Sale
> “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo
> si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato
> dalla gente”.
>
> (Mt 5,13)
Le beatitudini, cristalline e terribili, sono appena state appese al vento del
monte e lì volteggiano e lo faranno eternamente in attesa di corpi, in attesa di
discepoli, in attesa di essere colte da chi, come il profeta, accetterà la
persecuzione in cambio di una vita che sappia reggere l’urto della felicità:
“rallegratevi ed esultate”.
Le beatitudini profumano ancora del soffio di Cristo, sono onda di mare
dolcissima e violenta, felicità in cui ci si immerge, paradosso che trascina
lontano dal porto protetto e rassicurante. Felicità è morire di beatitudini.
Qualcuno si fa travolgere dal discorso del Maestro, qualcuno si abbandona
all’urto dell’onda della possibile pienezza, è il discepolo. Sale della terra. È
il folle in Cristo, è il povero, è l’uomo in lacrime, è il mite, è il giusto, è
il misericordioso, è il puro di cuore, è il costruttore di pace, è il
perseguitato, è il sale della terra. È quello che almeno prova ad esserlo, è
colui che lo desidera con tutto se stesso. È l’uomo in Cristo. Ed è beato,
felice, luminoso. E non sceglierebbe altro. Non vuole, non può. Nessun
sacrificio, è solo consegna di sé. Totale e amorosa.
> “Il sale è necessario nella vita degli uomini. Che cosa bisogna dire? Ora è
> conveniente chiederci in base a che cosa i discepoli di Gesù sono paragonati
> al sale. Pare a me, perciò, che come il sale conserva i cibi, perché non si
> trasformino in vermi a causa del fetore, e li renda utilizzabili per molto
> tempo, così i discepoli di Cristo occupano ogni luogo della terra e lo
> mantengono per opporsi al fetore dei peccati che viene dall’idolatria e
> dall’impudicizia”.
>
> (Origene, Frammento 91)
Nella molteplice possibilità di interpretazione del simbolo del sale Origene
sceglie il potere della conservazione. Il sale è ciò che permette alla carne di
opporsi alla decomposizione della morte. In questa logica i discepoli sono
gettati da Dio in abbondanti manciate su tutta la terra per impedire alla
Creazione di trasformarsi in cadavere mangiato dai vermi. Sale gettato per
conservare viva la vita. Perché il tempo senza Dio, l’abbandono dell’amore, in
una parola sola quello che chiamiamo peccato, decompone, consuma, imputridisce.
Il discepolo è sale che difende il profumo della vita dall’assedio costante del
fetore della morte. Viene in mente Lazzaro, che già puzzava, viene in mente
Cristo, vengono in mente le sue lacrime, sale a scendere sulle guance, sale a
depositarsi sulle labbra, sale scagliato come un ordine a difendere la vocazione
intima dei corpi, sale come bacio a richiamare l’amico tra i vivi, sale simbolo
d’eternità.
Il sale è necessario alla vita degli uomini, senza sale si muore. Il sale degli
uomini delle beatitudini è una benedizione, è la povertà a trattenere in vita
cuori affascinati dalla ricchezza, dalla violenza, dall’oppressione,
dall’imposizione… il sale è opposizione alle logiche del mondo.
Portiamo l’immagine di Origene nella preghiera, inginocchiamoci davanti al
Vivente con il coraggio di chiedere il dono delle beatitudini, per non lasciare
che il nostro narcisismo si nutra, come verme in una carcassa, del nostro corpo.
Delle nostre buone intenzioni. Delle nostre illusioni. Chiediamo il coraggio di
metterci almeno nel sentiero delle beatitudini, e che Lui sparga sale sulle
nostre ferite, dolore bruciante, ma che il taglio non degeneri in
cancrena. Sale, a conservare la parte più intima di noi, la nostra profonda
identità, sale affinché l’immagine e somiglianza non venga deturpata. Chiediamo
di essere abitati dall’uomo delle Beatitudini, per non decomporci, per non
smarrirci, per poter sentire già fin d’ora come credibile la Sua promessa di
resurrezione.
*
Luce
> “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra
> un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul
> candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”.
>
> (Mt 5, 14-15)
Le beatitudini nascono dalle labbra di Dio come fuoco, sono possibilità di
un’alba incandescente che giura la possibilità di una domenica senza tramonto.
Beatitudini come roveto che non consuma, incendiano cuori, mangiano i bordi
delle tenebre, cauterizzano le ferite inferte dal dolore, oppongono dighe di
fuoco all’infezione del male. Cristo è angelo di luce terribile e irresistibile.
Qualcuno riuscirà a riconoscere la stessa luce anche sull’altro monte, Lui città
illuminata perfino sulla cima del Calvario, lì dove il moggio sembrava cappa
definitiva sul Verbo, lì dove beatitudine vera sarà la consegna di Cristo al
Padre. Luce a trafiggere per sempre le tenebre.
> “Adesso li definisce luce del mondo; illuminati da lui, che è la luce vera ed
> eterna, a loro volta diventino luce in mezzo alle tenebre. (…) Per mezzo di
> esse infatti – a modo che il sole, con i suoi splendenti raggi, diffonde luce
> dovunque – ha fatto pervenire la luce della conoscenza di se stesso
> nell’universo intero”.
>
> (Cromazio di Aquilea, Commento al Vangeli di Matteo 19,1)
Eppure la luce è terribile. Scegliere il buio, complicare l’interpretazione del
mondo, scipparlo della semplicità pur di trovare una piega di pensiero dove
nascondersi. Trovare alibi, non esporsi in nome di una fasulla umiltà.
Proclamare di non sentirsi all’altezza per non dover essere costretti a
rivestirsi di luce e quindi mostrarsi, senza maschere, senza ipocrisia, per
quello che si è: poveri cristi. Ma illuminati. I discepoli non sono perfetti,
non lo saranno mai. Solo vivono. E decidono. Rispondono concretamente. Prendono
posizione sulla terra. Belli perché rivestiti della luce di Cristo. E chi li
guarda, vede bene il miracolo: è Cristo a risplendere, il testimone è solo luce
riflessa. Ed è beato, è felice di questo, ed è libero dal proprio infinito
bisogno di volersi imporre al mondo “lui deve crescere; io, invece, diminuire”
(Gv 3,30). Eppure, in questa consegna, ennesimo paradosso, il discepolo
finalmente scopre la propria identità profonda. Siamo al mondo per farci portare
alla luce, per diventare luce, per venire alla luce, per danzare in lui, siamo
al mondo per nascere. Non può restare nascosta una città, non può restare
nascosta una luce, non possiamo restare nascosti noi perché, semplicemente,
senza di Lui, noi non saremmo.
Non è nemmeno questione di testimonianza, non in prima battuta, ma di necessità.
Credo davvero che arrivi un momento in cui il discepolo non possa più fare a
meno del rapporto con Cristo, di essere illuminato costantemente dalla sua luce,
e questo per necessità, solo per necessità, necessario come l’aria. Si può anche
sparire dal mondo, smettere di parlare, smettere di predicare, smettere di
scrivere, smettere di esporsi, smettere qualsiasi cosa, ma non si può smettere
Lui.
Si sta nella luce per necessità, perché senza “la luce della conoscenza di se
stesso nell’universo intero”, l’universo imploderebbe nel buio e noi con lui.
*
Lodare Dio
> “…ma immediatamente soggiunge, spiegandone la ragione: affinché diano gloria
> al Padre vostro celeste, perché uno, il quale facendo il bene è ammirato dagli
> uomini, abbia nella propria coscienza l’intenzione del bene compiuto, ma non
> abbia l’intenzione di acquistare notorietà se non per lodare Dio, a vantaggio
> di coloro ai quali si fa conoscere”.
>
> (Agostino, Discorsi 54,3)
Essere discepolo-sale, essere discepolo-luce, può essere una grande trappola. La
più terribile. Solo un discepolo può tradire il Cristo, chi non è discepolo non
può arrivare a tanto.
Colpisce che sia sempre l’ammirazione degli uomini ad avere la forza di
masticare la luce, di rendere insipido il rapporto del discepolo con Dio. La
visibilità, lo diceva già Agostino, “acquistare notorietà”, mossa che illude di
essere ancora suoi e invece ci riduce a non essere più nulla, vivi solo
nell’ammirazione volatile e spesso invidiosa degli uomini.
Perché se il “sale perde il sapore” semplicemente non è più sale. Anche se si
illude di continuare a dare sapore alla vita propria ed altrui, anche se non
smetterà di parlare di Dio. Essere discepoli è arrivare a vivere solo per lodare
Dio. Nient’altro che questo. Così nella preghiera ritorno all’amato Ignazio di
Loyola, principio e fondamento:
> “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così
> raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per
> l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue
> che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve
> allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci
> indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla
> scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non
> desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza
> piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga
> piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e
> scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo
> creati”.
>
> (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Testa di Cristo di Albrecht Dürer; nel testo, due icone di San
Paolo dello stesso artista
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Dio proviene da Pangea.
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Se le mistiche tentano di uscire dal proprio corpo – o meglio, tentano di
‘inseminare’ Dio con il loro corpo, di farsi elette (e umiliate) per gemmazione,
eterno parto del Giusto –, i mistici tendono a imbragare il corpo entro una rete
di codici, di regole, di maglie. Si tratta, in effetti, di una ‘cavalleria’
spirituale, la loro, di una ‘palestra’: il corpo deve essere addestrato – per
primizia d’abbandono – affinché sia sovrabbondante l’anima. Si tratta di deviare
il ‘mestiere delle armi’ nell’armistizio spirituale: dunque, tenere in assedio
il corpo, intavolare trappole, forzare l’anima al duello e al boia. Che grande
ingegno nell’ideare stratagemmi di guerra i mistici!
Per le mistiche l’anima è biada offerta a Dio, nutrimento al Dio che tutto
pretende. Per i mistici, l’anima dev’essere forgiata come una spada, i mistici
la dovranno sfoggiare nei giorni della grande lotta. Ecco: la mistica si lascia,
si cede, eccede; il mistico scende in battaglia, non cede alla tentazione. La
mistica è acqua – il mistico è fuoco. La mistica, semmai, incendia il bosco – il
mistico perimetra il terreno, erige un tempio – fosse pure, mentale. La mistica
distrugge i confini, il mistico li misura, per superarli. Non si lascia
sopraffare – fa, il mistico. La mistica lascia fare.
La vita di Simeone il Nuovo Teologo (949- 1022), venerato come santo dalla
Chiesa ortodossa, è emblematica in questo senso. Nato da famiglia nobile,
cresciuto per ascendere ai gangli della burocrazia imperiale di Costantinopoli,
mollò ogni ambizione, disgustato dalla vita mondana agita nella capitale,
ispirato da un maestro, Simeone Studita, che non tarderà a venerare – a dire,
prima di tutto, della necessità di un insegnante, che ci addestri prima di
indottrinarci, che ci conferisca il giusto lignaggio, ci incorpori nel suo
linguaggio.
Fu monaco, igumeno, mistico sovraccarico di ‘visioni’. Soprattutto: ovunque si
stabiliva, creava instabilità e scismi. L’intransigenza di Simeone fomentava la
collera dei fratelli, l’incomprensione dei superiori – subì espulsioni,
umiliazioni, fraintesi. Migrò di monastero in monastero, questa
farfalla-vampiro, fino a rifugiarsi a Santa Marina, sulla riva asiatica del
Bosforo, dove morì, elaborando trattati, scrivendo inni, pregando.
Nell’affascinante trattato Sui tre modi per pregare, a lui attribuito, Simeone
si fa pioniere della ‘preghiera del cuore’.
> “Il tema centrale del trattato riguarda la necessità di custodire il cuore… in
> primo luogo tramite una particolare postura del corpo; poi con il controllo
> del respiro, in modo da rallentarne il ritmo; infine, educando l’intelletto
> alla catabasi nel cuore, cercando il luogo autentico della sua ubicazione.
> Questo esercizio preliminare è necessario per concentrarsi, prima di
> intraprendere l’effettiva invocazione del Sacro Nome. Alcuni studiosi
> occidentali moderni hanno paragonato questa pratica ai metodi utilizzati dallo
> Yoga o dal Sufismo, ma non bisogna esagerare con i paragoni. L’autore dei Tre
> modi per pregare colloca questa tecnica in un ambito specificamente
> cristologico: lo scopo è preparare l’iniziato all’‘invocazione di Gesù
> Cristo’. […] Vale la pena ricordare che in questa prospettiva l’uomo è unità
> di corpo e anima; il corpo è un aspetto essenziale della nostra
> personalità totale, integrale: non deve dunque essere ignorato ma utilizzato
> dinamicamente durante la preghiera”.
>
> (G.E.K. Palmer, Philip Sherrard, Kallistos Ware, The Philokalia, vol. IV,
> Faber, Londra, 1995; da qui abbiamo tratto le traduzioni che seguono)
Nei suoi testi, l’assertività ‘militare’ lascia sempre un brio al dubbio;
brilla, sulla cima delle norme, acuminate e aspre, il genio della
contraddizione. Il bisogno di arginare un cuore che scalpita, di mettere alla
stanga il corpo che infuria, non è vile temerarietà, l’intemperanza di chi
ciecamente obbedisce, ma sacro impegno a tenere sempre in tensione l’anima,
sempre sul punto di sbriciolarsi o di schiudersi, tra il destino di essere
pettirosso e la voglia di farsi lupo.
**
Dai Capitoli pratici e teologici
Non puoi saziarti di cibo e al contempo godere della gioia spirituale, della
benedizione noumenica – se ti abbandoni allo stomaco, ti allontani dallo
spirito. Nella misura in cui disciplini il corpo, sarai ricolmo di nutrimento
spirituale.
*
Lascia tutto ciò che è terreno. Non devi semplicemente rinunciare alle
ricchezze, all’oro, alle cose materiali, ma espellere completamente da te ogni
desiderio per tali cose. Odia i piaceri del corpo, alienati dai suo insensati
umori; mortificati con la sofferenza. Perché è il corpo che risveglia i desideri
e stimola all’agire; finché il corpo sarà vivo l’anima sarà inevitabilmente
inetta, inerte, lenta alla risposta, impermeabile al dire divino.
*
Come una fiamma si innalza sempre nella stessa direzione, indipendentemente
dalla legna che la nutre, così il cuore di un uomo arrogante non potrà mai
umiliarsi; più gli chiedi aiuto, più si esalterà nell’offrirtelo. Se lo
ammonisci, reagisce con violenza; se lo incoraggi, la sua vanità non avrà più
limiti.
*
Chi si abitua a controbattere il prossimo è un’ascia a due tagli: senza saperlo,
ferisce la propria anima, la aliena dalla vita eterna.
*
Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto; chi vede l’Uno, tutto vede. Pur astenendosi
dalla contemplazione, è comunque nella contemplazione del tutto. Poiché dimora
nell’Uno, vede tutte le cose; dimorando in tutte le cose, non vede nulla. Chi
vede attraverso l’Uno percepisce attraverso l’Uno se stesso e tutti gli uomini e
tutte le cose; reclino nell’Uno, non vedrà più nulla.
*
La contrizione del cuore, se è eccessiva e intempestiva, turba la mente, la
oscura, distrugge l’umiltà dell’anima e la pura preghiera, addolora nel
compianto il cuore. Questo produce indurimento, fino a totale insensibilità. Per
mezzo di ciò, i demoni riducono gli spirituali alla disperazione.
*
Un uomo pieno di ansie per le cose del mondo, non è libero: è dominato
dall’ansia, ne è schiavo, che riguardi se stesso o il prossimo. Chi è davvero
libero, non è trafitto da preoccupazioni mondane, che riguardino se stesso o il
prossimo. Tuttavia, costui non resterà inattivo né trascurerà i dettagli più
insignificanti e triviali della propria vita: farà tutto per la gloria di Dio,
compirà tutto senza ansia.
*
Un’anima impassibile è una cosa, un corpo impassibile è un’altra. Quando è
impassibile, l’anima santifica il corpo con la propria luminosità e con lo
splendore dello Spirito Santo. Un corpo impassibile non conferisce, di per sé,
alcun beneficio a chi lo possiede.
*
La terra gettata sul fuoco lo spegne – allo stesso modo, le preoccupazioni
mondane e l’attaccamento, pur per la cosa più minima e insignificante, smorzano
il fervore che arde nel cuore.
*
Se sei gravido della paura di morire, proverai disgusto per ogni cibo, bevanda o
abito elegante. Non troverai piacere nemmeno nel mangiar pane o nel bere acqua.
Concederai al corpo soltanto ciò di cui ha bisogno per rimanere in vita; e non
solo rinuncerai a ogni tua volontà, ma, a discrezione verso coloro a cui
obbedisci, sarai il servo di tutti.
*
Fratello, il ritiro dal mondo è perfetto solo se mortifichi la tua volontà; il
distacco è compiuto se ti alieni da genitori, familiari, amici.
*
Quante persone credono che sia un maestro spirituale chi ostenta grandi capacità
retoriche e considerano rozzo e inutile l’uomo al giogo del silenzio, attento a
non sprecare parole…
*
Fa’ ogni cosa con umiltà – è Lui che ha detto: “Dopo ogni cosa che avete
compiuto, dite: ‘Servi inutili siamo, fatto abbiamo ciò che si doveva fare’”.
*
Non comunicarti se hai qualcosa contro qualcuno, fosse pure un pensiero
contorto. Non comunicarti prima di esserti riconciliato. Anche di questo ti
istruirà il pregare.
*
Nulla ci sia nella tua cella, nemmeno un ago – soltanto, la stuoia e il
mantello. Se possibile: neanche una sedia. Ci sarebbe molto da dire su questo
punto: chi vuol capire, capisca.
**
Da I tre modi per pregare
Esistono tre modi per pregare e attenersi alla contemplazione, mediante i quali
l’anima è eletta o precipita. Chi adotta questi metodi nel modo giusto si eleva,
chi li impiega in modo triviale, si schianta, crolla. Vigilanza e preghiera
dovrebbero essere sempre collegate tra loro, come il corpo all’anima: l’una non
sussiste senza l’altra. La vigilanza avanza come un esploratore e comincia la
lotta contro il peccato; la preghiera gli è dietro e stermina i pensieri malvagi
che la vigilanza ha già combattuto – la sola attenzione non basta a vincerli.
Dunque, questi sono i portali della vita e della morte. Se per mezzo della
vigilanza manteniamo pura la preghiera, progrediamo; se lasciamo la preghiera
orfana, incustodita, si contamina e ogni sforzo è vano.
Il primo metodo per pregare
Quando una persona sosta in preghiera, alza le mani, gli occhi e l’intelletto
verso il cielo; riempie l’intelletto di pensieri divini, di immagini di celeste
bellezza, vede le angeliche schiere e la dimora dei giusti. In breve: al momento
del pregare, raccoglie nell’intelletto tutto ciò che ha udito dalla Sacra
Scrittura, risvegliando l’anima al divino desiderio – talvolta, dando in
lacrime.
Chi prega secondo questo metodo senza attenzione, monta in orgoglio, il cuore si
esalta, considerando ciò che gli accade come effetto della grazia divina. Tale
supposizione è illusoria, perché il bene non è bene se non si accorda al giusto
metodo. Chi persegue il metodo congiunto a una vita di assoluto isolamento, può
cadere in pazzia. Anche se ciò non gli accade, non gli sarà comunque accordato
lo stato santo.
Chi adotta questo tipo di preghiera spesso si inganna: vede luci con gli occhi
del corpo, sente dolci profumi e vorticose voci. Alcuni sono preda dei demoni, e
vagano di qua e di là, resi alla follia. Altri non distinguono il diavolo
dall’angelo di luce, confidano in lui, persistono in un incorreggibile stato di
illusione, rifiutando ogni consiglio. Altri ancora, preda del demonio, si sono
uccisi, gettandosi da un rupe, o impiccandosi.
In effetti, chi può dire le svariate forme con cui il demonio ci inganna? Chi
adotta questo metodo può evitare il male se vive in comunità – tuttavia,
potrebbe passare la vita senza compiere progressi.
Il secondo metodo per pregare
L’orante distoglie l’attenzione dell’intelletto dalle cose sensoriali, le
concentra su se stesso, custodisce in sé i sensi, raccoglie i pensieri; procede
ignaro della vanità del mondo. A volte, investiga i suoi pensieri, a volte
presta attenzione alle parole che rivolge a Dio, a volte draga i pensieri che ha
imprigionato; quando è sopraffatto dalla passione, si sforza, passa oltre.
Chi lotta in questo modo, tuttavia, non potrà mai dirsi in pace e vincersi. È
come un uomo che combatte di notte: sente le voci dei nemici, ne è impaurito, ma
non vede con chiarezza chi sono, da dove attaccano e perché. Così è per chi ha
un intelletto oscuro. Combattendo in tal modo, non sfugge ai nemici
intellettuali – ne è sopraffatto. Nonostante gli sforzi, non ottiene nulla.
Immaginando erroneamente di essere nella giusta postura, cade nella vanagloria.
Dominato da essa, da essa deriso, disprezza le debolezze degli altri – si crede
il pastore, ma è come il cieco che guida un’orda di ciechi.
Queste sono le caratteristiche del secondo modo per pregare – chiunque aspiri
alla salvezza sa che arreca il male. Eppure, è preferibile al primo, come una
notte di luna è più bella di una notte buia e senza stelle.
Il terzo metodo per pregare
Il terzo metodo per pregare è sorprendente, difficile conficcarlo in uno
scritto, incredibile per chi pratica, pochissimi quelli che lo intendono.
Questo metodo distrugge le invisibili astuzie dei demoni che tentano di
trascinare l’intelletto in ogni sorta di tortuoso pensare. Liberato,
l’intelletto combatte con ogni sua forza, scrutando i pensieri sudici e
insinuanti del nemico, eliminandoli con magistrale destrezza, mentre il cuore,
purificato, si offre a Dio. Questo è l’inizio di una vita di autentico
isolamento.
Il punto di partenza di questo metodo non è fissare il cielo, alzare le mani,
concentrare i propri pensieri e invocare l’aiuto celeste. Questo, come ho detto,
è un metodo di pregare illusorio. Non comincia neanche sorvegliando i sensi con
l’intelletto, senza accorgersi dei nemici che già ci assediano dall’interno,
dall’intimo.
Prima di intraprendere questa via, pratica l’esatta obbedienza. Mantieni pura la
coscienza davanti a Dio, davanti al tuo padre spirituale, davanti al resto della
comunità e degli uomini. Astieniti dal fare cose che confliggono con il culto
tributato a Dio; fa’ ciò che ti dice di fare il padre spirituale, lasciati
guidare; non fare nulla al prossimo che non vorresti fosse fatto a te. Non avere
rapporti obliqui con le cose materiali: cibo, bevande, vestiti. Fa’ sempre tutto
come fossi alla presenza di Dio.
Ecco in modo conciso in cosa consiste questa via. Intanto: vegliare
continuamente il cuore, eliminando i pensieri seminati dal nemico. All’inizio,
questa pratica è ardua; difficile è trovare la gioia che si trova nel profondo
del cuore anche per gli iniziati.
Alcuni padri hanno chiamato questa pratica, ‘quiete del cuore’, altri ‘custodia
del cuore’, altri ancora vigilanza o indagine dei pensieri per la cura
dell’intelletto. Così dice Qoelet: “Rallegrati, giovane, della tua giovinezza;
cammina nelle vie del cuore”. Molti nostri padri – San Marco l’Asceta, San
Giovanni Climaco, Sant’Esichio, San Filoteo del Sinai, Sant’Isaia il Solitario e
San Barsanofio – hanno scritto della custodia del cuore; ad esso è dedicato un
libro, Il Paradiso dei padri.
In breve, se non vigili l’intelletto non puoi giungere alla purezza del cuore,
così da essere degno di vedere Dio. Senza tale veglia incessante non diventerai
povero in spirito né afflitto né affamato di giustizia, né misericordioso, puro
di cuore, operatore di pace, perseguitato per amore della giustizia.
Poi, sforzati di acquisire questi tre stati. Primo: liberati da ansia e
agitazione rispetto al tutto, ragionevole o insensata sia quest’ansia. In
sostanza: impara a morire al tutto. Secondo: preserva la coscienza pura, in modo
da non avere nulla da rimproverarti. Terzo: distaccati da ogni cosa, in modo che
i pensieri non siano inclini a nulla di mondano. Poi siediti in una cella
tranquilla, in un angolo, da solo. Chiudi la porta, distogli l’intelletto da ciò
che è inutile e transitorio. Ruota il mento e la barba in direzione del petto,
concentra lo sguardo, fisico e intellettuale, verso il centro del ventre o verso
l’ombelico. Trattieni l’ispirazione nelle narici, per esaminare dentro di te e
trovare il covo del cuore, dove risiedono tutte le potenze dell’anima.
All’inizio, troverai oscurità, una densità impenetrabile. Più avanti, praticando
giorno e notte, scoprirai, come per miracolo, le fonti della sempiterna gioia.
Non appena l’intelletto giunge al luogo del cuore, impara cose di cui non sapeva
nulla. Vede gli aperti spazi del cuore, contempla il completamente luminoso, il
piena di saggezza. Da lì in poi, l’intelletto scaccerà ogni pensiero avvelenato,
creato per distrarti, con l’invocazione a Gesù Cristo. Da lì in poi,
l’intelletto, carico di un’ira celeste contro i demoni, li insegue, li stana, li
abbatte. Il resto lo imparerai da solo, con l’aiuto di Dio, custodendo
l’intelletto e serbando Gesù nel cuore. Come si dice: “Siedi nella cella – ti
insegnerà tutto”
*In copertina: Nicola Samorì, Arco della sete, 2020
L'articolo “Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto”. Addestrare il cuore: l’opera
di Simeone il Nuovo Teologo proviene da Pangea.
> “Che figlio di Dio è questo che accoglie su di sé il battesimo da parte del
> più debole?”
>
> Ulrich Luz
Che figlio di Dio è questo? Comprendo il Battista, che vuole impedire al Cristo
di farsi battezzare da lui. Prima ancora che perdermi nell’infinita discussione
sull’inutilità di immergere nel Giordano chi è nato senza peccato, prima di
smarrirmi in dibattiti teologici fuori dalla mia portata io sento lo scandalo
gridare nei miei muscoli, sento in me la resistenza di Giovanni, come se anche
il mio corpo volesse ribellarsi fino ad impedire alla luce divina di mostrarsi
così. In questo modo inutile. Non è il Dio di cui l’uomo ha bisogno! Perché non
viene e prende le nostre misere fragilità nelle sue mani per purificarle, perché
non risolve il male che ci abita e che non vorremmo fare ma che ancora ci
affascina una volta per tutte? Perché venire ad ingrossare la fila dei
miserabili, dei peccatori, dei persi? Perché nascondere la forza? Tanto lo
sappiamo che sa guarire, sa perfino rianimare i cadaveri. Perché presentarsi
debole? Giovanni ancora non lo sa ma nel suo atto di volerlo fermare, di
impedire l’immersione nel Giordano, sta gridando a Cristo di scendere dalla
croce. Gesù invece, quel giorno, al Giordano stava già scegliendo liberamente di
salire il patibolo.
Che figlio di Dio è questo? Sono io ad aver bisogno di te, siamo tutti noi i
bisognosi perché non ci liberi? Perché non ci alleggerisci la vita, perché avere
così fede in noi? Ma non lo capisci che ci accontentiamo di molto meno?
Moltiplica i pani, guarisci i malati, sconfiggi la morte. Cosa ce ne facciamo di
un figlio di Dio come te? Anche oggi, a duemila anni di distanza, quando siamo
costretti ad ammettere che nulla è cambiato, che il potere ancora è il vero
imperatore, che la tua chiesa ancora non ti ha compreso, che noi qui si continua
a soffrire, a penare, a morire, qui, dove ancora le torri di Siloe crollano e
giovani bruciano vivi e noi non abbiamo più nemmeno la fede per incolpare un
qualche Dio, cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio che è come se non avesse
mai camminato la terra?
Che figlio di Dio è questo? Finirà per perdonare i peccatori, salvare i ladri,
promettere eternità alle prostitute ma noi? Noi che dovremmo seguirti, che
abbiamo scelto il sacrificio e la fedeltà, noi che siamo i giusti, a noi cosa
rimane? Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio così?
“Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Io non so
cosa abbia capito il Battista. Ma la giustizia di questo Dio debole sapeva già
di fallimento umano. L’adempimento è una lama affilata ad aprire la gola del
profeta, la sua testa su un vassoio. Questo è l’adempimento delle Scritture? Ma
cosa ce ne facciamo del profeta decapitato? “Lascia fare” a chi? Al Padre, a te,
al Vangelo? A chi? Lasciarsi fare, tremenda passività che solo gli amanti sanno
abitare in modo generativo, anticamera dell’estasi o della morte. O di entrambe.
Per ora, dici. Come se non avessimo già capito che tu trapasserai da parte a
parte la nostra idea di giustizia. Come non avessimo capito che il tempo che ci
chiedi non è per modificare la tua idea di giustizia ma per devastare la nostra.
Tempo, quello che ci chiedi, per convertire la nostra immagine di giustizia che
per noi è ricompensa, rivincita, o anche vendetta sì, sacra vendetta contro chi
ci ha tradito, abbandonato, umiliato. Contro chi ha scelto di vivere una vita
migliore della nostra.
“Allora lo lasciò fare” e in quel momento, in quella scelta del Battista,
anticipando Pietro che alla cena ultima di lasciò finalmente lavare i piedi, in
quel momento iniziò una storia nuova. Lasciarsi fare. Fidarsi. Affidarsi. Non
una passività triste ma un coraggio da sfoderare di fronte al mondo. Lasciarsi
fare, non è debolezza se muove da una consegna consapevole e totale, lasciarsi
fare non è fragilità se nasce da un ascolto costante e intimo della volontà del
Padre. Lasciarsi fare non è rinuncia alla vita se la propria vita viene offerta
per gli amici. E per i nemici. Solo la domanda diventa ancora più feroce: cosa
ce ne facciamo di un Figlio di Dio così? Che non fa ma si lascia fare. Che ci
trascina a fare i conti con la radicalità estrema della fede: se ti lasci fare e
Dio non esiste la tua vita è sprecata, bruciata nel delirio utopico che non
promette nemmeno la costruzione di una società migliore. Lasciarsi fare da
questa manifestazione di un paradossale Figlio di Dio è sconvolgente perché
spinge all’estremo, o l’Eterno o la totale stupidità di aver immolato
inutilmente la vita negandosi perfino il fascino dolce dell’esercizio del
potere. Ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così spietato nei nostri
confronti? O così ingenuo da non capire che non saremmo mai in grado di reggere
il peso di questa sfida, perché è il martirio quello che sta scegliendo, per lui
e per noi: l’impredicabile martirio.
Battistello Caracciolo, Battesimo di Cristo, 1610-1615
Del battesimo di Cristo non si dice nulla, dell’immersione dico, di quel
frangente in cui il Figlio di Dio è rimasto invisibile al mondo e senza fiato.
Solo del suo riemergere, del suo salire e, insieme, dello scendere di un segno,
come una colomba, a dire la trafittura dei cieli, lo strappo della distanza, la
possibilità di vivere a cieli aperti. Come aver squarciato il cuore di Dio. Come
aver strappato i suoi veli. Come ad aver iniziato a costringere anche Dio a
mostrarsi nel Figlio in modo inedito. Il compimento prevede una sorta di
conversione di quello che ci piace ancora considerare l’Impassibile, il
Perfetto, l’Onnipotente. Sulla croce anche il Suo volto cambierà radicalmente.
Ma cosa ce ne facciamo di un Dio così, di un Eterno che, aprendo i cieli,
accetta il rischio dell’incomprensione?
Rimane una voce. “Questo è il figlio mio l’amato, in cui mi sono compiaciuto”.
Proprio questo. Esattamente lui. Figlio di Dio è colui che obbedisce.
L’obbedienza a questo Figlio di Dio, proprio a questo, diventa la nostra unica
possibilità. Impossibile dire cose sensate su Dio senza assumere la prospettiva
di Cristo. Così la domanda, sempre feroce e scandalosa, apre ad una prima
terribile e liberante risposta: “ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio
così?”: niente. Non ce ne facciamo niente. Dobbiamo finalmente imparare a non
farcene niente della nostra idea del divino, della nostra ideologia sul sacro,
del nostro trascinare Dio dove i nostri interessi implorano attenzioni, del
nostro maledetto bisogno di occupare un posto di rilievo nel mondo. Niente,
dobbiamo farcene niente! Siamo noi che dobbiamo farci come il Figlio di Dio,
tremenda sequela, e questo ci annienta, ci ammutolisce, ci terrorizza. Siamo noi
a doverci lasciare fare da lui. E questo, follemente ci può far rialzare la
testa, ci può immergere nell’unica sfida che valga davvero la pena combattere, o
tutto o niente, o vita o morte, perché in quell’obbedienza si profila la
possibilità vertiginosa di poterla divinizzare questa nostra vita, ma secondo le
logiche di Cristo, Figlio di Dio, proprio di questo scandalo che sceglie di
immergersi nella nostra misera carne.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, 1440-1450 ca.
L'articolo “Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù proviene da Pangea.
La scarsità di notizie biografiche intorno a Stefano bar Sudaili ne ha
amplificato, nel difetto, il fascino. Nato intorno al 480, originario di Edessa,
fu monaco; le sue idee gli attirarono le antipatie, tra gli altri, di Filosseno
di Mabbug: fu costretto a un’esistenza stretta tra fughe – in Palestina –,
ristrettezze, eremitaggio, studio.
L’unico testo a lui attribuito, il Libro di Ieroteo – conservato in siriaco, in
una sola copia del XIII secolo, ora al British Museum, contenente l’ampio
commento del patriarca di Antiochia, Teodosio –, conosciuto anche come Libro dei
misteri nascosti della casa di Dio, narra le perigliose peripezie della “Divina
Mente” per sciogliere il mondo dal male e gli uomini dal peccato, riconducendoli
al Bene. L’intelletto divino precipita fino alle origini e alle ragioni del male
– ben oltre gli inferi e lo Sheol, nell’“abisso degli abissi” dove dimora il Non
Essere – per distruggerlo: sradicare l’effigie dell’Albero della Vita significa
riportare l’umanità allo stato edenico, dopo la caduta.
Più in particolare – al di là del dramma cosmogonico – il Libro di
Ieroteo dettaglia il drammatico pellegrinaggio della mente per ‘confondersi’
nell’Essenza da cui proviene ogni vita. “L’intelletto ascende verso Dio in un
cammino di passione, crocefissione e morte; segue quindi una resurrezione nella
quale è posto davanti a un albero che riassume in sé tutti i mali, e con
quest’albero combatte per distruggerlo… L’intelletto comprende allora che deve
ridiscendere alla radice dell’albero per togliergli la forza vitale e inizia la
ridiscesa tra sofferenze e lacrime” (Sabino Chialà, in: La mistica cristiana,
Mondadori, 2020, p.799; il tomo propone una traduzione diversa e più ridotta
del Libro di Ieroteo rispetto a quella proposta in calce).
L’autore del Libro di Ieroteo, di involuta bellezza, fu accusato di eresia, di
diffondere la tesi dell’apocatastasi, la ‘restaurazione’ di tutte le cose nei
meandri di Dio, già propagata da Origene. Fu preso per panteista (“Passato a
studiare in Egitto, vi s’imbevve delle dottrine di Origene, le quali poi lo
condussero verso una concezione panteistica dell’universo, secondo la quale
tutto è veramente in Dio”, così Giuseppe Furlani). Palesi sono i legami tra
il Libro di Ieroteo e le dottrine dello pseudo-Dionigi, a testimonianza di un
cristianesimo ‘del sottosuolo’ che continua a conquistare, a fermentare nei
‘sentieri interrotti’ del dire divino. Ieroteo – discepolo di san Paolo e primo
vescovo di Atene – è, in effetti, il mitico maestro dell’autore della Teologia
mistica: il ‘libro’ che gli è ascritto – secondo la finzione operata da Stefano
bar Sudaili – sarebbe stato scritto nel I secolo.
Di certo, pensare che “Dio passerà, Cristo cesserà di essere, lo Spirito non
sarà più detto Spirito”, dona cosmica ebbrezza, rende fatui eroi di una sapienza
che supera quella degli angeli. Secondo il cristianesimo estremista di Stefano
bar Sudaili, i nomi sono gusci vuoti, crisalidi efficaci su questa terra ma
inutili nel Regno dei Cieli, dove permane soltanto l’Essenza. Beatitudine
innominata, aliena al nostro bastonarci, qui. Il tempo delle distinzioni, del
bene e del male, del vero e del falso, è destinato a finire in virtù della
riconciliazione ordita dalla Divina Mente.
Una pagina del Libro di Ieroteo, con commento, digitalizzato dalla Library of
Congress
Chi ha orecchi tesi, riconosce nell’itinerario tracciato dal monaco di Edessa il
germe dell’Itinerarium mentis in Deum di Bonaventura; nella perpetua lotta delle
mente contro le essenze demoniache agiscono, sì, gli apoftegmi dei Padri del
deserto, ma pure le più orrorifiche rappresentazioni del buddismo: il male non
va scansato ma combattuto, vinto.
Il Libro di Ieroteo, per lo più sconosciuto, propone un ardito percorso di
ascesi intellettuale – un addestramento per non soccombere ai demoni: piacerebbe
a Jorge Luis Borges, se non altro per l’aristocrazia teologica di cui è intriso.
È il libro scritto da un uomo solo – da un cieco veggente – da un folle. Un
libro voluttuosamente anticlericale, che desta dalla letargia la nostra
allegorica mente.
Alcuni studiosi – Arthur Frothingham, docente a Princeton, ha curato un’edizione
pionieristica del Book of Hierotheos, Leida, 1886 – magnificarono il genio
dell’enigmatico Stefano bar Sudaili, “seguace di Origene e della scuola
alessandrina, benché intriso di sapienza gnostico cabbalistica. Proclamò con
audacia le sue dottrine; Filosseno lo descrive come un uomo colto, dedito allo
studio della Scrittura, che interpretava secondo il metodo cabbalistico,
portando all’eccesso questo tipo di esegesi”. Il Libro di Ieroteo, per il suo
carattere esoterico, cifrato, per pochi, finì per rappresentare il genio del
cristianesimo ‘eversivo’, al di là di ogni struttura ecclesiale; un
cristianesimo ‘esclusivo’: “Il fondamento dell’esperienza della mente è la sua
assoluta identificazione con Cristo; ma il Figlio, infine, cede il regno al
Padre e ogni esistenza distinta giunge all’indistinzione, si perde nel caos del
Bene”.
Come molti testi intrisi di neoplatonismo, le ragioni del fascino del Libro di
Ieroteo concordano con i suoi limiti. Il corpo – il centro del cristianesimo – è
del tutto sbiadito, sbriciolato; Cristo è una ‘figura’ che verrà sfigurata nel
giorno della vittoria sul male, è un mero tramite. Eppure, evangelicamente,
tutto converge in Cristo, le sue stimmate sono le canoe del nostro andare da
disadatti; il dono non prevede condono e il creato ha senso soltanto se è
costantemente redento dalla creatura. I nomi sono transitori, è vero, ma il Nome
si staglia perenne, imperituro; il Verbo non occupa le virtù del vocabolario,
l’Altro non è altrove: questo linguaggio ci è connaturato, con i suoi
impeccabili disastri, e l’amore è il modo più potente di essere. All’intelletto,
infine, possiamo pure rinunciare.
***
Dal Libro di Ieroteo
I
Ogni natura intelligente è determinata, conosciuta e compresa dall’essenza che
le è superiore; determina, conosce e comprende l’essenza che le è inferiore –
soltanto alla pura mente pertiene la visione del superiore e dell’inferiore.
Nemmeno alle intelligenze angeliche vengono rivelati i supremi misteri delle
menti sante e pure.
Il Bene che noi glorifichiamo è il potere universale costituente, che provvede e
soddisfa l’Universo dal quale tutte le esistenze distinte, mediante separazione,
sono giunte ad essere e verso il quale desiderano continuamente ritornare.
*
II
L’opera della mente ha per fine la gloriosa ascesa, dacché Dio non desidera che
le menti cadano e vuole riportarle a sé. Coloro che desiderano ascendere devono
unire la Natura-di-Bene che è in loro alla propria essenza, in modo da rimuovere
ogni traccia del principio opposto. Per questo, occorre purificare l’anima e il
corpo, affinché la veste sia candida, spoglia – in caso contrario, la mente
cadrà durante l’ascesa.
Quando la mente ascende, il corpo è come morto e l’anima è tutta assorbita nella
mente – librandosi, liberata, la mente ignora ciò che accade sulla terra. Tutte
le essenze dei demoni, allora, si radunano per opporsi ad essa; ma la mente le
sconfigge e il Signore la solleva con la mano della sua bontà fino al
firmamento, dove urlano le schiere degli angeli: Sollevate il capo, cancelli del
cielo, ché il re della gloria entra!
Quando la mente è resa degna di ascendere al di sopra del firmamento, che è il
muro intermedio della separazione, è come un bambino appena nato che passa dalle
tenebre alla luce.
*
III
…tuttavia la radice del male e del principio opposto non è del tutto sradicata,
ma, raccogliendo le forze, riappare e cresce fino a diventare un albero immenso
i cui vasti rami costringono al buio le menti divine, le alienano dalla perfetta
luce del Bene.
Nel lungo, terribile combattimento che segue, la mente taglia e brucia più volte
i rami dell’albero, ma il male germoglia ancora, ancora, con uguale forza dalla
radice, ancora intatta. Infine, per illuminazione divina, la mente capisce che
deve discendere nelle regioni più basse, dove sono piantate le radici
dell’albero del male. Per la mente inizia ora un doloroso ritorno, attraverso le
regioni che aveva asceso, giù, giù, sotto terra. Lì si scontra contro i feroci
demoni del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest, fino a essere uccisa.
Tuttavia, Cristo, la grande mente, si rivela, apre le porte dello Sheol e
riporta in vita la mente, la solleva dalle regioni infere. Di nuovo, allora, la
mente compie la seconda ascesa verso le regioni che già conosce e diventa degna
del battesimo spirituale, in Spirito e fuoco, senza il quale non esiste vita.
A questo punto, non esistono più ostacoli: la mente non è semplicemente simile a
Cristo ma a lui identica, degna del premio del sacerdozio divina, degna di
unirsi al Bene. La mente, ora, non è più mente ma Figlio, operando secondo la
Sua volontà, che giudica, crea e vivifica, ordina e costituisce.
*
V
La Mente Divina varcherà i cancelli dello Sheol e le essenze dei demoni si
riuniranno per combatterla – ma verranno distrutte, trafitte; illuminate le
menti che vivono nel tormento, liberate, perdonate.
Anche le regioni infernali verranno illuminate e perdonate: non saranno meno
luminose dei regni celesti.
Ora che la mente ha scacciato da sé la natura avversa, desidera sradicare
l’origine del male e taglia l’Albero della Vita. Tutte le menti un tempo schiave
della perdizione ora vogliono unirsi alla Mente Divina, ma tramite il Figlio
verranno impartiti i tormenti. La mente discende nel luogo del Principe delle
Tenebre; la mente si immerge oltre lo Sheol, nell’abisso degli abissi, nel luogo
sotto ogni luogo, dove sono le radici del male, che desidera distruggere.
Dopo aver decretato il Giudizio, la mente vuole vedere l’Essenza Insensibile,
l’essenza ribelle. Essa non ha nome nominato sulla terra né sottoterra; essa non
possiede alcuna natura: chi ne è imprigionato non vedrà resurrezione né vita.
Irrazionale, incosciente, senza vita, insensibile, ha per nome Non-Essere. Fin
dal principio, non recò frutti e cadde – cadde dall’essere mente all’essere uomo
– e fu animale, e fu bestia, e fu demone e demonio e infine, avendo abbandonato
completamente il Bene e la Natura, fu nulla. Nonostante la mente gli tenda la
mano, non si sottomette.
Tutto è compiuto, ora, nei sotterranei del creato e mentre la mente compie la
sua ascesa, mossa dal desiderio di farsi Padre, vede le spoglie di chi ha ucciso
e desidera risorgerli e misericordia la comprime. Allora elargirà il bene a
tutti, ai giusti e ai malvagi, e tutti farà simili a lei. Tutte le menti che
discendono dall’Essenza alla Divina mente ascenderanno perché Voi siete
fratelli, in verità, ossa delle mie ossa, carne della mia carne, è detto.
Questa è soltanto una piccola parte della glorie della Mente quando è
confusamente mescolata al Bene del Creatore universale.
Resta da dire della divisione tra unione e assorbimento e mostrare se Cristo
sia unito o assorbito al Creatore. Nell’unione ciò che è distinto sembra
indistinguibile ma è retto dal principio di distinzione. Al contrario, in ciò
che è assorbito non si nota alcuna distinzione. A Cristo diamo il nome di unione
– per ciò che è assorbito non esiste nome.
Tutte queste dottrine, figlio, ignote anche agli angeli, te le ho rivelate
benché le debba espiare con il disprezzo dei miei simili. Sappi dunque che
l’intera natura sarà confusa con il Padre: nulla perirà o sarà distrutto – tutto
tornerà, santificato, unito, confuso. Dio sarà tutto in tutto. Anche l’inferno
passerà e i condannati saranno liberati.
Tutti gli ordini e le distinzioni cesseranno – Dio passerà, Cristo cesserà di
essere, lo Spirito non sarà più detto Spirito. Resterà l’Essenza.
Allo stesso modo in cui ogni natura razionale è governata dalle sue leggi, così
ogni natura irrazionale obbedisce a leggi speciali.
*In copertina: William Blake, “Pity”, 1795 ca.
L'articolo “Dio passerà. Resterà l’Essenza”. Intorno al trattato mistico di
Stefano bar Sudaili proviene da Pangea.
Questa mattina ho aperto gli occhi ancor prima che l’alba sorgesse, e sono
rimasta a letto diverso tempo, immersa in una sorta di dormiveglia agitato, una
cosa che mi è capitata spesso nelle ultime notti. Quando poi la sveglia è
suonata mi sono alzata e sono andata in bagno per prepararmi, con l’obbiettivo
di andare alla lezione di yoga della mattina presto, alle sette. Lentamente, nel
ripetere tutte le piccole abitudini mattutine (andare in bagno, lavarmi il viso,
poi fare qualche minuto di meditazione, ad occhi chiusi, in piedi di fronte allo
specchio), mi sono calmata, e ho sentito di entrare in una lenta e fiduciosa
attesa: della luce, del giorno che sarebbe venuto.
Uscita dal portone al piano terreno ho attraversato la corte interna e, superato
il cancello, sono sbucata in Campo Santa Margherita, qui a Venezia. Il cielo era
ancora di un blu intenso notturno, e solo un lieve chiarore rivelava l’imminente
sorgere del giorno. La luna, illuminata e affilata come un’unghia bianchissima,
esibiva in silenzio la sua eleganza, in mezzo a un cielo terso, ancora
tempestato di stelle. Da qualche parte – al di là delle case che s’impongono
sopra le calli, al di là dei canali e del tratto di laguna che separa Venezia
dal Lido – il sole, con la sua maestosità mai invecchiata, stava sorgendo
sull’orizzonte, lungo la linea del mare. Mi dirigevo verso il centro di yoga,
rinvigorita dall’aria pungente che elettrifica l’aria di prima mattina, e mi
figuravo questo spettacolo che silenziosamente avveniva in quei luoghi vicini,
senza che io lo potessi vedere. Camminando cercavo di fare tesoro di quel
profondo raccoglimento in cui già mi ero immersa, e mi riproponevo di custodirlo
anche per il resto del giorno, senza lasciare che si dissipasse.
Mi era prezioso tanto più per il fatto che gli ultimi giorni erano stati segnati
da un’irrequietezza quasi costante, in cui pochi e fragili momenti di pace erano
guadagnati a fatica. La cosa peggiore di quando sono preda di questo stato è il
fatto che mi accorgo immediatamente quando esso insorge, e inizio, per questo,
ad agitarmi; a cercare disperatamente di risalire la china del precipizio in cui
sono caduta, con l’obbiettivo di tornare in “quell’altro stato”. Durante
quest’ultimo mi pare di stare immersa in una sorta di fiduciosa attesa, e sento
che ogni mio gesto, intenzione e pensiero, sorge come spontaneo da dentro il mio
animo: non devo far altro che accoglierlo, in tutta la sua giustezza e bellezza.
In quei momenti mi sento come il generale Pëtr Petròvič Konovnìcyn: un
personaggio che appare solo di sfuggita nella narrazione di Guerra e Pace, ma la
cui descrizione mi aveva colpita profondamente. Tolstoj scrive di lui:
> Nel suo animo c’era una profonda, inespressa convinzione che tutto sarebbe
> andato bene; ma a tale convinzione non bisognava credere, e tantomeno
> bisognava parlarne, ma bisognava fare solo il proprio dovere. Ed egli faceva
> il suo dovere, impegnandovi tutte le sue forze.
È strano: in quei momenti sento di essere certamente io a compiere
le mie azioni; e allo stesso tempo però è come se esse fossero guidate da
qualcosa che è oltre, e molto più, di me. E tuttavia mi accorgo che è solo
quando mi sento all’interno di questo “più di me” che mi sento davvero me
stessa, che sento di aderire veramente a me stessa. Il resto del tempo è come se
non sapessi dove fossi finita, e rimanesse solo una piccolissima parte di me che
rimane agganciata a quell’altro stato, che permane solo sotto la forma di un
ricordo, di una convinzione, a cui sento d’aggrapparmi con tutte le forze.
*
In un libro che ho terminato di leggere poco tempo fa, l’autore, Robin Scroggs,
biblista e teologo statunitense, descrive alla perfezione l’oscillazione di cui
ho parlato. Riprende la distinzione fatta da San Paolo tra i termini “fede” e
“speranza”, e scrive:
> Paolo non è così ingenuo da pensare che le persone vivano sempre nella gioia e
> nell’esuberanza della fede. È certamente consapevole che i membri delle sue
> congregazioni provino ansia, dubbi e mancanza di fiducia. Ciò significa che
> chi crede in una situazione del genere ha di nuovo cambiato mondo, è ricaduto
> nel mondo falso? Non necessariamente, perché il credente può ora aggrapparsi
> ostinatamente alla consapevolezza che il vero Dio esiste, che il vero mondo è
> una realtà, anche se al momento non lo sperimenta. Sì, la fede è
> esperienziale, ma non deve limitarsi alla sola esperienza. Si resta fedeli a
> quel mondo. Il termine usato da Paolo per questo impegno è “speranza.” In
> questo senso la speranza è tanto un’esperienza quanto la fede. Essa è la
> convinzione ostinata, in assenza dell’esperienza della pienezza, che esista
> davvero un mondo restaurato, reso realtà dall’atto di Dio in Cristo.
Io, più il tempo passa, più sento crescere in me questa “convinzione ostinata”:
è come se sentissi di non nutrire più alcun dubbio a riguardo. Questo tuttavia
non impedisce affatto il permanere degli altri stati – di dubbio, di rabbia, di
paura – che a volte è come se ricoprissero la mia anima, l’accecassero e
portassero a fondo col loro peso.
Infinite volte mi interrogo sulle ragioni di questo oscillare: sul perché a
tratti si riesca a vivere in una sorta d’estasi fiduciosa, e ci si senta avvolti
da un mistero che, per quanto infinito e insondabile, rimane comunque un mistero
d’amore; e a tratti invece questa realtà si dissolva, e venga sostituita da
tutto quanto le è opposto, e in sua negazione: un mondo forse ben più conosciuto
dell’altro, fatto di arrivismo, di rabbia, di competizione, sopraffazione. In
quei momenti mi pare ci si senta separati da tutto: dagli altri, ma anche, e
forse soprattutto, dalla propria stessa persona, che viene ad esser la prima e
la più disprezzata di tutte le altre creature. È quando ricado di nuovo in
questo stato penoso che inizio a guardare all’altro mondo (quello che Paolo, nel
passo di Scroggs, definisce “vero”) come dall’esterno, desiderando con tutta me
stessa di farvi ritorno, senza però riuscire a trovare, dentro al mio cuore, la
mappa che possa condurvi.
È stato per questo che ormai da moltissimi mesi io ho iniziato a chiedermi,
quasi in continuazione, quale fosse, in questo quadro che dentro al mio animo si
era tracciato, il ruolo di Cristo. Questa domanda è come rimasta sospesa per
mesi sulla mia persona; come un pensiero costante, una richiesta, che aveva
preso ad abitare dolcemente ogni cosa facessi, vedessi, leggessi.
*
Che Cristo avesse assunto, in questo senso, un ruolo importante, che tuttavia
nemmeno io riuscivo a comprendere, credo d’essermelo detto la prima volta un
anno fa, un giorno in cui ero tornata, per un breve periodo, a Rimini, la città
in cui sono nata e cresciuta. Era quel periodo in cui il freddo delle giornate
invernali lascia spazio all’aria tiepida di quelle primaverili, e il parco
improvvisamente s’inonda di nuovi colori, suoni e profumi. Quel giorno avevo
passato il pomeriggio a studiare, leggendo il Vangelo, assorta nel silenzio di
camera mia. A fine giornata ero uscita per fare una passeggiata nel parco.
Camminavo e sentivo come se, alla lettura del testo, la mia anima si fosse
sempre di più spalancata, spogliata in tutta la sua interezza. Mi sembrava quasi
che essa – in tutta la fragilità, il candore, l’audacia con cui la percepivo in
quel preciso momento – si affacciasse fuori dal mio stesso corpo, come standomi
“a fior di pelle”; e che, al suo passaggio, tutto il mondo (gli alti ed eleganti
alberi, i cespugli fioriti col loro profumo, i passanti, il cinguettio degli
uccelli, persino il vento) si voltasse per assistere al suo passaggio, e per
porgerle il suo gentile saluto, che lei a sua volta, quasi ridendo, gli
ricambiava.
Camminando, osservavo il viale del parco, che si estendeva dritto di fronte a
me, incorniciato dagli alberi: osservavo le fronde voluminose dei rami, che
danzavano eleganti, gonfiate dal vento; i passanti, nella diversità dei loro
aspetti e delle loro singole azioni; ascoltavo i grandi e piccoli suoni che si
sprigionavano in ogni angolo di quella natura. Nel mentre in cui il mio sguardo
era come rapito, e incantato, da tutto questo, ripensavo al Vangelo e, più di
tutto, a Cristo, che mi pare esserne il centro assoluto. Nel farlo mi sono detta
(con la stessa arrendevole gioia con cui si constata che il proprio cuore si è
innamorato di quella o quell’altra persona) che quella figura ormai era giunta a
rappresentare quanto di più bello, di più nobile e di prezioso abiti nella mia
anima, e, più in generale, nell’essere umano. Si tratta di quella parte
dell’uomo che ne esprime i desideri più nobili e genuini e che, qualsiasi valore
le si voglia assegnare, rappresenta in tutto e per tutto qualcosa di sacro.
Simone Weil la descrive come l’aspettativa, e la speranza, di ricevere amore.
Io, quando questa parte è scoperta, come quel giorno nel parco, sento quasi
d’esserne, più che custode, custodita: come se mi accovacciassi, e prendessi
vita, dentro di essa. Ma, nel mio caso almeno, nulla, più di Cristo, alimenta
questa speranza. È come se lui avesse dato corpo a tutto ciò che di più intimo
abita dentro al mio cuore; e quel corpo continuasse ad evolvere giorno per
giorno, senza che io ne possa esaurire l’enigmaticità.
*
Le ragioni per le quali la figura di Cristo è in grado, almeno per me, di far
così potentemente emergere la mia anima, con tutta la bellezza e la
fragilità dei suoi desideri, credo d’averle iniziate a capire una domenica di
ormai un anno fa. Mi trovavo a Rimini, ero andata a messa assieme a mia madre,
nella piccola chiesa del convento delle clarisse in cui andiamo sempre. Era
sera, ricordo che mi sentivo immensamente stanca: stavo seduta, quasi nascosta,
su una panca in fondo alla chiesa, e mi sembrava di stare avvolta in un dolce e
fiducioso abbandono, come se tutto il mio corpo, e il mio cuore, avessero
trovato casa in quel luogo, in cui mi pareva che nessuna pretesa mi fosse
avanzata. Solo la mia presenza era, non pretesa, bensì accolta, come se qualcuno
l’avesse pazientemente attesa, e intensamente desiderata.
Mentre ascoltavo, quasi passivamente, lo svolgersi della messa ho alzato, d’un
tratto, lo sguardo, e l’ho rivolto al grande crocifisso che stava appeso proprio
al mio fianco, sulla parete sinistra di quella piccola chiesa. Gli ero distante
solo di qualche metro, e ne potevo distinguere ogni dettaglio. Infinite versioni
di quella rappresentazione erano capitate sotto i miei occhi nel corso della mia
vita, ma ricordo che mai, come prima di quel giorno, ne sono stata attratta,
come ipnotizzata. Era come se ogni suo dettaglio mi richiamasse, e mi si
imprimesse nell’anima: guardavo le mani trafitte dai chiodi sul legno, le dita
mollemente ripiegate sul palmo; poi le lunghe e sottili braccia, tese a
sorreggere, come cavi in tensione, il corpo nudo, che sembrava volersi
accasciare sempre più su stesso, fino a raggiungere terra. Ho guardato a lungo
la ferita aperta sopra il magro e bianco costato; poi i piedi posti l’uno
sull’altro, anch’essi trafitti dai chiodi, che sembravano l’unica cosa volta a
sorregger quel corpo. Persino il capo, e le ciocche di capelli sopra di lui, si
abbandonava e cadeva ripiegato sulla spalla e sul petto.
La voce del prete in fondo all’altare era diventata solo un fioco e lontano
suono, e a me pareva d’essere stata completamente sottratta a tutto ciò che
accadeva, per esser rapita, per sempre, da quella scena. Era come se ne fossi
addolorata, e innamorata allo stesso tempo. Innamorata di lui soprattutto in
quel suo momento, nel momento in cui stava sopra la croce. E nel provar questo
mi dicevo che ormai per me quella era divenuta la chiave di tutto, che
dell’onnipotenza non m’importava nulla, che niente era in grado di sprigionare e
attirare l’amore su questa terra come chi si lascia trafiggere e crocifiggere,
senza opporre la benché minima resistenza.
*
Per molto tempo ho cercato di riflettere su questo fatto, che nel mio cuore,
ogni volta che si riproduce, risulta essere di un’evidenza travolgente e
dolcissima allo stesso tempo. L’esperienza in effetti mi suggerisce, ogni volta,
che è solo attraverso il quasi corporeo passaggio per questa miseria (cioè
mancanza) che il mio cuore finalmente si apre, e si dispone, docilmente,
all’amore. Senza il passaggio, quasi fisico, che porta il cuore a divenir
consapevole della sua mancanza e del suo desiderio, nulla di tutto ciò si
renderebbe possibile.
Credo che ciò che più di tutto, della figura di Cristo, ha catturato il mio
sguardo, sia stata esattamente questa capacità di fare spazio, dentro di sé, e
che lo ha reso, ai miei occhi, tutto intriso, trasfigurato, dall’amore di Dio.
Nel mio immaginario è come se questo amore attraversasse, e s’irradiasse, da
ogni poro, ogni centimetro di quel suo corpo: nella leggerezza e fierezza dei
gesti, nella morbidità e profondità ipnotica degli sguardi, nel misterioso
tepore delle sue parole.
Tutto ciò lo vedo, soprattutto, nel momento dell’abbassamento più grande, che è
quello sopra la croce. Non per caso infatti, nel Vangelo di Giovanni, ci si
riferisce a quest’ultimo col termine “glorificazione”. Il Gesù del quarto
Vangelo non ha, infatti, le parole di disperazione che si ritrovano nei Vangeli
sinottici:
> Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per
> adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero
> perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono
> alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E,
> chinato il capo, spirò.
>
> (Gv 19,28-30)
È proprio in quel momento, quasi in quello stesso chinare il capo e spirare, che
il mio cuore, più di tutto, se ne innamora.
E, mi pare, se ne innamora proprio perché, come dicevo più sopra, riconosce in
esso qualcosa che già, in qualche modo, gli apparteneva, e di cui forse si era
dimenticato. Accade qualcosa di simile anche per la persona amata: sembra quasi
che ci si innamori perché si riconosce, in lei, qualcosa che anche a noi
appartiene, e che allo stesso tempo desideriamo.
*
È questo innamoramento, e riconoscimento, che porta, naturalmente,
all’imitazione. Per questa ragione, se permetto alla lettura del testo di farsi
strada, carsicamente, dentro al mio animo, io ne esco quasi trasfigurata, come
se tutto il mio animo, per imitazione, vi avesse aderito.
Nei discorsi di addio presenti nel quarto Vangelo, Gesù sembra voler spiegare la
segretezza e la semplicità, di questa dinamica. Nel capitolo quattordicesimo, in
particolare, egli è interrogato dai discepoli su dove si trovino i posti
(monai, in greco, sostantivo cui è correlato il verbo menein, dimorare) ch’egli
dice d’aver preparato per loro nel Regno. I discepoli più volte domandano
sconcertati, senza riuscire a capire cosa Gesù intenda quando dice di essere lui
stesso “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6). Ed è solo davanti all’ultima,
stupita domanda di Giuda, che Gesù porta a conclusione il vorticoso, quasi
concentrico ragionamento, con queste parole:
> Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a
> lui e prenderemo dimora (monḗn) presso di lui.
>
> (Gv 14,23)
A leggere queste parole, sento come se tutto il mio animo finalmente cedesse, e
lentamente obbedisse. Da questo innamoramento infatti, l’imitazione e
“l’osservanza della parola” scaturiscono in modo consequenziale, quasi
spontaneo: come un ruscello d’alta montagna, la cui acqua fuoriesce,
gorgogliando dolcemente, da una fessura tra il muschio e le rocce.
Così nel far questo io sento che quello stesso amore del Padre, che il Figlio ha
mostrato e insegnato facendosene portatore, prende dimora presso di me, rendendo
anche me portatrice, anche me testimone. Si tratta, appunto, di una
“imitazione”, o forse ancor meglio del tentativo di una “sequela” – termine che,
come un mio professore mi ha fatto notare, porta con sé, a differenza
dell’altro, l’idea di un movimento continuo, invece che di una staticità da
raggiungere. In effetti è come se, anche quando finalmente riesco a far sorger
di nuovo quella parte di me che era rimasta sopita, acquisissi un osservatorio,
dal quale guardo tutte le altre realtà che continuano, comunque, ad abitare, sia
dentro che fuori dal mio animo.
Infatti, anche nel momento in cui riesco a interiorizzare quello sguardo che è
Cristo, le “altre parti” di me non spariscono affatto: non scompaiono affatto i
pensieri meschini, faticosi, meno nobili. Io continuo, anche quando sento così
accesa la parte sacra, a “portarmi addosso la mia umanità”, la pesantezza della
mia carne. Ma, a differenza di tutto il resto del tempo, è come se quest’ultima
s’alleggerisse, e smettesse d’esser motivo di odio e di giudizio, nei confronti
della mia persona e di quella degli altri, e iniziasse invece ad essere
l’oggetto di un’infinita misericordia, pietà, compassione, da cui io stessa, a
mia volta, mi sono lasciata ferire, ed attraversare. In effetti in quei momenti
sembra quasi che l’universo intero, e Dio stesso, non siano nulla di tanto
diverso da questo amore, che è come una preghiera, la cui melodia risuona senza
sosta dal fondo stesso dell’anima.
*
Accade però che, per qualche ragione (talvolta anche la più banale: un passante
che nella fretta mi urta senza riguardo, le faccende quotidiane che incombono e
i pensieri che si affollano in frotte violente nella mia mente) il mio animo
s’impaurisca ed irrigidisca di nuovo, e che quell’armonia, d’improvviso, si
perda. Ma, ogni volta, io mi accorgo che è solo attraverso la gentile
accoglienza (e quasi il fisico attraversamento) della mia umanità, che io mi
sento, poi, di nuovo avvolgere, quasi risorgere.
Alla fine, più che una questione di grazia, o di volontà, mi sembra una
questione di desiderio, di umile esercizio, e di richiesta. Io spesso,
spessissimo, forse per la maggior parte del tempo, non sono affatto in quello
stato di fiducia e d’amore, in quel “mondo vero” di cui parla Paolo. Ma mi
accorgo che, negli anni, il desiderio che ho di esso è come se s’intensificasse,
e rinvigorisse; come se tutto il mio cuore, la mia volontà, fossero una
preghiera tesa verso di esso, tenuta presente anche durante le pratiche più
quotidiane e banali, come mangiare, fare la spesa, sistemare la stanza, o rider
di cuore assieme agli amici, per qualche sciocchezza che è stata detta. Era
questo, forse, che intendevo, quando tempo fa mi ero detta, osservandomi, che
avevo la sensazione di “pensare a Dio tutto il tempo”, per poi rendermi conto
che, in realtà, non lo stavo affatto “pensando”, bensì cercando, chiamando,
quasi costantemente.
In ciò consiste l’importanza, e la potenza, del fare memoria: ricordare in noi
stessi, e gli uni con gli altri, di quei giorni antichi ed avvolti dentro al
mistero, che hanno riportato alla luce quella parte di noi che anche oggi, nella
diversità degli animi e delle culture, rimane. Non importa che cosa sia in grado
di far fare, agli uomini, memoria di quella parte di sé che consiste nel sacro.
L’importante è che quella parte vi sia, e che vi sia qualcosa, nel singolo, che
sia in grado di farla risorgere.
Su quale sia, poi, il “luogo” in cui l’anima innamorata conduca, questo è, e
rimane, un profondo mistero ai miei occhi. Ma cerco di non far dipendere le mie
scelte dalla risoluzione di questo mistero, e di fare come quel generale
di Guerra e Pace, che si lascia guidare dal cuore, senza troppo interrogarsi a
riguardo. Mi esercito allora ad abbandonarmi, sempre di più, a questo amore, e a
nutrire per esso una crescente fiducia. Essa, in rari ed estasiati momenti di
pace, lascia avvertire con chiarezza la presenza di qualcosa, o di qualcuno, che
sta, già ora, con braccia spalancate, in un luogo senza tempo. È come quella
brezza che, all’alba, spira dolcemente da oltre l’orizzonte, lungo la linea del
mare.
Bianca Cesari
*In copertina e nel testo, disegni di Guercino (1591-1666)
L'articolo “La convinzione ostinata”. Abbandonarsi al bene: tra rapimento e
dolore proviene da Pangea.
Fino a poco tempo fa, tutto risplendeva – tutto aveva un senso visibile e
chiaro, come un fuoco: ogni fiamma, pur tentacolare, aveva un volto, contraeva
un patto. Il mondo era una famiglia. Il grano riguardava l’astro che ne
garantiva la crescita e la mano, a stella, che lo raccoglieva; l’albero era
imparentato al corvo che vi atterrava sopra, della specie di Saturno; il fiume,
a leggerne i sussurri, a strologare la cifra delle strolaghe, garantiva figli
dai capelli corvini, agilità nel corpo. Nutrirsi di alcune piante permetteva
certe qualità; necessario era apprendere i poteri della vasta famiglia dei
rettili e degli anfibi. Il volo degli uccelli, lassù, interferiva sulla nostra
sorte, quanto l’opera magnetica dei pianeti.
Anche la volpe che ieri notte ha attraversato la strada, trasfigurata dai fari
della mia macchina, cucendo bosco a bosco, quella volpe Mercurio, partecipa
della mia vita, ha un senso.
L’era della misura ha tolto lo spazio dello smisurato: la sapienza,
parcellizzata in saperi, è mutilata; all’osservazione e alla speculazione
astrologica si è sostituito l’osservatorio astronomico, il tempio è sottomesso
all’accademia. È vero: la chirurgia ha soppiantato le erbe curative, i maghi e i
mestatori di formulari – vivremo tutti, tiepidamente felici, grigi pingui
pinguini, fino a centocinquant’anni – sia gloria al dio della salute; la
salvezza resta altrove.
Fino a poco tempo fa, intendo, il mondo non era costellato di ‘corrispondenze’ o
di ‘segni’: il mondo aveva un significato. Interpretare i segni è già il sintomo
di un’era insignificante. L’era del simbolo teneva insieme l’uomo, la terra, il
cielo – corrispondenza significava corresponsabilità.
Di questo mondo – che è poi, autenticamente, il nostro, quello di Dante e di
Francesco – Rabano Mauro è l’enciclopedia vivente, l’esegeta sommo. Abate di
Fulda, arcivescovo di Magonza – dove muore nell’856, il 4 febbraio, il giorno in
cui la Chiesa fa memoria della sua santità – Rabanus Maurus Magnetius fu
istruito da Alcuino, visse gli incerti che seguirono agli anni di Ludovico il
Pio, scrisse tantissimo, investigò il tutto. Del suo libro ‘totale’, il De rerum
naturis, “una cosmologia… ovvero una descrizione della realtà nel quadro di una
visione unitaria del mondo”, in cui l’abate di Fulda “descrive ogni cosa che
riguarda il mondo conosciuto, dall’umile chicco di grano alla costellazione di
Boote, nel tentativo di abbracciare la totalità dello scibile in una
rappresentazione del micro e del macrocosmo coerente con la dottrina cristiana”,
Claudia Gualdana (da cui ho tratto le citazioni) traduce, con talento
sgargiante, devota al culto dei libri assoluti che ora passano per eccentrici
(va ricordato il suo Rosa. Storia culturale di un fiore, Marietti 1820,
2019), il libro IX come Il mondo e gli astri (La Vita Felice, 2025). Il libro –
che è poi un manuale, un tascabile che si snoda per centocinquanta pagine, un
universo in miniatura – è straordinario perché ci orienta agli elementi primi,
riporta – secondo sintesi mirabile – ‘il tutto nel frammento’, conduce dal caos
– di cui si nutre un certo cristianesimo esagitato, in adorazione del buio – al
cosmo. Così, scopriamo che
> “il cielo è stato chiamato così, proprio come se fosse un vaso caelatum, ossia
> cesellato, perché reca incise le luci delle stelle come se fossero sigilli”.
Della luna è detto che “rappresenta le avversità del mondo”, ma anche la Chiesa
(perché – intuite l’introibo da raffinato polemista di Rabano – “essendo stata
creata nella dimensione temporale, come la luna talora si fa più piccola,
talaltra cresce, ma sebbene essa sia soggetta a calare, diminuisce in modo tale
da essere sempre restituita alla sua integrità originaria”) e “l’era presente,
perché è in costante mutamento”. I corpi celesti non sono geroglifici: come ogni
corpo – compreso quello umano, che dell’universo è mappa vivente, in calligrafia
di vene, ossa, arterie –, hanno diversi sensi – letterale; allegorico; anagogico
– e sensibilità; l’abate sviscera tutti i significati con dovizia di citazioni
bibliche. Il compito di Rabano Mauro è titanico: egli va risignificando il mondo
alla luce della rivelazione di Cristo. Così, alle enciclopedie ‘pagane’ – il
mito classico, che armonizzava l’antico mondo – sostituisce il nuovo codice
cristiano. Rabano offre la chiave per interpretare ogni minuta cosa: il tuono –
“che è stato chiamato così perché il suo suono terreat, ovvero atterrisce” – e
le braci – “indicano le concupiscenze illecite dell’animo” – il vento “violento
e veemente” e le Pleiadi, “l’annuncio della comunità dei santi che, nella
tenebra della vita presente, ci illuminano con la luce della grazia dello
Spirito septiforme”. Di Lucifero, “la stella del mattino”, è detto che “può
alludere al Salvatore o alla luce della vera conoscenza”; nel suo “significato
malefico” marca il senso della “caduta dallo splendore eterno fino alle tenebre
infernali”.
L’opera di Rabano Mauro serve a sanare, tra l’altro, l’impropria affermazione di
Robert Graves, il geniale poeta de La Dea Bianca. A suo dire, una “frattura…
separa il cristianesimo dalla poesia”, tanto che “è ormai impossibile combinare
le funzioni un tempo identiche di sacerdote e di poeta senza fare violenza
all’una o all’altra vocazione”. Allo stesso modo, l’indole “crudele,
capricciosa, sfrenata” della Dea Bianca contrasta con il culto della Vergine.
Graves – che sognava di rifondare un ordine ‘bardico’ della poesia e di
ricondurre la parola poetica al suo ancestrale potere magico, teurgico, e che di
fatto ha avuto un unico, straordinario allievo: Ted Hughes – ha, come sempre,
ragione. Proviene, però, da un regno in cui la “rivoluzione puritana” ha
sistematicamente cacciato dal tempio i druidi e i bardi, ha disonorato i boschi
considerandoli mero ornamento quando non materia prima per imprese di
falegnameria. In realtà, al netto di un semplicistico ‘romanticismo’ – che fa
del poeta il ribelle, l’eresiarca costi quel che costi, mentre è da sempre il
custode dell’ordine, il suo cardine; e non mi riferisco certo all’ordine
mondano, alla viltà del potere terreno, infine impotente se non sostenuto da
armi di assassinio di massa –, il poeta, come gli apostoli, parla le lingue e
guarisce dal male; la sequela Christi è fonte di infinita opera.
“Decifrare il linguaggio sacro”, come scrive Rabano Mauro, è compito dello
studioso e dell’artista. Così, nel formidabile Liber de laudibus Sanctae Crucis,
lirico laudario costellato di calligrammi, la parola è la cosa, la forma è la
formula, ciò che è nominato, d’improvviso, vive, con ferina evidenza – ulula
l’io e l’Iddio. San Paolo insegna che si prega “in modo conveniente” dando in
“gemiti inesprimibili” (stenagmois alatetois; Rm 8, 26). Si prega verseggiando
come fanno le creature: secondo il ronzio della mosca, l’adulare dei lupi, il
fruscio degli astri.
*Le immagini in copertina e nel testo sono tratte dal “Liber de laudibus Sanctae
Crucis” di Rabano Mauro
L'articolo “Decifrare il linguaggio sacro”. Rabano Mauro: dal caos al cosmo
proviene da Pangea.
Il Vangelo di Marco, come si sa, finisce con un colpo di ghigliottina, con una
immedicabile cesura. Giunte al sepolcro vuoto, le tre donne – “Maria di Màgdala,
Maria madre di Giacomo e Salome” – scappano, “fuggirono via dal sepolcro, perché
erano piene di spavento e di stupore”. Paura le ammutolisce, “e non dissero
niente a nessuno”.
Se investighiamo il greco le cose assumono un’altra sfumatura. Le donne scappano
perché tremano (tromos) colte da estasi (ekstasis). Sono come in trance, sono
fuori di sé, rapite da dionisiaca ebbrezza: anch’esse un sepolcro vuoto. Uno
degli epiteti del “Dio vivente” è il terrore: è “terribile (phoberos) cadere
nelle mani del Dio che vive”, scrive Paolo. Un terrore che impone riguardo,
devozione.
Alle estatiche donne un misterioso “giovane… vestito d’una veste bianca”, assiso
di fianco al sepolcro, dice che “Gesù Nazareno, il crocefisso, è risorto, non è
qui… Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete”. Il timore delle donne davanti
al giovane (“ed ebbero paura”) ricorda il turbamento di Maria di fronte
all’angelo: lì si annunciava una nascita miracolosa, qui una ancor più
miracolosa seconda nascita. È più facile credere all’invisibile che si annuncia
in nuce d’angelo che alla verità di un corpo disfatto, maciullato, sviscerato,
disossato di sé, grave di sangue.
Chissà se poi le donne sono andate, in Galilea.
La Sapienza di Gesù Cristo comincia da lì: dal dubbio, dal timore, dall’estasi.
Il testo gnostico, databile tra il II e il III secolo, è conservato nel Papiro
di Berlino (1896), tra i papiri di Ossirinco e nella vasta messe di testi
scoperti a Nag Hammadi. Era dunque testo noto, importante, fin nella
sovrabbondanza del titolo. In lingua inglese esiste la traduzione completa di
Douglas M. Parrott; Mauro Pesce ne ha inglobato alcune lasse in Le parole
dimenticate di Gesù (Fondazione Lorenzo Valla, 2004).
In questa Sophia, il Cristo appare trasfigurato, irriconoscibile (“non nella
forma che ricordavano”): il dialogo con i discepoli – la prima domanda, che
implica una gerarchia, è di Filippo; poi prendono la parola Matteo, Tommaso,
Maria e Bartolomeo – permette al Salvatore di spiegare la creazione del mondo e
del tempo, il fine del creato, il destino dei discepoli. Secondo la cosmogonia
gnostica, esiste un Padre originario, un pre-Padre, che inaugura la lenta opera
di autoconoscenza; Sophia è l’elemento femminile del divino. Alle origini, è un
proliferare di legioni angeliche, di celesti esseri, di abnormi creature in una
continua dinamica di azione e distruzione (d’altronde, “C’erano sulla terra i
giganti”, si dice in Gn 6, 4). Il Salvatore, per così dire, è eccedenza –
finanche, difetto, benefico veleno – nell’ordine delle cose: rompe lo schema di
vita-e-morte, si disgrega dall’immobilismo divino, porta la luce “vengo per
estirparvi dall’oblio”. Il Salvatore è una figura prometeica.
La Sophia Jesu Christi fonde la rivelazione evangelica ai misteri greci; ciò che
anima il testo è ossessione per la salvezza, per la purificazione; centrale è la
domanda sul senso del male, centrale è il corpo corrotto che tenta riparo,
ristoro. Il sistema gnostico prevede un’aristocrazia dell’intelletto: si ascende
tramite strenuo percorso conoscitivo. Ciò che svanisce, è la cuspide
dell’evangelo: il Crocefisso, l’Iddio dei corrotti, l’Iddio dal corpo rotto e in
rovina. Tale carnalità latra – incute terrore. Il non avere altro che quello –
sangue che stilla dalle stimmate – confonde, confina nel dubbio.
Nella Sophia, secondo lo schema della sapienza greca, il Padre forgia il creato
dopo essersi osservato in uno specchio (“Vide se stesso in uno specchio”). Ma lo
specchio è il demoniaco – la copia che divora l’origine, l’originario. A dire di
Proclo, fu Efesto a “fabbricare uno specchio per Dioniso” e “il dio guardando
dentro di esso e contemplando la propria immagine si slanciò alla fabbricazione
di tutta la pluralità”. Figura ambigua, lo specchio: fa dell’apparente
un’apparizione; chi cerca di riconoscersi in esso si trova disconosciuto,
contraffatto. Cosa deve vedere di sé il Padre in uno specchio – cosa che già non
sappia? Nella Sapienza di Gesù Cristo lo specchio è abisso, buco nero, vortice –
è la grande vulva, il dio per sempre gravido che crea copie di copie di copie di
sé. Dio-feto, dio-incesto.
Nel Vangelo, piuttosto, il Padre si rispecchia nel Figlio; Gesù si rispecchia
nei volti sbigottiti dei discepoli – fino a che punto il Risorto è diverso dal
Nazareno?
In questo gioco di specchi – che, contrapposti, sfoggiano l’infinito – cosa
resta, quale l’arenaria che possiamo dire ‘immagine’? Quale l’originale?
San Paolo – in 1 Cor 13, 12 – lega lo specchio all’enigma: lo specchio-Sfinge ci
fissa divinandoci, divorandoci. Lo specchio-Polifemo, lo specchio-Sauron: nostro
compito è sfuggire all’onnipotente fame dello specchio per ridiventare noi, per
ricondurci nel greto della vera forma.
Galilea – il luogo dell’appuntamento con il Risorto, che è il luogo dove tutto
ha avuto inizio (Mc 1, 14) – è il lemma di una geografia sapienziale, è nome al
di là del nome. Come fu Israele per gli ebrei, Galilea sia il nuovo nome dei
cristiani: Galilea è il luogo in cui tutto si sprigiona, in cui tutto si
sbriciola.
Il proliferare dei detti gnostici null’altro dice se non che la conoscenza è il
solo peccato, è l’ambone da cui professa il demone della separazione e della
confusione. Gesù non si apprende perché è lui il predatore, è lui che ti prende.
Gesù, il sommo analfabeta – secondo la spiazzante intuizione di José Bergamín –
non si installa in codici, in grammatiche, in enciclopedie. La sola sapienza,
qui, è l’insipienza, l’uscita da sé, la santa insania dei folli e degli
ispirati. Il regno di questo mondo – dei filosofi e degli esperti, degli scaltri
e dei letterati – mostra la sua indecente indegnità: tutto è disperso, ora –
chiamateci disperati, è sconveniente, ai vostri occhi, perfino questa gioia che
ha dote di lacrime.
**
Sapienza di Gesù Cristo
(II secolo)
Dopo essere risorto dai morti, i dodici e sette donne lo seguirono, si diressero
in Galilea nel monte detto ‘Divinazione e Gioia’. Uniti, erano, e dubbio li
avvelenava sulla realtà dell’universo, sui piani della santa provvidenza, sul
potere delle potenze e su tutto ciò che il Salvatore compiva nel segreto. Allora
apparve il Salvatore – non nella forma che ricordavano ma in invisibile spirito.
Somigliava al grande angelo della luce. Ma non mi è dato descrivere il suo
aspetto. Nessuna carne mortale può contenerlo, ma solo la carne pura e perfetto
che egli ci ha mostrato sul monte detto ‘Degli Ulivi’.
E disse: “Pace a voi, a voi do la mia pace”. Spavento li confuse. Rise il
Salvatore dicendo, “Cosa pensate? Che dubbio vi divina? Di cosa siete in
cerca?”.
*
Disse Matteo: “Signore, a verità nessuno può accedere se non tramite te.
Inoltraci alla verità”.
Disse il Salvatore: “Colui che È è ineffabile. Nessuno principio lo preda né
autorità né obbedienza a creatura alcuna dalla fondazione del mondo – proviene
dalla Prima Luce e soltanto a chi vuole si rivela. Da ora io sono il Grande
Salvatore. Immortale, eterno egli è. Non ha nascita perché ogni cosa che nasce
muore. Ingenerato, non ha inizio – chiunque ha inizio, infatti, finisce. Nessuno
lo governa e non ha nome – chiunque ha nome, è la creazione di un altro…
È infinito, dunque è incomprensibile. È imperituro e non somiglia a nulla. È
immutabile nel bene. È senza difetto. È eterno. È il benedetto. Da tutti
sconosciuto, è la conoscenza in sé. Incommensurabile – irraggiungibile –
perfetto – immortale. Ditelo: ‘Padre dell’Universo’”.
*
Maria gli chiese: “Signore, come possiamo conoscerlo allora?”
Il Salvatore, il perfetto, disse: “Giungi alle cose invisibili, oltrepassa la
soglia del visibile. Il Pensiero ti rivelerà che la fede nell’invisibile si
trova setacciando le cose visibili, investigandole. Chi ha orecchie per udire,
ascolti!
Non ‘Padre’ si chiama il Signore dell’Universo, ma ‘Pre-Padre’, principio di chi
apparirà, antenato che non ha inizio. Vide se stesso in uno specchio – si vide
somigliante a se stesso – apparizione pari al Divino Padre di Sé, confronto di
ogni confronto, il Primo Esistente Ingenerato Padre. Pari in antichità della
Luce che lo precede ma non lo eguaglia in potenza.
In seguito apparve moltitudine di esseri autogenerati, eguali in età e potenza,
in gloria, innumeri, la cui stirpe è detta ‘Generazione Senza Regno’. Quella
moltitudine non soggetta a regno è detta ‘Figli del Padre Ingenerato, Dio,
Salvatore, Figlio di Dio’, e con voi ha somiglianza. Ma ora lui è lo
Sconosciuto, l’inconoscibile grave di inalterabile gloria, di ineffabile gioia.
Tutti riposano in lui, esultano in lui, giubilo che non ha misura; questo non è
mai stato udito finora negli eoni e nei mondi”.
Matteo gli chiese: “Signore, Salvatore, come si è rivelato l’Uomo?”
Il perfetto Salvatore disse. “Voglio che tu sappia che colui che apparve
all’universo nella sua infinità, l’Auto-eletto, l’Innato, il gravido di luce, al
principio, quando decise di dare la sua immagine a una potenza, quella Luce
apparve come l’Immortale Uomo Androgino, affinché attraverso di lui potessero
giungere a salvezza e risvegliarsi dall’oblio, attraverso l’inviato, il solo
interprete che è con voi fino alla fine della povertà e della razzia.
Sua consorte è Sophia, fin dal principio destinata a unirsi a lui tramite il
Padre Auto-generato e l’Uomo Immortale, che apparve come Primo in divinità e
regno, come concesso dal Padre. E creò un grande eone, ‘Ogdoade’ è il suo nome,
in onore alla sua maestà. Autorità gli fu data e nel suo governo creò povertà.
Creò dèi e angeli, arcangeli a miriadi, da quella Luce e tripartito Spirito che
è Sophia, sua consorte. Da questo, Dio originò divinità e regno. Da allora è
‘Dio degli dèi’, è detto ‘Re dei re’.
Da ciò che fu creato apparve ciò che fu plasmato; da ciò che fu plasmato ciò che
fu formato; da ciò che fu formato ciò che fu nome. Così nasce la differenza tra
gli ingenerati, dal principio al termine”.
*
“Chi viene al mondo è una goccia di Luce: viene al mondo per ricondursi nella
Sua custodia. Vincolo di dimenticanza volle Sophia, perché attraverso di lei
l’Onnipotente possa rivelarsi in questo modo povero nonostante la cecità
l’arroganza l’ignoranza con cui lo riempiono di nomi. Ma io sono giunto dai
luoghi superiori per volontà della Luce, io sono slegato da ogni vincolo; ho
spezzato l’opera dei ladri e dei bugiardi; ho trafugato la goccia di luce di
Sophia perché portasse frutto attraverso di me, perché la gloria si diffonda e i
suoi figli, non più imperfetti, possano ritornare al Padre. Io vengo per
estirparvi dall’oblio, perché l’impuro non si manifesti più: calpesto ogni
malvagio intento”.
*In copertina: William Blake, The Angel Michael Binding Satan, 1805 ca.
L'articolo “Oltrepassa la soglia del visibile”. Sulla Sapienza di Gesù Cristo
proviene da Pangea.
La Trinità di Andrej Rublëv è un incanto dilatato, di terso silenzio:
scoscendimento contemplativo, esperienza dell’ustoria gioia del proprio limite.
Il contenuto narrativo è tronco: tre angeli che appaiono a Abramo sotto le
querce di Mamre (Genesi 18,1-3) – tre persone, una voce sola –, e vivamente
alludono alla Trinità. Immagine cui ubbidire immobili, nell’estasi degli aurei
sfondi che trasudano dal legno; la disposizione di spazi e flussi di chiarore,
la trasparenza delle forme, l’azzurro profondo reiterato nei mantelli sono
proiezioni all’infinito; giovane e tenero verde: profumo dell’aperto, spirito
vivo; e il porpora velato, scuro del sacrificio: kenosi, offerta. Teologia
cromatica ardente, luminescenze che non appartengono alla fisica terrestre della
luce, bensì a quell’urgenza epifanica che porta l’annuncio dell’increato nel
visibile.
L’elemento umano è espunto, tutto è nei tre angeli, esilissimi, dalle ali
incorporee, seduti intorno a una mensa che reca il calice eucaristico: da
narrazione a diafanìa mistica: visione circonfusa di bagliori soprannaturali,
che sostiene la tensione all’ulteriore: la coinerenza armonica, circolare, delle
tre essenze trinitarie.
La quercia di Mamre: albero della vita, tronco della croce; sullo sfondo la
tenda di Abramo, la casa del Padre; la montagna della rivelazione; e, intessuti
di aurea chiarità, i tre angeli: in un cerchio quasi perfetto, a inclinare corpi
e volti l’uno verso l’altro, creando in chi osserva il ritmo interiore, silente,
del reciproco amore.
Guardare la Trinità è nuda intuizione del proprio limite, che spezza lo sguardo
in preghiera. Il mistero rimane stretto, inospitale, ma sfiora il basso profondo
dell’umana ferita.
Si partecipa senz’afferrare, possedere. Chi guarda è chiamato a sostare, ai
ripidi declivi dell’assoluto, soffrendolo in amore: tale il ruolo kenotico
dell’icona, “immagine conduttrice”, via “apofatica”, “ascendente” secondo Pavel
Endokimov[1], che si fa limen di catarsi trasfigurativa, evidenza di
inadeguatezza, pur adorante, grata.
Rublëv vive in epoca asservita, tumultuosa: il giogo tataro, i pesanti tributi
all’Orda d’Oro, le frammentazioni, i saccheggi: dilaniata e oppressa la Rus’,
non trovando spazi esteriori, reagiva interiormente, con la spiritualità devota
e unificante di Sergio di Radonez, “umile servo della Trinità”: dal monachesimo
disadorno, spoglio e il carisma mistico di un alter Christus del Medievo. Rublëv
iconizza questa condizione: l’impossibilità di comprendere, di circoscrivere il
fenomeno porta a una dolente evoluzione intima e personale.
È Pavel Florenskij a rilevare, più di chiunque altro, il ruolo attivo, salvifico
dell’icona, visuale in grado di sbalordire “con un colpo solo anche lo sguardo
più insensibile”, mediante “quel senso acuto, che penetra l’anima, della realtà
del mondo spirituale che, come un colpo, come una scottatura, sconvolge
all’improvviso” chi osserva, dando “un’autentica percezione
dell’aldilà, un’autentica esperienza spirituale”[2]; fino a poter dire: “se
esiste la Trinità di Rublëv, allora esiste Dio”[3]. È la condizione del limite
che patisce l’intero, l’irreparabile splendore: struggimento che diviene
vocazione.
Andrej Rublëv, Trinità, 1422 ca.
*
Così Osip Mandel’štam, astro di mitezza, prono solo all’infinito: perseguitato e
indomito, di fronte alle crudeltà della storia rende il suo dire poetico
frastagliato e regale, ardito come una leggiadra burrasca: teneramente grave,
dal passo sinfonico, concussivo, incendiario nella neve. Autentico poeta del
limite, che del dolore fa vermigli diaspri, parola tremante in ragione
dell’immenso: “Mia tristezza fatidica, presaga,/ mia quieta, silenziosa libertà/
e tu, sempre ridente, là, cristallo/ della volta celeste inanimata!”[4]. Uno
splendore inanimato, che tuttavia commuove. Cozzando con la propria esiguità, il
poeta schiude interiormente al sublime:
> “Io mi porto questo verde alle labbra –
> questo vischioso giurare di foglie –
> e questa terra che è spergiura: madre
> di bucaneve, aceri, quercioli.
>
> Mi piego alle umili radici, e guarda
> come divento insieme cieco e forte”[5];
di fronte a oppressioni e persecuzioni, di fronte all’ottusa concretezza,
rappresa e incoercibile, della materia e della storia, l’esperienza tetra e
glaciale pone il cuore a disarmo, portandolo a fulgore riverso, in intento e
parola:
> “dura è la terra, secondo coscienza.
> Rintraccerai a stento più puro ordito della
> verità d’una tela di bucato.
>
> Si disfa come sale, nella botte, una stella;
> più buia è l’acqua gelida, più pura
> la morte, più salata la sventura,
> ed è più onesta e paurosa la terra”[6].
Se onesto e pauroso è ciò che si staglia dinanzi, se fuori è durezza e gelo,
dentro è retrogrado incendio. È la barriera che sbarra il passo, e dunque impone
il retrocedere nei culmini accesi, nelle frugate, rinvenute nobiltà di sé
stessi. Eppure la creatura trema di fragilità e inadeguatezza, in specie quando
avverte la fugace, intima verità che centra il cosmo nel suo asse: della
soverchiante plenitudine, non saper dire:
> “Superando la fissità della natura
> il durazzurro occhio ne penetra la legge:
> nella crosta terrestre impazzano le rocce,
> dal petto sgorga un lamento minerale.
>
> E il sordo animalcolo si tende
> come per una strada a corno ritorta,
> per capire l’eccesso interno dello spazio,
> del petalo pegno, e della cupola”[7].
La poesia di Mandel’štam, pervasa di sensi supremi, di biblici e salmici
sentori, delinea il punto di arresto, di stasi assorta: inerme alla volgare
alterigia del potere staliniano, al terrore della tirannia, al “mare nero/ che
con greve rombo si addossa al capezzale”[8], ed esile, smarrita alle pendici del
sacro, la parola s’innalza, finanche più vigile, viva: più vera, nell’impotenza
che tocca l’impedimento, perché ad esso s’inchina: vi rende omaggio,
celebrandone fondamento e misura; è là, nella morsa del proprio poco, che essa
si riaffaccia: effimera, mobile, imprendibile, eppure caparbia: “Quando
distrutto l’abbozzo,/ ti sforzi di trattenere nella mente/ il periodo senza
pesanti glosse,/ unito e uno nella notte interiore”[9].
Tremare d’inadempienza delinea uno scenario teologico, se pur non di devozione
dichiarata: il sacro e l’immane presagiti, mai interamente intesi, custoditi in
amore al prezzo estremo: tutti teniamo affettuosa memoria di questo poeta “dei
dativi” in luogo dei “nominativi”, il rapsode dello “slancio esecutivo”, con la
sua “sacra stoltezza” da bizzarro “corifeo”: magrissimo, in punta di piedi,
dallo sguardo “teso, come cieco alle cose di poco conto”[10]. Amato Osip, scarno
ed eterno; imprigionato dalle pazzie del regime, privo di denti, semiassiderato;
così soavemente impavido, sognante: accanto a un cumulo di rifiuti, nei casti
albori di neve, a recitare Dante e Petrarca.
*
La precarietà, l’umana insufficienza, il caustico tocco del male non
compromettono, della parola, la vocazione sacrale, il richiamo metafisico come
pratica di resistenza. C’è l’ostinazione dei corpi, la cieca crudeltà della
storia, certamente. Tuttavia la tensione all’invisibile – nel poeta, nel devoto
che osserva l’icona, e in ogni essere umano che, spossato dal dolore, non lo
amplifica, non lo pratica su altri, ma si arresta nel proprio gracile enclave,
avendo cura del limite ricevuto in sorte – innalza l’anima al suo vertice:
> “A tu per tu, il gelo in volto io fisso;
> lui fissa il nulla, e io fisso dal nulla;
> stirata, pieghettata, senza grinze,
> respirante miracolo, pianura”[11].
Nell’ottusa violenza del visibile, nello sgomento della bellezza, la micidiale:
disarmare il cuore, salire. Secondo Endokimov[12] l’uomo, creatura inferma, come
il servo di Yahweh in Isaia (53,2), è afflitto dal velo dell’imperfezione ma,
segretamente, in potenza, è, per volontà dell’Altissimo, un microtheós: dotato
fin dall’origine di uno speciale “carisma contemplativo” per esperire “il fuoco
ineffabile e prodigioso”, “lo splendore folgorante della Bellezza [di Dio]
dentro tutte le cose”[13]; l’uomo ha facoltà poetica, la potenzialità di
nominare, l’attitudine a sostenere e penetrare la radianza divina disseminata
nel creato, tanto da poterle dare nome: come Heidegger diceva di Hölderlin. Se
ogni cosa possiede il suo lógos, la sua “parola interiore”, posta in trasparenza
tra forma e contenuto dal fiat divino, ebbene l’infermità stessa della materia
corporale umana è trascesa “in un superamento, che è vera trasfigurazione”, in
cui “l’ostacolo viene messo al servizio dello Spirito con una misteriosa
conformità al destino segreto di un essere”[14], e “il pensiero umano che riceve
la rivelazione, si crocifigge per rinascere nella luce trisolare della verità
assoluta”[15]
È sostare con mite realismo nel limite e nel difetto, continuando ad amare, che
colma il divario, mediante la discesa della grazia. Il destino è il modo in cui
Dio sceglie di annullare la distanza, e di aprirci alla visione, alla “immagine
e apparizione della luce inaccessibile, specchio tersissimo, limpido, integro,
immacolato, inoffuscato, che riceve tutto lo splendore della prima
bellezza”[16], fino alla “identità per assimilazione”, “identità in atto” che,
“come un punto, unisce le due sponde al di sopra dell’abisso”[17]: dissolve la
pecca, il difetto, il doloroso confine: da immagine l’uomo va a somiglianza.
È questo, in Mandel’štam: il margine non è mera finitudine, ma ardua apertura:
inclinazione sofferta al mistero.
*
Nel Trisagion, canto antichissimo, nato nella liturgia bizantina nei primi
secoli del cristianesimo orientale, poi diffusosi nell’ortodossia slava, si
intona: « Ἅγιος ὁ Θεός, Ἅγιος ἰσχυρός, Ἅγιος ἀθάνατος, ἐλέησον ἡμᾶς», tradotto:
“Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi”[18]. La ripetizione
triplice costruisce un ritmo di sospensione: tre attributi divini che
trascendono la natura umana precedono l’appello di misericordia: il fedele
riconosce la propria pochezza al cospetto del Padre, e partecipa in carenza e
povertà, adorando.
Il Trisagion è icona e poesia insieme, pura nozione del margine: la santità, la
potenza, l’immortalità sono qualità che eccedono l’umano, ma il canto
comunitario consente di entrare in relazione con esse attraverso supplica e
ripetizione, costruendo un tempo sospeso in cui la finitudine si apre al
trascendente. L’incontro con la propria precarietà è invocazione condivisa, come
nella contemplazione di Rublëv o nel gesto poetico, dato e ricevuto, di
Mandel’štam. In quest’ottica, il limite è l’unica forma possibile di relazione
con l’invisibile, spazio fecondo di elaborazione della sofferenza, piattaforma
di devozione radicata nell’umiltà.
*
Jean-Francois Thomas, in una lunga, incantevole meditazione filosofica[19], pone
Simone Weil e Edith Stein in delicata dialettica riguardo afflizioni e amarezze
dell’umana esistenza; a ben guardare, il tema del testo è precisamente il
limite: soglia da oltrepassare per esperire la piena comunione col sacro, nonché
incompiutezza costitutiva della creatura incarnata, gettata nel cronotopo e
sferzata dagli automatismi della necessità.
L’intero volume è un’accorata riflessione su come due cuori sublimi provarono ad
amare l’Eterno da quaggiù, ad accogliere il reale nei suoi orrori senza negarlo,
a renderlo teoreticamente compatibile con il sommo bene, che è Dio: cercando di
superare la propria corporeità nel continuo slancio all’infinito. Edith infine
vi riuscì, con umilissimo abbandono, ponendosi nella consegna totale; Simone non
ammorbidì mai il suo atteggiamento radicale, rimase di una durezza intellettuale
incorruttibile: la sua postura morale era inconciliabile con le “consolazioni”
della fede: pur praticando la compassione attiva, solidale con i più sventurati,
fino a morirne, non riuscì a porsi in grembo a Dio. Esattamente il limite, sia
come sofferta incarnazione, sia come limen di accesso alla completa comunione in
spirito col Padre diviene un assunto nodale del libro. L’abbandono, come in
Jean-Pierre de Caussade[20], è l’istante consegnato, il luogo d’innocenza dove
Dio ama posarsi, dandosi in trasparenza:
> Non è più una vita di pensieri, una vita di immaginazione, una vita di
> discorsi e di parole, ad occupare l’anima, a nutrirla, a sostenerla: essa non
> procede più, non si sorregge più su queste cose. Non vede più dove cammina,
> non prevede più dove camminerà; non si aiuta più con la riflessione per
> infondersi coraggio nello sforzo e per sopportare i disagi del cammino; essa
> avanza ormai nell’intima coscienza della sua debolezza. La strada si apre
> sotto i suoi passi, l’anima vi si inoltra e prosegue senza esitare; essa è
> pura, santa, semplice e vera.
Nella spiritualità ortodossa è lo jurodivyj, il folle in Cristo, esempio di
quella stoltezza paolina che confonde i sapienti (1 Cor 1,27): è san Basilio il
Benedetto, è il principe Myškin, l’idiota che dobbiamo diventare, cioè il genio,
come diceva Cristina Campo. Un ideale pressoché inattingibile, per la natura
incessantemente mobile e conflittuale dell’animo umano.
Con allegorica esattezza, è proprio Cristina che, nel trattato Les sources de la
Vivonne[21], riguardo il luogo fascinoso – citato da Proust nella Recherche, –
che dà nome al saggio, afferma:
> Infinitamente più delicata e tremenda è la presenza dell’immenso nel piccolo
> che non la dilatazione del piccolo nell’immenso.
Tramite la sua scrittura intensamente simbolica e metafisica, nello scenario
riportato, Cristina registra l’affinarsi di una dismisura: l’immaginario
proustiano della catacombale Entrata agli Inferi, della Cosa
extraterrestre s’arresta in un piccolo lavatoio quadrato, “da cui montano delle
bolle”.
Quest’immane che s’annida nel minuto ricorda ferocemente la presenza di Dio nel
cuore dell’uomo: condizione di astrale potenza, di temibile prodigio, perché si
assottiglia in vigoria letale l’immenso quando è costretto nel vincolo di
un’esiguità. L’interiorità umana è dunque così ricolma e spaventosa, e vacilla
tra bene e male con suscettibile, concisa, nervosissima instabilità.
L’immenso di Dio nel limite dell’uomo crea un movimento continuo tra spirito
afferente all’Eterno e miserevoli margini dell’incarnazione. Allorché indigenze
e pochezze vengono attenuate tramite una tenace adesione allo Spirito, rimane
comunque un dibattito continuo di ribilanciamento, che può significare, nelle
note vie dialettiche di rovesciamento degli opposti, una sofferta e splendida
tensione alla salvezza:
> In un rapporto non immaginario – un rapporto dal quale il gioco delle forze
> sia escluso – nessun sentimento o pensiero regge a lungo isolato ma ciascuno
> si capovolge rapidamente nel suo opposto.[22]
In un rapporto non immaginario, ma attentivo: laddove il limite, reclusione
primaria, accolto e pacificato, intaglia il vivente nel suo profilo, gli dona
identità. Allora dal carente lembo incarnato, dalle doglie di una mente vana e
breve, s’innalza l’affidamento, la preghiera, per ricevere svelato il destino:
> Esisteva l’immenso soliloquio, il privatissimo canone che insegna a ricondurre
> alla sua fonte e al suo fine la sorte di ogni uomo su questa terra: il
> Salterio[23].
Nel salmodiare la menomazione diviene contorno, abbozzo di figura che chiede un
assenso, obbedienza al presagio, all’elezione.
Vi è un limite di partenza, condizione data, misura imposta nel vincolo
creaturale, e vi è un limite di arrivo, che è adesione, temperanza: la
terminale disciplina di accordare la propria esistenza a una feconda povertà e
spoliazione, fino a risiedere gioiosamente nella mancanza. Nessuna virtù, solo
la via ineludibile alla compiutezza. Allorquando il limite, connaturato, viene
esaudito dal proposito, s’arriva al non asservimento: alla libertà. Ecco,
ancora, il rovesciamento degli opposti: dando assenso al vincolo, da figure
corporee e desideranti, si va verso altri spazi, a rinsaldarsi in essenze
spirituali, dimoranti nell’assoluto: “Dio precipita a piombo in queste celle, in
questi corpi, con un solo tremendo batter d’ali. E nei corpi, radicati nel cielo
come sono, è una forza che spaventa”.[24]
L’incarnazione è, per ogni mistico, la grande prova, l’attraversamento: per
giungere al distacco, a mitezza radicale, priva d’autoasserzione. Deporre sé
stessi, con fede intera nel sopramondo: far ruotare in petto quel cuore
legato che precludeva l’impossibile.
Il limite, la pecca, la mancanza, sono l’asse di rotazione del cuore nel petto:
cessione di privilegi ed esenzioni, apertura al perenne attrito Frygt og Bæven,
timore e tremore, porsi nelle mani di Dio. In tale ascesi, tutto è per
sottrazione, un avanzare inverso al silenzio e al vuoto; un restare con
cura nella pazienza e nella mancanza, nell’obbedienza, nel rifiuto, alimentano
il soffio dello Spirito: la virtù negativa che tesaurizza, mentre la tentata
affermazione di sé, a contrappunto, disperde e dissipa. Campo – “io non ti
voglio più cercare./ Vibrerò senza quasi mirare la mia freccia,/ se la corda del
cuore non sia tesa”[25] – durante tutta la sua vita esprime il sogno mistico di
aderire in spirito, di combaciare, rimanendo nella gioia dell’inidoneità,
nell’amore purissimo: il cuore sia una corda tesa.
Dandosi misericordia, assentire a quel punto scoperto dell’armatura che si fa
sorte, rotta ineluttabile, nitida identità:fisionomia, inventario di penurie e
talenti; vocazione: “Un vuoto ricolmato di silenzio, nel quale il destino
precipiterà per legge fisica come l’energia nel vuoto pneumatico”[26].
Spoliazione, stasi, umiltà: spesso si delineano efficacemente solo innanzi
all’irreparabile. Ed è per attinenza che viene alle labbra Giuni Russo, icona
pop degli anni Ottanta, la cui nitida e irrevocabile verticalità si era
manifestata fisicamente, fin dagli albori, in un’estensione vocale di oltre
cinque ottave. Giuni indossò la propria maschera mediatica, come dovuto al
mondo, nell’inessenziale, nell’affettato ed estensivo che le era richiesto,
fintantoché non ebbe piena esperienza della cifra scoscesa della sua esistenza:
che prese forma intera, toccante, negli ultimi anni della sua vita. Dio la
raggiunse svelandole il nesso, il pertugio, donandole la sua metanoia,
conversione del cuore, che rese fulgido e serrato il suo cammino: intagliato nel
limite di un malanno del corpo con cui Dio se la portò vicinissima, e poi la
chiamò a sé.
Senza fanatismi, senza mistificanti delirî, perché sia chiaro che vivere sani e
lieti è un bene incomparabile, che nulla deve al patire o al morire; ma quello
stato metanico, così puro e spoglio, di via nitida, segnata, come afferma
Olivier Clément, “si precisa necessariamente in memoria della morte, nel senso
forte di una anamnesi. ‘Ricordiamoci a ogni istante, se possibile, della morte’
scrive Esichio di Batos, e commenta: ‘Questo ricordo ha per effetto l’esclusione
di ogni vana preoccupazione, la custodia dello spirito e la preghiera
costante’[27] […] La memoria della morte non riguarda la morte biologica in sé,
ma lo stato spirituale che la morte simboleggia e sigilla”[28].
Tutta l’ultima produzione artistica di Giuni Russo è di un misticismo
sottilissimo, lucente. In una sua canzone-poesia c’è un presagio del
limite-soglia così fulgido, e un senso del limite-carenza così limpido, da
regalare istanti di somma beatitudine, e la benedizione delle lacrime:
Io nulla
Primizia del mio tempo
Orlo del velo che copre la presenza
Dal vivo occhio mi penetra
Un raggio di pura luce
Fai cantare alla mia lingua
Melodie sconosciute
Dell’amore che buca l’opacità del mondo e crea
Io nulla, io nulla, io nulla, io nulla
Sciàmano pensieri di pura luce
La via dell’assoluto rischiara
Primizia del mio tempo alla presenza
Io nulla, io nulla, io nulla, io nulla, io nulla
Oso fiorir
Sciàmano pensieri di pura luce
La via dell’assoluto rischiara
Primizia del mio tempo
Alla tua presenza
Io nulla, io nulla, io nulla
Fai cantare alla mia lingua
Melodie sconosciute
Che nascono nel cuore
La notte se ne va
Primizia del mio tempo
Alla tua presenza
Io nulla, io nulla, io nulla
Davanti a te
Io nulla
Se l’ego ferito, l’ego rapace, l’ego senza limite e misura, in ogni sua follia
esaudito senza restrizione, è l’instancabile, inconscio servo del male; se è,
come appare, presupposto di ogni attrito e conflitto; ebbene, nella
personalissima sensibilità di chi scrive – a prescindere da qualsivoglia
dottrina o devozione, nella nuda umanità quotidiana, nell’intimità con sé
stessi, al cospetto del proprio Dio, di fronte alla sfida di amare profondamente
e interamente l’altro – Io nulla è l’unico canto, l’unica verità che, in
quest’epoca oscura, ci possa ancora salvare.
Isabella Bignozzi
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[1] Pavel Nikolaevič Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona,
prefazione di Jacques Rousse, Edizioni San Paolo 1990, pp. 222-223
[2] Pavel Aleksandrovič Florenskij, Iconostasi. Saggio sull’icona. Traduzione e
cura di Giuseppina Giuliano, Edizioni Medusa 2008, pp. 55-56
[3] ibidem, p. 52
[4] Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, a cura di Remo Faccani, Giulio Einaudi
editore 2009, p. 5
[5] ibidem, p. 169
[6] ibidem, p. 85
[7] Osip Mandel’štam, Quasi leggera morte. Ottave. A cura di Serena Vitale,
Adelphi Edizioni 2017, p. 43
[8] Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, op. cit., p. 55
[9] Osip Mandel’štam, Quasi leggera morte. Ottave, op. cit., p. 45
[10] Serena Vitale, Cuscini, codici, crisalidi. Saggio introduttivo a Osip
Mandel’štam, Quasi leggera morte. Ottave, op. cit., p. 13-29
[11] Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, op. cit., p. 155
[12] Pavel Nikolaevič Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, op.
cit., pp. 38-41
[13] S. Massimo, Ambiguorum Liber, PG 91, 1148C., rip. in Pavel Nikolaevič
Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, op. cit., p. 41
[14] Pavel Nikolaevič Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, op.
cit., p. 39
[15] ibidem, p. 231
[16] S. Massimo, Mystagogia 23, PG 91, 701C
[17] Pavel Nikolaevič Evdokimov, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, op.
cit., p. 41
[18] Pasquale Ferraro, Canti della divina liturgia e settimana sante. Rito
bizantino. Testo greco a fronte, Milella 2012
[19] Simone Weil ed Edith Stein, Infelicità e sofferenza, prefazione di Gustave
Thibon, Edizioni Borla 2002
[20] Jean-Pierre da Caussade, L’abbandono alla provvidenza divina, traduzione di
Melisenda Calasso, Adelphi Edizioni 1989
[21] I° Ed. in “Paragone” XIV, n° 164, agosto 1963; ora in Cristina Campo, Gli
imperdonabili, a cura di Guido Ceronetti e Margherita Pieracci Harwell, Adelphi
Edizioni 1987, p. 45
[22] Cristina Campo, Gli imperdonabili, op. cit., p. 152
[23] Cristina Campo, Gli imperdonabili, op. cit., p. 114
[24] Cristina Campo, Gli imperdonabili, op. cit., p. 219
[25] Cristina Campo, La tigre assenza, a cura di Margherita Pieracci Harwell,
Adelphi 1991
[26] Cristina Campo, Gli imperdonabili, op. cit., p. 119
[27] A Théodule, CLV, Philokalia greca, éd. Astîr, t. I., p.165
[28] Olivier Clément, Jacques Serr, La preghiera del cuore, Àncora Editrice
1998, postfazione di Pavel Endokimov
L'articolo “Dell’amore che buca l’opacità del mondo” proviene da Pangea.
Jean Grosjean è stato un genio. Prete spretato, vissuto pressoché in solitudine,
è morto nel 2006, più che novantenne. Conobbe André Malraux e Claude Gallimard –
con cui inaugurò un’amicizia senza sconti – in prigione, durante la Seconda
guerra, in Pomerania. Proprio con Gallimard pubblica i suoi libri in versi
– Terre du temps, 1946, Fils de l’Homme, 1954, La Gloire, 1969, ad esempio –,
spesso molto belli; si è inventato un ‘genere’, il racconto lirico – che ha i
suoi precordi negli Ébauches di Rimbaud – dal fascino, spesso, perturbante. Uno
di questi testi, Le Messie, è stato tradotto lo scorso anno da Qiqajon; ne
restano molti altri: Pilate (1983), La Reine de Saba (1987), Samuel (1994), ad
esempio. Incessante ‘cercatore’, tra i rari maestri del secolo, Grosjean ha
tradotto, con sapienza superiore, diversi testi dalla Bibbia (i profeti,
l’Apocalisse); ha tradotto il Corano (1979) e i tragici greci (1967). Per
Gallimard, nel 1989, insieme al futuro Nobel per la letteratura Jean-Marie
Gustave Le Clézio, ha fondato la collana “L’Aube des peuples”, con l’intento di
setacciare miti e leggende di ogni angolo del globo. Alla società degli
intellettuali, preferiva il lavoro duro, a tratti brutale. Non presenziava –
agiva.
Nel 1984, sempre per Gallimard, nella ‘Collection folio junior en poésie’,
Grosjean s’inventa un’antologia di millenaristica bellezza. S’intitola Dieu en
poésie, e assembla, dall’Epopea di Gilgamesh a Rutger Kopland, l’ultimo autore
antologizzato, diversi testi che sfidano il numinoso, che dicono l’indicibile,
che accarezzano o fanno lo scalpo a Dio. L’antologia, antiaccademica, funziona
come un breviario: è piccola, corta – ottanta pagine –; in copertina, un uomo,
stilizzato, su un colle, fissa l’orizzonte. L’arcobaleno, al contempo, è una
palpebra che si spalanca, una bocca pronta a inghiottire.
Il repertorio di testi – di cui in calce abbiamo tradotto quelli meno ovvi, i
più inaccessibili – è scelto secondo il criterio di ecumenica razzia che anima
il lavoro di Grosjean: ai Salmi e a Omero fanno specchio Laozi e Wang Wei,
al-Hallaj e Khayyam, Ibn Al-Farid e Pascal; appaiono, come spettri della
consolazione, John Keats e Edgard Allan Poe (nella versione di Mallarmé),
Friedrich Hölderlin, l’assoluto ispirato, e Rimbaud, Gerard Manley Hopkins e
Paul Claudel. Ci sono – come da attendersi – Giovanni della Croce, Eschilo,
Meister Eckhart (“Se l’Anima vuole seguire Dio nel deserto della deità, il corpo
segua il Messia nell’assolata povertà”) – ma anche Charles d’Orléans, Marceline
Desbordes-Valmore, Kamo-no-Chomei, Francis Jammes, Jules Supervielle e Francis
Thompson. Il capriccio – che è poi l’andare bendati nella notte oscura del cuore
– precede l’ecumenismo. Secondo Grosjean, “Poesia è spesso la trama di tracce di
ciò che accade dentro l’uomo, nel suo intimo”; di qui, l’dea che il divino non
conforta ma spiazza, non accarezza ma azzera, e che la grande cerca è, in fondo,
la caccia assoluta.
Non è un caso che un’antologia intitolata a Dio rechi a mala pena lo stigma del
Nome – appena sussurrato, come si stana un lupo, come si disinstalla una spada,
come si abbevera d’urlo la stella. Così scrive Grosjean nella pagina
introduttiva:
> “Dire semplicemente che Dio è l’aldilà di noi significa confonderlo con
> l’universo – o peggio ancora, con la morte, la follia, la droga, il sogno. Ma
> questi domini hanno ciascuno un nome proprio. Poiché la parola Dio esiste,
> essa corrisponde a un’esperienza particolare, che è forse una consonanza tra
> azione, affetto, riflessione. Una volta espulso dal caos animale, l’uomo può
> irradiarsi in un metodo: questa è la via del progresso spettacolare e
> contradditorio di una civiltà che resta, ai miei occhi, spietata e insensata.
> Oppure, può abbandonarsi alle vie di fuga della sensazione e dell’immaginare:
> questo fermento è culturale tra i benestanti, religioso tra i poveri, ma Dio
> non appartiene all’uno né all’altro. Se l’uomo si accontenta di essere, una
> volta presa coscienza di sé, pura febbre interiore, pura postura, così
> specificamente umano da diventare anormale, allora si avventura nei cammini di
> Dio. Questi cammini, sono innumerevoli, a seconda delle epoche, dei climi, dei
> temperamenti. I testi qui raccolti, testimoniano il passaggio su quei
> sentieri”.
È fuori dalla ‘norma’ del linguaggio, fuori dalle istituite strade che mettono
la museruola al verbo; fuori dalla gabbia grammatica – l’arma del potere – che
accade qualcosa, che scintilla il colpo d’ala dell’angelo. Dunque: la poesia
come miccia a innescare il sacro, come esca che attrae il dio – o il suo doppio,
l’illustre illusione. Da qui si passa: a rischio di essere creduti gli
abominevoli, gli strambi – prima di tutto, da sé. Che la poesia strombi in
preghiera, devii nell’erbaceo inno, a pieno petto, a pieni pugni, è perfino
ovvio – risultato non si dà oltre a questo rospo respiro. A volte, un poeta
incappa nell’assoluto senza volerlo: intrappolato nei suoi stessi versi. Nessuna
certezza né calcolo acclimatano alla gloria chi tenta il sacro. Forse, stiamo
sbagliando strada. Pazienza. Sarà pur meglio che viaggiare dove vanno tutti.
***
Atharva-Veda
Il Soffio
Gloria al Soffio
signore del mondo
il mondo ha in lui
la sua trave.
Gloria al tuo ruggire
alla tua stirpe di tuoni
al tumulto dei fortunali
alle piogge.
Gloria a te quando vieni
quando vai
quando ti issi
quando posi.
Il Soffio vive nelle creature
come il padre vive nell’amore del figlio.
Padrone di ciò che respira
e di ciò che non respira più.
*
Esuperio di Bayeux
(IV secolo)
All’imperatore
Signore, siamo tuoi soldati
ma siamo gli schiavi di Dio.
A te offriamo il servizio in armi
a Lui è dedicata la nostra anima.
Il salario viene da te
a Lui dobbiamo la vita.
A te l’obbedienza, sempre
a patto che non sia contro di Lui.
Combattiamo i tuoi nemici
solo se non sono innocenti.
Ti siamo fedeli, sempre
ma la nostra fede è in Dio.
Se deludessimo Dio
dovresti infamarci.
*
Anonimo islandese
La croce
Croce
vessillo di Cristo
del suo supplizio
tu squarci il cielo
prepari all’uomo
la casa della vita.
Salvifica Croce
pacifica
inchiodate a te
hai tenuto le sue braccia
Il suo sangue ti ha
fatto sbocciare nel Giudice.
Sei la zattera
degli amanti di Dio:
li trasporti
tra crimini
e fortunali
al porto della vita.
*
Anonimo latino
Nel fuoco si rintana
il sole, ma tu sei la luce
indivisa che invade
i nostri cuori con fervore.
A te cantiamo all’alba
imploriamo Te a sera:
trasformaci negli astri
che ti acclamano tra gli dèi.
Inesauribile sia la gioia
come sempre è stata
al Padre e al Figlio
e a te, Sacro Soffio.
*
Jan Kochanowski
(Radom, Polonia, 1530 – Lublino, 1584)
Il sonno
Instilli l’idea della morte, sonno,
ma ci fai desiderare la vita.
Dai riposo a questo corpo terreno
perché l’anima possa involarsi nei cieli.
Il giorno si leva dal mare.
Lo splendore della neve e del gelo
fanno sparire le ombre.
I fuochi degli astri celesti
cantano l’inno delle sfere.
Gioie innocenti dell’anima:
il corpo dovrà morire
accarezzalo mentre dorme.
*
Fénelon
(Sainte-Mondane, Francia, 1651 – Cambrai, 1715)
Questa luce semplice, infinita, immutabile, che a tutti si dona senza spezzarsi,
che illumina gli spiriti come il sole rischiara i corpi. Chi non l’ha mai vista
nasce cieco. Trascorre la vita in una notte oscura e muore senza nulla aver
visto. Semmai, intravede barlumi oscuri, vane ombre, futili scintille, irreali
spettri.
*
Carl Jonas Love Almquist
(Stoccolma, 1793 – Brema, 1866)
Rosa
Il nostro cuore
è un pallido fiore.
L’ha piantato Dio
e lo chiama rosa.
Le sue spine graffiano
il cuore – e il cuore
chiede: perché?
Dio risponde:
il tuo sangue
macchierà il fiore
e tu sarai
un po’ come me.
*
Henri de Régnier
(Honfleur, Francia, 1864 – Parigi, 1936)
Il silenzio
Forse il silenzio è una voce mutilata
come quella del dio che tace nella statua
e non serba più nulla di vivo se non
l’ombra, al sole, che lo accerchia. Forse
il silenzio è una voce che tutto sa
come quella del dio che tace, eretto
nel marmo: il suo gesto è eterno
e l’ombra sussurra ai passanti sulla strada.
Loro osservano, dal basso, i silenziosi
ordini di un dio pietrificato.
*
Endre Ady
(Căuaș, Romania, 1877 – Budapest, 1919)
Non ha più ombre la mia
anima: la luce di Dio
le ha messe in fuga.
Il suo volto è velato
ma i suoi occhi bruciano
e invadono il cuore.
Se vinco è perché
lui mi precede
e combatte per me.
Mi scorta, e quando
dice: Dove sei?
il mio cuore scoppia.
Eccolo, è dentro di me
lo tengo tra le braccia
siamo legati nella morte.
*
Jules Supervielle
(Montevideo, 1884 – Parigi, 1960)
Pettegolezzi
Appena sopra le nostre
teste, gli dèi che ci dominano
chiacchierano allungando
il collo. Li sentiamo:
pronunciano i nostri nomi
come se fossimo già morti
senza rispetto per tutta questa natura
che si dispiega nell’enorme silenzio
di cui siamo parte.
Ci giudicano, ci soppesano
ignorano i dettagli
urlano a tutti i nostri segreti
poi, eccoli, più rigidi di una statua
immobili e freddi come ponti di ferro
sotto cui passiamo
così nudi e inermi
così disillusi, ma fieri
perché dietro di noi
rispendono ancora le montagne
davanti a noi è ancora bello il mare.
*
Abu Shadi
(Il Cairo, 1892 – Washington D.C., 1955)
Foresta, autunno
Perdi le foglie per istruirmi sulla vita che scorre?
Vuoi forse addestrarmi in merito alla vanità del sogno?
Il tuo pallore mi mortifica, sanguini come
se la stagione fosse da eseguire così, senza pietà.
Gli uccelli piangono la tua morte:
li hai protetti dai venti del nord.
Hai reso un deserto i sentieri del sole
che si erano adornati di smeraldi per compiacerti.
*
Jean Follain
(Canisy, Francia, 1903 – Parigi, 1971)
Ladrone
Battono nel prato i cuori delle mucche:
un uomo avanza perché vuole
il loro latte – non ama, non odia
e cammina sulla rugiada.
Il tempo si ferma solo per lui
il sole è sulla vetta del cielo
e quell’uomo può dormire
può ripudiare
l’infanzia, la vecchiaia, l’umanità.
Se passi da lì non ha senso urlare:
Aspetta.
*
Rutger Kopland
(Goor, Paesi Bassi, 1934 – Glimmen, 2012)
D
D, ho descritto il tuo viso in una poesia
come una grande assenza, l’ho paragonato
a una superficie d’acqua dove ho visto, un giorno,
il muso di un cavallo: quando ho alzato gli occhi
la riva era deserta. L’ho paragonato
al vento: udii il respiro di un cane
morto – in questa casa era così
ingombrante il silenzio. L’ho paragonato
a molto di più, D, a molte cose,
più di quelle che ora ricordi, perché
ora non trovo più quella poesia.
Non c’erano soltanto acqua o vento
perché tu mi vedi quando non ti vedo
respiri e non ti sento, leggi ciò che non scrivo.
*In copertina: Pietà lignea di anonimo lombardo, XVI secolo
L'articolo “Pura febbre interiore”. Dio in poesia: un’antologia di Jean Grosjean
proviene da Pangea.
Nato a Strasburgo nel luglio del 1856, Léon Wieger avrebbe dovuto percorrere la
stessa carriera del padre, insigne professore di medicina all’università. I
genitori lo avevano adornato di un paio di altri nomi – Georges e Frédéric –; il
ragazzo, per devozione, si iscrisse a medicina. Resistette per un biennio:
folgorato da Cristo, entrò come novizio nei ranghi della Compagnia di Gesù a
ventiquattro anni. Compì l’addestramento a Drongen – Tronchiennes in francese –,
nelle Fiandre, presso l’antica abbazia benedettina passata da poco, dopo alterni
disastri, ai Gesuiti. Ordinato sacerdote nel 1887, Wieger volle impiantare il
suo estro ‘scientifico’ nel cuore dell’ordine; ad ogni modo, preferiva
avventarsi: quello stesso anno, partì per la Cina, presso la diocesi di
Xianxian, nella provincia di Hebei, non lontano da Pechino. Non fece più ritorno
in Europa. La diocesi era stata eretta da papa Pio IX una trentina di anni
prima, affidandola ai missionari gesuiti. Lì Léon Wieger espresse il suo genio:
imparò il cinese, andò a caccia di testi perduti, tradusse in francese i libri
della tradizione taoista e buddista. Morì, dopo una vita di studi più che di
apostolato, nel marzo del 1933, in Cina.
“I suoi lavori, destinati ai missionarî, sono guide talvolta indispensabili, per
gli studiosi europei, per lo studio della scrittura, della lingua, della storia,
delle credenze religiose e delle opinioni filosofiche della Cina”. Così scriveva
Giovanni Vacca (1872-1953), che con Wieger condivideva la passione per la
scienza – era stato assistente di Giuseppe Peano – e per la sinologia – occupò
la cattedra di Storia dell’Asia a Firenze poi a Roma. A Wieger dobbiamo studi
su Les pères du système taoïste (Laozi, Liezi, Zhuangzi), stampato nel 1913, e
sul Folklore chinois moderne (1909); compilò uno studio sulla Histoire politique
de la Chine (1929). A dire – come diceva Ezra Pound – della necessità di
studiare la Cina; a dimostrazione che l’uomo ‘occidentale’ – brutto & cattivo
che sia –, nella sua essenza, più che piegare, comprende, più che piagare,
studia. Non si tratta di ‘illuminati’, per altro: era il buon senso ‘pratico’ a
fare di Léon Wieger un formidabile scopritore di testi perduti. I suoi libri
vengono ancora ciclicamente ristampati in Francia.
Erano anni, tra l’altro, in cui tutto un mondo era attratto verso Est, verso
quell’attraversamento, alla ricerca di una sapienza remota, definitiva. Penso
alla traduzione dell’I-Ching a cura del missionario tedesco Richard Wilhelm
(1929), agli studi sul Tao Te Ching di Arthur Waley (1934; ma la prima
traduzione inglese è del 1868, del missionario scozzese John Chalmers), alle
esplorazioni di Giuseppe Tucci in Tibet, negli anni Trenta, agli studi
dell’orientalista statunitense Ernest Fenollosa (morto a Londra nel 1908)
ereditati da Pound. Ma anche, ai ‘tentativi’ verso la Cina di Lev Tolstoj,
studioso di buddismo e taoismo. Un intero mondo intellettuale, per oltre un
secolo, si è mosso e ha studiato nell’estremo Oriente. La Chinoiserie si riversò
nel pensiero occidentale, conferendogli ‘leggerezza’: Mario Novaro, il poeta
ligure che si era specializzato sull’opera di Giordano Bruno, realizzò nel 1922,
per Carabba, una folgorante traduzione di Zhuāngzǐ con Acque d’autunno.
In particolare, qui, m’importano i volumi che Wieger ha dedicato al Bouddhisme
chinois (1910; 1913; poi pubblicati da Les Belles Lettres nella serie “Textes de
la Chine”), cioè sulle “Vie cinesi del Budda”.
> “Il Buddhismo primitivo, quello professato dal Buddha, non fu un sistema
> originale. Emerse, per reazione e per adattamento, da sistemi religiosi
> precedenti. Il Buddha fu il primo a proporre la liberazione a ‘uomini e donne
> dediti al bene’, a tutti gli uomini di buona volontà, fossero analfabeti,
> diseredati o gente comune. Questo rese il Buddhismo tanto celebre. La
> religione vedica, il Sạ̄mkhya, lo Yoga erano rivolti a una ristretta élite. La
> folla si precipitò entro la porta spalancata della nuova legge. Pur incerto
> nella dottrina, il Buddhismo fu accolto, il primo luogo, grazie all’influenza
> del suo fondatore, un uomo nobile e buono, dal fascino singolare. Si diffuse,
> poi, perché offriva ai declassati, agli emarginati, ai paria, tramite uno
> stile di vita semplice e immediato, una speranza di salvezza. In mancanza di
> meglio, il Buddhismo soddisfò per secoli molte anime elette, stanche dei vani
> sofismi della filosofia del tempo e innumerevoli uomini, desiderosi di pace e
> giustizia”.
>
> Léon Wieger, Bouddhisme chinois, tome I : Vinaya, Monachisme et Discipline.
> Hinayana, Véhicule inférieur, 1910
In particolare, abbiamo qui tradotto due brevi testi che riguardano
l’accoglienza di un adepto laico e di un novizio nella comunità monastica. Il
rito pertiene a due scuole buddhiste in particolare: quella Sarvāstivāda e
quella legata a Dharmagupta.
Al di là delle norme previste – comprensibili anche a un bimbo, da far
risuonare, proprio oggi, sì, ora, da urlare, a credito di secoli che altrimenti
non sono che sabbia e scolo, insieme alle parole del Nazareno redatte da Luca:
“amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro
che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male… non giudicate e non
sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete
perdonati” (6, 27-38) – è il linguaggio a persuadere. Parole che implicano una
pratica, un patto – parole che esigono di essere esaudite. Cosa vuol dire? Che
bisogna fare i conti con questi concetti: milizia, obbedienza, lotta. Parole che
alimentano la guerra interiore, non quella esteriore, che implicano il
perfezionamento personale – o quanto meno, l’equilibrio, la summa della propria
inquieta quiete. Già: l’uomo, di per sé, si sa, è malvagio, è agito da un senso
– più o meno violento – di sopraffazione. Questo scintillio d’ira, tuttavia, può
volgersi al bene se condotto nei ranghi della pratica interiore. Le parole non
domano l’uomo, lo rendono autenticamente indomabile – se ne svolgiamo il frutto.
Come un seme, la parola deve spezzarsi – la parola va sguainata. Messa a pratica
di scherma, senza schemi.
Eppure, prima di tutto, occorre votarsi. Invocare il voto. Non più vociferare
ma: essere voce. Vocalizzare il voto. Governare il tempo e lo spazio (cioè: il
corpo e la mente, io e mondo, mondo e immondo) per precisare il compito. Questo
significa: parola vivente, parola sigillo, farsi ingaggiare dalla promessa.
Rileggo ancora – ancora – le parole di Scipione, il grande pittore & poeta:
> “Bisogna cristallizzarsi, costringersi nel ritmo giusto… Vivo nel voto, più
> leggero, sicuro, quasi sereno… Fare un voto in assenza è aspettare… Quando si
> scioglierà il voto si scioglierà la mia commozione”.
Era il marzo del 1932; raso al suolo dalla tubercolosi, Scipione morirà l’anno
dopo, ad Arco, il paese di Giovanni Segantini. Enrico Falqui, raccogliendo i
fogli di Scipione per Vallecchi, scrisse di “parole che echeggiano dentro di
noi”, che “ce ne resta inibito ogni commento”.
È proprio questo, alienando confini geografici e cronologici: ambire
all’inibizione, non più commentare ma incamminarsi, e far grano di questo
echeggiante dire – fino all’annunciazione dei corvi: assai azzurri benché li si
continui a dire neri.
***
Accoglienza di un adepto laico a vita
I cinque precetti
[Testo tratto da un rituale di scuola Sarvāstivāda]
Quando un laico si presenta in monastero chiedendo di fare la professione di
fede e di abbracciare i Cinque precetti, viene prima indottrinato riguardo alla
vita del Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. Gli viene poi insegnato a
flettere le ginocchia, a congiungere le mani e a pentirsi di tutti gli eccessi
commessi in pensieri parole azioni. Quindi, davanti al capitolo riunito, il
maestro di cerimonia gli fa pronunciare la professione di fede:
“Da questo giorno in poi, io, X., mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo
Ordine”.
Il candidato ripete questa formula per tre volte. Quindi, dopo che il rito ha
prodotto il suo effetto, continua:
“Io, X., mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. Chiedo con gioia di
abbracciare i Cinque precetti dei laici, secondo la dottrina di Buddha
Sākyamuni. Lo dico perché tutti lo sappiano”.
Il candidato ripete questa formula per tre volte, finché il maestro di cerimonia
non dice:
“Ascolta attentamente! Questo capitolo di adepti del Virtuoso, il Buddha
Sākyamuni, il Tathagata, colui che è venuto, ti annuncia, per mio tramite, i
Cinque precetti che i seguaci sono tenuti a osservare per tutta la vita. Ecco i
Cinque precetti:
1 Non uccidere alcun essere vivente. Questo comprende molte conseguenze. Sarai
in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso)
2 Non appropriarsi di nulla che non ti sia donato. Questo comprende molte
conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso)
3 Vietarsi ogni immoralità. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado
di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso)
4 Astenersi dal mentire. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di
sopportarle? (Il candidato risponde: Posso)
5 Non bere liquori fermentati. Tutti i liquori rientrano in questo divieto, che
siano estratti dal grano, dalla canna da zucchero o dall’uva, poco importa. Ciò
che inebria è proibito. Riuscirai a osservare questo divieto? (Il candidato
risponde: Posso)
*
Accoglienza di un novizio
I Dieci precetti
[Testo tratto da un rituale di scuola Dharmagupta]
Rivolgendosi al capitolo, il maestro di cerimonia presenta il candidato e dice:
“Venerabile capitolo, vi chiedo di poter radere il capo alla persona che vi
presento. Se il capitolo lo ritiene opportuno, che i capelli del candidato
vengano tagliati”.
Dopo aver rasato la testa al candidato, il maestro di cerimonia continua:
“Venerabile capitolo, la persona che vi presento chiede di lasciare la sua casa
e la sua famiglia e di unirsi al monaco scelto come padrino. Se il capitolo lo
ritiene opportuno, conceda al candidato la possibilità di lasciare la sua
famiglia”.
Dopo il consenso del capitolo, il maestro designato a istruire il novizio gli fa
scoprire la spalla e il braccio destro, gli chiede di togliersi le scarpe, di
piegare il ginocchio destro e di alzare le mani giunte. In questa posizione il
candidato pronuncia questa formula per tre volte:
“Mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. A imitazione del Buddha,
lascio la mia famiglia. Riconosco X. Come mio maestro. Il Tathagata, Colui che è
venuto, il Veritiero, e tutti gli Illuminati sono oggetto della mia
venerazione”.
Ritenendo che questa formula abbia prodotto il suo effetto, il postulante,
ancora in ginocchio e con le mani giunte, dice per tre volte:
“Mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. A imitazione del Buddha,
lascio la mia famiglia. X. Sarà mio maestro. Il Tathagata, Colui che è venuto,
il Veritiero, e tutti gli Illuminati sono oggetto della mia venerazione”.
Il maestro recita dunque al novizio, articolo per articolo, i Dieci precetti.
1 Non uccidere, mai. Questo è il primo precetto. Ti senti abbastanza forte da
osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]
2 Non rubare, mai. Questo è il secondo precetto. Ti senti abbastanza forte da
osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]
3 Non fornicare, mai. Questo è il terzo precetto. Ti senti abbastanza forte da
osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]
4 Non mentire, mai. Questo è il quarto precetto. Ti senti abbastanza forte da
osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]
5 Non bere vino, mai. Questo è il quinto precetto. Ti senti abbastanza forte da
osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]
6 Non adornarsi il capo di fiori, non ungere il corpo di profumi. Questo è il
sesto precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante
risponde: Lo osserverò]
7 Non cantare né ballare, mai, come fanno attori e cortigiane. Non assistere mai
a spettacoli simili, non ascoltare canzoni simili. Questo è il settimo precetto.
Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]
8 Non sedersi mai su un seggio elevato, su un divano spazioso. Questo è l’ottavo
precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo
osserverò]
9 Non mangiare mai oltre l’orario consentito, dall’alba al tramonto. Questo è il
nono precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde:
Lo osserverò]
10 Non toccare oro o argento, mai, né gioielli preziosi. Questo è il decimo
precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo
osserverò]
Questi sono i Dieci precetti dei novizi che non dovrete violare fino alla morte
corporale. Puoi osservarli? Li osserverò.
Così si conclude la regola:
“Poiché ti sei sottomesso ai Dieci precetti, osservali con rispetto, non
violarli mai. Onora il Buddha, la Legge il suo Ordine. Rispetta il tuo maestro e
tutti coloro che ti daranno degli insegnamenti secondo la regola. Non mancare
mai alla dovuta sottomissione. Rispetta i monaci, tutti, con tutto il cuore,
sforzati di imparare da loro, per il tuo bene, a meditare, a recitare, a
studiare. Ti aiuteranno a raggiungere la felicità, a evitare la via
dell’espiazione (l’inferno, la vita famelica, la reincarnazione animale). Ti
apriranno le porte del nirvana. Se pratichi le regole dei novizi poi quelle dei
monaci, otterrai i quattro frutti del tuo stato, i quattro gradi della
liberazione (il quarto dei quali, quello di arhan, assicura il nirvana dopo la
morte)”.
L'articolo “Non uccidere alcun essere vivente. Astenersi dal mentire” proviene
da Pangea.