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Cristo parla agli orfani
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». (Gv 14, 15-21) * TIMORE DI RIMANERE ORFANI > “Gesù sta per lasciare i suoi: essi temono comprensibilmente di perdere ogni > traccia sicura per il loro cammino. temono più precisamente di rimanere > orfani. Orfano non è soltanto chi manca del padre o della madre; orfano è chi > è privo, in generale, di presenza che apparivano invece indispensabili a > garantire il carattere affidabile del mondo.” > > (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, edizioni Glossa, 2007) “Lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce”, affilate e dure le parole del Maestro. Il mondo è cieco e incapace di conoscere Dio. Ma anche i discepoli abitano un rischio enorme: quello di sentirsi orfani. Cioè incapaci di rintracciare, dopo la morte di Gesù, “il carattere affidabile del mondo”. Uomini costretti alla vita senza saperne decifrarne più il senso, senza la capacità di poter individuare un approdo, con il dubbio che non ci sia nessuno scopo nell’alternarsi di giorni e notti. È l’inferno, e lo conosciamo: agire sentendo che ogni nostra azione è, in fondo, indifferente.  Ma c’è una differenza, una differenza fondamentale, tra chi è del mondo e non vede e chi è nel mondo e non trova più, non lo trova più. Differenza tra chi si muove senza senso convinto di essere figlio del caso, combinazione di probabilità tra milioni di altre probabilità nel contesto dell’evoluzione, e chi, impaurito, non trova più il suo maestro, orfano e quindi sempre figlio di un padre che gli manca ad ogni respiro. Cristo parla agli orfani. Loro, solo loro, quelli che hanno conosciuto la paternità, solo loro possono comprendere. Il mondo no.  Forse la fede è tenere aperta la nostalgia di un incontro. Forse non è neppure una differenza tra credenti e non credenti, tra mondo e spirito, è una lotta che ci portiamo dentro tutti, noi che siamo chiamati a combattere quando ci pare che il nostro vivere sia vuoto, noi che siamo sospesi tra la nostalgia di un incontro che ci ha cambiato la vita e la logica del mondo che battezza illusione quello che noi abbiamo sempre definito conversione. * OSSERVARE I COMANDAMENTI > “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti…” Interessante la proposta di Cristo: osservare i comandamenti. Se vogliamo comprendere cosa sia l’amore, chi sia lui, se abbiamo nostalgia del Padre, l’unica cosa è fare. Fare. Non si tratta di una spiegazione, non siamo nel campo della catechesi, dei lunghi confronti, non siamo chiamati a convincere nessuno, non ci sarà mai nessun itinerario intellettuale capace di persuaderci dell’esistenza di un Padre Eterno, occorre vivere, solo vivere, ma secondo i suoi comandamenti. La fede è una prassi, è il modo che abbiamo di incarnare il nostro esserci nel mondo. I comandamenti non sono quindi il prezzo da pagare per essere in grazia di Dio, e non sono nemmeno solo la risposta grata all’aver incontrato l’Altissimo: i comandamenti sono la disciplina pratica e indispensabile per definire la nostra fede. Crede solo chi obbedisce al comandamento dell’amore. Non si tratta quindi solo di assenso intellettualistico, non basta, credere è abilitare la propria carne ad imparare l’appartenenza al Padre. È il corpo, lo spazio dove la mancanza grida il suo bisogno e l’amore si incarna come risposta, è la nostra vita a poter cantare incessantemente la nostalgia del Padre. > “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai > il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta > la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile > a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti > dipendono tutta la Legge e i Profeti”. > > (Mt 22,36-40)  L’amore è comprensibile solo nella traiettoria dell’incarnazione, è più una disciplina da samurai che un trattato. Occorre interrogare i nostri arti, comprendere i movimenti del nostro cuore, le nostre aspirazioni, i nostri desideri di felicità, occorre affinare l’udito profondo fino a sentire che in noi geme una mancanza. La mancanza dell’Eterno. Siamo orfani. Ma non abbandonati. Mi ha molto colpito Cristiano Godano, il cantante, che in una recente e bellissima intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Poesia” (n°36), dopo aver dichiarato la sua affinità al pensiero esistenziale con Emil Cioran (“Come lui sento l’assenza di senso della vita”), poco più avanti dice: “passiamo la vita con la consapevolezza di dover morire accumulando patemi e disagi esistenziali a loro (gli animali) sconosciuti…”. La consapevolezza di dover morire. Quella che ci getta in patemi e disagi esistenziali. Non è cosa irrilevante. Credo occorra partire esattamente da lì. Cristiano Godano ha ragione, è tornato sul punto critico: il nostro rapporto con la morte, più ancora, la consapevolezza che abbiamo di dover morire, la consapevolezza che stiamo già morendo. Questo può istruire la nostra fede. Occorre ripartire dall’enigma della morte, sempre. Che non a caso parla incessantemente nei nostri corpi. Anche la morte, come l’amore, segue la traiettoria dell’incarnazione.  L’orfano, davanti al morire dei fratelli, nel cuore della sua esperienza di dover morire, cercherà Cristo, interrogherà il rapporto di Cristo con la morte. L’orfano si getterà alla ricerca del Maestro, tenterà di mettersi alla sua sequela, di imparare come lui è morto. Non è un caso che il Messia abbia intessuto un lunghissimo dialogo con l’esperienza del morire. Dalla fuga in Egitto alla croce. Dal suo fuggire dalle mani dei nemici (quando ancora non era tempo) al suo consegnarsi. Da Lazzaro alla figlia di Giairo. La morte. La consapevolezza di dover morire. Non esiste altro ingresso nella verità. Destinati alla dissoluzione o figli in ritorno verso la casa del Padre? Dove si depone il reale?   Amare Cristo, conoscerlo, non c’è altra via d’uscita, amare le Scritture, amare chi ci ha parlato di lui e, soprattutto, chi ha provato ad amare come lui, chi ha amato perfino davanti alla morte, come lui. Come “garantire il carattere affidabile del mondo” davanti allo scandalo della morte? Seguendo Cristo. Non nel pensiero ma nella carne. Questo il comandamento che ci rende orfani in attesa di essere salvati. Opponendo l’amore alla morte, in atto pratico. Se mi amate. Dice Cristo. Se amate me che ho amato arrivando al cuore della croce per inchiodarci il cuneo dell’amore insensato e infinito del perdono. Dell’eterno. Anton Van Dyck, Entrata di Cristo a Gerusalemme, 1617 Se amate me e come me provate ad esercitare, incarnare, mettere in pratica il comandamento dell’amore anche dove l’amore sembra non avere diritto d’asilo, o senso, o spazio. Questo sembra dire incessantemente Cristo, dalla croce, dal cuore della morte. Non si può spiegare, inutile passare per il teorico convincimento. Occorre aver conosciuto qualcuno che ha provato ad amare come Cristo ha amato. E fidarsi che quello sia l’unico senso possibile. Non uno tra tanti, l’unico. L’orfano ne ha fatto esperienza, lo ha visto incarnato, ha provato a fargli spazio: è tutta questione di incontri, di testimonianza, di apertura nostra all’ascolto, è tutto questione di decisione, di accettare il rischio d’amare in cuore al morire.    * CROCIFIGGERE LA VITA > “…e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con > voi per sempre” > “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive > in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che > mi ha amato e ha dato se stesso per me”. > > (Galati 2,20) Diventare Amore è però disciplina che ha un costo altissimo, l’Amore vuole tutto di noi. Occorre trafiggersi, perdersi, annientarsi. Occorre lasciarsi crocifiggere con Cristo. La lotta spirituale non è cosa antica e fuori moda, il cristianesimo non è sorridente esercizio di galateo, dolce danza di esseri pacificati e buoni, la vita spirituale è sentire le stimmate sul proprio corpo. Non si può credere, credere davvero, se non si decide di far spazio al Paraclito in noi, e non è azione immediata. Impossibile accogliere lo Spirito di Verità in una vita ancora piena di noi stessi. Morire non è accessorio, è fondamentale. Siamo nati per fare spazio a Dio che è amore, ma fare spazio significa crocifiggere l’uomo vecchio. È esercizio di scavo, occorre togliere, perdere, strappare, svuotare. E tutto passa per scelte pratiche, giorno dopo giorno, impossibile avere fede se non passando in questo costante esercizio di castità, di povertà, di obbedienza, di nascondimento. Ognuno secondo la propria storia, nel proprio contesto. Comunque impossibile parlare di fede se non vivendola, e vivendola così. Il resto sono ricami mentali. Abbiamo fatto esperienza di Cristo? Ci manca? Stiamo facendo spazio in noi perché in noi abiti? A salvarci non sarà il dolore provato, non le pene subite, ma l’intimità con il Cristo, amore crocifisso alle nostre carni. Fargli spazio non è disciplina da depressi ma decisione da innamorati. Beatitudine incarnata.  Benedetta allora la vita che non ci riempie, benedette le storie che ci hanno ucciso, quelle che hanno trafitto l’uomo vecchio che, in noi, credeva di aver trovato da sé il senso della vita. Benedetti i fallimenti se hanno smascherato la nostra illusione di poter essere felici senza di Lui. Benedetto anche il nostro peccato se ci ha svuotato di superbia per lasciar posto alla sua misericordia. Amare, credere, è arrivare a dire: “non sono più io che vivo”. È gesto durissimo e liberatorio. La fede non si può comprendere se non passando da questa porta stretta. Siamo al mondo per morire, per lasciare che Cristo viva in noi. Orfani riempiti dalla sua vita. Il Paraclito che rimane sempre, ad ogni nostro respiro, è sperimentabile solo così.  Non si spiega la fede, nemmeno l’amore si spiega, le pieghe rimangono a mantenere misteriosa e oscura la vita, ma, tra le pieghe, qualcuno ha incontrato il Risorto, e l’ha mostrato. Testimoni. Eterna gratitudine per tutte le persone incontrate che respirano del respiro di Cristo, che hanno Cristo vivo in loro.     Non so spiegare il senso della vita ma Cristo mi pare affidabile per come ha risposto alla consapevolezza di dover morire. Perché lui stesso si è svuotato e si è donato, perché lui è morto e risorto. Cristo è affidabile perché nella sua esperienza di crocifissione e resurrezione mi sembra abbia svelato il senso profondo nascosto in ogni cosa. Tutto chiede crocifissione, tutto chiede svuotamento, tutto chiede consegna. Il creato è chiamato a farsi cavo per poter essere lo spazio della manifestazione di Dio. Benedetta così sorella morte, soprattutto sorella morte, che non è più solo l’evento finale con il quale saremo chiamati a fare i conti ma la dinamica salvifica dell’esistente, ad ogni passo. Benedetta sorella morte, che si ripete ad ogni istante, svuotando le nostre carni perché facciano spazio a Cristo, consegnando ogni respiro al Padre. È morendo, istante dopo istante, che la vita svela l’Eterno. > “Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi > saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”. Siamo orfani ma cercati incessantemente dal Padre. Siamo immagine e somiglianza dell’Eterno, inquieti fino a quando non diventeremo Eterno nell’Eterno. Esperienza da imparare qui, ora, nelle cose di tutti i giorni. Dio è conoscibile solo da chi si fa spazio per Cristo. Incarnazione dell’amore, fede.  Siamo vivi solo per essere sua dimora.  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. *In copertina: Anton van Dyck, Cristo che porta la croce, XVII secolo L'articolo Cristo parla agli orfani proviene da Pangea.
May 10, 2026 / Pangea
“L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano l’Apostata
Tra i grandi “perdenti” della Storia, Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore “apostata”, è uno dei più affascinanti. In effigie, porta la barba, alla moda dei filosofi greci: i suoi lari erano Alessandro il Grande e Marco Aurelio; fu iniziato agli alti gradi dei culti esoterici – e aristocratici – di Mitra. Voleva librarsi verso il sole invitto.  Nei Cantos, sommo regesto di perdenti e perduti, Ezra Pound dimostra predilezione per Sigismondo Pandolfo Malatesta, il grande condottiero, signore di Rimini. Benché avesse offerto i propri servigi, per un po’, alla Chiesa, papa Pio II lo scomunicò, dichiarandolo “Anticristo”: fu l’inizio del tracollo. Seguace di Gemisto Pletone – il cui sepolcro andò a ‘prelevare’ a Mistra, in Grecia, per incapsularlo nel lato destro del ‘suo’ Tempio Malatestiano –, neoplatonico in pectore, infine ‘pagano’ – pur fautore di un’armonia dionisiaca, a favor di sangue – il Malatesta si può con qualche diritto definire uno degli sparsi eredi di Giuliano. In effetti, Pound non si scorda dell’imperatore “naturalmente bollato ‘apostata’”: lo conficca nel canto CII – sezione “Thrones” – tra quelli che “vogliono evadere dall’universo”. Molto opportunamente – merito di una sempiterna sagacia – Pound cita le Res Gestae di Ammiano Marcellino (Amnis herbidas ripas), lo storico e militare romano che seguì Giuliano nella disastrosa spedizione in Oriente. È proprio Ammiano a raccontarci gli ultimi istanti di vita dell’imperatore. Giuliano era stato colpito da un giavellotto a Maranga, nei pressi di Samarra, nell’attuale Iraq; l’esercito romano affrontava le schiere dei Sasanidi di Sopore II. Era il 22 giugno del 363.  Accompagnato nella sua tenda, l’imperatore si diede a filosofare coi suoi, impartendo estreme istruzioni morali. “Esulto, come colui che sta per restituire un debito in buona fede. Non sono afflitto né addolorato. Sono guidato dalla opinione generale dei filosofi che l’anima sia più felice del corpo. E osservo che, ogni volta che una condizione migliore sia separata da una peggiore, occorre rallegrarsi piuttosto che dolersi… Non ho da pentirmi di quanto ho fatto, né mi tormenta il ricordo di qualche grave delitto. Fui sempre propenso, come sapete, alla pace”. L’imperatore continuò a discutere con i sapienti che aveva con sé – Massimo e Prisco – riguardo alla “sublimità delle anime” – la ferita, intanto, dilagava, l’imperatore svaniva. Bevve dell’acqua. Citò Socrate. Non nominò alcun successore – perso, forse, nella sua sparizione –; l’esercito preferì Gioviano, un militare. Giuliano aveva 32 anni. Era stato eletto nel febbraio del 360, il suo regno durò due anni e mezzo.  Nipote di Costantino, era scampato allo sterminio familiare seguito alla morte del ‘Grande’: vide fiumi di sangue, si diede a tentare i cieli, ad astrarsi tra gli astri. Fu valentissimo studioso: cresciuto nei riti cristiani, si fece attrarre dai misteri greci, facendo di Pindaro e di Omero i suoi pari. Studiò Plotino, Porfirio e Giamblico; si diede alla teurgia – suo amico e sodale fu Salustio, l’autore del trattato Sugli dèi e il mondo (che trovate in versione Adelphi). A giudicare dal suo operato in Gallia, pare che fosse un buon amministratore e un capace condottiero – ad ogni modo, fu l’esercito ad acclamarlo imperatore e, ‘alla barbara’, a issarlo sugli scudi. Al di là della nomea che gli fa da sudario e delle imprecazioni a mitraglia dei cristiani – Gregorio di Nazianzo esultò alla sua morte, dichiarandolo “tiranno… dragone… abominio dell’universo” –, che vedevano persi i privilegi appena ottenuti sotto Costantino, pare che Giuliano sia stato un buon imperatore. Nel suo Cattivi. Il lato oscuro dell’antica Roma (libro da poco edito da Ares: si legge con agio, è divertito e colto), Silvia Stucchi riabilita l’operato di Giuliano, imperatore probabilmente migliore del santificato Costantino (“Tutta la gloria della statuaria e della celebrazione dell’Imperatore da parte di Eusebio di Cesarea nella sua biografia non possono nascondere che il lungo regno di Costantino fu globalmente un insuccesso”).  Da secoli, Giuliano è il mito – e il monito – di coloro che ritengono il cristianesimo una pestilenza, la strage dell’antico ordine divino, dell’antica era che pullulava di dèi. Da allora, tacciono i boschi, mutilata è la voce dei fiumi, mozzato – per la sfrontatezza del Nazareno – il rapporto ‘simpatico’ tra la mano e la pietra, tra l’opera e lo zodiaco, tra gli alberi e le arterie, tra il mugolio degli amanti e il ragliare dei cervi. Non è del tutto vero – è vero che l’epopea di Giuliano aiuta, specularmente, a capire l’epoca (mirabile per il catartico connubio di ascesi ed assassinio) dei tanti ‘cristianesimi’: al consolidarsi della Chiesa come potere mondano faceva contrasto la ‘fuga’ di schiere di uomini nel deserto, alla ricerca di un’impossibile ‘originarietà’, alla primogenitura del Verbo, alla sua prima spremitura. La strenua lotta di Agostino contro i Donatisti, i Valentiniani, gli Adamiani (“derivano il loro nome da Adamo, del quale imitano la nudità che gli fu propria nel Paradiso, prima del peccato. Così condannano anche il matrimonio”), i Priscillianisti (“…sostengono che gli uomini sono vincolati alle stelle, le quali ne decretano il destino, e che lo stesso nostro corpo è disposto in modo corrispondente ai dodici segni zodiacali”) ci indica, per bagliori e frantumi, cosa avrebbe potuto essere la fede in Cristo, cosa è stata.  La letteratura ha trasfigurato l’impresa di Giuliano – anacronistica e solitaria, dunque esteticamente affascinante – in diversi rivoli. Ibsen nel 1873 e Kazantzakis nel 1945 hanno ridotto in pièce “l’apostata”; Gore Vidal gli ha dedicato un bel romanzo, Giuliano, edito in Italia da Fazi. In una poesia dedicata a Julian the Apostate, Thom Gunn mette in luce la ‘pesantezza’ dell’imperatore, il carisma retto da un fato avverso: > “Difficile formulare in leggi l’assoluto: > fallimento e desiderio accerchiano la preda; > la data è relativa – muore chi a loro appartiene”.  Soprattutto, è Costantino Kavafis ad aver contratto un patto di somiglianza con Giuliano. All’imperatore infelice, su cui ha infierito lo sfavore degli antichi dèi, ha dedicato diverse poesie, perfino l’ultima, Nei dintorni di Antiochia, con quell’ultimo verso, letale, “L’essenziale è che lui sia schiattato”. A Kavafis piaceva che Giuliano non piacesse a nessuno, che la sua opera di riabilitazione – di resurrezione – degli dèi di un tempo fosse ritenuta un po’ da tutti un’archeologica idiozia. Amava quell’uomo fuori tempo che nel Misopogonprendeva in giro se stesso, rivelando la propria incapacità di sintonizzarsi con i desideri dei suoi sudditi (in quel caso, per l’appunto, gli abitanti di Antiochia).  In una poesia esemplare – qui riprodotta nella versione ‘classica’ di Nicola Crocetti edita da Einaudi – Kavafis immagina Giuliano a Nicomedia, immaginando la sua anima sdoppiata, che è poi quella del poeta:  “Cose sconsiderate e pericolose. Gli elogi agli ideali Ellenici. I riti magici, le visite ai templi dei pagani. L’entusiasmo per gli antichi dèi. I frequenti colloqui con Crisanzio. Le teorie del filosofo Massimo – peraltro eccelso. Ed ecco il risultato. Gallo si dimostra assai preoccupato. Costantino sospetta. Ah, non ebbe affatto consiglieri accorti. Questa storia – dice Mardonio – ha passato il segno, deve assolutamente smettere il clamore. Cosí ridiventa mezzo chierico Giuliano in chiesa a Nicomedia, dove con voce stentorea e grande devozione declama le Scritture, suscitando nel popolo rispetto per la sua pietà cristiana.” Il refrain letterario, notevole, ha per fonte l’opera di Libanio, retore nato ad Antiochia, pagano, grande maestro – anche di sommi dottori della Chiesa come Giovanni Crisostomo e Basilio di Cesarea –, autore di alcune memorabili orazioni dedicate a Giuliano. In particolare, la Monodia per l’imperatore Giuliano, intrisa di severa commozione, di composta nostalgia, è un piccolo capolavoro: è il gioiello-sigillo su un mondo perduto, sono i titoli di coda di un’era che pareva eterna. È, in fondo, il sovvertimento, lo sradicamento, la nascita di una nuova grammatica. Giuliano viene descritto come l’imperatore “che ha dato nuova vita alle sacre leggi, riportato in alto la bellezza virtuosa al posto del degrado, innalzato le vostre case, eretto altari, riunito insieme le schiere dei sacerdoti, nascoste nell’oscurità, restaurato i resti delle statue divine”. Agli occhi dei nuovi pagani, sono i cristiani i dissoluti, i chiassosi distruttori delle autentiche norme. La frase che chiude la monodia – che ricorda un po’ le Georgiche di Virgilio e alcuni passi di Ovidio – commuove, crisma dell’impotenza divina:  > “Davvero sarebbe stato meglio rimanere nell’obblio di tutto, sopportando la > follia al posto del dolore, perché nessun dio trasforma un uomo che soffre in > pietra, né in albero, né in uccello”. Il testo è stato recentemente tradotto, in elegantissima edizione, da Ugo Pontiggia per La Finestra Editrice. In un passo dell’introduzione, Pontiggia ricorda il padre, Giampiero Neri, e Nanni Cagnone, riannodando legami con chi non è più qui. In un paragrafo di particolare nitore, è riassunta l’opera di Giuliano: > “Con Giuliano, nella visione che univa l’anima con gli astri, con gli dèi, il > mondo appare ancora dominato da una calma olimpica e superiore bellezza, nelle > parole di chi come lui aveva visto scorrere il sangue dei propri amati e dei > propri nemici, non di uno studioso chiuso in una biblioteca, i cui occhi sono > offuscati sui testi”.  Sono diversi i punti d’attrazione che ci avvicinano allo ‘sconfitto’ Giuliano. Quello più banale riguarda il potere mondano che ha bisogno – per sostenersi e per assolversi – del potere spirituale. Ogni potere terreno agisce guidato da necessità celeste – anche oggi, in fondo, a veder bene, è così. L’altro è l’ostinazione dell’imperatore nel riesumare dèi impotenti, ormai vestiti a lutto; questo collasso aiuta a capire le ragioni del ‘nuovo mondo’ ormai sorto. “Quanto poco egli possedesse il senso della realtà, dimostra, forse più d’ogni altro suo atto, proprio l’ultima spedizione, paragonabile – come fu paragonata – alla napoleonica campagna di Russia”, ha scritto Alberto Pincherle nel bel profilo dedicato dalla Treccani a Giuliano (desueto, forse, ma elegante, va letto).  Il fatto che Giuliano confidasse nei segni più che nei fatti, che si gettasse nell’invisibile pur di non essere ostaggio del visibile, che tentasse di orientare il fato ordito dai suoi dèi con catastrofici olocausti, questa profonda – e infine feconda – frustrazione, rendono l’imperatore indimenticabile, astrologicamente invitto.   L'articolo “L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano l’Apostata proviene da Pangea.
May 2, 2026 / Pangea
In morte di Vittorio Messori
Provo una discreta antipatia per i così detti «coccodrilli», ciò è a dire gli articoli sguinzagliati all’indomani della morte d’una persona celebre. Essi sono quasi sempre falsi rettorici sentimentaloidi e fintamente appassionati; sovente servono per rimediare al lungo oblio in che il morto, quand’era vivo, era stato abbandonato; per di più, come sa chiunque conosca un poco il mondo dell’informazione, essi sono in moltissimi casi preconfezionati: nelle redazioni, infatti, si apparecchiano in vista di una dipartita e li si surgela, per poi decongelarli non appena un’agenzia di stampa o chi per essa diffonderà la notizia di una morte eccellente. Quando invece vengono confezionati all’ultimo minuto per un morto imprevisto o trascurato, appaiono sgangherati e abborracciati, poiché composti di fretta e con fonti inaffidabili e inverificate. Insomma, il «coccodrillo» non è un genere nobile, anche se certamente ci sono lodevoli eccezioni, pur rara avis. Mi sto dunque contraddicendo con questo intervento? No, affatto; e per diverse ragioni. Anzitutto, ho dedicato a Vittorio Messori ben due articoli, ancòra in bozza, mai però consegnati a questa rivista per faccende personali. La seconda ragione spiega anche la precedente: partito da un’iniziale forte insofferenza per Messori, dovuta a pregiudizio, sono trascorso alla stima grazie sopra tutto a Scommessa sulla morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, uno dei suoi libri più eloquenti delle sue notevoli capacità. Messori è, per l’appunto, a mio bensì trascurabile ma non imponderato avviso, uno dei pochi, pochissimi scrittori italiani, sia contemporanei sia dell’intiero Novecento, meritevole a vario titolo d’esser letto e riletto. Terzo movente: egli è, sebbene in maniera un poco dedalèa, legato a «Pangea» e a una parte dei suoi lettori, giacché Davide Brullo fu amico di Cesare Cavalleri, (col quale peraltro collaborai anch’io pubblicando diversi articoli per «Studi Cattolici»), alla sua volta amico di Messori e dominus della casa editrice Ares, che ha da diversi anni rimessa in circolazione una larga parte dell’opera messoriana. Mi sembrano tutti ottimi motivi per spendere le parole che ora, finalmente, vengono. Non offenderò il nostro lettore impartendogli una lezioncina da bignami: Vittorio Messori nacque visse bla bla bla. Tenterò, in vece, un ritratto essenziale, tracciato in chiaroscuro, utile, spero, a collocare meglio questa singolare figura al di là della formoletta – che dice tutto e niente e può anzi essere repulsiva – di «scrittore cattolico», adoperata, ça va sans dire, da sempre da tutti i mezzi di presunta informazione, e che suonò sempre, come nelle intenzioni dei padroni del discorso, uno stigma. Dirò quindi sùbito della sua intelligenza e cultura straordinarie, ciò che, in ispecie di questi tempi, non è per nulla scontato né, ahinoi, richiesto. Se, in quell’estate del 1964, l’anonimo studente di Scienze politiche presso l’ateneo torinese e impiegato notturno della Stipel, non fosse anch’egli stato disarcionato da cavallo e «costretto» (parola dell’interessato) alla sequela del Cristo, la Chiesa cattolica e il cristianesimo in generale avrebbero ben presto veduto dalle schiere dei suoi nemici stagliarsene uno temibilissimo. Messori, infatti, in quel torno, si stava preparando a diventare un intellettuale di punta della cultura e (latu senso) della politica democratica antifascista e anticlericale, anticristiana, giacché questo egli desiderava e così se lo stavano allevando, o meglio: addestrando, i suoi maestri Luigi Firpo Norberto Bobbio e sopra tutto Alessandro Galante Garrone, che aveva veduto in Messori il miglior soldato per la loro causa, destinato, per le spiccate doti intellettuali e morali, a una carriera da ufficiale. La trama fu interrotta sviata e ritessuta a tal segno da far subire a Messori, con perfetta coerenza democratica, l’immediato rinnegamento da parte del suo mèntore: quando il giovane rivelò al professor Garrone della conversione, questi fu assai poco… galante e lo liquidò, stroncandogli una promessa carriera universitaria in qualità di suoi assistente, peraltro imminente giacché Messori era per laurearsi di lì a breve tempo. La conversione, in parentesi, gli costò anche il rinnegamento da parte della madre. La donna, quando il figlio era già noto, trovandosi una volta a dover dire il nome da coniugata e richiesta di una eventuale parentela col «famoso scrittore cattolico», recisamente negò. L’ateismo e l’anticlericalismo della donna, antica romagnola, soverchiarono il naturale amore materno. Sarà per questo, e lo dico col rispetto per tutti i morti, che Vittorio Messori compose circa mille pagine, e tra le sue più appassionate, sulla madre di Gesù. Si veda, eminentemente, Ipotesi su Maria. Egli ha da mostrare le sue perspicue doti anche sul piano letterario. La prosa è chiara elegante e dallo stile personale e inconfondibile, e lo rende uno dei massimi esempii di quel felice ibrido (quando non devii in aborto) di giornalista-scrittore. A tratti resulta freddo; ma ciò è dovuto, io credo, all’acribia e alla delicatezza degli argomenti, alla volontà di passare certi fatti e prospettive ricusati e scontorti dal nostro tempo, bensì con slancio, che in Messori non manca mai, ma sempre guidato e comandato dalla ragione, a cui, egli menava vanto, mai è stato tentato di renunziare (anche se più oltre ne vedremo qualche deroga). Talora lo si vorrebbe più sanguigno; ma ci si deve, per dir così, contentare di un plateau di strumenti chirurgici. Una dotazione, questa, che gli servì per tutta la vita, e ciò è insino a una decina d’anni avanti di morire, a render ragione della fede cristiana e cattolica, non già però a sé stesso (gli fu tutto trasparente e stabile, afferma più volte, sin dall’inizio), quanto più tosto ad altrui, fosse l’agnostico il miscredente il cattolico tiepido ovvero partito per una delle tante, troppe tangenti centrifughe allestite da sbarazzini creativi dopo Concilio Vaticano II e di certo dalla Chiesa incentivate. Sicché dodici anni dopo la sua Damasco, trascorsi nel più profondo silenzio meditativo e studioso, Messori potette pubblicare, con tanto di imprimatur ufficiale, esigenza cui non si sente sommesso più alcun cattolico, quelle Ipotesi su Gesù, che nel volger d’una manciata di mesi e fors’anche di settimane divenne uno speciosissimo caso editoriale,che meriterebbe l’interessamento di qualche esperto di comunicazione ed editoria. La casa editrice – la scomparsa Sei, salesiana e quindi attenta ai movimenti della scarsella – partì con un tiratura infima; ma si ritrovò ben presto a dover sorvegliare le rotative affinché il numero sempre crescente di copie non le facesse saltare; e quasi sùbito numerosi editori stranieri acquistarono i diritti di traduzione. Merito o, a seconda, colpa della potente “propaganda clericale”? Macché. Mediamente le biblioteche dei cattolici, laici e non, sono abbastanza, a dir poco, ridotte. Inoltre, ciò che pochi sanno, l’editoria cattolica in Italia è estromessa dai circuiti distributivi e pubblicitarii “normali”, così come resta esclusa dalle pagine culturali della stampa e della televisione. Fateci caso. Ed è un dato su cui riflettere, che dà di che pensare sull’etica e la politica italiane dall’Unità a oggi. Le Ipotesi su Gesù si fecero largo, a mia vista, per una doppia linea di forza: era la prima indagine storica sulla dibattuta figura allo stesso tempo informata di studii e documenti ed esposta in lettere accessibili anche ai non specialisti. Vennero di poi il citato Scommessa sulla morte e, a completare l’inchiesta su Gesù, Patì sotto Ponzio Pilato?e Dicono che è risorto, che, giusta l’autore, stabilivano in via definitiva e inoppugnabile la fondatezza storica degli Evangeli. Di Vittorio Messori va rilevato anche il coraggio, che emerge nei cinque spessi tomi antologici della rubrica «Vivaio» (circa i quali darò, più oltre a margine, una notizia istruttiva). Acquisita e consolidata autorevolezza, lo scrittore s’inventò questo spazio per cimentarsi nella difesa da ben riescite incursioni bombarole manomissioni e omissioni d’oltre due secoli, non soltanto di una fede ma altrettanto di una concezione del mondo, di un’attualità, di una storia. E occorre davvero coraggio – insieme a preparazione e qualche santo in paradiso – per svergognare e sbugiardare le solfe ufficiali, a esempio, sulle crociate, sull’Inquisizione, sulle imprese spagnole al di là dell’Atlantico, sui così detti fascismi, sul risorgimento, sui santoni dell’intellettualità progressista, sugli ebrei e il loro olocausto, etcoetera; e altrettanto per sferzare certe tendenze della stessa Chiesa e di certi cattolici. Un tal coraggio però costò talora assai. Dimostrazione di quanto amplissime porzioni di sedicenti cattolici abbiano perfettamente aderito alla più deleteria mentalità moderna, è il destino dei primi tre volumi del «Vivaio»: Pensare la storia, La sfida della fede e Le cose della vita, stampati tra il 1992 e il 1995 dalle Edizioni Paoline. Quando queste mutarono dirigenza – ma ufficialmente non abdicando alla missione avviata dal fondatore, don Alberione –, estromisero i tomi dal catalogo, e senza avvisare l’autore. Scarse vendite? Per nulla, anzi: quando Messori, richiesto circa il loro destino da affezionati lettori, interpellò i piani alti dell’editore, gli fu risposto: che i libri avevano sì venduto benissimo e avrebbero seguitato a farlo, e come; ma che, adesso, il loro contenuto suscitava loro ribrezzo. (Messori corse però al riparo e trovò un altro editore, SugarCo, che li ristampa ancòra, e vi aggiunge gli ultimi due: Emporio cattolico e La luce e le tenebre). Duplice fu invece lo scotto pagato, in precedenza, per Rapporto sulla fede, libro intervista del 1985 con Joseph Ratzinger, allora Prefetto dell’ex Sant’Offizio. Anzitutto una grande catena di librerie cattoliche, pur essendo il protagonista del lavoro il braccio (armato) destro di Giovanni Paolo II e pur essendo pubblicato dalle Edizioni Paoline, mai lo espose, riservandolo soltanto, e su richiesta, a clienti fidatissimi, quasi tutti ostili a Ratzinger. Ma ciò che è a dir poco sconcertante (se non conoscessimo certi scheràni), fu che Messori non soltanto ricevette critiche e insulti asperrimi, ma dové per due mesi riparare in una località segreta a causa di minacce di morte, provenienti sopra tutto dal mondo cattolico. La colpa? Aver portata a tutti la voce del germanico inquisitore. Quando certe parole, per non dire i fatti e la ragione, o almeno la ragionevolezza, contrastano con l’ideologia progressista si procede come vediamo; e se le pagine di Messori scatenano così furibonde ire, forse c’è in esse qualcosa da ascoltare con attenzione, che dispiace ai padroni delle ferriere. Il cattolico ambizioso e chiunque voglia conoscere di più e meglio la propria fede e storia, la direttrice e le stazioni etiche, troverà in Vittorio Messori una fonte trabocchevole, un uomo che ha cercato di ragionare sul mondo e sul cristianesimo sondandone innumeri anfratti, insomma un apologista di razza e di peso, assai superiore – mi si consenta – di Frossard o anche di quel Jean Guitton, del quale egli fu amico e, a detta del francese, unico erede. * * * Se fino a ora abbiamo contemplati, almeno in parte, i tratti luminosi, adesso dobbiamo trascorre a perlustrare d’altro segno. Sempre alberga nel convertito uno zelo eccessivo, che spesso fa perdere la Trebisonda e appanna la vista, ovvero esaspera le cose in maniera talora grottesca e che, per inciso, non giova né all’apologista, né alla sua causa, quale che sia, come accade negli esempii che ora arrivano. Tra gli oltre venti libri di Messori ci sono Bernadette non ci ha ingannati, chiaramente su Lourdes, e Il miracolo, dedicato a un prodigio mariano, avvenuto nella Spagna del 1640: niente di meno che la saldatura d’una gamba, amputata due anni avanti e seppellita lontano dal possessore. Un evento così sconcertante e unico, da indurre i cattolici iberici a definirlo «el milagro», il miracolo appunto, con l’articolo determinativo. Messori contribuisce a svelare e a raccontare, sin nei minimi dettagli, introvabili altrove, eventi e volti, non peritandosi di denudare campioni della miscredenza e del razionalismo, per quanto riguarda Lourdes eminentemente Émile Zola, uno dei più assidui indagatori delle apparizioni, ma che, né nel romanzo Lourdes, né fuori, appare – tutt’altro – il rigoroso campione dell’oggettività naturalistica che ammiriamo. Eppure molto di queste imprese poliziesche, nel miglior senso della parola, lascia perplessi: non è tanto ciò che Messori dice quanto più tosto ciò ch’egli non vede e quindi tace a non poter conquistare alla causa eventuali lettori diffidenti o esigenti. Le vicende sono estremamente lunghe e complesse e non possiamo di certo sondarle. Basterà qualche quadro. Nell’opera su Lourdes leggiamo: «Se a Bernadette l’Apparizione parlò non in francese, orgogliosa lingua “imperiale”, ma nello stretto dialetto della vallata pirenaica, forse è anche per ammonire sui pericoli di quel nazionalismo che porterà poi alle guerre devastanti che sappiamo» (Mondadori 2012, p. 6). Il riferimento è ai nazionalismi del Novecento. Il prudente «forse» nel bel mezzo è insufficiente per ripararsi da una severa critica. Qui lo zelo del convertito procura di offrire una spiegazione e una giustificazione a uno dei tanti fatti della vicenda in grado di mettere a durissima prova la veracità di questo – la Madre d’Iddio che parla un dialettaccio di contadini e pastori? –, ma lo scioglie con una congettura davvero imbarazzante infondata arbitraria, nonché sospetta, dacché lo stesso Messori, in più momenti delle sue opere, esecra il nazionalismo novecentesco. Chiunque, inoltre, potrebbe al contrario affermare che il dialetto sarebbe potuto servire a esaltare un localismo non soltanto anch’esso foriero talora di crepitii e urti storici ed etnici, ma affatto in contraddizione clamorosa con l’universalismo che dice la parola «catholica». E poi: perché la Madonna avrebbe dovuto, peraltro in modo così obliquo, mettere in guardia contro il nazionalismo venturo e non contro quelli che si stavano prepotentemente concretando e sollevando proprio in quel 1858, in che principiarono le apparizioni, e cucinati eminentemente proprio in Francia? Interpretare dettagli in un evento di per sé oltremodo dubbio per aumentarne la portata è un esercizio rischiosissimo per la propria immagine, e può sconfinare nelle lande del sogno. Più oltre: «Lourdes non è un concetto astratto, è un evento storico che la storia può ricostruire con ampiezza di documentazione, giungendo – dopo aver tutto esaminato – all’accettazione di un paradosso. E, cioè, come avviene, peraltro, per la figura stessa del Gesù storico: a un certo punto della ricerca, è la ragione stessa a riconoscere che, per capire, bisogna far posto al Mistero, occorre ridare diritto di cittadinanza a ciò che non contrasta con la ragione ma va al di là di essa» (ib., p. 17, corsivo mio). So per assidue perlustrazioni e mappature quanto le scienze dure, così dette e pretese “esatte”, sono, sopra tutto a detta di enormi addetti ai lavori (penso a un Tipler e a un Penrose), ora condizionate, ora intrise di malafede in ispecie quando siano chiamate a esprimersi su fenomeni extra-naturali. Sicché non sarò certo io a pretendere che siano esse ad avere l’ultima parola. Ma temo che veramente non proprio tutto sia stato esaminato, almeno non da chi abbiamo ascoltato. Tanto per dirne una, Messori non fa il benché minimo cenno ai contributi di uno Schopenhauer Sulla visione degli spiriti, etcoetera, presente nei Parerga e paralipomena, o ad altre consimili indagini, le quali, pur non negando affatto la veridicità di certi fenomeni, si incaricano di fornire una spiegazione razionale e ragionevole, che nulla toglie al fascino e al mistero, ma che mette al riparo da conclusioni emotive, e universalmente e teologicamente pretese valide. Esiste ormai un’ampia letteratura – seria, sine ira et studio – sulle qualsivoglia apparizioni o cose simili, che ne spiegherebbero natura e origine senza ricorrere a interventi di esseri la cui stessa esistenza è dubbia. Quanto al Miracolo, pur essendo opera fitta d’informazioni, essa è deserta di svariate possibilità di spiegazione, che potrebbero indurre a ipotizzare una buggeratura da parte dei protagonisti. E come sa qualsiasi storico o buon lettore di storia, pervenire a una verità storica certa o quasi certa su eventi così lontani, è assai arduo, sopra tutto in casi marginali come quello, dacché si tratta di dinamiche circoscritte a un minuscolo e remoto nel tempo villaggio alla periferia europea. E ciò non contando quanto fosse facile all’epoca truccare le carte, in un ambiente di rocciosa fede poi. Inoltre mi domando: se, come scrive Messori, «el milagro» è così incontestabile da mettere a tacere qualsiasi dubbio non soltanto sui miracoli cristiani, ma altrettanto sulla fede e la dottrina cristiane, perché la Chiesa non ne issa gli stendardi e anzi quasi non lo nomina? Dal 1640 quello di Messori è l’unico libro sulla vicenda. Si ritiene forse, consciamente o meno, che «el milagro» sia troppo sfacciatamente miracoloso da suscitare legittimi sospetti e magari indagini più spregiudicate? Oppure il materiale per le verifiche sia insufficiente o sospetto? In  estrema sintesi, tornando a Messori in generale, dico che egli ha coltivato un grande e bell’albero, frondoso e carico di frutti sani e succosi, che ristora lo sguardo e l’anima, ma che talora, proprio con la sua grandezza, occlude la vista: a chi voglia contemplare il panorama e l’orizzonte, e altrettanto a chi vi si è abbarbicato. E Messori è tanto generoso che molto altro ci sarebbe da dire per ricordarlo. Ma lo spazio ce lo proibisce e inoltre forse abbiamo addirittura fatto un torto a Messori con questo articolo. Egli era contrario alle commemorazioni funebri, e così dice: la Chiesa «condanna (…) il crogiolarsi morboso nel ricordo e nel rimpianto: senza dimenticare il passato, è nel futuro che bisogna protendersi, quel futuro nel quale i nostri morto sono già entrati (…). L’Ordo exequiarum raccomanda di evitare – nell’omelia del prete che presiede il rito – “il genere letterario dell’elogio funebre”. I cristiani, cioè, prendono le distanze dalle usanze laiche [aggiungerei anche protestanti, ndr], dai funerali civili che hanno come momento forte il discorso presso la tomba aperta. Il “mondo” non può far altro che ricordare, che suscitare malinconia e rimpianto, rievocando (e così spesso ipocritamente) i “meriti” del defunto. Il “mondo” guarda al passato; il vangelo guarda la futuro: il fratello scomparso è additato a Dio e alla sua misericordia, non sta a noi farne gli avvocati d’ufficio. A noi sta leggere la Parola che ci sradica dalla penombra della storia e ci proietta al di là, nella luce che non conosce tramonto. A noi sta suscitare speranza nei superstiti, non disperazione ricamando sulla “perdita irreparabile”» (Scommessa sulla morte, Sei 1982, pp. 312-313). Ma questo vale solo per i cristiani e, per giunta, in àmbito liturgico, quindi io mi sono sentito svincolato da questi ammonimenti. E, a proposito di commemorazioni, avanti di congedarmi, mi preme di spiegare ancòra una ragione dietro a queste righe, la più importante. È la seguente. Mi sono accorto di qualcosa cui non tutti prestano attenzione, nemmeno i più accorti, e che, tra l’altro, fa il paio con quanto dicemmo circa la sorte della pubblicistica cattolica. Ed è la seguente.  Mentre i cattolici leggono anche autori laici, magari anticlericali e miscredenti, assai di rado, per non dire quasi mai, avviene il contrario, se non quando si vuole – o si deve, in obbedienza a ordini di scuderia – muover guerra al cristianesimo e a Roma. E se il qualunque individuo, in un pubblico o privato consesso, dirà di leggere, poniamo, Hegel o Noam Chomsky, una biografia di Napoleone o un trattato di entomologia, riceverà rispetto e ammirazione. Ma non appena dichiarerà d’esser alle prese con un trattato di teologia dogmatica o con l’Introduzione al cristianesimo di Ratzinger, sarà riguardato come un mattarello, un perdigiorno, un epigono di Bernardino Lamis, il protagonista della novella L’eresia càtara di Pirandello, con l’aggravante d’interessarsi a una vicenda e a una dottrina che, si solfeggia, hanno arrecato così tanto male. Un contegno identico a quello dei fanatici religiosi. Per esser più chiari: dopo la morte di Messori ho vagato in alcune biblioteche pubbliche, dove in bella vista, quando muore qualche noto nome della stramaledetta cultura, allestiscono un banco coi suoi libri. A esempio lo fecero con Gianni Vattimo e con quella sarda che non stava mai zitta. Ebbene, ora nessuna traccia di uno spazio dedicato a Messori. Quando chiesi ragione alle responsabili di quell’assenza, con le mutrie scontorte, una mi disse che «di quello» non avevano nemmeno un titolo, le altre che si trattava di «un autore irrilevante e vecchio, che non interessa a nessuno». Si converrà: Torquemada aveva un altro stile. Luca Bistolfi L'articolo In morte di Vittorio Messori proviene da Pangea.
April 29, 2026 / Pangea
Siamo fatti per essere assunti in Cielo. La resurrezione di Lazzaro o del nostro rapporto con la morte
> “Gesù parla al presente: «Io sono la resurrezione e la vita». Non si tratta > allora di rimuovere la prospettiva della morte, ma di integrarla nella > prospettiva della resurrezione”. > > (Luigi Pozzoli, Dio il grande seduttore, Edizioni Paoline, 1998) Lazzaro e il dominio della carne “Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio”. (Romani 8,8) In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. (Gv 11,1-8) > “Per san Paolo «la carne» designa il mondo umano segnato dal peccato, il mondo > sotto il giogo della morte. «Lo spirito», invece, evoca il mondo divino, nel > quale l’umanità è assunta dal Cristo e il mondo spirituale generato da Dio > nella resurrezione di Gesù. «La carne» è l’uomo, corpo e anima, che si > rinchiude su se stesso e il suo peccato. «Lo spirito» è una forza di vita > nuova data al credente dallo Spirito del Cristo Risorto”. > > (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni > Paoline 1993) Lazzaro, l’amico di Gesù, muore. È solo la vita che accade, la vita che trasforma continuamente ogni nostro villaggio in una Betania, in una “casa della povertà” o “casa dell’afflizione”. È la vita che appare come una malattia, è lo scorrere degli eventi che inciampano inevitabilmente nello scandalo della fine. Siamo uomini e donne a respiro limitato, a tempo definito, la malattia del vivere chiama a sé la morte dal nostro primo vagito ma, quando si presenta, qualcosa di profondo in noi, comunque, si frantuma. Anche se l’aspettavamo. E questo scandalo, questo sentimento di profonda ingiustizia non è da sottovalutare.  Certo, è solo la vita che accade e che, accadendo, sfocia inevitabilmente nella disgregazione degli affetti, allontana Marta, Maria, Lazzaro e Gesù, si prende gioco dei loro tentativi patetici di fraternità spazzandoli via. La vita finisce inevitabilmente in morte, morte capace di soffocare il profumo, perfino quello versato sui piedi del Maestro, il tanfo del cadavere ride delle cosmesi umane. La vita che accade, da sempre, e scende a cibarsi dei resti della nostra umanità.  Ma Cristo interviene esattamente lì. Nel cuore dello scandalo. E la prima cosa che decide di fare davanti alla morte è: niente. Rimane immobile per due giorni, quasi ad anticipare la sua di morte, quella sua attesa nel sepolcro in attesa del terzo giorno della resurrezione. Non si muove, scegliendo di mettersi in dialogo con il dramma della fine, del dolore. Gesù, inizialmente, tace, muore, perché sulla morte non puoi dire nulla di sensato se non la assumi, paradossalmente, se non la vivi.  Poi, con Lazzaro, sarà il susseguirsi di una maestosa liturgia ad anticipare, per certi versi la sua passione, gesti e parole a sfidare la morte, a smascherarla, a mostrare che non siamo fatti per stare sotto il dominio della carne, come dice Paolo. Questa è la sfida: lasciarsi dominare dalla morte, che pare avere sempre l’ultima parola, o scegliere di inchinarsi a un altro dominio? L’essere spirituale si decide qui. Siamo nati per lasciarci abitare dalla forza di una vita nuova, la forza dello Spirito del Cristo Risorto ma, forse, ne abbiamo smarrito il senso, non abbiamo la grammatica, non abbiamo la liturgia, siamo figli di celebrazioni troppo orizzontali, di attese troppo terrene, non ci sentiamo più figli del Cielo in terra, abbiamo separato un mondo che chiedeva di essere abitato nella sua trasfigurata pienezza, è questo il vero dramma. Non la morte in sé ma il fatto che non riusciamo più ad interpretarla  come un passaggio all’interno di una comunione ininterrotta tra noi e l’Eterno, già qui, ora, adesso e… nell’ora della nostra morte. Ci sembra impossibile che la vita proceda di nascita in nascita (e quindi di morte in morte) verso il parto definitivo. Ogni cosa conduce al Padre, tutto è una Pasqua. Senza questa consapevolezza non resta che arrendersi al dominio della morte. “Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!»”. (Gv 11,9-16) Gesù si mette in cammino verso la Giudea, evidente richiamo alla morte che lo attende, Gesù accetta il rischio mortale, sceglie di perdersi, lui il seme che non può dare frutto se non nella consegna di sé, I discepoli lo comprendono subito, il rischio è totale, hanno paura, ma in Cristo è chiaro, per comprendere la vita la vita devi perderla, questo ripete in ogni sfumatura del suo agire tra gli uomini.  Jan Lievens, La resurrezione di Lazzaro, 1631 Questo ripete a noi, anche oggi. Il discorso sulla morte non può limitarsi a un pensiero. Non si possono dire delle cose sensate sull’esperienza del morire, occorre imparare a morire da subito, morire al mondo, morire a se stessi, morire ai propri sogni e ai propri incubi, morire per comprendere. Gesù infatti non esercita un miracolo a distanza, il suo movimento dice che occorre affondare nell’esperienza della morte, occorre lasciarsi coinvolgere, bisogna compromettersi per essere credibili.  Certo, con Lazzaro si limiterà a svuotare una tomba, ma non siamo ancora alla fine, quello che Cristo fa è atto simbolico, come a liberare il suo di posto tra i sepolcri, la parola definitiva emergerà quando lui stesso entrerà in una tomba.  Nessuna risposta plausibile rispetto al dolore della morte se non si accetta di morire, solo chi accetta di scendere fino agli inferi può essere credibile messaggero di Resurrezione. La mortificazione della vita non può essere letta come la somma di atteggiamenti depressivi, come il perpetuarsi di una poco evangelica dottrina del sacrificio, non è questo, mortificarsi in vita, qui ed ora, scegliere il deserto, la povertà, la fame, è abitare il limite della vita perché in quel confine, e solo lì, posso fare esperienza dell’Eterno. Beatitudini. Ci si mortifica per vivere. Ci si annienta per amore. Si prende la croce per incontrarlo. Il seme muore per sbocciare in dolcezza di frutto. > “Al termine dei primi sedici versetti, il lettore ha compreso che il miracolo > avverrà, non soltanto a motivo dell’amore di Gesù per i suoi amici, ma per > manifestare la gloria di Dio e suscitare la fede in Colui che affronta la > morte: egli ha il potere di deporre la sua vita e il potere di riprenderla per > comunicarla agli uomini”. > > (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline, > 1992)     Gesù non cammina incontro alla morte, non cammina semplicemente incontro alla sua fine, da sempre e per sempre il suo sarà un cammino verso la vita, “e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate”, è Tommaso a non avere ancora compreso nulla, è il nostro gemello che si accontenta di credere solo nella carne, siamo noi a pensare di essere chiamati a morire con Cristo, perché sarebbe una fine romantica, perché nel confronto con il mondo sarebbe molto più semplice condividere la fede in un ideale per cui dare la vita che farsi prendere in giro su una speranza che pare ingenua e infantile.  > “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, > altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta»”. > > (Atti 17,32) Si segue Cristo, che è la luce, per non inciampare nella dissoluzione, si segue Cristo che è la luce della Trasfigurazione per non scivolare sotto il dominio della morte, si segue Cristo perché lui ha vinto il dominio della carne, si segue Cristo per imparare a credere. Per imparare a non deridere la speranza.  * Marta La resurrezione già ora Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. (Romani 8,9) “Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”. (Gv 11,17-27) > “Gesù è la resurrezione e la vita: vita nuova, vita divina, vita che si > comunica. Chi crede in lui riceve, per mezzo della fede, questa vita nuova, > che continua anche dopo la morte. E noi sappiamo che i nostri defunti vivono > in comunione con Dio anche dopo la morte”. > > (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, edizioni Apostolato > della Preghiera, 2004) Marta è ancora sotto il dominio della carne, ancora non si è lasciata attraversare dalla lama luminosa del Risorto. Lazzaro è nel sepolcro, cattedrale inespugnabile, fortezza sacra della fede nelle evidenze della vita. Attorno alla morte la struggente danza liturgica della consolazione. Con-solare, solitudini che si aggregano e si moltiplicano, solitudini che rafforzano la domanda che la morte riporta sempre alla luce: perché nascere se poi bisogna morire? Perché amare se si deve soffrire? Marta però, al contrario di Maria che rimane schiacciata dal lutto, si alza. Un gioco di contrasti, come tutta questa pagina di Vangelo, una danza di opposti (profumo/odore, stare/andare, morte/vita…). L’atteggiamento di Marta è evocativo, è leggera mentre si alza, mentre decide di lasciare il peso del lutto a terra, Marta è già carica di speranza quando si muove incontro a Cristo, c’è già in lei l’indizio di come il credente sia chiamato a interpretare la vita: risollevandosi, lasciandosi risorgere. In ogni evento, in ogni situazione, anche la più dolorosa, alzarsi incontro alla vita perché si sente che Cristo continua a venirci incontro. Perché la Resurrezione è questo, non un divino colpo di teatro a sistemare le cose, a umiliare la morte, non la rivincita a rimettere in sesto la vita ma l’esperienza che la fedeltà di Dio, la sua Alleanza giurata all’uomo, non viene mai meno, mai! Nemmeno e soprattutto nel cuore della morte. La vita è Lui che ci viene incontro dentro la vita. E ci chiama. Disperazione è credere che le esperienze siano vuote. È non sentire lo Spirito che abita le cose. Marta ha certo una speranza ma una speranza imperfetta: ipotizza una soluzione ma solo futura, una resurrezione finale, alla fine dei tempi, non qui, non ora. Lazzaro sarà invece il segno di questa resurrezione vicina. Tornando in vita decreterà per sempre che la Resurrezione inizia qui ed ora. E che siamo vivi solo per imparare a riconoscerla. A riconoscere il divino nella carne, a vivere sotto il dominio dell’Eterno. Cristo è il testimone della vita abitata dallo Spirito. Proprio perché lo Spirito già abita in noi, qui, ora, adesso, come dice Paolo ai Romani, proprio per questo Spirito Eterno che è Dio e che danza nelle nostre carni, proprio per questo anche la malattia porta, come ogni cosa, a Lui. Tutto porta all’Eterno. Il credente riconosce e libera l’Eterno già presente nel tempo.  > “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la > esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico > ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più > importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le > situazioni della vita e della morte”. > > (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana 1988) Peter Paul Rubens (bottega), La resurrezione di Lazzaro, 1625 ca. * I Giudei e Maria Non poteva far sì che non morisse? Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene (Romani 8,9) “Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?»”. (Gv 11,28-37) > “E invece, lui è sempre “qui”. È il Dio-con-noi per sempre. E il suo > misterioso ritardo alla nostra supplica rivela un accorrere essenziale e un > arrivare essenziale dentro il nostro dolore: non deve “venire”, perché non ha > mai smesso di essere presente…” > > (Adelaide Anzani Colombo, Per fede, per amore, Casale Monferrato, 1995) Anche Maria si alza, chiamata, come fosse una vocazione, come per i primi discepoli in riva a lago, come sarà per Maria davanti al sepolcro, come per noi, che se non sentiamo il nostro nome pronunciato dalle sue labbra mai potremo affidarci. Mai potremo credergli. Anche i giudei la seguono, Maria si getta ai piedi di Gesù ma le sue parole sono abitate solo dalla morte. Diventano una sorta di accusa e sembrano iniziare quella scomposta ribellione alla nostra idea del divino: “dove sei Dio quando il mondo soffre?”.  Ancora un contrasto: la morte contrapposta a Dio, la morte è presente perché Dio è assente, ancora un drammatico gioco degli opposti. Quando non riconosciamo lo Spirito di Cristo in noi accade esattamente questo, la diabolica opposizione, l’incapacità di sentire il Suo respiro anche nel cuore della morte.  Si crede nel potere ineluttabile dei sepolcri. Ci si lascia convincere dalle apparenze.  Ma Cristo sa che del dolore occorre avere rispetto, che le lacrime sono sacre, che non serve spiegare nulla e che nulla può essere spiegato quando un cuore è affranto. Così mentre i giudei si limitano ad alimentare un coro che puzza di recriminazione, quasi a cercare un colpevole (“non poteva far sì che costui non morisse?”) Cristo, invece, piange con Maria. Per trovare Cristo nella morte, vertice dei nostri cammini di fede, occorre averlo trovato nella gioia e nel dolore, nella fraternità e nelle lacrime. Si crede per frequentazione intima.  > “Si è quindi autorizzati a concludere che la desolazione di Maria che egli > amava e l’osservazione dei giudei (…) pongono Gesù di fronte alla realtà della > morte, non soltanto quella di Lazzaro, ma la sua, ormai imminente, secondo > l’orientamento del racconto. E Gesù reagisce con una lotta interiore. (…) le > lacrime silenziose di Gesù provengono dall’amore del Padre che attraverso di > lui giunge ai discepoli (15,9); sono le lacrime di Dio dinnanzi alla morte che > separa gli esseri. Al tempo stesso, sono lacrime di Colui che deve > acconsentire alla prova”. > > (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline, > 1992)    *  Cattivo odore Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. (Romani 8,10) Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». (Gv 11, 38-40) Una grotta e una pietra a sigillare due mondi che non si vogliono comunicanti. La morte puzza, la morte manda cattivo odore ma Cristo, ancora commosso, non ha paura. Non ha paura di far rotolare via la pietra, gesto che sarà divino quando il corpo da liberare sarà il suo, un Cristo commosso che si oppone a Marta e che le indica la via per decifrare la realtà delle cose: solo chi crede, vede. Non è il contrario, non è la visione a portare alla fede ma è la fede a regalare la vera visione delle cose. Solo se credi vedrai la gloria di Dio, solo chi crede che il corpo, anche il nostro corpo, è già morto al peccato può vedere lo Spirito. Spirito che è vita. Se crediamo in Cristo, se sentiamo che siamo creduti da lui, se la nostra vita spirituale è davvero una relazione viva riusciremo anche noi a vedere la gloria di Dio, la sua luce, la sua presenza, in ogni carne, anche in quelle fasciate dalla morte. Anche in Lazzaro. Henry Ossawa Tanner, La resurrezione di Lazzaro, 1896 * Padre Liberatelo lasciatelo andare E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. (Romani 8,11) “Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui”. (Gv 11, 41-45) Tolsero la pietra e Gesù alzò gli occhi, non più distanza tra vita e morte, tra cielo e terra, lo Spirito di Dio ad abitare in noi e la vita ad essere liberata e lasciata andare. Perché di questo abbiamo davvero bisogno, di essere liberati. Si crede per essere finalmente liberi. Liberi anche dalle bende che opprimono la nostra umanità. Sono lacci che si sciolgono, è Isacco non più ostaggio di Abramo. È il paralitico che trova strada, è il cuore che ritrova la capacità d’amare, è il peccatore che ritrova perdono, è la vita umana, la nostra vita, che torna a essere quello per cui è stata creata: un passaggio, una Pasqua verso l’Eterno, è il figlio che ci credeva perduto che torna al Padre. Questa è la libertà, passare dal dominio della carne al dominio dello Spirito. È sentirsi abitati dallo Spirito di Dio, che proprio perché ha risuscitato Gesù dai morti continua a risorgere la vita.  “Lasciatelo andare”, lasciamola tornare a casa questa nostra povera vita che, per paura, per mancanza di intimità con il Vivente, si aggrappa al bordo del visibile, lasciamola andare dove deve andare questa nostra vita così impaurita da convincersi che sia nata per razzolare e non per spiccare il volo. Lasciamola andare questa nostra storia che ha dimenticato di essere in Esodo e che, invece, pretende di mettere radici nella terra. Siamo fatti per essere assunti in Cielo, Lazzaro liberato è lasciato andare ma non solo verso i suoi affetti di sempre ma, finalmente, in cammino verso il suo vero approdo. Lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti, abita in noi: perché continuare a opporre resistenza?  > “«Padre, ti ringrazio d’avermi ascoltato» (11,41): Cristo ringrazia il Padre > non soltanto per Lazzaro, ma per la vita di tutti. (…) Egli vide in questo > miracolo di Lazzaro un certo tipo della resurrezione universale del genere > umano, e ciò che è accaduto in un uomo soltanto stabilì che fosse una > splendida immagine dell’universale e del tutto. Crediamo, infatti, che quando > egli verrà giudice sarà un forte suono della tromba a ordinare ai morti di > risorgere (cfr. 1 Cor 15, 52)”. > > (Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, 11,38-43) Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  *In copertina: Giotto, La resurrezione di Lazzaro, 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova L'articolo Siamo fatti per essere assunti in Cielo. La resurrezione di Lazzaro o del nostro rapporto con la morte proviene da Pangea.
March 22, 2026 / Pangea
Rivoluzione totale! Arthur Koestler, il maestro per uscire dalla trappola di una vita impossibile
I Commissari hanno vinto e gli Yogi hanno perso? È la riflessione che ci pone Arthur Koestler nella sua raccolta di articoli “Lo Yogi e il Commissario”, un libro che tutti dovrebbero conoscere ma che purtroppo è quasi introvabile.  Koestler fu una sorta di versione maschile di Cassandra. Uno che vide tutto, subì tutto e capì molto, se non tutto. È il destino di chi sa guardare e ascoltare, e che, non a caso, a volte sceglie di farla finita prima degli altri. Koesler si è suicidato nel 1983. Era malato. Non avrebbe potuto sopportare di non camminare, non scrivere, non scopare, non bere più. Sua moglie Cynthia si uccise qualche ora dopo. La ritrovarono lì, al suo fianco.  Koestler fu un uomo amato e odiato dalle donne, odiato a destra e a sinistra. Anticomunista tanto quanto antifascista. Perché lui, i totalitarismi, li visse entrambi sulla sua pelle. Già, la politica, la nuova vera religione intollerante. È lei che ha sostituito la fede. Doveva essere una buona idea, qualcosa che liberasse dall’ottusità della devozione, ma è andato tutto storto. I ricchi hanno vinto e sono diventati i nuovi dei e, proprio come i santi, per la maggior parte si ritirano in mezzo alla natura, nel silenzio, lontano da tutti, magari pure coltivando l’orto. Basti pensare alle star di Hollywood, che fanno film solo per raccogliere un altro po’ di soldi, per poi sparire in campagna e proteggere la propria privacy.  Il benessere avrebbe dovuto portare a questo: non vivere più in condizioni precarie e farsi bastare meno cose. Un tetto, il riscaldamento, la luce, il bagno in casa, tutto ciò che fino agli inizi del Novecento era un lusso. E invece ci hanno illuso di aver bisogno di oggetti, vestiti, macchine, telefonini, borse, occhiali, cose che costano migliaia di euro e che pure gli amati attori di Hollywood usano solo nelle occasioni speciali, mentre nella vita quotidiana indossano jeans e maglietta. Il vero lusso, oggi, è avere tempo, dedicarsi a qualcosa che si ama, svegliarsi la mattina e avere tempo per meditare anziché correre a fare un lavoro che permetterà di sopravvivere.  L’altro giorno ho chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni riguardo a una casa in montagna. L’agente mi ha detto: “Ma cosa sta succedendo a Milano? Tutti vogliono venire a vivere in campagna o in montagna, intorno ai laghi. Una volta eravamo noi quelli che invidiavano chi viveva a Milano, oggi siete voi che invidiate noi. State tutti scappando, ho appuntamenti tutti i giorni”. Cosa sta accadendo? Una sorta d’illuminazione collettiva?  Koestler ha immaginato il mondo come in preda a una diatriba tra gli Yogi e i Commissari: > “Il Commissario crede al mutamento dall’Esterno. Egli crede che tutti i > malanni dell’umanità – costipazione e complesso edipico compresi – possono > essere e saranno guariti dalla Rivoluzione, cioè da una radicale > riorganizzazione del sistema di produzione e di distribuzione dei beni; crede > che questo fine giustifichi l’uso di tutti i mezzi: violenza, inganno, > tradimento inclusi; crede che l’argomentazione logica sia un’infallibile > bussola e l’universo una sorta di enorme orologio, nel quale miriadi di > elettroni, una volta messi in movimento, si aggirino per sempre nelle loro > prevedibili orbite: e chiunque sia convinto del contrario è qualcuno che cerca > di sfuggire alla realtà”. Lo Yoghi, invece:  > “Non ha nessuna difficoltà a chiamare orologio l’universo, ma pensa che > potrebbe venir chiamato, con altrettanta verosimiglianza, scatola musicale o > vivaio di pesci. Crede che il fine non possa essere prevedibile e che contino > soltanto i mezzi, respinge in qualsiasi circostanza l’idea di violenza, crede > che l’argomentazione logica perda gradualmente il suo valore di bussola, a > mano a mano che la mente si accosta al polo magnetico della Verità o > dell’Assoluto, la sola cosa che conta. Egli crede che niente possa essere > migliorato da un’organizzazione esterna, ma solo da uno sforzo individuale > interiore, e che chiunque la pensi diversamente sia qualcuno che voglia > sfuggire alla realtà”. Pensa anche che l’individuo sia unito all’universo da un invisibile cordone ombelicale, e che le sue forze creative, la bontà, la verità e l’utilità siano alimentate tramite questo cordone: l’unico suo compito, durante la vita terrena, è quello di evitare qualsiasi azione, impressione o pensiero che possano causare la rottura del cordone. Di contro, per il Commissario questo organo è totalmente superfluo. Ci sono due visioni del mondo, chi pensa che il mutamento possa avvenire dall’interno, e chi dall’esterno. Anche quando ci si occupa di politica ci si dimentica dell’importanza della relazione Uomo-Universo. Koestler ritiene che questa nostra civiltà non stia morendo, ma che stia solo dormendo. Bisogna solo giungere alla conclusione che il vero avversario non è l’intellettuale, ma il ricco. Koestler parlava già di decadenza del Terzo Stato:  > “Noi facciamo la guerra, andiamo in chiesa, onoriamo il re, seguiamo diete > assassine, ci conformiamo ai tabù sessuali, trasformiamo i nostri figli in > nevrotici e i nostri matrimoni in tormenti, opprimiamo e ci facciamo opprimere > – mentre nei testi di psicologia, nei romanzi e nei musei è condensata una > conoscenza oggettiva di un modo di vivere che potremmo forse mettere in > pratica tra decine o centinaia di anni. Nella vita di ogni giorno ci > comportiamo come creature datate, come caricature anacronistiche di noi > stessi. La distanza fra la biblioteca e la stanza da letto è astronomica. > Tuttavia, l’insieme della conoscenza teoretica e del libero pensiero è lì, e > aspetta soltanto di essere raccolto – come i giacobini raccolsero gli > Enciclopedisti”. Mancano gli agenti di collegamento tra il modo in cui viviamo e il modo in cui potremmo vivere, ma chi è comodamente installato nella gerarchia sociale, non sente nessuna spinta verso la libertà di pensiero. D’altronde, perché dovrebbe averla:  > “Non ha nessuna ragione di distruggere i valori che ha accettato, e nessun > desiderio di costruirne di nuovi. La sete di conoscenza è appannaggio > principale delle situazioni in cui l’ignoto è fonte di preoccupazione. Chi è > felice, raramente è curioso. D’altra parte, la grande maggioranza degli > oppressi, dei perdenti, manca di opportunità o di obiettività – o di entrambe > – necessarie a esercitare il libero pensiero”. Koestler ci spiega che c’è una sostanziale differenza tra la classe media e l’intellighenzia, perché la sensibilità e la voglia di conoscere, di cercare e di brancolare nell’ignoto, sono attitudini che presuppongono una certa dose di frustrazione: una specie di moderata infelicità, un armonico squilibrio. C’è un abisso tra lo strato superiore che accetta i valori tradizionali e non prova frustrazione e lo strato inferiore che ne prova fin troppa, al punto da essere paralizzato o di scaricarla in crisi convulsive:  > “Per chi è soddisfatto, pensare è un lusso; per chi è frustrato, una > necessità. Fintanto che esisterà l’abisso fra riflessione e tradizione, tra > intuizioni teoriche e pratica concreta, il pensiero sarà necessariamente > orientato dai due poli della distruzione e dell’Utopia”. Come scrive Koestler, nei prossimi anni non si tratterà più di scegliere tra capitalismo e rivoluzione, ma di salvare qualche valore democratico e umanitario, o di perderli tutti; per evitare che questo avvenga, bisogna aggrapparsi più che mai al libero pensiero. Proprio quello che diceva anche Max Stirner ne L’unico e la sua proprietà, dove il nemico mortale dello Stato era considerato proprio il volere dell’individuo, la valorizzazione di sé stessi. Cosa rimane se nulla è di nostra proprietà? Non rimane nient’altro che ciò che è in mio potere:  > “I miei pensieri, che non hanno bisogno di sanzione, bene placito o grazia > alcuna, costituiscono la mia vera proprietà, una proprietà di cui posso far > commercio. In quanto miei, infatti, e se sono mie creature io posso scambiarli > con altri pensieri: io li do via in cambio di altri, che diventano così la > nuova proprietà che io mi sono acquistato”.  Koestler parlava già di un’Europa unificata, affratellata e socialista, ma era già ben consapevole di come chi la pensasse in questo modo cominciasse a sembrare un po’ stupido. Sapeva già che la fine della guerra avrebbe portato a una vittoria dei conservatori che non avrebbe risolto nessun problema delle minoranze, né trovato un rimedio alla malattia insita nel sistema capitalistico. La fine della Seconda guerra mondiale portò un enorme sollievo temporaneo, assicurò un minimo di libertà, e la salvezza di milioni di persone, sicurezza e dignità:  > “Spero, credo, che questo sia un anacronistico rattoppo, se sarà fatto a > regola d’arte, lascerà respirare l’Europa almeno per una ventina d’anni, > dandole la possibilità di evitare il prossimo, fatale salto nel vuoto. In > altre parole, cominciamo a renderci conto che questa guerra non è il > cataclisma finale, né il combattimento ultimo fra le forze delle tenebre e > quelle della luce, ma forse soltanto il principio di una nuova serie di > compulsioni che si svilupperanno su un periodo di storia più lungo di quanto > non avessimo pensato in origine, fino alla nascita di un mondo nuovo. Il > nostro compito sarà quello di usare questo periodo di respiro nel miglior modo > possibile. E, incidentalmente, di ringraziare ogni mattina che ci svegliamo > senza una sentinella della Gestapo sotto la finestra”. La verità è che ci stiamo abituando a vivere in una sorta di Apocalisse perenne. Koestler ha detto che la disfatta, a dosi massicce, è una droga pericolosa che crea dipendenza. E noi stiamo vivendo in un periodo di caos con conseguente crollo dei valori tradizionali di una civiltà in attesa della fine dell’interregno. Nascerà un nuovo fermento globale, non un nuovo partito, forse una setta, “un irresistibile stato d’animo mondiale”. E tutto ciò segnerà la fine di questa epoca storica.  Koestler scriveva che forse potrebbero esserci ancora uno o due guerre mondiali, ma non una dozzina, e che il mondo nuovo non sarà quello di Huxley:  > “Hitler ha il merito storico di averci immunizzati contro le utopie > totalitarie, come una dose di vaccino anti-colerico rende immuni dal colera. > Non voglio dire che non ci saranno tentativi simili in altre parti del mondo > durante gli anni di interregno, ma saranno episodi isolati, sintomi > dell’agonia dell’era che muore”.  Questo nuovo mondo porterà anche a ristabilire un equilibrio tra valori razionali e valori spirituali. Ma prima, questo interregno “sarà un’epoca di angoscia e di stridore di denti”, dove i pessimisti si dovranno dedicare all’azione. Questo nuovo movimento non nascerà da una certa classe operaia o dai liberi professionisti, ma “arriverà certamente dalle file dei poveri, di coloro che più hanno sofferto nell’attesa. Il loro scopo principale sarà quello di creare delle oasi nel deserto dell’interregno”. D’altronde, di cosa si parla in giro? Di cosa parla il Quarto Stato? Non parla di Gaza e della Palestina, non parla nemmeno delle ciclabili. Di cosa si parla in giro? Di cosa parlano i quarantenni e i trentenni di oggi? Gli amici operai che ho rivisto quest’estate nelle Marche, non i fighetti milanesi, ma il cuore della (ormai ex) sinistra dell’Italia centrale, non i populisti. No, non parlano di fascismo, parlano del fatto che noi, la pensione, non la vedremo mai. Parlano del fatto che se ci ammaliamo e non possiamo andare a lavorare, non mangiamo. Parlano del fatto che gli stipendi sono ridicoli, che i figli hanno professori che non fanno più un tubo perché hanno (di nuovo) stipendi ridicoli e perché a ogni nota o richiamo si ritrovano gli avvocati pronti a fargli il culo. Parlano del fatto che la direttiva “case green” dell’Europa metterà in ginocchio tutti, ma proprio tutti. Parlano del fatto che di noi, gente senza figli anche per scelta, non si occuperà nessuno, che saremo soli, senza soldi, senza casa e senza pensione e magari pure con un’aspettativa di vita di cento anni (speriamo di no!). Parlano del fatto che magari la erediterai pure la casa della nonna o del papino, ma poi, come mangi? Parlano del fatto che i borghi sono vuoti, che non esce più nessuno, che i ragazzi stanno chiusi in casa a giocare ai videogiochi o a stare sui social. Parlano del fatto che per le donne è sempre più difficile trovare un uomo, perché non c’è più in giro nessuno, perché son tutti divorziati o scoppiati, perché si cerca solo il sesso, perché stanno tutti sulle App, e chi c’ha voglia di usare le App, a quarant’anni, dai. Parlano del fatto che se fai un figlio (uno, per carità!) ti chiudi in casa e basta, perché tanto non c’hai soldi, perché ti passa la voglia di fare tutto, perché sei stanco. Parlano del fatto che quasi quasi se muori è pure meglio, basta che sia fulminante, sia mai che poi c’è da pagare il mutuo per chissà quanto altro tempo. Parlano del fatto che se sei single e ti devi pagare l’affitto da solo, è meglio che muori, come sopra. Sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra la passionalità e la spiritualità, perché anche la politica non diventi più cieca della fede. Koestler ci racconta che in passato i movimenti rivoluzionari avevano sempre avuto una base religiosa o quantomeno legami con essa. Fu durante la Rivoluzione francese che cambiò tutto; fu lei a porre un attacco frontale non solo contro il clero ma contro Dio, ma gli ideali e i principi possono colmare il vuoto solo per un breve periodo.  Il socialismo di Marx nacque proprio sulle basi di questa illusione: che la totale razionalità potesse sostituire l’oppio dei popoli, la religione:  > “Così, mentre nella sfera materiale gli effetti cumulativi dei tentativi della > sinistra portarono a un lento e costante miglioramento delle condizioni > sociali, gli effetti cumulativi nella sfera psicologica furono frustrazione di > deduzione crescenti. Nulla rimpiazzava la fede totale perduta, il credere in > una realtà superiore, in un sistema fisso di valori etici. Il progresso è un > mito superficiale, perché le sue radici non sono nel passato, ma nel futuro. > La sinistra perdeva sempre di più le proprie radici emotive. La linfa vitale > si inaridiva. […] Siamo stati amputati della fede nella sopravvivenza > individuale, nell’immortalità di un Io che amiamo e odiamo più profondamente > di ogni altra cosa, e la ferita di questa amputazione non si è mai > cicatrizzata. Essere ucciso sulle barricate o morire martire della scienza ci > dà un certo compenso; ma l’uomo travolto dal tram o il bambino annegato? > L’uomo medioevale aveva una risposta a questa domanda. Quello che appare come > un accidente fa parte di un disegno superiore. Il destino non è cieco; > tempeste, eruzioni, alluvioni e pestilenze, tutto obbedisce a un piano > misterioso; lassù ci si occupa di voi. Cannibali, eschimesi, e cristiani: > tutti hanno una risposta a questa domanda tra le domande che, seppur repressa, > derisa, nascosta con imbarazzo, rimane ancora, in fin dei conti, la regola > ultima e decisiva delle nostre azioni”.  Quello che sembra rispondere la sinistra riguardo a un uomo investito da un tram? “In un sistema dei trasporti perfettamente socialista, non ci saranno incidenti”. Ed ecco la politica diventare settaria, chiudersi in piccoli circoli, dove l’importante è mantenere ben salda la propria opinione, anche se sbagliata. Una resa incondizionata delle facoltà critiche, sintomo della perdita totale del ragionamento. L’importante è non avere dubbi, perché creano nevrosi:  > “In queste circostanze, quasi tutte le discussioni pubbliche o private con i > drogati del mito sono votate al fallimento”.  Il dibattito è rimosso, l’obiettività sotterrata, gli argomenti accettati solo se si adattano al sistema. Perché l’esperienza della libertà richiede troppo sforzo e attenzione, una presa e un uso di coscienza. Come scriveva anche Max Stirner ne L’unico:  > “Un partito, di qualunque natura esso sia, non può non pretendere una > professione di fede. Il principio del partito, infatti, deve essere creduto da > parte dei suoi membri, che non devono porlo in dubbio o metterlo in questione: > esso deve valere per loro come cosa certa e indubitabile. Questo significa che > bisogna darsi a un partito anima e corpo, se no non si è veramente uomini di > partito, ma invece più o meno egoisti”. Non ci si auspica un ritorno a un Cristianesimo cieco come quello delle Crociate, che infatti cristianesimo non era, ma di tornare a comprendere che solo il mistero è la Spiegazione di tutte le cose, una Spiegazione, come ricordano i mistici, che non può essere formulata e capita in questo nostro piano umano. Illudersi che possa farlo la politica è il danno più grande che si possa fare all’umanità. Dio non è un Dio matematico ma al massimo è un Dio mistico.  Prima di Cristo, gli schiavi non erano solo schiavi, i poveri solo poveri e le puttane solo puttane? Non è stato Cristo, se ci pensiamo, ad aver inventato l’amore? Dopo di lui, tutti hanno potuto essere uguali, per la prima volta, e avere gli stessi diritti e lo stesso valore, qualcosa d’inconcepibile e inaccettabile.  C’è un libro che ho amato molto di Steven Pinker, Il declino della violenza, un saggio che passa in rassegna i secoli della nostra storia, il racconto di come era lecito uccidere, torturare violentare, fare qualunque cosa andasse contro il diritto e la dignità umana. Pinker dà il merito di questo alla scienza, alla scolarizzazione, alla cultura, all’agglomerato urbano che divenne il fulcro della civiltà, ma si dimentica il messaggio di Cristo. Tutti tendiamo a confondere la chiesa con il cristianesimo, i cattolici con i cristiani. I danni fatti dai cattolici nessuno li ha perdonati e probabilmente non li perdonerà mai. A causa di questo, però, si è perso e dimenticato il messaggio dei Vangeli: l’amore. Qualcosa che prima non esisteva. Cristo insegnava ad amare anche il proprio nemico. Questo messaggio d’amore non può essere sostituito da nessun dogma politico, nemmeno i dogmi religiosi, che nulla c’entrano con il cristianesimo. La politica propone un amore all’acqua di rose, non un amore travolgente, di quelli che ti porta a lasciare tutto in nome di quell’amore. Nemmeno il buddhismo si avvicina al concetto di amore, perché la vita non è considerata gioia ma sofferenza, qualcosa di cui liberarsi, non di cui godere nel rispetto di tutti. A un certo punto il buddhismo Mahāyāna si presentò come una sorta di Vangelo, a differenza del buddhismo Theravāda, che rimase più “biblico”, nel senso di rigoroso ed “egoistico”. Ma, al posto dell’amore, il Mahāyāna inserì la compassione, qualcosa di diverso e di lontano dall’empatia, e, soprattutto, distante anni luce dal concetto di amore. La Spiegazione, come la chiama Koestler, oggi ha perso il suo carattere rassicurante, si cerca solo di trasformare lo sconosciuto in conosciuto e l’estraneo in familiare, eppure, la stessa fisica non è di questo mondo, non può essere spiegata e capita totalmente con le forme che conosciamo della fisica classica, perché essa “esiste a un livello differente di organizzazione, i cui rapporti e le cui relazioni non possono ridursi, né essere previsti sul piano del macrocosmo”.  Quindi, arrivare a una Spiegazione completa del mondo non è possibile col metodo della misurazione quantitativa, così come non funzionano le spiegazioni teologiche del passato:  > “In altre parole, la libertà del tutto è il destino della parte; il solo modo > per comprendere il destino è quello di comprendere che si è parte di un tutto. > È precisamente ciò che dice il mistico. Questo non significa che il misticismo > abbia vinto sulla scienza, ma soltanto riconoscere i limiti della scienza > all’interno dei suoi propri termini di riferimento”. Ridurre tutto soltanto a un’ossessione verso i valori etici, rischia di farci crollare nel nichilismo. La soluzione è applicare i valori della contemplazione passiva all’azione pratica. Una sintesi tra il santo e il rivoluzionario. Una contemplazione che liberi dagli ostacoli dei condizionamenti, che non si riduca in quietismo ma nemmeno in entusiasmo fanatico.  Koestler riconobbe i limiti della scienza, che dovrà lasciare spazio all’altra via di conoscenza. Il metodo quantitativo ha già raggiunto lo stato di saturazione, l’unica via ancora percorribile è quella dell’approccio verticale:  > “Raggiungere l’una senza perdere l’altra è forse il compito più difficile e > necessario che la nostra specie abbia mai affrontato. Ma le pie esortazioni > non bastano. Per ritrovare la metà perduta della nostra personalità, la > totalità e la santità dell’uomo, bisogna apprendere l’arte e la scienza della > meditazione; ma per apprenderla bisogna che ci sia chi l’insegni”.  Queste le parole profetiche di Koestler, che sembra aver previsto l’arrivo e la diffusione virale della pratica della meditazione in Occidente in questi tempi moderni:  > “Ma non si può lasciare questo compito alla ciarlataneria dello Yogi da > giornali, e neppure a filosofi illuminati che dispensano un minimo di > informazioni sulla tecnica del respiro, con un massimo di enfasi oscurantista. > […] La contemplazione sopravvive soltanto in Oriente e all’Oriente dobbiamo > rivolgerci per impararla; ma abbiamo bisogno di interpreti qualificati e > soprattutto di una reinterpretazione che usi il linguaggio e i simboli del > pensiero occidentale. Le sole traduzioni sono inutili. Salvo per chi possa > dedicarvi tutta la propria vita, e per gli snob. I Veda mi annoiano a morte e > il Tao per me non ha alcun senso”.  Addirittura, Koestler si augura che si possa cominciare a insegnare la meditazione nelle scuole, cosa che sta realmente avvenendo grazie alla mindfulness:  > “Non per produrre degli eccentrici, ma per restituire all’uomo la sua > integrità. E abbiamo tutte le ragioni di desiderarlo seriamente. La crisi > della Spiegazione ha trovato la sua più violenta espressione nella crisi > dell’etica nella sua proiezione politica”.  La salvezza della civiltà europea per via (forse) di un’altra guerra totale, dipende proprio da questa sintesi tra il santo e il rivoluzionario:  > “Non c’è bisogno di un grande acume per rendersene conto, e soltanto l’inerzia > della nostra immaginazione ci impedisce di crederci – così come in tempo di > pace non crediamo che possa mai scoppiare una guerra, e durante la guerra non > crediamo che ci sarà di nuovo la pace. Dietro la voce di Cassandra della > ragione, c’è in noi un’altra voce soddisfatta e sorridente, che ci sussurra > all’orecchio la dolce bugia che non moriremo mai, e che domani sarà come ieri. > È tempo di imparare a non credere più a questa voce”. Dejanira Bada L'articolo Rivoluzione totale! Arthur Koestler, il maestro per uscire dalla trappola di una vita impossibile proviene da Pangea.
February 10, 2026 / Pangea
Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo
Là dove non ci sono strade > “È detto infatti “Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i > misericordiosi, beati gli operatori di pace”. Chi non procede su questa via si > smarrisce là dove non ci sono strade…” > > (Macario, Homélies spirituelles. Le Sait-Esprint et le chrétien, Om. 27,23, > Abbaye de Bellefontaine, 1984, pp. 270-271) I discepoli presi nella rete della chiamata del Cristo, trascinati in un esodo di cui non intravedono ancora il senso profondo, ora sono lasciati liberi dalla morsa, il pescatore predicatore, il predatore Cristo ora è seduto, sul monte, luogo evocativo della legge antica, a reti aperte, ora tocca a loro, decidere.  Ora tocca noi, sempre tocca a noi, di decidere se avvicinarci a Lui oppure tornare alla nostra vita di prima.Quello spazio tra noi e il Cristo non è mai colmato una volta per sempre, è quello il territorio della nostra libertà, camminargli incontro o fuggire. La vita del discepolo è tutta qui: avvicinarsi o allontanarsi, camminare sulle sue tracce oppure pretendere di dettare il cammino, farsi portare dove non si vuole oppure forzare la Parola trascinandola dove proliferano i nostri interessi, tornare come il fratello minore o stare a distanza come il maggiore, farsi scovare come la pecora smarrita o appendersi come frutto sfinito a un ramo… questa è la nostra fede. Accogliere il rischio delle beatitudini oppure, come dice Macario con una forza che la nostra predicazione pare abbia dimenticato, smarrirsi “là dove non ci sono strade”. > “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si > avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro > dicendo: Beati i poveri in spirito…” (Mt 5) I discepoli accettano il rischio, e accettando l’azzardo della vicinanza scassinano la bocca di Cristo che, come la pietra percossa nel deserto, fa scaturire acqua: così accadono le Beatitudini.  E continuano ad accadere, a provocare. Fonte inesauribile, dolcissima e pericolosa, affascinante e terribile, come è Cristo. Non è acqua di addomesticata, le beatitudini sono gorghi che possono trascinarci a fondo, sono fratture, tagli, spade a trafiggere il nostro uomo vecchio. Sono sentenze di morte le beatitudini scagliate contro le nostre innumerevoli paure. Cristo sul monte, uomo delle beatitudini, sembra già crocifisso, a tentare di attirare ogni cosa a lui.   * Beati già fin d’ora > “Sembrerebbe, insomma, più normale sentirsi dire : «Voi ora siete > perseguitati, ma verrà il tempo in cui sarete beati, perché vostro sarà il > regno dei cieli». Ma no: «Beati» già fin d’ora! Per accettare e comprendere > questo paradosso, bisogna anzitutto guardare a Gesù. Il povero in spirito, il > mite, l’afflitto, colui che ha fame e sete della giustizia, il misericordioso, > il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato – a morte – per causa > della giustizia, l’uomo schernito è lui. (…) Quelli, dunque, che hanno parte a > ciò che egli è stato, quelli che lui si identificano nella loro situazione di > povertà, sono già fin d’ora associati alla sua gloria: «Beati»”. > > (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, 1993, > Edizioni San Paolo, pp. 74-75) Ora il pescatore predatore è fermo sul monte, e le reti rimangono aperte, come la sua bocca, pericolosa e seducente, a noi deciderci di tuffarci o meno nelle sue parole, a noi di farci azzannare dalle beatitudini, la promessa è enorme, il rischio altrettanto, è la grammatica dell’amore. Non si tratta più di parlare di Cristo, di dotte esegesi, di disquisizioni da intellettuali, qui si tratta di cedere, di lasciarsi slogare, di farsi mangiare. Non è una dottrina, è una pratica. Le beatitudini agiscono sul corpo e non sulle idee. Si tratta di farsi carne, di lasciare che il Verbo prenda tutto di noi e ci trasformi in lui. Identificazione, assimilazione, associazione: perdere tutto per essere nel tutto.  Le fauci di Cristo rimangono aperte, Cristo leone, Cristo l’amante, accettare di essere sue prede, consegnarsi al suo bacio cannibale, non c’è altra strada. Nessuna. Per essere beati fin d’ora. Il tempo è breve, è quello della nostra vita, serve decidersi, di lasciarci trasformare in lui immolando gli alibi e affrontando le paure. Non saranno i sapienti a conoscerlo, il cervello è una trappola, un labirinto, illude e confonde, fornisce tutti le giustificazioni del mondo. A conoscerlo per primi saranno i poveri, quelli che non hanno più niente da perdere, nessun ruolo da difendere, quelli che hanno già perso la faccia, i disperati, i folli, le prostitute, i ladri, i falliti. Credere nelle beatitudini è cedere, avvicinarsi e immolarsi. Diventare lui. Che pare cibarsi di pietre di scarto. Pompeo Cesura, Cristo alla colonna, dopo il 1566 * Le beatitudini, un giudizio terribile sul mondo > “Ma forse la beatitudine non ha di mira solo il bene altrui: io credo che sia > chiamato veramente pacificatore colui che conduce ad una pacifica concordia la > lotta che è in lui stesso tra la carne e lo spirito. E questo avviene quando > la legge della carne non impone più il proprio dominio, ma si fa obbediente > agli ordini di Dio”. > > (Gregorio di Nissa, Omelia settima, UTET, Torino, 1992, passim) Percorrere quei passi che separano dal Cristo delle beatitudini, decidere di consegnarsi a quelle affilatissime parole, porta in sé un giudizio terribile sul mondo. Ad ogni passo ci si allontana dalle logiche mondane, non si può credere senza essere immersi seriamente in questa lotta così, ad ogni passo, aumenta la solitudine, la paura di aver sbagliato, la sensazione che si stiano chiudendo tutte le uscite di sicurezza, ad ogni passo la beatitudine chiede mancanza, lacrime, dolore e povertà, ad ogni passo quello che si credeva indispensabile perde di valore, ad ogni passo il Beato si scosta dal mondo, un mondo che rimane bello solo perché porta a Lui ma che diventa sempre più inabitabile. Il Cantico delle Creature è la mappa del nostro ritorno a Lui, ad ogni passo c’è un po’ di morte che entra a prendersi pezzi di noi.  Se troppo ci amiamo fuggiremo dalle beatitudini. Se Lui non ci avesse rapinato il cuore calando la sua rete non avrebbe senso farsi trascinare in questo Altrove. Ma chi crede, girandosi, vede l’inferno, non può tornare. Chi gli ha creduto, il Beato, è un disadattato al mondo, non può invertire la rotta come se nulla fosse accaduto, come se non lo avesse mai incontrato, ecco perché i discepoli non riescono, dopo la Resurrezione del Maestro, a tornare alle barche. O se ci tornano, non resistono. Non si può nemmeno fingere. Tornare al mondo illudendosi di poter rimanere suoi discepoli significa addomesticare il Vangelo, farne al massimo raffinata antropologia, perpetuare riti accomodanti, proporre letture socialmente e politicamente accettabili, tutto questo è negazione della croce, della morte. Tutto questo rende inutile la resurrezione. Tornare nel mondo senza il Cristo delle beatitudini è tradirlo. Non ci sono alternative. Lorenzo Costa, Cristo alla colonna, 1492 ca. * Beatitudini ed éschaton > “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata dalla > giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, > che è diversa dalla scala dei valori del mondo. (…) Se l’uomo comincia a > guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora > vive secondo criteri nuovi e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve > venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella > tribolazione”. > > (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, 2007, Rizzoli, p. 95) Camminare verso il Cristo delle beatitudini, farlo con tutto noi stessi, con la nostra carne, con la nostra debolezza, con il coraggio che pervade solo i cuori davvero innamorati, camminare verso di lui, lasciarci alle spalle il mondo è possibile solo se sappiamo anche ridere di noi, se abbiamo conosciuto che siamo solo un soffio, un quasi niente, ma che siamo un niente prezioso ai suoi occhi. Siamo soffio ma Cristo vuole respiraci, questo è il vero miracolo, la vera salvezza.  Ci si allontana dal mondo e da noi stessi, solo quando la compagnia di Gesù diventa indispensabile, totalizzante. Ci si affida alle beatitudini, ci si fa sbranare dal Vangelo solo se nella battaglia della vita abbiamo sperimentato che l’Amore è più forte della morte, che Lui è l’Amore, e che l’Amore è eterno. Una fede senza escatologia non è fede, è un corpo morto, dissanguato, è la vittoria del male sulla vita.  Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è immergersi nell’éschaton, è itinerario mistico, è individuare nella cruna lo spiraglio di luce e sentire che siamo fatti per passarci attraverso. “A partire da Gesù entra gioia nella tribolazione”: ma non c’è gioia che possa chiamarsi tale, non c’è beatitudine che possa reggere l’urto della vita senza resurrezione.  Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è lo stesso gesto che sarà richiesto ai discepoli dopo la sepoltura di Cristo, lo stesso itinerario richiesto a ciascuno di noi: entrare nel sepolcro per comprendere che tutto è beato perché tutto è creato per risorgere a vita eterna. Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Antonello da Messina, “Cristo alla colonna”, 1476-78 L'articolo Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo  proviene da Pangea.
February 1, 2026 / Pangea
“Vivere significa avanzare verso l’ignoto”. Leggendo Romano Guardini
> “Nel mondo la verità è debole. Basta una piccolezza per oscurarla. Il più > stupido degli uomini può ferirla.” Anche io mi perdo. L’età e l’uso del mondo usurato si aspetterebbero io prenda tutto in maniera compassata: dovrei averne viste abbastanza per non provare altro che sbadiglio rispetto alle smorfie ciniche e brutali del mondo-così-com’è, e non mostrare sgomento poiché lo sgomento, che è una boccaccia dello stupore, è dei bambini e i bambini si sa sono le vittime totali più che perfette.  Chi non uccide per tempo il bambino che è stato non sopravvive, questo il contorto mondo-così-com’è lo insegna chiaro e forte.  Eppure mi perdo lo stesso, con sgomento, per i disordini nell’Iran che non ne può più di essere teocratico e per quelli sotto casa dove c’è ancora chi pretende non ci si possa non dire cristiani, per le violenze reiterate in strada e in fin troppe parti del mondo che è un impero più a pezzi dei nervi di chi allucinato crede sia ancora possibile imperarci su, sui miliardi di persone che lo abitano.  Durante la settimana appena trascorsa ho passato del tempo con dei ventenni per le svariate ragioni che poi sono sempre la stessa, l’occasione che provano a cogliere per chiedere a un adulto: “Tu che sei sopravvissuto alla giovinezza, mi dici per quale ragione si sta al mondo?”.  Dovrei dirgli quello che dicono tutti, ovvero quello che tutti omettono: che come per sopravvivere all’infanzia devi uccidere il bambino, per sopravvivere alla gioventù devi ucciderla – l’età adulta è l’età della colpa, quella di chi nella migliore delle ipotesi s’è macchiato dell’omicidio solo di sé stesso. Coloro cui tocca l’ultima età hanno l’esclusiva della straziante ammissione di essere sopravvissuti passando sui propri cadaveri e su quelli di chissà quanti altri. Ci si salva dalla caduta precipitando sul morbido di strati e strati di sommersi.  Altre volte avrei risposto ai ventenni come me l’ero cavata io ai tempi: leggendo Dostoevskij, Seneca e i manuali della perfetta umanità di quello scrittore italiano che è postumo già in vita. Invece mi sono limitato a offrire il giro da bere, a buttare lì: “Rivediamoci tra dieci o venti anni, poi mi direte”, e mi sono messo a leggere Virtù di Romano Guardini, perché per sopravvivere al soffocante senso di impostura generale un pensatore che pensa l’etica senza tentennamenti bizantini è la bomboletta d’ossigeno che mi ci voleva. Romano Guardini l’ho conosciuto leggendo L’essenza del cristianesimo, me lo regalò D un’estate di qualche anno fa, allora non sapevo Guardini chi fosse, il peso che avesse avuto nella formazione del papa argentino, e ora come allora non so quale sia il rapporto di D rispetto al cristianesimo, probabilmente di disaffezione e delusione come è il più delle volte per chi il cristianesimo o qualunque altra religione la incontra, o gli è fatta incontrare, quando è bambino, quando è giovinetto: le vecchie religioni non reggono l’urto del mondo nuovo come è, per questo ci si preoccupa tanto di aggiornare la pastorale: in un’epoca di lupi mannari essere formati per diventare un mite gregge da beato macello industriale suona come invito al suicidio di massa per cui sono rinomate le sette che non ce l’hanno fatta a sfondare per aggiudicarsi l’otto per mille. Io che non ho religione avendo imparato ad ammirare il tono sapienziale di Romano Guardini sono diventato a mia insaputa uno di quegli atei devoti che si definiscono atei per depistare meglio e che per lo più sono devoti al ritorno di immagine del passarsi all’opinione altrui quali dei convertiti mancati, che vorrebbero tanto poter disporre di una fede che però, se ancora gli manca, non sarà neppure più a causa loro ma del dio che non gliela conclama? Naaah, ateo passi pure, per quanto sia una parola con la sua etichetta prestampata su, ma devoto proprio no. La fede, che per Romano Guardini è una verità alla cui luce riflettere sul mondo, per me non è e non può essere una verità affatto, ma una presa di posizione per chi ce l’ha, per chi la rivendica, grazie alla quale orientarsi rispetto al mondo, un punto di vista che permette di interpretarlo, percorrerlo, giudicarlo, riformarlo.   In questo senso, la scelta è tra una fede, ovvero una visione, e la cecità, dopodiché non è detto che esista un punto di vista più definitivo degli altri, anzi più un punto di vista vuole delegittimare e neutralizzare e oscurare tutti gli altri più si rischia una nuova forma di cecità indotta. La guerra tra religioni – dichiarate in quanto tali o no – è il grottesco spettacolo di ciclopi che provano a orbarsi l’un l’altro per vantare il predominio sulla verità da parte dell’unico che resterà al più con mezzo occhio aperto, laddove senza una visione almeno binoculare resta inaccessibile la percezione della tridimensionalità di una realtà che magari di dimensioni ne avesse solo tre o quattro.                  Di Romani Guardini ammiro che rivendichi la virtù intesa “come quell’istanza la cui realizzazione rende l’uomo autenticamente uomo” (con quell’uso estensivo della parola uomo per intendere uomini e donne che comunque una avvisaglia sul punto di vista maschiocentrico di chi parla ce la dà).   Virtù ovvero ricerca di valore che aiuti a capire se non il perché si sta al mondo quanto meno quale è il modo migliore per starci, poiché finché uno nel mondo non riesce a starci bene è assai dubbio reputi che la ragione del suo trovarcisi all’interno sia benevola – fino ad arrivare alla riflessione/consolazione del sopravvissuto adulto: si sta al mondo per capire come poterci stare dentro nel miglior modo possibile per sé e per gli altri, dato che come non c’è un sé se non ci sono degli altri rispetto a quel sé, allo stesso mondo se non ci possono essere gli altri se non ci sono rispetto a un sé di riferimento. Correggendo l’aritmetica pirandelliana: se c’è un uno ci possono essere gli altri centomila e passa ma se non c’è nessuno non può esserci nessun altro. Rispetto al ritorno del caos a reti unificate che sollievo leggere che “Chi invece sa che cosa è l’ordine, sente la pericolosità, anzi l’arcana minaccia del disordine.” Eppure l’ordine non è una minaccia arcana altrettanto? Lo stesso Guardini scrive: “In ogni virtù si annida la possibilità dell’anti-libertà.” In Guardini per fortuna l’ordine non è una soluzione politica conservatrice, retropica, securitaria, ma la ricerca di un equilibrio, di una armonia, di una serenità possibile all’interno di un mondo impossibile per la convivenza umana che pure, beckettianamente, è più che possibile, è addirittura reale. Quando leggo “Si è sviluppata in tempi vicini una concezione dello Stato secondo cui [a] esso, in vista della potenza, del benessere, del progresso, ogni iniquità è permessa. Quando un’ingiustizia ha raggiunto il suo scopo benefico, cade nel nulla” mi figuro Guardini bloccato alle frontiere statunitensi, ai checkpoint israeliani, per ben sospetta connivenza col nemico, poi mi ricordo che è morto nel 1968 e penso fiuuu, se l’è scampata quest’epoca in cui i cosiddetti governi liberali e democratici se ne inventano di ogni per far passare sotto il cappello della legalità la decapitazione dei diritti e delle garanzie su cui dovrebbero fondarsi. Leggendo Virtù scopro l’uomo, e la donna, che vorrei piacesse essere a me e agli altri: verace, “Significa non soltanto dire la verità, ma anche farla”, capace di accettazione, “In fondo ciò che importa è soltanto che tu sia leale”, “È sempre l’accettazione del reale che fonda la lealtà dell’esistenza”, paziente (come il Dio di Guardini che “non solo ha fatto il mondo, ma lo tiene e lo porta. Egli non se ne annoia”), giusto, “L’uomo non soltanto è, ma il suo essere gli è affidato e gli viene attribuito quanto egli ne fa”, rispettoso, “È forse lecito dire che ogni vera cultura comincia con il fatto che l’uomo si ritrae”, fedele perché i fedeli “creano stati d’animo duraturi”, disinteressato, “Sembrano farsi rare le persone che compiono la propria opera in dedizione pura semplicemente perché essa è valida, perché essa è bella”, ascetico quando per ascesi si intende “rinunciare a ciò che non può essere”, e coraggioso!  > “Poiché il futuro, a dispetto di prognosi in casi particolari, è appunto > l’ignoto. Ma vivere significa avanzare verso l’ignoto, ed esso può delinearsi > dinanzi ai nostri occhi come un caos entro cui dobbiamo osare di > precipitarci.” E la bontà? La tanto sputtanata e infangata bontà degradata a buonismo, wokismo per niubbi, coglionaggine patologica degli amanti delle culone inchiavabili?  > “Un uomo buono è uno che ha una buona opinione della vita, che pensa > fondamentalmente bene di essa.”  Bisogna essere coraggiosi per essere buoni. Bisogna avere fede nella certezza che essere virtuosi renda la vita un buon posto dove continuare a stare.  > “Una vera bontà lascia a ciò che vive lo spazio aperto e libero movimento, > anzi glielo dona, glielo crea, giacché solo là la vita può fiorire.” Per quale ragione siamo al mondo? Per dare alla vita che c’è toccata l’occasione di fiorire, perché non resti sommersa. Come può fiorire? Vivendo virtuosamente, dove la virtù è l’arte di condurre la propria vita per farne un capolavoro, come pure esortò quel papa polacco che pure ne ha dette e fatte tante, di segno opposto ma comunque lasciandone uno. Guardini continua col catalogo tutt’altro che per madamine: un uomo e una donna degni di definirsi umani coltivano la comprensione, la cortesia, la riconoscenza, il raccoglimento, il silenzio:  > “Dobbiamo darci da fare. Dobbiamo difenderci contro l’ininterrotto fiume di > chiacchiere che percorre il mondo, difenderci come uno che ha il petto > oppresso e cerca di assicurarsi il respiro”.   Come si sopravvive al mondo, nel mondo? Assicurandosi il respiro. Leggendo Guardini, stando con Guardini, dando tempo e spazio al proprio pensiero meditando le riflessioni guardiniane, stando in guardia dall’implicito predicare pro religione sua di Guardini, la mente respira, di disintossica, si fortifica. Si addestra per stare nel mondo, per cercare e decidere contro e per che cosa lottare moreschianamente nel mondo, per quel mondo che poi siamo sempre io e gli altri, gli altri e io. Se esiste un lettore ideale di Guardini di certo non sono io che ne avrò fatto una lettura mutilante, secolarizzante?, ateizzante?, più umanistica che teologica, ma Guardini scrive in modo così sincero e intelligente che distrugge a monte la possibilità di un lettore ideale se per ideale si intende un lettore che sa cosa sta per leggere fin da prima di iniziare a leggere. Guardini non è una lettura per credenti o per non credenti, è una lettura per chi resta del parere, o della fede, che l’umano si distingua all’interno del regno animale per la sua facoltà più o meno stupefacente, più o meno sadomaso, più o meno praticata, di pensare sé stesso in relazione a tutto ciò che non è soltanto sé stesso.  Mi viene così naturale diffidare da chi per pensare l’uomo non può prescindere del pensiero di un dio che l’abbia creato e rispetto al quale sia in immodificabile rapporto di dipendenza ontologica. Dovremo però pur ricominciare da qualche parte, semper incipe!,  per non andare tutti del tutto in pezzi. Per cui ben venga chi insegna a pensare cosa può esserci di umano nell’uomo pur senza saper fare a meno di un dio che l’abbia pensato per primo, a differenza mia che posso pure fare a meno di un dio, a patto di non dover fare a meno del pensiero degli altri che sono io, dell’io che sono gli altri, disposto semmai a discutere l’ipotesi di un dio che se ha creato l’umanità sarà stato per avere finalmente a disposizione un punto di vista diverso, e finalmente sessuato!, dal suo proprio su sé stesso e su tutto il resto che prima della creazione neppure c’era. antonio coda L'articolo “Vivere significa avanzare verso l’ignoto”. Leggendo Romano Guardini proviene da Pangea.
January 29, 2026 / Pangea
“Dio passerà. Resterà l’Essenza”. Intorno al trattato mistico di Stefano bar Sudaili
La scarsità di notizie biografiche intorno a Stefano bar Sudaili ne ha amplificato, nel difetto, il fascino. Nato intorno al 480, originario di Edessa, fu monaco; le sue idee gli attirarono le antipatie, tra gli altri, di Filosseno di Mabbug: fu costretto a un’esistenza stretta tra fughe – in Palestina –, ristrettezze, eremitaggio, studio.  L’unico testo a lui attribuito, il Libro di Ieroteo – conservato in siriaco, in una sola copia del XIII secolo, ora al British Museum, contenente l’ampio commento del patriarca di Antiochia, Teodosio –, conosciuto anche come Libro dei misteri nascosti della casa di Dio, narra le perigliose peripezie della “Divina Mente” per sciogliere il mondo dal male e gli uomini dal peccato, riconducendoli al Bene. L’intelletto divino precipita fino alle origini e alle ragioni del male – ben oltre gli inferi e lo Sheol, nell’“abisso degli abissi” dove dimora il Non Essere – per distruggerlo: sradicare l’effigie dell’Albero della Vita significa riportare l’umanità allo stato edenico, dopo la caduta.  Più in particolare – al di là del dramma cosmogonico – il Libro di Ieroteo dettaglia il drammatico pellegrinaggio della mente per ‘confondersi’ nell’Essenza da cui proviene ogni vita. “L’intelletto ascende verso Dio in un cammino di passione, crocefissione e morte; segue quindi una resurrezione nella quale è posto davanti a un albero che riassume in sé tutti i mali, e con quest’albero combatte per distruggerlo… L’intelletto comprende allora che deve ridiscendere alla radice dell’albero per togliergli la forza vitale e inizia la ridiscesa tra sofferenze e lacrime” (Sabino Chialà, in: La mistica cristiana, Mondadori, 2020, p.799; il tomo propone una traduzione diversa e più ridotta del Libro di Ieroteo rispetto a quella proposta in calce). L’autore del Libro di Ieroteo, di involuta bellezza, fu accusato di eresia, di diffondere la tesi dell’apocatastasi, la ‘restaurazione’ di tutte le cose nei meandri di Dio, già propagata da Origene. Fu preso per panteista (“Passato a studiare in Egitto, vi s’imbevve delle dottrine di Origene, le quali poi lo condussero verso una concezione panteistica dell’universo, secondo la quale tutto è veramente in Dio”, così Giuseppe Furlani). Palesi sono i legami tra il Libro di Ieroteo e le dottrine dello pseudo-Dionigi, a testimonianza di un cristianesimo ‘del sottosuolo’ che continua a conquistare, a fermentare nei ‘sentieri interrotti’ del dire divino. Ieroteo – discepolo di san Paolo e primo vescovo di Atene – è, in effetti, il mitico maestro dell’autore della Teologia mistica: il ‘libro’ che gli è ascritto – secondo la finzione operata da Stefano bar Sudaili – sarebbe stato scritto nel I secolo.  Di certo, pensare che “Dio passerà, Cristo cesserà di essere, lo Spirito non sarà più detto Spirito”, dona cosmica ebbrezza, rende fatui eroi di una sapienza che supera quella degli angeli. Secondo il cristianesimo estremista di Stefano bar Sudaili, i nomi sono gusci vuoti, crisalidi efficaci su questa terra ma inutili nel Regno dei Cieli, dove permane soltanto l’Essenza. Beatitudine innominata, aliena al nostro bastonarci, qui. Il tempo delle distinzioni, del bene e del male, del vero e del falso, è destinato a finire in virtù della riconciliazione ordita dalla Divina Mente.  Una pagina del Libro di Ieroteo, con commento, digitalizzato dalla Library of Congress Chi ha orecchi tesi, riconosce nell’itinerario tracciato dal monaco di Edessa il germe dell’Itinerarium mentis in Deum di Bonaventura; nella perpetua lotta delle mente contro le essenze demoniache agiscono, sì, gli apoftegmi dei Padri del deserto, ma pure le più orrorifiche rappresentazioni del buddismo: il male non va scansato ma combattuto, vinto.  Il Libro di Ieroteo, per lo più sconosciuto, propone un ardito percorso di ascesi intellettuale – un addestramento per non soccombere ai demoni: piacerebbe a Jorge Luis Borges, se non altro per l’aristocrazia teologica di cui è intriso. È il libro scritto da un uomo solo – da un cieco veggente – da un folle. Un libro voluttuosamente anticlericale, che desta dalla letargia la nostra allegorica mente. Alcuni studiosi – Arthur Frothingham, docente a Princeton, ha curato un’edizione pionieristica del Book of Hierotheos, Leida, 1886 – magnificarono il genio dell’enigmatico Stefano bar Sudaili, “seguace di Origene e della scuola alessandrina, benché intriso di sapienza gnostico cabbalistica. Proclamò con audacia le sue dottrine; Filosseno lo descrive come un uomo colto, dedito allo studio della Scrittura, che interpretava secondo il metodo cabbalistico, portando all’eccesso questo tipo di esegesi”. Il Libro di Ieroteo, per il suo carattere esoterico, cifrato, per pochi, finì per rappresentare il genio del cristianesimo ‘eversivo’, al di là di ogni struttura ecclesiale; un cristianesimo ‘esclusivo’: “Il fondamento dell’esperienza della mente è la sua assoluta identificazione con Cristo; ma il Figlio, infine, cede il regno al Padre e ogni esistenza distinta giunge all’indistinzione, si perde nel caos del Bene”.  Come molti testi intrisi di neoplatonismo, le ragioni del fascino del Libro di Ieroteo concordano con i suoi limiti. Il corpo – il centro del cristianesimo – è del tutto sbiadito, sbriciolato; Cristo è una ‘figura’ che verrà sfigurata nel giorno della vittoria sul male, è un mero tramite. Eppure, evangelicamente, tutto converge in Cristo, le sue stimmate sono le canoe del nostro andare da disadatti; il dono non prevede condono e il creato ha senso soltanto se è costantemente redento dalla creatura. I nomi sono transitori, è vero, ma il Nome si staglia perenne, imperituro; il Verbo non occupa le virtù del vocabolario, l’Altro non è altrove: questo linguaggio ci è connaturato, con i suoi impeccabili disastri, e l’amore è il modo più potente di essere. All’intelletto, infine, possiamo pure rinunciare. *** Dal Libro di Ieroteo I Ogni natura intelligente è determinata, conosciuta e compresa dall’essenza che le è superiore; determina, conosce e comprende l’essenza che le è inferiore – soltanto alla pura mente pertiene la visione del superiore e dell’inferiore.  Nemmeno alle intelligenze angeliche vengono rivelati i supremi misteri delle menti sante e pure.  Il Bene che noi glorifichiamo è il potere universale costituente, che provvede e soddisfa l’Universo dal quale tutte le esistenze distinte, mediante separazione, sono giunte ad essere e verso il quale desiderano continuamente ritornare.  * II L’opera della mente ha per fine la gloriosa ascesa, dacché Dio non desidera che le menti cadano e vuole riportarle a sé. Coloro che desiderano ascendere devono unire la Natura-di-Bene che è in loro alla propria essenza, in modo da rimuovere ogni traccia del principio opposto. Per questo, occorre purificare l’anima e il corpo, affinché la veste sia candida, spoglia – in caso contrario, la mente cadrà durante l’ascesa.  Quando la mente ascende, il corpo è come morto e l’anima è tutta assorbita nella mente – librandosi, liberata, la mente ignora ciò che accade sulla terra. Tutte le essenze dei demoni, allora, si radunano per opporsi ad essa; ma la mente le sconfigge e il Signore la solleva con la mano della sua bontà fino al firmamento, dove urlano le schiere degli angeli: Sollevate il capo, cancelli del cielo, ché il re della gloria entra! Quando la mente è resa degna di ascendere al di sopra del firmamento, che è il muro intermedio della separazione, è come un bambino appena nato che passa dalle tenebre alla luce.  * III …tuttavia la radice del male e del principio opposto non è del tutto sradicata, ma, raccogliendo le forze, riappare e cresce fino a diventare un albero immenso i cui vasti rami costringono al buio le menti divine, le alienano dalla perfetta luce del Bene.  Nel lungo, terribile combattimento che segue, la mente taglia e brucia più volte i rami dell’albero, ma il male germoglia ancora, ancora, con uguale forza dalla radice, ancora intatta. Infine, per illuminazione divina, la mente capisce che deve discendere nelle regioni più basse, dove sono piantate le radici dell’albero del male. Per la mente inizia ora un doloroso ritorno, attraverso le regioni che aveva asceso, giù, giù, sotto terra. Lì si scontra contro i feroci demoni del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest, fino a essere uccisa. Tuttavia, Cristo, la grande mente, si rivela, apre le porte dello Sheol e riporta in vita la mente, la solleva dalle regioni infere. Di nuovo, allora, la mente compie la seconda ascesa verso le regioni che già conosce e diventa degna del battesimo spirituale, in Spirito e fuoco, senza il quale non esiste vita.  A questo punto, non esistono più ostacoli: la mente non è semplicemente simile a Cristo ma a lui identica, degna del premio del sacerdozio divina, degna di unirsi al Bene. La mente, ora, non è più mente ma Figlio, operando secondo la Sua volontà, che giudica, crea e vivifica, ordina e costituisce.  * V La Mente Divina varcherà i cancelli dello Sheol e le essenze dei demoni si riuniranno per combatterla – ma verranno distrutte, trafitte; illuminate le menti che vivono nel tormento, liberate, perdonate.  Anche le regioni infernali verranno illuminate e perdonate: non saranno meno luminose dei regni celesti.  Ora che la mente ha scacciato da sé la natura avversa, desidera sradicare l’origine del male e taglia l’Albero della Vita. Tutte le menti un tempo schiave della perdizione ora vogliono unirsi alla Mente Divina, ma tramite il Figlio verranno impartiti i tormenti. La mente discende nel luogo del Principe delle Tenebre; la mente si immerge oltre lo Sheol, nell’abisso degli abissi, nel luogo sotto ogni luogo, dove sono le radici del male, che desidera distruggere.  Dopo aver decretato il Giudizio, la mente vuole vedere l’Essenza Insensibile, l’essenza ribelle. Essa non ha nome nominato sulla terra né sottoterra; essa non possiede alcuna natura: chi ne è imprigionato non vedrà resurrezione né vita. Irrazionale, incosciente, senza vita, insensibile, ha per nome Non-Essere. Fin dal principio, non recò frutti e cadde – cadde dall’essere mente all’essere uomo – e fu animale, e fu bestia, e fu demone e demonio e infine, avendo abbandonato completamente il Bene e la Natura, fu nulla. Nonostante la mente gli tenda la mano, non si sottomette.  Tutto è compiuto, ora, nei sotterranei del creato e mentre la mente compie la sua ascesa, mossa dal desiderio di farsi Padre, vede le spoglie di chi ha ucciso e desidera risorgerli e misericordia la comprime. Allora elargirà il bene a tutti, ai giusti e ai malvagi, e tutti farà simili a lei. Tutte le menti che discendono dall’Essenza alla Divina mente ascenderanno perché Voi siete fratelli, in verità, ossa delle mie ossa, carne della mia carne, è detto.  Questa è soltanto una piccola parte della glorie della Mente quando è confusamente mescolata al Bene del Creatore universale.  Resta da dire della divisione tra unione e assorbimento e mostrare se Cristo sia unito o assorbito al Creatore. Nell’unione ciò che è distinto sembra indistinguibile ma è retto dal principio di distinzione. Al contrario, in ciò che è assorbito non si nota alcuna distinzione. A Cristo diamo il nome di unione – per ciò che è assorbito non esiste nome.  Tutte queste dottrine, figlio, ignote anche agli angeli, te le ho rivelate benché le debba espiare con il disprezzo dei miei simili. Sappi dunque che l’intera natura sarà confusa con il Padre: nulla perirà o sarà distrutto – tutto tornerà, santificato, unito, confuso. Dio sarà tutto in tutto. Anche l’inferno passerà e i condannati saranno liberati.  Tutti gli ordini e le distinzioni cesseranno – Dio passerà, Cristo cesserà di essere, lo Spirito non sarà più detto Spirito. Resterà l’Essenza.  Allo stesso modo in cui ogni natura razionale è governata dalle sue leggi, così ogni natura irrazionale obbedisce a leggi speciali.  *In copertina: William Blake, “Pity”, 1795 ca. L'articolo “Dio passerà. Resterà l’Essenza”. Intorno al trattato mistico di Stefano bar Sudaili proviene da Pangea.
January 10, 2026 / Pangea
“Decifrare il linguaggio sacro”. Rabano Mauro: dal caos al cosmo
Fino a poco tempo fa, tutto risplendeva – tutto aveva un senso visibile e chiaro, come un fuoco: ogni fiamma, pur tentacolare, aveva un volto, contraeva un patto. Il mondo era una famiglia. Il grano riguardava l’astro che ne garantiva la crescita e la mano, a stella, che lo raccoglieva; l’albero era imparentato al corvo che vi atterrava sopra, della specie di Saturno; il fiume, a leggerne i sussurri, a strologare la cifra delle strolaghe, garantiva figli dai capelli corvini, agilità nel corpo. Nutrirsi di alcune piante permetteva certe qualità; necessario era apprendere i poteri della vasta famiglia dei rettili e degli anfibi. Il volo degli uccelli, lassù, interferiva sulla nostra sorte, quanto l’opera magnetica dei pianeti.  Anche la volpe che ieri notte ha attraversato la strada, trasfigurata dai fari della mia macchina, cucendo bosco a bosco, quella volpe Mercurio, partecipa della mia vita, ha un senso.  L’era della misura ha tolto lo spazio dello smisurato: la sapienza, parcellizzata in saperi, è mutilata; all’osservazione e alla speculazione astrologica si è sostituito l’osservatorio astronomico, il tempio è sottomesso all’accademia. È vero: la chirurgia ha soppiantato le erbe curative, i maghi e i mestatori di formulari – vivremo tutti, tiepidamente felici, grigi pingui pinguini, fino a centocinquant’anni – sia gloria al dio della salute; la salvezza resta altrove. Fino a poco tempo fa, intendo, il mondo non era costellato di ‘corrispondenze’ o di ‘segni’: il mondo aveva un significato. Interpretare i segni è già il sintomo di un’era insignificante. L’era del simbolo teneva insieme l’uomo, la terra, il cielo – corrispondenza significava corresponsabilità. Di questo mondo – che è poi, autenticamente, il nostro, quello di Dante e di Francesco – Rabano Mauro è l’enciclopedia vivente, l’esegeta sommo. Abate di Fulda, arcivescovo di Magonza – dove muore nell’856, il 4 febbraio, il giorno in cui la Chiesa fa memoria della sua santità – Rabanus Maurus Magnetius fu istruito da Alcuino, visse gli incerti che seguirono agli anni di Ludovico il Pio, scrisse tantissimo, investigò il tutto. Del suo libro ‘totale’, il De rerum naturis, “una cosmologia… ovvero una descrizione della realtà nel quadro di una visione unitaria del mondo”, in cui l’abate di Fulda “descrive ogni cosa che riguarda il mondo conosciuto, dall’umile chicco di grano alla costellazione di Boote, nel tentativo di abbracciare la totalità dello scibile in una rappresentazione del micro e del macrocosmo coerente con la dottrina cristiana”, Claudia Gualdana (da cui ho tratto le citazioni) traduce, con talento sgargiante, devota al culto dei libri assoluti che ora passano per eccentrici (va ricordato il suo Rosa. Storia culturale di un fiore, Marietti 1820, 2019), il libro IX come Il mondo e gli astri (La Vita Felice, 2025). Il libro – che è poi un manuale, un tascabile che si snoda per centocinquanta pagine, un universo in miniatura – è straordinario perché ci orienta agli elementi primi, riporta – secondo sintesi mirabile – ‘il tutto nel frammento’, conduce dal caos – di cui si nutre un certo cristianesimo esagitato, in adorazione del buio – al cosmo. Così, scopriamo che  > “il cielo è stato chiamato così, proprio come se fosse un vaso caelatum, ossia > cesellato, perché reca incise le luci delle stelle come se fossero sigilli”.  Della luna è detto che “rappresenta le avversità del mondo”, ma anche la Chiesa (perché – intuite l’introibo da raffinato polemista di Rabano – “essendo stata creata nella dimensione temporale, come la luna talora si fa più piccola, talaltra cresce, ma sebbene essa sia soggetta a calare, diminuisce in modo tale da essere sempre restituita alla sua integrità originaria”) e “l’era presente, perché è in costante mutamento”. I corpi celesti non sono geroglifici: come ogni corpo – compreso quello umano, che dell’universo è mappa vivente, in calligrafia di vene, ossa, arterie –, hanno diversi sensi – letterale; allegorico; anagogico – e sensibilità; l’abate sviscera tutti i significati con dovizia di citazioni bibliche. Il compito di Rabano Mauro è titanico: egli va risignificando il mondo alla luce della rivelazione di Cristo. Così, alle enciclopedie ‘pagane’ – il mito classico, che armonizzava l’antico mondo – sostituisce il nuovo codice cristiano. Rabano offre la chiave per interpretare ogni minuta cosa: il tuono – “che è stato chiamato così perché il suo suono terreat, ovvero atterrisce” – e le braci – “indicano le concupiscenze illecite dell’animo” – il vento “violento e veemente” e le Pleiadi, “l’annuncio della comunità dei santi che, nella tenebra della vita presente, ci illuminano con la luce della grazia dello Spirito septiforme”. Di Lucifero, “la stella del mattino”, è detto che “può alludere al Salvatore o alla luce della vera conoscenza”; nel suo “significato malefico” marca il senso della “caduta dallo splendore eterno fino alle tenebre infernali”.  L’opera di Rabano Mauro serve a sanare, tra l’altro, l’impropria affermazione di Robert Graves, il geniale poeta de La Dea Bianca. A suo dire, una “frattura… separa il cristianesimo dalla poesia”, tanto che “è ormai impossibile combinare le funzioni un tempo identiche di sacerdote e di poeta senza fare violenza all’una o all’altra vocazione”. Allo stesso modo, l’indole “crudele, capricciosa, sfrenata” della Dea Bianca contrasta con il culto della Vergine. Graves – che sognava di rifondare un ordine ‘bardico’ della poesia e di ricondurre la parola poetica al suo ancestrale potere magico, teurgico, e che di fatto ha avuto un unico, straordinario allievo: Ted Hughes – ha, come sempre, ragione. Proviene, però, da un regno in cui la “rivoluzione puritana” ha sistematicamente cacciato dal tempio i druidi e i bardi, ha disonorato i boschi considerandoli mero ornamento quando non materia prima per imprese di falegnameria. In realtà, al netto di un semplicistico ‘romanticismo’ – che fa del poeta il ribelle, l’eresiarca costi quel che costi, mentre è da sempre il custode dell’ordine, il suo cardine; e non mi riferisco certo all’ordine mondano, alla viltà del potere terreno, infine impotente se non sostenuto da armi di assassinio di massa –, il poeta, come gli apostoli, parla le lingue e guarisce dal male; la sequela Christi è fonte di infinita opera.  “Decifrare il linguaggio sacro”, come scrive Rabano Mauro, è compito dello studioso e dell’artista. Così, nel formidabile Liber de laudibus Sanctae Crucis, lirico laudario costellato di calligrammi, la parola è la cosa, la forma è la formula, ciò che è nominato, d’improvviso, vive, con ferina evidenza – ulula l’io e l’Iddio. San Paolo insegna che si prega “in modo conveniente” dando in “gemiti inesprimibili” (stenagmois alatetois; Rm 8, 26). Si prega verseggiando come fanno le creature: secondo il ronzio della mosca, l’adulare dei lupi, il fruscio degli astri.   *Le immagini in copertina e nel testo sono tratte dal “Liber de laudibus Sanctae Crucis” di Rabano Mauro L'articolo “Decifrare il linguaggio sacro”. Rabano Mauro: dal caos al cosmo proviene da Pangea.
November 1, 2025 / Pangea
“Un’iniziazione allo stupore”. Dialogo con José Tolentino de Mendonça
Il card. José Tolentino de Mendonça (Machico, Madeira, 1965) è prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione dal 2022. Ha alle spalle una lunga e riconosciuta attività di scrittore. La sua prima raccolta di poesie, Os Dias Contados, è uscita nel 1990, lo stesso anno in cui è stato ordinato sacerdote. Nel 2018 fu invitato da papa Francesco a predicare il ritiro di Quaresima per la Curia romana e nello stesso anno quelle meditazioni sono state raccolte in Elogio della sete (Vita e pensiero). Tra i suoi titoli più recenti in lingua italiana ricordiamo: Una grammatica semplice dell’umano (Vita e Pensiero, 2021), Il papavero e il monaco (Qiqajon 2022), Estranei alla terra, (Crocetti 2023), Amicizia. Un incontro che riempie la vita(Piemme 2023). Il prossimo anno l’editore Crocetti pubblicherà la sua ultima raccolta di poesie, Il centro della terra. Quali sono i suoi primi ricordi da bambino? La prima parte della mia infanzia è stata africana e se dovessi riassumerla in una parola, sceglierei la parola “vastità”. I miei primi ricordi riguardano proprio la consapevolezza di quella vastità, del territorio come del mare. Abitavo in una casa sulla spiaggia davanti al mare, nella località di Lobito in Angola: quell’esperienza mi ha segnato profondamente, perché era un’iniziazione allo stupore. Se penso ai primi anni di vita, da quando ho coscienza e memoria, è questo lo stupore che poi mi ha sempre accompagnato. Mi ricordo per esempio la scena dell’arrivo dei pescatori al mattino, dopo una notte passata in mare, e le donne, le donne nere del popolo, che aspettavano senza scarpe vicino all’acqua l’arrivo di quel pesce che sarebbe poi stato loro compito distribuire. Era una scena di grande intensità, era l’immagine di un mondo puro. Una volta ho letto che Omero usa circa trenta espressioni per descrivere l’azzurro del mare senza ricorrere al termine “azzurro”. Lo descrive in tante forme, lo descrive parlando del bianco, parlando delle voci, del sole, delle navi, della fame umana, della bellezza delle grandi ricerche. Quando ripenso a quegli anni penso a queste immagini, che il mare era azzurro, io l’ho visto azzurro, ma l’ho visto azzurro nel bianco, nel verde, nel giallo, nel marrone, nel nero. E tutto questo mi ha offerto l’inizio di una visione.  Queste suggestioni mi riportano a due poeti come Derek Walcott, al suo Omeros ambientato ai Caraibi e al premio Nobel Saint John-Perse… Sono due voci straordinarie per raccontare l’umanità, sono grandi testimoni dell’umano. Saint John-Perse in Italia non è molto conosciuto, nonostante il Nobel. In Portogallo lo abbiamo tradotto di nuovo. Anche in Italia, è uscita una bellissima versione di Amers a cura di Nicola Muschitiello per le Edizioni Medhelan.  Mi interessa molto.  José Tolentino è stato creato cardinale nel 2019 da Papa Francesco Ritorniamo alla sua infanzia, cosa accadde dopo l’esperienza africana? Dopo i primi anni in Angola, con la decolonizzazione, tornai a Madeira, in Portogallo, nell’isola “magica” dei miei genitori, di mia nonna che era una grande raccontatrice di storie. Per me fu interessante passare dalla vastità dell’Africa al microcosmo dell’isola perché fu un esercizio di “concentrazione”. Anche se sicuramente non furono anni facili per i miei genitori, perché in quel cambiamento persero la stabilità che avevano conquistato, la casa, la vita di prima. Non erano sicuramente anni facili per loro, ma io vissi l’arrivo nell’isola come un’esperienza nuova. Per esempio, in Angola conoscevo soltanto due stagioni, l’inverno e l’estate. Lì non ci sono le stagioni intermedie. E invece arrivato nell’isola ricordo una gita scolastica per “incontrare l’autunno”, così la professoressa chiamò quell’esperienza. Ricordo che raccolsi una foglia di un albero e rimasi fermo a guardarla… cercavo l’autunno… Più tardi sperimentai l’esperienza di Rilke secondo cui il poeta è una “conseguenza dell’autunno…”. In Ares abbiamo preparato una biografia di Rilke per il 150° anniversario della nascita. Quali sono i suoi autori di riferimento? Per me Rilke è una memoria importante. Tra i miei primi punti di riferimento, c’è stata la Bibbia, che mi ha sempre incuriosito molto, per la forza, la bellezza e la densità della parola. In una famiglia cattolica come la nostra la Bibbia era una compagnia e per anni fu praticamente l’unico libro che vidi nella stanza dei miei genitori. Ma ci furono altre suggestioni di natura biblica. All’inizio dell’adolescenza avevo un quaderno, una sorta di diario, dove cercavo di copiare gli Spirituals afro-americani, non ero interessato tanto alla musica o alla possibilità di cantare, quanto alla forza della parola. Mi piacevano anche i Salmi e dopo di essi, piano piano, sono passato alla poesia, alla poesia moderna e contemporanea. Prima con i poeti portoghesi e devo dire che il Novecento è un secolo d’oro per la poesia portoghese, perché abbiamo una decina di nomi assolutamente illuminati.  Quali autori consiglierebbe ai lettori italiani? Uno non ha bisogno di essere consigliato, perché è già ben conosciuto ed è Pessoa. Un altro è Herberto Helder, che è stato tradotto anche in Italia. Helder è un poeta orfico nato nella mia stessa isola, anche se ha vissuto tutta la vita a Lisbona. La prima poesia che ho scritto aveva come titolo “L’infanzia di Herberto Helder” perché il mondo che ho trovato leggendo le sue poesie era per me come uno specchio o una polla d’acqua, emersa dopo aver scavato, dove vedere riflesso il mio volto. Un’altra poesia che mi ha dato molto è quella Sophia de Mello Breyner Andresen, una grande poetessa portoghese che aveva il fascino della Grecia e di tutta la poesia greca. Nella sua poesia sono molto importanti gli odori, la visione, i rumori. Penso di aver fatto il primo viaggio in Grecia grazie ai suoi versi.  E poi vorrei ricordare Eugénio de Andrade che è il nostro Quasimodo, la sua lirica è di grande purezza e trasparenza e allo stesso tempo è come il suono di un flauto che ha qualcosa di orientale. Infatti, il poeta preferito di Andrade è Li Bai (Li Po) che è anche uno dei miei poeti preferiti. E mi ha iniziato anche nell’ascolto a una poesia che viene da più lontano, non soltanto della Grecia o dal mondo biblico, ma anche di un Oriente lontano dove, inoltre, la poesia portoghese ha radici forti, penso a Camões o un altro poeta importantissimo della nostra tradizione come Camilo Pessanha che ha vissuto a Macao e che era molto stimato da Pessoa.  Quasimodo è poco considerato in Italia adesso e invece è un poeta importante. È un poeta che ha detto molto e che “ha scritto nell’acqua” perché la sua è una poesia “liquida”; dopo la “società liquida” di Baumann il termine sembrerebbe negativo, invece, nella tradizione lirica “liquido” vuol dire vicino alla musica, ha una dolcezza che non è ingenua, ma che è un tocco sapienziale, profondo. Alla fine, penso che Quasimodo sia un grande erede di una luce, di un fulgore che si trova in alcuni poeti latini.  Sulla tomba di Keats è scritto «qui giace uno il cui nome fu scritto nell’acqua». Keats è un autore che ha costruito un’opera straordinaria scrivendo le sue poesie sull’acqua. Mi piace molto il concetto che Keats sviluppa di “capacità negativa”, concetto che possiamo avvicinare all’esperienza negativa di cui parla la mistica, e che alla fine è quel ritrovamento fondamentale che viene più dalla passività di quando ci lasciamo incontrare, ci lasciamo trovare da una verità più grande di quella che noi potevamo immaginare. È una visione analoga a quella di san Giovanni della Croce che è uno dei miei riferimenti spirituali, un autore a cui torno molte volte; so a memoria alcune delle sue poesie e a loro ricorro come preghiera… lì c’è tutto. Lei ha pubblicato il suo primo libro di poesia nel 1990 che è anche l’anno della sua ordinazione sacerdotale, sembra che queste due vocazioni siano state parallele; quali sono stati i primi segni della chiamata? I primi segni arrivarono molto presto nella mia vita perché sono entrato nel seminario minore a 11 anni. Forse a quell’età non si può ancora parlare di una vocazione matura, ma si può dire che si ha una tensione a quel mondo, a quella “voce”, a quello speciale rapporto con Dio e con l’esperienza religiosa. Vedevo che l’esperienza religiosa era concomitante con il processo di coscienza di me stesso. Era come un’“apparizione” a me stesso. Avere coscienza di noi stessi significa che siamo una vita, una storia, che abbiamo un nome, un modo di essere. La religione è sempre stata una chiave della mia vita. Da questo punto di vista, non fu una sorpresa, sicuramente anche per l’ambiente familiare, il mondo dove sono cresciuto che era profondamente religioso, ma fu una scelta, un viaggio, un “nomadismo” al quale mi sentii chiamato molto presto. Quali sono le sue preghiere preferite?  Vorrei richiamare i miei incontri con Mario Cesarini, il poeta surrealista più importante del Portogallo, autore di alcune delle più belle poesie del Novecento portoghese. Era un uomo profondamente credente, ma il suo rapporto con il cristianesimo era molto conflittuale, aveva però una passione assoluta per la Salve Regina e quando mi incontrava mi faceva recitare la Salve Regina, una preghiera che prima recitavo in modo ordinario… ma vedendo la profonda emozione di quest’uomo senza pratica religiosa nei confronti della Salve Regina, ho cambiato il mio atteggiamento di fronte a questa preghiera che è diventata presenza quotidiana nella mia vita. Non solo perché la ripeto ogni giorno ma perché corrisponde a una sorta di illuminazione, mi piace ripeterla in latino come l’ho ascoltata da questo poeta. È una preghiera di straordinaria bellezza. Ho fatto questo esempio per ribadire che i poeti, anche quelli più inaspettati, sono dei veri maestri spirituali. Un poeta prepara sempre la nostra anima per una grande esperienza spirituale. Sono le “levatrici” della nostra anima.  Mario Cesarini ha rivelato la Salve Regina a me che ero seminarista… Vorrei poi ricordare un’altra poetessa, la già citata Sophia de Mello Breyner Andresen, persona, come dicevo, affascinata dal mondo greco e senz’altro più vicina a Atene che a Gerusalemme: lei considerava il Magnificat come la poesia più straordinaria che lei conoscesse. Diceva che le grandi poesie, anche quelle di Omero sono così, non hanno un autore, è come se fossero sospese nel tempo da sempre e le possiamo cogliere e fare nostre in un modo molto più radicale di tutti gli altri testi. Devo dire che il Magnificat è sempre una preghiera che mi fa tremare di gioia. Perché forse ritrovo quella vastità che mi ha stupito nel mio primo sguardo al mondo. “Entusiasmo” è una parola che descrive bene il Magnificat, mi piace l’entusiasmo con cui Maria pronunciò quelle parole. Un altro mio riferimento per la preghiera è il Cantico dei Cantici, un testo bellissimo che ho anche tradotto in portoghese. Del Cantico è uscita una bella edizione di Giuseppe Conte per Il cenacolo delle Arti, le raffinate edizioni di Lamberto Fabbri. Mi piacerebbe vederla, io conosco la traduzione di Guido Ceronetti, che è anche molto interessante. Sono molto interessato a tutto quello che riguarda la traduzione. Ceronetti è l’uomo della parola scorticata. Ma quella ferita che resta dopo la lettura è un dono che rimane. Il Qoelet di Ceronetti è straordinario… È straordinario. A me interessa molto la poesia tradotta da poeti, da scrittori, perché c’è un corpo a corpo con la parola, che ti introduce in un’esperienza nuova. Tra i miei salmi preferiti c’è l’87/88 che è forse il più disperato del Salterio… quasi un viaggio nella terra dei morti… …Che alla fine è anche il mondo dove abitiamo. In fondo quella disperazione è un modo di rivelarsi dell’umano nella sua verità più profonda. E questi sentimenti estremi, sia quelli provocati da una disperazione sia da una grande gioia, colgono l’umano nel suo stato flagrante. Per questo dobbiamo ascoltare i disperati e gli entusiasti, tutti e due, dobbiamo in una mano accarezzare il dolore e nell’altra sostenere la gioia. Mi ha colpito lo splendido commento del card. Ravasi al Qoelet, quando suggerisce l’idea che la Sacra Scrittura racconti l’abisso per dire che Dio è consapevole di quanto profondo possa essere il dolore umano.  E quella è un’umanità vera, senza risposte facili e banali, è un’umanità davanti al Mistero, alla notte del mondo, all’enigma di sé stesso, al senso non soltanto penultimo che tante volte sembra esaurire la realtà, ma il senso ultimo, il “perché”. Il perché alla fine è la nostra “sala parto” perché, quando affrontiamo il “perché” diamo al verbo nascere un’opportunità di coniugarsi nel presente.  C’è tanta disperazione tra i giovani e io credo che quella che Benedetto XVI una volta chiamava via pulchritudinis può essere una via per avvicinarli a un senso di stupore, alla vita, per non cadere nella disperazione, perché hanno bisogno di autenticità e di fronte alla bellezza c’è autenticità.  La bellezza cambia la temperatura: è un brivido, una ferita, ci offre, anche se in un modo limitato, un’esperienza di verità, di assoluto, che allo stesso tempo appartiene e non appartiene a questo mondo. Nell’arte noi sperimentiamo questo. Una vicinanza a una perfezione, che tante volte solo un’imperfezione rende visibile, ma una vicinanza a una perfezione che è come una piccola tremula luce che ci fa vedere il fondo della strada. Alessandro Rivali *L’intervista realizzata da Alessandro Rivali sarà pubblica sul prossimo numero di “Studi Cattolici” In copertina: Gaetano Previati, Notturno o Il silenzio, 1908 L'articolo “Un’iniziazione allo stupore”. Dialogo con José Tolentino de Mendonça proviene da Pangea.
October 29, 2025 / Pangea