La brezza blu dell’angoscia scompiglia il fogliame d’ossa dell’anima, agitandolo
dinanzi alla faccia lapidata del cielo… Quell’angoscia irriducibilmente nuda, e
per questo ancor più erotica, che denudando sé e colui che perseguita apre le
nozze di morte all’amplesso inconcludente di quelle due vacuità – Dio e l’uomo.
L’angoscia… questa prostituzione della divinità – di colui che non è me, ma è
più me di me stesso –… profanazione della sua bellezza, profanazione che ancor
più la magnifica: questo cerca, qui, Georges Bataille: l’improfanabilità della
Bellezza…
E all’improfanabile, a ciò che non è toccato dalla profanazione, ecco, si
giunge… profanando, se stessi. Lettore di Nietzsche, fece sua questa
predicazione di Zarathustra: “La notte è anch’essa un sole”. È lì lo snodo
mistico, l’inversione divina dei valori, quel che nel reale ha aura di disgusto,
di miserando, di carcame, insomma, che tende a essere vissuto come profanazione
apparente, qui invece, nella noche oscura, è Grazia disvelante Dio, sottrae Dio
dal suo inviolabile distacco e, una volta aperta la breccia nell’anima, questa
lo inghiotte, lo risucchia… La profanazione è dunque l’angelo messaggero di
Dio, e a pochi è dato di non essere annientati dal messaggio che reca; ma se lo
si sopporta, se lo si vive fino al disgusto, fino alla vertigine, fino alla
gnosi…
Dice, Simone Weil, che vi è un punto della sventura giunto il quale
non desideriamo seguitare a subirla oltre, né che essa ci venga tolta.
Aggiungerei, con Kafka: è proprio quel punto che bisogna raggiungere. E per
essere più spietato ancora: da quel punto, proprio da quel punto, il più brutale
della notte, notte che non può in alcun modo sprofondare in notte più notturna
ancora… ecco – da lì soltanto sgorgherà luce.
Qui in Bataille siamo nell’oscura luminosità di quest’esperienza
interiore, nell’ambivalenza tra trascendenza e martirio, siamo il cane di fuoco
che sbrana l’amore nel rito di adorazione. Penso alla Pentesilea di Kleist, lei
che scambiava, violata dal troppo pieno, gangrenata da questa malattia della
luce, il bacio col morso, e che si scagliò, con le sue cagne, come una cagna, a
divorare Achille: è che raggiunse l’improfanabile ormai. Comprendiamo anche come
Bataille si sia innamorato di Angela da Foligno, la santa scanfarda cristica,
colei che per puro amore beveva l’acqua di lavatura dei leprosi, non sentendone,
sulla lingua, che dolcezza. Travolti dall’angoscia, e risucchiati nell’infinita
bontà dell’assoluto, semplicemente, come mirabilmente scrisse Rilke: “l’orrido
sorride”…
Georges Bataille (1897-1962)
L’Arcangelico di Bataille è di questa stessa crudeltà, di questa bontà crudele e
ingenua. E, forse, redentrice: “Io sono padre e la tomba del cielo”, dice. Non
potrebbe essere altrimenti, nell’amplesso con Dio, si diventa Dio, come ben
sapeva Eckhart. Ma quale tentativo di redenzione non passa oggi,
nietzschianamente, attraverso l’abisso della condanna eterna del soggetto
eroico? Tutto risiede in questa semplice consapevolezza: la vera dottrina della
Bellezza è una soteriologia che ci condurrà alla nostra stessa immolazione, a
presentare sulla soglia lo scalpo del nostro cuore, se vogliamo che ci venga
concesso di varcarla. A questo è condannato chiunque voglia salvare, battezzare
nella Bellezza: vivere nella propria anima tutta l’apocalisse che vi conduce…
Che sia accettata l’immolazione, che la coscienza del gorgo si tramuti in gioia
di dover morire. Che si riesca, con Bataille, a dire di se stessi, un giorno, io
sono la gioia dinanzi alla morte. Ben ci stia il ruolo di vittima della
Bellezza, ché il Giardino risiede nella spada di fuoco con la quale dovremo
profanare – amare – sgozzare – vivere – Dio.
Di seguito, delle poesie inedite di Bataille, tratte dall’Arcangelico e da altre
raccolte sparse nel suo esodo fuori dalla letteratura. (De Saint-Cyr)
***
io sono il morto
il cieco
l’ombra senz’aria
come fiumi al mare
il rumore e la luce
in me si perdono senza fine
io sono il padre
e la tomba
del cielo
***
Il tempo mi opprime
cado scivolo sulle ginocchia
le mie mani tastano la notte
addio ruscelli di luce
non mi resta che l’ombra
le feci il sangue
attendo il rintocco di campana
quando gettando
un grido entrerò nell’ombra
***
Di là della morte
un giorno
la terra ruota nel cielo
io sono morto
e la tenebre
si alternano senza fine con il giorno
l’universo mi è chiuso
resto cieco dentro di lui
in accordo con il nulla.
***
Il nulla non è che me stesso
l’universo non è che la mia tomba
il sole non è che la morte
i miei occhi sono il fulmine cieco
il mio cuore il cielo
dove scoppia il temporale
in me stesso
in fondo a un abisso
l’immenso universo è la morte
***
Sputa sangue
è rugiada
la sciabola di cui morirò
dal margine del pozzo
guarda il cielo stellato
ha la trasparenza delle lacrime.
***
Sono maledetto ecco madre
quant’è lunga questa notte
la mia lunga notte senza lacrime
notte avara d’amore
oh cuore spaccato da pietre
inferno della mia bocca di cenere
tu sei la morte delle lacrime
sii maledetta
il mio cuore maledetto i miei occhi malati ti cercano
tu sei il vuoto e la cenere
uccello senza testa che batte le ali nella notte
l’universo è fatto della tua poca speranza
l’universo è il tuo cuore malato e il mio
svolazzante da sfiorare la morte
al cimitero della speranza
il mio dolore è la gioia
la mia cenere fuoco.
***
Più alto
più alto dell’oscuro del cielo
più alto
della folle apertura
una scia di lucore
è l’alone della morte.
***
Attraverso la menzogna, l’indifferenza, il clicchettio dei denti, la felicità
insensata, la certezza,
nel fondo del pozzo, dente contro dente della morte, un’infima particella di
vita accecante nasce da un accumulo d’immondizia, ne rifuggo, insiste;
iniettato, nella fronte, un rivolo di sangue si mischia con le lacrime e mi
bagna le cosce,
infima particella nata dall’inganno, da avarizie impudenti, non meno
indifferenti a sé che all’altezza del cielo,
e purezza del carnefice, d’esplosione che tagliuzza le grida.
***
La stella è la mia nudità
le stelle sono i miei denti
mi scaravento presso i morti
vestito di bianco sole.
***
Poggio la verga contro la tua guancia
la punta ti sfiora l’orecchio
lecca lentamente le mie sacche
la tua lingua è dolce come acqua
la tua lingua è cruda come una macellaia
è rossa come un coscio
la sua punta è un cucù strillante
la mia verga singhiozza di saliva
il tuo sedere è la mia dea
si apre come una bocca
lo adoro come il cielo
lo venero come il fuoco
bevo dal tuo squarcio
adagio le tue gambe nude
le apro come un libro
dove leggo quel che mi uccide.
***
Oh cranio ano della notte
cosa che muore il cielo il respiro
il vento reca l’assenza all’oscurità
Deserta un cielo falsifica l’essere
voce vuota lingua pesante di bare
la testa urta contro l’essere
la testa sottrae l’essere
la malattia dell’essere vomita un sole nero di sputi
La camicia sollevata attraverso
l’acqua fiorita di peli
quando la felicità sporca lecca la lattuga
Il cuore malato
dalla pioggia alla luce vacillante
della bava lei ride agli angeli.
Georges Bataille
*In copertina: Georges Bataille, Sacrifices, 1936
L'articolo La purezza del carnefice. Le poesie di Georges Bataille proviene da
Pangea.
Tag - sacro
> “Gesù parla al presente: «Io sono la resurrezione e la vita». Non si tratta
> allora di rimuovere la prospettiva della morte, ma di integrarla nella
> prospettiva della resurrezione”.
>
> (Luigi Pozzoli, Dio il grande seduttore, Edizioni Paoline, 1998)
Lazzaro e il dominio della carne
“Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a
Dio”. (Romani 8,8)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua
sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli
asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle
mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per
la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga
glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era
malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. (Gv 11,1-8)
> “Per san Paolo «la carne» designa il mondo umano segnato dal peccato, il mondo
> sotto il giogo della morte. «Lo spirito», invece, evoca il mondo divino, nel
> quale l’umanità è assunta dal Cristo e il mondo spirituale generato da Dio
> nella resurrezione di Gesù. «La carne» è l’uomo, corpo e anima, che si
> rinchiude su se stesso e il suo peccato. «Lo spirito» è una forza di vita
> nuova data al credente dallo Spirito del Cristo Risorto”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni
> Paoline 1993)
Lazzaro, l’amico di Gesù, muore. È solo la vita che accade, la vita che
trasforma continuamente ogni nostro villaggio in una Betania, in una “casa della
povertà” o “casa dell’afflizione”. È la vita che appare come una malattia, è lo
scorrere degli eventi che inciampano inevitabilmente nello scandalo della fine.
Siamo uomini e donne a respiro limitato, a tempo definito, la malattia del
vivere chiama a sé la morte dal nostro primo vagito ma, quando si presenta,
qualcosa di profondo in noi, comunque, si frantuma. Anche se l’aspettavamo. E
questo scandalo, questo sentimento di profonda ingiustizia non è da
sottovalutare.
Certo, è solo la vita che accade e che, accadendo, sfocia inevitabilmente nella
disgregazione degli affetti, allontana Marta, Maria, Lazzaro e Gesù, si prende
gioco dei loro tentativi patetici di fraternità spazzandoli via. La vita finisce
inevitabilmente in morte, morte capace di soffocare il profumo, perfino quello
versato sui piedi del Maestro, il tanfo del cadavere ride delle cosmesi
umane. La vita che accade, da sempre, e scende a cibarsi dei resti della nostra
umanità.
Ma Cristo interviene esattamente lì. Nel cuore dello scandalo. E la prima cosa
che decide di fare davanti alla morte è: niente. Rimane immobile per due giorni,
quasi ad anticipare la sua di morte, quella sua attesa nel sepolcro in attesa
del terzo giorno della resurrezione. Non si muove, scegliendo di mettersi in
dialogo con il dramma della fine, del dolore. Gesù, inizialmente, tace, muore,
perché sulla morte non puoi dire nulla di sensato se non la assumi,
paradossalmente, se non la vivi.
Poi, con Lazzaro, sarà il susseguirsi di una maestosa liturgia ad anticipare,
per certi versi la sua passione, gesti e parole a sfidare la morte, a
smascherarla, a mostrare che non siamo fatti per stare sotto il dominio della
carne, come dice Paolo. Questa è la sfida: lasciarsi dominare dalla morte, che
pare avere sempre l’ultima parola, o scegliere di inchinarsi a un altro dominio?
L’essere spirituale si decide qui. Siamo nati per lasciarci abitare dalla forza
di una vita nuova, la forza dello Spirito del Cristo Risorto ma, forse, ne
abbiamo smarrito il senso, non abbiamo la grammatica, non abbiamo la liturgia,
siamo figli di celebrazioni troppo orizzontali, di attese troppo terrene, non ci
sentiamo più figli del Cielo in terra, abbiamo separato un mondo che chiedeva di
essere abitato nella sua trasfigurata pienezza, è questo il vero dramma. Non la
morte in sé ma il fatto che non riusciamo più ad interpretarla come un
passaggio all’interno di una comunione ininterrotta tra noi e l’Eterno, già qui,
ora, adesso e… nell’ora della nostra morte. Ci sembra impossibile che la vita
proceda di nascita in nascita (e quindi di morte in morte) verso il parto
definitivo. Ogni cosa conduce al Padre, tutto è una Pasqua. Senza questa
consapevolezza non resta che arrendersi al dominio della morte.
“Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero:
«Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù
rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non
inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa,
perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro,
il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora
i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato
della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.
Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi
di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora
Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a
morire con lui!»”. (Gv 11,9-16)
Gesù si mette in cammino verso la Giudea, evidente richiamo alla morte che lo
attende, Gesù accetta il rischio mortale, sceglie di perdersi, lui il seme che
non può dare frutto se non nella consegna di sé, I discepoli lo comprendono
subito, il rischio è totale, hanno paura, ma in Cristo è chiaro, per comprendere
la vita la vita devi perderla, questo ripete in ogni sfumatura del suo agire tra
gli uomini.
Jan Lievens, La resurrezione di Lazzaro, 1631
Questo ripete a noi, anche oggi. Il discorso sulla morte non può limitarsi a un
pensiero. Non si possono dire delle cose sensate sull’esperienza del
morire, occorre imparare a morire da subito, morire al mondo, morire a se
stessi, morire ai propri sogni e ai propri incubi, morire per comprendere. Gesù
infatti non esercita un miracolo a distanza, il suo movimento dice che occorre
affondare nell’esperienza della morte, occorre lasciarsi coinvolgere, bisogna
compromettersi per essere credibili.
Certo, con Lazzaro si limiterà a svuotare una tomba, ma non siamo ancora alla
fine, quello che Cristo fa è atto simbolico, come a liberare il suo di posto tra
i sepolcri, la parola definitiva emergerà quando lui stesso entrerà in una
tomba.
Nessuna risposta plausibile rispetto al dolore della morte se non si accetta di
morire, solo chi accetta di scendere fino agli inferi può essere credibile
messaggero di Resurrezione. La mortificazione della vita non può essere letta
come la somma di atteggiamenti depressivi, come il perpetuarsi di una poco
evangelica dottrina del sacrificio, non è questo, mortificarsi in vita, qui ed
ora, scegliere il deserto, la povertà, la fame, è abitare il limite della vita
perché in quel confine, e solo lì, posso fare esperienza dell’Eterno.
Beatitudini. Ci si mortifica per vivere. Ci si annienta per amore. Si prende la
croce per incontrarlo. Il seme muore per sbocciare in dolcezza di frutto.
> “Al termine dei primi sedici versetti, il lettore ha compreso che il miracolo
> avverrà, non soltanto a motivo dell’amore di Gesù per i suoi amici, ma per
> manifestare la gloria di Dio e suscitare la fede in Colui che affronta la
> morte: egli ha il potere di deporre la sua vita e il potere di riprenderla per
> comunicarla agli uomini”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
Gesù non cammina incontro alla morte, non cammina semplicemente incontro alla
sua fine, da sempre e per sempre il suo sarà un cammino verso la vita, “e io
sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate”, è Tommaso
a non avere ancora compreso nulla, è il nostro gemello che si accontenta di
credere solo nella carne, siamo noi a pensare di essere chiamati a morire con
Cristo, perché sarebbe una fine romantica, perché nel confronto con il mondo
sarebbe molto più semplice condividere la fede in un ideale per cui dare la vita
che farsi prendere in giro su una speranza che pare ingenua e infantile.
> “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano,
> altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta»”.
>
> (Atti 17,32)
Si segue Cristo, che è la luce, per non inciampare nella dissoluzione, si segue
Cristo che è la luce della Trasfigurazione per non scivolare sotto il dominio
della morte, si segue Cristo perché lui ha vinto il dominio della carne, si
segue Cristo per imparare a credere. Per imparare a non deridere la speranza.
*
Marta
La resurrezione già ora
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento
che lo Spirito di Dio abita in voi. (Romani 8,9)
“Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro.
Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano
venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che
veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a
Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche
ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le
disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella
risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la
vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non
morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu
sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”. (Gv 11,17-27)
> “Gesù è la resurrezione e la vita: vita nuova, vita divina, vita che si
> comunica. Chi crede in lui riceve, per mezzo della fede, questa vita nuova,
> che continua anche dopo la morte. E noi sappiamo che i nostri defunti vivono
> in comunione con Dio anche dopo la morte”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, edizioni Apostolato
> della Preghiera, 2004)
Marta è ancora sotto il dominio della carne, ancora non si è lasciata
attraversare dalla lama luminosa del Risorto. Lazzaro è nel sepolcro, cattedrale
inespugnabile, fortezza sacra della fede nelle evidenze della vita. Attorno alla
morte la struggente danza liturgica della consolazione. Con-solare, solitudini
che si aggregano e si moltiplicano, solitudini che rafforzano la domanda che la
morte riporta sempre alla luce: perché nascere se poi bisogna morire? Perché
amare se si deve soffrire? Marta però, al contrario di Maria che rimane
schiacciata dal lutto, si alza. Un gioco di contrasti, come tutta questa pagina
di Vangelo, una danza di opposti (profumo/odore, stare/andare, morte/vita…).
L’atteggiamento di Marta è evocativo, è leggera mentre si alza, mentre decide di
lasciare il peso del lutto a terra, Marta è già carica di speranza quando si
muove incontro a Cristo, c’è già in lei l’indizio di come il credente sia
chiamato a interpretare la vita: risollevandosi, lasciandosi risorgere. In ogni
evento, in ogni situazione, anche la più dolorosa, alzarsi incontro alla vita
perché si sente che Cristo continua a venirci incontro. Perché la Resurrezione è
questo, non un divino colpo di teatro a sistemare le cose, a umiliare la morte,
non la rivincita a rimettere in sesto la vita ma l’esperienza che la fedeltà di
Dio, la sua Alleanza giurata all’uomo, non viene mai meno, mai! Nemmeno e
soprattutto nel cuore della morte. La vita è Lui che ci viene incontro dentro la
vita. E ci chiama. Disperazione è credere che le esperienze siano vuote. È non
sentire lo Spirito che abita le cose.
Marta ha certo una speranza ma una speranza imperfetta: ipotizza una soluzione
ma solo futura, una resurrezione finale, alla fine dei tempi, non qui, non ora.
Lazzaro sarà invece il segno di questa resurrezione vicina. Tornando in vita
decreterà per sempre che la Resurrezione inizia qui ed ora. E che siamo vivi
solo per imparare a riconoscerla. A riconoscere il divino nella carne, a vivere
sotto il dominio dell’Eterno. Cristo è il testimone della vita abitata dallo
Spirito. Proprio perché lo Spirito già abita in noi, qui, ora, adesso, come dice
Paolo ai Romani, proprio per questo Spirito Eterno che è Dio e che danza nelle
nostre carni, proprio per questo anche la malattia porta, come ogni cosa, a Lui.
Tutto porta all’Eterno. Il credente riconosce e libera l’Eterno già presente nel
tempo.
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e della morte”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana 1988)
Peter Paul Rubens (bottega), La resurrezione di Lazzaro, 1625 ca.
*
I Giudei e Maria
Non poteva far sì che non morisse?
Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene (Romani 8,9)
“Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le
disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò
da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta
gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a
consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che
andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena
lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio
fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere
anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto
turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a
vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo
amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non
poteva anche far sì che costui non morisse?»”. (Gv 11,28-37)
> “E invece, lui è sempre “qui”. È il Dio-con-noi per sempre. E il suo
> misterioso ritardo alla nostra supplica rivela un accorrere essenziale e un
> arrivare essenziale dentro il nostro dolore: non deve “venire”, perché non ha
> mai smesso di essere presente…”
>
> (Adelaide Anzani Colombo, Per fede, per amore, Casale Monferrato, 1995)
Anche Maria si alza, chiamata, come fosse una vocazione, come per i primi
discepoli in riva a lago, come sarà per Maria davanti al sepolcro, come per noi,
che se non sentiamo il nostro nome pronunciato dalle sue labbra mai potremo
affidarci. Mai potremo credergli. Anche i giudei la seguono, Maria si getta ai
piedi di Gesù ma le sue parole sono abitate solo dalla morte. Diventano una
sorta di accusa e sembrano iniziare quella scomposta ribellione alla nostra idea
del divino: “dove sei Dio quando il mondo soffre?”. Ancora un contrasto: la
morte contrapposta a Dio, la morte è presente perché Dio è assente, ancora un
drammatico gioco degli opposti. Quando non riconosciamo lo Spirito di Cristo in
noi accade esattamente questo, la diabolica opposizione, l’incapacità di sentire
il Suo respiro anche nel cuore della morte. Si crede nel potere ineluttabile
dei sepolcri. Ci si lascia convincere dalle apparenze.
Ma Cristo sa che del dolore occorre avere rispetto, che le lacrime sono sacre,
che non serve spiegare nulla e che nulla può essere spiegato quando un cuore è
affranto. Così mentre i giudei si limitano ad alimentare un coro che puzza di
recriminazione, quasi a cercare un colpevole (“non poteva far sì che costui non
morisse?”) Cristo, invece, piange con Maria. Per trovare Cristo nella morte,
vertice dei nostri cammini di fede, occorre averlo trovato nella gioia e nel
dolore, nella fraternità e nelle lacrime. Si crede per frequentazione intima.
> “Si è quindi autorizzati a concludere che la desolazione di Maria che egli
> amava e l’osservazione dei giudei (…) pongono Gesù di fronte alla realtà della
> morte, non soltanto quella di Lazzaro, ma la sua, ormai imminente, secondo
> l’orientamento del racconto. E Gesù reagisce con una lotta interiore. (…) le
> lacrime silenziose di Gesù provengono dall’amore del Padre che attraverso di
> lui giunge ai discepoli (15,9); sono le lacrime di Dio dinnanzi alla morte che
> separa gli esseri. Al tempo stesso, sono lacrime di Colui che deve
> acconsentire alla prova”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
*
Cattivo odore
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è
vita per la giustizia. (Romani 8,10)
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era
una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la
pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo
odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se
crederai, vedrai la gloria di Dio?». (Gv 11, 38-40)
Una grotta e una pietra a sigillare due mondi che non si vogliono comunicanti.
La morte puzza, la morte manda cattivo odore ma Cristo, ancora commosso, non ha
paura. Non ha paura di far rotolare via la pietra, gesto che sarà divino quando
il corpo da liberare sarà il suo, un Cristo commosso che si oppone a Marta e che
le indica la via per decifrare la realtà delle cose: solo chi crede, vede. Non è
il contrario, non è la visione a portare alla fede ma è la fede a regalare la
vera visione delle cose. Solo se credi vedrai la gloria di Dio, solo chi crede
che il corpo, anche il nostro corpo, è già morto al peccato può vedere lo
Spirito. Spirito che è vita. Se crediamo in Cristo, se sentiamo che siamo
creduti da lui, se la nostra vita spirituale è davvero una relazione viva
riusciremo anche noi a vedere la gloria di Dio, la sua luce, la sua presenza, in
ogni carne, anche in quelle fasciate dalla morte. Anche in Lazzaro.
Henry Ossawa Tanner, La resurrezione di Lazzaro, 1896
*
Padre
Liberatelo lasciatelo andare
E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui
che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali
per mezzo del suo Spirito che abita in voi. (Romani 8,11)
“Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo
grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho
detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi
e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro:
«Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria,
alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui”. (Gv 11, 41-45)
Tolsero la pietra e Gesù alzò gli occhi, non più distanza tra vita e morte, tra
cielo e terra, lo Spirito di Dio ad abitare in noi e la vita ad essere liberata
e lasciata andare. Perché di questo abbiamo davvero bisogno, di essere liberati.
Si crede per essere finalmente liberi. Liberi anche dalle bende che opprimono la
nostra umanità. Sono lacci che si sciolgono, è Isacco non più ostaggio di
Abramo. È il paralitico che trova strada, è il cuore che ritrova la capacità
d’amare, è il peccatore che ritrova perdono, è la vita umana, la nostra vita,
che torna a essere quello per cui è stata creata: un passaggio, una Pasqua verso
l’Eterno, è il figlio che ci credeva perduto che torna al Padre. Questa è la
libertà, passare dal dominio della carne al dominio dello Spirito. È sentirsi
abitati dallo Spirito di Dio, che proprio perché ha risuscitato Gesù dai morti
continua a risorgere la vita.
“Lasciatelo andare”, lasciamola tornare a casa questa nostra povera vita che,
per paura, per mancanza di intimità con il Vivente, si aggrappa al bordo del
visibile, lasciamola andare dove deve andare questa nostra vita così impaurita
da convincersi che sia nata per razzolare e non per spiccare il volo. Lasciamola
andare questa nostra storia che ha dimenticato di essere in Esodo e che, invece,
pretende di mettere radici nella terra. Siamo fatti per essere assunti in Cielo,
Lazzaro liberato è lasciato andare ma non solo verso i suoi affetti di sempre
ma, finalmente, in cammino verso il suo vero approdo. Lo Spirito di Dio, che ha
risuscitato Cristo dai morti, abita in noi: perché continuare a opporre
resistenza?
> “«Padre, ti ringrazio d’avermi ascoltato» (11,41): Cristo ringrazia il Padre
> non soltanto per Lazzaro, ma per la vita di tutti. (…) Egli vide in questo
> miracolo di Lazzaro un certo tipo della resurrezione universale del genere
> umano, e ciò che è accaduto in un uomo soltanto stabilì che fosse una
> splendida immagine dell’universale e del tutto. Crediamo, infatti, che quando
> egli verrà giudice sarà un forte suono della tromba a ordinare ai morti di
> risorgere (cfr. 1 Cor 15, 52)”.
>
> (Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, 11,38-43)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Giotto, La resurrezione di Lazzaro, 1303-1305, Cappella degli
Scrovegni, Padova
L'articolo Siamo fatti per essere assunti in Cielo. La resurrezione di Lazzaro o
del nostro rapporto con la morte proviene da Pangea.
Cristo, il rischio di un rifiuto escatologico
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli
lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato
cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui
siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui
che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire.
Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». (Gv 9,1-5)
> “La verità è rifiutata per la sua chiarezza, non per la sua oscurità. Per
> tutto questo Giovanni attribuisce al peccato di incredulità una eccezionale
> gravità, quasi una valenza escatologica. Il rifiuto di Gesù è un rifiuto che
> si può dire escatologico, perché rifiuta la rivelazione ultima e definitiva.
> Rifiutare Gesù significa chiudere gli occhi di fronte a una luce che è giunta
> nel suo pieno meriggio. Non è possibile attendersi una manifestazione più
> chiara. Ecco perché il rifiuto di Gesù assume quasi un carattere di
> definitività. E questo spiega perché i giudizi di Giovanni assumono non
> raramente una durezza che ci sorprende”.
>
> (Bruno Maggioni, La brocca dimenticata, Vita & Pensiero, 1999)
Gesù passando vede, è nei suoi occhi che la vita accede per essere illuminata, è
lui il raggio che elenca vita, che stana le ombre, che invade i peccati. È lui,
ed è inarrestabile. È lui, ed è pericoloso, solo cuori insipienti possono
ridurre l’avanzata del Messia a innocua carezza pacificante. “Veniva nel mondo
la luce vera, quella che illumina ogni uomo”,l’aveva già anticipato
l’evangelista nel prologo ma, sempre nel prologo Giovanni, dopo soli nove
versetti dall’inizio della sua narrazione sentenzia: “Era nel mondo e il mondo è
stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra
i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. E non perché fossero cattivi, non perché
fossero stupidi ma perché, come noi, hanno avuto paura della luce. Perché la
luce fa male, perché la luce rischia di bruciare le nostre sicurezze, perché
Cristo è incandescente, perché si prende tutto, perché non è solo questione di
vedere le apparenze, di ridare contorni netti all’esistente, non è mera
guarigione fisica è, al contrario, franare nella malattia, è accettare di essere
malati di Lui, è essere condannati vedere la realtà fino in fondo, fino ad
accettare che lui sia l’unica luce, l’unico tutto. Cominciare a vedere significa
non poter guardare nient’altro che lui, vivere solo in riferimento Cristo, luce
assoluta.
Intanto i discepoli interrogano Gesù, la sofferenza degli uomini rimane una
domanda radicale, atroce, e come per ogni interrogativo spinoso ecco il
tentativo umano di trovare risposte, di disarmare lo scandalo, come se trovare
il colpevole risolvesse il dolore. Ma il peccato non è solo da ricercare nella
disobbedienza dei padri come provano a ipotizzare i discepoli di Gesù, “la
domanda dei discepoli deriva dalla convinzione che non vi è sofferenza senza
colpevolezza” (Xavir Leon Dufur), il peccato vero è da declinare al presente, e
in prima persona. Peccato è decidere di non aprire gli occhi a Cristo, è
decidere di non stare nella relazione nonostante l’ingiusta sofferenza (al
contrario di quanto fece Giobbe con Dio), è non permettere alla vita di aprirsi
al futuro, è cercare solo nel passato le motivazioni del presente senza entrare
nella storia così come è, senza dare spazio alla possibilità che ogni situazione
ha in sé la forza di poter mostrare l’opera di Dio. Peccato è opporre resistenza
alla luce, ed è in nostro potere farlo.
La luce quando irrompe nel mondo non lascia più spazio alla consolante ipotesi
della Sua assenza, riconoscere la luce divina è ammettere che ogni risposta
della mia libertà dovrà ammettere la relazione con il divino.
Anche il Calvario diventerà luminoso, paradossalmente diventerà il luogo più
luminoso per chi non sceglierà di rimanere cieco. Il cieco centurione arriverà a
vedere! A distanza di duemila anni è chiaro che questo testo, come tutto il
Vangelo, rimane scandaloso per noi, pericoloso, non si tratta di interpretare
dei testi, di commentarli, di farne teoria, si tratta di schierarci, di decidere
di noi. Il resto sono chiacchiere inutili e blasfeme: polvere negli occhi.
Rifiutarlo, come dice Bruno Maggioni, è chiudere gli occhi sull’Eterno. Il
paradiso non è qualcosa che sarà, non il premio riservato ai buoni, il paradiso
è già qui, è accettare la profondità delle cose, quella che solo Cristo svela.
Assoluta la sua luce, assoluto il suo amore, assoluta la sua proposta. Vivere
questa vita con gli occhi della trasfigurazione, ogni cosa è fatta per entrare
nella luce dell’Eterno, il peccato è chiudere gli occhi, opporre resistenza,
falsificare il reale.
Duccio di Buoninsegna, Gesù apre gli occhi al cieco nato, 1307 ca.
Non resta quindi che trovare il coraggio di definire a quale categoria di ciechi
apparteniamo. Non resta che decidere di noi, accettare di lasciarci trapassare
dalla lama di luce di Cristo o negare le tenebre, negare il buio fino al punto
di non riconoscerlo più, entrare a farne parte, come ammonisce la famosissima
frase di Italo Calvino…
> “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è
> già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
> Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare
> l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è
> rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper
> riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e
> dargli spazio.”
>
> (Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972)
*
Cristo: colui che condanna la nostra pavida neutralità
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango
sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che
significa ‘Inviato’. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini
e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è
lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»;
altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli
rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli
occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e
ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo
so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno
in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei
dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro:
«Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei
farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato».
Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?».
E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici
di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato
la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la
vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato
cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo
è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi
gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età,
parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei
Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse
riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi
genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». (Gv 9, 6-23)
> “Certo non si arriva fino a negare la possibilità di un intervento di Dio, ma
> il silenzio diventa complicità quando bisognerebbe parlare: lascia il campo
> libero a quelli che escludono l’intervento divino e contribuisce e
> imprigionare i timidi nella loro timidezza. Chi dirà i danni causati o
> favoriti da una pavida neutralità?”
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, San Paolo,
> 1993)
> “Intanto Gesù opera una liturgia molto particolare, sembra richiamare Genesi,
> la terra con la quale fu plasmato l’uomo, sembra che Gesù operi un atto di
> medicina tradizionale lontano dai canoni occidentali, sembra voler peggiorare
> inizialmente le cose raddoppiano la cecità del cieco ostruendo le palpebre, ma
> probabilmente, alla fine, l’operazione di Gesù è stata un’unzione: “Gesù
> procede infatti a un’«unzione». Ed egli stesso ne è l’autore in quanto l’Unto,
> il Cristo!”
>
> (Yves Simoens)
Così la persistenza della cecità perdura in chi non accetta di farsi ungere
dall’Unto, in chi non si lascia accarezzare e divinizzare dal Crisma del
Cristo.
Non bisogna essere per forza cattivi per rifiutare la luce del Vangelo, la
cattiveria vera richiede un’intelligenza e una perseveranza che spesso non
abbiamo, non siamo all’altezza di essere davvero crudeli, ci accontentiamo di
essere pavidi. Come i genitori del cieco guarito. Non siamo a favore, non siamo
contro, non ci esponiamo. Atteggiamento ambiguo. Abbiamo paura. Magari ci
limitiamo a indicare l’esemplarità della vita di altri, magari guardiamo da
lontano ma sentiamo che sarebbe troppo rischioso implicarci fino in fondo.
Perché comprometterci, e non c’è fede senza compromissione, significa mettere in
discussione tutto di noi, la nostra identità profonda. Il cieco, infatti, non è
più riconosciuto da chi lo frequentava dalla nascita. C’è molta ironia nella
narrazione giovannea ma è ironia amara e realissima, accettare di lasciarci
compromettere dalla luce, farlo davvero, significa perdere la comprensione del
mondo. Se il mondo continua a seguirci, se non ci emargina, se ci comprende, se
ci usa e ci concede spazio semplicemente non stiamo seguendo il Vangelo. Non c’è
verifica più lucida e impietosa. Non siamo nella luce. Anche se crediamo di
esserlo. Anche se apparentemente tutta la nostra vita sembra parlare di
Dio. Hanno ragione i genitori del cieco guarito, la luce fa paura. Certo non
schierarsi è assumersi un rischio enorme:
> Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della
> creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari
> tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né
> caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.
>
> (Apocalisse 3,14-16)
*
Cristo: il ladro di sicurezze
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria
a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un
peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli
dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve
l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete
forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo
discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha
parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo:
«Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto
gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e
fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito
dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da
Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati
e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori». (Gv 9, 24-34)
> “Tratto sorprendente, i farisei non fanno che parlare di Dio e di Mosè. Non
> rifiutano Dio, bensì l’evento attestato da un «peccatore». Essi infatti «non
> vollero credere». Credere a che cosa? Non a Dio o a Cristo, ma semplicemente a
> un fatto: non vollero credere che quell’uomo fosse stato cieco e avesse
> recuperato la vista. Come noi oggi ci rifiutiamo di ammettere il fatto
> «scandaloso» che mette in discussione le nostre idee o la nostra vita, così
> quei giusti non possono accettare ciò che non rientra nella loro ottica.
> Certo, essi interrogano, ma al fine di ottenere la risposta desiderata. «Voi
> non avete ascoltato» (9,27), dice loro l’accusato al terzo interrogatorio. La
> diagnosi è lucida. Essi infatti sono talmente sicuri della loro verità che non
> cercano più di “fare la verità”. «Non sappiamo»: la parola ricorre come un
> leitmotiv (9,24.29). E poiché un testimone testardo li mette con le spalle al
> muro, costringendoli a pronunciarsi tra lui e le loro convinzioni, essi lo
> ‘cacciano’, respingendo insieme a lui il ladro che è venuto a rapire le loro
> sicurezze per condurli a un’esperienza nuova della fedeltà di Dio”.
>
> (Michel de Certeau, Mai senza l’altro, Magnano 1993)
> “Incuriosisce anche l’insistenza sul nome della piscina (9,7). Siloam, nel
> Sinaitico, è la traduzione del termine Silôah di Is 8,6 un nome proprio che
> indicava innanzitutto il canale che convogliava l’acqua della sorgente
> intermittente oggi chiamata Ain Sitti Mariam; questo nome significava di
> conseguenza qualcosa come l’inviante, il canale che trasmette acqua”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, EDB 1997)
Essere trafitti dalla luce non è indolore, la trasformazione è radicale, ci si
rende irriconoscibili al mondo e, immediatamente, testimoni. Canali che
convogliano l’acqua dalla sorgente, strappi sulla tela del reale che lasciano
passare luce dall’Altrove, uomini trasfigurati: testimoni, e quindi martiri. I
farisei non rifiutano Dio, nemmeno i farisei dei nostri tempi rifiutano
Dio, nemmeno la nostra società rifiuta il divino, basta che sia qualcosa di
perfetto, luminoso, puro e, soprattutto, lontano. Il divino deve essere narrato
con precisione chirurgica da professionisti del sacro, deve nascondersi dietro
un’estetica attraente, non deve inquietare, deve consolare, non deve avere le
dita sporche di fango, deve essere sterile, non deve avere carne e sangue, non
deve contraddirci, di sicuro non può essere testimoniato da un povero cristo
nato cieco e, lui dice, ora guarito. Ma il Vangelo non fa altro che ripetere la
narrazione di un fatto, il cieco arriva ad essere esausto di dover perpetuare la
narrazione di un gesto, ma non c’è altra strada, solo la narrazione di un fatto,
solo la testimonianza personale di un cieco che riacquista la vista, potrebbe
convertire. Non c’è altro segno. Riconoscere la grazia in atto nel mondo, in
questo nostro mondo così imperfetto, in questa nostra vita così sporca e
precaria, così segnata dal peccato. Spesso siamo ciechi all’amore che Cristo
esercita in noi, ai suoi fatti luminosi che accadono nella nostra sporca carne,
opponiamo alla sua grazia quella che sembra umiltà, è solo narcisismo, e
mancanza di fede. Crediamo che la nostra ombra sia più grande della sua luce,
che il nostro peccato sia più grande del suo perdono e, colpevolmente, rimaniamo
nascosti dietro i nostri alibi.
Invece è un Dio che si fa luce in Cristo arrivando a toccare il mondo, a
toccarlo davvero, non è solo un’astratta sensazione spirituale, e lo fa usando
modi che magari ci sono estranei, che non riusciamo a capire, che non vogliamo
comprendere. La nostra percezione dell’agire di Dio sarebbe da convertire!
Pretendiamo che Dio agisca secondo le nostre regole oppure, meglio, che non
agisca proprio, perché guarire un cieco ci sembra volgare, molto meglio scrivere
trattati sull’indifferenza di Dio, molto più elegante e, soprattutto, molto più
accettato dal mondo culturale.
Orazio De Ferrari, Guarigione del cieco nato, XVII secolo
Un Cristo che agisce scippandoci delle nostre sicurezze, delle nostre visioni
ideologiche del mondo e, più di ogni altra cosa, del potere che teniamo stretto
con le unghie. Perché è il potere, alla fine, che acceca. Il potere di crederci
gli unici intermediari del divino, gli unici sacerdoti della cultura, gli eletti
farisei della verità. Cristo è la luce del mondo, è la sorgente che si mostra,
l’unico modo per non uscire dalla luce è diventare suoi testimoni. Ma per
diventare suoi testimoni occorre perdere noi stessi, morire. Questo fa paura. La
luce dell’Eterno ci chiede di morire al mondo, di morire a noi stessi.
*
Il vero credente: colui che si vuole eliminare
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi
nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in
lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse:
«Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un
giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono,
vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con
lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose
loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi
vediamo’, il vostro peccato rimane». (Gv 9,35-41)
> “Quando qualcuno non aspira che a vantaggi terreni, è facile essere amati,
> avere amici con i quali fare comunella insieme! Ma quando un uomo si impegna
> assolutamente, con sacrificio di tutto, fino a ridursi in povertà, ad essere
> disprezzato, cacciato dalla sinagoga per attenersi a Dio nell’amare gli
> uomini: allora, prova a mettere un avviso sui giornali che tu cerchi un amico,
> ma aggiungi le condizioni e anche metti la postilla che non c’è vantaggio di
> sorta: è difficile che tu trovi qualcuno. Migliore il mondo non è. Il massimo
> ch’esso riconosce ed ama -quando ci riesce- amare il bene e gli uomini, però
> in modo che nello stesso tempo si possa arrangiare qualche vantaggio per sé e
> per gli altri. il mondo non capisce più in là: fa un passo più in là, e avrai
> perduto l’amicizia. Non diciamo questo per giudicare, non perdiamo tempo per
> questo. Ma se tu non vuoi essere un traditore verso Dio e verso te stesso o
> verso gli altri, allora devi rassegnarti a essere chiamato egoista. Infatti la
> tua convinzione che amare se stessi in verità è amare Dio e che amare un altro
> uomo è aiutarlo ad amare Dio, questa tua convinzione forse non interessa
> affatto il tuo amico. Egli osserva bene che se la tua vita si rapporta
> veramente all’esigenza di Dio, essa contiene, anche se tu non dici nulla,
> un’ammonizione, un’esigenza per lui – ed è questo ciò che si vuole eliminare”.
>
> (Søren Kierkegaard, Gli atti dell’amore, Milano 1983)
Non poteva che finire così, con l’esclusione. Anticipo di ciò che avverrà a
Cristo, eterno ripetersi del copione da sempre e per sempre. Non si può
pretendere di essere del mondo e, allo stesso tempo, di essere fedeli a Cristo.
Lo incontriamo solo fuori, solo i cacciati fuori possono intercettarlo. Ma
bisogna stare attenti, chi decide cosa significhi davvero “stare fuori”? Non
basta scomparire, non basta allontanarsi, non basta mettere distanze fisiche tra
noi e il mondo (atteggiamento che può nascondere doppiezza, desiderio di
protagonismo). Essere cacciato fuori dal mondo non è scegliere il personaggio
del puro, giocare a interpretare colui che è contro il sistema, adagiarsi nel
comodo ruolo della vittima. Bisogna stare attenti. Prima di tutto il “cacciato
fuori” non lo sceglie, lo subisce. Non è lui a decidere, romanticamente, che è
tempo di lasciare i luoghi del potere. Lo subisce. Ingiustamente. In
silenzio. Continuare a sbandierare la patente di escluso è uno dei segni che
indicano che dal mondo non ce ne siamo proprio andati. Il cieco, al contrario, è
cacciato fuori e, probabilmente si sarà anche chiesto se non era meglio rimanere
ciechi ma ben dentro la società, con un proprio ruolo riconosciuto. Se non
avesse incontrato Cristo, fuori dalle mura, il miracolo sarebbe stato solo una
perfida guarigione, una condanna all’esclusione. Solo un grande pace interiore
dimostra che fuori abbiamo incontrato Cristo, perché questo è l’unico motivo,
andare nel deserto, sfinirsi di preghiere e digiuni ma non lasciarsi incontrare
dal Risorto è franare nella cecità di chi vede solo se stesso.
Vincenzo Irolli, La guarigione del cieco nato, 1936
Anche Cristo morirà cacciato fuori, il testimone, il vero testimone, è un
cacciato fuori perché, come dice lucidamente Kierkegaard non è più sopportato a
causa del suo impegno assoluto, assoluto significa che la sua dedizione totale
alla luce diventa giudizio per chi sta ancora in ombra. Senza dire nulla! Perché
il testimone parla soprattutto con la sua vita, è lui un fatto, lui il cieco
guarito, non ha nulla da spiegare, la sua vita si è totalmente piegata a
diventare testimonianza di Cristo, lui la piaga, in lui le stimmate della
luce. Il testimone è tale nonostante lui, non è lui a decidere, ad assumere il
ruolo di sacerdote, lui è solo una testimonianza vivente, è condannato a parlare
di Lui anche nel silenzio. E mostrare la luce significa essere disprezzati.
L’itinerario dalla cecità alla luce che questo brano di Vangelo propone è un
percorso di fede, Cristo è prima riconosciuto come l’inviato, poi come un
profeta, poi come figlio dell’uomo e infine come Signore, ma questo cammino non
è indolore per il cieco. All’inizio della pagina non vedeva ma era visto dagli
altri, alla fine lui vede e riconosce il Cristo ma i fratelli non vogliono più
vedere lui! È una pagina dolorosa, nasconde, tra le mille possibili
interpretazioni, anche una feroce domanda: sei disposto a vedere, a vedere
davvero? Sei disposto a perdere la comprensione della famiglia, la vicinanza
degli amici, il tuo posto da mendicante di vita nella società pur di lasciarti
illuminare le pupille da Cristo? Sei disposto a vivere nel disprezzo senza farne
un vanto? In cambio saprai riconoscere nei pochi affetti che sapranno reggere il
rifiuto del mondo la luce dell’Eterno, già qui, ora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
L'articolo Sei disposto a vedere davvero? Il rifiuto, ovvero: anatomia della
cecità proviene da Pangea.
Cristo viandante assettato
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al
terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di
Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era
circa mezzogiorno. (Gv 4,5-6)
> “Di che cosa Gesù ha sete? Il lettore non è ancora in grado di rispondere a
> questa domanda. lo sarà forse quando sentirà Gesù in croce gridare: «Ho sete!»
> (19,28) o ancora prima? (…) Gesù ha certamente chiesto da bere alla
> Samaritana, e ora si intuisce che ciò di cui egli ha sete è proprio sete di
> lei, il desiderio che lei ha dell’acqua viva che solo Gesù può donare. Del
> Padre stesso si dirà che «cerca» adoratori autentici”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 1990)
Un Dio che ha sete, un povero cristo, solo, che sta presso un pozzo in attesa
dell’uomo. Poi possiamo addentrarci in tutte le interpretazioni simboliche ed
esegetiche, poi possiamo, ed è doveroso farlo, smarrirci nella proliferazione di
significati, nella stratificazione di senso presente in questa pagina di
Giovanni. Però. Però non può essere smarrita l’immagine di un Dio assetato. Lo
stesso che al compimento della sua vita tra gli uomini ribadirà lo stesso
bisogno. Lo farà dall’alto della croce, dal suo viaggio al termine della notte
umana, lo griderà come sanno gridare gli amanti: ho sete! Un Dio che ha sete
della sua creatura, un Figlio che ha sete del Padre, un uomo che ha sete
d’amore.
Una sete che arriva a causa della fatica di un viaggio, perché la sete è
una kenosi che va cercata, è possibile l’incontro tra uomini solo a partire da
un vuoto, è possibile il dialogo con Dio solo a partire da una mancanza, da un
bisogno. Gesù sembra viaggiare per svuotarsi, il contrario dei nostri itinerari
di illusoria pienezza. In questa pagina, attorno al pozzo, tutti hanno sete ma
non si descrive mai l’atto del bere. Solo quello della sete. Che permane,
aumenta, si purifica, diventa eterna. Ci si trasforma in sorgenti, alla fine, ma
non si riempie mai il bisogno.
Fanno paura le seti che ci abitano, a chi le possiamo confidare? Chi può
ascoltare il nostro grido senza usurpare il nostro bisogno? A chi possiamo
mostrare il nostro desiderio di vita senza correre il rischio di essere
prosciugati? Eppure il rischio bisogna correrlo, il prezzo è morire di sete. Il
rischio di confidarsi con uno straniero, il rischio di mostrarsi vulnerabile, il
rischio di non essere compresi, il rischio di essere fraintesi. Cristo al pozzo
inanella tutti questi pericoli, conosce l’azzardo, lo assume. Cosa dirà la donna
straniera? Cosa penserà la moglie dai cinque uomini? E i suoi discepoli al
ritorno? Cosa capiranno? L’inizio di ogni relazione vera si assume il pericolo
di essere fraintesa, sembra che non possa esserci vita senza rischio. Rischio di
bruciarsi, sicurezza che l’altro ci farà sicuramente male, perché le relazioni
sono tutte pericolose, e l’incomprensione è insita nella parola, e il male, il
male che ci abita, è serpe che distorce anche le intenzioni più pure. Eppure,
proprio nella giungla di queste fatiche, affaticati dal viaggio della vita,
occorre sedersi e accettare che abbiamo bisogno di qualcuno che condivida vita
con noi. La sete di Cristo è il segno del limite invalicabile che ci abita, del
limite che siamo. Del limite che diventa possibilità.
Lazzaro Bastiani, Incontro di Cristo con la Samaritana, XV secolo
*
Il pozzo
Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I
suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna
samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono
una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice:
“Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove
prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre
Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo
bestiame?». (Gv 4, 7-12)
> “Il pozzo (…) per quelli che hanno familiarità con la Bibbia è anche un tema
> molto legato all’esodo e in particolare alla legge. Un commento ebraico parla
> così del soggiorno degli ebrei nel deserto: lo scopo di quei quarant’anni «fu
> di far mangiar loro la manna e bere l’acqua del pozzo perché così la legge
> fosse assimilata nel loro corpo». (…) un commento di Qumran su questo passo
> dice: «Il pozzo è la legge»”.
>
> (Alain Marchadour, Vangelo di Giovanni, San Paolo 1994)
Ma anche prima c’è un pozzo, anche prima di Esodo, in Genesi, al capitolo 26 c’è
una storia che mi ha sempre colpito, è la descrizione di una prassi, di un
mestiere, una sorta di liturgia pratica, una devozione alla vita. Isacco ne è
protagonista:
> Isacco fece una semina in quella terra e raccolse quell’anno il centuplo. Il
> Signore infatti lo aveva benedetto. E l’uomo divenne ricco e crebbe tanto in
> ricchezze fino a divenire ricchissimo: possedeva greggi e armenti e numerosi
> schiavi, e i Filistei cominciarono a invidiarlo. Tutti i pozzi che avevano
> scavato i servi di suo padre ai tempi di Abramo, suo padre, i Filistei li
> avevano chiusi riempiendoli di terra.
>
> (Genesi 26,12-15)
So che il pozzo nella pagina della Samaritana richiama la legge, però questa
cosa che i pozzi si possano riempire di terra per invidia mi sembra importante
da segnalare. Isacco scava pozzi, i suoi avversari riempiono di terra le
sorgenti. Come cacciare sabbia in gola alla vita. Ma lui, Isacco, nonostante
tutto, continua:
> Isacco riattivò i pozzi d’acqua, che avevano scavato i servi di suo padre,
> Abramo, e che i Filistei avevano chiuso dopo la morte di Abramo, e li chiamò
> come li aveva chiamati suo padre. I servi di Isacco scavarono poi nella valle
> e vi trovarono un pozzo di acqua viva.
>
> (Genesi 26,18-19)
Poi possiamo andare al pozzo della legge, provare a comprendere cosa intenda
Gesù, quali i rischi dei Samaritani, cosa renda il pozzo della legge un’acqua
che non estingue sete. Prima però c’è Isacco che passa la vita a riaprire pozzi
d’acqua viva e a me pare davvero commovente. Mi sembra l’unico mestiere che
valga la pena fare. Mi pare la chiave per abitare il mondo con santa
disciplina. Solo chi cerca di togliere sabbia dal pozzo delle relazioni, solo
chi scava e scopre pozzi d’acqua nelle valli disabitate degli apparenti
fallimenti, solo chi è rabdomante di vita può comprendere davvero l’incontro tra
la Samaritana e Cristo. Incontro tra due deserti che nascondono pozzi.
Serve una costanza incredibile per scavare pozzi, per riaprirne, per opporsi
alla violenza. Serve una caparbietà infinita, serve una fede incrollabile, serve
di ripetere la stessa liturgia di scavo senza lasciarsi prendere dallo
sconforto. Sono convinto che la vita sia mantenuta viva da scavatori di pozzi
nascosti ed anonimi e incrollabili.
> Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo: “L’acqua è
> nostra!”. Allora egli chiamò il pozzo Esek, perché quelli avevano litigato con
> lui. Scavarono un altro pozzo, ma quelli litigarono anche per questo ed egli
> lo chiamò Sitna. Si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non
> litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: “Ora il Signore ci ha dato
> spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra”. Di là salì a Bersabea. E
> in quella notte gli apparve il Signore e disse:
>
> “Io sono il Dio di Abramo, tuo padre;
> non temere, perché io sono con te:
> ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza
> a causa di Abramo, mio servo”.
>
> (Genesi 26, 20-24)
Poi è vero il pozzo della Samaritana richiama alla legge.
> “Le leggi, rigorosamente laiche, sono pensate come regole che servono solo a
> separare ciò che è dell’uno da ciò che è dell’altro; Dio non c’entra proprio,
> e neppure la comunione fraterna. Già i farisei erano acceduti a questa
> concezione mercenaria della legge; ancor più i Samaritani. Gesù sollecita la
> Samaritana a passare dalla concezione mercenaria della legge a quella
> spirituale. (…) Come il pozzo è anche la Legge, finché essa sia scritta solo
> sulla pietra e non nei cuori. Dopo aver obbedito a tutte le sue prescrizioni,
> l’uomo deve riconoscere d’essere sempre da capo assetato, s’intende di
> giustizia”.
>
> (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa 2007)
> “Una cosa è bere, un’altra è diventare sorgente. L’acqua è lui. È Gesù,
> ricevuto per essere donato”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997)
La legge chiede carne, chiede di essere scritta nei cuori. Cristo al pozzo
chiede il cuore della Samaritana, Cristo non chiede mai altro. Ma cosa significa
davvero? Come si può chiedere al nostro cuore di tramutarsi in pietra, e poi di
lasciarsi incidere dal dito infuocato dell’Altissimo? Come mettere il cuore
nelle mani di Dio e lasciare che lui ci incida sopra le sue Parole, lasciare che
venga stritolato dalle sue dita, spremuto come cuore sacro a distillare il vino
dell’Alleanza?
> “Un cristiano non è un libero pensatore. Per lui, al principio, non sta
> l’uomo, il suo pensiero, la sua forza, le sue possibilità. Al principio non
> sta neppure un’idea. Sta la carità di Dio: cioè quel dimostrarsi di Dio
> nell’uomo Gesù, che dice a noi concretamente tutta la verità. Di fronte a ogni
> proposta, o ricerca, o cammino, la preoccupazione dominante di un credente
> cristiano sarà sempre quella di non perdere il riferimento a Cristo, di non
> giudicarlo o “svuotarlo” secondo le sollecitazioni del momento, per lasciarsi
> invece sempre giudicare da lui, assumendo la comunione con lui come criterio
> irrinunciabile di verità e di azione. «Cristo ieri, oggi, per sempre»
> (cfr. Eb 13,8)”.
>
> (Giovanni Moioli, Temi cristiani maggiori, Milano 1992)
Vuol dire che l’uomo rinuncia a essere un libero pensatore! E questa frase è la
prima spremitura violenta. Chi, oggi, ha il coraggio di non considerarsi
pienamente autonomo? Lo sappiamo, nessuno lo è davvero ma ognuno di noi
sbandiera una sorta di libertà conquistata. Poi siamo schiavi delle opportunità,
del sistema, dei mille compromessi, delle meschinità che ci abitano, del denaro,
della fama… ma non possiamo dirlo. Mettere il cuore in mano sua è esplicitarlo:
voglio essere tuo schiavo. Voglio scendere fino alla sorgente del pozzo e
togliere dalla fonte l’uomo, voglio sbarazzarmi dall’egemonia di me stesso, del
mio pensiero, della mia forza, delle mie possibili possibilità. E questo ci fa
orrore, ci fa paura. Alziamo subito scudi, difendiamo la piena libertà
che Cristo ci avrebbe promesso, la pienezza della vita… ma quale è la Sua
libertà? Quale libertà può promettere il Crocifisso che, anche da Risorto, non
chiude il segno dei chiodi? Per incontrare l’acqua viva, per non inquinare la
legge con la nostra miseria, bisogna liberarsi di quel che siamo e giungere,
assetati, come viaggiatori al pozzo, al principio. E al principio del pozzo,
acqua viva in eterno c’è la carità di Dio. Il suo amore. Se non arriviamo lì
lasceremo al cristianesimo di essere sempre e solo un’idea. Nobile. Ma che non
disseta fino in fondo. Solo Cristo deve essere il riferimento, solo lui, per lui
annientarsi, lui a guidarci, a lui incatenarci e lì, paradosso d’amore, scoprire
il nostro vero volto, la nostra intima libertà, l’immagine e somiglianza unica e
irripetibile. Fermarsi prima, accontentarsi, non lasciare che il seme che siamo
muoia renderebbe questa discesa al pozzo un suicidio.
Giovan Battista Caracciolo, Cristo e la Samaritana al pozzo, 1620 ca.
*
La donna
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà
dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io
gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».
«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete
e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo
marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». (Gv 4, 13-17)
> “Domanda da bere e promette di dissetare. È bisognoso come uno che aspetta di
> ricevere, e abbonda come uno che aspetta di saziare. «Se conoscessi, dice, il
> dono di Dio». Il dono di Dio è lo Spirito Santo. Ma Gesù parla alla donna in
> maniera ancora velata, e a poco a poco si apre una via al cuore di lei. Forse
> già la istruisce. (…) Oh se avesse sentito: «Venite a me, voi tutti, che siete
> affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»! (Mt 11,28). Infatti Gesù le diceva
> questo, perché non dovesse più faticare, ma la donna non capiva ancora”.
>
> (Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni)
Non importa sapere se cinque fossero proprio i mariti della donna oppure se
questa sia un’allusione agli idoli dei Samaritani. Quello che conta davvero è il
passaggio che si compie tra le grandi teorie e la vita vera, tra le domande
generiche e la vita pratica della donna (o di un popolo). Gesù per rispondere
alla sete profonda chiede alla donna di verificare concretamente a quali fonti
cerchi acqua. E la domanda si ripete anche per ognuno di noi. Quali le nostre
fonti? Concrete. Quali i nostri mariti? Quali i pozzi che apriamo e poi, delusi,
riempiamo di terra? Quali le persone che abbiamo usato, da cui ci siamo
abbeverati con avidità e che poi abbiamo lasciato magari con la scusa di una
sete più grande? Anche questo passaggio mi pare notevolmente doloroso. Può
arrivare un certo momento nella vita di un uomo in cui si decide finalmente di
smettere di correre in solitaria predando ogni forma di affetto, arriva un
momento in cui ci si guarda alle spalle e non si è più sicuri di aver agito per
una sete d’Infinito che tutto giustificava, ci si guarda alle spalle e si prova
vergogna per i tanti pozzi abbandonati. Certo, qualcuno si è servito anche di
noi, per fortuna, questo rende forse meno amaro il giudizio sul nostro operato.
Non l’abbiamo fatto per fare male, ma abbiamo predato. Non abbiamo compiuto un
viaggio verso la sete. Non siamo stati capaci di reggere il dolore della
mendicanza.
Cristo arriva al pozzo domandando da bere e promettendo di dissetare, le due
promesse non possono essere disgiunte, i due opposti vanno tenuti aperti.
Assettati e donatori d’acqua, guaritori feriti, peccatori riconciliati: questo
ci rende credenti, questo significa mettere il nostro cuore nelle sue mani.
Questo impara la samaritana, forse, lasciando la brocca al pozzo per andare a
dissetare i suoi compaesani.
> “La donna lasciò dunque la sua giara. La giara richiama le ‘sei giare di
> pietra’ per la purificazione dei Giudei citate in 2,6 . Questo particolare
> sembra esprimere simbolicamente la situazione della donna stessa. Ormai
> purificata dalla parola di Gesù, e dissetata dall’acqua viva che Gesù è nel
> suo corpo e in tutta la sua persona, la donna non ha più bisogno del suo
> strumento per attingere l’acqua e si trova libera per la missione”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997)
*
Sono io che parlo con te
Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque
mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli
replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno
adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui
bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo
monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete,
noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene
l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e
verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è
spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli
rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli
verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In
quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una
donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con
lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente:
«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui
il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. (Gv 4,17-30)
> “La Samaritana, al pozzo del corteggiamento, aveva conosciuto l’incanto di una
> parola che non ti fa cosa, cosa da consumare, che ti contempla teneramente in
> tutta la tua dignità e bellezza”.
>
> (Angelo Casati, Ricordare le sue parole, Centro Ambrosiano, 2002)
“Sono io che parlo con te”, forse questo il centro di questo racconto, forse qui
la descrizione definitiva dell’acqua viva. Sono io, Io sono, teofania intima e
definitiva, bisogni che si incontrano, che si riconoscono, che si riempiono e si
svuotano e ancora si riempiono. Dinamica dell’Amore che si fa infinito.
Non è chiaro se la donna abbia davvero compreso, non è chiaro se fugge verso la
città spinta da ardore missionario o da paura. Paura che si prova quando si è
svelati, guardati fin nel profondo. Spogliati. Non c’è teofania se non quando si
viene raggiunti nella parte più segreta di ciò che siamo, ogni protezione è una
mancanza di fede.Profezia è svelamento, spogliazione, donna scoperta nella sua
più intima intimità, “mi ha detto tutto quello che ho fatto”, verità
sconvolgente ma parziale, “mi ha mostrato tutto quello che sono”, questa sarebbe
stata la traduzione esatta dell’esperienza. Ma a chi confidare tale estremo
d’amore? “Sono io che parlo con te”, frase che rimane nascosta all’origine di
ogni pozzo, parole che possono donare vita solo a chi ha il coraggio e la
costanza di liberare la fonte dai cumuli di terra, dichiarazione d’amore che
alla luce svanisce.
Annibale Carracci, Cristo e la Samaritana, 1605
Anche la legge è pozzo capace di dare vita, non uno iota sarà perduto, ma solo
se diventa prassi per ascoltare la voce del Risorto che dalla vita ci parla.
Ogni nostra azione può diventare sacra, se è fonte di questa epifania.
E liberando pozzi anche noi saremmo trasfigurati in sorgenti d’acqua per i
fratelli. Chissà, forse fede, fede vera, è lasciare che lui ci scavi in
profondità, che lui rimuova detriti, che ci liberi da tutto e da tutti, e dalla
visione distorta che abbiamo di noi stessi, per riportarci ad essere conformi
alla realtà, e finalmente scoprire quel che siamo, la nostra possibilità:
“sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Gesù e la Samaritana al pozzo, area tedesca, 1420 ca.
L'articolo “Sono io che parlo con te”. Gesù e la Samaritana, un incontro tra
deserti che nascondono pozzi proviene da Pangea.
Mentre predica l’estinzione, il poeta Sufi ribadisce il proprio nome: etereo,
eterno sigillo della sua dedizione alla materia. Che fa, in effetti, la poesia:
ci lega a questo mondo, con sapienti mani da tessitrice, oppure, sonnambula
Penelope, aracnide che riavvolge la propria trappola trama, ci slega dalle cose?
Parole al veleno, quelle dei poeti: ci imprigionano o ci sprigionano?
Mentre pratica la sconfitta del sé, il poeta Sufi si strugge per il volto di
un’amata di passaggio; mentre ascende verso i cieli dell’Amato, inneggia al
vino, artefice di sacra ebbrezza. Statuario in instabilità, il poeta vaga tra i
‘paradisi artificiali’ di cui dirà Baudelaire e gli hadith del Profeta. La
poesia Sufi, in fondo, con fili d’oro, illumina ciò che nel transitorio
testimonia l’eterno. Eterna razzia: occorre inseguire le tracce di colui che ci
sta cacciando; tentare di prendere alle spalle chi ci attende da sempre, chi già
ci tiene sotto scacco, il fatale Dio-assedio.
Detto con altre più rigorose parole (quelle di Mahmood Jamal, autore di una
affascinante antologia di “Sufi Verse, Islamic Mystical Poetry, per Penguin,
2009, da cui abbiamo setacciato autori e testi meno consueti):
> “Le idee mistiche alla base della poesia Sufi possono essere riassunte così:
> Dio è Assoluta Bellezza e Assoluto Bene, precede ogni creato, esiste di per
> sé. Poiché è nella natura delle bellezza essere ammirata, adorata e svelata,
> Egli ha creato il mondo fenomenico: per rivelarsi in tale bellezza. Il
> desiderio di Dio è che l’occulto sia manifesto. Ma questo mondo è soltanto il
> riflesso della Verità, è transitorio. La creazione, per quanto magnifica, è
> imperfetta, è il Non-Bene, dacché rimanda semplicemente al Bene, ne è il
> barlume, il bagliore, lo spiraglio”.
In questa contraddizione si muove il delirare del poeta: affascinato dai ‘segni’
che Dio semina nel mondo, è insoddisfatto, vaga famelico per le vie – reali e
mentali –, tra tormento e estasi. Così, Dio è ovunque e da nessuna parte, è
l’Essere che divora e l’Assente, è il Tutto che dilaga in Nulla. In questo
proliferare di moduli retorici, il poeta Sufi fa la parte dell’anarchico per
eccesso di rigore: Sarmad, il grande poeta persiano vissuto nel XVII secolo,
nato in Iran da famiglia armena, transfuga in India, arriverà a dileggiare
l’etica dei capi religiosi, che mascherano con sacri paramenti la propria
plateale insipienza. Scriverà, Sarmad, che questo mondo come l’altro sono idoli,
equivalenti in ipocrisia, che il vero fedele è orientato soltanto a Lui, alle
segrete del suo segreto, ed è lì che vuole stare segregato. Accusato di ateismo,
sarà giustiziato per ordine dell’imperatore Moghul Aurangzeb.
In sostanza, il poeta Sufi, attraverso la poesia, crea uno spazio di incontro
con Dio: erige una pagoda per dialogare, in nudità, con l’Amato. La poesia è il
linguaggio privilegiato per sfiorare gli indicibili, per uscire dalla nota
grammatica delle cose, dalle consolidate formula. Se è ostaggio della creatura,
il linguaggio è l’abito del male, mistura di menzogne, misura della pusillanime
ragione; occorre sobillare le forme, allora, andare, come ladri, nell’aldilà del
linguaggio, nei luoghi ignoti, per scampare dalla tentazione del ‘dire’ e farsi
pura eco di Dio. È questo il moltiplicato dramma che lega poesia e preghiera. Se
la forma lirica instupidisce in liturgia, nel suo saturo scimmiottamento (come
capita nella rassegna, pur bella, edita di recente da Claudiana come Libro di
Preghiere), la poesia scema, si fa implorazione, adorazione di forme, ombra tra
le ombre. L’azzardo, al contrario, può sfogare in afasia del verbo, è vero, ma
levitare in fuoco perenne, vigoria divina, scala del paradiso: in questo senso,
le poesie-preghiere della conturbante Marina Cvetaeva (in: M.
Cvetaeva, Preghiere, a cura di Lucio Coco, Magog, 2026) sono più ‘efficaci’ di
innumeri trattati di teologia.
Di norma, il poeta Sufi ama la forma breve – il ghazal – perché l’allusione,
l’enigma, l’apoftegma rendono il testo una specie di rebus – o uno stiletto atto
a far sanguinare chi lo subisce. Il ghazal: lucernario della letteratura, a un
passo dalle stelle – sta a noi, artefici-lettori, ‘agire’ il testo, camminare
sui tetti.
La sinstesi usata da Pierre Pascal – all’epoca “Cancelliere dell’Ambasciata
dell’Iran presso la Santa Sede” – per celebrare l’opera di Omar Khayyam (nella
versione delle Rubʿayyāt approntata per l’‘Enciclopedia di autori classici’
curata da Giorgio Colli per Boringhieri) vale in parte anche per i poeti Sufi:
> “Non lodi né vituperi, non benedizioni né maledizioni uscirono dal suo calamo,
> ma solo le conclusioni della sua contemplazione delle nuvole nell’acqua d’una
> fontana, del mulinar dei cieli e del cammino degli astri, seguiti a lungo
> dall’alto di qualche terrazza”.
Nei poeta Sufi, tuttavia, l’ardore sfianca il rigore, l’estasi domina sulla
ragione, l’eros sovrasta la scienza.
A conclusione del suo lavoro, Mahmood Jamal auspica che
> “il fiume di tale immaginario poetico, bloccato dalle dighe artificiali
> dell’ortodossia puritana o dimenticato nelle secche del mondo moderno,
> continui a scorrere. È tempo che le barriere erette davanti allo spirito di
> una grande civiltà vengano rimosse, che tale fiume inondi le nostre menti di
> bellezza e di amore, per fornirci risorse spirituali nuove, rinnovate, in un
> tempo sempre più travagliato”.
Come non essere d’accordo? Certo, la cerca, la grande caccia non lascia indenni,
non propaga irenica quiete, non redige la pace dei pavidi. Si tratta, piuttosto,
di svolgere la guerra esteriore in guerra interiore – si tratta di essere
marziali nel sé – cioè, infine, autentici – spregiudicati nel gioire. Si tratta,
infine, di avere coraggio.
**
Rābiʿa al-ʿAdawiyya
(Bassora, 713/717 – 801)
Penetri in ogni spiraglio
del mio essere
come solo l’intimo
amico sa fare. Quando parlo
di Te parlo, quando taccio
di Te arde il mio desiderio.
*
Signore: se ti adoro
per paura dell’inferno
dell’inferno fammi fiamma –
se ti adoro
perché voglio il paradiso
dal paradiso esiliami –
se ti adoro
perché Ti voglio
non negarmi
la tua eterna
bellezza
**
Al-Hallaj
(Tur, Iran, 858 ca. – Baghdad, 922)
Quando il Bucefalo della solitudine ti disarciona
e ruggiti di dolore sparigliano la speranza
afferra nella sinistra l’umiltà corazza
nella destra la spada del pianto
scagiona l’ego scioglilo
e temi la vile rivalsa
se migri nell’oscurità
sia tua la torcia della purezza
rivolgiti all’Amato: Mira la mia rovina
perdonami – voglio incontrati –
mio Amore non separarti da me
non abbandonarmi: realizzami
**
Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr
(Mayhana, Iran, 967 – 1049)
Il sapiente che conosce il Mistero
non ha più io, è tutto in Dio:
confinati nell’Essere, sconfiggiti
questo significa: “Nessun Dio all’infuori di me”.
*
Non mi sono mai allontanato da Te
gli astri mi hanno servito bene:
mi sono estinto nell’Essere
ho assistito alla Tua luce.
*
Non biasimarmi se mi ubriaco
e cerco di fondere amore e vino:
da sobrio, vivo tra i briganti;
da ebbro precipito nell’Amico.
**
Sheikh Ahmad-e Jami
(Namaq, Iran, 1049 – Torbat-e Jam, 1141)
Ovunque io guardi, guardo l’Amato
Ovunque le meraviglie della Sua creazione
Ovunque vedo il Bene – tutto
ciò che è bello è l’Amato
Ogni bellezza che è al mondo
è un segno della bellezza dell’Amato
Perché vuoi diventare folle, Ahmad?
per diventare saggio e vedere l’Amato
*
Il destino dell’Amore è diverso
da quello della sapienza:
l’Amore è barattato per le strade
l’Amato lo trovi sotto la forca.
Chi viene ucciso dall’obbedienza
riceve nuova vita ogni giorno.
**
Sana’i di Ghazna
(Ghazni, Afghanistan, 1080 – 1150)
Nessuno può conoscerlo
soltanto Lui può penetrare
la Sua natura – la ragione lo bracca
invano: soltanto l’abbandono lo trova.
Fu la Sua pietà a sussurrare: Eccomi, conoscimi.
Nessun intelletto può scoscendere in Lui.
Come possono i nostri sensi
avvicinarsi alla Sua verità?
La ragione ti conduce alla soglia:
soltanto la grazia può inoltrarti
oltre il portone. Slegati dalla ragione
smetti di errare: se non riesci
a conoscere te tesso, come puoi
pretendere di conoscere Dio?
*
Di notte sono felice perché prego
e sento il fiato dell’Amico vicino a me.
Di notte tutte le luci si spengono
mia sola luce è la preghiera.
Al giorno della separazione segue la notte
dell’unione: giorno, allontanati da me!
Finché dimoro nell’Amico non provo dolore
finché avrò vita sarò lo schiavo dell’Amico.
Soltanto al cospetto dell’Amico
sono felice e il dolore si dilegua.
**
Saʿdi
(Shiraz, Iran, 1210 – 1291)
Che un uomo
renda a Dio
la cronaca dei suoi
fallimenti
non sarà mai in grado
di enumerare le Sue benedizioni.
*
L’Amore non ha giorno e non ha notte
gli amanti si amano continuamente.
I musicisti si dileguano – i Sufi ascoltano:
l’Amore ha un principio ma non ha fine.
Ognuno chiama l’Amato con il proprio nome
ma il mio Amato non ha nome.
L’unico idolo che Sa’di distrugge
è il sé.
**
Sarmad
(Kashan, Iran, 1590 ca. – Delhi, 1661)
Velato: rivelati
infinitamente ti cerco
a Te voglio unirmi – da troppo
tempo ti nascondi.
*
Sarmad, sei un vero devastatore:
hai sacrificato la tua fede per un paio di occhi!
Hai trascorso la vita sul divano del divino Corano
e ora ti consegni senza requie a un’idolatra!
*
Chi desidera questo mondo, chi l’altro
ma io voglio liberarmi da questi impostori.
Non desidero altro: fai razzia di me
strappa tutti i veli, rivelami il Tuo segreto.
*
Sono puro e desidero l’Amico.
Non datemi rosario né sacri paramenti
ipocrisie gonfie di inganno.
Per ascendere, non mi servono.
L'articolo “Confinati nell’Essere, sconfiggiti”. Rassegna di poeti Sufi proviene
da Pangea.
SALIRE SU UN ALTO MONTE
Oggetti del tempio cosmico
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li
condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo
volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco
apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. (Mt 17,1-2)
> “Alle azioni più ordinarie della vita, come bere, mangiare, lavarsi, parlare,
> agire, vivere insomma, la liturgia restituisce la loro vera vocazione, quella
> di essere cioè frammenti di una dossologia universale, oggetti del tempio
> cosmico”.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.27)
Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li conduce in disparte su un
alto monte. La grammatica è da Testamento Antico:
> “esso potrebbe rievocare la teofania sinaitica, oppure la festa delle Capanne,
> che iniziava sei giorni dopo Kippur. Ritengo che tutto il simbolismo del
> racconto (il monte, la gloria, Mosè – ed Elia –, la nube) rendano attualmente
> più probabile la prima possibilità”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
A noi non resta che salire, scalare la montagna, metterci in coda ai tre
discepoli, silenziosamente implorare di poter elemosinare scaglie d’oro da
questa maestosa icona, frammenti d’Infinito da succhiare come fossero ostie
consacrate, per poter tornare alla vita, alla nostra ordinarietà che pare così
misera, e poterla vedere, almeno per un istante, trasfigurata. Le cose di ogni
giorno, le azioni che ripetiamo quasi senza pensarci o quelle che, al contrario,
ci costano fatica, perché mangiare a volte è una tortura e parlare un supplizio
e agire, vivere insomma, una pena. Eppure, la Trasfigurazione di Cristo, dice
che siamo stati creati come “oggetti del tempio cosmico” che la nostra
grammatica è intrinsecamente liturgica, che senza la Sua luce le nostre membra
rimangono orfane, mute. Ha ragione Evdokimov, senza salire al monte della Sua
trasfigurazione, senza una vita profondamente liturgica, siamo condannati
all’inferno di non scoprire la vera vocazione della nostra carne. Del nostro
esistere. Del nostro stare nel mondo. Costretti a vivere elemosinando
pateticamente dal mondo il diritto di occupare spazio e tempo. Salire sul monte
della Trasfigurazione è interrogare invece il nostro corpo, ogni organo di quel
che ci compone, il visibile e l’invisibile, uno alla volta, implorando che
sappia dischiudere, nell’atto di compiersi, il vero destino di cui siamo
intessuti, il luminoso roveto che spinge per partorire luce al mondo.
Giovanni Bellini, Trasfigurazione, 1478 ca.
*
Trasfigurare questo mondo
> “Ascoltando tale messaggio l’Occidente inquieto, troppo esclusivamente portato
> alle trasformazioni tecnologiche di questo mondo, potrà iniziarsi a una
> scienza che fu e che resta l’occupazione prima, anzi esclusiva, di chi cerca
> l’Assoluto e che consiste nel trasfigurare questo mondo e se stessi per mezzo
> della preghiera. Senza la quale gli splendori della liturgia perdono il loro
> significato”.
>
> (Irénéè-Henri Dalmais, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023,
> p.11)
A noi non resta che salire sul monte, che è comunque uno stacco, una frattura,
un deserto perpendicolare. Salire lo scoglio per lasciare, almeno per un attimo,
l’inquietudine dell’Occidente a sciabordare violentemente ai nostri piedi.
Sabotare le trasformazioni tecnologiche, poeticamente confondere artificiali
intelligenze, opporsi al fascino dell’idolo digitale che si nutre del nostro
narcisismo. Scomparire, cercare una nube in cui potersi immergere. Perseguire
con coraggio una sorte di morte verticale. Abilitarsi alla ricerca
dell’Assoluto. Non accontentarsi di niente che non sia questa totalizzante
caccia al Divino. Affilare le punte alle frecce, tendere la corda all’arco della
preghiera, intingerla nel proprio sangue, scagliare i dardi nelle altezze,
saettarle al mittente. Il prezzo di tale sacra sfrontatezza è però la vita.
Tutta. Intera. Se non si è disposti basta stare a terra. La Sua misericordia
sgorgata dalla ferita crocifissa sull’altro monte, il Calvario, ha già comunque
garantito anche la nostra salvezza.
Se invece si è abitati dall’inevitabilità della ricerca, se davvero si è
chiamati, perché è Lui che chiama per nome non siamo noi ad arruolarci
all’impresa, se si è investiti di una vocazione che strappa dalla valle e
scaglia sulla vetta in una teofania che spinge luce accecante oltre le nostre
palpebre come fosse una tortura, allora non resta che incamminarsi.
Se in fondo sentiamo che preferiremmo scappare e invece ci troviamo imprigionati
nella sua rete, se le nostre mani, interrogate, rimangono mute se non si
aggrappano all’orlo della sua veste, allora, in questo caso, non resta che
incamminarsi e iniziare a pregare. Non resta che trasformarci in preghiera, che
tutto di noi implori la grazia di frantumarsi come le pareti del vaso per
sprigionare luminoso nardo. Se questa è la nostra vocazione, se questo lui ha
scelto essere il nostro destino, se le sue labbra continuano a pronunciare
ininterrottamente il nostro nome, allora dobbiamo solo cedere e provare a
iniziare a vivere con un solo obiettivo, totalizzante: contribuire a
“trasfigurare questo mondo”. E nel mondo, noi stessi.
> “…alla sua luce l’uomo vede il mondo intero come un’icona, dove ogni cosa
> trova la propria destinazione ‘liturgica’: quella di essere un luogo umile, ma
> anche folgorante, della teofania. È una visione eucaristica in cui l’uomo
> benedice ogni cosa e la offre, con rendimento di grazie, al Creatore“.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, ivi, p.36)
Questo salverà il mondo e anche noi, questa è la risposta alla vocazione
profonda del nostro essere vivi. Ogni altra strada che non preveda la lettura
del Creato come icona della sua luce è destinata al fallimento. Cercare la
nostra destinazione liturgia. Accogliere che l’Altissimo si depositi in noi,
mangiatoia “umile ma anche folgorante”, arrivare ad una conversione così
radicale da poter accettare di essere immersi in una teofania. Finalmente
contemplare. Ma benedicendo. Rendendo grazie. Non è una sottolineatura di poco
conto, la rabbia, l’invidia, il risentimento non trasfigurano, sfigurano.
Benedire, rendere grazie, uscire dagli inferi che ci costringono al rancore,
scalare i gironi dell’invidia, smascherare il nostro cuore, lasciare che il Suo
amore, trafiggendolo, arrivi a purificarlo. Fino a quando non saremo
eucaristici, cioè capaci di rendere grazie, fino a quando il nostro dire sarà
armato e accecato, fino a quando non sapremo sorridere, soprattutto di noi, il
mondo rimarrà buio e silenzioso, impermeabile alla sua trasfigurazione.
Beato Angelico, Trasfigurazione, 1438 ca.
*
STARE SUL MONTE
La luce dell’aldilà
Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. (Mt 17,3)
> “Ma forse è ancora più significativa la morte di entrambi: Mosè prima di
> entrare nella terra promessa (Dt 34), Elia rapito su un carro di fuoco come
> da un turbine (2Re 2). Perché è senza dubbio di questo che Gesù sta
> discorrendo con loro, o che essi stanno discorrendo con lui, come
> espliciterà Lc 9,31: del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
> “Lo scrittore Narsai (morto nel 502) descrive con incisività il clima
> liturgico: «Il sacerdote offre ora il sacramento del riscatto della nostra
> vita, pieno di timore, paura e sbigottimento. Egli teme…il terribile Re,
> misticamente ucciso e sepolto, e i terribili guardiani, in piedi, nel timore,
> per rispetto del loro Signore!». Il velo tra il cielo e la terra si squarcia,
> la morte si dissolve e tutto viene inondato dalla luce dell’aldilà”.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.90)
Accettare di frasi trascinare sul monte della Trasfigurazione, inchinarsi alla
sua chiamata, è accettare di abitare costantemente lo spazio della morte. Non
solo prepararsi a morire. Ma stare, già ora, nel mistero della morte. E lì
conversare con Mosè, con Elia, conversare proprio con la morte, chiamarla
sorella, interrogarla, ascoltarla.Morte che pare essere la vocazione ultima
delle cose, il silenzio a cui la vita è chiamata, dall’inizio. Morte che
spaventa, spegne, ingoia, annienta. Morte che è solo l’ultimo spazio che chiede
d’essere trasfigurato, morte che Cristo mostra ingravidata di Resurrezione,
morte spazio liturgico della luce eterna, morte indispensabile, morte caro
approdo, morte che si sacrifica per rendere possibile l’esplicitazione
dell’intima verità di ogni cosa, morte forziere che permette, lasciandosi
trafiggere, che tutto venga inondato dalla luce dell’aldilà. Morte mare da
attraversare per partorire Pasqua.
*
Una nube che fa luce. Il silenzio.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui!
Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli
stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed
ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho
posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». (Mt 17, 4-5)
> “Una «nube luminosa» (ossimoro matteano: una nube che fa luce). Di nuovo
> Matteo tradisce l’influsso dell’Esodo: la nube della gloria del Signore
> «appariva come fuoco divorante, agli occhi dei figli d’Israele, sulla cima
> della montagna» (Es 24,17). Questa stessa nube “coprì” la tenda del convegno,
> o dell’appuntamento. (…) Adesso essa copre i discepoli”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
> “…rimane l’ineffabile che proprio rivelandosi si ritira continuamente dalle
> forme già acquisite, crea un nuovo vuoto e una nuova assenza perché la
> presenza venga da capo ricercata nel vuoto che va creandosi (…) la nostra
> epoca in cui “Dio è morto” non potrebbe essere un’epoca mistica, l’era
> veramente vissuta di una mistica dell’apofasia? Già l’esperienza spirituale di
> Israele aveva vissuto questo, e la mistica dell’ebraismo è colma di questo
> concetto”.
>
> (Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni Crisostomo, Asterios, 2023, p.90)
Pietro parla, propone di costruire tre tende, una per Mosè, una per Elia, una
per Gesù.
> “nonostante i segni della trasfigurazione celeste, lo splendore e la luce,
> Pietro tende a assimilare il ruolo di Gesù a quello dei due rappresentanti e
> mediatori dell’antica alleanza: Mosè, la legge, ed Elia, i profeti. A questo
> punto interviene la nuova apparizione della nube luminosa (…) la rivelazione
> divina corregge e integra l’interpretazione di Pietro (…) Gesù in quanto
> Figlio amato e servo fedele è la ‛tenda’ della presenza dell’incontro con Dio.
> Il suo compito di rivelatore è unico e definitivo. Perciò davanti ai discepoli
> rimane lui solo”.
>
> (Rinaldo Fabris, Matteo, Borla, 1996)
Accedere al monte della Trasfigurazione è accedere nel ventre luminoso del
καλός, del bello, e come Pietro decidere di volerlo abitare. Ma cosa è il Bello
secondo il Vangelo? Ossimoro di una nube che fa luce. O di una luce che si
nasconde nella nube. Il bello è l’ineffabile che si ritira? Bello è il corpo
sfigurato di Gesù in croce? Bello il corpo trasfigurato in croce? Bello il
silenzio del Padre? Cosa è il bello? Un sabato d’attesa? Qualcosa che “si ritira
continuamente dalle forme già acquisite”? Bello è il Vuoto? Bello è franare
nell’apofasia? Bello è più della legge? Bello è più dei profeti? Bello è il
Calvario? Bello è il Vuoto sepolcro di Pasqua? Bello è lui solo?
Raffaello, Trasfigurazione, 1518 ca.
*
SCENDERE DAL MONTE
Rinunciare del tutto a fare qualcosa di se stessi
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da
grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete».
Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal
monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il
Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». (Mt 17,6-9)
> “(Bonhoeffer) precisa «non il piatto e banale essere-di-questo-mondo degli
> illuminati, degli indaffarati, degli indifferenti o dei lascivi, ma il
> profondo essere-di-questo-mondo, che è pieno di disciplina e in cui la
> conoscenza della morte e della risurrezione è in ogni momento presente».
>
> (Fernando Vittorino Joannes in Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni
> Crisostomo, ivi, p.22)
Farsi rapire fin sulla cima del monte è accettare di farsi tramortire. La faccia
a terra, come nell’atto della consacrazione. Come morti in attesa di farsi
risorgere. Tramortiti dalla luce. Ma Cristo si avvicina. Cristo solo. Cristo ci
sfiora, Cristo solo. Cristo ci risolleva e nelle sue labbra sembra di vederla la
coda della morte che lui ha appena ingoiato. Dagli orli della bocca scivolano
gocce di luce. Lui solo rimane. Lui solo nelle pupille smarrite dei discepoli
che trovano il coraggio di risollevarsi. Lo guardano ammutoliti e lui ordina
alle loro bocche di rimanere così, cucite, almeno fino al Calvario e alla
Pasqua. Poi lui stesso sfilerà il sigillo tra i fuochi della Pentecoste.
Non resta che tornare a questo mondo. Ma con disciplina, come chi ha la morte e
la resurrezione di Cristo incisa nella carne, presente in ogni momento. Salire
al monte della Trasfigurazione e poi scenderne è questo: accettare di vivere
ogni cosa nel sigillo di morte e resurrezione. Ecco la dossologia universale,
ecco l’essere oggetti del tempio cosmico.
> “Ancora una volta Bonhoeffer «Quando si è rinunciato del tutto a fare qualcosa
> di se stessi – un santo, un peccatore convertito o un uomo di Chiesa (una
> cosiddetta figura sacerdotale!), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano
> – ed è questo che io chiamo ‛mondanità’ o ‛essere-in-questo-mondo’, cioè nella
> pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle
> esperienze acquisite e delle perplessità, allora ci si getta interamente nelle
> braccia di Dio, allora si prendono finalmente sul serio non le proprie ma le
> sofferenze del mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani e, io penso,
> questa è fede, questa è metánoia e così diventiamo uomini cristiani. Come ci
> si potrebbe insuperbire dei propri successi e avvilire per gli insuccessi
> quando nella vita di questo mondo si è compartecipi al dolore di Dio?”
>
> (Fernando Vittorino Joannes in Paul Evdokimov, La liturgia di san Giovanni
> Crisostomo, ivi, p.32)
Scendere dal monte per gettarsi interamente nelle braccia di Dio, liberi
finalmente dall’assillo di dover essere qualcosa, o qualcuno. Liberi, dopo aver
rinunciato a noi stessi.
La trasfigurazione sarà compresa solo dopo la Pasqua, sarà il momento in cui i
discepoli lasceranno definitivamente le reti, quelle a cui erano tornati, perché
quella vita non li illuminava più. Perché era ormai muta. Sfigurata. Quel giorno
si sentiranno ancora chiamare, sentiranno distintamente la voce del maestro, e
si incammineranno ancora, definitivamente, sulle sue tracce. Adesso consapevoli
che il mondo chiede di essere trasfigurato ma che questo è possibile solo
compartecipando al dolore di Dio. Alla sua morte per amore. Alla sua
resurrezione.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Teofane il Greco, Trasfigurazione, XV secolo
L'articolo Finalmente liberi, dopo aver rinunciato a noi stessi. Discorso sulla
Trasfigurazione proviene da Pangea.
Dovevi esser di vetro
“In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato
dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine
ebbe fame”. (Mt 4,1-2)
> Dovevi esser di vetro, Signore,
> dopo quei giorni e quelle tue notti:
> quaranta i giorni e quaranta le notti,
> perché si compia un Esodo vero!
>
> (David Maria Turoldo, Opere e giorni del Signore, Edizioni Paoline, 1990)
Ha ragione Turoldo, si va nel deserto per diventare di vetro, per alzare occhi
sanguinanti di paura sulla dolorosissima e fragile trasparenza di sé. Si va nel
deserto per il compimento di un Esodo, soprattutto di quello che porta alla
verità di ciò che si decide di essere. Per compire un Esodo vero!
La consacrazione nel Battesimo del Giordano è avvenuta, dall’alto parole
decisive e sacramentali, per Cristo e per noi, eppure quelle parole non
impediscono il dubbio, anzi lo alimentano. Lo sa bene chi ha consacrato la
propria vita in una liturgia solenne. Lo sa bene chi ha pronunciato il proprio
“Sì”: certamente eterno, sicuramente definitivo, eppure non abbastanza luminoso
da renderci trasparenti a noi stessi. Consacrati ma non ancora di vetro! Per
quello serve tempo. E un tempo passato nel deserto. Non c’è possibilità di
scelta, al Battesimo segue il deserto. Sempre.
Deserto vitale per non morire sotto cumuli di opacità, per non lasciarsi
incrostare l’anima dai compromessi, per non stendere una patina capace di
diventare corazza, una viscida pelle di serpente capace di farci assolvere da
qualsiasi peccato. Che con le parole siamo bravi, siamo maghi, incantatori,
esegeti. A parole ci assolviamo, e poi ci crediamo, crediamo alla versione di
noi che abbiamo costruito e, usurpando il ricordo della sacramentale voce di
quel Dio che quel giorno si era compiaciuto della nostra figliolanza, ci
giustifichiamo in tutto. Scagioniamo anche la parte più terribile di noi. Per
questo serve il deserto! Per smascherarci. Per cercare l’Uomo di Vetro, il Dio
che si fa trasparenza dell’Amore. Per rispecchiarci in lui.
Ivan Karmskoj, Cristo nel deserto, 1872
*
La fuga è la forza delle cerve
> Come i Padri del deserto, Arsenio prese queste parole alla lettera: bisogna
> fuggire, partire, lasciare la città, uscire dal mondo e dalle sue mondanità.
> Fuggire perché si soffoca. In certe situazioni non vi è altra via d’uscita che
> la fuga. Non è la vigliaccheria, è un soprassalto di salute. La fuga è la
> forza delle cerve.
>
> (Jean-Yves Leloup, L’esicasmo. Che cos’è come lo si vive, Gribaudi, 1992)
Nel deserto Gesù non fugge, nel deserto Gesù è portato. In Matteo “a differenza
che in Marco, «fu trasportato dallo Spirito nel deserto». Il verbo indica un
movimento verso l’alto, come se egli fosse sollevato. «Il Cristo di Marco è
cacciato nel deserto come Adamo cacciato dal paradiso; quello di Matteo è
condotto, come Israele fu condotto attraverso il deserto» (H.B. Green, The
Gospel, p.67), potremmo aggiungere: “su ali d’aquila” (Es 19,4). Trasportato,
evidentemente, dalla piana del Giordano verso la zona montuosa di Giuda, un
deserto senz’acqua dove si patisce la sete e la fame, luogo tradizionale di
abitazione dei demoni”. (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Essere trasportati nel deserto su ali d’aquila, per accogliere la sfida di fare
verità su ciò che siamo veramente, sul nostro rapporto con Dio, con gli altri.
Come è stato per il popolo di Esodo il deserto anche per noi è spazio, tempo,
qualcosa da attraversare. Il vetro nasce dalla sabbia. Cristo va nel deserto per
aprire una strada nuova. Per ognuno di noi.
In Esodo c’è libertà e fame, paura e grazia, smarrimento e provvidenza. In ogni
deserto c’è lotta e ci sono angeli a servirci. Nel deserto si va per discernere
la chiamata. Il deserto è la vita, se vogliamo, se accettiamo la lotta. Il
deserto è lo spazio della verità. Decidere di non andarci è restare nel mondo,
addomesticare la nostra idea di spiritualità, credere di sedurre la mondanità ed
esserne, invece, corrotti. Impedirsi il deserto è decidere di soffocare,
respirare altra aria che non sia lo Spirito. Privarsi della forza delle cerve.
Divincolarsi dalle mani di Dio, restare a terra, lasciare che l’aquila voli
altrove, senza di noi.
Domenico Morelli, Gesù nel deserto, 1895
*
Ulteriorità
“Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che
queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane
vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»”. (Mt, 4,3-4)
È ancora lontano il giorno in cui, nel deserto, Cristo moltiplicherà pane per la
folla. Sarà giorno triste per lui, fallimento, mentre Gesù condivideva il suo
sguardo dall’Alto, mentre dilatava una preghiera divenuta pane, mentre
anticipava in qualche modo il suo diventare pane, la folla non capiva. E lui fu
costretto alla fuga, sempre il deserto, la solitudine, l’intimità con il Padre.
Non esiste, altrimenti, fede.
> “Scappò sul monte, solo. Vinse la tentazione. Satana era la folla soddisfatta
> che diceva: abbiamo trovato uno adatto a noi. Egli non è un Messia venuto a
> dare la risposta agli istinti fondamentali dell’uomo come essere provvisorio e
> materiale. […] Il Messia ha rivelato non la necessità del pane ma una
> ulteriorità verso cui siamo più sordi e ciechi”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto non solo per sfuggire al
faraone, che tanto il vero faraone ce lo portiamo dentro ed è con quello che
dobbiamo combattere. Non si va nel deserto per soddisfare la nostra fame di
pane, nessuna risposta agli istinti fondamentali, non solo quelli animali ma
anche quelli più subdoli: il bisogno di giustizia, di fraternità, di pienezza,
di amore… che illusione quando ci accorgiamo che, pur con tutti i nostri
tentativi, pur nelle comunità apparentemente più perfette, nei monasteri più
santi, nelle famiglie più luminose, da nessuna parte il Vangelo soddisfa i
nostri istinti. Nemmeno e soprattutto gli istinti di bene. Non sto dicendo che
la vita sia un sacrificio, pianto e dolore, non sto dicendo che il mondo sia
brutto e cattivo, sto solo parlando del bisogno di “ulteriorità” di cui parla
benissimo Balducci.
Accettare di abitare nel deserto è piegarsi a questa fame profonda, a questo
istinto insaziabile, quello che ci fa godere di ogni cosa del mondo, anche la
più piccola, proprio perché anche il filo d’erba con il suo svettare coraggioso
verso il cielo, minimo ed unico, anche lui, canta il bisogno di Ulteriore.
Sussurra il Creato il desiderio insopprimibile e simbolico della fame d’Eterno.
Una religiosità piegata al riempimento, una vita che non sa desertificarsi,
impoverirsi, si illuderà che la vita possa essere soddisfatta. Che sia riempita
di potere, di denaro o di cultura o di devozioni o di attivismi sociali o
pastorali… è davvero così diverso? Nel deserto si accetta di sprofondare perché
ammalati di ulteriorità, è il rischio di accettare una vita che accoglie tutto
ma che lo fa solo per ascoltare la Sua Parola che tutto pervade: “vivrà l’uomo
[…] di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, quella Parola che nel deserto
sussurra fino a farci male. Quella Parola che nel suo compiersi scava un Vuoto,
e dopo un Vuoto ulterioreancora, così noi camminiamo, sempre sospesi tra la
gioia d’averlo trovato e il bisogno di cercarlo ancora. Così nel deserto della
nostra vita procediamo, su ali d’aquila, sostenuti dalla sua presenza/assenza.
Così noi camminiamo verso l’Ulteriore, quello promesso e testimoniato, quello
che sussurra dal cuore di ogni cosa, quello di cui sperimentiamo il mormorio
quando riusciamo a diventare deserto.
Govaert Flinck, La tentazione di Cristo, 1635/1640
*
Ogni respiro è miracolo
“Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del
tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti:
‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra’». Gesù gli rispose: «Sta scritto
anche: ‘Non metterai alla prova il Signore Dio tuo’»”. (Mt 4,5-7)
> “Se (il divisore) ti tende un laccio attraverso la vanagloria – lo fece anche
> con Cristo conducendolo sul pinnacolo del tempio e dicendogli «Gettati di
> sotto» perché mostrasse la sua divinità – non farti trascinare in basso dal
> desiderio di innalzarti. Se ottiene questo non si fermerà qui. È insaziabile,
> ricorre a tutti gli espedienti. […] Oh Tu, sapiente nel fare il male, come hai
> potuto tacere quanto è scritto subito dopo? Io lo conosco bene anche se tu hai
> taciuto. «Io ti farò camminare sopra l’aspide e il basilisco e ti farò
> calpestare i serpenti e gli scorpioni» (Sal 90,13), perché sei protetto dalla
> Trinità”.
>
> (Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in
fondo, per sperimentare la grandissima fragilità umana e per scoprire finalmente
che ogni respiro è un miracolo. Non solo essere sostenuti dagli angeli in tempo
di caduta ma sempre, in ogni istante, ad ogni passo. Si viene trasportati nel
deserto e si diventa di vetro per sperimentare il bacio, il Soffio dello
Spirito, che ci tiene in vita e che ci accoglierà nel Respiro Eterno l’attimo
esatto della nostra morte.
*
Anche io sono immagine di Dio
“Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i
regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se,
gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene,
satana! Sta scritto infatti: ‘Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai
culto’». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e
lo servivano”. (Mt 4, 8-11)
> “…e ti chiederà di adorarlo, disprezzalo: è povero. Digli, confidando nel
> sigillo (impresso su di te con il battesimo): «Anche io sono immagine di Dio.
> Non sono ancora stato rigettato dalla gloria dell’alto come te a causa della
> superbia. Ho rivestito Cristo (cfr. Gal 3,27), mi sono trasformato in Cristo
> per mezzo del battesimo. Sei tu che devi adorarmi». Si allontanerà da te, ne
> sono certo, vinto e coperto di vergogna a causa di queste parole. Come dovette
> abbandonare Cristo, la prima luce, così lascerà anche quelli che sono stati da
> lui illuminati”.
>
> (Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in
fondo, per accorgersi che siamo abitati dal bisogno infantile di essere adorati,
per accorgerci che il tentatore ce lo portiamo dentro, che il narcisismo ci
rende opachi alla Grazia, che la paura di non essere di nessuno ci rende
violenti, ci spinge a estorcere affetto, frantumandolo con le nostre mani. Si
fugge nel deserto perché stanchi di adorare l’aria. Perché delusi, ciò che
avevamo adorato come fosse Dio si è rivelato un idolo, ci stava mangiando.
Si va nel deserto della solitudine perché è proprio la solitudine il prezzo da
pagare, nessuno comprende, solo chi patisce il luminoso desiderio di rinnegare
se stesso può intuire, eppure non potrà condividere, se non a distanza. Il
deserto è la prima e l’ultima forma di rivoluzione contro qualsiasi tipo di
potere. Ma il rivoluzionario deve scontare vera incomprensione, evangelica
umiliazione. Impossibile scendere a patti, non esiste terra di mezzo. E lì,
finalmente, sarà beatitudine vera. Perché finalmente trasformati in Cristo.
Seguirlo, nel deserto, per essere trasformati in lui, vera tentazione è
illudersi di essere al mondo per altro.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Domenico Morelli, Cristo tentato, 1885
L'articolo Al Battesimo segue sempre il deserto. Per smascherarci. Per cercare
l’Uomo di Vetro, il Dio che si fa trasparenza dell’Amore proviene da Pangea.
Sale
> “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo
> si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato
> dalla gente”.
>
> (Mt 5,13)
Le beatitudini, cristalline e terribili, sono appena state appese al vento del
monte e lì volteggiano e lo faranno eternamente in attesa di corpi, in attesa di
discepoli, in attesa di essere colte da chi, come il profeta, accetterà la
persecuzione in cambio di una vita che sappia reggere l’urto della felicità:
“rallegratevi ed esultate”.
Le beatitudini profumano ancora del soffio di Cristo, sono onda di mare
dolcissima e violenta, felicità in cui ci si immerge, paradosso che trascina
lontano dal porto protetto e rassicurante. Felicità è morire di beatitudini.
Qualcuno si fa travolgere dal discorso del Maestro, qualcuno si abbandona
all’urto dell’onda della possibile pienezza, è il discepolo. Sale della terra. È
il folle in Cristo, è il povero, è l’uomo in lacrime, è il mite, è il giusto, è
il misericordioso, è il puro di cuore, è il costruttore di pace, è il
perseguitato, è il sale della terra. È quello che almeno prova ad esserlo, è
colui che lo desidera con tutto se stesso. È l’uomo in Cristo. Ed è beato,
felice, luminoso. E non sceglierebbe altro. Non vuole, non può. Nessun
sacrificio, è solo consegna di sé. Totale e amorosa.
> “Il sale è necessario nella vita degli uomini. Che cosa bisogna dire? Ora è
> conveniente chiederci in base a che cosa i discepoli di Gesù sono paragonati
> al sale. Pare a me, perciò, che come il sale conserva i cibi, perché non si
> trasformino in vermi a causa del fetore, e li renda utilizzabili per molto
> tempo, così i discepoli di Cristo occupano ogni luogo della terra e lo
> mantengono per opporsi al fetore dei peccati che viene dall’idolatria e
> dall’impudicizia”.
>
> (Origene, Frammento 91)
Nella molteplice possibilità di interpretazione del simbolo del sale Origene
sceglie il potere della conservazione. Il sale è ciò che permette alla carne di
opporsi alla decomposizione della morte. In questa logica i discepoli sono
gettati da Dio in abbondanti manciate su tutta la terra per impedire alla
Creazione di trasformarsi in cadavere mangiato dai vermi. Sale gettato per
conservare viva la vita. Perché il tempo senza Dio, l’abbandono dell’amore, in
una parola sola quello che chiamiamo peccato, decompone, consuma, imputridisce.
Il discepolo è sale che difende il profumo della vita dall’assedio costante del
fetore della morte. Viene in mente Lazzaro, che già puzzava, viene in mente
Cristo, vengono in mente le sue lacrime, sale a scendere sulle guance, sale a
depositarsi sulle labbra, sale scagliato come un ordine a difendere la vocazione
intima dei corpi, sale come bacio a richiamare l’amico tra i vivi, sale simbolo
d’eternità.
Il sale è necessario alla vita degli uomini, senza sale si muore. Il sale degli
uomini delle beatitudini è una benedizione, è la povertà a trattenere in vita
cuori affascinati dalla ricchezza, dalla violenza, dall’oppressione,
dall’imposizione… il sale è opposizione alle logiche del mondo.
Portiamo l’immagine di Origene nella preghiera, inginocchiamoci davanti al
Vivente con il coraggio di chiedere il dono delle beatitudini, per non lasciare
che il nostro narcisismo si nutra, come verme in una carcassa, del nostro corpo.
Delle nostre buone intenzioni. Delle nostre illusioni. Chiediamo il coraggio di
metterci almeno nel sentiero delle beatitudini, e che Lui sparga sale sulle
nostre ferite, dolore bruciante, ma che il taglio non degeneri in
cancrena. Sale, a conservare la parte più intima di noi, la nostra profonda
identità, sale affinché l’immagine e somiglianza non venga deturpata. Chiediamo
di essere abitati dall’uomo delle Beatitudini, per non decomporci, per non
smarrirci, per poter sentire già fin d’ora come credibile la Sua promessa di
resurrezione.
*
Luce
> “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra
> un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul
> candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”.
>
> (Mt 5, 14-15)
Le beatitudini nascono dalle labbra di Dio come fuoco, sono possibilità di
un’alba incandescente che giura la possibilità di una domenica senza tramonto.
Beatitudini come roveto che non consuma, incendiano cuori, mangiano i bordi
delle tenebre, cauterizzano le ferite inferte dal dolore, oppongono dighe di
fuoco all’infezione del male. Cristo è angelo di luce terribile e irresistibile.
Qualcuno riuscirà a riconoscere la stessa luce anche sull’altro monte, Lui città
illuminata perfino sulla cima del Calvario, lì dove il moggio sembrava cappa
definitiva sul Verbo, lì dove beatitudine vera sarà la consegna di Cristo al
Padre. Luce a trafiggere per sempre le tenebre.
> “Adesso li definisce luce del mondo; illuminati da lui, che è la luce vera ed
> eterna, a loro volta diventino luce in mezzo alle tenebre. (…) Per mezzo di
> esse infatti – a modo che il sole, con i suoi splendenti raggi, diffonde luce
> dovunque – ha fatto pervenire la luce della conoscenza di se stesso
> nell’universo intero”.
>
> (Cromazio di Aquilea, Commento al Vangeli di Matteo 19,1)
Eppure la luce è terribile. Scegliere il buio, complicare l’interpretazione del
mondo, scipparlo della semplicità pur di trovare una piega di pensiero dove
nascondersi. Trovare alibi, non esporsi in nome di una fasulla umiltà.
Proclamare di non sentirsi all’altezza per non dover essere costretti a
rivestirsi di luce e quindi mostrarsi, senza maschere, senza ipocrisia, per
quello che si è: poveri cristi. Ma illuminati. I discepoli non sono perfetti,
non lo saranno mai. Solo vivono. E decidono. Rispondono concretamente. Prendono
posizione sulla terra. Belli perché rivestiti della luce di Cristo. E chi li
guarda, vede bene il miracolo: è Cristo a risplendere, il testimone è solo luce
riflessa. Ed è beato, è felice di questo, ed è libero dal proprio infinito
bisogno di volersi imporre al mondo “lui deve crescere; io, invece, diminuire”
(Gv 3,30). Eppure, in questa consegna, ennesimo paradosso, il discepolo
finalmente scopre la propria identità profonda. Siamo al mondo per farci portare
alla luce, per diventare luce, per venire alla luce, per danzare in lui, siamo
al mondo per nascere. Non può restare nascosta una città, non può restare
nascosta una luce, non possiamo restare nascosti noi perché, semplicemente,
senza di Lui, noi non saremmo.
Non è nemmeno questione di testimonianza, non in prima battuta, ma di necessità.
Credo davvero che arrivi un momento in cui il discepolo non possa più fare a
meno del rapporto con Cristo, di essere illuminato costantemente dalla sua luce,
e questo per necessità, solo per necessità, necessario come l’aria. Si può anche
sparire dal mondo, smettere di parlare, smettere di predicare, smettere di
scrivere, smettere di esporsi, smettere qualsiasi cosa, ma non si può smettere
Lui.
Si sta nella luce per necessità, perché senza “la luce della conoscenza di se
stesso nell’universo intero”, l’universo imploderebbe nel buio e noi con lui.
*
Lodare Dio
> “…ma immediatamente soggiunge, spiegandone la ragione: affinché diano gloria
> al Padre vostro celeste, perché uno, il quale facendo il bene è ammirato dagli
> uomini, abbia nella propria coscienza l’intenzione del bene compiuto, ma non
> abbia l’intenzione di acquistare notorietà se non per lodare Dio, a vantaggio
> di coloro ai quali si fa conoscere”.
>
> (Agostino, Discorsi 54,3)
Essere discepolo-sale, essere discepolo-luce, può essere una grande trappola. La
più terribile. Solo un discepolo può tradire il Cristo, chi non è discepolo non
può arrivare a tanto.
Colpisce che sia sempre l’ammirazione degli uomini ad avere la forza di
masticare la luce, di rendere insipido il rapporto del discepolo con Dio. La
visibilità, lo diceva già Agostino, “acquistare notorietà”, mossa che illude di
essere ancora suoi e invece ci riduce a non essere più nulla, vivi solo
nell’ammirazione volatile e spesso invidiosa degli uomini.
Perché se il “sale perde il sapore” semplicemente non è più sale. Anche se si
illude di continuare a dare sapore alla vita propria ed altrui, anche se non
smetterà di parlare di Dio. Essere discepoli è arrivare a vivere solo per lodare
Dio. Nient’altro che questo. Così nella preghiera ritorno all’amato Ignazio di
Loyola, principio e fondamento:
> “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così
> raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per
> l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue
> che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve
> allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci
> indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla
> scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non
> desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza
> piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga
> piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e
> scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo
> creati”.
>
> (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Testa di Cristo di Albrecht Dürer; nel testo, due icone di San
Paolo dello stesso artista
L'articolo Sale della terra, luce del mondo: essere discepoli vuol dire lodare
Dio proviene da Pangea.
Se le mistiche tentano di uscire dal proprio corpo – o meglio, tentano di
‘inseminare’ Dio con il loro corpo, di farsi elette (e umiliate) per gemmazione,
eterno parto del Giusto –, i mistici tendono a imbragare il corpo entro una rete
di codici, di regole, di maglie. Si tratta, in effetti, di una ‘cavalleria’
spirituale, la loro, di una ‘palestra’: il corpo deve essere addestrato – per
primizia d’abbandono – affinché sia sovrabbondante l’anima. Si tratta di deviare
il ‘mestiere delle armi’ nell’armistizio spirituale: dunque, tenere in assedio
il corpo, intavolare trappole, forzare l’anima al duello e al boia. Che grande
ingegno nell’ideare stratagemmi di guerra i mistici!
Per le mistiche l’anima è biada offerta a Dio, nutrimento al Dio che tutto
pretende. Per i mistici, l’anima dev’essere forgiata come una spada, i mistici
la dovranno sfoggiare nei giorni della grande lotta. Ecco: la mistica si lascia,
si cede, eccede; il mistico scende in battaglia, non cede alla tentazione. La
mistica è acqua – il mistico è fuoco. La mistica, semmai, incendia il bosco – il
mistico perimetra il terreno, erige un tempio – fosse pure, mentale. La mistica
distrugge i confini, il mistico li misura, per superarli. Non si lascia
sopraffare – fa, il mistico. La mistica lascia fare.
La vita di Simeone il Nuovo Teologo (949- 1022), venerato come santo dalla
Chiesa ortodossa, è emblematica in questo senso. Nato da famiglia nobile,
cresciuto per ascendere ai gangli della burocrazia imperiale di Costantinopoli,
mollò ogni ambizione, disgustato dalla vita mondana agita nella capitale,
ispirato da un maestro, Simeone Studita, che non tarderà a venerare – a dire,
prima di tutto, della necessità di un insegnante, che ci addestri prima di
indottrinarci, che ci conferisca il giusto lignaggio, ci incorpori nel suo
linguaggio.
Fu monaco, igumeno, mistico sovraccarico di ‘visioni’. Soprattutto: ovunque si
stabiliva, creava instabilità e scismi. L’intransigenza di Simeone fomentava la
collera dei fratelli, l’incomprensione dei superiori – subì espulsioni,
umiliazioni, fraintesi. Migrò di monastero in monastero, questa
farfalla-vampiro, fino a rifugiarsi a Santa Marina, sulla riva asiatica del
Bosforo, dove morì, elaborando trattati, scrivendo inni, pregando.
Nell’affascinante trattato Sui tre modi per pregare, a lui attribuito, Simeone
si fa pioniere della ‘preghiera del cuore’.
> “Il tema centrale del trattato riguarda la necessità di custodire il cuore… in
> primo luogo tramite una particolare postura del corpo; poi con il controllo
> del respiro, in modo da rallentarne il ritmo; infine, educando l’intelletto
> alla catabasi nel cuore, cercando il luogo autentico della sua ubicazione.
> Questo esercizio preliminare è necessario per concentrarsi, prima di
> intraprendere l’effettiva invocazione del Sacro Nome. Alcuni studiosi
> occidentali moderni hanno paragonato questa pratica ai metodi utilizzati dallo
> Yoga o dal Sufismo, ma non bisogna esagerare con i paragoni. L’autore dei Tre
> modi per pregare colloca questa tecnica in un ambito specificamente
> cristologico: lo scopo è preparare l’iniziato all’‘invocazione di Gesù
> Cristo’. […] Vale la pena ricordare che in questa prospettiva l’uomo è unità
> di corpo e anima; il corpo è un aspetto essenziale della nostra
> personalità totale, integrale: non deve dunque essere ignorato ma utilizzato
> dinamicamente durante la preghiera”.
>
> (G.E.K. Palmer, Philip Sherrard, Kallistos Ware, The Philokalia, vol. IV,
> Faber, Londra, 1995; da qui abbiamo tratto le traduzioni che seguono)
Nei suoi testi, l’assertività ‘militare’ lascia sempre un brio al dubbio;
brilla, sulla cima delle norme, acuminate e aspre, il genio della
contraddizione. Il bisogno di arginare un cuore che scalpita, di mettere alla
stanga il corpo che infuria, non è vile temerarietà, l’intemperanza di chi
ciecamente obbedisce, ma sacro impegno a tenere sempre in tensione l’anima,
sempre sul punto di sbriciolarsi o di schiudersi, tra il destino di essere
pettirosso e la voglia di farsi lupo.
**
Dai Capitoli pratici e teologici
Non puoi saziarti di cibo e al contempo godere della gioia spirituale, della
benedizione noumenica – se ti abbandoni allo stomaco, ti allontani dallo
spirito. Nella misura in cui disciplini il corpo, sarai ricolmo di nutrimento
spirituale.
*
Lascia tutto ciò che è terreno. Non devi semplicemente rinunciare alle
ricchezze, all’oro, alle cose materiali, ma espellere completamente da te ogni
desiderio per tali cose. Odia i piaceri del corpo, alienati dai suo insensati
umori; mortificati con la sofferenza. Perché è il corpo che risveglia i desideri
e stimola all’agire; finché il corpo sarà vivo l’anima sarà inevitabilmente
inetta, inerte, lenta alla risposta, impermeabile al dire divino.
*
Come una fiamma si innalza sempre nella stessa direzione, indipendentemente
dalla legna che la nutre, così il cuore di un uomo arrogante non potrà mai
umiliarsi; più gli chiedi aiuto, più si esalterà nell’offrirtelo. Se lo
ammonisci, reagisce con violenza; se lo incoraggi, la sua vanità non avrà più
limiti.
*
Chi si abitua a controbattere il prossimo è un’ascia a due tagli: senza saperlo,
ferisce la propria anima, la aliena dalla vita eterna.
*
Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto; chi vede l’Uno, tutto vede. Pur astenendosi
dalla contemplazione, è comunque nella contemplazione del tutto. Poiché dimora
nell’Uno, vede tutte le cose; dimorando in tutte le cose, non vede nulla. Chi
vede attraverso l’Uno percepisce attraverso l’Uno se stesso e tutti gli uomini e
tutte le cose; reclino nell’Uno, non vedrà più nulla.
*
La contrizione del cuore, se è eccessiva e intempestiva, turba la mente, la
oscura, distrugge l’umiltà dell’anima e la pura preghiera, addolora nel
compianto il cuore. Questo produce indurimento, fino a totale insensibilità. Per
mezzo di ciò, i demoni riducono gli spirituali alla disperazione.
*
Un uomo pieno di ansie per le cose del mondo, non è libero: è dominato
dall’ansia, ne è schiavo, che riguardi se stesso o il prossimo. Chi è davvero
libero, non è trafitto da preoccupazioni mondane, che riguardino se stesso o il
prossimo. Tuttavia, costui non resterà inattivo né trascurerà i dettagli più
insignificanti e triviali della propria vita: farà tutto per la gloria di Dio,
compirà tutto senza ansia.
*
Un’anima impassibile è una cosa, un corpo impassibile è un’altra. Quando è
impassibile, l’anima santifica il corpo con la propria luminosità e con lo
splendore dello Spirito Santo. Un corpo impassibile non conferisce, di per sé,
alcun beneficio a chi lo possiede.
*
La terra gettata sul fuoco lo spegne – allo stesso modo, le preoccupazioni
mondane e l’attaccamento, pur per la cosa più minima e insignificante, smorzano
il fervore che arde nel cuore.
*
Se sei gravido della paura di morire, proverai disgusto per ogni cibo, bevanda o
abito elegante. Non troverai piacere nemmeno nel mangiar pane o nel bere acqua.
Concederai al corpo soltanto ciò di cui ha bisogno per rimanere in vita; e non
solo rinuncerai a ogni tua volontà, ma, a discrezione verso coloro a cui
obbedisci, sarai il servo di tutti.
*
Fratello, il ritiro dal mondo è perfetto solo se mortifichi la tua volontà; il
distacco è compiuto se ti alieni da genitori, familiari, amici.
*
Quante persone credono che sia un maestro spirituale chi ostenta grandi capacità
retoriche e considerano rozzo e inutile l’uomo al giogo del silenzio, attento a
non sprecare parole…
*
Fa’ ogni cosa con umiltà – è Lui che ha detto: “Dopo ogni cosa che avete
compiuto, dite: ‘Servi inutili siamo, fatto abbiamo ciò che si doveva fare’”.
*
Non comunicarti se hai qualcosa contro qualcuno, fosse pure un pensiero
contorto. Non comunicarti prima di esserti riconciliato. Anche di questo ti
istruirà il pregare.
*
Nulla ci sia nella tua cella, nemmeno un ago – soltanto, la stuoia e il
mantello. Se possibile: neanche una sedia. Ci sarebbe molto da dire su questo
punto: chi vuol capire, capisca.
**
Da I tre modi per pregare
Esistono tre modi per pregare e attenersi alla contemplazione, mediante i quali
l’anima è eletta o precipita. Chi adotta questi metodi nel modo giusto si eleva,
chi li impiega in modo triviale, si schianta, crolla. Vigilanza e preghiera
dovrebbero essere sempre collegate tra loro, come il corpo all’anima: l’una non
sussiste senza l’altra. La vigilanza avanza come un esploratore e comincia la
lotta contro il peccato; la preghiera gli è dietro e stermina i pensieri malvagi
che la vigilanza ha già combattuto – la sola attenzione non basta a vincerli.
Dunque, questi sono i portali della vita e della morte. Se per mezzo della
vigilanza manteniamo pura la preghiera, progrediamo; se lasciamo la preghiera
orfana, incustodita, si contamina e ogni sforzo è vano.
Il primo metodo per pregare
Quando una persona sosta in preghiera, alza le mani, gli occhi e l’intelletto
verso il cielo; riempie l’intelletto di pensieri divini, di immagini di celeste
bellezza, vede le angeliche schiere e la dimora dei giusti. In breve: al momento
del pregare, raccoglie nell’intelletto tutto ciò che ha udito dalla Sacra
Scrittura, risvegliando l’anima al divino desiderio – talvolta, dando in
lacrime.
Chi prega secondo questo metodo senza attenzione, monta in orgoglio, il cuore si
esalta, considerando ciò che gli accade come effetto della grazia divina. Tale
supposizione è illusoria, perché il bene non è bene se non si accorda al giusto
metodo. Chi persegue il metodo congiunto a una vita di assoluto isolamento, può
cadere in pazzia. Anche se ciò non gli accade, non gli sarà comunque accordato
lo stato santo.
Chi adotta questo tipo di preghiera spesso si inganna: vede luci con gli occhi
del corpo, sente dolci profumi e vorticose voci. Alcuni sono preda dei demoni, e
vagano di qua e di là, resi alla follia. Altri non distinguono il diavolo
dall’angelo di luce, confidano in lui, persistono in un incorreggibile stato di
illusione, rifiutando ogni consiglio. Altri ancora, preda del demonio, si sono
uccisi, gettandosi da un rupe, o impiccandosi.
In effetti, chi può dire le svariate forme con cui il demonio ci inganna? Chi
adotta questo metodo può evitare il male se vive in comunità – tuttavia,
potrebbe passare la vita senza compiere progressi.
Il secondo metodo per pregare
L’orante distoglie l’attenzione dell’intelletto dalle cose sensoriali, le
concentra su se stesso, custodisce in sé i sensi, raccoglie i pensieri; procede
ignaro della vanità del mondo. A volte, investiga i suoi pensieri, a volte
presta attenzione alle parole che rivolge a Dio, a volte draga i pensieri che ha
imprigionato; quando è sopraffatto dalla passione, si sforza, passa oltre.
Chi lotta in questo modo, tuttavia, non potrà mai dirsi in pace e vincersi. È
come un uomo che combatte di notte: sente le voci dei nemici, ne è impaurito, ma
non vede con chiarezza chi sono, da dove attaccano e perché. Così è per chi ha
un intelletto oscuro. Combattendo in tal modo, non sfugge ai nemici
intellettuali – ne è sopraffatto. Nonostante gli sforzi, non ottiene nulla.
Immaginando erroneamente di essere nella giusta postura, cade nella vanagloria.
Dominato da essa, da essa deriso, disprezza le debolezze degli altri – si crede
il pastore, ma è come il cieco che guida un’orda di ciechi.
Queste sono le caratteristiche del secondo modo per pregare – chiunque aspiri
alla salvezza sa che arreca il male. Eppure, è preferibile al primo, come una
notte di luna è più bella di una notte buia e senza stelle.
Il terzo metodo per pregare
Il terzo metodo per pregare è sorprendente, difficile conficcarlo in uno
scritto, incredibile per chi pratica, pochissimi quelli che lo intendono.
Questo metodo distrugge le invisibili astuzie dei demoni che tentano di
trascinare l’intelletto in ogni sorta di tortuoso pensare. Liberato,
l’intelletto combatte con ogni sua forza, scrutando i pensieri sudici e
insinuanti del nemico, eliminandoli con magistrale destrezza, mentre il cuore,
purificato, si offre a Dio. Questo è l’inizio di una vita di autentico
isolamento.
Il punto di partenza di questo metodo non è fissare il cielo, alzare le mani,
concentrare i propri pensieri e invocare l’aiuto celeste. Questo, come ho detto,
è un metodo di pregare illusorio. Non comincia neanche sorvegliando i sensi con
l’intelletto, senza accorgersi dei nemici che già ci assediano dall’interno,
dall’intimo.
Prima di intraprendere questa via, pratica l’esatta obbedienza. Mantieni pura la
coscienza davanti a Dio, davanti al tuo padre spirituale, davanti al resto della
comunità e degli uomini. Astieniti dal fare cose che confliggono con il culto
tributato a Dio; fa’ ciò che ti dice di fare il padre spirituale, lasciati
guidare; non fare nulla al prossimo che non vorresti fosse fatto a te. Non avere
rapporti obliqui con le cose materiali: cibo, bevande, vestiti. Fa’ sempre tutto
come fossi alla presenza di Dio.
Ecco in modo conciso in cosa consiste questa via. Intanto: vegliare
continuamente il cuore, eliminando i pensieri seminati dal nemico. All’inizio,
questa pratica è ardua; difficile è trovare la gioia che si trova nel profondo
del cuore anche per gli iniziati.
Alcuni padri hanno chiamato questa pratica, ‘quiete del cuore’, altri ‘custodia
del cuore’, altri ancora vigilanza o indagine dei pensieri per la cura
dell’intelletto. Così dice Qoelet: “Rallegrati, giovane, della tua giovinezza;
cammina nelle vie del cuore”. Molti nostri padri – San Marco l’Asceta, San
Giovanni Climaco, Sant’Esichio, San Filoteo del Sinai, Sant’Isaia il Solitario e
San Barsanofio – hanno scritto della custodia del cuore; ad esso è dedicato un
libro, Il Paradiso dei padri.
In breve, se non vigili l’intelletto non puoi giungere alla purezza del cuore,
così da essere degno di vedere Dio. Senza tale veglia incessante non diventerai
povero in spirito né afflitto né affamato di giustizia, né misericordioso, puro
di cuore, operatore di pace, perseguitato per amore della giustizia.
Poi, sforzati di acquisire questi tre stati. Primo: liberati da ansia e
agitazione rispetto al tutto, ragionevole o insensata sia quest’ansia. In
sostanza: impara a morire al tutto. Secondo: preserva la coscienza pura, in modo
da non avere nulla da rimproverarti. Terzo: distaccati da ogni cosa, in modo che
i pensieri non siano inclini a nulla di mondano. Poi siediti in una cella
tranquilla, in un angolo, da solo. Chiudi la porta, distogli l’intelletto da ciò
che è inutile e transitorio. Ruota il mento e la barba in direzione del petto,
concentra lo sguardo, fisico e intellettuale, verso il centro del ventre o verso
l’ombelico. Trattieni l’ispirazione nelle narici, per esaminare dentro di te e
trovare il covo del cuore, dove risiedono tutte le potenze dell’anima.
All’inizio, troverai oscurità, una densità impenetrabile. Più avanti, praticando
giorno e notte, scoprirai, come per miracolo, le fonti della sempiterna gioia.
Non appena l’intelletto giunge al luogo del cuore, impara cose di cui non sapeva
nulla. Vede gli aperti spazi del cuore, contempla il completamente luminoso, il
piena di saggezza. Da lì in poi, l’intelletto scaccerà ogni pensiero avvelenato,
creato per distrarti, con l’invocazione a Gesù Cristo. Da lì in poi,
l’intelletto, carico di un’ira celeste contro i demoni, li insegue, li stana, li
abbatte. Il resto lo imparerai da solo, con l’aiuto di Dio, custodendo
l’intelletto e serbando Gesù nel cuore. Come si dice: “Siedi nella cella – ti
insegnerà tutto”
*In copertina: Nicola Samorì, Arco della sete, 2020
L'articolo “Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto”. Addestrare il cuore: l’opera
di Simeone il Nuovo Teologo proviene da Pangea.
> “Che figlio di Dio è questo che accoglie su di sé il battesimo da parte del
> più debole?”
>
> Ulrich Luz
Che figlio di Dio è questo? Comprendo il Battista, che vuole impedire al Cristo
di farsi battezzare da lui. Prima ancora che perdermi nell’infinita discussione
sull’inutilità di immergere nel Giordano chi è nato senza peccato, prima di
smarrirmi in dibattiti teologici fuori dalla mia portata io sento lo scandalo
gridare nei miei muscoli, sento in me la resistenza di Giovanni, come se anche
il mio corpo volesse ribellarsi fino ad impedire alla luce divina di mostrarsi
così. In questo modo inutile. Non è il Dio di cui l’uomo ha bisogno! Perché non
viene e prende le nostre misere fragilità nelle sue mani per purificarle, perché
non risolve il male che ci abita e che non vorremmo fare ma che ancora ci
affascina una volta per tutte? Perché venire ad ingrossare la fila dei
miserabili, dei peccatori, dei persi? Perché nascondere la forza? Tanto lo
sappiamo che sa guarire, sa perfino rianimare i cadaveri. Perché presentarsi
debole? Giovanni ancora non lo sa ma nel suo atto di volerlo fermare, di
impedire l’immersione nel Giordano, sta gridando a Cristo di scendere dalla
croce. Gesù invece, quel giorno, al Giordano stava già scegliendo liberamente di
salire il patibolo.
Che figlio di Dio è questo? Sono io ad aver bisogno di te, siamo tutti noi i
bisognosi perché non ci liberi? Perché non ci alleggerisci la vita, perché avere
così fede in noi? Ma non lo capisci che ci accontentiamo di molto meno?
Moltiplica i pani, guarisci i malati, sconfiggi la morte. Cosa ce ne facciamo di
un figlio di Dio come te? Anche oggi, a duemila anni di distanza, quando siamo
costretti ad ammettere che nulla è cambiato, che il potere ancora è il vero
imperatore, che la tua chiesa ancora non ti ha compreso, che noi qui si continua
a soffrire, a penare, a morire, qui, dove ancora le torri di Siloe crollano e
giovani bruciano vivi e noi non abbiamo più nemmeno la fede per incolpare un
qualche Dio, cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio che è come se non avesse
mai camminato la terra?
Che figlio di Dio è questo? Finirà per perdonare i peccatori, salvare i ladri,
promettere eternità alle prostitute ma noi? Noi che dovremmo seguirti, che
abbiamo scelto il sacrificio e la fedeltà, noi che siamo i giusti, a noi cosa
rimane? Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio così?
“Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Io non so
cosa abbia capito il Battista. Ma la giustizia di questo Dio debole sapeva già
di fallimento umano. L’adempimento è una lama affilata ad aprire la gola del
profeta, la sua testa su un vassoio. Questo è l’adempimento delle Scritture? Ma
cosa ce ne facciamo del profeta decapitato? “Lascia fare” a chi? Al Padre, a te,
al Vangelo? A chi? Lasciarsi fare, tremenda passività che solo gli amanti sanno
abitare in modo generativo, anticamera dell’estasi o della morte. O di entrambe.
Per ora, dici. Come se non avessimo già capito che tu trapasserai da parte a
parte la nostra idea di giustizia. Come non avessimo capito che il tempo che ci
chiedi non è per modificare la tua idea di giustizia ma per devastare la nostra.
Tempo, quello che ci chiedi, per convertire la nostra immagine di giustizia che
per noi è ricompensa, rivincita, o anche vendetta sì, sacra vendetta contro chi
ci ha tradito, abbandonato, umiliato. Contro chi ha scelto di vivere una vita
migliore della nostra.
“Allora lo lasciò fare” e in quel momento, in quella scelta del Battista,
anticipando Pietro che alla cena ultima di lasciò finalmente lavare i piedi, in
quel momento iniziò una storia nuova. Lasciarsi fare. Fidarsi. Affidarsi. Non
una passività triste ma un coraggio da sfoderare di fronte al mondo. Lasciarsi
fare, non è debolezza se muove da una consegna consapevole e totale, lasciarsi
fare non è fragilità se nasce da un ascolto costante e intimo della volontà del
Padre. Lasciarsi fare non è rinuncia alla vita se la propria vita viene offerta
per gli amici. E per i nemici. Solo la domanda diventa ancora più feroce: cosa
ce ne facciamo di un Figlio di Dio così? Che non fa ma si lascia fare. Che ci
trascina a fare i conti con la radicalità estrema della fede: se ti lasci fare e
Dio non esiste la tua vita è sprecata, bruciata nel delirio utopico che non
promette nemmeno la costruzione di una società migliore. Lasciarsi fare da
questa manifestazione di un paradossale Figlio di Dio è sconvolgente perché
spinge all’estremo, o l’Eterno o la totale stupidità di aver immolato
inutilmente la vita negandosi perfino il fascino dolce dell’esercizio del
potere. Ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così spietato nei nostri
confronti? O così ingenuo da non capire che non saremmo mai in grado di reggere
il peso di questa sfida, perché è il martirio quello che sta scegliendo, per lui
e per noi: l’impredicabile martirio.
Battistello Caracciolo, Battesimo di Cristo, 1610-1615
Del battesimo di Cristo non si dice nulla, dell’immersione dico, di quel
frangente in cui il Figlio di Dio è rimasto invisibile al mondo e senza fiato.
Solo del suo riemergere, del suo salire e, insieme, dello scendere di un segno,
come una colomba, a dire la trafittura dei cieli, lo strappo della distanza, la
possibilità di vivere a cieli aperti. Come aver squarciato il cuore di Dio. Come
aver strappato i suoi veli. Come ad aver iniziato a costringere anche Dio a
mostrarsi nel Figlio in modo inedito. Il compimento prevede una sorta di
conversione di quello che ci piace ancora considerare l’Impassibile, il
Perfetto, l’Onnipotente. Sulla croce anche il Suo volto cambierà radicalmente.
Ma cosa ce ne facciamo di un Dio così, di un Eterno che, aprendo i cieli,
accetta il rischio dell’incomprensione?
Rimane una voce. “Questo è il figlio mio l’amato, in cui mi sono compiaciuto”.
Proprio questo. Esattamente lui. Figlio di Dio è colui che obbedisce.
L’obbedienza a questo Figlio di Dio, proprio a questo, diventa la nostra unica
possibilità. Impossibile dire cose sensate su Dio senza assumere la prospettiva
di Cristo. Così la domanda, sempre feroce e scandalosa, apre ad una prima
terribile e liberante risposta: “ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio
così?”: niente. Non ce ne facciamo niente. Dobbiamo finalmente imparare a non
farcene niente della nostra idea del divino, della nostra ideologia sul sacro,
del nostro trascinare Dio dove i nostri interessi implorano attenzioni, del
nostro maledetto bisogno di occupare un posto di rilievo nel mondo. Niente,
dobbiamo farcene niente! Siamo noi che dobbiamo farci come il Figlio di Dio,
tremenda sequela, e questo ci annienta, ci ammutolisce, ci terrorizza. Siamo noi
a doverci lasciare fare da lui. E questo, follemente ci può far rialzare la
testa, ci può immergere nell’unica sfida che valga davvero la pena combattere, o
tutto o niente, o vita o morte, perché in quell’obbedienza si profila la
possibilità vertiginosa di poterla divinizzare questa nostra vita, ma secondo le
logiche di Cristo, Figlio di Dio, proprio di questo scandalo che sceglie di
immergersi nella nostra misera carne.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, 1440-1450 ca.
L'articolo “Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù proviene da Pangea.