Brucia, invisibile fiamma,
altro di me non occorre.
Il resto tutto toglieranno.
E se no, chiederanno per favore;
e se no, disfarò da me medesima,
per la noia e l’orrore.
Come stella sulla culla,
come scolta in fitto bosco,
dondolando la catena,
brucia fiamma non veduta.
Tu lampada, il tuo olio le lacrime,
incrinatura del gelo del cuore,
sorriso di chi se ne va.
Tu brucia, ridai la novella
al Dio dei cieli: il Salvatore
ancora ricordano in terra,
del tutto ancora non dimèntichi…
(Ol’ga Sedakova, Antichi canti in Stichi, Moskva 1994 da Brucia invisibile
fiamma, Qiqajon, 1998)
*
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà
svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle
tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi
annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò
chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al
Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io
lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». (Mt 10,26-33)
*
Non abbiate paura degli uomini
Non avere paura degli uomini perché il Signore ha scelto di abitare e di salvare
la nostra umanità.
Non avere paura degli uomini non perché l’umano sia buono, non per l’ingenua
speranza che un giorno comprenderemo e finalmente impareremo a vivere in pace,
quelle sono ridicole utopie di chi non conosce il Cristo. Non avere paura
dell’uomo, nemmeno della nostra umanità, perché il Verbo si è fatto carne,
perché il Risorto abita con la sua misericordia anche il nostro peccato. Non
aver paura degli uomini perché l’uomo nulla può davanti al Crocifisso Risorto
che ha dato la vita per noi.
*
Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà
conosciuto
Il segreto che abita ogni uomo è di essere rigenerato dalla Misericordia divina.
Già qui, già ora: quel perdono scandaloso e immeritato che la logica del potere
politico tenta di ridicolizzare, che la logica dell’istituzione religiosa spesso
tenta di manipolare. Il segreto che ogni uomo porta in cuore è di essere già
pienamente amato e perdutamente perdonato. Questo basta. Riconoscere questo
sarebbe la nostra salvezza, ridimensionerebbe la nostra fanatica pretesa di
meritare la salvezza e dilaterebbe uno stile di vita libero da inutili pretese
verso chi crediamo d’amare.
Nulla di segreto che non sarà svelato. Il segreto è il luogo intimo
dell’incontro con il Risorto, “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi
la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel
segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6). La paura non può prevalere in un cuore che
ha imparato ad entrare nella camera della propria interiorità per farsi trovare
dagli occhi del Padre, Colui che abita il segreto.
Quando verrà alla luce che, nel segreto delle nostre storie, dimorava da sempre
l’Eterno, nulla di ciò che ci spaventa resisterà. Credere, credere fermamente,
credere che ciò che ci salva è la scelta irrevocabile del Padre: crocifiggersi
alle nostre storie. Il resto scompare.
*
Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che
ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
Nessuna paura allora di scendere nelle tenebre. Nelle tenebre del peccato, nelle
tenebre del mondo e perfino nelle tenebre del male che ci portiamo dentro,
perché il Signore è proprio nelle tenebre che parla. Beata la tenebra che ci
abita se è condizione per ascoltare la Parola del Risorto che risuona in noi, se
è motivo per sperimentare il Signore vivo che lì si fa trovare.
Nessuna paura di annunciare dalle terrazze quello che è annunciato all’orecchio.
Ma che sia davvero annuncio conforme alla Sua Parola e non fraintendimento da
falsi profeti. Annunciare solo ciò che Cristo ha incarnato, diventare
annunciatori con la nostra vita dello stile del Figlio dell’Uomo: uno stile che
il mondo mai potrà comprendere. (Che non comprendiamo noi quando rimaniamo
schiavi delle logiche del mondo!).
Annunciare la logica paradossale del Vangelo senza l’esperienza dell’incontro
personale con il Cristo Risorto, vivo e presente, sarebbe pura follia. Il
Vangelo senza la Sua parola annunciata al nostro orecchio sarebbe sacrificio
senza senso. Adesione a una logica fallimentare e pericolosa.
Egon Schiele, La coppia, 1909 ca.
Il mondo, quando accoglie il messaggio evangelico, è perché lo ha svuotato della
sua anima paradossale e incandescente. Un vago amore per gli amici, un senso di
giustizia rassicurante, la logica meritocratica verso i più buoni, la promessa
di un premio a chi segue le regole… questo è tutto quello che serve a qualsiasi
sistema per esercitare controllo. Sistemi politici o religiosi, non cambia
nulla. Falsi profeti. Solo chi, nelle tenebre e all’orecchio, ha sentito la Sua
voce può comprendere. Solo chi si è fatto penetrare dalla lama della Sua Parola
è credibile. Solo chi è rapito dal Cristo è veramente profetico.
Solo chi non ha più paura può mostrare il suo volto.
È solo per la sua presenza che il buio tenebroso del nostro peccato si trasforma
in ventre gravido per la nostra continua rinascita.
*
“E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo”.
> “Il vangelo è certamente buona notizia, ma al tempo stesso è anche
> contestazione radicale di un mondo che si costruisce nell’ignoranza di Dio e
> su valori estranei o contrari alla sua legge. Lo scontro è inevitabile. Se non
> disturba nessuno e non mette nulla in questione, si tratta ancora di
> vangelo?”
>
> (Commento delle letture domenicali a cura di Robert Gantoy e Romain Swaeles,
> San Paolo, 1992)
A disturbare non sarà il tentativo di costruire un’alternativa al male che
serpeggia nel mondo. Non siamo in grado di costruirla e il Cristo non ci chiede
questo. Non ci chiede di mostrare perfezioni umane convertite dal Vangelo, ci
chiede di mostrare Lui. Colui che ha potere sull’anima e sul corpo. Di mostrare
lui e non noi. Non convertiremo nessuno grazie alle nostre strategie pastorali.
Non convertiremo nessuno arroccandoci dietro ideologiche e sfinite polemiche;
l’unica cosa che conta è se ci convertiamo noi. E convertirsi significa
arrendersi al Signore. Lasciargli spazio. Di cosa dobbiamo avere paura se il
Risorto ci abita?
Ci abita come ha abitato peccatori, prostitute, ladri e traditori. Ci abita
quando sappiamo mostrarci per quello che siamo, quando non fingiamo di essere
migliori, quando riusciamo ad accettare che il nostro peccato è grande ma
proprio in quel peccato è incarnata la Sua presenza.
Certo che la fede sposta le montagne, ma è la sua di fede, in noi, Lui che ha
spostato la montagna del nostro peccato.
E non avremmo più nulla da fare, niente da costruire, nulla da sistemare. Non
avremo più paura dei tempi orrendi e violenti che viviamo, perché Lui è con noi,
proprio in questi tempi. Adesso.
Solo non ci crediamo. Altrimenti saremmo noi a fare paura. Al mondo.
Ecco cosa disturba il mondo: un uomo senza paura. Un uomo completamente rapito
dal Risorto.
Perché è proprio la paura che ci rende aggressivi, agguerriti, risentiti. È la
paura di perdere e di perderci, di rimanere soli, di non avere denaro, di essere
sopraffatti, di aver fallito la missione della vita, di aver sbagliato, di non
aver amato abbastanza, di avere avuto poco coraggio. Paura di aver sbagliato
vocazione, di aver trattenuto lo vita per timore. Paura di morire prima di aver
iniziato a vivere. È la paura di morire che aumenta la nostra paura di vivere.
Ma se Cristo è in noi, di cosa avere paura? Se proprio quei grovigli, che
rimangono tali, si mostrano il nido perfetto per incontrarlo, perché lui prenda
casa in noi allora nulla, nulla ci potrà mai spaventare. In quel momento saremo
finalmente veramente e definitivamente liberi. E non ci servirà altro. E non
chiederemo protezione a nessuno. Queste sono le persone fanno davvero paura al
mondo. Non quelle che cercano patetiche alternative, ma coloro che non cercano
nient’altro che la comunione con il Risorto.
Non hanno paura gli uomini e le donne che, come Pietro, smettono di promettere
fedeltà improbabili, quelle che perdono la faccia raccontando il loro
tradimento. Non hanno paura solo le persone così libere da lasciarsi portare
altrove da altri, persone per cui non importa più il dove perché sicure che
Cristo è in ogni dove. Cristo è vivo e ci parla in ogni altrove.
*
> “Per non temere, occorre cambiare in radice il criterio delle nostre
> valutazioni. Dobbiamo strappare la nostra attenzione dal giudizio degli
> uomini, e rivolgere invece l’attenzione al giudizio di Dio”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Non può aver paura chi ha un cuore di passero. Chi è leggero e insignificante
come un capello. Non può aver paura chi ha sperimentato che anche il filo
d’erba, e il fiore che sboccia non visto, e l’ultimo insetto del prato, tutto, è
in cammino di ritorno verso il Padre. Tutto è suo.
Non può morire di paura Cristo, il rigettato dagli uomini, perché sente che il
Suo Spirito è accolto dall’Eterno. E che nulla, nulla e nessuno, andrà perduto.
Ma fa paura un uomo così. Un uomo dal cuore di passero. Perché non serve a
niente, perché non pretende niente, perché è povero e felice, perché è ricco di
tutto, perché ama senza possedere, perché obbedisce alla vita e dalla vita si
lascia avvolgere. Fa paura l’uomo che non scade in polemiche, che è libero
rispetto agli schieramenti, che non attende d’essere riconosciuto dagli uomini
per essere felice. Fa paura un uomo così, perché nessun potere mai avrà potere
su di lui.
*
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò
davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli
uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
Fa paura il Cristo Crocifisso e Risorto, fa paura al mondo perché ne sovverte la
logica. Fa paura a noi, perché spesso la Sua voce non la sentiamo. Riconoscere
il Cristo davanti agli uomini non è esercizio intellettuale, ma vertice
d’abbandono fiducioso e totale.
Proprio perché riconosco il Risorto presente nella storia, a lui mi abbandono, a
lui tutto consegno di me. Credere è rinunciare a tutto, è rinunciare a qualsiasi
lotta, a qualsiasi diritto, credere è rinunciare a se stessi per essere tutto di
quella voce che un giorno ci ha preso il cuore. Consegnarsi al Padre assumendo
la stessa logica del Crocifisso. Consegnarsi è vivere da crocifissi all’Eterno
qui, adesso.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Egon Schiele, “Autoritratto come santo”, 1913
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Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe,
annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come
pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è
abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe
perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri
per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo
fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e
Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo;
Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e
non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore
perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno
dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i
lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
(Mt 9,36 – 10,8)
*
Come città fortificata cerchiamo di resistere all’invasione della Grazia. Ma il
Figlio dell’uomo è impietoso e impetuoso, città e villaggi subiscono la
conquista, veniamo saccheggiati dalla furia del suo Amore liberante, le trincee
delle nostre malattie e delle nostre infermità vengono ribaltate come fossero
banchi dei cambiavalute del Tempio, erano la nostra infantile forma di
resistenza. Rimanere pecore senza pastore, questo vogliamo, in fondo, per non
dover fare i conti con la libertà. Con il dover decidere di noi. Con il dover
scegliere quale pastore seguire.
Lui trascina via ogni cosa in nome della libertà. Nulla gli resiste. Un Cristo
non addomesticato dalle nostre ideologie non lascia tregua alle città delle
nostre sicurezze e ai villaggi delle nostre abitudini. Gesù Cristo incendia e
non lenisce, spoglia e non protegge, se ne sono accorti subito i sapienti, per
questo lo hanno osteggiato. Hanno cercato di ucciderlo. Pastore o contadino o
figlio del padrone, comunque crocifisso.
I poveri no, i poveri l’hanno seguito all’inizio, perché hanno confuso la
condivisione dei pani con una moltiplicazione e le beatitudini con una
rivoluzione. Ma alla fine, anche loro, hanno scelto Barabba.
Percorre le strade Cristo, non vuole lasciarci come pecore senza pastore, arriva
a scovare fino all’ultimo schiavo impaurito dalla vita. Si abbatte come
benedizione sul mondo, una piaga benevola e violenta. Non vorrebbe risparmiare
nessuno, molti però si nascondono, temono. Di perdersi.
Incomprensibile questa pagina senza intuirne il richiamo a Esodo. È pagina di
liberazione questa, è l’uscita definitiva, è la lotta per la libertà contro i
faraoni che ci portiamo dentro. Ed è lotta sempre all’ultimo sangue. Se si
accetta di affrontarla.
> “Lo spettacolo di questa turba stanca e sfinita, come pecore senza pastore,
> non dobbiamo coglierlo nella sua immediatezza emotiva. In realtà, quella turba
> non era senza pastori; ne aveva anche troppi! C’era un potere politico serio e
> severo come quello di Roma; c’era il potere religioso come quello del
> Sinedrio; c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti… Era un
> popolo ben irregimentato. Perché Gesù dice che era un gregge senza pastore?
> Appunto perché era un gregge stanco e sfinito; come ci stanca e ci sfinisce,
> dentro, la piramide dei poteri che è sulla nostra testa. L’uomo è stanco e
> sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza, nell’inerzia. La stanchezza
> è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida; la sua
> docilità non è che la mentita spoglia della stanchezza interiore”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984)
Siamo stanchi anche noi, sfiniti. Il potere cambia forma, è pervasivo, succhia
il sangue, si nutre di noi incantandoci di false promesse. Ne abbiamo fin troppo
di pastori, ci fiaccano, e tutti brandiscono la promessa della libertà. Creano
bisogni e propongono illusorie temporanee soluzioni. Anche la chiesa istituzione
non ne è indenne, quando si crede indispensabile, quando agisce il potere
chiamandolo servizio, quando svilisce la Parola per renderla “adeguata” al
mondo, quando moltiplica mille inutili strategie per non far morire forme di
presenza nel mondo invadenti e passate. Come credere che Cristo non sia
l’ennesima truffa alla nostra fiducia? Come catalogare il resto del mondo sotto
la categoria di falsi profeti ma lui no? E, soprattutto, come comprendere
davvero, al di là delle pose, da che parte stiamo noi?
*
Compassione
> “Cinque volte compare in Matteo il verbo splanchnízomai (9,36; 14,14; 15,32;
> 18,27; 20,34), modellato sul termine greco ta splánchna, le viscere, che
> l’antropologia biblica considera la sede della compassione”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Il Cristo è compassione. Prima di tutto questo. Non esiste libertà, non esiste
verità, non esiste pastore secondo la logica del Vangelo senza la compassione.
Un movimento viscerale che è la fonte dell’agire divino. È pagina comprensibile
solo alla luce di Esodo: è attraversata dalla logica di quel Dio che ascolta il
lamento del suo popolo, ne prova compassione e si mette in cammino per
liberarlo.
Non esiste verità fuori da questo atteggiamento di amore gratuito, attivo e
totale. Alla verità non basta la diagnosi perfetta di un errore, non la
descrizione dettagliata di una soluzione, la verità vuole il coinvolgimento
della compassione. Inutile moltiplicare i piani pastorali e le crociate
liturgiche, inutili i libri e i documenti vaticani se tutto questo non è
partorito da profonda compassione per ogni uomo. Ma forse è inutile vivere,
parlare, agire, stare, respirare se non lo facciamo con atteggiamento di
profonda compassione per la vita. Senza compassione quella che chiamiamo verità
si trasforma in condanna.
Una vita di fede è reale se aumenta la compassione che provo per i fratelli che
mai, ai miei occhi, sono degni di essere amati. Non è sul contesto che devo
agire ma sul mio sguardo che diventa libero solo se si conforma il più possibile
con quello del Padre. La libertà vera fa paura perché chiede conversione. E una
conversione che per il mondo non è altro che follia. Come imparare la
compassione verso il nemico? Come provare compassione dell’avversario? Come
immaginare un Dio che visceralmente prova compassione per la sua creatura
segnata dal peccato? Abbiamo paura della libertà e di seguire il Cristo pastore
perché è della compassione che abbiamo paura. Dell’incapacità di provarla. Della
fatica di reggerla quando è rivolta a noi.
Rembrandt, Cristo cura il lebbroso, 1650-1655
La strada per la libertà, secondo Cristo, passa da qui. L’uomo libero come Dio è
l’uomo compassionevole. E quindi rifiutato e crocifisso. È uomo marginale per il
mondo. La libertà fa paura. Gesù insegna e annuncia, e anche la sua parola è
innestata nella compassione, una parola che ha autorità la sua proprio perché è
Logos incarnato, è Verbo fatto carne per liberare la carne e riportarla a essere
quello per cui è nata, immagine e somiglianza di Dio.
Gesù guarisce, perché la compassione cura, è movimento di trasformazione
profondo, è la liberazione da tutto ciò che ci impedisce di constatare che siamo
fatti per l’Eterno.
*
La messe è abbondante e la libertà coinvolgente
> Mosè disse al Signore: “Il Signore, il Dio della vita di ogni essere vivente,
> metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel
> tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore
> non sia un gregge senza pastore”. Il Signore disse a Mosè: “Prenditi Giosuè,
> figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui”.
>
> (Numeri 27,15-17)
È pagina che profuma di Esodo, di Mosè e di popoli che imparano la dura fatica
della libertà. Una libertà che non è qualcosa da donare ma atteggiamento da
condividere. La libertà è comprensibile solo da chi è stato liberato. Mosè
chiede al Signore un uomo perché il popolo non sia un gregge senza pastore, e
così ecco Giosuè, figlio di Nun. E poi Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni,
Filippo… e Giuda l’Iscariota, e noi. La libertà fa paura perché vuole noi, non è
qualcosa, non è un ideale, non è nemmeno un dono, la libertà siamo noi quando ci
lasciamo invadere dal Cristo, quando ci lasciamo ri-nominare da lui, quando ci
consegniamo in suo possesso.
Libertà, paradossale libertà, è perdere noi stessi per lasciarci rapire dal
Compassionevole. Ed è prigionia così definitiva che nemmeno Giuda, nemmeno il
nostro tradimento, potrà mai spegnere la sua irriducibile compassione.
*
Il dominio sul male
> “La missione a cui sono inviati i Dodici consiste nel far retrocedere il male,
> nel compiere il bene come il loro Signore Gesù, nel predicare il Regno narrato
> da Gesù nella sua persona. Essa si situa tra il dono e la responsabilità:
> «gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (Mt 10,8). La missione è
> evocata nella sua interezza non come un fare, ma come un ricevere e un dare.
> Chiedere o ricevere denaro è incompatibile con la gratuità dell’annuncio
> messianico: sarebbe smentire il dono gratuitamente ricevuto”.
>
> (Comunità di Bose, Eucaristia e Parola, Vita e Pensiero, 2010)
La libertà è avere il dominio sul male. È vivere con fede, sapendo cioè che la
compassione divina ha raggiunto anche l’angolo più oscuro del creato, è muoversi
da rabdomanti del divino, è suscitare l’Eterno dalle cose.
La libertà è lasciarsi coinvolgere in questo movimento di liberazione di tutto
il Creato. Tutto è fatto per ritornare al Padre e noi, compassionevoli e quindi
liberi, siamo chiamati a indicarlo, a suscitarlo, ad accompagnarlo. Non siamo
noi a liberare, noi siamo stati liberati e lo testimoniamo. Non siamo noi ad
amare. Non siamo noi a salvare. Non siamo noi. Ma il Compassionevole in noi. Noi
suoi inutili ma liberi strumenti.
È pagina di Esodo questa, e forse è anche per questo che Cristo chiede ai suoi
discepoli di andare prima dalle pecore perdute della casa d’Israele, perché
dovrebbero aver memoria dell’Egitto e del faraone e del deserto e del Mar Rosso,
dovrebbero ricordare d’essere stati liberati. Ma questo non è immediato, la
memoria non basta. Non accade. Per essere davvero liberi serve compassione,
serve lasciarsi rapire dal Risorto.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Jan Vermeer, “Cristo in casa di Marta e Maria”, 1656 ca.
L'articolo Libertà e compassione proviene da Pangea.
Fra gli affreschi medievali della basilica di San Saba all’Aventino, era solito
giungersi in preghiera Giuseppe Ungaretti – nel turbinio degli anni romani.
Dimorava in prossimità, in piazza Remuria 3 – il contratto d’affitto
dell’appartamento gliel’aveva ceduto Tatiana Tolstoj, figlia dello scrittore
russo.
È fra gli stessi affreschi che mi si rivela, ieratica, la figura di don Gabriele
Vecchione. Fra le mani, a mo’ di breviario, reca un vissuto ‘Meridiano’
ungarettiano, dalla consunta, consueta copertina blu e un remoto volume di
poesie che custodisce, al suo interno, le letture a viva voce di Ungà.
Quella sera, il rito della poesia, si compie su sponde d’altare.
*
Don Gabriele Vecchione, classe 1988, è stato ordinato presbitero da Papa
Francesco, nel 2017. Ha fondato nel 2024 la Comunità San Filippo Neri – E poi? –
dimora per giovani fragili.
Dal 2025 è cappellano dell’Università La Sapienza di Roma – dove allestisce, fra
le altre cose, rassegne letterarie e culturali. Il 14 maggio ha accolto, fra le
mura della cappella universitaria, S.S. Papa Leone XIV. Scrive per il Domani.
Nel marzo 2026 ha pubblicato Vorrei che fossi qui – Variazioni sulla Settimana
Santa (Piemme) – volume in cui celebra la Parola con la testimonianza, le
Scritture con la sua scrittura imbibita di vita, d’illuminazioni letterarie e
poetiche – da Dostoevskij a Tolkien, da Jon Fosse a Charles Péguy, da Leonard
Cohen a René Girard –, cinematografiche, di storie nella Storia.
Dal titolo, oltre a Ungaretti, mi pare di intendere che ami i Pink Floyd.
Parecchio. E spero di non commerciare mai i miei eroi per dei fantasmi…
Don Gabriele, nelle tue omelie, a dialogare con le Scritture – cito a memoria
dall’ultima ascoltata – intervengono Franz Kafka e Franco Battiato, Elias
Canetti, i Padri del deserto ed Elio e le storie tese – virtuoso convegno fra
icone mistiche e pop. Come nascono queste suggestioni?
Ti direi che vengono naturali. Ma, ora che ci penso, in realtà non credo siano
naturali. È naturale piuttosto la mia vanità, che cerco tra alterne vicende di
sfruttare per sedurre l’assemblea e provare ad accompagnarla verso il cielo.
Faccio l’omelia che vorrei ascoltare io. Cerco di sgattaiolare fuori
dall’autoreferenzialità dell’ecclesialese, quel balsamo lessicale che copre ma
non cura profondamente alcuna ferita. Io sono un esistenzialista mancato. È una
necessità interiore, dunque, coniugare la sfida ardente che Elias Canetti ha
lanciato a Dio (“troverò parole contro la morte che lo faranno vergognare”) e le
pagine della Scrittura. Senza la Scrittura sarei un canettiano di ferro. È una
necessità pastorale. Ricordo la barba, la noia di quand’ero al di là del
presbiterio delle chiese. Cercavo omileti in giro per Roma. Penso sempre ad
Augusto (Mario Brega), nel film Borotalco, che, ascoltando una telefonata di
Sergio (Carlo Verdone) che finge di essere Manuel Fantoni con Nadia (Eleonora
Giorgi), gli dice: “Ah Se’, ma come ca…o parli?”. Amo quel che avviene
d’invisibile quando una persona è toccata al cuore dall’omelia. È un’operazione
che l’uomo e lo Spirito fanno in sinergia. L’omileta, rimanendo fedele alla
Parola, deve parlare agli uomini del suo tempo. Non ho mai sopportato quei
professori che parlavano un linguaggio volutamente inaccessibile per far
risaltare la loro erudizione. Di contro a tale elitarismo sostengo la bellezza
di essere smaccatamente popolari. Anche usando l’umorismo. Umiltà, uomo,
umorismo. Tre parole che hanno la stessa radice. Ridere di sé, suscitare il riso
– magari mediante Elio o con altri comici solo apparentemente demenziali – è un
ottimo segnale di salute spirituale.
Mi rifaccio a un detto dei Padri del deserto da te citato nell’ultimo
libro: «Finché l’uomo non dice nel suo cuore: “Io e Dio siamo soli al mondo”,
non avrà requie». Che rapporto vivi con la solitudine?
Quand’ero giovane, era un rapporto tragico, un sentiero pieno di rovi dove mi
scorticavo in continuazione. Cercavo qualcosa o qualcuno che la vincesse. Tutti
i miei tentativi fusionali sono andati male. Il celibato amplifica soltanto la
solitudine che è connaturale a ogni essere umano, non la crea. La solitudine ora
è un vigilante messo a guardia dell’amore. Il fatto che io sia solo e che abbia
imparato a stare nella solitudine garantisce la pulizia, l’ordine dell’amore che
nutro verso le persone che mi sono affidate. Amo la mia solitudine. È l’unico
luogo in cui Dio è tutto per me, l’unica preghiera che Gli rivolgo gridando e
non limitandomi a fare il Suo cerimoniere di corte. Mi sono sentito solo quando
ho dovuto constatare che i ragazzi che avevo in qualche modo “adottato” si
auto-distruggevano o non volevano uscire da una vita mediocre. A quel punto ho
compreso qualcosa in più del cuore di Dio. Un Salmo dice: “Il Signore dal cielo
si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio.
Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno”
(Sal 13, 2-3). Quando sono solo, ci teniamo compagnia e soffriamo insieme per la
sorte degli uomini. Penso ai monaci che si alzano di notte per pregare, per
accompagnare Dio nella notte. Penso sia la loro preghiera che si diffonde nella
Chiesa e nel mondo intero.
Lui è don Gabriele Vecchione
Sostando sul binario amore vs. darwinismo vittimario, così come da te definito –
qual è la tua chiave di interpretazione della Passione?
Molte volte la Passione è stata interpretata come il pagamento di un riscatto a
favore di un’umanità imprigionata dal diavolo. Ora, la Passione è sì il
riscatto. E Cristo dice che il diavolo è il principe del mondo (cfr. Gv 14, 30).
Ma il pagamento a chi sarebbe stato pagato? Si è pensato che la quota del
riscatto sarebbe andata a Dio Padre. Però ne vien fuori un’immagine luciferina
di Dio, quasi fosse assetato del sangue del Figlio e degli uomini
conseguentemente. Poi abbiamo spiritualizzato quest’immagine e abbiamo detto che
Dio non è assetato di pratiche autolesioniste incise sulla propria carne, ma è
seguita l’immagine di un Ente che pretende coerenza, virtù, impegno, che può far
ammalare la psiche di scrupoli, di ossessioni, di perfezionismi. Un Dio
perennemente deluso dalla malvagità degli uomini che richiederebbe sempre e solo
conversione. Mai una gioia. Come se la gioia fosse una colpa.
Credo che la chiave sia un’altra.
L’uomo ha paura di essere amato. Sin dalle prime pagine della Genesi l’uomo si
nasconde da Dio per paura di essere riprovato. Per persuaderlo (verbo
bellissimo: contiene l’aggettivo suavis, dolce) del suo amore il Padre non manda
più alcun condottiero o profeta, ma si coinvolge direttamente. È la storia del
Figlio di Dio che si consegna all’uomo, in modo che ognuno possa scatenare
contro di lui la sua innata violenza, la distruzione che la sua bramosia provoca
e, dopo o nel mentre che scaricava i suoi colpi di flagello, possa trovare
abbastanza amore per risorgere. Guardi la croce e scopri chi sei per il Padre:
un figlio che, anche se ha torturato il Signore, viene amato sempre e comunque.
Comunque è l’avverbio dei genitori.
La croce contesta questo mondo. Il mondo elegge sempre vittime, perché i
carnefici hanno bisogno di fare vittime per far risaltare il loro potere. Peter
Thiel stressa René Girard per affermare la sua volontà di potenza. Peccato che
René Girard si convertì constatando l’innocenza di Cristo. Cristo è stato
vittima, ha preso le parti di chi soffre. Da questa opzione fondamentale
dovrebbe derivare una geopolitica teologica. La croce non legittima nessun
nazionalismo, sciovinismo o suprematismo che sia. Il riscatto dell’uomo è che
non deve fare più vittime per essere riconosciuto. E non c’è neanche bisogno che
faccia la vittima. Cristo ha manifestato pienamente Dio, è la verità di Dio.
Nulla di oscuro, di esoterico nel Vangelo. La tecnica e la finanza si basano sul
darwinismo vittimario e non sopportano la verità. Si rendano noti gli algoritmi,
non si usino i dati per aumentare la sperequazione tra i popoli e sedurre, fin
nei recessi dell’anima dei singoli, popolazioni intere, si soggioghi piuttosto
l’AI a vantaggio delle vittime. Quale verità ne uscirebbe?
Tutta la tua opera è pervasa dall’arduo, ardente tema dell’amore – su un’asse
che da Cristo arriva fino a Rainer Maria Rilke. “Amare fino al disamore” – come
Maria di Betania, scapigliata, ai piedi di Gesù – è dunque l’unica forma d’amore
degna d’essere?
Sì, l’amore di Cristo è scandaloso, esagerato, non ha vie di fuga, non teme il
disonore. Tutti gli altri amori dovrebbero impallidire di fronte a questi. Non è
bilaterale. Non aspetta reciprocità, essere reciproci a tale amore per noi
creature è impossibile. Attende solo di essere accolto. Per chi lo accoglie non
si raggiunge mai la misura dell’amore. È perfino poco fare i “folli per Cristo”
come Francesco d’Assisi o Filippo Neri. L’amore di Cristo, una volta che ti ha
toccato il cuore, ti ferisce e tu bruci di compassione per tutti gli esseri
umani. Guardi gli altri e ti appaiono bellissimi. Piangi per i loro
auto-sabotaggi. Ti industri, diventi creativo, ti inventi cose. L’abbiamo visto
tante volte nella storia quest’amore. Penso a Padre Pierre Al-Rahi, parroco del
Sud del Libano, morto il 9 marzo 2026 sotto le bombe israeliane mentre
soccorreva i suoi parrocchiani feriti; credo abbia preso sul serio la metafora
di Gesù: “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10, 11).
Nell’ultimo libro parli di figli, in particolare di “figli dispersi” – con
riferimento all’invocazione del Salmo 21 – ma anche, a più riprese, di padri.
Hai peraltro consacrato un volume al profilo di San Giuseppe – Rimani o vai
via? (Effatà, 2021). Che lettura dai della figura del padre?
Stiamo cercando il padre possibile. Non è riproponibile il padre kafkiano e
pre-sessantottino. La tentazione del padre è non-rimanere, impegnarsi in guerre
lontane per la conquista di imperi o cadere vittime del canto delle sirene. Per
una madre è generalmente più difficile andare via. Un sacco di figli vuole il
riconoscimento dei padri. Le lettere e le e-mail che ricevo, i colloqui che
ascolto sono tra loro molto diversi, ma uniti da un unico filo rosso: il
desiderio di essere riconosciuti. Giuseppe è il padre possibile. Con la sua
genealogia, scandita nei dettagli nel vangelo di Matteo e piena di peccatori,
porta il peccato nella sacra famiglia. Immagino si sia sentito inadeguato. Ma
Paolo dice che ogni paternità umana prende nome dalla paternità di Dio (cfr. Ef
3, 14-15). Che Padre è Dio? Il Padre che assiste forse tramortito all’autonomia
dei figli, che prepara il ritorno dei figli dispersi, che non risparmia sulla
sua affettività (mi riferisco ovviamente alla sequenza dei gesti affettivi del
padre misericordioso nei confronti del figlio prodigo). Conosco dei padri
esemplari. Un mio amico, che assisteva la moglie terminale, approfittava dei
pochi minuti che le quattro figlie gli lasciavano liberi, per spazzare via i
capelli disseminati in tutta casa a motivo della chemioterapia. Vedendolo con la
scopa e la paletta nelle due mani, ho compreso di più chi fosse un marito, un
padre.
Citando un tuo passo nel capitolo dedicato al Lunedì santo, alias Love is a
losing game: “La redenzione non è semplicemente un restyling, ma una nuova
creazione”. Come comprenderne il significato, la reale portata creativa?
La vita spirituale è un lasciarsi fare. Non se ne comprende la modalità, i
tempi, non si vedono i risultati nell’immediato. È una dinamica che avviene nel
frattempo. Non aggiungo nulla di mio, ma una poesia di Rilke:
> Non attender che Dio su te discenda
> e che ti dica: sono.
> Senso alcuno non ha quel Dio che afferma
> l’onnipotenza sua.
> Sentilo tu, nel soffio ond’ei ti ha colmo
> da che respiri e sei.
> Quando, non sai perché, ti avvampa il cuore,
> è lui che in te si esprime.
Chi sono, invece, coloro che qualifichi come “infelici funzionali”?
Coloro che si rassegnano al già noto. Che sono mediamente disillusi. Che
iniziano cose senza terminarle. Che si alleano con le loro disfunzioni. Ruminano
e amano i loro tratti neri. Si autocommiserano. Pensano di essere in credito con
tutti. Tutto gli sarebbe dovuto. Qualcosa riescono pure a combinare. Non hanno
bisogno di TSO o particolari terapie farmacologiche, se non leggere. Non
bruciano, non ardono, fanno un lavoro che non amano. Non vedono l’ora di
staccare. Parlano sempre di vacanze. La loro massima aspirazione è l’aperitivo e
qualche piaceruzzo genitale. Una marea montante di amore non dato. Oppure
lavorano come disperati per non confrontarsi col vuoto. Altra citazione pop, ora
è il turno di Fabri Fibra: “A 12 anni a contare le stelle, a 30 a contare le
parcelle”. Mi dispero quando ascolto giovani che scelgono l’università in base a
quello che possono guadagnare, che rimangono in storie d’amore per non rimanere
soli, che hanno abbandonato il sogno di cambiare tutto. La felicità è vendere la
pelle dell’orso prima di averlo catturato, è gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Sposarsi senza garanzie, fare figli mentre si ha il mutuo, amare fino a
ustionarsi, sognare di interrompere le guerre.
Definisci la nostra una società algofobica, in cui l’unica morte plausibile
diviene quella eutanasica o viene rimossa, isolata negli hospice – e un ritorno
alle pagane necropoli, con le ceneri incastonate nelle case, esposte nei
salotti. Si tratta di una forma di nuovo edonismo – un antidoto alla morte?
Nuovo edonismo nel senso che il vecchio e consueto edonismo,
il divertissement pascaliano, mi sembra consistesse nel vivere come se la morte
non ci fosse. Posticipare il redde rationem fino a illudersi che potesse non
accadere. Il nuovo edonismo dell’era della tecnocrazia mi sembra basato sul
campare come se non si sapesse che si muore. Nell’era dell’infocrazia e della
soppressione del privato la morte viene talmente spettacolarizzata che sembra
non esistere. La morte pare un imprevisto. Come si fa ancora a morire con tutta
l’intelligenza artificiale di cui disponiamo?
Nel 2024 hai dato vita alla Comunità San Filippo Neri – E poi? Ci racconti del
progetto, a quali ragazzi è dedicata questa dimora?
Siamo sull’Appia a Roma. Siamo io e due famiglie. Accogliamo fino a 17 giovani
tra i 18 e i 26 anni. Ragazzi e ragazze che vogliono vivere nonostante tutto.
Escono da case-famiglie a 18 anni. Escono da famiglie disfunzionali o da
famiglie funzionali ma hanno comunque il vuoto nel cuore. Ragazzi arenati,
impantanati. Vogliono amore, limiti, regole. Si innamorano sanamente di loro
stessi quando scoprono quant’è bello prendersi cura di qualcuno. Ieri una nostra
ragazza di Gaza, che ancora non parla l’italiano, ha comprato i lecca-lecca per
le bambine di una delle due famiglie. Mi sono commosso. La Comunità è un sogno a
occhi aperti. Abbiamo detto un no veemente alla mediocrità e all’infelicità dei
giovani. Dobbiamo raggiungere a breve l’auto-sostenibilità economica, se no tra
un anno chiudiamo. I giovani non pagano, i figli a casa non pagano. Presto,
andate sul nostro sito, trovate le modalità per donare.
Chiudo con le Variazioni sul presbiterato – qui lo definisci una questione di
gratitudine. Come ci sei arrivato?
Perché un prete, don Roberto, con la sfrontatezza dei suoi 29 anni di fronte
all’infelicità dei miei 19, me lo ha esplicitamente suggerito. Dopo che s’era
conclusa una storia con una ragazza che ho amato molto e che mi ha amato molto,
mi ha detto che avrei potuto pensarci. Ci ho messo tre anni a metabolizzare la
faccenda. Ho pregato, sono andato in monasteri, ho percorso pellegrinaggi ancora
non troppo inflazionati, sapevo che in un certo senso non potevo dir di no
perché si giocava la partita della mia salvezza. Il Signore mi ha ferito il
cuore, si è preso la mia affettività con la sua nostalgia. Senza di lui sono
perso. In quel triennio 19-22 anni pensavo di dovermi conformare a un modello
che mi sembrava alienante. In realtà, nella preghiera, mi sono reso conto che il
Signore chiamava me proprio me: si trattava di essere profondamente me stesso.
Nel frattempo, entravo dentro di me, senza più infingimenti. Non mi spaventava
più la mia miseria. Mi sono sentito un salvato. Sono a mio agio negli abiti
clericali. Per questo ancora vivo di gratitudine. Non devo far felice il mondo,
devo essere fedele a quello che ho ricevuto. Quell’immersione nella materia
oscura nei tre anni dopo il liceo mi ha dato e mi dà la forza smisurata che
occorre per fronteggiare la materia oscura altrui senza esserne compromessi.
Essere sacerdoti significa lasciare rappacificare in sé la terra e il cielo,
l’angelo e la bestia. La bestia e la terra possono tornare a spadroneggiare. Ci
vuole molta vigilanza. Ma la gratitudine che provo quando vedo qualcuno che
ricomincia a camminare sulle sue gambe mi fa pensare che il meglio deve ancora
venire.
Fabrizia Sabbatini
*In copertina: Nicola Samorì, Anulante, 2018
L'articolo “La tecnica e la finanza non sopportano la verità”. Dialogo con
Gabriele Vecchione proviene da Pangea.
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede
in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato
il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per
mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato
condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
(Gv 3, 16-18)
*
Nicodemo, si viaggia nella notte
> “…l’atmosfera misteriosa che avvolge il colloquio, sia per la sua forma
> (ellissi, sbalzi di pensiero, doppi sensi) che per i temi affrontati: la nuova
> nascita e il mistero del Figlio dell’uomo. Rivolgendosi a Gesù, Nicodemo viene
> dalla notte verso la luce, ormai presente nel mondo (3,19). Come Giovanni
> Battista nella prima giornata cercava lo Sconosciuto, non avendo ancora
> identificato il Messia, così Nicodemo cerca Dio nella notte, non avendo ancora
> riconosciuto in Gesù la luce”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 1989)
Nicodemo, fariseo, maestro in Israele e membro del sinedrio, riesce a non
soffocare la sua fame di verità perché, come scrive Léon-Dufour, è alla ricerca
dello Sconosciuto. Nicodemo non si lascia ingabbiare dalle definizioni e dalle
abitudini, non si accontenta di difendere un’identità costruita nel tempo
ma accetta di camminare nella notte. Notte che anche lui, come ognuno di noi, si
porta dentro. Cammino rischioso ma non inutile perché ogni notte è presidiata
dalla Sua presenza.
In questa pagina evangelica Giovanni sembra volerci dire che la fede cristiana
non è un salto nel buio in uno spazio che potrebbe essere vuoto ma un itinerario
possibile per chi accetta di essere pronto a confessare di amare chi non conosce
fino in fondo. Lo Sconosciuto. Esporsi in territorio abitato e in misterioso è
processo che ridefinisce l’amato e l’amante, che rimette in gioco radicalmente e
continuamente la nostra identità. Se così non fosse, se si assimilasse l’atto di
fede a un processo di mera conoscenza in cui quello che serve è solo di andare a
riempire il nostro non-sapere, arriveremmo a pronunciare parole bellissime sul
Cristo ma totalmente inutili, esanimi, svuotate, disarmate.
Serve la notte a Nicodemo, e a noi tutti, perché l’incontro di fede avviene in
un colloquio personale con il Vivente, e ogni incontro significativo deve essere
immerso in questa condizione misteriosa da prime pagine di Genesi, ogni incontro
significativo prevede una ri-Creazione. Occorre rinascere dall’alto e lo si può
fare solo nella sospensione di una notte che espone i protagonisti dell’incontro
al rischio dello sconosciuto. Per Nicodemo è sconosciuto questo Dio che si
manifesta in Gesù di Nazareth, ma probabilmente anche Dio, accettando il rischio
notturno della relazione con l’uomo, accetta di scoprirsi diverso, nuovo,
paterno. Forse uno dei cuori della Trinità è proprio questo, non un gioco di
aritmetica spirituale ma il mistero d’amore di un Dio che accetta di abitare la
notte, e di scoprirsi sempre nuovamente padre, in relazione.
Che Dio si mostri in Cristo, che sulla croce in qualche modo anche il volto di
Dio cambi, come se quell’eccesso d’amore fosse sconosciuto anche al Sacro Cuore
è segno che la nostra fede non può permettersi di prendere derive che la
scostino dall’evento storico di Gesù, non può permettere di ridurre la croce e
la resurrezione a puro atto simbolico, non può disincarnarsi.
Che Dio si mostri in Cristo non può voler dire che ormai noi lo conosciamo,
Cristo rimane lo Sconosciuto anche per noi, anche duemila anni dopo. Cristo sarà
sempre colui che mai possiamo pretendere di conoscere fino in fondo, impossibile
da circoscrivere. Amare, accettare il rischio di una relazione, è esattamente
sperimentare, passo dopo passo, la gioia di una pienezza che si dilata in
orizzonti inediti. Lasciarci implicare in una relazione di fede è fare i conti
con l’infinito, infinito che non è un’idea astratta ma l’esperienza insita in
ogni gesto, in ogni pensiero.
La realtà tutta è immersa nel mistero della notte ma in ogni notte c’è uno
Sconosciuto che permette al reale di non esaurirsi in una definizione ma di
aprire infiniti altri passaggi. La verità della vita è una Via. La crisi del
sacro, e quindi la crisi della fede, è anche crisi di linguaggio. Solo il
poetico è capace di condurci nel cuore della notte sulle tracce del divino
Sconosciuto. Portandoci continuamente, infinitamente, altrove. Ciò che si
capisce. Ciò che ci si illude di aver capito, atto umano stupido imprudente e
diabolico, svuota il reale dell’anima. Ciò che conosciamo somiglia al catalogo
di una raccolta d’insetti ma Dio non si lascia trapassare dall’ago del saccente.
Sfugge. Sempre.
*
Il Figlio unigenito
> “La parola «unigenito» rimanda, da una parte, al Prologo, dove il Logis viene
> definito «l’unigenito Dio – monogenès theòs» (1,18). Dall’altra, ricorda
> tuttavia anche Abramo, che non rifiutò a Dio suo figlio, il suo «unico figlio»
> (Gn 22, 2-12). Il «dare» del Padre si compie nell’amore del Figlio «sino alla
> fine» (Gv 13,1), ossia fino alla croce. Il mistero trinitario dell’amore che
> si delinea nel titolo «il Figlio» è una cosa sola con il mistero d’amore nella
> storia che si compie nella Pasqua di Gesù”.
>
> (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2008)
Entrare nella propria notte interiore è rischioso, uscirne illesi significa aver
rifiutato il mistero. Trinità è mistero che chiede la disponibilità a lasciarsi
ferire, trafiggere. Abramo sale sul monte pronto al sacrificio. Che a morire non
sia stato il primogenito non significa che non ci sia stato spargimento di
sangue, l’ariete è la macellazione dell’idea di potenza di Abramo. Come dice
bene il biblista André Wénin:
> “Così, riguardo all’agnello (seh) di cui parlava Isacco, l’ariete (‘ayil) che
> vede Abramo è l’animale padre. Di più, il termine è legato a una radice che
> connota l’idea di potenza; il verbo corrispondente significa, infatti, ‘essere
> forte, potente’. In questa direzione, si noterà anche che, nella Bibbia,
> l’immagine delle corna evoca frequentemente la potenza”.
>
> (A. Wénin, Isacco o la prova di Abramo, Cittadella editrice, 2005)
Entrare nella notte è quindi accogliere la possibilità di uno stile di vita che
non sia quello della potenza, entrare nella notte è passare dall’idea del Dio a
cui sacrificare al Padre che offre e si offre. Del figlio unigenito che non
interrompe l’eccesso d’Amore fino a donarsi lui stesso sulla croce. Dello
Spirito Santo che irrompendo nella vita dei discepoli li trasforma in movimento
verso gli altri: martirio, testimonianza. La Trinità come corrente entro cui
immergersi, battesimo di coerenza al movimento divino, che è il movimento del
Creato. Tutto proviene dall’Amore e all’Amore ritorna. Ci si immerge nella notte
per sperare di intercettare la corrente che gettandoci nel mondo ci riporta al
Padre. Rimanere agli argini di questo flusso è condannarsi a non comprendere il
senso della vita.
Dipende davvero da noi, terribile e immensa la nostra libertà:
> “Che Dio sia giudice oppure padre, dipende da te stesso, dalla tua decisione.
> Se credi al messaggio del Figlio, non c’è giudizio: chi crede in lui infatti
> non è condannato. Se invece pretendi d’essere tu stesso giudice del mondo,
> allora Dio sarà per te giudice severo, e il suo giudizio non potrà terminare
> altro che alla tua condanna”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
*
Chi non crede
> “Chi non crede è già stato giudicato, e questa è la ragione della condanna «La
> luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce»
> (3,19). Il Signore trovò tutti peccatori. Molti però amarono i propri peccati,
> molti altri li confessarono; chi riconosce i suoi peccati e di essi si accusa,
> questi è già con Dio. In te devi odiare la tua opera e amare l’opera di Dio”.
>
> (Agostino d’Ippona, Commento al Vangelo secondo Giovanni XXII, 10-13,
> in Lectio Divina per la vita quotidiana 14, Queriniana, 2009)
Accettare di seguire le orme di Nicodemo, accogliere seriamente la sfida della
notte, è movimento complesso e doloroso. Fino a quando si crede che la notte sia
un artificio simbolico per designare quello che di bello abbiamo ancora da
scoprire non abbiamo compreso cosa sia davvero la notte. La nostra notte, quella
che ci pulsa in cuore, è il nostro peccato. Il male esiste e siamo tutti
peccatori. Fino a quando non troviamo il coraggio di incamminarci in quel
crepaccio di dolore, di odio e di rancore che ci portiamo dentro noi non
sapremmo mai cosa significhi davvero credere. E non è movimento che si può fare
una volta sola nella vita. Le immersioni facili nelle notti che ci portiamo
dentro non sono le prime, ingenue, quelle giovanili, quelle di quando siamo in
ricerca di un posto e non vediamo l’ora di tagliare i ponti con il passato. No,
le notti più dolorose sono quelle dell’età adulta, quando si è certi di aver
preso decisioni, di aver compreso qualcosa di noi, di aver trovato il nostro
posto. Le notti più faticose sono quelle in cui ci ritroviamo a fare i conti con
peccati personali e vizi antichi che credevamo di aver sconfitto e che invece
sembrano sclerotizzati. Le notti peggiori sono quelle in cui non ci è più dato
di sperare che potremmo diventare migliori cambiando luogo, compagni di viaggio,
scelte vocazionali, condizioni di vita. Le notti peggiori sono quelle che
arrivano quando siamo già vecchi e non abbiamo più voglia di accettare che ci
sia ancora qualcosa di sconosciuto in noi. Invece lo Sconosciuto, per fortuna,
presidia.
Il peccato c’è, per tutti. Non i difetti, non il generico errore ma il male in
qualche sua declinazione. In noi. Un male incarnato e unico che si manifesta
grazie alle nostre scelte, al nostro corpo, al mostro esserci. Peccato come
ostacolo al movimento Trinitario di salvezza. Riconoscerlo e confessarlo, dice
Agostino, ci mette già accanto a Dio. Ma questo processo, se affrontato con
verità e coraggio è dolorosissimo. Se affrontato in età adulta ancora di più.
Serve grandissima fede, serve di aver incontrato il Risorto per non morire
dentro la propria notte.
Però si può rinascere, e lo si può fare solo quando si è vecchi, forse proprio
perché liberi dall’illusione che il male che ci abita, una volta individuato,
sia risolto. Forse perché da vecchi finalmente ci si accorge che non ci si può
partorire da soli, serve essere rimessi al mondo da Dio. Forse perché, da
vecchi, si dovrebbe aver imparato l’arte della misericordia. Essere incapaci di
perdono è la nostra vera condanna. È ciò che ci rende radicalmente diversi da
Dio.
*
Chi crede
> “Tutto si concentra nell’uomo, e in primo luogo nell’uomo-Dio, che è Cristo;
> tutto deve ritornare a Dio mediante Cristo e i cristiani (In III Sent. Prol.).
> L’umanesimo di san Tommaso ruota dunque intorno a questa intuizione
> essenziale: l’uomo viene da Dio e a Lui deve ritornare. Il tempo è l’ambito
> entro il quale egli può portare a compimento questa sua nobile missione,
> mettendo a profitto le opportunità che gli sono offerte sul piano sia della
> natura che della grazia”.
>
> (Messaggio di Giovanni Paolo II ai partecipanti al congresso internazionale
> tomista, Castel Gandolfo, 16 settembre 2003)
Nicodemo entrando nella notte, incamminandosi verso l’uomo-Dio che è Cristo si è
concentrato nel nucleo incandescente che abita ogni essere umano. Il suo
itinerario è davvero il percorso di una vita. Non siamo al mondo per altro.
Siamo vivi per incamminarci nella notte che ci portiamo dentro e per poter
incontrare lì, sulla vetta del monte, il volto di un Dio che ci chiede di
slegare il primogenito, di non trattenere l’amore. Siamo vivi per incamminarci
nel cuore della notte che ci portiamo dentro per scoprire che siamo nati perché
da Dio veniamo e a Dio ritorniamo. Ciò che esula da questo movimento è
disumano.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: immagini dal ciclo “La Santa Faz” di Francisco de
Zurbarán, XVII secolo
L'articolo Trinità. Cercare Dio nella notte proviene da Pangea.
Il libro di Paolo Riberi, La voce della Dea gnostica. Tuono, mente perfetta: da
Nag Hammadi ad Alan Moore (Venexia, 2025) analizza uno dei testi più enigmatici
ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi, in Egitto: un componimento poetico in cui una
divinità femminile parla in prima persona con la lingua della dualità: Io sono
la prima e l’ultima. Io sono la onorata e la disprezzata. Io sono la puttana e
la santa[1]. Riberi affronta il tema del femminino sacro, centrato in
particolare sulla figura di Iside, rivela le radici arcaiche, cristiane e
pagane, del verbo che si traduce in potenza (Μεγάλη Δύναμις) e il filo che lega
nell’invisibile tutte le religioni e i culti, dall’antico Egitto al pantheon
greco e latino sino al cristianesimo esoterico.
Riberi studia l’identità e i richiami della misteriosa voce che è divinità
femminile e maschile (nei passaggi in cui è tradotto dallo stesso Riberi Io sono
Colui), indaga i legami simbolici tra le divinità che riconducono all’origine,
al doppio carattere della Dea che si dà nella dualità nel mondo materiale per
sottendere sempre l’unicità dell’Uno nel Pléroma. Il femminino sacro qui
menzionato consta di: Sophia, la Sapienza divina degli gnostici caduta nella
materia; Chokmah, la sapienza personificata che in ebraico assume sembianze
femminili; Iside, la dea universale egizia; Eva, nel suo essere canale di
conoscenza in quanto già il Giardino dell’Eden è opera del Demiurgo nel mito
gnostico, e la conoscenza donata dal serpente (un’alterità di Eva) non è il male
ma l’offerta del percorso di catabasi che permette la ricongiunzione; Asherah,
l’antica e dimenticata consorte di Yahweh nella tradizione ebraica; Maria
Maddalena, concepita non solo come seguace, ma come depositaria di una
conoscenza superiore, trasmessa dai Vangeli gnostici di Filippo, di Maria, e di
Verità.
Come in altri suoi lavori, Riberi non si limita ad analizzare l’eco di tali
figure nell’antichità, racconta come l’archetipo della Dea e della conoscenza
sia sopravvissuto e riemerso oggi in opere moderne, ad esempio in Alan Moore
(Watchmen e Promethea), Ridley Scott (Alien e Prometheus), Toni Morrison. La
voce della Dea Gnostica include – ed esordisce con – una nuova traduzione del
manoscritto Tuono, Mente Perfetta, e una serie di paragoni con altri testi
antichi in cui a parlare è il femminino sacro. Tra le pagine di questo bel libro
di Paolo Riberi, il deserto di Nag Hammadi sussurra il nome di una madre
dimenticata, c’india in un’archeologia del dolore e del trionfo, dove il reperto
storico si fa ferita e guarigione; l’ombra di Iside è il mistero della
Gnosi. Riberi rintraccia la sapienza di Sophia nella potenza di Iside (Io sono
la Sophia dei greci, e la Gnosi dei barbari[2]), la Dea egizia, che ricompone le
membra sparse di Osiride si rifrange nello specchio cosmico in quanto Sapienza
che si è frantumata nel mondo. È il dramma del divino che si fa materia,
l’astrazione greca che s’incarna nel rito egizio per evocare la dualità: Io sono
la onorata e la disprezzata. Riberi ci conduce nel labirinto dello specchio
rotto del mondo, dove il volto di Iside si fonde con quello della Sophia caduta,
la prostituta santa che abita l’esilio del corpo. Il testo è una catabasi e
un’anabasi tra la dialettica del logos greco e il misticismo più oscuro. La Dea
di cui Riberi scrive non è la rassicurante figura del dogma; è un’entità
liminale, una creatura d’abisso che sfida la legge del Demiurgo – quel dio cieco
e geloso che ha imprigionato la luce nel fango.Qui, mistica, magia e fede sono
il campo di battaglia; Maria Maddalena e Asherah riemergono potentissime dalle
macerie del patriarcato teologico, rivendicando una spiritualità che non teme il
desiderio, che non tarpa l’intuizione, ma la eleva a unica, sola fiamma di
verità nella lingua del silenzio. La ricerca di Riberi, nel suo rigore, si tende
nel recupero di un mistero celato, strappa il velo che ha coperto per secoli la
voce del tuono, permettendoci di ascoltare un divino che non giudica,
deflagra. È un invito a riconoscere la Dea di Tuono, Mente Perfetta che abita le
nostre contraddizioni più feroci: la santità nel fango, la luce nell’orrore, la
pienezza nel vuoto, un ritorno all’origine. Leggerlo è un’iniziazione potente;
Riberi ci restituisce una storia sommersa: lo Gnosticismo in quanto conoscenza
che sconfina dal dogma, poiché il sacro non ristagna inchiodato alla dialettica
servo/padrone, ma abita il paradosso di un’entità (da cui la nostra anima umana)
che è, contemporaneamente, schiava e regina, una e molteplice, inizio e fine. È
un viatico nella meraviglia del terrifico, verso la propria scintilla divina.
L’abisso chiama l’abisso; senza volontarismi, studiando lo Gnosticismo, sempre
più mi viene in mente (e perciò rileggo) lo Zarathustra di Nietzsche. Per
specchiarsi in Ialdabaoth, il Dio cieco, bisogna avere il coraggio di
Zarathustra quando scende dalla montagna, portando con sé il fuoco di una verità
che incenerisce le consolazioni umane. Nello Gnosticismo, il creatore di questo
mondo non è il Sommo Bene, ma Ialdabaoth: il figlio abortito di Sophia,
un’entità con il volto di leone e il corpo di serpente, nato da un atto di
hybris e rimasto intrappolato nella propria ignoranza: il Demiurgo, l’architetto
di una prigione di carne che noi chiamiamo realtà, Ialdabaoth, grida la sua
gelosia e la sua vendicativa possessività, quale impedimento del Kénoma (il
mondo vuoto) di assurgere alla luce del Pléroma (la pienezza della presenza). È
il Dio della Legge, del Tu devi, colui che incatena lo spirito alla ripetizione
eterna del bisogno e della sofferenza. Nietzsche e lo gnostico si stringono la
mano in silenzio. Il Dio morto di Zarathustra non è forse proprio questo
Demiurgo? Nietzsche smaschera la morale dottrinale come una creazione di
Ialdabaoth: una struttura che nega la vita, odia il corpo e trasforma la
debolezza in virtù. Mentre lo gnostico cerca di sfuggire allo sguardo soffocante
del Dio malvagio per tornare al Dio Supremo, Zarathustra invita a calpestare il
cadavere del Dio che punisce e castiga per far nascere l’Oltreuomo (uomo che si
fa divino). Entrambi riconoscono che il mondo costruito sulla Legge e sulla
Colpa è un’illusione che deve essere infranta.
La Dea Gnostica è la scintilla ribelle che Ialdabaoth cerca disperatamente di
spegnere; è l’ebbrezza dionisiaca che Nietzsche oppone alla rigidità
apollinea. Come l’Inno di Sophia è il canto di chi ha attraversato il nichilismo
più nero e ne è uscito integro (Io sono la vergogna e la franchezza[3]),
Zarathustra è colui che accoglie il paradosso dell’eterno ritorno: il grande
dire di Sì alla vita, anche al dolore più atroce, trasformando la prigione del
Demiurgo in un teatro di creazione suprema. Nietzsche scrive con il sangue, lo
gnostico scrive con la luce, la ferita è la medesima. Il Demiurgo è la
Soggettività tirannica, è il limite che ci impedisce di essere Dei. La voce
della Dea è il richiamo a risvegliarsi dal sonno ipnotico imposto da Ialdabaoth,
se il Demiurgo incarna il nichilismo che ci vuole schiavi di una verità imposta,
la Gnosi è l’atto di rivolta assoluto: l’istante in cui l’uomo comprende che la
chiave della cella è sempre stata nelle sue mani, nascosta tra le pieghe del
proprio caos interiore.
Eva tentata in una miniatura di Berthold Furtmeyr (XV secolo)
Ialdabaoth è tutto ciò che in noi dice No alla vita. La Dea è il Sì che deflagra
oltre ogni morale (Nietzsche si dichiarava il primo immoralista della storia,
ciò non significa non avere un’etica, ma sovrastare il moralismo che restringe
la sete di conoscenza). Nel libro di Paolo Riberi però non è presente il
paragone con Nietzsche, ma il confronto costante con un divino che si manifesta
in quanto potenza che unisce gli opposti; Iside, in quanto impalcatura su cui
poggia l’enigma di Tuono, Mente Perfetta, ne è la Matrice Madre, l’ombra
luminosa che precede e nutre la Sophia gnostica. Riberi traccia un parallelismo
filologico diretto: l’inno di Nag Hammadi è strutturato esattamente come le
antiche aretalogie isiache, e vi sono dei parallelismi anche con il Libro di
Dinanukht, con L’origine del mondo e L’ipostasi degli Arconti. In Egitto, Iside,
nelle aretalogie parlava dicendo:
> Io sono Iside, sovrana di ogni terra (…). Io ho stabilito ordini per i
> mortali. Io ho fissato leggi che nessuno può cambiare. Io sono la più vecchia
> tra le figlie di Crono Io sono la moglie e la sorella di Re Osiride. Io sono
> colei che ha scoperto il frutto per i mortali. Io sono la madre di re Horus.
> Io sono colei che sorge nella costellazione del Cane. Io sono colei che viene
> chiamata ‘dio’ dalle donne (…). Io ho stabilito lingue diverse per i greci e
> per i barbari. Io ho istruito la pietà per i supplici. Io onoro coloro che si
> difendono con giustizia. Con me, la giustizia è potente. Io sono la signora
> dei fiumi, delle acque e del mare. Nessuno è onorato, senza il mio giudizio.
> Io sono la signora della guerra. Io sono la signora del tuono[4].
Nel testo gnostico, tale voce trasfigurata mantiene la stessa autorità regale.
Iside è il modello archetipico della divinità che non ha bisogno di
intermediari: lei è la Legge, la Natura, la Sapienza. Se Iside è la grande
potenza inviata dalla forza sovrana che tiene insieme (religo) il cosmo, la voce
di Tuono ne estremizza i contrasti. Iside è colei che cerca le membra sparse di
Osiride (il dio smembrato); allo stesso modo, la Dea gnostica cerca le scintille
divine sparse nel mondo del Demiurgo. Iside rappresenta la concordia
oppositorum (l’unione degli opposti): è sposa e sorella, vita e regina dei
morti, è la fertilità del Nilo e il silenzio del sepolcro. In Tuono, Mente
Perfetta, questa dualità assume un volto lirico: Io sono la moglie e la vergine.
Io sono la madre e la figlia. Iside presta la sua veste cosmica a questa nuova
entità, facendosi portavoce di ogni coscienza risvegliata.
“Come si è già avuto modo di approfondire mediante il confronto con l’Ipostasi
degli Arconti e l’Origine del Mondo, nella danza delle immagini maschili e
femminili che contraddistinguono il brano si cela un antico enigma che rinvia al
mito gnostico di Adamo ed Eva.
Quando però la Eva umana lascia definitivamente spazio alla sua controparte
spirituale, la Dea, ecco che anche il personaggio maschile cessa di coincidere
con Adamo, e diviene “colui che ha generato” la protagonista, le ha conferito la
sua forza e ha preordinato ogni sua azione fin dal principio dei tempi: “ciò che
egli desidera a me accade”.
Si tratta della grande potenza, il supremo principio maschile di cui la Dea
rappresenta la controparte femminile, e che nel primo verso di Tuono, mente
perfetta invia la protagonista sulla Terra. L’obiettivo è delineare un’analogia
con le figure umane di Adamo ed Eva, costruendo una perfetta proposizione:
Eva-Adamo = Dea-Grande Potenza
Proprio come Eva è la metà femminile di Adamo, la Dea è la metà femminile del
Signore dello Spirito, la Grande Potenza: la prima coppia rappresenta l’origine
dell’umanità, mentre la seconda è la sorgente dell’universo divino del Pléroma,
situato al di là della volta celeste.”[5]
Ilaria Palomba
*In copertina: William Blake, “The Temptation and Fall of Eve”, 1808
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[1] P. Riberi, La voce della Dea Gnostica, Venexia, p. 11
[2] Ivi, p. 15
[3] Ivi, p. 13
[4] Ivi, pp. 47-48
[5] Ivi, pp. 132-133
L'articolo “Io sono la signora del tuono”. Solo la Dea Gnostica può salvarci
dalla prigionia del Demiurgo proviene da Pangea.
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme
nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento
che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.Apparvero loro
lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e
tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue,
nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il
cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li
udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la
meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come
mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti,
Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del
Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti
della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e
Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». Tutti
erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: “Che cosa significa
questo?”. Altri invece li deridevano e dicevano: “Si sono ubriacati di vino
dolce”. (At 2, 1-13)
*
Come all’irrompere di un vento impetuoso
> “La Chiesa ha bisogno d’essere tempio di Spirito Santo (Cfr. 1 Cor 3, 16-17;
> 6, 19; 2 Cor 6, 16), cioè di totale mondezza e di vita interiore; ha bisogno
> di risentire dentro di sé, nella muta vacuità di noi uomini moderni, tutti
> estroversi per l’incantesimo della vita esteriore, seducente, affascinante,
> corruttrice con lusinghe di falsa felicità, di risentire, diciamo, salire dal
> profondo della sua intima personalità, quasi un pianto, una poesia, una
> preghiera, un inno, la voce orante cioè dello Spirito, che, come c’insegna S.
> Paolo, a noi si sostituisce e prega in noi e per noi «con gemiti ineffabili»,
> e che interpreta Lui il discorso che noi da soli non sapremmo rivolgere a Dio
> (Cfr. Rom 8, 26-27)”.
>
> (Paolo VI, Udienza generale, Mercoledì 29 novembre 1972, www.vatican.va)
Pentecoste era in origine una festa della mietitura, del raccolto, una falce a
decapitare grani maturi. Pentecoste potrebbe essere per noi, ancora, un taglio,
una ghigliottina rispetto alla “muta vacuità di noi uomini moderni, tutti
estroversi per l’incantesimo della vita esteriore”. Mietere è staccare,
sradicare, atto violento e apparentemente privo di dolcezza. Chi miete sancisce
il destino del frutto: la macina. Frantumazione per diventare cibo. Incantati
dalla vita esteriore crediamo che Pentecoste possa essere possibile solo come
alito di vento leggero che ci abilita alla predicazione fino a renderci
comprensibili da tutti. Addirittura di elevarci fino a renderci utili o, peggio,
degni di predicazione tra i sapienti. Come se il mondo stesse ad aspettare il
verbo pacificato e pacificante. Comprensibile. Come se il Cristo avesse
dimenticato la croce. E la falce.
Pentecoste, almeno due secoli prima dell’era cristiana, si trasformò in
commemorazione per il dono della legge al Sinai, il popolo liberato dal faraone
diventa popolo dell’Alleanza. Ma rimanere liberi è molto più difficile che
fuggire dalle strutture del potere. Il faraone che abbiamo dentro ci segue, ci
trattiene e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Per rimanere liberi serve un
altro esodo, dall’alto. E sarà sempre improvviso. E fragoroso. Sarà una
teofania. La Pentecoste cristiana è figlia dell’irruzione dello Spirito che si
abbatte fragorosamente in noi. Si può rinascere solo dall’alto. L’incantesimo
del mondo lo può spezzare solo l’Altissimo. Teofania a risvegliarsi
dall’illusione che un’antropologia buona sia già Vangelo. Davanti a un testo
così sta a noi di decidere ogni giorno se valga ancora la pena di assumersi il
rischio di pregare per farci invadere ancora dallo Spirito oppure no. A noi di
assumerci il rischio di riunire tutto quello che siamo e offrirlo all’invasione
dolcissima e terribile del Dio Risorto. “Fai di me ciò che vuoi” o zittiscimi,
impediscimi di parlare di te, mietimi la lingua, costringimi al silenzio. “Fai
di me ciò che vuoi”, aiutami quindi, ti prego, a riconoscere l’attimo esatto e
terribile in cui smetto di essere al tuo servizio e mi perdo nella Babele dei
miei pensieri. Invoco Pentecoste per non rimanere schiavo di me stesso.
Albrecht Dürer, Pentecoste, 1510
*
Lingue come di fuoco
> “…uno Spirito che sembra presiedere le nascite, le gestazioni. Quando inizia
> qualcosa, quando germoglia qualcosa, quando è il giorno di una nuova
> creazione, allora lo Spirito è presente e «dà vita». «Dà vita»: diciamo nel
> Credo.”
>
> (Angelo Casati, Gli occhi e la gloria, Centro Ambrosiano, 2003)
Lo Spirito Santo è fuoco, aveva ragione il Battista, ma è stato Cristo, drago
divino, a portare il fuoco sulla terra. Lingua di fuoco che veniva capita dagli
uomini non perché comprensibile ma perché penetrava fino al punto più intimo
dell’animo umano, perché era lingua di fuoco che intercettava il nervo scoperto
della Verità. Ma la verità può incendiare di stupore o indurci alla difesa, per
paura. O, peggio, può spingerci a ribellarci con violenza: si inchioda Cristo
alla croce perché lo si è capito!
Che la lingua sia divina, che sia comprensibile non è per nulla sicurezza di
conversione. Che sia comprensibile, che avvenga la pentecostale comunicazione è
innegabile, ma questa non produce per forza assunzione docile del Verbo. Anzi.
La vita nuova non si dà per incantesimo divino, procede per incendio del nostro
uomo vecchio. Fare falò delle nostre sicurezze, accatastare e incendiare la
legna delle nostre illusioni. Se siamo ancora vivi è perché siamo stati
battezzati nel cratere di divini incendi. Lo Spirito è vero che “dà vita”, che
presiede nascite, ma lo fa con spada di fuoco.
Difficile decidere di nascere se non sono gli eventi a incendiarci la casa dove
stiamo seduti, al sicuro. Davanti a questo testo scoprirsi a cercare nel proprio
passato tizzoni di vita carbonizzati nella speranza di non aver vissuto invano.
Che non sia tutto solo cenere.
*
Si sono ubriacati di vino dolce
La traduzione letterale dal greco proposta dalla bibbia interlineare di Alberto
Bigarelli edita per San Paolo nel 1998 dice «Erano fuori di sé poi tutti ed
erano incerti, uno all’altro dicendo: “Cosa vuole questo essere?”. Altri invece
schernendo(li) dicevano: “di mosto riempiti sono”». E forse sarebbe da leggere
così la Bibbia, mi dico, sempre, traducendo parola per parola e incespicando,
incerti come ubriachi finalmente fuori di sé.
Pietro con raffinata ironia e prontezza dirà che non si tratta di vino dolce,
che sono solo le nove del mattino, che quell’essere fuori di sé è profezia. E
cita il profeta Gioele.
> Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio –
> su tutti effonderò il mio Spirito;
> i vostri figli e le vostre figlie profeteranno,
> i vostri giovani avranno visioni
> e i vostri anziani faranno sogni.
>
> (At 2,17)
E così ad essere ubriaco d’amore, nelle parole di Pietro, ad essere fuori di sé,
definitivamente fuori di sé, a incespicare in promesse insostenibili per l’umana
debolezza, pare essere Dio in persona. Trinitario nel suo tuffarsi nel creato.
Davanti a questa effusione del suo Spirito, a questa semente gettata senza
apparente discernimento, qualcuno si interroga. “Non ci ardeva forse il cuore?”,
il significato di questo vento e di questo fuoco e di questo cuore che arde in
petto come il cuore dei discepoli di Emmaus sconvolge chi si sente raggiunto
dallo Spirito. Qualcuno prende quella domanda e la dispiega, la lascia libera di
porsi. Come fece Maria, la madre del Cristo, all’inizio dei nuovi inizi. E così
forse Pentecoste è anche festa di chi si domanda ancora che senso abbia vivere.
Più ancora, domanda di chi non si limita a parlare di Dio, esercizio spesso
noioso e sterile, ma che fa parlare quel Dio che fragorosamente è penetrato
nelle carni, nelle ossa, nel cuore. Alle nove di un qualunque mattino qualcuno
si mette ancora in ascolto di parole ubriache di possibilità. E implora che la
poca fede che lo abita non lo spinga a deridere tutto questo come fosse utopia.
Credere in Dio è credere che lui creda ancora nell’uomo, fino a farsi bruciante
casa in lui.
Che qualcuno si faccia beffe di questa possibilità appare scontato. Che qualcosa
in noi continui a sabotare questa eventualità è normale e forse, addirittura,
paradossalmente, salutare. Permette la lotta. Il confronto.
Ubriacarsi di Spirito, bere come mosto dolce alla Sacra Scrittura ogni giorno,
lasciare che la lingua si sciolga, si perda, si incendi, si lasci finalmente
abitare dal Verbo. Esercitarsi a uscire da se stessi, a non trattenersi.
Accettare che il mondo ci prenda per folli. Ma farlo sempre e solo nel solco di
Gesù di Nazareth. Lui, il Maestro pericolosamente fuori di sé che troviamo nelle
Beatitudini, il Dio del perdono, così fuori di sé da essere stato crocifisso
fuori da Gerusalemme. Pentecoste è solennità che impone verità. Credente è solo
colui che tenta di uscire di sé seguendo le orme del Cristo. Il resto rischia di
essere mero narcisismo spirituale.
Pentecoste è implorare Dio di non cadere nel pericoloso peccato di credere di
credere in lui mentre invece seguiamo solo noi stessi. Avere accanto compagni
credibili di viaggio. Gente di fede. Trovare il coraggio di ascoltarli può
salvarci. E ridere. Ridere sempre di noi. Come fossimo davvero ubriachi di vino
dolce, perché se lo Spirito accetta di abitarci, se a volte sembra che riusciamo
a non oscurarlo troppo, è davvero solo per Suo cocciuto amore nei nostri
confronti.
*
Pentecoste, inviolabile silenzio
> “Ha bisogno la Chiesa di riacquistare l’ansia, il gusto, la certezza della sua
> verità (Cfr. Io 16, 13), e di ascoltare con inviolabile silenzio e con docile
> disponibilità la voce, anzi il colloquio parlante nell’assorbimento
> contemplativo dello Spirito; il Quale insegna «ogni verità» (…) Uomini vivi,
> voi giovani, e voi anime consacrate, voi fratelli nel sacerdozio, ci
> ascoltate? Di questo ha bisogno la Chiesa. Ha bisogno dello Spirito Santo.
> Dello Spirito Santo in noi, in ciascuno di noi, e in noi tutti insieme, in
> noi-Chiesa. (…) Come mai si è affievolita questa pienezza interiore in tanti
> spiriti, che pur della Chiesa si dicono? come mai tante schiere di fedeli
> militanti nel nome e sotto la guida della Chiesa si sono impigrite e diradate?
> come mai molti si sono fatti apostoli della contestazione, della laicizzazione
> e della secolarizzazione, quasi pensando di dare più libero corso alle
> espressioni dello Spirito? o talvolta più fidando nello spirito del mondo, che
> in quello di Cristo?”.
>
> (Paolo VI, Udienza generale, Mercoledì 29 novembre 1972, www.vatican.va)
Pentecoste come solennità che ci porti a pregare per
ritrovare ansia e gusto della divina verità. Pentecoste che ci riporti in un
luogo chiuso e silenzioso, spazio indispensabile per tentare l’assorbimento
contemplativo dello Spirito. Assorbimento contemplativo. A questo siamo
chiamati, amati e disarmati, svuotati e abitati, affamati e desiderati. A questo
siamo chiamati, alla contemplazione che assorbe e si lascia assorbire dall’Uomo
dello Spirito Gesù di Nazareth. Contemplazione, per liberarci dalla perenne
tentazione di ridurci ad apostoli della contestazione, della laicizzazione,
della secolarizzazione ma anche, contemplazione in grado di farci discernere
Tradizione da tradizionalismo di facciata, lingua di fuoco a incenerire
l’illusione di ogni tipo di potere mondano.
Spirito Santo vieni, vieni sempre, vieni ancora e che ognuno di noi ti possa
aspettarti con “inviolabile silenzio e con docile disponibilità”.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: El Greco, “Pentecoste”, 1597-1600
L'articolo Pentecoste: accettare che il mondo ci prenda per folli proviene da
Pangea.
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù
aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla
terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò
che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del
mondo». (Mt 28, 16-2)
*
Discepoli sottratti da presunte perfezioni
> In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù
> aveva loro indicato.
>
> (Mt 28,16)
> “L’Ascensione era una festa che legava il cielo alla terra e ricordava un
> miracolo che aveva in qualche modo una sua rispondenza alle rappresentazioni
> dell’uomo. Ma oggi noi ci troviamo in un mondo così desacralizzato che le
> nostre rappresentazioni non sappiamo più dove appoggiarle: mancano i
> sostegni”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Edizioni Borla, 1984)
Ha ancora ragione Balducci, oggi mancano i sostegni per rappresentare al mondo
che la terra è legata al cielo. Mondo desacralizzato. Mancanza di sostegni:
parole e gesti rimangono sospesi, non si appoggiano a nulla di dogmaticamente
intoccabile, tutto è discutibile, mancano luoghi seri di confronto, tutto pare
sbriciolare in opinioni contrastanti, la terra sembra sempre più cercare
legittimità d’esistenza solo nella terra. A volte anche chi dovrebbe parlare di
Cielo ha sabbia tra i denti.
Faccio mia l’immagine, quella di uomini e donne, discepoli, che non hanno più il
sostegno visibile del Cristo tra di loro. Esco dalla lettura sociologica. Forse,
mi dico, non è solo problema contemporaneo: l’assenza del sostegno è identitaria
del nostro essere al mondo, del nostro continuo tentativo di credere. Anche il
Cristo storico, sostegno visibile del Dio invisibile, per far procedere la
storia, ha dovuto, alla fine, sottrarsi ai suoi. Per mostrarsi sì, ma in altro
modo.
Infatti, nel Vangelo di oggi, zoppicano i discepoli, già nel nome, non più
Dodici ma solo Undici, mancanti, il tradimento di Giuda non è solo atto
personale ma comunitario, e cambia notevolmente la percezione dei chiamati. Non
più pienezza a ricordare le dodici tribù di Israele ma Undici, a implorare, già
nel nome, il bisogno di essere sanati.Nessun sostegno nel proprio nome, nessuno
nella propria memoria. Gli Undici, in qualche modo, sono corpo che ha tradito le
promesse, sono chiesa battezzata nel fallimento.
Nessun sostegno neppure dalla loro fede.
> Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
>
> (Mt 18,17)
Mi ha sempre colpito questo passaggio. Siamo alla fine del Vangelo. Sarebbe
stato più logico invertire l’ordine, prima il dubbio, poi la prostrazione e,
infine, grazie alla fede, la visione. Invece no. Il Vangelo sta finendo e gli
Undici prima vedono, poi si prostrano e infine dubitano. Nessun sostegno nella
loro presunta perfezione, nessun sostegno dalla loro fede che pensavano provata
e perfetta (le promesse di Pietro!): il dubbio permane.
*
Sottratto ai loro occhi
> “Era necessario che egli fosse sottratto ai loro occhi, perché finalmente essi
> potessero prestare attenzione alle sue parole, e non rimanere invece sospesi
> agli occhi, e a quello che sotto i loro occhi Gesù avrebbe dovuto fare. Era
> indispensabile che egli fosse elevato, perché anche la loro mente finalmente
> si elevasse dalla terra”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007)
Era necessario, e lo è ancora, che nella vita, un giorno, manchino i sostegni.
L’ascensione è questo, passaggio di sottrazione. Gesù si sottrae dalla vista dei
discepoli affinché possano prendere coscienza della propria identità profonda:
esseri imperfetti e mancanti. Come noi.
Siamo bisognosi. Siamo ammalati, lebbrosi, peccatori, ladri, traditori. La
sottrazione del Maestro aiuta chi crede a comprendersi, finalmente. A sentirsi
mancanti. Il fatto che Cristo fosse capito dai peccatori non era solo nota di
colore, critica banale al potere costituito, era invece passaggio costitutivo di
un cammino di fede. Fino a quando i discepoli si limitavano a osservare
dall’esterno la misericordia del loro Signore verso la categoria degli
sfortunati quello che capivano davvero era: niente. Non li salvava lo sguardo
patetico dei buoni che, in virtù della loro appartenenza alla Chiesa, guardano
con dolcezza i poveri. Non li salvava credersi in comunione con il Dio
immensamente buono. Non è questo che aiuta ad entrare in relazione con il
Vivente ma il fatto di sentirsi, finalmente, peccatori tra i peccatori.
Sinceramente e perdutamente peccatori. Liberi dall’illusorio sostegno di
sentirsi bastanti a se stessi.
Undici impauriti che devono scappare da Gerusalemme. Undici scelti dal Maestro
che ancora dubitano di lui, a pochi versetti dalla fine. Questo siamo. Fino a
quando non percepiamo che questo è lo spazio indispensabile per franare in
Cristo nulla capiamo di lui. Franare, come chi non ha sostegno in sé. Come chi
non ha sostegno nelle impalcature di pensiero, nelle impalcature pastorali,
nelle finte sicurezze del denaro, del potere, del ruolo, del riconoscimento.Come
chi si sente comunque Undici, in fondo al cuore, come chi si sente finalmente
affamato, bisognoso, ammalato, morto. Come chi smette di credersi sostegno per
gli altri e avanza, barcollando, sperando che Lui, unico sostegno, intervenga. O
che il nostro cadere sia un rovinare nelle sue braccia misericordiose.
*
Senza sostegni: cosa rimane?
Senza un sostegno visibile. Senza il sostegno dell’idea impeccabile di sé e di
una fede che si credeva inscalfibile, si smette finalmente di vivere
altezzosamente, ci si umilia. Non è passaggio moralistico, non è passaggio che
si può evitare, è la perdita della faccia. Se questo non avviene la conversione
è semplicemente impossibile. Siamo poveri cristi impauriti. Solo dopo questa
dolorosissima constatazione, solo dopo che si è fatto i conti con il fatto che
anche noi abbiamo rifiutato la manifestazione di Dio in Cristo, solo dopo
possiamo rimetterci a cercarlo. Vale per tutti.
Senza Cristo sostegno visibile cosa rimane? Prima di tutto la Galilea. È lì che
tornano.
> “La Galilea era la culla della comunità dei discepoli, il luogo di nascita
> della chiesa di Gesù (16,13.18). […] è dunque la terra di rifugio; è l’opposto
> di Gerusalemme e offre protezione dalle mire dei capi giudei”.
>
> (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014)
Galilea luogo di memoria, luogo degli affetti, luogo di rifugio. Spazio vitale
dove Cristo aveva manifestato il suo incessante voler aver bisogno dell’uomo.
Occorre ritornare a rileggere la storia con lui. Con un Dio che svuotandosi,
dalle membra fragili di un bambino, chiede all’uomo rifugio e protezione. Con lo
stesso Messia che chiama alla sequela dei pescatori. Con la testimonianza
incessante del Maestro di entrare in dialogo con il bisogno di salvezza che
abita l’uomo che accetta di fare i conti con la propria fragilità. Ritornare
alla Galilea, terra di protezione, è purificare la nostra vocazione. I discepoli
non sono stati chiamati per merito ma è stata proposta loro una possibilità, una
terra promessa, un luogo accogliente, una relazione. Alla luce della nostra
sequela di e con Cristo, alla luce dello svelamento del suo stile, lo seguiremmo
ancora? Questa è la domanda bruciante! Alla luce del Calvario, della morte, alla
luce di quanto abbiamo compreso: riusciremmo a vivere senza di lui? Diremmo
ancora sì alla sua chiamata? L’Ascensione mi pare ci inviti a sprofondare in
questa drammatica domanda: adesso che lui non cammina più visibilmente tra di
noi, adesso che gli occhi non lo vedono, adesso che abbiamo intuito che la croce
è passaggio che non si può eludere, adesso, tornando alla nostra Galilea,
risponderemmo ancora affermativamente alla chiamata di Cristo?
Mi pare che Cristo, riportando gli Undici in Galilea riporti anche noi ai nostri
inizi, spesso inconsapevoli, o ingenui. Adesso, a distanza di una vita, gli
direi ancora di sì? Lo seguirei, sapendo dove mi ha portato?
Forse fede è dire di sì. Anzi è dire che lo seguirei proprio perché mi ha
portato qui, dove non avrei avuto coraggio di arrivare, nel cuore delle mie
miserie trasfigurate dalla sua Presenza.
Cosa resta senza il suo sostegno visibile? I monti. Cristo riporta i suoi
discepoli su un monte.
> “Anche davanti a «il monte» i lettori non penseranno a un determinato monte in
> senso geografico, ma a «il monte» che essi conoscono dalla lettura del
> Vangelo. Ma quale? Ciò resta ancora imprecisato. […] al monte della terza
> tentazione […] al discorso della montagna […] al monte della trasfigurazione
> […]. Fra queste tre possibili associazioni non è più possibile distinguere”.
>
> (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014)
Serve comunque un monte. Serve un pezzo di terra che ascende fino a conficcarsi
nel costato del cielo, serve la Sua manifestazione a purificare l’idea di
“sostegno” sbagliata che ci abita. Non abbiamo bisogno del sostegno del potere,
questo dice dal monte delle tentazioni. Abbiamo bisogno di compassione, questo
ribadisce dal monte delle Beatitudini. Abbiamo bisogno del sostegno della
Scrittura e dei profeti, abbiamo bisogno di divina alleanza, questo racconta dal
monte della Trasfigurazione.
Siamo discepoli svelati nella loro fragilità ma tenuti in vita dalla nostra
Galilea, luogo dove ci siamo innamorati di lui, e dai monti, luoghi dove Cristo
ha svelato l’innamoramento di Dio nei nostri confronti.
Abitando questo spazio, e abitandolo da affamati, accade l’incontro. Che non
sarà più incontro con il Cristo della storia ma sarà comunque incontro con il
Vivente nella storia, la nostra.
*
In modo misterioso
> Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla
> terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome
> del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare
> tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino
> alla fine del mondo».
>
> (Mt 28,18-20)
> “L’ascensione non sottrae Gesù dal nostro mondo, non gli impedisce di essere
> presente in mezzo a noi, in modo misterioso, ma molto efficace”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, Apostolato della
> Preghiera, 2004)
Gesù si avvicina. Questa è la fede. Noi senza sostegno e lui che si fa vicino.
Solo chi ha sperimentato la Grazia di questi momenti può testimoniarlo. Lui, dal
cuore del cielo e dal cuore della terra, a raccontarci che tutto è in suo potere
cioè che tutto parla di lui. Che ogni luce e ogni ombra è abitata dalla
possibilità di fare esperienza di lui. Che il potere della morte, che pare così
evidente, è stato battuto. Siamo in potere suo. Questo l’unico sostegno. Non
resta che testimoniarlo. Non resta che raccontarlo con la vita. E non solo per
una questione di gratitudine, non per un mandato, ma perché se non lo si vive
questo potere d’amore e di misericordia, non lo si crede. Se la vita non si
battezza nel suo nome, se non si immerge la storia che viviamo in Lui mai
svelerà la sua vocazione profonda, mai mostrerà la possibilità di poter
incontrare il Risorto nelle pieghe di ogni storia. La nostra conversione passa
per la missione. I fratelli diventano così doni indispensabili per fare
esperienza della presenza di Dio in mezzo a noi. In modo nuovo.
Una presenza che rimane nascosta a chi non battezza il mondo in Lui. Una
presenza che non è oggettiva, misurabile, incontrovertibile. Ma che nemmeno lo è
mai stata, nemmeno il Cristo storicamente presente tra gli uomini ha convinto
tutti di essere la manifestazione visibile del Padre. Una presenza che richiede
un passaggio di fiducia, l’apertura dello stupore, la possibilità di credere che
questo mondo, con tutti i suoi drammi, con le sue contraddizioni, è spazio per
la manifestazione di Dio. Che il mondo sia davvero solo in Suo potere.
Siamo su un terreno fragilissimo. È la lotta spirituale quotidiana, è la
tentazione: e se mi stessi solo sforzando di credere per paura di morire e
quindi di vivere? E se continuassi a stordirmi di letture sacre solo per non
ammettere che siamo frutto del caso? E se l’illusione della Sua presenza in
certi momenti drammatici e luminosi della mia vita fosse solo il dannato bisogno
di avere una minima speranza per non morire di disperazione?
Forse è davvero solo così. Forse tutto questo è davvero solo frutto di
un’ostinata speranza.
*
Il sostegno della speranza
> “La vostra vita non può essere valutata a procedere dai cambiamenti che essa
> produce nelle cose intorno, ma per rapporto alla speranza che la sostiene”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007)
Speranza non come ingenua risposta alla complessità del mondo, non come fuga dal
presente ma come cambio di prospettiva. Non è tanto aver cambiato il mondo che
ci rende uomini di fede, non lo abbiamo cambiato. Nemmeno siamo riusciti a
cambiare davvero noi stessi. Siamo sempre Undici, siamo sempre abitati dal
dubbio. Solo c’è qualcuno, su questa terra che non perde la speranza. Speranza
come esercizio di intimità con Cristo dal cuore delle cose. Speranza che non
nasce dal fatto che le cose cambiano, perché non cambiano mai! Le guerre non
cessano, il male sembra non avere argini, ci si ammazza ancora tra fratelli. No,
questo non cambia, a cambiare è che qualcuno, incessantemente, ostinatamente,
non smette di scegliere di diventare speranza, di incarnare speranza. Qualcuno
che è Undici e rimane Undici, che è nel dubbio e che rimane nel dubbio ma da lì,
da quel punto esatto del mondo, dal cuore del dramma, non smette di implorare e
mostrare e testimoniare la prossimità del Risorto. E lui, uomo di speranza,
diventa il segno misterioso ma efficace di Dio nel mondo, testimone che tutto è
in suo potere, diventa il cielo che feconda la terra. Diventa sostegno.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: opere di Lovis Corinth (1858-1925)
L'articolo Essi però dubitarono proviene da Pangea.
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore.
Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono
molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: ‘Vado a prepararvi un posto’? Quando
andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché
dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la
via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al
Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il
Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù:
«Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto
me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: ‘Mostraci il Padre’? Non credi che io
sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me
stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per
le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che
io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre»”.
(Gv 14, 1-12)
*
Perché ti agiti in me?
> “Perché ti rattristi, anima mia,
> perché ti agiti in me?”
>
> Salmo 43 (42)
E l’anima, triste, l’anima che in noi geme, chiede ragione di questa cosa
chiamata vita. Il credente con il Salmo 43 incastrato tra i denti implora di
poter capire: perché ti rattristi anima mia, perché ti agiti in me? Sensi di
colpa avvolgono questa domanda, non dovremmo aver già compreso, non ardeva in
noi il nostro cuore mentre il Risorto danzava in noi? Invece trema l’anima e
tremiamo noi, con lei, perché sentiamo di non avere ancora abbastanza fede,
siamo in balia dei nostri pensieri prostrati all’evidenza della morte, colei che
l’anima non riesce a chiamare “sorella”.
Perché ti rattristi anima nostra? Così ci porti in un gorgo profondo di
depressioni e incomprensioni, così ci trasformi in corpi in alto mare, tu ti
agiti e noi sentiamo il Leviatano della disperazione salire dai fondali
misteriosi ad azzannare quel che resta di noi. Se tu gemi noi siamo solo relitti
alla deriva.
Perché l’anima non ricorda, perché il memoriale della Sua presenza non ci mette
ancora al riparo del tremore e dal timore? Gridiamo dal fondo di questa pena che
ci tortura il cuore, la pena di non essere degni di essere al mondo, la sottile
drammatica tortura di aver fallito la nostra vocazione. O, peggio, che sia
davvero tutto solo qui.
L’anima trema e noi moriamo di paura.
> “Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
> lui, salvezza del mio volto e mio Dio”.
>
> Salmo 43 (42)
Dalle pagine del salmo a strappare parole di eccessiva speranza: salvezza! Sono
ordini, militare sembra la fede, spera in Dio, sussurro, spera in Dio anima mia,
solo a volte l’anima ubbidisce, e si ferma, immobile, a guardarmi, quasi
sorpresa che si possa tentare di vivere senza temerla la vita.
L’anima è fragile e vorace, è angelica e rapace, l’anima esiste e ci ha in
pugno. Se lei muore si spengono le parole per poter lodare il Salvatore ed è
come non avere più mani per afferrare corde di salvataggio. Se lei muore, se la
belva che in noi trema con fremiti selvaggi la fame di Dio dovesse lasciarci,
noi perderemmo il Suo e nostro volto, lei è la salvezza dell’identità profonda
del nostro essere qui, tra i viventi.
Non è vero che l’anima è invisibile, l’anima è il nostro volto. E, per immagine
e somiglianza, anche il Suo.
> “Non si turbi il vostro cuore! Credete in Dio, credete anche in me!”
>
> (Gv 14,1)
Ecco perché, in volto d’uomo, Cristo raccoglie il Salmo, ecco perché, anche lei,
della pagina biblica se ne nutre, a morsi, Messia affamato di noi. Lui volto,
Lui corpo, Lui come segugio in cerca delle nostre anime tremanti, Lui a
implorarci di non lascare il cuore in balia del turbamento.
Lui che lo conosce il cuore frantumato dagli eventi della vita. Anche il suo si
è rattristato, anche il suo cuore si è turbato davanti al sepolcro dell’amico
Lazzaro, e nell’orto degli ulivi, Lui e le lacrime di sangue a tingere il volto
della drammatica possibilità della paterna Assenza. Ma sempre lui, e il suo
cuore, a giurare che si può credere in Dio, sempre, anche trafitti dall’odio
umano contro il palo della croce.
Lui a giurare che si deve credere in Dio per non morire davvero. Lui a chiedere
di credere anche in Lui, così vicino, così vivo, così uomo.
Lui a chiedere di credere che tutto risorgerà, anche il cuore turbato, che la
tristezza dell’anima si trasfigurerà in luce.
Cristo è il salmo che si fa carne. Credi in me, dice. E noi a pensare a tutti
quei momenti in cui qualcuno si è chinato sulla nostra anima tremante, l’ha
presa tra le mani e non l’ha stritolata. Noi a ringraziare chi ci ha tenuto in
vita. Persone dal grande potere su di noi. Chi ama è anche colui che ci può
ammazzare.
Forse fede, fede vera, è poter dire, senza parole, anche a una persona sola,
anche solo per una volta nella vita: “credi in Dio, e credi anche in me”.
Lasciami la tua anima tremante, non la violenterò. Me ne prenderò cura. Essere
santi è essere credibili?
Un disegno di Rubens del 1616
*
Manda la tua luce
> “Manda la tua luce e la tua verità:
> siano esse a guidarmi,
> mi conducano alla tua santa montagna,
> alla tua dimora”.
>
> Salmo 43 (42)
Ci vuole coraggio a chiedere luce e verità. O bisogna essere tremendamente
disperati. Bisogna che l’anima sia incastrata pericolosamente tra le trame degli
inferi, bisogna che la notte sia così oscura da risultare impenetrabile, bisogna
che il buio ci osservi con occhi scavati di Nulla. Bisogna essere disperati per
pregare che la luce divina ci invada, perché poi lei elenca tutto di noi, tutto,
anche ciò che con maestria stiamo cercando di nascondere da una vita intera. La
luce chiama sempre verità. Per questo la luce ferisce.
Pregare che la Sua luce venga a trafiggerci non è chiedere soluzioni religiose
alle nostre crisi, non è trovare riparo e salvaguardare le apparenze, è perdere
la faccia, è trasfigurare il volto per Suo violentissimo amore. E poi finalmente
lasciarci guidare. Smettere di andare dove vogliamo noi e accettare di lasciarci
portare dove non vorremmo. Sulla santa montagna, alla sua dimora, senza
dimenticare che santa montagna è anche il Calvario e dimora è essere alla destra
o alla sinistra del Crocifisso.
> “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se no, vi avrei forse detto
> che vado a prepararvi un posto? E quando andrò a prepararvi un posto, verrò di
> nuovo e vi porterò vicino a me, di modo che dove sono io siate anche voi”.
>
> (Gv 14, 2-3)
Così Cristo cerca di preparare i suoi allo scandalo drammatico della croce. Allo
strappo che potrebbe essere definitivo: quale luce e quale verità se Dio non
parlerà mentre il figlio verrà massacrato? Quale strada, quale montagna, quale
dimora se la sua sequela si incaglierà in un viaggio al termine della notte?
Così Cristo si fa salmo, si fa luce, si fa preghiera e speranza. Si fa occhi per
il nostro sguardo smarrito: vi giuro che ci sono molti posti. E sono posti
preparati. Come il Cenacolo, una sorta di piano superiore, una noce calda di
luce nel cuore della morte.
La notte non annienta solo se è abitata da Cristo, solo grazie a lui anche
l’anima del Nicodemo che ci portiamo in cuore può smettere di tremare, perché
lui è luce accogliente nella notte. Lui è il nostro posto da abitare.
L’anima può smettere di gemere solo se sboccia in noi il coraggio di prendere
dimora in Cristo. Per Cristo, con Cristo, in Cristo.
L’anima trema e chiama e Lui, Cristo, promette di tornare, continuamente, ad
ogni nostro respiro, promette di prenderci per mano, promette di portarci in
lui. Come la chioccia con i suoi pulcini.
La luce non ci acceca solo perché Cristo ha accettato di farsi carne, di farsi
luce. Il Verbo divino non sfonda l’orecchio perché incarnato in Carità. La luce
è venuta nel mondo. A noi credere, e cedere, a noi accogliere il rischio della
nascita.
Fede, fede vera, forse non è nient’altro che scoprire che la vita è il travaglio
in vista del parto definitivo.
*
I sentieri di Dio
> “Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
> insegnami i tuoi sentieri”.
>
> Salmo 25
Quale rischio implorare di conoscere i sentieri del Signore! Le sue vie non sono
le nostre vie. Eppure riuscire a sentire la certezza che nessun altro sentiero è
davvero praticabile dopo che abbiamo incontrato lui. Non riuscire a incamminarci
altrove. Prigionieri della sua presenza.
> «E del luogo dove vado, voi conoscete la via». Gli dice Tommaso: «Signore, noi
> non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli dice Gesù «Sono
> io la via e la verità e la vita: nessuno viene al Padre se non attraverso di
> me».
>
> (Gv 14, 4-6)
Così Cristo diventa salmo, diventa preghiera, diventa la Via. Conoscere le vie
del Signore sarà quindi conoscere il Cristo, e non sarà importante il dove, non
il luogo, nulla degli accadimenti della vita sarà più in grado di annientare di
paura la nostra anima perché Lui sarà in ogni evento, Lui è già incarnato in
ogni evento! Lui la Via e Lui il Viandante, Lui la fonte e Lui il culmine, Lui
la sistole e la diastole. Lui il nostro tutto.
Lui la vita. Tutta la vita, tutto della vita. Non c’è nulla di vivo che non sia
occasione qui e ora, occasione per attraversare le apparenze e franare in Lui.
Siamo destinati ad essere deposti nel sacro cuore. Attraverso la vita arrivare a
essere in Cristo, a dimorare in Lui, attraverso la gioia, il dolore, la
malattia, l’amore, la morte, ogni cosa è pertugio d’attraversare per scoprirci
in Lui. E attraverso di Lui, Cristo, scoprirci nell’Eterno. La fede come una
disciplina d’attraversamenti e di consegne.
*
Sete
> “L’anima mia ha sete di Dio,
> del Dio vivente:
> quando verrò e vedrò
> il volto di Dio?”
>
> Salmo 42 (41)
L’anima trema, l’anima geme, l’anima è assetata. Avere sete di Dio, una
benedizione e una tortura, una diagnosi. Una condanna. Avere sete di un incontro
che sfugge sempre, implorare colui che a volte sembra solo un miraggio. A volte
credere non per esperienza, non per incontro mistico ma solo ed esclusivamente
per tormento di mancanza. Credere solo in virtù della sua bruciante assenza.
Essere educati dal vuoto.
E la domanda: quando vedrò il suo volto? Vederlo e finalmente morire, vederlo e
finalmente estinguere la sete e quel tormento che fa amare ogni cosa della vita
ma, insieme, la relativizza. Perché l’anima sarà dissetata solo nel Suo
sguardo.
> “«Se voi foste arrivati a conoscermi, conoscereste anche il Padre. Ma da ora,
> voi cominciate a conoscerlo e lo vedete». Gli dice Filippo: «Signore, mostraci
> il Padre e ci basta». Gesù gli dice: «Ecco, sono con voi da così tanto tempo e
> non sei ancora arrivato a conoscermi, Filippo! Chi vede me vede il Padre. Come
> puoi dire «Mostraci il Padre?»”.
>
> (Gv 14, 7-9)
Cristo, siamo fatti per il Padre. Cristo lo sa, senza il Padre moriamo. Ecco
allora che il Figlio si mostra, e nel Figlio il Padre: Chi vede me vede Lui.
Miracolo vero è mostrare che la vita è già deposta nella pupilla di Dio.
Chi vede lui vede il Padre. E forse anche Filippo comprenderà che non basta
vedere Dio, occorre fargli spazio, dargli carne, per farne esperienza davvero.
Occorre venire alla luce, diventare via, fare verità, lasciarlo vivere in noi.
Non basta che qualcuno ci mostri il Padre occorre che il Padre si mostri al
mondo attraverso di noi. Attraversati dal Mistero, noi luoghi della sua
incarnazione.
*
Almeno credete
> “Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che vi ho detto
> non le dico da me stesso; al contrario, è il Padre che, rimanendo in me,
> compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me. Almeno
> credete a causa di queste opere. Amen, amen, ve lo dico: Chi crede in me farà
> anche lui le opere che io faccio e ne farà anche di più grandi, perché io vado
> al Padre”.
>
> (Gv 14, 10-11)
È tutto enorme. È una luce che sembra poterci accecare. Così l’anima rischia di
tremare ancora, ma per eccesso d’amore. Allora Cristo si avvicina. Credetemi,
sussurra, credetemi, implora. Credete almeno alle mie opere. Che tenerezza la
pazienza di Dio. Avvicina l’Infinito, lo depone nelle opere dell’uomo. E poi si
ritira. Saranno le opere a svelarlo. Le opere d’amore che è concesso mettere al
mondo anche a noi. Nel nostro operare il mistero di un Dio presente nelle nostre
carni.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Peter Paul Rubens, “Ecce Homo”, prima del 1612
L'articolo Io sono la via, la verità e la vita proviene da Pangea.
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel
recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un
brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli
apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per
nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina
davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo
invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce
degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava
loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la
porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e
briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra
attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non
viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano
la vita e l’abbiano in abbondanza». (Gv 10, 1-10)
Sembra tutto così chiaro! Il recinto, la porta, e il pastore buono, e bello:
Gesù! Sembra tutto così limpido! Noi le pecore attorniate dai cattivi maestri,
ladri e briganti della nostra felicità, e Lui il pastore che ci porta in salvo.
Sembra tutto così lineare! Cristo buon pastore che cammina e noi dietro, a farci
condurre fuori, dove vuole lui, è il dono della fede no? La nostra
personalissima e comunitaria traiettoria verso la verità. Seguire lui, la sua
voce, il suo vangelo e rifiutare gli estranei. Eppure “essi non capirono di che
cosa parlava loro”. Perché non lo capivano i farisei? Perché nemmeno loro, i
contemporanei di Gesù, loro che i pastori li conoscevano bene ma che,
soprattutto, avranno subito collegato le sue parole al profeta Ezechiele, non lo
capivano?
> “Perché così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le
> passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si
> trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in
> rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei
> giorni nuvolosi e di caligine. Le farò uscire dai popoli e le radunerò da
> tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti
> d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi abitati della regione. Le condurrò
> in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d’Israele; là si
> adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d’Israele.
> Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del
> Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella
> smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa
> e della forte; le pascerò con giustizia”.
>
> (Ez 34,11-16)
I farisei non capivano perché credevamo di vedere. I versetti precedente alla
narrazione di oggi dicono infatti questo:
> “Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero
> «Siamo forse ciechi anche noi?» Gesù disse loro «Se foste ciechi non avreste
> alcun peccato. Ora invece dite: Noi vediamo. Il vostro peccato rimane»”.
>
> (Gv 9,40-41)
Ecco perché era tutto così chiaro, anche per me, perché, come i farisei, anche
io ero convinto di vedere, di capire, di saper leggere la simbologia delle
immagini usate da Gesù. Credevo di vedere e, per questo, non capivo. Credo di
capire e per questo il peccato rimane.
Mi devo accecare per proseguire, è doloroso ma inevitabile passaggio per non
banalizzare eccessivamente questa pagina, devo sentire che c’è qualcosa tra
queste righe che io credo di vedere e che invece non vedo, devo predispormi a
cercare ciò che credo di possedere e che invece non ho. In questa sfida
paradossale, forse, abita la verità.
Cosa dovrei vedere davvero?
*
> “Si tratta invece dei falsi messia che si presentano agli uomini avanzando la
> pretesa di essere dei salvatori: quand’anche venissero dopo (cronologicamente)
> rispetto a Gesù, essi rientrerebbero nel novero degli usurpatori qui
> intravisti. Il criterio discriminante che dice dell’autenticità della missione
> è nel sottrarre per sé o nel donare, nel portare morte o nel portare vita. In
> particolare viene condannato il sacrificare: ovvero, il togliere vita nel nome
> di Dio, il servirsi delle persone per fini religiose fino ad annientarle,
> l’usare il nome di Dio e la religione per fare violenza, il togliere la
> libertà alle persone dando forma nuova agli antichi sacrifici umani”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche
> Anno A, Vita e Pensiero, 2010)
Dovei vedere i falsi messia che si sono spacciati per miei salvatori? Hanno
ragione i fratelli di Bose eppure, per me, sarebbe fin troppo facile, adesso,
guardarmi alle spalle ed elencare le persone che mi hanno tradito, o anche solo
deluso. I falsi messia che si sono presi qualcosa di me. Troppo facile andare a
rivangare i tratti dei pastori che avevo incoronato miei maestri e che poi si
sono rivelati nemici pericolosi, approfittatori. Facile ed inutile. Ancora
sterile esercizio di uno che crede di vedere e che invece non vede davvero. Chi
non riesco a riconoscere? La domanda vera, risvegliando il fariseo che è in me,
deve forse essere un’altra: perché ho chiuso deliberatamente gli occhi sulla
violenza che stavo subendo? Perché non ho voluto vedere? Perché non mi sono
voluto accorgere del male che mi stavano facendo? Perché ho chiuso gli occhi
coscientemente su invasioni che adesso mi sembrano così evidenti? Perché ho
rinunciato in modo così totale alla mia libertà? Perché in quel momento loro mi
servivano. Questo è il passaggio doloroso da ammettere. Avevo bisogno di quei
falsi messia. Li ho usati anche io. Li ho amati sinceramente e li ho seguiti
perché tra me e loro c’era un patto, magari non detto, ma c’era: loro mi
avrebbero portato dove io sarei voluto arrivare e loro avrebbero potuto fidarsi
di me. Ecco perché il giorno in cui mi sono liberato di loro hanno reagito con
violenza: perché io ho rotto il patto, in questo hanno ragione. Aprire gli occhi
sui falsi profeti è dolorosissimo perché fa emergere le nostre vergognose
debolezze.
Cristo invece ci porta dove noi non vogliamo andare, Cristo ci porta ad entrare
nella vita attraverso la porta stretta della croce, e anche questo non vogliamo
assolutamente vedere. Anche su questo non vogliamo aprire gli occhi. I veri
maestri sono crocifissi che accompagnano sulla via della croce, sono falliti al
mondo che non precludono alla nostra storia di incrociare il fallimento, sono
poveri, incompresi, sono uomini delle beatitudini, non sono belli, fanno paura.
Quello di oggi è un Vangelo pericolosissimo, scritto intingendo la penna in
inchiostro luminosissimo, così lucente da accecare chi osa esporsi alla sua
lettura.
Accettare di aver donato parte della nostra vita a mercenari è gesto di dolorosa
verità. Non siamo i puri che crediamo di essere, abbiamo usato, siamo stati
usati, in una trama di luci e ombre non così chiara da districare. L’animo umano
è complesso, il bisogno si mischia con l’amore, l’interesse si accoppia alla
paura di non trovare il nostro posto nel mondo, l’amore è infangato di egoismo e
l’egoismo, a volte, è solo un sintomo di terribile paura. È così difficile
guardare al passato e tentare di districare la matassa che spesso lasciamo
perdere, chiudiamo gli occhi, o ci limitiamo ad accusare quelli che noi crediamo
gli unici colpevoli, illudendoci di vedere!
E poi eccola la domanda che serpeggia tra le righe: oggi, adesso, quali sono i
miei maestri? I miei messia? I miei pastori? A chi ci stiamo affidando? Di chi
ci fidiamo? Chi stiamo usando, chi ci sta usando? Questa è la vera domanda. Lo
spazio che ci è dato per la nostra quotidiana conversione è l’oggi. Siamo o non
siamo sulla via della croce? Chi sale il Calvario in nostra compagnia?
Hans Schäufelein, Cristo come Buon Pastore, 1517
*
> “Il pastore fa uscire le sue pecore. Il pastore immette in un cammino di
> esodo, dunque di liberazione. Compito del pastore è educare alla libertà”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche
> Anno A, Vita e Pensiero, 2010)
La libertà. Il pastore fa uscire le sue pecore, le spinge su un cammino di
esodo, le partorisce. Eccola la risposta al profilo del pastore bello. Chiara e
terribile, lucente come una lama. Il maestro che vuole essere tale, l’uomo che
vuole essere onesto, il pastore degno di fede sa che l’amore prevede di lasciare
libero l’amato di essere ciò che è.
Siamo stati cattivi maestri quando abbiamo usato le persone per i nostri fini,
fossero stati anche nobili ed apparentemente giusti. Siamo stati mercenari
quando abbiamo imposto ad altri ruoli che non erano conformi alla loro identità
più profonda (spesso erano persone che non vedevano l’ora di indossare il
costume che gli stavamo proponendo). Ma, soprattutto, non siamo e non saremo
buoni pastori fino a quando non sapremo ucciderci, trapassarci da parte a parte,
scomparire, zittirci, per lasciare a chi amiamo di poterci tradire in santa
pace. Mi viene da scrivere che forse il discepolo che ci ha mostrato che Cristo
è stato davvero un buon pastore è stato Giuda. Senza di lui come potremmo essere
davvero sicuri che i discepoli non fossero stati plagiati e che Cristo non fosse
solo l’ennesimo maestro manipolatore e seduttivo? Il pastore davvero buono è
colui che ci libera dalla sua presenza. Colui che ci abilita al tradimento.
*
> “È detto in Giovanni che le pecorelle odono il pastore e conoscono la sua
> voce. Gli uomini, dunque conoscono la sua chiamata, e il nostro interno
> risponde. È realmente così? In realtà, io sento assai più vivamente la
> chiamata degli altri. La sua, in realtà, non la comprendo e non la seguo. Se
> così è, non basterà dunque che egli ci chiami, ma sarà necessario che ci doni
> pure l’udito per poterlo udire. In noi non vi è solamente quel profondo che
> sta in ascolto di lui, ma purtroppo anche la contraddizione che si rifiuta.
> Gli avversari con i quali egli ha da combattere non sono esclusivamente gli
> altri che ci contendono a lui, ma noi stessi che non gli consentiamo di
> entrare. Il lupo, davanti al quale il mercenario fugge, non è solo fuori, ma
> anche dentro. Il più grande nemico della nostra redenzione siamo noi stessi.
> Contro di noi ha da lottare, per noi, il buon pastore”.
>
> (R. Guardini, Il Signore. Riflessioni sulla persona e sulla vita di Gesù
> Cristo, Milano 1977; da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 14,
> Queriniana, 2009)
Ma c’è un altro rischio, ancora più subdolo rispetto all’aver dato fiducia a
falsi profeti, è quello che Romano Guardini evidenzia con tanta onestà: il
problema vero non sono gli avversari fuori di noi ma quelli che abbiamo dentro
di noi, il lupo accovacciato sulla soglia del nostro cuore, quello che boicotta
la divina chiamata, quello che si rifiuta di far entrare Cristo in noi. Siamo
noi i lupi di noi stessi, e dirlo così, con una frase ad effetto, può apparire
perfino eroico, in verità sentire nel profondo della nostra coscienza che noi
stiamo boicottando Dio, che non ci sono altri colpevoli, che noi siamo lupi di
noi stessi, che noi ci stiamo sbranando, che noi stiamo morendo nelle nostre
paure negandoci la felicità è dolorosissimo. Anche perché siamo in epoca di
alibi. Trovare la causa sembra la soluzione per tutti i nostri guai. È colpa dei
genitori, della società, della Chiesa, del consumismo, della politica, dei
poteri forti, del mondo culturale… la causa del nostro disagio pare sempre e
solo una nostra reazione (giustissima!) alle invasioni indebite del mondo.
Invece non è sempre così. Il male esiste e ci abita. E prende mille forme. Ed è
il nemico vero. Il più grande nemico contro cui abbiamo il dovere di combattere.
Questo brano evangelico che sembrava la summa della dolcezza divina, del buon
pastore che si prende cura di noi, in verità è un manuale di lotta, di militare
militanza contro il nemico. Che prima di tutto va riconosciuto. Nei miei
blocchi, nelle mie paure, nelle mille scuse che accampo per non essere conforme
a Cristo si cela il volto del lupo contro cui sono chiamato a battermi. Dargli
nome, e volto, prima di tutto. Poi il buon pastore combatterà al mio fianco. Ma
contro chi? Ecco la pericolosa cecità del fariseo, non sappiamo più nemmeno
contro chi stiamo combattendo, non vediamo più il nemico.
*
> “Dunque, perché insisto a credere, ad accettare (come posso e riesco) d’essere
> fra le ‘pecore’ che ascoltano quella voce fidano nella vita eterna senza
> neppure saperne i termini, il dove, il come e per quali trafila di nubi, soli,
> buio, ali, voci, porte, distanze? Il perché lo so e mi par giusto rivisitarlo
> nel silenzio bianco di ogni mattina: credo in Gesù Cristo, vissuto e risorto,
> perché mi fido di quanto ha lasciato detto con tale novità di idee che rendono
> secondario e marginale il pensiero di chiunque”.
>
> (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984)
Alla fine è a Cristo che bisogna tornare. Alla sua vita, alla sua morte, al
tentativo di fare esperienza della sua resurrezione. E forse, guardandoci con i
suoi occhi, passando dalla porta stretta della sua esperienza si farà chiaro
anche il profilo del nemico, del male che ci abita, del peccato all’origine
della nostra disumanizzazione.
È a Cristo che bisogna tornare, a lui che è la porta da cui passare, perché la
verità emerge solo filtrandola pazientemente nella sua esperienza. Tornare a
Cristo, non a vaghe idee di spiritualismo, non a teorie, tornare alla Parola di
Dio da amare, studiare, meditare, incarnare. Tornare alla Sacra Scrittura, alla
preghiera, alla Lectio Divina. Tornare alla Tradizione, ai Padri, ai Concili, a
quel lungo processo di confronto con l’uomo di Nazareth e alle battaglie per
illuminare i pericoli dei possibili e inevitabili fraintendimenti sulla sua
persona. Tornare con umiltà e passione. Lottare intorno alla sua figura,
nutrirsi di Lui, macerarsi di nostalgia ogni volta che ci si accorge di stare a
troppa distanza dal Maestro. Perché lui e lui solo è colui che non toglie la
vita nel nome di Dio ma che, in Dio, depone la sua per noi. Lui il pastore che
invece di servirsi delle persone si annienta fino a lavare loro i piedi, fino a
dare la vita per i nemici. Lui che non usa il nome di Dio e la religione per
fare violenza ma si immola a disarmata onnipotenza. Lui che non toglie la
libertà alle persone pretendendo sacrifici ma che diventa, lui pastore,
l’agnello immolato per sacrificare per sempre il sacrificio. Guardare a lui,
aprire gli occhi, sapendo che ci faremo male. Ma che incontreremo vera libertà.
Entrare in Lui, passare per Lui, nostra unica porta, farci battezzare cioè
morire e risorgere in Lui.
Ma anche cercare, con pazienza e attenzione il riflesso del Risorto tra le trame
della vita, cercarlo in qualcosa di apparentemente piccolo e insignificante,
cercarlo lontano dai riflettori, trovarlo dove i maestri non si accorgono di
esserlo, dove i pastori si credono solo pecorelle sperdute, dove l’umiltà è così
radicata da rendere scontata la presenza della libertà. Occorre stilare un
elenco. Pratico. Giorgio Torelli ne aveva scritto uno di elenco che mi sembra
luminoso. E semplice. E vicino. Perché questo è il paradosso del Vangelo, una
volta aperti gli occhi, misticamente, tutto si fa finalmente semplice.
> “I miei maestri sono stati i piedi scalzi dei francescani nella neve; una
> vecchia zia che morì come un Socrate del Cristianesimo convocandoci attorno al
> letto di addio per dire cose non udite dai teologi; un amico ventenne che
> rovinò dalla montagna e si segnò con la mano insanguinata prima di cominciare
> a consumarsi. E, poi, frasi sparse, il coraggio e la costanza di tanti (o
> pochi che fossero), il silenzio, le voci di dentro…”
>
> (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Cristo Pantocratore del VI secolo
L'articolo Il Buon Pastore, ovvero: della lotta contro il lupo che ho dentro
proviene da Pangea.
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli]
erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici
chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era
accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò
e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. (Lc
24,13-16)
> “Essi sono malati della sua assenza”.
>
> (Michel de Certeau, I pellegrini di Emmaus, Cittadella, 2009)
Come ci si ammala Signore della tua assenza? Come si arriva a camminare verso
Emmaus, quindi in piena fuga, tentando di mettere distanza tra noi e la tua
figura, senza riuscire però a liberarci di te? Perché in qualche storia rimani
impigliato e in altre, invece, sembri passare senza lasciare la minima traccia?
Sono gli incontri che abbiamo fatto, la disponibilità che abbiamo concesso o sei
tu, tu che eleggi qualcuno a tua preda e decreti che il suo destino è stare nei
tuoi artigli? Tu che rapini con un amore così violento da far paura, tu che
passi e cogli dei pescatori inermi trasformandoli in pesci e li trascini nella
tua rete, a dare la vita per te e con te… Tu che chiami qualcuno e non altri.
Cammino ancora, sospeso tra queste domande e la paura che un giorno possa
scoprire che il mio cuore non è più ammalato della tua assenza. Cammino e
ringrazio chi continua a costringermi a parlare di te.
I due di Emmaus discutono, conversano, ὁμιλεῖν, dice il testo, “omelie”, solo
chi è malato della tua assenza dovrebbe parlare di te? La predica non come
terapia ma come virus, parole che infettano la nostra tranquillità, lame che
riaprono ferite, che impediscono la cicatrizzazione, arpioni a riportare nei
pressi del Calvario. L’esperienza della Resurrezione chiede di tornare a
morire.
*
> “Sono troppo assorbiti da ciò che hanno perduto, per vedere il dono che hanno
> davanti. Sono troppo abitati dal volto di colui che hanno amato, per scoprirlo
> in quest’altro volto”.
Troppo assorbiti da ciò che hanno perduto. Troppo abitati da un volto che, per
amore, abbiamo delineato con eccesiva esattezza. Altra diagnosi impietosa
Signore, micidiale. Ci sono momenti nella vita di fede in cui tutto sembra
perfetto, il sogno corrisponde alla realtà e la realtà rimanda al sogno, nessun
dubbio che sia il Tuo volto quello che ci viene incontro, quello di cui
parliamo, quello che adoriamo. Certezze. Poi succede che tu ti avvicini davvero,
con altri connotati, e tutto va in frantumi. Perché non vogliamo riconoscere che
Tu sia diverso. O non ci riusciamo. In quel momento possono accadere diverse
cose, possiamo andare in frantumi anche noi, macerie tra le macerie, e non
ritrovarci più. Oppure possiamo insistere nel rimettere insieme i pezzi del tuo
ricordo andato in frantumi, strisciare come mendicanti a salvare il salvabile
perché “quello era il tuo volto” ed è impossibile che sia tutto finito. Non
parlo per astratto Signore, tu lo sai, tentazione vera è stato credere che tu
fossi presente dove io volevo metterti, che tu rispondessi ai miei progetti, e
così, cercando di ricostruire il tuo presunto volto perduto non mi accorgevo del
volto nuovo, inedito, anche scandaloso, che mi camminava accanto. Emmaus sei tu
che modifichi i tuoi connotati, Emmaus è la nostra resistenza, la paura che ci
abita, il senso di ingiustizia che ci prende quando siamo chiamati ad accettare
che Tu, per fortuna, non rispetti i confini dogmatici entro cui ti avevamo
confinato. Sempre questione di luoghi che diventano sepolcri, sempre
resurrezione in atto, Tu sei altrove, svuoti, il tuo volto è diverso e brucia
ammettere che noi, sinceramente, vorremmo che tu fossi un Dio malleabile, dolce,
arrendevole. Invece indurisci il volto e ci costringi alla Passione.
Diego Velázquez, Cena in Emmaus, 1618
*
> “«Sì veramente tu sei un Dio nascosto»: più tu ti avvicini, più tu ci
> sconvolgi; più riveli la tua grandezza scendendo al nostro fianco, più ci
> superi domandandoci un distacco da noi stessi…”
Un Dio nascosto anche quando ti riveli. Un Dio nascosto soprattutto quando ti
riveli. Un Dio pericoloso quando ti avvicini, perché avvicinandoti sconvolgi, un
Dio che superandoci chiedi un distacco da noi stessi. Un Dio misterioso e
fastidioso, come certi maestri che non si accontentano di insegnarci la vita,
come certi amori che non ci lasciano in pace, come la vita quando decide di non
lasciarsi addomesticare. Quante persone ho visto implorarti Signore (e io con
loro), ti chiedevano di essere chiaro, di dire cosa volevi dalle loro vite, ti
avrebbero obbedito ciecamente, dovevi solo essere esplicito. Comandare. Avevano,
avevamo bisogno di un ordine oggettivo da rispettare. Tu invece ti sei nascosto,
tu continui a nasconderti. Chi crede di averti afferrato, di esserti ubbidiente
alla lettera genera inferni. Tu sfuggi dalla pretesa di chi non vuole fare i
conti con la propria libertà. Emmaus è il Dio che quando si avvicina sconvolge
perché coinvolge. Emmaus è il Dio che raggiunge, affianca, supera, scompare, è
il Dio che si fa intimo e che si separa, è il Dio che chiede a noi un distacco
da noi stessi. Se tu fossi solo un ordine da eseguire, un ruolo da rispettare,
una legge da osservare non saresti vivo. E incarnato. E in noi. Tu vuoi che ci
stacchiamo da noi stessi, dall’idea granitica che ci siamo fatti di te, da ciò
che ci illudiamo di aver capito, da ciò che la gente si aspetta da noi… perché
vuoi abitarci. E la fede incarnata diventa davvero, sempre, un’altra cosa.
Emmaus è il Dio che chiede di abitarci.
*
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi
lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa,
gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è
accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che
riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti
a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo
hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi
speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono
passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle
nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo
trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di
angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla
tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i
profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella
sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte
le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse
andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il
giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e
lo diede loro. (Lc 24,17-30)
> “Egli apprende da essi ciò che sa già. Essi, raccontandosi a lui, nascono a
> loro stessi, alla loro verità davanti a lui, a ciò che egli ha già fatto in
> essi. La sua attenzione li crea e li rispetta: essi li genera alla “loro”
> esistenza, a questa via che viene da lui e che è un dialogo con lui”.
E infatti non convinci i tuoi amici, non li catechizzi: li abiti. O almeno ci
provi, ti proponi. Lasci che siano loro a parlare di te, e se prima parlavano di
ciò che era accaduto da malati della tua assenza, ora parlano di una relazione
che ha cambiato le loro storie tramutandosi in malati della tua presenza. Si
gioca tutto qui. Parlare di te solo come assente o arrivare a cercarti anche
come presente. Le due cose non si annullano, il rischio è quello di rimanere
solo nello spazio confortevole dei ricordi. Rileggere tutta la storia vissuta
ma, ancora più, tutta la storia universale riferendosi a Te, vivo, adesso.
Quello che accade è che, se tu sei respiro del nostro respiro, ogni cosa assume
una prospettiva totalmente nuova. Non è retorica, è cambio radicale di
paradigma. Emmaus è svelare la vocazione del Creato. Se ogni parola della
Scrittura si riferisce al Risorto, se ogni aspetto della vita è a Lui riferito
ecco che tutto è svelato, ogni atomo, ogni istante non è altro che inserito in
quel movimento di morte e resurrezione che Cristo ha manifestato. Emmaus è
aprire gli occhi sul movimento intimo del mondo. E quindi anche su noi stessi.
Noi siamo chiamati a morire, continuamente morire, per risorgere in Cristo, e
questo per il semplice fatto che anche noi siamo “riferiti” a Lui.
Solo così anche la prima chiamata dei discepoli non è solo uno strappo violento,
una pesca dolorosa, ma l’esplicitazione del destino che ogni vita custodisce.
Pescati per essere salvati.
Amare, questa parola così pericolosa e abusata, questo rischio e questa fonte di
incomprensione, questa malattia e questo delirio, amare non è altro che
accompagnare ogni cosa a scoprire di essere riferita a Cristo. Che ogni cosa
scorre verso di Lui, che ogni persona è chiamata a morire e risorgere in Lui.
Emmaus è una sfida, una provocazione, non si dà vero amore fuori da questa
traiettoria di salvezza. Solo in Cristo siamo davvero liberi. E questo si
spaventa. Solo chi è davvero malato di Lui può osare tanto.
*
> “Egli attende solamente la fine del nostro racconto e il termine della nostra
> storia per rivelarci chiaramente che egli è sempre stato là”.
Egli è sempre stato nella nostra vita. La Resurrezione non è qualcosa che sarà,
non è il lieto fine imposto dall’alto al fallimento della missione umana di
Gesù, l’abbiamo appena visto nel mistero della Pasqua, ma la comprensione di una
fedeltà, di un’alleanza di Dio alla nostra vita che non viene mai meno. Entrare
in questa logica cambia decisamente la nostra prospettiva sulla vita. Siamo al
mondo per incontrarlo, per fare esperienza che noi stessi non siamo nulla senza
di Lui, che fuori dalla comunione, dalla sua alleanza, semplicemente, moriamo.
Come suonano queste parole alle nostre orecchie? Sono promessa o minaccia, ci
sentiamo compresi o invasi? Viene in mente il fratello maggiore della parabola,
“tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15,31), questo dice il
padre che qualcuno definisce misericordioso e che altri sentono come invadente.
Emmaus vuole spazio e tempo e un cammino, Emmaus è lo spazio che Cristo disegna
intorno ai suoi amici perché loro possano decidere di se stessi e del loro
rapporto con Dio. La vita non è altro che il tempo e lo spazio che ci è donato
per tentare di abitare l’intimità con il Signore e per decidere, giorno dopo
giorno, se abitare l’Alleanza con lui come una Grazia o come una maledizione.
Rembrandt, Cena in Emmaus, 1629
*
> “Alla sera di questo giorno, vogliono fermare presso di loro il sole”.
I due a Emmaus, nel cuore della notte, vogliono fermare il loro sole. Perché
sentono che senza di Lui loro stessi franerebbero in una notte oscura
impossibile da attraversare. Emmaus è un legame, la nostra vita di fede dovrebbe
essere un legame, ogni nostra relazione dovrebbe riflettere la luce dell’Unico
sole. Cristo si rende indispensabile. Si propone alla loro libertà, attende di
essere implorato. È una danza, si propone, si ritira, si mostra, si nasconde, si
avvicina, si allontana… è una danza, è un rischio, è una proposta, è una
seduzione. Emmaus è il racconto di un Dio così vivo da assumere i contorni
dell’amato. È il Cantico dei Cantici. È un Dio che abita il creato per farci
innamorare di lui. È un terribile rischio, è totalmente altro rispetto alla
caricatura che ci siamo fatti di Lui, “noi speravamo che fosse lui a liberarci”,
questo dicono ancora i nostri sogni disidratati e intanto Dio spera solo che
possiamo innamorarci di lui. Che decidiamo di non liberarci mai più della sua
presenza.
*
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro
vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore
mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti
gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore
è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo
la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24,31-35)
> “Il Creatore si riconosce da ciò che crea; il Salvatore si manifesta in ciò
> che salva. Tu sei il Dio vivente”.
Apparire, sparire, restare. Vederlo nei tratti dell’uomo di Nazareth, percepirlo
in questa danza che altro non è una liturgia fatta di parole e pani spezzati,
sentirlo presente ovunque, eternamente. Sentirsi presenti a lui. A questo Dio
che è Creatore perché parla attraverso il creato, perché è colui che crea e ci
ricrea grazie alla misericordia. Dio Salvatore perché in Lui ci salviamo dalla
disperazione, dal leggere la vita che viviamo come una lenta e imperterrita
discesa verso il buio dell’oblio. Dio vivente perché abita la vita, perché la
vita tutta diventa spazio per divinizzarci. Per lasciarci trascinare in Lui. Per
Cristo, con Cristo, in Cristo. Emmaus non è altro che una splendida definitiva
salvifica liturgia.
*
> “Non avremo altro da testimoniare se non le tue opere in noi. Ci fai tu stesso
> ciò che abbiamo da dire di te, mettendo già nelle nostre vite ciò che tu
> metterai sulle nostre labbra”.
Emmaus è il racconto di una conquista amorosa, è scoprirsi svuotati, è
arrendersi a Lui. Tutto scompare perché tutto ormai parla di Lui, e in questo
Tutto anche noi, strumenti nati solo per cantare la sua presenza al mondo. Nulla
abbiamo da costruire, nulla da dimostrare, nulla da conquistare, solo da
mostrare le Sue opere in noi. Se Dio ci ha amati, se Dio ha amato anche me e
continua ad amarmi, se Lui è più grande della mia miseria allora è vero che il
nostro destino è eterno sotto il segno della Sua promessa. Emmaus è il racconto
di uomini che finalmente comprendono che il senso del nostro essere vivi è solo
quello di testimoniare le Sue opere in noi.
Alessandro Deho’
Le citazioni sono tratte da: Michel de Certeau, “I pellegrini di Emmaus”,
Cittadella, 2009”
In copertina: Caravaggio, “Cena in Emmaus”, 1601-1602
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
L'articolo Emmaus. Malati di Cristo proviene da Pangea.