> “Gesù parla al presente: «Io sono la resurrezione e la vita». Non si tratta
> allora di rimuovere la prospettiva della morte, ma di integrarla nella
> prospettiva della resurrezione”.
>
> (Luigi Pozzoli, Dio il grande seduttore, Edizioni Paoline, 1998)
Lazzaro e il dominio della carne
“Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a
Dio”. (Romani 8,8)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua
sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli
asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle
mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per
la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga
glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era
malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. (Gv 11,1-8)
> “Per san Paolo «la carne» designa il mondo umano segnato dal peccato, il mondo
> sotto il giogo della morte. «Lo spirito», invece, evoca il mondo divino, nel
> quale l’umanità è assunta dal Cristo e il mondo spirituale generato da Dio
> nella resurrezione di Gesù. «La carne» è l’uomo, corpo e anima, che si
> rinchiude su se stesso e il suo peccato. «Lo spirito» è una forza di vita
> nuova data al credente dallo Spirito del Cristo Risorto”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni
> Paoline 1993)
Lazzaro, l’amico di Gesù, muore. È solo la vita che accade, la vita che
trasforma continuamente ogni nostro villaggio in una Betania, in una “casa della
povertà” o “casa dell’afflizione”. È la vita che appare come una malattia, è lo
scorrere degli eventi che inciampano inevitabilmente nello scandalo della fine.
Siamo uomini e donne a respiro limitato, a tempo definito, la malattia del
vivere chiama a sé la morte dal nostro primo vagito ma, quando si presenta,
qualcosa di profondo in noi, comunque, si frantuma. Anche se l’aspettavamo. E
questo scandalo, questo sentimento di profonda ingiustizia non è da
sottovalutare.
Certo, è solo la vita che accade e che, accadendo, sfocia inevitabilmente nella
disgregazione degli affetti, allontana Marta, Maria, Lazzaro e Gesù, si prende
gioco dei loro tentativi patetici di fraternità spazzandoli via. La vita finisce
inevitabilmente in morte, morte capace di soffocare il profumo, perfino quello
versato sui piedi del Maestro, il tanfo del cadavere ride delle cosmesi
umane. La vita che accade, da sempre, e scende a cibarsi dei resti della nostra
umanità.
Ma Cristo interviene esattamente lì. Nel cuore dello scandalo. E la prima cosa
che decide di fare davanti alla morte è: niente. Rimane immobile per due giorni,
quasi ad anticipare la sua di morte, quella sua attesa nel sepolcro in attesa
del terzo giorno della resurrezione. Non si muove, scegliendo di mettersi in
dialogo con il dramma della fine, del dolore. Gesù, inizialmente, tace, muore,
perché sulla morte non puoi dire nulla di sensato se non la assumi,
paradossalmente, se non la vivi.
Poi, con Lazzaro, sarà il susseguirsi di una maestosa liturgia ad anticipare,
per certi versi la sua passione, gesti e parole a sfidare la morte, a
smascherarla, a mostrare che non siamo fatti per stare sotto il dominio della
carne, come dice Paolo. Questa è la sfida: lasciarsi dominare dalla morte, che
pare avere sempre l’ultima parola, o scegliere di inchinarsi a un altro dominio?
L’essere spirituale si decide qui. Siamo nati per lasciarci abitare dalla forza
di una vita nuova, la forza dello Spirito del Cristo Risorto ma, forse, ne
abbiamo smarrito il senso, non abbiamo la grammatica, non abbiamo la liturgia,
siamo figli di celebrazioni troppo orizzontali, di attese troppo terrene, non ci
sentiamo più figli del Cielo in terra, abbiamo separato un mondo che chiedeva di
essere abitato nella sua trasfigurata pienezza, è questo il vero dramma. Non la
morte in sé ma il fatto che non riusciamo più ad interpretarla come un
passaggio all’interno di una comunione ininterrotta tra noi e l’Eterno, già qui,
ora, adesso e… nell’ora della nostra morte. Ci sembra impossibile che la vita
proceda di nascita in nascita (e quindi di morte in morte) verso il parto
definitivo. Ogni cosa conduce al Padre, tutto è una Pasqua. Senza questa
consapevolezza non resta che arrendersi al dominio della morte.
“Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero:
«Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù
rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non
inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa,
perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro,
il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora
i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato
della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.
Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi
di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora
Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a
morire con lui!»”. (Gv 11,9-16)
Gesù si mette in cammino verso la Giudea, evidente richiamo alla morte che lo
attende, Gesù accetta il rischio mortale, sceglie di perdersi, lui il seme che
non può dare frutto se non nella consegna di sé, I discepoli lo comprendono
subito, il rischio è totale, hanno paura, ma in Cristo è chiaro, per comprendere
la vita la vita devi perderla, questo ripete in ogni sfumatura del suo agire tra
gli uomini.
Jan Lievens, La resurrezione di Lazzaro, 1631
Questo ripete a noi, anche oggi. Il discorso sulla morte non può limitarsi a un
pensiero. Non si possono dire delle cose sensate sull’esperienza del
morire, occorre imparare a morire da subito, morire al mondo, morire a se
stessi, morire ai propri sogni e ai propri incubi, morire per comprendere. Gesù
infatti non esercita un miracolo a distanza, il suo movimento dice che occorre
affondare nell’esperienza della morte, occorre lasciarsi coinvolgere, bisogna
compromettersi per essere credibili.
Certo, con Lazzaro si limiterà a svuotare una tomba, ma non siamo ancora alla
fine, quello che Cristo fa è atto simbolico, come a liberare il suo di posto tra
i sepolcri, la parola definitiva emergerà quando lui stesso entrerà in una
tomba.
Nessuna risposta plausibile rispetto al dolore della morte se non si accetta di
morire, solo chi accetta di scendere fino agli inferi può essere credibile
messaggero di Resurrezione. La mortificazione della vita non può essere letta
come la somma di atteggiamenti depressivi, come il perpetuarsi di una poco
evangelica dottrina del sacrificio, non è questo, mortificarsi in vita, qui ed
ora, scegliere il deserto, la povertà, la fame, è abitare il limite della vita
perché in quel confine, e solo lì, posso fare esperienza dell’Eterno.
Beatitudini. Ci si mortifica per vivere. Ci si annienta per amore. Si prende la
croce per incontrarlo. Il seme muore per sbocciare in dolcezza di frutto.
> “Al termine dei primi sedici versetti, il lettore ha compreso che il miracolo
> avverrà, non soltanto a motivo dell’amore di Gesù per i suoi amici, ma per
> manifestare la gloria di Dio e suscitare la fede in Colui che affronta la
> morte: egli ha il potere di deporre la sua vita e il potere di riprenderla per
> comunicarla agli uomini”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
Gesù non cammina incontro alla morte, non cammina semplicemente incontro alla
sua fine, da sempre e per sempre il suo sarà un cammino verso la vita, “e io
sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate”, è Tommaso
a non avere ancora compreso nulla, è il nostro gemello che si accontenta di
credere solo nella carne, siamo noi a pensare di essere chiamati a morire con
Cristo, perché sarebbe una fine romantica, perché nel confronto con il mondo
sarebbe molto più semplice condividere la fede in un ideale per cui dare la vita
che farsi prendere in giro su una speranza che pare ingenua e infantile.
> “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano,
> altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta»”.
>
> (Atti 17,32)
Si segue Cristo, che è la luce, per non inciampare nella dissoluzione, si segue
Cristo che è la luce della Trasfigurazione per non scivolare sotto il dominio
della morte, si segue Cristo perché lui ha vinto il dominio della carne, si
segue Cristo per imparare a credere. Per imparare a non deridere la speranza.
*
Marta
La resurrezione già ora
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento
che lo Spirito di Dio abita in voi. (Romani 8,9)
“Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro.
Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano
venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che
veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a
Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche
ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le
disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella
risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la
vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non
morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu
sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”. (Gv 11,17-27)
> “Gesù è la resurrezione e la vita: vita nuova, vita divina, vita che si
> comunica. Chi crede in lui riceve, per mezzo della fede, questa vita nuova,
> che continua anche dopo la morte. E noi sappiamo che i nostri defunti vivono
> in comunione con Dio anche dopo la morte”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, edizioni Apostolato
> della Preghiera, 2004)
Marta è ancora sotto il dominio della carne, ancora non si è lasciata
attraversare dalla lama luminosa del Risorto. Lazzaro è nel sepolcro, cattedrale
inespugnabile, fortezza sacra della fede nelle evidenze della vita. Attorno alla
morte la struggente danza liturgica della consolazione. Con-solare, solitudini
che si aggregano e si moltiplicano, solitudini che rafforzano la domanda che la
morte riporta sempre alla luce: perché nascere se poi bisogna morire? Perché
amare se si deve soffrire? Marta però, al contrario di Maria che rimane
schiacciata dal lutto, si alza. Un gioco di contrasti, come tutta questa pagina
di Vangelo, una danza di opposti (profumo/odore, stare/andare, morte/vita…).
L’atteggiamento di Marta è evocativo, è leggera mentre si alza, mentre decide di
lasciare il peso del lutto a terra, Marta è già carica di speranza quando si
muove incontro a Cristo, c’è già in lei l’indizio di come il credente sia
chiamato a interpretare la vita: risollevandosi, lasciandosi risorgere. In ogni
evento, in ogni situazione, anche la più dolorosa, alzarsi incontro alla vita
perché si sente che Cristo continua a venirci incontro. Perché la Resurrezione è
questo, non un divino colpo di teatro a sistemare le cose, a umiliare la morte,
non la rivincita a rimettere in sesto la vita ma l’esperienza che la fedeltà di
Dio, la sua Alleanza giurata all’uomo, non viene mai meno, mai! Nemmeno e
soprattutto nel cuore della morte. La vita è Lui che ci viene incontro dentro la
vita. E ci chiama. Disperazione è credere che le esperienze siano vuote. È non
sentire lo Spirito che abita le cose.
Marta ha certo una speranza ma una speranza imperfetta: ipotizza una soluzione
ma solo futura, una resurrezione finale, alla fine dei tempi, non qui, non ora.
Lazzaro sarà invece il segno di questa resurrezione vicina. Tornando in vita
decreterà per sempre che la Resurrezione inizia qui ed ora. E che siamo vivi
solo per imparare a riconoscerla. A riconoscere il divino nella carne, a vivere
sotto il dominio dell’Eterno. Cristo è il testimone della vita abitata dallo
Spirito. Proprio perché lo Spirito già abita in noi, qui, ora, adesso, come dice
Paolo ai Romani, proprio per questo Spirito Eterno che è Dio e che danza nelle
nostre carni, proprio per questo anche la malattia porta, come ogni cosa, a Lui.
Tutto porta all’Eterno. Il credente riconosce e libera l’Eterno già presente nel
tempo.
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e della morte”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana 1988)
Peter Paul Rubens (bottega), La resurrezione di Lazzaro, 1625 ca.
*
I Giudei e Maria
Non poteva far sì che non morisse?
Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene (Romani 8,9)
“Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le
disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò
da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta
gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a
consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che
andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena
lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio
fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere
anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto
turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a
vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo
amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non
poteva anche far sì che costui non morisse?»”. (Gv 11,28-37)
> “E invece, lui è sempre “qui”. È il Dio-con-noi per sempre. E il suo
> misterioso ritardo alla nostra supplica rivela un accorrere essenziale e un
> arrivare essenziale dentro il nostro dolore: non deve “venire”, perché non ha
> mai smesso di essere presente…”
>
> (Adelaide Anzani Colombo, Per fede, per amore, Casale Monferrato, 1995)
Anche Maria si alza, chiamata, come fosse una vocazione, come per i primi
discepoli in riva a lago, come sarà per Maria davanti al sepolcro, come per noi,
che se non sentiamo il nostro nome pronunciato dalle sue labbra mai potremo
affidarci. Mai potremo credergli. Anche i giudei la seguono, Maria si getta ai
piedi di Gesù ma le sue parole sono abitate solo dalla morte. Diventano una
sorta di accusa e sembrano iniziare quella scomposta ribellione alla nostra idea
del divino: “dove sei Dio quando il mondo soffre?”. Ancora un contrasto: la
morte contrapposta a Dio, la morte è presente perché Dio è assente, ancora un
drammatico gioco degli opposti. Quando non riconosciamo lo Spirito di Cristo in
noi accade esattamente questo, la diabolica opposizione, l’incapacità di sentire
il Suo respiro anche nel cuore della morte. Si crede nel potere ineluttabile
dei sepolcri. Ci si lascia convincere dalle apparenze.
Ma Cristo sa che del dolore occorre avere rispetto, che le lacrime sono sacre,
che non serve spiegare nulla e che nulla può essere spiegato quando un cuore è
affranto. Così mentre i giudei si limitano ad alimentare un coro che puzza di
recriminazione, quasi a cercare un colpevole (“non poteva far sì che costui non
morisse?”) Cristo, invece, piange con Maria. Per trovare Cristo nella morte,
vertice dei nostri cammini di fede, occorre averlo trovato nella gioia e nel
dolore, nella fraternità e nelle lacrime. Si crede per frequentazione intima.
> “Si è quindi autorizzati a concludere che la desolazione di Maria che egli
> amava e l’osservazione dei giudei (…) pongono Gesù di fronte alla realtà della
> morte, non soltanto quella di Lazzaro, ma la sua, ormai imminente, secondo
> l’orientamento del racconto. E Gesù reagisce con una lotta interiore. (…) le
> lacrime silenziose di Gesù provengono dall’amore del Padre che attraverso di
> lui giunge ai discepoli (15,9); sono le lacrime di Dio dinnanzi alla morte che
> separa gli esseri. Al tempo stesso, sono lacrime di Colui che deve
> acconsentire alla prova”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
*
Cattivo odore
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è
vita per la giustizia. (Romani 8,10)
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era
una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la
pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo
odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se
crederai, vedrai la gloria di Dio?». (Gv 11, 38-40)
Una grotta e una pietra a sigillare due mondi che non si vogliono comunicanti.
La morte puzza, la morte manda cattivo odore ma Cristo, ancora commosso, non ha
paura. Non ha paura di far rotolare via la pietra, gesto che sarà divino quando
il corpo da liberare sarà il suo, un Cristo commosso che si oppone a Marta e che
le indica la via per decifrare la realtà delle cose: solo chi crede, vede. Non è
il contrario, non è la visione a portare alla fede ma è la fede a regalare la
vera visione delle cose. Solo se credi vedrai la gloria di Dio, solo chi crede
che il corpo, anche il nostro corpo, è già morto al peccato può vedere lo
Spirito. Spirito che è vita. Se crediamo in Cristo, se sentiamo che siamo
creduti da lui, se la nostra vita spirituale è davvero una relazione viva
riusciremo anche noi a vedere la gloria di Dio, la sua luce, la sua presenza, in
ogni carne, anche in quelle fasciate dalla morte. Anche in Lazzaro.
Henry Ossawa Tanner, La resurrezione di Lazzaro, 1896
*
Padre
Liberatelo lasciatelo andare
E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui
che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali
per mezzo del suo Spirito che abita in voi. (Romani 8,11)
“Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo
grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho
detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi
e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro:
«Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria,
alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui”. (Gv 11, 41-45)
Tolsero la pietra e Gesù alzò gli occhi, non più distanza tra vita e morte, tra
cielo e terra, lo Spirito di Dio ad abitare in noi e la vita ad essere liberata
e lasciata andare. Perché di questo abbiamo davvero bisogno, di essere liberati.
Si crede per essere finalmente liberi. Liberi anche dalle bende che opprimono la
nostra umanità. Sono lacci che si sciolgono, è Isacco non più ostaggio di
Abramo. È il paralitico che trova strada, è il cuore che ritrova la capacità
d’amare, è il peccatore che ritrova perdono, è la vita umana, la nostra vita,
che torna a essere quello per cui è stata creata: un passaggio, una Pasqua verso
l’Eterno, è il figlio che ci credeva perduto che torna al Padre. Questa è la
libertà, passare dal dominio della carne al dominio dello Spirito. È sentirsi
abitati dallo Spirito di Dio, che proprio perché ha risuscitato Gesù dai morti
continua a risorgere la vita.
“Lasciatelo andare”, lasciamola tornare a casa questa nostra povera vita che,
per paura, per mancanza di intimità con il Vivente, si aggrappa al bordo del
visibile, lasciamola andare dove deve andare questa nostra vita così impaurita
da convincersi che sia nata per razzolare e non per spiccare il volo. Lasciamola
andare questa nostra storia che ha dimenticato di essere in Esodo e che, invece,
pretende di mettere radici nella terra. Siamo fatti per essere assunti in Cielo,
Lazzaro liberato è lasciato andare ma non solo verso i suoi affetti di sempre
ma, finalmente, in cammino verso il suo vero approdo. Lo Spirito di Dio, che ha
risuscitato Cristo dai morti, abita in noi: perché continuare a opporre
resistenza?
> “«Padre, ti ringrazio d’avermi ascoltato» (11,41): Cristo ringrazia il Padre
> non soltanto per Lazzaro, ma per la vita di tutti. (…) Egli vide in questo
> miracolo di Lazzaro un certo tipo della resurrezione universale del genere
> umano, e ciò che è accaduto in un uomo soltanto stabilì che fosse una
> splendida immagine dell’universale e del tutto. Crediamo, infatti, che quando
> egli verrà giudice sarà un forte suono della tromba a ordinare ai morti di
> risorgere (cfr. 1 Cor 15, 52)”.
>
> (Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, 11,38-43)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Giotto, La resurrezione di Lazzaro, 1303-1305, Cappella degli
Scrovegni, Padova
L'articolo Siamo fatti per essere assunti in Cielo. La resurrezione di Lazzaro o
del nostro rapporto con la morte proviene da Pangea.
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I Commissari hanno vinto e gli Yogi hanno perso? È la riflessione che ci
pone Arthur Koestler nella sua raccolta di articoli “Lo Yogi e il
Commissario”, un libro che tutti dovrebbero conoscere ma che purtroppo è quasi
introvabile.
Koestler fu una sorta di versione maschile di Cassandra. Uno che vide tutto,
subì tutto e capì molto, se non tutto. È il destino di chi sa guardare e
ascoltare, e che, non a caso, a volte sceglie di farla finita prima degli altri.
Koesler si è suicidato nel 1983. Era malato. Non avrebbe potuto sopportare di
non camminare, non scrivere, non scopare, non bere più. Sua moglie Cynthia si
uccise qualche ora dopo. La ritrovarono lì, al suo fianco.
Koestler fu un uomo amato e odiato dalle donne, odiato a destra e a sinistra.
Anticomunista tanto quanto antifascista. Perché lui, i totalitarismi, li visse
entrambi sulla sua pelle. Già, la politica, la nuova vera religione
intollerante. È lei che ha sostituito la fede. Doveva essere una buona idea,
qualcosa che liberasse dall’ottusità della devozione, ma è andato tutto storto.
I ricchi hanno vinto e sono diventati i nuovi dei e, proprio come i santi, per
la maggior parte si ritirano in mezzo alla natura, nel silenzio, lontano da
tutti, magari pure coltivando l’orto. Basti pensare alle star di Hollywood, che
fanno film solo per raccogliere un altro po’ di soldi, per poi sparire in
campagna e proteggere la propria privacy.
Il benessere avrebbe dovuto portare a questo: non vivere più in condizioni
precarie e farsi bastare meno cose. Un tetto, il riscaldamento, la luce, il
bagno in casa, tutto ciò che fino agli inizi del Novecento era un lusso. E
invece ci hanno illuso di aver bisogno di oggetti, vestiti, macchine,
telefonini, borse, occhiali, cose che costano migliaia di euro e che pure gli
amati attori di Hollywood usano solo nelle occasioni speciali, mentre nella vita
quotidiana indossano jeans e maglietta.
Il vero lusso, oggi, è avere tempo, dedicarsi a qualcosa che si ama, svegliarsi
la mattina e avere tempo per meditare anziché correre a fare un lavoro che
permetterà di sopravvivere.
L’altro giorno ho chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni
riguardo a una casa in montagna. L’agente mi ha detto: “Ma cosa sta succedendo a
Milano? Tutti vogliono venire a vivere in campagna o in montagna, intorno ai
laghi. Una volta eravamo noi quelli che invidiavano chi viveva a Milano, oggi
siete voi che invidiate noi. State tutti scappando, ho appuntamenti tutti i
giorni”.
Cosa sta accadendo? Una sorta d’illuminazione collettiva?
Koestler ha immaginato il mondo come in preda a una diatriba tra gli Yogi e i
Commissari:
> “Il Commissario crede al mutamento dall’Esterno. Egli crede che tutti i
> malanni dell’umanità – costipazione e complesso edipico compresi – possono
> essere e saranno guariti dalla Rivoluzione, cioè da una radicale
> riorganizzazione del sistema di produzione e di distribuzione dei beni; crede
> che questo fine giustifichi l’uso di tutti i mezzi: violenza, inganno,
> tradimento inclusi; crede che l’argomentazione logica sia un’infallibile
> bussola e l’universo una sorta di enorme orologio, nel quale miriadi di
> elettroni, una volta messi in movimento, si aggirino per sempre nelle loro
> prevedibili orbite: e chiunque sia convinto del contrario è qualcuno che cerca
> di sfuggire alla realtà”.
Lo Yoghi, invece:
> “Non ha nessuna difficoltà a chiamare orologio l’universo, ma pensa che
> potrebbe venir chiamato, con altrettanta verosimiglianza, scatola musicale o
> vivaio di pesci. Crede che il fine non possa essere prevedibile e che contino
> soltanto i mezzi, respinge in qualsiasi circostanza l’idea di violenza, crede
> che l’argomentazione logica perda gradualmente il suo valore di bussola, a
> mano a mano che la mente si accosta al polo magnetico della Verità o
> dell’Assoluto, la sola cosa che conta. Egli crede che niente possa essere
> migliorato da un’organizzazione esterna, ma solo da uno sforzo individuale
> interiore, e che chiunque la pensi diversamente sia qualcuno che voglia
> sfuggire alla realtà”.
Pensa anche che l’individuo sia unito all’universo da un invisibile cordone
ombelicale, e che le sue forze creative, la bontà, la verità e l’utilità siano
alimentate tramite questo cordone: l’unico suo compito, durante la vita terrena,
è quello di evitare qualsiasi azione, impressione o pensiero che possano causare
la rottura del cordone. Di contro, per il Commissario questo organo è totalmente
superfluo.
Ci sono due visioni del mondo, chi pensa che il mutamento possa avvenire
dall’interno, e chi dall’esterno.
Anche quando ci si occupa di politica ci si dimentica dell’importanza della
relazione Uomo-Universo. Koestler ritiene che questa nostra civiltà non stia
morendo, ma che stia solo dormendo. Bisogna solo giungere alla conclusione che
il vero avversario non è l’intellettuale, ma il ricco.
Koestler parlava già di decadenza del Terzo Stato:
> “Noi facciamo la guerra, andiamo in chiesa, onoriamo il re, seguiamo diete
> assassine, ci conformiamo ai tabù sessuali, trasformiamo i nostri figli in
> nevrotici e i nostri matrimoni in tormenti, opprimiamo e ci facciamo opprimere
> – mentre nei testi di psicologia, nei romanzi e nei musei è condensata una
> conoscenza oggettiva di un modo di vivere che potremmo forse mettere in
> pratica tra decine o centinaia di anni. Nella vita di ogni giorno ci
> comportiamo come creature datate, come caricature anacronistiche di noi
> stessi. La distanza fra la biblioteca e la stanza da letto è astronomica.
> Tuttavia, l’insieme della conoscenza teoretica e del libero pensiero è lì, e
> aspetta soltanto di essere raccolto – come i giacobini raccolsero gli
> Enciclopedisti”.
Mancano gli agenti di collegamento tra il modo in cui viviamo e il modo in cui
potremmo vivere, ma chi è comodamente installato nella gerarchia sociale, non
sente nessuna spinta verso la libertà di pensiero. D’altronde, perché dovrebbe
averla:
> “Non ha nessuna ragione di distruggere i valori che ha accettato, e nessun
> desiderio di costruirne di nuovi. La sete di conoscenza è appannaggio
> principale delle situazioni in cui l’ignoto è fonte di preoccupazione. Chi è
> felice, raramente è curioso. D’altra parte, la grande maggioranza degli
> oppressi, dei perdenti, manca di opportunità o di obiettività – o di entrambe
> – necessarie a esercitare il libero pensiero”.
Koestler ci spiega che c’è una sostanziale differenza tra la classe media e
l’intellighenzia, perché la sensibilità e la voglia di conoscere, di cercare e
di brancolare nell’ignoto, sono attitudini che presuppongono una certa dose di
frustrazione: una specie di moderata infelicità, un armonico squilibrio. C’è un
abisso tra lo strato superiore che accetta i valori tradizionali e non prova
frustrazione e lo strato inferiore che ne prova fin troppa, al punto da essere
paralizzato o di scaricarla in crisi convulsive:
> “Per chi è soddisfatto, pensare è un lusso; per chi è frustrato, una
> necessità. Fintanto che esisterà l’abisso fra riflessione e tradizione, tra
> intuizioni teoriche e pratica concreta, il pensiero sarà necessariamente
> orientato dai due poli della distruzione e dell’Utopia”.
Come scrive Koestler, nei prossimi anni non si tratterà più di scegliere tra
capitalismo e rivoluzione, ma di salvare qualche valore democratico e
umanitario, o di perderli tutti; per evitare che questo avvenga, bisogna
aggrapparsi più che mai al libero pensiero. Proprio quello che diceva anche Max
Stirner ne L’unico e la sua proprietà, dove il nemico mortale dello Stato era
considerato proprio il volere dell’individuo, la valorizzazione di sé stessi.
Cosa rimane se nulla è di nostra proprietà? Non rimane nient’altro che ciò che è
in mio potere:
> “I miei pensieri, che non hanno bisogno di sanzione, bene placito o grazia
> alcuna, costituiscono la mia vera proprietà, una proprietà di cui posso far
> commercio. In quanto miei, infatti, e se sono mie creature io posso scambiarli
> con altri pensieri: io li do via in cambio di altri, che diventano così la
> nuova proprietà che io mi sono acquistato”.
Koestler parlava già di un’Europa unificata, affratellata e socialista, ma era
già ben consapevole di come chi la pensasse in questo modo cominciasse a
sembrare un po’ stupido. Sapeva già che la fine della guerra avrebbe portato a
una vittoria dei conservatori che non avrebbe risolto nessun problema delle
minoranze, né trovato un rimedio alla malattia insita nel sistema capitalistico.
La fine della Seconda guerra mondiale portò un enorme sollievo temporaneo,
assicurò un minimo di libertà, e la salvezza di milioni di persone, sicurezza e
dignità:
> “Spero, credo, che questo sia un anacronistico rattoppo, se sarà fatto a
> regola d’arte, lascerà respirare l’Europa almeno per una ventina d’anni,
> dandole la possibilità di evitare il prossimo, fatale salto nel vuoto. In
> altre parole, cominciamo a renderci conto che questa guerra non è il
> cataclisma finale, né il combattimento ultimo fra le forze delle tenebre e
> quelle della luce, ma forse soltanto il principio di una nuova serie di
> compulsioni che si svilupperanno su un periodo di storia più lungo di quanto
> non avessimo pensato in origine, fino alla nascita di un mondo nuovo. Il
> nostro compito sarà quello di usare questo periodo di respiro nel miglior modo
> possibile. E, incidentalmente, di ringraziare ogni mattina che ci svegliamo
> senza una sentinella della Gestapo sotto la finestra”.
La verità è che ci stiamo abituando a vivere in una sorta di Apocalisse perenne.
Koestler ha detto che la disfatta, a dosi massicce, è una droga pericolosa che
crea dipendenza. E noi stiamo vivendo in un periodo di caos con conseguente
crollo dei valori tradizionali di una civiltà in attesa della fine
dell’interregno. Nascerà un nuovo fermento globale, non un nuovo partito, forse
una setta, “un irresistibile stato d’animo mondiale”. E tutto ciò segnerà la
fine di questa epoca storica.
Koestler scriveva che forse potrebbero esserci ancora uno o due guerre mondiali,
ma non una dozzina, e che il mondo nuovo non sarà quello di Huxley:
> “Hitler ha il merito storico di averci immunizzati contro le utopie
> totalitarie, come una dose di vaccino anti-colerico rende immuni dal colera.
> Non voglio dire che non ci saranno tentativi simili in altre parti del mondo
> durante gli anni di interregno, ma saranno episodi isolati, sintomi
> dell’agonia dell’era che muore”.
Questo nuovo mondo porterà anche a ristabilire un equilibrio tra valori
razionali e valori spirituali. Ma prima, questo interregno “sarà un’epoca di
angoscia e di stridore di denti”, dove i pessimisti si dovranno dedicare
all’azione. Questo nuovo movimento non nascerà da una certa classe operaia o dai
liberi professionisti, ma “arriverà certamente dalle file dei poveri, di coloro
che più hanno sofferto nell’attesa. Il loro scopo principale sarà quello di
creare delle oasi nel deserto dell’interregno”.
D’altronde, di cosa si parla in giro? Di cosa parla il Quarto Stato? Non parla
di Gaza e della Palestina, non parla nemmeno delle ciclabili. Di cosa si parla
in giro? Di cosa parlano i quarantenni e i trentenni di oggi? Gli amici operai
che ho rivisto quest’estate nelle Marche, non i fighetti milanesi, ma il cuore
della (ormai ex) sinistra dell’Italia centrale, non i populisti. No, non parlano
di fascismo, parlano del fatto che noi, la pensione, non la vedremo mai. Parlano
del fatto che se ci ammaliamo e non possiamo andare a lavorare, non mangiamo.
Parlano del fatto che gli stipendi sono ridicoli, che i figli hanno professori
che non fanno più un tubo perché hanno (di nuovo) stipendi ridicoli e perché a
ogni nota o richiamo si ritrovano gli avvocati pronti a fargli il culo. Parlano
del fatto che la direttiva “case green” dell’Europa metterà in ginocchio tutti,
ma proprio tutti. Parlano del fatto che di noi, gente senza figli anche per
scelta, non si occuperà nessuno, che saremo soli, senza soldi, senza casa e
senza pensione e magari pure con un’aspettativa di vita di cento anni (speriamo
di no!). Parlano del fatto che magari la erediterai pure la casa della nonna o
del papino, ma poi, come mangi? Parlano del fatto che i borghi sono vuoti, che
non esce più nessuno, che i ragazzi stanno chiusi in casa a giocare ai
videogiochi o a stare sui social. Parlano del fatto che per le donne è sempre
più difficile trovare un uomo, perché non c’è più in giro nessuno, perché son
tutti divorziati o scoppiati, perché si cerca solo il sesso, perché stanno tutti
sulle App, e chi c’ha voglia di usare le App, a quarant’anni, dai. Parlano del
fatto che se fai un figlio (uno, per carità!) ti chiudi in casa e basta, perché
tanto non c’hai soldi, perché ti passa la voglia di fare tutto, perché sei
stanco. Parlano del fatto che quasi quasi se muori è pure meglio, basta che sia
fulminante, sia mai che poi c’è da pagare il mutuo per chissà quanto altro
tempo. Parlano del fatto che se sei single e ti devi pagare l’affitto da solo, è
meglio che muori, come sopra.
Sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra la passionalità e la
spiritualità, perché anche la politica non diventi più cieca della fede.
Koestler ci racconta che in passato i movimenti rivoluzionari avevano sempre
avuto una base religiosa o quantomeno legami con essa. Fu durante la Rivoluzione
francese che cambiò tutto; fu lei a porre un attacco frontale non solo contro il
clero ma contro Dio, ma gli ideali e i principi possono colmare il vuoto solo
per un breve periodo.
Il socialismo di Marx nacque proprio sulle basi di questa illusione: che la
totale razionalità potesse sostituire l’oppio dei popoli, la religione:
> “Così, mentre nella sfera materiale gli effetti cumulativi dei tentativi della
> sinistra portarono a un lento e costante miglioramento delle condizioni
> sociali, gli effetti cumulativi nella sfera psicologica furono frustrazione di
> deduzione crescenti. Nulla rimpiazzava la fede totale perduta, il credere in
> una realtà superiore, in un sistema fisso di valori etici. Il progresso è un
> mito superficiale, perché le sue radici non sono nel passato, ma nel futuro.
> La sinistra perdeva sempre di più le proprie radici emotive. La linfa vitale
> si inaridiva. […] Siamo stati amputati della fede nella sopravvivenza
> individuale, nell’immortalità di un Io che amiamo e odiamo più profondamente
> di ogni altra cosa, e la ferita di questa amputazione non si è mai
> cicatrizzata. Essere ucciso sulle barricate o morire martire della scienza ci
> dà un certo compenso; ma l’uomo travolto dal tram o il bambino annegato?
> L’uomo medioevale aveva una risposta a questa domanda. Quello che appare come
> un accidente fa parte di un disegno superiore. Il destino non è cieco;
> tempeste, eruzioni, alluvioni e pestilenze, tutto obbedisce a un piano
> misterioso; lassù ci si occupa di voi. Cannibali, eschimesi, e cristiani:
> tutti hanno una risposta a questa domanda tra le domande che, seppur repressa,
> derisa, nascosta con imbarazzo, rimane ancora, in fin dei conti, la regola
> ultima e decisiva delle nostre azioni”.
Quello che sembra rispondere la sinistra riguardo a un uomo investito da un
tram? “In un sistema dei trasporti perfettamente socialista, non ci saranno
incidenti”.
Ed ecco la politica diventare settaria, chiudersi in piccoli circoli, dove
l’importante è mantenere ben salda la propria opinione, anche se sbagliata. Una
resa incondizionata delle facoltà critiche, sintomo della perdita totale del
ragionamento. L’importante è non avere dubbi, perché creano nevrosi:
> “In queste circostanze, quasi tutte le discussioni pubbliche o private con i
> drogati del mito sono votate al fallimento”.
Il dibattito è rimosso, l’obiettività sotterrata, gli argomenti accettati solo
se si adattano al sistema. Perché l’esperienza della libertà richiede troppo
sforzo e attenzione, una presa e un uso di coscienza. Come scriveva anche Max
Stirner ne L’unico:
> “Un partito, di qualunque natura esso sia, non può non pretendere una
> professione di fede. Il principio del partito, infatti, deve essere creduto da
> parte dei suoi membri, che non devono porlo in dubbio o metterlo in questione:
> esso deve valere per loro come cosa certa e indubitabile. Questo significa che
> bisogna darsi a un partito anima e corpo, se no non si è veramente uomini di
> partito, ma invece più o meno egoisti”.
Non ci si auspica un ritorno a un Cristianesimo cieco come quello delle
Crociate, che infatti cristianesimo non era, ma di tornare a comprendere che
solo il mistero è la Spiegazione di tutte le cose, una Spiegazione, come
ricordano i mistici, che non può essere formulata e capita in questo nostro
piano umano. Illudersi che possa farlo la politica è il danno più grande che si
possa fare all’umanità. Dio non è un Dio matematico ma al massimo è un Dio
mistico.
Prima di Cristo, gli schiavi non erano solo schiavi, i poveri solo poveri e le
puttane solo puttane? Non è stato Cristo, se ci pensiamo, ad aver inventato
l’amore? Dopo di lui, tutti hanno potuto essere uguali, per la prima volta, e
avere gli stessi diritti e lo stesso valore, qualcosa d’inconcepibile e
inaccettabile.
C’è un libro che ho amato molto di Steven Pinker, Il declino della violenza, un
saggio che passa in rassegna i secoli della nostra storia, il racconto di come
era lecito uccidere, torturare violentare, fare qualunque cosa andasse contro il
diritto e la dignità umana. Pinker dà il merito di questo alla scienza, alla
scolarizzazione, alla cultura, all’agglomerato urbano che divenne il fulcro
della civiltà, ma si dimentica il messaggio di Cristo. Tutti tendiamo a
confondere la chiesa con il cristianesimo, i cattolici con i cristiani. I danni
fatti dai cattolici nessuno li ha perdonati e probabilmente non li perdonerà
mai. A causa di questo, però, si è perso e dimenticato il messaggio dei Vangeli:
l’amore. Qualcosa che prima non esisteva.
Cristo insegnava ad amare anche il proprio nemico. Questo messaggio d’amore non
può essere sostituito da nessun dogma politico, nemmeno i dogmi religiosi, che
nulla c’entrano con il cristianesimo. La politica propone un amore all’acqua di
rose, non un amore travolgente, di quelli che ti porta a lasciare tutto in nome
di quell’amore. Nemmeno il buddhismo si avvicina al concetto di amore, perché la
vita non è considerata gioia ma sofferenza, qualcosa di cui liberarsi, non di
cui godere nel rispetto di tutti. A un certo punto il buddhismo Mahāyāna si
presentò come una sorta di Vangelo, a differenza del buddhismo Theravāda, che
rimase più “biblico”, nel senso di rigoroso ed “egoistico”. Ma, al posto
dell’amore, il Mahāyāna inserì la compassione, qualcosa di diverso e di lontano
dall’empatia, e, soprattutto, distante anni luce dal concetto di amore.
La Spiegazione, come la chiama Koestler, oggi ha perso il suo carattere
rassicurante, si cerca solo di trasformare lo sconosciuto in conosciuto e
l’estraneo in familiare, eppure, la stessa fisica non è di questo mondo, non può
essere spiegata e capita totalmente con le forme che conosciamo della fisica
classica, perché essa “esiste a un livello differente di organizzazione, i cui
rapporti e le cui relazioni non possono ridursi, né essere previsti sul piano
del macrocosmo”.
Quindi, arrivare a una Spiegazione completa del mondo non è possibile col metodo
della misurazione quantitativa, così come non funzionano le spiegazioni
teologiche del passato:
> “In altre parole, la libertà del tutto è il destino della parte; il solo modo
> per comprendere il destino è quello di comprendere che si è parte di un tutto.
> È precisamente ciò che dice il mistico. Questo non significa che il misticismo
> abbia vinto sulla scienza, ma soltanto riconoscere i limiti della scienza
> all’interno dei suoi propri termini di riferimento”.
Ridurre tutto soltanto a un’ossessione verso i valori etici, rischia di farci
crollare nel nichilismo. La soluzione è applicare i valori della contemplazione
passiva all’azione pratica. Una sintesi tra il santo e il rivoluzionario. Una
contemplazione che liberi dagli ostacoli dei condizionamenti, che non si riduca
in quietismo ma nemmeno in entusiasmo fanatico.
Koestler riconobbe i limiti della scienza, che dovrà lasciare spazio all’altra
via di conoscenza. Il metodo quantitativo ha già raggiunto lo stato di
saturazione, l’unica via ancora percorribile è quella dell’approccio verticale:
> “Raggiungere l’una senza perdere l’altra è forse il compito più difficile e
> necessario che la nostra specie abbia mai affrontato. Ma le pie esortazioni
> non bastano. Per ritrovare la metà perduta della nostra personalità, la
> totalità e la santità dell’uomo, bisogna apprendere l’arte e la scienza della
> meditazione; ma per apprenderla bisogna che ci sia chi l’insegni”.
Queste le parole profetiche di Koestler, che sembra aver previsto l’arrivo e la
diffusione virale della pratica della meditazione in Occidente in questi tempi
moderni:
> “Ma non si può lasciare questo compito alla ciarlataneria dello Yogi da
> giornali, e neppure a filosofi illuminati che dispensano un minimo di
> informazioni sulla tecnica del respiro, con un massimo di enfasi oscurantista.
> […] La contemplazione sopravvive soltanto in Oriente e all’Oriente dobbiamo
> rivolgerci per impararla; ma abbiamo bisogno di interpreti qualificati e
> soprattutto di una reinterpretazione che usi il linguaggio e i simboli del
> pensiero occidentale. Le sole traduzioni sono inutili. Salvo per chi possa
> dedicarvi tutta la propria vita, e per gli snob. I Veda mi annoiano a morte e
> il Tao per me non ha alcun senso”.
Addirittura, Koestler si augura che si possa cominciare a insegnare la
meditazione nelle scuole, cosa che sta realmente avvenendo grazie alla
mindfulness:
> “Non per produrre degli eccentrici, ma per restituire all’uomo la sua
> integrità. E abbiamo tutte le ragioni di desiderarlo seriamente. La crisi
> della Spiegazione ha trovato la sua più violenta espressione nella crisi
> dell’etica nella sua proiezione politica”.
La salvezza della civiltà europea per via (forse) di un’altra guerra totale,
dipende proprio da questa sintesi tra il santo e il rivoluzionario:
> “Non c’è bisogno di un grande acume per rendersene conto, e soltanto l’inerzia
> della nostra immaginazione ci impedisce di crederci – così come in tempo di
> pace non crediamo che possa mai scoppiare una guerra, e durante la guerra non
> crediamo che ci sarà di nuovo la pace. Dietro la voce di Cassandra della
> ragione, c’è in noi un’altra voce soddisfatta e sorridente, che ci sussurra
> all’orecchio la dolce bugia che non moriremo mai, e che domani sarà come ieri.
> È tempo di imparare a non credere più a questa voce”.
Dejanira Bada
L'articolo Rivoluzione totale! Arthur Koestler, il maestro per uscire dalla
trappola di una vita impossibile proviene da Pangea.
Là dove non ci sono strade
> “È detto infatti “Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i
> misericordiosi, beati gli operatori di pace”. Chi non procede su questa via si
> smarrisce là dove non ci sono strade…”
>
> (Macario, Homélies spirituelles. Le Sait-Esprint et le chrétien, Om. 27,23,
> Abbaye de Bellefontaine, 1984, pp. 270-271)
I discepoli presi nella rete della chiamata del Cristo, trascinati in un esodo
di cui non intravedono ancora il senso profondo, ora sono lasciati liberi dalla
morsa, il pescatore predicatore, il predatore Cristo ora è seduto, sul monte,
luogo evocativo della legge antica, a reti aperte, ora tocca a loro, decidere.
Ora tocca noi, sempre tocca a noi, di decidere se avvicinarci a Lui oppure
tornare alla nostra vita di prima.Quello spazio tra noi e il Cristo non è mai
colmato una volta per sempre, è quello il territorio della nostra libertà,
camminargli incontro o fuggire. La vita del discepolo è tutta qui: avvicinarsi o
allontanarsi, camminare sulle sue tracce oppure pretendere di dettare il
cammino, farsi portare dove non si vuole oppure forzare la Parola trascinandola
dove proliferano i nostri interessi, tornare come il fratello minore o stare a
distanza come il maggiore, farsi scovare come la pecora smarrita o appendersi
come frutto sfinito a un ramo… questa è la nostra fede. Accogliere il rischio
delle beatitudini oppure, come dice Macario con una forza che la nostra
predicazione pare abbia dimenticato, smarrirsi “là dove non ci sono strade”.
> “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si
> avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro
> dicendo: Beati i poveri in spirito…” (Mt 5)
I discepoli accettano il rischio, e accettando l’azzardo della vicinanza
scassinano la bocca di Cristo che, come la pietra percossa nel deserto, fa
scaturire acqua: così accadono le Beatitudini.
E continuano ad accadere, a provocare. Fonte inesauribile, dolcissima e
pericolosa, affascinante e terribile, come è Cristo. Non è acqua di
addomesticata, le beatitudini sono gorghi che possono trascinarci a fondo, sono
fratture, tagli, spade a trafiggere il nostro uomo vecchio. Sono sentenze di
morte le beatitudini scagliate contro le nostre innumerevoli paure. Cristo sul
monte, uomo delle beatitudini, sembra già crocifisso, a tentare di attirare ogni
cosa a lui.
*
Beati già fin d’ora
> “Sembrerebbe, insomma, più normale sentirsi dire : «Voi ora siete
> perseguitati, ma verrà il tempo in cui sarete beati, perché vostro sarà il
> regno dei cieli». Ma no: «Beati» già fin d’ora! Per accettare e comprendere
> questo paradosso, bisogna anzitutto guardare a Gesù. Il povero in spirito, il
> mite, l’afflitto, colui che ha fame e sete della giustizia, il misericordioso,
> il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato – a morte – per causa
> della giustizia, l’uomo schernito è lui. (…) Quelli, dunque, che hanno parte a
> ciò che egli è stato, quelli che lui si identificano nella loro situazione di
> povertà, sono già fin d’ora associati alla sua gloria: «Beati»”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, 1993,
> Edizioni San Paolo, pp. 74-75)
Ora il pescatore predatore è fermo sul monte, e le reti rimangono aperte, come
la sua bocca, pericolosa e seducente, a noi deciderci di tuffarci o meno nelle
sue parole, a noi di farci azzannare dalle beatitudini, la promessa è enorme, il
rischio altrettanto, è la grammatica dell’amore. Non si tratta più di parlare di
Cristo, di dotte esegesi, di disquisizioni da intellettuali, qui si tratta di
cedere, di lasciarsi slogare, di farsi mangiare. Non è una dottrina, è una
pratica. Le beatitudini agiscono sul corpo e non sulle idee. Si tratta di farsi
carne, di lasciare che il Verbo prenda tutto di noi e ci trasformi in lui.
Identificazione, assimilazione, associazione: perdere tutto per essere nel
tutto.
Le fauci di Cristo rimangono aperte, Cristo leone, Cristo l’amante, accettare di
essere sue prede, consegnarsi al suo bacio cannibale, non c’è altra strada.
Nessuna. Per essere beati fin d’ora. Il tempo è breve, è quello della nostra
vita, serve decidersi, di lasciarci trasformare in lui immolando gli alibi e
affrontando le paure. Non saranno i sapienti a conoscerlo, il cervello è una
trappola, un labirinto, illude e confonde, fornisce tutti le giustificazioni del
mondo. A conoscerlo per primi saranno i poveri, quelli che non hanno più niente
da perdere, nessun ruolo da difendere, quelli che hanno già perso la faccia, i
disperati, i folli, le prostitute, i ladri, i falliti. Credere nelle beatitudini
è cedere, avvicinarsi e immolarsi. Diventare lui. Che pare cibarsi di pietre di
scarto.
Pompeo Cesura, Cristo alla colonna, dopo il 1566
*
Le beatitudini, un giudizio terribile sul mondo
> “Ma forse la beatitudine non ha di mira solo il bene altrui: io credo che sia
> chiamato veramente pacificatore colui che conduce ad una pacifica concordia la
> lotta che è in lui stesso tra la carne e lo spirito. E questo avviene quando
> la legge della carne non impone più il proprio dominio, ma si fa obbediente
> agli ordini di Dio”.
>
> (Gregorio di Nissa, Omelia settima, UTET, Torino, 1992, passim)
Percorrere quei passi che separano dal Cristo delle beatitudini, decidere di
consegnarsi a quelle affilatissime parole, porta in sé un giudizio terribile sul
mondo. Ad ogni passo ci si allontana dalle logiche mondane, non si può credere
senza essere immersi seriamente in questa lotta così, ad ogni passo, aumenta la
solitudine, la paura di aver sbagliato, la sensazione che si stiano chiudendo
tutte le uscite di sicurezza, ad ogni passo la beatitudine chiede mancanza,
lacrime, dolore e povertà, ad ogni passo quello che si credeva indispensabile
perde di valore, ad ogni passo il Beato si scosta dal mondo, un mondo che rimane
bello solo perché porta a Lui ma che diventa sempre più inabitabile. Il Cantico
delle Creature è la mappa del nostro ritorno a Lui, ad ogni passo c’è un po’ di
morte che entra a prendersi pezzi di noi.
Se troppo ci amiamo fuggiremo dalle beatitudini. Se Lui non ci avesse rapinato
il cuore calando la sua rete non avrebbe senso farsi trascinare in questo
Altrove. Ma chi crede, girandosi, vede l’inferno, non può tornare. Chi gli ha
creduto, il Beato, è un disadattato al mondo, non può invertire la rotta come se
nulla fosse accaduto, come se non lo avesse mai incontrato, ecco perché i
discepoli non riescono, dopo la Resurrezione del Maestro, a tornare alle barche.
O se ci tornano, non resistono.
Non si può nemmeno fingere. Tornare al mondo illudendosi di poter rimanere suoi
discepoli significa addomesticare il Vangelo, farne al massimo raffinata
antropologia, perpetuare riti accomodanti, proporre letture socialmente e
politicamente accettabili, tutto questo è negazione della croce, della morte.
Tutto questo rende inutile la resurrezione. Tornare nel mondo senza il Cristo
delle beatitudini è tradirlo. Non ci sono alternative.
Lorenzo Costa, Cristo alla colonna, 1492 ca.
*
Beatitudini ed éschaton
> “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata dalla
> giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio,
> che è diversa dalla scala dei valori del mondo. (…) Se l’uomo comincia a
> guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora
> vive secondo criteri nuovi e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve
> venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella
> tribolazione”.
>
> (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, 2007, Rizzoli, p. 95)
Camminare verso il Cristo delle beatitudini, farlo con tutto noi stessi, con la
nostra carne, con la nostra debolezza, con il coraggio che pervade solo i cuori
davvero innamorati, camminare verso di lui, lasciarci alle spalle il mondo è
possibile solo se sappiamo anche ridere di noi, se abbiamo conosciuto che siamo
solo un soffio, un quasi niente, ma che siamo un niente prezioso ai suoi occhi.
Siamo soffio ma Cristo vuole respiraci, questo è il vero miracolo, la vera
salvezza.
Ci si allontana dal mondo e da noi stessi, solo quando la compagnia di Gesù
diventa indispensabile, totalizzante. Ci si affida alle beatitudini, ci si fa
sbranare dal Vangelo solo se nella battaglia della vita abbiamo sperimentato che
l’Amore è più forte della morte, che Lui è l’Amore, e che l’Amore è eterno. Una
fede senza escatologia non è fede, è un corpo morto, dissanguato, è la vittoria
del male sulla vita.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è immergersi nell’éschaton, è
itinerario mistico, è individuare nella cruna lo spiraglio di luce e sentire che
siamo fatti per passarci attraverso. “A partire da Gesù entra gioia nella
tribolazione”: ma non c’è gioia che possa chiamarsi tale, non c’è beatitudine
che possa reggere l’urto della vita senza resurrezione.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è lo stesso gesto che sarà
richiesto ai discepoli dopo la sepoltura di Cristo, lo stesso itinerario
richiesto a ciascuno di noi: entrare nel sepolcro per comprendere che tutto è
beato perché tutto è creato per risorgere a vita eterna.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Antonello da Messina, “Cristo alla colonna”, 1476-78
L'articolo Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo
proviene da Pangea.
> “Nel mondo la verità è debole. Basta una piccolezza per oscurarla. Il più
> stupido degli uomini può ferirla.”
Anche io mi perdo. L’età e l’uso del mondo usurato si aspetterebbero io prenda
tutto in maniera compassata: dovrei averne viste abbastanza per non provare
altro che sbadiglio rispetto alle smorfie ciniche e brutali del
mondo-così-com’è, e non mostrare sgomento poiché lo sgomento, che è una
boccaccia dello stupore, è dei bambini e i bambini si sa sono le vittime totali
più che perfette. Chi non uccide per tempo il bambino che è stato non
sopravvive, questo il contorto mondo-così-com’è lo insegna chiaro e forte.
Eppure mi perdo lo stesso, con sgomento, per i disordini nell’Iran che non ne
può più di essere teocratico e per quelli sotto casa dove c’è ancora chi
pretende non ci si possa non dire cristiani, per le violenze reiterate in strada
e in fin troppe parti del mondo che è un impero più a pezzi dei nervi di chi
allucinato crede sia ancora possibile imperarci su, sui miliardi di persone che
lo abitano.
Durante la settimana appena trascorsa ho passato del tempo con dei ventenni per
le svariate ragioni che poi sono sempre la stessa, l’occasione che provano a
cogliere per chiedere a un adulto: “Tu che sei sopravvissuto alla giovinezza, mi
dici per quale ragione si sta al mondo?”.
Dovrei dirgli quello che dicono tutti, ovvero quello che tutti omettono: che
come per sopravvivere all’infanzia devi uccidere il bambino, per sopravvivere
alla gioventù devi ucciderla – l’età adulta è l’età della colpa, quella di chi
nella migliore delle ipotesi s’è macchiato dell’omicidio solo di sé
stesso. Coloro cui tocca l’ultima età hanno l’esclusiva della straziante
ammissione di essere sopravvissuti passando sui propri cadaveri e su quelli di
chissà quanti altri. Ci si salva dalla caduta precipitando sul morbido di strati
e strati di sommersi.
Altre volte avrei risposto ai ventenni come me l’ero cavata io ai tempi:
leggendo Dostoevskij, Seneca e i manuali della perfetta umanità di quello
scrittore italiano che è postumo già in vita. Invece mi sono limitato a offrire
il giro da bere, a buttare lì: “Rivediamoci tra dieci o venti anni, poi mi
direte”, e mi sono messo a leggere Virtù di Romano Guardini, perché per
sopravvivere al soffocante senso di impostura generale un pensatore che pensa
l’etica senza tentennamenti bizantini è la bomboletta d’ossigeno che mi ci
voleva.
Romano Guardini l’ho conosciuto leggendo L’essenza del cristianesimo, me lo
regalò D un’estate di qualche anno fa, allora non sapevo Guardini chi fosse, il
peso che avesse avuto nella formazione del papa argentino, e ora come allora non
so quale sia il rapporto di D rispetto al cristianesimo, probabilmente di
disaffezione e delusione come è il più delle volte per chi il cristianesimo o
qualunque altra religione la incontra, o gli è fatta incontrare, quando è
bambino, quando è giovinetto: le vecchie religioni non reggono l’urto del mondo
nuovo come è, per questo ci si preoccupa tanto di aggiornare la pastorale: in
un’epoca di lupi mannari essere formati per diventare un mite gregge da beato
macello industriale suona come invito al suicidio di massa per cui sono rinomate
le sette che non ce l’hanno fatta a sfondare per aggiudicarsi l’otto per mille.
Io che non ho religione avendo imparato ad ammirare il tono sapienziale di
Romano Guardini sono diventato a mia insaputa uno di quegli atei devoti che si
definiscono atei per depistare meglio e che per lo più sono devoti al ritorno di
immagine del passarsi all’opinione altrui quali dei convertiti mancati, che
vorrebbero tanto poter disporre di una fede che però, se ancora gli manca, non
sarà neppure più a causa loro ma del dio che non gliela conclama? Naaah, ateo
passi pure, per quanto sia una parola con la sua etichetta prestampata su, ma
devoto proprio no.
La fede, che per Romano Guardini è una verità alla cui luce riflettere sul
mondo, per me non è e non può essere una verità affatto, ma una presa di
posizione per chi ce l’ha, per chi la rivendica, grazie alla quale orientarsi
rispetto al mondo, un punto di vista che permette di interpretarlo, percorrerlo,
giudicarlo, riformarlo.
In questo senso, la scelta è tra una fede, ovvero una visione, e la cecità,
dopodiché non è detto che esista un punto di vista più definitivo degli altri,
anzi più un punto di vista vuole delegittimare e neutralizzare e oscurare tutti
gli altri più si rischia una nuova forma di cecità indotta. La guerra tra
religioni – dichiarate in quanto tali o no – è il grottesco spettacolo di
ciclopi che provano a orbarsi l’un l’altro per vantare il predominio sulla
verità da parte dell’unico che resterà al più con mezzo occhio aperto, laddove
senza una visione almeno binoculare resta inaccessibile la percezione della
tridimensionalità di una realtà che magari di dimensioni ne avesse solo tre o
quattro.
Di Romani Guardini ammiro che rivendichi la virtù intesa “come quell’istanza la
cui realizzazione rende l’uomo autenticamente uomo” (con quell’uso estensivo
della parola uomo per intendere uomini e donne che comunque una avvisaglia sul
punto di vista maschiocentrico di chi parla ce la dà).
Virtù ovvero ricerca di valore che aiuti a capire se non il perché si sta al
mondo quanto meno quale è il modo migliore per starci, poiché finché uno nel
mondo non riesce a starci bene è assai dubbio reputi che la ragione del suo
trovarcisi all’interno sia benevola – fino ad arrivare alla
riflessione/consolazione del sopravvissuto adulto: si sta al mondo per capire
come poterci stare dentro nel miglior modo possibile per sé e per gli altri,
dato che come non c’è un sé se non ci sono degli altri rispetto a quel sé, allo
stesso mondo se non ci possono essere gli altri se non ci sono rispetto a un sé
di riferimento. Correggendo l’aritmetica pirandelliana: se c’è un uno ci possono
essere gli altri centomila e passa ma se non c’è nessuno non può esserci nessun
altro.
Rispetto al ritorno del caos a reti unificate che sollievo leggere che “Chi
invece sa che cosa è l’ordine, sente la pericolosità, anzi l’arcana minaccia del
disordine.” Eppure l’ordine non è una minaccia arcana altrettanto? Lo stesso
Guardini scrive: “In ogni virtù si annida la possibilità dell’anti-libertà.” In
Guardini per fortuna l’ordine non è una soluzione politica conservatrice,
retropica, securitaria, ma la ricerca di un equilibrio, di una armonia, di una
serenità possibile all’interno di un mondo impossibile per la convivenza umana
che pure, beckettianamente, è più che possibile, è addirittura reale.
Quando leggo “Si è sviluppata in tempi vicini una concezione dello Stato secondo
cui [a] esso, in vista della potenza, del benessere, del progresso, ogni
iniquità è permessa. Quando un’ingiustizia ha raggiunto il suo scopo benefico,
cade nel nulla” mi figuro Guardini bloccato alle frontiere statunitensi, ai
checkpoint israeliani, per ben sospetta connivenza col nemico, poi mi ricordo
che è morto nel 1968 e penso fiuuu, se l’è scampata quest’epoca in cui i
cosiddetti governi liberali e democratici se ne inventano di ogni per far
passare sotto il cappello della legalità la decapitazione dei diritti e delle
garanzie su cui dovrebbero fondarsi.
Leggendo Virtù scopro l’uomo, e la donna, che vorrei piacesse essere a me e agli
altri: verace, “Significa non soltanto dire la verità, ma anche farla”, capace
di accettazione, “In fondo ciò che importa è soltanto che tu sia leale”, “È
sempre l’accettazione del reale che fonda la lealtà dell’esistenza”, paziente
(come il Dio di Guardini che “non solo ha fatto il mondo, ma lo tiene e lo
porta. Egli non se ne annoia”), giusto, “L’uomo non soltanto è, ma il suo essere
gli è affidato e gli viene attribuito quanto egli ne fa”, rispettoso, “È forse
lecito dire che ogni vera cultura comincia con il fatto che l’uomo si ritrae”,
fedele perché i fedeli “creano stati d’animo duraturi”,
disinteressato, “Sembrano farsi rare le persone che compiono la propria opera in
dedizione pura semplicemente perché essa è valida, perché essa è
bella”, ascetico quando per ascesi si intende “rinunciare a ciò che non può
essere”, e coraggioso!
> “Poiché il futuro, a dispetto di prognosi in casi particolari, è appunto
> l’ignoto. Ma vivere significa avanzare verso l’ignoto, ed esso può delinearsi
> dinanzi ai nostri occhi come un caos entro cui dobbiamo osare di
> precipitarci.”
E la bontà? La tanto sputtanata e infangata bontà degradata a buonismo, wokismo
per niubbi, coglionaggine patologica degli amanti delle culone inchiavabili?
> “Un uomo buono è uno che ha una buona opinione della vita, che pensa
> fondamentalmente bene di essa.”
Bisogna essere coraggiosi per essere buoni. Bisogna avere fede nella certezza
che essere virtuosi renda la vita un buon posto dove continuare a stare.
> “Una vera bontà lascia a ciò che vive lo spazio aperto e libero movimento,
> anzi glielo dona, glielo crea, giacché solo là la vita può fiorire.”
Per quale ragione siamo al mondo? Per dare alla vita che c’è toccata l’occasione
di fiorire, perché non resti sommersa. Come può fiorire? Vivendo virtuosamente,
dove la virtù è l’arte di condurre la propria vita per farne un capolavoro, come
pure esortò quel papa polacco che pure ne ha dette e fatte tante, di segno
opposto ma comunque lasciandone uno.
Guardini continua col catalogo tutt’altro che per madamine: un uomo e una donna
degni di definirsi umani coltivano la comprensione, la cortesia, la
riconoscenza, il raccoglimento, il silenzio:
> “Dobbiamo darci da fare. Dobbiamo difenderci contro l’ininterrotto fiume di
> chiacchiere che percorre il mondo, difenderci come uno che ha il petto
> oppresso e cerca di assicurarsi il respiro”.
Come si sopravvive al mondo, nel mondo? Assicurandosi il respiro. Leggendo
Guardini, stando con Guardini, dando tempo e spazio al proprio pensiero
meditando le riflessioni guardiniane, stando in guardia dall’implicito predicare
pro religione sua di Guardini, la mente respira, di disintossica, si fortifica.
Si addestra per stare nel mondo, per cercare e decidere contro e per che cosa
lottare moreschianamente nel mondo, per quel mondo che poi siamo sempre io e gli
altri, gli altri e io.
Se esiste un lettore ideale di Guardini di certo non sono io che ne avrò fatto
una lettura mutilante, secolarizzante?, ateizzante?, più umanistica che
teologica, ma Guardini scrive in modo così sincero e intelligente che distrugge
a monte la possibilità di un lettore ideale se per ideale si intende un lettore
che sa cosa sta per leggere fin da prima di iniziare a leggere. Guardini non è
una lettura per credenti o per non credenti, è una lettura per chi resta del
parere, o della fede, che l’umano si distingua all’interno del regno animale per
la sua facoltà più o meno stupefacente, più o meno sadomaso, più o meno
praticata, di pensare sé stesso in relazione a tutto ciò che non è soltanto sé
stesso.
Mi viene così naturale diffidare da chi per pensare l’uomo non può prescindere
del pensiero di un dio che l’abbia creato e rispetto al quale sia in
immodificabile rapporto di dipendenza ontologica. Dovremo però pur ricominciare
da qualche parte, semper incipe!, per non andare tutti del tutto in pezzi. Per
cui ben venga chi insegna a pensare cosa può esserci di umano nell’uomo pur
senza saper fare a meno di un dio che l’abbia pensato per primo, a differenza
mia che posso pure fare a meno di un dio, a patto di non dover fare a meno del
pensiero degli altri che sono io, dell’io che sono gli altri, disposto semmai a
discutere l’ipotesi di un dio che se ha creato l’umanità sarà stato per avere
finalmente a disposizione un punto di vista diverso, e finalmente sessuato!, dal
suo proprio su sé stesso e su tutto il resto che prima della creazione neppure
c’era.
antonio coda
L'articolo “Vivere significa avanzare verso l’ignoto”. Leggendo Romano Guardini
proviene da Pangea.
La scarsità di notizie biografiche intorno a Stefano bar Sudaili ne ha
amplificato, nel difetto, il fascino. Nato intorno al 480, originario di Edessa,
fu monaco; le sue idee gli attirarono le antipatie, tra gli altri, di Filosseno
di Mabbug: fu costretto a un’esistenza stretta tra fughe – in Palestina –,
ristrettezze, eremitaggio, studio.
L’unico testo a lui attribuito, il Libro di Ieroteo – conservato in siriaco, in
una sola copia del XIII secolo, ora al British Museum, contenente l’ampio
commento del patriarca di Antiochia, Teodosio –, conosciuto anche come Libro dei
misteri nascosti della casa di Dio, narra le perigliose peripezie della “Divina
Mente” per sciogliere il mondo dal male e gli uomini dal peccato, riconducendoli
al Bene. L’intelletto divino precipita fino alle origini e alle ragioni del male
– ben oltre gli inferi e lo Sheol, nell’“abisso degli abissi” dove dimora il Non
Essere – per distruggerlo: sradicare l’effigie dell’Albero della Vita significa
riportare l’umanità allo stato edenico, dopo la caduta.
Più in particolare – al di là del dramma cosmogonico – il Libro di
Ieroteo dettaglia il drammatico pellegrinaggio della mente per ‘confondersi’
nell’Essenza da cui proviene ogni vita. “L’intelletto ascende verso Dio in un
cammino di passione, crocefissione e morte; segue quindi una resurrezione nella
quale è posto davanti a un albero che riassume in sé tutti i mali, e con
quest’albero combatte per distruggerlo… L’intelletto comprende allora che deve
ridiscendere alla radice dell’albero per togliergli la forza vitale e inizia la
ridiscesa tra sofferenze e lacrime” (Sabino Chialà, in: La mistica cristiana,
Mondadori, 2020, p.799; il tomo propone una traduzione diversa e più ridotta
del Libro di Ieroteo rispetto a quella proposta in calce).
L’autore del Libro di Ieroteo, di involuta bellezza, fu accusato di eresia, di
diffondere la tesi dell’apocatastasi, la ‘restaurazione’ di tutte le cose nei
meandri di Dio, già propagata da Origene. Fu preso per panteista (“Passato a
studiare in Egitto, vi s’imbevve delle dottrine di Origene, le quali poi lo
condussero verso una concezione panteistica dell’universo, secondo la quale
tutto è veramente in Dio”, così Giuseppe Furlani). Palesi sono i legami tra
il Libro di Ieroteo e le dottrine dello pseudo-Dionigi, a testimonianza di un
cristianesimo ‘del sottosuolo’ che continua a conquistare, a fermentare nei
‘sentieri interrotti’ del dire divino. Ieroteo – discepolo di san Paolo e primo
vescovo di Atene – è, in effetti, il mitico maestro dell’autore della Teologia
mistica: il ‘libro’ che gli è ascritto – secondo la finzione operata da Stefano
bar Sudaili – sarebbe stato scritto nel I secolo.
Di certo, pensare che “Dio passerà, Cristo cesserà di essere, lo Spirito non
sarà più detto Spirito”, dona cosmica ebbrezza, rende fatui eroi di una sapienza
che supera quella degli angeli. Secondo il cristianesimo estremista di Stefano
bar Sudaili, i nomi sono gusci vuoti, crisalidi efficaci su questa terra ma
inutili nel Regno dei Cieli, dove permane soltanto l’Essenza. Beatitudine
innominata, aliena al nostro bastonarci, qui. Il tempo delle distinzioni, del
bene e del male, del vero e del falso, è destinato a finire in virtù della
riconciliazione ordita dalla Divina Mente.
Una pagina del Libro di Ieroteo, con commento, digitalizzato dalla Library of
Congress
Chi ha orecchi tesi, riconosce nell’itinerario tracciato dal monaco di Edessa il
germe dell’Itinerarium mentis in Deum di Bonaventura; nella perpetua lotta delle
mente contro le essenze demoniache agiscono, sì, gli apoftegmi dei Padri del
deserto, ma pure le più orrorifiche rappresentazioni del buddismo: il male non
va scansato ma combattuto, vinto.
Il Libro di Ieroteo, per lo più sconosciuto, propone un ardito percorso di
ascesi intellettuale – un addestramento per non soccombere ai demoni: piacerebbe
a Jorge Luis Borges, se non altro per l’aristocrazia teologica di cui è intriso.
È il libro scritto da un uomo solo – da un cieco veggente – da un folle. Un
libro voluttuosamente anticlericale, che desta dalla letargia la nostra
allegorica mente.
Alcuni studiosi – Arthur Frothingham, docente a Princeton, ha curato un’edizione
pionieristica del Book of Hierotheos, Leida, 1886 – magnificarono il genio
dell’enigmatico Stefano bar Sudaili, “seguace di Origene e della scuola
alessandrina, benché intriso di sapienza gnostico cabbalistica. Proclamò con
audacia le sue dottrine; Filosseno lo descrive come un uomo colto, dedito allo
studio della Scrittura, che interpretava secondo il metodo cabbalistico,
portando all’eccesso questo tipo di esegesi”. Il Libro di Ieroteo, per il suo
carattere esoterico, cifrato, per pochi, finì per rappresentare il genio del
cristianesimo ‘eversivo’, al di là di ogni struttura ecclesiale; un
cristianesimo ‘esclusivo’: “Il fondamento dell’esperienza della mente è la sua
assoluta identificazione con Cristo; ma il Figlio, infine, cede il regno al
Padre e ogni esistenza distinta giunge all’indistinzione, si perde nel caos del
Bene”.
Come molti testi intrisi di neoplatonismo, le ragioni del fascino del Libro di
Ieroteo concordano con i suoi limiti. Il corpo – il centro del cristianesimo – è
del tutto sbiadito, sbriciolato; Cristo è una ‘figura’ che verrà sfigurata nel
giorno della vittoria sul male, è un mero tramite. Eppure, evangelicamente,
tutto converge in Cristo, le sue stimmate sono le canoe del nostro andare da
disadatti; il dono non prevede condono e il creato ha senso soltanto se è
costantemente redento dalla creatura. I nomi sono transitori, è vero, ma il Nome
si staglia perenne, imperituro; il Verbo non occupa le virtù del vocabolario,
l’Altro non è altrove: questo linguaggio ci è connaturato, con i suoi
impeccabili disastri, e l’amore è il modo più potente di essere. All’intelletto,
infine, possiamo pure rinunciare.
***
Dal Libro di Ieroteo
I
Ogni natura intelligente è determinata, conosciuta e compresa dall’essenza che
le è superiore; determina, conosce e comprende l’essenza che le è inferiore –
soltanto alla pura mente pertiene la visione del superiore e dell’inferiore.
Nemmeno alle intelligenze angeliche vengono rivelati i supremi misteri delle
menti sante e pure.
Il Bene che noi glorifichiamo è il potere universale costituente, che provvede e
soddisfa l’Universo dal quale tutte le esistenze distinte, mediante separazione,
sono giunte ad essere e verso il quale desiderano continuamente ritornare.
*
II
L’opera della mente ha per fine la gloriosa ascesa, dacché Dio non desidera che
le menti cadano e vuole riportarle a sé. Coloro che desiderano ascendere devono
unire la Natura-di-Bene che è in loro alla propria essenza, in modo da rimuovere
ogni traccia del principio opposto. Per questo, occorre purificare l’anima e il
corpo, affinché la veste sia candida, spoglia – in caso contrario, la mente
cadrà durante l’ascesa.
Quando la mente ascende, il corpo è come morto e l’anima è tutta assorbita nella
mente – librandosi, liberata, la mente ignora ciò che accade sulla terra. Tutte
le essenze dei demoni, allora, si radunano per opporsi ad essa; ma la mente le
sconfigge e il Signore la solleva con la mano della sua bontà fino al
firmamento, dove urlano le schiere degli angeli: Sollevate il capo, cancelli del
cielo, ché il re della gloria entra!
Quando la mente è resa degna di ascendere al di sopra del firmamento, che è il
muro intermedio della separazione, è come un bambino appena nato che passa dalle
tenebre alla luce.
*
III
…tuttavia la radice del male e del principio opposto non è del tutto sradicata,
ma, raccogliendo le forze, riappare e cresce fino a diventare un albero immenso
i cui vasti rami costringono al buio le menti divine, le alienano dalla perfetta
luce del Bene.
Nel lungo, terribile combattimento che segue, la mente taglia e brucia più volte
i rami dell’albero, ma il male germoglia ancora, ancora, con uguale forza dalla
radice, ancora intatta. Infine, per illuminazione divina, la mente capisce che
deve discendere nelle regioni più basse, dove sono piantate le radici
dell’albero del male. Per la mente inizia ora un doloroso ritorno, attraverso le
regioni che aveva asceso, giù, giù, sotto terra. Lì si scontra contro i feroci
demoni del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest, fino a essere uccisa.
Tuttavia, Cristo, la grande mente, si rivela, apre le porte dello Sheol e
riporta in vita la mente, la solleva dalle regioni infere. Di nuovo, allora, la
mente compie la seconda ascesa verso le regioni che già conosce e diventa degna
del battesimo spirituale, in Spirito e fuoco, senza il quale non esiste vita.
A questo punto, non esistono più ostacoli: la mente non è semplicemente simile a
Cristo ma a lui identica, degna del premio del sacerdozio divina, degna di
unirsi al Bene. La mente, ora, non è più mente ma Figlio, operando secondo la
Sua volontà, che giudica, crea e vivifica, ordina e costituisce.
*
V
La Mente Divina varcherà i cancelli dello Sheol e le essenze dei demoni si
riuniranno per combatterla – ma verranno distrutte, trafitte; illuminate le
menti che vivono nel tormento, liberate, perdonate.
Anche le regioni infernali verranno illuminate e perdonate: non saranno meno
luminose dei regni celesti.
Ora che la mente ha scacciato da sé la natura avversa, desidera sradicare
l’origine del male e taglia l’Albero della Vita. Tutte le menti un tempo schiave
della perdizione ora vogliono unirsi alla Mente Divina, ma tramite il Figlio
verranno impartiti i tormenti. La mente discende nel luogo del Principe delle
Tenebre; la mente si immerge oltre lo Sheol, nell’abisso degli abissi, nel luogo
sotto ogni luogo, dove sono le radici del male, che desidera distruggere.
Dopo aver decretato il Giudizio, la mente vuole vedere l’Essenza Insensibile,
l’essenza ribelle. Essa non ha nome nominato sulla terra né sottoterra; essa non
possiede alcuna natura: chi ne è imprigionato non vedrà resurrezione né vita.
Irrazionale, incosciente, senza vita, insensibile, ha per nome Non-Essere. Fin
dal principio, non recò frutti e cadde – cadde dall’essere mente all’essere uomo
– e fu animale, e fu bestia, e fu demone e demonio e infine, avendo abbandonato
completamente il Bene e la Natura, fu nulla. Nonostante la mente gli tenda la
mano, non si sottomette.
Tutto è compiuto, ora, nei sotterranei del creato e mentre la mente compie la
sua ascesa, mossa dal desiderio di farsi Padre, vede le spoglie di chi ha ucciso
e desidera risorgerli e misericordia la comprime. Allora elargirà il bene a
tutti, ai giusti e ai malvagi, e tutti farà simili a lei. Tutte le menti che
discendono dall’Essenza alla Divina mente ascenderanno perché Voi siete
fratelli, in verità, ossa delle mie ossa, carne della mia carne, è detto.
Questa è soltanto una piccola parte della glorie della Mente quando è
confusamente mescolata al Bene del Creatore universale.
Resta da dire della divisione tra unione e assorbimento e mostrare se Cristo
sia unito o assorbito al Creatore. Nell’unione ciò che è distinto sembra
indistinguibile ma è retto dal principio di distinzione. Al contrario, in ciò
che è assorbito non si nota alcuna distinzione. A Cristo diamo il nome di unione
– per ciò che è assorbito non esiste nome.
Tutte queste dottrine, figlio, ignote anche agli angeli, te le ho rivelate
benché le debba espiare con il disprezzo dei miei simili. Sappi dunque che
l’intera natura sarà confusa con il Padre: nulla perirà o sarà distrutto – tutto
tornerà, santificato, unito, confuso. Dio sarà tutto in tutto. Anche l’inferno
passerà e i condannati saranno liberati.
Tutti gli ordini e le distinzioni cesseranno – Dio passerà, Cristo cesserà di
essere, lo Spirito non sarà più detto Spirito. Resterà l’Essenza.
Allo stesso modo in cui ogni natura razionale è governata dalle sue leggi, così
ogni natura irrazionale obbedisce a leggi speciali.
*In copertina: William Blake, “Pity”, 1795 ca.
L'articolo “Dio passerà. Resterà l’Essenza”. Intorno al trattato mistico di
Stefano bar Sudaili proviene da Pangea.
Fino a poco tempo fa, tutto risplendeva – tutto aveva un senso visibile e
chiaro, come un fuoco: ogni fiamma, pur tentacolare, aveva un volto, contraeva
un patto. Il mondo era una famiglia. Il grano riguardava l’astro che ne
garantiva la crescita e la mano, a stella, che lo raccoglieva; l’albero era
imparentato al corvo che vi atterrava sopra, della specie di Saturno; il fiume,
a leggerne i sussurri, a strologare la cifra delle strolaghe, garantiva figli
dai capelli corvini, agilità nel corpo. Nutrirsi di alcune piante permetteva
certe qualità; necessario era apprendere i poteri della vasta famiglia dei
rettili e degli anfibi. Il volo degli uccelli, lassù, interferiva sulla nostra
sorte, quanto l’opera magnetica dei pianeti.
Anche la volpe che ieri notte ha attraversato la strada, trasfigurata dai fari
della mia macchina, cucendo bosco a bosco, quella volpe Mercurio, partecipa
della mia vita, ha un senso.
L’era della misura ha tolto lo spazio dello smisurato: la sapienza,
parcellizzata in saperi, è mutilata; all’osservazione e alla speculazione
astrologica si è sostituito l’osservatorio astronomico, il tempio è sottomesso
all’accademia. È vero: la chirurgia ha soppiantato le erbe curative, i maghi e i
mestatori di formulari – vivremo tutti, tiepidamente felici, grigi pingui
pinguini, fino a centocinquant’anni – sia gloria al dio della salute; la
salvezza resta altrove.
Fino a poco tempo fa, intendo, il mondo non era costellato di ‘corrispondenze’ o
di ‘segni’: il mondo aveva un significato. Interpretare i segni è già il sintomo
di un’era insignificante. L’era del simbolo teneva insieme l’uomo, la terra, il
cielo – corrispondenza significava corresponsabilità.
Di questo mondo – che è poi, autenticamente, il nostro, quello di Dante e di
Francesco – Rabano Mauro è l’enciclopedia vivente, l’esegeta sommo. Abate di
Fulda, arcivescovo di Magonza – dove muore nell’856, il 4 febbraio, il giorno in
cui la Chiesa fa memoria della sua santità – Rabanus Maurus Magnetius fu
istruito da Alcuino, visse gli incerti che seguirono agli anni di Ludovico il
Pio, scrisse tantissimo, investigò il tutto. Del suo libro ‘totale’, il De rerum
naturis, “una cosmologia… ovvero una descrizione della realtà nel quadro di una
visione unitaria del mondo”, in cui l’abate di Fulda “descrive ogni cosa che
riguarda il mondo conosciuto, dall’umile chicco di grano alla costellazione di
Boote, nel tentativo di abbracciare la totalità dello scibile in una
rappresentazione del micro e del macrocosmo coerente con la dottrina cristiana”,
Claudia Gualdana (da cui ho tratto le citazioni) traduce, con talento
sgargiante, devota al culto dei libri assoluti che ora passano per eccentrici
(va ricordato il suo Rosa. Storia culturale di un fiore, Marietti 1820,
2019), il libro IX come Il mondo e gli astri (La Vita Felice, 2025). Il libro –
che è poi un manuale, un tascabile che si snoda per centocinquanta pagine, un
universo in miniatura – è straordinario perché ci orienta agli elementi primi,
riporta – secondo sintesi mirabile – ‘il tutto nel frammento’, conduce dal caos
– di cui si nutre un certo cristianesimo esagitato, in adorazione del buio – al
cosmo. Così, scopriamo che
> “il cielo è stato chiamato così, proprio come se fosse un vaso caelatum, ossia
> cesellato, perché reca incise le luci delle stelle come se fossero sigilli”.
Della luna è detto che “rappresenta le avversità del mondo”, ma anche la Chiesa
(perché – intuite l’introibo da raffinato polemista di Rabano – “essendo stata
creata nella dimensione temporale, come la luna talora si fa più piccola,
talaltra cresce, ma sebbene essa sia soggetta a calare, diminuisce in modo tale
da essere sempre restituita alla sua integrità originaria”) e “l’era presente,
perché è in costante mutamento”. I corpi celesti non sono geroglifici: come ogni
corpo – compreso quello umano, che dell’universo è mappa vivente, in calligrafia
di vene, ossa, arterie –, hanno diversi sensi – letterale; allegorico; anagogico
– e sensibilità; l’abate sviscera tutti i significati con dovizia di citazioni
bibliche. Il compito di Rabano Mauro è titanico: egli va risignificando il mondo
alla luce della rivelazione di Cristo. Così, alle enciclopedie ‘pagane’ – il
mito classico, che armonizzava l’antico mondo – sostituisce il nuovo codice
cristiano. Rabano offre la chiave per interpretare ogni minuta cosa: il tuono –
“che è stato chiamato così perché il suo suono terreat, ovvero atterrisce” – e
le braci – “indicano le concupiscenze illecite dell’animo” – il vento “violento
e veemente” e le Pleiadi, “l’annuncio della comunità dei santi che, nella
tenebra della vita presente, ci illuminano con la luce della grazia dello
Spirito septiforme”. Di Lucifero, “la stella del mattino”, è detto che “può
alludere al Salvatore o alla luce della vera conoscenza”; nel suo “significato
malefico” marca il senso della “caduta dallo splendore eterno fino alle tenebre
infernali”.
L’opera di Rabano Mauro serve a sanare, tra l’altro, l’impropria affermazione di
Robert Graves, il geniale poeta de La Dea Bianca. A suo dire, una “frattura…
separa il cristianesimo dalla poesia”, tanto che “è ormai impossibile combinare
le funzioni un tempo identiche di sacerdote e di poeta senza fare violenza
all’una o all’altra vocazione”. Allo stesso modo, l’indole “crudele,
capricciosa, sfrenata” della Dea Bianca contrasta con il culto della Vergine.
Graves – che sognava di rifondare un ordine ‘bardico’ della poesia e di
ricondurre la parola poetica al suo ancestrale potere magico, teurgico, e che di
fatto ha avuto un unico, straordinario allievo: Ted Hughes – ha, come sempre,
ragione. Proviene, però, da un regno in cui la “rivoluzione puritana” ha
sistematicamente cacciato dal tempio i druidi e i bardi, ha disonorato i boschi
considerandoli mero ornamento quando non materia prima per imprese di
falegnameria. In realtà, al netto di un semplicistico ‘romanticismo’ – che fa
del poeta il ribelle, l’eresiarca costi quel che costi, mentre è da sempre il
custode dell’ordine, il suo cardine; e non mi riferisco certo all’ordine
mondano, alla viltà del potere terreno, infine impotente se non sostenuto da
armi di assassinio di massa –, il poeta, come gli apostoli, parla le lingue e
guarisce dal male; la sequela Christi è fonte di infinita opera.
“Decifrare il linguaggio sacro”, come scrive Rabano Mauro, è compito dello
studioso e dell’artista. Così, nel formidabile Liber de laudibus Sanctae Crucis,
lirico laudario costellato di calligrammi, la parola è la cosa, la forma è la
formula, ciò che è nominato, d’improvviso, vive, con ferina evidenza – ulula
l’io e l’Iddio. San Paolo insegna che si prega “in modo conveniente” dando in
“gemiti inesprimibili” (stenagmois alatetois; Rm 8, 26). Si prega verseggiando
come fanno le creature: secondo il ronzio della mosca, l’adulare dei lupi, il
fruscio degli astri.
*Le immagini in copertina e nel testo sono tratte dal “Liber de laudibus Sanctae
Crucis” di Rabano Mauro
L'articolo “Decifrare il linguaggio sacro”. Rabano Mauro: dal caos al cosmo
proviene da Pangea.
Il card. José Tolentino de Mendonça (Machico, Madeira, 1965) è prefetto
del Dicastero per la cultura e l’educazione dal 2022. Ha alle spalle una lunga e
riconosciuta attività di scrittore. La sua prima raccolta di poesie, Os Dias
Contados, è uscita nel 1990, lo stesso anno in cui è stato ordinato sacerdote.
Nel 2018 fu invitato da papa Francesco a predicare il ritiro di Quaresima per la
Curia romana e nello stesso anno quelle meditazioni sono state raccolte
in Elogio della sete (Vita e pensiero). Tra i suoi titoli più recenti in lingua
italiana ricordiamo: Una grammatica semplice dell’umano (Vita e Pensiero,
2021), Il papavero e il monaco (Qiqajon 2022), Estranei alla terra, (Crocetti
2023), Amicizia. Un incontro che riempie la vita(Piemme 2023). Il prossimo anno
l’editore Crocetti pubblicherà la sua ultima raccolta di poesie, Il centro della
terra.
Quali sono i suoi primi ricordi da bambino?
La prima parte della mia infanzia è stata africana e se dovessi riassumerla in
una parola, sceglierei la parola “vastità”. I miei primi ricordi riguardano
proprio la consapevolezza di quella vastità, del territorio come del
mare. Abitavo in una casa sulla spiaggia davanti al mare, nella località di
Lobito in Angola: quell’esperienza mi ha segnato profondamente, perché era
un’iniziazione allo stupore. Se penso ai primi anni di vita, da quando ho
coscienza e memoria, è questo lo stupore che poi mi ha sempre accompagnato.
Mi ricordo per esempio la scena dell’arrivo dei pescatori al mattino, dopo una
notte passata in mare, e le donne, le donne nere del popolo, che aspettavano
senza scarpe vicino all’acqua l’arrivo di quel pesce che sarebbe poi stato loro
compito distribuire. Era una scena di grande intensità, era l’immagine di un
mondo puro. Una volta ho letto che Omero usa circa trenta espressioni per
descrivere l’azzurro del mare senza ricorrere al termine “azzurro”. Lo descrive
in tante forme, lo descrive parlando del bianco, parlando delle voci, del sole,
delle navi, della fame umana, della bellezza delle grandi ricerche. Quando
ripenso a quegli anni penso a queste immagini, che il mare era azzurro, io l’ho
visto azzurro, ma l’ho visto azzurro nel bianco, nel verde, nel giallo, nel
marrone, nel nero. E tutto questo mi ha offerto l’inizio di una visione.
Queste suggestioni mi riportano a due poeti come Derek Walcott, al
suo Omeros ambientato ai Caraibi e al premio Nobel Saint John-Perse…
Sono due voci straordinarie per raccontare l’umanità, sono grandi testimoni
dell’umano.
Saint John-Perse in Italia non è molto conosciuto, nonostante il Nobel.
In Portogallo lo abbiamo tradotto di nuovo.
Anche in Italia, è uscita una bellissima versione di Amers a cura di Nicola
Muschitiello per le Edizioni Medhelan.
Mi interessa molto.
José Tolentino è stato creato cardinale nel 2019 da Papa Francesco
Ritorniamo alla sua infanzia, cosa accadde dopo l’esperienza africana?
Dopo i primi anni in Angola, con la decolonizzazione, tornai a Madeira, in
Portogallo, nell’isola “magica” dei miei genitori, di mia nonna che era una
grande raccontatrice di storie. Per me fu interessante passare dalla vastità
dell’Africa al microcosmo dell’isola perché fu un esercizio di
“concentrazione”. Anche se sicuramente non furono anni facili per i miei
genitori, perché in quel cambiamento persero la stabilità che avevano
conquistato, la casa, la vita di prima. Non erano sicuramente anni facili per
loro, ma io vissi l’arrivo nell’isola come un’esperienza nuova. Per esempio, in
Angola conoscevo soltanto due stagioni, l’inverno e l’estate. Lì non ci sono le
stagioni intermedie. E invece arrivato nell’isola ricordo una gita scolastica
per “incontrare l’autunno”, così la professoressa chiamò quell’esperienza.
Ricordo che raccolsi una foglia di un albero e rimasi fermo a guardarla… cercavo
l’autunno… Più tardi sperimentai l’esperienza di Rilke secondo cui il poeta è
una “conseguenza dell’autunno…”.
In Ares abbiamo preparato una biografia di Rilke per il 150° anniversario della
nascita. Quali sono i suoi autori di riferimento?
Per me Rilke è una memoria importante. Tra i miei primi punti di riferimento,
c’è stata la Bibbia, che mi ha sempre incuriosito molto, per la forza, la
bellezza e la densità della parola. In una famiglia cattolica come la nostra la
Bibbia era una compagnia e per anni fu praticamente l’unico libro che vidi nella
stanza dei miei genitori. Ma ci furono altre suggestioni di natura biblica.
All’inizio dell’adolescenza avevo un quaderno, una sorta di diario, dove cercavo
di copiare gli Spirituals afro-americani, non ero interessato tanto alla musica
o alla possibilità di cantare, quanto alla forza della parola. Mi piacevano
anche i Salmi e dopo di essi, piano piano, sono passato alla poesia, alla poesia
moderna e contemporanea. Prima con i poeti portoghesi e devo dire che il
Novecento è un secolo d’oro per la poesia portoghese, perché abbiamo una decina
di nomi assolutamente illuminati.
Quali autori consiglierebbe ai lettori italiani?
Uno non ha bisogno di essere consigliato, perché è già ben conosciuto ed è
Pessoa. Un altro è Herberto Helder, che è stato tradotto anche in Italia. Helder
è un poeta orfico nato nella mia stessa isola, anche se ha vissuto tutta la vita
a Lisbona. La prima poesia che ho scritto aveva come titolo “L’infanzia di
Herberto Helder” perché il mondo che ho trovato leggendo le sue poesie era per
me come uno specchio o una polla d’acqua, emersa dopo aver scavato, dove vedere
riflesso il mio volto.
Un’altra poesia che mi ha dato molto è quella Sophia de Mello Breyner Andresen,
una grande poetessa portoghese che aveva il fascino della Grecia e di tutta la
poesia greca. Nella sua poesia sono molto importanti gli odori, la visione, i
rumori. Penso di aver fatto il primo viaggio in Grecia grazie ai suoi versi.
E poi vorrei ricordare Eugénio de Andrade che è il nostro Quasimodo, la sua
lirica è di grande purezza e trasparenza e allo stesso tempo è come il suono di
un flauto che ha qualcosa di orientale. Infatti, il poeta preferito di Andrade è
Li Bai (Li Po) che è anche uno dei miei poeti preferiti. E mi ha iniziato anche
nell’ascolto a una poesia che viene da più lontano, non soltanto della Grecia o
dal mondo biblico, ma anche di un Oriente lontano dove, inoltre, la poesia
portoghese ha radici forti, penso a Camões o un altro poeta importantissimo
della nostra tradizione come Camilo Pessanha che ha vissuto a Macao e che era
molto stimato da Pessoa.
Quasimodo è poco considerato in Italia adesso e invece è un poeta importante.
È un poeta che ha detto molto e che “ha scritto nell’acqua” perché la sua è una
poesia “liquida”; dopo la “società liquida” di Baumann il termine sembrerebbe
negativo, invece, nella tradizione lirica “liquido” vuol dire vicino alla
musica, ha una dolcezza che non è ingenua, ma che è un tocco sapienziale,
profondo. Alla fine, penso che Quasimodo sia un grande erede di una luce, di un
fulgore che si trova in alcuni poeti latini.
Sulla tomba di Keats è scritto «qui giace uno il cui nome fu scritto
nell’acqua».
Keats è un autore che ha costruito un’opera straordinaria scrivendo le sue
poesie sull’acqua. Mi piace molto il concetto che Keats sviluppa di “capacità
negativa”, concetto che possiamo avvicinare all’esperienza negativa di cui parla
la mistica, e che alla fine è quel ritrovamento fondamentale che viene più dalla
passività di quando ci lasciamo incontrare, ci lasciamo trovare da una verità
più grande di quella che noi potevamo immaginare. È una visione analoga a quella
di san Giovanni della Croce che è uno dei miei riferimenti spirituali, un autore
a cui torno molte volte; so a memoria alcune delle sue poesie e a loro ricorro
come preghiera… lì c’è tutto.
Lei ha pubblicato il suo primo libro di poesia nel 1990 che è anche l’anno della
sua ordinazione sacerdotale, sembra che queste due vocazioni siano state
parallele; quali sono stati i primi segni della chiamata?
I primi segni arrivarono molto presto nella mia vita perché sono entrato nel
seminario minore a 11 anni. Forse a quell’età non si può ancora parlare di una
vocazione matura, ma si può dire che si ha una tensione a quel mondo, a quella
“voce”, a quello speciale rapporto con Dio e con l’esperienza religiosa. Vedevo
che l’esperienza religiosa era concomitante con il processo di coscienza di me
stesso. Era come un’“apparizione” a me stesso. Avere coscienza di noi stessi
significa che siamo una vita, una storia, che abbiamo un nome, un modo di
essere. La religione è sempre stata una chiave della mia vita. Da questo punto
di vista, non fu una sorpresa, sicuramente anche per l’ambiente familiare, il
mondo dove sono cresciuto che era profondamente religioso, ma fu una scelta, un
viaggio, un “nomadismo” al quale mi sentii chiamato molto presto.
Quali sono le sue preghiere preferite?
Vorrei richiamare i miei incontri con Mario Cesarini, il poeta surrealista più
importante del Portogallo, autore di alcune delle più belle poesie del Novecento
portoghese. Era un uomo profondamente credente, ma il suo rapporto con il
cristianesimo era molto conflittuale, aveva però una passione assoluta per
la Salve Regina e quando mi incontrava mi faceva recitare la Salve Regina, una
preghiera che prima recitavo in modo ordinario… ma vedendo la profonda emozione
di quest’uomo senza pratica religiosa nei confronti della Salve Regina, ho
cambiato il mio atteggiamento di fronte a questa preghiera che è diventata
presenza quotidiana nella mia vita. Non solo perché la ripeto ogni giorno ma
perché corrisponde a una sorta di illuminazione, mi piace ripeterla in latino
come l’ho ascoltata da questo poeta. È una preghiera di straordinaria bellezza.
Ho fatto questo esempio per ribadire che i poeti, anche quelli più inaspettati,
sono dei veri maestri spirituali. Un poeta prepara sempre la nostra anima per
una grande esperienza spirituale. Sono le “levatrici” della nostra anima.
Mario Cesarini ha rivelato la Salve Regina a me che ero seminarista… Vorrei poi
ricordare un’altra poetessa, la già citata Sophia de Mello Breyner Andresen,
persona, come dicevo, affascinata dal mondo greco e senz’altro più vicina a
Atene che a Gerusalemme: lei considerava il Magnificat come la poesia più
straordinaria che lei conoscesse. Diceva che le grandi poesie, anche quelle di
Omero sono così, non hanno un autore, è come se fossero sospese nel tempo da
sempre e le possiamo cogliere e fare nostre in un modo molto più radicale di
tutti gli altri testi. Devo dire che il Magnificat è sempre una preghiera che mi
fa tremare di gioia. Perché forse ritrovo quella vastità che mi ha stupito nel
mio primo sguardo al mondo. “Entusiasmo” è una parola che descrive bene
il Magnificat, mi piace l’entusiasmo con cui Maria pronunciò quelle parole. Un
altro mio riferimento per la preghiera è il Cantico dei Cantici, un testo
bellissimo che ho anche tradotto in portoghese.
Del Cantico è uscita una bella edizione di Giuseppe Conte per Il cenacolo delle
Arti, le raffinate edizioni di Lamberto Fabbri.
Mi piacerebbe vederla, io conosco la traduzione di Guido Ceronetti, che è anche
molto interessante. Sono molto interessato a tutto quello che riguarda la
traduzione.
Ceronetti è l’uomo della parola scorticata.
Ma quella ferita che resta dopo la lettura è un dono che rimane.
Il Qoelet di Ceronetti è straordinario…
È straordinario. A me interessa molto la poesia tradotta da poeti, da scrittori,
perché c’è un corpo a corpo con la parola, che ti introduce in un’esperienza
nuova.
Tra i miei salmi preferiti c’è l’87/88 che è forse il più disperato del
Salterio… quasi un viaggio nella terra dei morti…
…Che alla fine è anche il mondo dove abitiamo. In fondo quella disperazione è un
modo di rivelarsi dell’umano nella sua verità più profonda. E questi sentimenti
estremi, sia quelli provocati da una disperazione sia da una grande gioia,
colgono l’umano nel suo stato flagrante. Per questo dobbiamo ascoltare i
disperati e gli entusiasti, tutti e due, dobbiamo in una mano accarezzare il
dolore e nell’altra sostenere la gioia.
Mi ha colpito lo splendido commento del card. Ravasi al Qoelet, quando
suggerisce l’idea che la Sacra Scrittura racconti l’abisso per dire che Dio è
consapevole di quanto profondo possa essere il dolore umano.
E quella è un’umanità vera, senza risposte facili e banali, è un’umanità davanti
al Mistero, alla notte del mondo, all’enigma di sé stesso, al senso non soltanto
penultimo che tante volte sembra esaurire la realtà, ma il senso ultimo, il
“perché”. Il perché alla fine è la nostra “sala parto” perché, quando
affrontiamo il “perché” diamo al verbo nascere un’opportunità di coniugarsi nel
presente.
C’è tanta disperazione tra i giovani e io credo che quella che Benedetto XVI una
volta chiamava via pulchritudinis può essere una via per avvicinarli a un senso
di stupore, alla vita, per non cadere nella disperazione, perché hanno bisogno
di autenticità e di fronte alla bellezza c’è autenticità.
La bellezza cambia la temperatura: è un brivido, una ferita, ci offre, anche se
in un modo limitato, un’esperienza di verità, di assoluto, che allo stesso tempo
appartiene e non appartiene a questo mondo. Nell’arte noi sperimentiamo questo.
Una vicinanza a una perfezione, che tante volte solo un’imperfezione rende
visibile, ma una vicinanza a una perfezione che è come una piccola tremula luce
che ci fa vedere il fondo della strada.
Alessandro Rivali
*L’intervista realizzata da Alessandro Rivali sarà pubblica sul prossimo numero
di “Studi Cattolici”
In copertina: Gaetano Previati, Notturno o Il silenzio, 1908
L'articolo “Un’iniziazione allo stupore”. Dialogo con José Tolentino de Mendonça
proviene da Pangea.
Nella Seconda lettera ai Corinzi, capitolo 12, Paolo dice di essere stato
“rapito fino al terzo cielo”, nel luogo detto “Paradiso” e lì di aver “udito
parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare”. Ne dice parlando in
terza persona – “so che un uomo, in Cristo…” – dicendo di non sapere se questa
razzia di sé, accaduta quattordici anni prima, sia stata compiuta “con il corpo
o senza corpo”. L’insenziente corpo, l’insaziato corpo, è posseduto da Cristo.
Nella Prima lettera ai Corinzi, Paolo – capitoli 12-14 – distingue tra
“profezia”, linguaggio a edificazione della neonata ecclesia, e “glossolalia” –
le “lingue degli angeli” – l’incomprensibile idioletto che congiunge il fedele,
l’ispirato, a Dio, frutto di singolare esperienza, che non si può comunicare.
Paolo scrive agli abitanti di Corinto, la città legata a Poseidone, dove si
svolgevano i giochi Istmici; la città di Sisifo, dove Medea ordisce la sua
vendetta contro Giasone. In cima all’Acrocorinto, ricorda Pausania, spiccava il
tempio di Venere, “nel quale sono la statua della Dea armata, quella del Sole,
quella dell’Amore con l’arco”. Non è un caso che Paolo operi il suo trattato sul
linguaggio nella terra del logos; che parli della “straordinaria grandezza delle
rivelazioni” nella terra dei misteri, dell’enigma, della trance. Scrivendo in
greco – lingua accessoria, d’uso, non connaturata, che è poi la subdola lingua
dei Vangeli, redatti nella lingua che Gesù non parlava – Paolo risignifica ogni
parola. È come se mutasse su zattera il senso di ogni sintagma. Nella terra
del logos egli si fa portavoce del Logos, il Verbo che sconfigge ogni verbo.
*
Nel dodicesimo libro della Genesi alla lettera, Agostino sviscera il brano di
Paolo. Come esistono tre cieli, così esistono tre specie di visioni, quella
“corporale”, quella “spirituale” e quella “intellettiva”. Delle visioni, occorre
discernere quelle che sono ispirate dagli “angeli buoni” da quelle che sono
insinuante opera del demonio. In sostanza – sulla stessa scia di Paolo –
Agostino disciplina la facondia estatica dei fedeli. Il tempo in cui gli dèi
parlavano nei fiumi, nel vento e negli alberi, in cui tutto era opera, è al
tramonto: improvvisamente, non c’è più strepito, ma silenzio, le cose mutevoli
sono ormai mute, alla selva fa specchio la basilica, al mito il rito.
A un certo punto, per assecondare “alcuni dei più stimati commentatori delle
Sacre Scritture in conformità con la fede cattolica”, Agostino scrive che
“l’Apostolo inoltre sarebbe stato rapito per contemplare in una visione di
straordinaria evidenza il regno delle realtà incorporee che le persone
spirituali anche in questa vita amano e desiderano godere al di sopra di ogni
altra cosa”.
In realtà, Paolo non dice di aver visto, ma di aver udito qualcosa. Visione per
verba, preverbale.
*
I pionieri del cristianesimo, gli apostoli, parlavano in lingue, possedevano
parole efficaci, in grado di sanare e di far risorgere i morti. Così dice Gesù
ai Dodici: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi,
scacciate i demoni”; atto che si compie “dicendo che il regno dei cieli è
vicino” (Mt 10, 7-8). Annuncio che guarisce, linguaggio che vince la morte. Non
unguento né formulario offre il Nazareno, ma un “potere” che lavora tramite
corpo e lingua – linguaggio incarnato, lingua amuleto, Verbo che dilaga. Di ciò
non resta che qualche vestigia – l’esorcismo –; quanto al resto, è compilazione
di atti ruderi che segnalano una sequela. Mirabile danza – nei sacerdoti che non
optano per un ‘fai-da-te’ liturgico – la cui forza si misura, semmai, in eoni.
Quasi che all’entusiasmo delle origini sia sostituita la sfinente attesa, il
dispiegarsi di una spettrale speranza. All’efficacia seguì l’ufficio.
*
Alle origini, i cristiani ‘sciamanizzavano’ – guarivano i malati, avevano
visioni, elevavano a nuova vita i morti, parlavano in lingue – e andavano in
estasi. La parola ekstasis – nel senso proprio della trance, dell’uscire fuori
di sé – ricorre due volte nel Nuovo Testamento. La prima (At 10, 9 ss.) riguarda
Pietro: la guida degli apostoli è a Giaffa, è mezzogiorno, è sulla terrazza di
una casa a pregare, quando, “Gli venne fame e voleva prendere cibo. Mentre
glielo preparavano, fu rapito in estasi”. Pietro vede una tovaglia, imbandita di
quadrupedi, rettili, uccelli. Il senso della visione è legato alla storia del
centurione Cornelio, “uomo giusto e timorato di Dio”, un “impuro” – come i cibi
visti in estasi – che si avvia alla conversione. All’estasi di Pietro sono
legati i criteri dell’estasi arcaica: la preghiera solitaria, il digiuno
preparatorio, la visione che rovescia il canone costituito.
Gli Atti degli Apostoli dicono anche del rapimento di Paolo (22, 17). È lui a
farne testimonianza, davanti ai Giudei: al racconto della “voce” udita mentre
andava verso Damasco, della luce che lo acceca, segue quello dell’estasi. “Dopo
il mio ritorno a Gerusalemme, mentre pregavo nel tempio, fui rapito in estasi”.
Durante l’estasi, Paolo vede Cristo che gli rivela “ti manderò lontano, alle
nazioni”. Pur diversa da quella di Pietro – qui si calca un compito – l’estasi è
simile nel codice: convertire i pagani.
*
Che s’intende dire? Che il cristianesimo originario non è statico, non
istituisce norme, ma è insicuro, instabile – è nella giovinezza della danza. La
parola estasi, nel mondo greco, è centrale (si legga: Negli abissi luminosi.
Sciamanesimo, trance ed estasi nella Gracia antica, a cura di Angelo Tonelli,
Feltrinelli, 2021) nell’affronto col numinoso, nell’addestrarsi al suo contatto.
Nei Vangeli, Gesù obbliga a una continua uscita da sé, a un linciaggio del sé,
al brigantaggio dell’io – e lo fa nel Verbo. Dopo la sua morte, l’accesso a Lui
è tramite memoria e estasi.
Così scrive Tonelli, per capirci sulla tempesta estatica greca:
> “La capacità profetica nasce dalla mania, ovvero da una condizione
> di trance che consente di trascendere i limiti dell’ego e della coscienza
> ordinaria, strutturata spaziotemporalmente, aprire un varco ed entrare in
> contatto con l’Assoluto invisibile”.
Emozione sonnambula nell’assistere al mutamento radicale di alcune parole-dolmen
– profezia, estasi, mania, logos – da un tempio (Atene) a un altro
(Gerusalemme). Paolo sa di aprire un nuovo mondo: scrive come dal sepolcro
vuoto; scrive rovesciando le pietre.
Ai primordi del cristianesimo tutti i paramenti – le vesti animalesche, il
tamburo, i cembali, le maschere, il fuoco e le erbe – sono inutili: in quella
fanciullezza, Gesù accadeva così, d’improvviso, senza preparazione, era dietro
la porta, origliava, preparava la tavola.
*
Unico compito della poesia, svestita delle corazze letterarie: dire le “parole
indicibili [ekousen arreta] che non è lecito ad alcuno pronunciare”. Il resto:
didattica del verbo, bieco conforto, confusione.
*
Vado a Mercatello sul Metauro: il luogo di Veronica Giuliani. Nella violenta
sequela del linguaggio non arretra di fronte alle ekousen arreta, non indottrina
le indicibili parole.
Vedo il sentiero che da Mercatello va a Città di Castello, dove Veronica si
infossa tra le cappuccine. Trenta chilometri. Li faceva a piedi. Tra forre,
campi, terre glabre, lunari scollinamenti: era questo il deserto di Veronica. Il
sole è filisteo – è tutto un furore di lucertole.
Nella casa natale di Veronica – nata qui il 27 dicembre del 1660 – elargiscono
lieti depliant. Uno di questi, Spes contra Spem, raduna uno spettro di pensieri
che non ammette decoro. Questo è il primo:
> “Mi sento con una oscurità ed aridità così grande, che non ho neppure un
> pensiero buono. Non mi posso aiutare con atti di fede, perché non mi pare
> d’aver fede in niente; né con atti di speranza, perché non trovo ove fermarmi;
> né con atti di carità perché non so cosa sia. Mi sento la mente così offuscata
> e come una nebbia densa che mi copre qualsiasi bene”.
Diremmo, il coraggio della disperazione – sfigurare il niente. Un niente che è
nient’altro che niente – nessun premio corona la corsa del fedele in tale notte
oscura. La Giuliani non è Giovanni della Croce – è al di là.
Il pio cronachista stempera a inconsistenza il martirio di Veronica e scrive che
“Tante esperienze mistiche destano l’attenzione del Sant’Ufficio che esamina e
controlla severamente il suo operato, provocandole una grande sofferenza; viene
però scagionata da ogni accusa di falsità e mistificazione”. Nello specifico, le
cose, riguardo alla grande sofferenza, sono andate così: “Denunciata al
Sant’Uffizio nel 1697, viene esaminata con insistenza impietosa, ispezionata
corporalmente in modi umilianti, segregata, privata d’ogni carica, interdetta
dal comunicare con l’esterno. Il rigore si attenua, ma riprende presto in forme
più dure, toccando l’apice nel 1714, con le sconsideratezze d’un giovane
confessore che la tratta da strega (in un’età in cui le streghe andavano al
togo), da indemoniata e le impone di leccare sterco, inghiottire insetti” (così
in: Scrittrici mistiche italiane, a cura di G. Pozzi e C. Leonardi,
Marietti,1988). Veronica muore nel luglio del 1727. Da bambina fu falciata dalle
estasi: vedeva Gesù; da ragazza, a Piacenza, al seguito del padre, fu desiderata
da molti, era bellissima. Sconveniente il suo essere: tirava di scherma,
preferiva gli abiti maschili, non dominava l’ira. Dai pretendenti – nobili,
tanti – si schermò con l’immagine del Crocefisso.
*
Della Giuliani, l’agone nel linguaggio, l’agonia. Analfabeta, “imparò a scrivere
scrivendo”, sotto obbligo del confessore, dal 1693: da quella tortura proviene
il diario, abnorme – oltre ventiduemila pagine –, in cui, con rozza violenza,
descrive le sue rivelazioni. È tra i grandi scrittori italiani di ogni tempo –
purissimo cannibalismo si avverte qui, e avvince. Temprato, il suo scrivere,
dalla scomodità e dallo scandalo: Veronica “scriveva solo di notte, in positure
estremamente disagiate… una scrittura, la sua, nata nel coniugio del buio
esteriore con le tenebre dell’anima”.
Per dire l’indicibile, inventa parole. La sua speleologia nel niente è
insuperata:
> “…perché Idio più si fa sentire e intendere, meno si sente e si cape. È
> incomprensibile, non v’è modo di capire niente, è immenso, non c’è capacità a
> comprenderlo, né creatura alcuna pò mai arivare a questo, e se esso dà qualche
> sagio al’anima di questo suoi divini atributi è in modo che non si trova modo
> a racontarlo. Più si cape meno si cape, più s’intende men s’intende; ci fa
> scordare di tutto; resta l’anima tutta asorbita in Dio, non capisce più niente
> di sé né di nulla di questa vita”.
L’enorme inermità della parola – “Dico e ridico e non dico niente” – la rende
rondine a penetrare l’eterno. Mistero dei misteri, il Dio che non va pronunciato
invano è, invece, detto e contraddetto – detto fino a esaurire ogni umano verbo
– detto fino a spaccargli il volto.
Il diario della Giuliani: una straordinaria cancellatura, una sparizione nella
torba linguaggio. Una diario-petroglifo: lapidazione di frasi lapidarie. “Io non
dico altro. Non so cosa abbia detto”; “Non dico altro, perché tanto non dico
niente”. Eppure, continua a dire, a ridire, ossessionando l’alfabeto fino al
bestiario, alle fiere e ai mostri, Veronica, a fecondare il divino niente (“Te
ne stai nel profondo del tuo annientamento”): che fiorisca – lei sguainerà falce
e denti in legione.
*
Mettere a repentaglio il linguaggio, rapinarlo da ogni senso, insediarsi in esso
per insidiarlo.
Più tardi scendo verso il Metauro. Le acque sono straordinariamente limpide –
limpide come di capelli chiari. Non c’è difetto di distanza tra il corpo di
Veronica Giuliani e il corpus dei suoi scritti: si scrive, si intaglia. A quel
punto di concisione, basta che qualcuno ti dica davvero e sparirai – puf!
Comunque, a Mercatello, cornacchie ovunque, in ogni infisso di casa. Sono una
decina, sul ponte. Hanno preso dominio di una piccola cappella. Sopruso di
becchi nei ruderi. Forse gli abitanti, qui, rinascono cornacchie. Forse Veronica
ha previsto l’immacolato tormento di Kafka. Al cielo bufalo hanno tagliato le
corna.
*In copertina e nell’articolo alcuni “Studj di pittura” di Giambattista
Piazzetta (1682-1754)
L'articolo Il tormento e l’estasi. Tra apostoli sciamani e stregonerie del
linguaggio: il poeta dica soltanto “parole indicibili” proviene da Pangea.
> Cælum, non animum mutant qui trans mare currunt
>
> Orazio, Epistulae, I, 11, v.27
La retorica inciampa da sola perché è imbranata: tanto se la racconta, tanto se
la canta, che gira su sé stessa fino a cadere – come fanno per gioco i bambini.
E in effetti, la retorica è infantile: egoriferita, bizzosa, volubile secondo la
convenienza. Ma siccome: agere sequitur esse; coloro che la retorica praticano,
magari inconsapevolmente che retorica sia, sono come bambini, creature
psicologicamente infantili. Scelgono un giocattolo: è l’argomento della loro
retorica, ciò che dev’essere giustificato dalle loro chiacchere. Dei vari
argomenti/giocattolo uno ci pare sia più diffuso degli altri: il viaggio. E già
si prefigura l’immagine del tizio tutto compiaciuto, le gote gonfie come quelle
di un pupo, appena tornato da quell’avventura d’una settimana andata esattamente
come aveva previsto l’agenzia di viaggi o la premurosa fidanzata, che ti dice:
“eeh, viaggiare sì che ti apre la mente” – e tu, stronzo, che non viaggi perché
magari quando hai i soldi non c’hai tempo e quando c’hai tempo non c’hai i
soldi, o forse soltanto di viaggiare non ti frega niente, perché il senso della
tua esistenza non dipende dall’ottemperanza di riti sociali massificati né
dall’incontro con il presunto «altro» antropologico… tu, stronzo, t’interroghi
su quella curiosa espressione, cercando di capire se in fondo tizio non abbia
ragione.
C’è chi crede che il mondo sia il suo giardino, e chi crede invece che il suo
giardino sia il mondo. Ma che cos’è un «giardino»? Nell’accezione volgare, per
«giardino» s’intende generalmente lo spazio verde che circonda la casa. Tra
erba, fiori della mamma o della nonna, magari qualche albero, il giardino è la
dimora delle fantasticherie del bambino. Egli lì gioca; ma proprio lì il suo
gioco assume un potere diverso rispetto a quanto accade dentro le mura: il
giardino è casa, si; ma è anche natura, che, per quanto addomesticata, conserva
quella capacità di fascinazione ambigua che la natura ha da sempre sull’Uomo. Il
bambino che gioca nel giardino percepisce l’eccitazione dell’avventura vera. Poi
però il bambino cresce; dell’avventura rimane solo l’idea, il ricordo nostalgico
che pure non cèssa di pungolare la coscienza perché si ribelli al mondo adulto
delle convenzioni opprimenti, delle frustrazioni svilenti, degli scopi
fuorvianti. In ogni adulto che ha conosciuto da bambino il giardino, resta
impressa la traccia dell’avventura.
Ma l’adulto, l’avventura, non sa più viverla. Non sa più viverla perché oramai
comprende secondo il criterio dell’estensione quantitativa ciò che da bambino
era compreso per intensità qualitativa[1]: al bambino era sufficiente qualche
impressione di verde per ritrovarsi in un bosco; all’adulto non è sufficiente
l’oceano per bagnarsi, non sono sufficienti i deserti per conoscere la sete, non
sono sufficienti le vette per avere le vertigini. In fondo, la sua
insoddisfazione, oltre ogni retorica, è dovuta ad un fraintendimento: ricorda
l’avventura, ma si è rinchiuso in casa. Il giardino non è più un ponte verso
l’altrove; è diventato decorazione perimetrale del suo Ego – ed essendo per lui
il mondo il suo giardino; allora: il mondo è ridotto ad oggetto; ad oggetto
desiderabile, da possedere, ma anche, fattualmente, inerte.
Albrecht Dürer, Angeli mostrano la Veronica in cui è impresso Cristo, 1513
C’è poi chi crede che il suo giardino sia il mondo. In genere, è colui che viene
stigmatizzato dai benpensanti benfacenti come l’“ottuso”, colui che, invece di
“aprire la mente” col tirabusciò del viaggio, resta inquilino dell’ignoranza,
della superstizione domestica. Forse potrebbero pure avere qualche ragione, se
del giardino e del mondo si avesse una comprensione esclusivamente estensiva. Ma
siccome è possibile comprenderli diversamente; allora: il piedistallo della loro
boria è piuttosto lo scalino su cui inciampano, facendo la figura dei
coglioni κατ’ ἀλήθειαν. Del giardino e del mondo si può infatti avere anche una
comprensione qualitativa, che ci fa accedere al senso autentico di entrambi.
Al giardino dedicò molti anni fa un interessante libello, purtroppo incompiuto,
Attilio Mordini[2]. Scrive Mordini:
> […] il giardino, almeno nella storia della nostra civiltà, nasce in
> Mesopotamia quale paradiso; vale a dire quale idealizzazione del creato, luogo
> di meditazione e di contemplazione intimamente complementare al tempio. [Nasce
> e si afferma quale manifestazione di bellezza intesa come espressione di una
> verità suprema a cui l’Uomo, elevandosi, aspira e tende sempre più […] È da
> una tale idea, da un tale archetipo di giardino che muove ogni altro giardino
> nel corso della Storia, accentuando ora in un senso ora in un altro la sua
> funzione di porgere all’uomo un significato che, pur modificandosi di luogo in
> luogo e di tempo in tempo, è rimasto fondamentalmente lo stesso, almeno fino
> agli albori dell’età moderna][3].
Ben lungi dall’essere meramente uno spazio decorativo; il giardino è, o meglio:
era un segno di una «verità suprema». Di tale segno, il significante sono gli
elementi vegetali e floreali, combinati armoniosamente con elementi artificiali,
p.e. fontane, vasche, etc.; mentre il suo significato è offrire all’Uomo
l’occasione per accedere al suo intimo Sé, attraverso la meditazione sulla
bellezza quintessenziale del Creato.
Questo significato del giardino assume col Cristianesimo una sfumatura
peculiare. Dice sempre Mordini:
> Il giardino riappare […] nella contemplazione cristiana come perfezione ultima
> della selva, ma non propriamente nel senso cosmico; riappare, invece,
> come hortus conclusus, riappare soprattutto come simbolo dell’anima separata
> dalla selva del mondo per essere coltivata e curata con l’aiuto della
> grazia.[4]
Quindi il giardino, con la contemplazione cristiana, viene compreso
simbolicamente come l’anima di ogni persona. Ed è in questo giardino, in
tale hortus conclusus, che l’Uomo può cogliere ciò che non per caso è stato
chiamato: il «fiore dell’anima» (Proclo), ovverosia: incontrare lo Spirito,
trasformarsi nello Spirito – compiendo così il gesto fondamentale per
la divinizzazione (2Pt I, 4). E allora: colui che crede la propria anima sia il
mondo, abiterebbe questo giardino senza aver bisogno d’altro spazio terreno,
perché tutta la Terra sarebbe diventata un mondo troppo angusto. Dove andare
allora, cosa esplorare, quale “altro” incontrare se l’esigenza fondamentale è
andare nella propria anima, esplorarla, affinché non si resti tragicamente
stranieri in essa?
D’altronde, trovare questo giardino ed abitarlo non è immediato. Esso sta aldilà
del deserto. È là che andò a cercarlo s. Antonio abate, e con lui tutti i grandi
contemplativi eremiti del Cristianesimo. Una certa vulgata interpreta il gesto
di s. Antonio come misantropia: lui volle allontanarsi dagli uomini per sfuggire
alla loro corruzione, quasi fossero tutti degli appestati dal peccato che
avrebbero potuto contagiarlo. Ma la verità è un’altra: ogni luogo abitato
dall’Uomo può diventare un paradiso in Terra, può offrire tutto ciò di cui lo
Ego abbisogna o desidera. Tra gli uomini si può infatti trovare una casa in cui
abitare comodamente, si può trovare delle attività che ci soddisfino o che ci
allietino, si può trovare l’amore per un’altra persona, si possono coltivare
speranze terrene – insomma: si può trovare tutto ciò che distrae dalla
concentrazione nel Sé[5]. Si capisce che il deserto non era il fine, bensì: il
mezzo.
Marco d’Oggiono, Pala dei tre Arcangeli, 1516 ca.
Oggi dov’è il deserto? Si potrebbe pensare ch’esso sia fattualmente scomparso:
quale luogo della Terra può infatti essere considerato davvero «deserto», quando
tutto lo spazio terrestre è abitato dalla telecomunicazione? Quando il cielo è
percorso con indifferente alacrità dai satelliti, e tutti noi nuotiamo,
annaspiamo, forse: affoghiamo nella banda larga? È opportuno intendersi su cosa
sia il «deserto». S. Antonio ce lo ha insegnato: esso è l’assenza di umanità. In
questo senso, oggi il deserto è paradossalmente molto più vicino di quanto fosse
per lui: in una società come la nostra, disumanizzata e disumanizzante, la
sabbia copre già la soglia delle nostre case. Viviamo in un tempo in cui
l’umanità pretende di instaurare il paradiso in Terra, ma il paradiso dello Ego
non può che essere un inferno – ardente e riarso proprio come un deserto!
L’Uomo contemporaneo si è così ritrovato a vivere una situazione segnata da
un’ambiguità drammatica: se per chi cerca il proprio giardino interiore essa
offre opportunità sorprendenti; per chi invece non ha il pollice verde della
speranza teologale, il deserto è solo un deserto: è la disperazione.
Niccolò Mochi-Poltri
*In copertina: William Turner, Studio di un angelo steso al sole, 1841 ca.
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[1] Cfr. R. Guénon, Il Regno della quantità ed il segno dei tempi, trad. it. di
P. Nutrizio, T. Masera, Adelphi, Milano 2009
[2] A. Mordini, Giardini d’Occidente e d’Oriente, a cura di F. Cardini, Edizioni
Settimo Sigillo, Roma 2008
[3] Ivi, p. 31
[4] Ivi, p. 58
[5] S. Atanasio di Alessandria, in: Vita di Antonio (l’edizione di riferimento è
a cura di L. Cremaschi, Edizioni Paoline, Alba 1984), dice: “5.1. Ma il diavolo,
che odia il bene ed è invidioso, non sopportò di vedere in un giovane [s.
Antonio] tale proposito di vita e incominciò a mettere in opera anche contro di
lui i suoi intrighi abituali. 2. Per prima cosa cercò di distoglierlo
dall’ascesi ispirandogli il ricordo delle ricchezze, la sollecitudine per la
sorella, l’affetto per i parenti, l’amore per il denaro, il desiderio di gloria,
il piacere di un cibo svariato e ogni altro godimento della vita”.
L'articolo Il deserto e il giardino. Ovvero: il viaggio “che ti apre la mente” e
quello che muta il cuore proviene da Pangea.
L’umidità, le escrescenze di nebbia, il sole a brandelli, un sole lebbroso e
inguaiato di guaiti: tutto consegna Orbassano, pallida periferia torinese, alla
savana. Da un momento all’altro, nel latteo parco che congiunge, con minuzia da
sarta, il cimitero alle palazzine di fresco conio, sbucherà un leone.
Le montagne, alle spalle, visibili appena, per bianchi picchi – restano Alpi ma
sembrano il Kilimangiaro.
Eppure, sono le cornacchie (Corvus cornix) a dominare gli apparati cittadini e
le abitudini orfiche degli abitanti. Sono loro, ovunque, a spiarci – presto, ci
soppianteranno: la loro intelligenza è violenta. Nel disastro nebbioso, sono
iene.
*
Mi madre amava La mia Africa; io ho amato Karen Blixen. Nella biografia di Ole
Wivel, Karen Blixen. Un conflitto irrisolto – stampa Iperborea; ma per capire
qualcosa su Karen Blixen bisogna leggere la biografia di Rossella Pretto (Karen
Blixen. Il coraggio, l’amore e l’ironia), edita di recente da Ares –, non per
forza bella, spiccano alcune fotografie di Karen da giovane: è più affascinante
di Meryl Streep. Anche Denys Finch-Hatton, audace rampollo dell’antica
aristocrazia inglese, educato a Eton, capace nel volo, spicca, nelle rare
fotografie, con uno sguardo magnetico non inferiore a quello – più pittorico ma
meno pittoresco – di Robert Redford.
Ad ogni modo. Seduto sul balcone della casa popolare di mia madre, mi sembra di
essere in “una fattoria ai piedi degli altipiani del Ngong”.
*
I libri di Karen Blixen sono tra i rari cimeli della biblioteca di famiglia,
quando stavamo in un’altra casa, da ospiti, opliti alle incurie parentele. La
casa, della fine dell’Ottocento, aveva un giardino con matrona magnolia in mezzo
– un alto cancello mi separava dal mondo. Non era difficile sognare l’Africa –
la biblioteca pareva un baobab.
Resiste, dalla dispersione di tutto, alla persecuzione del fato, la maschera di
legno di un guerriero giapponese – di chi sia e da dove provenga lo ignoro.
*
La mia Africa, per la avventuriera singolarità, mi è sempre parso un libro
meraviglioso. A differenza di Hemingway, che racconta l’Africa con la tempra
dell’uomo nuovo, del disperso disperato, Blixen mantiene un aplomb micidiale nel
dire le bestie e i boschi, le savane e i safari. La nostalgia con cui intride le
frasi è quella di una divinità antica, nordica, priva di compassione,
consapevole che di quel sole australe puoi nutrirti una volta per sempre – dopo
averlo dissanguato, resta una conchiglia, l’eco di evi. È vero, Le nevi del
Kilimangiaro è il racconto onnipossente di Hemingway, ma alcune pagine de La mia
Africa non sono meno belle – ‘Papa’ lo sapeva, e ricamò, in pubblico, più volte
la sua ammirazione per Karen.
Nella veranda, a Orbassano, sognando un Africa che non vedrò mai, ho letto le
pagine in cui Blixen racconta una battuta di caccia ordita con Finch-Hatton: i
leoni stavano ammazzando diverse bestie della sua mandria.
> “L’aria del primo mattino, sugli altipiani d’Africa, è fresca e così
> palpabilmente frizzante da spingerci di continuo alla stessa fantasticheria:
> pare di trovarsi non sulla terra ma immersi in una profonda acqua scura e di
> avanzare sul fondo del mare”.
Da qualche parte, mi pare, Karen Blixen ha scritto che il senso della vita è
nella sua insensatezza – che per questo è bene vivere sempre nell’anatema e nel
rischio.
Senza sfoggio di aggettivi, con l’accuratezza di chi sa infierire, con astuzia,
nel linguaggio – disinnescando trappole e confessioni –, Blixen racconta di una
caccia notturna con Denys, tra le latebre, maneggiando una lanterna che potremmo
chiamare Delfi.
> “L’Africa, di colpo, divenne sconfinatamente grande, e Denys e io, lì, in
> piedi, infinitamente piccoli. Non c’era che buio oltre la luce della lampada.
> Nel buio due leoni caduti in due punti diversi, e dal cielo la pioggia. Ma
> quando il rantolo si spense, niente si mosse più”.
Chi può uccidere il figliastro del sole? Karen ha difeso la propria fattoria –
che andrà in disastro, comunque, secondo i precordi del destino, poco dopo.
*
Per scampare alle malie della periferia, bisogna sognare i leoni.
Sono le cornacchie, piuttosto, a ripotarmi al vero – la calura infetta i giochi
dei bambini, in basso: in due su una jeep giocattolo; in tre con la palla. Un
molosso, dalle siepi, abbaia; il padrone sbraita; tutto vive per consunzione.
Ballata per piccole iene esce nel 2005; Manuel Agnelli ha leonina la voce;
l’ascolto più tardi, in autostrada, come un’appendice alle memorie di Karen
Blixen. “Fra piccole iene/ Anche il sole sorge/ Solo se conviene…”. Preferisco
questo brandello, che sa di un amore moribondo:
> “Aiutami a trovare
> Qualcosa di pulito
> Uccidi, ma non vuoi morire
> Uccidi, ma non vuoi morire”.
Cosa c’è di pulito nell’amare? Amare è un effluvio di carcasse. Pulire cioè:
eliminare le scorie; dare alle ossa tornitura di tuono. Che le ossa brillino,
allora, come un collier.
Karen Blixen (1885-1962)
*
Ma prima c’era qualcos’altro, non per forza attinente. Qualche giorno fa, in
liturgia, la Seconda lettera ai Corinzi: “Noi tutti, svelati nel volto alla
gloria di Dio, vedendo come in uno specchio la sua immagine, veniamo trasformati
in essa, di gloria in gloria, dallo Spirito di Dio” (3, 18). Il testo
contrappone il velo allo specchio, la legge alla libertà, l’icona
all’idolo. Esoptron è uno specchio metallico, non vitreo; Paolo usa lo stesso
termine in 1 Cor 13,12 dicendo qualcosa di diverso: “Adesso noi vediamo
nell’enigma, come attraverso uno specchio; allora [vedremo] faccia nella
faccia”.
Nel primo caso, lo specchio è il tramite per trasformarsi in Dio; lo specchio è
come la placenta del Volto – nel secondo caso, lo specchio è un enigma.
Nella Bibbia, lo specchio è citato di rado: soltanto sei volte; soltanto tre nel
Primo Testamento.
Chissà se Paolo conosceva la leggenda dello “specchio [katoptron] di Dioniso”.
> “Dioniso, dopo aver posto la sua immagine nello specchio, la seguì e fu
> infranto nel Tutto”.
Così scrive Olimpiodoro, e così commenta Angelo Tonelli: “Dioniso è l’Assoluto
che si fa molteplice frammentandosi in una pluralità di riflessi o apparenze che
originano perpetuamente da esso” (in: Negli abissi luminosi. Sciamanesimo,
trance ed estasi nella Gracia antica, Feltrinelli, 2021).
I termini in contrasto sono immagine e immaginazione, riflesso e riflessione,
somiglianza e idolo. Se l’uomo, fatto ‘ somiglianza’, confida nel proprio
riflesso, è incarcerato dallo specchio, suo trono e patibolo.
Da un lato – Dioniso – il dio è puntiforme, si dissemina in frammenti (“Per
questo dicono anche che Efesto fabbricò uno specchio per Dioniso e che il dio
guardando dentro di esso e contemplando la propria immagine si slanciò alla
fabbricazione di tutta la pluralità”: così Proclo). Dall’altro, Dio è davvero
nello specchio, è l’uno e non il molteplice, è l’enigma e la sua soluzione: lo
specchio è il punto d’ustione del sole. Trasformarsi: incenerire il viso,
incendiare l’identità ‘specchiata’ per tradursi in quella veritiera. Farsi
fuoco. Nati incendio.
Rompere lo specchio – evento dionisiaco – prevede spargimento di sangue;
penetrare nello specchio – evento paolino – è affondare in un lago, sprofondare.
Serviranno branchie.
*
Per un attimo, la periferia torinese ha rispecchiato la mia idea di Africa – per
un po’, mia madre è stata lo specchio di Karen Blixen, la scrittrice in cui si è
specchiata Meryl Streep. Due specchi contrapporti – diceva Borges – creano un
labirinto: ci rendono infiniti, infinitamente prigionieri.
La vicina di casa si rifiuta di possedere specchi: li ritiene di malaugurio,
come un vento nefasto, pieno di insetti. Vorrebbe dimenticarsi di sé – non abusa
di veli né di velami.
*In copertina: Eugène Delacroix, Studio di leoni reclini, 1860 ca.
L'articolo I leoni in città. Ovvero: “La mia Africa” nella calura piemontese o
dell’arte di rompere gli specchi proviene da Pangea.