Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là
su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo
saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una
grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è
deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi
da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro
da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due
pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i
due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li
diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste
piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare
le donne e i bambini. (Mt 14,13-21)
*
Perché proprio questi «simboli» e non altri?
> “Gli interpreti, però, si sono sempre affrettati a spiegare che questi
> miracoli «materiali» non sono che il simbolo di «beni spirituali». Ma perché
> la Bibbia, per riferirsi ai più alti beni spirituali, usa costantemente il
> concreto linguaggio della fame e della seta da placare, della gioia del
> banchettare, delle nozze da celebrare, della intimità fra gli sposi? Perché
> proprio questi «simboli» e non altri?”.
>
> (Sergio Quinzio, I vangeli della domenica, Adelphi, 1998)
Forse perché la vita in Cristo è una parabola. Un racconto che prende corpo e
interpella chi si lascia affascinare. Forse perché Cristo è lievito, e pastore
buono, e campo e tesoro e colui che cerca e che è cercato. Forse perché non
abbiamo altro che il corpo, in fondo, per dire di noi. Perfino l’invisibilità
delle parole chiede carne per esistere.
Certo il corpo può far paura, perché svela. Sfugge dall’illusione religiosa del
puro. Provoca una domanda: come possiamo essere amabili? Perché la grande
tentazione è quella di liberarcene, del corpo, essere puro spirito, finalmente
senza ombre. Credo che, agli occhi di Cristo, questa sia una blasfema
tentazione. Forse il corpo ci ricorda che siamo chiamati a farci salvare. E che
siamo materia, e che materiale deve essere anche il miracolo.
*
Miracolo è la morte
> “In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di
> là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte”.
Giovanni Battista muore. L’ultimo dei grandi profeti muore, male. Schiacciato
dal potere, probabilmente invaso dai dubbi e dalla paura che Cristo non fosse
colui per cui valesse la pena l’attesa nel deserto. Giovanni Battista muore e
l’Onnipotente non ferma il taglio della lama. Una testa su un vassoio immolata
nell’ennesima orgia dei potenti può essere miracolo?
Miracolo forse è che la sua morte è stata udita da Cristo. Non da tutti, tutti
l’hanno sentita. Miracolo è quando una morte provoca conversione. Quando
l’apparente sconfitta genera un movimento profondo nella storia di qualcun
altro. Può essere una guarigione fisica a cambiarci ma non è detto, si può
miracolosamente guarire e rimanere malati dentro. Si può morire e
miracolosamente essere raccolti dal Cristo che decide di innestarsi esattamente
in quella morte.
> “Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla
> barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro
> malati”.
E dalle città, le folle, ancora, attendono il divino richiamo. Quell’esodo
salvifico. Ci si salva solo lasciandosi portare fuori da ciò che ci imprigiona.
Inferno materiale è quello che costruiamo qui, quando intravediamo la felicità,
o almeno il profilo di una vita che ci lasci respirare, ma non abbiamo il
coraggio di sceglierla. Perché muoversi significa ammettere di non stare bene,
di non essere riusciti a costruirsi una vita degna d’essere vissuta. Essere in
ricerca, ricerca spirituale vera, non è stordimento dell’intelletto, ubriacatura
di testi ma concretissimo movimento del corpo. Spostamento. Esodo.
Miracolo è la compassione. E guarigione vera non è assenza di malattia ma
trovare la forza di reggere un cuore concretissimo che si lascia trapassare dal
dolore altrui. Gli amici del teatro la Ribalta di Bolzano hanno un cuore per
simbolo, copia anatomica del reale, e un messaggio scritto proprio alla base dei
ventricoli: “usalo”. Un ordine pericolosissimo. Così si muore.
Compassione. Questo miracoloso rischio.
> La donna compie riti
> di fecondità e di morte,
> versa acqua nei vasi, immerge i fiori,
> ravvia le lunge figlie, schianta
> i seccumi, libera i buttoni
> per il meglio della pioggia,
> per il più caldo del sole.
> o miei giovani e forti,
> miei vecchi un po’ svaniti,
> dico, prego: sia grazia essere qui,
> grazia anche l’implorare a mani giunte,
> stare a labbra serrate, ad occhi bassi
> come chi aspetta la sentenza.
> Sia grazia essere qui,
> nel giusto della vita,
> nell’opera del mondo. Sia così.
>
> (Mario Luzi, Augurio, da Dal fondo delle campagne)
*
> “Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo
> è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a
> comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi
> stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che
> cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui»”.
Miracolo è avere poco. Quasi niente. Se avessero avuto le possibilità, se
avessero potuto sfamare, avrebbero sedotto. Inaugurato un pezzo di mondo
funzionante. Miracolo è saper d’avere niente. Concreto miracolo è il coraggio
dei discepoli, chiesa che riconosce la propria miseria. Come potrebbero essere
miracolo la povertà, l’obbedienza e la castità se servissero a servire, se
fossero riflesso d’illusione d’essere più puri, o più perfetti, o più autonomi?
Scegliere di abitare la ferita. Starci. Inutilizzabili. Beati.
“Portatemeli qui”. I pochi pani, i pochi pesci. Ma forse anche la folla. Portare
tutto. Miracolo è che i discepoli, smarriti, prendono per mano il poco che hanno
e portano e si lasciano portare. Liturgia campestre.
> “Svanisce la città
> Sfuma il traffico
> Sfuma
> S’impone la poesia
> S’alza la luna
> e sale
> Decolla”
>
> (Campestre, Per Grazia Ricevuta, “Montesole 29 giugno 2001”, 2003)
*
Gesti
> “E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e
> i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e
> li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla”.
Cristo è parabola fatta carne. Miracolosi i suoi gesti concreti e quindi eterni.
Come immaginare di potersi ancora sedere sull’erba senza sentire che questo
gesto d’abbandono risponde all’ordine dell’infinita compassione del Verbo fatto
carne?
Miracolo sono mani che prendono la vita, così com’è, la smascherano e quindi la
liberano dalle attese e dalle pretese e da tutto ciò che ci giura che è solo
quello che si vede.
Miracolo è quando il cielo è così insistente da sradicarci gli occhi da noi
stessi. Anche il cielo, materiale, è miracolosamente abitato. Ridurre a metafora
il reale è peccato contro lo Spirito.
Non credo nel paradiso come risposta invisibile, opposizione perfetta a ciò che
vedo. Non credo nell’aldilà come fuga dall’aldiquà, credo perché esiste questa
pietra che tengo tra le mani. Benedire il reale che mi preme sulle palpebre è
declinare tutto in litania eucaristica. E avere il coraggio di benedire anche
me, per ciò che sono.
E poi spezzare il pane. Slogare l’apparente perfezione. Miracolo non è mai
l’intatto ma la frammentazione che non ha mai fine, l’infinito si svela nella
condivisione, procede dal concreto del pane e mai dall’astrazione di un
concetto.
Poi sono mani che si lasciano contaminare dal pane. Il miracolo chiede di farsi
toccare. Mani consacrate più che consacranti.
Santi di Tito, Moltiplicazione dei pani e dei pesci, 1592 ante
*
Concreto miracolo: noi
> “Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste
> piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza
> contare le donne e i bambini”.
La folla non c’è più, hanno portato via i pezzi avanzati. Dodici ceste, come
dodici i discepoli. È difficile non vederli in quelle ceste colme di pane
avanzato. Noi siamo le ceste. Discepolo è chi si lascia portare. Pieno solo di
pane avanzato, sovrabbondante, inutile.
Siamo avanzi di miracolo.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Sandro Botticelli, “Cristo dei dolori”, 1500-1510
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Dal Vangelo secondo Matteo
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui
tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla
stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a
seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli
e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta
terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il
sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i
rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede
frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con
parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del
regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà
nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per
questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non
ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.
In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò
che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo
ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la
parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato
seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è
stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie
subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge
una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene
meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la
preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed
essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la
Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il
trenta per uno». (Mt 13,1-23)
*
Parabola trappola
> “Teoria delle parabole. Chi ha trovato in Dio il senso della sua vita, vivrà
> della sovrabbondanza di tale senso; chi rifiuta di trovarlo resterà vuoto”.
La parabola è una trappola, diceva un mio insegnante di esegesi in seminario.
Parla apparentemente d’altro per costringerti a dare giudizi come se il
protagonista fosse uno sconosciuto. Per poi accorgerti che lo sconosciuto sei tu
che ascolti. Così si finisce per giudicare se stessi. O per accogliersi con
misericordia. Dipende dallo sguardo che abbiamo.
Trovare il senso della propria vita non è dunque la capacità di costruire una
piramide di valori a cui restare fedeli ma una disciplina dello sguardo. Occhi
capaci di giudicare il mondo con lo stesso metro del Cristo. Una misericordia a
caro prezzo, il dono della propria vita. Senza questa consegna di noi rimane
solo un moralismo sterile.
Forse le parabole sono tagliole che scattano a decapitare la nostra fede
immatura, a ghigliottinare senza pietà la nostra illusione di perfezione. Forse
agli occhi di Dio tutta la vita, tutto ciò che chiamiamo realtà, non è altro che
una immensa, infinita parabola.
Nascere quindi non è immediatamente un dono ma un essere presi al laccio. Un
dover decidere di sé.
Il giorno che i miei occhi impareranno a guardare a immagine e somiglianza di
Dio il mio cuore finalmente fuggirà dal laccio del cacciatore. E comprenderò
Dio, il tenerissimo e potente liberatore. E dirò dono il miracolo d’essere stato
messo al mondo.
“Egli ti libererà dal laccio del cacciatore”, Salmo 91. Io spesso sono
cacciatore di me stesso. La mia miseria continua a mettermi in trappola. Delle
mie paure, del mio peccato, della mia mancanza di fiducia in Dio, nella mia
testarda fede nel male che mi abita, del mio dubbio sul Misericordioso. O anche
solo del fatto di essere amabile. E salvato. Interpretare il mondo come fosse
una parabola è accedere all’esperienza di una libertà che non viene da me. Solo
Dio libera. Io posso solo accettare di essere preso in trappola dalla sua
spropositata misericordia.
Raccontami parabole mio Dio, falle scattare, predami, prendimi, stringimi al
laccio. Fammi consapevole del mio bisogno di te. Solo allora tutto si illuminerà
e ogni cosa, qualsiasi evento, anche il più apparentemente inutile non sarà
altro che la possibilità di liberazione.
La vita non è altro che una grande, immensa parabola: sapere che solo il Vivente
libera, tramuta il reale in una sovrabbondanza di Grazia.
*
Parabola malgrado
> “Il Regno dei cieli si afferma malgrado ogni resistenza e il frutto da
> aspettare, malgrado tutto, è grande. ‘Malgrado’ denota la situazione di
> ambivalenza, di opposizione, di divisioni in cui il Regno dei cieli si
> sviluppa”.
Accedere al mondo con lo stile del Vangelo è atto di grande fede: il mondo è già
stato salvato. Troppo facile cedere al pessimismo, vedere il demonio in ogni
dove. Troppo facile mettersi dalla parte dei salvatori della fede o anche, al
contrario, descriversi sempre come dei peccatori senza nessuna possibilità.
Stesso risultato ottenuto schierandosi su fronti opposti. Vivere la vita nella
logica delle parabole è abitare il “malgrado”. E credere che Lui lo trasfiguri.
“Malgrado” è sguardo lucido sugli eventi, sulle persone, sulla Chiesa, sulla
società, su noi stessi. Siamo malo grado. Ma questa gradazione di male variabile
non impedisce al grano buono di maturare.
Sono stanco degli esperti della fede, delle parole e delle spiegazioni. Ognuno
di noi, sono sicuro, deve la vita a una persona che nella scala delle ombre che
ci abitano ha saputo vedere il grano buono che nemmeno noi sapevamo di
essere. Quegli occhi erano l’incarnazione di Cristo. Stare con cuore parabolico
nella realtà è pregare per vincere la tentazione di credere che il male in tutte
le sue forme riesca a impedire al seme di esplodere in frutto. Più ancora, lo
sguardo istruito dalla parabola rende il seme capace di germogliare. Nel Vangelo
non esiste lo sguardo asettico, oggettivo. Il nostro modo di guardare, la nostra
fede, permette al mondo di germogliare. La parabola ci rende complici di Dio. A
noi di accettare il rischio.
*
Parabola è accettare l’ombra
> “Il Regno dei cieli è realtà contrastata, conculcata, ambivalente nei
> risultati e chi aspetta uno sviluppo regolare, omogeneo, rettilineo,
> trionfale, si sbaglia. Questa era la grande attesa, ed è ancora la nostra:
> perché il Regno non trionfa? Semplicemente perché la Parola, la predicazione,
> la missione, la vita secondo il discorso della montagna, non è necessariamente
> efficace. Le parabole stigmatizzano la falsa aspettativa del Regno, la falsa
> manifestazione della potenza di Dio. Dio non distrugge il male; il Regno, nel
> suo farsi, è ancora all’ombra del male. L’uomo vorrebbe solo il bene,
> considera il male come fattore disturbante. Eppure il Regno di Dio è
> accettazione di quell’ombra misteriosa che è il peccato, la resistenza, la
> fuga dalla Parola, l’indifferenza, la negligenza, la pigrizia; anzi vi entra
> dentro, e dobbiamo sempre disilluderci dal pensare che l’avvento del Signore
> spazzi via il male e immediatamente crei l’era della giustizia”.
Ci si oppone alla logica delle parabole perché sostare nel “malgrado” richiede
fede, tantissima fede. E pazienza. E resistenza. Non ne abbiamo. Vorremmo tutto
chiaro, efficace, vincente. Vorremmo una Parola efficace. Ma cosa è l’efficacia
secondo la logica della parabola? Per noi efficace è ciò che cambia il mondo
rendendolo conforme a una certa idea di perfezione e di bontà. Una parola
efficace agisce sul reale per correggerlo. Per Cristo la parabola è efficace
quando trasforma il nostro metro di giudizio, quando lo divinizza. Quando
diventiamo noi, accettando il martirio, testimoni dello sguardo liberante di Dio
sul mondo.
Parabola non è il bene che si impone sul male ma Cristo che, morendo sulla
croce, perdona. Donando se stesso al mondo che lo sta rifiutando. Ama, malgrado.
Si consegna senza apparente efficacia. Vede il frutto maturo nelle macerie di un
fallimento apparentemente totale (consegna la madre al discepolo facendo
sbocciare un frutto buono di cura nel cuore del Calvario).
Parabola è il grano sbocciato su un mare di sangue.
*
La parabola svela il male
> “Le parabole, in quanto ci fanno penetrare nel mistero del male, sono davvero
> difficili da comprendere”.
Quando saremo nella pienezza dell’Eterno non avremo più bisogno di parabole,
tutto sarà luminoso. La parabola ha senso solo perché svela l’esistenza del
male. Un male che esiste non solo fuori ma anche dentro di noi. Un male che
esiste nonostante Cristo sia morto e risorto. Un male che persisterà e non sarà
salvato da chi si sente indenne.
Mettersi ai margini della vita e autoproclamarsi difensori della tradizione, del
bene, della verità non è stile evangelico. Scegliere, al contrario, di
minimizzare il male scadendo nel relativismo più assoluto non è stile
evangelico. Riconoscere il male e dare la vita sapendo che il martirio non sarà
efficace secondo le logiche del mondo, solo questo è evangelico. Solo questo ci
permette di penetrare nel mistero del male senza diventare Male.
*
La parabola dice che non siamo pronti
> “Nessuno di noi è realmente pronto ad accogliere l’aspetto umile del Regno,
> nessuno di noi è disposto ad accettare la debolezza di Gesù di fronte al male,
> il suo apparente soccombere. Non siamo pronti, non siamo disposti,
> intravedendo nella sconfitta del Signore la nostra. Ma è la verità di Dio che
> si manifesta così; che un Dio debole e sconfitto sia il Dio del Regno è il
> mistero della morte e risurrezione di Gesù, che sarà comunque negato anche da
> chi, a parole, si dichiara ‘cristiano’. Persino la nostra morte ci apparirà
> come il supremo fallimento di Dio per noi (…) In quel momento dovremo
> ricordare il mistero delle parabole, che preannuncia quello della debolezza,
> della morte di Gesù e, insieme, prelude alla sua risurrezione e alla sua
> vittoria”.
Accettare la logica delle parabole è far nostra la logica della debolezza. Una
minorità incompresa dal mondo, incompresa da noi stessi. Uno scandalo. Non
esiste fede cristiana senza questo aspetto scandaloso. Nascere e vivere, dare la
vita intera, sentendo di essere inefficaci. È terribile. È indispensabile
passare da lì.
Poi ci si costruisce attorno tutta la retorica del mondo, ma la verità è che
credere è arrivare alla fine della nostra vita come ci è arrivato Gesù, nella
piena e totale inefficacia del suo divino mandato. Credendo, in cuor nostro, di
aver sbagliato tutto. È il tempo francescano delle stimmate a La Verna.
Dei santi celebriamo sempre una vittoria postuma. Andiamo a valorizzare i loro
miracoli. In verità è la loro sconfitta agli occhi del mondo, il loro soccombere
benedicendo, a essere sintomo di santità. E’ la loro carne martoriata ma
visitata dal tenerissimo bacio di Dio, è la beatitudine che tutto questo regala
a renderli desiderale esempio d’imitazione.
Non basta perdere, non basta essere ultimi, non basta essere scartati. La
parabola parla di frutto. Occorre essere benedicenti. Morendo nel dramma. Di
aver sprecato la vita. Nel dubbio di aver scelto la debolezza come ripiego solo
perché non eravamo all’altezza del successo. Nel dubbio di aver trasformato il
fallimento nel nostro successo. A rendere una vita sconfitta una parabola può
essere solo il Signore che, incarnandosi in noi, ci trasforma in ostensori
paradossali del Dio che si manifesta solo così: nell’inefficacia.
La sconfitta deve però essere bruciante. Gli ultimi posti devono essere
veramente ultimi. Il dubbio di aver sbagliato a interpretare la vita deve
condurci a un passo dalla disperazione. La trappola diabolica della retorica è
micidiale. Ognuno può rispondere di questo solo per sé. Davanti a Dio. E deve
farlo con esercizio di discernimento spietato. Giocare con le parabole, giocare
con le parole, travestirsi da sconfitto per interesse, camuffarsi da giullare
del fallimento reputo sia peccato contro lo Spirito Santo. Perché offende i
piccoli ed è atto blasfemo.
Solo la morte sancirà la verità di quel che siamo, di quel che cerchiamo di
essere. In quel momento e solo in quel momento di totale sconfitta scopriremo
chi siamo davvero. Figli minori scandalosamente amati e accolti in Lui. Malgrado
noi.
> “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di
> Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha
> conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo
> non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà
> manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
>
> (1 Giovanni 3, 1-3)
Alessandro Deho’
*Tutte le citazioni sono tratte da: Carlo Maria Martini, “I Vangeli esercizi
spirituali per la vita cristiana”, Bompiani, 2016; in copertina e nel testo:
disegni e schizzi di Salvator Rosa (1615-1673)
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
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Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di
me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per
causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha
mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi
accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli,
perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
(Mt 10,37-42)
*
> In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più
> di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno
> di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
> “(Gesù) è venuto come Messia di pace, come re mite e disarmato (cfr. 21,5), ma
> l’opposizione da lui patita ha prodotto in Israele la divisione del figlio dal
> padre e dalla figlia dalla madre, una divisione degli animi così profonda da
> sopraffare perfino i legami famigliari”.
>
> (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Edizioni Qiqajon, 1995)
È questione di identità personale. Facile affrontare queste durissime parole di
Cristo tentando di addolcirne l’urto, andando a mettere l’accento sul fatto che
il Signore non ci chiede un amore esclusivo ma che, grazie al rapporto con lui,
tutti gli altri amori acquistano in profondità. Non credo sia onesto trasformare
il rapporto con il Risorto in un potenziamento degli affetti umani. Quello che
mi pare succeda al discepolo, e non subito, e non sempre, è che ad un certo
punto egli cada nella trappola del Cristo e non possa più uscirne. Nel senso che
matura la sensazione esatta che se si staccasse da Lui egli perderebbe la
propria identità.
La fede non è un oggetto, una dottrina, un’ideologia, la fede del discepolo è
una relazione che prende ogni cosa, il riferimento ai genitori e ai figli è
potentissimo: si parla di radici e di frutti. Più importante del passato e del
futuro è Cristo perché se al discepolo mancasse lui, esattamente lui,
personalmente lui, il discepolo non si riconoscerebbe più.
Tema delicato quello della libertà nel rapporto con Cristo. Libero non è chi può
disporre di sé in una totale ed estrema autonomia (che spesso non è nient’altro
che bieco individualismo), libertà è poter sentire che “io sono” solo perché
sono in Cristo.
Ripenso alla vicenda di Franz Jägerstätter narrata mirabilmente dal
regista Terrence Malick in Hidden Life – La vita nascosta, film del 2019. È una
storia vera, Franz contadino cattolico austriaco decide di non combattere per
l’esercito di Hitler in nome della sua fede cattolica. Una vera e rischiosa
obiezione di coscienza. Verrà ucciso. Nessuno intorno a lui comprende la sua
scelta, nessuno. Non la moglie, non i figli, non la gente del paese, non il
vescovo, nessuno comprende. La loro motivazione è lucida: non ne vale la pena.
Hitler non verrà mai nemmeno a conoscenza della sua scelta. È una decisione che
non cambia nulla a livello politico e pratico e che, invece, mette a repentaglio
la vita dei suoi famigliari e dei suoi amici. E se fosse solo egoismo? Ma Franz
non può cedere. Non perché è cocciuto, non per motivi politici, non per eroismo,
ma perché se lui accettasse si perderebbe. Il Franz sopravvissuto non sarebbe
più Franz. Perderebbe la sua identità profonda. E sarebbe una morte ancora più
drammatica. Per questo più dei genitori e dei figli (ma anche per i genitori
e per i figli) può la relazione con Cristo che sola fonda la nostra vera
identità. Per i veri discepoli il legame con il Risorto è davvero vitale.
Il 26 ottobre 2007 Franz Jägerstätter è stato beatificato.
> “Proprio come l’uomo che pensa solamente a questo mondo fa tutto il possibile
> per rendere la sua vita qui più facile e migliore, così dobbiamo anche noi,
> che crediamo nel regno eterno, rischiare tutto al fine di ricevere là una
> grande ricompensa … Il segno più certo di chi segue Gesù si trova nelle azioni
> che dimostrano amore per il prossimo. Fare al proprio prossimo ciò che si
> desidera per se stessi è più che non fare agli altri quello che non si vuole
> sia fatto a sé … Felici quelli che vivono e muoiono nell’amore di Dio”.
>
> (Da una lettera dal carcere di Franz Jägerstätter, tratto da
> www.monasterodibose.it)
*
> Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per
> causa mia, la troverà.
Perdere la vita non è solo decidere di consegnarla in un servizio ai più
piccoli. Anche in questo caso il rischio di edulcorare le parole del Vangelo è
drammatico. Perdere la propria vita significa accettare che Cristo la conduca. È
farsi portare da lui. Difficile arrivare a questo punto ma ancora più difficile
non cadere nel tranello di credere di essere obbedienti a Cristo quando invece
stiamo assecondando solo i nostri sogni.
Discernimento, questo servirebbe, aiutati dalla maestria di padri spirituali
sapienti e per nulla accondiscendenti. Uomini capaci di raccogliere dalla
tradizione delle prassi, non solo dei consigli teorici, per svelare il grande
rischio che corriamo quando crediamo di aver “trovato la vita”, di aver trovato
il nostro posto nel mondo, nella chiesa, nella società. Chi è a posto è chiamato
a perdersi.
Ma non ci si perde per una decisione personale (ancora l’ingombrante ego che non
accetta di fare spazio), spesso ci si perde per degli eventi esterni che hanno
il profilo della sconfitta. Della croce. Occorre passare da lì. La Via Crucis è
lo snodo essenziale per arrivare a consegnarsi completamente e definitivamente
al Padre. Non è possibile altra strada.
L’importante è che sia per “causa mia”, cioè che la frattura alla nostra idea di
felicità sia compresa in un legame vivo con il Risorto altrimenti la sconfitta è
solo sconfitta, chi ce l’ha inferta è un nemico e a noi rimane solo di
desiderare la vendetta. Se invece il trauma ci permette di sprofondare
definitivamente nel Padre, tutto si trasfigurerà in provvidenza. Siamo su un
limite rischioso, possiamo dirlo solo per noi stessi, siamo a un niente dalla
blasfemia, sono parole che urtano e causano ribellione. Già scriverle, qui, è
atto temerario e forse errato. Me ne scuso, davvero. Forse sarebbero parole,
beatitudini scandalose, da sussurrare nel silenzio solo nel rapporto intimo con
Cristo nella preghiera.
*
> Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha
> mandato.
Entrare in questa logica è perdere se stessi. Totalmente. Tanto che chi accoglie
il discepolo accoglie Cristo e così il Padre. Sembrano parole rassicuranti, lo
sono solo per chi non ha mai sentito la pesantezza di non potersi liberare dalla
Sua presenza. Non è solo questione di ruolo o di divisa riconoscibile del
discepolo, non è questione di “mestiere”, è che il discepolo, quando è discepolo
davvero, è guardato in altro modo. E non importa che siano sguardi positivi o
negativi, non è questione di onori o di disprezzo è altro, è che la presenza
personale del discepolo impone sempre, sempre, al mondo un rimando ad Altro. E
questo è durissimo da sopportare.
È il dramma del discepolo, ogni relazione con gli altri è come spossessata. È
l’invadenza del divino, che non può essere relegato a un settore intimo della
vita. Uno non fa il discepolo ma lo è. Si è consacrati discepoli. Agli occhi
della gente verrà sempre chiesta ragione al discepolo di come è testimone
Cristo, in ogni frangente. I credenti cercheranno coerenze impeccabili, i non
credenti tenteranno di trascinare su discorsi e modi di fare laicissimi… il
discepolo sa che questo non è quello che conta, lui solo sente che ormai si è
condannato a essere segno di provocazione. Se manca questo aspetto il discepolo
non è ancora discepolo.
A volte il discepolo vorrebbe fuggire, come Giona, strapparsi l’ingombrante
chiamata del testimone. Ma il vero discepolo sa che il martirio non è solo
l’apoteosi di sangue finale ma la terribile coerenza di tutta una vita persa per
Cristo. Con buona pace di chi spaccia ancora un cristianesimo fatto di buone
intenzioni e di ingenue fraternità.
Il discepolo sa che essere in mano sua significa decidere del profilo da dare
alla presenza di Cristo nel mondo. Che uno scandalo del discepolo è devastante.
> “Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal
> quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non
> fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli
> rispose: «Tu l’hai detto»”.
>
> (Matteo 26,24-25)
*
> Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi
> accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato
> anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio
> discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa.
Credere è accogliere. Non solo capire, non professare, ma entrare in profonda
relazione, fare spazio. Accogliere il profeta è come accogliere la profezia.
Accogliere un giusto è fare spazio alla giustizia, diventare giusti. La fede si
muove per assimilazione e conversione, per metamorfosi, trasfigurazione. Per
relazione profonda, inabitazione di Dio in noi.
C’è tanto rischio in queste parole e forse è qui il vero profilo della libertà
secondo il Vangelo: la possibilità concreata di non accogliere il discepolato,
la profezia, la giustizia. Il rischio concreto del rifiuto.
Mille sono i motivi per non accogliere la chiamata di Cristo. Forse, sempre, la
paura di morire, di morire già qui in vita, sicuri che i nostri desideri
esauditi ci avrebbero portato la felicità. Non è così, la felicità per il
Vangelo accade solo in una relazione con lui. Felicità paradossale,
beatitudine.
Rischio terribile quello di decidere di non accogliere Dio, rischio terribile
che lo stesso Cristo si assume: condivide lo stesso destino del discepolo. Forse
la fede, la fede vera, è in questa disposizione a essere traditi da chi dovrebbe
accoglierci, disposti a essere traditi senza maledire.
Forse fede vera è quella testimoniata da tutte le persone che ci amano a
prescindere, che si fidano nonostante noi, forse loro sono i chiamati, i
discepoli, i credenti.
> “Essi avranno, in questo mondo, il destino che ha Dio stesso: se Dio sarà
> accolto, ci sarà posto anche per loro; se Dio non sarà accolto, neppure essi
> avranno un posto”.
>
> (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Ed. Glossa, 2007)
Certo, alla fine, quello che stupisce è che per essere discepoli basta un
bicchiere d’acqua. Un solo minimo bicchiere d’acqua. Come a dire che la Sua
chiamata non ci schiaccerà, non è questo il suo obiettivo. Non importa quanto
siamo capaci di fare, l’unica cosa che conta è che lo riconosciamo presente il
Risorto, vivo, e assetato di noi.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Paul-Hippolyte Flandrin, Fra’ Angelico visitato dagli angeli,
1894
L'articolo Assetato di noi proviene da Pangea.
Brucia, invisibile fiamma,
altro di me non occorre.
Il resto tutto toglieranno.
E se no, chiederanno per favore;
e se no, disfarò da me medesima,
per la noia e l’orrore.
Come stella sulla culla,
come scolta in fitto bosco,
dondolando la catena,
brucia fiamma non veduta.
Tu lampada, il tuo olio le lacrime,
incrinatura del gelo del cuore,
sorriso di chi se ne va.
Tu brucia, ridai la novella
al Dio dei cieli: il Salvatore
ancora ricordano in terra,
del tutto ancora non dimèntichi…
(Ol’ga Sedakova, Antichi canti in Stichi, Moskva 1994 da Brucia invisibile
fiamma, Qiqajon, 1998)
*
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà
svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle
tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi
annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò
chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al
Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io
lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». (Mt 10,26-33)
*
Non abbiate paura degli uomini
Non avere paura degli uomini perché il Signore ha scelto di abitare e di salvare
la nostra umanità.
Non avere paura degli uomini non perché l’umano sia buono, non per l’ingenua
speranza che un giorno comprenderemo e finalmente impareremo a vivere in pace,
quelle sono ridicole utopie di chi non conosce il Cristo. Non avere paura
dell’uomo, nemmeno della nostra umanità, perché il Verbo si è fatto carne,
perché il Risorto abita con la sua misericordia anche il nostro peccato. Non
aver paura degli uomini perché l’uomo nulla può davanti al Crocifisso Risorto
che ha dato la vita per noi.
*
Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà
conosciuto
Il segreto che abita ogni uomo è di essere rigenerato dalla Misericordia divina.
Già qui, già ora: quel perdono scandaloso e immeritato che la logica del potere
politico tenta di ridicolizzare, che la logica dell’istituzione religiosa spesso
tenta di manipolare. Il segreto che ogni uomo porta in cuore è di essere già
pienamente amato e perdutamente perdonato. Questo basta. Riconoscere questo
sarebbe la nostra salvezza, ridimensionerebbe la nostra fanatica pretesa di
meritare la salvezza e dilaterebbe uno stile di vita libero da inutili pretese
verso chi crediamo d’amare.
Nulla di segreto che non sarà svelato. Il segreto è il luogo intimo
dell’incontro con il Risorto, “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi
la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel
segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6). La paura non può prevalere in un cuore che
ha imparato ad entrare nella camera della propria interiorità per farsi trovare
dagli occhi del Padre, Colui che abita il segreto.
Quando verrà alla luce che, nel segreto delle nostre storie, dimorava da sempre
l’Eterno, nulla di ciò che ci spaventa resisterà. Credere, credere fermamente,
credere che ciò che ci salva è la scelta irrevocabile del Padre: crocifiggersi
alle nostre storie. Il resto scompare.
*
Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che
ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
Nessuna paura allora di scendere nelle tenebre. Nelle tenebre del peccato, nelle
tenebre del mondo e perfino nelle tenebre del male che ci portiamo dentro,
perché il Signore è proprio nelle tenebre che parla. Beata la tenebra che ci
abita se è condizione per ascoltare la Parola del Risorto che risuona in noi, se
è motivo per sperimentare il Signore vivo che lì si fa trovare.
Nessuna paura di annunciare dalle terrazze quello che è annunciato all’orecchio.
Ma che sia davvero annuncio conforme alla Sua Parola e non fraintendimento da
falsi profeti. Annunciare solo ciò che Cristo ha incarnato, diventare
annunciatori con la nostra vita dello stile del Figlio dell’Uomo: uno stile che
il mondo mai potrà comprendere. (Che non comprendiamo noi quando rimaniamo
schiavi delle logiche del mondo!).
Annunciare la logica paradossale del Vangelo senza l’esperienza dell’incontro
personale con il Cristo Risorto, vivo e presente, sarebbe pura follia. Il
Vangelo senza la Sua parola annunciata al nostro orecchio sarebbe sacrificio
senza senso. Adesione a una logica fallimentare e pericolosa.
Egon Schiele, La coppia, 1909 ca.
Il mondo, quando accoglie il messaggio evangelico, è perché lo ha svuotato della
sua anima paradossale e incandescente. Un vago amore per gli amici, un senso di
giustizia rassicurante, la logica meritocratica verso i più buoni, la promessa
di un premio a chi segue le regole… questo è tutto quello che serve a qualsiasi
sistema per esercitare controllo. Sistemi politici o religiosi, non cambia
nulla. Falsi profeti. Solo chi, nelle tenebre e all’orecchio, ha sentito la Sua
voce può comprendere. Solo chi si è fatto penetrare dalla lama della Sua Parola
è credibile. Solo chi è rapito dal Cristo è veramente profetico.
Solo chi non ha più paura può mostrare il suo volto.
È solo per la sua presenza che il buio tenebroso del nostro peccato si trasforma
in ventre gravido per la nostra continua rinascita.
*
“E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far
perire nella Geènna e l’anima e il corpo”.
> “Il vangelo è certamente buona notizia, ma al tempo stesso è anche
> contestazione radicale di un mondo che si costruisce nell’ignoranza di Dio e
> su valori estranei o contrari alla sua legge. Lo scontro è inevitabile. Se non
> disturba nessuno e non mette nulla in questione, si tratta ancora di
> vangelo?”
>
> (Commento delle letture domenicali a cura di Robert Gantoy e Romain Swaeles,
> San Paolo, 1992)
A disturbare non sarà il tentativo di costruire un’alternativa al male che
serpeggia nel mondo. Non siamo in grado di costruirla e il Cristo non ci chiede
questo. Non ci chiede di mostrare perfezioni umane convertite dal Vangelo, ci
chiede di mostrare Lui. Colui che ha potere sull’anima e sul corpo. Di mostrare
lui e non noi. Non convertiremo nessuno grazie alle nostre strategie pastorali.
Non convertiremo nessuno arroccandoci dietro ideologiche e sfinite polemiche;
l’unica cosa che conta è se ci convertiamo noi. E convertirsi significa
arrendersi al Signore. Lasciargli spazio. Di cosa dobbiamo avere paura se il
Risorto ci abita?
Ci abita come ha abitato peccatori, prostitute, ladri e traditori. Ci abita
quando sappiamo mostrarci per quello che siamo, quando non fingiamo di essere
migliori, quando riusciamo ad accettare che il nostro peccato è grande ma
proprio in quel peccato è incarnata la Sua presenza.
Certo che la fede sposta le montagne, ma è la sua di fede, in noi, Lui che ha
spostato la montagna del nostro peccato.
E non avremmo più nulla da fare, niente da costruire, nulla da sistemare. Non
avremo più paura dei tempi orrendi e violenti che viviamo, perché Lui è con noi,
proprio in questi tempi. Adesso.
Solo non ci crediamo. Altrimenti saremmo noi a fare paura. Al mondo.
Ecco cosa disturba il mondo: un uomo senza paura. Un uomo completamente rapito
dal Risorto.
Perché è proprio la paura che ci rende aggressivi, agguerriti, risentiti. È la
paura di perdere e di perderci, di rimanere soli, di non avere denaro, di essere
sopraffatti, di aver fallito la missione della vita, di aver sbagliato, di non
aver amato abbastanza, di avere avuto poco coraggio. Paura di aver sbagliato
vocazione, di aver trattenuto lo vita per timore. Paura di morire prima di aver
iniziato a vivere. È la paura di morire che aumenta la nostra paura di vivere.
Ma se Cristo è in noi, di cosa avere paura? Se proprio quei grovigli, che
rimangono tali, si mostrano il nido perfetto per incontrarlo, perché lui prenda
casa in noi allora nulla, nulla ci potrà mai spaventare. In quel momento saremo
finalmente veramente e definitivamente liberi. E non ci servirà altro. E non
chiederemo protezione a nessuno. Queste sono le persone fanno davvero paura al
mondo. Non quelle che cercano patetiche alternative, ma coloro che non cercano
nient’altro che la comunione con il Risorto.
Non hanno paura gli uomini e le donne che, come Pietro, smettono di promettere
fedeltà improbabili, quelle che perdono la faccia raccontando il loro
tradimento. Non hanno paura solo le persone così libere da lasciarsi portare
altrove da altri, persone per cui non importa più il dove perché sicure che
Cristo è in ogni dove. Cristo è vivo e ci parla in ogni altrove.
*
> “Per non temere, occorre cambiare in radice il criterio delle nostre
> valutazioni. Dobbiamo strappare la nostra attenzione dal giudizio degli
> uomini, e rivolgere invece l’attenzione al giudizio di Dio”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà
a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono
tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Non può aver paura chi ha un cuore di passero. Chi è leggero e insignificante
come un capello. Non può aver paura chi ha sperimentato che anche il filo
d’erba, e il fiore che sboccia non visto, e l’ultimo insetto del prato, tutto, è
in cammino di ritorno verso il Padre. Tutto è suo.
Non può morire di paura Cristo, il rigettato dagli uomini, perché sente che il
Suo Spirito è accolto dall’Eterno. E che nulla, nulla e nessuno, andrà perduto.
Ma fa paura un uomo così. Un uomo dal cuore di passero. Perché non serve a
niente, perché non pretende niente, perché è povero e felice, perché è ricco di
tutto, perché ama senza possedere, perché obbedisce alla vita e dalla vita si
lascia avvolgere. Fa paura l’uomo che non scade in polemiche, che è libero
rispetto agli schieramenti, che non attende d’essere riconosciuto dagli uomini
per essere felice. Fa paura un uomo così, perché nessun potere mai avrà potere
su di lui.
*
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò
davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli
uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
Fa paura il Cristo Crocifisso e Risorto, fa paura al mondo perché ne sovverte la
logica. Fa paura a noi, perché spesso la Sua voce non la sentiamo. Riconoscere
il Cristo davanti agli uomini non è esercizio intellettuale, ma vertice
d’abbandono fiducioso e totale.
Proprio perché riconosco il Risorto presente nella storia, a lui mi abbandono, a
lui tutto consegno di me. Credere è rinunciare a tutto, è rinunciare a qualsiasi
lotta, a qualsiasi diritto, credere è rinunciare a se stessi per essere tutto di
quella voce che un giorno ci ha preso il cuore. Consegnarsi al Padre assumendo
la stessa logica del Crocifisso. Consegnarsi è vivere da crocifissi all’Eterno
qui, adesso.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Egon Schiele, “Autoritratto come santo”, 1913
L'articolo Un uomo dal cuore di passero proviene da Pangea.
Fra gli affreschi medievali della basilica di San Saba all’Aventino, era solito
giungersi in preghiera Giuseppe Ungaretti – nel turbinio degli anni romani.
Dimorava in prossimità, in piazza Remuria 3 – il contratto d’affitto
dell’appartamento gliel’aveva ceduto Tatiana Tolstoj, figlia dello scrittore
russo.
È fra gli stessi affreschi che mi si rivela, ieratica, la figura di don Gabriele
Vecchione. Fra le mani, a mo’ di breviario, reca un vissuto ‘Meridiano’
ungarettiano, dalla consunta, consueta copertina blu e un remoto volume di
poesie che custodisce, al suo interno, le letture a viva voce di Ungà.
Quella sera, il rito della poesia, si compie su sponde d’altare.
*
Don Gabriele Vecchione, classe 1988, è stato ordinato presbitero da Papa
Francesco, nel 2017. Ha fondato nel 2024 la Comunità San Filippo Neri – E poi? –
dimora per giovani fragili.
Dal 2025 è cappellano dell’Università La Sapienza di Roma – dove allestisce, fra
le altre cose, rassegne letterarie e culturali. Il 14 maggio ha accolto, fra le
mura della cappella universitaria, S.S. Papa Leone XIV. Scrive per il Domani.
Nel marzo 2026 ha pubblicato Vorrei che fossi qui – Variazioni sulla Settimana
Santa (Piemme) – volume in cui celebra la Parola con la testimonianza, le
Scritture con la sua scrittura imbibita di vita, d’illuminazioni letterarie e
poetiche – da Dostoevskij a Tolkien, da Jon Fosse a Charles Péguy, da Leonard
Cohen a René Girard –, cinematografiche, di storie nella Storia.
Dal titolo, oltre a Ungaretti, mi pare di intendere che ami i Pink Floyd.
Parecchio. E spero di non commerciare mai i miei eroi per dei fantasmi…
Don Gabriele, nelle tue omelie, a dialogare con le Scritture – cito a memoria
dall’ultima ascoltata – intervengono Franz Kafka e Franco Battiato, Elias
Canetti, i Padri del deserto ed Elio e le storie tese – virtuoso convegno fra
icone mistiche e pop. Come nascono queste suggestioni?
Ti direi che vengono naturali. Ma, ora che ci penso, in realtà non credo siano
naturali. È naturale piuttosto la mia vanità, che cerco tra alterne vicende di
sfruttare per sedurre l’assemblea e provare ad accompagnarla verso il cielo.
Faccio l’omelia che vorrei ascoltare io. Cerco di sgattaiolare fuori
dall’autoreferenzialità dell’ecclesialese, quel balsamo lessicale che copre ma
non cura profondamente alcuna ferita. Io sono un esistenzialista mancato. È una
necessità interiore, dunque, coniugare la sfida ardente che Elias Canetti ha
lanciato a Dio (“troverò parole contro la morte che lo faranno vergognare”) e le
pagine della Scrittura. Senza la Scrittura sarei un canettiano di ferro. È una
necessità pastorale. Ricordo la barba, la noia di quand’ero al di là del
presbiterio delle chiese. Cercavo omileti in giro per Roma. Penso sempre ad
Augusto (Mario Brega), nel film Borotalco, che, ascoltando una telefonata di
Sergio (Carlo Verdone) che finge di essere Manuel Fantoni con Nadia (Eleonora
Giorgi), gli dice: “Ah Se’, ma come ca…o parli?”. Amo quel che avviene
d’invisibile quando una persona è toccata al cuore dall’omelia. È un’operazione
che l’uomo e lo Spirito fanno in sinergia. L’omileta, rimanendo fedele alla
Parola, deve parlare agli uomini del suo tempo. Non ho mai sopportato quei
professori che parlavano un linguaggio volutamente inaccessibile per far
risaltare la loro erudizione. Di contro a tale elitarismo sostengo la bellezza
di essere smaccatamente popolari. Anche usando l’umorismo. Umiltà, uomo,
umorismo. Tre parole che hanno la stessa radice. Ridere di sé, suscitare il riso
– magari mediante Elio o con altri comici solo apparentemente demenziali – è un
ottimo segnale di salute spirituale.
Mi rifaccio a un detto dei Padri del deserto da te citato nell’ultimo
libro: «Finché l’uomo non dice nel suo cuore: “Io e Dio siamo soli al mondo”,
non avrà requie». Che rapporto vivi con la solitudine?
Quand’ero giovane, era un rapporto tragico, un sentiero pieno di rovi dove mi
scorticavo in continuazione. Cercavo qualcosa o qualcuno che la vincesse. Tutti
i miei tentativi fusionali sono andati male. Il celibato amplifica soltanto la
solitudine che è connaturale a ogni essere umano, non la crea. La solitudine ora
è un vigilante messo a guardia dell’amore. Il fatto che io sia solo e che abbia
imparato a stare nella solitudine garantisce la pulizia, l’ordine dell’amore che
nutro verso le persone che mi sono affidate. Amo la mia solitudine. È l’unico
luogo in cui Dio è tutto per me, l’unica preghiera che Gli rivolgo gridando e
non limitandomi a fare il Suo cerimoniere di corte. Mi sono sentito solo quando
ho dovuto constatare che i ragazzi che avevo in qualche modo “adottato” si
auto-distruggevano o non volevano uscire da una vita mediocre. A quel punto ho
compreso qualcosa in più del cuore di Dio. Un Salmo dice: “Il Signore dal cielo
si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio.
Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno”
(Sal 13, 2-3). Quando sono solo, ci teniamo compagnia e soffriamo insieme per la
sorte degli uomini. Penso ai monaci che si alzano di notte per pregare, per
accompagnare Dio nella notte. Penso sia la loro preghiera che si diffonde nella
Chiesa e nel mondo intero.
Lui è don Gabriele Vecchione
Sostando sul binario amore vs. darwinismo vittimario, così come da te definito –
qual è la tua chiave di interpretazione della Passione?
Molte volte la Passione è stata interpretata come il pagamento di un riscatto a
favore di un’umanità imprigionata dal diavolo. Ora, la Passione è sì il
riscatto. E Cristo dice che il diavolo è il principe del mondo (cfr. Gv 14, 30).
Ma il pagamento a chi sarebbe stato pagato? Si è pensato che la quota del
riscatto sarebbe andata a Dio Padre. Però ne vien fuori un’immagine luciferina
di Dio, quasi fosse assetato del sangue del Figlio e degli uomini
conseguentemente. Poi abbiamo spiritualizzato quest’immagine e abbiamo detto che
Dio non è assetato di pratiche autolesioniste incise sulla propria carne, ma è
seguita l’immagine di un Ente che pretende coerenza, virtù, impegno, che può far
ammalare la psiche di scrupoli, di ossessioni, di perfezionismi. Un Dio
perennemente deluso dalla malvagità degli uomini che richiederebbe sempre e solo
conversione. Mai una gioia. Come se la gioia fosse una colpa.
Credo che la chiave sia un’altra.
L’uomo ha paura di essere amato. Sin dalle prime pagine della Genesi l’uomo si
nasconde da Dio per paura di essere riprovato. Per persuaderlo (verbo
bellissimo: contiene l’aggettivo suavis, dolce) del suo amore il Padre non manda
più alcun condottiero o profeta, ma si coinvolge direttamente. È la storia del
Figlio di Dio che si consegna all’uomo, in modo che ognuno possa scatenare
contro di lui la sua innata violenza, la distruzione che la sua bramosia provoca
e, dopo o nel mentre che scaricava i suoi colpi di flagello, possa trovare
abbastanza amore per risorgere. Guardi la croce e scopri chi sei per il Padre:
un figlio che, anche se ha torturato il Signore, viene amato sempre e comunque.
Comunque è l’avverbio dei genitori.
La croce contesta questo mondo. Il mondo elegge sempre vittime, perché i
carnefici hanno bisogno di fare vittime per far risaltare il loro potere. Peter
Thiel stressa René Girard per affermare la sua volontà di potenza. Peccato che
René Girard si convertì constatando l’innocenza di Cristo. Cristo è stato
vittima, ha preso le parti di chi soffre. Da questa opzione fondamentale
dovrebbe derivare una geopolitica teologica. La croce non legittima nessun
nazionalismo, sciovinismo o suprematismo che sia. Il riscatto dell’uomo è che
non deve fare più vittime per essere riconosciuto. E non c’è neanche bisogno che
faccia la vittima. Cristo ha manifestato pienamente Dio, è la verità di Dio.
Nulla di oscuro, di esoterico nel Vangelo. La tecnica e la finanza si basano sul
darwinismo vittimario e non sopportano la verità. Si rendano noti gli algoritmi,
non si usino i dati per aumentare la sperequazione tra i popoli e sedurre, fin
nei recessi dell’anima dei singoli, popolazioni intere, si soggioghi piuttosto
l’AI a vantaggio delle vittime. Quale verità ne uscirebbe?
Tutta la tua opera è pervasa dall’arduo, ardente tema dell’amore – su un’asse
che da Cristo arriva fino a Rainer Maria Rilke. “Amare fino al disamore” – come
Maria di Betania, scapigliata, ai piedi di Gesù – è dunque l’unica forma d’amore
degna d’essere?
Sì, l’amore di Cristo è scandaloso, esagerato, non ha vie di fuga, non teme il
disonore. Tutti gli altri amori dovrebbero impallidire di fronte a questi. Non è
bilaterale. Non aspetta reciprocità, essere reciproci a tale amore per noi
creature è impossibile. Attende solo di essere accolto. Per chi lo accoglie non
si raggiunge mai la misura dell’amore. È perfino poco fare i “folli per Cristo”
come Francesco d’Assisi o Filippo Neri. L’amore di Cristo, una volta che ti ha
toccato il cuore, ti ferisce e tu bruci di compassione per tutti gli esseri
umani. Guardi gli altri e ti appaiono bellissimi. Piangi per i loro
auto-sabotaggi. Ti industri, diventi creativo, ti inventi cose. L’abbiamo visto
tante volte nella storia quest’amore. Penso a Padre Pierre Al-Rahi, parroco del
Sud del Libano, morto il 9 marzo 2026 sotto le bombe israeliane mentre
soccorreva i suoi parrocchiani feriti; credo abbia preso sul serio la metafora
di Gesù: “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10, 11).
Nell’ultimo libro parli di figli, in particolare di “figli dispersi” – con
riferimento all’invocazione del Salmo 21 – ma anche, a più riprese, di padri.
Hai peraltro consacrato un volume al profilo di San Giuseppe – Rimani o vai
via? (Effatà, 2021). Che lettura dai della figura del padre?
Stiamo cercando il padre possibile. Non è riproponibile il padre kafkiano e
pre-sessantottino. La tentazione del padre è non-rimanere, impegnarsi in guerre
lontane per la conquista di imperi o cadere vittime del canto delle sirene. Per
una madre è generalmente più difficile andare via. Un sacco di figli vuole il
riconoscimento dei padri. Le lettere e le e-mail che ricevo, i colloqui che
ascolto sono tra loro molto diversi, ma uniti da un unico filo rosso: il
desiderio di essere riconosciuti. Giuseppe è il padre possibile. Con la sua
genealogia, scandita nei dettagli nel vangelo di Matteo e piena di peccatori,
porta il peccato nella sacra famiglia. Immagino si sia sentito inadeguato. Ma
Paolo dice che ogni paternità umana prende nome dalla paternità di Dio (cfr. Ef
3, 14-15). Che Padre è Dio? Il Padre che assiste forse tramortito all’autonomia
dei figli, che prepara il ritorno dei figli dispersi, che non risparmia sulla
sua affettività (mi riferisco ovviamente alla sequenza dei gesti affettivi del
padre misericordioso nei confronti del figlio prodigo). Conosco dei padri
esemplari. Un mio amico, che assisteva la moglie terminale, approfittava dei
pochi minuti che le quattro figlie gli lasciavano liberi, per spazzare via i
capelli disseminati in tutta casa a motivo della chemioterapia. Vedendolo con la
scopa e la paletta nelle due mani, ho compreso di più chi fosse un marito, un
padre.
Citando un tuo passo nel capitolo dedicato al Lunedì santo, alias Love is a
losing game: “La redenzione non è semplicemente un restyling, ma una nuova
creazione”. Come comprenderne il significato, la reale portata creativa?
La vita spirituale è un lasciarsi fare. Non se ne comprende la modalità, i
tempi, non si vedono i risultati nell’immediato. È una dinamica che avviene nel
frattempo. Non aggiungo nulla di mio, ma una poesia di Rilke:
> Non attender che Dio su te discenda
> e che ti dica: sono.
> Senso alcuno non ha quel Dio che afferma
> l’onnipotenza sua.
> Sentilo tu, nel soffio ond’ei ti ha colmo
> da che respiri e sei.
> Quando, non sai perché, ti avvampa il cuore,
> è lui che in te si esprime.
Chi sono, invece, coloro che qualifichi come “infelici funzionali”?
Coloro che si rassegnano al già noto. Che sono mediamente disillusi. Che
iniziano cose senza terminarle. Che si alleano con le loro disfunzioni. Ruminano
e amano i loro tratti neri. Si autocommiserano. Pensano di essere in credito con
tutti. Tutto gli sarebbe dovuto. Qualcosa riescono pure a combinare. Non hanno
bisogno di TSO o particolari terapie farmacologiche, se non leggere. Non
bruciano, non ardono, fanno un lavoro che non amano. Non vedono l’ora di
staccare. Parlano sempre di vacanze. La loro massima aspirazione è l’aperitivo e
qualche piaceruzzo genitale. Una marea montante di amore non dato. Oppure
lavorano come disperati per non confrontarsi col vuoto. Altra citazione pop, ora
è il turno di Fabri Fibra: “A 12 anni a contare le stelle, a 30 a contare le
parcelle”. Mi dispero quando ascolto giovani che scelgono l’università in base a
quello che possono guadagnare, che rimangono in storie d’amore per non rimanere
soli, che hanno abbandonato il sogno di cambiare tutto. La felicità è vendere la
pelle dell’orso prima di averlo catturato, è gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Sposarsi senza garanzie, fare figli mentre si ha il mutuo, amare fino a
ustionarsi, sognare di interrompere le guerre.
Definisci la nostra una società algofobica, in cui l’unica morte plausibile
diviene quella eutanasica o viene rimossa, isolata negli hospice – e un ritorno
alle pagane necropoli, con le ceneri incastonate nelle case, esposte nei
salotti. Si tratta di una forma di nuovo edonismo – un antidoto alla morte?
Nuovo edonismo nel senso che il vecchio e consueto edonismo,
il divertissement pascaliano, mi sembra consistesse nel vivere come se la morte
non ci fosse. Posticipare il redde rationem fino a illudersi che potesse non
accadere. Il nuovo edonismo dell’era della tecnocrazia mi sembra basato sul
campare come se non si sapesse che si muore. Nell’era dell’infocrazia e della
soppressione del privato la morte viene talmente spettacolarizzata che sembra
non esistere. La morte pare un imprevisto. Come si fa ancora a morire con tutta
l’intelligenza artificiale di cui disponiamo?
Nel 2024 hai dato vita alla Comunità San Filippo Neri – E poi? Ci racconti del
progetto, a quali ragazzi è dedicata questa dimora?
Siamo sull’Appia a Roma. Siamo io e due famiglie. Accogliamo fino a 17 giovani
tra i 18 e i 26 anni. Ragazzi e ragazze che vogliono vivere nonostante tutto.
Escono da case-famiglie a 18 anni. Escono da famiglie disfunzionali o da
famiglie funzionali ma hanno comunque il vuoto nel cuore. Ragazzi arenati,
impantanati. Vogliono amore, limiti, regole. Si innamorano sanamente di loro
stessi quando scoprono quant’è bello prendersi cura di qualcuno. Ieri una nostra
ragazza di Gaza, che ancora non parla l’italiano, ha comprato i lecca-lecca per
le bambine di una delle due famiglie. Mi sono commosso. La Comunità è un sogno a
occhi aperti. Abbiamo detto un no veemente alla mediocrità e all’infelicità dei
giovani. Dobbiamo raggiungere a breve l’auto-sostenibilità economica, se no tra
un anno chiudiamo. I giovani non pagano, i figli a casa non pagano. Presto,
andate sul nostro sito, trovate le modalità per donare.
Chiudo con le Variazioni sul presbiterato – qui lo definisci una questione di
gratitudine. Come ci sei arrivato?
Perché un prete, don Roberto, con la sfrontatezza dei suoi 29 anni di fronte
all’infelicità dei miei 19, me lo ha esplicitamente suggerito. Dopo che s’era
conclusa una storia con una ragazza che ho amato molto e che mi ha amato molto,
mi ha detto che avrei potuto pensarci. Ci ho messo tre anni a metabolizzare la
faccenda. Ho pregato, sono andato in monasteri, ho percorso pellegrinaggi ancora
non troppo inflazionati, sapevo che in un certo senso non potevo dir di no
perché si giocava la partita della mia salvezza. Il Signore mi ha ferito il
cuore, si è preso la mia affettività con la sua nostalgia. Senza di lui sono
perso. In quel triennio 19-22 anni pensavo di dovermi conformare a un modello
che mi sembrava alienante. In realtà, nella preghiera, mi sono reso conto che il
Signore chiamava me proprio me: si trattava di essere profondamente me stesso.
Nel frattempo, entravo dentro di me, senza più infingimenti. Non mi spaventava
più la mia miseria. Mi sono sentito un salvato. Sono a mio agio negli abiti
clericali. Per questo ancora vivo di gratitudine. Non devo far felice il mondo,
devo essere fedele a quello che ho ricevuto. Quell’immersione nella materia
oscura nei tre anni dopo il liceo mi ha dato e mi dà la forza smisurata che
occorre per fronteggiare la materia oscura altrui senza esserne compromessi.
Essere sacerdoti significa lasciare rappacificare in sé la terra e il cielo,
l’angelo e la bestia. La bestia e la terra possono tornare a spadroneggiare. Ci
vuole molta vigilanza. Ma la gratitudine che provo quando vedo qualcuno che
ricomincia a camminare sulle sue gambe mi fa pensare che il meglio deve ancora
venire.
Fabrizia Sabbatini
*In copertina: Nicola Samorì, Anulante, 2018
L'articolo “La tecnica e la finanza non sopportano la verità”. Dialogo con
Gabriele Vecchione proviene da Pangea.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei
comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché
rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può
ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli
rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora
un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi
vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io
in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi
ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a
lui». (Gv 14, 15-21)
*
TIMORE DI RIMANERE ORFANI
> “Gesù sta per lasciare i suoi: essi temono comprensibilmente di perdere ogni
> traccia sicura per il loro cammino. temono più precisamente di rimanere
> orfani. Orfano non è soltanto chi manca del padre o della madre; orfano è chi
> è privo, in generale, di presenza che apparivano invece indispensabili a
> garantire il carattere affidabile del mondo.”
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, edizioni Glossa, 2007)
“Lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non
lo conosce”, affilate e dure le parole del Maestro. Il mondo è cieco e incapace
di conoscere Dio. Ma anche i discepoli abitano un rischio enorme: quello di
sentirsi orfani. Cioè incapaci di rintracciare, dopo la morte di Gesù, “il
carattere affidabile del mondo”. Uomini costretti alla vita senza saperne
decifrarne più il senso, senza la capacità di poter individuare un approdo, con
il dubbio che non ci sia nessuno scopo nell’alternarsi di giorni e notti. È
l’inferno, e lo conosciamo: agire sentendo che ogni nostra azione è, in fondo,
indifferente.
Ma c’è una differenza, una differenza fondamentale, tra chi è del mondo e non
vede e chi è nel mondo e non trova più, non lo trova più. Differenza tra chi si
muove senza senso convinto di essere figlio del caso, combinazione di
probabilità tra milioni di altre probabilità nel contesto dell’evoluzione, e
chi, impaurito, non trova più il suo maestro, orfano e quindi sempre figlio di
un padre che gli manca ad ogni respiro. Cristo parla agli orfani. Loro, solo
loro, quelli che hanno conosciuto la paternità, solo loro possono comprendere.
Il mondo no.
Forse la fede è tenere aperta la nostalgia di un incontro. Forse non è neppure
una differenza tra credenti e non credenti, tra mondo e spirito, è una lotta che
ci portiamo dentro tutti, noi che siamo chiamati a combattere quando ci pare che
il nostro vivere sia vuoto, noi che siamo sospesi tra la nostalgia di un
incontro che ci ha cambiato la vita e la logica del mondo che battezza illusione
quello che noi abbiamo sempre definito conversione.
*
OSSERVARE I COMANDAMENTI
> “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti…”
Interessante la proposta di Cristo: osservare i comandamenti. Se vogliamo
comprendere cosa sia l’amore, chi sia lui, se abbiamo nostalgia del Padre,
l’unica cosa è fare. Fare. Non si tratta di una spiegazione, non siamo nel campo
della catechesi, dei lunghi confronti, non siamo chiamati a convincere nessuno,
non ci sarà mai nessun itinerario intellettuale capace di persuaderci
dell’esistenza di un Padre Eterno, occorre vivere, solo vivere, ma secondo i
suoi comandamenti. La fede è una prassi, è il modo che abbiamo di incarnare il
nostro esserci nel mondo. I comandamenti non sono quindi il prezzo da pagare per
essere in grazia di Dio, e non sono nemmeno solo la risposta grata all’aver
incontrato l’Altissimo: i comandamenti sono la disciplina pratica e
indispensabile per definire la nostra fede. Crede solo chi obbedisce al
comandamento dell’amore. Non si tratta quindi solo di assenso
intellettualistico, non basta, credere è abilitare la propria carne ad imparare
l’appartenenza al Padre. È il corpo, lo spazio dove la mancanza grida il suo
bisogno e l’amore si incarna come risposta, è la nostra vita a poter cantare
incessantemente la nostalgia del Padre.
> “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai
> il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta
> la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile
> a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti
> dipendono tutta la Legge e i Profeti”.
>
> (Mt 22,36-40)
L’amore è comprensibile solo nella traiettoria dell’incarnazione, è più una
disciplina da samurai che un trattato. Occorre interrogare i nostri arti,
comprendere i movimenti del nostro cuore, le nostre aspirazioni, i nostri
desideri di felicità, occorre affinare l’udito profondo fino a sentire che in
noi geme una mancanza. La mancanza dell’Eterno. Siamo orfani. Ma non
abbandonati.
Mi ha molto colpito Cristiano Godano, il cantante, che in una recente e
bellissima intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Poesia”
(n°36), dopo aver dichiarato la sua affinità al pensiero esistenziale con Emil
Cioran (“Come lui sento l’assenza di senso della vita”), poco più avanti dice:
“passiamo la vita con la consapevolezza di dover morire accumulando patemi e
disagi esistenziali a loro (gli animali) sconosciuti…”. La consapevolezza di
dover morire. Quella che ci getta in patemi e disagi esistenziali. Non è cosa
irrilevante. Credo occorra partire esattamente da lì. Cristiano Godano ha
ragione, è tornato sul punto critico: il nostro rapporto con la morte, più
ancora, la consapevolezza che abbiamo di dover morire, la consapevolezza che
stiamo già morendo. Questo può istruire la nostra fede. Occorre ripartire
dall’enigma della morte, sempre. Che non a caso parla incessantemente nei nostri
corpi. Anche la morte, come l’amore, segue la traiettoria dell’incarnazione.
L’orfano, davanti al morire dei fratelli, nel cuore della sua esperienza di
dover morire, cercherà Cristo, interrogherà il rapporto di Cristo con la morte.
L’orfano si getterà alla ricerca del Maestro, tenterà di mettersi alla sua
sequela, di imparare come lui è morto. Non è un caso che il Messia abbia
intessuto un lunghissimo dialogo con l’esperienza del morire. Dalla fuga in
Egitto alla croce. Dal suo fuggire dalle mani dei nemici (quando ancora non era
tempo) al suo consegnarsi. Da Lazzaro alla figlia di Giairo. La morte. La
consapevolezza di dover morire. Non esiste altro ingresso nella
verità. Destinati alla dissoluzione o figli in ritorno verso la casa del Padre?
Dove si depone il reale?
Amare Cristo, conoscerlo, non c’è altra via d’uscita, amare le Scritture, amare
chi ci ha parlato di lui e, soprattutto, chi ha provato ad amare come lui, chi
ha amato perfino davanti alla morte, come lui. Come “garantire il carattere
affidabile del mondo” davanti allo scandalo della morte? Seguendo Cristo. Non
nel pensiero ma nella carne. Questo il comandamento che ci rende orfani in
attesa di essere salvati. Opponendo l’amore alla morte, in atto pratico. Se mi
amate. Dice Cristo. Se amate me che ho amato arrivando al cuore della croce per
inchiodarci il cuneo dell’amore insensato e infinito del perdono. Dell’eterno.
Anton Van Dyck, Entrata di Cristo a Gerusalemme, 1617
Se amate me e come me provate ad esercitare, incarnare, mettere in pratica il
comandamento dell’amore anche dove l’amore sembra non avere diritto d’asilo, o
senso, o spazio. Questo sembra dire incessantemente Cristo, dalla croce, dal
cuore della morte. Non si può spiegare, inutile passare per il teorico
convincimento. Occorre aver conosciuto qualcuno che ha provato ad amare come
Cristo ha amato. E fidarsi che quello sia l’unico senso possibile. Non uno tra
tanti, l’unico. L’orfano ne ha fatto esperienza, lo ha visto incarnato, ha
provato a fargli spazio: è tutta questione di incontri, di testimonianza, di
apertura nostra all’ascolto, è tutto questione di decisione, di accettare il
rischio d’amare in cuore al morire.
*
CROCIFIGGERE LA VITA
> “…e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con
> voi per sempre”
> “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive
> in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che
> mi ha amato e ha dato se stesso per me”.
>
> (Galati 2,20)
Diventare Amore è però disciplina che ha un costo altissimo, l’Amore vuole tutto
di noi. Occorre trafiggersi, perdersi, annientarsi. Occorre lasciarsi
crocifiggere con Cristo. La lotta spirituale non è cosa antica e fuori moda, il
cristianesimo non è sorridente esercizio di galateo, dolce danza di esseri
pacificati e buoni, la vita spirituale è sentire le stimmate sul proprio
corpo. Non si può credere, credere davvero, se non si decide di far spazio al
Paraclito in noi, e non è azione immediata. Impossibile accogliere lo Spirito di
Verità in una vita ancora piena di noi stessi. Morire non è accessorio, è
fondamentale. Siamo nati per fare spazio a Dio che è amore, ma fare spazio
significa crocifiggere l’uomo vecchio. È esercizio di scavo, occorre togliere,
perdere, strappare, svuotare. E tutto passa per scelte pratiche, giorno dopo
giorno, impossibile avere fede se non passando in questo costante esercizio di
castità, di povertà, di obbedienza, di nascondimento. Ognuno secondo la propria
storia, nel proprio contesto. Comunque impossibile parlare di fede se non
vivendola, e vivendola così. Il resto sono ricami mentali. Abbiamo fatto
esperienza di Cristo? Ci manca? Stiamo facendo spazio in noi perché in noi
abiti? A salvarci non sarà il dolore provato, non le pene subite, ma l’intimità
con il Cristo, amore crocifisso alle nostre carni. Fargli spazio non è
disciplina da depressi ma decisione da innamorati. Beatitudine incarnata.
Benedetta allora la vita che non ci riempie, benedette le storie che ci hanno
ucciso, quelle che hanno trafitto l’uomo vecchio che, in noi, credeva di aver
trovato da sé il senso della vita. Benedetti i fallimenti se hanno smascherato
la nostra illusione di poter essere felici senza di Lui. Benedetto anche il
nostro peccato se ci ha svuotato di superbia per lasciar posto alla sua
misericordia. Amare, credere, è arrivare a dire: “non sono più io che vivo”. È
gesto durissimo e liberatorio. La fede non si può comprendere se non passando da
questa porta stretta. Siamo al mondo per morire, per lasciare che Cristo viva in
noi. Orfani riempiti dalla sua vita. Il Paraclito che rimane sempre, ad ogni
nostro respiro, è sperimentabile solo così.
Non si spiega la fede, nemmeno l’amore si spiega, le pieghe rimangono a
mantenere misteriosa e oscura la vita, ma, tra le pieghe, qualcuno ha incontrato
il Risorto, e l’ha mostrato. Testimoni. Eterna gratitudine per tutte le persone
incontrate che respirano del respiro di Cristo, che hanno Cristo vivo in
loro.
Non so spiegare il senso della vita ma Cristo mi pare affidabile per come ha
risposto alla consapevolezza di dover morire. Perché lui stesso si è svuotato e
si è donato, perché lui è morto e risorto. Cristo è affidabile perché nella sua
esperienza di crocifissione e resurrezione mi sembra abbia svelato il senso
profondo nascosto in ogni cosa. Tutto chiede crocifissione, tutto chiede
svuotamento, tutto chiede consegna. Il creato è chiamato a farsi cavo per poter
essere lo spazio della manifestazione di Dio. Benedetta così sorella morte,
soprattutto sorella morte, che non è più solo l’evento finale con il quale
saremo chiamati a fare i conti ma la dinamica salvifica dell’esistente, ad ogni
passo. Benedetta sorella morte, che si ripete ad ogni istante, svuotando le
nostre carni perché facciano spazio a Cristo, consegnando ogni respiro al Padre.
È morendo, istante dopo istante, che la vita svela l’Eterno.
> “Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi
> saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”.
Siamo orfani ma cercati incessantemente dal Padre. Siamo immagine e somiglianza
dell’Eterno, inquieti fino a quando non diventeremo Eterno nell’Eterno.
Esperienza da imparare qui, ora, nelle cose di tutti i giorni. Dio è conoscibile
solo da chi si fa spazio per Cristo. Incarnazione dell’amore, fede.
Siamo vivi solo per essere sua dimora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Anton van Dyck, Cristo che porta la croce, XVII secolo
L'articolo Cristo parla agli orfani proviene da Pangea.
Tra i grandi “perdenti” della Storia, Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore
“apostata”, è uno dei più affascinanti. In effigie, porta la barba, alla moda
dei filosofi greci: i suoi lari erano Alessandro il Grande e Marco Aurelio; fu
iniziato agli alti gradi dei culti esoterici – e aristocratici – di Mitra.
Voleva librarsi verso il sole invitto.
Nei Cantos, sommo regesto di perdenti e perduti, Ezra Pound dimostra
predilezione per Sigismondo Pandolfo Malatesta, il grande condottiero, signore
di Rimini. Benché avesse offerto i propri servigi, per un po’, alla Chiesa, papa
Pio II lo scomunicò, dichiarandolo “Anticristo”: fu l’inizio del tracollo.
Seguace di Gemisto Pletone – il cui sepolcro andò a ‘prelevare’ a Mistra, in
Grecia, per incapsularlo nel lato destro del ‘suo’ Tempio Malatestiano –,
neoplatonico in pectore, infine ‘pagano’ – pur fautore di un’armonia dionisiaca,
a favor di sangue – il Malatesta si può con qualche diritto definire uno degli
sparsi eredi di Giuliano. In effetti, Pound non si scorda dell’imperatore
“naturalmente bollato ‘apostata’”: lo conficca nel canto CII – sezione “Thrones”
– tra quelli che “vogliono evadere dall’universo”. Molto opportunamente – merito
di una sempiterna sagacia – Pound cita le Res Gestae di Ammiano Marcellino
(Amnis herbidas ripas), lo storico e militare romano che seguì Giuliano nella
disastrosa spedizione in Oriente. È proprio Ammiano a raccontarci gli ultimi
istanti di vita dell’imperatore. Giuliano era stato colpito da un giavellotto a
Maranga, nei pressi di Samarra, nell’attuale Iraq; l’esercito romano affrontava
le schiere dei Sasanidi di Sopore II. Era il 22 giugno del 363.
Accompagnato nella sua tenda, l’imperatore si diede a filosofare coi suoi,
impartendo estreme istruzioni morali. “Esulto, come colui che sta per restituire
un debito in buona fede. Non sono afflitto né addolorato. Sono guidato dalla
opinione generale dei filosofi che l’anima sia più felice del corpo. E osservo
che, ogni volta che una condizione migliore sia separata da una peggiore,
occorre rallegrarsi piuttosto che dolersi… Non ho da pentirmi di quanto ho
fatto, né mi tormenta il ricordo di qualche grave delitto. Fui sempre propenso,
come sapete, alla pace”. L’imperatore continuò a discutere con i sapienti che
aveva con sé – Massimo e Prisco – riguardo alla “sublimità delle anime” – la
ferita, intanto, dilagava, l’imperatore svaniva. Bevve dell’acqua. Citò Socrate.
Non nominò alcun successore – perso, forse, nella sua sparizione –; l’esercito
preferì Gioviano, un militare. Giuliano aveva 32 anni. Era stato eletto nel
febbraio del 360, il suo regno durò due anni e mezzo.
Nipote di Costantino, era scampato allo sterminio familiare seguito alla morte
del ‘Grande’: vide fiumi di sangue, si diede a tentare i cieli, ad astrarsi tra
gli astri. Fu valentissimo studioso: cresciuto nei riti cristiani, si fece
attrarre dai misteri greci, facendo di Pindaro e di Omero i suoi pari. Studiò
Plotino, Porfirio e Giamblico; si diede alla teurgia – suo amico e sodale fu
Salustio, l’autore del trattato Sugli dèi e il mondo (che trovate in versione
Adelphi). A giudicare dal suo operato in Gallia, pare che fosse un buon
amministratore e un capace condottiero – ad ogni modo, fu l’esercito ad
acclamarlo imperatore e, ‘alla barbara’, a issarlo sugli scudi. Al di là della
nomea che gli fa da sudario e delle imprecazioni a mitraglia dei cristiani –
Gregorio di Nazianzo esultò alla sua morte, dichiarandolo “tiranno… dragone…
abominio dell’universo” –, che vedevano persi i privilegi appena ottenuti sotto
Costantino, pare che Giuliano sia stato un buon imperatore. Nel suo Cattivi. Il
lato oscuro dell’antica Roma (libro da poco edito da Ares: si legge con agio, è
divertito e colto), Silvia Stucchi riabilita l’operato di Giuliano, imperatore
probabilmente migliore del santificato Costantino (“Tutta la gloria della
statuaria e della celebrazione dell’Imperatore da parte di Eusebio di Cesarea
nella sua biografia non possono nascondere che il lungo regno di Costantino fu
globalmente un insuccesso”).
Da secoli, Giuliano è il mito – e il monito – di coloro che ritengono il
cristianesimo una pestilenza, la strage dell’antico ordine divino, dell’antica
era che pullulava di dèi. Da allora, tacciono i boschi, mutilata è la voce dei
fiumi, mozzato – per la sfrontatezza del Nazareno – il rapporto ‘simpatico’ tra
la mano e la pietra, tra l’opera e lo zodiaco, tra gli alberi e le arterie, tra
il mugolio degli amanti e il ragliare dei cervi. Non è del tutto vero – è vero
che l’epopea di Giuliano aiuta, specularmente, a capire l’epoca (mirabile per il
catartico connubio di ascesi ed assassinio) dei tanti ‘cristianesimi’: al
consolidarsi della Chiesa come potere mondano faceva contrasto la ‘fuga’ di
schiere di uomini nel deserto, alla ricerca di un’impossibile ‘originarietà’,
alla primogenitura del Verbo, alla sua prima spremitura. La strenua lotta di
Agostino contro i Donatisti, i Valentiniani, gli Adamiani (“derivano il loro
nome da Adamo, del quale imitano la nudità che gli fu propria nel Paradiso,
prima del peccato. Così condannano anche il matrimonio”), i Priscillianisti
(“…sostengono che gli uomini sono vincolati alle stelle, le quali ne decretano
il destino, e che lo stesso nostro corpo è disposto in modo corrispondente ai
dodici segni zodiacali”) ci indica, per bagliori e frantumi, cosa avrebbe potuto
essere la fede in Cristo, cosa è stata.
La letteratura ha trasfigurato l’impresa di Giuliano – anacronistica e
solitaria, dunque esteticamente affascinante – in diversi rivoli. Ibsen nel 1873
e Kazantzakis nel 1945 hanno ridotto in pièce “l’apostata”; Gore Vidal gli ha
dedicato un bel romanzo, Giuliano, edito in Italia da Fazi. In una poesia
dedicata a Julian the Apostate, Thom Gunn mette in luce la ‘pesantezza’
dell’imperatore, il carisma retto da un fato avverso:
> “Difficile formulare in leggi l’assoluto:
> fallimento e desiderio accerchiano la preda;
> la data è relativa – muore chi a loro appartiene”.
Soprattutto, è Costantino Kavafis ad aver contratto un patto di somiglianza con
Giuliano. All’imperatore infelice, su cui ha infierito lo sfavore degli antichi
dèi, ha dedicato diverse poesie, perfino l’ultima, Nei dintorni di Antiochia,
con quell’ultimo verso, letale, “L’essenziale è che lui sia schiattato”. A
Kavafis piaceva che Giuliano non piacesse a nessuno, che la sua opera di
riabilitazione – di resurrezione – degli dèi di un tempo fosse ritenuta un po’
da tutti un’archeologica idiozia. Amava quell’uomo fuori tempo che
nel Misopogonprendeva in giro se stesso, rivelando la propria incapacità di
sintonizzarsi con i desideri dei suoi sudditi (in quel caso, per l’appunto, gli
abitanti di Antiochia).
In una poesia esemplare – qui riprodotta nella versione ‘classica’ di Nicola
Crocetti edita da Einaudi – Kavafis immagina Giuliano a Nicomedia, immaginando
la sua anima sdoppiata, che è poi quella del poeta:
“Cose sconsiderate e pericolose.
Gli elogi agli ideali Ellenici.
I riti magici, le visite ai templi
dei pagani. L’entusiasmo per gli antichi dèi.
I frequenti colloqui con Crisanzio.
Le teorie del filosofo Massimo – peraltro eccelso.
Ed ecco il risultato. Gallo si dimostra
assai preoccupato. Costantino sospetta.
Ah, non ebbe affatto consiglieri accorti.
Questa storia – dice Mardonio – ha passato il segno,
deve assolutamente smettere il clamore.
Cosí ridiventa mezzo chierico Giuliano
in chiesa a Nicomedia, dove
con voce stentorea e grande devozione
declama le Scritture, suscitando nel popolo
rispetto per la sua pietà cristiana.”
Il refrain letterario, notevole, ha per fonte l’opera di Libanio, retore nato ad
Antiochia, pagano, grande maestro – anche di sommi dottori della Chiesa come
Giovanni Crisostomo e Basilio di Cesarea –, autore di alcune memorabili orazioni
dedicate a Giuliano. In particolare, la Monodia per l’imperatore Giuliano,
intrisa di severa commozione, di composta nostalgia, è un piccolo capolavoro: è
il gioiello-sigillo su un mondo perduto, sono i titoli di coda di un’era che
pareva eterna. È, in fondo, il sovvertimento, lo sradicamento, la nascita di una
nuova grammatica. Giuliano viene descritto come l’imperatore “che ha dato nuova
vita alle sacre leggi, riportato in alto la bellezza virtuosa al posto del
degrado, innalzato le vostre case, eretto altari, riunito insieme le schiere dei
sacerdoti, nascoste nell’oscurità, restaurato i resti delle statue divine”. Agli
occhi dei nuovi pagani, sono i cristiani i dissoluti, i chiassosi distruttori
delle autentiche norme. La frase che chiude la monodia – che ricorda un po’
le Georgiche di Virgilio e alcuni passi di Ovidio – commuove, crisma
dell’impotenza divina:
> “Davvero sarebbe stato meglio rimanere nell’obblio di tutto, sopportando la
> follia al posto del dolore, perché nessun dio trasforma un uomo che soffre in
> pietra, né in albero, né in uccello”.
Il testo è stato recentemente tradotto, in elegantissima edizione, da Ugo
Pontiggia per La Finestra Editrice. In un passo dell’introduzione, Pontiggia
ricorda il padre, Giampiero Neri, e Nanni Cagnone, riannodando legami con chi
non è più qui. In un paragrafo di particolare nitore, è riassunta l’opera di
Giuliano:
> “Con Giuliano, nella visione che univa l’anima con gli astri, con gli dèi, il
> mondo appare ancora dominato da una calma olimpica e superiore bellezza, nelle
> parole di chi come lui aveva visto scorrere il sangue dei propri amati e dei
> propri nemici, non di uno studioso chiuso in una biblioteca, i cui occhi sono
> offuscati sui testi”.
Sono diversi i punti d’attrazione che ci avvicinano allo ‘sconfitto’ Giuliano.
Quello più banale riguarda il potere mondano che ha bisogno – per sostenersi e
per assolversi – del potere spirituale. Ogni potere terreno agisce guidato da
necessità celeste – anche oggi, in fondo, a veder bene, è così. L’altro è
l’ostinazione dell’imperatore nel riesumare dèi impotenti, ormai vestiti a
lutto; questo collasso aiuta a capire le ragioni del ‘nuovo mondo’ ormai sorto.
“Quanto poco egli possedesse il senso della realtà, dimostra, forse più d’ogni
altro suo atto, proprio l’ultima spedizione, paragonabile – come fu paragonata –
alla napoleonica campagna di Russia”, ha scritto Alberto Pincherle nel bel
profilo dedicato dalla Treccani a Giuliano (desueto, forse, ma elegante, va
letto).
Il fatto che Giuliano confidasse nei segni più che nei fatti, che si gettasse
nell’invisibile pur di non essere ostaggio del visibile, che tentasse di
orientare il fato ordito dai suoi dèi con catastrofici olocausti, questa
profonda – e infine feconda – frustrazione, rendono l’imperatore
indimenticabile, astrologicamente invitto.
L'articolo “L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano
l’Apostata proviene da Pangea.
Provo una discreta antipatia per i così detti «coccodrilli», ciò è a dire gli
articoli sguinzagliati all’indomani della morte d’una persona celebre. Essi sono
quasi sempre falsi rettorici sentimentaloidi e fintamente appassionati; sovente
servono per rimediare al lungo oblio in che il morto, quand’era vivo, era stato
abbandonato; per di più, come sa chiunque conosca un poco il mondo
dell’informazione, essi sono in moltissimi casi preconfezionati: nelle
redazioni, infatti, si apparecchiano in vista di una dipartita e li si surgela,
per poi decongelarli non appena un’agenzia di stampa o chi per essa diffonderà
la notizia di una morte eccellente.
Quando invece vengono confezionati all’ultimo minuto per un morto imprevisto o
trascurato, appaiono sgangherati e abborracciati, poiché composti di fretta e
con fonti inaffidabili e inverificate.
Insomma, il «coccodrillo» non è un genere nobile, anche se certamente ci sono
lodevoli eccezioni, pur rara avis.
Mi sto dunque contraddicendo con questo intervento? No, affatto; e per diverse
ragioni.
Anzitutto, ho dedicato a Vittorio Messori ben due articoli, ancòra in bozza, mai
però consegnati a questa rivista per faccende personali. La seconda ragione
spiega anche la precedente: partito da un’iniziale forte insofferenza per
Messori, dovuta a pregiudizio, sono trascorso alla stima grazie sopra tutto
a Scommessa sulla morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, uno dei
suoi libri più eloquenti delle sue notevoli capacità.
Messori è, per l’appunto, a mio bensì trascurabile ma non imponderato avviso,
uno dei pochi, pochissimi scrittori italiani, sia contemporanei sia dell’intiero
Novecento, meritevole a vario titolo d’esser letto e riletto.
Terzo movente: egli è, sebbene in maniera un poco dedalèa, legato a «Pangea» e a
una parte dei suoi lettori, giacché Davide Brullo fu amico di Cesare Cavalleri,
(col quale peraltro collaborai anch’io pubblicando diversi articoli per «Studi
Cattolici»), alla sua volta amico di Messori e dominus della casa editrice Ares,
che ha da diversi anni rimessa in circolazione una larga parte dell’opera
messoriana.
Mi sembrano tutti ottimi motivi per spendere le parole che ora, finalmente,
vengono.
Non offenderò il nostro lettore impartendogli una lezioncina da bignami:
Vittorio Messori nacque visse bla bla bla. Tenterò, in vece, un ritratto
essenziale, tracciato in chiaroscuro, utile, spero, a collocare meglio questa
singolare figura al di là della formoletta – che dice tutto e niente e può anzi
essere repulsiva – di «scrittore cattolico», adoperata, ça va sans dire, da
sempre da tutti i mezzi di presunta informazione, e che suonò sempre, come nelle
intenzioni dei padroni del discorso, uno stigma.
Dirò quindi sùbito della sua intelligenza e cultura straordinarie, ciò che, in
ispecie di questi tempi, non è per nulla scontato né, ahinoi, richiesto.
Se, in quell’estate del 1964, l’anonimo studente di Scienze politiche presso
l’ateneo torinese e impiegato notturno della Stipel, non fosse anch’egli stato
disarcionato da cavallo e «costretto» (parola dell’interessato) alla sequela del
Cristo, la Chiesa cattolica e il cristianesimo in generale avrebbero ben presto
veduto dalle schiere dei suoi nemici stagliarsene uno temibilissimo.
Messori, infatti, in quel torno, si stava preparando a diventare un
intellettuale di punta della cultura e (latu senso) della politica democratica
antifascista e anticlericale, anticristiana, giacché questo egli desiderava e
così se lo stavano allevando, o meglio: addestrando, i suoi maestri Luigi Firpo
Norberto Bobbio e sopra tutto Alessandro Galante Garrone, che aveva veduto in
Messori il miglior soldato per la loro causa, destinato, per le spiccate doti
intellettuali e morali, a una carriera da ufficiale.
La trama fu interrotta sviata e ritessuta a tal segno da far subire a Messori,
con perfetta coerenza democratica, l’immediato rinnegamento da parte del suo
mèntore: quando il giovane rivelò al professor Garrone della conversione, questi
fu assai poco… galante e lo liquidò, stroncandogli una promessa carriera
universitaria in qualità di suoi assistente, peraltro imminente giacché Messori
era per laurearsi di lì a breve tempo.
La conversione, in parentesi, gli costò anche il rinnegamento da parte della
madre. La donna, quando il figlio era già noto, trovandosi una volta a dover
dire il nome da coniugata e richiesta di una eventuale parentela col «famoso
scrittore cattolico», recisamente negò. L’ateismo e l’anticlericalismo della
donna, antica romagnola, soverchiarono il naturale amore materno. Sarà per
questo, e lo dico col rispetto per tutti i morti, che Vittorio Messori compose
circa mille pagine, e tra le sue più appassionate, sulla madre di Gesù. Si veda,
eminentemente, Ipotesi su Maria.
Egli ha da mostrare le sue perspicue doti anche sul piano letterario. La prosa è
chiara elegante e dallo stile personale e inconfondibile, e lo rende uno dei
massimi esempii di quel felice ibrido (quando non devii in aborto) di
giornalista-scrittore. A tratti resulta freddo; ma ciò è dovuto, io credo,
all’acribia e alla delicatezza degli argomenti, alla volontà di passare certi
fatti e prospettive ricusati e scontorti dal nostro tempo, bensì con slancio,
che in Messori non manca mai, ma sempre guidato e comandato dalla ragione, a
cui, egli menava vanto, mai è stato tentato di renunziare (anche se più oltre ne
vedremo qualche deroga).
Talora lo si vorrebbe più sanguigno; ma ci si deve, per dir così, contentare di
un plateau di strumenti chirurgici.
Una dotazione, questa, che gli servì per tutta la vita, e ciò è insino a una
decina d’anni avanti di morire, a render ragione della fede cristiana e
cattolica, non già però a sé stesso (gli fu tutto trasparente e stabile, afferma
più volte, sin dall’inizio), quanto più tosto ad altrui, fosse l’agnostico il
miscredente il cattolico tiepido ovvero partito per una delle tante, troppe
tangenti centrifughe allestite da sbarazzini creativi dopo Concilio Vaticano II
e di certo dalla Chiesa incentivate.
Sicché dodici anni dopo la sua Damasco, trascorsi nel più profondo silenzio
meditativo e studioso, Messori potette pubblicare, con tanto di imprimatur
ufficiale, esigenza cui non si sente sommesso più alcun
cattolico, quelle Ipotesi su Gesù, che nel volger d’una manciata di mesi e
fors’anche di settimane divenne uno speciosissimo caso editoriale,che
meriterebbe l’interessamento di qualche esperto di comunicazione ed editoria.
La casa editrice – la scomparsa Sei, salesiana e quindi attenta ai movimenti
della scarsella – partì con un tiratura infima; ma si ritrovò ben presto a dover
sorvegliare le rotative affinché il numero sempre crescente di copie non le
facesse saltare; e quasi sùbito numerosi editori stranieri acquistarono i
diritti di traduzione. Merito o, a seconda, colpa della potente “propaganda
clericale”? Macché. Mediamente le biblioteche dei cattolici, laici e non, sono
abbastanza, a dir poco, ridotte. Inoltre, ciò che pochi sanno, l’editoria
cattolica in Italia è estromessa dai circuiti distributivi e pubblicitarii
“normali”, così come resta esclusa dalle pagine culturali della stampa e della
televisione. Fateci caso. Ed è un dato su cui riflettere, che dà di che pensare
sull’etica e la politica italiane dall’Unità a oggi.
Le Ipotesi su Gesù si fecero largo, a mia vista, per una doppia linea di forza:
era la prima indagine storica sulla dibattuta figura allo stesso tempo informata
di studii e documenti ed esposta in lettere accessibili anche ai non
specialisti. Vennero di poi il citato Scommessa sulla morte e, a completare
l’inchiesta su Gesù, Patì sotto Ponzio Pilato?e Dicono che è risorto, che,
giusta l’autore, stabilivano in via definitiva e inoppugnabile la fondatezza
storica degli Evangeli.
Di Vittorio Messori va rilevato anche il coraggio, che emerge nei cinque spessi
tomi antologici della rubrica «Vivaio» (circa i quali darò, più oltre a margine,
una notizia istruttiva). Acquisita e consolidata autorevolezza, lo scrittore
s’inventò questo spazio per cimentarsi nella difesa da ben riescite incursioni
bombarole manomissioni e omissioni d’oltre due secoli, non soltanto di una fede
ma altrettanto di una concezione del mondo, di un’attualità, di una storia. E
occorre davvero coraggio – insieme a preparazione e qualche santo in paradiso –
per svergognare e sbugiardare le solfe ufficiali, a esempio, sulle crociate,
sull’Inquisizione, sulle imprese spagnole al di là dell’Atlantico, sui così
detti fascismi, sul risorgimento, sui santoni dell’intellettualità progressista,
sugli ebrei e il loro olocausto, etcoetera; e altrettanto per sferzare certe
tendenze della stessa Chiesa e di certi cattolici.
Un tal coraggio però costò talora assai.
Dimostrazione di quanto amplissime porzioni di sedicenti cattolici abbiano
perfettamente aderito alla più deleteria mentalità moderna, è il destino dei
primi tre volumi del «Vivaio»: Pensare la storia, La sfida della fede e Le cose
della vita, stampati tra il 1992 e il 1995 dalle Edizioni Paoline. Quando queste
mutarono dirigenza – ma ufficialmente non abdicando alla missione avviata dal
fondatore, don Alberione –, estromisero i tomi dal catalogo, e senza avvisare
l’autore. Scarse vendite? Per nulla, anzi: quando Messori, richiesto circa il
loro destino da affezionati lettori, interpellò i piani alti dell’editore, gli
fu risposto: che i libri avevano sì venduto benissimo e avrebbero seguitato a
farlo, e come; ma che, adesso, il loro contenuto suscitava loro ribrezzo.
(Messori corse però al riparo e trovò un altro editore, SugarCo, che li ristampa
ancòra, e vi aggiunge gli ultimi due: Emporio cattolico e La luce e le tenebre).
Duplice fu invece lo scotto pagato, in precedenza, per Rapporto sulla fede,
libro intervista del 1985 con Joseph Ratzinger, allora Prefetto dell’ex
Sant’Offizio. Anzitutto una grande catena di librerie cattoliche, pur essendo il
protagonista del lavoro il braccio (armato) destro di Giovanni Paolo II e pur
essendo pubblicato dalle Edizioni Paoline, mai lo espose, riservandolo soltanto,
e su richiesta, a clienti fidatissimi, quasi tutti ostili a Ratzinger. Ma ciò
che è a dir poco sconcertante (se non conoscessimo certi scheràni), fu che
Messori non soltanto ricevette critiche e insulti asperrimi, ma dové per due
mesi riparare in una località segreta a causa di minacce di morte, provenienti
sopra tutto dal mondo cattolico. La colpa? Aver portata a tutti la voce del
germanico inquisitore.
Quando certe parole, per non dire i fatti e la ragione, o almeno la
ragionevolezza, contrastano con l’ideologia progressista si procede come
vediamo; e se le pagine di Messori scatenano così furibonde ire, forse c’è in
esse qualcosa da ascoltare con attenzione, che dispiace ai padroni delle
ferriere.
Il cattolico ambizioso e chiunque voglia conoscere di più e meglio la propria
fede e storia, la direttrice e le stazioni etiche, troverà in Vittorio Messori
una fonte trabocchevole, un uomo che ha cercato di ragionare sul mondo e sul
cristianesimo sondandone innumeri anfratti, insomma un apologista di razza e di
peso, assai superiore – mi si consenta – di Frossard o anche di quel Jean
Guitton, del quale egli fu amico e, a detta del francese, unico erede.
* * *
Se fino a ora abbiamo contemplati, almeno in parte, i tratti luminosi, adesso
dobbiamo trascorre a perlustrare d’altro segno.
Sempre alberga nel convertito uno zelo eccessivo, che spesso fa perdere la
Trebisonda e appanna la vista, ovvero esaspera le cose in maniera talora
grottesca e che, per inciso, non giova né all’apologista, né alla sua causa,
quale che sia, come accade negli esempii che ora arrivano. Tra gli oltre venti
libri di Messori ci sono Bernadette non ci ha ingannati, chiaramente su Lourdes,
e Il miracolo, dedicato a un prodigio mariano, avvenuto nella Spagna del 1640:
niente di meno che la saldatura d’una gamba, amputata due anni avanti e
seppellita lontano dal possessore. Un evento così sconcertante e unico, da
indurre i cattolici iberici a definirlo «el milagro», il miracolo appunto, con
l’articolo determinativo.
Messori contribuisce a svelare e a raccontare, sin nei minimi dettagli,
introvabili altrove, eventi e volti, non peritandosi di denudare campioni della
miscredenza e del razionalismo, per quanto riguarda Lourdes eminentemente Émile
Zola, uno dei più assidui indagatori delle apparizioni, ma che, né nel
romanzo Lourdes, né fuori, appare – tutt’altro – il rigoroso campione
dell’oggettività naturalistica che ammiriamo.
Eppure molto di queste imprese poliziesche, nel miglior senso della parola,
lascia perplessi: non è tanto ciò che Messori dice quanto più tosto ciò ch’egli
non vede e quindi tace a non poter conquistare alla causa eventuali lettori
diffidenti o esigenti. Le vicende sono estremamente lunghe e complesse e non
possiamo di certo sondarle. Basterà qualche quadro.
Nell’opera su Lourdes leggiamo: «Se a Bernadette l’Apparizione parlò non in
francese, orgogliosa lingua “imperiale”, ma nello stretto dialetto della vallata
pirenaica, forse è anche per ammonire sui pericoli di quel nazionalismo che
porterà poi alle guerre devastanti che sappiamo» (Mondadori 2012, p. 6). Il
riferimento è ai nazionalismi del Novecento. Il prudente «forse» nel bel mezzo è
insufficiente per ripararsi da una severa critica.
Qui lo zelo del convertito procura di offrire una spiegazione e una
giustificazione a uno dei tanti fatti della vicenda in grado di mettere a
durissima prova la veracità di questo – la Madre d’Iddio che parla un
dialettaccio di contadini e pastori? –, ma lo scioglie con una congettura
davvero imbarazzante infondata arbitraria, nonché sospetta, dacché lo stesso
Messori, in più momenti delle sue opere, esecra il nazionalismo novecentesco.
Chiunque, inoltre, potrebbe al contrario affermare che il dialetto sarebbe
potuto servire a esaltare un localismo non soltanto anch’esso foriero talora di
crepitii e urti storici ed etnici, ma affatto in contraddizione clamorosa con
l’universalismo che dice la parola «catholica». E poi: perché la Madonna avrebbe
dovuto, peraltro in modo così obliquo, mettere in guardia contro il nazionalismo
venturo e non contro quelli che si stavano prepotentemente concretando e
sollevando proprio in quel 1858, in che principiarono le apparizioni, e cucinati
eminentemente proprio in Francia?
Interpretare dettagli in un evento di per sé oltremodo dubbio per aumentarne la
portata è un esercizio rischiosissimo per la propria immagine, e può sconfinare
nelle lande del sogno.
Più oltre: «Lourdes non è un concetto astratto, è un evento storico che la
storia può ricostruire con ampiezza di documentazione, giungendo – dopo aver
tutto esaminato – all’accettazione di un paradosso. E, cioè, come avviene,
peraltro, per la figura stessa del Gesù storico: a un certo punto della ricerca,
è la ragione stessa a riconoscere che, per capire, bisogna far posto al Mistero,
occorre ridare diritto di cittadinanza a ciò che non contrasta con la ragione ma
va al di là di essa» (ib., p. 17, corsivo mio).
So per assidue perlustrazioni e mappature quanto le scienze dure, così dette e
pretese “esatte”, sono, sopra tutto a detta di enormi addetti ai lavori (penso a
un Tipler e a un Penrose), ora condizionate, ora intrise di malafede in ispecie
quando siano chiamate a esprimersi su fenomeni extra-naturali. Sicché non sarò
certo io a pretendere che siano esse ad avere l’ultima parola. Ma temo che
veramente non proprio tutto sia stato esaminato, almeno non da chi abbiamo
ascoltato. Tanto per dirne una, Messori non fa il benché minimo cenno ai
contributi di uno Schopenhauer Sulla visione degli spiriti, etcoetera, presente
nei Parerga e paralipomena, o ad altre consimili indagini, le quali, pur non
negando affatto la veridicità di certi fenomeni, si incaricano di fornire una
spiegazione razionale e ragionevole, che nulla toglie al fascino e al mistero,
ma che mette al riparo da conclusioni emotive, e universalmente e teologicamente
pretese valide.
Esiste ormai un’ampia letteratura – seria, sine ira et studio – sulle
qualsivoglia apparizioni o cose simili, che ne spiegherebbero natura e origine
senza ricorrere a interventi di esseri la cui stessa esistenza è dubbia.
Quanto al Miracolo, pur essendo opera fitta d’informazioni, essa è deserta di
svariate possibilità di spiegazione, che potrebbero indurre a ipotizzare una
buggeratura da parte dei protagonisti. E come sa qualsiasi storico o buon
lettore di storia, pervenire a una verità storica certa o quasi certa su eventi
così lontani, è assai arduo, sopra tutto in casi marginali come quello, dacché
si tratta di dinamiche circoscritte a un minuscolo e remoto nel tempo villaggio
alla periferia europea. E ciò non contando quanto fosse facile all’epoca
truccare le carte, in un ambiente di rocciosa fede poi.
Inoltre mi domando: se, come scrive Messori, «el milagro» è così incontestabile
da mettere a tacere qualsiasi dubbio non soltanto sui miracoli cristiani, ma
altrettanto sulla fede e la dottrina cristiane, perché la Chiesa non ne issa gli
stendardi e anzi quasi non lo nomina? Dal 1640 quello di Messori è l’unico libro
sulla vicenda. Si ritiene forse, consciamente o meno, che «el milagro» sia
troppo sfacciatamente miracoloso da suscitare legittimi sospetti e magari
indagini più spregiudicate? Oppure il materiale per le verifiche sia
insufficiente o sospetto?
In estrema sintesi, tornando a Messori in generale, dico che egli ha coltivato
un grande e bell’albero, frondoso e carico di frutti sani e succosi, che ristora
lo sguardo e l’anima, ma che talora, proprio con la sua grandezza, occlude la
vista: a chi voglia contemplare il panorama e l’orizzonte, e altrettanto a chi
vi si è abbarbicato. E Messori è tanto generoso che molto altro ci sarebbe da
dire per ricordarlo. Ma lo spazio ce lo proibisce e inoltre forse abbiamo
addirittura fatto un torto a Messori con questo articolo. Egli era contrario
alle commemorazioni funebri, e così dice: la Chiesa «condanna (…) il crogiolarsi
morboso nel ricordo e nel rimpianto: senza dimenticare il passato, è nel futuro
che bisogna protendersi, quel futuro nel quale i nostri morto sono già
entrati (…). L’Ordo exequiarum raccomanda di evitare – nell’omelia del prete che
presiede il rito – “il genere letterario dell’elogio funebre”. I cristiani,
cioè, prendono le distanze dalle usanze laiche [aggiungerei anche protestanti,
ndr], dai funerali civili che hanno come momento forte il discorso presso la
tomba aperta. Il “mondo” non può far altro che ricordare, che suscitare
malinconia e rimpianto, rievocando (e così spesso ipocritamente) i “meriti” del
defunto. Il “mondo” guarda al passato; il vangelo guarda la futuro: il fratello
scomparso è additato a Dio e alla sua misericordia, non sta a noi farne gli
avvocati d’ufficio. A noi sta leggere la Parola che ci sradica dalla penombra
della storia e ci proietta al di là, nella luce che non conosce tramonto. A noi
sta suscitare speranza nei superstiti, non disperazione ricamando sulla “perdita
irreparabile”» (Scommessa sulla morte, Sei 1982, pp. 312-313).
Ma questo vale solo per i cristiani e, per giunta, in àmbito liturgico, quindi
io mi sono sentito svincolato da questi ammonimenti.
E, a proposito di commemorazioni, avanti di congedarmi, mi preme di spiegare
ancòra una ragione dietro a queste righe, la più importante. È la seguente.
Mi sono accorto di qualcosa cui non tutti prestano attenzione, nemmeno i più
accorti, e che, tra l’altro, fa il paio con quanto dicemmo circa la sorte della
pubblicistica cattolica. Ed è la seguente.
Mentre i cattolici leggono anche autori laici, magari anticlericali e
miscredenti, assai di rado, per non dire quasi mai, avviene il contrario, se non
quando si vuole – o si deve, in obbedienza a ordini di scuderia – muover guerra
al cristianesimo e a Roma. E se il qualunque individuo, in un pubblico o privato
consesso, dirà di leggere, poniamo, Hegel o Noam Chomsky, una biografia di
Napoleone o un trattato di entomologia, riceverà rispetto e ammirazione. Ma non
appena dichiarerà d’esser alle prese con un trattato di teologia dogmatica o con
l’Introduzione al cristianesimo di Ratzinger, sarà riguardato come un
mattarello, un perdigiorno, un epigono di Bernardino Lamis, il protagonista
della novella L’eresia càtara di Pirandello, con l’aggravante d’interessarsi a
una vicenda e a una dottrina che, si solfeggia, hanno arrecato così tanto male.
Un contegno identico a quello dei fanatici religiosi.
Per esser più chiari: dopo la morte di Messori ho vagato in alcune biblioteche
pubbliche, dove in bella vista, quando muore qualche noto nome della
stramaledetta cultura, allestiscono un banco coi suoi libri. A esempio lo fecero
con Gianni Vattimo e con quella sarda che non stava mai zitta. Ebbene, ora
nessuna traccia di uno spazio dedicato a Messori.
Quando chiesi ragione alle responsabili di quell’assenza, con le mutrie
scontorte, una mi disse che «di quello» non avevano nemmeno un titolo, le altre
che si trattava di «un autore irrilevante e vecchio, che non interessa a
nessuno».
Si converrà: Torquemada aveva un altro stile.
Luca Bistolfi
L'articolo In morte di Vittorio Messori proviene da Pangea.
> “Gesù parla al presente: «Io sono la resurrezione e la vita». Non si tratta
> allora di rimuovere la prospettiva della morte, ma di integrarla nella
> prospettiva della resurrezione”.
>
> (Luigi Pozzoli, Dio il grande seduttore, Edizioni Paoline, 1998)
Lazzaro e il dominio della carne
“Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a
Dio”. (Romani 8,8)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua
sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli
asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle
mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per
la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga
glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era
malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. (Gv 11,1-8)
> “Per san Paolo «la carne» designa il mondo umano segnato dal peccato, il mondo
> sotto il giogo della morte. «Lo spirito», invece, evoca il mondo divino, nel
> quale l’umanità è assunta dal Cristo e il mondo spirituale generato da Dio
> nella resurrezione di Gesù. «La carne» è l’uomo, corpo e anima, che si
> rinchiude su se stesso e il suo peccato. «Lo spirito» è una forza di vita
> nuova data al credente dallo Spirito del Cristo Risorto”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni
> Paoline 1993)
Lazzaro, l’amico di Gesù, muore. È solo la vita che accade, la vita che
trasforma continuamente ogni nostro villaggio in una Betania, in una “casa della
povertà” o “casa dell’afflizione”. È la vita che appare come una malattia, è lo
scorrere degli eventi che inciampano inevitabilmente nello scandalo della fine.
Siamo uomini e donne a respiro limitato, a tempo definito, la malattia del
vivere chiama a sé la morte dal nostro primo vagito ma, quando si presenta,
qualcosa di profondo in noi, comunque, si frantuma. Anche se l’aspettavamo. E
questo scandalo, questo sentimento di profonda ingiustizia non è da
sottovalutare.
Certo, è solo la vita che accade e che, accadendo, sfocia inevitabilmente nella
disgregazione degli affetti, allontana Marta, Maria, Lazzaro e Gesù, si prende
gioco dei loro tentativi patetici di fraternità spazzandoli via. La vita finisce
inevitabilmente in morte, morte capace di soffocare il profumo, perfino quello
versato sui piedi del Maestro, il tanfo del cadavere ride delle cosmesi
umane. La vita che accade, da sempre, e scende a cibarsi dei resti della nostra
umanità.
Ma Cristo interviene esattamente lì. Nel cuore dello scandalo. E la prima cosa
che decide di fare davanti alla morte è: niente. Rimane immobile per due giorni,
quasi ad anticipare la sua di morte, quella sua attesa nel sepolcro in attesa
del terzo giorno della resurrezione. Non si muove, scegliendo di mettersi in
dialogo con il dramma della fine, del dolore. Gesù, inizialmente, tace, muore,
perché sulla morte non puoi dire nulla di sensato se non la assumi,
paradossalmente, se non la vivi.
Poi, con Lazzaro, sarà il susseguirsi di una maestosa liturgia ad anticipare,
per certi versi la sua passione, gesti e parole a sfidare la morte, a
smascherarla, a mostrare che non siamo fatti per stare sotto il dominio della
carne, come dice Paolo. Questa è la sfida: lasciarsi dominare dalla morte, che
pare avere sempre l’ultima parola, o scegliere di inchinarsi a un altro dominio?
L’essere spirituale si decide qui. Siamo nati per lasciarci abitare dalla forza
di una vita nuova, la forza dello Spirito del Cristo Risorto ma, forse, ne
abbiamo smarrito il senso, non abbiamo la grammatica, non abbiamo la liturgia,
siamo figli di celebrazioni troppo orizzontali, di attese troppo terrene, non ci
sentiamo più figli del Cielo in terra, abbiamo separato un mondo che chiedeva di
essere abitato nella sua trasfigurata pienezza, è questo il vero dramma. Non la
morte in sé ma il fatto che non riusciamo più ad interpretarla come un
passaggio all’interno di una comunione ininterrotta tra noi e l’Eterno, già qui,
ora, adesso e… nell’ora della nostra morte. Ci sembra impossibile che la vita
proceda di nascita in nascita (e quindi di morte in morte) verso il parto
definitivo. Ogni cosa conduce al Padre, tutto è una Pasqua. Senza questa
consapevolezza non resta che arrendersi al dominio della morte.
“Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero:
«Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù
rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non
inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa,
perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro,
il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora
i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato
della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.
Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi
di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora
Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a
morire con lui!»”. (Gv 11,9-16)
Gesù si mette in cammino verso la Giudea, evidente richiamo alla morte che lo
attende, Gesù accetta il rischio mortale, sceglie di perdersi, lui il seme che
non può dare frutto se non nella consegna di sé, I discepoli lo comprendono
subito, il rischio è totale, hanno paura, ma in Cristo è chiaro, per comprendere
la vita la vita devi perderla, questo ripete in ogni sfumatura del suo agire tra
gli uomini.
Jan Lievens, La resurrezione di Lazzaro, 1631
Questo ripete a noi, anche oggi. Il discorso sulla morte non può limitarsi a un
pensiero. Non si possono dire delle cose sensate sull’esperienza del
morire, occorre imparare a morire da subito, morire al mondo, morire a se
stessi, morire ai propri sogni e ai propri incubi, morire per comprendere. Gesù
infatti non esercita un miracolo a distanza, il suo movimento dice che occorre
affondare nell’esperienza della morte, occorre lasciarsi coinvolgere, bisogna
compromettersi per essere credibili.
Certo, con Lazzaro si limiterà a svuotare una tomba, ma non siamo ancora alla
fine, quello che Cristo fa è atto simbolico, come a liberare il suo di posto tra
i sepolcri, la parola definitiva emergerà quando lui stesso entrerà in una
tomba.
Nessuna risposta plausibile rispetto al dolore della morte se non si accetta di
morire, solo chi accetta di scendere fino agli inferi può essere credibile
messaggero di Resurrezione. La mortificazione della vita non può essere letta
come la somma di atteggiamenti depressivi, come il perpetuarsi di una poco
evangelica dottrina del sacrificio, non è questo, mortificarsi in vita, qui ed
ora, scegliere il deserto, la povertà, la fame, è abitare il limite della vita
perché in quel confine, e solo lì, posso fare esperienza dell’Eterno.
Beatitudini. Ci si mortifica per vivere. Ci si annienta per amore. Si prende la
croce per incontrarlo. Il seme muore per sbocciare in dolcezza di frutto.
> “Al termine dei primi sedici versetti, il lettore ha compreso che il miracolo
> avverrà, non soltanto a motivo dell’amore di Gesù per i suoi amici, ma per
> manifestare la gloria di Dio e suscitare la fede in Colui che affronta la
> morte: egli ha il potere di deporre la sua vita e il potere di riprenderla per
> comunicarla agli uomini”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
Gesù non cammina incontro alla morte, non cammina semplicemente incontro alla
sua fine, da sempre e per sempre il suo sarà un cammino verso la vita, “e io
sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate”, è Tommaso
a non avere ancora compreso nulla, è il nostro gemello che si accontenta di
credere solo nella carne, siamo noi a pensare di essere chiamati a morire con
Cristo, perché sarebbe una fine romantica, perché nel confronto con il mondo
sarebbe molto più semplice condividere la fede in un ideale per cui dare la vita
che farsi prendere in giro su una speranza che pare ingenua e infantile.
> “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano,
> altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta»”.
>
> (Atti 17,32)
Si segue Cristo, che è la luce, per non inciampare nella dissoluzione, si segue
Cristo che è la luce della Trasfigurazione per non scivolare sotto il dominio
della morte, si segue Cristo perché lui ha vinto il dominio della carne, si
segue Cristo per imparare a credere. Per imparare a non deridere la speranza.
*
Marta
La resurrezione già ora
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento
che lo Spirito di Dio abita in voi. (Romani 8,9)
“Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro.
Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano
venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che
veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a
Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche
ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le
disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella
risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la
vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non
morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu
sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”. (Gv 11,17-27)
> “Gesù è la resurrezione e la vita: vita nuova, vita divina, vita che si
> comunica. Chi crede in lui riceve, per mezzo della fede, questa vita nuova,
> che continua anche dopo la morte. E noi sappiamo che i nostri defunti vivono
> in comunione con Dio anche dopo la morte”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, edizioni Apostolato
> della Preghiera, 2004)
Marta è ancora sotto il dominio della carne, ancora non si è lasciata
attraversare dalla lama luminosa del Risorto. Lazzaro è nel sepolcro, cattedrale
inespugnabile, fortezza sacra della fede nelle evidenze della vita. Attorno alla
morte la struggente danza liturgica della consolazione. Con-solare, solitudini
che si aggregano e si moltiplicano, solitudini che rafforzano la domanda che la
morte riporta sempre alla luce: perché nascere se poi bisogna morire? Perché
amare se si deve soffrire? Marta però, al contrario di Maria che rimane
schiacciata dal lutto, si alza. Un gioco di contrasti, come tutta questa pagina
di Vangelo, una danza di opposti (profumo/odore, stare/andare, morte/vita…).
L’atteggiamento di Marta è evocativo, è leggera mentre si alza, mentre decide di
lasciare il peso del lutto a terra, Marta è già carica di speranza quando si
muove incontro a Cristo, c’è già in lei l’indizio di come il credente sia
chiamato a interpretare la vita: risollevandosi, lasciandosi risorgere. In ogni
evento, in ogni situazione, anche la più dolorosa, alzarsi incontro alla vita
perché si sente che Cristo continua a venirci incontro. Perché la Resurrezione è
questo, non un divino colpo di teatro a sistemare le cose, a umiliare la morte,
non la rivincita a rimettere in sesto la vita ma l’esperienza che la fedeltà di
Dio, la sua Alleanza giurata all’uomo, non viene mai meno, mai! Nemmeno e
soprattutto nel cuore della morte. La vita è Lui che ci viene incontro dentro la
vita. E ci chiama. Disperazione è credere che le esperienze siano vuote. È non
sentire lo Spirito che abita le cose.
Marta ha certo una speranza ma una speranza imperfetta: ipotizza una soluzione
ma solo futura, una resurrezione finale, alla fine dei tempi, non qui, non ora.
Lazzaro sarà invece il segno di questa resurrezione vicina. Tornando in vita
decreterà per sempre che la Resurrezione inizia qui ed ora. E che siamo vivi
solo per imparare a riconoscerla. A riconoscere il divino nella carne, a vivere
sotto il dominio dell’Eterno. Cristo è il testimone della vita abitata dallo
Spirito. Proprio perché lo Spirito già abita in noi, qui, ora, adesso, come dice
Paolo ai Romani, proprio per questo Spirito Eterno che è Dio e che danza nelle
nostre carni, proprio per questo anche la malattia porta, come ogni cosa, a Lui.
Tutto porta all’Eterno. Il credente riconosce e libera l’Eterno già presente nel
tempo.
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e della morte”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana 1988)
Peter Paul Rubens (bottega), La resurrezione di Lazzaro, 1625 ca.
*
I Giudei e Maria
Non poteva far sì che non morisse?
Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene (Romani 8,9)
“Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le
disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò
da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta
gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a
consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che
andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena
lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio
fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere
anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto
turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a
vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo
amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non
poteva anche far sì che costui non morisse?»”. (Gv 11,28-37)
> “E invece, lui è sempre “qui”. È il Dio-con-noi per sempre. E il suo
> misterioso ritardo alla nostra supplica rivela un accorrere essenziale e un
> arrivare essenziale dentro il nostro dolore: non deve “venire”, perché non ha
> mai smesso di essere presente…”
>
> (Adelaide Anzani Colombo, Per fede, per amore, Casale Monferrato, 1995)
Anche Maria si alza, chiamata, come fosse una vocazione, come per i primi
discepoli in riva a lago, come sarà per Maria davanti al sepolcro, come per noi,
che se non sentiamo il nostro nome pronunciato dalle sue labbra mai potremo
affidarci. Mai potremo credergli. Anche i giudei la seguono, Maria si getta ai
piedi di Gesù ma le sue parole sono abitate solo dalla morte. Diventano una
sorta di accusa e sembrano iniziare quella scomposta ribellione alla nostra idea
del divino: “dove sei Dio quando il mondo soffre?”. Ancora un contrasto: la
morte contrapposta a Dio, la morte è presente perché Dio è assente, ancora un
drammatico gioco degli opposti. Quando non riconosciamo lo Spirito di Cristo in
noi accade esattamente questo, la diabolica opposizione, l’incapacità di sentire
il Suo respiro anche nel cuore della morte. Si crede nel potere ineluttabile
dei sepolcri. Ci si lascia convincere dalle apparenze.
Ma Cristo sa che del dolore occorre avere rispetto, che le lacrime sono sacre,
che non serve spiegare nulla e che nulla può essere spiegato quando un cuore è
affranto. Così mentre i giudei si limitano ad alimentare un coro che puzza di
recriminazione, quasi a cercare un colpevole (“non poteva far sì che costui non
morisse?”) Cristo, invece, piange con Maria. Per trovare Cristo nella morte,
vertice dei nostri cammini di fede, occorre averlo trovato nella gioia e nel
dolore, nella fraternità e nelle lacrime. Si crede per frequentazione intima.
> “Si è quindi autorizzati a concludere che la desolazione di Maria che egli
> amava e l’osservazione dei giudei (…) pongono Gesù di fronte alla realtà della
> morte, non soltanto quella di Lazzaro, ma la sua, ormai imminente, secondo
> l’orientamento del racconto. E Gesù reagisce con una lotta interiore. (…) le
> lacrime silenziose di Gesù provengono dall’amore del Padre che attraverso di
> lui giunge ai discepoli (15,9); sono le lacrime di Dio dinnanzi alla morte che
> separa gli esseri. Al tempo stesso, sono lacrime di Colui che deve
> acconsentire alla prova”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
*
Cattivo odore
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è
vita per la giustizia. (Romani 8,10)
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era
una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la
pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo
odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se
crederai, vedrai la gloria di Dio?». (Gv 11, 38-40)
Una grotta e una pietra a sigillare due mondi che non si vogliono comunicanti.
La morte puzza, la morte manda cattivo odore ma Cristo, ancora commosso, non ha
paura. Non ha paura di far rotolare via la pietra, gesto che sarà divino quando
il corpo da liberare sarà il suo, un Cristo commosso che si oppone a Marta e che
le indica la via per decifrare la realtà delle cose: solo chi crede, vede. Non è
il contrario, non è la visione a portare alla fede ma è la fede a regalare la
vera visione delle cose. Solo se credi vedrai la gloria di Dio, solo chi crede
che il corpo, anche il nostro corpo, è già morto al peccato può vedere lo
Spirito. Spirito che è vita. Se crediamo in Cristo, se sentiamo che siamo
creduti da lui, se la nostra vita spirituale è davvero una relazione viva
riusciremo anche noi a vedere la gloria di Dio, la sua luce, la sua presenza, in
ogni carne, anche in quelle fasciate dalla morte. Anche in Lazzaro.
Henry Ossawa Tanner, La resurrezione di Lazzaro, 1896
*
Padre
Liberatelo lasciatelo andare
E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui
che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali
per mezzo del suo Spirito che abita in voi. (Romani 8,11)
“Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo
grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho
detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi
e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro:
«Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria,
alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui”. (Gv 11, 41-45)
Tolsero la pietra e Gesù alzò gli occhi, non più distanza tra vita e morte, tra
cielo e terra, lo Spirito di Dio ad abitare in noi e la vita ad essere liberata
e lasciata andare. Perché di questo abbiamo davvero bisogno, di essere liberati.
Si crede per essere finalmente liberi. Liberi anche dalle bende che opprimono la
nostra umanità. Sono lacci che si sciolgono, è Isacco non più ostaggio di
Abramo. È il paralitico che trova strada, è il cuore che ritrova la capacità
d’amare, è il peccatore che ritrova perdono, è la vita umana, la nostra vita,
che torna a essere quello per cui è stata creata: un passaggio, una Pasqua verso
l’Eterno, è il figlio che ci credeva perduto che torna al Padre. Questa è la
libertà, passare dal dominio della carne al dominio dello Spirito. È sentirsi
abitati dallo Spirito di Dio, che proprio perché ha risuscitato Gesù dai morti
continua a risorgere la vita.
“Lasciatelo andare”, lasciamola tornare a casa questa nostra povera vita che,
per paura, per mancanza di intimità con il Vivente, si aggrappa al bordo del
visibile, lasciamola andare dove deve andare questa nostra vita così impaurita
da convincersi che sia nata per razzolare e non per spiccare il volo. Lasciamola
andare questa nostra storia che ha dimenticato di essere in Esodo e che, invece,
pretende di mettere radici nella terra. Siamo fatti per essere assunti in Cielo,
Lazzaro liberato è lasciato andare ma non solo verso i suoi affetti di sempre
ma, finalmente, in cammino verso il suo vero approdo. Lo Spirito di Dio, che ha
risuscitato Cristo dai morti, abita in noi: perché continuare a opporre
resistenza?
> “«Padre, ti ringrazio d’avermi ascoltato» (11,41): Cristo ringrazia il Padre
> non soltanto per Lazzaro, ma per la vita di tutti. (…) Egli vide in questo
> miracolo di Lazzaro un certo tipo della resurrezione universale del genere
> umano, e ciò che è accaduto in un uomo soltanto stabilì che fosse una
> splendida immagine dell’universale e del tutto. Crediamo, infatti, che quando
> egli verrà giudice sarà un forte suono della tromba a ordinare ai morti di
> risorgere (cfr. 1 Cor 15, 52)”.
>
> (Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, 11,38-43)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Giotto, La resurrezione di Lazzaro, 1303-1305, Cappella degli
Scrovegni, Padova
L'articolo Siamo fatti per essere assunti in Cielo. La resurrezione di Lazzaro o
del nostro rapporto con la morte proviene da Pangea.
I Commissari hanno vinto e gli Yogi hanno perso? È la riflessione che ci
pone Arthur Koestler nella sua raccolta di articoli “Lo Yogi e il
Commissario”, un libro che tutti dovrebbero conoscere ma che purtroppo è quasi
introvabile.
Koestler fu una sorta di versione maschile di Cassandra. Uno che vide tutto,
subì tutto e capì molto, se non tutto. È il destino di chi sa guardare e
ascoltare, e che, non a caso, a volte sceglie di farla finita prima degli altri.
Koesler si è suicidato nel 1983. Era malato. Non avrebbe potuto sopportare di
non camminare, non scrivere, non scopare, non bere più. Sua moglie Cynthia si
uccise qualche ora dopo. La ritrovarono lì, al suo fianco.
Koestler fu un uomo amato e odiato dalle donne, odiato a destra e a sinistra.
Anticomunista tanto quanto antifascista. Perché lui, i totalitarismi, li visse
entrambi sulla sua pelle. Già, la politica, la nuova vera religione
intollerante. È lei che ha sostituito la fede. Doveva essere una buona idea,
qualcosa che liberasse dall’ottusità della devozione, ma è andato tutto storto.
I ricchi hanno vinto e sono diventati i nuovi dei e, proprio come i santi, per
la maggior parte si ritirano in mezzo alla natura, nel silenzio, lontano da
tutti, magari pure coltivando l’orto. Basti pensare alle star di Hollywood, che
fanno film solo per raccogliere un altro po’ di soldi, per poi sparire in
campagna e proteggere la propria privacy.
Il benessere avrebbe dovuto portare a questo: non vivere più in condizioni
precarie e farsi bastare meno cose. Un tetto, il riscaldamento, la luce, il
bagno in casa, tutto ciò che fino agli inizi del Novecento era un lusso. E
invece ci hanno illuso di aver bisogno di oggetti, vestiti, macchine,
telefonini, borse, occhiali, cose che costano migliaia di euro e che pure gli
amati attori di Hollywood usano solo nelle occasioni speciali, mentre nella vita
quotidiana indossano jeans e maglietta.
Il vero lusso, oggi, è avere tempo, dedicarsi a qualcosa che si ama, svegliarsi
la mattina e avere tempo per meditare anziché correre a fare un lavoro che
permetterà di sopravvivere.
L’altro giorno ho chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni
riguardo a una casa in montagna. L’agente mi ha detto: “Ma cosa sta succedendo a
Milano? Tutti vogliono venire a vivere in campagna o in montagna, intorno ai
laghi. Una volta eravamo noi quelli che invidiavano chi viveva a Milano, oggi
siete voi che invidiate noi. State tutti scappando, ho appuntamenti tutti i
giorni”.
Cosa sta accadendo? Una sorta d’illuminazione collettiva?
Koestler ha immaginato il mondo come in preda a una diatriba tra gli Yogi e i
Commissari:
> “Il Commissario crede al mutamento dall’Esterno. Egli crede che tutti i
> malanni dell’umanità – costipazione e complesso edipico compresi – possono
> essere e saranno guariti dalla Rivoluzione, cioè da una radicale
> riorganizzazione del sistema di produzione e di distribuzione dei beni; crede
> che questo fine giustifichi l’uso di tutti i mezzi: violenza, inganno,
> tradimento inclusi; crede che l’argomentazione logica sia un’infallibile
> bussola e l’universo una sorta di enorme orologio, nel quale miriadi di
> elettroni, una volta messi in movimento, si aggirino per sempre nelle loro
> prevedibili orbite: e chiunque sia convinto del contrario è qualcuno che cerca
> di sfuggire alla realtà”.
Lo Yoghi, invece:
> “Non ha nessuna difficoltà a chiamare orologio l’universo, ma pensa che
> potrebbe venir chiamato, con altrettanta verosimiglianza, scatola musicale o
> vivaio di pesci. Crede che il fine non possa essere prevedibile e che contino
> soltanto i mezzi, respinge in qualsiasi circostanza l’idea di violenza, crede
> che l’argomentazione logica perda gradualmente il suo valore di bussola, a
> mano a mano che la mente si accosta al polo magnetico della Verità o
> dell’Assoluto, la sola cosa che conta. Egli crede che niente possa essere
> migliorato da un’organizzazione esterna, ma solo da uno sforzo individuale
> interiore, e che chiunque la pensi diversamente sia qualcuno che voglia
> sfuggire alla realtà”.
Pensa anche che l’individuo sia unito all’universo da un invisibile cordone
ombelicale, e che le sue forze creative, la bontà, la verità e l’utilità siano
alimentate tramite questo cordone: l’unico suo compito, durante la vita terrena,
è quello di evitare qualsiasi azione, impressione o pensiero che possano causare
la rottura del cordone. Di contro, per il Commissario questo organo è totalmente
superfluo.
Ci sono due visioni del mondo, chi pensa che il mutamento possa avvenire
dall’interno, e chi dall’esterno.
Anche quando ci si occupa di politica ci si dimentica dell’importanza della
relazione Uomo-Universo. Koestler ritiene che questa nostra civiltà non stia
morendo, ma che stia solo dormendo. Bisogna solo giungere alla conclusione che
il vero avversario non è l’intellettuale, ma il ricco.
Koestler parlava già di decadenza del Terzo Stato:
> “Noi facciamo la guerra, andiamo in chiesa, onoriamo il re, seguiamo diete
> assassine, ci conformiamo ai tabù sessuali, trasformiamo i nostri figli in
> nevrotici e i nostri matrimoni in tormenti, opprimiamo e ci facciamo opprimere
> – mentre nei testi di psicologia, nei romanzi e nei musei è condensata una
> conoscenza oggettiva di un modo di vivere che potremmo forse mettere in
> pratica tra decine o centinaia di anni. Nella vita di ogni giorno ci
> comportiamo come creature datate, come caricature anacronistiche di noi
> stessi. La distanza fra la biblioteca e la stanza da letto è astronomica.
> Tuttavia, l’insieme della conoscenza teoretica e del libero pensiero è lì, e
> aspetta soltanto di essere raccolto – come i giacobini raccolsero gli
> Enciclopedisti”.
Mancano gli agenti di collegamento tra il modo in cui viviamo e il modo in cui
potremmo vivere, ma chi è comodamente installato nella gerarchia sociale, non
sente nessuna spinta verso la libertà di pensiero. D’altronde, perché dovrebbe
averla:
> “Non ha nessuna ragione di distruggere i valori che ha accettato, e nessun
> desiderio di costruirne di nuovi. La sete di conoscenza è appannaggio
> principale delle situazioni in cui l’ignoto è fonte di preoccupazione. Chi è
> felice, raramente è curioso. D’altra parte, la grande maggioranza degli
> oppressi, dei perdenti, manca di opportunità o di obiettività – o di entrambe
> – necessarie a esercitare il libero pensiero”.
Koestler ci spiega che c’è una sostanziale differenza tra la classe media e
l’intellighenzia, perché la sensibilità e la voglia di conoscere, di cercare e
di brancolare nell’ignoto, sono attitudini che presuppongono una certa dose di
frustrazione: una specie di moderata infelicità, un armonico squilibrio. C’è un
abisso tra lo strato superiore che accetta i valori tradizionali e non prova
frustrazione e lo strato inferiore che ne prova fin troppa, al punto da essere
paralizzato o di scaricarla in crisi convulsive:
> “Per chi è soddisfatto, pensare è un lusso; per chi è frustrato, una
> necessità. Fintanto che esisterà l’abisso fra riflessione e tradizione, tra
> intuizioni teoriche e pratica concreta, il pensiero sarà necessariamente
> orientato dai due poli della distruzione e dell’Utopia”.
Come scrive Koestler, nei prossimi anni non si tratterà più di scegliere tra
capitalismo e rivoluzione, ma di salvare qualche valore democratico e
umanitario, o di perderli tutti; per evitare che questo avvenga, bisogna
aggrapparsi più che mai al libero pensiero. Proprio quello che diceva anche Max
Stirner ne L’unico e la sua proprietà, dove il nemico mortale dello Stato era
considerato proprio il volere dell’individuo, la valorizzazione di sé stessi.
Cosa rimane se nulla è di nostra proprietà? Non rimane nient’altro che ciò che è
in mio potere:
> “I miei pensieri, che non hanno bisogno di sanzione, bene placito o grazia
> alcuna, costituiscono la mia vera proprietà, una proprietà di cui posso far
> commercio. In quanto miei, infatti, e se sono mie creature io posso scambiarli
> con altri pensieri: io li do via in cambio di altri, che diventano così la
> nuova proprietà che io mi sono acquistato”.
Koestler parlava già di un’Europa unificata, affratellata e socialista, ma era
già ben consapevole di come chi la pensasse in questo modo cominciasse a
sembrare un po’ stupido. Sapeva già che la fine della guerra avrebbe portato a
una vittoria dei conservatori che non avrebbe risolto nessun problema delle
minoranze, né trovato un rimedio alla malattia insita nel sistema capitalistico.
La fine della Seconda guerra mondiale portò un enorme sollievo temporaneo,
assicurò un minimo di libertà, e la salvezza di milioni di persone, sicurezza e
dignità:
> “Spero, credo, che questo sia un anacronistico rattoppo, se sarà fatto a
> regola d’arte, lascerà respirare l’Europa almeno per una ventina d’anni,
> dandole la possibilità di evitare il prossimo, fatale salto nel vuoto. In
> altre parole, cominciamo a renderci conto che questa guerra non è il
> cataclisma finale, né il combattimento ultimo fra le forze delle tenebre e
> quelle della luce, ma forse soltanto il principio di una nuova serie di
> compulsioni che si svilupperanno su un periodo di storia più lungo di quanto
> non avessimo pensato in origine, fino alla nascita di un mondo nuovo. Il
> nostro compito sarà quello di usare questo periodo di respiro nel miglior modo
> possibile. E, incidentalmente, di ringraziare ogni mattina che ci svegliamo
> senza una sentinella della Gestapo sotto la finestra”.
La verità è che ci stiamo abituando a vivere in una sorta di Apocalisse perenne.
Koestler ha detto che la disfatta, a dosi massicce, è una droga pericolosa che
crea dipendenza. E noi stiamo vivendo in un periodo di caos con conseguente
crollo dei valori tradizionali di una civiltà in attesa della fine
dell’interregno. Nascerà un nuovo fermento globale, non un nuovo partito, forse
una setta, “un irresistibile stato d’animo mondiale”. E tutto ciò segnerà la
fine di questa epoca storica.
Koestler scriveva che forse potrebbero esserci ancora uno o due guerre mondiali,
ma non una dozzina, e che il mondo nuovo non sarà quello di Huxley:
> “Hitler ha il merito storico di averci immunizzati contro le utopie
> totalitarie, come una dose di vaccino anti-colerico rende immuni dal colera.
> Non voglio dire che non ci saranno tentativi simili in altre parti del mondo
> durante gli anni di interregno, ma saranno episodi isolati, sintomi
> dell’agonia dell’era che muore”.
Questo nuovo mondo porterà anche a ristabilire un equilibrio tra valori
razionali e valori spirituali. Ma prima, questo interregno “sarà un’epoca di
angoscia e di stridore di denti”, dove i pessimisti si dovranno dedicare
all’azione. Questo nuovo movimento non nascerà da una certa classe operaia o dai
liberi professionisti, ma “arriverà certamente dalle file dei poveri, di coloro
che più hanno sofferto nell’attesa. Il loro scopo principale sarà quello di
creare delle oasi nel deserto dell’interregno”.
D’altronde, di cosa si parla in giro? Di cosa parla il Quarto Stato? Non parla
di Gaza e della Palestina, non parla nemmeno delle ciclabili. Di cosa si parla
in giro? Di cosa parlano i quarantenni e i trentenni di oggi? Gli amici operai
che ho rivisto quest’estate nelle Marche, non i fighetti milanesi, ma il cuore
della (ormai ex) sinistra dell’Italia centrale, non i populisti. No, non parlano
di fascismo, parlano del fatto che noi, la pensione, non la vedremo mai. Parlano
del fatto che se ci ammaliamo e non possiamo andare a lavorare, non mangiamo.
Parlano del fatto che gli stipendi sono ridicoli, che i figli hanno professori
che non fanno più un tubo perché hanno (di nuovo) stipendi ridicoli e perché a
ogni nota o richiamo si ritrovano gli avvocati pronti a fargli il culo. Parlano
del fatto che la direttiva “case green” dell’Europa metterà in ginocchio tutti,
ma proprio tutti. Parlano del fatto che di noi, gente senza figli anche per
scelta, non si occuperà nessuno, che saremo soli, senza soldi, senza casa e
senza pensione e magari pure con un’aspettativa di vita di cento anni (speriamo
di no!). Parlano del fatto che magari la erediterai pure la casa della nonna o
del papino, ma poi, come mangi? Parlano del fatto che i borghi sono vuoti, che
non esce più nessuno, che i ragazzi stanno chiusi in casa a giocare ai
videogiochi o a stare sui social. Parlano del fatto che per le donne è sempre
più difficile trovare un uomo, perché non c’è più in giro nessuno, perché son
tutti divorziati o scoppiati, perché si cerca solo il sesso, perché stanno tutti
sulle App, e chi c’ha voglia di usare le App, a quarant’anni, dai. Parlano del
fatto che se fai un figlio (uno, per carità!) ti chiudi in casa e basta, perché
tanto non c’hai soldi, perché ti passa la voglia di fare tutto, perché sei
stanco. Parlano del fatto che quasi quasi se muori è pure meglio, basta che sia
fulminante, sia mai che poi c’è da pagare il mutuo per chissà quanto altro
tempo. Parlano del fatto che se sei single e ti devi pagare l’affitto da solo, è
meglio che muori, come sopra.
Sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra la passionalità e la
spiritualità, perché anche la politica non diventi più cieca della fede.
Koestler ci racconta che in passato i movimenti rivoluzionari avevano sempre
avuto una base religiosa o quantomeno legami con essa. Fu durante la Rivoluzione
francese che cambiò tutto; fu lei a porre un attacco frontale non solo contro il
clero ma contro Dio, ma gli ideali e i principi possono colmare il vuoto solo
per un breve periodo.
Il socialismo di Marx nacque proprio sulle basi di questa illusione: che la
totale razionalità potesse sostituire l’oppio dei popoli, la religione:
> “Così, mentre nella sfera materiale gli effetti cumulativi dei tentativi della
> sinistra portarono a un lento e costante miglioramento delle condizioni
> sociali, gli effetti cumulativi nella sfera psicologica furono frustrazione di
> deduzione crescenti. Nulla rimpiazzava la fede totale perduta, il credere in
> una realtà superiore, in un sistema fisso di valori etici. Il progresso è un
> mito superficiale, perché le sue radici non sono nel passato, ma nel futuro.
> La sinistra perdeva sempre di più le proprie radici emotive. La linfa vitale
> si inaridiva. […] Siamo stati amputati della fede nella sopravvivenza
> individuale, nell’immortalità di un Io che amiamo e odiamo più profondamente
> di ogni altra cosa, e la ferita di questa amputazione non si è mai
> cicatrizzata. Essere ucciso sulle barricate o morire martire della scienza ci
> dà un certo compenso; ma l’uomo travolto dal tram o il bambino annegato?
> L’uomo medioevale aveva una risposta a questa domanda. Quello che appare come
> un accidente fa parte di un disegno superiore. Il destino non è cieco;
> tempeste, eruzioni, alluvioni e pestilenze, tutto obbedisce a un piano
> misterioso; lassù ci si occupa di voi. Cannibali, eschimesi, e cristiani:
> tutti hanno una risposta a questa domanda tra le domande che, seppur repressa,
> derisa, nascosta con imbarazzo, rimane ancora, in fin dei conti, la regola
> ultima e decisiva delle nostre azioni”.
Quello che sembra rispondere la sinistra riguardo a un uomo investito da un
tram? “In un sistema dei trasporti perfettamente socialista, non ci saranno
incidenti”.
Ed ecco la politica diventare settaria, chiudersi in piccoli circoli, dove
l’importante è mantenere ben salda la propria opinione, anche se sbagliata. Una
resa incondizionata delle facoltà critiche, sintomo della perdita totale del
ragionamento. L’importante è non avere dubbi, perché creano nevrosi:
> “In queste circostanze, quasi tutte le discussioni pubbliche o private con i
> drogati del mito sono votate al fallimento”.
Il dibattito è rimosso, l’obiettività sotterrata, gli argomenti accettati solo
se si adattano al sistema. Perché l’esperienza della libertà richiede troppo
sforzo e attenzione, una presa e un uso di coscienza. Come scriveva anche Max
Stirner ne L’unico:
> “Un partito, di qualunque natura esso sia, non può non pretendere una
> professione di fede. Il principio del partito, infatti, deve essere creduto da
> parte dei suoi membri, che non devono porlo in dubbio o metterlo in questione:
> esso deve valere per loro come cosa certa e indubitabile. Questo significa che
> bisogna darsi a un partito anima e corpo, se no non si è veramente uomini di
> partito, ma invece più o meno egoisti”.
Non ci si auspica un ritorno a un Cristianesimo cieco come quello delle
Crociate, che infatti cristianesimo non era, ma di tornare a comprendere che
solo il mistero è la Spiegazione di tutte le cose, una Spiegazione, come
ricordano i mistici, che non può essere formulata e capita in questo nostro
piano umano. Illudersi che possa farlo la politica è il danno più grande che si
possa fare all’umanità. Dio non è un Dio matematico ma al massimo è un Dio
mistico.
Prima di Cristo, gli schiavi non erano solo schiavi, i poveri solo poveri e le
puttane solo puttane? Non è stato Cristo, se ci pensiamo, ad aver inventato
l’amore? Dopo di lui, tutti hanno potuto essere uguali, per la prima volta, e
avere gli stessi diritti e lo stesso valore, qualcosa d’inconcepibile e
inaccettabile.
C’è un libro che ho amato molto di Steven Pinker, Il declino della violenza, un
saggio che passa in rassegna i secoli della nostra storia, il racconto di come
era lecito uccidere, torturare violentare, fare qualunque cosa andasse contro il
diritto e la dignità umana. Pinker dà il merito di questo alla scienza, alla
scolarizzazione, alla cultura, all’agglomerato urbano che divenne il fulcro
della civiltà, ma si dimentica il messaggio di Cristo. Tutti tendiamo a
confondere la chiesa con il cristianesimo, i cattolici con i cristiani. I danni
fatti dai cattolici nessuno li ha perdonati e probabilmente non li perdonerà
mai. A causa di questo, però, si è perso e dimenticato il messaggio dei Vangeli:
l’amore. Qualcosa che prima non esisteva.
Cristo insegnava ad amare anche il proprio nemico. Questo messaggio d’amore non
può essere sostituito da nessun dogma politico, nemmeno i dogmi religiosi, che
nulla c’entrano con il cristianesimo. La politica propone un amore all’acqua di
rose, non un amore travolgente, di quelli che ti porta a lasciare tutto in nome
di quell’amore. Nemmeno il buddhismo si avvicina al concetto di amore, perché la
vita non è considerata gioia ma sofferenza, qualcosa di cui liberarsi, non di
cui godere nel rispetto di tutti. A un certo punto il buddhismo Mahāyāna si
presentò come una sorta di Vangelo, a differenza del buddhismo Theravāda, che
rimase più “biblico”, nel senso di rigoroso ed “egoistico”. Ma, al posto
dell’amore, il Mahāyāna inserì la compassione, qualcosa di diverso e di lontano
dall’empatia, e, soprattutto, distante anni luce dal concetto di amore.
La Spiegazione, come la chiama Koestler, oggi ha perso il suo carattere
rassicurante, si cerca solo di trasformare lo sconosciuto in conosciuto e
l’estraneo in familiare, eppure, la stessa fisica non è di questo mondo, non può
essere spiegata e capita totalmente con le forme che conosciamo della fisica
classica, perché essa “esiste a un livello differente di organizzazione, i cui
rapporti e le cui relazioni non possono ridursi, né essere previsti sul piano
del macrocosmo”.
Quindi, arrivare a una Spiegazione completa del mondo non è possibile col metodo
della misurazione quantitativa, così come non funzionano le spiegazioni
teologiche del passato:
> “In altre parole, la libertà del tutto è il destino della parte; il solo modo
> per comprendere il destino è quello di comprendere che si è parte di un tutto.
> È precisamente ciò che dice il mistico. Questo non significa che il misticismo
> abbia vinto sulla scienza, ma soltanto riconoscere i limiti della scienza
> all’interno dei suoi propri termini di riferimento”.
Ridurre tutto soltanto a un’ossessione verso i valori etici, rischia di farci
crollare nel nichilismo. La soluzione è applicare i valori della contemplazione
passiva all’azione pratica. Una sintesi tra il santo e il rivoluzionario. Una
contemplazione che liberi dagli ostacoli dei condizionamenti, che non si riduca
in quietismo ma nemmeno in entusiasmo fanatico.
Koestler riconobbe i limiti della scienza, che dovrà lasciare spazio all’altra
via di conoscenza. Il metodo quantitativo ha già raggiunto lo stato di
saturazione, l’unica via ancora percorribile è quella dell’approccio verticale:
> “Raggiungere l’una senza perdere l’altra è forse il compito più difficile e
> necessario che la nostra specie abbia mai affrontato. Ma le pie esortazioni
> non bastano. Per ritrovare la metà perduta della nostra personalità, la
> totalità e la santità dell’uomo, bisogna apprendere l’arte e la scienza della
> meditazione; ma per apprenderla bisogna che ci sia chi l’insegni”.
Queste le parole profetiche di Koestler, che sembra aver previsto l’arrivo e la
diffusione virale della pratica della meditazione in Occidente in questi tempi
moderni:
> “Ma non si può lasciare questo compito alla ciarlataneria dello Yogi da
> giornali, e neppure a filosofi illuminati che dispensano un minimo di
> informazioni sulla tecnica del respiro, con un massimo di enfasi oscurantista.
> […] La contemplazione sopravvive soltanto in Oriente e all’Oriente dobbiamo
> rivolgerci per impararla; ma abbiamo bisogno di interpreti qualificati e
> soprattutto di una reinterpretazione che usi il linguaggio e i simboli del
> pensiero occidentale. Le sole traduzioni sono inutili. Salvo per chi possa
> dedicarvi tutta la propria vita, e per gli snob. I Veda mi annoiano a morte e
> il Tao per me non ha alcun senso”.
Addirittura, Koestler si augura che si possa cominciare a insegnare la
meditazione nelle scuole, cosa che sta realmente avvenendo grazie alla
mindfulness:
> “Non per produrre degli eccentrici, ma per restituire all’uomo la sua
> integrità. E abbiamo tutte le ragioni di desiderarlo seriamente. La crisi
> della Spiegazione ha trovato la sua più violenta espressione nella crisi
> dell’etica nella sua proiezione politica”.
La salvezza della civiltà europea per via (forse) di un’altra guerra totale,
dipende proprio da questa sintesi tra il santo e il rivoluzionario:
> “Non c’è bisogno di un grande acume per rendersene conto, e soltanto l’inerzia
> della nostra immaginazione ci impedisce di crederci – così come in tempo di
> pace non crediamo che possa mai scoppiare una guerra, e durante la guerra non
> crediamo che ci sarà di nuovo la pace. Dietro la voce di Cassandra della
> ragione, c’è in noi un’altra voce soddisfatta e sorridente, che ci sussurra
> all’orecchio la dolce bugia che non moriremo mai, e che domani sarà come ieri.
> È tempo di imparare a non credere più a questa voce”.
Dejanira Bada
L'articolo Rivoluzione totale! Arthur Koestler, il maestro per uscire dalla
trappola di una vita impossibile proviene da Pangea.