> “Fosse vero che invano non si vive? E che tutto ritorna, tutto si dà la mano?”
>
> Umberto Saba, Girotondo
Ci sono libri che come conchiglie rare e gasteropodi leggendari, sono delle
meravigliosi composizioni di spirali e gemme. Degli scrigni di luce e di mare
che sembrano contenere cieli stellati e galassie lontane nelle loro misteriose e
diversissime striature. Non sono testi simmetrici, trattati pedanti, studi
schematici ma galassie da esplorare e che si rivelano tramite piccole spirali,
schizzi suggestivi e impressionanti dettagli. È il caso dell’ultimo libro
di Geminello Alvi, economista, letterato, autore di scritti capitali (come Il
Secolo Americano eIl Capitalismo verso l’ideale cinese), e “miglior prosatore
d’Italia” (Camillo Langone dixit) che torna alle stampe con L’Italia e l’anima
dell’Oriente (La Nave di Teseo).
Un’opera dal titolo schubartiano che si compone di frammenti, di note, di scolii
a costruire un eccentrico resoconto spirituale e letterario dell’autore negli
anni degli ultimi Giubilei tra Italia e Oriente.
Il testo riavvolge infatti i diari di viaggio di tre anni chiave per l’autore il
1998, il 1999, il 2000 costeggiando il Giubileo del 2000 (che era stato alla
base del già splendido Ai padri perdono). Testi che vengono riscritti, ampliati
e riletti alla luce del Giubileo del 2025. Così da arricchire l’opera precedente
ultimando inoltre la “morale inattesa” dei suoi viaggi. Si tratta di scritti
straordinari, di una raccolta di apoftegmi che utilizza un italiano inaudito,
serafico, vibrante e lunare capace di trasformare la realtà che racconta in
testimonianza apocalittica e in rivelazione poetica. Regalando al lettore un
breviario celeste della sua anima in viaggio alla ricerca di quella orientale
dell’Italia.
Questi scritti sono riuniti “dal riguardare le più varie persone che mi fecero
da padre e la necessità di oblio e perdono”. Ma il testo esonda da questa (e da
ogni) classificazione. Più che un diario o un libro di viaggi l’opera è infatti
un mosaico letterario, un “libro-costellazione”, in cui tutto è legato da
simmetrie invisibili, da significati ultimi e destini ineffabili. I viaggi di
Alvi non sono, del resto, una mera avanzata spaziale nell’oriente postsovietico,
nell’Italia presente, nell’Adriatico perduto, nell’Est segreto e destalinizzato,
ma compongono un itinerario spirituale. Una metempsicosi letteraria nelle vene
dell’Oriente, nel nostro Genius loci nazionale, nell’Italia perduta e fallita,
nei dilemmi segreti del cuore e dello spirito dei popoli. Roma, Tbilisi, Mosca,
Costantinopoli non sono nelle sue Notas solo bei nomi ricchi di destino o
scenari di cartoline turistiche, ma santuari della memoria in cui si coglie
l’essenza di quei luoghi, di quei popoli e dei loro misteri. Raccontando le
tappe di un cammino, di un pellegrinaggio nell’Apocalisse contemporanea alla
ricerca di sé stessi e del proprio fato. Tramite una narrazione che unisce le
avventure swiftiane di Gulliver e le pagine migliori dei suoi Eccentrici.
Il testo però non va ridotto al racconto di un pellegrino alla ricerca
dell’Oriente o ad una resa dei conti con il proprio tempo. Si tratta, invece, di
un’opera mondo in cui Alvi con maestria riesce a mostrare al lettore
contemporaneamente reami, registri, linguaggi e sfumature diverse in un testo
caleidoscopico. C’è la critica culturale della nostra coscienza nazionale e dei
suoi incoscienti misfatti adornati di retorica. C’è l’evocazione di una Roma
barabbesca, svagata e sciupata nei propri vizi e vezzi, ormai orfana di fascino
e vitalità. Specchio di una società frenetica e immobile, e di un’Italia
decaduta e piccina. C’è la riflessione sulla spirale tetra della decadenza dei
reduci, delle generazioni, delle classi imprenditoriali e dirigenti italiane ed
europee. Ma ci sono anche valutazioni storiche fulminanti, sempre aguzze e
perciò sempre lucide, sull’ascesa di Primakov, sulla “commedia dell’Europa” e il
volto più autentico di quell’Omino di burro collodiano che è stato il Berlusconi
politico. A ciò si aggiunge infine la dimensione della memoria che unisce
indagine personale, ricordi familiari, fantasmi del passato e l’amore per gli
amati invisibili.
In una sorta di giorno del giudizio letterario che mischia la dimensione plurale
e mosaicale dell’Antalogia Palatina, a quella rivelatoria del Viaggio in Italia
di Piovene, con la potenza linguistica delle cronache trecentesche, in cui
grazie allo stile etereo e raffinato di Alvi, tutto sa incollarsi e darsi la
mano. Ne emerge così una sommatoria di enigmi, di fantasmi, di ricordi, di
visioni tanto franchi e chiari quanto enigmatici e ammalianti. Più che un testo
sul Giubileo quello di Alvi sembra, in effetti, una Apocalisse
enciclopedica anche perché con essa condivide l’intima e ultima volontà di
rivelazione e l’attenta e profonda cultura simbolica.
Il viaggio dell’autore non a caso inizia un una Roma che sembra la barbarizzata
capitale dell’impero alla vigilia della decadenza. Pregna di quel sentimento di
totale deriva e abbandono e da un senso di confusione di tutto che dilaga in cui
la purificazione giubilare si confonde con l’attesa della Rivelazione. Roma si
presenta così come “una meretrice senza perdono che smarrisce ogni virtù del
vizio”. Una città di fantasmi abitata dalle ombre di Cola di Rienzo e della cara
cugina Patrizia Cavalli, da quella dell’amico paterno Manlio, ma anche da quella
di Giordano Bruno. E il ritratto della Capitale dell’autore è perciò spietato e
rivelatorio:
> “Ma Roma, è evidente, contorce in se due cose: eco stanco di un’orgia che durò
> millenni e pagana morale. Come se taluni nella decadenza avessero malgrado
> tutto resistito, protetto per ripicca una solo loro morale”.
La Roma di Alvi è in sostanza una necropoli affollata, la cui essenza animica
sono gli dei Mani. Una città dei morti in cui anche la struggente inconcludenza
svapora in nostalgia di tutto, specie del non vissuto. Ma proprio sotto quel
cielo che sembra un mare capovolto, l’autore alterna considerazioni moralistiche
e squarci sociali, ricordi e considerazioni sparse. Dall’economia alla storia
dal feuilleton alla malacologia, fino ad una immersione nella storia nazionale
sulla scia di Cusin e Montanelli. Alvi rilegge il nostro passato realizzando
così una autobiografia dell’Italia che va dalle colonizzazioni fallite alle
faide intestine, dai suoi uomini illustri ai vizi di fabbrica dell’unità
nazionale tramite una narrazione fatta di schizzi e di visioni. Mussolini è
l’archetipo della natura teatrale e faziosa del nostro Paese la cui parabola
unisce la volontà di imporre il Risorgimento dall’alto alla società di massa
delle élites primonovecentesche e le pose pletoriche di Cola di Rienzo. Pagine
in cui il dittatore romagnolo viene mostrato come una reincarnazione nazionale
del tribuno capitolino.
In questa disamina la sorte di Giordano Bruno diventa la metafora di una nazione
infida per ripicca con la vocazione per il dispetto, e l’animo volubile e
rancoroso. Mentre anche l’unità viene vista come un peccato originale che ha
sacrificato l’universalità italiana alle posa del centralismo francese e del
nazionalismo romantico.
Scorrendo il testo il lettore verrà portato poi a confine tra la Marina
Adriatica e l’altra sponda perduta, quella istriana e dalmata, veneziana
coloniale. Lì si alternano pagine dure e per questo sincere sulla sorte del
nostro Paese con descrizioni naturali e poetiche in cui la lingua vibra e si
risveglia fino alla commozione. Dove i colori del mare e le spirali dei
gasteropodi si rivelano, come per miracolo, un segno di una religione
universale. Mentre le visioni, i ricordi del passato e i racconti del paesaggio
si dimostrano come favole esatte sulla nostra storia nazionale e la condizione
umana. Nelle pagine recanatesi e marchigiane l’autore riflette invece
sull’identità italiana. Oltre facili retoriche e sterili autocompiacimenti. Ci
si ritrova, invece, italiani udendo l’accento scovato di Beniamino Gigli in una
pellicola germanofona, o nell’empatia con quegli “italiani sbagliati” seri e
veri, come Paolo Baffi, Livio Zanetti e Guido Carli, che furono travolti dalla
mediocrità nazionale.
Paragrafi che mostrano, in tal modo, con l’Italia di sempre anche quella di ieri
e di oggi.
Viene affrontato ad esempio il dilagare della mediocrità e banalità mostruosa
delle oligarchie italiane le cui vite sono “ragionerie di odi amministrati, di
ironie finte e di malizie invidiose”. Oppure si mostrano, dietro alle sorti
dell’omino di burro Berlusconi e dei suoi antagonisti eterni, i costumi perenni
dell’Italia, come l’abitudine all’eccezione, all’approvazione, alla guerra
civile. Ma aldilà dei giudizi storici e morali l’opera è anche un florilegio di
dettagli narrativi, di schizzi poetici, di incontri splendidi da Operette morali
(dagli ex colonnelli sovietici ai reduci, dai mistici agli uomini illustri). In
cui anche una descrizione e una bozza narrativa, mostrano come la realtà
appartiene esclusivamente al genere fantastico.
Il viaggio di Alvi prosegue successivamente nell’est postcomunista. Un
itinerario maestoso nelle apocalissi plurali del comunismo sovietico che diventa
occasione di una indagine totale intorno all’anima della Russia,
“quest’orientale, lento, tutto mutare assorbendo”. Capitoli che raccontano e
descrivono il drammatico passaggio dall’incubo piccolo borghese del socialismo
reale alla delusione portata dall’era elciniana. Alvi regala così un ritratto
magistrale della Russia degli anni Novanta saccheggiata dagli interessi
predatori internazionali e poi trasformatasi in decadente Brasile innevato, in
cui si consuma l’ascesa degli oligarchi e le tensioni revansciste nascoste in
quelle impenetrabili favelas di ghiaccio. Delineando un ritratto crudo e
crudele, ma anche sincero e fiabesco della terra di Dostoevskij a confine tra
due epoche e due mondi.
A queste peregrinazioni si accompagnano i viaggi nei Paesi baltici in
fibrillazione, nella Georgia mistica, nelle rovine dell’impero staliniano. Lì la
meditazione sul perdono, sull’anima, sulla salvezza si fa più accorata e perciò
magnifica. Ed un velo d’incenso, o una litania ortodossa, si fanno richiami
verso l’altrove.
> “La mattina in chiesa, mi faccio benedire da un prete ortodosso, la
> benedizione, come la liturgia, sono ancora una cosa seria. Quando diverrò
> autorità spirituale nel Caucaso dovrò pur decidere, convertirmi
> all’ortodossia. E però quella splendida aurora di sonno: mi illuminò di
> meraviglia per i pensieri, per fortuna non mia. E capisco: che al perdono
> l’uomo non basta”.
L’anima dell’Oriente viene quindi evocata, affrontata e attraversata in questo
viaggio spirituale tra la prima Roma, la terza e poi la seconda in un plurimo
incontro di destini. È un’indagine cosmica, economica, storica, animica in cui
la frontiera tra questi temi si dissolve e alle letture veterotestamentarie si
alternano le analisi storico economiche, alla visione mistica la critica
letteraria e la teologia politica. Come conferma la nota in cui l’autore rileva
che lo scrivere, come insegna il reazionario Tommaseo, “non è mai espressione
tirare fuori da se qualcosa è invece fede nelle parole fuori da noi”. E proprio
in virtù di ciò la storia umana è un decadere: solo quella sovraumana cresce
veramente.
Tutte queste visioni e rivelazioni vengono poi riannodate nel capitolo finale
inscenato nel 2025. Dove il confronto tra i viaggi degli anni Novanta e il
presente mostra come i giubilei incarnino il decadere della Chiesa. In questo
affresco il cristianesimo è ridotto a fatto giurisprudenziale, mentre il papato
televisivo bergogliano (per l’autore redivivo Bonifacio VIII) accoglie una Roma
morta e contaminata. Un’Urbe in cui l’ultima generazione seria di italiani
(quella dei Baffi, di Carli e Montanelli) è estinta e i guitti fantasmi romani
di Gioacchino Belli si sono consumati in spiritacci da commediola all’italiana.
L’Italia che ritrova Alvi è di nuovo “retorica e vaticana”, in cui spenti sono i
lumini di Mazzini e del Risorgimento e i credi laici e religiosi sono tramutati
in pose ed imposture. Una Roma senza eroi e senza Papa. Orfana di incanto, anima
e fascino e invasa da immonde cacio e pepe fatte da estranei finti cuochi per
nutrire la tragedia dei turisti pascolanti.
In questa immersione nel presente giubilare Alvi riannoda i fili del libro, dei
suoi viaggi passati, dei suoi incontri in un carosello poetico. E anche la
nostra attualità densa di guerre e conflitti viene riletta alla luce del
perdono. Sulla scia di Schubart, Alvi vede lo scontro tra civiltà come un
conflitto che nasce da una frattura metafisica, per questo la guerra va pensata
oltre il tifo ideologico, alla luce dei Vangeli, dello spirito, del dono. Il
perdono diventa così il centro trasfigurante della storia: non negare
l’inimicizia, ma trasformarla, perché si completi e ciascuno sia responsabile
della propria parte. Una lezione molto attuale.
C’è poi nelle pagine finali la ricongiunzione con l’anima dell’Oriente che non
è bussola geopolitica, rivelazione turistica o stanco esotismo: è piuttosto un
enigma individuale che viene risolto dissolvendolo.
> “L’anima del mio immenso Oriente è piuttosto quest’aurora della marina che si
> eleva davanti, a ben altro dall’uomo, in una cascata di bontà che ricasca
> addosso al mare. Alcuni coi crani aperti ne divengono, nel loro cuore una
> grondaia che goccia, e imbeve la terra. La totale inutilità dell’anima che in
> croce sente la vita come un cappotto rallegra quando muore la Virtù aspirante
> del sole: abbonda nell’Oriente dei miei viaggi; ma è scarsa a occidente”.
L’Italia e l’anima dell’Oriente si presenta quindi come un’opera mondo,
erratica, in cui perdersi e ritrovarsi. Una composizione frammentaria e
circolare in cui il perdono, lo spirito e la parola scavano le pieghe del
presente in un “Day of the Doom” letterario in cui tutto si compie, si completa
e si dà la mano. E dove anche l’enigma individuale del perdono e dell’oblio può
trovare una soluzione capace di illuminare senza dissolverne il mistero.
Francesco Subiaco
*In copertina: Gaetano Riboldi, Giorno del giudizio dopo desinato, 1821-23
L'articolo “Al perdono l’uomo non basta”. Il giorno del giudizio di Geminello
Alvi proviene da Pangea.
Tag - politica
Le date, in letteratura, sono importanti: ingannano l’eterno. James Joyce ha
realizzato un romanzo intero intorno al 16 giugno del 1904; per Petrarca è
decisivo il 6 aprile del 1327: in quel giorno – cadeva il Venerdì Santo – il
poeta incontra Laura: ne fu crocefisso. La morte di Virgilio, il sommo romanzo
di Hermann Broch, narra, invece, l’ultimo giorno terreno – ma già inverato di
cielo – di Virgilio, il 21 settembre del 19 a.C.; la vita della Signora
Dalloway, elegante controfigura di Virginia Woolf, si sviluppa di mercoledì, nel
giugno del 1923. Winston Smith, il protagonista di 1984, comincia a scrivere il
suo diario il “4 aprile 1984”:
> “Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava
> fin nelle viscere”.
Tremava – come al cospetto di una rivelazione. Se volessimo
riassumere 1984 potremmo usare questa frase: la scrittura è la vera rivoluzione;
rivela la sua natura brigante. Il romanzo tematizza proprio questo, in fondo.
Scrivere a mano, con la penna – esercizio che coinvolge tutto il corpo, la bella
fatica di chi ara – un diario, è il modo fondamentale per conoscere se stessi –
dunque: per non essere incarcerati da un regime, totalitario, democratico,
utopistico esso sia. È esercizio che violenta – e salva. La scrittura di un
diario personale è vomere e pugnale: qualcosa deve sanguinare perché qualcuno,
prima o poi, nasca. L’appendice a 1984 – I princìpi della Neolingua – descrive
con plastica precisione il regno delle intelligenze artificiali e dei poteri
coercitivi, che procedono per semplificazioni – e per parodia: simulando il
linguaggio giuridico, lirico, accademico, politico: retorica che livella
ogni lirica. Decisivo è – cito – “privare le parole di ogni ambiguità e di ogni
sfumatura di senso”, per costruire una lingua “concepita per esprimere pensieri
semplici e tendenti a uno scopo preciso”. Il linguaggio non dice più –
sviscerandoli – i labirinti dell’anima: è mera, disanimata, funzione, mera
disanima del qui. Il linguaggio è un ingranaggio, una macchina – da adescare,
addomesticare, aggiogare. Razziato, vinto nel linguaggio, l’uomo è un
burattino.
Orwell scrive 1984 a Jura, in un villaggio quasi inaccessibile delle Ebridi: si
sentiva – così il titolo originario del libro – The Last Man in Europe. Insieme
a lui, in condizioni estreme, il figlio adottivo, Richard Horatio; Eileen, la
moglie, era morta da poco. 1984 è uno dei romanzi più letti di sempre – non si
contano più le traduzioni italiane; ne sono previste altrettante. Non è il
romanzo più bello di sempre. Anzi. Orwell è un giornalista di genio: cinico,
sagace, possedeva il senso assoluto del ‘ritmo’ – sapeva rettificare le proprie
opinioni. Alcuni ‘pezzi’ – la ‘recensione’ del “Mein Kampf” di Hitler uscita nel
1940; l’“intervista immaginaria a Jonathan Swift”, del novembre ’42
e Riflessioni sul rospo, del ’46 – vanno riletti di continuo, per imparare il
‘mestiere’. Quanto a impatto culturale e ad analisi ‘morale’ – non certo per
bellezza estetica –, 1984 va letto al fianco del Signore degli Anelli e
del Dottor Zivago.
Scrittore singolare, singolarmente attratto dal sottosuolo e dalle scelte ultime
– obbligò la moglie a trasferirsi nell’Hertfordshire, in una casa senza
elettricità, bagno e acqua calda, procacciandosi il cibo nei campi coltivati con
estro da dilettante – Orwell è uno degli autori centrali del Novecento: lo
dimostra la bibliografia che lo accerchia, oceanica. Dire qualcosa su di lui –
gli studiosi hanno setacciato ogni carta, ogni cicca, ogni scarto, sanno perfino
quanto George sborsava ai bordelli – è pressoché impossibile; la “Orwell
Foundation” e la “Orwell Society” si impegnano a promuoverne l’opera. Il merito
del libro di Luca Fumagalli, George Orwell. L’arte di uno scrittore politico,
uscito nei ‘Profili’ delle Edizioni Ares, ha il merito di introdurci nel
pensiero di Orwell: tesse, insomma, una sorta di biografia per intenti, momenti,
ideali. Il libro va giù veloce, è la giusta rampa di lancio per un viaggio a
precipizio nello scrittore più citato – e più frainteso – del secolo: ciascuno
troverà l’Orwell che preferisce. Nella Prefazione al libro, Paolo Gulisano
scrive che “Ogni totalitarismo è, prima e al di là di ogni colore politico e
ideologico, un enorme laboratorio per la trasformazione della natura umana e la
creazione di una sorta di nuova specie”. La frase suona come un monito – Orwell,
più vivo che mai, ci serva come un’ascia per fendere questo tempo, per tornare
all’uomo in un’era dai tratti disumani.
Come ha fatto Orwell a diventare Orwell, cioè lo scrittore citato più di tutti,
lo scrittore-profeta per antonomasia? Per caso, per un frainteso, per un tiro
della Storia?
Orwell non era affatto un talento naturale e men che meno un genio delle belle
lettere. In altri termini, non era uno di quegli scrittori, come ad esempio
William Golding, che ebbe la fortuna di ottenere uno straordinario successo di
pubblico e critica con la sua opera d’esordio, né era uno alla C. S. Lewis, che
vergava con facilità pagine su pagine di ottima prosa senza alcuna necessità di
rivederle e correggerle. Orwell nacque dalla fatica, dal sacrificio, da quel
duro lavoro che, proverbialmente, prima o poi paga. Difatti fu solo al termine
di una gavetta lunghissima, durata quasi tutta la vita, che riuscì a trovare la
sua “voce”, a dare una direzione chiara alla propria scrittura, finendo per
sfornare due capisaldi della letteratura occidentale del Novecento quali La
fattoria degli animali e 1984. E tutto questo lo fece pagandone sempre e
comunque il fio: non ebbe mai aiuti o protettori influenti, e le sue prese di
posizione – sovente controcorrente, esito di una straordinaria lucidità e di
un’onestà intellettuale non comune – gli causarono non pochi grattacapi.
Orwell: più sagace opinionista che geniale romanziere. È d’accordo?
Da sempre si dibatte su quale sia l’Orwell migliore, se il saggista vivace e
polemico o il romanziere, specie quello favolistico/distopico. È innegabile che
nel testo breve Orwell seppe coltivare uno stile singolarmente raffinato e
penetrante, di difficile imitazione, ma è altrettanto evidente che se non avesse
scritto La fattoria degli animali e 1984 il suo nome sarebbe finito nel
dimenticatoio. Detto questo, Orwell fu un fine critico letterario, tutt’altro
che convenzionale, mentre come opinionista politico ebbe intuizioni al limite
del profetico. Nel corso della sua breve parabola biografica si dimostrò inoltre
coraggioso nel limare o rivedere le proprie opinioni, ammettendo ogni volta gli
eventuali sbagli. Tuttavia, quando la sua narrativa imboccò quella via politica
che l’avrebbe condotto ai capolavori della maturità, l’Orwell romanziere si
dimostrò una spanna avanti al saggista, facendogli guadagnare l’immortalità.
Credo che il punto centrale di “1984” sia quello di ricordarci che ogni potere,
anche il più ‘benevolo’, agisce attraverso il linguaggio, sottraendoci il
linguaggio, sostituendo il linguaggio umano con la ‘neolingua’, semplificando i
‘classici’, togliendoci le parole per dire l’amore e la rivolta. È così? In
qualche modo Orwell è l’antidoto al dominio del linguaggio ‘artificiale’?
Il linguaggio è lo strumento principe attraverso il quale il potere cerca di
controllare le masse, distorcendolo, depauperandolo, pervertendone i
significati. Orwell suggerisce giustamente che senza un vocabolario adeguato a
rappresentare le mille e più sfumature del reale, la realtà stessa si fa
meschina, piatta, banale. Pertanto la complessità che la contraddistingue si
annulla in uno slogan – o in un meme – buono per tenere a bada le coscienze e
per evitare che il cervello faccia lo sforzo di concedersi una riflessione un
poco più approfondita. La manipolazione del linguaggio non è prerogativa
esclusiva dei regimi totalitari o della propaganda politica in senso lato, ma
pure di quel mondo liberal-capitalistico che lo scrittore inglese criticava con
pari ferocia, il cui spirito è incarnato dalla pubblicità denunciata nel
romanzo Fiorirà l’aspidistra. Orwell, da parte sua, invita a rimanere ancorati
al dato esperienziale, alla concretezza della realtà, a ciò che è oggettivo:
solo così è possibile sfuggire alla fumosità di un linguaggio reso astratto da
chi ha l’ambizione di intruppare le coscienze.
In fondo, qual è la ‘visione del mondo’ di Orwell? In cosa credeva Orwell?
Guido Bulla, uno dei principali divulgatori di Orwell in Italia, lo ha definito
un «socialista asociale». Si tratta di un’etichetta facile, ma che ha dalla sua
la capacità di cogliere l’essenza, il nocciolo duro del pensiero orwelliano. Lo
scrittore inglese era infatti un socialista adogmatico, del tipo umanitario, e
fece sempre parte a sé, rifiutando ogni compromesso, anche minimo. La sua fu una
scelta radicale che diede alla personale lotta contro l’ingiustizia un tono
eroico, a tratti commovente, condannandolo a uno scontro perenne con la destra e
la sinistra, attaccato su entrambi i fronti. Orwell non ebbe mai paura delle
proprie idee e pure nei suoi testi non si contano i richiami ai temi
dell’autonomia dell’individuo e della libertà di chi scrive. Quando sostenne che
«l’arte è in qualche misura propaganda» – una delle sue frasi più travisate –
intendeva che la letteratura deve supportare un qualcosa di importante e di
meritevole, non svilirsi servendo il potere. Allo stesso tempo, però, fece
sempre fatica a rompere il cordone ombelicale con quella ‘lower-upper-middle
class’, come lui la definiva, dalla quale proveniva, fatta di rispettabilità e
buon senso. Ciò rende ragione del suo essere un pensatore asistematico,
cangiante, quando non apertamente contraddittorio. Tuttavia questo non toglie
nulla al suo fascino.
Si può dire che Orwell esprimesse una ‘poetica della politica’ come scrittore?
Orwell è da considerarsi uno scrittore politico non perché la politica fosse il
suo interesse esclusivo, anzi, ma perché fu per lui uno strumento per difendere
innanzitutto valori non politici: «Se il totalitarismo diviene il nostro
consueto modo di vivere», scrive Bernard Crick, il suo primo biografo di una
certa rilevanza, «allora tutti gli altri valori umani, libertà, fraternità,
giustizia sociale, amore per la letteratura, del parlar franco e dello scrivere
chiaro, la fiducia dell’esistenza di una morale naturale fra la gente comune,
l’amore per la natura, il gusto per la bizzarria umana e il patriottismo
perirebbero». Semplificando un poco, si potrebbe affermare che i capolavori
orwelliani altro non sono che una fenomenologia del potere in forma narrativa –
in questo, per quanto lontanissimi nello spirito e nel genere, non troppo
dissimili da Il Signore degli Anelli – e tra le gemme più luminose di quel
tesoro che lo scrittore ha voluto consegnare alla posterità vi è senza ombra di
dubbio l’ammonimento a coltivare una coscienza critica, a essere disposti a
mettere in discussione ogni cosa in nome della verità. Si tratta di un
insegnamento che appare ancor più decisivo in una società come la nostra in cui,
complice la tecnologia, il grado di falsificazione del reale ha raggiunto vette
che Orwell non avrebbe neanche mai potuto immaginare. Tra parasocialità
internettistica, intelligenze artificiali e fake news è facilissimo smarrirsi e,
come sempre, chi trae vantaggio dal disorientamento collettivo sono i pochi che
tirano i fili.
Ci dica: il libro di Orwell assolutamente da leggere – e il testo più
inconsueto, spiazzante.
Oltre a La Fattoria degli animali e a 1984 sono particolarmente legato al
romanzo Una boccata d’aria, che tocca i temi dell’urbanizzazione alienante e
della nostalgia con un piglio insieme irriverente e commovente. Invece lo
scritto più spiazzante resta per me La strada di Wigan Pier, un “documentario”
sulla terribile condizione dei minatori del nord dell’Inghilterra, che si
risolve, nella seconda parte, in una tirata contro l’ipocrisia di certa
intellighenzia di sinistra per certi versi ancora attuale.
A proposito della ‘vocazione’ alla scrittura di Orwell: sono stati decisivi i
giorni in Birmania o quelli a Parigi?
Difficile rispondere, anche perché Orwell non è mai completamente affidabile
quando ritorna sul proprio passato col senno di poi. Nei suoi memoriali sostiene
infatti che la decisione di darsi alla scrittura avvenne a conclusione di un
periodo trascorso in Birmania, subito dopo il diploma, in forza presso la
polizia coloniale. Lo sfruttamento sistematico e i soprusi di cui fu testimone,
sempre a suo dire, lo convinsero a prendere la penna e a denunciare le storture
del sistema, schierandosi dalla parte degli oppressi. La cosa, fonti alla mano,
appare poco probabile: quella di Orwell, allora, fu forse un’intuizione, non una
scelta così chiara come poi ebbe a descriverla. Allo stesso modo i mesi a
Parigi, vissuti in povertà, furono un primo, timido tentativo di sposare la
causa degli underdog, in questo caso dei derelitti che abitavano i bassifondi.
L’esperimento fu di per sé fallimentare, ma si trattò di un piccolo passo verso
quella consapevolezza politica che sarebbe stata alla base dei suoi
capolavori.
Orwell e le donne. In uno studio recente, Anna Funder si premura di ricordarci
che Orwell era misogino, sessuomane, maldestro fino a essere manesco. Un
fedifrago compulsivo. E che il vero genio, in famiglia, era la prima moglie,
Eileen O’Shaughnessy. Concorda? Commenti.
Il libro della Funder, L’invisibile signora Orwell, nel complesso è ben
documentato e godibile. Ha anche il merito di “umanizzare” Orwell, di mostrarne
cioè i limiti caratteriali e i pregiudizi. Troppo spesso infatti l’inglese è
stato trattato dagli ammiratori alla stregua di un santo laico, di un eroe senza
macchia e senza paura. Nondimeno la Funder cade nella trappola di un approccio
ideologico che deforma grottescamente la realtà: smaniosa com’è di denunciare la
cosiddetta “cultura patriarcale”, finisce per azzerare, o quasi, i meriti di
Orwell e per rimarcare eccessivamente quelli di Eileen, incistata nel ruolo
della povera donna di genio vittima dell’asservimento domestico.
Cosa ha scoperto di sorprendente – quando non di inedito – della biografia
orwelliana? Un dettaglio che ci mostro Orwell con un profilo inconsueto.
Resta intrigante la scelta di Orwell, subito dopo la fine del Secondo conflitto
mondiale, di trasferirsi sull’isola di Jura, nelle Ebridi. Si tratta, allora
come oggi, di un luogo remoto, difficilmente raggiungibile, che nulla ha a che
spartire col caos di Londra. Alcuni hanno definito la sua decisione, presa
all’indomani del successo finalmente ottenuto con La fattoria degli animali, un
suicidio o un atto masochistico; ma forse, al di là delle cagionevoli condizioni
di salute, dietro di essa si nascondeva il sogno di edificare una sorta di bolla
edenica, una piccola parentesi di serenità bucolica in un mondo che si stava
dirigendo a grandi passi verso la Guerra fredda. Jura fu forse anche la volontà
di una rinnovata comunione con la terra, di riscoperta delle proprie radici – la
famiglia di Orwell era originaria della Scozia – quasi un guanto di sfida
gettato in faccia alla modernità alienante.
Orwell – come Kafka – è stato relegato a un aggettivo, ‘orwelliano’. Già, ma chi
sono gli autentici scrittori orwelliani, oggi? (Tra quelli di ieri, ricordo
soltanto Burgess, a tratti).
Anthony Burgess, poco noto al grande pubblico se non come autore di Arancia
meccanica, il romanzo da cui Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro
cinematografico, ha firmato diversi lavori di taglio distopico sul modello
orwelliano, con rimandi talvolta evidenti (basti pensare a 1984 & 1985,
esplicito sin dal titolo, o a Il seme inquieto). Qualcosa di Orwell c’è anche
nel Dave Eggers de Il cerchio, romanzo abbastanza mediocre dal punto di vista
letterario, ma in cui le dinamiche connesse al Grande fratello sono
efficacemente aggiornate all’epoca di internet e dei social. Altro “orwelliano”
è il danese Henrick Stangerup, autore di un’opera come L’uomo che voleva essere
colpevole che ben illustra gli effetti disumani prodotti da una reiterata
mistificazione della realtà. Analogo discorso per Margaret Atwood, che ne Il
racconto dell’Ancella e ne I testamenti dell’Ancella descrive una società futura
in cui i diritti umani vengono repressi e le donne vivono in una condizione di
semischiavitù.
Dove si avverte, a suo dire, la ‘funzione Orwell’ in Italia?
Orwell meriterebbe di essere riscoperto, soprattutto alle nostre latitudini, non
tanto e non solo per i moniti sulla società massificante e le subdole
manipolazioni del potere, ma soprattutto per quell’onestà intellettuale e quello
spirito genuinamente libertario che oggi è quasi del tutto scomparso, affossato
da ridicole partigianerie e da interessi di piccolo cabotaggio. La frase
«nell’epoca dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»,
che solitamente gli si attribuisce, non è una citazione esatta tratta da uno dei
suoi libri, ma, come a volte capita con simili apocrifi, ha almeno il pregio di
riassumerne efficacemente il pensiero, ancora drammaticamente attuale.
L'articolo Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e
frainteso) di sempre proviene da Pangea.
Cinquant’anni fa, per Einaudi, usciva un libro straordinario.
Titolo a caratteri cubitali, numero 70 della collana “Nuovo Politecnico”: era
l’8 febbraio del 1975 – la copertina ricordava Malevič (piccolo quadrato rosso
su fondo bianco), l’autore, Roman Jakobson, era noto per essere – così la
bertuccia Treccani – l’“iniziatore del metodo formalista” e “fra i fondatori…
dello strutturalismo in linguistica”; un tempo i suoi Saggi di linguistica
generale erano dati per naturale bagaglio nella ‘formazione’ di uno studente. Il
pamphlet – Una generazione che ha dissipato i suoi poeti, trenta pagine uscite
in origine nel 1931 – tentava di analizzare “Il problema Majakovskij”: in
realtà, era il più sottile atto d’accusa mai scritto contro il dominio
sovietico. Più in generale, era il più potente atto d’accusa mai scritto contro
ogni potere che per giustificare e assolvere se stesso ha bisogno,
sistematicamente, di eliminare i suoi poeti. Per sussistere, un potere –
tirannico o ‘democratico’ che sia – ha bisogno di cantori; ha bisogno di
assassinare i poeti.
> “Noi viviamo nel cosiddetto periodo ricostruttivo e, probabilmente, produrremo
> ancora non poche locomotive d’ogni sorta e non poche ipotesi scientifiche. Ma
> alla nostra generazione è già predestinata la penosa impresa di una
> costruzione priva di canti”.
Che pena l’epoca – che è poi questa, la nostra – che si svolge “priva di canti”,
priva di incanto.
Nell’introduzione a quel libello che fu incendio, Vittorio Strada scriveva che
“La leggenda di Majakovskij non ha pari nella poesia del secolo”: oggi, della
“leggenda” resta l’infiorescenza bibliografica – Majakovskij si legge senza
scosse, si traduce al merletto, in lode della botticelliana madama Filologia,
non fa più legge, non ‘penetra’ più nelle nostre rivoluzioni domestiche. Roman
Jakobson aveva temprato le proprie scoperte studiando gli sconcertanti poemi di
Velimir Chlebnikov, il suo amico più caro, il più folle.
Poi verranno i Gulag, la “guerra patriottica”, la Guerra Fredda. Verranno
Solženicyn e Šalamov, Brodskij e Limonov. Verranno i reclusi, le accuse, gli
esodi e gli esordi. Roman Jakobson capì per primo l’origine indicibile del
problema: un’epoca “priva di canti” sfocia, con cruenta naturalezza, nella
società del controllo, nella società cannibale – questa. La lista dei
massacrati, degli annientati – che culmina con il proiettile che perfora il
cuore di Majakovskij, un proiettile che potremmo chiamare Zeus – è micidiale:
> “La fucilazione di Gumilëv (1886-1921), la lunga agonia spirituale, gli
> insopportabili tormenti fisici e la fine di Blok (1880-1921), le crudeli
> privazioni e la morte tra sofferenze inumane di Chlebnikov (1885-1922), i
> meditati suicidi di Esenin (1895-1925) e di Majakovskij (1894-1930). Così nel
> corso degli anni venti periscono in età dai trenta ai quarant’anni gli
> ispiratori di una generazione, e in ognuno di essi v’è la coscienza
> dell’ineluttabile condanna, intollerabile nella sua lentezza e precisione”.
Jakobson insegnava a Praga e a Brno; nel 1939, per scampare ai tedeschi, si era
rifugiato a Oslo, per poi trasferirsi negli Stati Uniti. Nel 1962 sarà candidato
al Nobel per la letteratura. Riteneva che i pur “splendidi libri” di Pasternak e
di Mandel’štam fossero “poesia da camera, che non accenderà una creazione
nuova”. Sbagliava. Mentre in Italia usciva – tardivamente – Una generazione che
dissipato i suoi poeti – in una collana che contava, a quei tempi, opere di
Roland Barthes e di Kate Millet, di Enrico Berlinguer e di Franco Basaglia –
Roman Jakobson incontrava, a Stoccolma, Bengt Jangfeldt, all’epoca trentenne,
che sarebbe diventato, come dicono le quarte, “uno dei massimi conoscitori al
mondo dell’opera di Majakovskij” (dida, alle mie orecchie, che sa di dedizione
borgesiana). Jangfeldt – i suoi libri majakovskijani sono editi in Italia da
Neri Pozza – tenne con sé le registrazioni di quegli incontri per un po’; nel
1992 le riunì in un libro, che esce oggi come Io, futurista per Feltrinelli
(nella traduzione di Serena Prina, la grande interprete di Dostoevskij,
Bulgakov, Pasternak).
I russi hanno il genio per l’autobiografia. Tutto ciò che vivono – per una
qualche complicità con l’apocalittica –, anche il più minuto fatto, splende con
la potenza di un’icona, di un annuncio. Scrittori e poeti altrimenti
incomparabili – chessò: Anna Achmatova e Vladislav Chodasevič, Vladimir Nabokov
e Iosif Brodskij – sono uniti dal genio della memoria, dal talento
autobiografico. Nella sua autobiografia più lucida, Uomini e posizioni– ma la
prima, Il salvacondotto, è ben più bella, per folleggiare del linguaggio – Boris
Pasternak scrive che degli anni che precedono e seguono la Rivoluzione, di quel
“mondo di fini e di aspirazioni, di problemi e di imprese prima sconosciuti”, di
quel “mondo unico e senza pari”, “bisogna scriverne in modo tale che il cuore si
stringa e i capelli si rizzino in testa”. Entrambe le sue autobiografie
terminano con il suicidio di Majakovskij – la seconda, l’ultima, accenna
all’altro, il più assurdo e dolente, quello di Marina Cvetaeva. Le memorie di
Jakobson parlano di quel mondo “senza pari” con il cuore spezzato.
Il tema fondamentale è ribadito con costanza senza ostacoli: la Rivoluzione
russa è stata, prima di tutto, una rivoluzione del linguaggio, è stata
una poetica. Come dar torto a Jakobson? Le radici di una nazione – di una
conversione – sono sempre, misteriosamente, liriche. Ogni sconvolgimento storico
ha alla sua base, misteriosamente, un poeta. Walt Whitman e Robert Frost hanno
fondato i momenti miliari della storia degli Stati Uniti d’America; Hugo,
Baudelaire, Valéry e René Char sono le fonti della storia moderna francese come
Wordsworth, Tennyson, Auden e Ted Hughes lo sono stati della storia moderna
inglese. William Butler Yeats ha ‘creato’ l’odierna Repubblica d’Irlanda come
Hugh MacDiarmid è all’origine delle rivendicazioni nazionaliste scozzesi; in
Italia abbiamo avuto, nelle ultime diverse fasi, Manzoni, D’Annunzio, Ungaretti
e Pasolini. Naturalmente, in questa considerazione non conta il ‘gusto’ o la
singola potenza lirica (potrei preferire Leopardi, Pascoli, Campana, Zanzotto),
ma la singolare possanza storica di un poeta. Quando un Paese ignora o tenta
sistematicamente di marginalizzare il poeta, di industriarlo all’indifferenza,
accade un sovvertimento radicale dei valori ‘politici’ – sorge una generazione
senza identità, serva, servile, benché cieca in ferocia.
Di Majakovskij – il protagonista, in fondo, di Io, futurista – si dice che “non
fu mai felice”, che “non amava i bambini” perché era un bambino all’eccesso, che
“amava molto i cani”. Majakovskij era “l’uomo del futuro”, il poeta-Adamo che
seminava versi per la nascita di un nuovo mondo. Quel mondo, se mai nacque,
nacque storpio, malvagio – l’albero della conoscenza svoltò in gogna e
ghigliottina. “Noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro
perché ci potesse restare un passato”, scrive Jakobson, con sobria veggenza,
in Una generazione che ha dissipato i suoi poeti – di cui Io, futurista è, di
fatto, l’appendice. Nella straziante poesia “in morte di Vladimir Majakovskij”,
Pasternak scrive dell’eterno ragazzo che si getta “ancora una volta di colpo/
nella schiera delle leggende giovani”. Le poesie “in morte di Majakovskij”
diventarono una moda, un modo per costruire il futuro incenerendolo; Marina
Cvetaeva aveva riconosciuto in lui i caratteri dell’“arcangelo carrettiere”.
In Io, futurista il Futurismo c’entra poco. Jakobson ricorda la gita di
Marinetti a Mosca nel gennaio del 1914. Fu un incontro sballato, tra estranei.
> “Marinetti era un grande diplomatico e sapeva fare buona impressione su certi
> settori del pubblico. Parlava francese con un forte accento italiano, ma molto
> bene. Ebbi modo di ascoltare Marinetti due o tre volte. Era un uomo nel
> complesso limitato, con un grande temperamento, che sapeva leggere con grande
> effetto anche se in modo superficiale. Ma tutto questo non ci irretiva. Non
> capiva affatto i futuristi russi. Chlebnikov gli era profondamente avverso”.
Quando il futurismo russo decise di ergersi a soggetto politico chiamandosi
“Kom-Fut”(comunisti-futuristi), per iniziativa di Majakovskij, nel 1919, fu
presto sciolto – e cominciarono i guai. Per le sorti della Rivoluzione, i poeti,
che ne erano stati il propellente primo, diventarono un problema. Nel maggio del
1921, sul margine del poema 150.000.000, che gli era stato donato da
Majakovskij, Lenin scrive, “Una sciocchezza… una stupidità matricolata e
pretenziosa. Secondo me solo una su dieci di queste cose dovrebbe essere
pubblicata e in non più di 1500 esemplari per le biblioteche e per gli
eccentrici”. La politica comincia, clinicamente, cinicamente, a impedire l’opera
dei poeti – a limitare le pubblicazione, a censire censure.
In calce al libro, le lettere di Jakobson a Elsa Triolet. Nata Ella Kagan, donna
di inflessibile bellezza, fu l’imperterrita amata di Jakobson, monito della
perduta gioventù. Le lettere sono belle, svenevoli a tratti – “E adesso, mentre
ti scrivo, di nuovo non è questione di domande o di racconti, ma solo di labbra
che si contraggono e di un pensiero caparbio, caparbio: voglio Elsa. Adesso non
c’è altro pensiero” –; insegnano l’ovvio: dietro ogni grande rivoluzione –
poetica, scientifica, politica – c’è un grande amore. Elsa preferì, con
meteorologica precisione, sempre altri a Jakobson: l’ufficiale francese André
Triolet la portò a Tahiti e a Parigi, infine, dove conobbe tanti altri e, nel
’28, Louis Aragon, l’uomo della vita.
La sorella maggiore di Elsa, Lilja, fu la leggendaria amante di Majakovskij. A
tal proposito, la scena più bella di Io, futurista, a pagina 81, racconta di
quando Majakovskij, affittuario di “un borghese di medio livello”, tale Bal’šin,
sradicò il telefono di casa, inchiodato al muro, per portarselo in camera, “con
un pezzetto di parete”, e discutere, in intimità, “con la sua Lilicka”. Come
scriveva Pasternak, “Quando un poeta ama,/ è un dio smanioso che si innamora/ e
il caos di nuovo sbuca alla luce/ come ai tempi dei fossili”. Il poeta che
sradica con foia il telefono dalla parete per parlare con la donna che ama – per
urlare parole d’amore. Eccolo, l’emblema di un’epoca irripetibile – l’epoca
delle passioni forti.
L'articolo Per urlare ancora parole d’amore. Lamento su un’epoca che ha ucciso i
suoi poeti. (Ovvero: intorno a Majakovskij) proviene da Pangea.
Sette sono – a cavallo dei secoli XIX e XX – i grandi nomi, in alcuni casi
apocalittici come i famosi cavalieri biblici, della letteratura cattolica di
Francia: senza dimenticare il ruolo di Villiers de L’Isle-Adam, di Francis
Jammes, e di altri ancora, Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Joris-Karl
Huysmans, Paul Claudel, Léon Bloy, Charles Péguy, e, per finire, Georges
Bernanos. Nel caso degli ultimi tre di questi sette nomi, lo sforzo della
scrittura assume toni particolarmente vibranti, traccia evidente di un lavoro
artigianale che trascende la letteratura e che fa sentire tutta la fatica, la
materialità della parola messa su carta; questo certo né un fatto accidentale né
un dato secondario per la comprensione del settimo, nato a Parigi nel 1888 e
morto a sessant’anni.
Lo ha d’altronde esplicitamente confessato egli stesso in un passo de I grandi
cimiteri sotto la luna:
> “No, io non sono uno scrittore. La sola vista di un foglio di carta bianca mi
> disanima. Lo speciale raccoglimento fisico imposto da un tale lavoro m’è così
> odioso che l’evito sinché posso. Scrivo nei caffè, col rischio di passare per
> ubriacone, e di fatto lo sarei forse diventato se…”.
Lo sarebbe forse diventato se il demone della scrittura e l’orientamento che
essa assunse nella sua penna non l’avessero colto, e se non avesse trovato
quello strano equilibrio tra immersione negli altri e distacco dalla folla che
contraddistingue più di un “collega” dei tempi: per esempio Maurice Barrès,
oppure lo stesso “estroso” Huysmans, o il nomade D. H. Lawrence, o il collabò
Pierre Drieu La Rochelle. E paradossalmente lo sarebbe forse diventato se non
avesse trovato proprio quella fatica figlia prediletta, primogenita di quel
demone che lo attanaglia, come ammette poche righe prima di quella dichiarazione
di “poetica” del cuore: l’“a che pro?”.
Il pro non è certo lo stile letterario, sebbene lo stesso Drieu lo annoveri tra
“i grandi stilisti che rendono onore alla nostra generazione” e tra i pochi veri
cristiani dei tempi moderni – a fronte delle gravi mancanze della Chiesa, in
quanto istituzione –, tutti per questo poeti, come lo furono Nerval, Rimbaud e
Verlaine, consustanzialmente dotati di un modus letterario, tutto originale.
Il pro è la ragione che lo tormenta. Non una ragione, né tantomeno la ragione
dei Lumi, bensì la ragione. Quella del cristianesimo, la quale, come nel caso di
Bloy e di Péguy (forse i soli due scrittori che, per Bernanos, furono davvero
necessari alla sua attività, anche perché, per lui come per questi suoi maestri,
il cattolicesimo non è ascesi, bensì immersione nella realtà, con tutto
l’impegno fisico e morale che ciò comporta), vuole applicare alla scrittura
affinché si dispieghi nel mondo, nella vita, nei dibattiti politici, negli
eventi politici, in maniera concreta, sebbene sia un arduo lavoro (Carlo Bo,
presentando il ‘Meridiano’ dei suoi romanzi, fa riferimento al mito di Sisifo,
per descrivere il demone di un autore che non per nulla esordì con Sotto il sole
di Satana, libro che definire dai toni inquieti, e tormentato, è un eufemismo),
ma – stoicamente volens aut nolens – il suo, dal quale non può e non vuole
distaccarsi, pur sapendo che, una volta partito verso l’avventura dello
scrivere, non c’è ritorno. Il prezzo che si paga è l’esser tagliati per giorni
fuori dalla vita, per poi restituirla con modi differenti.
Eroe santo – in senso “laico” (ovviamente) – che così si spiega: “ho sognato di
santi e di eroi”, e che così chiosa: “le forme intermedie le ho trascurate
perché mi sono accorto che esistono appena”; l’autore di Diario di un curato di
campagna, membro in gioventù dei Camelots du Roi, lasciò l’Action Française di
Charles Maurras, autore di uno dei testi cui più fece riferimento, L’avvenire
dell’intelligenza, per disporre del massimo di libertà per “comprendere” e non
fare come capita ai tanti sventurati preda del delirio, i quali finiscono per
“inciampare in un’ingiustizia accuratamente nascosta sotto l’erba, come un
trabocchetto”, e pensare con Dio, il Cristo.
Roger Nimier, suo figlioccio letterario, ha colto puntualmente il senso della
sua rottura con l’Azione:
> “L’universo di Maurras, privo di Dio, esige comunque una trascendenza d’idee
> che mantenga la forma delle cose. Viceversa, con Dio, Bernanos si trova a pie’
> pari nel secolo […]. Per lui la vera trascendenza è molto più alta, e se vuol
> smuovere la Storia, le basta mutare i cuori”.
*
All’epoca dei Camelots du Roi, Bernanos, e con lui molti altri giovani di
destra, era finito in prigione per alcuni scontri e tumulti di piazza, e aveva
persino partecipato a un fallito complotto inteso a restaurare la monarchia in
Portogallo, e ancora, seppur riformato alla visita di leva, aveva preso parte da
volontario alla Prima guerra mondiale, venendo più volte ferito, e meritandosi
una decorazione.
All’azione preferirà ben presto la scrittura, e allo stare al fianco di Maurras,
schierato per un monarchismo senza Dio, l’autonomia intellettuale e l’esilio,
prima in patria, poi in Brasile, per dedicarsi unicamente al racconto di vite di
personaggi che sono spesso giovani, disagiati e poveri – come esemplarmente la
Mouchette poi trasposta sullo schermo da Robert Bresson –, nei quali tuttavia a
trionfare è l’umanità, e la grazia, quella evocata dal suo moribondo curato,
alla fine del suo romanzo più famoso.
La chiave è lo spirito di povertà che anima i santi di Bernanos, e che si fonda,
come nel suo cuore, sulla speranza che a sua volta ha le proprie basi nella fede
nella compassione di Dio – “la dolce pietà di Dio”, ovvero “la profonda
Eternità” –, che egli è in grado di distillare sapientemente e correttamente
anche da un romanzo come il Viaggio di Céline, pure in tutta la sua crudezza. È
la monarchia, secondo l’autore parigino, a garantire la crescita del cristiano,
vale a dire di un uomo che sia davvero libero, e, come scrive, sempre
appassionatamente, Nimier ne Le Grand d’Espagne:
> “Monarchico, chiede molto al suo Re e più ancora ai francesi. La virtù è un
> affare con Dio, ma l’onore è il garante del temporale. Tale è la chiave del
> suo ragionamento politico”.
Ma è anche l’infanzia, tema frequentatissimo dalla letteratura francese di
quegli anni (tra gli altri I ragazzi terribili di Jean Cocteau, Dalla parte di
Swann di Marcel Proust, Morte a credito di Louis-Ferdinand Céline, ecc.) e che
(con Zero in condotta di Jean Vigo, con I quattrocento colpi di François
Truffaut, con Mes petites amoureuses di Jean Eustache, ecc.) troverà poi il suo
spazio nel cinema.
Essa gioca, per l’autore della storia di Mouchette, il ruolo di luogo ideale
d’educazione alla vita; rappresenta la profondità stessa della vita, come
suggerito anche da Montherlant, che pure v’insinua accenti erotici, e sulla
quale poggia il cristianesimo, come suggerisce l’immagine popolare del Natale,
la mangiatoia col Bambino, decisamente più grande, agli occhi di Bernanos, di
una dipendenza del palazzo di Erode, simbolo invece di un mondo altrettanto
vecchio, ma anche meno solido, quello borghese.
La borghesia è un nuovo Impero, del XIX secolo, della finanza, cui oppone la
monarchia, e il presepe, la culla dello spirito, che rimanda ai ricordi
d’infanzia, tra le pagine de I grandi cimiteri sotto la luna:
> “All’epoca della mia giovinezza, abitavo in una vecchia cara casa tra gli
> alberi, in un minuscolo borgo del contado di Artois, pieno di mormorii di
> foglie e d’acque correnti”.
Tutto comincia in una piccola realtà, come quella di una dimora di campagna. È
qui che esiste, se esiste, una patria, fatta d’aria e di terra, d’acqua e di
alberi. È la terra dei padri, contesto della fanciullezza e delle tradizioni,
quelle concrete del cristianesimo, a un tempo locali e universali, non della
Tradizione astratta di Guénon, né tantomeno dei concili vaticani
modernizzatori. In tale spazio esisteva una dottrina che era attitudine di vita,
garanzia di libertà – perché, secondo Bernanos, “solo l’uomo libero può amare”
–, e il senso di povertà di cui ha raccontato le storie, in presenza di una vera
Chiesa, concretizzata nelle chiesette di paese, anche se, come ha affermato
Stenio Solinas, “il suo è un cattolicesimo da grandi cattedrali”, e fu
d’altronde lo stesso autore di Diario di un curato di campagna, con toni accesi,
a ricordare che era proprio il grande cristianesimo – e con esso la sua virtù
della forza, quella degli eroi, dei santi, dei martiri – ciò che più si era
indebolito negli ultimi due secoli, a opera dei modernizzatori. La logica è
stringente. Quindi: “Senza la virtù della forza, la carità stessa si degrada e
si avvilisce”. Perché: “Ridiscende da Dio all’uomo invece d’innalzarsi dall’uomo
a Dio”.
*
…Ciò accadde in coincidenza con l’affermazione della borghesia. Scrive
Bernanos:
> “Esiste una borghesia di sinistra e una borghesia di destra. Non c’è invece un
> popolo di sinistra e un popolo di destra, c’è un popolo solo. L’idea che io mi
> faccio del popolo non è per nulla ispirata da un sentimento democratico. La
> democrazia è un’invenzione degli intellettuali, all’identico modo, in fin dei
> conti, della monarchia […]. Il popolo esige il lavoro, il pane, e un onore che
> gli sia affine”.
Tuttavia, stando a Bernanos, più che una semplice e circoscrivibile classe
sociale, è una mentalità, la borghesia. È l’antitesi di quanto è descritto da
Péguy ne Il denaro, l’antitesi del mangiare nella mano di Dio, caro a entrambi,
ed è il pensiero di massa dei mediocri, farisei benpensanti che rendono disumano
ogni ambito della società, rovesciando la gerarchia tra l’uomo e il denaro, tra
l’uomo e la macchina, infondendo paura, timore, tramite la sostituzione del
filosofo, del poeta, del soldato e del sacerdote col burocrate, col sociologo,
con lo statistico e l’ingegnere, insomma col “Meccanismo”. Così, la “società
moderna lascia distruggere lentamente, in fondo alla propria cantina, una
meravigliosa creazione della natura e della storia […]: [è] il popolo che dà a
ogni patria il suo carattere originale”.
È questo il suo mondo, il suo humus, ma anche a fronte di un profondo legame con
lo spirito della sua Francia, faro di civiltà, il suo radicamento fu altrove, ed
egli, prima da rappresentante di commercio e poi da scrittore esule per scelta,
fu un vagabondo la cui patria, come detto, fu semmai la fanciullezza, fase della
vita in cui si è forse davvero sentito parlare cristiano, come annota in Les
Enfants humiliés, diario dei primi due anni della Seconda guerra mondiale,
scritto in Brasile, tornando sul tema esposto ne I grandi cimiteri sotto la
luna. E ribadendo:
> “Il mondo sarà giudicato dai fanciulli. Sarà lo spirito dell’infanzia a
> giudicare il mondo”.
Dai bambini oltre che dagli eroi, dai santi, dai martiri, il che è più scontato,
se non altro per la più savia Chiesa, ma quanto alla possibilità di riscattare
il mondo Bernanos ha, soltanto, “l’intima certezza che la parte del mondo ancora
suscettibile di riscatti è solo quella dei fanciulli”.
…E accadde anche in coincidenza con l’affermarsi della nazione. Scrive:
> “Non sono, non sono mai stato né sarò mai nazionale, anche se il governo della
> repubblica mi accordasse un giorno solenni esequie con questa etichetta. Non
> sono nazionale perché mi piace sapere con esattezza quello che sono, e la
> parola ‘nazionale’, di per sé, non è assolutamente in grado d’insegnarmelo.
> Ignoro anche chi l’abbia inventata. Da quando gli uomini di destra si chiamano
> nazionali?”.
Da che trionfa la bestialità, avrebbero risposto Franz Grillparzer, Joseph Roth,
Stefan Zweig, i grandi austriaci.
Bernanos, di suo, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, risponde
ulteriormente che è da quando c’è chi vede nel paganesimo della Germania la
tentazione di una pseudo-morale da padroni – grande tentazione per chi addita
una morale da schiavi, quale sarebbe a loro avviso quella cristiana, cui si può
sostituire, in realtà, solo quella dei predatori, della cupidigia – ma
soprattutto da che la decadenza della Chiesa, così tremenda, è accompagnata da
quella della Francia, che non sta meglio. Anzi, la
“Francia è in stato di peccato mortale, la Francia perde la sua anima. La
Francia è nelle mani dei farisei. Sono i mediocri che, per salvare il resto,
vendono pezzo a pezzo l’onore del mio Paese”.
Mai una battaglia di retroguardia, quale tende a essere quella nazionalista, e
questo a dispetto della visione che poté offrire a Nimier, allorché questi nel
1946 andò a trovarlo nel Quartiere latino, presso l’Hôtel Cayré, dove il suo
maestro era di stanza appena tornato dal suo esilio volontario in Brasile, e con
un paio d’anni di vita da vivere, l’aria di un colonnello ferito a Waterloo, o
di un Grande di Spagna, per l’appunto, il quale avrebbe proseguito la sua lotta
antinazionalista sì, ma per il suo Paese, antifascista e anticomunista a un
tempo, domandando: la “Chiesa ha bisogno delle masse, o le masse hanno bisogno
della Chiesa? Imbecilli!”. Che rincorrono le masse invece di guidarle a Dio,
mentre esse si allontano dalla Chiesa, e mentre la nazione impone una giustizia
che è spesso ingiustizia, “nell’attesa che diventi un’ingiustizia onorata,
sanzionata dai giudici e benedetta dagli arcivescovi”.
*
È in una piccola fattoria bianca e azzurra, nei pressi di Barbacena, oggi
divenuta museo, che lo scrittore aveva scelto di fermarsi, nel suo esilio
brasiliano, e non perché gli fosse piaciuta, ma perché il nome della vicina
collina (Croce delle Anime) lo aveva conquistato. Qui, nella regione del Minas
Gerais, la Central do Brasil, ovvero la locale posta ferroviaria, dal “carattere
a volte un po’ capriccioso”, faceva sì che, alla distanza geografica, immensa e
sofferta, dalla sua Francia, si sommasse a volte un ulteriore sfasamento
temporale. È il caso della lettura ritardata di un articolo del 17 aprile 1942 a
firma del direttore di “O Jornal”, quotidiano che avrebbe in seguito dato
spazio, e più precisamente tra il maggio e il settembre di quello stesso anno, a
una serie di sei articoli del romanziere, successivamente ritradotti in lingua
francese nel secondo dei due volumi dei fondamentali “Saggi e scritti di lotta”,
editi da Gallimard nella Pléiade.
L’autore di Sotto il sole di Satana, in quel di Barbacena, sente in maniera
viscerale il dovere di rispondere a Francisco de Assis Chateaubriand,
proprietario nonché direttore del giornale e del gruppo “Diários Associados”,
futuro accademico brasiliano, il quale, nel suo articolo O novo gauleiter, “Il
nuovo collabò”, esaltava l’idea di una collaborazione, questa volta democratica,
tra Francia e Germania. Un “argomento capitale” ancora oggi per ogni paese
europeo, e a maggior ragione per la Francia, paese che per Bernanos
rappresentava un deposito di valori che sentiva sotto minaccia, tanto da
scrivere nel suo quarto articolo:
> “Basta che si fermi, o che soltanto diminuisca il ritmo del suo ardente
> slancio storico, affinché i parassiti intellettuali che pullulano oggi sul
> mondo come i pidocchi sulla pelle di un animale malato si scaglino
> immediatamente su di lei come su di una preda”.
Quella che difende, e a cui si rifà, è la Francia dalla vocazione universalista
cattolica, deformata dalla Rivoluzione e dai “diritti del cittadino” spesso
confusi con l’istanza che dà il titolo a “La difesa dei valori umani”, uno di
quei sei testi. L’uomo, affermerà ne La Francia contro i Robot, è infatti un
“animale religioso”, e non solo l’“animale economico” che lo ha reso la
modernità:
> “non solo lo schiavo, ma l’oggetto, la materia quasi inerte, irresponsabile,
> del determinismo economico”.
L’orizzonte che intravede in questa nuova collaborazione non è una Pax Europæa,
bensì l’interesse della finanza, l’asservimento della patria, ridotta allo
status di una ballerina del Crazy Horse, o del Moulin Rouge, e i prodromi di una
guerra totale: “Appiccherebbero il fuoco all’umanità per un colpo in Borsa,
senza curarsi un istante di sapere come spegnerlo”, ha scritto ne I grandi
cimiteri sotto la luna. La serie, oltre alla qualità, degli scrittori che hanno
detto la loro sul denaro, la finanza, è impressionante: Balzac, Vigny,
Baudelaire e Zola, Rimbaud (“In vendita i Corpi senza prezzo, […] le abitazioni
e le migrazioni […]! Slancio insensato e infinito”), Bloy, Pessoa, Hamsun e
Pound, Fitzgerald e Péguy, D. H. Lawrence e Henry Miller, Drieu La Rochelle e
Céline, Rebatet e Montherlant, senza dimenticare né Dostoevskij, giocatore
d’azzardo, né il John Updike di Sei ricco, Coniglio. Bernanos, lui, fa ancora
eco a Péguy, secondo il quale il “denaro è tutto, domina tutto nel mondo
moderno”. Comune è dunque la denuncia della sovversione dei valori con l’avvento
di una sola legge, quella economica. Un sistema di cui i due contestano il senso
e la tenuta razionale.
Il “dandy del presepe” e altero cavallerizzo di Barbacena, di suo, ricolmo di
una profonda amarezza per la propria patria, sprezzava il denaro. L’attualità di
questo esule di una guerra di ottant’anni fa deve dunque colpire, perché la
questione non è risolta, ma è anzi più essenziale che mai.
Marco Settimini
*Per gentile concessione si pubblica l’introduzione di Marco Settimini a:
Georges Bernanos, “No! Antologia di testi critici e di lotta”, De Piante, 2025
In copertina: Georges Bernanos, appassionato motociclista © collection famille
Jean-Loup Bernanos
L'articolo Georges Bernanos o la “rivolta universale dello spirito” contro
l’inumano dei totalitarismi moderni proviene da Pangea.
“Ogni epoca si specchia nei suoi demoni e nei suoi profeti” (Enzo Bettiza). Così
si potrebbe introdurre Nietzsche e Marx si davano la mano. Vita, intrecci e
pensiero dei due profeti che sconvolsero il mondo (Marsilio, 2025), l’ultimo
libro di Marcello Veneziani, filosofo e narratore che da sempre intreccia
riflessione e racconto, pensiero e stile. In questo saggio-romanzo, l’autore
mette in scena un incontro, un confronto e uno scontro impossibile tra i due
giganti che più hanno scosso la modernità: il profeta del superuomo e l’ideologo
del proletariato, due solitudini titaniche unite dal comune culto di Prometeo e
dalla fede nella lotta come motore del mondo. Veneziani, con la sua prosa densa
e appassionata, evoca, rivela, racconta, ma soprattutto interroga: cosa
accadrebbe se le due vertigini del pensiero moderno si specchiassero l’una
nell’altra? Con lo sguardo lucido e insieme tragico del filosofo mediterraneo,
l’autore attraversa le loro eredità e deformazioni — dal marxismo woke al
nietzschianesimo accelerazionista — per misurare quanto dei loro fuochi arda
ancora nel nostro tempo disincantato. Mostrandone i miti, le storie, le visioni
e i furori con uno stile che è pensiero poetante in forma saggistica ed uno
sguardo aguzzo capace di rievocare le voci di questi maestri del sospetto
rivelando però le contraddizioni del Novecento sterminatore ideologico e del
nostro tempo. Per meglio comprendere le affinità e divergenze tra questi due
venerati maestri abbiamo raggiunto Veneziani nel suo studio romano.
Perché “Nietzsche e Marx si davano la mano”? Quali somiglianze esistono tra
questi “due profeti che sconvolsero il mondo”?
Marx e Nietzsche hanno una comune derivazione romantica, ebbero ambedue il culto
di Prometeo, il liberatore dell’umanità dal divino, si proiettarono nel futuro
liberandosi da Dio, patria e famiglia; furono pensatori del conflitto, la lotta
per loro è la regina di tutte le cose; ebbero comuni nemici come i filistei e i
borghesi, credettero al pensiero che agisce e trasforma…
Come nasce questo libro tra saggistica e prosa d’arte?
Nasce da un’antica passione per Nietzsche e da un altrettanto storica rivalità
nei confronti di Marx. All’università, nella facoltà di filosofia, era d’obbligo
studiare Marx ma io vi aggiungevo Nietzsche – e non solo lui. Da quel confronto
a lungo maturato, nasce questo libro.
Cosa sarebbe potuto emergere e cosa emerge nel suo libro da questo incontro
impossibile tra le due vertigini della modernità? È stato un bene o un male che
non si siano incontrati?
Difficile dirlo, ci saremmo risparmiati tragedie o forse ne avremmo vissuto
delle altre. Ma avremmo avuto il confronto tra due pensieri che si fecero mondo,
storia, rivoluzione o trasmutazione. Credo però che sia per noi posteri molto
proficuo metterli a confronto, paragonarli, e criticarli a vicenda.
Entriamo nel retroscena del pensiero. Che ruolo ha avuto il confronto con
Nietzsche nella sua formazione filosofica e quale importanza riveste oggi nella
sua visione del mondo?
Fu l’autore dei miei diciott’anni, la passione più grande di gioventù, a cui
dedicai il primo articolo. Zarathustra restò per me il genio di una religione
antica e inedita, profetica e ironica, danzante e ludica. Col tempo naturalmente
la sua influenza fu ridimensionata, ma restò sempre il mio modello più alto di
pensiero poetante.
Cosa accomuna e intreccia questi due profeti ispiratori del secolo
dell’incertezza e delle ideologie?
A parte il paradosso di ritenersi entrambi liberatori dell’umanità e poi
considerati entrambi ispiratori dei regimi liberticidi del Novecento, li
accomuna il desiderio di trasformare il mondo e non solo di conoscerlo, di
riversare il pensiero nell’azione e di sfidare l’establishment, che ciascuno
percepiva a suo modo. Erano due filosofi col martello, in lotta con il proprio
tempo.
Quanto hanno ancora da dire nell’epoca attuale questi “fratelli separati”?
Per Marx il nuovo proletariato sono i flussi migratori; al posto del movimento
operaio c’è il movimento femminista, la battaglia per l’uguaglianza si fa
battaglia per le diversità; al posto del capitalismo, il nemico è la tradizione;
al posto del padronato c’è il patriarcato. E sullo sfondo il marxismo cinese… E
Nietzsche – al di là del mito del superman e del suprematismo che viene
ricondotto al suo pensiero – quando afferma che l’uomo è qualcosa che va
superato, non apre forse la via al transumano, ai robot, all’intelligenza
artificiale, alle mutazioni genetiche?
Perché dice che il marxismo dopo essere morto in Oriente, ora è vivo e trionfa
in Occidente (in special modo a New York)?
Perché il marxismo, separato dal comunismo e fallito in Unione sovietica,
diventa oggi ideologia radical e global, e si compendia tra woke, political
correct e cancel culture, di derivazione americana. Persa la pars construens di
società comunista, resta la parte dissolutiva, di distruzione della civiltà.
Quando il marxismo da critica del capitalismo si fa critica della tradizione,
della natura e della storia, va a vivere a New York, magari col sindaco
Mamdani.
Che ne pensa delle evoluzioni del nietzschianesimo da riferimento della
rivoluzione conservatrice a totem di post strutturalisti e idolo dei
transumanisti? Sono appropriazioni indebite o sintonie di fondo?
Ognuno coglie di Nietzsche un aspetto, ma Nietzsche è prismatico, non c’è
citazione – avvertiva Giorgio Colli – che non possa essere contraddetta da
un’altra sua affermazione. Ci sono gradi di assimilazione e di fraintendimento,
ai tempi di d’Annunzio, di Spengler o di Hitler, come in seguito nella filosofia
francese e ai tempi dei sessantottini.
Dopo essersi combattuti negli anni dietro le insegne del rosso e del nero dei
propri ierofanti cosa resta di questi sospettati maestri e dei loro eredi?
Restano cospicue eredità di pensiero, anche se l’esito prevalente è impolitico
in Nietzsche e utopico in Marx. Marx resta un rivoluzionario, un pensatore
sociale, rivolto alla storia, alle masse e alla politica; Nietzsche è a mio
parere un “biosofo”, cioè un pensatore della vita, rivolto al mito, all’arte,
allo spirito aristocratico, alla solitudine e all’esistenza. La concezione
marxista è materialistica, dialettica, storica; la visione di Nietzsche è
tragica, ludica, estetica.
Oggi a chi parlano, nella politica e cultura internazionale, Nietzsche e Marx? E
chi sono i più marxisti e nietzschiani esponenti della politica italiana e
internazionale?
Nietzsche oggi è più vitale di Marx perché ha descritto la condizione umana del
nostro tempo molto più di Marx, legato a un contesto socio-economico di un’epoca
industriale. Non è significativo oggi riconoscere gli eredi politici di Marx e
Nietzsche, si prestano a troppi equivoci, torsioni e spesso denotano una totale
inadeguatezza nel ruolo di continuatori. Non vedo continuatori ma se dovessimo
seguire le vulgate diremmo Xi Jinping ed Elon Musk.
L’ispirazione di Nietzsche generò grandi opere (da Mann a Benn passando per
d’Annunzio e Rebatet) mentre l’eredità del marxismo compone solo l’archivio
della cronaca politica (chi legge più i testi politici di Aragon o del realismo
sovietico). L’arte sta graziando Nietzsche rispetto a Marx?
L’impronta di Nietzsche generò più frutti nell’arte, soprattutto nelle
avanguardie, nella letteratura, nel pensiero, nella musica, nella vita; Marx
sconta l’impoverimento della dimensione politica, sociale e rivoluzionaria, nel
nostro tempo. Marx oggi è poco letto, a differenza di Nietzsche che domina nei
palchetti di filosofia delle librerie e perfino nei poster dedicati ai
filosofi.
Oggi la tecnodestra e Musk sono gli eredi di Nietzsche mentre il woke è l’ultimo
erede di Marx?
Si, a patto di separare la volontà di potenza dal pensiero nietzscheano, e
separando il marxismo dall’anticapitalismo e dall’avvento del comunismo. Ecco a
cosa assistiamo: ad un Nietzsche decapitato e ad un Marx senza gambe né braccia…
Quale sarà il suo prossimo lavoro?
Non ne ho ancora un’idea precisa. Vorrei portare a sintesi, riannodare i fili,
ripensare le opere, chiudere il cerchio.
Francesco Subiaco
L'articolo Marx vive in un attico, a New York. Dialogo con Marcello Veneziani
proviene da Pangea.
La categoria del ‘politico’ è propria della poesia italiana, dal punto di vista
simbolico – le invettive di Dante che scandiscono la Commedia, i sonetti
‘babilonesi’ di Petrarca, ad esempio – come da quello esistenziale. I poeti
italiani, quando ancora l’Italia era un’idea, un pullulare di principi e di
principati, erano assunti a corte, esercitavano mansioni di funzionari nei
nascenti comuni. Così – per dire – Iacopo da Lentini, “il Notaro”, operava
presso la corte di Federico II e Ludovico Ariosto si dimostrò abile
amministratore in Garfagnana, per conto dagli Este.
Ciò non vuol dire che il poeta sia per forza un cortigiano. È vero, il potente
ha bisogno del suo eloquio, del poema encomiastico, per lo più didascalico,
esornativo – ma è pur vero che il poeta, se tale è, va a briglia sciolta,
impenna il senno; benché possa essere animato da scaltrezza (che significa:
giustezza d’intenti; figura dell’altro mondo che si adopera nel mondano) non si
fa maculare dai lacchè. Il Malatesta aveva bisogno di un aedo, Basinio da Parma,
che giustificasse le sue gesta; pur al soldo dei Medici, Angelo Poliziano
conserva un’eminenza intellettuale che lo obbligherà all’esilio – d’altronde, la
via ‘notturna’ della poesia italiana ha il suo zenit nel Tasso messo ai ceppi a
Sant’Anna. La “Raccolta aragonese” voluta da Lorenzo de’ Medici dimostra che
la poetica, la questione della lingua, è una branca della politica.
Certo, occorre non inquinare le fonti. Il rapporto tra poesia e politica non si
regola nella poesia declamatoria, né nella poesia ‘civile’ – al contrario, il
poeta è l’incivile del linguaggio, compie atti di brigantaggio linguistico
contro la lingua imposta dal potere. Secoli di ‘impegno’ – pensiamo alla poesia
risorgimentale italica – hanno prodotto una poesia esangue benché piena di urla,
capace di infiammare gli animi, semmai, ma il cui fuoco lirico si è presto
spento. Un conto è l’ardore di Ugo Foscolo o l’audacia di Vittorio Alfieri,
altro il rovistar per peana del garibaldino Francesco Dall’Ongaro o i pur sapidi
sketch di Vincenzo Riccardi di Lantosca (esempio, Dio, Patria, Famiglia:
“Patria, ossia quei pochetti sicuretti; Famiglia,/ quel tanto della propria
moglie, che uno si piglia;/ quanto a Dio ci s’intende che noi s’intende il
prete”). Il ‘disimpegno’ esibito, disinibito, d’altro canto, ha prodotto
tonnellate di bigiotteria lirica.
Eppure, ogni potere, per fondarsi – non ho detto celebrarsi –, ha bisogno del
poeta. Anche in questo caso, da un lato ci sono i bardi del bene comune, i
boiardi dell’opportunismo verbale, dall’altra il poeta, l’inafferrabile. Ogni
nazione si fonda sul poeta perché il suo linguaggio feconda il futuro, è motivo
di avvenire, è ragione di esistenza; altresì, si affida al burocrate. L’Italia è
Giacomo Leopardi più che Goffredo Mameli, giovane martire delle lotte
risorgimentali. La Russia fonda il suo essere su Aleksandr Puškin e su Boris
Pasternak, non certo su Nikolaj Tichonov, poeta tribunizio, più volte premio
Stalin, deputato dei Soviet.
È interessante perché al contempo il poeta fonda la natura politica della
propria nazione, e nello stesso tempo – in forza della sua assolutezza, della
sua incoercibile singolarità – la disintegra. L’uno e il tutto, la costruzione e
la distruzione si coagulano senza sintesi nel corpo lirico del poeta: che è per
questo offerto.
Il Novecento è stato un secolo di profeti inascoltati, di poeti dal potente
ardore ‘politico’ messi diversamente a tacere – penso a Ezra Pound, ovviamente,
ma anche a Iosif Brodskij e a Hugh MacDiarmid, il paladino dei nazionalisti
scozzesi, l’Omero dello scots. Soltanto in William Butler Yeats, magicamente,
misteriosamente, la figura del poeta coincide con quella del ‘padre della
patria’: l’Irlanda esiste perché un poeta mitografo e allampanato ha detto di
una small cabin sulle sponde del lago Innisfree. Per molto tempo, più di altri
poeti, Robert Frost ha incarnato l’identità autentica degli Stati Uniti
d’America: è ancora così? Attorno a quale poeta vivente, oggi, riconosciamo la
nostra identità? Quando una nazione perde memoria dei suoi poeti, perde se
stessa. Ad oggi, i poeti cantano di rose e di passeggere indignazioni, sono i
macchinisti di versi concettosi, sono troppo intelligenti, fanno del proprio
ombelico la sola patria.
Ricevendo il Nobel per la letteratura, era il 1959, Salvatore Quasimodo volle
affrontare la questione de “Il poeta e il politico”. Indipendentemente dalla
poesia di Quasimodo – espressa tra Saffo e il Pci – quel discorso, a tratti
enigmatico, ha ragione di fascino. Quasimodo distingue il poeta – che agisce il
‘politico’ alla greca, come una categoria della ribellione, ovvero
dell’indomabile – dal letterato, che è poi il retore, il portaborse del potere.
> “Il poeta è solo: il muro di odio si alza intorno a lui con le pietre lanciate
> dalle compagnie di ventura letterarie. Da questo muro il poeta considera il
> mondo, e senza andare per le piazze come gli aedi o nel mondo ‘mondano’ come i
> letterati, proprio da quella torre d’avorio, cosi cara ai seviziatori
> dell’anima romantica, arriva in mezzo al popolo, non solo nei desideri del suo
> sentimento, ma anche nei suoi gelosi pensieri politici”.
È nell’esplicita distanza – quando non: lotta – con il potere che si esprime la
‘poetica della politica’ del poeta. Di questa libertà – che è: liberarsi dal
giogo della lingua del potere, imponendo un verbo nuovo, nuovamente innocente –
il poeta è il terribile portavoce.
> “Il poeta è un irregolare e non penetra nella scorza della falsa civiltà
> letteraria piena di torri come al tempo dei Comuni; sembra distruggere le sue
> forme stesse e invece le continua; dalla lirica passa all’epica per cominciare
> a parlare del mondo e di ciò che nel mondo si tormenta attraverso l’uomo
> numero e sentimento. Il poeta comincia allora a diventare un pericolo. Il
> politico giudica con diffidenza la libertà della cultura e per mezzo della
> critica conformista tenta di rendere immobile lo stesso concetto di poesia,
> considerando il fatto creativo al di fuori del tempo e inoperante; come se il
> poeta, invece di un uomo, fosse un’astrazione… Nel mondo contemporaneo il
> politico assume vari aspetti, ma non sarà mai possibile un accordo col poeta,
> perché uno si occupa dell’ordine interno dell’uomo e l’altro dell’ordinamento
> dell’uomo… Oggi il poeta è libero? È libero, secondo le società che lo
> esprimono, o il continuatore di illuminazioni pseudo-esistenziali, il
> decoratore dei placidi sentimenti umani, o chi non scende profondamente nella
> dialettica del proprio tempo per timore politico o per inerzia”.
Cinquant’anni prima, in un saggio su Il poeta e il nostro tempo, Hugo von
Hofmannsthal scriveva che misteriosamente il poeta, l’inerme, l’assoluto
sconosciuto, il paria ai più, “è il luogo in cui le forze del tempo tendono ad
equilibrarsi”; scrive che “è come se i poeti lavorassero all’unisono alla
costruzione di una piramide, all’immensa dimora di un re defunto o di un dio non
nato”, capaci di “creare l’accordo accettabile di tutto quanto si manifesta”.
Ecco che il politico sfocia quasi nel teologico. Il Regno di questo mondo; “Il
mio regno non è di questo mondo”.
Poi, certo, il vero compito politico del poeta è creare uno spazio di grazia e
di bellezza quando tutto intorno è orrore, è morte. Confidare nella bellezza
nonostante l’orrore e la morte. Quando la morte – che non ha l’ultima parola –
avrà smesso di urlare, esisterà, per i sopravvissuti e i futuri, uno spazio di
grazia e di bellezza. Un fuoco. Non per forza gradevole né confortevole, ma
buono.
Per il resto, è prova dell’integralismo lirico del poeta la capacità di
imprecare in versi. Quando è troppo, bisogna sobillare le Sibille del
linguaggio, tramutare il verbo in Erinni. Al di là di isolati, alati esempi –
“Muore ignominiosamente la repubblica”, Mario Luzi – la poesia più violenta, in
questo senso, priva di orpelli poetici, quasi integralmente politica,
integerrima, è Show, di Giorgio Caproni, che apre la sezione “Anarchiche o fuori
tema” del libro postumo Res amissa (1991); libro in cui – scrive Giorgio Agamben
– “la disappropriata maniera di Caproni”, “ha raggiunto ormai una regione sempre
al di là del proprio e dell’improprio, della salvezza e della rovina”. È da
questo non chiedere approvazione, da questo inappropriato, da questa rovina in
cui tutto è salvo – cioè infinitamente finito – che si riparte – anzi, si
vagabonda, dacché è lo sciacallo e la libellula, ora, l’icona del poeta.
(Che Show stia anche per sciò è perfino ovvio marcarlo: sciò, sciò, fuori tutti,
galletti del potere).
**
Show
Guardateli bene in faccia.
Guardateli.
Alla televisione,
magari, in luogo
di guardar la partita.
Son loro, i “governanti”.
Le nostre “guide”.
I “tutori”
– eletti – della nostra vita.
Guardateli.
Ripugnanti.
Sordidi fautori
dell’“ordine”, il limo
del loro animo tinge
di pus la sicumera
dei lineamenti.
Sono
(ben messi!) i nostri
illibati Ministri.
Sono i Senatori.
I sinistri
– i provvidi! – Sindacalisti.
“Lottano” per il bene
del Paese.
Contro i Terroristi
e la Mafia.
Loro,
che dentro son più tristi
dei più tristi eversori.
Arrampichini.
Arrivisti.
In nome del Popolo (Avanti!
Sempre Avanti!), in perfetta
Unità arraffano
capitali – si fabbricano
ville.
Investono
all’estero, mentre “auspicano”
(Dio, quanto “auspicano”)
pace e giustizia.
Loro,
i veri seviziatori
della Giustizia in nome
(sempre, sempre in nome!)
del Dollaro e dell’Oro.
Guardateli, i grandi attori:
i guitti.
Degni
– tutti – dei loro elettori.
Proteggono i Valori
(in Borsa!) e le Istituzioni…
Ma cosa si nasconde
dietro le invereconde
Maschere?
Il Male
che dicono di combattere?…
Toglieteceli davanti.
Per sempre.
Tutti quanti.
Giorgio Caproni
Da G. Caproni, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1999
*In copertina e nel testo: opere di David Lynch
L'articolo “Toglieteceli davanti. Per sempre. Tutti quanti”. Il poeta e il
politico proviene da Pangea.
Nel 1947 George Orwell sta lavorando a 1984. Per il momento, il libro, ancora in
bozzolo, s’intitola “The Last Man in Europe”; Orwell ha scelto di scriverlo a
Jura, nelle Ebridi, in condizioni di estrema solitudine. Orwell è un esteta
dell’estremismo. Spesso, ricorda gli anni, a Parigi, in cui “vivevo nei
quartieri più poveri, tra senzatetto e criminali, a mendicare o a rubare”;
ricorda quando aveva scelto di condividere la vita dei minatori dell’Inghilterra
del Nord. Due anni prima era morta la moglie, Eileen, in marzo; il 17 agosto del
1945 era uscito, per Secker & Warburg, La fattoria degli animali. Il libro –
rifiutato da T.S. Eliot, direttore editoriale della Faber – ebbe un successo
clamoroso, consentendo a Orwell una certa, inedita, sicurezza economica.
Tra le diverse traduzioni di Animal Farm, ci interessa quella polacca.
“Swiatpol”, l’editore polacco che ha sede a Londra, stampa 5mila copie del
libro; la traduttrice si chiama Teresa Jeleńska. Fu il figlio di Teresa,
Konstanty, a far leggere Orwell a Ihor Ševčenko: nato in Polonia da genitori
ucraini, il ragazzo compiva ventitré anni, studiava a Lovanio. Nell’aprile del
1946, Ihor prende coraggio e scrive a Orwell: avrebbe voluto tradurre La
fattoria degli animali in ucraino. Lo scrittore, “mi capì subito, capì che la
traduzione del suo libro avrebbe avuto un valore importante per i miei
connazionali”. Negli anni, Ihor Ševčenko sarebbe diventato un importante docente
di studi slavi e bizantini ad Harvard, nel 1996 ha pubblicato Ukraine between
East and West. È morto il 26 dicembre del 2009, onorato da un ‘coccodrillo’ sul
“New York Times”.
Negli scambi epistolari con Orwell, Ševčenko sottolinea che “Il mio pubblico
sono i rifugiati sovietici: beh, l’effetto è sorprendente. Tutti approvano la
sua interpretazione… hanno cercato immediatamente i punti in comune tra la
realtà in cui vivono e il suo racconto. L’atmosfera del libro sembra
corrispondere al loro reale stato d’animo”. Ševčenko traduce il libro
nell’autunno del ’46, consegnandola a “Prometheus”, editore ucraino con base a
Monaco. Nel marzo del ’47 Orwell, pur “spaventosamente impegnato”, accetta di
scrivere una prefazione per l’edizione ucraina di Animal Farm (che si riporta,
in parte, in calce). Nel testo, Orwell spiega che la guerra civile spagnola ha
agito su di lui come una specie di rivelazione:
> “A metà del 1937 i comunisti presero il controllo – pur parziale – del governo
> spagnolo: cominciarono a dare la caccia ai trotzkisti, mi ritrovai tra le
> vittime. Io e mia moglie siamo stati molto fortunati a uscire vivi dalla
> Spagna, senza essere arrestati. Diversi amici furono fucilati, alcuni finirono
> in prigione, altri semplicemente sparirono. Queste cacce all’uomo in Spagna si
> sono svolte contemporaneamente alle grandi purghe sovietiche: ne sono state
> una specie di appendice. Sia in Spagna che in Russia la natura delle accuse –
> vale a dire: azioni fasciste e antirivoluzionarie – era la stessa; per quanto
> riguarda la Spagna, posso dire che erano del tutto infondate. Ne uscii con una
> lezione preziosa: capii con quale pervicacia la propaganda totalitaria possa
> controllare l’opinione pubblica delle masse ‘illuminate’ dei paesi
> democratici. Io e mia moglie abbiamo visto innocenti gettati in carcere perché
> sospettati di non-ortodossia. Eppure, al nostro ritorno in Inghilterra diversi
> ‘osservatori’ ben informati dimostravano di credere ai più fantasiosi
> resoconti di tradimento e di sabotaggio riportati dalla stampa sovietica.
> Compresi finalmente con chiarezza la nefasta influenza del mito sovietico per
> il socialismo occidentale”.
La traduzione ucraina de La fattoria degli animali uscì nel settembre del 1947,
con esito sinistro. “Le autorità americane di stanza a Monaco ne hanno
sequestrate 1500 copie, consegnandole al personale sovietico”, scrive Orwell ad
Arthur Koestler. Tuttavia, almeno duemila copie del romanzo, scampate al
sequestro, finirono in mano ai profughi (la vicenda è ricostruita con dettagli
in: Masha Karp, George Orwell and Russia, Bloomsbury, 2023).
Ma Orwell era ormai altrove. L’inverno alle Ebridi lo logora, il 20 dicembre è
ricoverato in un ospedale nei pressi di Glasgow. 1984, il libro che intende
“mettere in luce le degenerazioni, in parte già verificatesi sotto il comunismo
e il fascismo, a cui sono soggette le economie centralizzate”, lo sta lentamente
logorando. Ma questa è un’altra storia, che riguarda la tirannia della scrittura
e la ‘missione’ dello scrittore.
***
Prefazione per la traduzione in ucraino de “La fattoria degli animali”
Non ho mai visitato la Russia: la conosco per ciò che ho letto su libri e
giornali. Anche se ne avessi il potere, non vorrei interferire con gli affari
del regime sovietico: non condannerei Stalin e i suoi per i metodi barbarici e
antidemocratici che adottano. È perfino possibile che non abbiano potuto agire
diversamente da come hanno fatto. Tuttavia, è per me della massima importanza
che gli europei conoscano il regime sovietico per ciò che è realmente.
Dal 1930 non ho visto nulla, nell’Urss, che possa riferirsi a ciò che intendiamo
per socialismo. Al contrario, ho scoperto, con sorpresa, i chiari segni di una
società gerarchica, i cui governanti non hanno motivo di rinunciare al loro
potere, alla pari di qualsiasi classe dominante. I lavoratori e gli
intellettuali inglesi non riescono a comprendere che l’Urss di oggi è totalmente
diversa da quella del 1917. In parte, non vogliono capire – cioè, vogliono
credere che esista davvero, da qualche parte, nel mondo, un paese socialista –
dall’altra non possono: per costoro, abituati a una pur relativa libertà, è
incomprendibile il totalitarismo.
Eppure, occorre ricordare che l’Inghilterra non è del tutto democratica. È un
paese capitalista con grandi privilegi di classe (perfino ora che la guerra ha
livellato tali classi), con enormi differenze di ricchezza. Ciononostante, è un
paese in cui le persone convivono da secoli senza feroci conflitti, in cui le
leggi sono relativamente giuste e le notizie e le statistiche ‘ufficiali’ sono
per lo più affidabili – è un paese dove esprimere opinioni di minoranza non
comporta alcun pericolo di morte. In un clima simile, l’uomo comune non può
capire il senso dei campi di concentramento, delle deportazioni di massa, degli
arresti senza processo, della censura… Tutto ciò che in Inghilterra si legge a
proposito dell’Urss viene tradotto in termini inglesi, e dunque assunto con
totale innocenza, cibandosi della menzogna totalitaria. Fino al 1939 la maggior
parte degli inglesi, d’altronde, è stata incapace di valutare l’entità autentica
del regime nazista; con quello comunista è vittima della medesima illusione.
Ciò ha causato danni enormi al movimento socialista inglese e ha avuto gravi
conseguenze sulla politica estera del mio paese. A mio parere, nulla ha
contribuito tanto alla corruzione dell’originaria idea del socialismo quanto la
convinzione che la Russia sia un paese socialista e che l’azione dei suoi
governanti debba essere perdonata quando non imitata. Per questo, negli ultimi
dieci anni mi sono proposto di distruggere il mito sovietico: perché il
movimento socialista possa risorgere.
Di ritorno dalla Spagna, ho pensato di smascherare il mito sovietico con una
storia che fosse facilmente comprensibile e traducibile in altre lingue. Lo
schema della storia mi sfuggiva finché un giorno, nel piccolo villaggio in cui
vivevo allora, non vidi un ragazzino, di circa dieci anni, che guidava un enorme
cavallo da tiro, strigliandolo ogni volta che la bestia voleva cambiare strada.
Mi colpì un fatto perfino banale: se gli animali da soma avessero coscienza
della loro forza, non avremmo alcun potere su di loro. Allo stesso modo, con lo
stesso metodo, i ricchi sfruttano i proletari.
Proseguii analizzando le teorie di Marx dal punto di vista degli animali.
Cominciai a scrivere il libro intorno al 1943. Per sei anni ho rielaborato
quella storia nella mia mente. Non desidero commentare oltre: se un libro non
parla da sé, quel libro è un fallimento. Se a qualcuno interessano i miei fatti
privati, potrei aggiungere che sono vedovo, ho un figlio di quasi tre anni,
faccio lo scrittore di professione; dall’inizio della Seconda guerra ho lavorato
essenzialmente come giornalista.
George Orwell
L'articolo “Mi sono proposto di distruggere il mito sovietico”. George Orwell in
Ucraina proviene da Pangea.
Questo testo è la traccia per la moderazione del dibattito con Noura Tafeche e
Donatella Della Ratta che si è tenuto il 18 maggio 2025 presso lo spazio Merende
all'Angelo Mai a Roma.
--------------------------------------------------------------------------------
INDICE
* Intro
* Ask Me for Those Unborn Promises That May Seem Unlikely to Happen in the
Natural
* The Kawayoku Inception
* Conclusione
* Approfondimenti
INTRO
di Agnese Trocchi
Oggi con Noura Tafeche e Donatella Della Ratta sprofondiamo nella tana del
bianconiglio seguendo il filo della produzione di immaginari di propaganda
guerrafondaia e di un futuro che non è ancora arrivato ma che inonda i social
media e rischia di essere una profezia che si autoavvera.
È un viaggio doloroso, faticoso: dietro l'apparenza innocua delle creature
kawaii (tenere) e dei paesaggi di città utopiche si nasconde una violenza non
detta, camuffata, invisibile ma tragicamente reale.
Viviamo in un mondo con squilibri agghiaccianti, assistiamo impotenti a un
genocidio e siamo vittime di una propaganda dell'annientamento che si diffonde
con la complicità dei tecnobroligarchi.
Le psy-op, operazioni militari di persuasione della popolazione non sono una
novità nelle campagne di guerra ma per la prima volta hanno nel proprio arsenale
degli strumenti potentissimi: le piattaforme di social media dei broligarchi,
progettate per tenerci connesse più a lungo possibile. Sfruttando le nostre
vulnerabilità di esseri umani (dopamina, nudging etc), le piattaforme digitali
dei tecnobro ci tengono connesse a uno scroll infinito, non siamo costrette, ci
piace, e in questa condizione di vulnerabilità, ci lasciamo invadere.
Sono gli algoritmi che in base ai nostri comportamenti in rete, e quindi in base
alla profilazione delle utenti, decidono cosa farci vedere per tenerci più
attaccate possibile al dispositivo per continuare a raccogliere dai e metadati.
Ma cosa è questo algoritmo il cui scopo è tenere catturata sempre più la nostra
attenzione?
L'algoritmo non è uno ma sono molti, gli algoritmi sono processi logici formali,
nella loro forma più semplice si tratta di processi logici che si basano
sull'if/then, ricette per risolvere un problema in un numero finito di passi.
Il problema da risolvere, nel caso delle piattaforme social media dei technobro,
è come tenerci collegate più a lungo possibile e viene risolto mostrandoci
quello che più catturerà la nostra attenzione in base ai dati raccolti sui
nostri comportamenti.
Gli algoritmi non sono neutri perché i problemi che devono risolvere e i
risultati che producono dipendono strettamente dalle ideologie di chi li
progetta.
Con Noura e Donatella andiamo a capire quali sono queste ideologie,
spaventosamente millenaristiche, e come influenzano la nostra visione del mondo
e la visione del mondo di milioni di utenti connesse. A quali azioni ci
spingono? Che comportamenti promuovono? Assistiamo all'emersione di regimi di
verità computati su misura per ogni individuo. Una forma di manipolazione di
massa a cui nessuna è immune.
ASK ME FOR THOSE UNBORN PROMISES THAT MAY SEEM UNLIKELY TO HAPPEN IN THE NATURAL
di Donatella Della Ratta
Video essay di Donatella Della Ratta (in inglese), durata: 24'27''.
I media generativi alimentati dall'intelligenza artificiale creano immagini
speculative che, pur non essendo basate su eventi reali, rimangono plausibili,
costruendo realtà che devono ancora svolgersi. Situate nel dominio della
possibilità piuttosto che della certezza empirica, queste immagini introducono
una nuova forma di realismo sintetico. Rimodellando sia il passato che il
presente attraverso il loro potenziale di costruzione del mondo, queste immagini
apparentemente innocue - distaccate da riferimenti tangibili, legami storici,
lignaggio o contesto - esercitano una violenza silenziosa ma profonda contro la
storia e la fattualità.
La conferenza-performance di Donatella Della Ratta esplora questa modalità
emergente dell'esistenza dell'immagine, che va dalla distruzione palese
all'impatto sottile, quasi impercettibile, e traccia il modo in cui dà origine a
nuove espressioni di violenza. Concentrandosi sul loro impiego nella guerra in
corso in Palestina, rivela come le immagini speculative di IA estendano la
violenza a ciò che non è ancora stato realizzato, sfidando la comprensione
tradizionale dei fatti e delle prove.
THE KAWAYOKU INCEPTION
di Noura Tafeche
Video essay di Noura Tafeche (in inglese), durata 21'5''.
Violazioni dei diritti umani e streamer onlyfans, unboxing e cecchinaggio,
#pewpew e #militarycurves, guerra e ahegao.
The Kawayoku Inception di Noura Tafeche è un progetto d'archivio che si propone
di modellare sotto una nuova tassonomia l'elusività digitale contemporanea e
l'ultimo stadio della sublimazione della violenza.
Presentato come un video-saggio, The Kawayoku Inception intende mostrare una
nuova prospettiva per mettere in discussione il modo in cui siamo abituati a
elaborare la violenza nel regno della percezione visiva umana.
L'ambiente di tale indagine è naturalmente Internet, un prato irto che alleva le
nostre vite digitali, le nostre esperienze online solitarie e atomizzate,
quotidianamente imbevute di quantità incalcolabili di immagini a cui siamo
incessantemente e (non) volontariamente sovraesposti.
CONCLUSIONE
Per lasciarci con parole costruttive che ci tirino fuori da questa sensazione di
essere impotenti e fucked up teniamo presente che le piattaforme dei tecno
broligarchi oggi sono un terreno di lotta e che per quanto ci sforziamo di
usarle bene utilizzeremmo molto meglio le nostre risorse disertandole e
immaginando e creando spazi nostri, creati dal basso, che rispondono alle nostre
esigenze anche di visibilità, autopromozione, socialità.
Il futuro non è predeterminato, ne esistono infiniti, possiamo cominciare a
costruirli da oggi con piccoli gesti da fare in comunità. Ad esempio con il
gruppo GazaWeb portiamo connettività dal basso in quello che resta della città
di Gaza, insieme a palestinesi nerd che vivono nella striscia progettiamo una
piattaforma FLOSS per raccogliere le memorie digitali, film e foto, in uno
spazio sicuro. Disertiamo gli immaginari del dominio, costruiamo il mondo che
vogliamo, partiamo dalle nostre scelte quotidiane e lentamente trasformiamoci,
insieme.
APPROFONDIMENTI
* Donatella Della Ratta, Israele e Palestina, come l’IA ci prepara alla
brutalità che verrà, su Micromega, 12 maggio 2025
* Noura Tafeche, The Kawayoku Tales: Aestheticisation of Violence in Military,
Gaming, Social Media Cultures and Other Stories, Aksioma, 2024
* CIRCE, Tutti i bro del presidente, Gli Asini Rivista, 28 gennaio 2025.
* Ippolita, Etica Hacker e Anarco-capitalismo, 2018
* Ippolita, Nell'Acquario di Facebook, La resistibile ascesa
dell'anarco-capitalismo, Ledizioni, 2012 (p. 81-85)
* Dena Takruri, What Happens When American Billionaires Build A Private City In
Your Country, Al Jazeera, 2025 (video)
È una straordinaria resa dei conti con il nostro passato e la nostra Storia
(politica, culturale e sociale), quella che Giampiero Mughini, regala ai lettori
con il suo Controstoria dell’Italia. Dalla morte di Mussolini all’era
Berlusconi (Bompiani, 2024). Un viaggio a ritroso in oltre settant’anni di vita
politica e culturale – mischiando storia e memoria, critica e indagine – tra
libri, immaginari e personaggi che hanno cambiato e condizionato la storia
italiana. Dagli aneliti fratricidi e i camaleontismi che hanno accompagnato il
dopoguerra alle guerriglie ideologiche degli anni Settanta passando per i
linciaggi mediatici della Seconda Repubblica. Tra Pasolini, Bilenchi, Ramelli,
Craxi e Berlusconi. Un testo in cui Mughini, intellettuale, scrittore,
giornalista e grande maestro di gusto e di pensiero, ha ricostruito la storia
d’Italia oltre ataviche ripartizioni e lottizzazioni, mostrandone le complessità
e profondità aldilà di pregiudizi atavici e ancestrali antagonismi. Mostrando i
fenomeni più complessi e le figure più discusse del nostro patrimonio storico
culturale attraverso la lente non dell’ideologia o del moralismo, bensì tramite
un approccio capace di restituire ad essi la loro irriducibile complessità e la
loro ineludibile umanità. Ne emerge un documento personale e collettivo, fatto
di tanti voci e personaggi che in qualche modo pone finalmente le condizioni
fondamentali per una vera pacificazione (senza giustificazionismi o
strumentalizzazioni) per la nostra storia nazionale.
Questo 25 aprile sono caduti gli ottant’anni dalla Liberazione. Secondo lei come
è stato affrontato nel nostro Paese il tema della “guerra civile”?
L’ondata di speranze portate dalla Liberazione aveva favorito l’idea che con la
fine del ventennio fascista ci sarebbe stata una palingenesi che avrebbe
costruito una sorta di paradiso terrestre. Tanto che io stesso mi portai dietro
per molti anni l’idea che l’antifascismo ci avrebbe condotto verso un futuro
radioso e perfetto. Però con gli anni capii che la storia è fatta di ambiguità,
di complessità, di esperienze e persone. Tutti fattori che non possono essere
riassunti nella logica bene/male, luce/ombra, buoni/cattivi, uomini e no. Ci
sono, infatti, troppe sfumature intermedie nella realtà e ridurre tale
complessità a questi facili dualismi è un gravissimo errore. Un errore che
spesso ci ha impedito di comprendere la storia del nostro Paese a causa di
vecchie nostalgie e deleterie sacralizzazioni. A distanza di ottant’anni credo,
infatti, che possiamo convenire che con il 25 aprile del 1945 non
iniziò nessuno paradiso terrestre, ma finì per fortuna una tragica e sanguinosa
guerra civile in cui ci furono tanti morti e tante ragioni diverse, alcune
giuste altre sbagliate, che però a distanza di ottant’anni non bisogna
strumentalizzare, bensì studiare e capire. Credo, infatti, che non serva più
continuare a dividersi e a rievocare, con troppa retorica, i fantasmi della
Storia. Servirebbe, invece,solo cercare di affrontarli senza pregiudizi e
preconcetti. Cercando di confrontarci finalmente con le numerose sfumature del
nostro passato.
Ma… c’è ancora nel nostro Paese un anelito fratricida?
No, io credo che non ci sia (per fortuna) un anelito fratricida nella società
italiana. C’è però molta gente che, purtroppo, ancora si avvantaggia di quella
divisione, e che appena può cerca di avvalersi di essa per i propri scopi.
Cercando di sfruttare una polarizzazione, fascismo-antifascismo, che nel 2025
non esiste e non conta niente, per fini strumentali. Purtroppo, la Repubblica
Italiana pur lasciandosi alle spalle un ventennio maledetto e nefasto quanto a
sopraffazioni e violenze, è nata, infatti, nel peggiore dei modi. Marchiata a
sua volta dal gusto del sangue, dalla vendetta, dall’odio reciproco delle
fazioni, dall’esaltazione che della guerra civile facevano quelli che l’avevano
vinta (e per fortuna) grazie agli aerei da bombardamento e ai carri armati degli
americani. E del resto a tutt’oggi, quanti di quelli che nel linguaggio pubblico
diffuso cianciano di “fascismo” e di “anti-fascismo” sanno di che cosa stanno
parlando? Essi ignorano, infatti, quanto fosse stato intricato e complesso il
reticolato della storia politica e morale dell’Italia del Novecento.
A proposito di tale ambiguità mi ha colpito l’episodio del cameriere e di suo
padre che compare nel libro, indicativo delle contraddizioni del dopoguerra. Può
raccontarcelo? E che insegnamento ci dà quell’aneddoto?
Ma sa, i miei genitori erano separati e io andavo a pranzo da mio padre un paio
di volte al mese. Papà parlava poco, pochissimo, giusto l’indispensabile. Con il
passare degli anni diventai uno studente della sinistra radicale nella versione
propria degli anni Sessanta. E sebbene tale visione fosse agli antipodi della
ideologia di mio padre mai, mai una volta, lui obiettò qualcosa alle mie
sfuriate di sinistra radicale, che pure erano ben note nella città in cui
vivevo. Lo fece solo una volta. E qui veniamo alla sua domanda. In quella
occasione eravamo andati a pranzare con mio padre in un ristorante dove i
camerieri erano entrati in sciopero contro il loro datore di lavoro, e il capo
cameriere (leader degli scioperanti) era venuto a salutare mio padre. Nel
momento in cui lui venne al nostro tavolo io giovane studente di sinistra
guardai con estasi quello che mi appariva come un vero ribelle. Quando lui si
allontanò mio padre mi disse, però, poche parole: “Sei un settario. Quel
cameriere che ti piaceva così tanto perché in sciopero era stato a suo tempo un
manganellatore, e io l’ho espulso dal Partito Nazionale Fascista.” Parole che, a
ripetermele oggi che sono passati circa sessant’anni, mi trafiggono ancora come
mi trafissero allora per quanto erano inappellabili. Del resto, sempre le poche
parole che pronunziava mio padre mi trafiggevano.
Com’era suo padre?
Era una brava persona. E posso dire che oggi a distanza di tanti anni solo a
questo tengo, anche io: ad essere una brava persona. Tutto il resto (destra e
sinistra incluse) è cianfrusaglia.
Perché dice che la cultura degli anni del dopoguerra era solo illusoriamente
fatta di uomini nuovi e costruita ex novo?
L’idea che noi ventenni bevemmo a gran sorsate negli anni Sessanta, ossia che a
guerra conclusa e a Liberazione avvenuta si fosse manifestata in Italia una
cultura radicalmente nuova, animata da uomini che avevano poco se non niente a
che vedere con la storia culturale del ventennio, era un’idea che non valeva
nulla. Né più né meno dell’idea, sussurrata una volta nientedimeno che dal
nostro maestro, Norberto Bobbio, che affermava che il fascismo non avesse avuto
una sua “cultura”. Una tesi che sembrava volesse dire che durante il ventennio
non ci fosse stata in Italia una vita culturale degna di questo nome, non ci
fossero stati scrittori, pittori, architetti, riviste di cultura che avessero
lasciato delle tracce. E lo dico senza nulla togliere a quello che rappresentò
per tutti noi ventenni la lettura dei Quaderni che Antonio Gramsci era andato
stilando in una cella fascista e che l’editore torinese Giulio Einaudi aveva
pubblicato dal 1948 al 1951. Certo che era un uomo nuovo l’Antonio Gramsci i cui
scritti potevamo finalmente leggere perché il Tribunale speciale fascista aveva
sì racchiuso il suo corpo, ma non era riuscito a spegnere il suo cervello. Solo
che non tutto della cultura italiana dell’immediato secondo dopoguerra
cominciava e finiva con Gramsci. Anzi. Non erano uomini nuovi o comunque
radicalmente diversi da quel che erano stati nel ventennio dei creatori dal gran
risalto quali l’architetto e designer Giò Ponti, il prodigioso scrittore Alberto
Savinio nonché il suo imponente fratello Giorgio De Chirico, il giornalista e
editore Leo Longanesi, e Mino Maccari. Non lo era Romano Bilenchi o Elio
Vittorini, e neppure quel Bruno Munari che fin dal 1930 era andato trasformando
in oro tutto quel che creava. Come non lo erano l’architetto Luigi Moretti, il
cui genio per essere lui rimasto fascista sino all’ultimo (è morto a sessantasei
anni nel 1973) viene ricordato una volta sì e cinque no. Persino Vitaliano
Brancati che già durante il ventennio aveva preso a scrostare da sé l’iniziale
sua venerazione di Mussolini non lo era; come non lo erano Rossellini e
Visconti. Oppure pensiamo, sempre in questo senso, ai Longhi, ai Praz, agli
Ungaretti. Ciò deve farci riflettere. La storia, specie quella della cultura, è
sempre più complessa di quanto la immaginiamo o di come vorremmo che fosse. Poi
non parliamo del delitto più torvo compiuto dalle ricostruzioni culturali in
auge nell’immediato secondo dopoguerra.
Quale?
Quello per cui si spiegava tutto e ogni cosa in nome della partizione avversante
tra l’Italia dei tempi dominati dal fascismo e l’Italia sopravvenuta dopo la
Liberazione. Una partizione talmente secca da aver cancellato d’un colpo solo
una delle avanguardie più frastornanti e geniali dell’intero Novecento europeo,
quel futurismo marinettiano che per trent’anni s’era completamente avviluppato
con il fascismo e con la sua topografia ideale.Furono, infatti, così cancellati
i libri creativamente strepitosi di Fortunato Depero (un altro che rimase
fascistissimo fino all’ultimo), i quadri di Mario Sironi, il succulento libro di
esaltazione della “cucina futurista” a firma di Marinetti e Fillia. Per fortuna
qualcosa sta cambiando e le ragioni dell’arte possono essere riscoperte.
Quale è l’orgoglio e il fondale che accompagna questa controstoria di cui parla
nel libro? E perché ha scritto questo testo?
Quello di cui sono più orgoglioso e che costituisce il vero significato della
“controstoria” che ho scritto è il tentativo di rimuovere via via i presupposti
di quella guerra civile che aveva insanguinato l’Italia tra il 1943 e il 1945, e
di cui sono stati in molti ad avere nel dopoguerra come una sorta di nostalgia.
E dunque darsi ad affrontare ciascun personaggio rilevante, ciascun momento
politico della nostra storia, ciascun comparto della nostra scena culturale non
con l’aria di chi ha già etichettato tutto, ma con la volontà di andare
scoprendone ogni volta un versante rimasto nascosto e offrirlo a un lettore che
non sia accecato dalle sue convinzioni. Tutto l’opposto della cancel culture che
ripete ad ogni riga ossessivamente le stesse prosopopee e sempre quelle, e cioè
fondamentalmente che il Bene è meglio del Male. E questo tanto più oggi che le
topografie del Novecento cui ci eravamo abituati sono saltate tutte. Solo che
questo darsi addosso reciproco è divenuto per molti una necessità ossessiva,
incuranti come sono che da tempo siamo entrati in un nuovo millennio della
storia umana. Anzi tale condizione è divenuta, quasi, una mania nell’attuale
sistema politico-partitico italiano, dove in mancanza di meglio le parti
contrapposte (quali parti poi esattamente?) non la smettono di alimentare ogni
volta inesauribili litigi su questioni emotive e insignificanti. Tutte questioni
che ti sbattono addosso se entri in uno studio televisivo a commentare il
presente e che mi fanno appisolare al solo rievocarle.
Uno degli ultimi capitoli è quello su Silvio Berlusconi. Le volevo chiedere come
Silvio Berlusconi ha cambiato la politica italiana, la politica dei partiti, e
l’immaginario italiano?
Nei primi anni Novanta i partiti ansimavano e allora la figura di quest’uomo
talmente ricco, talmente potente e se non anche talmente abile ha preso il
sopravvento.
Lei crede che ormai i partiti non esistano più? Avevano cominciato a non
esistere già allora. Un partito, del resto, per esistere deve essere fatto da
uomini che hanno delle certezze assolute e che sulla base di quelle certezze
assolute si comportano e agiscono giorno per giorno seguendo una determinata
visione. Tutto questooggi non esiste. Da Berlusconi in poi la scena politica
italiana sarebbe divenuta, invece, il teatro di un unico e asfissiante
referendum politico e morale pro o contro Berlusconi, il teatro di una inesausta
e rabbiosa colluttazione permanente tra berlusconiani estatici e
antiberlusconiani ostinatissimi.
Secondo lei, dal ricordo che sta emergendo della figura di Sergio Ramelli allo
sdoganamento dei pregiudizi su Bettino Craxi, si sta cercando di costruire una
narrazione unificante nella società italiana?
Purtroppo, prima il nome di Sergio Ramelli non veniva neppure pronunciato, tanto
che per alcuni era uno che era morto quasi per un’infezione sconosciuta. Invece,
adesso onestamente sono contento di notare che il nome di Ramelli viene
pronunciato… e questa è una grande fortuna. Per quanto riguarda Craxi, vorrei
sottolineare che è morto da esule della nostra patria, mentre qualcuno diceva
che era un latitante… Anche se non sfugge, o almeno non sfugge a chi ha un
occhio minimamente esercitato, che sia stato uno dei grandi uomini politici
della nostra epoca. Per tale motivo sono soddisfatto che finalmente gli stiano
tributando l’attenzione e il rispetto che merita e che avrebbe meritato
soprattutto nell’ultima fase della sua vita.
In questo senso, quali sono stati, gli eventi che hanno accompagnato questa sua
presa di coscienza, questa sua evoluzione oltre la logica dello scontro frontale
degli anni Sessanta e Settanta?
Moltissimi. Lei ha citato giustamente un evento come la morte di Ramelli, ma in
quegli anni furono troppi gli episodi che mi fecero prendere coscienza di quella
situazione insostenibile che si stava sviluppando in Italia. Iniziai a sentire,
col passare degli anni, sempre di più la cognizione di quest’aria fratricida di
cui abbiamo parlato e che volevo superare. Ed anche da questa cognizione
nacque Compagni addio. Un testo che in tale ottica segnò uno spartiacque tanto
nella mia vita quanto nei miei libri.
Ci sono varie personalità in questa Controstoria dell’Italia, descritte anche
con toni letterari, ma quali sono stati, dei personaggi citati nel testo, quelli
che l’hanno più colpita, che l’hanno più cambiata?
Tanti, talmente tanti, che non riuscirei ad elencarli tutti. Certamente non
posso non citare una figura come Norberto Bobbio, che è stato per un lungo
momento un personaggio nel quale io ho visto un mio riferimento. Ma ce ne sono
tanti altri. Nella politica, forse, le direi Ugo La Malfa, una figura
che stimavo molto. Però è estremamente difficile scegliere.
Lei ha detto che la morte di Giovanni Gentile non è così diversa dall’omicidio
di Matteotti. Perché?
Mi pare evidente, anche perché non riesco a comprendere in che cosa tali morti
dovrebbero essere diverse. Giovanni Gentile non aveva fatto nulla di male,
semplicemente è stato un filosofo e un intellettuale che ha continuato ad essere
dalla parte che aveva sostenuto per oltre vent’anni. Matteotti, allo stesso
modo, aveva semplicemente fatto un discorso alla Camera, presentando la sua
coerente e intransigente visione politica. Entrambi sono stati uccisi da una
violenza cieca, fratricida, crudele solo perché erano visti come dei simboli da
distruggere. Ma dietro quei simboli c’erano grandi uomini che avevano cercato di
cambiare il loro paese e che sono stati uccisi da innocenti. Quindi sono due
morti che si somigliano, che si somigliano pazzescamente. Pertanto porto a
queste due figure il medesimo profondo rispetto che meritano.
Francesco Subiaco
L'articolo Italia, una Repubblica fondata sulla vendetta. Dialogo con Giampiero
Mughini proviene da Pangea.
7 anni di merende
APERTURA PORTE H 18.30TALK H 19
“La violenza è anche un algoritmo. Immaginari dell’orrore da Israele a Trump"
con Donatella Della Ratta, Noura Tafeche, Agnese Trocchi.
--------------------------------------------------------------------------------
Negli scorsi mesi abbiamo interrogato la Palestina dalla lente dei movimenti
femministi e queer, e delle narrazioni mediatiche, apprendendo come il genocidio
e l’occupazione di Israele di G4za e la Cis Giordania stiano mostrando al mondo
occidentale che la linea di demarcazione tra dicibile e indicibile è un confine
costruito dal dominio coloniale, e nasconde una realtà differente, fatta di
sopraffazione, violenza, morte. Come è possibile assistere a un genocidio in
diretta senza che il mondo si fermi? Cosa rende accettabile ai nostri occhi le
immagini di orrore che continuano a fluire dagli account delle poche persone
rimaste a poter raccontare quanto accade? Qual è il legame tra gli scenari
coloniali, espansionistici e militari – quelli già reali e quelli sempre più
profetizzati – e ciò che avviene nei processi cognitivi delləutenti sulle
piattaforme digitali? Facciamo oggi un passaggio in più, e scopriamo come tutto
questo sia possibile perché trova radicamento in un piano del reale
“intangibile” ma non meno pressante: quello delle tecnologie, delle AI, delle
immagini e degli immaginari digitali che ci attraversano quotidianamente, e che
dobbiamo imparare a conoscere e manipolare. A partire da due articoli usciti su
NOT, apriamo questa Merenda con una conversazione con Donatella Della Ratta,
docente di comunicazione alla John Cabot di Roma, specializzata in media, arte e
culture dei paesi arabi, e Noura Tafeche, artista visiva e ricercatrice
indipendente che si muove tra media studies, arti visive e culture digitali,
attraversando insieme le loro ricerche più recenti. A condurre la conversazione
sarà Agnese Trocchi, scrittrice, artista e Digital Communication Manager con una
provenienza da un background di media attivismo e hacking. Domenica 18 maggio a
MerendeSOUNDSpecial guests ***Kukii ãssia ghendirMica Levi Residents*Bosco
Marino Bunny Dakota EgeenoOFFERTE A CURA DI: ldelogu enricoschiro
#ivonneastrologia valentinamadeinchina ilamumila #gelatomanzia e la
partecipazione di amar3_____ tiresia.magazine INFOangelomairoma10 EURO + TESSERA
ARCI 24/25 (La quota sociale24/25 è di 8 euro ed è valida fino al 30 settembre
2025).Una parte dell’incasso sarà devoluto all’associazione Gazzella Onlus✨PER
CUSTODIRE L’ENERGIA E LO SPAZIO DESIDERABILE PER LA COMUNITÀ QUEERE TUTTƏ LE
ALLEATƏ, L’INGRESSO SARÀ A DISCREZIONE DELLO STAFF ✨
DENTRO L’UNICO CORPO DI MERENDE TUTT* POSSONO ESPRIMERE LE PROPRIE IDENTITÀ
MULTIPLE, NEL RISPETTO DI QUELLE ALTRUI E DELLO SPAZIO IN CUI SI MUOVONO. NO
RACISM, NO SEXISM, NO HARASSMENT, NO OMOTRANSPHOBIA, NO AGEISM, NO ABLEISM, NO
BODYSHAMING, NO HATE.NO SHOES NO MACHOS. NO GENOCIDEFree Palestine
imagine by Noura Tafeche tratta dal video essay The Kawayoku Inception