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Sale della terra, luce del mondo: essere discepoli vuol dire lodare Dio
Sale > “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo > si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato > dalla gente”. > > (Mt 5,13) Le beatitudini, cristalline e terribili, sono appena state appese al vento del monte e lì volteggiano e lo faranno eternamente in attesa di corpi, in attesa di discepoli, in attesa di essere colte da chi, come il profeta, accetterà la persecuzione in cambio di una vita che sappia reggere l’urto della felicità: “rallegratevi ed esultate”. Le beatitudini profumano ancora del soffio di Cristo, sono onda di mare dolcissima e violenta, felicità in cui ci si immerge, paradosso che trascina lontano dal porto protetto e rassicurante. Felicità è morire di beatitudini. Qualcuno si fa travolgere dal discorso del Maestro, qualcuno si abbandona all’urto dell’onda della possibile pienezza, è il discepolo. Sale della terra. È il folle in Cristo, è il povero, è l’uomo in lacrime, è il mite, è il giusto, è il misericordioso, è il puro di cuore, è il costruttore di pace, è il perseguitato, è il sale della terra. È quello che almeno prova ad esserlo, è colui che lo desidera con tutto se stesso. È l’uomo in Cristo. Ed è beato, felice, luminoso. E non sceglierebbe altro. Non vuole, non può. Nessun sacrificio, è solo consegna di sé. Totale e amorosa.  > “Il sale è necessario nella vita degli uomini. Che cosa bisogna dire? Ora è > conveniente chiederci in base a che cosa i discepoli di Gesù sono paragonati > al sale. Pare a me, perciò, che come il sale conserva i cibi, perché non si > trasformino in vermi a causa del fetore, e li renda utilizzabili per molto > tempo, così i discepoli di Cristo occupano ogni luogo della terra e lo > mantengono per opporsi al fetore dei peccati che viene dall’idolatria e > dall’impudicizia”. > > (Origene, Frammento 91)  Nella molteplice possibilità di interpretazione del simbolo del sale Origene sceglie il potere della conservazione. Il sale è ciò che permette alla carne di opporsi alla decomposizione della morte. In questa logica i discepoli sono gettati da Dio in abbondanti manciate su tutta la terra per impedire alla Creazione di trasformarsi in cadavere mangiato dai vermi. Sale gettato per conservare viva la vita. Perché il tempo senza Dio, l’abbandono dell’amore, in una parola sola quello che chiamiamo peccato, decompone, consuma, imputridisce.  Il discepolo è sale che difende il profumo della vita dall’assedio costante del fetore della morte. Viene in mente Lazzaro, che già puzzava, viene in mente Cristo, vengono in mente le sue lacrime, sale a scendere sulle guance, sale a depositarsi sulle labbra, sale scagliato come un ordine a difendere la vocazione intima dei corpi, sale come bacio a richiamare  l’amico tra i vivi, sale simbolo d’eternità.  Il sale è necessario alla vita degli uomini, senza sale si muore. Il sale degli uomini delle beatitudini è una benedizione, è la povertà a trattenere in vita cuori affascinati dalla ricchezza, dalla violenza, dall’oppressione, dall’imposizione… il sale è opposizione alle logiche del mondo.  Portiamo l’immagine di Origene nella preghiera, inginocchiamoci davanti al Vivente con il coraggio di chiedere il dono delle beatitudini, per non lasciare che il nostro narcisismo si nutra, come verme in una carcassa, del nostro corpo. Delle nostre buone intenzioni. Delle nostre illusioni. Chiediamo il coraggio di metterci almeno nel sentiero delle beatitudini, e che Lui sparga sale sulle nostre ferite, dolore bruciante, ma che il taglio non degeneri in cancrena. Sale, a conservare la parte più intima di noi, la nostra profonda identità, sale affinché l’immagine e somiglianza non venga deturpata. Chiediamo di essere abitati dall’uomo delle Beatitudini, per non decomporci, per non smarrirci, per poter sentire già fin d’ora come credibile la Sua promessa di resurrezione.  * Luce > “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra > un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul > candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”. > > (Mt 5, 14-15) Le beatitudini nascono dalle labbra di Dio come fuoco, sono possibilità di un’alba incandescente che giura la possibilità di una domenica senza tramonto. Beatitudini come roveto che non consuma, incendiano cuori, mangiano i bordi delle tenebre, cauterizzano le ferite inferte dal dolore, oppongono dighe di fuoco all’infezione del male. Cristo è angelo di luce terribile e irresistibile. Qualcuno riuscirà a riconoscere la stessa luce anche sull’altro monte, Lui città illuminata perfino sulla cima del Calvario, lì dove il moggio sembrava cappa definitiva sul Verbo, lì dove beatitudine vera sarà la consegna di Cristo al Padre. Luce a trafiggere per sempre le tenebre.  > “Adesso li definisce luce del mondo; illuminati da lui, che è la luce vera ed > eterna, a loro volta diventino luce in mezzo alle tenebre. (…) Per mezzo di > esse infatti – a modo che il sole, con i suoi splendenti raggi, diffonde luce > dovunque – ha fatto pervenire la luce della conoscenza di se stesso > nell’universo intero”. > > (Cromazio di Aquilea, Commento al Vangeli di Matteo 19,1) Eppure la luce è terribile. Scegliere il buio, complicare l’interpretazione del mondo, scipparlo della semplicità pur di trovare una piega di pensiero dove nascondersi. Trovare alibi, non esporsi in nome di una fasulla umiltà. Proclamare di non sentirsi all’altezza per non dover essere costretti a rivestirsi di luce e quindi mostrarsi, senza maschere, senza ipocrisia, per quello che si è: poveri cristi. Ma illuminati. I discepoli non sono perfetti, non lo saranno mai. Solo vivono. E decidono. Rispondono concretamente. Prendono posizione sulla terra. Belli perché rivestiti della luce di Cristo. E chi li guarda, vede bene il miracolo: è Cristo a risplendere, il testimone è solo luce riflessa. Ed è beato, è felice di questo, ed è libero dal proprio infinito bisogno di volersi imporre al mondo “lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,30). Eppure, in questa consegna, ennesimo paradosso, il discepolo finalmente scopre la propria identità profonda. Siamo al mondo per farci portare alla luce, per diventare luce, per venire alla luce, per danzare in lui, siamo al mondo per nascere. Non può restare nascosta una città, non può restare nascosta una luce, non possiamo restare nascosti noi perché, semplicemente, senza di Lui, noi non saremmo.  Non è nemmeno questione di testimonianza, non in prima battuta, ma di necessità. Credo davvero che arrivi un momento in cui il discepolo non possa più fare a meno del rapporto con Cristo, di essere illuminato costantemente dalla sua luce, e questo per necessità, solo per necessità, necessario come l’aria. Si può anche sparire dal mondo, smettere di parlare, smettere di predicare, smettere di scrivere, smettere di esporsi, smettere qualsiasi cosa, ma non si può smettere Lui.  Si sta nella luce per necessità, perché senza “la luce della conoscenza di se stesso nell’universo intero”, l’universo imploderebbe nel buio e noi con lui. * Lodare Dio > “…ma immediatamente soggiunge, spiegandone la ragione: affinché diano gloria > al Padre vostro celeste, perché uno, il quale facendo il bene è ammirato dagli > uomini, abbia nella propria coscienza l’intenzione del bene compiuto, ma non > abbia l’intenzione di acquistare notorietà se non per lodare Dio, a vantaggio > di coloro ai quali si fa conoscere”. > > (Agostino, Discorsi 54,3) Essere discepolo-sale, essere discepolo-luce, può essere una grande trappola. La più terribile. Solo un discepolo può tradire il Cristo, chi non è discepolo non può arrivare a tanto.  Colpisce che sia sempre l’ammirazione degli uomini ad avere la forza di masticare la luce, di rendere insipido il rapporto del discepolo con Dio. La visibilità, lo diceva già Agostino, “acquistare notorietà”, mossa che illude di essere ancora suoi e invece ci riduce a non essere più nulla, vivi solo nell’ammirazione volatile e spesso invidiosa degli uomini.  Perché se il “sale perde il sapore” semplicemente non è più sale. Anche se si illude di continuare a dare sapore alla vita propria ed altrui, anche se non smetterà di parlare di Dio. Essere discepoli è arrivare a vivere solo per lodare Dio. Nient’altro che questo. Così nella preghiera ritorno all’amato Ignazio di Loyola, principio e fondamento: > “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così > raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per > l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue > che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve > allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci > indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla > scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non > desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza > piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga > piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e > scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo > creati”. > > (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Testa di Cristo di Albrecht Dürer; nel testo, due icone di San Paolo dello stesso artista L'articolo Sale della terra, luce del mondo: essere discepoli vuol dire lodare Dio proviene da Pangea.
February 8, 2026 / Pangea
“Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto”. Addestrare il cuore: l’opera di Simeone il Nuovo Teologo
Se le mistiche tentano di uscire dal proprio corpo – o meglio, tentano di ‘inseminare’ Dio con il loro corpo, di farsi elette (e umiliate) per gemmazione, eterno parto del Giusto –, i mistici tendono a imbragare il corpo entro una rete di codici, di regole, di maglie. Si tratta, in effetti, di una ‘cavalleria’ spirituale, la loro, di una ‘palestra’: il corpo deve essere addestrato – per primizia d’abbandono – affinché sia sovrabbondante l’anima. Si tratta di deviare il ‘mestiere delle armi’ nell’armistizio spirituale: dunque, tenere in assedio il corpo, intavolare trappole, forzare l’anima al duello e al boia. Che grande ingegno nell’ideare stratagemmi di guerra i mistici! Per le mistiche l’anima è biada offerta a Dio, nutrimento al Dio che tutto pretende. Per i mistici, l’anima dev’essere forgiata come una spada, i mistici la dovranno sfoggiare nei giorni della grande lotta. Ecco: la mistica si lascia, si cede, eccede; il mistico scende in battaglia, non cede alla tentazione. La mistica è acqua – il mistico è fuoco. La mistica, semmai, incendia il bosco – il mistico perimetra il terreno, erige un tempio – fosse pure, mentale. La mistica distrugge i confini, il mistico li misura, per superarli. Non si lascia sopraffare – fa, il mistico. La mistica lascia fare.  La vita di Simeone il Nuovo Teologo (949- 1022), venerato come santo dalla Chiesa ortodossa, è emblematica in questo senso. Nato da famiglia nobile, cresciuto per ascendere ai gangli della burocrazia imperiale di Costantinopoli, mollò ogni ambizione, disgustato dalla vita mondana agita nella capitale, ispirato da un maestro, Simeone Studita, che non tarderà a venerare – a dire, prima di tutto, della necessità di un insegnante, che ci addestri prima di indottrinarci, che ci conferisca il giusto lignaggio, ci incorpori nel suo linguaggio.  Fu monaco, igumeno, mistico sovraccarico di ‘visioni’. Soprattutto: ovunque si stabiliva, creava instabilità e scismi. L’intransigenza di Simeone fomentava la collera dei fratelli, l’incomprensione dei superiori – subì espulsioni, umiliazioni, fraintesi. Migrò di monastero in monastero, questa farfalla-vampiro, fino a rifugiarsi a Santa Marina, sulla riva asiatica del Bosforo, dove morì, elaborando trattati, scrivendo inni, pregando.  Nell’affascinante trattato Sui tre modi per pregare, a lui attribuito, Simeone si fa pioniere della ‘preghiera del cuore’. > “Il tema centrale del trattato riguarda la necessità di custodire il cuore… in > primo luogo tramite una particolare postura del corpo; poi con il controllo > del respiro, in modo da rallentarne il ritmo; infine, educando l’intelletto > alla catabasi nel cuore, cercando il luogo autentico della sua ubicazione. > Questo esercizio preliminare è necessario per concentrarsi, prima di > intraprendere l’effettiva invocazione del Sacro Nome. Alcuni studiosi > occidentali moderni hanno paragonato questa pratica ai metodi utilizzati dallo > Yoga o dal Sufismo, ma non bisogna esagerare con i paragoni. L’autore dei Tre > modi per pregare colloca questa tecnica in un ambito specificamente > cristologico: lo scopo è preparare l’iniziato all’‘invocazione di Gesù > Cristo’. […] Vale la pena ricordare che in questa prospettiva l’uomo è unità > di corpo e anima; il corpo è un aspetto essenziale della nostra > personalità totale, integrale: non deve dunque essere ignorato ma utilizzato > dinamicamente durante la preghiera”. > > (G.E.K. Palmer, Philip Sherrard, Kallistos Ware, The Philokalia, vol. IV, > Faber, Londra, 1995; da qui abbiamo tratto le traduzioni che seguono) Nei suoi testi, l’assertività ‘militare’ lascia sempre un brio al dubbio; brilla, sulla cima delle norme, acuminate e aspre, il genio della contraddizione. Il bisogno di arginare un cuore che scalpita, di mettere alla stanga il corpo che infuria, non è vile temerarietà, l’intemperanza di chi ciecamente obbedisce, ma sacro impegno a tenere sempre in tensione l’anima, sempre sul punto di sbriciolarsi o di schiudersi, tra il destino di essere pettirosso e la voglia di farsi lupo. ** Dai Capitoli pratici e teologici Non puoi saziarti di cibo e al contempo godere della gioia spirituale, della benedizione noumenica – se ti abbandoni allo stomaco, ti allontani dallo spirito. Nella misura in cui disciplini il corpo, sarai ricolmo di nutrimento spirituale.  * Lascia tutto ciò che è terreno. Non devi semplicemente rinunciare alle ricchezze, all’oro, alle cose materiali, ma espellere completamente da te ogni desiderio per tali cose. Odia i piaceri del corpo, alienati dai suo insensati umori; mortificati con la sofferenza. Perché è il corpo che risveglia i desideri e stimola all’agire; finché il corpo sarà vivo l’anima sarà inevitabilmente inetta, inerte, lenta alla risposta, impermeabile al dire divino.  * Come una fiamma si innalza sempre nella stessa direzione, indipendentemente dalla legna che la nutre, così il cuore di un uomo arrogante non potrà mai umiliarsi; più gli chiedi aiuto, più si esalterà nell’offrirtelo. Se lo ammonisci, reagisce con violenza; se lo incoraggi, la sua vanità non avrà più limiti.  * Chi si abitua a controbattere il prossimo è un’ascia a due tagli: senza saperlo, ferisce la propria anima, la aliena dalla vita eterna.  * Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto; chi vede l’Uno, tutto vede. Pur astenendosi dalla contemplazione, è comunque nella contemplazione del tutto. Poiché dimora nell’Uno, vede tutte le cose; dimorando in tutte le cose, non vede nulla. Chi vede attraverso l’Uno percepisce attraverso l’Uno se stesso e tutti gli uomini e tutte le cose; reclino nell’Uno, non vedrà più nulla.  * La contrizione del cuore, se è eccessiva e intempestiva, turba la mente, la oscura, distrugge l’umiltà dell’anima e la pura preghiera, addolora nel compianto il cuore. Questo produce indurimento, fino a totale insensibilità. Per mezzo di ciò, i demoni riducono gli spirituali alla disperazione.  * Un uomo pieno di ansie per le cose del mondo, non è libero: è dominato dall’ansia, ne è schiavo, che riguardi se stesso o il prossimo. Chi è davvero libero, non è trafitto da preoccupazioni mondane, che riguardino se stesso o il prossimo. Tuttavia, costui non resterà inattivo né trascurerà i dettagli più insignificanti e triviali della propria vita: farà tutto per la gloria di Dio, compirà tutto senza ansia.  * Un’anima impassibile è una cosa, un corpo impassibile è un’altra. Quando è impassibile, l’anima santifica il corpo con la propria luminosità e con lo splendore dello Spirito Santo. Un corpo impassibile non conferisce, di per sé, alcun beneficio a chi lo possiede.  * La terra gettata sul fuoco lo spegne – allo stesso modo, le preoccupazioni mondane e l’attaccamento, pur per la cosa più minima e insignificante, smorzano il fervore che arde nel cuore.  * Se sei gravido della paura di morire, proverai disgusto per ogni cibo, bevanda o abito elegante. Non troverai piacere nemmeno nel mangiar pane o nel bere acqua. Concederai al corpo soltanto ciò di cui ha bisogno per rimanere in vita; e non solo rinuncerai a ogni tua volontà, ma, a discrezione verso coloro a cui obbedisci, sarai il servo di tutti.  * Fratello, il ritiro dal mondo è perfetto solo se mortifichi la tua volontà; il distacco è compiuto se ti alieni da genitori, familiari, amici.  * Quante persone credono che sia un maestro spirituale chi ostenta grandi capacità retoriche e considerano rozzo e inutile l’uomo al giogo del silenzio, attento a non sprecare parole… * Fa’ ogni cosa con umiltà – è Lui che ha detto: “Dopo ogni cosa che avete compiuto, dite: ‘Servi inutili siamo, fatto abbiamo ciò che si doveva fare’”.  * Non comunicarti se hai qualcosa contro qualcuno, fosse pure un pensiero contorto. Non comunicarti prima di esserti riconciliato. Anche di questo ti istruirà il pregare. * Nulla ci sia nella tua cella, nemmeno un ago – soltanto, la stuoia e il mantello. Se possibile: neanche una sedia. Ci sarebbe molto da dire su questo punto: chi vuol capire, capisca.  ** Da I tre modi per pregare Esistono tre modi per pregare e attenersi alla contemplazione, mediante i quali l’anima è eletta o precipita. Chi adotta questi metodi nel modo giusto si eleva, chi li impiega in modo triviale, si schianta, crolla. Vigilanza e preghiera dovrebbero essere sempre collegate tra loro, come il corpo all’anima: l’una non sussiste senza l’altra. La vigilanza avanza come un esploratore e comincia la lotta contro il peccato; la preghiera gli è dietro e stermina i pensieri malvagi che la vigilanza ha già combattuto – la sola attenzione non basta a vincerli.  Dunque, questi sono i portali della vita e della morte. Se per mezzo della vigilanza manteniamo pura la preghiera, progrediamo; se lasciamo la preghiera orfana, incustodita, si contamina e ogni sforzo è vano.  Il primo metodo per pregare Quando una persona sosta in preghiera, alza le mani, gli occhi e l’intelletto verso il cielo; riempie l’intelletto di pensieri divini, di immagini di celeste bellezza, vede le angeliche schiere e la dimora dei giusti. In breve: al momento del pregare, raccoglie nell’intelletto tutto ciò che ha udito dalla Sacra Scrittura, risvegliando l’anima al divino desiderio – talvolta, dando in lacrime.  Chi prega secondo questo metodo senza attenzione, monta in orgoglio, il cuore si esalta, considerando ciò che gli accade come effetto della grazia divina. Tale supposizione è illusoria, perché il bene non è bene se non si accorda al giusto metodo. Chi persegue il metodo congiunto a una vita di assoluto isolamento, può cadere in pazzia. Anche se ciò non gli accade, non gli sarà comunque accordato lo stato santo.  Chi adotta questo tipo di preghiera spesso si inganna: vede luci con gli occhi del corpo, sente dolci profumi e vorticose voci. Alcuni sono preda dei demoni, e vagano di qua e di là, resi alla follia. Altri non distinguono il diavolo dall’angelo di luce, confidano in lui, persistono in un incorreggibile stato di illusione, rifiutando ogni consiglio. Altri ancora, preda del demonio, si sono uccisi, gettandosi da un rupe, o impiccandosi.  In effetti, chi può dire le svariate forme con cui il demonio ci inganna? Chi adotta questo metodo può evitare il male se vive in comunità – tuttavia, potrebbe passare la vita senza compiere progressi.  Il secondo metodo per pregare L’orante distoglie l’attenzione dell’intelletto dalle cose sensoriali, le concentra su se stesso, custodisce in sé i sensi, raccoglie i pensieri; procede ignaro della vanità del mondo. A volte, investiga i suoi pensieri, a volte presta attenzione alle parole che rivolge a Dio, a volte draga i pensieri che ha imprigionato; quando è sopraffatto dalla passione, si sforza, passa oltre.  Chi lotta in questo modo, tuttavia, non potrà mai dirsi in pace e vincersi. È come un uomo che combatte di notte: sente le voci dei nemici, ne è impaurito, ma non vede con chiarezza chi sono, da dove attaccano e perché. Così è per chi ha un intelletto oscuro. Combattendo in tal modo, non sfugge ai nemici intellettuali – ne è sopraffatto. Nonostante gli sforzi, non ottiene nulla. Immaginando erroneamente di essere nella giusta postura, cade nella vanagloria. Dominato da essa, da essa deriso, disprezza le debolezze degli altri – si crede il pastore, ma è come il cieco che guida un’orda di ciechi.  Queste sono le caratteristiche del secondo modo per pregare – chiunque aspiri alla salvezza sa che arreca il male. Eppure, è preferibile al primo, come una notte di luna è più bella di una notte buia e senza stelle.  Il terzo metodo per pregare Il terzo metodo per pregare è sorprendente, difficile conficcarlo in uno scritto, incredibile per chi pratica, pochissimi quelli che lo intendono.  Questo metodo distrugge le invisibili astuzie dei demoni che tentano di trascinare l’intelletto in ogni sorta di tortuoso pensare. Liberato, l’intelletto combatte con ogni sua forza, scrutando i pensieri sudici e insinuanti del nemico, eliminandoli con magistrale destrezza, mentre il cuore, purificato, si offre a Dio. Questo è l’inizio di una vita di autentico isolamento.  Il punto di partenza di questo metodo non è fissare il cielo, alzare le mani, concentrare i propri pensieri e invocare l’aiuto celeste. Questo, come ho detto, è un metodo di pregare illusorio. Non comincia neanche sorvegliando i sensi con l’intelletto, senza accorgersi dei nemici che già ci assediano dall’interno, dall’intimo.  Prima di intraprendere questa via, pratica l’esatta obbedienza. Mantieni pura la coscienza davanti a Dio, davanti al tuo padre spirituale, davanti al resto della comunità e degli uomini. Astieniti dal fare cose che confliggono con il culto tributato a Dio; fa’ ciò che ti dice di fare il padre spirituale, lasciati guidare; non fare nulla al prossimo che non vorresti fosse fatto a te. Non avere rapporti obliqui con le cose materiali: cibo, bevande, vestiti. Fa’ sempre tutto come fossi alla presenza di Dio.  Ecco in modo conciso in cosa consiste questa via. Intanto: vegliare continuamente il cuore, eliminando i pensieri seminati dal nemico. All’inizio, questa pratica è ardua; difficile è trovare la gioia che si trova nel profondo del cuore anche per gli iniziati.  Alcuni padri hanno chiamato questa pratica, ‘quiete del cuore’, altri ‘custodia del cuore’, altri ancora vigilanza o indagine dei pensieri per la cura dell’intelletto. Così dice Qoelet: “Rallegrati, giovane, della tua giovinezza; cammina nelle vie del cuore”. Molti nostri padri – San Marco l’Asceta, San Giovanni Climaco, Sant’Esichio, San Filoteo del Sinai, Sant’Isaia il Solitario e San Barsanofio – hanno scritto della custodia del cuore; ad esso è dedicato un libro, Il Paradiso dei padri.  In breve, se non vigili l’intelletto non puoi giungere alla purezza del cuore, così da essere degno di vedere Dio. Senza tale veglia incessante non diventerai povero in spirito né afflitto né affamato di giustizia, né misericordioso, puro di cuore, operatore di pace, perseguitato per amore della giustizia.  Poi, sforzati di acquisire questi tre stati. Primo: liberati da ansia e agitazione rispetto al tutto, ragionevole o insensata sia quest’ansia. In sostanza: impara a morire al tutto. Secondo: preserva la coscienza pura, in modo da non avere nulla da rimproverarti. Terzo: distaccati da ogni cosa, in modo che i pensieri non siano inclini a nulla di mondano. Poi siediti in una cella tranquilla, in un angolo, da solo. Chiudi la porta, distogli l’intelletto da ciò che è inutile e transitorio. Ruota il mento e la barba in direzione del petto, concentra lo sguardo, fisico e intellettuale, verso il centro del ventre o verso l’ombelico. Trattieni l’ispirazione nelle narici, per esaminare dentro di te e trovare il covo del cuore, dove risiedono tutte le potenze dell’anima. All’inizio, troverai oscurità, una densità impenetrabile. Più avanti, praticando giorno e notte, scoprirai, come per miracolo, le fonti della sempiterna gioia.  Non appena l’intelletto giunge al luogo del cuore, impara cose di cui non sapeva nulla. Vede gli aperti spazi del cuore, contempla il completamente luminoso, il piena di saggezza. Da lì in poi, l’intelletto scaccerà ogni pensiero avvelenato, creato per distrarti, con l’invocazione a Gesù Cristo. Da lì in poi, l’intelletto, carico di un’ira celeste contro i demoni, li insegue, li stana, li abbatte. Il resto lo imparerai da solo, con l’aiuto di Dio, custodendo l’intelletto e serbando Gesù nel cuore. Come si dice: “Siedi nella cella – ti insegnerà tutto” *In copertina: Nicola Samorì, Arco della sete, 2020 L'articolo “Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto”. Addestrare il cuore: l’opera di Simeone il Nuovo Teologo proviene da Pangea.
January 20, 2026 / Pangea
“Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù
> “Che figlio di Dio è questo che accoglie su di sé il battesimo da parte del > più debole?” > > Ulrich Luz Che figlio di Dio è questo? Comprendo il Battista, che vuole impedire al Cristo di farsi battezzare da lui. Prima ancora che perdermi nell’infinita discussione sull’inutilità di immergere nel Giordano chi è nato senza peccato, prima di smarrirmi in dibattiti teologici fuori dalla mia portata io sento lo scandalo gridare nei miei muscoli, sento in me la resistenza di Giovanni, come se anche il mio corpo volesse ribellarsi fino ad impedire alla luce divina di mostrarsi così. In questo modo inutile. Non è il Dio di cui l’uomo ha bisogno! Perché non viene e prende le nostre misere fragilità nelle sue mani per purificarle, perché non risolve il male che ci abita e che non vorremmo fare ma che ancora ci affascina una volta per tutte? Perché venire ad ingrossare la fila dei miserabili, dei peccatori, dei persi? Perché nascondere la forza? Tanto lo sappiamo che sa guarire, sa perfino rianimare i cadaveri. Perché presentarsi debole? Giovanni ancora non lo sa ma nel suo atto di volerlo fermare, di impedire l’immersione nel Giordano, sta gridando a Cristo di scendere dalla croce. Gesù invece, quel giorno, al Giordano stava già scegliendo liberamente di salire il patibolo.  Che figlio di Dio è questo?  Sono io ad aver bisogno di te, siamo tutti noi i bisognosi perché non ci liberi? Perché non ci alleggerisci la vita, perché avere così fede in noi? Ma non lo capisci che ci accontentiamo di molto meno? Moltiplica i pani, guarisci i malati, sconfiggi la morte. Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio come te? Anche oggi, a duemila anni di distanza, quando siamo costretti ad ammettere che nulla è cambiato, che il potere ancora è il vero imperatore, che la tua chiesa ancora non ti ha compreso, che noi qui si continua a soffrire, a penare, a morire, qui, dove ancora le torri di Siloe crollano e giovani bruciano vivi e noi non abbiamo più nemmeno la fede per incolpare un qualche Dio, cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio che è come se non avesse mai camminato la terra? Che figlio di Dio è questo? Finirà per perdonare i peccatori, salvare i ladri, promettere eternità alle prostitute ma noi? Noi che dovremmo seguirti, che abbiamo scelto il sacrificio e la fedeltà, noi che siamo i giusti, a noi cosa rimane? Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio così? “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Io non so cosa abbia capito il Battista. Ma la giustizia di questo Dio debole sapeva già di fallimento umano. L’adempimento è una lama affilata ad aprire la gola del profeta, la sua testa su un vassoio. Questo è l’adempimento delle Scritture? Ma cosa ce ne facciamo del profeta decapitato? “Lascia fare” a chi? Al Padre, a te, al Vangelo? A chi? Lasciarsi fare, tremenda passività che solo gli amanti sanno abitare in modo generativo, anticamera dell’estasi o della morte. O di entrambe. Per ora, dici. Come se non avessimo già capito che tu trapasserai da parte a parte la nostra idea di giustizia. Come non avessimo capito che il tempo che ci chiedi non è per modificare la tua idea di giustizia ma per devastare la nostra. Tempo, quello che ci chiedi, per convertire la nostra immagine di giustizia che per noi è ricompensa, rivincita, o anche vendetta sì, sacra vendetta contro chi ci ha tradito, abbandonato, umiliato. Contro chi ha scelto di vivere una vita migliore della nostra. “Allora lo lasciò fare” e in quel momento, in quella scelta del Battista, anticipando Pietro che alla cena ultima di lasciò finalmente lavare i piedi, in quel momento iniziò una storia nuova. Lasciarsi fare. Fidarsi. Affidarsi. Non una passività triste ma un coraggio da sfoderare di fronte al mondo. Lasciarsi fare, non è debolezza se muove da una consegna consapevole e totale, lasciarsi fare non è fragilità se nasce da un ascolto costante e intimo della volontà del Padre. Lasciarsi fare non è rinuncia alla vita se la propria vita viene offerta per gli amici. E per i nemici. Solo la domanda diventa ancora più feroce: cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così? Che non fa ma si lascia fare. Che ci trascina a fare i conti con la radicalità estrema della fede: se ti lasci fare e Dio non esiste la tua vita è sprecata, bruciata nel delirio utopico che non promette nemmeno la costruzione di una società migliore. Lasciarsi fare da questa manifestazione di un paradossale Figlio di Dio è sconvolgente perché spinge all’estremo, o l’Eterno o la totale stupidità di aver immolato inutilmente la vita negandosi perfino il fascino dolce dell’esercizio del potere. Ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così spietato nei nostri confronti? O così ingenuo da non capire che non saremmo mai in grado di reggere il peso di questa sfida, perché è il martirio quello che sta scegliendo, per lui e per noi: l’impredicabile martirio. Battistello Caracciolo, Battesimo di Cristo, 1610-1615 Del battesimo di Cristo non si dice nulla, dell’immersione dico, di quel frangente in cui il Figlio di Dio è rimasto invisibile al mondo e senza fiato. Solo del suo riemergere, del suo salire e, insieme, dello scendere di un segno, come una colomba, a dire la trafittura dei cieli, lo strappo della distanza, la possibilità di vivere a cieli aperti. Come aver squarciato il cuore di Dio. Come aver strappato i suoi veli. Come ad aver iniziato a costringere anche Dio a mostrarsi nel Figlio in modo inedito. Il compimento prevede una sorta di conversione di quello che ci piace ancora considerare l’Impassibile, il Perfetto, l’Onnipotente. Sulla croce anche il Suo volto cambierà radicalmente. Ma cosa ce ne facciamo di un Dio così, di un Eterno che, aprendo i cieli, accetta il rischio dell’incomprensione? Rimane una voce. “Questo è il figlio mio l’amato, in cui mi sono compiaciuto”. Proprio questo. Esattamente lui. Figlio di Dio è colui che obbedisce. L’obbedienza a questo Figlio di Dio, proprio a questo, diventa la nostra unica possibilità. Impossibile dire cose sensate su Dio senza assumere la prospettiva di Cristo. Così la domanda, sempre feroce e scandalosa, apre ad una prima terribile e liberante risposta: “ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così?”: niente. Non ce ne facciamo niente. Dobbiamo finalmente imparare a non farcene niente della nostra idea del divino, della nostra ideologia sul sacro, del nostro trascinare Dio dove i nostri interessi implorano attenzioni, del nostro maledetto bisogno di occupare un posto di rilievo nel mondo. Niente, dobbiamo farcene niente! Siamo noi che dobbiamo farci come il Figlio di Dio, tremenda sequela, e questo ci annienta, ci ammutolisce, ci terrorizza. Siamo noi a doverci lasciare fare da lui. E questo, follemente ci può far rialzare la testa, ci può immergere nell’unica sfida che valga davvero la pena combattere, o tutto o niente, o vita o morte, perché in quell’obbedienza si profila la possibilità vertiginosa di poterla divinizzare questa nostra vita, ma secondo le logiche di Cristo, Figlio di Dio, proprio di questo scandalo che sceglie di immergersi nella nostra misera carne. Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, 1440-1450 ca. L'articolo “Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù proviene da Pangea.
January 11, 2026 / Pangea
“Dio passerà. Resterà l’Essenza”. Intorno al trattato mistico di Stefano bar Sudaili
La scarsità di notizie biografiche intorno a Stefano bar Sudaili ne ha amplificato, nel difetto, il fascino. Nato intorno al 480, originario di Edessa, fu monaco; le sue idee gli attirarono le antipatie, tra gli altri, di Filosseno di Mabbug: fu costretto a un’esistenza stretta tra fughe – in Palestina –, ristrettezze, eremitaggio, studio.  L’unico testo a lui attribuito, il Libro di Ieroteo – conservato in siriaco, in una sola copia del XIII secolo, ora al British Museum, contenente l’ampio commento del patriarca di Antiochia, Teodosio –, conosciuto anche come Libro dei misteri nascosti della casa di Dio, narra le perigliose peripezie della “Divina Mente” per sciogliere il mondo dal male e gli uomini dal peccato, riconducendoli al Bene. L’intelletto divino precipita fino alle origini e alle ragioni del male – ben oltre gli inferi e lo Sheol, nell’“abisso degli abissi” dove dimora il Non Essere – per distruggerlo: sradicare l’effigie dell’Albero della Vita significa riportare l’umanità allo stato edenico, dopo la caduta.  Più in particolare – al di là del dramma cosmogonico – il Libro di Ieroteo dettaglia il drammatico pellegrinaggio della mente per ‘confondersi’ nell’Essenza da cui proviene ogni vita. “L’intelletto ascende verso Dio in un cammino di passione, crocefissione e morte; segue quindi una resurrezione nella quale è posto davanti a un albero che riassume in sé tutti i mali, e con quest’albero combatte per distruggerlo… L’intelletto comprende allora che deve ridiscendere alla radice dell’albero per togliergli la forza vitale e inizia la ridiscesa tra sofferenze e lacrime” (Sabino Chialà, in: La mistica cristiana, Mondadori, 2020, p.799; il tomo propone una traduzione diversa e più ridotta del Libro di Ieroteo rispetto a quella proposta in calce). L’autore del Libro di Ieroteo, di involuta bellezza, fu accusato di eresia, di diffondere la tesi dell’apocatastasi, la ‘restaurazione’ di tutte le cose nei meandri di Dio, già propagata da Origene. Fu preso per panteista (“Passato a studiare in Egitto, vi s’imbevve delle dottrine di Origene, le quali poi lo condussero verso una concezione panteistica dell’universo, secondo la quale tutto è veramente in Dio”, così Giuseppe Furlani). Palesi sono i legami tra il Libro di Ieroteo e le dottrine dello pseudo-Dionigi, a testimonianza di un cristianesimo ‘del sottosuolo’ che continua a conquistare, a fermentare nei ‘sentieri interrotti’ del dire divino. Ieroteo – discepolo di san Paolo e primo vescovo di Atene – è, in effetti, il mitico maestro dell’autore della Teologia mistica: il ‘libro’ che gli è ascritto – secondo la finzione operata da Stefano bar Sudaili – sarebbe stato scritto nel I secolo.  Di certo, pensare che “Dio passerà, Cristo cesserà di essere, lo Spirito non sarà più detto Spirito”, dona cosmica ebbrezza, rende fatui eroi di una sapienza che supera quella degli angeli. Secondo il cristianesimo estremista di Stefano bar Sudaili, i nomi sono gusci vuoti, crisalidi efficaci su questa terra ma inutili nel Regno dei Cieli, dove permane soltanto l’Essenza. Beatitudine innominata, aliena al nostro bastonarci, qui. Il tempo delle distinzioni, del bene e del male, del vero e del falso, è destinato a finire in virtù della riconciliazione ordita dalla Divina Mente.  Una pagina del Libro di Ieroteo, con commento, digitalizzato dalla Library of Congress Chi ha orecchi tesi, riconosce nell’itinerario tracciato dal monaco di Edessa il germe dell’Itinerarium mentis in Deum di Bonaventura; nella perpetua lotta delle mente contro le essenze demoniache agiscono, sì, gli apoftegmi dei Padri del deserto, ma pure le più orrorifiche rappresentazioni del buddismo: il male non va scansato ma combattuto, vinto.  Il Libro di Ieroteo, per lo più sconosciuto, propone un ardito percorso di ascesi intellettuale – un addestramento per non soccombere ai demoni: piacerebbe a Jorge Luis Borges, se non altro per l’aristocrazia teologica di cui è intriso. È il libro scritto da un uomo solo – da un cieco veggente – da un folle. Un libro voluttuosamente anticlericale, che desta dalla letargia la nostra allegorica mente. Alcuni studiosi – Arthur Frothingham, docente a Princeton, ha curato un’edizione pionieristica del Book of Hierotheos, Leida, 1886 – magnificarono il genio dell’enigmatico Stefano bar Sudaili, “seguace di Origene e della scuola alessandrina, benché intriso di sapienza gnostico cabbalistica. Proclamò con audacia le sue dottrine; Filosseno lo descrive come un uomo colto, dedito allo studio della Scrittura, che interpretava secondo il metodo cabbalistico, portando all’eccesso questo tipo di esegesi”. Il Libro di Ieroteo, per il suo carattere esoterico, cifrato, per pochi, finì per rappresentare il genio del cristianesimo ‘eversivo’, al di là di ogni struttura ecclesiale; un cristianesimo ‘esclusivo’: “Il fondamento dell’esperienza della mente è la sua assoluta identificazione con Cristo; ma il Figlio, infine, cede il regno al Padre e ogni esistenza distinta giunge all’indistinzione, si perde nel caos del Bene”.  Come molti testi intrisi di neoplatonismo, le ragioni del fascino del Libro di Ieroteo concordano con i suoi limiti. Il corpo – il centro del cristianesimo – è del tutto sbiadito, sbriciolato; Cristo è una ‘figura’ che verrà sfigurata nel giorno della vittoria sul male, è un mero tramite. Eppure, evangelicamente, tutto converge in Cristo, le sue stimmate sono le canoe del nostro andare da disadatti; il dono non prevede condono e il creato ha senso soltanto se è costantemente redento dalla creatura. I nomi sono transitori, è vero, ma il Nome si staglia perenne, imperituro; il Verbo non occupa le virtù del vocabolario, l’Altro non è altrove: questo linguaggio ci è connaturato, con i suoi impeccabili disastri, e l’amore è il modo più potente di essere. All’intelletto, infine, possiamo pure rinunciare. *** Dal Libro di Ieroteo I Ogni natura intelligente è determinata, conosciuta e compresa dall’essenza che le è superiore; determina, conosce e comprende l’essenza che le è inferiore – soltanto alla pura mente pertiene la visione del superiore e dell’inferiore.  Nemmeno alle intelligenze angeliche vengono rivelati i supremi misteri delle menti sante e pure.  Il Bene che noi glorifichiamo è il potere universale costituente, che provvede e soddisfa l’Universo dal quale tutte le esistenze distinte, mediante separazione, sono giunte ad essere e verso il quale desiderano continuamente ritornare.  * II L’opera della mente ha per fine la gloriosa ascesa, dacché Dio non desidera che le menti cadano e vuole riportarle a sé. Coloro che desiderano ascendere devono unire la Natura-di-Bene che è in loro alla propria essenza, in modo da rimuovere ogni traccia del principio opposto. Per questo, occorre purificare l’anima e il corpo, affinché la veste sia candida, spoglia – in caso contrario, la mente cadrà durante l’ascesa.  Quando la mente ascende, il corpo è come morto e l’anima è tutta assorbita nella mente – librandosi, liberata, la mente ignora ciò che accade sulla terra. Tutte le essenze dei demoni, allora, si radunano per opporsi ad essa; ma la mente le sconfigge e il Signore la solleva con la mano della sua bontà fino al firmamento, dove urlano le schiere degli angeli: Sollevate il capo, cancelli del cielo, ché il re della gloria entra! Quando la mente è resa degna di ascendere al di sopra del firmamento, che è il muro intermedio della separazione, è come un bambino appena nato che passa dalle tenebre alla luce.  * III …tuttavia la radice del male e del principio opposto non è del tutto sradicata, ma, raccogliendo le forze, riappare e cresce fino a diventare un albero immenso i cui vasti rami costringono al buio le menti divine, le alienano dalla perfetta luce del Bene.  Nel lungo, terribile combattimento che segue, la mente taglia e brucia più volte i rami dell’albero, ma il male germoglia ancora, ancora, con uguale forza dalla radice, ancora intatta. Infine, per illuminazione divina, la mente capisce che deve discendere nelle regioni più basse, dove sono piantate le radici dell’albero del male. Per la mente inizia ora un doloroso ritorno, attraverso le regioni che aveva asceso, giù, giù, sotto terra. Lì si scontra contro i feroci demoni del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest, fino a essere uccisa. Tuttavia, Cristo, la grande mente, si rivela, apre le porte dello Sheol e riporta in vita la mente, la solleva dalle regioni infere. Di nuovo, allora, la mente compie la seconda ascesa verso le regioni che già conosce e diventa degna del battesimo spirituale, in Spirito e fuoco, senza il quale non esiste vita.  A questo punto, non esistono più ostacoli: la mente non è semplicemente simile a Cristo ma a lui identica, degna del premio del sacerdozio divina, degna di unirsi al Bene. La mente, ora, non è più mente ma Figlio, operando secondo la Sua volontà, che giudica, crea e vivifica, ordina e costituisce.  * V La Mente Divina varcherà i cancelli dello Sheol e le essenze dei demoni si riuniranno per combatterla – ma verranno distrutte, trafitte; illuminate le menti che vivono nel tormento, liberate, perdonate.  Anche le regioni infernali verranno illuminate e perdonate: non saranno meno luminose dei regni celesti.  Ora che la mente ha scacciato da sé la natura avversa, desidera sradicare l’origine del male e taglia l’Albero della Vita. Tutte le menti un tempo schiave della perdizione ora vogliono unirsi alla Mente Divina, ma tramite il Figlio verranno impartiti i tormenti. La mente discende nel luogo del Principe delle Tenebre; la mente si immerge oltre lo Sheol, nell’abisso degli abissi, nel luogo sotto ogni luogo, dove sono le radici del male, che desidera distruggere.  Dopo aver decretato il Giudizio, la mente vuole vedere l’Essenza Insensibile, l’essenza ribelle. Essa non ha nome nominato sulla terra né sottoterra; essa non possiede alcuna natura: chi ne è imprigionato non vedrà resurrezione né vita. Irrazionale, incosciente, senza vita, insensibile, ha per nome Non-Essere. Fin dal principio, non recò frutti e cadde – cadde dall’essere mente all’essere uomo – e fu animale, e fu bestia, e fu demone e demonio e infine, avendo abbandonato completamente il Bene e la Natura, fu nulla. Nonostante la mente gli tenda la mano, non si sottomette.  Tutto è compiuto, ora, nei sotterranei del creato e mentre la mente compie la sua ascesa, mossa dal desiderio di farsi Padre, vede le spoglie di chi ha ucciso e desidera risorgerli e misericordia la comprime. Allora elargirà il bene a tutti, ai giusti e ai malvagi, e tutti farà simili a lei. Tutte le menti che discendono dall’Essenza alla Divina mente ascenderanno perché Voi siete fratelli, in verità, ossa delle mie ossa, carne della mia carne, è detto.  Questa è soltanto una piccola parte della glorie della Mente quando è confusamente mescolata al Bene del Creatore universale.  Resta da dire della divisione tra unione e assorbimento e mostrare se Cristo sia unito o assorbito al Creatore. Nell’unione ciò che è distinto sembra indistinguibile ma è retto dal principio di distinzione. Al contrario, in ciò che è assorbito non si nota alcuna distinzione. A Cristo diamo il nome di unione – per ciò che è assorbito non esiste nome.  Tutte queste dottrine, figlio, ignote anche agli angeli, te le ho rivelate benché le debba espiare con il disprezzo dei miei simili. Sappi dunque che l’intera natura sarà confusa con il Padre: nulla perirà o sarà distrutto – tutto tornerà, santificato, unito, confuso. Dio sarà tutto in tutto. Anche l’inferno passerà e i condannati saranno liberati.  Tutti gli ordini e le distinzioni cesseranno – Dio passerà, Cristo cesserà di essere, lo Spirito non sarà più detto Spirito. Resterà l’Essenza.  Allo stesso modo in cui ogni natura razionale è governata dalle sue leggi, così ogni natura irrazionale obbedisce a leggi speciali.  *In copertina: William Blake, “Pity”, 1795 ca. L'articolo “Dio passerà. Resterà l’Essenza”. Intorno al trattato mistico di Stefano bar Sudaili proviene da Pangea.
January 10, 2026 / Pangea
“La convinzione ostinata”. Abbandonarsi al bene: tra rapimento e dolore
Questa mattina ho aperto gli occhi ancor prima che l’alba sorgesse, e sono rimasta a letto diverso tempo, immersa in una sorta di dormiveglia agitato, una cosa che mi è capitata spesso nelle ultime notti. Quando poi la sveglia è suonata mi sono alzata e sono andata in bagno per prepararmi, con l’obbiettivo di andare alla lezione di yoga della mattina presto, alle sette. Lentamente, nel ripetere tutte le piccole abitudini mattutine (andare in bagno, lavarmi il viso, poi fare qualche minuto di meditazione, ad occhi chiusi, in piedi di fronte allo specchio), mi sono calmata, e ho sentito di entrare in una lenta e fiduciosa attesa: della luce, del giorno che sarebbe venuto. Uscita dal portone al piano terreno ho attraversato la corte interna e, superato il cancello, sono sbucata in Campo Santa Margherita, qui a Venezia. Il cielo era ancora di un blu intenso notturno, e solo un lieve chiarore rivelava l’imminente sorgere del giorno. La luna, illuminata e affilata come un’unghia bianchissima, esibiva in silenzio la sua eleganza, in mezzo a un cielo terso, ancora tempestato di stelle. Da qualche parte – al di là delle case che s’impongono sopra le calli, al di là dei canali e del tratto di laguna che separa Venezia dal Lido – il sole, con la sua maestosità mai invecchiata, stava sorgendo sull’orizzonte, lungo la linea del mare. Mi dirigevo verso il centro di yoga, rinvigorita dall’aria pungente che elettrifica l’aria di prima mattina, e mi figuravo questo spettacolo che silenziosamente avveniva in quei luoghi vicini, senza che io lo potessi vedere. Camminando cercavo di fare tesoro di quel profondo raccoglimento in cui già mi ero immersa, e mi riproponevo di custodirlo anche per il resto del giorno, senza lasciare che si dissipasse.  Mi era prezioso tanto più per il fatto che gli ultimi giorni erano stati segnati da un’irrequietezza quasi costante, in cui pochi e fragili momenti di pace erano guadagnati a fatica. La cosa peggiore di quando sono preda di questo stato è il fatto che mi accorgo immediatamente quando esso insorge, e inizio, per questo, ad agitarmi; a cercare disperatamente di risalire la china del precipizio in cui sono caduta, con l’obbiettivo di tornare in “quell’altro stato”. Durante quest’ultimo mi pare di stare immersa in una sorta di fiduciosa attesa, e sento che ogni mio gesto, intenzione e pensiero, sorge come spontaneo da dentro il mio animo: non devo far altro che accoglierlo, in tutta la sua giustezza e bellezza. In quei momenti mi sento come il generale Pëtr Petròvič Konovnìcyn: un personaggio che appare solo di sfuggita nella narrazione di Guerra e Pace, ma la cui descrizione mi aveva colpita profondamente. Tolstoj scrive di lui: > Nel suo animo c’era una profonda, inespressa convinzione che tutto sarebbe > andato bene; ma a tale convinzione non bisognava credere, e tantomeno > bisognava parlarne, ma bisognava fare solo il proprio dovere. Ed egli faceva > il suo dovere, impegnandovi tutte le sue forze.  È strano: in quei momenti sento di essere certamente io a compiere le mie azioni; e allo stesso tempo però è come se esse fossero guidate da qualcosa che è oltre, e molto più, di me. E tuttavia mi accorgo che è solo quando mi sento all’interno di questo “più di me” che mi sento davvero me stessa, che sento di aderire veramente a me stessa. Il resto del tempo è come se non sapessi dove fossi finita, e rimanesse solo una piccolissima parte di me che rimane agganciata a quell’altro stato, che permane solo sotto la forma di un ricordo, di una convinzione, a cui sento d’aggrapparmi con tutte le forze.  * In un libro che ho terminato di leggere poco tempo fa, l’autore, Robin Scroggs, biblista e teologo statunitense, descrive alla perfezione l’oscillazione di cui ho parlato. Riprende la distinzione fatta da San Paolo tra i termini “fede” e “speranza”, e scrive:  > Paolo non è così ingenuo da pensare che le persone vivano sempre nella gioia e > nell’esuberanza della fede. È certamente consapevole che i membri delle sue > congregazioni provino ansia, dubbi e mancanza di fiducia. Ciò significa che > chi crede in una situazione del genere ha di nuovo cambiato mondo, è ricaduto > nel mondo falso? Non necessariamente, perché il credente può ora aggrapparsi > ostinatamente alla consapevolezza che il vero Dio esiste, che il vero mondo è > una realtà, anche se al momento non lo sperimenta. Sì, la fede è > esperienziale, ma non deve limitarsi alla sola esperienza. Si resta fedeli a > quel mondo. Il termine usato da Paolo per questo impegno è “speranza.” In > questo senso la speranza è tanto un’esperienza quanto la fede. Essa è la > convinzione ostinata, in assenza dell’esperienza della pienezza, che esista > davvero un mondo restaurato, reso realtà dall’atto di Dio in Cristo. Io, più il tempo passa, più sento crescere in me questa “convinzione ostinata”: è come se sentissi di non nutrire più alcun dubbio a riguardo. Questo tuttavia non impedisce affatto il permanere degli altri stati – di dubbio, di rabbia, di paura – che a volte è come se ricoprissero la mia anima, l’accecassero e portassero a fondo col loro peso.  Infinite volte mi interrogo sulle ragioni di questo oscillare: sul perché a tratti si riesca a vivere in una sorta d’estasi fiduciosa, e ci si senta avvolti da un mistero che, per quanto infinito e insondabile, rimane comunque un mistero d’amore; e a tratti invece questa realtà si dissolva, e venga sostituita da tutto quanto le è opposto, e in sua negazione: un mondo forse ben più conosciuto dell’altro, fatto di arrivismo, di rabbia, di competizione, sopraffazione. In quei momenti mi pare ci si senta separati da tutto: dagli altri, ma anche, e forse soprattutto, dalla propria stessa persona, che viene ad esser la prima e la più disprezzata di tutte le altre creature. È quando ricado di nuovo in questo stato penoso che inizio a guardare all’altro mondo (quello che Paolo, nel passo di Scroggs, definisce “vero”) come dall’esterno, desiderando con tutta me stessa di farvi ritorno, senza però riuscire a trovare, dentro al mio cuore, la mappa che possa condurvi. È stato per questo che ormai da moltissimi mesi io ho iniziato a chiedermi, quasi in continuazione, quale fosse, in questo quadro che dentro al mio animo si era tracciato, il ruolo di Cristo. Questa domanda è come rimasta sospesa per mesi sulla mia persona; come un pensiero costante, una richiesta, che aveva preso ad abitare dolcemente ogni cosa facessi, vedessi, leggessi.  * Che Cristo avesse assunto, in questo senso, un ruolo importante, che tuttavia nemmeno io riuscivo a comprendere, credo d’essermelo detto la prima volta un anno fa, un giorno in cui ero tornata, per un breve periodo, a Rimini, la città in cui sono nata e cresciuta. Era quel periodo in cui il freddo delle giornate invernali lascia spazio all’aria tiepida di quelle primaverili, e il parco improvvisamente s’inonda di nuovi colori, suoni e profumi. Quel giorno avevo passato il pomeriggio a studiare, leggendo il Vangelo, assorta nel silenzio di camera mia. A fine giornata ero uscita per fare una passeggiata nel parco. Camminavo e sentivo come se, alla lettura del testo, la mia anima si fosse sempre di più spalancata, spogliata in tutta la sua interezza. Mi sembrava quasi che essa – in tutta la fragilità, il candore, l’audacia con cui la percepivo in quel preciso momento – si affacciasse fuori dal mio stesso corpo, come standomi “a fior di pelle”; e che, al suo passaggio, tutto il mondo (gli alti ed eleganti alberi, i cespugli fioriti col loro profumo, i passanti, il cinguettio degli uccelli, persino il vento) si voltasse per assistere al suo passaggio, e per porgerle il suo gentile saluto, che lei a sua volta, quasi ridendo, gli ricambiava.  Camminando, osservavo il viale del parco, che si estendeva dritto di fronte a me, incorniciato dagli alberi: osservavo le fronde voluminose dei rami, che danzavano eleganti, gonfiate dal vento; i passanti, nella diversità dei loro aspetti e delle loro singole azioni; ascoltavo i grandi e piccoli suoni che si sprigionavano in ogni angolo di quella natura. Nel mentre in cui il mio sguardo era come rapito, e incantato, da tutto questo, ripensavo al Vangelo e, più di tutto, a Cristo, che mi pare esserne il centro assoluto. Nel farlo mi sono detta (con la stessa arrendevole gioia con cui si constata che il proprio cuore si è innamorato di quella o quell’altra persona) che quella figura ormai era giunta a rappresentare quanto di più bello, di più nobile e di prezioso abiti nella mia anima, e, più in generale, nell’essere umano. Si tratta di quella parte dell’uomo che ne esprime i desideri più nobili e genuini e che, qualsiasi valore le si voglia assegnare, rappresenta in tutto e per tutto qualcosa di sacro. Simone Weil la descrive come l’aspettativa, e la speranza, di ricevere amore.  Io, quando questa parte è scoperta, come quel giorno nel parco, sento quasi d’esserne, più che custode, custodita: come se mi accovacciassi, e prendessi vita, dentro di essa. Ma, nel mio caso almeno, nulla, più di Cristo, alimenta questa speranza. È come se lui avesse dato corpo a tutto ciò che di più intimo abita dentro al mio cuore; e quel corpo continuasse ad evolvere giorno per giorno, senza che io ne possa esaurire l’enigmaticità.  * Le ragioni per le quali la figura di Cristo è in grado, almeno per me, di far così potentemente emergere la mia anima, con tutta la bellezza e la fragilità dei suoi desideri, credo d’averle iniziate a capire una domenica di ormai un anno fa. Mi trovavo a Rimini, ero andata a messa assieme a mia madre, nella piccola chiesa del convento delle clarisse in cui andiamo sempre. Era sera, ricordo che mi sentivo immensamente stanca: stavo seduta, quasi nascosta, su una panca in fondo alla chiesa, e mi sembrava di stare avvolta in un dolce e fiducioso abbandono, come se tutto il mio corpo, e il mio cuore, avessero trovato casa in quel luogo, in cui mi pareva che nessuna pretesa mi fosse avanzata. Solo la mia presenza era, non pretesa, bensì accolta, come se qualcuno l’avesse pazientemente attesa, e intensamente desiderata.  Mentre ascoltavo, quasi passivamente, lo svolgersi della messa ho alzato, d’un tratto, lo sguardo, e l’ho rivolto al grande crocifisso che stava appeso proprio al mio fianco, sulla parete sinistra di quella piccola chiesa. Gli ero distante solo di qualche metro, e ne potevo distinguere ogni dettaglio. Infinite versioni di quella rappresentazione erano capitate sotto i miei occhi nel corso della mia vita, ma ricordo che mai, come prima di quel giorno, ne sono stata attratta, come ipnotizzata. Era come se ogni suo dettaglio mi richiamasse, e mi si imprimesse nell’anima: guardavo le mani trafitte dai chiodi sul legno, le dita mollemente ripiegate sul palmo; poi le lunghe e sottili braccia, tese a sorreggere, come cavi in tensione, il corpo nudo, che sembrava volersi accasciare sempre più su stesso, fino a raggiungere terra. Ho guardato a lungo la ferita aperta sopra il magro e bianco costato; poi i piedi posti l’uno sull’altro, anch’essi trafitti dai chiodi, che sembravano l’unica cosa volta a sorregger quel corpo. Persino il capo, e le ciocche di capelli sopra di lui, si abbandonava e cadeva ripiegato sulla spalla e sul petto.  La voce del prete in fondo all’altare era diventata solo un fioco e lontano suono, e a me pareva d’essere stata completamente sottratta a tutto ciò che accadeva, per esser rapita, per sempre, da quella scena. Era come se ne fossi addolorata, e innamorata allo stesso tempo. Innamorata di lui soprattutto in quel suo momento, nel momento in cui stava sopra la croce. E nel provar questo mi dicevo che ormai per me quella era divenuta la chiave di tutto, che dell’onnipotenza non m’importava nulla, che niente era in grado di sprigionare e attirare l’amore su questa terra come chi si lascia trafiggere e crocifiggere, senza opporre la benché minima resistenza. * Per molto tempo ho cercato di riflettere su questo fatto, che nel mio cuore, ogni volta che si riproduce, risulta essere di un’evidenza travolgente e dolcissima allo stesso tempo. L’esperienza in effetti mi suggerisce, ogni volta, che è solo attraverso il quasi corporeo passaggio per questa miseria (cioè mancanza) che il mio cuore finalmente si apre, e si dispone, docilmente, all’amore. Senza il passaggio, quasi fisico, che porta il cuore a divenir consapevole della sua mancanza e del suo desiderio, nulla di tutto ciò si renderebbe possibile.  Credo che ciò che più di tutto, della figura di Cristo, ha catturato il mio sguardo, sia stata esattamente questa capacità di fare spazio, dentro di sé, e che lo ha reso, ai miei occhi, tutto intriso, trasfigurato, dall’amore di Dio. Nel mio immaginario è come se questo amore attraversasse, e s’irradiasse, da ogni poro, ogni centimetro di quel suo corpo: nella leggerezza e fierezza dei gesti, nella morbidità e profondità ipnotica degli sguardi, nel misterioso tepore delle sue parole.  Tutto ciò lo vedo, soprattutto, nel momento dell’abbassamento più grande, che è quello sopra la croce. Non per caso infatti, nel Vangelo di Giovanni, ci si riferisce a quest’ultimo col termine “glorificazione”. Il Gesù del quarto Vangelo non ha, infatti, le parole di disperazione che si ritrovano nei Vangeli sinottici:  > Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per > adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero > perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono > alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, > chinato il capo, spirò.  > > (Gv 19,28-30) È proprio in quel momento, quasi in quello stesso chinare il capo e spirare, che il mio cuore, più di tutto, se ne innamora.  E, mi pare, se ne innamora proprio perché, come dicevo più sopra, riconosce in esso qualcosa che già, in qualche modo, gli apparteneva, e di cui forse si era dimenticato. Accade qualcosa di simile anche per la persona amata: sembra quasi che ci si innamori perché si riconosce, in lei, qualcosa che anche a noi appartiene, e che allo stesso tempo desideriamo.  * È questo innamoramento, e riconoscimento, che porta, naturalmente, all’imitazione. Per questa ragione, se permetto alla lettura del testo di farsi strada, carsicamente, dentro al mio animo, io ne esco quasi trasfigurata, come se tutto il mio animo, per imitazione, vi avesse aderito.  Nei discorsi di addio presenti nel quarto Vangelo, Gesù sembra voler spiegare la segretezza e la semplicità, di questa dinamica. Nel capitolo quattordicesimo, in particolare, egli è interrogato dai discepoli su dove si trovino i posti (monai, in greco, sostantivo cui è correlato il verbo menein, dimorare) ch’egli dice d’aver preparato per loro nel Regno. I discepoli più volte domandano sconcertati, senza riuscire a capire cosa Gesù intenda quando dice di essere lui stesso “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6). Ed è solo davanti all’ultima, stupita domanda di Giuda, che Gesù porta a conclusione il vorticoso, quasi concentrico ragionamento, con queste parole:  > Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a > lui e prenderemo dimora (monḗn) presso di lui.  > > (Gv 14,23) A leggere queste parole, sento come se tutto il mio animo finalmente cedesse, e lentamente obbedisse. Da questo innamoramento infatti, l’imitazione e “l’osservanza della parola” scaturiscono in modo consequenziale, quasi spontaneo: come un ruscello d’alta montagna, la cui acqua fuoriesce, gorgogliando dolcemente, da una fessura tra il muschio e le rocce. Così nel far questo io sento che quello stesso amore del Padre, che il Figlio ha mostrato e insegnato facendosene portatore, prende dimora presso di me, rendendo anche me portatrice, anche me testimone. Si tratta, appunto, di una “imitazione”, o forse ancor meglio del tentativo di una “sequela” – termine che, come un mio professore mi ha fatto notare, porta con sé, a differenza dell’altro, l’idea di un movimento continuo, invece che di una staticità da raggiungere. In effetti è come se, anche quando finalmente riesco a far sorger di nuovo quella parte di me che era rimasta sopita, acquisissi un osservatorio, dal quale guardo tutte le altre realtà che continuano, comunque, ad abitare, sia dentro che fuori dal mio animo.  Infatti, anche nel momento in cui riesco a interiorizzare quello sguardo che è Cristo, le “altre parti” di me non spariscono affatto: non scompaiono affatto i pensieri meschini, faticosi, meno nobili. Io continuo, anche quando sento così accesa la parte sacra, a “portarmi addosso la mia umanità”, la pesantezza della mia carne. Ma, a differenza di tutto il resto del tempo, è come se quest’ultima s’alleggerisse, e smettesse d’esser motivo di odio e di giudizio, nei confronti della mia persona e di quella degli altri, e iniziasse invece ad essere l’oggetto di un’infinita misericordia, pietà, compassione, da cui io stessa, a mia volta, mi sono lasciata ferire, ed attraversare. In effetti in quei momenti sembra quasi che l’universo intero, e Dio stesso, non siano nulla di tanto diverso da questo amore, che è come una preghiera, la cui melodia risuona senza sosta dal fondo stesso dell’anima.  * Accade però che, per qualche ragione (talvolta anche la più banale: un passante che nella fretta mi urta senza riguardo, le faccende quotidiane che incombono e i pensieri che si affollano in frotte violente nella mia mente) il mio animo s’impaurisca ed irrigidisca di nuovo, e che quell’armonia, d’improvviso, si perda. Ma, ogni volta, io mi accorgo che è solo attraverso la gentile accoglienza (e quasi il fisico attraversamento) della mia umanità, che io mi sento, poi, di nuovo avvolgere, quasi risorgere.  Alla fine, più che una questione di grazia, o di volontà, mi sembra una questione di desiderio, di umile esercizio, e di richiesta. Io spesso, spessissimo, forse per la maggior parte del tempo, non sono affatto in quello stato di fiducia e d’amore, in quel “mondo vero” di cui parla Paolo. Ma mi accorgo che, negli anni, il desiderio che ho di esso è come se s’intensificasse, e rinvigorisse; come se tutto il mio cuore, la mia volontà, fossero una preghiera tesa verso di esso, tenuta presente anche durante le pratiche più quotidiane e banali, come mangiare, fare la spesa, sistemare la stanza, o rider di cuore assieme agli amici, per qualche sciocchezza che è stata detta. Era questo, forse, che intendevo, quando tempo fa mi ero detta, osservandomi, che avevo la sensazione di “pensare a Dio tutto il tempo”, per poi rendermi conto che, in realtà, non lo stavo affatto “pensando”, bensì cercando, chiamando, quasi costantemente.  In ciò consiste l’importanza, e la potenza, del fare memoria: ricordare in noi stessi, e gli uni con gli altri, di quei giorni antichi ed avvolti dentro al mistero, che hanno riportato alla luce quella parte di noi che anche oggi, nella diversità degli animi e delle culture, rimane. Non importa che cosa sia in grado di far fare, agli uomini, memoria di quella parte di sé che consiste nel sacro. L’importante è che quella parte vi sia, e che vi sia qualcosa, nel singolo, che sia in grado di farla risorgere. Su quale sia, poi, il “luogo” in cui l’anima innamorata conduca, questo è, e rimane, un profondo mistero ai miei occhi. Ma cerco di non far dipendere le mie scelte dalla risoluzione di questo mistero, e di fare come quel generale di Guerra e Pace, che si lascia guidare dal cuore, senza troppo interrogarsi a riguardo. Mi esercito allora ad abbandonarmi, sempre di più, a questo amore, e a nutrire per esso una crescente fiducia. Essa, in rari ed estasiati momenti di pace, lascia avvertire con chiarezza la presenza di qualcosa, o di qualcuno, che sta, già ora, con braccia spalancate, in un luogo senza tempo. È come quella brezza che, all’alba, spira dolcemente da oltre l’orizzonte, lungo la linea del mare.  Bianca Cesari  *In copertina e nel testo, disegni di Guercino (1591-1666) L'articolo “La convinzione ostinata”. Abbandonarsi al bene: tra rapimento e dolore proviene da Pangea.
December 1, 2025 / Pangea
“Decifrare il linguaggio sacro”. Rabano Mauro: dal caos al cosmo
Fino a poco tempo fa, tutto risplendeva – tutto aveva un senso visibile e chiaro, come un fuoco: ogni fiamma, pur tentacolare, aveva un volto, contraeva un patto. Il mondo era una famiglia. Il grano riguardava l’astro che ne garantiva la crescita e la mano, a stella, che lo raccoglieva; l’albero era imparentato al corvo che vi atterrava sopra, della specie di Saturno; il fiume, a leggerne i sussurri, a strologare la cifra delle strolaghe, garantiva figli dai capelli corvini, agilità nel corpo. Nutrirsi di alcune piante permetteva certe qualità; necessario era apprendere i poteri della vasta famiglia dei rettili e degli anfibi. Il volo degli uccelli, lassù, interferiva sulla nostra sorte, quanto l’opera magnetica dei pianeti.  Anche la volpe che ieri notte ha attraversato la strada, trasfigurata dai fari della mia macchina, cucendo bosco a bosco, quella volpe Mercurio, partecipa della mia vita, ha un senso.  L’era della misura ha tolto lo spazio dello smisurato: la sapienza, parcellizzata in saperi, è mutilata; all’osservazione e alla speculazione astrologica si è sostituito l’osservatorio astronomico, il tempio è sottomesso all’accademia. È vero: la chirurgia ha soppiantato le erbe curative, i maghi e i mestatori di formulari – vivremo tutti, tiepidamente felici, grigi pingui pinguini, fino a centocinquant’anni – sia gloria al dio della salute; la salvezza resta altrove. Fino a poco tempo fa, intendo, il mondo non era costellato di ‘corrispondenze’ o di ‘segni’: il mondo aveva un significato. Interpretare i segni è già il sintomo di un’era insignificante. L’era del simbolo teneva insieme l’uomo, la terra, il cielo – corrispondenza significava corresponsabilità. Di questo mondo – che è poi, autenticamente, il nostro, quello di Dante e di Francesco – Rabano Mauro è l’enciclopedia vivente, l’esegeta sommo. Abate di Fulda, arcivescovo di Magonza – dove muore nell’856, il 4 febbraio, il giorno in cui la Chiesa fa memoria della sua santità – Rabanus Maurus Magnetius fu istruito da Alcuino, visse gli incerti che seguirono agli anni di Ludovico il Pio, scrisse tantissimo, investigò il tutto. Del suo libro ‘totale’, il De rerum naturis, “una cosmologia… ovvero una descrizione della realtà nel quadro di una visione unitaria del mondo”, in cui l’abate di Fulda “descrive ogni cosa che riguarda il mondo conosciuto, dall’umile chicco di grano alla costellazione di Boote, nel tentativo di abbracciare la totalità dello scibile in una rappresentazione del micro e del macrocosmo coerente con la dottrina cristiana”, Claudia Gualdana (da cui ho tratto le citazioni) traduce, con talento sgargiante, devota al culto dei libri assoluti che ora passano per eccentrici (va ricordato il suo Rosa. Storia culturale di un fiore, Marietti 1820, 2019), il libro IX come Il mondo e gli astri (La Vita Felice, 2025). Il libro – che è poi un manuale, un tascabile che si snoda per centocinquanta pagine, un universo in miniatura – è straordinario perché ci orienta agli elementi primi, riporta – secondo sintesi mirabile – ‘il tutto nel frammento’, conduce dal caos – di cui si nutre un certo cristianesimo esagitato, in adorazione del buio – al cosmo. Così, scopriamo che  > “il cielo è stato chiamato così, proprio come se fosse un vaso caelatum, ossia > cesellato, perché reca incise le luci delle stelle come se fossero sigilli”.  Della luna è detto che “rappresenta le avversità del mondo”, ma anche la Chiesa (perché – intuite l’introibo da raffinato polemista di Rabano – “essendo stata creata nella dimensione temporale, come la luna talora si fa più piccola, talaltra cresce, ma sebbene essa sia soggetta a calare, diminuisce in modo tale da essere sempre restituita alla sua integrità originaria”) e “l’era presente, perché è in costante mutamento”. I corpi celesti non sono geroglifici: come ogni corpo – compreso quello umano, che dell’universo è mappa vivente, in calligrafia di vene, ossa, arterie –, hanno diversi sensi – letterale; allegorico; anagogico – e sensibilità; l’abate sviscera tutti i significati con dovizia di citazioni bibliche. Il compito di Rabano Mauro è titanico: egli va risignificando il mondo alla luce della rivelazione di Cristo. Così, alle enciclopedie ‘pagane’ – il mito classico, che armonizzava l’antico mondo – sostituisce il nuovo codice cristiano. Rabano offre la chiave per interpretare ogni minuta cosa: il tuono – “che è stato chiamato così perché il suo suono terreat, ovvero atterrisce” – e le braci – “indicano le concupiscenze illecite dell’animo” – il vento “violento e veemente” e le Pleiadi, “l’annuncio della comunità dei santi che, nella tenebra della vita presente, ci illuminano con la luce della grazia dello Spirito septiforme”. Di Lucifero, “la stella del mattino”, è detto che “può alludere al Salvatore o alla luce della vera conoscenza”; nel suo “significato malefico” marca il senso della “caduta dallo splendore eterno fino alle tenebre infernali”.  L’opera di Rabano Mauro serve a sanare, tra l’altro, l’impropria affermazione di Robert Graves, il geniale poeta de La Dea Bianca. A suo dire, una “frattura… separa il cristianesimo dalla poesia”, tanto che “è ormai impossibile combinare le funzioni un tempo identiche di sacerdote e di poeta senza fare violenza all’una o all’altra vocazione”. Allo stesso modo, l’indole “crudele, capricciosa, sfrenata” della Dea Bianca contrasta con il culto della Vergine. Graves – che sognava di rifondare un ordine ‘bardico’ della poesia e di ricondurre la parola poetica al suo ancestrale potere magico, teurgico, e che di fatto ha avuto un unico, straordinario allievo: Ted Hughes – ha, come sempre, ragione. Proviene, però, da un regno in cui la “rivoluzione puritana” ha sistematicamente cacciato dal tempio i druidi e i bardi, ha disonorato i boschi considerandoli mero ornamento quando non materia prima per imprese di falegnameria. In realtà, al netto di un semplicistico ‘romanticismo’ – che fa del poeta il ribelle, l’eresiarca costi quel che costi, mentre è da sempre il custode dell’ordine, il suo cardine; e non mi riferisco certo all’ordine mondano, alla viltà del potere terreno, infine impotente se non sostenuto da armi di assassinio di massa –, il poeta, come gli apostoli, parla le lingue e guarisce dal male; la sequela Christi è fonte di infinita opera.  “Decifrare il linguaggio sacro”, come scrive Rabano Mauro, è compito dello studioso e dell’artista. Così, nel formidabile Liber de laudibus Sanctae Crucis, lirico laudario costellato di calligrammi, la parola è la cosa, la forma è la formula, ciò che è nominato, d’improvviso, vive, con ferina evidenza – ulula l’io e l’Iddio. San Paolo insegna che si prega “in modo conveniente” dando in “gemiti inesprimibili” (stenagmois alatetois; Rm 8, 26). Si prega verseggiando come fanno le creature: secondo il ronzio della mosca, l’adulare dei lupi, il fruscio degli astri.   *Le immagini in copertina e nel testo sono tratte dal “Liber de laudibus Sanctae Crucis” di Rabano Mauro L'articolo “Decifrare il linguaggio sacro”. Rabano Mauro: dal caos al cosmo proviene da Pangea.
November 1, 2025 / Pangea
“Oltrepassa la soglia del visibile”. Sulla Sapienza di Gesù Cristo
Il Vangelo di Marco, come si sa, finisce con un colpo di ghigliottina, con una immedicabile cesura. Giunte al sepolcro vuoto, le tre donne – “Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome” – scappano, “fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore”. Paura le ammutolisce, “e non dissero niente a nessuno”.  Se investighiamo il greco le cose assumono un’altra sfumatura. Le donne scappano perché tremano (tromos) colte da estasi (ekstasis). Sono come in trance, sono fuori di sé, rapite da dionisiaca ebbrezza: anch’esse un sepolcro vuoto. Uno degli epiteti del “Dio vivente” è il terrore: è “terribile (phoberos) cadere nelle mani del Dio che vive”, scrive Paolo. Un terrore che impone riguardo, devozione.  Alle estatiche donne un misterioso “giovane… vestito d’una veste bianca”, assiso di fianco al sepolcro, dice che “Gesù Nazareno, il crocefisso, è risorto, non è qui… Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete”. Il timore delle donne davanti al giovane (“ed ebbero paura”) ricorda il turbamento di Maria di fronte all’angelo: lì si annunciava una nascita miracolosa, qui una ancor più miracolosa seconda nascita. È più facile credere all’invisibile che si annuncia in nuce d’angelo che alla verità di un corpo disfatto, maciullato, sviscerato, disossato di sé, grave di sangue.  Chissà se poi le donne sono andate, in Galilea.  La Sapienza di Gesù Cristo comincia da lì: dal dubbio, dal timore, dall’estasi. Il testo gnostico, databile tra il II e il III secolo, è conservato nel Papiro di Berlino (1896), tra i papiri di Ossirinco e nella vasta messe di testi scoperti a Nag Hammadi. Era dunque testo noto, importante, fin nella sovrabbondanza del titolo. In lingua inglese esiste la traduzione completa di Douglas M. Parrott; Mauro Pesce ne ha inglobato alcune lasse in Le parole dimenticate di Gesù (Fondazione Lorenzo Valla, 2004). In questa Sophia, il Cristo appare trasfigurato, irriconoscibile (“non nella forma che ricordavano”): il dialogo con i discepoli – la prima domanda, che implica una gerarchia, è di Filippo; poi prendono la parola Matteo, Tommaso, Maria e Bartolomeo – permette al Salvatore di spiegare la creazione del mondo e del tempo, il fine del creato, il destino dei discepoli. Secondo la cosmogonia gnostica, esiste un Padre originario, un pre-Padre, che inaugura la lenta opera di autoconoscenza; Sophia è l’elemento femminile del divino. Alle origini, è un proliferare di legioni angeliche, di celesti esseri, di abnormi creature in una continua dinamica di azione e distruzione (d’altronde, “C’erano sulla terra i giganti”, si dice in Gn 6, 4). Il Salvatore, per così dire, è eccedenza – finanche, difetto, benefico veleno – nell’ordine delle cose: rompe lo schema di vita-e-morte, si disgrega dall’immobilismo divino, porta la luce “vengo per estirparvi dall’oblio”. Il Salvatore è una figura prometeica.  La Sophia Jesu Christi fonde la rivelazione evangelica ai misteri greci; ciò che anima il testo è ossessione per la salvezza, per la purificazione; centrale è la domanda sul senso del male, centrale è il corpo corrotto che tenta riparo, ristoro. Il sistema gnostico prevede un’aristocrazia dell’intelletto: si ascende tramite strenuo percorso conoscitivo. Ciò che svanisce, è la cuspide dell’evangelo: il Crocefisso, l’Iddio dei corrotti, l’Iddio dal corpo rotto e in rovina. Tale carnalità latra – incute terrore. Il non avere altro che quello – sangue che stilla dalle stimmate – confonde, confina nel dubbio. Nella Sophia, secondo lo schema della sapienza greca, il Padre forgia il creato dopo essersi osservato in uno specchio (“Vide se stesso in uno specchio”). Ma lo specchio è il demoniaco – la copia che divora l’origine, l’originario. A dire di Proclo, fu Efesto a “fabbricare uno specchio per Dioniso” e “il dio guardando dentro di esso e contemplando la propria immagine si slanciò alla fabbricazione di tutta la pluralità”. Figura ambigua, lo specchio: fa dell’apparente un’apparizione; chi cerca di riconoscersi in esso si trova disconosciuto, contraffatto. Cosa deve vedere di sé il Padre in uno specchio – cosa che già non sappia? Nella Sapienza di Gesù Cristo lo specchio è abisso, buco nero, vortice – è la grande vulva, il dio per sempre gravido che crea copie di copie di copie di sé. Dio-feto, dio-incesto.  Nel Vangelo, piuttosto, il Padre si rispecchia nel Figlio; Gesù si rispecchia nei volti sbigottiti dei discepoli – fino a che punto il Risorto è diverso dal Nazareno?  In questo gioco di specchi – che, contrapposti, sfoggiano l’infinito – cosa resta, quale l’arenaria che possiamo dire ‘immagine’? Quale l’originale? San Paolo – in 1 Cor 13, 12 – lega lo specchio all’enigma: lo specchio-Sfinge ci fissa divinandoci, divorandoci. Lo specchio-Polifemo, lo specchio-Sauron: nostro compito è sfuggire all’onnipotente fame dello specchio per ridiventare noi, per ricondurci nel greto della vera forma.  Galilea – il luogo dell’appuntamento con il Risorto, che è il luogo dove tutto ha avuto inizio (Mc 1, 14) – è il lemma di una geografia sapienziale, è nome al di là del nome. Come fu Israele per gli ebrei, Galilea sia il nuovo nome dei cristiani: Galilea è il luogo in cui tutto si sprigiona, in cui tutto si sbriciola.  Il proliferare dei detti gnostici null’altro dice se non che la conoscenza è il solo peccato, è l’ambone da cui professa il demone della separazione e della confusione. Gesù non si apprende perché è lui il predatore, è lui che ti prende. Gesù, il sommo analfabeta – secondo la spiazzante intuizione di José Bergamín – non si installa in codici, in grammatiche, in enciclopedie. La sola sapienza, qui, è l’insipienza, l’uscita da sé, la santa insania dei folli e degli ispirati. Il regno di questo mondo – dei filosofi e degli esperti, degli scaltri e dei letterati – mostra la sua indecente indegnità: tutto è disperso, ora – chiamateci disperati, è sconveniente, ai vostri occhi, perfino questa gioia che ha dote di lacrime.  ** Sapienza di Gesù Cristo (II secolo) Dopo essere risorto dai morti, i dodici e sette donne lo seguirono, si diressero in Galilea nel monte detto ‘Divinazione e Gioia’. Uniti, erano, e dubbio li avvelenava sulla realtà dell’universo, sui piani della santa provvidenza, sul potere delle potenze e su tutto ciò che il Salvatore compiva nel segreto. Allora apparve il Salvatore – non nella forma che ricordavano ma in invisibile spirito. Somigliava al grande angelo della luce. Ma non mi è dato descrivere il suo aspetto. Nessuna carne mortale può contenerlo, ma solo la carne pura e perfetto che egli ci ha mostrato sul monte detto ‘Degli Ulivi’.  E disse: “Pace a voi, a voi do la mia pace”. Spavento li confuse. Rise il Salvatore dicendo, “Cosa pensate? Che dubbio vi divina? Di cosa siete in cerca?”.  * Disse Matteo: “Signore, a verità nessuno può accedere se non tramite te. Inoltraci alla verità”. Disse il Salvatore: “Colui che È è ineffabile. Nessuno principio lo preda né autorità né obbedienza a creatura alcuna dalla fondazione del mondo – proviene dalla Prima Luce e soltanto a chi vuole si rivela. Da ora io sono il Grande Salvatore. Immortale, eterno egli è. Non ha nascita perché ogni cosa che nasce muore. Ingenerato, non ha inizio – chiunque ha inizio, infatti, finisce. Nessuno lo governa e non ha nome – chiunque ha nome, è la creazione di un altro… È infinito, dunque è incomprensibile. È imperituro e non somiglia a nulla. È immutabile nel bene. È senza difetto. È eterno. È il benedetto. Da tutti sconosciuto, è la conoscenza in sé. Incommensurabile – irraggiungibile – perfetto – immortale. Ditelo: ‘Padre dell’Universo’”.  * Maria gli chiese: “Signore, come possiamo conoscerlo allora?” Il Salvatore, il perfetto, disse: “Giungi alle cose invisibili, oltrepassa la soglia del visibile. Il Pensiero ti rivelerà che la fede nell’invisibile si trova setacciando le cose visibili, investigandole. Chi ha orecchie per udire, ascolti! Non ‘Padre’ si chiama il Signore dell’Universo, ma ‘Pre-Padre’, principio di chi apparirà, antenato che non ha inizio. Vide se stesso in uno specchio – si vide somigliante a se stesso – apparizione pari al Divino Padre di Sé, confronto di ogni confronto, il Primo Esistente Ingenerato Padre. Pari in antichità della Luce che lo precede ma non lo eguaglia in potenza. In seguito apparve moltitudine di esseri autogenerati, eguali in età e potenza, in gloria, innumeri, la cui stirpe è detta ‘Generazione Senza Regno’. Quella moltitudine non soggetta a regno è detta ‘Figli del Padre Ingenerato, Dio, Salvatore, Figlio di Dio’, e con voi ha somiglianza. Ma ora lui è lo Sconosciuto, l’inconoscibile grave di inalterabile gloria, di ineffabile gioia. Tutti riposano in lui, esultano in lui, giubilo che non ha misura; questo non è mai stato udito finora negli eoni e nei mondi”. Matteo gli chiese: “Signore, Salvatore, come si è rivelato l’Uomo?” Il perfetto Salvatore disse. “Voglio che tu sappia che colui che apparve all’universo nella sua infinità, l’Auto-eletto, l’Innato, il gravido di luce, al principio, quando decise di dare la sua immagine a una potenza, quella Luce apparve come l’Immortale Uomo Androgino, affinché attraverso di lui potessero giungere a salvezza e risvegliarsi dall’oblio, attraverso l’inviato, il solo interprete che è con voi fino alla fine della povertà e della razzia.  Sua consorte è Sophia, fin dal principio destinata a unirsi a lui tramite il Padre Auto-generato e l’Uomo Immortale, che apparve come Primo in divinità e regno, come concesso dal Padre. E creò un grande eone, ‘Ogdoade’ è il suo nome, in onore alla sua maestà. Autorità gli fu data e nel suo governo creò povertà. Creò dèi e angeli, arcangeli a miriadi, da quella Luce e tripartito Spirito che è Sophia, sua consorte. Da questo, Dio originò divinità e regno. Da allora è ‘Dio degli dèi’, è detto ‘Re dei re’.  Da ciò che fu creato apparve ciò che fu plasmato; da ciò che fu plasmato ciò che fu formato; da ciò che fu formato ciò che fu nome. Così nasce la differenza tra gli ingenerati, dal principio al termine”.  * “Chi viene al mondo è una goccia di Luce: viene al mondo per ricondursi nella Sua custodia. Vincolo di dimenticanza volle Sophia, perché attraverso di lei l’Onnipotente possa rivelarsi in questo modo povero nonostante la cecità l’arroganza l’ignoranza con cui lo riempiono di nomi. Ma io sono giunto dai luoghi superiori per volontà della Luce, io sono slegato da ogni vincolo; ho spezzato l’opera dei ladri e dei bugiardi; ho trafugato la goccia di luce di Sophia perché portasse frutto attraverso di me, perché la gloria si diffonda e i suoi figli, non più imperfetti, possano ritornare al Padre. Io vengo per estirparvi dall’oblio, perché l’impuro non si manifesti più: calpesto ogni malvagio intento”.  *In copertina: William Blake, The Angel Michael Binding Satan, 1805 ca. L'articolo “Oltrepassa la soglia del visibile”. Sulla Sapienza di Gesù Cristo proviene da Pangea.
October 30, 2025 / Pangea
“Dell’amore che buca l’opacità del mondo”
La Trinità di Andrej Rublëv è un incanto dilatato, di terso silenzio: scoscendimento contemplativo, esperienza dell’ustoria gioia del proprio limite. Il contenuto narrativo è tronco: tre angeli che appaiono a Abramo sotto le querce di Mamre (Genesi 18,1-3) – tre persone, una voce sola –, e vivamente alludono alla Trinità. Immagine cui ubbidire immobili, nell’estasi degli aurei sfondi che trasudano dal legno; la disposizione di spazi e flussi di chiarore, la trasparenza delle forme, l’azzurro profondo reiterato nei mantelli sono proiezioni all’infinito; giovane e tenero verde: profumo dell’aperto, spirito vivo; e il porpora velato, scuro del sacrificio: kenosi, offerta. Teologia cromatica ardente, luminescenze che non appartengono alla fisica terrestre della luce, bensì a quell’urgenza epifanica che porta l’annuncio dell’increato nel visibile. L’elemento umano è espunto, tutto è nei tre angeli, esilissimi, dalle ali incorporee, seduti intorno a una mensa che reca il calice eucaristico: da narrazione a diafanìa mistica: visione circonfusa di bagliori soprannaturali, che sostiene la tensione all’ulteriore: la coinerenza armonica, circolare, delle tre essenze trinitarie. La quercia di Mamre: albero della vita, tronco della croce; sullo sfondo la tenda di Abramo, la casa del Padre; la montagna della rivelazione; e, intessuti di aurea chiarità, i tre angeli: in un cerchio quasi perfetto, a inclinare corpi e volti l’uno verso l’altro, creando in chi osserva il ritmo interiore, silente, del reciproco amore. Guardare la Trinità è nuda intuizione del proprio limite, che spezza lo sguardo in preghiera. Il mistero rimane stretto, inospitale, ma sfiora il basso profondo dell’umana ferita. Si partecipa senz’afferrare, possedere. Chi guarda è chiamato a sostare, ai ripidi declivi dell’assoluto, soffrendolo in amore: tale il ruolo kenotico dell’icona, “immagine conduttrice”, via “apofatica”, “ascendente” secondo Pavel Endokimov[1], che si fa limen di catarsi trasfigurativa, evidenza di inadeguatezza, pur adorante, grata. Rublëv vive in epoca asservita, tumultuosa: il giogo tataro, i pesanti tributi all’Orda d’Oro, le frammentazioni, i saccheggi: dilaniata e oppressa la Rus’, non trovando spazi esteriori, reagiva interiormente, con la spiritualità devota e unificante di Sergio di Radonez, “umile servo della Trinità”: dal monachesimo disadorno, spoglio e il carisma mistico di un alter Christus del Medievo. Rublëv iconizza questa condizione: l’impossibilità di comprendere, di circoscrivere il fenomeno porta a una dolente evoluzione intima e personale. È Pavel Florenskij a rilevare, più di chiunque altro, il ruolo attivo, salvifico dell’icona, visuale in grado di sbalordire “con un colpo solo anche lo sguardo più insensibile”, mediante “quel senso acuto, che penetra l’anima, della realtà del mondo spirituale che, come un colpo, come una scottatura, sconvolge all’improvviso” chi osserva, dando “un’autentica percezione dell’aldilà, un’autentica esperienza spirituale”[2]; fino a poter dire: “se esiste la Trinità di Rublëv, allora esiste Dio”[3]. È la condizione del limite che patisce l’intero, l’irreparabile splendore: struggimento che diviene vocazione. Andrej Rublëv, Trinità, 1422 ca. * Così Osip Mandel’štam, astro di mitezza, prono solo all’infinito: perseguitato e indomito, di fronte alle crudeltà della storia rende il suo dire poetico frastagliato e regale, ardito come una leggiadra burrasca: teneramente grave, dal passo sinfonico, concussivo, incendiario nella neve. Autentico poeta del limite, che del dolore fa vermigli diaspri, parola tremante in ragione dell’immenso: “Mia tristezza fatidica, presaga,/ mia quieta, silenziosa libertà/ e tu, sempre ridente, là, cristallo/ della volta celeste inanimata!”[4]. Uno splendore inanimato, che tuttavia commuove. Cozzando con la propria esiguità, il poeta schiude interiormente al sublime:  > “Io mi porto questo verde alle labbra – > questo vischioso giurare di foglie – > e questa terra che è spergiura: madre > di bucaneve, aceri, quercioli. > > Mi piego alle umili radici, e guarda > come divento insieme cieco e forte”[5]; di fronte a oppressioni e persecuzioni, di fronte all’ottusa concretezza, rappresa e incoercibile, della materia e della storia, l’esperienza tetra e glaciale pone il cuore a disarmo, portandolo a fulgore riverso, in intento e parola:  > “dura è la terra, secondo coscienza. > Rintraccerai a stento più puro ordito della > verità d’una tela di bucato. > > Si disfa come sale, nella botte, una stella; > più buia è l’acqua gelida, più pura > la morte, più salata la sventura, > ed è più onesta e paurosa la terra”[6]. Se onesto e pauroso è ciò che si staglia dinanzi, se fuori è durezza e gelo, dentro è retrogrado incendio. È la barriera che sbarra il passo, e dunque impone il retrocedere nei culmini accesi, nelle frugate, rinvenute nobiltà di sé stessi. Eppure la creatura trema di fragilità e inadeguatezza, in specie quando avverte la fugace, intima verità che centra il cosmo nel suo asse: della soverchiante plenitudine, non saper dire:  > “Superando la fissità della natura > il durazzurro occhio ne penetra la legge: > nella crosta terrestre impazzano le rocce, > dal petto sgorga un lamento minerale. > > E il sordo animalcolo si tende > come per una strada a corno ritorta, > per capire l’eccesso interno dello spazio, > del petalo pegno, e della cupola”[7]. La poesia di Mandel’štam, pervasa di sensi supremi, di biblici e salmici sentori, delinea il punto di arresto, di stasi assorta:  inerme alla volgare alterigia del potere staliniano, al terrore della tirannia, al “mare nero/ che con greve rombo si addossa al capezzale”[8], ed esile, smarrita alle pendici del sacro, la parola s’innalza, finanche più vigile, viva: più vera, nell’impotenza che tocca l’impedimento, perché ad esso s’inchina: vi rende omaggio, celebrandone fondamento e misura; è là, nella morsa del proprio poco, che essa si riaffaccia: effimera, mobile, imprendibile, eppure caparbia: “Quando distrutto l’abbozzo,/ ti sforzi di trattenere nella mente/ il periodo senza pesanti glosse,/ unito e uno nella notte interiore”[9]. Tremare d’inadempienza delinea uno scenario teologico, se pur non di devozione dichiarata: il sacro e l’immane presagiti, mai interamente intesi, custoditi in amore al prezzo estremo: tutti teniamo affettuosa memoria di questo poeta “dei dativi” in luogo dei “nominativi”, il rapsode dello “slancio esecutivo”, con la sua “sacra stoltezza” da bizzarro “corifeo”: magrissimo, in punta di piedi, dallo sguardo “teso, come cieco alle cose di poco conto”[10]. Amato Osip, scarno ed eterno; imprigionato dalle pazzie del regime, privo di denti, semiassiderato; così soavemente impavido, sognante: accanto a un cumulo di rifiuti, nei casti albori di neve, a recitare Dante e Petrarca. * La precarietà, l’umana insufficienza, il caustico tocco del male non compromettono, della parola, la vocazione sacrale, il richiamo metafisico come pratica di resistenza. C’è l’ostinazione dei corpi, la cieca crudeltà della storia, certamente. Tuttavia la tensione all’invisibile – nel poeta, nel devoto che osserva l’icona, e in ogni essere umano che, spossato dal dolore, non lo amplifica, non lo pratica su altri, ma si arresta nel proprio gracile enclave, avendo cura del limite ricevuto in sorte – innalza l’anima al suo vertice:  > “A tu per tu, il gelo in volto io fisso; > lui fissa il nulla, e io fisso dal nulla; > stirata, pieghettata, senza grinze, > respirante miracolo, pianura”[11]. Nell’ottusa violenza del visibile, nello sgomento della bellezza, la micidiale: disarmare il cuore, salire. Secondo Endokimov[12] l’uomo, creatura inferma, come il servo di Yahweh in Isaia (53,2), è afflitto dal velo dell’imperfezione ma, segretamente, in potenza, è, per volontà dell’Altissimo, un microtheós: dotato fin dall’origine di uno speciale “carisma contemplativo” per esperire “il fuoco ineffabile e prodigioso”, “lo splendore folgorante della Bellezza [di Dio] dentro tutte le cose”[13]; l’uomo ha facoltà poetica, la potenzialità di nominare, l’attitudine a sostenere e penetrare la radianza divina disseminata nel creato, tanto da poterle dare nome: come Heidegger diceva di Hölderlin. Se ogni cosa possiede il suo lógos, la sua “parola interiore”, posta in trasparenza tra forma e contenuto dal fiat divino, ebbene l’infermità stessa della materia corporale umana è trascesa “in un superamento, che è vera trasfigurazione”, in cui “l’ostacolo viene messo al servizio dello Spirito con una misteriosa conformità al destino segreto di un essere”[14], e “il pensiero umano che riceve la rivelazione, si crocifigge per rinascere nella luce trisolare della verità assoluta”[15] È sostare con mite realismo nel limite e nel difetto, continuando ad amare, che colma il divario, mediante la discesa della grazia. Il destino è il modo in cui Dio sceglie di annullare la distanza, e di aprirci alla visione, alla “immagine e apparizione della luce inaccessibile, specchio tersissimo, limpido, integro, immacolato, inoffuscato, che riceve tutto lo splendore della prima bellezza”[16], fino alla “identità per assimilazione”, “identità in atto” che, “come un punto, unisce le due sponde al di sopra dell’abisso”[17]: dissolve la pecca, il difetto, il doloroso confine: da immagine l’uomo va a somiglianza. È questo, in Mandel’štam: il margine non è mera finitudine, ma ardua apertura: inclinazione sofferta al mistero. * Nel Trisagion, canto antichissimo, nato nella liturgia bizantina nei primi secoli del cristianesimo orientale, poi diffusosi nell’ortodossia slava, si intona: « Ἅγιος ὁ Θεός, Ἅγιος ἰσχυρός, Ἅγιος ἀθάνατος, ἐλέησον ἡμᾶς», tradotto: “Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi”[18]. La ripetizione triplice costruisce un ritmo di sospensione: tre attributi divini che trascendono la natura umana precedono l’appello di misericordia: il fedele riconosce la propria pochezza al cospetto del Padre, e partecipa in carenza e povertà, adorando.  Il Trisagion è icona e poesia insieme, pura nozione del margine: la santità, la potenza, l’immortalità sono qualità che eccedono l’umano, ma il canto comunitario consente di entrare in relazione con esse attraverso supplica e ripetizione, costruendo un tempo sospeso in cui la finitudine si apre al trascendente. L’incontro con la propria precarietà è invocazione condivisa, come nella contemplazione di Rublëv o nel gesto poetico, dato e ricevuto, di Mandel’štam. In quest’ottica, il limite è l’unica forma possibile di relazione con l’invisibile, spazio fecondo di elaborazione della sofferenza, piattaforma di devozione radicata nell’umiltà. * Jean-Francois Thomas, in una lunga, incantevole meditazione filosofica[19], pone Simone Weil e Edith Stein in delicata dialettica riguardo afflizioni e amarezze dell’umana esistenza; a ben guardare, il tema del testo è precisamente il limite: soglia da oltrepassare per esperire la piena comunione col sacro, nonché incompiutezza costitutiva della creatura incarnata, gettata nel cronotopo e sferzata dagli automatismi della necessità. L’intero volume è un’accorata riflessione su come due cuori sublimi provarono ad amare l’Eterno da quaggiù, ad accogliere il reale nei suoi orrori senza negarlo, a renderlo teoreticamente compatibile con il sommo bene, che è Dio: cercando di superare la propria corporeità nel continuo slancio all’infinito. Edith infine vi riuscì, con umilissimo abbandono, ponendosi nella consegna totale; Simone non ammorbidì mai il suo atteggiamento radicale, rimase di una durezza intellettuale incorruttibile: la sua postura morale era inconciliabile con le “consolazioni” della fede: pur praticando la compassione attiva, solidale con i più sventurati, fino a morirne, non riuscì a porsi in grembo a Dio. Esattamente il limite, sia come sofferta incarnazione, sia come limen di accesso alla completa comunione in spirito col Padre diviene un assunto nodale del libro. L’abbandono, come in Jean-Pierre de Caussade[20], è l’istante consegnato, il luogo d’innocenza dove Dio ama posarsi, dandosi in trasparenza: > Non è più una vita di pensieri, una vita di immaginazione, una vita di > discorsi e di parole, ad occupare l’anima, a nutrirla, a sostenerla: essa non > procede più, non si sorregge più su queste cose. Non vede più dove cammina, > non prevede più dove camminerà; non si aiuta più con la riflessione per > infondersi coraggio nello sforzo e per sopportare i disagi del cammino; essa > avanza ormai nell’intima coscienza della sua debolezza. La strada si apre > sotto i suoi passi, l’anima vi si inoltra e prosegue senza esitare; essa è > pura, santa, semplice e vera. Nella spiritualità ortodossa è lo jurodivyj, il folle in Cristo, esempio di quella stoltezza paolina che confonde i sapienti (1 Cor 1,27): è san Basilio il Benedetto, è il principe Myškin, l’idiota che dobbiamo diventare, cioè il genio, come diceva Cristina Campo. Un ideale pressoché inattingibile, per la natura incessantemente mobile e conflittuale dell’animo umano. Con allegorica esattezza, è proprio Cristina che, nel trattato Les sources de la Vivonne[21], riguardo il luogo fascinoso – citato da Proust nella Recherche, – che dà nome al saggio, afferma: > Infinitamente più delicata e tremenda è la presenza dell’immenso nel piccolo > che non la dilatazione del piccolo nell’immenso. Tramite la sua scrittura intensamente simbolica e metafisica, nello scenario riportato, Cristina registra l’affinarsi di una dismisura: l’immaginario proustiano della catacombale Entrata agli Inferi, della Cosa extraterrestre s’arresta in un piccolo lavatoio quadrato, “da cui montano delle bolle”. Quest’immane che s’annida nel minuto ricorda ferocemente la presenza di Dio nel cuore dell’uomo: condizione di astrale potenza, di temibile prodigio, perché si assottiglia in vigoria letale l’immenso quando è costretto nel vincolo di un’esiguità. L’interiorità umana è dunque così ricolma e spaventosa, e vacilla tra bene e male con suscettibile, concisa, nervosissima instabilità. L’immenso di Dio nel limite dell’uomo crea un movimento continuo tra spirito afferente all’Eterno e miserevoli margini dell’incarnazione. Allorché indigenze e pochezze vengono attenuate tramite una tenace adesione allo Spirito, rimane comunque un dibattito continuo di ribilanciamento, che può significare, nelle note vie dialettiche di rovesciamento degli opposti, una sofferta e splendida tensione alla salvezza: > In un rapporto non immaginario – un rapporto dal quale il gioco delle forze > sia escluso – nessun sentimento o pensiero regge a lungo isolato ma ciascuno > si capovolge rapidamente nel suo opposto.[22] In un rapporto non immaginario, ma attentivo: laddove il limite, reclusione primaria, accolto e pacificato, intaglia il vivente nel suo profilo, gli dona identità. Allora dal carente lembo incarnato, dalle doglie di una mente vana e breve, s’innalza l’affidamento, la preghiera, per ricevere svelato il destino: > Esisteva l’immenso soliloquio, il privatissimo canone che insegna a ricondurre > alla sua fonte e al suo fine la sorte di ogni uomo su questa terra: il > Salterio[23]. Nel salmodiare la menomazione diviene contorno, abbozzo di figura che chiede un assenso, obbedienza al presagio, all’elezione. Vi è un limite di partenza, condizione data, misura imposta nel vincolo creaturale, e vi è un limite di arrivo, che è adesione, temperanza: la terminale disciplina di accordare la propria esistenza a una feconda povertà e spoliazione, fino a risiedere gioiosamente nella mancanza. Nessuna virtù, solo la via ineludibile alla compiutezza. Allorquando il limite, connaturato, viene esaudito dal proposito, s’arriva al non asservimento: alla libertà. Ecco, ancora, il rovesciamento degli opposti: dando assenso al vincolo, da figure corporee e desideranti, si va verso altri spazi, a rinsaldarsi in essenze spirituali, dimoranti nell’assoluto: “Dio precipita a piombo in queste celle, in questi corpi, con un solo tremendo batter d’ali. E nei corpi, radicati nel cielo come sono, è una forza che spaventa”.[24] L’incarnazione è, per ogni mistico, la grande prova, l’attraversamento: per giungere al distacco, a mitezza radicale, priva d’autoasserzione. Deporre sé stessi, con fede intera nel sopramondo: far ruotare in petto quel cuore legato che precludeva l’impossibile. Il limite, la pecca, la mancanza, sono l’asse di rotazione del cuore nel petto: cessione di privilegi ed esenzioni, apertura al perenne attrito Frygt og Bæven, timore e tremore, porsi nelle mani di Dio. In tale ascesi, tutto è per sottrazione, un avanzare inverso al silenzio e al vuoto; un restare con cura nella pazienza e nella mancanza, nell’obbedienza, nel rifiuto, alimentano il soffio dello Spirito: la virtù negativa che tesaurizza, mentre la tentata affermazione di sé, a contrappunto, disperde e dissipa. Campo – “io non ti voglio più cercare./ Vibrerò senza quasi mirare la mia freccia,/ se la corda del cuore non sia tesa”[25] – durante tutta la sua vita esprime il sogno mistico di aderire in spirito, di combaciare, rimanendo nella gioia dell’inidoneità, nell’amore purissimo: il cuore sia una corda tesa. Dandosi misericordia, assentire a quel punto scoperto dell’armatura che si fa sorte, rotta ineluttabile, nitida identità:fisionomia, inventario di penurie e talenti; vocazione: “Un vuoto ricolmato di silenzio, nel quale il destino precipiterà per legge fisica come l’energia nel vuoto pneumatico”[26]. Spoliazione, stasi, umiltà: spesso si delineano efficacemente solo innanzi all’irreparabile. Ed è per attinenza che viene alle labbra Giuni Russo, icona pop degli anni Ottanta, la cui nitida e irrevocabile verticalità si era manifestata fisicamente, fin dagli albori, in un’estensione vocale di oltre cinque ottave. Giuni indossò la propria maschera mediatica, come dovuto al mondo, nell’inessenziale, nell’affettato ed estensivo che le era richiesto, fintantoché non ebbe piena esperienza della cifra scoscesa della sua esistenza: che prese forma intera, toccante, negli ultimi anni della sua vita. Dio la raggiunse svelandole il nesso, il pertugio, donandole la sua metanoia, conversione del cuore, che rese fulgido e serrato il suo cammino: intagliato nel limite di un malanno del corpo con cui Dio se la portò vicinissima, e poi la chiamò a sé. Senza fanatismi, senza mistificanti delirî, perché sia chiaro che vivere sani e lieti è un bene incomparabile, che nulla deve al patire o al morire; ma quello stato metanico, così puro e spoglio, di via nitida, segnata, come afferma Olivier Clément, “si precisa necessariamente in memoria della morte, nel senso forte di una anamnesi. ‘Ricordiamoci a ogni istante, se possibile, della morte’ scrive Esichio di Batos, e commenta: ‘Questo ricordo ha per effetto l’esclusione di ogni vana preoccupazione, la custodia dello spirito e la preghiera costante’[27] […] La memoria della morte non riguarda la morte biologica in sé, ma lo stato spirituale che la morte simboleggia e sigilla”[28]. Tutta l’ultima produzione artistica di Giuni Russo è di un misticismo sottilissimo, lucente. In una sua canzone-poesia c’è un presagio del limite-soglia così fulgido, e un senso del limite-carenza così limpido, da regalare istanti di somma beatitudine, e la benedizione delle lacrime: Io nulla Primizia del mio tempo Orlo del velo che copre la presenza Dal vivo occhio mi penetra Un raggio di pura luce Fai cantare alla mia lingua Melodie sconosciute Dell’amore che buca l’opacità del mondo e crea Io nulla, io nulla, io nulla, io nulla Sciàmano pensieri di pura luce La via dell’assoluto rischiara Primizia del mio tempo alla presenza Io nulla, io nulla, io nulla, io nulla, io nulla Oso fiorir Sciàmano pensieri di pura luce La via dell’assoluto rischiara Primizia del mio tempo Alla tua presenza Io nulla, io nulla, io nulla Fai cantare alla mia lingua Melodie sconosciute Che nascono nel cuore La notte se ne va Primizia del mio tempo Alla tua presenza Io nulla, io nulla, io nulla Davanti a te Io nulla Se l’ego ferito, l’ego rapace, l’ego senza limite e misura, in ogni sua follia esaudito senza restrizione, è l’instancabile, inconscio servo del male; se è, come appare, presupposto di ogni attrito e conflitto; ebbene, nella personalissima sensibilità di chi scrive – a prescindere da qualsivoglia dottrina o devozione, nella nuda umanità quotidiana, nell’intimità con sé stessi, al cospetto del proprio Dio, di fronte alla sfida di amare profondamente e interamente l’altro – Io nulla è l’unico canto, l’unica verità che, in quest’epoca oscura, ci possa ancora salvare. Isabella Bignozzi -------------------------------------------------------------------------------- [1] Pavel Nikolaevič Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, prefazione di Jacques Rousse, Edizioni San Paolo 1990, pp. 222-223 [2] Pavel Aleksandrovič Florenskij, Iconostasi. Saggio sull’icona. Traduzione e cura di Giuseppina Giuliano, Edizioni Medusa 2008, pp. 55-56 [3] ibidem, p. 52 [4] Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, a cura di Remo Faccani, Giulio Einaudi editore 2009, p. 5 [5] ibidem, p. 169 [6] ibidem, p. 85 [7] Osip Mandel’štam, Quasi leggera morte. Ottave. A cura di Serena Vitale, Adelphi Edizioni 2017, p. 43 [8] Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, op. cit., p. 55 [9] Osip Mandel’štam, Quasi leggera morte. Ottave, op. cit., p. 45 [10] Serena Vitale, Cuscini, codici, crisalidi. Saggio introduttivo a Osip Mandel’štam, Quasi leggera morte. Ottave, op. cit., p. 13-29 [11] Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, op. cit., p. 155 [12] Pavel Nikolaevič Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, op. cit., pp. 38-41 [13] S. Massimo, Ambiguorum Liber, PG 91, 1148C., rip. in Pavel Nikolaevič Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, op. cit., p. 41 [14] Pavel Nikolaevič Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, op. cit., p. 39 [15] ibidem, p. 231 [16] S. Massimo, Mystagogia 23, PG 91, 701C [17] Pavel Nikolaevič Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, op. cit., p. 41 [18] Pasquale Ferraro, Canti della divina liturgia e settimana sante. Rito bizantino. Testo greco a fronte, Milella 2012 [19] Simone Weil ed Edith Stein, Infelicità e sofferenza, prefazione di Gustave Thibon, Edizioni Borla 2002 [20] Jean-Pierre da Caussade, L’abbandono alla provvidenza divina, traduzione di Melisenda Calasso, Adelphi Edizioni 1989 [21] I° Ed. in “Paragone” XIV, n° 164, agosto 1963; ora in Cristina Campo, Gli imperdonabili, a cura di Guido Ceronetti e Margherita Pieracci Harwell, Adelphi Edizioni 1987, p. 45 [22] Cristina Campo, Gli imperdonabili, op. cit., p. 152 [23] Cristina Campo, Gli imperdonabili, op. cit., p. 114 [24] Cristina Campo, Gli imperdonabili, op. cit., p. 219 [25] Cristina Campo, La tigre assenza, a cura di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi 1991 [26] Cristina Campo, Gli imperdonabili, op. cit., p. 119 [27] A Théodule, CLV, Philokalia greca, éd. Astîr, t. I., p.165 [28] Olivier Clément, Jacques Serr, La preghiera del cuore, Àncora Editrice 1998, postfazione di Pavel Endokimov L'articolo “Dell’amore che buca l’opacità del mondo”  proviene da Pangea.
October 9, 2025 / Pangea
“Pura febbre interiore”. Dio in poesia: un’antologia di Jean Grosjean
Jean Grosjean è stato un genio. Prete spretato, vissuto pressoché in solitudine, è morto nel 2006, più che novantenne. Conobbe André Malraux e Claude Gallimard – con cui inaugurò un’amicizia senza sconti – in prigione, durante la Seconda guerra, in Pomerania. Proprio con Gallimard pubblica i suoi libri in versi – Terre du temps, 1946, Fils de l’Homme, 1954, La Gloire, 1969, ad esempio –, spesso molto belli; si è inventato un ‘genere’, il racconto lirico – che ha i suoi precordi negli Ébauches di Rimbaud – dal fascino, spesso, perturbante. Uno di questi testi, Le Messie, è stato tradotto lo scorso anno da Qiqajon; ne restano molti altri: Pilate (1983), La Reine de Saba (1987), Samuel (1994), ad esempio. Incessante ‘cercatore’, tra i rari maestri del secolo, Grosjean ha tradotto, con sapienza superiore, diversi testi dalla Bibbia (i profeti, l’Apocalisse); ha tradotto il Corano (1979) e i tragici greci (1967). Per Gallimard, nel 1989, insieme al futuro Nobel per la letteratura Jean-Marie Gustave Le Clézio, ha fondato la collana “L’Aube des peuples”, con l’intento di setacciare miti e leggende di ogni angolo del globo. Alla società degli intellettuali, preferiva il lavoro duro, a tratti brutale. Non presenziava – agiva.  Nel 1984, sempre per Gallimard, nella ‘Collection folio junior en poésie’, Grosjean s’inventa un’antologia di millenaristica bellezza. S’intitola Dieu en poésie, e assembla, dall’Epopea di Gilgamesh a Rutger Kopland, l’ultimo autore antologizzato, diversi testi che sfidano il numinoso, che dicono l’indicibile, che accarezzano o fanno lo scalpo a Dio. L’antologia, antiaccademica, funziona come un breviario: è piccola, corta – ottanta pagine –; in copertina, un uomo, stilizzato, su un colle, fissa l’orizzonte. L’arcobaleno, al contempo, è una palpebra che si spalanca, una bocca pronta a inghiottire.  Il repertorio di testi – di cui in calce abbiamo tradotto quelli meno ovvi, i più inaccessibili – è scelto secondo il criterio di ecumenica razzia che anima il lavoro di Grosjean: ai Salmi e a Omero fanno specchio Laozi e Wang Wei, al-Hallaj e Khayyam, Ibn Al-Farid e Pascal; appaiono, come spettri della consolazione, John Keats e Edgard Allan Poe (nella versione di Mallarmé), Friedrich Hölderlin, l’assoluto ispirato, e Rimbaud, Gerard Manley Hopkins e Paul Claudel. Ci sono – come da attendersi – Giovanni della Croce, Eschilo, Meister Eckhart (“Se l’Anima vuole seguire Dio nel deserto della deità, il corpo segua il Messia nell’assolata povertà”) – ma anche Charles d’Orléans, Marceline Desbordes-Valmore, Kamo-no-Chomei, Francis Jammes, Jules Supervielle e Francis Thompson. Il capriccio – che è poi l’andare bendati nella notte oscura del cuore – precede l’ecumenismo. Secondo Grosjean, “Poesia è spesso la trama di tracce di ciò che accade dentro l’uomo, nel suo intimo”; di qui, l’dea che il divino non conforta ma spiazza, non accarezza ma azzera, e che la grande cerca è, in fondo, la caccia assoluta.  Non è un caso che un’antologia intitolata a Dio rechi a mala pena lo stigma del Nome – appena sussurrato, come si stana un lupo, come si disinstalla una spada, come si abbevera d’urlo la stella. Così scrive Grosjean nella pagina introduttiva: > “Dire semplicemente che Dio è l’aldilà di noi significa confonderlo con > l’universo – o peggio ancora, con la morte, la follia, la droga, il sogno. Ma > questi domini hanno ciascuno un nome proprio. Poiché la parola Dio esiste, > essa corrisponde a un’esperienza particolare, che è forse una consonanza tra > azione, affetto, riflessione. Una volta espulso dal caos animale, l’uomo può > irradiarsi in un metodo: questa è la via del progresso spettacolare e > contradditorio di una civiltà che resta, ai miei occhi, spietata e insensata. > Oppure, può abbandonarsi alle vie di fuga della sensazione e dell’immaginare: > questo fermento è culturale tra i benestanti, religioso tra i poveri, ma Dio > non appartiene all’uno né all’altro. Se l’uomo si accontenta di essere, una > volta presa coscienza di sé, pura febbre interiore, pura postura, così > specificamente umano da diventare anormale, allora si avventura nei cammini di > Dio. Questi cammini, sono innumerevoli, a seconda delle epoche, dei climi, dei > temperamenti. I testi qui raccolti, testimoniano il passaggio su quei > sentieri”. È fuori dalla ‘norma’ del linguaggio, fuori dalle istituite strade che mettono la museruola al verbo; fuori dalla gabbia grammatica – l’arma del potere – che accade qualcosa, che scintilla il colpo d’ala dell’angelo. Dunque: la poesia come miccia a innescare il sacro, come esca che attrae il dio – o il suo doppio, l’illustre illusione. Da qui si passa: a rischio di essere creduti gli abominevoli, gli strambi – prima di tutto, da sé. Che la poesia strombi in preghiera, devii nell’erbaceo inno, a pieno petto, a pieni pugni, è perfino ovvio – risultato non si dà oltre a questo rospo respiro. A volte, un poeta incappa nell’assoluto senza volerlo: intrappolato nei suoi stessi versi. Nessuna certezza né calcolo acclimatano alla gloria chi tenta il sacro. Forse, stiamo sbagliando strada. Pazienza. Sarà pur meglio che viaggiare dove vanno tutti.  ***  Atharva-Veda Il Soffio Gloria al Soffio signore del mondo il mondo ha in lui la sua trave. Gloria al tuo ruggire alla tua stirpe di tuoni al tumulto dei fortunali alle piogge.  Gloria a te quando vieni quando vai                  quando ti issi                 quando posi. Il Soffio vive nelle creature come il padre vive nell’amore del figlio. Padrone di ciò che respira e di ciò che non respira più.  * Esuperio di Bayeux (IV secolo) All’imperatore  Signore, siamo tuoi soldati ma siamo gli schiavi di Dio. A te offriamo il servizio in armi a Lui è dedicata la nostra anima.  Il salario viene da te a Lui dobbiamo la vita. A te l’obbedienza, sempre a patto che non sia contro di Lui. Combattiamo i tuoi nemici solo se non sono innocenti. Ti siamo fedeli, sempre ma la nostra fede è in Dio. Se deludessimo Dio dovresti infamarci.  * Anonimo islandese La croce Croce vessillo di Cristo del suo supplizio tu squarci il cielo prepari all’uomo la casa della vita. Salvifica Croce pacifica inchiodate a te hai tenuto le sue braccia Il suo sangue ti ha fatto sbocciare nel Giudice. Sei la zattera degli amanti di Dio: li trasporti tra crimini  e fortunali al porto della vita.  * Anonimo latino Nel fuoco si rintana il sole, ma tu sei la luce indivisa che invade i nostri cuori con fervore. A te cantiamo all’alba imploriamo Te a sera: trasformaci negli astri che ti acclamano tra gli dèi. Inesauribile sia la gioia come sempre è stata al Padre e al Figlio e a te, Sacro Soffio.  * Jan Kochanowski (Radom, Polonia, 1530 – Lublino, 1584) Il sonno Instilli l’idea della morte, sonno, ma ci fai desiderare la vita. Dai riposo a questo corpo terreno perché l’anima possa involarsi nei cieli. Il giorno si leva dal mare.  Lo splendore della neve e del gelo fanno sparire le ombre. I fuochi degli astri celesti cantano l’inno delle sfere.  Gioie innocenti dell’anima: il corpo dovrà morire accarezzalo mentre dorme.  * Fénelon (Sainte-Mondane, Francia, 1651 – Cambrai, 1715) Questa luce semplice, infinita, immutabile, che a tutti si dona senza spezzarsi, che illumina gli spiriti come il sole rischiara i corpi. Chi non l’ha mai vista nasce cieco. Trascorre la vita in una notte oscura e muore senza nulla aver visto. Semmai, intravede barlumi oscuri, vane ombre, futili scintille, irreali spettri.  * Carl Jonas Love Almquist (Stoccolma, 1793 – Brema, 1866) Rosa Il nostro cuore è un pallido fiore.  L’ha piantato Dio e lo chiama rosa.  Le sue spine graffiano il cuore – e il cuore chiede: perché? Dio risponde:  il tuo sangue macchierà il fiore e tu sarai un po’ come me.  * Henri de Régnier (Honfleur, Francia, 1864 – Parigi, 1936) Il silenzio Forse il silenzio è una voce mutilata come quella del dio che tace nella statua e non serba più nulla di vivo se non l’ombra, al sole, che lo accerchia. Forse il silenzio è una voce che tutto sa come quella del dio che tace, eretto  nel marmo: il suo gesto è eterno  e l’ombra sussurra ai passanti sulla strada. Loro osservano, dal basso, i silenziosi ordini di un dio pietrificato.  * Endre Ady (Căuaș, Romania, 1877 – Budapest, 1919) Non ha più ombre la mia anima: la luce di Dio le ha messe in fuga. Il suo volto è velato ma i suoi occhi bruciano e invadono il cuore.  Se vinco è perché lui mi precede e combatte per me. Mi scorta, e quando dice: Dove sei? il mio cuore scoppia. Eccolo, è dentro di me lo tengo tra le braccia siamo legati nella morte.  * Jules Supervielle (Montevideo, 1884 – Parigi, 1960) Pettegolezzi Appena sopra le nostre teste, gli dèi che ci dominano chiacchierano allungando il collo. Li sentiamo: pronunciano i nostri nomi come se fossimo già morti senza rispetto per tutta questa natura che si dispiega nell’enorme silenzio di cui siamo parte.  Ci giudicano, ci soppesano ignorano i dettagli urlano a tutti i nostri segreti poi, eccoli, più rigidi di una statua immobili e freddi come ponti di ferro sotto cui passiamo così nudi e inermi così disillusi, ma fieri perché dietro di noi rispendono ancora le montagne davanti a noi è ancora bello il mare.  * Abu Shadi (Il Cairo, 1892 – Washington D.C., 1955)  Foresta, autunno Perdi le foglie per istruirmi sulla vita che scorre? Vuoi forse addestrarmi in merito alla vanità del sogno? Il tuo pallore mi mortifica, sanguini come se la stagione fosse da eseguire così, senza pietà.  Gli uccelli piangono la tua morte: li hai protetti dai venti del nord.  Hai reso un deserto i sentieri del sole che si erano adornati di smeraldi per compiacerti.  * Jean Follain  (Canisy, Francia, 1903 – Parigi, 1971) Ladrone  Battono nel prato i cuori delle mucche: un uomo avanza perché vuole il loro latte – non ama, non odia e cammina sulla rugiada.  Il tempo si ferma solo per lui il sole è sulla vetta del cielo e quell’uomo può dormire può ripudiare l’infanzia, la vecchiaia, l’umanità. Se passi da lì non ha senso urlare: Aspetta.  * Rutger Kopland (Goor, Paesi Bassi, 1934 – Glimmen, 2012) D D, ho descritto il tuo viso in una poesia come una grande assenza, l’ho paragonato a una superficie d’acqua dove ho visto, un giorno, il muso di un cavallo: quando ho alzato gli occhi la riva era deserta. L’ho paragonato al vento: udii il respiro di un cane morto – in questa casa era così ingombrante il silenzio. L’ho paragonato a molto di più, D, a molte cose, più di quelle che ora ricordi, perché ora non trovo più quella poesia.  Non c’erano soltanto acqua o vento perché tu mi vedi quando non ti vedo  respiri e non ti sento, leggi ciò che non scrivo.  *In copertina: Pietà lignea di anonimo lombardo, XVI secolo L'articolo “Pura febbre interiore”. Dio in poesia: un’antologia di Jean Grosjean proviene da Pangea.
October 4, 2025 / Pangea
“Non uccidere alcun essere vivente. Astenersi dal mentire”
Nato a Strasburgo nel luglio del 1856, Léon Wieger avrebbe dovuto percorrere la stessa carriera del padre, insigne professore di medicina all’università. I genitori lo avevano adornato di un paio di altri nomi – Georges e Frédéric –; il ragazzo, per devozione, si iscrisse a medicina. Resistette per un biennio: folgorato da Cristo, entrò come novizio nei ranghi della Compagnia di Gesù a ventiquattro anni. Compì l’addestramento a Drongen – Tronchiennes in francese –, nelle Fiandre, presso l’antica abbazia benedettina passata da poco, dopo alterni disastri, ai Gesuiti. Ordinato sacerdote nel 1887, Wieger volle impiantare il suo estro ‘scientifico’ nel cuore dell’ordine; ad ogni modo, preferiva avventarsi: quello stesso anno, partì per la Cina, presso la diocesi di Xianxian, nella provincia di Hebei, non lontano da Pechino. Non fece più ritorno in Europa. La diocesi era stata eretta da papa Pio IX una trentina di anni prima, affidandola ai missionari gesuiti. Lì Léon Wieger espresse il suo genio: imparò il cinese, andò a caccia di testi perduti, tradusse in francese i libri della tradizione taoista e buddista. Morì, dopo una vita di studi più che di apostolato, nel marzo del 1933, in Cina.  “I suoi lavori, destinati ai missionarî, sono guide talvolta indispensabili, per gli studiosi europei, per lo studio della scrittura, della lingua, della storia, delle credenze religiose e delle opinioni filosofiche della Cina”. Così scriveva Giovanni Vacca (1872-1953), che con Wieger condivideva la passione per la scienza – era stato assistente di Giuseppe Peano – e per la sinologia – occupò la cattedra di Storia dell’Asia a Firenze poi a Roma. A Wieger dobbiamo studi su Les pères du système taoïste (Laozi, Liezi, Zhuangzi), stampato nel 1913, e sul Folklore chinois moderne (1909); compilò uno studio sulla Histoire politique de la Chine (1929). A dire – come diceva Ezra Pound – della necessità di studiare la Cina; a dimostrazione che l’uomo ‘occidentale’ – brutto & cattivo che sia –, nella sua essenza, più che piegare, comprende, più che piagare, studia. Non si tratta di ‘illuminati’, per altro: era il buon senso ‘pratico’ a fare di Léon Wieger un formidabile scopritore di testi perduti. I suoi libri vengono ancora ciclicamente ristampati in Francia.  Erano anni, tra l’altro, in cui tutto un mondo era attratto verso Est, verso quell’attraversamento, alla ricerca di una sapienza remota, definitiva. Penso alla traduzione dell’I-Ching a cura del missionario tedesco Richard Wilhelm (1929), agli studi sul Tao Te Ching di Arthur Waley (1934; ma la prima traduzione inglese è del 1868, del missionario scozzese John Chalmers), alle esplorazioni di Giuseppe Tucci in Tibet, negli anni Trenta, agli studi dell’orientalista statunitense Ernest Fenollosa (morto a Londra nel 1908) ereditati da Pound. Ma anche, ai ‘tentativi’ verso la Cina di Lev Tolstoj, studioso di buddismo e taoismo. Un intero mondo intellettuale, per oltre un secolo, si è mosso e ha studiato nell’estremo Oriente. La Chinoiserie si riversò nel pensiero occidentale, conferendogli ‘leggerezza’: Mario Novaro, il poeta ligure che si era specializzato sull’opera di Giordano Bruno, realizzò nel 1922, per Carabba, una folgorante traduzione di Zhuāngzǐ con Acque d’autunno.  In particolare, qui, m’importano i volumi che Wieger ha dedicato al Bouddhisme chinois (1910; 1913; poi pubblicati da Les Belles Lettres nella serie “Textes de la Chine”), cioè sulle “Vie cinesi del Budda”.  > “Il Buddhismo primitivo, quello professato dal Buddha, non fu un sistema > originale. Emerse, per reazione e per adattamento, da sistemi religiosi > precedenti. Il Buddha fu il primo a proporre la liberazione a ‘uomini e donne > dediti al bene’, a tutti gli uomini di buona volontà, fossero analfabeti, > diseredati o gente comune. Questo rese il Buddhismo tanto celebre. La > religione vedica, il Sạ̄mkhya, lo Yoga erano rivolti a una ristretta élite. La > folla si precipitò entro la porta spalancata della nuova legge. Pur incerto > nella dottrina, il Buddhismo fu accolto, il primo luogo, grazie all’influenza > del suo fondatore, un uomo nobile e buono, dal fascino singolare. Si diffuse, > poi, perché offriva ai declassati, agli emarginati, ai paria, tramite uno > stile di vita semplice e immediato, una speranza di salvezza. In mancanza di > meglio, il Buddhismo soddisfò per secoli molte anime elette, stanche dei vani > sofismi della filosofia del tempo e innumerevoli uomini, desiderosi di pace e > giustizia”. > > Léon Wieger, Bouddhisme chinois, tome I : Vinaya, Monachisme et Discipline. > Hinayana, Véhicule inférieur, 1910 In particolare, abbiamo qui tradotto due brevi testi che riguardano l’accoglienza di un adepto laico e di un novizio nella comunità monastica. Il rito pertiene a due scuole buddhiste in particolare: quella Sarvāstivāda e quella legata a Dharmagupta.  Al di là delle norme previste – comprensibili anche a un bimbo, da far risuonare, proprio oggi, sì, ora, da urlare, a credito di secoli che altrimenti non sono che sabbia e scolo, insieme alle parole del Nazareno redatte da Luca: “amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male… non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati” (6, 27-38) – è il linguaggio a persuadere. Parole che implicano una pratica, un patto – parole che esigono di essere esaudite. Cosa vuol dire? Che bisogna fare i conti con questi concetti: milizia, obbedienza, lotta. Parole che alimentano la guerra interiore, non quella esteriore, che implicano il perfezionamento personale – o quanto meno, l’equilibrio, la summa della propria inquieta quiete. Già: l’uomo, di per sé, si sa, è malvagio, è agito da un senso – più o meno violento – di sopraffazione. Questo scintillio d’ira, tuttavia, può volgersi al bene se condotto nei ranghi della pratica interiore. Le parole non domano l’uomo, lo rendono autenticamente indomabile – se ne svolgiamo il frutto. Come un seme, la parola deve spezzarsi – la parola va sguainata. Messa a pratica di scherma, senza schemi.   Eppure, prima di tutto, occorre votarsi. Invocare il voto. Non più vociferare ma: essere voce. Vocalizzare il voto. Governare il tempo e lo spazio (cioè: il corpo e la mente, io e mondo, mondo e immondo) per precisare il compito. Questo significa: parola vivente, parola sigillo, farsi ingaggiare dalla promessa.  Rileggo ancora – ancora – le parole di Scipione, il grande pittore & poeta: > “Bisogna cristallizzarsi, costringersi nel ritmo giusto… Vivo nel voto, più > leggero, sicuro, quasi sereno… Fare un voto in assenza è aspettare… Quando si > scioglierà il voto si scioglierà la mia commozione”. Era il marzo del 1932; raso al suolo dalla tubercolosi, Scipione morirà l’anno dopo, ad Arco, il paese di Giovanni Segantini. Enrico Falqui, raccogliendo i fogli di Scipione per Vallecchi, scrisse di “parole che echeggiano dentro di noi”, che “ce ne resta inibito ogni commento”.  È proprio questo, alienando confini geografici e cronologici: ambire all’inibizione, non più commentare ma incamminarsi, e far grano di questo echeggiante dire – fino all’annunciazione dei corvi: assai azzurri benché li si continui a dire neri.  *** Accoglienza di un adepto laico a vita I cinque precetti  [Testo tratto da un rituale di scuola Sarvāstivāda] Quando un laico si presenta in monastero chiedendo di fare la professione di fede e di abbracciare i Cinque precetti, viene prima indottrinato riguardo alla vita del Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. Gli viene poi insegnato a flettere le ginocchia, a congiungere le mani e a pentirsi di tutti gli eccessi commessi in pensieri parole azioni. Quindi, davanti al capitolo riunito, il maestro di cerimonia gli fa pronunciare la professione di fede: “Da questo giorno in poi, io, X., mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine”.  Il candidato ripete questa formula per tre volte. Quindi, dopo che il rito ha prodotto il suo effetto, continua: “Io, X., mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. Chiedo con gioia di abbracciare i Cinque precetti dei laici, secondo la dottrina di Buddha Sākyamuni. Lo dico perché tutti lo sappiano”.  Il candidato ripete questa formula per tre volte, finché il maestro di cerimonia non dice: “Ascolta attentamente! Questo capitolo di adepti del Virtuoso, il Buddha Sākyamuni, il Tathagata, colui che è venuto, ti annuncia, per mio tramite, i Cinque precetti che i seguaci sono tenuti a osservare per tutta la vita. Ecco i Cinque precetti: 1 Non uccidere alcun essere vivente. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso) 2 Non appropriarsi di nulla che non ti sia donato. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso) 3 Vietarsi ogni immoralità. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso) 4 Astenersi dal mentire. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso) 5 Non bere liquori fermentati. Tutti i liquori rientrano in questo divieto, che siano estratti dal grano, dalla canna da zucchero o dall’uva, poco importa. Ciò che inebria è proibito. Riuscirai a osservare questo divieto? (Il candidato risponde: Posso) * Accoglienza di un novizio I Dieci precetti  [Testo tratto da un rituale di scuola Dharmagupta] Rivolgendosi al capitolo, il maestro di cerimonia presenta il candidato e dice: “Venerabile capitolo, vi chiedo di poter radere il capo alla persona che vi presento. Se il capitolo lo ritiene opportuno, che i capelli del candidato vengano tagliati”. Dopo aver rasato la testa al candidato, il maestro di cerimonia continua: “Venerabile capitolo, la persona che vi presento chiede di lasciare la sua casa e la sua famiglia e di unirsi al monaco scelto come padrino. Se il capitolo lo ritiene opportuno, conceda al candidato la possibilità di lasciare la sua famiglia”.  Dopo il consenso del capitolo, il maestro designato a istruire il novizio gli fa scoprire la spalla e il braccio destro, gli chiede di togliersi le scarpe, di piegare il ginocchio destro e di alzare le mani giunte. In questa posizione il candidato pronuncia questa formula per tre volte: “Mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. A imitazione del Buddha, lascio la mia famiglia. Riconosco X. Come mio maestro. Il Tathagata, Colui che è venuto, il Veritiero, e tutti gli Illuminati sono oggetto della mia venerazione”. Ritenendo che questa formula abbia prodotto il suo effetto, il postulante, ancora in ginocchio e con le mani giunte, dice per tre volte: “Mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. A imitazione del Buddha, lascio la mia famiglia. X. Sarà mio maestro. Il Tathagata, Colui che è venuto, il Veritiero, e tutti gli Illuminati sono oggetto della mia venerazione”. Il maestro recita dunque al novizio, articolo per articolo, i Dieci precetti. 1 Non uccidere, mai. Questo è il primo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 2 Non rubare, mai. Questo è il secondo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 3 Non fornicare, mai. Questo è il terzo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 4 Non mentire, mai. Questo è il quarto precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 5 Non bere vino, mai. Questo è il quinto precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 6 Non adornarsi il capo di fiori, non ungere il corpo di profumi. Questo è il sesto precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 7 Non cantare né ballare, mai, come fanno attori e cortigiane. Non assistere mai a spettacoli simili, non ascoltare canzoni simili. Questo è il settimo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 8 Non sedersi mai su un seggio elevato, su un divano spazioso. Questo è l’ottavo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 9 Non mangiare mai oltre l’orario consentito, dall’alba al tramonto. Questo è il nono precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 10 Non toccare oro o argento, mai, né gioielli preziosi. Questo è il decimo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] Questi sono i Dieci precetti dei novizi che non dovrete violare fino alla morte corporale. Puoi osservarli? Li osserverò.  Così si conclude la regola: “Poiché ti sei sottomesso ai Dieci precetti, osservali con rispetto, non violarli mai. Onora il Buddha, la Legge il suo Ordine. Rispetta il tuo maestro e tutti coloro che ti daranno degli insegnamenti secondo la regola. Non mancare mai alla dovuta sottomissione. Rispetta i monaci, tutti, con tutto il cuore, sforzati di imparare da loro, per il tuo bene, a meditare, a recitare, a studiare. Ti aiuteranno a raggiungere la felicità, a evitare la via dell’espiazione (l’inferno, la vita famelica, la reincarnazione animale). Ti apriranno le porte del nirvana. Se pratichi le regole dei novizi poi quelle dei monaci, otterrai i quattro frutti del tuo stato, i quattro gradi della liberazione (il quarto dei quali, quello di arhan, assicura il nirvana dopo la morte)”.  L'articolo “Non uccidere alcun essere vivente. Astenersi dal mentire” proviene da Pangea.
September 20, 2025 / Pangea