Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un
tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di
gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile
anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di
grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei
cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci.
Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i
pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo.
Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella
fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte
queste cose?». Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei
cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose
antiche». (Mt 13,44-52)
*
> «Il regno dei cieli, strettamente parlando, non è simile a un tesoro, tanto
> meno è simile a un mercante: ma è simile a quello che succede quando si scopre
> un tesoro, o quando un mercante trova una perla di grande valore».
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Edizioni Qiqajon, 1995)
*
Lo nasconde
> In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un
> tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde».
Quando trovi un tesoro in un campo non ancora tuo, la prima cosa che succede è
che lo nascondi per paura che qualcuno ti scopra. Forse, in quel momento, lo
nascondi anche per il terrore di aver trovato qualcosa di molto più grande di
te. Al di là delle solite dichiarazioni, noi uomini siamo molto più banali: ci
accontentiamo di meno, di poco. Di qualcosa di meno ingombrante.
Se il tesoro del regno dei cieli non ti fa paura, se senti che quello che hai
trovato (o che ti ha trovato) non ti inquieta, quello non è il regno dei cieli.
Magari gli assomiglia, ma non è lui. Può essere una vita nella Chiesa, una vita
per i poveri, una vita realizzata, ma non è immediatamente Vangelo.
Se non ti vien voglia di nascondere il tesoro e di scappare, di nasconderti come
Adamo nel giardino, allora non sei ancora pronto per lasciarti ustionare dal
regno. Lascialo lì. Se non riuscirai a dormire al pensiero del tesoro. Se,
sentendoti in colpa, la vita che stai vivendo ti sembrerà invivibile e niente ti
sembrerà all’altezza del tesoro. Se preferiresti morire pur di non perderlo, e
bada bene: non sto usando toni enfatici e retorici, ho detto esattamente
“morire”, se sarà così, allora il tuo unico obiettivo sarà comperare quel pezzo
di terra. E dovrai farci seriamente i conti.
Il tesoro è nascosto nel terreno e non puoi entrare in possesso del solo tesoro.
Lo so che Matteo sta parlando di tesori nascosti nel terreno misterioso della
narrazione in parabole, ma io, per esperienza, ti dico che è impossibile entrare
in possesso del tesoro del regno nella sua presunta purezza. Il tesoro è sporco
di terra. Di quel terreno che, bene o male, l’ha custodito per te. È il terreno
delle ambiguità, di testimoni non perfetti, di istituzioni tutt’altro che
impeccabili, di storie passate fatte di santi e di traditori: devi comprare il
campo intero. Senza quella terra, peccatrice e sporca di sangue, il tesoro
nascosto sarebbe andato perduto. Riesci a capire questo passaggio?
Sarai terreno anche tu, non sarai mai tesoro. Vale per tutti. Siamo preziosi
perché abitati.
Non puoi far altro che comperare tutto il campo. La terra assume valore
inestimabile solo in virtù del tesoro e il tesoro è tesoro solo perché sceglie
di nascondersi nella terra. Solo perché si sporca, si incarna. Un Dio
disincarnato incenerirebbe la nostra miseria.
Se il tesoro non fosse nascosto, staremmo parlando d’altro: sarebbero valori
espliciti. Il fatto che scelga di seppellirsi nell’ambiguità del mondo, nella
carne peccatrice che siamo noi umani, rende un valore tesoro. La differenza è
enorme: il Vangelo non è difendere norme e valori, ma cercare il tesoro sepolto
nella carne degli uomini. Se te lo dimenticherai, ti ritroverai a difendere
un’idea. E diventerai pericoloso, spietato, vuoto. Un terreno svuotato. Un corpo
senza cuore.
Il regno dei cieli è tale solo perché si nasconde nella terra. Così diventa una
supplica: un Dio che prega di farsi trovare dall’uomo.
*
Vendere tutto
Succede che vendi tutto. Non molto, non tanto, non il giusto: tutto. Ma sappi
che quello non conta molto. Può esserci molto orgoglio in questo. Sappi però che
un giorno ci ripenserai. E saranno notti insonni. Tu ora non sai quello che stai
lasciando. Moglie, figli, campi: non è adesso che costa lasciarli, non adesso
che non li hai, ma dopo, quando ti accorgerai che si può essere salvi anche
senza rinunce.
Quel tesoro vuole tutto, vuole te: li senti i suoi denti acuminati da belva? Non
è un movimento eroico quello che stai per compiere; è quasi spontaneo,
inevitabile. Sei in trappola. Sarà la vita a liberare il vero significato di
questa scelta. Il regno dei cieli, il tesoro, starà al tuo fianco senza pietà,
ogni giorno, a ricordarti quella scelta. A provocarti. Il regno è come una spina
nel fianco.
Ma se non vendi tutto per il regno, non puoi capire il regno. E non possono
capirlo nemmeno quelli che vorranno spiegartelo senza aver rinunciato al mondo.
> «…poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo».
Sarà la gioia a dire la verità di quella scelta. Quel sentimento che adesso ti
sembra così inevitabile, così evidente, un giorno ti darà fastidio. Perché non
c’è nulla di eroico nell’essere gioiosi. Si sta nella complessità del mondo
macerandosi: questo fanno i dotti.
Un giorno ti accorgerai di aver sostituito la gioia con altro. Magari con il
sacrificio, che è cosa più accettabile. O con la coerenza. O con la sicurezza di
avere una ricompensa in paradiso. Ma se non sarai intimamente beato, qui e ora,
la tua resistenza sarà vuota. Sarai un campo senza tesoro, un uomo con una fossa
scavata al posto del cuore.
*
Cercare ed essere cercati
> «Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle
> preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e
> la compra».
Lo so che credi di essere il mercante. L’abbiamo creduto tutti. Chi di noi non
si è riempito d’orgoglio dichiarando di “essere in ricerca”? C’è gente che muore
e sta ancora cercando. O crede di cercare.
Cerca fino al punto di rischiare di non capire più che cosa stia cercando
davvero: la felicità? La giustizia? La tranquillità? La verità? Dio?
Si inizia sempre cercando qualcosa. Qualcuno finisce per trovare qualcuno.
Questo è il regno dei cieli.
Meglio ancora: si inizia sempre cercando qualcosa e poi si capisce che non siamo
noi a cercare; noi siamo stati cercati. Noi non siamo il mercante, ma la perla
preziosa. È lui ad aver venduto tutto, ad aver svuotato se stesso, per venire a
comprare la nostra salvezza.
Lasciati trovare. Questo ti consiglio. Ma prima impara a perderti davvero. Non
fingere di smarrirti, non riempirti di teorie, di dubbi intellettualistici:
quelli ci rendono interessanti agli occhi del mondo. Invece, disadattati; vivi
da disadattato, riconosci di esserlo. Se hai scoperto il tesoro, questo è un
sintomo evidente. Buttati nel mondo implorando di essere braccato.
*
Rete gettata nel mare
> «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che
> raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva,
> si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i
> cattivi. Così sarà alla fine del mondo».
Una rete gettata nel mare. Pesca a strascico. Pesci buoni e pesci cattivi. Non
avere fretta di apparire un pesce commestibile. Essere rigettati in acqua e poi
pescati ancora, e poi ancora, e ancora. Questo tempo è il tempo della pesca. Non
è un tempo senza appello. Non lo è per le persone che ti verrà voglia di
condannare. Sì, spesso chi ha trovato il tesoro diventa insopportabile,
spietato, si autoproclama angelo. Brandisce la spada. Non può sopporta che
qualcuno non veda la preziosità della proposta.
Sono stato giovane anche io, e ho provato a imporre il tesoro. Lo disseppellivo
per altri, glielo lanciavo addosso. Che sacrilegio!
Cerca di non diventare terribile con te stesso. Tenterai di sbarazzarti del
male, tenterai di farlo da solo, ti farai male. Poi un giorno, e sarà liberante,
allargherai le braccia e ti lascerai trascinare a riva. “Sono quel che sono”,
dirai. “Ma mi fido solo di te, mio pescatore”.
> «Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».
E invece non avevano ancora compreso. Il tesoro si sarebbe nascosto nel terreno
del Calvario. Trovarlo lì, o farsi trovare lì, sarebbe stata la vera sfida. E
poi sarebbero dovuti passare tutti da un tesoro sperperato, trenta denari
vomitati, il campo del vasaio e un cappio. Tesori appesi a un ramo in attesa di
misericordia.
Tu non credere mai di aver compreso; tu lasciati comprendere.
> Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei
> cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e
> cose antiche».
Cose antiche e cose nuove. L’antico diventa nuovo. Questo è il potere del regno.
Io, tu, il nostro uomo vecchio, tutto ciò che ci ha portato a essere quello che
siamo: anche gli errori, i peccati e tutto ciò di cui ci vergogniamo. Anche le
persone che ci hanno fatto male, anche loro: tutto trasfigurato in nuovo.
Non negato, non risolto, non dimenticato: trasfigurato. Ma questo può farlo solo
chi si lascia estrarre dallo scriba che è Cristo. Un padrone di casa che ci
reputa suo tesoro, che prende tra le mani quello che siamo e ci rende nuove
creature.
Se sei innamorato del regno, vendi tutto. Sappi che sarà difficile reggere
l’urto del tempo, ma fallo.
Oppure fermati, sei ancora in tempo, amico mio, fermati se non sei disposto a
cambiare. A lasciarti rinnovare.
Fermati se non hai ancora capito quanto sia pericoloso lasciarsi afferrare da
Cristo.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Hieronymus Bosch, Ascesa all’Empireo, 1500-1503
L'articolo Appunti per una lettera a un giovane sul regno dei cieli proviene da
Pangea.
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Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei
cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre
tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e
se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania.
Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai
seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli
rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che
andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la
zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro
crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai
mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il
grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un
granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più
piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante
dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il
nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una
donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se
non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del
profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per
dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui
che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme
buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico
che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori
sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco,
così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i
quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che
commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e
stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre
loro. Chi ha orecchi, ascolti!». (Mt 13,24-43)
*
L’agguato dello stupore
> “Le parabole della separazione o divisione vengono affinate nel loro senso
> dalle quattro parabole della sorpresa o dello stupore: senapa, lievito,
> tesoro, perla.”
Raccontare una parabola per stupire. Meglio, per gettare nello stupore. Gettarlo
negli occhi di chi ascolta, come sabbia, per tornare a vedere di nuovo,
diversamente, dopo aver pianto ogni singolo granello.
Gettare nello stupore per stupire i sensi, per costringere all’immobilità,
almeno per un attimo, almeno fino alla prossima parabola.
Gettare stupore tra gli ingranaggi della civiltà capitalista, gettarlo per
spreco, senza senso, per il gusto di far saltare la logica delle cause e degli
effetti.
*
Ho ascoltato una storia struggente
> “Chi si dedica al Regno, chi accoglie questa realtà, piccola e apparentemente
> insignificante (nascosta tra le pieghe di una storia inesorabile che mira al
> successo e al potere), quale messaggio di Gesù, vedrà eventi mirabili,
> avvertirà che la propria vita è come l’albero, feconda per sé e per altri,
> sentirà che la propria esistenza, semplice come lievito, nutrirà molti e che,
> al posto della fatica, un tesoro gli riempirà le mani, che le piccole fedeltà
> di ogni giorno costituiscono una perla di valore insperato.”
Gettare stupore negli occhi di una storia che, anche quando crede di essere
storia santa o tragitto di conversione, ragiona sempre con le logiche del
successo e del potere. Sempre. Santo è colui che fa del bene, crediamo.
Ho ascoltato ieri una storia struggente. Un uomo inclassificabile per la
società, per la famiglia, per l’istituzione Chiesa, per i servizi sociali, è
morto. Da solo. Da solo ha mandato in crisi il sistema. Nessuno ha saputo
normalizzarlo. Tutti l’hanno sempre trattato, con tutte le comprensibili ragioni
del mondo, cioè mondane, come un uomo da curare, di cui prendersi cura. Un
problema. Che è un modo per decretare la legittimità del nostro esistere, del
nostri operare dalla parte sana del mondo. Ci illudiamo di essere grano
incaricato di trasformare la zizzania. Lui, invece, ha resistito fino alla fine.
Uomo parabola. La donna che mi ha raccontato questa storia è l’unica ad aver
capito la sua vicenda. Perché piangeva mentre parlava. E aveva stupore negli
occhi. Stupefatta e trafitta, parlava di lui e parlava di Dio. E io ascoltavo
una parabola.
*
E se la zizzania fossimo noi?
Stupisce e scandalizza veder crescere la zizzania nel campo buono della
Creazione. Subito i discepoli disciplinati chiedono ragione, cioè accusano il
buon Dio. Cristo prende tempo, dilata la possibilità, non strapperà la zizzania.
Ma a nessun discepolo viene mai in mente che forse la zizzania è lui? Che sono
io? Come e chi valuta cosa sia e chi sia zizzania?
Succede, un giorno, di stupirsi, pulendosi gli occhi dall’ennesima parabola, a
ribattezzare in grano ciò che nella vita si è sempre creduto zizzania. E anche
il contrario, zizzania in grano. Fa male lo stupore, a volte. E fa rinascere.
Rende stupidi agli occhi del mondo, ingenui. Avere il coraggio di mostrare
stupore davanti alla vita è ammettere che della vita non si aveva compreso
molto. Serve tanta umiltà per abilitarsi alla meraviglia.
Serve tanta umiltà, ma anche di saper accettare il rischio di sbagliare. Perché
lo stupore fa perdere i canoni riconosciuti che ci permettono di stare nel mondo
occupando un ruolo e garantendo stabilità di giudizio. Molto più facile
trincerarsi dietro la cinica corazza di chi non si stupisce più di nulla.
*
Stupirsi della grazia in noi
Ma c’è un altro meccanismo di difesa che le parabole tentano di smascherare: noi
possiamo dare frutto. Noi. Non altri, non i santi. Noi. È riconoscere che Dio
agisce anche nelle nostre storie. Nonostante noi.
Lo facciamo raramente. Neghiamo di essere pieni di grazia per una sorta di
pudore, quando va bene, mascherando il tutto da qualcosa che chiamiamo umiltà.
In verità, è che Dio ci fa paura. La sua potenza ci intimidisce. Così preferiamo
presentarci sempre e solo come indegni peccatori. Bisogna essere liberi come lo
Spirito per vedere e ringraziare che il Vivente abita anche le nostre carni
fradice di miseria. Stupore è vedersi seme, sinceramente senape, quasi
invisibili nella nostra miseria ma capaci di non negare l’ombra che
incredibilmente si spande intorno a radici che non potevamo credere di
possedere. E non sentirne merito alcuno. Ma sbalordire per i nidi intessuti tra
i nostri rami.
*
Lasciarsi fare dalla parabola
> “Non è un’istruzione sul come discernere domani; è un discernimento che si
> fa.”
Stupire è lasciarsi fare. Non un vago sentimento, non un trasporto dell’anima:
stupisce la carne. Forse il luogo dello stupore è nei muscoli. Si sorprende chi
si lascia sorprendere, chi si abbandona completamente a una logica nuova,
diversa. Bisognerebbe pregare per predisporsi all’agguato dell’Amato. Che Lui ci
colga di sorpresa, a difese abbassate, che ci invada, finalmente. Parabola,
appunto. Un agguato di Grazia.
> “Chi lo fa può discernere perché l’ha fatto, si è posto dalla parte di Gesù,
> ha capito e respinto quanto è contrario a Gesù, è entrato nel suo mistero di
> cui ha accettato l’umiliazione e la croce, ha sperato nella risurrezione. In
> altre parole, ha in mano la chiave di ogni discernimento.”
Stupore vero è entrare nel mistero di Cristo. Discernere non è pontificare sulle
ragioni della vita; nemmeno prendere in esame ogni variabile per provare a non
sbagliare è discernere. E poi che cosa è “sbagliare”?
Ma entrare nel Suo mistero, questo è stupore. Farsi uomo umiliato da una croce
accolta sulle nostre spalle, giogo dolce che permette il respiro dello Spirito.
E scegliere di insistere nella speranza della risurrezione. Parabola è diventare
come Cristo, questo è stupore. O almeno tentare di decifrare il mondo con il suo
sguardo.
*
Alla fine, ancora, morire
> “La regola concreta dunque è quella di chi si coinvolge fino a dare la vita
> per il Signore, perché allora ha il dono di capire che cosa è il Regno e che
> cosa non lo è, a cominciare da se stesso. La pretesa di discernere dal di
> fuori è molto rischiosa, induce a presunzione, a ideologie e a settarismi, ed
> è fonte di inimicizie e tensioni nella Chiesa”.
Ancora una volta la parabola come trappola. Non puoi comprendere la vita
standone fuori, non puoi comprendere la fede senza credere. Essere lievito.
Lasciarsi gettare, fagocitare, dalla farina. Alla fine, è sempre la morte a
dischiudere la vita nella sua pienezza. Questo, forse, il paradosso dello
stupore.
Attendere di comprendere per decidere di se stessi è rimanere lievito per una
vita intera. Intatti, cioè sterili. Inutili perché inutilizzati. Impastarsi con
le faccende della vita, quelle che arrivano, quelle che non scegliamo, questa è
la nostra unica via di salvezza.
*
La tentazione del puro
> “La Chiesa ha sempre avuto e ha bisogno di riacquistare chiarezza allorché si
> accorge che non diventerà mai una comunità di puri, pur desiderandolo. Essa
> deve riconoscere come i tentativi rigidi di comunità di puri portano
> fatalmente al settarismo e sono il contrario della parabola della zizzania e
> del buon grano, il contrario della parabola dei pesci. (…) La tentazione di
> creare una comunità di eletti, di separati dal resto della comunità,
> disprezzandola come perduta, è purtroppo sempre presente.”
Bisognerebbe ascoltare le parabole anche solo per tentare di guarire da quella
diabolica tentazione del puro e dell’impuro. Quando crediamo che solo un certo
tipo di rito liturgico sia puro, siamo nell’errore. Quando dichiariamo che nella
Chiesa non ci sarà più spazio per nessuno scandalo, siamo nella menzogna e fuori
dal Vangelo. Quando imponiamo rigide regole di comportamento, spesso caricando
altri di pesi che non sappiamo portare nemmeno noi, in nome di un ideale di
perfezione, siamo fuori dalla logica del Vangelo.
Reggere lo stupore negli occhi della gente che, ridendo, elenca le nostre sante
mancanze. Questo vuole tanta fede. E farlo senza sgranare rosari di patetiche
giustificazioni.
Smettere la triste gara a voler apparire perfetti, accogliere il male che ci
abita e, ancor più, stupire per la Sua misericordia. Accettare che noi siamo
parabola. Peccatori sempre di nuovo perdonati più che peccatori perfettamente
convertiti.
E credere così tanto nel Cristo Risorto, finalmente credere con ferocia e totale
abbandono, da imparare a non aver più paura del male. Se lui ha dato la vita per
me, se lui è risorto, io posso non avere paura di nulla. Sono in mano sua. Tutto
è in mano sua. Non posso temere. Cresca pure la zizzania, io credo nel grano di
cui nessuno stelo andrà perduto.
Un uomo senza paura dilata stupore.
Alessandro Deho’
* Tutte le citazioni sono tratte da: Carlo Maria Martini, “I Vangeli esercizi
spirituali per la vita cristiana”, Bompiani, 2016
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Henry Ossawa Tanner, Studio per Cristo e Nicodemo, 1923 ca.
L'articolo Di zizzania e di stupore proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto
queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre,
perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il
Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio
vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi
darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite
e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è
dolce e il mio peso leggero». (Mt 11,25-30)
*
> Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto
> queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
Cristo prega, grato, il Padre, il Signore del cielo e della terra. Ma questo
avviene quando avrebbe davvero poco di cui ringraziare. Ecco i versetti che
precedono il brano di oggi:
“È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato.
È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: ‘Ecco, è un mangione
e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori’. Ma la sapienza è stata
riconosciuta giusta per le opere che essa compie”.
Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte
dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: “Guai a te, Corazìn! Guai a
te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci
sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di
cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio,
Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai
forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a
Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa
esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di
Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!” (Mt 11,18-24)
Versetti indispensabili per comprendere cosa intenda Cristo per “sapienti e
dotti”. Uomini che sanno giustificare ogni cosa con le parole e con un uso
interessato del ragionamento. Uomini che sanno volgere a proprio vantaggio ogni
interpretazione dell’accadere della vita. Abili nel giustificare tutto e anche
il suo contrario, perfetti nel giustificare, sempre, se stessi.
Giovanni era indemoniato perché digiunava e Gesù, all’opposto, mangione e beone.
L’importante è mantenere le distanze, non farsi toccare dalla provocazione dei
profeti. I piccoli, invece, vivono in modo diverso. Il piccolo, proprio per
l’angolazione da cui sceglie di guardare il mondo, saprà mantenere in tensione
gli opposti, accoglierà la vita scavata d’attesa di Giovanni e anche il
messaggio escatologico del Cristo. I piccoli non procedono per esclusione, i
piccoli non usano la verità per giustificare le proprie mancanze.
*
> “Gesù risponde e dice: non abbiate paura di mettervi alla mia scuola, di farvi
> miei discepoli; non sono un Maestro dispotico come voi temete; sono mite e
> umile di cuore. Sono in tal senso piccolo come voi”.
>
> (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa, 2007)
Cristo rimprovera le città dove sono avvenuti miracoli perché non si sono
convertiti. Quello che rende “piccola” una persona è la capacità di conversione
profonda. Piccolo e saggio è colui che usa il pensiero per spogliarsi e non per
proteggersi. Piccolo e santo è colui che non si limita a spiegare la meraviglia
della vita ma la lascia accedere in sé, e si converte. Piccolo e vero è l’uomo
che ha compiuto un significativo percorso di verità e ha compreso che il profilo
della vera sapienza è la resa. Nelle mani del Cristo.
Cristo tra le rovine di una predicazione segnata dal fallimento, si china a
raccogliere i frammenti di trasparenza, alcune persone hanno accolto il miracolo
e si sono lasciate trasfigurare. Terribile la condanna di chi si ostina a
proteggersi dietro sicurezze che paiono inattaccabili e che, invece, diventano
macina da mulino che trascina al fondo della propria disperazione.
Saggi e sapienti sono uomini che si illudono di vedere e che, invece, vagano in
un mondo in cui la verità è stata loro nascosta. Sono impossibilitati al
riconoscimento perché troppo pieni di sé.
Una sfumatura del peccato è questa sorta di cecità. Sembra di sentire rivolte a
tutti noi la domanda che il Cristo rivolge al cieco: “Vuoi vedere davvero?”
Perché poi se vediamo davvero, se guardiamo senza protezione chi siamo, o
diventiamo finalmente piccoli e umili, riconoscendoci peccatori o ci disperiamo
fino a desiderare la morte, perché non siamo per niente come credevamo di
essere.
Chi, oggi, a me, a te che leggi, riesce a svelare la verità? Dove incontriamo lo
sguardo del Cristo che ci riporta alla Verità di ciò che siamo?
Sabotatori del reale, incantiamo la Verità stordendola di parole, ingannandola
di alibi, inventando sempre nuovi nemici. E questo solo perché non sappiamo far
crollare le nostre mura. Abbiamo paura di essere invasi. E abbiamo ragione, è
mortalmente rischioso. Ma è proprio l’invasione, il crollo, ciò che può salvarci
dall’illusione di essere giusti.
Cristo non nega il fallimento, non lo eleva a soluzione di ogni problema, il
fallimento senza la preghiera è solo drammatica disfatta. Cristo prega. Alza gli
occhi al Padre, all’Altissimo Signore, unisce nel movimento del suo cuore gli
opposti. Papà e Onnipotente. Davanti al Tutto Cristo si fa piccolo. E in quel
paradosso i semplici vedono il volto visibile di Dio.
*
> “Matteo presenta Gesù come figura di rivelazione e di iniziazione alla
> rivelazione: mentre con la sua umiltà, rivela l’umiltà di Dio, Gesù si propone
> nel testo anche come fonte di umiltà per i suoi discepoli”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola, Vita e Pensiero, 2010)
E quindi anche Dio è umile. E mite di cuore. E se già stiamo cercando
giustificazioni per dimostrare che non è così, che occorre comprendere bene cosa
significhi mitezza e umiltà. E se già stiamo pensando, delusi, che avremmo
voluto maggior complessità da Dio e qualcosa da poter chiamare “giustizia” e
leggi da applicare. E se pensiamo che una lettura del genere sia stucchevole e
banale, significa che non abbiamo ancora capito che comprende solo chi si lascia
comprendere. Che l’unica esegesi infallibile per aprire spazi di santità è
quella che porta alla consegna di sé. Fino a quando non impariamo l’arte,
micidiale, difficilissima, dell’umiltà saremo costretti a rimanere infantilmente
sapienti, dotti e immaturi.
L’anziano, il saggio, è colui che è finalmente giunto a semplicità.
Piccolo è l’artista che, abitato pienamente da Dio, disegna un cerchio perfetto
prima di morire. Il poeta riassorbito dal Silenzio. Il profeta immobile e muto
sulla soglia della grotta. Chiunque comprenda la ferocia e la difficoltà di
questa iniziazione.
L’eterno riposo in Lui come vertice dalla vitalità.
*
> Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il
> Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio
> vorrà rivelarlo.
> “La Chiesa primitiva interpreta in senso mistico la conoscenza del Padre
> tramite il Figlio. Conoscere è sempre anche amare, essere una cosa sola con
> chi si ama, entrare nell’altro. È una relazione teneramente amorosa tra il
> Padre e il Figlio”.
>
> (Anselm Grun, Gesù maestro di salvezza, Queriniana, 2004)
Piccolo non è colui che non legge, che non studia, che non scrive, che, sapendo
di non sapere, si compiace del suo niente. Al contrario, piccolo è colui che
cerca per conoscere ma che sa bene che conoscenza vera chiede sempre un gesto
d’apertura, di disponibilità, d’amore. Piccolo è l’uomo che ha compreso che ogni
atto di ricerca è un esercizio profondo di scarnificazione dell’anima. Le parole
scavano, le poesie strappano, i concetti mordono. Conoscere è lasciarsi
consumare. Fino alla totale consegna di sé.
Dotto e sapiente è colui che ama solo se stesso. Che si illude di bastarsi. O
che ha paura di amare. E di essere amato. Cioè di perdere il controllo.
*
> Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
> Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di
> cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e
> il mio peso leggero.
> “Chiama tutti e non solo quelli di Israele, in quanto creatore e Signore di
> tutto; dice «affaticati» i giudei in quanto non sono capaci di portare il
> giogo della Legge, dice «oppressi» gli idolatri, in quanto oppressi dal
> diavolo e appesantiti da quantità di peccati. Voi – dice – o giudei, tendete
> alla verità e riconoscete che io sono vostro protettore e signore e subito ne
> ritrarrete profitto. Vi libero infatti dalla schiavitù della Legge, a causa
> della quale sopportate molta fatica, e non siete capaci di porvi fine
> facilmente, dato che vi siete procurati da voi stessi un «carico» grandissimo
> di peccati, per cui tanto più vi conviene comportarvi in conformità di quanto
> prescrive la Legge”.
>
> (Cirillo di Alessandria, Frammento 149 in “La Bibbia commentata dai Padri,
> Matteo 1-13”, Città Nuova, 2004)
Piccolo non è solo colui che è stanco e oppresso ma chiunque accolga l’invito al
cammino. Fare alibi della propria stanchezza e oppressione è tentazione
comprensibile ma pericolosissima. Rischia davvero di consegnarci alla
disperazione.
Piccolo, veramente piccolo, è colui che piange davanti alla drammatica
resistenza di chi non accetta di lasciarsi guarire.
Piccolo è chiunque cerca ristoro. Piccolo è il saggio capace di amicizia.
Piccolo è chi sa accogliere.
Piccolo è colui che ha smesso di caricarsi pesi per meritare la salvezza, fosse
pure il peso della Legge. O il peso di voler migliorare il mondo. Il piccolo sa
che la salvezza non si merita: si accoglie. Cosa che non sopporta il sapiente
accusato da Cristo.
Piccolo non è colui che ha rifiutato la Legge, che si è allontanato dai dogmi,
che rende ininfluente qualsiasi discorso, quelli sono i sapienti del pensiero
dominante. Piccolo è colui che è così libero da discernere, momento per momento,
quando l’applicazione della Legge liberi il nostro essere immagine e somiglianza
di Dio e quando la offuschi (in quanto diventa espressione del mio egocentrismo
bisognoso di riconoscimento).
Per fare questo non c’è altra via che mettersi alla scuola di Cristo. Andare a
lui, continuamente tornare a lui, per non perdersi in se stessi.
C’è un tempo per digiunare e un tempo per mangiare. C’è un tempo per pregare e
uno per stare con gli amici. C’è sempre un tempo che i piccoli sanno incarnare:
è il tempo della trasparenza. I piccoli, in ogni momento, si lasciano
attraversare dall’Infinito, diventano immagine del Padre. Per loro il giogo si
fa leggero. E leggero diventa anche, almeno per un attimo, il peso che devono
portare gli amici di chi li incontra. Ed è beatitudine condivisa.
Conosco piccoli, e li amo, che rendendomi più leggero il peso della vita mi
mostrano, forse inconsapevolmente, il volto dell’Onnipotente.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Hieronymus Bosch, “Incoronazione di spine”, 1485 ca.
L'articolo Comprende solo chi si lascia comprendere proviene da Pangea.
Brucia, invisibile fiamma,
altro di me non occorre.
Il resto tutto toglieranno.
E se no, chiederanno per favore;
e se no, disfarò da me medesima,
per la noia e l’orrore.
Come stella sulla culla,
come scolta in fitto bosco,
dondolando la catena,
brucia fiamma non veduta.
Tu lampada, il tuo olio le lacrime,
incrinatura del gelo del cuore,
sorriso di chi se ne va.
Tu brucia, ridai la novella
al Dio dei cieli: il Salvatore
ancora ricordano in terra,
del tutto ancora non dimèntichi…
(Ol’ga Sedakova, Antichi canti in Stichi, Moskva 1994 da Brucia invisibile
fiamma, Qiqajon, 1998)
*
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà
svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle
tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi
annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò
chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al
Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io
lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». (Mt 10,26-33)
*
Non abbiate paura degli uomini
Non avere paura degli uomini perché il Signore ha scelto di abitare e di salvare
la nostra umanità.
Non avere paura degli uomini non perché l’umano sia buono, non per l’ingenua
speranza che un giorno comprenderemo e finalmente impareremo a vivere in pace,
quelle sono ridicole utopie di chi non conosce il Cristo. Non avere paura
dell’uomo, nemmeno della nostra umanità, perché il Verbo si è fatto carne,
perché il Risorto abita con la sua misericordia anche il nostro peccato. Non
aver paura degli uomini perché l’uomo nulla può davanti al Crocifisso Risorto
che ha dato la vita per noi.
*
Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà
conosciuto
Il segreto che abita ogni uomo è di essere rigenerato dalla Misericordia divina.
Già qui, già ora: quel perdono scandaloso e immeritato che la logica del potere
politico tenta di ridicolizzare, che la logica dell’istituzione religiosa spesso
tenta di manipolare. Il segreto che ogni uomo porta in cuore è di essere già
pienamente amato e perdutamente perdonato. Questo basta. Riconoscere questo
sarebbe la nostra salvezza, ridimensionerebbe la nostra fanatica pretesa di
meritare la salvezza e dilaterebbe uno stile di vita libero da inutili pretese
verso chi crediamo d’amare.
Nulla di segreto che non sarà svelato. Il segreto è il luogo intimo
dell’incontro con il Risorto, “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi
la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel
segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6). La paura non può prevalere in un cuore che
ha imparato ad entrare nella camera della propria interiorità per farsi trovare
dagli occhi del Padre, Colui che abita il segreto.
Quando verrà alla luce che, nel segreto delle nostre storie, dimorava da sempre
l’Eterno, nulla di ciò che ci spaventa resisterà. Credere, credere fermamente,
credere che ciò che ci salva è la scelta irrevocabile del Padre: crocifiggersi
alle nostre storie. Il resto scompare.
*
Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che
ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
Nessuna paura allora di scendere nelle tenebre. Nelle tenebre del peccato, nelle
tenebre del mondo e perfino nelle tenebre del male che ci portiamo dentro,
perché il Signore è proprio nelle tenebre che parla. Beata la tenebra che ci
abita se è condizione per ascoltare la Parola del Risorto che risuona in noi, se
è motivo per sperimentare il Signore vivo che lì si fa trovare.
Nessuna paura di annunciare dalle terrazze quello che è annunciato all’orecchio.
Ma che sia davvero annuncio conforme alla Sua Parola e non fraintendimento da
falsi profeti. Annunciare solo ciò che Cristo ha incarnato, diventare
annunciatori con la nostra vita dello stile del Figlio dell’Uomo: uno stile che
il mondo mai potrà comprendere. (Che non comprendiamo noi quando rimaniamo
schiavi delle logiche del mondo!).
Annunciare la logica paradossale del Vangelo senza l’esperienza dell’incontro
personale con il Cristo Risorto, vivo e presente, sarebbe pura follia. Il
Vangelo senza la Sua parola annunciata al nostro orecchio sarebbe sacrificio
senza senso. Adesione a una logica fallimentare e pericolosa.
Egon Schiele, La coppia, 1909 ca.
Il mondo, quando accoglie il messaggio evangelico, è perché lo ha svuotato della
sua anima paradossale e incandescente. Un vago amore per gli amici, un senso di
giustizia rassicurante, la logica meritocratica verso i più buoni, la promessa
di un premio a chi segue le regole… questo è tutto quello che serve a qualsiasi
sistema per esercitare controllo. Sistemi politici o religiosi, non cambia
nulla. Falsi profeti. Solo chi, nelle tenebre e all’orecchio, ha sentito la Sua
voce può comprendere. Solo chi si è fatto penetrare dalla lama della Sua Parola
è credibile. Solo chi è rapito dal Cristo è veramente profetico.
Solo chi non ha più paura può mostrare il suo volto.
È solo per la sua presenza che il buio tenebroso del nostro peccato si trasforma
in ventre gravido per la nostra continua rinascita.
*
“E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo”.
> “Il vangelo è certamente buona notizia, ma al tempo stesso è anche
> contestazione radicale di un mondo che si costruisce nell’ignoranza di Dio e
> su valori estranei o contrari alla sua legge. Lo scontro è inevitabile. Se non
> disturba nessuno e non mette nulla in questione, si tratta ancora di
> vangelo?”
>
> (Commento delle letture domenicali a cura di Robert Gantoy e Romain Swaeles,
> San Paolo, 1992)
A disturbare non sarà il tentativo di costruire un’alternativa al male che
serpeggia nel mondo. Non siamo in grado di costruirla e il Cristo non ci chiede
questo. Non ci chiede di mostrare perfezioni umane convertite dal Vangelo, ci
chiede di mostrare Lui. Colui che ha potere sull’anima e sul corpo. Di mostrare
lui e non noi. Non convertiremo nessuno grazie alle nostre strategie pastorali.
Non convertiremo nessuno arroccandoci dietro ideologiche e sfinite polemiche;
l’unica cosa che conta è se ci convertiamo noi. E convertirsi significa
arrendersi al Signore. Lasciargli spazio. Di cosa dobbiamo avere paura se il
Risorto ci abita?
Ci abita come ha abitato peccatori, prostitute, ladri e traditori. Ci abita
quando sappiamo mostrarci per quello che siamo, quando non fingiamo di essere
migliori, quando riusciamo ad accettare che il nostro peccato è grande ma
proprio in quel peccato è incarnata la Sua presenza.
Certo che la fede sposta le montagne, ma è la sua di fede, in noi, Lui che ha
spostato la montagna del nostro peccato.
E non avremmo più nulla da fare, niente da costruire, nulla da sistemare. Non
avremo più paura dei tempi orrendi e violenti che viviamo, perché Lui è con noi,
proprio in questi tempi. Adesso.
Solo non ci crediamo. Altrimenti saremmo noi a fare paura. Al mondo.
Ecco cosa disturba il mondo: un uomo senza paura. Un uomo completamente rapito
dal Risorto.
Perché è proprio la paura che ci rende aggressivi, agguerriti, risentiti. È la
paura di perdere e di perderci, di rimanere soli, di non avere denaro, di essere
sopraffatti, di aver fallito la missione della vita, di aver sbagliato, di non
aver amato abbastanza, di avere avuto poco coraggio. Paura di aver sbagliato
vocazione, di aver trattenuto lo vita per timore. Paura di morire prima di aver
iniziato a vivere. È la paura di morire che aumenta la nostra paura di vivere.
Ma se Cristo è in noi, di cosa avere paura? Se proprio quei grovigli, che
rimangono tali, si mostrano il nido perfetto per incontrarlo, perché lui prenda
casa in noi allora nulla, nulla ci potrà mai spaventare. In quel momento saremo
finalmente veramente e definitivamente liberi. E non ci servirà altro. E non
chiederemo protezione a nessuno. Queste sono le persone fanno davvero paura al
mondo. Non quelle che cercano patetiche alternative, ma coloro che non cercano
nient’altro che la comunione con il Risorto.
Non hanno paura gli uomini e le donne che, come Pietro, smettono di promettere
fedeltà improbabili, quelle che perdono la faccia raccontando il loro
tradimento. Non hanno paura solo le persone così libere da lasciarsi portare
altrove da altri, persone per cui non importa più il dove perché sicure che
Cristo è in ogni dove. Cristo è vivo e ci parla in ogni altrove.
*
> “Per non temere, occorre cambiare in radice il criterio delle nostre
> valutazioni. Dobbiamo strappare la nostra attenzione dal giudizio degli
> uomini, e rivolgere invece l’attenzione al giudizio di Dio”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Non può aver paura chi ha un cuore di passero. Chi è leggero e insignificante
come un capello. Non può aver paura chi ha sperimentato che anche il filo
d’erba, e il fiore che sboccia non visto, e l’ultimo insetto del prato, tutto, è
in cammino di ritorno verso il Padre. Tutto è suo.
Non può morire di paura Cristo, il rigettato dagli uomini, perché sente che il
Suo Spirito è accolto dall’Eterno. E che nulla, nulla e nessuno, andrà perduto.
Ma fa paura un uomo così. Un uomo dal cuore di passero. Perché non serve a
niente, perché non pretende niente, perché è povero e felice, perché è ricco di
tutto, perché ama senza possedere, perché obbedisce alla vita e dalla vita si
lascia avvolgere. Fa paura l’uomo che non scade in polemiche, che è libero
rispetto agli schieramenti, che non attende d’essere riconosciuto dagli uomini
per essere felice. Fa paura un uomo così, perché nessun potere mai avrà potere
su di lui.
*
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò
davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli
uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
Fa paura il Cristo Crocifisso e Risorto, fa paura al mondo perché ne sovverte la
logica. Fa paura a noi, perché spesso la Sua voce non la sentiamo. Riconoscere
il Cristo davanti agli uomini non è esercizio intellettuale, ma vertice
d’abbandono fiducioso e totale.
Proprio perché riconosco il Risorto presente nella storia, a lui mi abbandono, a
lui tutto consegno di me. Credere è rinunciare a tutto, è rinunciare a qualsiasi
lotta, a qualsiasi diritto, credere è rinunciare a se stessi per essere tutto di
quella voce che un giorno ci ha preso il cuore. Consegnarsi al Padre assumendo
la stessa logica del Crocifisso. Consegnarsi è vivere da crocifissi all’Eterno
qui, adesso.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Egon Schiele, “Autoritratto come santo”, 1913
L'articolo Un uomo dal cuore di passero proviene da Pangea.
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe,
annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come
pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è
abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe
perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri
per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo
fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e
Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo;
Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e
non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore
perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno
dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i
lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
(Mt 9,36 – 10,8)
*
Come città fortificata cerchiamo di resistere all’invasione della Grazia. Ma il
Figlio dell’uomo è impietoso e impetuoso, città e villaggi subiscono la
conquista, veniamo saccheggiati dalla furia del suo Amore liberante, le trincee
delle nostre malattie e delle nostre infermità vengono ribaltate come fossero
banchi dei cambiavalute del Tempio, erano la nostra infantile forma di
resistenza. Rimanere pecore senza pastore, questo vogliamo, in fondo, per non
dover fare i conti con la libertà. Con il dover decidere di noi. Con il dover
scegliere quale pastore seguire.
Lui trascina via ogni cosa in nome della libertà. Nulla gli resiste. Un Cristo
non addomesticato dalle nostre ideologie non lascia tregua alle città delle
nostre sicurezze e ai villaggi delle nostre abitudini. Gesù Cristo incendia e
non lenisce, spoglia e non protegge, se ne sono accorti subito i sapienti, per
questo lo hanno osteggiato. Hanno cercato di ucciderlo. Pastore o contadino o
figlio del padrone, comunque crocifisso.
I poveri no, i poveri l’hanno seguito all’inizio, perché hanno confuso la
condivisione dei pani con una moltiplicazione e le beatitudini con una
rivoluzione. Ma alla fine, anche loro, hanno scelto Barabba.
Percorre le strade Cristo, non vuole lasciarci come pecore senza pastore, arriva
a scovare fino all’ultimo schiavo impaurito dalla vita. Si abbatte come
benedizione sul mondo, una piaga benevola e violenta. Non vorrebbe risparmiare
nessuno, molti però si nascondono, temono. Di perdersi.
Incomprensibile questa pagina senza intuirne il richiamo a Esodo. È pagina di
liberazione questa, è l’uscita definitiva, è la lotta per la libertà contro i
faraoni che ci portiamo dentro. Ed è lotta sempre all’ultimo sangue. Se si
accetta di affrontarla.
> “Lo spettacolo di questa turba stanca e sfinita, come pecore senza pastore,
> non dobbiamo coglierlo nella sua immediatezza emotiva. In realtà, quella turba
> non era senza pastori; ne aveva anche troppi! C’era un potere politico serio e
> severo come quello di Roma; c’era il potere religioso come quello del
> Sinedrio; c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti… Era un
> popolo ben irregimentato. Perché Gesù dice che era un gregge senza pastore?
> Appunto perché era un gregge stanco e sfinito; come ci stanca e ci sfinisce,
> dentro, la piramide dei poteri che è sulla nostra testa. L’uomo è stanco e
> sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza, nell’inerzia. La stanchezza
> è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida; la sua
> docilità non è che la mentita spoglia della stanchezza interiore”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984)
Siamo stanchi anche noi, sfiniti. Il potere cambia forma, è pervasivo, succhia
il sangue, si nutre di noi incantandoci di false promesse. Ne abbiamo fin troppo
di pastori, ci fiaccano, e tutti brandiscono la promessa della libertà. Creano
bisogni e propongono illusorie temporanee soluzioni. Anche la chiesa istituzione
non ne è indenne, quando si crede indispensabile, quando agisce il potere
chiamandolo servizio, quando svilisce la Parola per renderla “adeguata” al
mondo, quando moltiplica mille inutili strategie per non far morire forme di
presenza nel mondo invadenti e passate. Come credere che Cristo non sia
l’ennesima truffa alla nostra fiducia? Come catalogare il resto del mondo sotto
la categoria di falsi profeti ma lui no? E, soprattutto, come comprendere
davvero, al di là delle pose, da che parte stiamo noi?
*
Compassione
> “Cinque volte compare in Matteo il verbo splanchnízomai (9,36; 14,14; 15,32;
> 18,27; 20,34), modellato sul termine greco ta splánchna, le viscere, che
> l’antropologia biblica considera la sede della compassione”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Il Cristo è compassione. Prima di tutto questo. Non esiste libertà, non esiste
verità, non esiste pastore secondo la logica del Vangelo senza la compassione.
Un movimento viscerale che è la fonte dell’agire divino. È pagina comprensibile
solo alla luce di Esodo: è attraversata dalla logica di quel Dio che ascolta il
lamento del suo popolo, ne prova compassione e si mette in cammino per
liberarlo.
Non esiste verità fuori da questo atteggiamento di amore gratuito, attivo e
totale. Alla verità non basta la diagnosi perfetta di un errore, non la
descrizione dettagliata di una soluzione, la verità vuole il coinvolgimento
della compassione. Inutile moltiplicare i piani pastorali e le crociate
liturgiche, inutili i libri e i documenti vaticani se tutto questo non è
partorito da profonda compassione per ogni uomo. Ma forse è inutile vivere,
parlare, agire, stare, respirare se non lo facciamo con atteggiamento di
profonda compassione per la vita. Senza compassione quella che chiamiamo verità
si trasforma in condanna.
Una vita di fede è reale se aumenta la compassione che provo per i fratelli che
mai, ai miei occhi, sono degni di essere amati. Non è sul contesto che devo
agire ma sul mio sguardo che diventa libero solo se si conforma il più possibile
con quello del Padre. La libertà vera fa paura perché chiede conversione. E una
conversione che per il mondo non è altro che follia. Come imparare la
compassione verso il nemico? Come provare compassione dell’avversario? Come
immaginare un Dio che visceralmente prova compassione per la sua creatura
segnata dal peccato? Abbiamo paura della libertà e di seguire il Cristo pastore
perché è della compassione che abbiamo paura. Dell’incapacità di provarla. Della
fatica di reggerla quando è rivolta a noi.
Rembrandt, Cristo cura il lebbroso, 1650-1655
La strada per la libertà, secondo Cristo, passa da qui. L’uomo libero come Dio è
l’uomo compassionevole. E quindi rifiutato e crocifisso. È uomo marginale per il
mondo. La libertà fa paura. Gesù insegna e annuncia, e anche la sua parola è
innestata nella compassione, una parola che ha autorità la sua proprio perché è
Logos incarnato, è Verbo fatto carne per liberare la carne e riportarla a essere
quello per cui è nata, immagine e somiglianza di Dio.
Gesù guarisce, perché la compassione cura, è movimento di trasformazione
profondo, è la liberazione da tutto ciò che ci impedisce di constatare che siamo
fatti per l’Eterno.
*
La messe è abbondante e la libertà coinvolgente
> Mosè disse al Signore: “Il Signore, il Dio della vita di ogni essere vivente,
> metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel
> tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore
> non sia un gregge senza pastore”. Il Signore disse a Mosè: “Prenditi Giosuè,
> figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui”.
>
> (Numeri 27,15-17)
È pagina che profuma di Esodo, di Mosè e di popoli che imparano la dura fatica
della libertà. Una libertà che non è qualcosa da donare ma atteggiamento da
condividere. La libertà è comprensibile solo da chi è stato liberato. Mosè
chiede al Signore un uomo perché il popolo non sia un gregge senza pastore, e
così ecco Giosuè, figlio di Nun. E poi Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni,
Filippo… e Giuda l’Iscariota, e noi. La libertà fa paura perché vuole noi, non è
qualcosa, non è un ideale, non è nemmeno un dono, la libertà siamo noi quando ci
lasciamo invadere dal Cristo, quando ci lasciamo ri-nominare da lui, quando ci
consegniamo in suo possesso.
Libertà, paradossale libertà, è perdere noi stessi per lasciarci rapire dal
Compassionevole. Ed è prigionia così definitiva che nemmeno Giuda, nemmeno il
nostro tradimento, potrà mai spegnere la sua irriducibile compassione.
*
Il dominio sul male
> “La missione a cui sono inviati i Dodici consiste nel far retrocedere il male,
> nel compiere il bene come il loro Signore Gesù, nel predicare il Regno narrato
> da Gesù nella sua persona. Essa si situa tra il dono e la responsabilità:
> «gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (Mt 10,8). La missione è
> evocata nella sua interezza non come un fare, ma come un ricevere e un dare.
> Chiedere o ricevere denaro è incompatibile con la gratuità dell’annuncio
> messianico: sarebbe smentire il dono gratuitamente ricevuto”.
>
> (Comunità di Bose, Eucaristia e Parola, Vita e Pensiero, 2010)
La libertà è avere il dominio sul male. È vivere con fede, sapendo cioè che la
compassione divina ha raggiunto anche l’angolo più oscuro del creato, è muoversi
da rabdomanti del divino, è suscitare l’Eterno dalle cose.
La libertà è lasciarsi coinvolgere in questo movimento di liberazione di tutto
il Creato. Tutto è fatto per ritornare al Padre e noi, compassionevoli e quindi
liberi, siamo chiamati a indicarlo, a suscitarlo, ad accompagnarlo. Non siamo
noi a liberare, noi siamo stati liberati e lo testimoniamo. Non siamo noi ad
amare. Non siamo noi a salvare. Non siamo noi. Ma il Compassionevole in noi. Noi
suoi inutili ma liberi strumenti.
È pagina di Esodo questa, e forse è anche per questo che Cristo chiede ai suoi
discepoli di andare prima dalle pecore perdute della casa d’Israele, perché
dovrebbero aver memoria dell’Egitto e del faraone e del deserto e del Mar Rosso,
dovrebbero ricordare d’essere stati liberati. Ma questo non è immediato, la
memoria non basta. Non accade. Per essere davvero liberi serve compassione,
serve lasciarsi rapire dal Risorto.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Jan Vermeer, “Cristo in casa di Marta e Maria”, 1656 ca.
L'articolo Libertà e compassione proviene da Pangea.
Fra gli affreschi medievali della basilica di San Saba all’Aventino, era solito
giungersi in preghiera Giuseppe Ungaretti – nel turbinio degli anni romani.
Dimorava in prossimità, in piazza Remuria 3 – il contratto d’affitto
dell’appartamento gliel’aveva ceduto Tatiana Tolstoj, figlia dello scrittore
russo.
È fra gli stessi affreschi che mi si rivela, ieratica, la figura di don Gabriele
Vecchione. Fra le mani, a mo’ di breviario, reca un vissuto ‘Meridiano’
ungarettiano, dalla consunta, consueta copertina blu e un remoto volume di
poesie che custodisce, al suo interno, le letture a viva voce di Ungà.
Quella sera, il rito della poesia, si compie su sponde d’altare.
*
Don Gabriele Vecchione, classe 1988, è stato ordinato presbitero da Papa
Francesco, nel 2017. Ha fondato nel 2024 la Comunità San Filippo Neri – E poi? –
dimora per giovani fragili.
Dal 2025 è cappellano dell’Università La Sapienza di Roma – dove allestisce, fra
le altre cose, rassegne letterarie e culturali. Il 14 maggio ha accolto, fra le
mura della cappella universitaria, S.S. Papa Leone XIV. Scrive per il Domani.
Nel marzo 2026 ha pubblicato Vorrei che fossi qui – Variazioni sulla Settimana
Santa (Piemme) – volume in cui celebra la Parola con la testimonianza, le
Scritture con la sua scrittura imbibita di vita, d’illuminazioni letterarie e
poetiche – da Dostoevskij a Tolkien, da Jon Fosse a Charles Péguy, da Leonard
Cohen a René Girard –, cinematografiche, di storie nella Storia.
Dal titolo, oltre a Ungaretti, mi pare di intendere che ami i Pink Floyd.
Parecchio. E spero di non commerciare mai i miei eroi per dei fantasmi…
Don Gabriele, nelle tue omelie, a dialogare con le Scritture – cito a memoria
dall’ultima ascoltata – intervengono Franz Kafka e Franco Battiato, Elias
Canetti, i Padri del deserto ed Elio e le storie tese – virtuoso convegno fra
icone mistiche e pop. Come nascono queste suggestioni?
Ti direi che vengono naturali. Ma, ora che ci penso, in realtà non credo siano
naturali. È naturale piuttosto la mia vanità, che cerco tra alterne vicende di
sfruttare per sedurre l’assemblea e provare ad accompagnarla verso il cielo.
Faccio l’omelia che vorrei ascoltare io. Cerco di sgattaiolare fuori
dall’autoreferenzialità dell’ecclesialese, quel balsamo lessicale che copre ma
non cura profondamente alcuna ferita. Io sono un esistenzialista mancato. È una
necessità interiore, dunque, coniugare la sfida ardente che Elias Canetti ha
lanciato a Dio (“troverò parole contro la morte che lo faranno vergognare”) e le
pagine della Scrittura. Senza la Scrittura sarei un canettiano di ferro. È una
necessità pastorale. Ricordo la barba, la noia di quand’ero al di là del
presbiterio delle chiese. Cercavo omileti in giro per Roma. Penso sempre ad
Augusto (Mario Brega), nel film Borotalco, che, ascoltando una telefonata di
Sergio (Carlo Verdone) che finge di essere Manuel Fantoni con Nadia (Eleonora
Giorgi), gli dice: “Ah Se’, ma come ca…o parli?”. Amo quel che avviene
d’invisibile quando una persona è toccata al cuore dall’omelia. È un’operazione
che l’uomo e lo Spirito fanno in sinergia. L’omileta, rimanendo fedele alla
Parola, deve parlare agli uomini del suo tempo. Non ho mai sopportato quei
professori che parlavano un linguaggio volutamente inaccessibile per far
risaltare la loro erudizione. Di contro a tale elitarismo sostengo la bellezza
di essere smaccatamente popolari. Anche usando l’umorismo. Umiltà, uomo,
umorismo. Tre parole che hanno la stessa radice. Ridere di sé, suscitare il riso
– magari mediante Elio o con altri comici solo apparentemente demenziali – è un
ottimo segnale di salute spirituale.
Mi rifaccio a un detto dei Padri del deserto da te citato nell’ultimo
libro: «Finché l’uomo non dice nel suo cuore: “Io e Dio siamo soli al mondo”,
non avrà requie». Che rapporto vivi con la solitudine?
Quand’ero giovane, era un rapporto tragico, un sentiero pieno di rovi dove mi
scorticavo in continuazione. Cercavo qualcosa o qualcuno che la vincesse. Tutti
i miei tentativi fusionali sono andati male. Il celibato amplifica soltanto la
solitudine che è connaturale a ogni essere umano, non la crea. La solitudine ora
è un vigilante messo a guardia dell’amore. Il fatto che io sia solo e che abbia
imparato a stare nella solitudine garantisce la pulizia, l’ordine dell’amore che
nutro verso le persone che mi sono affidate. Amo la mia solitudine. È l’unico
luogo in cui Dio è tutto per me, l’unica preghiera che Gli rivolgo gridando e
non limitandomi a fare il Suo cerimoniere di corte. Mi sono sentito solo quando
ho dovuto constatare che i ragazzi che avevo in qualche modo “adottato” si
auto-distruggevano o non volevano uscire da una vita mediocre. A quel punto ho
compreso qualcosa in più del cuore di Dio. Un Salmo dice: “Il Signore dal cielo
si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio.
Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno”
(Sal 13, 2-3). Quando sono solo, ci teniamo compagnia e soffriamo insieme per la
sorte degli uomini. Penso ai monaci che si alzano di notte per pregare, per
accompagnare Dio nella notte. Penso sia la loro preghiera che si diffonde nella
Chiesa e nel mondo intero.
Lui è don Gabriele Vecchione
Sostando sul binario amore vs. darwinismo vittimario, così come da te definito –
qual è la tua chiave di interpretazione della Passione?
Molte volte la Passione è stata interpretata come il pagamento di un riscatto a
favore di un’umanità imprigionata dal diavolo. Ora, la Passione è sì il
riscatto. E Cristo dice che il diavolo è il principe del mondo (cfr. Gv 14, 30).
Ma il pagamento a chi sarebbe stato pagato? Si è pensato che la quota del
riscatto sarebbe andata a Dio Padre. Però ne vien fuori un’immagine luciferina
di Dio, quasi fosse assetato del sangue del Figlio e degli uomini
conseguentemente. Poi abbiamo spiritualizzato quest’immagine e abbiamo detto che
Dio non è assetato di pratiche autolesioniste incise sulla propria carne, ma è
seguita l’immagine di un Ente che pretende coerenza, virtù, impegno, che può far
ammalare la psiche di scrupoli, di ossessioni, di perfezionismi. Un Dio
perennemente deluso dalla malvagità degli uomini che richiederebbe sempre e solo
conversione. Mai una gioia. Come se la gioia fosse una colpa.
Credo che la chiave sia un’altra.
L’uomo ha paura di essere amato. Sin dalle prime pagine della Genesi l’uomo si
nasconde da Dio per paura di essere riprovato. Per persuaderlo (verbo
bellissimo: contiene l’aggettivo suavis, dolce) del suo amore il Padre non manda
più alcun condottiero o profeta, ma si coinvolge direttamente. È la storia del
Figlio di Dio che si consegna all’uomo, in modo che ognuno possa scatenare
contro di lui la sua innata violenza, la distruzione che la sua bramosia provoca
e, dopo o nel mentre che scaricava i suoi colpi di flagello, possa trovare
abbastanza amore per risorgere. Guardi la croce e scopri chi sei per il Padre:
un figlio che, anche se ha torturato il Signore, viene amato sempre e comunque.
Comunque è l’avverbio dei genitori.
La croce contesta questo mondo. Il mondo elegge sempre vittime, perché i
carnefici hanno bisogno di fare vittime per far risaltare il loro potere. Peter
Thiel stressa René Girard per affermare la sua volontà di potenza. Peccato che
René Girard si convertì constatando l’innocenza di Cristo. Cristo è stato
vittima, ha preso le parti di chi soffre. Da questa opzione fondamentale
dovrebbe derivare una geopolitica teologica. La croce non legittima nessun
nazionalismo, sciovinismo o suprematismo che sia. Il riscatto dell’uomo è che
non deve fare più vittime per essere riconosciuto. E non c’è neanche bisogno che
faccia la vittima. Cristo ha manifestato pienamente Dio, è la verità di Dio.
Nulla di oscuro, di esoterico nel Vangelo. La tecnica e la finanza si basano sul
darwinismo vittimario e non sopportano la verità. Si rendano noti gli algoritmi,
non si usino i dati per aumentare la sperequazione tra i popoli e sedurre, fin
nei recessi dell’anima dei singoli, popolazioni intere, si soggioghi piuttosto
l’AI a vantaggio delle vittime. Quale verità ne uscirebbe?
Tutta la tua opera è pervasa dall’arduo, ardente tema dell’amore – su un’asse
che da Cristo arriva fino a Rainer Maria Rilke. “Amare fino al disamore” – come
Maria di Betania, scapigliata, ai piedi di Gesù – è dunque l’unica forma d’amore
degna d’essere?
Sì, l’amore di Cristo è scandaloso, esagerato, non ha vie di fuga, non teme il
disonore. Tutti gli altri amori dovrebbero impallidire di fronte a questi. Non è
bilaterale. Non aspetta reciprocità, essere reciproci a tale amore per noi
creature è impossibile. Attende solo di essere accolto. Per chi lo accoglie non
si raggiunge mai la misura dell’amore. È perfino poco fare i “folli per Cristo”
come Francesco d’Assisi o Filippo Neri. L’amore di Cristo, una volta che ti ha
toccato il cuore, ti ferisce e tu bruci di compassione per tutti gli esseri
umani. Guardi gli altri e ti appaiono bellissimi. Piangi per i loro
auto-sabotaggi. Ti industri, diventi creativo, ti inventi cose. L’abbiamo visto
tante volte nella storia quest’amore. Penso a Padre Pierre Al-Rahi, parroco del
Sud del Libano, morto il 9 marzo 2026 sotto le bombe israeliane mentre
soccorreva i suoi parrocchiani feriti; credo abbia preso sul serio la metafora
di Gesù: “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10, 11).
Nell’ultimo libro parli di figli, in particolare di “figli dispersi” – con
riferimento all’invocazione del Salmo 21 – ma anche, a più riprese, di padri.
Hai peraltro consacrato un volume al profilo di San Giuseppe – Rimani o vai
via? (Effatà, 2021). Che lettura dai della figura del padre?
Stiamo cercando il padre possibile. Non è riproponibile il padre kafkiano e
pre-sessantottino. La tentazione del padre è non-rimanere, impegnarsi in guerre
lontane per la conquista di imperi o cadere vittime del canto delle sirene. Per
una madre è generalmente più difficile andare via. Un sacco di figli vuole il
riconoscimento dei padri. Le lettere e le e-mail che ricevo, i colloqui che
ascolto sono tra loro molto diversi, ma uniti da un unico filo rosso: il
desiderio di essere riconosciuti. Giuseppe è il padre possibile. Con la sua
genealogia, scandita nei dettagli nel vangelo di Matteo e piena di peccatori,
porta il peccato nella sacra famiglia. Immagino si sia sentito inadeguato. Ma
Paolo dice che ogni paternità umana prende nome dalla paternità di Dio (cfr. Ef
3, 14-15). Che Padre è Dio? Il Padre che assiste forse tramortito all’autonomia
dei figli, che prepara il ritorno dei figli dispersi, che non risparmia sulla
sua affettività (mi riferisco ovviamente alla sequenza dei gesti affettivi del
padre misericordioso nei confronti del figlio prodigo). Conosco dei padri
esemplari. Un mio amico, che assisteva la moglie terminale, approfittava dei
pochi minuti che le quattro figlie gli lasciavano liberi, per spazzare via i
capelli disseminati in tutta casa a motivo della chemioterapia. Vedendolo con la
scopa e la paletta nelle due mani, ho compreso di più chi fosse un marito, un
padre.
Citando un tuo passo nel capitolo dedicato al Lunedì santo, alias Love is a
losing game: “La redenzione non è semplicemente un restyling, ma una nuova
creazione”. Come comprenderne il significato, la reale portata creativa?
La vita spirituale è un lasciarsi fare. Non se ne comprende la modalità, i
tempi, non si vedono i risultati nell’immediato. È una dinamica che avviene nel
frattempo. Non aggiungo nulla di mio, ma una poesia di Rilke:
> Non attender che Dio su te discenda
> e che ti dica: sono.
> Senso alcuno non ha quel Dio che afferma
> l’onnipotenza sua.
> Sentilo tu, nel soffio ond’ei ti ha colmo
> da che respiri e sei.
> Quando, non sai perché, ti avvampa il cuore,
> è lui che in te si esprime.
Chi sono, invece, coloro che qualifichi come “infelici funzionali”?
Coloro che si rassegnano al già noto. Che sono mediamente disillusi. Che
iniziano cose senza terminarle. Che si alleano con le loro disfunzioni. Ruminano
e amano i loro tratti neri. Si autocommiserano. Pensano di essere in credito con
tutti. Tutto gli sarebbe dovuto. Qualcosa riescono pure a combinare. Non hanno
bisogno di TSO o particolari terapie farmacologiche, se non leggere. Non
bruciano, non ardono, fanno un lavoro che non amano. Non vedono l’ora di
staccare. Parlano sempre di vacanze. La loro massima aspirazione è l’aperitivo e
qualche piaceruzzo genitale. Una marea montante di amore non dato. Oppure
lavorano come disperati per non confrontarsi col vuoto. Altra citazione pop, ora
è il turno di Fabri Fibra: “A 12 anni a contare le stelle, a 30 a contare le
parcelle”. Mi dispero quando ascolto giovani che scelgono l’università in base a
quello che possono guadagnare, che rimangono in storie d’amore per non rimanere
soli, che hanno abbandonato il sogno di cambiare tutto. La felicità è vendere la
pelle dell’orso prima di averlo catturato, è gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Sposarsi senza garanzie, fare figli mentre si ha il mutuo, amare fino a
ustionarsi, sognare di interrompere le guerre.
Definisci la nostra una società algofobica, in cui l’unica morte plausibile
diviene quella eutanasica o viene rimossa, isolata negli hospice – e un ritorno
alle pagane necropoli, con le ceneri incastonate nelle case, esposte nei
salotti. Si tratta di una forma di nuovo edonismo – un antidoto alla morte?
Nuovo edonismo nel senso che il vecchio e consueto edonismo,
il divertissement pascaliano, mi sembra consistesse nel vivere come se la morte
non ci fosse. Posticipare il redde rationem fino a illudersi che potesse non
accadere. Il nuovo edonismo dell’era della tecnocrazia mi sembra basato sul
campare come se non si sapesse che si muore. Nell’era dell’infocrazia e della
soppressione del privato la morte viene talmente spettacolarizzata che sembra
non esistere. La morte pare un imprevisto. Come si fa ancora a morire con tutta
l’intelligenza artificiale di cui disponiamo?
Nel 2024 hai dato vita alla Comunità San Filippo Neri – E poi? Ci racconti del
progetto, a quali ragazzi è dedicata questa dimora?
Siamo sull’Appia a Roma. Siamo io e due famiglie. Accogliamo fino a 17 giovani
tra i 18 e i 26 anni. Ragazzi e ragazze che vogliono vivere nonostante tutto.
Escono da case-famiglie a 18 anni. Escono da famiglie disfunzionali o da
famiglie funzionali ma hanno comunque il vuoto nel cuore. Ragazzi arenati,
impantanati. Vogliono amore, limiti, regole. Si innamorano sanamente di loro
stessi quando scoprono quant’è bello prendersi cura di qualcuno. Ieri una nostra
ragazza di Gaza, che ancora non parla l’italiano, ha comprato i lecca-lecca per
le bambine di una delle due famiglie. Mi sono commosso. La Comunità è un sogno a
occhi aperti. Abbiamo detto un no veemente alla mediocrità e all’infelicità dei
giovani. Dobbiamo raggiungere a breve l’auto-sostenibilità economica, se no tra
un anno chiudiamo. I giovani non pagano, i figli a casa non pagano. Presto,
andate sul nostro sito, trovate le modalità per donare.
Chiudo con le Variazioni sul presbiterato – qui lo definisci una questione di
gratitudine. Come ci sei arrivato?
Perché un prete, don Roberto, con la sfrontatezza dei suoi 29 anni di fronte
all’infelicità dei miei 19, me lo ha esplicitamente suggerito. Dopo che s’era
conclusa una storia con una ragazza che ho amato molto e che mi ha amato molto,
mi ha detto che avrei potuto pensarci. Ci ho messo tre anni a metabolizzare la
faccenda. Ho pregato, sono andato in monasteri, ho percorso pellegrinaggi ancora
non troppo inflazionati, sapevo che in un certo senso non potevo dir di no
perché si giocava la partita della mia salvezza. Il Signore mi ha ferito il
cuore, si è preso la mia affettività con la sua nostalgia. Senza di lui sono
perso. In quel triennio 19-22 anni pensavo di dovermi conformare a un modello
che mi sembrava alienante. In realtà, nella preghiera, mi sono reso conto che il
Signore chiamava me proprio me: si trattava di essere profondamente me stesso.
Nel frattempo, entravo dentro di me, senza più infingimenti. Non mi spaventava
più la mia miseria. Mi sono sentito un salvato. Sono a mio agio negli abiti
clericali. Per questo ancora vivo di gratitudine. Non devo far felice il mondo,
devo essere fedele a quello che ho ricevuto. Quell’immersione nella materia
oscura nei tre anni dopo il liceo mi ha dato e mi dà la forza smisurata che
occorre per fronteggiare la materia oscura altrui senza esserne compromessi.
Essere sacerdoti significa lasciare rappacificare in sé la terra e il cielo,
l’angelo e la bestia. La bestia e la terra possono tornare a spadroneggiare. Ci
vuole molta vigilanza. Ma la gratitudine che provo quando vedo qualcuno che
ricomincia a camminare sulle sue gambe mi fa pensare che il meglio deve ancora
venire.
Fabrizia Sabbatini
*In copertina: Nicola Samorì, Anulante, 2018
L'articolo “La tecnica e la finanza non sopportano la verità”. Dialogo con
Gabriele Vecchione proviene da Pangea.
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede
in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato
il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per
mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato
condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
(Gv 3, 16-18)
*
Nicodemo, si viaggia nella notte
> “…l’atmosfera misteriosa che avvolge il colloquio, sia per la sua forma
> (ellissi, sbalzi di pensiero, doppi sensi) che per i temi affrontati: la nuova
> nascita e il mistero del Figlio dell’uomo. Rivolgendosi a Gesù, Nicodemo viene
> dalla notte verso la luce, ormai presente nel mondo (3,19). Come Giovanni
> Battista nella prima giornata cercava lo Sconosciuto, non avendo ancora
> identificato il Messia, così Nicodemo cerca Dio nella notte, non avendo ancora
> riconosciuto in Gesù la luce”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 1989)
Nicodemo, fariseo, maestro in Israele e membro del sinedrio, riesce a non
soffocare la sua fame di verità perché, come scrive Léon-Dufour, è alla ricerca
dello Sconosciuto. Nicodemo non si lascia ingabbiare dalle definizioni e dalle
abitudini, non si accontenta di difendere un’identità costruita nel tempo
ma accetta di camminare nella notte. Notte che anche lui, come ognuno di noi, si
porta dentro. Cammino rischioso ma non inutile perché ogni notte è presidiata
dalla Sua presenza.
In questa pagina evangelica Giovanni sembra volerci dire che la fede cristiana
non è un salto nel buio in uno spazio che potrebbe essere vuoto ma un itinerario
possibile per chi accetta di essere pronto a confessare di amare chi non conosce
fino in fondo. Lo Sconosciuto. Esporsi in territorio abitato e in misterioso è
processo che ridefinisce l’amato e l’amante, che rimette in gioco radicalmente e
continuamente la nostra identità. Se così non fosse, se si assimilasse l’atto di
fede a un processo di mera conoscenza in cui quello che serve è solo di andare a
riempire il nostro non-sapere, arriveremmo a pronunciare parole bellissime sul
Cristo ma totalmente inutili, esanimi, svuotate, disarmate.
Serve la notte a Nicodemo, e a noi tutti, perché l’incontro di fede avviene in
un colloquio personale con il Vivente, e ogni incontro significativo deve essere
immerso in questa condizione misteriosa da prime pagine di Genesi, ogni incontro
significativo prevede una ri-Creazione. Occorre rinascere dall’alto e lo si può
fare solo nella sospensione di una notte che espone i protagonisti dell’incontro
al rischio dello sconosciuto. Per Nicodemo è sconosciuto questo Dio che si
manifesta in Gesù di Nazareth, ma probabilmente anche Dio, accettando il rischio
notturno della relazione con l’uomo, accetta di scoprirsi diverso, nuovo,
paterno. Forse uno dei cuori della Trinità è proprio questo, non un gioco di
aritmetica spirituale ma il mistero d’amore di un Dio che accetta di abitare la
notte, e di scoprirsi sempre nuovamente padre, in relazione.
Che Dio si mostri in Cristo, che sulla croce in qualche modo anche il volto di
Dio cambi, come se quell’eccesso d’amore fosse sconosciuto anche al Sacro Cuore
è segno che la nostra fede non può permettersi di prendere derive che la
scostino dall’evento storico di Gesù, non può permettere di ridurre la croce e
la resurrezione a puro atto simbolico, non può disincarnarsi.
Che Dio si mostri in Cristo non può voler dire che ormai noi lo conosciamo,
Cristo rimane lo Sconosciuto anche per noi, anche duemila anni dopo. Cristo sarà
sempre colui che mai possiamo pretendere di conoscere fino in fondo, impossibile
da circoscrivere. Amare, accettare il rischio di una relazione, è esattamente
sperimentare, passo dopo passo, la gioia di una pienezza che si dilata in
orizzonti inediti. Lasciarci implicare in una relazione di fede è fare i conti
con l’infinito, infinito che non è un’idea astratta ma l’esperienza insita in
ogni gesto, in ogni pensiero.
La realtà tutta è immersa nel mistero della notte ma in ogni notte c’è uno
Sconosciuto che permette al reale di non esaurirsi in una definizione ma di
aprire infiniti altri passaggi. La verità della vita è una Via. La crisi del
sacro, e quindi la crisi della fede, è anche crisi di linguaggio. Solo il
poetico è capace di condurci nel cuore della notte sulle tracce del divino
Sconosciuto. Portandoci continuamente, infinitamente, altrove. Ciò che si
capisce. Ciò che ci si illude di aver capito, atto umano stupido imprudente e
diabolico, svuota il reale dell’anima. Ciò che conosciamo somiglia al catalogo
di una raccolta d’insetti ma Dio non si lascia trapassare dall’ago del saccente.
Sfugge. Sempre.
*
Il Figlio unigenito
> “La parola «unigenito» rimanda, da una parte, al Prologo, dove il Logis viene
> definito «l’unigenito Dio – monogenès theòs» (1,18). Dall’altra, ricorda
> tuttavia anche Abramo, che non rifiutò a Dio suo figlio, il suo «unico figlio»
> (Gn 22, 2-12). Il «dare» del Padre si compie nell’amore del Figlio «sino alla
> fine» (Gv 13,1), ossia fino alla croce. Il mistero trinitario dell’amore che
> si delinea nel titolo «il Figlio» è una cosa sola con il mistero d’amore nella
> storia che si compie nella Pasqua di Gesù”.
>
> (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2008)
Entrare nella propria notte interiore è rischioso, uscirne illesi significa aver
rifiutato il mistero. Trinità è mistero che chiede la disponibilità a lasciarsi
ferire, trafiggere. Abramo sale sul monte pronto al sacrificio. Che a morire non
sia stato il primogenito non significa che non ci sia stato spargimento di
sangue, l’ariete è la macellazione dell’idea di potenza di Abramo. Come dice
bene il biblista André Wénin:
> “Così, riguardo all’agnello (seh) di cui parlava Isacco, l’ariete (‘ayil) che
> vede Abramo è l’animale padre. Di più, il termine è legato a una radice che
> connota l’idea di potenza; il verbo corrispondente significa, infatti, ‘essere
> forte, potente’. In questa direzione, si noterà anche che, nella Bibbia,
> l’immagine delle corna evoca frequentemente la potenza”.
>
> (A. Wénin, Isacco o la prova di Abramo, Cittadella editrice, 2005)
Entrare nella notte è quindi accogliere la possibilità di uno stile di vita che
non sia quello della potenza, entrare nella notte è passare dall’idea del Dio a
cui sacrificare al Padre che offre e si offre. Del figlio unigenito che non
interrompe l’eccesso d’Amore fino a donarsi lui stesso sulla croce. Dello
Spirito Santo che irrompendo nella vita dei discepoli li trasforma in movimento
verso gli altri: martirio, testimonianza. La Trinità come corrente entro cui
immergersi, battesimo di coerenza al movimento divino, che è il movimento del
Creato. Tutto proviene dall’Amore e all’Amore ritorna. Ci si immerge nella notte
per sperare di intercettare la corrente che gettandoci nel mondo ci riporta al
Padre. Rimanere agli argini di questo flusso è condannarsi a non comprendere il
senso della vita.
Dipende davvero da noi, terribile e immensa la nostra libertà:
> “Che Dio sia giudice oppure padre, dipende da te stesso, dalla tua decisione.
> Se credi al messaggio del Figlio, non c’è giudizio: chi crede in lui infatti
> non è condannato. Se invece pretendi d’essere tu stesso giudice del mondo,
> allora Dio sarà per te giudice severo, e il suo giudizio non potrà terminare
> altro che alla tua condanna”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
*
Chi non crede
> “Chi non crede è già stato giudicato, e questa è la ragione della condanna «La
> luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce»
> (3,19). Il Signore trovò tutti peccatori. Molti però amarono i propri peccati,
> molti altri li confessarono; chi riconosce i suoi peccati e di essi si accusa,
> questi è già con Dio. In te devi odiare la tua opera e amare l’opera di Dio”.
>
> (Agostino d’Ippona, Commento al Vangelo secondo Giovanni XXII, 10-13,
> in Lectio Divina per la vita quotidiana 14, Queriniana, 2009)
Accettare di seguire le orme di Nicodemo, accogliere seriamente la sfida della
notte, è movimento complesso e doloroso. Fino a quando si crede che la notte sia
un artificio simbolico per designare quello che di bello abbiamo ancora da
scoprire non abbiamo compreso cosa sia davvero la notte. La nostra notte, quella
che ci pulsa in cuore, è il nostro peccato. Il male esiste e siamo tutti
peccatori. Fino a quando non troviamo il coraggio di incamminarci in quel
crepaccio di dolore, di odio e di rancore che ci portiamo dentro noi non
sapremmo mai cosa significhi davvero credere. E non è movimento che si può fare
una volta sola nella vita. Le immersioni facili nelle notti che ci portiamo
dentro non sono le prime, ingenue, quelle giovanili, quelle di quando siamo in
ricerca di un posto e non vediamo l’ora di tagliare i ponti con il passato. No,
le notti più dolorose sono quelle dell’età adulta, quando si è certi di aver
preso decisioni, di aver compreso qualcosa di noi, di aver trovato il nostro
posto. Le notti più faticose sono quelle in cui ci ritroviamo a fare i conti con
peccati personali e vizi antichi che credevamo di aver sconfitto e che invece
sembrano sclerotizzati. Le notti peggiori sono quelle in cui non ci è più dato
di sperare che potremmo diventare migliori cambiando luogo, compagni di viaggio,
scelte vocazionali, condizioni di vita. Le notti peggiori sono quelle che
arrivano quando siamo già vecchi e non abbiamo più voglia di accettare che ci
sia ancora qualcosa di sconosciuto in noi. Invece lo Sconosciuto, per fortuna,
presidia.
Il peccato c’è, per tutti. Non i difetti, non il generico errore ma il male in
qualche sua declinazione. In noi. Un male incarnato e unico che si manifesta
grazie alle nostre scelte, al nostro corpo, al mostro esserci. Peccato come
ostacolo al movimento Trinitario di salvezza. Riconoscerlo e confessarlo, dice
Agostino, ci mette già accanto a Dio. Ma questo processo, se affrontato con
verità e coraggio è dolorosissimo. Se affrontato in età adulta ancora di più.
Serve grandissima fede, serve di aver incontrato il Risorto per non morire
dentro la propria notte.
Però si può rinascere, e lo si può fare solo quando si è vecchi, forse proprio
perché liberi dall’illusione che il male che ci abita, una volta individuato,
sia risolto. Forse perché da vecchi finalmente ci si accorge che non ci si può
partorire da soli, serve essere rimessi al mondo da Dio. Forse perché, da
vecchi, si dovrebbe aver imparato l’arte della misericordia. Essere incapaci di
perdono è la nostra vera condanna. È ciò che ci rende radicalmente diversi da
Dio.
*
Chi crede
> “Tutto si concentra nell’uomo, e in primo luogo nell’uomo-Dio, che è Cristo;
> tutto deve ritornare a Dio mediante Cristo e i cristiani (In III Sent. Prol.).
> L’umanesimo di san Tommaso ruota dunque intorno a questa intuizione
> essenziale: l’uomo viene da Dio e a Lui deve ritornare. Il tempo è l’ambito
> entro il quale egli può portare a compimento questa sua nobile missione,
> mettendo a profitto le opportunità che gli sono offerte sul piano sia della
> natura che della grazia”.
>
> (Messaggio di Giovanni Paolo II ai partecipanti al congresso internazionale
> tomista, Castel Gandolfo, 16 settembre 2003)
Nicodemo entrando nella notte, incamminandosi verso l’uomo-Dio che è Cristo si è
concentrato nel nucleo incandescente che abita ogni essere umano. Il suo
itinerario è davvero il percorso di una vita. Non siamo al mondo per altro.
Siamo vivi per incamminarci nella notte che ci portiamo dentro e per poter
incontrare lì, sulla vetta del monte, il volto di un Dio che ci chiede di
slegare il primogenito, di non trattenere l’amore. Siamo vivi per incamminarci
nel cuore della notte che ci portiamo dentro per scoprire che siamo nati perché
da Dio veniamo e a Dio ritorniamo. Ciò che esula da questo movimento è
disumano.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: immagini dal ciclo “La Santa Faz” di Francisco de
Zurbarán, XVII secolo
L'articolo Trinità. Cercare Dio nella notte proviene da Pangea.
Il libro di Paolo Riberi, La voce della Dea gnostica. Tuono, mente perfetta: da
Nag Hammadi ad Alan Moore (Venexia, 2025) analizza uno dei testi più enigmatici
ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi, in Egitto: un componimento poetico in cui una
divinità femminile parla in prima persona con la lingua della dualità: Io sono
la prima e l’ultima. Io sono la onorata e la disprezzata. Io sono la puttana e
la santa[1]. Riberi affronta il tema del femminino sacro, centrato in
particolare sulla figura di Iside, rivela le radici arcaiche, cristiane e
pagane, del verbo che si traduce in potenza (Μεγάλη Δύναμις) e il filo che lega
nell’invisibile tutte le religioni e i culti, dall’antico Egitto al pantheon
greco e latino sino al cristianesimo esoterico.
Riberi studia l’identità e i richiami della misteriosa voce che è divinità
femminile e maschile (nei passaggi in cui è tradotto dallo stesso Riberi Io sono
Colui), indaga i legami simbolici tra le divinità che riconducono all’origine,
al doppio carattere della Dea che si dà nella dualità nel mondo materiale per
sottendere sempre l’unicità dell’Uno nel Pléroma. Il femminino sacro qui
menzionato consta di: Sophia, la Sapienza divina degli gnostici caduta nella
materia; Chokmah, la sapienza personificata che in ebraico assume sembianze
femminili; Iside, la dea universale egizia; Eva, nel suo essere canale di
conoscenza in quanto già il Giardino dell’Eden è opera del Demiurgo nel mito
gnostico, e la conoscenza donata dal serpente (un’alterità di Eva) non è il male
ma l’offerta del percorso di catabasi che permette la ricongiunzione; Asherah,
l’antica e dimenticata consorte di Yahweh nella tradizione ebraica; Maria
Maddalena, concepita non solo come seguace, ma come depositaria di una
conoscenza superiore, trasmessa dai Vangeli gnostici di Filippo, di Maria, e di
Verità.
Come in altri suoi lavori, Riberi non si limita ad analizzare l’eco di tali
figure nell’antichità, racconta come l’archetipo della Dea e della conoscenza
sia sopravvissuto e riemerso oggi in opere moderne, ad esempio in Alan Moore
(Watchmen e Promethea), Ridley Scott (Alien e Prometheus), Toni Morrison. La
voce della Dea Gnostica include – ed esordisce con – una nuova traduzione del
manoscritto Tuono, Mente Perfetta, e una serie di paragoni con altri testi
antichi in cui a parlare è il femminino sacro. Tra le pagine di questo bel libro
di Paolo Riberi, il deserto di Nag Hammadi sussurra il nome di una madre
dimenticata, c’india in un’archeologia del dolore e del trionfo, dove il reperto
storico si fa ferita e guarigione; l’ombra di Iside è il mistero della
Gnosi. Riberi rintraccia la sapienza di Sophia nella potenza di Iside (Io sono
la Sophia dei greci, e la Gnosi dei barbari[2]), la Dea egizia, che ricompone le
membra sparse di Osiride si rifrange nello specchio cosmico in quanto Sapienza
che si è frantumata nel mondo. È il dramma del divino che si fa materia,
l’astrazione greca che s’incarna nel rito egizio per evocare la dualità: Io sono
la onorata e la disprezzata. Riberi ci conduce nel labirinto dello specchio
rotto del mondo, dove il volto di Iside si fonde con quello della Sophia caduta,
la prostituta santa che abita l’esilio del corpo. Il testo è una catabasi e
un’anabasi tra la dialettica del logos greco e il misticismo più oscuro. La Dea
di cui Riberi scrive non è la rassicurante figura del dogma; è un’entità
liminale, una creatura d’abisso che sfida la legge del Demiurgo – quel dio cieco
e geloso che ha imprigionato la luce nel fango.Qui, mistica, magia e fede sono
il campo di battaglia; Maria Maddalena e Asherah riemergono potentissime dalle
macerie del patriarcato teologico, rivendicando una spiritualità che non teme il
desiderio, che non tarpa l’intuizione, ma la eleva a unica, sola fiamma di
verità nella lingua del silenzio. La ricerca di Riberi, nel suo rigore, si tende
nel recupero di un mistero celato, strappa il velo che ha coperto per secoli la
voce del tuono, permettendoci di ascoltare un divino che non giudica,
deflagra. È un invito a riconoscere la Dea di Tuono, Mente Perfetta che abita le
nostre contraddizioni più feroci: la santità nel fango, la luce nell’orrore, la
pienezza nel vuoto, un ritorno all’origine. Leggerlo è un’iniziazione potente;
Riberi ci restituisce una storia sommersa: lo Gnosticismo in quanto conoscenza
che sconfina dal dogma, poiché il sacro non ristagna inchiodato alla dialettica
servo/padrone, ma abita il paradosso di un’entità (da cui la nostra anima umana)
che è, contemporaneamente, schiava e regina, una e molteplice, inizio e fine. È
un viatico nella meraviglia del terrifico, verso la propria scintilla divina.
L’abisso chiama l’abisso; senza volontarismi, studiando lo Gnosticismo, sempre
più mi viene in mente (e perciò rileggo) lo Zarathustra di Nietzsche. Per
specchiarsi in Ialdabaoth, il Dio cieco, bisogna avere il coraggio di
Zarathustra quando scende dalla montagna, portando con sé il fuoco di una verità
che incenerisce le consolazioni umane. Nello Gnosticismo, il creatore di questo
mondo non è il Sommo Bene, ma Ialdabaoth: il figlio abortito di Sophia,
un’entità con il volto di leone e il corpo di serpente, nato da un atto di
hybris e rimasto intrappolato nella propria ignoranza: il Demiurgo, l’architetto
di una prigione di carne che noi chiamiamo realtà, Ialdabaoth, grida la sua
gelosia e la sua vendicativa possessività, quale impedimento del Kénoma (il
mondo vuoto) di assurgere alla luce del Pléroma (la pienezza della presenza). È
il Dio della Legge, del Tu devi, colui che incatena lo spirito alla ripetizione
eterna del bisogno e della sofferenza. Nietzsche e lo gnostico si stringono la
mano in silenzio. Il Dio morto di Zarathustra non è forse proprio questo
Demiurgo? Nietzsche smaschera la morale dottrinale come una creazione di
Ialdabaoth: una struttura che nega la vita, odia il corpo e trasforma la
debolezza in virtù. Mentre lo gnostico cerca di sfuggire allo sguardo soffocante
del Dio malvagio per tornare al Dio Supremo, Zarathustra invita a calpestare il
cadavere del Dio che punisce e castiga per far nascere l’Oltreuomo (uomo che si
fa divino). Entrambi riconoscono che il mondo costruito sulla Legge e sulla
Colpa è un’illusione che deve essere infranta.
La Dea Gnostica è la scintilla ribelle che Ialdabaoth cerca disperatamente di
spegnere; è l’ebbrezza dionisiaca che Nietzsche oppone alla rigidità
apollinea. Come l’Inno di Sophia è il canto di chi ha attraversato il nichilismo
più nero e ne è uscito integro (Io sono la vergogna e la franchezza[3]),
Zarathustra è colui che accoglie il paradosso dell’eterno ritorno: il grande
dire di Sì alla vita, anche al dolore più atroce, trasformando la prigione del
Demiurgo in un teatro di creazione suprema. Nietzsche scrive con il sangue, lo
gnostico scrive con la luce, la ferita è la medesima. Il Demiurgo è la
Soggettività tirannica, è il limite che ci impedisce di essere Dei. La voce
della Dea è il richiamo a risvegliarsi dal sonno ipnotico imposto da Ialdabaoth,
se il Demiurgo incarna il nichilismo che ci vuole schiavi di una verità imposta,
la Gnosi è l’atto di rivolta assoluto: l’istante in cui l’uomo comprende che la
chiave della cella è sempre stata nelle sue mani, nascosta tra le pieghe del
proprio caos interiore.
Eva tentata in una miniatura di Berthold Furtmeyr (XV secolo)
Ialdabaoth è tutto ciò che in noi dice No alla vita. La Dea è il Sì che deflagra
oltre ogni morale (Nietzsche si dichiarava il primo immoralista della storia,
ciò non significa non avere un’etica, ma sovrastare il moralismo che restringe
la sete di conoscenza). Nel libro di Paolo Riberi però non è presente il
paragone con Nietzsche, ma il confronto costante con un divino che si manifesta
in quanto potenza che unisce gli opposti; Iside, in quanto impalcatura su cui
poggia l’enigma di Tuono, Mente Perfetta, ne è la Matrice Madre, l’ombra
luminosa che precede e nutre la Sophia gnostica. Riberi traccia un parallelismo
filologico diretto: l’inno di Nag Hammadi è strutturato esattamente come le
antiche aretalogie isiache, e vi sono dei parallelismi anche con il Libro di
Dinanukht, con L’origine del mondo e L’ipostasi degli Arconti. In Egitto, Iside,
nelle aretalogie parlava dicendo:
> Io sono Iside, sovrana di ogni terra (…). Io ho stabilito ordini per i
> mortali. Io ho fissato leggi che nessuno può cambiare. Io sono la più vecchia
> tra le figlie di Crono Io sono la moglie e la sorella di Re Osiride. Io sono
> colei che ha scoperto il frutto per i mortali. Io sono la madre di re Horus.
> Io sono colei che sorge nella costellazione del Cane. Io sono colei che viene
> chiamata ‘dio’ dalle donne (…). Io ho stabilito lingue diverse per i greci e
> per i barbari. Io ho istruito la pietà per i supplici. Io onoro coloro che si
> difendono con giustizia. Con me, la giustizia è potente. Io sono la signora
> dei fiumi, delle acque e del mare. Nessuno è onorato, senza il mio giudizio.
> Io sono la signora della guerra. Io sono la signora del tuono[4].
Nel testo gnostico, tale voce trasfigurata mantiene la stessa autorità regale.
Iside è il modello archetipico della divinità che non ha bisogno di
intermediari: lei è la Legge, la Natura, la Sapienza. Se Iside è la grande
potenza inviata dalla forza sovrana che tiene insieme (religo) il cosmo, la voce
di Tuono ne estremizza i contrasti. Iside è colei che cerca le membra sparse di
Osiride (il dio smembrato); allo stesso modo, la Dea gnostica cerca le scintille
divine sparse nel mondo del Demiurgo. Iside rappresenta la concordia
oppositorum (l’unione degli opposti): è sposa e sorella, vita e regina dei
morti, è la fertilità del Nilo e il silenzio del sepolcro. In Tuono, Mente
Perfetta, questa dualità assume un volto lirico: Io sono la moglie e la vergine.
Io sono la madre e la figlia. Iside presta la sua veste cosmica a questa nuova
entità, facendosi portavoce di ogni coscienza risvegliata.
“Come si è già avuto modo di approfondire mediante il confronto con l’Ipostasi
degli Arconti e l’Origine del Mondo, nella danza delle immagini maschili e
femminili che contraddistinguono il brano si cela un antico enigma che rinvia al
mito gnostico di Adamo ed Eva.
Quando però la Eva umana lascia definitivamente spazio alla sua controparte
spirituale, la Dea, ecco che anche il personaggio maschile cessa di coincidere
con Adamo, e diviene “colui che ha generato” la protagonista, le ha conferito la
sua forza e ha preordinato ogni sua azione fin dal principio dei tempi: “ciò che
egli desidera a me accade”.
Si tratta della grande potenza, il supremo principio maschile di cui la Dea
rappresenta la controparte femminile, e che nel primo verso di Tuono, mente
perfetta invia la protagonista sulla Terra. L’obiettivo è delineare un’analogia
con le figure umane di Adamo ed Eva, costruendo una perfetta proposizione:
Eva-Adamo = Dea-Grande Potenza
Proprio come Eva è la metà femminile di Adamo, la Dea è la metà femminile del
Signore dello Spirito, la Grande Potenza: la prima coppia rappresenta l’origine
dell’umanità, mentre la seconda è la sorgente dell’universo divino del Pléroma,
situato al di là della volta celeste.”[5]
Ilaria Palomba
*In copertina: William Blake, “The Temptation and Fall of Eve”, 1808
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[1] P. Riberi, La voce della Dea Gnostica, Venexia, p. 11
[2] Ivi, p. 15
[3] Ivi, p. 13
[4] Ivi, pp. 47-48
[5] Ivi, pp. 132-133
L'articolo “Io sono la signora del tuono”. Solo la Dea Gnostica può salvarci
dalla prigionia del Demiurgo proviene da Pangea.
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme
nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento
che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.Apparvero loro
lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e
tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue,
nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il
cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li
udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la
meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come
mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti,
Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del
Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti
della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e
Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». Tutti
erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: “Che cosa significa
questo?”. Altri invece li deridevano e dicevano: “Si sono ubriacati di vino
dolce”. (At 2, 1-13)
*
Come all’irrompere di un vento impetuoso
> “La Chiesa ha bisogno d’essere tempio di Spirito Santo (Cfr. 1 Cor 3, 16-17;
> 6, 19; 2 Cor 6, 16), cioè di totale mondezza e di vita interiore; ha bisogno
> di risentire dentro di sé, nella muta vacuità di noi uomini moderni, tutti
> estroversi per l’incantesimo della vita esteriore, seducente, affascinante,
> corruttrice con lusinghe di falsa felicità, di risentire, diciamo, salire dal
> profondo della sua intima personalità, quasi un pianto, una poesia, una
> preghiera, un inno, la voce orante cioè dello Spirito, che, come c’insegna S.
> Paolo, a noi si sostituisce e prega in noi e per noi «con gemiti ineffabili»,
> e che interpreta Lui il discorso che noi da soli non sapremmo rivolgere a Dio
> (Cfr. Rom 8, 26-27)”.
>
> (Paolo VI, Udienza generale, Mercoledì 29 novembre 1972, www.vatican.va)
Pentecoste era in origine una festa della mietitura, del raccolto, una falce a
decapitare grani maturi. Pentecoste potrebbe essere per noi, ancora, un taglio,
una ghigliottina rispetto alla “muta vacuità di noi uomini moderni, tutti
estroversi per l’incantesimo della vita esteriore”. Mietere è staccare,
sradicare, atto violento e apparentemente privo di dolcezza. Chi miete sancisce
il destino del frutto: la macina. Frantumazione per diventare cibo. Incantati
dalla vita esteriore crediamo che Pentecoste possa essere possibile solo come
alito di vento leggero che ci abilita alla predicazione fino a renderci
comprensibili da tutti. Addirittura di elevarci fino a renderci utili o, peggio,
degni di predicazione tra i sapienti. Come se il mondo stesse ad aspettare il
verbo pacificato e pacificante. Comprensibile. Come se il Cristo avesse
dimenticato la croce. E la falce.
Pentecoste, almeno due secoli prima dell’era cristiana, si trasformò in
commemorazione per il dono della legge al Sinai, il popolo liberato dal faraone
diventa popolo dell’Alleanza. Ma rimanere liberi è molto più difficile che
fuggire dalle strutture del potere. Il faraone che abbiamo dentro ci segue, ci
trattiene e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Per rimanere liberi serve un
altro esodo, dall’alto. E sarà sempre improvviso. E fragoroso. Sarà una
teofania. La Pentecoste cristiana è figlia dell’irruzione dello Spirito che si
abbatte fragorosamente in noi. Si può rinascere solo dall’alto. L’incantesimo
del mondo lo può spezzare solo l’Altissimo. Teofania a risvegliarsi
dall’illusione che un’antropologia buona sia già Vangelo. Davanti a un testo
così sta a noi di decidere ogni giorno se valga ancora la pena di assumersi il
rischio di pregare per farci invadere ancora dallo Spirito oppure no. A noi di
assumerci il rischio di riunire tutto quello che siamo e offrirlo all’invasione
dolcissima e terribile del Dio Risorto. “Fai di me ciò che vuoi” o zittiscimi,
impediscimi di parlare di te, mietimi la lingua, costringimi al silenzio. “Fai
di me ciò che vuoi”, aiutami quindi, ti prego, a riconoscere l’attimo esatto e
terribile in cui smetto di essere al tuo servizio e mi perdo nella Babele dei
miei pensieri. Invoco Pentecoste per non rimanere schiavo di me stesso.
Albrecht Dürer, Pentecoste, 1510
*
Lingue come di fuoco
> “…uno Spirito che sembra presiedere le nascite, le gestazioni. Quando inizia
> qualcosa, quando germoglia qualcosa, quando è il giorno di una nuova
> creazione, allora lo Spirito è presente e «dà vita». «Dà vita»: diciamo nel
> Credo.”
>
> (Angelo Casati, Gli occhi e la gloria, Centro Ambrosiano, 2003)
Lo Spirito Santo è fuoco, aveva ragione il Battista, ma è stato Cristo, drago
divino, a portare il fuoco sulla terra. Lingua di fuoco che veniva capita dagli
uomini non perché comprensibile ma perché penetrava fino al punto più intimo
dell’animo umano, perché era lingua di fuoco che intercettava il nervo scoperto
della Verità. Ma la verità può incendiare di stupore o indurci alla difesa, per
paura. O, peggio, può spingerci a ribellarci con violenza: si inchioda Cristo
alla croce perché lo si è capito!
Che la lingua sia divina, che sia comprensibile non è per nulla sicurezza di
conversione. Che sia comprensibile, che avvenga la pentecostale comunicazione è
innegabile, ma questa non produce per forza assunzione docile del Verbo. Anzi.
La vita nuova non si dà per incantesimo divino, procede per incendio del nostro
uomo vecchio. Fare falò delle nostre sicurezze, accatastare e incendiare la
legna delle nostre illusioni. Se siamo ancora vivi è perché siamo stati
battezzati nel cratere di divini incendi. Lo Spirito è vero che “dà vita”, che
presiede nascite, ma lo fa con spada di fuoco.
Difficile decidere di nascere se non sono gli eventi a incendiarci la casa dove
stiamo seduti, al sicuro. Davanti a questo testo scoprirsi a cercare nel proprio
passato tizzoni di vita carbonizzati nella speranza di non aver vissuto invano.
Che non sia tutto solo cenere.
*
Si sono ubriacati di vino dolce
La traduzione letterale dal greco proposta dalla bibbia interlineare di Alberto
Bigarelli edita per San Paolo nel 1998 dice «Erano fuori di sé poi tutti ed
erano incerti, uno all’altro dicendo: “Cosa vuole questo essere?”. Altri invece
schernendo(li) dicevano: “di mosto riempiti sono”». E forse sarebbe da leggere
così la Bibbia, mi dico, sempre, traducendo parola per parola e incespicando,
incerti come ubriachi finalmente fuori di sé.
Pietro con raffinata ironia e prontezza dirà che non si tratta di vino dolce,
che sono solo le nove del mattino, che quell’essere fuori di sé è profezia. E
cita il profeta Gioele.
> Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio –
> su tutti effonderò il mio Spirito;
> i vostri figli e le vostre figlie profeteranno,
> i vostri giovani avranno visioni
> e i vostri anziani faranno sogni.
>
> (At 2,17)
E così ad essere ubriaco d’amore, nelle parole di Pietro, ad essere fuori di sé,
definitivamente fuori di sé, a incespicare in promesse insostenibili per l’umana
debolezza, pare essere Dio in persona. Trinitario nel suo tuffarsi nel creato.
Davanti a questa effusione del suo Spirito, a questa semente gettata senza
apparente discernimento, qualcuno si interroga. “Non ci ardeva forse il cuore?”,
il significato di questo vento e di questo fuoco e di questo cuore che arde in
petto come il cuore dei discepoli di Emmaus sconvolge chi si sente raggiunto
dallo Spirito. Qualcuno prende quella domanda e la dispiega, la lascia libera di
porsi. Come fece Maria, la madre del Cristo, all’inizio dei nuovi inizi. E così
forse Pentecoste è anche festa di chi si domanda ancora che senso abbia vivere.
Più ancora, domanda di chi non si limita a parlare di Dio, esercizio spesso
noioso e sterile, ma che fa parlare quel Dio che fragorosamente è penetrato
nelle carni, nelle ossa, nel cuore. Alle nove di un qualunque mattino qualcuno
si mette ancora in ascolto di parole ubriache di possibilità. E implora che la
poca fede che lo abita non lo spinga a deridere tutto questo come fosse utopia.
Credere in Dio è credere che lui creda ancora nell’uomo, fino a farsi bruciante
casa in lui.
Che qualcuno si faccia beffe di questa possibilità appare scontato. Che qualcosa
in noi continui a sabotare questa eventualità è normale e forse, addirittura,
paradossalmente, salutare. Permette la lotta. Il confronto.
Ubriacarsi di Spirito, bere come mosto dolce alla Sacra Scrittura ogni giorno,
lasciare che la lingua si sciolga, si perda, si incendi, si lasci finalmente
abitare dal Verbo. Esercitarsi a uscire da se stessi, a non trattenersi.
Accettare che il mondo ci prenda per folli. Ma farlo sempre e solo nel solco di
Gesù di Nazareth. Lui, il Maestro pericolosamente fuori di sé che troviamo nelle
Beatitudini, il Dio del perdono, così fuori di sé da essere stato crocifisso
fuori da Gerusalemme. Pentecoste è solennità che impone verità. Credente è solo
colui che tenta di uscire di sé seguendo le orme del Cristo. Il resto rischia di
essere mero narcisismo spirituale.
Pentecoste è implorare Dio di non cadere nel pericoloso peccato di credere di
credere in lui mentre invece seguiamo solo noi stessi. Avere accanto compagni
credibili di viaggio. Gente di fede. Trovare il coraggio di ascoltarli può
salvarci. E ridere. Ridere sempre di noi. Come fossimo davvero ubriachi di vino
dolce, perché se lo Spirito accetta di abitarci, se a volte sembra che riusciamo
a non oscurarlo troppo, è davvero solo per Suo cocciuto amore nei nostri
confronti.
*
Pentecoste, inviolabile silenzio
> “Ha bisogno la Chiesa di riacquistare l’ansia, il gusto, la certezza della sua
> verità (Cfr. Io 16, 13), e di ascoltare con inviolabile silenzio e con docile
> disponibilità la voce, anzi il colloquio parlante nell’assorbimento
> contemplativo dello Spirito; il Quale insegna «ogni verità» (…) Uomini vivi,
> voi giovani, e voi anime consacrate, voi fratelli nel sacerdozio, ci
> ascoltate? Di questo ha bisogno la Chiesa. Ha bisogno dello Spirito Santo.
> Dello Spirito Santo in noi, in ciascuno di noi, e in noi tutti insieme, in
> noi-Chiesa. (…) Come mai si è affievolita questa pienezza interiore in tanti
> spiriti, che pur della Chiesa si dicono? come mai tante schiere di fedeli
> militanti nel nome e sotto la guida della Chiesa si sono impigrite e diradate?
> come mai molti si sono fatti apostoli della contestazione, della laicizzazione
> e della secolarizzazione, quasi pensando di dare più libero corso alle
> espressioni dello Spirito? o talvolta più fidando nello spirito del mondo, che
> in quello di Cristo?”.
>
> (Paolo VI, Udienza generale, Mercoledì 29 novembre 1972, www.vatican.va)
Pentecoste come solennità che ci porti a pregare per
ritrovare ansia e gusto della divina verità. Pentecoste che ci riporti in un
luogo chiuso e silenzioso, spazio indispensabile per tentare l’assorbimento
contemplativo dello Spirito. Assorbimento contemplativo. A questo siamo
chiamati, amati e disarmati, svuotati e abitati, affamati e desiderati. A questo
siamo chiamati, alla contemplazione che assorbe e si lascia assorbire dall’Uomo
dello Spirito Gesù di Nazareth. Contemplazione, per liberarci dalla perenne
tentazione di ridurci ad apostoli della contestazione, della laicizzazione,
della secolarizzazione ma anche, contemplazione in grado di farci discernere
Tradizione da tradizionalismo di facciata, lingua di fuoco a incenerire
l’illusione di ogni tipo di potere mondano.
Spirito Santo vieni, vieni sempre, vieni ancora e che ognuno di noi ti possa
aspettarti con “inviolabile silenzio e con docile disponibilità”.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: El Greco, “Pentecoste”, 1597-1600
L'articolo Pentecoste: accettare che il mondo ci prenda per folli proviene da
Pangea.
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù
aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla
terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò
che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del
mondo». (Mt 28, 16-2)
*
Discepoli sottratti da presunte perfezioni
> In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù
> aveva loro indicato.
>
> (Mt 28,16)
> “L’Ascensione era una festa che legava il cielo alla terra e ricordava un
> miracolo che aveva in qualche modo una sua rispondenza alle rappresentazioni
> dell’uomo. Ma oggi noi ci troviamo in un mondo così desacralizzato che le
> nostre rappresentazioni non sappiamo più dove appoggiarle: mancano i
> sostegni”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Edizioni Borla, 1984)
Ha ancora ragione Balducci, oggi mancano i sostegni per rappresentare al mondo
che la terra è legata al cielo. Mondo desacralizzato. Mancanza di sostegni:
parole e gesti rimangono sospesi, non si appoggiano a nulla di dogmaticamente
intoccabile, tutto è discutibile, mancano luoghi seri di confronto, tutto pare
sbriciolare in opinioni contrastanti, la terra sembra sempre più cercare
legittimità d’esistenza solo nella terra. A volte anche chi dovrebbe parlare di
Cielo ha sabbia tra i denti.
Faccio mia l’immagine, quella di uomini e donne, discepoli, che non hanno più il
sostegno visibile del Cristo tra di loro. Esco dalla lettura sociologica. Forse,
mi dico, non è solo problema contemporaneo: l’assenza del sostegno è identitaria
del nostro essere al mondo, del nostro continuo tentativo di credere. Anche il
Cristo storico, sostegno visibile del Dio invisibile, per far procedere la
storia, ha dovuto, alla fine, sottrarsi ai suoi. Per mostrarsi sì, ma in altro
modo.
Infatti, nel Vangelo di oggi, zoppicano i discepoli, già nel nome, non più
Dodici ma solo Undici, mancanti, il tradimento di Giuda non è solo atto
personale ma comunitario, e cambia notevolmente la percezione dei chiamati. Non
più pienezza a ricordare le dodici tribù di Israele ma Undici, a implorare, già
nel nome, il bisogno di essere sanati.Nessun sostegno nel proprio nome, nessuno
nella propria memoria. Gli Undici, in qualche modo, sono corpo che ha tradito le
promesse, sono chiesa battezzata nel fallimento.
Nessun sostegno neppure dalla loro fede.
> Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
>
> (Mt 18,17)
Mi ha sempre colpito questo passaggio. Siamo alla fine del Vangelo. Sarebbe
stato più logico invertire l’ordine, prima il dubbio, poi la prostrazione e,
infine, grazie alla fede, la visione. Invece no. Il Vangelo sta finendo e gli
Undici prima vedono, poi si prostrano e infine dubitano. Nessun sostegno nella
loro presunta perfezione, nessun sostegno dalla loro fede che pensavano provata
e perfetta (le promesse di Pietro!): il dubbio permane.
*
Sottratto ai loro occhi
> “Era necessario che egli fosse sottratto ai loro occhi, perché finalmente essi
> potessero prestare attenzione alle sue parole, e non rimanere invece sospesi
> agli occhi, e a quello che sotto i loro occhi Gesù avrebbe dovuto fare. Era
> indispensabile che egli fosse elevato, perché anche la loro mente finalmente
> si elevasse dalla terra”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007)
Era necessario, e lo è ancora, che nella vita, un giorno, manchino i sostegni.
L’ascensione è questo, passaggio di sottrazione. Gesù si sottrae dalla vista dei
discepoli affinché possano prendere coscienza della propria identità profonda:
esseri imperfetti e mancanti. Come noi.
Siamo bisognosi. Siamo ammalati, lebbrosi, peccatori, ladri, traditori. La
sottrazione del Maestro aiuta chi crede a comprendersi, finalmente. A sentirsi
mancanti. Il fatto che Cristo fosse capito dai peccatori non era solo nota di
colore, critica banale al potere costituito, era invece passaggio costitutivo di
un cammino di fede. Fino a quando i discepoli si limitavano a osservare
dall’esterno la misericordia del loro Signore verso la categoria degli
sfortunati quello che capivano davvero era: niente. Non li salvava lo sguardo
patetico dei buoni che, in virtù della loro appartenenza alla Chiesa, guardano
con dolcezza i poveri. Non li salvava credersi in comunione con il Dio
immensamente buono. Non è questo che aiuta ad entrare in relazione con il
Vivente ma il fatto di sentirsi, finalmente, peccatori tra i peccatori.
Sinceramente e perdutamente peccatori. Liberi dall’illusorio sostegno di
sentirsi bastanti a se stessi.
Undici impauriti che devono scappare da Gerusalemme. Undici scelti dal Maestro
che ancora dubitano di lui, a pochi versetti dalla fine. Questo siamo. Fino a
quando non percepiamo che questo è lo spazio indispensabile per franare in
Cristo nulla capiamo di lui. Franare, come chi non ha sostegno in sé. Come chi
non ha sostegno nelle impalcature di pensiero, nelle impalcature pastorali,
nelle finte sicurezze del denaro, del potere, del ruolo, del riconoscimento.Come
chi si sente comunque Undici, in fondo al cuore, come chi si sente finalmente
affamato, bisognoso, ammalato, morto. Come chi smette di credersi sostegno per
gli altri e avanza, barcollando, sperando che Lui, unico sostegno, intervenga. O
che il nostro cadere sia un rovinare nelle sue braccia misericordiose.
*
Senza sostegni: cosa rimane?
Senza un sostegno visibile. Senza il sostegno dell’idea impeccabile di sé e di
una fede che si credeva inscalfibile, si smette finalmente di vivere
altezzosamente, ci si umilia. Non è passaggio moralistico, non è passaggio che
si può evitare, è la perdita della faccia. Se questo non avviene la conversione
è semplicemente impossibile. Siamo poveri cristi impauriti. Solo dopo questa
dolorosissima constatazione, solo dopo che si è fatto i conti con il fatto che
anche noi abbiamo rifiutato la manifestazione di Dio in Cristo, solo dopo
possiamo rimetterci a cercarlo. Vale per tutti.
Senza Cristo sostegno visibile cosa rimane? Prima di tutto la Galilea. È lì che
tornano.
> “La Galilea era la culla della comunità dei discepoli, il luogo di nascita
> della chiesa di Gesù (16,13.18). […] è dunque la terra di rifugio; è l’opposto
> di Gerusalemme e offre protezione dalle mire dei capi giudei”.
>
> (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014)
Galilea luogo di memoria, luogo degli affetti, luogo di rifugio. Spazio vitale
dove Cristo aveva manifestato il suo incessante voler aver bisogno dell’uomo.
Occorre ritornare a rileggere la storia con lui. Con un Dio che svuotandosi,
dalle membra fragili di un bambino, chiede all’uomo rifugio e protezione. Con lo
stesso Messia che chiama alla sequela dei pescatori. Con la testimonianza
incessante del Maestro di entrare in dialogo con il bisogno di salvezza che
abita l’uomo che accetta di fare i conti con la propria fragilità. Ritornare
alla Galilea, terra di protezione, è purificare la nostra vocazione. I discepoli
non sono stati chiamati per merito ma è stata proposta loro una possibilità, una
terra promessa, un luogo accogliente, una relazione. Alla luce della nostra
sequela di e con Cristo, alla luce dello svelamento del suo stile, lo seguiremmo
ancora? Questa è la domanda bruciante! Alla luce del Calvario, della morte, alla
luce di quanto abbiamo compreso: riusciremmo a vivere senza di lui? Diremmo
ancora sì alla sua chiamata? L’Ascensione mi pare ci inviti a sprofondare in
questa drammatica domanda: adesso che lui non cammina più visibilmente tra di
noi, adesso che gli occhi non lo vedono, adesso che abbiamo intuito che la croce
è passaggio che non si può eludere, adesso, tornando alla nostra Galilea,
risponderemmo ancora affermativamente alla chiamata di Cristo?
Mi pare che Cristo, riportando gli Undici in Galilea riporti anche noi ai nostri
inizi, spesso inconsapevoli, o ingenui. Adesso, a distanza di una vita, gli
direi ancora di sì? Lo seguirei, sapendo dove mi ha portato?
Forse fede è dire di sì. Anzi è dire che lo seguirei proprio perché mi ha
portato qui, dove non avrei avuto coraggio di arrivare, nel cuore delle mie
miserie trasfigurate dalla sua Presenza.
Cosa resta senza il suo sostegno visibile? I monti. Cristo riporta i suoi
discepoli su un monte.
> “Anche davanti a «il monte» i lettori non penseranno a un determinato monte in
> senso geografico, ma a «il monte» che essi conoscono dalla lettura del
> Vangelo. Ma quale? Ciò resta ancora imprecisato. […] al monte della terza
> tentazione […] al discorso della montagna […] al monte della trasfigurazione
> […]. Fra queste tre possibili associazioni non è più possibile distinguere”.
>
> (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014)
Serve comunque un monte. Serve un pezzo di terra che ascende fino a conficcarsi
nel costato del cielo, serve la Sua manifestazione a purificare l’idea di
“sostegno” sbagliata che ci abita. Non abbiamo bisogno del sostegno del potere,
questo dice dal monte delle tentazioni. Abbiamo bisogno di compassione, questo
ribadisce dal monte delle Beatitudini. Abbiamo bisogno del sostegno della
Scrittura e dei profeti, abbiamo bisogno di divina alleanza, questo racconta dal
monte della Trasfigurazione.
Siamo discepoli svelati nella loro fragilità ma tenuti in vita dalla nostra
Galilea, luogo dove ci siamo innamorati di lui, e dai monti, luoghi dove Cristo
ha svelato l’innamoramento di Dio nei nostri confronti.
Abitando questo spazio, e abitandolo da affamati, accade l’incontro. Che non
sarà più incontro con il Cristo della storia ma sarà comunque incontro con il
Vivente nella storia, la nostra.
*
In modo misterioso
> Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla
> terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome
> del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare
> tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino
> alla fine del mondo».
>
> (Mt 28,18-20)
> “L’ascensione non sottrae Gesù dal nostro mondo, non gli impedisce di essere
> presente in mezzo a noi, in modo misterioso, ma molto efficace”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, Apostolato della
> Preghiera, 2004)
Gesù si avvicina. Questa è la fede. Noi senza sostegno e lui che si fa vicino.
Solo chi ha sperimentato la Grazia di questi momenti può testimoniarlo. Lui, dal
cuore del cielo e dal cuore della terra, a raccontarci che tutto è in suo potere
cioè che tutto parla di lui. Che ogni luce e ogni ombra è abitata dalla
possibilità di fare esperienza di lui. Che il potere della morte, che pare così
evidente, è stato battuto. Siamo in potere suo. Questo l’unico sostegno. Non
resta che testimoniarlo. Non resta che raccontarlo con la vita. E non solo per
una questione di gratitudine, non per un mandato, ma perché se non lo si vive
questo potere d’amore e di misericordia, non lo si crede. Se la vita non si
battezza nel suo nome, se non si immerge la storia che viviamo in Lui mai
svelerà la sua vocazione profonda, mai mostrerà la possibilità di poter
incontrare il Risorto nelle pieghe di ogni storia. La nostra conversione passa
per la missione. I fratelli diventano così doni indispensabili per fare
esperienza della presenza di Dio in mezzo a noi. In modo nuovo.
Una presenza che rimane nascosta a chi non battezza il mondo in Lui. Una
presenza che non è oggettiva, misurabile, incontrovertibile. Ma che nemmeno lo è
mai stata, nemmeno il Cristo storicamente presente tra gli uomini ha convinto
tutti di essere la manifestazione visibile del Padre. Una presenza che richiede
un passaggio di fiducia, l’apertura dello stupore, la possibilità di credere che
questo mondo, con tutti i suoi drammi, con le sue contraddizioni, è spazio per
la manifestazione di Dio. Che il mondo sia davvero solo in Suo potere.
Siamo su un terreno fragilissimo. È la lotta spirituale quotidiana, è la
tentazione: e se mi stessi solo sforzando di credere per paura di morire e
quindi di vivere? E se continuassi a stordirmi di letture sacre solo per non
ammettere che siamo frutto del caso? E se l’illusione della Sua presenza in
certi momenti drammatici e luminosi della mia vita fosse solo il dannato bisogno
di avere una minima speranza per non morire di disperazione?
Forse è davvero solo così. Forse tutto questo è davvero solo frutto di
un’ostinata speranza.
*
Il sostegno della speranza
> “La vostra vita non può essere valutata a procedere dai cambiamenti che essa
> produce nelle cose intorno, ma per rapporto alla speranza che la sostiene”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007)
Speranza non come ingenua risposta alla complessità del mondo, non come fuga dal
presente ma come cambio di prospettiva. Non è tanto aver cambiato il mondo che
ci rende uomini di fede, non lo abbiamo cambiato. Nemmeno siamo riusciti a
cambiare davvero noi stessi. Siamo sempre Undici, siamo sempre abitati dal
dubbio. Solo c’è qualcuno, su questa terra che non perde la speranza. Speranza
come esercizio di intimità con Cristo dal cuore delle cose. Speranza che non
nasce dal fatto che le cose cambiano, perché non cambiano mai! Le guerre non
cessano, il male sembra non avere argini, ci si ammazza ancora tra fratelli. No,
questo non cambia, a cambiare è che qualcuno, incessantemente, ostinatamente,
non smette di scegliere di diventare speranza, di incarnare speranza. Qualcuno
che è Undici e rimane Undici, che è nel dubbio e che rimane nel dubbio ma da lì,
da quel punto esatto del mondo, dal cuore del dramma, non smette di implorare e
mostrare e testimoniare la prossimità del Risorto. E lui, uomo di speranza,
diventa il segno misterioso ma efficace di Dio nel mondo, testimone che tutto è
in suo potere, diventa il cielo che feconda la terra. Diventa sostegno.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: opere di Lovis Corinth (1858-1925)
L'articolo Essi però dubitarono proviene da Pangea.