“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore.
Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono
molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: ‘Vado a prepararvi un posto’? Quando
andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché
dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la
via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al
Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il
Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù:
«Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto
me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: ‘Mostraci il Padre’? Non credi che io
sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me
stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per
le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che
io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre»”.
(Gv 14, 1-12)
*
Perché ti agiti in me?
> “Perché ti rattristi, anima mia,
> perché ti agiti in me?”
>
> Salmo 43 (42)
E l’anima, triste, l’anima che in noi geme, chiede ragione di questa cosa
chiamata vita. Il credente con il Salmo 43 incastrato tra i denti implora di
poter capire: perché ti rattristi anima mia, perché ti agiti in me? Sensi di
colpa avvolgono questa domanda, non dovremmo aver già compreso, non ardeva in
noi il nostro cuore mentre il Risorto danzava in noi? Invece trema l’anima e
tremiamo noi, con lei, perché sentiamo di non avere ancora abbastanza fede,
siamo in balia dei nostri pensieri prostrati all’evidenza della morte, colei che
l’anima non riesce a chiamare “sorella”.
Perché ti rattristi anima nostra? Così ci porti in un gorgo profondo di
depressioni e incomprensioni, così ci trasformi in corpi in alto mare, tu ti
agiti e noi sentiamo il Leviatano della disperazione salire dai fondali
misteriosi ad azzannare quel che resta di noi. Se tu gemi noi siamo solo relitti
alla deriva.
Perché l’anima non ricorda, perché il memoriale della Sua presenza non ci mette
ancora al riparo del tremore e dal timore? Gridiamo dal fondo di questa pena che
ci tortura il cuore, la pena di non essere degni di essere al mondo, la sottile
drammatica tortura di aver fallito la nostra vocazione. O, peggio, che sia
davvero tutto solo qui.
L’anima trema e noi moriamo di paura.
> “Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
> lui, salvezza del mio volto e mio Dio”.
>
> Salmo 43 (42)
Dalle pagine del salmo a strappare parole di eccessiva speranza: salvezza! Sono
ordini, militare sembra la fede, spera in Dio, sussurro, spera in Dio anima mia,
solo a volte l’anima ubbidisce, e si ferma, immobile, a guardarmi, quasi
sorpresa che si possa tentare di vivere senza temerla la vita.
L’anima è fragile e vorace, è angelica e rapace, l’anima esiste e ci ha in
pugno. Se lei muore si spengono le parole per poter lodare il Salvatore ed è
come non avere più mani per afferrare corde di salvataggio. Se lei muore, se la
belva che in noi trema con fremiti selvaggi la fame di Dio dovesse lasciarci,
noi perderemmo il Suo e nostro volto, lei è la salvezza dell’identità profonda
del nostro essere qui, tra i viventi.
Non è vero che l’anima è invisibile, l’anima è il nostro volto. E, per immagine
e somiglianza, anche il Suo.
> “Non si turbi il vostro cuore! Credete in Dio, credete anche in me!”
>
> (Gv 14,1)
Ecco perché, in volto d’uomo, Cristo raccoglie il Salmo, ecco perché, anche lei,
della pagina biblica se ne nutre, a morsi, Messia affamato di noi. Lui volto,
Lui corpo, Lui come segugio in cerca delle nostre anime tremanti, Lui a
implorarci di non lascare il cuore in balia del turbamento.
Lui che lo conosce il cuore frantumato dagli eventi della vita. Anche il suo si
è rattristato, anche il suo cuore si è turbato davanti al sepolcro dell’amico
Lazzaro, e nell’orto degli ulivi, Lui e le lacrime di sangue a tingere il volto
della drammatica possibilità della paterna Assenza. Ma sempre lui, e il suo
cuore, a giurare che si può credere in Dio, sempre, anche trafitti dall’odio
umano contro il palo della croce.
Lui a giurare che si deve credere in Dio per non morire davvero. Lui a chiedere
di credere anche in Lui, così vicino, così vivo, così uomo.
Lui a chiedere di credere che tutto risorgerà, anche il cuore turbato, che la
tristezza dell’anima si trasfigurerà in luce.
Cristo è il salmo che si fa carne. Credi in me, dice. E noi a pensare a tutti
quei momenti in cui qualcuno si è chinato sulla nostra anima tremante, l’ha
presa tra le mani e non l’ha stritolata. Noi a ringraziare chi ci ha tenuto in
vita. Persone dal grande potere su di noi. Chi ama è anche colui che ci può
ammazzare.
Forse fede, fede vera, è poter dire, senza parole, anche a una persona sola,
anche solo per una volta nella vita: “credi in Dio, e credi anche in me”.
Lasciami la tua anima tremante, non la violenterò. Me ne prenderò cura. Essere
santi è essere credibili?
Un disegno di Rubens del 1616
*
Manda la tua luce
> “Manda la tua luce e la tua verità:
> siano esse a guidarmi,
> mi conducano alla tua santa montagna,
> alla tua dimora”.
>
> Salmo 43 (42)
Ci vuole coraggio a chiedere luce e verità. O bisogna essere tremendamente
disperati. Bisogna che l’anima sia incastrata pericolosamente tra le trame degli
inferi, bisogna che la notte sia così oscura da risultare impenetrabile, bisogna
che il buio ci osservi con occhi scavati di Nulla. Bisogna essere disperati per
pregare che la luce divina ci invada, perché poi lei elenca tutto di noi, tutto,
anche ciò che con maestria stiamo cercando di nascondere da una vita intera. La
luce chiama sempre verità. Per questo la luce ferisce.
Pregare che la Sua luce venga a trafiggerci non è chiedere soluzioni religiose
alle nostre crisi, non è trovare riparo e salvaguardare le apparenze, è perdere
la faccia, è trasfigurare il volto per Suo violentissimo amore. E poi finalmente
lasciarci guidare. Smettere di andare dove vogliamo noi e accettare di lasciarci
portare dove non vorremmo. Sulla santa montagna, alla sua dimora, senza
dimenticare che santa montagna è anche il Calvario e dimora è essere alla destra
o alla sinistra del Crocifisso.
> “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se no, vi avrei forse detto
> che vado a prepararvi un posto? E quando andrò a prepararvi un posto, verrò di
> nuovo e vi porterò vicino a me, di modo che dove sono io siate anche voi”.
>
> (Gv 14, 2-3)
Così Cristo cerca di preparare i suoi allo scandalo drammatico della croce. Allo
strappo che potrebbe essere definitivo: quale luce e quale verità se Dio non
parlerà mentre il figlio verrà massacrato? Quale strada, quale montagna, quale
dimora se la sua sequela si incaglierà in un viaggio al termine della notte?
Così Cristo si fa salmo, si fa luce, si fa preghiera e speranza. Si fa occhi per
il nostro sguardo smarrito: vi giuro che ci sono molti posti. E sono posti
preparati. Come il Cenacolo, una sorta di piano superiore, una noce calda di
luce nel cuore della morte.
La notte non annienta solo se è abitata da Cristo, solo grazie a lui anche
l’anima del Nicodemo che ci portiamo in cuore può smettere di tremare, perché
lui è luce accogliente nella notte. Lui è il nostro posto da abitare.
L’anima può smettere di gemere solo se sboccia in noi il coraggio di prendere
dimora in Cristo. Per Cristo, con Cristo, in Cristo.
L’anima trema e chiama e Lui, Cristo, promette di tornare, continuamente, ad
ogni nostro respiro, promette di prenderci per mano, promette di portarci in
lui. Come la chioccia con i suoi pulcini.
La luce non ci acceca solo perché Cristo ha accettato di farsi carne, di farsi
luce. Il Verbo divino non sfonda l’orecchio perché incarnato in Carità. La luce
è venuta nel mondo. A noi credere, e cedere, a noi accogliere il rischio della
nascita.
Fede, fede vera, forse non è nient’altro che scoprire che la vita è il travaglio
in vista del parto definitivo.
*
I sentieri di Dio
> “Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
> insegnami i tuoi sentieri”.
>
> Salmo 25
Quale rischio implorare di conoscere i sentieri del Signore! Le sue vie non sono
le nostre vie. Eppure riuscire a sentire la certezza che nessun altro sentiero è
davvero praticabile dopo che abbiamo incontrato lui. Non riuscire a incamminarci
altrove. Prigionieri della sua presenza.
> «E del luogo dove vado, voi conoscete la via». Gli dice Tommaso: «Signore, noi
> non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli dice Gesù «Sono
> io la via e la verità e la vita: nessuno viene al Padre se non attraverso di
> me».
>
> (Gv 14, 4-6)
Così Cristo diventa salmo, diventa preghiera, diventa la Via. Conoscere le vie
del Signore sarà quindi conoscere il Cristo, e non sarà importante il dove, non
il luogo, nulla degli accadimenti della vita sarà più in grado di annientare di
paura la nostra anima perché Lui sarà in ogni evento, Lui è già incarnato in
ogni evento! Lui la Via e Lui il Viandante, Lui la fonte e Lui il culmine, Lui
la sistole e la diastole. Lui il nostro tutto.
Lui la vita. Tutta la vita, tutto della vita. Non c’è nulla di vivo che non sia
occasione qui e ora, occasione per attraversare le apparenze e franare in Lui.
Siamo destinati ad essere deposti nel sacro cuore. Attraverso la vita arrivare a
essere in Cristo, a dimorare in Lui, attraverso la gioia, il dolore, la
malattia, l’amore, la morte, ogni cosa è pertugio d’attraversare per scoprirci
in Lui. E attraverso di Lui, Cristo, scoprirci nell’Eterno. La fede come una
disciplina d’attraversamenti e di consegne.
*
Sete
> “L’anima mia ha sete di Dio,
> del Dio vivente:
> quando verrò e vedrò
> il volto di Dio?”
>
> Salmo 42 (41)
L’anima trema, l’anima geme, l’anima è assetata. Avere sete di Dio, una
benedizione e una tortura, una diagnosi. Una condanna. Avere sete di un incontro
che sfugge sempre, implorare colui che a volte sembra solo un miraggio. A volte
credere non per esperienza, non per incontro mistico ma solo ed esclusivamente
per tormento di mancanza. Credere solo in virtù della sua bruciante assenza.
Essere educati dal vuoto.
E la domanda: quando vedrò il suo volto? Vederlo e finalmente morire, vederlo e
finalmente estinguere la sete e quel tormento che fa amare ogni cosa della vita
ma, insieme, la relativizza. Perché l’anima sarà dissetata solo nel Suo
sguardo.
> “«Se voi foste arrivati a conoscermi, conoscereste anche il Padre. Ma da ora,
> voi cominciate a conoscerlo e lo vedete». Gli dice Filippo: «Signore, mostraci
> il Padre e ci basta». Gesù gli dice: «Ecco, sono con voi da così tanto tempo e
> non sei ancora arrivato a conoscermi, Filippo! Chi vede me vede il Padre. Come
> puoi dire «Mostraci il Padre?»”.
>
> (Gv 14, 7-9)
Cristo, siamo fatti per il Padre. Cristo lo sa, senza il Padre moriamo. Ecco
allora che il Figlio si mostra, e nel Figlio il Padre: Chi vede me vede Lui.
Miracolo vero è mostrare che la vita è già deposta nella pupilla di Dio.
Chi vede lui vede il Padre. E forse anche Filippo comprenderà che non basta
vedere Dio, occorre fargli spazio, dargli carne, per farne esperienza davvero.
Occorre venire alla luce, diventare via, fare verità, lasciarlo vivere in noi.
Non basta che qualcuno ci mostri il Padre occorre che il Padre si mostri al
mondo attraverso di noi. Attraversati dal Mistero, noi luoghi della sua
incarnazione.
*
Almeno credete
> “Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che vi ho detto
> non le dico da me stesso; al contrario, è il Padre che, rimanendo in me,
> compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me. Almeno
> credete a causa di queste opere. Amen, amen, ve lo dico: Chi crede in me farà
> anche lui le opere che io faccio e ne farà anche di più grandi, perché io vado
> al Padre”.
>
> (Gv 14, 10-11)
È tutto enorme. È una luce che sembra poterci accecare. Così l’anima rischia di
tremare ancora, ma per eccesso d’amore. Allora Cristo si avvicina. Credetemi,
sussurra, credetemi, implora. Credete almeno alle mie opere. Che tenerezza la
pazienza di Dio. Avvicina l’Infinito, lo depone nelle opere dell’uomo. E poi si
ritira. Saranno le opere a svelarlo. Le opere d’amore che è concesso mettere al
mondo anche a noi. Nel nostro operare il mistero di un Dio presente nelle nostre
carni.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Peter Paul Rubens, “Ecce Homo”, prima del 1612
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In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel
recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un
brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli
apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per
nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina
davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo
invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce
degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava
loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la
porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e
briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra
attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non
viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano
la vita e l’abbiano in abbondanza». (Gv 10, 1-10)
Sembra tutto così chiaro! Il recinto, la porta, e il pastore buono, e bello:
Gesù! Sembra tutto così limpido! Noi le pecore attorniate dai cattivi maestri,
ladri e briganti della nostra felicità, e Lui il pastore che ci porta in salvo.
Sembra tutto così lineare! Cristo buon pastore che cammina e noi dietro, a farci
condurre fuori, dove vuole lui, è il dono della fede no? La nostra
personalissima e comunitaria traiettoria verso la verità. Seguire lui, la sua
voce, il suo vangelo e rifiutare gli estranei. Eppure “essi non capirono di che
cosa parlava loro”. Perché non lo capivano i farisei? Perché nemmeno loro, i
contemporanei di Gesù, loro che i pastori li conoscevano bene ma che,
soprattutto, avranno subito collegato le sue parole al profeta Ezechiele, non lo
capivano?
> “Perché così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le
> passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si
> trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in
> rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei
> giorni nuvolosi e di caligine. Le farò uscire dai popoli e le radunerò da
> tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti
> d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi abitati della regione. Le condurrò
> in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d’Israele; là si
> adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d’Israele.
> Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del
> Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella
> smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa
> e della forte; le pascerò con giustizia”.
>
> (Ez 34,11-16)
I farisei non capivano perché credevamo di vedere. I versetti precedente alla
narrazione di oggi dicono infatti questo:
> “Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero
> «Siamo forse ciechi anche noi?» Gesù disse loro «Se foste ciechi non avreste
> alcun peccato. Ora invece dite: Noi vediamo. Il vostro peccato rimane»”.
>
> (Gv 9,40-41)
Ecco perché era tutto così chiaro, anche per me, perché, come i farisei, anche
io ero convinto di vedere, di capire, di saper leggere la simbologia delle
immagini usate da Gesù. Credevo di vedere e, per questo, non capivo. Credo di
capire e per questo il peccato rimane.
Mi devo accecare per proseguire, è doloroso ma inevitabile passaggio per non
banalizzare eccessivamente questa pagina, devo sentire che c’è qualcosa tra
queste righe che io credo di vedere e che invece non vedo, devo predispormi a
cercare ciò che credo di possedere e che invece non ho. In questa sfida
paradossale, forse, abita la verità.
Cosa dovrei vedere davvero?
*
> “Si tratta invece dei falsi messia che si presentano agli uomini avanzando la
> pretesa di essere dei salvatori: quand’anche venissero dopo (cronologicamente)
> rispetto a Gesù, essi rientrerebbero nel novero degli usurpatori qui
> intravisti. Il criterio discriminante che dice dell’autenticità della missione
> è nel sottrarre per sé o nel donare, nel portare morte o nel portare vita. In
> particolare viene condannato il sacrificare: ovvero, il togliere vita nel nome
> di Dio, il servirsi delle persone per fini religiose fino ad annientarle,
> l’usare il nome di Dio e la religione per fare violenza, il togliere la
> libertà alle persone dando forma nuova agli antichi sacrifici umani”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche
> Anno A, Vita e Pensiero, 2010)
Dovei vedere i falsi messia che si sono spacciati per miei salvatori? Hanno
ragione i fratelli di Bose eppure, per me, sarebbe fin troppo facile, adesso,
guardarmi alle spalle ed elencare le persone che mi hanno tradito, o anche solo
deluso. I falsi messia che si sono presi qualcosa di me. Troppo facile andare a
rivangare i tratti dei pastori che avevo incoronato miei maestri e che poi si
sono rivelati nemici pericolosi, approfittatori. Facile ed inutile. Ancora
sterile esercizio di uno che crede di vedere e che invece non vede davvero. Chi
non riesco a riconoscere? La domanda vera, risvegliando il fariseo che è in me,
deve forse essere un’altra: perché ho chiuso deliberatamente gli occhi sulla
violenza che stavo subendo? Perché non ho voluto vedere? Perché non mi sono
voluto accorgere del male che mi stavano facendo? Perché ho chiuso gli occhi
coscientemente su invasioni che adesso mi sembrano così evidenti? Perché ho
rinunciato in modo così totale alla mia libertà? Perché in quel momento loro mi
servivano. Questo è il passaggio doloroso da ammettere. Avevo bisogno di quei
falsi messia. Li ho usati anche io. Li ho amati sinceramente e li ho seguiti
perché tra me e loro c’era un patto, magari non detto, ma c’era: loro mi
avrebbero portato dove io sarei voluto arrivare e loro avrebbero potuto fidarsi
di me. Ecco perché il giorno in cui mi sono liberato di loro hanno reagito con
violenza: perché io ho rotto il patto, in questo hanno ragione. Aprire gli occhi
sui falsi profeti è dolorosissimo perché fa emergere le nostre vergognose
debolezze.
Cristo invece ci porta dove noi non vogliamo andare, Cristo ci porta ad entrare
nella vita attraverso la porta stretta della croce, e anche questo non vogliamo
assolutamente vedere. Anche su questo non vogliamo aprire gli occhi. I veri
maestri sono crocifissi che accompagnano sulla via della croce, sono falliti al
mondo che non precludono alla nostra storia di incrociare il fallimento, sono
poveri, incompresi, sono uomini delle beatitudini, non sono belli, fanno paura.
Quello di oggi è un Vangelo pericolosissimo, scritto intingendo la penna in
inchiostro luminosissimo, così lucente da accecare chi osa esporsi alla sua
lettura.
Accettare di aver donato parte della nostra vita a mercenari è gesto di dolorosa
verità. Non siamo i puri che crediamo di essere, abbiamo usato, siamo stati
usati, in una trama di luci e ombre non così chiara da districare. L’animo umano
è complesso, il bisogno si mischia con l’amore, l’interesse si accoppia alla
paura di non trovare il nostro posto nel mondo, l’amore è infangato di egoismo e
l’egoismo, a volte, è solo un sintomo di terribile paura. È così difficile
guardare al passato e tentare di districare la matassa che spesso lasciamo
perdere, chiudiamo gli occhi, o ci limitiamo ad accusare quelli che noi crediamo
gli unici colpevoli, illudendoci di vedere!
E poi eccola la domanda che serpeggia tra le righe: oggi, adesso, quali sono i
miei maestri? I miei messia? I miei pastori? A chi ci stiamo affidando? Di chi
ci fidiamo? Chi stiamo usando, chi ci sta usando? Questa è la vera domanda. Lo
spazio che ci è dato per la nostra quotidiana conversione è l’oggi. Siamo o non
siamo sulla via della croce? Chi sale il Calvario in nostra compagnia?
Hans Schäufelein, Cristo come Buon Pastore, 1517
*
> “Il pastore fa uscire le sue pecore. Il pastore immette in un cammino di
> esodo, dunque di liberazione. Compito del pastore è educare alla libertà”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche
> Anno A, Vita e Pensiero, 2010)
La libertà. Il pastore fa uscire le sue pecore, le spinge su un cammino di
esodo, le partorisce. Eccola la risposta al profilo del pastore bello. Chiara e
terribile, lucente come una lama. Il maestro che vuole essere tale, l’uomo che
vuole essere onesto, il pastore degno di fede sa che l’amore prevede di lasciare
libero l’amato di essere ciò che è.
Siamo stati cattivi maestri quando abbiamo usato le persone per i nostri fini,
fossero stati anche nobili ed apparentemente giusti. Siamo stati mercenari
quando abbiamo imposto ad altri ruoli che non erano conformi alla loro identità
più profonda (spesso erano persone che non vedevano l’ora di indossare il
costume che gli stavamo proponendo). Ma, soprattutto, non siamo e non saremo
buoni pastori fino a quando non sapremo ucciderci, trapassarci da parte a parte,
scomparire, zittirci, per lasciare a chi amiamo di poterci tradire in santa
pace. Mi viene da scrivere che forse il discepolo che ci ha mostrato che Cristo
è stato davvero un buon pastore è stato Giuda. Senza di lui come potremmo essere
davvero sicuri che i discepoli non fossero stati plagiati e che Cristo non fosse
solo l’ennesimo maestro manipolatore e seduttivo? Il pastore davvero buono è
colui che ci libera dalla sua presenza. Colui che ci abilita al tradimento.
*
> “È detto in Giovanni che le pecorelle odono il pastore e conoscono la sua
> voce. Gli uomini, dunque conoscono la sua chiamata, e il nostro interno
> risponde. È realmente così? In realtà, io sento assai più vivamente la
> chiamata degli altri. La sua, in realtà, non la comprendo e non la seguo. Se
> così è, non basterà dunque che egli ci chiami, ma sarà necessario che ci doni
> pure l’udito per poterlo udire. In noi non vi è solamente quel profondo che
> sta in ascolto di lui, ma purtroppo anche la contraddizione che si rifiuta.
> Gli avversari con i quali egli ha da combattere non sono esclusivamente gli
> altri che ci contendono a lui, ma noi stessi che non gli consentiamo di
> entrare. Il lupo, davanti al quale il mercenario fugge, non è solo fuori, ma
> anche dentro. Il più grande nemico della nostra redenzione siamo noi stessi.
> Contro di noi ha da lottare, per noi, il buon pastore”.
>
> (R. Guardini, Il Signore. Riflessioni sulla persona e sulla vita di Gesù
> Cristo, Milano 1977; da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 14,
> Queriniana, 2009)
Ma c’è un altro rischio, ancora più subdolo rispetto all’aver dato fiducia a
falsi profeti, è quello che Romano Guardini evidenzia con tanta onestà: il
problema vero non sono gli avversari fuori di noi ma quelli che abbiamo dentro
di noi, il lupo accovacciato sulla soglia del nostro cuore, quello che boicotta
la divina chiamata, quello che si rifiuta di far entrare Cristo in noi. Siamo
noi i lupi di noi stessi, e dirlo così, con una frase ad effetto, può apparire
perfino eroico, in verità sentire nel profondo della nostra coscienza che noi
stiamo boicottando Dio, che non ci sono altri colpevoli, che noi siamo lupi di
noi stessi, che noi ci stiamo sbranando, che noi stiamo morendo nelle nostre
paure negandoci la felicità è dolorosissimo. Anche perché siamo in epoca di
alibi. Trovare la causa sembra la soluzione per tutti i nostri guai. È colpa dei
genitori, della società, della Chiesa, del consumismo, della politica, dei
poteri forti, del mondo culturale… la causa del nostro disagio pare sempre e
solo una nostra reazione (giustissima!) alle invasioni indebite del mondo.
Invece non è sempre così. Il male esiste e ci abita. E prende mille forme. Ed è
il nemico vero. Il più grande nemico contro cui abbiamo il dovere di combattere.
Questo brano evangelico che sembrava la summa della dolcezza divina, del buon
pastore che si prende cura di noi, in verità è un manuale di lotta, di militare
militanza contro il nemico. Che prima di tutto va riconosciuto. Nei miei
blocchi, nelle mie paure, nelle mille scuse che accampo per non essere conforme
a Cristo si cela il volto del lupo contro cui sono chiamato a battermi. Dargli
nome, e volto, prima di tutto. Poi il buon pastore combatterà al mio fianco. Ma
contro chi? Ecco la pericolosa cecità del fariseo, non sappiamo più nemmeno
contro chi stiamo combattendo, non vediamo più il nemico.
*
> “Dunque, perché insisto a credere, ad accettare (come posso e riesco) d’essere
> fra le ‘pecore’ che ascoltano quella voce fidano nella vita eterna senza
> neppure saperne i termini, il dove, il come e per quali trafila di nubi, soli,
> buio, ali, voci, porte, distanze? Il perché lo so e mi par giusto rivisitarlo
> nel silenzio bianco di ogni mattina: credo in Gesù Cristo, vissuto e risorto,
> perché mi fido di quanto ha lasciato detto con tale novità di idee che rendono
> secondario e marginale il pensiero di chiunque”.
>
> (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984)
Alla fine è a Cristo che bisogna tornare. Alla sua vita, alla sua morte, al
tentativo di fare esperienza della sua resurrezione. E forse, guardandoci con i
suoi occhi, passando dalla porta stretta della sua esperienza si farà chiaro
anche il profilo del nemico, del male che ci abita, del peccato all’origine
della nostra disumanizzazione.
È a Cristo che bisogna tornare, a lui che è la porta da cui passare, perché la
verità emerge solo filtrandola pazientemente nella sua esperienza. Tornare a
Cristo, non a vaghe idee di spiritualismo, non a teorie, tornare alla Parola di
Dio da amare, studiare, meditare, incarnare. Tornare alla Sacra Scrittura, alla
preghiera, alla Lectio Divina. Tornare alla Tradizione, ai Padri, ai Concili, a
quel lungo processo di confronto con l’uomo di Nazareth e alle battaglie per
illuminare i pericoli dei possibili e inevitabili fraintendimenti sulla sua
persona. Tornare con umiltà e passione. Lottare intorno alla sua figura,
nutrirsi di Lui, macerarsi di nostalgia ogni volta che ci si accorge di stare a
troppa distanza dal Maestro. Perché lui e lui solo è colui che non toglie la
vita nel nome di Dio ma che, in Dio, depone la sua per noi. Lui il pastore che
invece di servirsi delle persone si annienta fino a lavare loro i piedi, fino a
dare la vita per i nemici. Lui che non usa il nome di Dio e la religione per
fare violenza ma si immola a disarmata onnipotenza. Lui che non toglie la
libertà alle persone pretendendo sacrifici ma che diventa, lui pastore,
l’agnello immolato per sacrificare per sempre il sacrificio. Guardare a lui,
aprire gli occhi, sapendo che ci faremo male. Ma che incontreremo vera libertà.
Entrare in Lui, passare per Lui, nostra unica porta, farci battezzare cioè
morire e risorgere in Lui.
Ma anche cercare, con pazienza e attenzione il riflesso del Risorto tra le trame
della vita, cercarlo in qualcosa di apparentemente piccolo e insignificante,
cercarlo lontano dai riflettori, trovarlo dove i maestri non si accorgono di
esserlo, dove i pastori si credono solo pecorelle sperdute, dove l’umiltà è così
radicata da rendere scontata la presenza della libertà. Occorre stilare un
elenco. Pratico. Giorgio Torelli ne aveva scritto uno di elenco che mi sembra
luminoso. E semplice. E vicino. Perché questo è il paradosso del Vangelo, una
volta aperti gli occhi, misticamente, tutto si fa finalmente semplice.
> “I miei maestri sono stati i piedi scalzi dei francescani nella neve; una
> vecchia zia che morì come un Socrate del Cristianesimo convocandoci attorno al
> letto di addio per dire cose non udite dai teologi; un amico ventenne che
> rovinò dalla montagna e si segnò con la mano insanguinata prima di cominciare
> a consumarsi. E, poi, frasi sparse, il coraggio e la costanza di tanti (o
> pochi che fossero), il silenzio, le voci di dentro…”
>
> (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Cristo Pantocratore del VI secolo
L'articolo Il Buon Pastore, ovvero: della lotta contro il lupo che ho dentro
proviene da Pangea.
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli]
erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici
chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era
accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò
e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. (Lc
24,13-16)
> “Essi sono malati della sua assenza”.
>
> (Michel de Certeau, I pellegrini di Emmaus, Cittadella, 2009)
Come ci si ammala Signore della tua assenza? Come si arriva a camminare verso
Emmaus, quindi in piena fuga, tentando di mettere distanza tra noi e la tua
figura, senza riuscire però a liberarci di te? Perché in qualche storia rimani
impigliato e in altre, invece, sembri passare senza lasciare la minima traccia?
Sono gli incontri che abbiamo fatto, la disponibilità che abbiamo concesso o sei
tu, tu che eleggi qualcuno a tua preda e decreti che il suo destino è stare nei
tuoi artigli? Tu che rapini con un amore così violento da far paura, tu che
passi e cogli dei pescatori inermi trasformandoli in pesci e li trascini nella
tua rete, a dare la vita per te e con te… Tu che chiami qualcuno e non altri.
Cammino ancora, sospeso tra queste domande e la paura che un giorno possa
scoprire che il mio cuore non è più ammalato della tua assenza. Cammino e
ringrazio chi continua a costringermi a parlare di te.
I due di Emmaus discutono, conversano, ὁμιλεῖν, dice il testo, “omelie”, solo
chi è malato della tua assenza dovrebbe parlare di te? La predica non come
terapia ma come virus, parole che infettano la nostra tranquillità, lame che
riaprono ferite, che impediscono la cicatrizzazione, arpioni a riportare nei
pressi del Calvario. L’esperienza della Resurrezione chiede di tornare a
morire.
*
> “Sono troppo assorbiti da ciò che hanno perduto, per vedere il dono che hanno
> davanti. Sono troppo abitati dal volto di colui che hanno amato, per scoprirlo
> in quest’altro volto”.
Troppo assorbiti da ciò che hanno perduto. Troppo abitati da un volto che, per
amore, abbiamo delineato con eccesiva esattezza. Altra diagnosi impietosa
Signore, micidiale. Ci sono momenti nella vita di fede in cui tutto sembra
perfetto, il sogno corrisponde alla realtà e la realtà rimanda al sogno, nessun
dubbio che sia il Tuo volto quello che ci viene incontro, quello di cui
parliamo, quello che adoriamo. Certezze. Poi succede che tu ti avvicini davvero,
con altri connotati, e tutto va in frantumi. Perché non vogliamo riconoscere che
Tu sia diverso. O non ci riusciamo. In quel momento possono accadere diverse
cose, possiamo andare in frantumi anche noi, macerie tra le macerie, e non
ritrovarci più. Oppure possiamo insistere nel rimettere insieme i pezzi del tuo
ricordo andato in frantumi, strisciare come mendicanti a salvare il salvabile
perché “quello era il tuo volto” ed è impossibile che sia tutto finito. Non
parlo per astratto Signore, tu lo sai, tentazione vera è stato credere che tu
fossi presente dove io volevo metterti, che tu rispondessi ai miei progetti, e
così, cercando di ricostruire il tuo presunto volto perduto non mi accorgevo del
volto nuovo, inedito, anche scandaloso, che mi camminava accanto. Emmaus sei tu
che modifichi i tuoi connotati, Emmaus è la nostra resistenza, la paura che ci
abita, il senso di ingiustizia che ci prende quando siamo chiamati ad accettare
che Tu, per fortuna, non rispetti i confini dogmatici entro cui ti avevamo
confinato. Sempre questione di luoghi che diventano sepolcri, sempre
resurrezione in atto, Tu sei altrove, svuoti, il tuo volto è diverso e brucia
ammettere che noi, sinceramente, vorremmo che tu fossi un Dio malleabile, dolce,
arrendevole. Invece indurisci il volto e ci costringi alla Passione.
Diego Velázquez, Cena in Emmaus, 1618
*
> “«Sì veramente tu sei un Dio nascosto»: più tu ti avvicini, più tu ci
> sconvolgi; più riveli la tua grandezza scendendo al nostro fianco, più ci
> superi domandandoci un distacco da noi stessi…”
Un Dio nascosto anche quando ti riveli. Un Dio nascosto soprattutto quando ti
riveli. Un Dio pericoloso quando ti avvicini, perché avvicinandoti sconvolgi, un
Dio che superandoci chiedi un distacco da noi stessi. Un Dio misterioso e
fastidioso, come certi maestri che non si accontentano di insegnarci la vita,
come certi amori che non ci lasciano in pace, come la vita quando decide di non
lasciarsi addomesticare. Quante persone ho visto implorarti Signore (e io con
loro), ti chiedevano di essere chiaro, di dire cosa volevi dalle loro vite, ti
avrebbero obbedito ciecamente, dovevi solo essere esplicito. Comandare. Avevano,
avevamo bisogno di un ordine oggettivo da rispettare. Tu invece ti sei nascosto,
tu continui a nasconderti. Chi crede di averti afferrato, di esserti ubbidiente
alla lettera genera inferni. Tu sfuggi dalla pretesa di chi non vuole fare i
conti con la propria libertà. Emmaus è il Dio che quando si avvicina sconvolge
perché coinvolge. Emmaus è il Dio che raggiunge, affianca, supera, scompare, è
il Dio che si fa intimo e che si separa, è il Dio che chiede a noi un distacco
da noi stessi. Se tu fossi solo un ordine da eseguire, un ruolo da rispettare,
una legge da osservare non saresti vivo. E incarnato. E in noi. Tu vuoi che ci
stacchiamo da noi stessi, dall’idea granitica che ci siamo fatti di te, da ciò
che ci illudiamo di aver capito, da ciò che la gente si aspetta da noi… perché
vuoi abitarci. E la fede incarnata diventa davvero, sempre, un’altra cosa.
Emmaus è il Dio che chiede di abitarci.
*
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi
lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa,
gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è
accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che
riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti
a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo
hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi
speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono
passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle
nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo
trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di
angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla
tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i
profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella
sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte
le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse
andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il
giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e
lo diede loro. (Lc 24,17-30)
> “Egli apprende da essi ciò che sa già. Essi, raccontandosi a lui, nascono a
> loro stessi, alla loro verità davanti a lui, a ciò che egli ha già fatto in
> essi. La sua attenzione li crea e li rispetta: essi li genera alla “loro”
> esistenza, a questa via che viene da lui e che è un dialogo con lui”.
E infatti non convinci i tuoi amici, non li catechizzi: li abiti. O almeno ci
provi, ti proponi. Lasci che siano loro a parlare di te, e se prima parlavano di
ciò che era accaduto da malati della tua assenza, ora parlano di una relazione
che ha cambiato le loro storie tramutandosi in malati della tua presenza. Si
gioca tutto qui. Parlare di te solo come assente o arrivare a cercarti anche
come presente. Le due cose non si annullano, il rischio è quello di rimanere
solo nello spazio confortevole dei ricordi. Rileggere tutta la storia vissuta
ma, ancora più, tutta la storia universale riferendosi a Te, vivo, adesso.
Quello che accade è che, se tu sei respiro del nostro respiro, ogni cosa assume
una prospettiva totalmente nuova. Non è retorica, è cambio radicale di
paradigma. Emmaus è svelare la vocazione del Creato. Se ogni parola della
Scrittura si riferisce al Risorto, se ogni aspetto della vita è a Lui riferito
ecco che tutto è svelato, ogni atomo, ogni istante non è altro che inserito in
quel movimento di morte e resurrezione che Cristo ha manifestato. Emmaus è
aprire gli occhi sul movimento intimo del mondo. E quindi anche su noi stessi.
Noi siamo chiamati a morire, continuamente morire, per risorgere in Cristo, e
questo per il semplice fatto che anche noi siamo “riferiti” a Lui.
Solo così anche la prima chiamata dei discepoli non è solo uno strappo violento,
una pesca dolorosa, ma l’esplicitazione del destino che ogni vita custodisce.
Pescati per essere salvati.
Amare, questa parola così pericolosa e abusata, questo rischio e questa fonte di
incomprensione, questa malattia e questo delirio, amare non è altro che
accompagnare ogni cosa a scoprire di essere riferita a Cristo. Che ogni cosa
scorre verso di Lui, che ogni persona è chiamata a morire e risorgere in Lui.
Emmaus è una sfida, una provocazione, non si dà vero amore fuori da questa
traiettoria di salvezza. Solo in Cristo siamo davvero liberi. E questo si
spaventa. Solo chi è davvero malato di Lui può osare tanto.
*
> “Egli attende solamente la fine del nostro racconto e il termine della nostra
> storia per rivelarci chiaramente che egli è sempre stato là”.
Egli è sempre stato nella nostra vita. La Resurrezione non è qualcosa che sarà,
non è il lieto fine imposto dall’alto al fallimento della missione umana di
Gesù, l’abbiamo appena visto nel mistero della Pasqua, ma la comprensione di una
fedeltà, di un’alleanza di Dio alla nostra vita che non viene mai meno. Entrare
in questa logica cambia decisamente la nostra prospettiva sulla vita. Siamo al
mondo per incontrarlo, per fare esperienza che noi stessi non siamo nulla senza
di Lui, che fuori dalla comunione, dalla sua alleanza, semplicemente, moriamo.
Come suonano queste parole alle nostre orecchie? Sono promessa o minaccia, ci
sentiamo compresi o invasi? Viene in mente il fratello maggiore della parabola,
“tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15,31), questo dice il
padre che qualcuno definisce misericordioso e che altri sentono come invadente.
Emmaus vuole spazio e tempo e un cammino, Emmaus è lo spazio che Cristo disegna
intorno ai suoi amici perché loro possano decidere di se stessi e del loro
rapporto con Dio. La vita non è altro che il tempo e lo spazio che ci è donato
per tentare di abitare l’intimità con il Signore e per decidere, giorno dopo
giorno, se abitare l’Alleanza con lui come una Grazia o come una maledizione.
Rembrandt, Cena in Emmaus, 1629
*
> “Alla sera di questo giorno, vogliono fermare presso di loro il sole”.
I due a Emmaus, nel cuore della notte, vogliono fermare il loro sole. Perché
sentono che senza di Lui loro stessi franerebbero in una notte oscura
impossibile da attraversare. Emmaus è un legame, la nostra vita di fede dovrebbe
essere un legame, ogni nostra relazione dovrebbe riflettere la luce dell’Unico
sole. Cristo si rende indispensabile. Si propone alla loro libertà, attende di
essere implorato. È una danza, si propone, si ritira, si mostra, si nasconde, si
avvicina, si allontana… è una danza, è un rischio, è una proposta, è una
seduzione. Emmaus è il racconto di un Dio così vivo da assumere i contorni
dell’amato. È il Cantico dei Cantici. È un Dio che abita il creato per farci
innamorare di lui. È un terribile rischio, è totalmente altro rispetto alla
caricatura che ci siamo fatti di Lui, “noi speravamo che fosse lui a liberarci”,
questo dicono ancora i nostri sogni disidratati e intanto Dio spera solo che
possiamo innamorarci di lui. Che decidiamo di non liberarci mai più della sua
presenza.
*
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro
vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore
mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti
gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore
è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo
la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24,31-35)
> “Il Creatore si riconosce da ciò che crea; il Salvatore si manifesta in ciò
> che salva. Tu sei il Dio vivente”.
Apparire, sparire, restare. Vederlo nei tratti dell’uomo di Nazareth, percepirlo
in questa danza che altro non è una liturgia fatta di parole e pani spezzati,
sentirlo presente ovunque, eternamente. Sentirsi presenti a lui. A questo Dio
che è Creatore perché parla attraverso il creato, perché è colui che crea e ci
ricrea grazie alla misericordia. Dio Salvatore perché in Lui ci salviamo dalla
disperazione, dal leggere la vita che viviamo come una lenta e imperterrita
discesa verso il buio dell’oblio. Dio vivente perché abita la vita, perché la
vita tutta diventa spazio per divinizzarci. Per lasciarci trascinare in Lui. Per
Cristo, con Cristo, in Cristo. Emmaus non è altro che una splendida definitiva
salvifica liturgia.
*
> “Non avremo altro da testimoniare se non le tue opere in noi. Ci fai tu stesso
> ciò che abbiamo da dire di te, mettendo già nelle nostre vite ciò che tu
> metterai sulle nostre labbra”.
Emmaus è il racconto di una conquista amorosa, è scoprirsi svuotati, è
arrendersi a Lui. Tutto scompare perché tutto ormai parla di Lui, e in questo
Tutto anche noi, strumenti nati solo per cantare la sua presenza al mondo. Nulla
abbiamo da costruire, nulla da dimostrare, nulla da conquistare, solo da
mostrare le Sue opere in noi. Se Dio ci ha amati, se Dio ha amato anche me e
continua ad amarmi, se Lui è più grande della mia miseria allora è vero che il
nostro destino è eterno sotto il segno della Sua promessa. Emmaus è il racconto
di uomini che finalmente comprendono che il senso del nostro essere vivi è solo
quello di testimoniare le Sue opere in noi.
Alessandro Deho’
Le citazioni sono tratte da: Michel de Certeau, “I pellegrini di Emmaus”,
Cittadella, 2009”
In copertina: Caravaggio, “Cena in Emmaus”, 1601-1602
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
L'articolo Emmaus. Malati di Cristo proviene da Pangea.
Nell’intervista in cui annunciava, tra l’altro, la presenza della Federazione
Russa alla prossima Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco citava un libro
di René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi. Chi è interessato
lo trova in catalogo Adelphi. Ci torneremo dopo. Il seguito – segno dei tempi –
è stato una sequela di chiacchiere, una cagnara, a tratti blasfema, per lo più
iniqua. La Fondazione “La Biennale di Venezia”, infatti, è un ente autonomo che
– così si legge nel Codice etico di cui si fregia – ha “lo scopo di promuovere a
livello nazionale ed internazionale lo studio, la ricerca e la documentazione,
nel campo delle arti contemporanee… assicurando la piena libertà di idee e di
forme espressive”. L’epigrafe che inaugura la Biennale Arte 2026 ribadisce il
tema: “La Biennale di Venezia esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura
della cultura e dell’arte”.
La cosa – è ovvio – può dar fastidio, può far discutere. Ogni scelta impone un
discrimine, il frainteso avvelena perfino la parola fraternità; pace, ormai, è
sinonimo di guerra. Voglio dire: le scelte singolari di un ente autonomo – tra i
più prestigiosi al mondo – possono (e a volte: devono) farci indignare,
incavolare, saltare sulla sedia. Possono – e devono – essere messe in
discussione: la cultura non è un museo delle cere ma un incendio. Alla prossima
Biennale, ad esempio, prenderanno sede, tra le cento nazioni accolte, Arabia
Saudita, Repubblica Popolare Cinese, Iran, Qatar, Somalia. Ci sono anche gli
Stati Uniti e Israele. Il padiglione russo esiste dal 1914, lo ha creato Aleksej
Ščusev: insignito per quattro volte del “Premio Stalin”, ha partecipato alla
costruzione dell’immane mausoleo di Lenin. Il padiglione del Venezuela – paese
che non parteciperà alla prossima Biennale – è stato disegnato da Carlo Scarpa
nel 1953.
Lo Stato Italiano, come si sa, è impegnato, pur tangenzialmente, profondamente
nella Fondazione “La Biennale di Venezia”: nomina i consiglieri di
amministrazione – compreso il Presidente –, decreta un importante impegno
economico. Il tutto, a garanzia dell’autonomia dell’ente; non per fini di
controllo. Ciò di cui si discute in questi giorni entra allora nell’aura del
ricatto, non già della cultura: che l’Unione Europea decida di revocare i fondi
destinati alla Biennale testimonia che l’arte va bene purché sia conforme ai
poteri di turno. L’arte, cioè, è mera pratica burocratica sotto minaccia. Che
pena. Viene da citare – per contiguità temporale – proprio Il Regno della
Quantità e i Segni dei Tempi:
> “Questa degenerazione qualitativa di tutte le cose è strettamente legata a
> quella della moneta, come dimostra il fatto che si è comunemente arrivati a
> ‘stimare’ un oggetto solo attraverso il suo prezzo, considerato unicamente
> come una ‘cifra’, una ‘somma’, o una quantità numerica di moneta; per la
> maggior parte dei nostri contemporanei, in effetti, qualsiasi giudizio su un
> oggetto si basa quasi sempre esclusivamente sul suo costo”.
In realtà, i concetti spalancati dalla Biennale sono troppo importanti per
relegarli alla chiacchiera, al peloso opportunismo dei politici, al
fondamentalismo dei finanzieri e dei finanziatori. Occorre ragionare su parole
come ‘autonomia’ e ‘autorevolezza’, su ‘responsabilità’ e ‘dissenso’; perfino
sul legame – paradossale?; letale?; importuno? – tra politica e poesia, tra
istituzione e devastazione, tra stato di fatto e stato dell’arte, tra nazione e
nascita, tra origine e originalità. Introducendo la raccolta dei Nuovi poeti
sovietici (era il 1961, stampava Einaudi), Angelo Maria Ripellino stigmatizzò il
Paese che produceva, in serie, “legioni di usignuoli impagliati”. Non si vedono
planare aquile, a onor del vero, nelle attuali democrazie occidentali.
Chi è affascinato dai numeri – meglio: dai fatti – può sfogliare i bilanci
d’esercizio della Fondazione “La Biennale di Venezia”, sono nella sezione
“Trasparenza” del sito. Così può farsi un’idea schietta di come opera l’ente. Il
resto, appunto, sono chiacchiere: le lasciamo agli usignoli legionari.
Chiunque conosce la naturale – e leonina – affabilità di Pietrangelo Buttafuoco:
ha l’esprit degli ispirati. Con lui, così, scegliamo di riannodare il nastro, di
ripartire da Guénon, di ritornare alla vertigine originaria che si chiama uomo,
parlando di poesia, di libri, di assoluti. Non è un caso che Buttafuoco ami –
fino a ‘indossarlo’ – il Cyrano di Rostand.
Intanto: qual è il libro che ti ha “formato”, quale quello che hai amato?
Intendo, cioè, farti riflettere sulla lettura come conoscenza (mente) e come
rapimento (amore), dimensioni inesatte, che mal combaciano, entrambe necessarie
all’umano essere.
Il libro che ho amato, quello che appena letta l’ultima pagina mi ha fatto dire
“avrei voluto vivere dentro questa dimensione, immaginarlo io tutto questo”, è
senza dubbio Il Maestro e Margherita. Il libro che mi ha formato – porgendo
conoscenza – è l’Iliade; il libro che mi ha accompagnato in diversi postriboli
mentali è l’Ulisse di Joyce, che ho attraversato in lungo e in largo;
mentre Dedalus, sempre di Joyce, lo utilizzo per provare a me stesso il ritmo
del respiro e il rapimento; infine, uno e solo uno: Cyrano de Bergerac di Edmond
Rostand.
In particolare: qual è la poesia che ti è capitato di mandare a memoria, di
ripetere come un ostinato mantra?
Tanti passi di Dante Alighieri, della Divina Commedia, e li lascio risuonare “in
interiore”. Il mantra me lo ricavo dal Manfred:
> “Ecco, si spegne il lume
> nuovamente m’è forza il rianimarmi
> Eppure io vivo, ho l’aspetto, la forma,
> il respiro degli uomini viventi”.
Quando poi ho bisogno di spiegarmi meglio, e questo accade nei momenti privati –
occhi su occhi – mi torna In un momento di Dino Campana:
> “erano le sue rose
> erano le mie rose
> questo viaggio chiamavamo amore
> col nostro sangue
> e con le nostre lacrime
> facevamo le rose”.
È un passaggio che mi strazia sempre: ogni volta è un camminare in percorsi
nuovi, e ogni volta vi trovo una sfumatura diversa. L’altro poeta che mi è caro,
e che forse sembra strano raccontare in questo modo, è il poeta ingabbiato
dentro la macchina teatrale: William Shakespeare.
L’arte in generale, la letteratura in particolare hanno ancora ‘efficacia’?
Cioè: riescono ancora a ‘muovere’ – oltre che a commuovere – gli uomini?
Qualcosa ancora resiste del ‘magico’ nell’esperienza artistica contemporanea? Se
ne hai, fammi degli esempi.
Nella scena contemporanea sì, ma attraverso un tramite complicato, che mette
insieme la letteratura, il teatro, lo sforzo dell’arte figurativa: tutte
intersezioni che, nel loro insieme, realizzano fatti d’arte importantissimi. Mi
è capitato, per esempio, con il Pinocchio di Davide Iodice, uno spettacolo
assolutamente delicato, pulito, perfetto, commovente, che riesce davvero a
smuovere chi vi inciampa, anche solo per caso. La verità è che certe produzioni
artistiche, che necessariamente si nutrono di letteratura e di tutte le tecniche
che accompagnano le varie pratiche artistiche, hanno bisogno di un pubblico per
poter essere condivise, oltre che comprese. E quando questo accade, è un
privilegio assoluto: sono pepite messe a disposizione del pubblico.
Un altro momento che ho vissuto è stato nell’ascolto di Jesus’ Blood Never
Failed Me Yet di Gavin Bryars. È stato veramente meraviglioso assistere a questo
concerto, qui a Venezia, al Redentore, alla Giudecca, perché era davvero un
restarsene al cospetto del sublime. E lì anche il pubblico partecipava con la
sua stessa presenza, con la sua specialissima qualità. C’erano i padri
cappuccini, poi c’era la gente che entrava con la consapevolezza di essere in
chiesa, la presenza di padre Leopoldo – la sua statua – la presenza di
sant’Antonino, la presenza di Francesco. È stato meraviglioso.
Per alcuni, la letteratura è un diversivo, qualcosa di ‘divertente’. Per altri –
e forse è peggio – la letteratura deve indagare i temi ‘sociali’ del nostro
tempo, deve essere ‘impegnata’ e occuparsi di ‘attualità’ (cosa si intenda per
sociale, impegno e attuale, poi, è un mistero). E tu: perché scrivi?
Io scrivo perché mi piace riportare alla luce storie dimenticate, storie
nascoste e protagonisti che altrimenti resterebbero nell’ombra e che invece
meritano di essere raccontati. Scrivo anche perché mi piace fare un dispetto a
chi erige muri, chiusure, elabora censure, pratica antropologie della
superiorità morale e poi costruisce dighe per impedire alle piene di guadagnare
e conquistare praterie. E poi scrivo perché, stupidamente, da bambino non ho
voluto imparare a suonare. L’unico modo per accostarmi alla musica è la
scrittura.
Il ‘libro’, in sé, come oggetto di culto e di blasfemia, come idolo e identità,
ha ancora un senso – lo avrà ancora?
Credo di sì. Il libro, in fondo, è come un manufatto di estremo lusso che abita
nelle boutique, dove arriva un pubblico selezionato, e lo sarà sempre di più. Ma
c’è anche un altro discorso: è un ragionamento di malinconia che possiamo fare
solo in questa parte di mondo. Nell’altra parte del mondo, quella più viva, più
giovane, dove l’energia bussa, il libro ha ancora un senso, ha ancora una forza,
ed è inevitabile che la trasmissione dei saperi e delle sensibilità passi
attraverso il libro. Il libro, poi, ha una connotazione sacrissima, e non a caso
il sacro abita il libro.
L’intelligenza artificiale ha già prodotto il suo più esigente risultato:
relegare a imbecillità mai vista prima l’intelligenza umana. Poiché l’IA lavora
sul visibile e l’essoterico, non ci resta – felicemente – che gettarci
nell’invisibile e nell’esoterico. Qual è la tua disciplina per rifulgere,
rifuggendo dai miasmi dell’algocrazia?
La mia personale disciplina si chiama preghiera.
Spiattello impunemente la parola ‘sacro’. Cos’è per te, che senso ha?
Già in tutto quello che ci siamo detti il sacro ha sempre fatto capolino.
Come si può restare mondi dal mondano, essere nel mondo pur tendendo all’altro
mondo, esercitare una fede tra gli infedeli?
Nell’abbandono alla volontà dell’Altissimo, è l’unico modo. E quindi
nell’accettare il giorno, nel dire sì alla vita, è l’unico modo. Ed è il modo di
sempre, il modo che hanno conosciuto le generazioni, quello che i nostri padri
ci hanno consegnato. Ed è il modo in cui, anche di fronte all’abominio – come
quando Priamo contempla il corpo sfigurato del figlio – si trova la forza di
parlare a chi lo ha assassinato, ad Achille, e di risvegliare in lui il senso
profondo, catartico, del sacro.
L'articolo “Nell’abbandono alla volontà dell’Altissimo”. Dialogo con Pietrangelo
Buttafuoco proviene da Pangea.
È un derviscio cristiano, un’asceta non violento ma combattente; è soprattutto
un artigiano dell’ineffabile. Padre Guidalberto Bormolini, sacerdote e teologo,
è una figura che sembra uscita da un’Italia laterale e numinosa. Falegname e
monaco, liutaio e operaio, riferimento spirituale di figure chiave della nostra
storia, come Franco Battiato, uno dei suoi amici e discepoli, tanatologo,
Bormolini ha vissuto come se avesse voluto attraversare una a una tutte le
strade per costeggiare l’invisibile. Figlio di una famiglia di avventurieri e
rivoluzionari, da trent’anni vive nel solco dei “Ricostruttori nella preghiera”,
alternando vita monastica e tanatoterapia, con la ricostruzione di borghi
abbandonati con la sua Tuttoèvita per trasformarli in luoghi di spiritualità e
centri ecumenici. Nelle sue lezioni affronta il mistero della morte e il
segreto della gioia, portando nella Chiesa una nota insieme arcaica e
postmoderna che unisce contemplazione, cura spirituale, dialogo interreligioso
conciliando fedeltà all’origine e speranza cristiana nell’avvenire.
L’opera bormoliniana è pertanto radicale nella sua ricerca di una spiritualità
che tiene insieme meditazione e vita attiva, cura spirituale e solidarietà,
morte e rapporto col creato. Temi che ha affrontato nei suoi ultimi libri Che
accada l’impossibile, Accorgersi di essere vivi, La cura spirituale, La vera
ricchezza, Ricordati che devi morire. Testi che uniscono ascesi, consolazione e
ricerca dell’infinito e che mostrano Bormolini come una figura essenziale per
confrontarsi sui temi dello spirito e i nodi dell’esistenza nell’epoca del
dominio della tecnica.
In L’arte della meditazione lei presenta il meditare non come evasione, ma come
ritorno all’essenziale. Che cosa ha perduto l’uomo contemporaneo nel suo
rapporto con il silenzio, che solo la meditazione può restituirgli?
C’è un mito, che per me è centrale: il mito dell’origine, di un tempo in cui
l’uomo era in contatto con l’essenziale e con ciò che è alla radice di tutto
quello che esiste. Lo chiamiamo anche Eden, ma è una parola troppo stretta per
rendere la ricchezza delle tradizioni del mondo: dall’Africa all’America, fino
all’Asia e all’area indo-europea, ritorna l’idea di uno stato beato, aureo,
lontano. Lì eravamo in contatto con la fonte della vita, con l’amore infinito
che ci ha generati. Poi questo stato è andato perduto. Perciò la meditazione non
è un’evasione dallo stress o dalle guerre del presente: è il contrario, è andare
alla radice della vita. Scendere in profondità significa andare oltre le
apparenze, fino all’essenza e all’origine.
In Accorgersi di essere vivi torna l’idea che gran parte dell’esistenza venga
vissuta in una sorta di assenza di sé, oltre che di apatia rispetto al sacro.
Penso che i bisogni più profondi dell’essere umano siano rivolti a ciò che è
invisibile. Le cose che contano davvero — spirito, amore, amicizia, lealtà,
giustizia — sono invisibili, o hanno una manifestazione solo parziale. Se non
abbiamo una direzione, una stella polare, ci perdiamo. E allora l’apatia diventa
la soluzione di molti: il torpore ottenuto con psicofarmaci, alcol, droghe, ma
anche con televisione, la mania per la visibilità e lo smarrimento nelle
superfici dell’esistenza. Tutto questo non aiuta a prendere coscienza del valore
del viaggio della vita: ci allontana. Senza una direzione, ci si perde. Il vero
problema del nostro tempo, quindi, non è fare troppo ma sentire troppo poco,
soprattutto ciò che conta di più e che ci travalica.
In La vera ricchezza lei mette in discussione l’idea basata sulla cultura dello
stordimento, dell’accumulo, del consumo, della prestazione. Quale alternativa
esiste?
Occorre sottolineare che in realtà sotto la superficie del consumismo c’è una
spiritualità perversa e negata. Il consumo è un tentativo di dare una risposta
al vuoto attraverso gli oggetti. Il problema del vuoto lo avvertono tutti;
cambia solo la risposta. Alcune risposte sono benefiche, altre no. Abbiamo
dentro di noi un vuoto quasi incolmabile, e il consumismo si fonda proprio
sull’insaziabilità. Se provo a riempire un vuoto infinito con oggetti, ne avrò
bisogno in quantità infinita. Si tratta di un’ansia del finito che ci svuota
ogni volta che proviamo a colmarla. Ciò perché se quel vuoto è infinito, va
riempito con esso. La stessa spinta che porta alcuni a narcotizzarsi tramite gli
oggetti, a me suggerisce, invece, di allargare quel vuoto: svuotarlo davvero,
perché solo quando sarà libero l’infinito potrà entrarvi. Perché l’infinito
cerca spazio, il massimo spazio che tu gli possa donare.
Lei ha detto che l’avventura dello spirito è più profonda e più vera
dell’avventura delle cose. La sfida dell’ascesi non è quindi rinunciare a
qualcosa ma riprendersi il tutto?
Esattamente. Io ho un’indole d’avventura. Per me una vita di noia, routine,
superficialità e mediocrità è indegna di uno spirituale. Lo spirituale arde, è
un ardito, una persona che sfida. Per questo uso il paragone del combattimento:
io credo nella lotta non violenta, che richiede più coraggio di quella armata.
Ma il punto è che la spiritualità non è rassegnazione o fuga: è affrontare la
sfida della vita fino in fondo, senza accontentarsi. Perché, accontentandosi del
poco, non si tende alla meta infinita che ci è stata indicata.
La vera scelta pertanto non opera per rinuncia, ma per espansione. L’etimologia
della parola asceta, in greco, richiama quella della parola atleta: è colui che
corre verso la meta più lontana senza trascinarsi zavorre, seguendo il proprio
destino. Dunque dobbiamo affrontare la sfida del tutto, perché solo così
possiamo abbracciarlo e capirlo veramente. San Francesco l’ha fatto: ha lasciato
il possesso materiale ed è diventato fratello dell’acqua, della terra,
dell’aria, del fuoco, delle stelle, della luna. Non ha rinunciato a qualcosa, si
è liberato per riprendersi il tutto.
A tal proposito in Vivere il Cantico delle Creature lei spiega che per il
cristiano il rapporto con il creato è un’esperienza spirituale radicale. Che
cosa può insegnare oggi Francesco d’Assisi a una società che parla di ecologia
ma detesta la natura?
Io sono per un ecologismo radicale, e perciò spirituale. Purtroppo oggi c’è
molto ecologismo di moda, di paura, ideologico o egoistico: mi interessa solo
che il mondo non faccia male a me. Mentre l’ecologia vera, integrale, radicale,
non ha nulla a che fare con ciò che il progetto tecnologico ha già
addomesticato: è arcaica, è stare nelle radici, e ricongiungersi con esse. In
molte tradizioni dell’Estremo Oriente si dice che bisogna avere le radici in
cielo e la fronte verso la terra. Questo è l’ecologismo che seguo. Io vedo il
sacro nella natura, vedo la presenza divina nel creato. Amo la natura perché è
creazione, non perché temo di perdere il paesaggio o il mio benessere. Il
problema vero è che siamo già inquinati spiritualmente, chiusi nell’ego,
incapaci di sentirci parte di un insieme. Se non curiamo questa piaga non
affronteremo veramente mai nulla.
Molti strumentalizzano san Francesco politicamente o moralisticamente. Che cosa
dobbiamo veramente riscoprire di lui?
Francesco ha fatto qualcosa di inedito. In un tempo in cui la natura era
percepita come minaccia o una realtà ostile lui l’ha cantata come fratello e
sorella, come parte di una sinfonia. In questo, a mio avviso, c’è uno dei primi
grandi fatti della Chiesa: il recupero di una visione sinfonica, cosmica. In
un’epoca segnata anche da correnti iperspiritualistiche, che opponevano spirito
e materia, Francesco ha restituito dignità alla materia. Ha avuto uno sguardo
eucaristico sul reale secondo cui la materia può essere raggiunta, trasfigurata
dallo spirito. Questi sono gli spunti che ritengo più importanti. Anche se credo
che Francesco al di là di essi può dire a tutti qualcosa. Ognuno, se ha orecchie
per ascoltare, può cogliere nel suo percorso una via, un esempio.
Lei cosa ci vede?
L’urgenza di una spiritualità che non sia disincarnata, ma che sia capace di
toccare la materia, noi, il nostro corpo, la nostra vita con lo sguardo dello
spirito.
Lei difende un cristianesimo non fondato sulla paura o sullo spauracchio
dell’aldilà, ma su gioia, intensità, combattimento interiore. Come presenterebbe
la sua idea di spiritualità a un profano?
Direi: via da ogni utilitarismo. Mi viene in mente Rābiʿa, la mistica islamica
che diceva di voler spegnere l’inferno con l’acqua e bruciare il paradiso con il
fuoco, perché la via dello spirito non venga seguita né per paura né per
convenienza, ma per amore. Ecco il punto: l’amore, non l’utile. Anche il
discorso della montagna è spesso frainteso. Cristo non dice che si è beati
perché si soffre. Dice che la beatitudine è la vera vocazione della vita umana,
e che non bisogna farsela rubare nemmeno dagli eventi avversi. C’è un tesoro
interiore dentro di noi che nessun tarlo né ladro possono toccare. Cristo non si
accontenta di celebrare la grandezza del creato, ma ci dice che la beatitudine è
la vera vocazione della vita umana. Ananda, direbbero in Oriente. La vita nello
spirito è pertanto questo: una beatitudine che nasce da un incontro d’amore.
Qualcuno ci ha amati, ci ha generati come un artista genera un’opera. Quando si
entra davvero in questa profondità si vive una sorta di paradosso: essere sazi e
insieme insaziati, colmi eppure ancora aperti all’infinito. Questa è la
beatitudine.
Nella sua riflessione è centrale il tema della morte. Come si può affrontare
oggi la morte in una società tanatofobica? E che cosa dovremmo riscoprirne?
La nostra società, per dirla con Byung-Chul Han, è algofobica e tanatofobica.
Rifugge la morte, rifugge il dolore e per questo ne è perseguitata. Ma se
eliminiamo sofferenza e morte dall’esistenza non entriamo mai veramente
nell’essenza della vita, perché entrambe ne sono i caratteri cruciali. Tanto che
i greci dicevano Pathei mathos: la sofferenza fa conoscere. La sofferenza non va
mai cercata né inflitta, ma quella inevitabile ci apre il cuore. Se il cuore
resta corazzato, per dirla con Gibran, non soffre, ma non ama nemmeno. La sua
armatura gli impedisce ogni scoperta, ogni contatto. Per questo contemplare la
morte significa contemplare la vita, cercarne il senso, e cercare soprattutto
ciò che è oltre. Se la morte non ha alcun senso, finisce per non averlo neppure
la vita. Perciò serve un’ars moriendi: una sapienza che ci faccia guardare la
vita anche attraverso la morte, custodendo la speranza che la morte sia la porta
della vita, non una semplice fine.
Lei questa ars moriendi l’ha vissuta accanto ai malati e, appunto, ai morenti.
Che cosa le hanno insegnato?
Sono stati tra i più grandi maestri della mia vita. Potrei dire che ho imparato
più da sofferenti, ammalati e moribondi che da molti libri. Perché con loro si
entra nella carne viva della ricerca di senso. Lì non esiste posa o illusione.
Lì emerge la domanda decisiva: riesco a vivere prima di morire, in modo da
vivere anche oltre il morire? Quello che insegno viene molto da ciò che ho
imparato lì. Non sono un intellettuale puro: sono un amante pratico della
cultura, un artigiano. Per me il sapere serve a portare frutto. E i maestri più
grandi, spesso, sono stati gli incontri concreti con persone che cercavano fino
in fondo queste risposte mentre vivevano sull’anima tali interrogativi.
Non è un paradosso che una società di questo tipo sia oggi così immersa nelle
guerre, nelle atrocità, nel ritorno violento del dolore?
Una società algofobica è una società anestetizzata. Seppur consumata
dall’angoscia del dolore. E a un certo punto ha bisogno di emozioni forti, per
risvegliarsi rispetto al proprio stordimento. Sente la paura e la nostalgia
della morte e del dolore che ha cacciato dalla propria vita e da cui è
ossessionata e per questo le ricerca in modo perverso ed eccessivo. Vuole
sentirsi viva. E quando manca un orizzonte ideale, è spesso la prepotenza, la
violenza a dare l’illusione di esistere. Lo stordimento quindi non è un
paradosso rispetto alla stagione triste di violenze e guerre in cui siamo
immersi, ma ne è la causa ultima. Ciò nasce da un ulteriore distorsione.
Cioè?
Abbiamo equivocato l’idea del divino, mettendo al centro l’onnipotenza, mentre
Dio è anzitutto amore infinito. Anche la fuga tecnologica dalla morte nasconde
un’antichissima ricerca di immortalità che va dagli egizi al presente. Ma è un
miraggio puntare a un’immortalità corporea e terrena, invece di comprendere che
il vero oltre non coincide con il semplice prolungamento biologico, ma con
l’eternità dell’anima.
Siamo dentro una grande confusione?
Siamo usciti dal cosmos del grande Artista per entrare nel caos dei cattivi
manipolatori. Abbiamo ricevuto un ordine e lo abbiamo deformato. Però io non
dispero. Il caos può diventare ancora uno spazio creativo. Non guardo il mondo
con disperazione: soffro per compassione, che è altra cosa. Non posso stare bene
in un mondo che sta male, non posso essere felice in un mondo di infelici; ma
posso essere felice servendo gli infelici. Questa è la missione del cristiano.
Di fronte alla crisi dei grandi ideali della globalizzazione e della “fine della
storia”, alcuni vedono un risveglio della religione. Michael Walzer parla
addirittura di un ritorno delle affermazioni religiose del potere. Secondo lei è
vero, oppure è un miraggio?
La sociologia ci offre dati molto variegati, e questo per me è interessante:
nessuno possiede una risposta assoluta, anche se spesso tutti pretendono di
averla. Io penso che ci siano frammenti di verità in letture diverse. Di certo
vediamo riaffacciarsi, anche in Europa occidentale, forme di radicalismo
religioso, in quanto la religione si fa identità, protezione, qualcosa da
brandire contro qualcun altro. Trent’anni fa avrei guardato tutto questo con
durezza. Oggi penso che ci sia spazio per tutti, tranne che per chi fa
volontariamente il male. Se qualcuno trova rifugio in una visione religiosa, il
problema non è questo: il problema nasce quando la impone agli altri. Non sta a
noi bucare il salvagente di chi riesce a stare a galla così. Possiamo semmai
mostrare la bellezza del nuoto libero, non imporlo. È vero però che oggi il
religioso torna spesso come rifugio ideologico. E mi chiedo se a volte non
vediamo persone molto cattoliche ma poco cristiane, perché vivono il
cattolicesimo come appartenenza identitaria e non come fedeltà a una meraviglia
rivoluzionaria.
Di che rivoluzione parla?
Quella della rivelazione.
La mia rivoluzione è quella del Vangelo. E non voglio che venga confusa con
rivoluzioni storiche fatte di violenza. Nel Vangelo c’è una forza immensa di
rinascita, rigenerazione, risurrezione. Eppure c’è chi la trasforma in
un’identità chiusa o in una clava da usare contro altri. Non è il mio
cristianesimo. Il mio spero sia quello delle Scritture.
Quale può essere oggi il ruolo del sacro? Il ruolo della Chiesa, anche nella sua
visione sociale, può ancora avere uno spazio?
Qui si aprono molte cose. La Chiesa, l’Ecclesia, è l’unione di coloro che
guardano nella stessa direzione, verso l’infinito. Se però guarda altrove, se
l’istituzione prevale su ciò che dovrebbe custodire, allora nasce un problema.
Uso spesso questa immagine: abbiamo una bevanda inebriante. Questa bevanda è il
nettare del sacro, l’acqua viva. Le istituzioni religiose sono la coppa, non la
bevanda di cui si nutrono i fedeli. Il vero rischio nasce quando la Chiesa
smette di essere coppa e pretende di essere bevanda. Nessuno si disseta bevendo
una coppa: ci si disseta con ciò che contiene. Il sacro è il nettare, non il
contenitore. Se le nostre tradizioni non custodiscono e non versano quel
nettare, allora tradiscono la loro missione. Io mi sento cristiano della Chiesa,
non fuori dalla Chiesa. Ci sto liberamente, con un primato di coscienza e di
libertà interiore. Resta il punto: essa è uno strumento del divino, non il
contenuto ultimo. Se la gente non si avvicina, forse bisogna cambiare la coppa,
non il nettare. Il nettare non si tocca. Ma la coppa sì. Perché la missione è
portare la Parola alle persone. E se per farlo bisogna cambiare coppa, io sono
pronto a cambiarla a patto che si resti fedeli al sacro, al numinoso. Conta
davvero soltanto questo.
Francesco Subiaco
L'articolo “La nostra società rifugge la morte, per questo ne è perseguitata –
ma io sono un avventuriero”. Dialogo con Guidalberto Bormolini proviene da
Pangea.
In Occidente, la notizia delle imprese di Milarepa giunse grazie a Ippolito
Desideri, il gesuita pistoiese che approdò a Lhasa nel 1716. Desideri restò
affascinato dalla figura di un eremita che “dormiva sulla nuda terra”, che
“altro cibo non prendeva se non un pugno d’ortiche o fresche o secche per
ciascun giorno, e queste cotte nella semplice acqua”. Di quel “romito” Desideri
non riportò il nome, non lo ricordava: spirato nelle spire della leggenda – o
meglio, riposto nel segreto, sulla bocca dei monaci, sorridenti come un pascolo,
rudi come una rupe (raccolgo le informazioni dalla fondamentale Vita di
Milarepa di gTsang smyon Heruka curata da Carla Gianotti per Utet, 2004).
Fu il tibetologo Jacques Bacot, un paio di secoli dopo, a rivelare le vicende di
Milarepa, figura tra le più singolari nella storia umana. Il suo studio,
composto dopo diversi viaggi in Asia, Le poète tibétain Milarépa, ses crimes,
ses épreuves, son Nirvāna, uscì nel 1925, a Parigi, per le Éditions Bossard
– spicca ancora in catalogo Adelphi come Vita di Milarepa, è ancora la porta
d’accesso più semplice per penetrare nel cuore dell’inafferrabile eremita.
Nato intorno alla metà dell’XI secolo da famiglia di pastori-allevatori,
Milarepa (Mi la ras pa) esercitò dapprima come esorcista, come mago ‘nero’. È la
vendetta contro alcuni parenti che, dopo la morte del padre, si erano
impossessati dei beni della sua famiglia ad animarlo nella conoscenza delle arti
e dei malefici. I parenti moriranno nel crollo della casa avita, durante un
matrimonio; i campi devastati da turbini di grandine.
La seconda vita di Milarepa è dunque un percorso tortuoso tra i rivoli
dell’espiazione: comprendere la natura dei poteri, installarsi nell’umiltà,
fuggire il mondo, il mondano. Gli anni di pratica con il grande maestro Mar pa
lo sfiancano: aderire al compito in cieca obbedienza, obbligarsi ad accettare
l’insuccesso, l’incongruo, finanche l’infamia. Imparare che ciò che si
costruisce va distrutto, che ciò che nasce reca lo stigma del dolore. La
leggenda dell’eremita comincia quando Milarepa penetra la ‘realizzazione’:
lascia il maestro, s’infila tra i dirupi, pratica l’insussistenza, la nudità –
interiore ed esteriore –, guidato dal diamante della perspicacia e della
perseveranza.
> “Il suo corpo diventerà verde, la pelle faticherà a tenere insieme le ossa, il
> suo aspetto desterà spavento e ripugnanza… Mi la ras pa, dedicandosi
> unicamente a praticare le preziose istruzioni ricevute, realizzerà alla fine
> il suo scopo santo: raggiungerà la condizione di Buddha. Allora egli canterà
> la sua realizzazione per il bene degli essere umani e non umani”.
>
> (Carla Gianotti)
In un momento esemplare della Vita, Milarepa affronta la sorella, Pe ta,
disfatta dal pianto, disperata per il suo stato, che crede di indigenza. Non
capisce perché, al cospetto dei Lama, che abitano in ricchi monasteri, issati
sul trono riccamente istoriato, artefici di una ‘via’ di successo, Milarepa
abbia scelto la povertà, l’inutilità, il disprezzo, il disgusto. “Non parlare in
questo modo”, gli intima con dolcezza Milarepa, “Ai tuoi occhi il mio essere
privo di veste e la vita che normalmente conduco sono motivo di vergogna. Ma io
sono felice di come sono”. L’estrema spoliazione è il discredito dell’apparenza;
l’estrema follia è la suprema felicità del santo. In uno dei più spregiudicati
canti, l’eremita intona:
> “Dovunque mi trovo, sono felice.
> Qualunque veste indosso, sono felice.
> Qualunque cibo mangio, sono felice.
> In ogni circostanza sono felice”.
Che in quell’eremita felice gli uomini non scorgano altro che l’annientato, il
sommo pazzo, è un segno del raggiungimento.
La singolarità di Milarepa – una ‘eccedenza’ che ha portato alcuni studiosi ad
avvicinare il maestro tibetano, pur nell’incomparabile diversità della pratica e
dei fini, a San Francesco – è la fusione dello spirito ascetico con
l’ispirazione poetica. Milarepa è l’aedo della liberazione, è il celestiale
cantore, il genio che salmeggia tra le rocche, nobile come un leopardo delle
nevi, sagace come un avvoltoio. I centomila canti di Milarepa sono opera
letteraria e sapienziale straordinaria, da mettere al fianco dell’epopea di
Gilgamesh, dei canti di Isaia, delle odi di Pindaro. Qualsiasi paragone,
tuttavia, è improprio per disonestà negli esiti: i canti di Milarepa, con
facondia incantatoria, pura stregoneria del verbo, intendono introdurre gli
uditori nella grande danza della realizzazione. Parola non soltanto persuasiva,
dunque, ma che opera.
Dei Centomila canti esiste una preziosissima edizione Adelphi, stampata nel
2002; purtroppo rimasta ferma al primo tomo. In appendice si traducono alcuni
canti dalla versione francese approntata per Fayard da Marie-José Lamothe. Di
norma, il canto s’innerva su un contesto di dibattito tra i discepoli;
un’occasione invoglia il maestro al verso, che sorge lì per lì, come viva fonte,
quasi ingenerato per naturalezza. Il genere stesso della poesia, che è poi una
montagna rovesciata, con quel procedere tra pinnacoli verbali, abissi nel senso,
verità in ombra e improvvisi di luce, sembra appropriato alla rivelazione,
all’impeto conoscitivo. Nella Bibbia quando il dire prende un’altra ‘marcia’ si
va a perpendicolo, per versi: il lettore deve indossare i ramponi – o meglio, fa
bene a spogliarsi di ogni supporto vivente, di ogni immeritato orpello. Così, i
maestri taoisti infilano i loro insegnamenti nella trama dei versi; il Corano è
un folgorante poema – è il codice degli infiniti poeti sufi, da Rumi ad Hafez,
da Attar ad al-Hallaj. I sapienti zen, in Giappone – pensiamo a Basho o a Saigyo
– vagabondano poetando, oppure – pensiamo a Dogen – distillano il loro ermetico,
arduo pensare in versi di diamantina chiarezza. Spesso, le poesie recano
l’impronta del poeta, ne sono il pur fugace ritratto. Poesia, forse, è l’estrema
nudità – volgersi all’altro lato del vocabolario, negli indicibili, sovvertire i
sensi linguistici del mondo. Stravolgere il linguaggio perché torni illibato –
perché torni illecito.
La poesia non è mai passatempo, letteraria malia, come vorrebbero darci a
credere – impone, quando non un sentiero, una ferita, una feritoia. Da lì,
passano volpi, a fiumane, passano stelle, la trafila dei padri discordi, i
guerrieri in armi, gli inermi, i rapsodi e i rapiti.
**
Risposte ai discepoli
All’epoca in cui Milarepa sostava presso la Rocca del Cuculo Solitario,
Rechungpa gli chiese di intonare la pratica per il corpo, la parola, la mente.
Allora Milarepa intonò:
“Proteggi il legame che ti unisce al corpo del Lama.
Usa la parola con la stessa dolcezza con cui parli al bufalo.
Osserva l’assenza d’origine della mente.”
Allora Rechungpa rispose:
“Noi siamo ignoranti, preda del frainteso.
Come proteggere il legame del corpo?
Come preservare la disciplina della parola?
Come scoprire il lignaggio della mente?”
Così disse e così rispose Milarepa:
“Tre legami legano al corpo del Lama.
Mantenere inalterato il voto.
Proteggere l’autenticità del verbo.
Mirare alla totale libertà della mente
quando è nella sua autentica natura.”
Così cantò e Rechungpa cominciò a commentare:
“Nello spontaneo riconoscere il corpo della verità,
quando i pensieri svaniscono da soli,
appare il corpo felice del buddha.
Questo corpo incarnato agisce
perché ogni creatura ne abbia incanto.
All’origine: liberazione attraverso la rinuncia.
La disciplina della mente definisce la via.
La salvaguardia del voto protegge il frutto.
Distaccandosi dalle preoccupazioni materiali
si abbandonano i pesi imposti dal desiderio
ci si protegge dal vizio e dall’artificio.
Il corpo: il vile non lo custodisce.
La parola: lo stolto non la soppesa.
La mente: un infante non la fende.”
Così disse e rispose Milarepa. “Se si ignorano i punti essenziali è inevitabile
l’errore”. E riprese a cantare:
“Lavorare per la liberazione non è garanzia di libertà.
Un nodo appena allentato, continuerà ad annodarsi.
Senza realizzazione, si va alla cieca, ovunque.
I fenomeni mondani ci legano a questa vita.
Il desiderio è grandine: distrugge ogni virtù.
L’artificio ci imprigiona nella risacca della rinascita.
L’immaginazione infiamma la dualità: la scia
delle convenzioni non si cancella con le parole.
L’attaccamento ci relega al samsara.
Senza lignaggio né trasmissione, la parola avvizzisce.
Yama assale chi non ha disciplina.
Le avversità sono un grumo di relazioni cattive.
L’idea stessa dell’origine va rigettata:
ogni nascita esagera l’ego, ci lega all’ego.
Senza la realizzazione: un regno di desideri
effimeri – tutto è vano privo del vero.”
Così cantò.
Una volta il Jetsün aveva il volto coperta e il giovane Repa gli chiese: “Perché
il venerabile dorme?”. Allora Milarepa cominciò a cantare:
“Ho il capo coperto, è vero, ma vedo lontano.
Le creature mondane hanno occhi spianati ma non vedono nulla.
Ho dormito nudo, mantenendo la dignità del buddha.
I fenomeni terreni distraggono
l’opera intera si compone nella mente:
che meraviglia questo infinito esperire!
Ho compiuto il mio dovere di yogi:
ogni mia azione è compenetrata di felicità.”
Così cantò.
Un giorno, il Jetsün era ospite presso il forte di Tsikpa Kangthil. Rechungpa
gli chiese: “Se le esperienze e le realizzazioni di uno yogi lo conducono a
poteri soprannaturali, queste non dovrebbero rimanere segrete?”.
Milarepa allora cantò:
“Il leone che dimora tra montagne innevate
la tigre che vive nelle oscure giungle
il pesce che guizza nei grandi laghi:
che prodigio se rimanessero nascosti
non avrebbero alcun nemico!
Ecco tre esempi esteriori
da applicare nell’interiore:
il corpo dello yogi
la via del metodo tantrico
l’esperienza della vacuità –
che meraviglia se restassero segreti
non avremmo alcun nemico!
Ma soltanto in pochi dominano tali tesori
pochissimi maestri realizzati abitano in Tibet.”
Così cantò.
Un’altra volta, Shengom Repa confessò al Jetsün i dubbi che lo assalivano. Dopo
averli meticolosamente analizzati, Milarepa cantò:
“Chi non ha realizzato che tutto ha lo stesso sapore
medita sulla pura luce e la crede eterna.
Chi non ha realizzato l’unità del tutto con gioia
medita sulla vacuità e crede che nulla esista.
Se non si comprendono le manifestazioni
meditare sulla non-riflessione è vagare tra idoli.
Chi non riconosce la natura nuda della mente
medita la non-dualità armando artifici.
Chi non ha realizzato l’inesistenza materiale della mente
medita con destrezza ma non rivela altro che la propria contrizione.
Se non ci si distacca dall’attaccamento
ogni disciplina resta discriminazione.
Se non si comprende l’inesistenza di ogni barriera
anche le virtù si trasformano in vizi.
Se non si comprende che nascita e morte non esistono
tutti gli sforzi non conducono ad altro che al samsara”.
Così cantò – i dubbi del discepolo furono sradicati.
Mentre il venerabile Milarepa soggiornava presso il Forte del Legno e
dell’Acqua, nella Grotta di Cristallo, sulle rive del meraviglioso fiume che
sgorga dalla gola della dea Tseringma, alcuni mecenati litigavano perché non
pioveva da tempo. Si recarono dal Jetsün perché arbitrasse il loro dibattere. E
lui rispose: “Ignoro i doveri di questo mondo: quando pioverà smetterete di
essere in lite”.
Rechungpa, tuttavia, pregò il Jetsün di ordire una riconciliazione. “Per uno
yogi è del tutto inutile immischiarsi in tali dispute”, disse Milarepa – cantò:
“Gloriosa montagna, quintessenza dei talenti
tu esaudisci ogni desiderio e ogni necessità
del corpo, della parola e della mente.
Ai piedi del Grande Traduttore
con ardore io ti glorifico!
Dirigere, consigliare, fare da intermediari
non porta che alienazione e dolore.
Se vuoi la postura imparziale
sai restare in silenzio di fronte alle assurdità?
Patria, proprietà, famiglia
obbligano alla ronda nel samsara.
Se vuoi sfuggire ai flutti della sofferenza
sei in grado di recidere la radice della schiavitù?
Egoismo, ipocrisia, astuzia
confinano nei mondi inferiori.
Se vuoi la libertà del paradiso
sei in grado di mantenere retta la mente?
Chi commenta, chiosa, discute
non suscita altro che orgoglio e gelosia.
Se vuoi praticare la nobile dottrina
sei in grado di farti umile?
Una casa, un lavoro, la reputazione
distruggono la concentrazione dello yogi.
Se vuoi custodire l’innata saggezza
saprai annientare ogni pretesa?
Maestri, seguaci, discepoli
comportano afflizione e distrazione.
Se vuoi praticare la solitudine
saprai evitare queste tre insidie?
Magia, poteri occulti, divinazione
mettono a rischio la vita dello yogi.
Se vuoi giungere alla sapienza suprema
saprai essere discreto come il piccolo tordo?
Questo inno dei sette rimedi
destinato a infrangere i sette difetti
l’ho intanato dopo averlo sperimentato.
Che tu possa raggiungere l’illuminazione!”.
Così cantò.
L'articolo “Ogni mia azione è intrisa di gioia”. I canti di Milarepa, l’asceta
poeta proviene da Pangea.
La brezza blu dell’angoscia scompiglia il fogliame d’ossa dell’anima, agitandolo
dinanzi alla faccia lapidata del cielo… Quell’angoscia irriducibilmente nuda, e
per questo ancor più erotica, che denudando sé e colui che perseguita apre le
nozze di morte all’amplesso inconcludente di quelle due vacuità – Dio e l’uomo.
L’angoscia… questa prostituzione della divinità – di colui che non è me, ma è
più me di me stesso –… profanazione della sua bellezza, profanazione che ancor
più la magnifica: questo cerca, qui, Georges Bataille: l’improfanabilità della
Bellezza…
E all’improfanabile, a ciò che non è toccato dalla profanazione, ecco, si
giunge… profanando, se stessi. Lettore di Nietzsche, fece sua questa
predicazione di Zarathustra: “La notte è anch’essa un sole”. È lì lo snodo
mistico, l’inversione divina dei valori, quel che nel reale ha aura di disgusto,
di miserando, di carcame, insomma, che tende a essere vissuto come profanazione
apparente, qui invece, nella noche oscura, è Grazia disvelante Dio, sottrae Dio
dal suo inviolabile distacco e, una volta aperta la breccia nell’anima, questa
lo inghiotte, lo risucchia… La profanazione è dunque l’angelo messaggero di
Dio, e a pochi è dato di non essere annientati dal messaggio che reca; ma se lo
si sopporta, se lo si vive fino al disgusto, fino alla vertigine, fino alla
gnosi…
Dice, Simone Weil, che vi è un punto della sventura giunto il quale
non desideriamo seguitare a subirla oltre, né che essa ci venga tolta.
Aggiungerei, con Kafka: è proprio quel punto che bisogna raggiungere. E per
essere più spietato ancora: da quel punto, proprio da quel punto, il più brutale
della notte, notte che non può in alcun modo sprofondare in notte più notturna
ancora… ecco – da lì soltanto sgorgherà luce.
Qui in Bataille siamo nell’oscura luminosità di quest’esperienza
interiore, nell’ambivalenza tra trascendenza e martirio, siamo il cane di fuoco
che sbrana l’amore nel rito di adorazione. Penso alla Pentesilea di Kleist, lei
che scambiava, violata dal troppo pieno, gangrenata da questa malattia della
luce, il bacio col morso, e che si scagliò, con le sue cagne, come una cagna, a
divorare Achille: è che raggiunse l’improfanabile ormai. Comprendiamo anche come
Bataille si sia innamorato di Angela da Foligno, la santa scanfarda cristica,
colei che per puro amore beveva l’acqua di lavatura dei leprosi, non sentendone,
sulla lingua, che dolcezza. Travolti dall’angoscia, e risucchiati nell’infinita
bontà dell’assoluto, semplicemente, come mirabilmente scrisse Rilke: “l’orrido
sorride”…
Georges Bataille (1897-1962)
L’Arcangelico di Bataille è di questa stessa crudeltà, di questa bontà crudele e
ingenua. E, forse, redentrice: “Io sono padre e la tomba del cielo”, dice. Non
potrebbe essere altrimenti, nell’amplesso con Dio, si diventa Dio, come ben
sapeva Eckhart. Ma quale tentativo di redenzione non passa oggi,
nietzschianamente, attraverso l’abisso della condanna eterna del soggetto
eroico? Tutto risiede in questa semplice consapevolezza: la vera dottrina della
Bellezza è una soteriologia che ci condurrà alla nostra stessa immolazione, a
presentare sulla soglia lo scalpo del nostro cuore, se vogliamo che ci venga
concesso di varcarla. A questo è condannato chiunque voglia salvare, battezzare
nella Bellezza: vivere nella propria anima tutta l’apocalisse che vi conduce…
Che sia accettata l’immolazione, che la coscienza del gorgo si tramuti in gioia
di dover morire. Che si riesca, con Bataille, a dire di se stessi, un giorno, io
sono la gioia dinanzi alla morte. Ben ci stia il ruolo di vittima della
Bellezza, ché il Giardino risiede nella spada di fuoco con la quale dovremo
profanare – amare – sgozzare – vivere – Dio.
Di seguito, delle poesie inedite di Bataille, tratte dall’Arcangelico e da altre
raccolte sparse nel suo esodo fuori dalla letteratura. (De Saint-Cyr)
***
io sono il morto
il cieco
l’ombra senz’aria
come fiumi al mare
il rumore e la luce
in me si perdono senza fine
io sono il padre
e la tomba
del cielo
***
Il tempo mi opprime
cado scivolo sulle ginocchia
le mie mani tastano la notte
addio ruscelli di luce
non mi resta che l’ombra
le feci il sangue
attendo il rintocco di campana
quando gettando
un grido entrerò nell’ombra
***
Di là della morte
un giorno
la terra ruota nel cielo
io sono morto
e la tenebre
si alternano senza fine con il giorno
l’universo mi è chiuso
resto cieco dentro di lui
in accordo con il nulla.
***
Il nulla non è che me stesso
l’universo non è che la mia tomba
il sole non è che la morte
i miei occhi sono il fulmine cieco
il mio cuore il cielo
dove scoppia il temporale
in me stesso
in fondo a un abisso
l’immenso universo è la morte
***
Sputa sangue
è rugiada
la sciabola di cui morirò
dal margine del pozzo
guarda il cielo stellato
ha la trasparenza delle lacrime.
***
Sono maledetto ecco madre
quant’è lunga questa notte
la mia lunga notte senza lacrime
notte avara d’amore
oh cuore spaccato da pietre
inferno della mia bocca di cenere
tu sei la morte delle lacrime
sii maledetta
il mio cuore maledetto i miei occhi malati ti cercano
tu sei il vuoto e la cenere
uccello senza testa che batte le ali nella notte
l’universo è fatto della tua poca speranza
l’universo è il tuo cuore malato e il mio
svolazzante da sfiorare la morte
al cimitero della speranza
il mio dolore è la gioia
la mia cenere fuoco.
***
Più alto
più alto dell’oscuro del cielo
più alto
della folle apertura
una scia di lucore
è l’alone della morte.
***
Attraverso la menzogna, l’indifferenza, il clicchettio dei denti, la felicità
insensata, la certezza,
nel fondo del pozzo, dente contro dente della morte, un’infima particella di
vita accecante nasce da un accumulo d’immondizia, ne rifuggo, insiste;
iniettato, nella fronte, un rivolo di sangue si mischia con le lacrime e mi
bagna le cosce,
infima particella nata dall’inganno, da avarizie impudenti, non meno
indifferenti a sé che all’altezza del cielo,
e purezza del carnefice, d’esplosione che tagliuzza le grida.
***
La stella è la mia nudità
le stelle sono i miei denti
mi scaravento presso i morti
vestito di bianco sole.
***
Poggio la verga contro la tua guancia
la punta ti sfiora l’orecchio
lecca lentamente le mie sacche
la tua lingua è dolce come acqua
la tua lingua è cruda come una macellaia
è rossa come un coscio
la sua punta è un cucù strillante
la mia verga singhiozza di saliva
il tuo sedere è la mia dea
si apre come una bocca
lo adoro come il cielo
lo venero come il fuoco
bevo dal tuo squarcio
adagio le tue gambe nude
le apro come un libro
dove leggo quel che mi uccide.
***
Oh cranio ano della notte
cosa che muore il cielo il respiro
il vento reca l’assenza all’oscurità
Deserta un cielo falsifica l’essere
voce vuota lingua pesante di bare
la testa urta contro l’essere
la testa sottrae l’essere
la malattia dell’essere vomita un sole nero di sputi
La camicia sollevata attraverso
l’acqua fiorita di peli
quando la felicità sporca lecca la lattuga
Il cuore malato
dalla pioggia alla luce vacillante
della bava lei ride agli angeli.
Georges Bataille
*In copertina: Georges Bataille, Sacrifices, 1936
L'articolo La purezza del carnefice. Le poesie di Georges Bataille proviene da
Pangea.
> “Gesù parla al presente: «Io sono la resurrezione e la vita». Non si tratta
> allora di rimuovere la prospettiva della morte, ma di integrarla nella
> prospettiva della resurrezione”.
>
> (Luigi Pozzoli, Dio il grande seduttore, Edizioni Paoline, 1998)
Lazzaro e il dominio della carne
“Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a
Dio”. (Romani 8,8)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua
sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli
asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle
mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per
la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga
glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era
malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. (Gv 11,1-8)
> “Per san Paolo «la carne» designa il mondo umano segnato dal peccato, il mondo
> sotto il giogo della morte. «Lo spirito», invece, evoca il mondo divino, nel
> quale l’umanità è assunta dal Cristo e il mondo spirituale generato da Dio
> nella resurrezione di Gesù. «La carne» è l’uomo, corpo e anima, che si
> rinchiude su se stesso e il suo peccato. «Lo spirito» è una forza di vita
> nuova data al credente dallo Spirito del Cristo Risorto”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni
> Paoline 1993)
Lazzaro, l’amico di Gesù, muore. È solo la vita che accade, la vita che
trasforma continuamente ogni nostro villaggio in una Betania, in una “casa della
povertà” o “casa dell’afflizione”. È la vita che appare come una malattia, è lo
scorrere degli eventi che inciampano inevitabilmente nello scandalo della fine.
Siamo uomini e donne a respiro limitato, a tempo definito, la malattia del
vivere chiama a sé la morte dal nostro primo vagito ma, quando si presenta,
qualcosa di profondo in noi, comunque, si frantuma. Anche se l’aspettavamo. E
questo scandalo, questo sentimento di profonda ingiustizia non è da
sottovalutare.
Certo, è solo la vita che accade e che, accadendo, sfocia inevitabilmente nella
disgregazione degli affetti, allontana Marta, Maria, Lazzaro e Gesù, si prende
gioco dei loro tentativi patetici di fraternità spazzandoli via. La vita finisce
inevitabilmente in morte, morte capace di soffocare il profumo, perfino quello
versato sui piedi del Maestro, il tanfo del cadavere ride delle cosmesi
umane. La vita che accade, da sempre, e scende a cibarsi dei resti della nostra
umanità.
Ma Cristo interviene esattamente lì. Nel cuore dello scandalo. E la prima cosa
che decide di fare davanti alla morte è: niente. Rimane immobile per due giorni,
quasi ad anticipare la sua di morte, quella sua attesa nel sepolcro in attesa
del terzo giorno della resurrezione. Non si muove, scegliendo di mettersi in
dialogo con il dramma della fine, del dolore. Gesù, inizialmente, tace, muore,
perché sulla morte non puoi dire nulla di sensato se non la assumi,
paradossalmente, se non la vivi.
Poi, con Lazzaro, sarà il susseguirsi di una maestosa liturgia ad anticipare,
per certi versi la sua passione, gesti e parole a sfidare la morte, a
smascherarla, a mostrare che non siamo fatti per stare sotto il dominio della
carne, come dice Paolo. Questa è la sfida: lasciarsi dominare dalla morte, che
pare avere sempre l’ultima parola, o scegliere di inchinarsi a un altro dominio?
L’essere spirituale si decide qui. Siamo nati per lasciarci abitare dalla forza
di una vita nuova, la forza dello Spirito del Cristo Risorto ma, forse, ne
abbiamo smarrito il senso, non abbiamo la grammatica, non abbiamo la liturgia,
siamo figli di celebrazioni troppo orizzontali, di attese troppo terrene, non ci
sentiamo più figli del Cielo in terra, abbiamo separato un mondo che chiedeva di
essere abitato nella sua trasfigurata pienezza, è questo il vero dramma. Non la
morte in sé ma il fatto che non riusciamo più ad interpretarla come un
passaggio all’interno di una comunione ininterrotta tra noi e l’Eterno, già qui,
ora, adesso e… nell’ora della nostra morte. Ci sembra impossibile che la vita
proceda di nascita in nascita (e quindi di morte in morte) verso il parto
definitivo. Ogni cosa conduce al Padre, tutto è una Pasqua. Senza questa
consapevolezza non resta che arrendersi al dominio della morte.
“Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero:
«Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù
rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non
inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa,
perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro,
il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora
i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato
della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.
Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi
di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora
Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a
morire con lui!»”. (Gv 11,9-16)
Gesù si mette in cammino verso la Giudea, evidente richiamo alla morte che lo
attende, Gesù accetta il rischio mortale, sceglie di perdersi, lui il seme che
non può dare frutto se non nella consegna di sé, I discepoli lo comprendono
subito, il rischio è totale, hanno paura, ma in Cristo è chiaro, per comprendere
la vita la vita devi perderla, questo ripete in ogni sfumatura del suo agire tra
gli uomini.
Jan Lievens, La resurrezione di Lazzaro, 1631
Questo ripete a noi, anche oggi. Il discorso sulla morte non può limitarsi a un
pensiero. Non si possono dire delle cose sensate sull’esperienza del
morire, occorre imparare a morire da subito, morire al mondo, morire a se
stessi, morire ai propri sogni e ai propri incubi, morire per comprendere. Gesù
infatti non esercita un miracolo a distanza, il suo movimento dice che occorre
affondare nell’esperienza della morte, occorre lasciarsi coinvolgere, bisogna
compromettersi per essere credibili.
Certo, con Lazzaro si limiterà a svuotare una tomba, ma non siamo ancora alla
fine, quello che Cristo fa è atto simbolico, come a liberare il suo di posto tra
i sepolcri, la parola definitiva emergerà quando lui stesso entrerà in una
tomba.
Nessuna risposta plausibile rispetto al dolore della morte se non si accetta di
morire, solo chi accetta di scendere fino agli inferi può essere credibile
messaggero di Resurrezione. La mortificazione della vita non può essere letta
come la somma di atteggiamenti depressivi, come il perpetuarsi di una poco
evangelica dottrina del sacrificio, non è questo, mortificarsi in vita, qui ed
ora, scegliere il deserto, la povertà, la fame, è abitare il limite della vita
perché in quel confine, e solo lì, posso fare esperienza dell’Eterno.
Beatitudini. Ci si mortifica per vivere. Ci si annienta per amore. Si prende la
croce per incontrarlo. Il seme muore per sbocciare in dolcezza di frutto.
> “Al termine dei primi sedici versetti, il lettore ha compreso che il miracolo
> avverrà, non soltanto a motivo dell’amore di Gesù per i suoi amici, ma per
> manifestare la gloria di Dio e suscitare la fede in Colui che affronta la
> morte: egli ha il potere di deporre la sua vita e il potere di riprenderla per
> comunicarla agli uomini”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
Gesù non cammina incontro alla morte, non cammina semplicemente incontro alla
sua fine, da sempre e per sempre il suo sarà un cammino verso la vita, “e io
sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate”, è Tommaso
a non avere ancora compreso nulla, è il nostro gemello che si accontenta di
credere solo nella carne, siamo noi a pensare di essere chiamati a morire con
Cristo, perché sarebbe una fine romantica, perché nel confronto con il mondo
sarebbe molto più semplice condividere la fede in un ideale per cui dare la vita
che farsi prendere in giro su una speranza che pare ingenua e infantile.
> “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano,
> altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta»”.
>
> (Atti 17,32)
Si segue Cristo, che è la luce, per non inciampare nella dissoluzione, si segue
Cristo che è la luce della Trasfigurazione per non scivolare sotto il dominio
della morte, si segue Cristo perché lui ha vinto il dominio della carne, si
segue Cristo per imparare a credere. Per imparare a non deridere la speranza.
*
Marta
La resurrezione già ora
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento
che lo Spirito di Dio abita in voi. (Romani 8,9)
“Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro.
Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano
venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che
veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a
Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche
ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le
disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella
risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la
vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non
morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu
sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”. (Gv 11,17-27)
> “Gesù è la resurrezione e la vita: vita nuova, vita divina, vita che si
> comunica. Chi crede in lui riceve, per mezzo della fede, questa vita nuova,
> che continua anche dopo la morte. E noi sappiamo che i nostri defunti vivono
> in comunione con Dio anche dopo la morte”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, edizioni Apostolato
> della Preghiera, 2004)
Marta è ancora sotto il dominio della carne, ancora non si è lasciata
attraversare dalla lama luminosa del Risorto. Lazzaro è nel sepolcro, cattedrale
inespugnabile, fortezza sacra della fede nelle evidenze della vita. Attorno alla
morte la struggente danza liturgica della consolazione. Con-solare, solitudini
che si aggregano e si moltiplicano, solitudini che rafforzano la domanda che la
morte riporta sempre alla luce: perché nascere se poi bisogna morire? Perché
amare se si deve soffrire? Marta però, al contrario di Maria che rimane
schiacciata dal lutto, si alza. Un gioco di contrasti, come tutta questa pagina
di Vangelo, una danza di opposti (profumo/odore, stare/andare, morte/vita…).
L’atteggiamento di Marta è evocativo, è leggera mentre si alza, mentre decide di
lasciare il peso del lutto a terra, Marta è già carica di speranza quando si
muove incontro a Cristo, c’è già in lei l’indizio di come il credente sia
chiamato a interpretare la vita: risollevandosi, lasciandosi risorgere. In ogni
evento, in ogni situazione, anche la più dolorosa, alzarsi incontro alla vita
perché si sente che Cristo continua a venirci incontro. Perché la Resurrezione è
questo, non un divino colpo di teatro a sistemare le cose, a umiliare la morte,
non la rivincita a rimettere in sesto la vita ma l’esperienza che la fedeltà di
Dio, la sua Alleanza giurata all’uomo, non viene mai meno, mai! Nemmeno e
soprattutto nel cuore della morte. La vita è Lui che ci viene incontro dentro la
vita. E ci chiama. Disperazione è credere che le esperienze siano vuote. È non
sentire lo Spirito che abita le cose.
Marta ha certo una speranza ma una speranza imperfetta: ipotizza una soluzione
ma solo futura, una resurrezione finale, alla fine dei tempi, non qui, non ora.
Lazzaro sarà invece il segno di questa resurrezione vicina. Tornando in vita
decreterà per sempre che la Resurrezione inizia qui ed ora. E che siamo vivi
solo per imparare a riconoscerla. A riconoscere il divino nella carne, a vivere
sotto il dominio dell’Eterno. Cristo è il testimone della vita abitata dallo
Spirito. Proprio perché lo Spirito già abita in noi, qui, ora, adesso, come dice
Paolo ai Romani, proprio per questo Spirito Eterno che è Dio e che danza nelle
nostre carni, proprio per questo anche la malattia porta, come ogni cosa, a Lui.
Tutto porta all’Eterno. Il credente riconosce e libera l’Eterno già presente nel
tempo.
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e della morte”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana 1988)
Peter Paul Rubens (bottega), La resurrezione di Lazzaro, 1625 ca.
*
I Giudei e Maria
Non poteva far sì che non morisse?
Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene (Romani 8,9)
“Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le
disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò
da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta
gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a
consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che
andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena
lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio
fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere
anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto
turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a
vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo
amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non
poteva anche far sì che costui non morisse?»”. (Gv 11,28-37)
> “E invece, lui è sempre “qui”. È il Dio-con-noi per sempre. E il suo
> misterioso ritardo alla nostra supplica rivela un accorrere essenziale e un
> arrivare essenziale dentro il nostro dolore: non deve “venire”, perché non ha
> mai smesso di essere presente…”
>
> (Adelaide Anzani Colombo, Per fede, per amore, Casale Monferrato, 1995)
Anche Maria si alza, chiamata, come fosse una vocazione, come per i primi
discepoli in riva a lago, come sarà per Maria davanti al sepolcro, come per noi,
che se non sentiamo il nostro nome pronunciato dalle sue labbra mai potremo
affidarci. Mai potremo credergli. Anche i giudei la seguono, Maria si getta ai
piedi di Gesù ma le sue parole sono abitate solo dalla morte. Diventano una
sorta di accusa e sembrano iniziare quella scomposta ribellione alla nostra idea
del divino: “dove sei Dio quando il mondo soffre?”. Ancora un contrasto: la
morte contrapposta a Dio, la morte è presente perché Dio è assente, ancora un
drammatico gioco degli opposti. Quando non riconosciamo lo Spirito di Cristo in
noi accade esattamente questo, la diabolica opposizione, l’incapacità di sentire
il Suo respiro anche nel cuore della morte. Si crede nel potere ineluttabile
dei sepolcri. Ci si lascia convincere dalle apparenze.
Ma Cristo sa che del dolore occorre avere rispetto, che le lacrime sono sacre,
che non serve spiegare nulla e che nulla può essere spiegato quando un cuore è
affranto. Così mentre i giudei si limitano ad alimentare un coro che puzza di
recriminazione, quasi a cercare un colpevole (“non poteva far sì che costui non
morisse?”) Cristo, invece, piange con Maria. Per trovare Cristo nella morte,
vertice dei nostri cammini di fede, occorre averlo trovato nella gioia e nel
dolore, nella fraternità e nelle lacrime. Si crede per frequentazione intima.
> “Si è quindi autorizzati a concludere che la desolazione di Maria che egli
> amava e l’osservazione dei giudei (…) pongono Gesù di fronte alla realtà della
> morte, non soltanto quella di Lazzaro, ma la sua, ormai imminente, secondo
> l’orientamento del racconto. E Gesù reagisce con una lotta interiore. (…) le
> lacrime silenziose di Gesù provengono dall’amore del Padre che attraverso di
> lui giunge ai discepoli (15,9); sono le lacrime di Dio dinnanzi alla morte che
> separa gli esseri. Al tempo stesso, sono lacrime di Colui che deve
> acconsentire alla prova”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
*
Cattivo odore
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è
vita per la giustizia. (Romani 8,10)
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era
una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la
pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo
odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se
crederai, vedrai la gloria di Dio?». (Gv 11, 38-40)
Una grotta e una pietra a sigillare due mondi che non si vogliono comunicanti.
La morte puzza, la morte manda cattivo odore ma Cristo, ancora commosso, non ha
paura. Non ha paura di far rotolare via la pietra, gesto che sarà divino quando
il corpo da liberare sarà il suo, un Cristo commosso che si oppone a Marta e che
le indica la via per decifrare la realtà delle cose: solo chi crede, vede. Non è
il contrario, non è la visione a portare alla fede ma è la fede a regalare la
vera visione delle cose. Solo se credi vedrai la gloria di Dio, solo chi crede
che il corpo, anche il nostro corpo, è già morto al peccato può vedere lo
Spirito. Spirito che è vita. Se crediamo in Cristo, se sentiamo che siamo
creduti da lui, se la nostra vita spirituale è davvero una relazione viva
riusciremo anche noi a vedere la gloria di Dio, la sua luce, la sua presenza, in
ogni carne, anche in quelle fasciate dalla morte. Anche in Lazzaro.
Henry Ossawa Tanner, La resurrezione di Lazzaro, 1896
*
Padre
Liberatelo lasciatelo andare
E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui
che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali
per mezzo del suo Spirito che abita in voi. (Romani 8,11)
“Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo
grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho
detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi
e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro:
«Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria,
alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui”. (Gv 11, 41-45)
Tolsero la pietra e Gesù alzò gli occhi, non più distanza tra vita e morte, tra
cielo e terra, lo Spirito di Dio ad abitare in noi e la vita ad essere liberata
e lasciata andare. Perché di questo abbiamo davvero bisogno, di essere liberati.
Si crede per essere finalmente liberi. Liberi anche dalle bende che opprimono la
nostra umanità. Sono lacci che si sciolgono, è Isacco non più ostaggio di
Abramo. È il paralitico che trova strada, è il cuore che ritrova la capacità
d’amare, è il peccatore che ritrova perdono, è la vita umana, la nostra vita,
che torna a essere quello per cui è stata creata: un passaggio, una Pasqua verso
l’Eterno, è il figlio che ci credeva perduto che torna al Padre. Questa è la
libertà, passare dal dominio della carne al dominio dello Spirito. È sentirsi
abitati dallo Spirito di Dio, che proprio perché ha risuscitato Gesù dai morti
continua a risorgere la vita.
“Lasciatelo andare”, lasciamola tornare a casa questa nostra povera vita che,
per paura, per mancanza di intimità con il Vivente, si aggrappa al bordo del
visibile, lasciamola andare dove deve andare questa nostra vita così impaurita
da convincersi che sia nata per razzolare e non per spiccare il volo. Lasciamola
andare questa nostra storia che ha dimenticato di essere in Esodo e che, invece,
pretende di mettere radici nella terra. Siamo fatti per essere assunti in Cielo,
Lazzaro liberato è lasciato andare ma non solo verso i suoi affetti di sempre
ma, finalmente, in cammino verso il suo vero approdo. Lo Spirito di Dio, che ha
risuscitato Cristo dai morti, abita in noi: perché continuare a opporre
resistenza?
> “«Padre, ti ringrazio d’avermi ascoltato» (11,41): Cristo ringrazia il Padre
> non soltanto per Lazzaro, ma per la vita di tutti. (…) Egli vide in questo
> miracolo di Lazzaro un certo tipo della resurrezione universale del genere
> umano, e ciò che è accaduto in un uomo soltanto stabilì che fosse una
> splendida immagine dell’universale e del tutto. Crediamo, infatti, che quando
> egli verrà giudice sarà un forte suono della tromba a ordinare ai morti di
> risorgere (cfr. 1 Cor 15, 52)”.
>
> (Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, 11,38-43)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Giotto, La resurrezione di Lazzaro, 1303-1305, Cappella degli
Scrovegni, Padova
L'articolo Siamo fatti per essere assunti in Cielo. La resurrezione di Lazzaro o
del nostro rapporto con la morte proviene da Pangea.
Cristo, il rischio di un rifiuto escatologico
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli
lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato
cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui
siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui
che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire.
Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». (Gv 9,1-5)
> “La verità è rifiutata per la sua chiarezza, non per la sua oscurità. Per
> tutto questo Giovanni attribuisce al peccato di incredulità una eccezionale
> gravità, quasi una valenza escatologica. Il rifiuto di Gesù è un rifiuto che
> si può dire escatologico, perché rifiuta la rivelazione ultima e definitiva.
> Rifiutare Gesù significa chiudere gli occhi di fronte a una luce che è giunta
> nel suo pieno meriggio. Non è possibile attendersi una manifestazione più
> chiara. Ecco perché il rifiuto di Gesù assume quasi un carattere di
> definitività. E questo spiega perché i giudizi di Giovanni assumono non
> raramente una durezza che ci sorprende”.
>
> (Bruno Maggioni, La brocca dimenticata, Vita & Pensiero, 1999)
Gesù passando vede, è nei suoi occhi che la vita accede per essere illuminata, è
lui il raggio che elenca vita, che stana le ombre, che invade i peccati. È lui,
ed è inarrestabile. È lui, ed è pericoloso, solo cuori insipienti possono
ridurre l’avanzata del Messia a innocua carezza pacificante. “Veniva nel mondo
la luce vera, quella che illumina ogni uomo”,l’aveva già anticipato
l’evangelista nel prologo ma, sempre nel prologo Giovanni, dopo soli nove
versetti dall’inizio della sua narrazione sentenzia: “Era nel mondo e il mondo è
stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra
i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. E non perché fossero cattivi, non perché
fossero stupidi ma perché, come noi, hanno avuto paura della luce. Perché la
luce fa male, perché la luce rischia di bruciare le nostre sicurezze, perché
Cristo è incandescente, perché si prende tutto, perché non è solo questione di
vedere le apparenze, di ridare contorni netti all’esistente, non è mera
guarigione fisica è, al contrario, franare nella malattia, è accettare di essere
malati di Lui, è essere condannati vedere la realtà fino in fondo, fino ad
accettare che lui sia l’unica luce, l’unico tutto. Cominciare a vedere significa
non poter guardare nient’altro che lui, vivere solo in riferimento Cristo, luce
assoluta.
Intanto i discepoli interrogano Gesù, la sofferenza degli uomini rimane una
domanda radicale, atroce, e come per ogni interrogativo spinoso ecco il
tentativo umano di trovare risposte, di disarmare lo scandalo, come se trovare
il colpevole risolvesse il dolore. Ma il peccato non è solo da ricercare nella
disobbedienza dei padri come provano a ipotizzare i discepoli di Gesù, “la
domanda dei discepoli deriva dalla convinzione che non vi è sofferenza senza
colpevolezza” (Xavir Leon Dufur), il peccato vero è da declinare al presente, e
in prima persona. Peccato è decidere di non aprire gli occhi a Cristo, è
decidere di non stare nella relazione nonostante l’ingiusta sofferenza (al
contrario di quanto fece Giobbe con Dio), è non permettere alla vita di aprirsi
al futuro, è cercare solo nel passato le motivazioni del presente senza entrare
nella storia così come è, senza dare spazio alla possibilità che ogni situazione
ha in sé la forza di poter mostrare l’opera di Dio. Peccato è opporre resistenza
alla luce, ed è in nostro potere farlo.
La luce quando irrompe nel mondo non lascia più spazio alla consolante ipotesi
della Sua assenza, riconoscere la luce divina è ammettere che ogni risposta
della mia libertà dovrà ammettere la relazione con il divino.
Anche il Calvario diventerà luminoso, paradossalmente diventerà il luogo più
luminoso per chi non sceglierà di rimanere cieco. Il cieco centurione arriverà a
vedere! A distanza di duemila anni è chiaro che questo testo, come tutto il
Vangelo, rimane scandaloso per noi, pericoloso, non si tratta di interpretare
dei testi, di commentarli, di farne teoria, si tratta di schierarci, di decidere
di noi. Il resto sono chiacchiere inutili e blasfeme: polvere negli occhi.
Rifiutarlo, come dice Bruno Maggioni, è chiudere gli occhi sull’Eterno. Il
paradiso non è qualcosa che sarà, non il premio riservato ai buoni, il paradiso
è già qui, è accettare la profondità delle cose, quella che solo Cristo svela.
Assoluta la sua luce, assoluto il suo amore, assoluta la sua proposta. Vivere
questa vita con gli occhi della trasfigurazione, ogni cosa è fatta per entrare
nella luce dell’Eterno, il peccato è chiudere gli occhi, opporre resistenza,
falsificare il reale.
Duccio di Buoninsegna, Gesù apre gli occhi al cieco nato, 1307 ca.
Non resta quindi che trovare il coraggio di definire a quale categoria di ciechi
apparteniamo. Non resta che decidere di noi, accettare di lasciarci trapassare
dalla lama di luce di Cristo o negare le tenebre, negare il buio fino al punto
di non riconoscerlo più, entrare a farne parte, come ammonisce la famosissima
frase di Italo Calvino…
> “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è
> già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
> Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare
> l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è
> rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper
> riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e
> dargli spazio.”
>
> (Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972)
*
Cristo: colui che condanna la nostra pavida neutralità
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango
sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che
significa ‘Inviato’. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini
e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è
lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»;
altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli
rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli
occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e
ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo
so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno
in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei
dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro:
«Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei
farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato».
Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?».
E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici
di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato
la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la
vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato
cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo
è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi
gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età,
parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei
Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse
riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi
genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». (Gv 9, 6-23)
> “Certo non si arriva fino a negare la possibilità di un intervento di Dio, ma
> il silenzio diventa complicità quando bisognerebbe parlare: lascia il campo
> libero a quelli che escludono l’intervento divino e contribuisce e
> imprigionare i timidi nella loro timidezza. Chi dirà i danni causati o
> favoriti da una pavida neutralità?”
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, San Paolo,
> 1993)
> “Intanto Gesù opera una liturgia molto particolare, sembra richiamare Genesi,
> la terra con la quale fu plasmato l’uomo, sembra che Gesù operi un atto di
> medicina tradizionale lontano dai canoni occidentali, sembra voler peggiorare
> inizialmente le cose raddoppiano la cecità del cieco ostruendo le palpebre, ma
> probabilmente, alla fine, l’operazione di Gesù è stata un’unzione: “Gesù
> procede infatti a un’«unzione». Ed egli stesso ne è l’autore in quanto l’Unto,
> il Cristo!”
>
> (Yves Simoens)
Così la persistenza della cecità perdura in chi non accetta di farsi ungere
dall’Unto, in chi non si lascia accarezzare e divinizzare dal Crisma del
Cristo.
Non bisogna essere per forza cattivi per rifiutare la luce del Vangelo, la
cattiveria vera richiede un’intelligenza e una perseveranza che spesso non
abbiamo, non siamo all’altezza di essere davvero crudeli, ci accontentiamo di
essere pavidi. Come i genitori del cieco guarito. Non siamo a favore, non siamo
contro, non ci esponiamo. Atteggiamento ambiguo. Abbiamo paura. Magari ci
limitiamo a indicare l’esemplarità della vita di altri, magari guardiamo da
lontano ma sentiamo che sarebbe troppo rischioso implicarci fino in fondo.
Perché comprometterci, e non c’è fede senza compromissione, significa mettere in
discussione tutto di noi, la nostra identità profonda. Il cieco, infatti, non è
più riconosciuto da chi lo frequentava dalla nascita. C’è molta ironia nella
narrazione giovannea ma è ironia amara e realissima, accettare di lasciarci
compromettere dalla luce, farlo davvero, significa perdere la comprensione del
mondo. Se il mondo continua a seguirci, se non ci emargina, se ci comprende, se
ci usa e ci concede spazio semplicemente non stiamo seguendo il Vangelo. Non c’è
verifica più lucida e impietosa. Non siamo nella luce. Anche se crediamo di
esserlo. Anche se apparentemente tutta la nostra vita sembra parlare di
Dio. Hanno ragione i genitori del cieco guarito, la luce fa paura. Certo non
schierarsi è assumersi un rischio enorme:
> Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della
> creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari
> tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né
> caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.
>
> (Apocalisse 3,14-16)
*
Cristo: il ladro di sicurezze
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria
a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un
peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli
dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve
l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete
forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo
discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha
parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo:
«Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto
gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e
fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito
dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da
Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati
e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori». (Gv 9, 24-34)
> “Tratto sorprendente, i farisei non fanno che parlare di Dio e di Mosè. Non
> rifiutano Dio, bensì l’evento attestato da un «peccatore». Essi infatti «non
> vollero credere». Credere a che cosa? Non a Dio o a Cristo, ma semplicemente a
> un fatto: non vollero credere che quell’uomo fosse stato cieco e avesse
> recuperato la vista. Come noi oggi ci rifiutiamo di ammettere il fatto
> «scandaloso» che mette in discussione le nostre idee o la nostra vita, così
> quei giusti non possono accettare ciò che non rientra nella loro ottica.
> Certo, essi interrogano, ma al fine di ottenere la risposta desiderata. «Voi
> non avete ascoltato» (9,27), dice loro l’accusato al terzo interrogatorio. La
> diagnosi è lucida. Essi infatti sono talmente sicuri della loro verità che non
> cercano più di “fare la verità”. «Non sappiamo»: la parola ricorre come un
> leitmotiv (9,24.29). E poiché un testimone testardo li mette con le spalle al
> muro, costringendoli a pronunciarsi tra lui e le loro convinzioni, essi lo
> ‘cacciano’, respingendo insieme a lui il ladro che è venuto a rapire le loro
> sicurezze per condurli a un’esperienza nuova della fedeltà di Dio”.
>
> (Michel de Certeau, Mai senza l’altro, Magnano 1993)
> “Incuriosisce anche l’insistenza sul nome della piscina (9,7). Siloam, nel
> Sinaitico, è la traduzione del termine Silôah di Is 8,6 un nome proprio che
> indicava innanzitutto il canale che convogliava l’acqua della sorgente
> intermittente oggi chiamata Ain Sitti Mariam; questo nome significava di
> conseguenza qualcosa come l’inviante, il canale che trasmette acqua”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, EDB 1997)
Essere trafitti dalla luce non è indolore, la trasformazione è radicale, ci si
rende irriconoscibili al mondo e, immediatamente, testimoni. Canali che
convogliano l’acqua dalla sorgente, strappi sulla tela del reale che lasciano
passare luce dall’Altrove, uomini trasfigurati: testimoni, e quindi martiri. I
farisei non rifiutano Dio, nemmeno i farisei dei nostri tempi rifiutano
Dio, nemmeno la nostra società rifiuta il divino, basta che sia qualcosa di
perfetto, luminoso, puro e, soprattutto, lontano. Il divino deve essere narrato
con precisione chirurgica da professionisti del sacro, deve nascondersi dietro
un’estetica attraente, non deve inquietare, deve consolare, non deve avere le
dita sporche di fango, deve essere sterile, non deve avere carne e sangue, non
deve contraddirci, di sicuro non può essere testimoniato da un povero cristo
nato cieco e, lui dice, ora guarito. Ma il Vangelo non fa altro che ripetere la
narrazione di un fatto, il cieco arriva ad essere esausto di dover perpetuare la
narrazione di un gesto, ma non c’è altra strada, solo la narrazione di un fatto,
solo la testimonianza personale di un cieco che riacquista la vista, potrebbe
convertire. Non c’è altro segno. Riconoscere la grazia in atto nel mondo, in
questo nostro mondo così imperfetto, in questa nostra vita così sporca e
precaria, così segnata dal peccato. Spesso siamo ciechi all’amore che Cristo
esercita in noi, ai suoi fatti luminosi che accadono nella nostra sporca carne,
opponiamo alla sua grazia quella che sembra umiltà, è solo narcisismo, e
mancanza di fede. Crediamo che la nostra ombra sia più grande della sua luce,
che il nostro peccato sia più grande del suo perdono e, colpevolmente, rimaniamo
nascosti dietro i nostri alibi.
Invece è un Dio che si fa luce in Cristo arrivando a toccare il mondo, a
toccarlo davvero, non è solo un’astratta sensazione spirituale, e lo fa usando
modi che magari ci sono estranei, che non riusciamo a capire, che non vogliamo
comprendere. La nostra percezione dell’agire di Dio sarebbe da convertire!
Pretendiamo che Dio agisca secondo le nostre regole oppure, meglio, che non
agisca proprio, perché guarire un cieco ci sembra volgare, molto meglio scrivere
trattati sull’indifferenza di Dio, molto più elegante e, soprattutto, molto più
accettato dal mondo culturale.
Orazio De Ferrari, Guarigione del cieco nato, XVII secolo
Un Cristo che agisce scippandoci delle nostre sicurezze, delle nostre visioni
ideologiche del mondo e, più di ogni altra cosa, del potere che teniamo stretto
con le unghie. Perché è il potere, alla fine, che acceca. Il potere di crederci
gli unici intermediari del divino, gli unici sacerdoti della cultura, gli eletti
farisei della verità. Cristo è la luce del mondo, è la sorgente che si mostra,
l’unico modo per non uscire dalla luce è diventare suoi testimoni. Ma per
diventare suoi testimoni occorre perdere noi stessi, morire. Questo fa paura. La
luce dell’Eterno ci chiede di morire al mondo, di morire a noi stessi.
*
Il vero credente: colui che si vuole eliminare
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi
nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in
lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse:
«Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un
giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono,
vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con
lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose
loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi
vediamo’, il vostro peccato rimane». (Gv 9,35-41)
> “Quando qualcuno non aspira che a vantaggi terreni, è facile essere amati,
> avere amici con i quali fare comunella insieme! Ma quando un uomo si impegna
> assolutamente, con sacrificio di tutto, fino a ridursi in povertà, ad essere
> disprezzato, cacciato dalla sinagoga per attenersi a Dio nell’amare gli
> uomini: allora, prova a mettere un avviso sui giornali che tu cerchi un amico,
> ma aggiungi le condizioni e anche metti la postilla che non c’è vantaggio di
> sorta: è difficile che tu trovi qualcuno. Migliore il mondo non è. Il massimo
> ch’esso riconosce ed ama -quando ci riesce- amare il bene e gli uomini, però
> in modo che nello stesso tempo si possa arrangiare qualche vantaggio per sé e
> per gli altri. il mondo non capisce più in là: fa un passo più in là, e avrai
> perduto l’amicizia. Non diciamo questo per giudicare, non perdiamo tempo per
> questo. Ma se tu non vuoi essere un traditore verso Dio e verso te stesso o
> verso gli altri, allora devi rassegnarti a essere chiamato egoista. Infatti la
> tua convinzione che amare se stessi in verità è amare Dio e che amare un altro
> uomo è aiutarlo ad amare Dio, questa tua convinzione forse non interessa
> affatto il tuo amico. Egli osserva bene che se la tua vita si rapporta
> veramente all’esigenza di Dio, essa contiene, anche se tu non dici nulla,
> un’ammonizione, un’esigenza per lui – ed è questo ciò che si vuole eliminare”.
>
> (Søren Kierkegaard, Gli atti dell’amore, Milano 1983)
Non poteva che finire così, con l’esclusione. Anticipo di ciò che avverrà a
Cristo, eterno ripetersi del copione da sempre e per sempre. Non si può
pretendere di essere del mondo e, allo stesso tempo, di essere fedeli a Cristo.
Lo incontriamo solo fuori, solo i cacciati fuori possono intercettarlo. Ma
bisogna stare attenti, chi decide cosa significhi davvero “stare fuori”? Non
basta scomparire, non basta allontanarsi, non basta mettere distanze fisiche tra
noi e il mondo (atteggiamento che può nascondere doppiezza, desiderio di
protagonismo). Essere cacciato fuori dal mondo non è scegliere il personaggio
del puro, giocare a interpretare colui che è contro il sistema, adagiarsi nel
comodo ruolo della vittima. Bisogna stare attenti. Prima di tutto il “cacciato
fuori” non lo sceglie, lo subisce. Non è lui a decidere, romanticamente, che è
tempo di lasciare i luoghi del potere. Lo subisce. Ingiustamente. In
silenzio. Continuare a sbandierare la patente di escluso è uno dei segni che
indicano che dal mondo non ce ne siamo proprio andati. Il cieco, al contrario, è
cacciato fuori e, probabilmente si sarà anche chiesto se non era meglio rimanere
ciechi ma ben dentro la società, con un proprio ruolo riconosciuto. Se non
avesse incontrato Cristo, fuori dalle mura, il miracolo sarebbe stato solo una
perfida guarigione, una condanna all’esclusione. Solo un grande pace interiore
dimostra che fuori abbiamo incontrato Cristo, perché questo è l’unico motivo,
andare nel deserto, sfinirsi di preghiere e digiuni ma non lasciarsi incontrare
dal Risorto è franare nella cecità di chi vede solo se stesso.
Vincenzo Irolli, La guarigione del cieco nato, 1936
Anche Cristo morirà cacciato fuori, il testimone, il vero testimone, è un
cacciato fuori perché, come dice lucidamente Kierkegaard non è più sopportato a
causa del suo impegno assoluto, assoluto significa che la sua dedizione totale
alla luce diventa giudizio per chi sta ancora in ombra. Senza dire nulla! Perché
il testimone parla soprattutto con la sua vita, è lui un fatto, lui il cieco
guarito, non ha nulla da spiegare, la sua vita si è totalmente piegata a
diventare testimonianza di Cristo, lui la piaga, in lui le stimmate della
luce. Il testimone è tale nonostante lui, non è lui a decidere, ad assumere il
ruolo di sacerdote, lui è solo una testimonianza vivente, è condannato a parlare
di Lui anche nel silenzio. E mostrare la luce significa essere disprezzati.
L’itinerario dalla cecità alla luce che questo brano di Vangelo propone è un
percorso di fede, Cristo è prima riconosciuto come l’inviato, poi come un
profeta, poi come figlio dell’uomo e infine come Signore, ma questo cammino non
è indolore per il cieco. All’inizio della pagina non vedeva ma era visto dagli
altri, alla fine lui vede e riconosce il Cristo ma i fratelli non vogliono più
vedere lui! È una pagina dolorosa, nasconde, tra le mille possibili
interpretazioni, anche una feroce domanda: sei disposto a vedere, a vedere
davvero? Sei disposto a perdere la comprensione della famiglia, la vicinanza
degli amici, il tuo posto da mendicante di vita nella società pur di lasciarti
illuminare le pupille da Cristo? Sei disposto a vivere nel disprezzo senza farne
un vanto? In cambio saprai riconoscere nei pochi affetti che sapranno reggere il
rifiuto del mondo la luce dell’Eterno, già qui, ora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
L'articolo Sei disposto a vedere davvero? Il rifiuto, ovvero: anatomia della
cecità proviene da Pangea.
Cristo viandante assettato
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al
terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di
Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era
circa mezzogiorno. (Gv 4,5-6)
> “Di che cosa Gesù ha sete? Il lettore non è ancora in grado di rispondere a
> questa domanda. lo sarà forse quando sentirà Gesù in croce gridare: «Ho sete!»
> (19,28) o ancora prima? (…) Gesù ha certamente chiesto da bere alla
> Samaritana, e ora si intuisce che ciò di cui egli ha sete è proprio sete di
> lei, il desiderio che lei ha dell’acqua viva che solo Gesù può donare. Del
> Padre stesso si dirà che «cerca» adoratori autentici”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 1990)
Un Dio che ha sete, un povero cristo, solo, che sta presso un pozzo in attesa
dell’uomo. Poi possiamo addentrarci in tutte le interpretazioni simboliche ed
esegetiche, poi possiamo, ed è doveroso farlo, smarrirci nella proliferazione di
significati, nella stratificazione di senso presente in questa pagina di
Giovanni. Però. Però non può essere smarrita l’immagine di un Dio assetato. Lo
stesso che al compimento della sua vita tra gli uomini ribadirà lo stesso
bisogno. Lo farà dall’alto della croce, dal suo viaggio al termine della notte
umana, lo griderà come sanno gridare gli amanti: ho sete! Un Dio che ha sete
della sua creatura, un Figlio che ha sete del Padre, un uomo che ha sete
d’amore.
Una sete che arriva a causa della fatica di un viaggio, perché la sete è
una kenosi che va cercata, è possibile l’incontro tra uomini solo a partire da
un vuoto, è possibile il dialogo con Dio solo a partire da una mancanza, da un
bisogno. Gesù sembra viaggiare per svuotarsi, il contrario dei nostri itinerari
di illusoria pienezza. In questa pagina, attorno al pozzo, tutti hanno sete ma
non si descrive mai l’atto del bere. Solo quello della sete. Che permane,
aumenta, si purifica, diventa eterna. Ci si trasforma in sorgenti, alla fine, ma
non si riempie mai il bisogno.
Fanno paura le seti che ci abitano, a chi le possiamo confidare? Chi può
ascoltare il nostro grido senza usurpare il nostro bisogno? A chi possiamo
mostrare il nostro desiderio di vita senza correre il rischio di essere
prosciugati? Eppure il rischio bisogna correrlo, il prezzo è morire di sete. Il
rischio di confidarsi con uno straniero, il rischio di mostrarsi vulnerabile, il
rischio di non essere compresi, il rischio di essere fraintesi. Cristo al pozzo
inanella tutti questi pericoli, conosce l’azzardo, lo assume. Cosa dirà la donna
straniera? Cosa penserà la moglie dai cinque uomini? E i suoi discepoli al
ritorno? Cosa capiranno? L’inizio di ogni relazione vera si assume il pericolo
di essere fraintesa, sembra che non possa esserci vita senza rischio. Rischio di
bruciarsi, sicurezza che l’altro ci farà sicuramente male, perché le relazioni
sono tutte pericolose, e l’incomprensione è insita nella parola, e il male, il
male che ci abita, è serpe che distorce anche le intenzioni più pure. Eppure,
proprio nella giungla di queste fatiche, affaticati dal viaggio della vita,
occorre sedersi e accettare che abbiamo bisogno di qualcuno che condivida vita
con noi. La sete di Cristo è il segno del limite invalicabile che ci abita, del
limite che siamo. Del limite che diventa possibilità.
Lazzaro Bastiani, Incontro di Cristo con la Samaritana, XV secolo
*
Il pozzo
Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I
suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna
samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono
una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice:
“Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove
prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre
Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo
bestiame?». (Gv 4, 7-12)
> “Il pozzo (…) per quelli che hanno familiarità con la Bibbia è anche un tema
> molto legato all’esodo e in particolare alla legge. Un commento ebraico parla
> così del soggiorno degli ebrei nel deserto: lo scopo di quei quarant’anni «fu
> di far mangiar loro la manna e bere l’acqua del pozzo perché così la legge
> fosse assimilata nel loro corpo». (…) un commento di Qumran su questo passo
> dice: «Il pozzo è la legge»”.
>
> (Alain Marchadour, Vangelo di Giovanni, San Paolo 1994)
Ma anche prima c’è un pozzo, anche prima di Esodo, in Genesi, al capitolo 26 c’è
una storia che mi ha sempre colpito, è la descrizione di una prassi, di un
mestiere, una sorta di liturgia pratica, una devozione alla vita. Isacco ne è
protagonista:
> Isacco fece una semina in quella terra e raccolse quell’anno il centuplo. Il
> Signore infatti lo aveva benedetto. E l’uomo divenne ricco e crebbe tanto in
> ricchezze fino a divenire ricchissimo: possedeva greggi e armenti e numerosi
> schiavi, e i Filistei cominciarono a invidiarlo. Tutti i pozzi che avevano
> scavato i servi di suo padre ai tempi di Abramo, suo padre, i Filistei li
> avevano chiusi riempiendoli di terra.
>
> (Genesi 26,12-15)
So che il pozzo nella pagina della Samaritana richiama la legge, però questa
cosa che i pozzi si possano riempire di terra per invidia mi sembra importante
da segnalare. Isacco scava pozzi, i suoi avversari riempiono di terra le
sorgenti. Come cacciare sabbia in gola alla vita. Ma lui, Isacco, nonostante
tutto, continua:
> Isacco riattivò i pozzi d’acqua, che avevano scavato i servi di suo padre,
> Abramo, e che i Filistei avevano chiuso dopo la morte di Abramo, e li chiamò
> come li aveva chiamati suo padre. I servi di Isacco scavarono poi nella valle
> e vi trovarono un pozzo di acqua viva.
>
> (Genesi 26,18-19)
Poi possiamo andare al pozzo della legge, provare a comprendere cosa intenda
Gesù, quali i rischi dei Samaritani, cosa renda il pozzo della legge un’acqua
che non estingue sete. Prima però c’è Isacco che passa la vita a riaprire pozzi
d’acqua viva e a me pare davvero commovente. Mi sembra l’unico mestiere che
valga la pena fare. Mi pare la chiave per abitare il mondo con santa
disciplina. Solo chi cerca di togliere sabbia dal pozzo delle relazioni, solo
chi scava e scopre pozzi d’acqua nelle valli disabitate degli apparenti
fallimenti, solo chi è rabdomante di vita può comprendere davvero l’incontro tra
la Samaritana e Cristo. Incontro tra due deserti che nascondono pozzi.
Serve una costanza incredibile per scavare pozzi, per riaprirne, per opporsi
alla violenza. Serve una caparbietà infinita, serve una fede incrollabile, serve
di ripetere la stessa liturgia di scavo senza lasciarsi prendere dallo
sconforto. Sono convinto che la vita sia mantenuta viva da scavatori di pozzi
nascosti ed anonimi e incrollabili.
> Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo: “L’acqua è
> nostra!”. Allora egli chiamò il pozzo Esek, perché quelli avevano litigato con
> lui. Scavarono un altro pozzo, ma quelli litigarono anche per questo ed egli
> lo chiamò Sitna. Si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non
> litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: “Ora il Signore ci ha dato
> spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra”. Di là salì a Bersabea. E
> in quella notte gli apparve il Signore e disse:
>
> “Io sono il Dio di Abramo, tuo padre;
> non temere, perché io sono con te:
> ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza
> a causa di Abramo, mio servo”.
>
> (Genesi 26, 20-24)
Poi è vero il pozzo della Samaritana richiama alla legge.
> “Le leggi, rigorosamente laiche, sono pensate come regole che servono solo a
> separare ciò che è dell’uno da ciò che è dell’altro; Dio non c’entra proprio,
> e neppure la comunione fraterna. Già i farisei erano acceduti a questa
> concezione mercenaria della legge; ancor più i Samaritani. Gesù sollecita la
> Samaritana a passare dalla concezione mercenaria della legge a quella
> spirituale. (…) Come il pozzo è anche la Legge, finché essa sia scritta solo
> sulla pietra e non nei cuori. Dopo aver obbedito a tutte le sue prescrizioni,
> l’uomo deve riconoscere d’essere sempre da capo assetato, s’intende di
> giustizia”.
>
> (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa 2007)
> “Una cosa è bere, un’altra è diventare sorgente. L’acqua è lui. È Gesù,
> ricevuto per essere donato”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997)
La legge chiede carne, chiede di essere scritta nei cuori. Cristo al pozzo
chiede il cuore della Samaritana, Cristo non chiede mai altro. Ma cosa significa
davvero? Come si può chiedere al nostro cuore di tramutarsi in pietra, e poi di
lasciarsi incidere dal dito infuocato dell’Altissimo? Come mettere il cuore
nelle mani di Dio e lasciare che lui ci incida sopra le sue Parole, lasciare che
venga stritolato dalle sue dita, spremuto come cuore sacro a distillare il vino
dell’Alleanza?
> “Un cristiano non è un libero pensatore. Per lui, al principio, non sta
> l’uomo, il suo pensiero, la sua forza, le sue possibilità. Al principio non
> sta neppure un’idea. Sta la carità di Dio: cioè quel dimostrarsi di Dio
> nell’uomo Gesù, che dice a noi concretamente tutta la verità. Di fronte a ogni
> proposta, o ricerca, o cammino, la preoccupazione dominante di un credente
> cristiano sarà sempre quella di non perdere il riferimento a Cristo, di non
> giudicarlo o “svuotarlo” secondo le sollecitazioni del momento, per lasciarsi
> invece sempre giudicare da lui, assumendo la comunione con lui come criterio
> irrinunciabile di verità e di azione. «Cristo ieri, oggi, per sempre»
> (cfr. Eb 13,8)”.
>
> (Giovanni Moioli, Temi cristiani maggiori, Milano 1992)
Vuol dire che l’uomo rinuncia a essere un libero pensatore! E questa frase è la
prima spremitura violenta. Chi, oggi, ha il coraggio di non considerarsi
pienamente autonomo? Lo sappiamo, nessuno lo è davvero ma ognuno di noi
sbandiera una sorta di libertà conquistata. Poi siamo schiavi delle opportunità,
del sistema, dei mille compromessi, delle meschinità che ci abitano, del denaro,
della fama… ma non possiamo dirlo. Mettere il cuore in mano sua è esplicitarlo:
voglio essere tuo schiavo. Voglio scendere fino alla sorgente del pozzo e
togliere dalla fonte l’uomo, voglio sbarazzarmi dall’egemonia di me stesso, del
mio pensiero, della mia forza, delle mie possibili possibilità. E questo ci fa
orrore, ci fa paura. Alziamo subito scudi, difendiamo la piena libertà
che Cristo ci avrebbe promesso, la pienezza della vita… ma quale è la Sua
libertà? Quale libertà può promettere il Crocifisso che, anche da Risorto, non
chiude il segno dei chiodi? Per incontrare l’acqua viva, per non inquinare la
legge con la nostra miseria, bisogna liberarsi di quel che siamo e giungere,
assetati, come viaggiatori al pozzo, al principio. E al principio del pozzo,
acqua viva in eterno c’è la carità di Dio. Il suo amore. Se non arriviamo lì
lasceremo al cristianesimo di essere sempre e solo un’idea. Nobile. Ma che non
disseta fino in fondo. Solo Cristo deve essere il riferimento, solo lui, per lui
annientarsi, lui a guidarci, a lui incatenarci e lì, paradosso d’amore, scoprire
il nostro vero volto, la nostra intima libertà, l’immagine e somiglianza unica e
irripetibile. Fermarsi prima, accontentarsi, non lasciare che il seme che siamo
muoia renderebbe questa discesa al pozzo un suicidio.
Giovan Battista Caracciolo, Cristo e la Samaritana al pozzo, 1620 ca.
*
La donna
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà
dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io
gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».
«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete
e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo
marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». (Gv 4, 13-17)
> “Domanda da bere e promette di dissetare. È bisognoso come uno che aspetta di
> ricevere, e abbonda come uno che aspetta di saziare. «Se conoscessi, dice, il
> dono di Dio». Il dono di Dio è lo Spirito Santo. Ma Gesù parla alla donna in
> maniera ancora velata, e a poco a poco si apre una via al cuore di lei. Forse
> già la istruisce. (…) Oh se avesse sentito: «Venite a me, voi tutti, che siete
> affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»! (Mt 11,28). Infatti Gesù le diceva
> questo, perché non dovesse più faticare, ma la donna non capiva ancora”.
>
> (Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni)
Non importa sapere se cinque fossero proprio i mariti della donna oppure se
questa sia un’allusione agli idoli dei Samaritani. Quello che conta davvero è il
passaggio che si compie tra le grandi teorie e la vita vera, tra le domande
generiche e la vita pratica della donna (o di un popolo). Gesù per rispondere
alla sete profonda chiede alla donna di verificare concretamente a quali fonti
cerchi acqua. E la domanda si ripete anche per ognuno di noi. Quali le nostre
fonti? Concrete. Quali i nostri mariti? Quali i pozzi che apriamo e poi, delusi,
riempiamo di terra? Quali le persone che abbiamo usato, da cui ci siamo
abbeverati con avidità e che poi abbiamo lasciato magari con la scusa di una
sete più grande? Anche questo passaggio mi pare notevolmente doloroso. Può
arrivare un certo momento nella vita di un uomo in cui si decide finalmente di
smettere di correre in solitaria predando ogni forma di affetto, arriva un
momento in cui ci si guarda alle spalle e non si è più sicuri di aver agito per
una sete d’Infinito che tutto giustificava, ci si guarda alle spalle e si prova
vergogna per i tanti pozzi abbandonati. Certo, qualcuno si è servito anche di
noi, per fortuna, questo rende forse meno amaro il giudizio sul nostro operato.
Non l’abbiamo fatto per fare male, ma abbiamo predato. Non abbiamo compiuto un
viaggio verso la sete. Non siamo stati capaci di reggere il dolore della
mendicanza.
Cristo arriva al pozzo domandando da bere e promettendo di dissetare, le due
promesse non possono essere disgiunte, i due opposti vanno tenuti aperti.
Assettati e donatori d’acqua, guaritori feriti, peccatori riconciliati: questo
ci rende credenti, questo significa mettere il nostro cuore nelle sue mani.
Questo impara la samaritana, forse, lasciando la brocca al pozzo per andare a
dissetare i suoi compaesani.
> “La donna lasciò dunque la sua giara. La giara richiama le ‘sei giare di
> pietra’ per la purificazione dei Giudei citate in 2,6 . Questo particolare
> sembra esprimere simbolicamente la situazione della donna stessa. Ormai
> purificata dalla parola di Gesù, e dissetata dall’acqua viva che Gesù è nel
> suo corpo e in tutta la sua persona, la donna non ha più bisogno del suo
> strumento per attingere l’acqua e si trova libera per la missione”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997)
*
Sono io che parlo con te
Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque
mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli
replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno
adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui
bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo
monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete,
noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene
l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e
verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è
spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli
rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli
verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In
quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una
donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con
lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente:
«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui
il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. (Gv 4,17-30)
> “La Samaritana, al pozzo del corteggiamento, aveva conosciuto l’incanto di una
> parola che non ti fa cosa, cosa da consumare, che ti contempla teneramente in
> tutta la tua dignità e bellezza”.
>
> (Angelo Casati, Ricordare le sue parole, Centro Ambrosiano, 2002)
“Sono io che parlo con te”, forse questo il centro di questo racconto, forse qui
la descrizione definitiva dell’acqua viva. Sono io, Io sono, teofania intima e
definitiva, bisogni che si incontrano, che si riconoscono, che si riempiono e si
svuotano e ancora si riempiono. Dinamica dell’Amore che si fa infinito.
Non è chiaro se la donna abbia davvero compreso, non è chiaro se fugge verso la
città spinta da ardore missionario o da paura. Paura che si prova quando si è
svelati, guardati fin nel profondo. Spogliati. Non c’è teofania se non quando si
viene raggiunti nella parte più segreta di ciò che siamo, ogni protezione è una
mancanza di fede.Profezia è svelamento, spogliazione, donna scoperta nella sua
più intima intimità, “mi ha detto tutto quello che ho fatto”, verità
sconvolgente ma parziale, “mi ha mostrato tutto quello che sono”, questa sarebbe
stata la traduzione esatta dell’esperienza. Ma a chi confidare tale estremo
d’amore? “Sono io che parlo con te”, frase che rimane nascosta all’origine di
ogni pozzo, parole che possono donare vita solo a chi ha il coraggio e la
costanza di liberare la fonte dai cumuli di terra, dichiarazione d’amore che
alla luce svanisce.
Annibale Carracci, Cristo e la Samaritana, 1605
Anche la legge è pozzo capace di dare vita, non uno iota sarà perduto, ma solo
se diventa prassi per ascoltare la voce del Risorto che dalla vita ci parla.
Ogni nostra azione può diventare sacra, se è fonte di questa epifania.
E liberando pozzi anche noi saremmo trasfigurati in sorgenti d’acqua per i
fratelli. Chissà, forse fede, fede vera, è lasciare che lui ci scavi in
profondità, che lui rimuova detriti, che ci liberi da tutto e da tutti, e dalla
visione distorta che abbiamo di noi stessi, per riportarci ad essere conformi
alla realtà, e finalmente scoprire quel che siamo, la nostra possibilità:
“sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Gesù e la Samaritana al pozzo, area tedesca, 1420 ca.
L'articolo “Sono io che parlo con te”. Gesù e la Samaritana, un incontro tra
deserti che nascondono pozzi proviene da Pangea.