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“Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto”. Addestrare il cuore: l’opera di Simeone il Nuovo Teologo
Se le mistiche tentano di uscire dal proprio corpo – o meglio, tentano di ‘inseminare’ Dio con il loro corpo, di farsi elette (e umiliate) per gemmazione, eterno parto del Giusto –, i mistici tendono a imbragare il corpo entro una rete di codici, di regole, di maglie. Si tratta, in effetti, di una ‘cavalleria’ spirituale, la loro, di una ‘palestra’: il corpo deve essere addestrato – per primizia d’abbandono – affinché sia sovrabbondante l’anima. Si tratta di deviare il ‘mestiere delle armi’ nell’armistizio spirituale: dunque, tenere in assedio il corpo, intavolare trappole, forzare l’anima al duello e al boia. Che grande ingegno nell’ideare stratagemmi di guerra i mistici! Per le mistiche l’anima è biada offerta a Dio, nutrimento al Dio che tutto pretende. Per i mistici, l’anima dev’essere forgiata come una spada, i mistici la dovranno sfoggiare nei giorni della grande lotta. Ecco: la mistica si lascia, si cede, eccede; il mistico scende in battaglia, non cede alla tentazione. La mistica è acqua – il mistico è fuoco. La mistica, semmai, incendia il bosco – il mistico perimetra il terreno, erige un tempio – fosse pure, mentale. La mistica distrugge i confini, il mistico li misura, per superarli. Non si lascia sopraffare – fa, il mistico. La mistica lascia fare.  La vita di Simeone il Nuovo Teologo (949- 1022), venerato come santo dalla Chiesa ortodossa, è emblematica in questo senso. Nato da famiglia nobile, cresciuto per ascendere ai gangli della burocrazia imperiale di Costantinopoli, mollò ogni ambizione, disgustato dalla vita mondana agita nella capitale, ispirato da un maestro, Simeone Studita, che non tarderà a venerare – a dire, prima di tutto, della necessità di un insegnante, che ci addestri prima di indottrinarci, che ci conferisca il giusto lignaggio, ci incorpori nel suo linguaggio.  Fu monaco, igumeno, mistico sovraccarico di ‘visioni’. Soprattutto: ovunque si stabiliva, creava instabilità e scismi. L’intransigenza di Simeone fomentava la collera dei fratelli, l’incomprensione dei superiori – subì espulsioni, umiliazioni, fraintesi. Migrò di monastero in monastero, questa farfalla-vampiro, fino a rifugiarsi a Santa Marina, sulla riva asiatica del Bosforo, dove morì, elaborando trattati, scrivendo inni, pregando.  Nell’affascinante trattato Sui tre modi per pregare, a lui attribuito, Simeone si fa pioniere della ‘preghiera del cuore’. > “Il tema centrale del trattato riguarda la necessità di custodire il cuore… in > primo luogo tramite una particolare postura del corpo; poi con il controllo > del respiro, in modo da rallentarne il ritmo; infine, educando l’intelletto > alla catabasi nel cuore, cercando il luogo autentico della sua ubicazione. > Questo esercizio preliminare è necessario per concentrarsi, prima di > intraprendere l’effettiva invocazione del Sacro Nome. Alcuni studiosi > occidentali moderni hanno paragonato questa pratica ai metodi utilizzati dallo > Yoga o dal Sufismo, ma non bisogna esagerare con i paragoni. L’autore dei Tre > modi per pregare colloca questa tecnica in un ambito specificamente > cristologico: lo scopo è preparare l’iniziato all’‘invocazione di Gesù > Cristo’. […] Vale la pena ricordare che in questa prospettiva l’uomo è unità > di corpo e anima; il corpo è un aspetto essenziale della nostra > personalità totale, integrale: non deve dunque essere ignorato ma utilizzato > dinamicamente durante la preghiera”. > > (G.E.K. Palmer, Philip Sherrard, Kallistos Ware, The Philokalia, vol. IV, > Faber, Londra, 1995; da qui abbiamo tratto le traduzioni che seguono) Nei suoi testi, l’assertività ‘militare’ lascia sempre un brio al dubbio; brilla, sulla cima delle norme, acuminate e aspre, il genio della contraddizione. Il bisogno di arginare un cuore che scalpita, di mettere alla stanga il corpo che infuria, non è vile temerarietà, l’intemperanza di chi ciecamente obbedisce, ma sacro impegno a tenere sempre in tensione l’anima, sempre sul punto di sbriciolarsi o di schiudersi, tra il destino di essere pettirosso e la voglia di farsi lupo. ** Dai Capitoli pratici e teologici Non puoi saziarti di cibo e al contempo godere della gioia spirituale, della benedizione noumenica – se ti abbandoni allo stomaco, ti allontani dallo spirito. Nella misura in cui disciplini il corpo, sarai ricolmo di nutrimento spirituale.  * Lascia tutto ciò che è terreno. Non devi semplicemente rinunciare alle ricchezze, all’oro, alle cose materiali, ma espellere completamente da te ogni desiderio per tali cose. Odia i piaceri del corpo, alienati dai suo insensati umori; mortificati con la sofferenza. Perché è il corpo che risveglia i desideri e stimola all’agire; finché il corpo sarà vivo l’anima sarà inevitabilmente inetta, inerte, lenta alla risposta, impermeabile al dire divino.  * Come una fiamma si innalza sempre nella stessa direzione, indipendentemente dalla legna che la nutre, così il cuore di un uomo arrogante non potrà mai umiliarsi; più gli chiedi aiuto, più si esalterà nell’offrirtelo. Se lo ammonisci, reagisce con violenza; se lo incoraggi, la sua vanità non avrà più limiti.  * Chi si abitua a controbattere il prossimo è un’ascia a due tagli: senza saperlo, ferisce la propria anima, la aliena dalla vita eterna.  * Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto; chi vede l’Uno, tutto vede. Pur astenendosi dalla contemplazione, è comunque nella contemplazione del tutto. Poiché dimora nell’Uno, vede tutte le cose; dimorando in tutte le cose, non vede nulla. Chi vede attraverso l’Uno percepisce attraverso l’Uno se stesso e tutti gli uomini e tutte le cose; reclino nell’Uno, non vedrà più nulla.  * La contrizione del cuore, se è eccessiva e intempestiva, turba la mente, la oscura, distrugge l’umiltà dell’anima e la pura preghiera, addolora nel compianto il cuore. Questo produce indurimento, fino a totale insensibilità. Per mezzo di ciò, i demoni riducono gli spirituali alla disperazione.  * Un uomo pieno di ansie per le cose del mondo, non è libero: è dominato dall’ansia, ne è schiavo, che riguardi se stesso o il prossimo. Chi è davvero libero, non è trafitto da preoccupazioni mondane, che riguardino se stesso o il prossimo. Tuttavia, costui non resterà inattivo né trascurerà i dettagli più insignificanti e triviali della propria vita: farà tutto per la gloria di Dio, compirà tutto senza ansia.  * Un’anima impassibile è una cosa, un corpo impassibile è un’altra. Quando è impassibile, l’anima santifica il corpo con la propria luminosità e con lo splendore dello Spirito Santo. Un corpo impassibile non conferisce, di per sé, alcun beneficio a chi lo possiede.  * La terra gettata sul fuoco lo spegne – allo stesso modo, le preoccupazioni mondane e l’attaccamento, pur per la cosa più minima e insignificante, smorzano il fervore che arde nel cuore.  * Se sei gravido della paura di morire, proverai disgusto per ogni cibo, bevanda o abito elegante. Non troverai piacere nemmeno nel mangiar pane o nel bere acqua. Concederai al corpo soltanto ciò di cui ha bisogno per rimanere in vita; e non solo rinuncerai a ogni tua volontà, ma, a discrezione verso coloro a cui obbedisci, sarai il servo di tutti.  * Fratello, il ritiro dal mondo è perfetto solo se mortifichi la tua volontà; il distacco è compiuto se ti alieni da genitori, familiari, amici.  * Quante persone credono che sia un maestro spirituale chi ostenta grandi capacità retoriche e considerano rozzo e inutile l’uomo al giogo del silenzio, attento a non sprecare parole… * Fa’ ogni cosa con umiltà – è Lui che ha detto: “Dopo ogni cosa che avete compiuto, dite: ‘Servi inutili siamo, fatto abbiamo ciò che si doveva fare’”.  * Non comunicarti se hai qualcosa contro qualcuno, fosse pure un pensiero contorto. Non comunicarti prima di esserti riconciliato. Anche di questo ti istruirà il pregare. * Nulla ci sia nella tua cella, nemmeno un ago – soltanto, la stuoia e il mantello. Se possibile: neanche una sedia. Ci sarebbe molto da dire su questo punto: chi vuol capire, capisca.  ** Da I tre modi per pregare Esistono tre modi per pregare e attenersi alla contemplazione, mediante i quali l’anima è eletta o precipita. Chi adotta questi metodi nel modo giusto si eleva, chi li impiega in modo triviale, si schianta, crolla. Vigilanza e preghiera dovrebbero essere sempre collegate tra loro, come il corpo all’anima: l’una non sussiste senza l’altra. La vigilanza avanza come un esploratore e comincia la lotta contro il peccato; la preghiera gli è dietro e stermina i pensieri malvagi che la vigilanza ha già combattuto – la sola attenzione non basta a vincerli.  Dunque, questi sono i portali della vita e della morte. Se per mezzo della vigilanza manteniamo pura la preghiera, progrediamo; se lasciamo la preghiera orfana, incustodita, si contamina e ogni sforzo è vano.  Il primo metodo per pregare Quando una persona sosta in preghiera, alza le mani, gli occhi e l’intelletto verso il cielo; riempie l’intelletto di pensieri divini, di immagini di celeste bellezza, vede le angeliche schiere e la dimora dei giusti. In breve: al momento del pregare, raccoglie nell’intelletto tutto ciò che ha udito dalla Sacra Scrittura, risvegliando l’anima al divino desiderio – talvolta, dando in lacrime.  Chi prega secondo questo metodo senza attenzione, monta in orgoglio, il cuore si esalta, considerando ciò che gli accade come effetto della grazia divina. Tale supposizione è illusoria, perché il bene non è bene se non si accorda al giusto metodo. Chi persegue il metodo congiunto a una vita di assoluto isolamento, può cadere in pazzia. Anche se ciò non gli accade, non gli sarà comunque accordato lo stato santo.  Chi adotta questo tipo di preghiera spesso si inganna: vede luci con gli occhi del corpo, sente dolci profumi e vorticose voci. Alcuni sono preda dei demoni, e vagano di qua e di là, resi alla follia. Altri non distinguono il diavolo dall’angelo di luce, confidano in lui, persistono in un incorreggibile stato di illusione, rifiutando ogni consiglio. Altri ancora, preda del demonio, si sono uccisi, gettandosi da un rupe, o impiccandosi.  In effetti, chi può dire le svariate forme con cui il demonio ci inganna? Chi adotta questo metodo può evitare il male se vive in comunità – tuttavia, potrebbe passare la vita senza compiere progressi.  Il secondo metodo per pregare L’orante distoglie l’attenzione dell’intelletto dalle cose sensoriali, le concentra su se stesso, custodisce in sé i sensi, raccoglie i pensieri; procede ignaro della vanità del mondo. A volte, investiga i suoi pensieri, a volte presta attenzione alle parole che rivolge a Dio, a volte draga i pensieri che ha imprigionato; quando è sopraffatto dalla passione, si sforza, passa oltre.  Chi lotta in questo modo, tuttavia, non potrà mai dirsi in pace e vincersi. È come un uomo che combatte di notte: sente le voci dei nemici, ne è impaurito, ma non vede con chiarezza chi sono, da dove attaccano e perché. Così è per chi ha un intelletto oscuro. Combattendo in tal modo, non sfugge ai nemici intellettuali – ne è sopraffatto. Nonostante gli sforzi, non ottiene nulla. Immaginando erroneamente di essere nella giusta postura, cade nella vanagloria. Dominato da essa, da essa deriso, disprezza le debolezze degli altri – si crede il pastore, ma è come il cieco che guida un’orda di ciechi.  Queste sono le caratteristiche del secondo modo per pregare – chiunque aspiri alla salvezza sa che arreca il male. Eppure, è preferibile al primo, come una notte di luna è più bella di una notte buia e senza stelle.  Il terzo metodo per pregare Il terzo metodo per pregare è sorprendente, difficile conficcarlo in uno scritto, incredibile per chi pratica, pochissimi quelli che lo intendono.  Questo metodo distrugge le invisibili astuzie dei demoni che tentano di trascinare l’intelletto in ogni sorta di tortuoso pensare. Liberato, l’intelletto combatte con ogni sua forza, scrutando i pensieri sudici e insinuanti del nemico, eliminandoli con magistrale destrezza, mentre il cuore, purificato, si offre a Dio. Questo è l’inizio di una vita di autentico isolamento.  Il punto di partenza di questo metodo non è fissare il cielo, alzare le mani, concentrare i propri pensieri e invocare l’aiuto celeste. Questo, come ho detto, è un metodo di pregare illusorio. Non comincia neanche sorvegliando i sensi con l’intelletto, senza accorgersi dei nemici che già ci assediano dall’interno, dall’intimo.  Prima di intraprendere questa via, pratica l’esatta obbedienza. Mantieni pura la coscienza davanti a Dio, davanti al tuo padre spirituale, davanti al resto della comunità e degli uomini. Astieniti dal fare cose che confliggono con il culto tributato a Dio; fa’ ciò che ti dice di fare il padre spirituale, lasciati guidare; non fare nulla al prossimo che non vorresti fosse fatto a te. Non avere rapporti obliqui con le cose materiali: cibo, bevande, vestiti. Fa’ sempre tutto come fossi alla presenza di Dio.  Ecco in modo conciso in cosa consiste questa via. Intanto: vegliare continuamente il cuore, eliminando i pensieri seminati dal nemico. All’inizio, questa pratica è ardua; difficile è trovare la gioia che si trova nel profondo del cuore anche per gli iniziati.  Alcuni padri hanno chiamato questa pratica, ‘quiete del cuore’, altri ‘custodia del cuore’, altri ancora vigilanza o indagine dei pensieri per la cura dell’intelletto. Così dice Qoelet: “Rallegrati, giovane, della tua giovinezza; cammina nelle vie del cuore”. Molti nostri padri – San Marco l’Asceta, San Giovanni Climaco, Sant’Esichio, San Filoteo del Sinai, Sant’Isaia il Solitario e San Barsanofio – hanno scritto della custodia del cuore; ad esso è dedicato un libro, Il Paradiso dei padri.  In breve, se non vigili l’intelletto non puoi giungere alla purezza del cuore, così da essere degno di vedere Dio. Senza tale veglia incessante non diventerai povero in spirito né afflitto né affamato di giustizia, né misericordioso, puro di cuore, operatore di pace, perseguitato per amore della giustizia.  Poi, sforzati di acquisire questi tre stati. Primo: liberati da ansia e agitazione rispetto al tutto, ragionevole o insensata sia quest’ansia. In sostanza: impara a morire al tutto. Secondo: preserva la coscienza pura, in modo da non avere nulla da rimproverarti. Terzo: distaccati da ogni cosa, in modo che i pensieri non siano inclini a nulla di mondano. Poi siediti in una cella tranquilla, in un angolo, da solo. Chiudi la porta, distogli l’intelletto da ciò che è inutile e transitorio. Ruota il mento e la barba in direzione del petto, concentra lo sguardo, fisico e intellettuale, verso il centro del ventre o verso l’ombelico. Trattieni l’ispirazione nelle narici, per esaminare dentro di te e trovare il covo del cuore, dove risiedono tutte le potenze dell’anima. All’inizio, troverai oscurità, una densità impenetrabile. Più avanti, praticando giorno e notte, scoprirai, come per miracolo, le fonti della sempiterna gioia.  Non appena l’intelletto giunge al luogo del cuore, impara cose di cui non sapeva nulla. Vede gli aperti spazi del cuore, contempla il completamente luminoso, il piena di saggezza. Da lì in poi, l’intelletto scaccerà ogni pensiero avvelenato, creato per distrarti, con l’invocazione a Gesù Cristo. Da lì in poi, l’intelletto, carico di un’ira celeste contro i demoni, li insegue, li stana, li abbatte. Il resto lo imparerai da solo, con l’aiuto di Dio, custodendo l’intelletto e serbando Gesù nel cuore. Come si dice: “Siedi nella cella – ti insegnerà tutto” *In copertina: Nicola Samorì, Arco della sete, 2020 L'articolo “Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto”. Addestrare il cuore: l’opera di Simeone il Nuovo Teologo proviene da Pangea.
January 20, 2026 / Pangea
“È l’ardere del cuore per l’intera creazione”. Dialoghi intorno a Isacco di Ninive
Ho avuto il piacere, qualche giorno fa, di avere una lunga conversazione con Valentina Duca. Era da tempo che desideravo incontrarla, ma raramente fa ritorno in Italia da Gerusalemme, dove ora si trova. Sono stati i suoi studi nell’ambito della mistica cristiana, e in particolare lo studio sul mistico siro-orientale Isacco di Ninive e dei suoi autori di riferimento, a condurla lì, a lavorare come ricercatrice presso l’Università Ebraica. Su Isacco ha recentemente pubblicato, per Peeters di Lovanio, uno studio, frutto del suo lavoro di dottorato all’Università di Oxford: “Exploring Finitude”: Weakness and Integrity in Isaac of Nineveh (per ora accessibile solo in inglese). Degli scritti inediti di Isacco sta attualmente curando l’edizione critica (testo siriaco e traduzione inglese). Oltre ad articoli prevalentemente in inglese, si segnala, in italiano, il contributo “La grazia della debolezza e il limite della morte”, all’interno degli atti del convegno internazionale Isacco di Ninive e il suo insegnamento spirituale tenutosi al monastero di Bose nel 2022, recentemente pubblicati da Qiqajon. Un giorno, durante un incontro sul mondo siriaco a cui partecipavamo entrambe presso il monastero di Bose, sono rimasta a lungo a osservarla: ho avuto la sensazione che fosse una di quelle rare persone che si aggirano come “in punta di piedi” nel mondo, i cui gesti sono segnati da una sorta di nobile discrezione e di cura. Mi è parso che in lei la “dimensione spirituale” non fosse una porzione dell’esistenza, bensì il fondamento. Nel leggere i suoi lavori, così come nel sentirla parlare, insieme all’attenzione scientifica non si può non notare questa sensibilità, che mi pare le abbia dato strumenti essenziali per occuparsi di un autore come Isacco di Ninive.   Chi era Isacco di Ninive?  Isacco di Ninive era un solitario (termine usato qui per coloro che scelgono una vita semi-eremitica) del VII secolo e dell’area siriaca. Quest’area non fa riferimento solo a parte dell’attuale Siria, ma a un territorio più vasto: Isacco, in particolare, era nato nella regione del Qatar, dove nella sua epoca c’era una fiorente comunità cristiana, e visse in terra mesopotamica. Per breve tempo divenne vescovo di Ninive: rinunciò a questo incarico per andare a vivere sulle montagne, vicino a insediamenti monastici. Apparteneva a una chiesa, quella siro-orientale che, guardata a partire dal mondo latino e greco, poteva considerarsi marginale poiché “nestoriana” e quindi ritenuta eretica. E tuttavia era una cultura nient’affatto marginale, che ebbe una grande espansione in oriente, come in Asia Centrale e in Cina. Isacco è erede di una tradizione monastica composita, dove ci sono sia autori siriaci, come Giovanni il Solitario, sia della tradizione greca, con la quale intendiamo soprattutto autori monastici e mistici di lingua greca, con una forte presenza del mondo dei padri del deserto e di Evagrio Pontico.  Isacco poi non scrive trattati teologici, ma testi che intendono guidare i discepoli nell’esperienza. Quando parliamo di lui come “solitario” non ci riferiamo a una persona isolata, in tutto e per tutto solitaria: veniva da un contesto di relazioni e letture comuni, apparteneva a una corrente, quella della mistica siro-orientale, che include vari autori: alcuni a lui contemporanei, come Simone di Ṭaybuteh e Dadišo‘ Qaṭraya, e altri del secolo successivo, come Giuseppe Ḥazzaya e Giovanni di Dalyatha. Era un universo quindi, che impedisce di pensare il solitario come una persona completamente slegata da un contesto di riferimento.  Caravaggio, San Girolamo in meditazione, 1605 ca. Nei suoi scritti, parla dell’analisi che Isacco dà della condizione umana: in cosa consiste?  Isacco colpisce per come è in grado di tracciare una fenomenologia delle dinamiche interiori: all’interno di queste –  come l’incontro con le passioni, con situazioni di tentazione, o di malattia – l’uomo incontra una condizione di limitatezza, che Isacco chiama “debolezza” (mḥilutā). Isacco la interpreta come una condizione ontologica: nei suoi scritti si riferisce ad essa come una caratteristica della “debole schiera degli uomini” (III 7,6), condivisa con Adamo, di cui, dice, “portiamo l’odore” (I 5). Questa condizione non è legata solamente al peccato, quindi a una debolezza di tipo morale, ma è una condizione di fragilità originaria, non trascendibile. Questa condizione di debolezza ontologica include anche la soggezione alla morte, che è il problema principale per le creature assieme alla sofferenza. C’è quindi una precedenza, in Isacco, del problema ontologico su quello morale. Nella lettera ai Romani Paolo dice, in riferimento ad Adamo, che il peccato entrò con lui nel mondo e con esso, di conseguenza, la morte (Rom 5:12). Quindi in qualche modo per Paolo, e per la maggior parte della tradizione cristiana, è dal peccato che deriva la morte. In Isacco invece è il contrario: è dalla morte che deriva il problema del peccato (questa concezione proviene da un autore importante per i siro-orientali, Teodoro di Mopsuestia). E non si tratta per Isacco di un rapporto così diretto: non è dalla morte che deriva, quasi necessariamente, l’essere peccatori, ma è per paura di questa mortalità, di questo limite costitutivo, che avviene la caduta, che porta a una condizione di limitazione anche morale.  Quindi, è come se il peccato sorgesse da un tentativo di fuga. Le stesse passioni, in questa prospettiva, possono essere lette come meccanismi difensivi ed elusivi dell’incontro con questa dimensione di limitatezza creaturale. Isacco invece delinea un percorso in cui è possibile cercare di relazionarsi con questa condizione mortale, senza cercare di superarla, perché è insuperabile così come insuperabile è la nostra condizione creaturale. Nella stessa creazione per lui è inscritto che l’uomo sia mortale. Se mai ci potrà essere un trascendimento di questa condizione questo avverrà solo per grazia. Non si tratta di qualcosa di originario a cui tornare, come se dovessimo ritrovare una condizione edenica, ma di qualcosa che sta davanti a sé, come dono possibile. Perché, secondo Isacco, l’uomo è stato creato con questa strutturale mancanza?  Isacco non parla tanto del perché, riflette più che altro su una condizione che c’è. La sua scrittura è sempre innanzitutto esperienziale e parte dalla necessità dell’altro, dalla domanda che pone il discepolo. Sul perché di questa condizione, però, si possono chiamare in causa due elementi. In 2Cor 12 7-10 Paolo dice che “gli è stata data una spina nella carne”, e chiede che questa gli sia tolta, ma “il Signore” gli risponde: no, “ti basta la mia grazia, la mia forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Isacco riprende questo passo paolino per esprimere l’idea che in qualche forma, e grazie a una certa relazione con la debolezza, si può scoprire l’alterità della grazia.  Oltre a questo, però, c’è l’idea che tramite questa relazione con la debolezza, non solo si scopre Dio, ma la propria condizione di uomini. Questo secondo elemento è centrale: l’assunzione di sé come uomo. Il percorso non è: ho la debolezza e quindi mi merito la grazia, che mi libera da questo problema; ma: ho la debolezza e me ne faccio carico. Mi relaziono dunque con me stesso, con il mondo delle passioni, con il mondo del dolore fisico. Ed è solo grazie a questo scoprirsi uomini, e prendere in carico la propria condizione, che si può anche entrare in relazione con l’alterità di Dio. Isacco ha un forte senso di questa alterità, del mistero verticale di Dio. Io credo provenga proprio dalla percezione di sé come creatura. Anche per questo Isacco può stupirsi della venuta del Cristo, che discende fin qui. Se non si avesse il senso di questa trascendenza di Dio non si potrebbe neppure percepire la meraviglia dell’avvenimento della venuta del Cristo. Hieronymus Bosch, San Girolamo in preghiera, 1482 ca. È a questo relazionarsi che Isacco si riferisce quando dice che si deve “portare” la propria debolezza?  “Portare” (sbal, ṭ‘en, saibar) è un termine che in Isacco indica il “permanere dentro” a una situazione che può mettere alla prova, il “dimorarvi”. Può essere una situazione di dubbio, di tensione, di negatività. E questo avviene mettendosi “sotto” questo elemento negativo, portandolo appunto, nel senso del sostenerne il peso. In questo sostenere “dimorando a contatto” si sviluppa una relazione con l’elemento negativo, lo si abita, ed è in questo “abitare” che poi è possibile una trasformazione. Anche se è vero che per Isacco questa trasformazione avviene sempre per grazia. Quello che noi come uomini possiamo fare è appunto abitare, permanere, anche nella contraddizione, nel dubbio. A fronte di molte narrazioni che bonificano la realtà, credo che Isacco ci aiuti a mettere al centro la questione del negativo. Come qualcosa che però stimola una posizione attiva, e non succube, dell’umano. È da questa postazione e da questa azione, che poi può scaturire una trasformazione.  Isacco dice che il fatto “che una persona possa rimanere nella calunnia senza tristezza [è] perché il [suo] cuore inizia a vedere la verità” (I 5). In questo “rimanere in”, “abitare” e “permanere sotto” qualcosa avviene, ed è qualcosa che non ha a che fare con la nostra volontà: esso accade, si manifesta, “sorge” (dnaḥ), come Isacco spesso scrive, e noi allora lo riconosciamo come verità, e lo accogliamo. Per riferirsi a questo Isacco usa, in un passaggio, il termine “germinare” (II 34,2), che non parla di un atto di volontà, o di possesso, ma di un misterioso accadere. Quello che noi possiamo fare è portare, sostenere il negativo, rimanendo aperti. Tanto è vero che Isacco nelle sue Centurie di conoscenza (II 29) parla di un dolore che viene da Dio ed è per Dio, e un dolore che invece non viene da lui, come quando ci si sente solo colpevoli del proprio peccato, e chiusi al suo interno. Questo non è per lui un portare, ma un soccombere. Il portare, già in sé, mantiene l’apertura alla possibilità di ciò che con esso può venire. Quindi attraverso questo “portare” il proprio limite si entra in relazione con ciò che è altro da sé?  Non solo, anche con quella parte altra di sé, limitata e sofferente, con cui normalmente non si vorrebbe avere nessuna relazione. Solo dopo che si è fatto questo si entra in relazione con l’Altro di Dio, che si manifesta come grazia; e anche con l’altro nel senso dell’altra creatura, anch’essa limitata e sofferente. In Isacco è nota questa dimensione di amore radicale. In un passaggio molto conosciuto, alla domanda “che cos’è un cuore misericordioso”, risponde:  > “È l’ardere del cuore per l’intera creazione: per gli uomini, gli uccelli, gli > animali selvatici, i demoni e per tutto ciò che esiste. […] Il cuore […] non > può sopportare di sentire o vedere un danno o una piccola sofferenza di una > qualche creatura. Per questo, [l’uomo] prega in ogni tempo con lacrime anche > per gli animali irrazionali, per i nemici della verità, e pure per coloro che > gli fanno del male, affinché siano protetti e rafforzati – [prega] addirittura > per i rettili, a causa della grande compassione che si riversa nel suo cuore > senza misura, a somiglianza di Dio” (I 74). E come si può, nel concreto, relazionarsi con il limite senza fuggirlo? In Isacco c’è un’intensa descrizione dell’incontro col negativo. Si può fare un esempio, che si riferisce alla sua forma più estrema, che Isacco chiama “tenebra” o “oscurità” (ḥeškā; ḥešōkā;‘amṭānā). Indica uno stato in cui ci si sente completamente persi, e si perde anche la possibilità della fiducia in Dio. È “un’ora”, scrive, “piena di disperazione e paura”, in cui “la speranza in Dio” e “la consolazione della fede”, completamente nascoste all’uomo, vengono meno, e si è avvolti dal dubbio (pligutā)” (I 48), una parola siriaca che significa anche “divisione”. Davanti a questo venir meno della fede Isacco ha indicazioni varie. La prima è gettarsi in ginocchio e pregare, per cercare relazione, nell’umiltà dell’inginocchiarsi. Ma poi, se la preghiera non basta e viene meno, scrive: “Se non hai la forza di controllare te stesso e di cadere sul tuo volto in preghiera, avvolgi il tuo capo nel mantello e dormi, fino a quando l’ora dell’oscurità non sia passata da te, ma non uscire dalla tua cella” (I 48).  Questo semplice gettarsi a terra ed attendere, questa “azione muta”, in cui non è tematizzato ciò che si cerca e neppure più si è in grado di cercare, ma si sceglie tuttavia di “stare”, può veicolare, misteriosamente, un’attesa, e la speranza che qualcosa in esso possa manifestarsi. Ma in primo luogo è un “permanere dentro”, un “abitare”, appunto uno “stare”. Si tratta di parole che trovo interessanti per un contesto contemporaneo, che non necessariamente include la fede, o la preghiera. L’analisi che dà Isacco è interessante per due aspetti. Da un lato egli tenta di tenere aperto, nel lettore, un canale, dicendo che lui stesso più volte ha sperimentato questi stati, e che quel momento passerà. Ed è importante che il lettore ricordi questa cosa: che passerà. D’altro canto però dice che, passargli in mezzo, è una “Gehenna noetica” (I 65). Dunque non bonifica, riconosce il negativo come negativo: dire che passerà non toglie nulla all’intensità e alla problematicità del passaggio, poiché per colui che lo attraversa quella è l’unica realtà. In questo modo Isacco onora il vissuto del sofferente. Però la tradizione cristiana è stata spesso accusata di aver esaltato questa dimensione della croce e del patimento. Che differenza c’è invece tra il portare di cui parla Isacco e un servile sottomettersi al potere? È vero che un certo tipo di discorso sul dolore può portare a una dimensione che schiaccia e avvilisce. La differenza però la fa il soggetto che si confronta con esso, e qui torniamo al tema della relazione, presente in Isacco, e che lo rende così moderno. C’è una relazione che l’uomo può sviluppare con il proprio dolore. Il portare in Isacco non è un essere schiacciato dal dolore e neppure solo un “sopportare”, ma un cercare costantemente di sostenere la relazione con la prova, e così questo portare forgia la forza del soggetto e veicola in lui un’apertura e una trasformazione. C’è sicuramente una linea della tradizione cristiana giustamente criticabile, ma c’è anche una linea che io credo essere valida e vitale e che ha cercato una relazione con la sofferenza. Quella posizione attiva e di ricerca di vita chiama l’elemento trasformativo. Molte persone, non solo i mistici, hanno raccontato di questo: penso a quanto alcuni hanno scritto di fronte ai drammi del Novecento. Non credo quindi che il cristianesimo sia il problema, penso che il problema sia la rimozione del soffrire. La croce, come il Getsemani, sono momenti fondamentali nella nostra vita di tutti i giorni, centrali nella tradizione cristiana: non possono essere rimossi. La resurrezione stessa, e la grazia, non sono comprensibili senza quell’altro aspetto. La sofferenza ci interroga, e facendo ciò è qualcosa che ci evoca come soggetti, perché se siamo messi alla prova ci chiediamo chi siamo, cosa desideriamo, dove vogliamo andare. Isacco, in proposito, riprendendo un passaggio di Macario sui mutamenti, dice che è come il tempo atmosferico: c’è la pioggia e poi il sole, la grandine e poi il sereno, così è la vita di noi umani (I 72). È impensabile che ci sia solo il sole. Isacco è coerente con questo quando dice: “non pensare che io ti possa nutrire solo di miele” (II 28). Il che non vuol dire che non si deve godere della bellezza e del sereno, non è un’esaltazione del dolore. Isacco in proposito ha delle pagine bellissime sull’amore di Dio, sull’amore radicale per la creazione e per gli altri uomini. C’è in lui, come in molti altri mistici, tutto un lato di positività e di luce. Ma insieme c’è il tenere conto che la vita umana è complessa e contraddittoria: accanto alla luce ha il dubbio, ha l’assenza di fede, ha la sofferenza, e noi non possiamo pensare che la vita umana non abbia anche questo. O comunque se si tenta di pensare così si perde tanto.  È in questo che consiste l’ascesi?  Sì, anche. Per Isacco in essa il percepire questa sofferenza e questa mancanza è un elemento centrale. E questo percepire il dolore si deve sostenere, perché si può essere feriti, ma poi ritrovarsi distrutti. Invece, si deve sostenere la ferita. Quindi sì, percezione del dolore, ma anche forza. Il discorso di Isacco sul portare la debolezza non elude mai il fatto che il soggetto debba esercitare una forza per portare questa condizione ontologica, uno sforzo di tenuta. In questo senso l’ascesi è una via, per Isacco, di formazione di sé. Si tratta anche di tecniche, di modalità, che hanno lo scopo di insegnare a sostenere la difficoltà, o di relazionarti con i pensieri. L’elemento della pratica, della disciplina, dell’esercizio è importante, anche se non va sopravvalutato, perché poi l’incontro con l’inatteso non può essere disciplinato.  Isacco traccia questa distinzione anche nella preghiera. Da un lato parla di tecniche della preghiera, sia corporee, come le prostrazioni in ginocchio, simili alle metanie ancora oggi praticate nella tradizione ortodossa, sia mentali. C’è poi, però, un momento in cui tutto questo, queste tecniche, anche quelle mentali, cessano, e si entra nella “non-preghiera”: è quando la grazia si dà, e la tua tecnica finisce. Viene anzi interrotta, e Isacco dice più volte che se in quel momento tu cerchi di applicarla fai un errore. La tecnica può quindi sì, diventare una gabbia. Nel momento in cui accade il mistero, e vieni toccato dal mistero, devi lasciarti andare ad esso. Cosmè Tura, San Girolamo penitente, 1470 ca. E in cosa consiste questa dimensione di “non-preghiera”?  Sul tema della “non-preghiera” hanno scritto molti studiosi di Isacco. Si tratta di quell’oltre in cui l’agire umano si fa da parte, e subentra quello di Dio. In quel momento si è, per citare il titolo di un articolo di Paolo Bettiolo, “prigionieri dello Spirito”, cioè si è in un luogo dove l’azione umana, anche la più nobile, il portare stesso di cui si diceva, cessa, e Dio si dà. Sono luoghi misteriosi, che proviamo a nominare, ma di cui possiamo capire poco cognitivamente, però sappiamo che è un oltre l’azione, un oltre il cognitivo, un oltre il discorsivo, e sappiamo che lì si dà un bene. È interessante che il pensiero e il comprendere abbiano un limite, oltre il quale si dà qualcosa che è al di là del soggetto, e che però il soggetto ha preparato, ha cercato in modo molto attivo. È un po’ la comunione contraddittoria di grazia e libero arbitrio. L’interazione tra queste due dimensioni esiste ed è indagata da Isacco, nella consapevolezza però che non c’è tra la grazia e l’esercizio di sé un rapporto causa effetto: c’è sempre un aspetto di mistero e di non sapere nel venire di Dio, non programmabile attraverso l’uso di tecniche. L’uomo rimane sempre su un crinale, dove non sa, e con questo non sapere deve fare i conti. Questo è anche parte della vita quotidiana: il capire che la vita ha dei ritmi, ha dei misteri, ha degli arenarsi, delle cose che non si possono controllare. Ma quando, e perché, questo rapporto col limite e con la morte è venuto meno?  Come studiosa delle fonti spirituali posso dire quello che vedo in questi testi. C’è stata la perdita di un duplice rapporto: con sé come creatura, e poi con una dimensione trascendente, altra da sé. Di sicuro nella modernità abbiamo perso il rapporto col materico, col fisico, che di certo questi autori avevano. Però, più che capire il come e il perché questa nozione di limite sia andata perduta, mi pare interessante notare il fatto che, eludendola, essa torni indietro di rimando nell’esperienza. Dovremmo interrogarla, e interrogare il limite e noi stessi, ciascuno nel suo intimo. Io non mi sento attratta dai discorsi ampi sulla società, mi viene invece da chiedere: nel momento in cui incontro il limite, come individuo, nella mia vita, che ne faccio? Sarò pronto ad ascoltarlo? A sostenerlo e farne qualcosa, e usare questa prova come apertura? A usarla come via per vedere me stesso e l’altro? Credo che i percorsi individuali che cominciano a ragionare così potranno trovare vie nuove di attraversamento per le difficoltà di oggi. Oltre la pressione del collettivo e le sue dinamiche di oblio. Secondo me non è tramite il tentativo di ristabilire la centralità del trascendente che si ritroverà il rapporto con esso e con il limite, sebbene comprenda questo tentativo, ma è tramite l’attraversamento dell’esperienza del limite che ci scontreremo con la necessità di interrogazione sul trascendente. Lì ognuno di noi sarà solo di fronte al mistero, al cercare una via di fronte al mistero. Credo, e grazie a Isacco, che solo portando il negativo si entra in relazione con il proprio limite, con la propria condizione creaturale, e di conseguenza anche con ciò che è altro da sé. Isacco usa spesso un termine, argeš, che significa “percepire”. E lo usa in riferimento alla debolezza, dicendo:  > “beato l’uomo che ha conosciuto la sua debolezza! Questa conoscenza sarà per > lui fondamento e inizio di ogni cosa buona e bella. Quando un uomo ha > conosciuto e percepito (argeš) che esattamente e in verità è debole, allora > trattiene la sua anima dal divagare” (I 8). C’è quindi un percepire e un conoscere, ed è solo percependo la propria debolezza, stando dunque in contatto con sé, che è possibile una conoscenza, e con essa una trasformazione. Credo che questo sia molto moderno, e trascende il fatto che qualcuno sia un solitario, un monaco o altro; ciascuno nella sua individualità è chiamato, credo, a fare questo, se gli interessa tentare di vivere con verità, cercando la verità.  Bianca Cesari * Fonti Prima Collezione P. BETTIOLO, M. GALLO (trad.), Isacco di Ninive. Discorsi ascetici 1, Roma: Città Nuova, 1984. S. CHIALÀ (trad.), Discorsi ascetici. Prima collezione, Magnano: Qiqajon, 2021. Seconda Collezione S. BROCK (ed.), Isaac of Nineveh (Isaac the Syrian).“The Second Part”, Chapters IV-XLI (CSCO, 554-555; Scr. Syri, 224-225), Louvain: Peeters, 1995. P. BETTIOLO (trad.), Isacco di Ninive. Discorsi spirituali: Capitoli sulla conoscenza, Preghiere, Contemplazione sull’argomento della gehenna, altri opuscoli, Magnano: Qiqajon, 1985 (ristampa 1990). Terza Collezione S. CHIALÀ (ed.), Isacco di Ninive. Terza Collezione (CSCO, 637-638; Scr. Syri, 246-247), Leuven: Peeters, 2011. Studio principale: V. DUCA, “Exploring Finitude”: Weakness and Integrity in Isaac of Nineveh (OLA, 309; Bibliothèque de Byzantion, 28), Leuven: Peeters, 2022. *In copertina: Maestro dell’Emmaus di Pau, San Girolamo, XVII sec. L'articolo “È l’ardere del cuore per l’intera creazione”. Dialoghi intorno a Isacco di Ninive proviene da Pangea.
May 8, 2025 / Pangea