), che, a quanto pare, è la poesia, perché essa ci permette di conoscere. 

“Procne Machine”, è lo sguardo che occorre a rivelare un abisso intimo, da cui deriva anche la carezza gratuita che ci raggiunge, di dire il mondo risanato, inchiodati come siamo alla verità di poter contemplare già adesso il futuro, seppure nel tragico, che è condizione catartica, di comprensione (abbiamo questa consapevolezza noi occidentali). Il libro è un farsi corpo, e mettersi in moto, mettere in atto un organismo che cammina, o vola, saldato al suo perno poetico, di lingua viva e tradizionale, rivisitata in vita, ricomposta in corpo poetico, vivo.

Assistiamo al tema del libro, tema che sta già all’inizio (“Ho sempre avuto paura di voi […]”, pag. 7), ma centro, chiodo nel mezzo della Salvezza (“E l’uomo potrebbe salvare tutti o solo sé stesso […]”, pag. 92). Insomma, è presente un’aspirazione al Tutto, o tensione a quell’universo forse perduto e quindi da riconquistare col proprio essere, col proprio sapere, a mani nude (le mani nude del poeta!), che è dramma e tragedia, insieme, del farsi destino, operando in esso. In base al semplice fatto che l’Uomo cerca di capire la consegna, perennemente, arrivando all’apice della salita, nell’inquadramento tonale della Vertigine (del Mito), che rappresenta pure una Speranza, io credo. “Com’è possibile difendersi da ciò/ che ci minaccia o ci reclama dall’alto” (pag. 7), vale a dire che le nostre radici sono in cielo, respingerle appare inaudito, significherebbe rinunciare a noi stessi, smettere di guardare ciò che ci sovrasta, o fissarlo solo per controllo, per difesa, quando invece lo spazio etereo trascende noi e la vita dei nostri simili, in comunione. 

Infatti, fin da subito, in apertura del testo, questa contraddizione che divide, marchio ossessivo e fobico, si rivela il motivo eletto a guida del percorso poetico – il quale, al contempo, manifesta un’antica predestinazione, ma con tratti sorprendenti, di profonda vitalità intellettuale e psichica. Da lì in avanti, la freccia scoccata della lingua non ha ripensamenti, precede, corre avanti, se si torce o svolta è per raggiungere meglio la forma, per approfondire, scandire il ritmo della conoscenza, che è una ferita, un’invalidità d’amore – amore, perché ogni ferita ha dentro una totalità di esperienza che si spalanca a noi e ci lascia indifesi. 

Il lettore (il lettore attento!) si avvicina a comprendere il lavoro, l’impegno poetico compiuto, spirituale, nonché originale, riguardante la raccolta delle citazioni intorno al Tema (frammisto ad altro, Surrealismo, mi pare, passione per il Surrealismo, ritenuto armonico al discorso, alla ricerca intorno all’origine del dire). Nel subito (stile che tende ad anticipare, a sorprendere e disorganizzare la nostra lettura, per poi rinsaldarla nel confine del cuore) è già compassione e tenerezza, ed esclamazione lirica del dono nel poter scoprire cosa nuova, poesia nuova, trasformata dalla perizia intima, che consiste in questo: il male non annienta, bensì colma. Gli uccelli sono lì per dirci quanto siamo posseduti dal Mistero, come da ciò che ci segna e ci nutre; lo slancio in cui ci proiettiamo, le possibili linee che tracciano nell’aria i volatili, se fossimo in grado di disegnarle potrebbero definirsi degli etogrammi da interpretare, il loro ruolo è svelare chi siamo. Da qui in poi il passo sarebbe ancora più radicale, apparendo eterno. 

Vincenzo Gambardella

*In copertina: un’opera di Kenton Nelson

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