> “Quella del ‘matrimonio della camorra’ è chiaramente una battuta. Capisco,
> però, che la cosa si presti ad essere interpretata male. Per questo voglio
> chiarire un punto: io adoro Napoli e adoro la musica napoletana. La scorsa
> settimana ero all’Augusteo per lo spettacolo di Branduardi e mi sono ricordato
> di quando portai i miei figli da bambini ad ascoltare l’orchestra di Renzo
> Arbore che ha contribuito a portare nel mondo la meravigliosa tradizione della
> canzone napoletana. Io adoro Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, la
> Nuova Compagnia di Canto Popolare, i fratelli Bennato, Tony Esposito, ma
> proprio per questo non mi piace Sal Da Vinci. Lui rappresenta la Napoli come
> la pensano e la vorrebbero i detrattori della città, quelli che non la amano.
> Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci”.
>
> Aldo Cazzullo citato da Napoli Today , 5 marzo 2026
Ebbene sì, oggi vogliamo parlare della recentissima polemica innescata da Aldo
Cazzullo, uno dei giornalisti più in vista del panorama italiano, punta di
diamante del Corriere della Sera e divulgatore televisivo nazional-popolare,
ospite ricorrente di salotti e talk-show, ovviamente personaggio permaloso come
sono le star – pronto a bollare come “poveraccio frustrato” chi lo critica, si
veda l’editoriale di qualche tempo fa del nostro direttore – e incline al
commento liquidatorio, lanciato anche dal trono della sua rubrica delle lettere
sul quotidiano. Si dice che per i vip il delirio di onnipotenza stia dietro
l’angolo, e qui sembra che Aldo Cazzullo ci sia finito in pieno, rispondendo ad
alcuni lettori che gli chiedevano lumi sul vincitore canoro dell’ultimo festival
di Sanremo. Nel definire il brano cantato da questo Sal Da Vinci (di cui
felicemente ignoravamo l’esistenza) come una canzone “banale e scontata”,
Cazzullo è arrivato a scrivere: “potrebbe essere la colonna sonora di un
matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone”,
sollevando un monte di reazioni. Ma qui, più che la triviale relazione
semantica matrimonio napoletano = matrimonio di camorra, diventa interessante la
successiva estensione della sua critica all’intero stato culturale del Paese:
> “Resta l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui
> chiunque possa fare qualsiasi cosa. Chiunque può allenare la Nazionale,
> chiunque può fare il presidente del Consiglio, chiunque può fare il capo
> dell’opposizione, al prossimo giro chiunque potrà fare il presidente della
> Repubblica; e Sal Da Vinci può vincere il festival di Sanremo”.
Ora, poiché esiste un intero sotto-mondo di internet pronto all’indignazione e
al linciaggio, sorprende che un Cazzullo non si capaciti che i social – non
potendo fargli lo scalpo – lo stiano sbranando, e si terrorizzi perché in tv una
presentatrice tuona che la sua è un’osservazione inaccettabile, al punto di
telefonarle angustiato in diretta: “Amici napoletani mi riferiscono che Caterina
Balivo dice che ce l’ho con Napoli, consentimi di intervenire”; e poi che
rilasci verbose interviste radiofoniche, da cui è tratta la citazione in
epigrafe, e poi ci torni con una seconda rubrica, in cui sostiene che ama Napoli
con tutto il cuore, che ama i suoi artisti, che ha amici napoletani e via
perorando, finendo in pratica per spiegare quale napoletanità è giusta e quale
sbagliata, in quella specie di delirio di onnipotenza – appunto – che può
insidiare autori che a suon di bestseller e consenso pilotato si sono fatti le
budella d’oro.
Tuttavia, riteniamo molto vero ciò che Cazzullo ha affermato nella chiusa del
suo articolo, sintetizzato dal titolo stesso: l’Italia è il Paese dove chiunque
può fare qualsiasi cosa. Ed è così: da tempo ci si lamenta del fatto che oggi
“tutti possono fare tutto”, a partire dagli anni d’oro del berlusconismo.
Tralasciando il pioniere che per primo ruppe il tabù – quel Marco Pannella che
nei favolosi anni Ottanta spedì in parlamento la pornostar Ilona Staller –, nel
tempo abbiamo visto soubrette e escort entrare in politica, vallette e tronisti
fare le attrici e gli attori, magistrati e bancari fare ambiziosamente i
romanzieri, terroristi fare gli scrittori noir, persino un vecchio dirigente di
partito e vicepresidente del Consiglio dei Ministri diventare scrittore di buone
vendite. Va da sé che la categoria dei giornalisti è quella che si è sentita più
legittimata a buttarsi nella letteratura, quasi rivendicandone la primazia,
sebbene il passaggio dalla carta stampata all’empireo letterario non sia
necessariamente giustificato dall’appartenenza professionale, anzi, spesso
nemmeno deontologicamente lecito.
Prendiamo l’esempio del nostro ospite Aldo Cazzullo, della città di Alba.
Quindici anni fa veniva già definito nelle schede promozionali “inviato
del Corriere della Sera e scrittore di numerosi saggi storici”: con l’andazzo
del “tutti possono fare tutto” consolidatosi nei primi anni Duemila, anche lui –
giornalista noto – decise di diventare scrittore letterario da inserire nella
prestigiosa Collezione scrittori italiani e stranieri di Mondadori, con La mia
anima è ovunque tu sia. Un delitto, un tesoro, una guerra, un amore. Le
recensioni apparse sul web, per questo esordio, si impostarono per lo più come
schede promozionali mascherate, di cui indichiamo un esempio:
> “Quest’opera, straordinariamente originale e viva nonostante la brevità e una
> scrittura veloce, scabra e incalzante, mischia sapientemente tutte le
> caratteristiche principali di generi che vanno per la maggiore ai giorni
> nostri come noir e romanzo rosa non rinunciando tuttavia ad uno sguardo
> inatteso e puntuale sulle vicende che hanno portato alla formazione della
> nazione italiana come oggi la concepiamo. Una storia epica e di grande
> respiro, ambientata nelle Langhe, che contrappone la guerra a bassezze,
> terribili segreti e passioni amorose di uomini comuni in un crescendo di
> emozioni che culmineranno in un colpo di scena finale che lascerà spiazzato il
> lettore. Una grande metafora insomma della nostra identità e un romanzo
> sull’origine dell’Italia di oggi, sulle ragioni profonde dell’odio e
> dell’amore che ci tiene, nonostante tutto, uniti”.
Righe povere di punteggiatura ma piene di parole grosse: una grande
metafora, straordinariamente originale, storia epica, i terribili segreti, le
ragioni profonde dell’odio e dell’amore, colpo di scena finale. Sorvolando su
questa terminologia, che sciorinata in questo modo si qualifica da sé, guardiamo
piuttosto cosa possono averne pensato i lettori dotati di qualche spirito
critico, ovvero i veri lettori. Sul sito IBS qualche utente fece sentire la sua
voce, con argomentazioni non proprio superficiali: cominciamo da Livio Berardo,
presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo:
> “Il primo romanzo di Aldo Cazzullo e un fallimento. È un libricino
> striminzito, più scheletro di una storia che narrazione compiuta, senza
> approfondimento dei caratteri e descrizione degli ambienti, senza elaborazione
> di una autonoma cifra espressiva. La frettolosa spruzzatina di qualche parola
> in piemontese non solo segnala una puerile emulazione di Beppe Fenoglio, ma
> introduce quasi sempre stacchi di comicità nei momenti meno opportuni. Il
> genere del romanzo è incerto, se non ambiguo. Racconto di pura fantasia? Ci
> sono troppe allusioni a fatti e persone per consentire una simile definizione.
> Quella del tesoro della 4a Armata non è leggenda, perché dopo l’8 settembre
> del ‘43 la cassa dalla Francia fu trasportata proprio ad Alba. Grottesco il
> trucco escogitato per far sembrare fantastica la città in cui e ambientato il
> racconto: vicino ad Alba Cazzullo colloca un lago e così Alba diventa
> Albalonga (ci mancano solo gli Orazi e i Curiazi). Come si possono definire
> personaggi inventati un imprenditore di successo ex partigiano e un altro,
> fondatore di un’azienda anche più grande, molto legato alla Curia? Con queste
> caratteristiche ad Alba ci sono state esattamente due e solo due figure: il
> padre di Oscar Farinetti e Pietro Ferrero. Romanzo storico allora? Nemmeno per
> sogno, perché l’autore rifiuta la classificazione. Dietro non ci sono lo
> studio e la ricerca necessari. Dall’ambiguità del genere letterario
> scaturiscono due messaggi qualunquistici. Il primo: il «miracolo economico» di
> Alba nel dopoguerra è decollato grazie a delle appropriazioni indebite o
> rapine. Il secondo messaggio distorto riguarda la resistenza, vista come un
> cumulo di agguati, rapine e vendette. Manco farlo apposta, i più pronti o
> efferati a calarsi in quel genere di avventure sono i «rossi». A puntare il
> mitra in faccia al parroco della Moretta e farsi consegnare il denaro nella
> storia reale non sono stati dei garibaldini, bensì dei fascisti, sgherri del
> federale torinese Solaro!”.
Quando la versione di regime vuol farci credere che Cazzullo “mischia
sapientemente” i “generi che vanno per la maggiore”, un lettore non pilotato
riesce invece a vedere che alla storia mancano sia una struttura sia un minimo
di personalità. Come se non bastasse, un altro lettore si ribella in modo
deciso: “Sono esterrefatto. Questo libro, che ho letto in un paio d’ore durante
un viaggio in treno, è in sostanza la fotocopia di un libro di un paio d’anni
fa, che s’intitolava ‘I nostri occhi sporchi di terra’, di Buzzolan. Stessa
struttura passato-presente, stesso mistero (omicidio legato al passato
resistenziale su cui si indaga nell’oggi). Insomma un’operazione che a me pare
grave e, oltretutto, maldestra. Leggere per credere”.
Un bel curriculum per il primo romanzo di Aldo Cazzullo pubblicato nella collana
“Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori, non trovate? La città di Alba nei
giorni della Liberazione raccontata in versione light, per bocche buone che non
hanno voglia di dilungarsi in un inquadramento storico, un’introspezione
psicologica o altre simili baggianate. Si va subito al punto, con scrittura
secca, inconcludente e senza nerbo. È lo stesso sottotitolo in copertina a
spiegare i quattro elementi della storia: un delitto, un tesoro, una guerra, un
amore, come se si fosse davanti a un pacco di biscotti: leggeri, naturali, con
miele, senza olio di palma. Piccoli strilli inverecondi, che non hanno il minimo
rispetto per il lettore. E il prodotto come si presenta? Ha 128 pagine, ma solo
119 sono utili al racconto; la stampa è ovviamente in caratteri grandi, per
stirare l’inconsistenza; le 119 pagine sono divise in 45 capitoli
– quarantacinque, avete capito bene –, più una nota dell’autore. Quindi, quanto
può essere lungo ciascun capitolo? Due pagine? Prendiamone uno a caso:
> “Alba, martedi 27 aprile 2011, ore 10 – Non si e mai capito bene perché lo
> abbia fatto. Perché poi in pieno giorno, come per una confessione. Come
> dovesse rivendicare anche l’altro delitto, per nascondere qualcosa, o coprire
> qualcuno. Vergnano aveva aperto la porta senza guardare. Era l’ora del
> postino. Bella mossa, per un killer. Ma Alberto non ci aveva pensato. La sua
> vittima se lo trovò di fronte, con il fucile in mano. Non tentò neppure di
> chiudere la porta. Fece qualche passo indietro, portando d’istinto le braccia
> avanti, quasi per parare il colpo. La prima fucilata gli trapassò le mani,
> come a un Cristo. Alberto usci con calma, mentre i vicini si affacciavano per
> capire cosa succedeva. Andò a consegnarsi in questura come se uscisse a
> passeggio”.
Questo è il capitolo 39, integrale, che occupa metà della pagina 108. Come se
fosse il punto di una sinossi, quella che gli editori chiedono sempre più spesso
a chi propone un’opera. In fondo, a cosa potrebbe servire dare più respiro a una
situazione, introdurre ciò che verrà, definire un personaggio, o un pensiero? A
nulla, perché questo “cazzullismo” narrativo sembra postulare la furbizia della
scarnificazione meccanica, dell’alternarsi di vuoto e pieno solo per gonfiare le
pagine. In pratica, la scimmiottatura del minimalismo esistenziale alla Erri De
Luca, fatta con taglio giornalistico. L’intrigo della storia si aggancia a un
tesoro trafugato dai partigiani ad Alba alle soglie del 25 aprile 1945, e dopo
sessantasei anni arriva il “giallo” dell’assassinio di uno di quei partigiani.
Poi? Niente, tutto qui. Da un romanzo fatto di capitoli lunghi una pagina o due,
talvolta tre, che si pretende? Non si possono fare miracoli. Al capitolo 30,
lungo ben ventuno righe, vediamo una scena di sesso:
“«Uno!»
La voce di Sylvie chiamava i colpi con tono alto, spavaldo, per poi piegarsi in
un singulto roco.
«Due!»
Roberto Moresco all’inizio aveva esitato. Poi aveva capito che non doveva farlo
per sé, ma per lei.
«Tre!»
La schiena sottile di Sylvie iniziava a rigarsi.
«Quattro!»
Anche Roberto cominciava a prenderci gusto. Gli era già successo. Mai però con
donne preziose e delicate quanto Sylvie.
«Cinque!»
Il suo punto più bello era dove la vita stretta si allargava su un bel culo
candido, su cui risaltavano i segni rossi.
«Sei!»
Roberto attenuò il colpo. Gli pareva di sciupare quella meraviglia.
«Sette!»
Sylvie lanciò un urlo di dolore. Lui fece per chiedere scusa.
«Otto!»
Si presero con disperata intensità. Poi lui la strinse e cominciò a parlarle
all’orecchio. Stavolta si raccontarono senza reticenze, con la confidenza
assoluta di un uomo e di una donna che non hanno avuto pudore. Rimasero a lungo
abbracciati, per un tempo senza minuti né ore, a conversare in sussurri”.
Sul fatto che le scene di sesso siano rivelatrici della qualità di uno scrittore
non serve puntualizzare; e alle pagine 26 e 27 non può mancare l’immancabile,
ovvero l’ispettore gourmet che spiega la ricetta:
> “L’ispettore pensò di andare a vedere le carte subito, e cavare all’oste quel
> che sapeva. Poi si disse che non valeva la pena far freddare le lumache e la
> fonduta. Non è vero che il tartufo si apprezza di più con l’uovo. L’uovo è
> sempre troppo cotto o troppo poco. Naviga nell’olio, peggio se olio al
> tartufo. Il rosso è troppo carico di sapore, e il bianco non sa di niente.
> Molto meglio la fonduta. Solo allora il tartufo, tagliato sottile, sprigiona
> un profumo cosi intenso che pare davvero di essere sepolti nella terra. E a
> quel punto anche una barbera di Tibaldi, come quella che gli consentiva il suo
> stipendio da statale, poteva andare benissimo. L’ispettore si versò ancora un
> sorso, per accompagnare l’ultima lumaca. Amava quel sapore da ostrica volgare,
> di terra. Poi chiese il conto. Notò che era ormai considerato uno del posto,
> visto che gli portarono un foglio di carta a quadretti, con lo sconto segnato
> a matita. Una frode fiscale con la complicità di un ispettore di polizia. A
> Napoli non avrebbero fatto meglio. Pagò, senza lasciare la mancia, e chiamo la
> questura, per sapere dove l’avevano scorciato, Domenico Moresco”.
Per fortuna, oggi sembriamo usciti dal tunnel dei vari Montalbàn, Montalbano e
gli epigoni che hanno imposto scimmiottature del genere. Per chiudere, vediamo
già qui il topos che oggi è costato a Cazzullo un massacro mediatico: riguardo
all’evasione fiscale, “a Napoli non avrebbero fatto meglio”. Non è magnifico? E
non si può dimenticare quella che è stata la gloriosa eminenza grigia, il
collega “critico”, l’inscalfibile e inimitabile book-jockey Antonio D’Orrico:
pensare che non avrebbe avuto un ruolo in questa incursione di Cazzullo nella
prestigiosa collana “Scrittori italiani e stranieri” è inconcepibile. Infatti,
il romanzo andò il libreria con l’opportuna fascetta dorrichiana, dal tono secco
e potente:
> “Un romanzo spietato e inesorabile, che colpisce al cuore. Come una vendetta
> servita fredda”.
Paolo Ferrucci
L'articolo Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode
all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa” proviene da
Pangea.
Tag - Italia
La costruzione di data-center è in aumento in tutto il mondo per far fronte alle
esigenze di calcolo e di storage della cosidetta Intelligenza Artificiale Di
pari passo crescono le proteste contro la costruzione di questi eco-mostri
particolarmente energivori ed ecologicamente impattanti.
A quanto pare le proteste hanno spesso successo.
negli Stati Uniti, secondo la rete di ricerca e attivismo Data center watch, nel
secondo trimestre del 2025 venti progetti sono stati sospesi o bloccati, per un
valore di 98 miliardi di dollari. Lo scorso 8 dicembre una coalizione di più di
230 gruppi ambientalisti ha richiesto una moratoria nazionale sui nuovi data
center negli Stati Uniti, sollecitando il congresso a fermare la diffusione di
strutture ad alto consumo energetico.
Nelle città dell’Europa del nord la rete non può reggere ulteriori
infrastrutture che richiedono un alto consumo di energia, a meno di investimenti
troppo costosi. E così, quando Amsterdam, Francoforte, Londra e Dublino hanno
messo in pausa nuove autorizzazioni, l’attenzione si è spostata su Milano,
destinata a diventare un nuovo hub a livello europeo. Così anche in Italia sono
nati comitati di cittadini che protestano contro la costruzione di nuovi
data-center, supportati anche da associazioni ecologiste.
Fonti:
* Internazionale, L’intelligenza artificiale fa nascere data center e proteste
* [Irpi Media, I data center si mangiano la terra (ancora) verde. Due casi in
Lombardia](I data center si mangiano la terra (ancora) verde. Due casi in
Lombardia)
* Mappa dei Data Center
* PuntoInformatico, Microsoft, cinque promesse per placare la rivolta anti-Data
Center
* ANSA, Crescono i movimenti 'anti IA', preoccupano lavoro e data center
Matteo Piantedosi è intervenuto all’evento per i 20 anni del Centro nazionale
anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche
(Cnaipic).
Il ministro dell’Interno ha indicato questo nuovo bilanciamento di diritti a cui
spera le piattaforme di messaggistica (da WhatsApp a Signal fino a Telegram) si
adeguino presto per consentire alle Forze dell’Ordine di “rompere” la
crittografia end-to-end per le attività investigative contro i cyber criminali.
“Le policy delle grandi piattaforme sono molto incentrate sull’offerta della
privacy degli utenti”, ha osservato Piantedosi. “Io credo”, ha aggiunto il
ministro, “che il bilanciamento di interessi, tra libertà democratiche,
costituzionalmente garantite, e elementi di sicurezza è il vero snodo su cui si
gioca la sfida del futuro, ossia tra la attività di Polizia per contrastare i
crimini e la privacy”.
Durante lo stesso evento, il prof. Sala ha dichiarato “secondo me una soluzione
su cui lavorare c’è per consentire gli scopi della Forze dell’Ordine, perché,
essendo l’algoritmo crittografico una forma matematica, il modo in cui è
utilizzato e l’ambiente in cui è sviluppato, permette dei margini in cui si può,
in qualche modo, indebolire un pochino la sicurezza del sistema, tenendola,
però, sempre accettabile, consentendo quindi le investigazioni della Polizia”.
Quindi, come aveva già annunciato il ministro in estate, il governo italiano
sarebbe al lavoro per ridurrre il livello di sicurezza della crittografia end to
end, per favorire le attività poliziesche: “Una nuova autorità pubblica sotto il
Ministero dell’Interno – in particolare presso la Polizia Postale – per vigilare
sui servizi di messaggistica crittografata come WhatsApp, Signal e Telegram”
Quindi, se Chat Control sembra per il momento bloccato, in Italia già si pensa a
un sistema simile, che ci porterebbe a essere molto vicini ai regimi
dittatoriali come Cina e Russia.
Fonte web
È una straordinaria resa dei conti con il nostro passato e la nostra Storia
(politica, culturale e sociale), quella che Giampiero Mughini, regala ai lettori
con il suo Controstoria dell’Italia. Dalla morte di Mussolini all’era
Berlusconi (Bompiani, 2024). Un viaggio a ritroso in oltre settant’anni di vita
politica e culturale – mischiando storia e memoria, critica e indagine – tra
libri, immaginari e personaggi che hanno cambiato e condizionato la storia
italiana. Dagli aneliti fratricidi e i camaleontismi che hanno accompagnato il
dopoguerra alle guerriglie ideologiche degli anni Settanta passando per i
linciaggi mediatici della Seconda Repubblica. Tra Pasolini, Bilenchi, Ramelli,
Craxi e Berlusconi. Un testo in cui Mughini, intellettuale, scrittore,
giornalista e grande maestro di gusto e di pensiero, ha ricostruito la storia
d’Italia oltre ataviche ripartizioni e lottizzazioni, mostrandone le complessità
e profondità aldilà di pregiudizi atavici e ancestrali antagonismi. Mostrando i
fenomeni più complessi e le figure più discusse del nostro patrimonio storico
culturale attraverso la lente non dell’ideologia o del moralismo, bensì tramite
un approccio capace di restituire ad essi la loro irriducibile complessità e la
loro ineludibile umanità. Ne emerge un documento personale e collettivo, fatto
di tanti voci e personaggi che in qualche modo pone finalmente le condizioni
fondamentali per una vera pacificazione (senza giustificazionismi o
strumentalizzazioni) per la nostra storia nazionale.
Questo 25 aprile sono caduti gli ottant’anni dalla Liberazione. Secondo lei come
è stato affrontato nel nostro Paese il tema della “guerra civile”?
L’ondata di speranze portate dalla Liberazione aveva favorito l’idea che con la
fine del ventennio fascista ci sarebbe stata una palingenesi che avrebbe
costruito una sorta di paradiso terrestre. Tanto che io stesso mi portai dietro
per molti anni l’idea che l’antifascismo ci avrebbe condotto verso un futuro
radioso e perfetto. Però con gli anni capii che la storia è fatta di ambiguità,
di complessità, di esperienze e persone. Tutti fattori che non possono essere
riassunti nella logica bene/male, luce/ombra, buoni/cattivi, uomini e no. Ci
sono, infatti, troppe sfumature intermedie nella realtà e ridurre tale
complessità a questi facili dualismi è un gravissimo errore. Un errore che
spesso ci ha impedito di comprendere la storia del nostro Paese a causa di
vecchie nostalgie e deleterie sacralizzazioni. A distanza di ottant’anni credo,
infatti, che possiamo convenire che con il 25 aprile del 1945 non
iniziò nessuno paradiso terrestre, ma finì per fortuna una tragica e sanguinosa
guerra civile in cui ci furono tanti morti e tante ragioni diverse, alcune
giuste altre sbagliate, che però a distanza di ottant’anni non bisogna
strumentalizzare, bensì studiare e capire. Credo, infatti, che non serva più
continuare a dividersi e a rievocare, con troppa retorica, i fantasmi della
Storia. Servirebbe, invece,solo cercare di affrontarli senza pregiudizi e
preconcetti. Cercando di confrontarci finalmente con le numerose sfumature del
nostro passato.
Ma… c’è ancora nel nostro Paese un anelito fratricida?
No, io credo che non ci sia (per fortuna) un anelito fratricida nella società
italiana. C’è però molta gente che, purtroppo, ancora si avvantaggia di quella
divisione, e che appena può cerca di avvalersi di essa per i propri scopi.
Cercando di sfruttare una polarizzazione, fascismo-antifascismo, che nel 2025
non esiste e non conta niente, per fini strumentali. Purtroppo, la Repubblica
Italiana pur lasciandosi alle spalle un ventennio maledetto e nefasto quanto a
sopraffazioni e violenze, è nata, infatti, nel peggiore dei modi. Marchiata a
sua volta dal gusto del sangue, dalla vendetta, dall’odio reciproco delle
fazioni, dall’esaltazione che della guerra civile facevano quelli che l’avevano
vinta (e per fortuna) grazie agli aerei da bombardamento e ai carri armati degli
americani. E del resto a tutt’oggi, quanti di quelli che nel linguaggio pubblico
diffuso cianciano di “fascismo” e di “anti-fascismo” sanno di che cosa stanno
parlando? Essi ignorano, infatti, quanto fosse stato intricato e complesso il
reticolato della storia politica e morale dell’Italia del Novecento.
A proposito di tale ambiguità mi ha colpito l’episodio del cameriere e di suo
padre che compare nel libro, indicativo delle contraddizioni del dopoguerra. Può
raccontarcelo? E che insegnamento ci dà quell’aneddoto?
Ma sa, i miei genitori erano separati e io andavo a pranzo da mio padre un paio
di volte al mese. Papà parlava poco, pochissimo, giusto l’indispensabile. Con il
passare degli anni diventai uno studente della sinistra radicale nella versione
propria degli anni Sessanta. E sebbene tale visione fosse agli antipodi della
ideologia di mio padre mai, mai una volta, lui obiettò qualcosa alle mie
sfuriate di sinistra radicale, che pure erano ben note nella città in cui
vivevo. Lo fece solo una volta. E qui veniamo alla sua domanda. In quella
occasione eravamo andati a pranzare con mio padre in un ristorante dove i
camerieri erano entrati in sciopero contro il loro datore di lavoro, e il capo
cameriere (leader degli scioperanti) era venuto a salutare mio padre. Nel
momento in cui lui venne al nostro tavolo io giovane studente di sinistra
guardai con estasi quello che mi appariva come un vero ribelle. Quando lui si
allontanò mio padre mi disse, però, poche parole: “Sei un settario. Quel
cameriere che ti piaceva così tanto perché in sciopero era stato a suo tempo un
manganellatore, e io l’ho espulso dal Partito Nazionale Fascista.” Parole che, a
ripetermele oggi che sono passati circa sessant’anni, mi trafiggono ancora come
mi trafissero allora per quanto erano inappellabili. Del resto, sempre le poche
parole che pronunziava mio padre mi trafiggevano.
Com’era suo padre?
Era una brava persona. E posso dire che oggi a distanza di tanti anni solo a
questo tengo, anche io: ad essere una brava persona. Tutto il resto (destra e
sinistra incluse) è cianfrusaglia.
Perché dice che la cultura degli anni del dopoguerra era solo illusoriamente
fatta di uomini nuovi e costruita ex novo?
L’idea che noi ventenni bevemmo a gran sorsate negli anni Sessanta, ossia che a
guerra conclusa e a Liberazione avvenuta si fosse manifestata in Italia una
cultura radicalmente nuova, animata da uomini che avevano poco se non niente a
che vedere con la storia culturale del ventennio, era un’idea che non valeva
nulla. Né più né meno dell’idea, sussurrata una volta nientedimeno che dal
nostro maestro, Norberto Bobbio, che affermava che il fascismo non avesse avuto
una sua “cultura”. Una tesi che sembrava volesse dire che durante il ventennio
non ci fosse stata in Italia una vita culturale degna di questo nome, non ci
fossero stati scrittori, pittori, architetti, riviste di cultura che avessero
lasciato delle tracce. E lo dico senza nulla togliere a quello che rappresentò
per tutti noi ventenni la lettura dei Quaderni che Antonio Gramsci era andato
stilando in una cella fascista e che l’editore torinese Giulio Einaudi aveva
pubblicato dal 1948 al 1951. Certo che era un uomo nuovo l’Antonio Gramsci i cui
scritti potevamo finalmente leggere perché il Tribunale speciale fascista aveva
sì racchiuso il suo corpo, ma non era riuscito a spegnere il suo cervello. Solo
che non tutto della cultura italiana dell’immediato secondo dopoguerra
cominciava e finiva con Gramsci. Anzi. Non erano uomini nuovi o comunque
radicalmente diversi da quel che erano stati nel ventennio dei creatori dal gran
risalto quali l’architetto e designer Giò Ponti, il prodigioso scrittore Alberto
Savinio nonché il suo imponente fratello Giorgio De Chirico, il giornalista e
editore Leo Longanesi, e Mino Maccari. Non lo era Romano Bilenchi o Elio
Vittorini, e neppure quel Bruno Munari che fin dal 1930 era andato trasformando
in oro tutto quel che creava. Come non lo erano l’architetto Luigi Moretti, il
cui genio per essere lui rimasto fascista sino all’ultimo (è morto a sessantasei
anni nel 1973) viene ricordato una volta sì e cinque no. Persino Vitaliano
Brancati che già durante il ventennio aveva preso a scrostare da sé l’iniziale
sua venerazione di Mussolini non lo era; come non lo erano Rossellini e
Visconti. Oppure pensiamo, sempre in questo senso, ai Longhi, ai Praz, agli
Ungaretti. Ciò deve farci riflettere. La storia, specie quella della cultura, è
sempre più complessa di quanto la immaginiamo o di come vorremmo che fosse. Poi
non parliamo del delitto più torvo compiuto dalle ricostruzioni culturali in
auge nell’immediato secondo dopoguerra.
Quale?
Quello per cui si spiegava tutto e ogni cosa in nome della partizione avversante
tra l’Italia dei tempi dominati dal fascismo e l’Italia sopravvenuta dopo la
Liberazione. Una partizione talmente secca da aver cancellato d’un colpo solo
una delle avanguardie più frastornanti e geniali dell’intero Novecento europeo,
quel futurismo marinettiano che per trent’anni s’era completamente avviluppato
con il fascismo e con la sua topografia ideale.Furono, infatti, così cancellati
i libri creativamente strepitosi di Fortunato Depero (un altro che rimase
fascistissimo fino all’ultimo), i quadri di Mario Sironi, il succulento libro di
esaltazione della “cucina futurista” a firma di Marinetti e Fillia. Per fortuna
qualcosa sta cambiando e le ragioni dell’arte possono essere riscoperte.
Quale è l’orgoglio e il fondale che accompagna questa controstoria di cui parla
nel libro? E perché ha scritto questo testo?
Quello di cui sono più orgoglioso e che costituisce il vero significato della
“controstoria” che ho scritto è il tentativo di rimuovere via via i presupposti
di quella guerra civile che aveva insanguinato l’Italia tra il 1943 e il 1945, e
di cui sono stati in molti ad avere nel dopoguerra come una sorta di nostalgia.
E dunque darsi ad affrontare ciascun personaggio rilevante, ciascun momento
politico della nostra storia, ciascun comparto della nostra scena culturale non
con l’aria di chi ha già etichettato tutto, ma con la volontà di andare
scoprendone ogni volta un versante rimasto nascosto e offrirlo a un lettore che
non sia accecato dalle sue convinzioni. Tutto l’opposto della cancel culture che
ripete ad ogni riga ossessivamente le stesse prosopopee e sempre quelle, e cioè
fondamentalmente che il Bene è meglio del Male. E questo tanto più oggi che le
topografie del Novecento cui ci eravamo abituati sono saltate tutte. Solo che
questo darsi addosso reciproco è divenuto per molti una necessità ossessiva,
incuranti come sono che da tempo siamo entrati in un nuovo millennio della
storia umana. Anzi tale condizione è divenuta, quasi, una mania nell’attuale
sistema politico-partitico italiano, dove in mancanza di meglio le parti
contrapposte (quali parti poi esattamente?) non la smettono di alimentare ogni
volta inesauribili litigi su questioni emotive e insignificanti. Tutte questioni
che ti sbattono addosso se entri in uno studio televisivo a commentare il
presente e che mi fanno appisolare al solo rievocarle.
Uno degli ultimi capitoli è quello su Silvio Berlusconi. Le volevo chiedere come
Silvio Berlusconi ha cambiato la politica italiana, la politica dei partiti, e
l’immaginario italiano?
Nei primi anni Novanta i partiti ansimavano e allora la figura di quest’uomo
talmente ricco, talmente potente e se non anche talmente abile ha preso il
sopravvento.
Lei crede che ormai i partiti non esistano più? Avevano cominciato a non
esistere già allora. Un partito, del resto, per esistere deve essere fatto da
uomini che hanno delle certezze assolute e che sulla base di quelle certezze
assolute si comportano e agiscono giorno per giorno seguendo una determinata
visione. Tutto questooggi non esiste. Da Berlusconi in poi la scena politica
italiana sarebbe divenuta, invece, il teatro di un unico e asfissiante
referendum politico e morale pro o contro Berlusconi, il teatro di una inesausta
e rabbiosa colluttazione permanente tra berlusconiani estatici e
antiberlusconiani ostinatissimi.
Secondo lei, dal ricordo che sta emergendo della figura di Sergio Ramelli allo
sdoganamento dei pregiudizi su Bettino Craxi, si sta cercando di costruire una
narrazione unificante nella società italiana?
Purtroppo, prima il nome di Sergio Ramelli non veniva neppure pronunciato, tanto
che per alcuni era uno che era morto quasi per un’infezione sconosciuta. Invece,
adesso onestamente sono contento di notare che il nome di Ramelli viene
pronunciato… e questa è una grande fortuna. Per quanto riguarda Craxi, vorrei
sottolineare che è morto da esule della nostra patria, mentre qualcuno diceva
che era un latitante… Anche se non sfugge, o almeno non sfugge a chi ha un
occhio minimamente esercitato, che sia stato uno dei grandi uomini politici
della nostra epoca. Per tale motivo sono soddisfatto che finalmente gli stiano
tributando l’attenzione e il rispetto che merita e che avrebbe meritato
soprattutto nell’ultima fase della sua vita.
In questo senso, quali sono stati, gli eventi che hanno accompagnato questa sua
presa di coscienza, questa sua evoluzione oltre la logica dello scontro frontale
degli anni Sessanta e Settanta?
Moltissimi. Lei ha citato giustamente un evento come la morte di Ramelli, ma in
quegli anni furono troppi gli episodi che mi fecero prendere coscienza di quella
situazione insostenibile che si stava sviluppando in Italia. Iniziai a sentire,
col passare degli anni, sempre di più la cognizione di quest’aria fratricida di
cui abbiamo parlato e che volevo superare. Ed anche da questa cognizione
nacque Compagni addio. Un testo che in tale ottica segnò uno spartiacque tanto
nella mia vita quanto nei miei libri.
Ci sono varie personalità in questa Controstoria dell’Italia, descritte anche
con toni letterari, ma quali sono stati, dei personaggi citati nel testo, quelli
che l’hanno più colpita, che l’hanno più cambiata?
Tanti, talmente tanti, che non riuscirei ad elencarli tutti. Certamente non
posso non citare una figura come Norberto Bobbio, che è stato per un lungo
momento un personaggio nel quale io ho visto un mio riferimento. Ma ce ne sono
tanti altri. Nella politica, forse, le direi Ugo La Malfa, una figura
che stimavo molto. Però è estremamente difficile scegliere.
Lei ha detto che la morte di Giovanni Gentile non è così diversa dall’omicidio
di Matteotti. Perché?
Mi pare evidente, anche perché non riesco a comprendere in che cosa tali morti
dovrebbero essere diverse. Giovanni Gentile non aveva fatto nulla di male,
semplicemente è stato un filosofo e un intellettuale che ha continuato ad essere
dalla parte che aveva sostenuto per oltre vent’anni. Matteotti, allo stesso
modo, aveva semplicemente fatto un discorso alla Camera, presentando la sua
coerente e intransigente visione politica. Entrambi sono stati uccisi da una
violenza cieca, fratricida, crudele solo perché erano visti come dei simboli da
distruggere. Ma dietro quei simboli c’erano grandi uomini che avevano cercato di
cambiare il loro paese e che sono stati uccisi da innocenti. Quindi sono due
morti che si somigliano, che si somigliano pazzescamente. Pertanto porto a
queste due figure il medesimo profondo rispetto che meritano.
Francesco Subiaco
L'articolo Italia, una Repubblica fondata sulla vendetta. Dialogo con Giampiero
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