Dovevi esser di vetro
“In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato
dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine
ebbe fame”. (Mt 4,1-2)
> Dovevi esser di vetro, Signore,
> dopo quei giorni e quelle tue notti:
> quaranta i giorni e quaranta le notti,
> perché si compia un Esodo vero!
>
> (David Maria Turoldo, Opere e giorni del Signore, Edizioni Paoline, 1990)
Ha ragione Turoldo, si va nel deserto per diventare di vetro, per alzare occhi
sanguinanti di paura sulla dolorosissima e fragile trasparenza di sé. Si va nel
deserto per il compimento di un Esodo, soprattutto di quello che porta alla
verità di ciò che si decide di essere. Per compire un Esodo vero!
La consacrazione nel Battesimo del Giordano è avvenuta, dall’alto parole
decisive e sacramentali, per Cristo e per noi, eppure quelle parole non
impediscono il dubbio, anzi lo alimentano. Lo sa bene chi ha consacrato la
propria vita in una liturgia solenne. Lo sa bene chi ha pronunciato il proprio
“Sì”: certamente eterno, sicuramente definitivo, eppure non abbastanza luminoso
da renderci trasparenti a noi stessi. Consacrati ma non ancora di vetro! Per
quello serve tempo. E un tempo passato nel deserto. Non c’è possibilità di
scelta, al Battesimo segue il deserto. Sempre.
Deserto vitale per non morire sotto cumuli di opacità, per non lasciarsi
incrostare l’anima dai compromessi, per non stendere una patina capace di
diventare corazza, una viscida pelle di serpente capace di farci assolvere da
qualsiasi peccato. Che con le parole siamo bravi, siamo maghi, incantatori,
esegeti. A parole ci assolviamo, e poi ci crediamo, crediamo alla versione di
noi che abbiamo costruito e, usurpando il ricordo della sacramentale voce di
quel Dio che quel giorno si era compiaciuto della nostra figliolanza, ci
giustifichiamo in tutto. Scagioniamo anche la parte più terribile di noi. Per
questo serve il deserto! Per smascherarci. Per cercare l’Uomo di Vetro, il Dio
che si fa trasparenza dell’Amore. Per rispecchiarci in lui.
Ivan Karmskoj, Cristo nel deserto, 1872
*
La fuga è la forza delle cerve
> Come i Padri del deserto, Arsenio prese queste parole alla lettera: bisogna
> fuggire, partire, lasciare la città, uscire dal mondo e dalle sue mondanità.
> Fuggire perché si soffoca. In certe situazioni non vi è altra via d’uscita che
> la fuga. Non è la vigliaccheria, è un soprassalto di salute. La fuga è la
> forza delle cerve.
>
> (Jean-Yves Leloup, L’esicasmo. Che cos’è come lo si vive, Gribaudi, 1992)
Nel deserto Gesù non fugge, nel deserto Gesù è portato. In Matteo “a differenza
che in Marco, «fu trasportato dallo Spirito nel deserto». Il verbo indica un
movimento verso l’alto, come se egli fosse sollevato. «Il Cristo di Marco è
cacciato nel deserto come Adamo cacciato dal paradiso; quello di Matteo è
condotto, come Israele fu condotto attraverso il deserto» (H.B. Green, The
Gospel, p.67), potremmo aggiungere: “su ali d’aquila” (Es 19,4). Trasportato,
evidentemente, dalla piana del Giordano verso la zona montuosa di Giuda, un
deserto senz’acqua dove si patisce la sete e la fame, luogo tradizionale di
abitazione dei demoni”. (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Essere trasportati nel deserto su ali d’aquila, per accogliere la sfida di fare
verità su ciò che siamo veramente, sul nostro rapporto con Dio, con gli altri.
Come è stato per il popolo di Esodo il deserto anche per noi è spazio, tempo,
qualcosa da attraversare. Il vetro nasce dalla sabbia. Cristo va nel deserto per
aprire una strada nuova. Per ognuno di noi.
In Esodo c’è libertà e fame, paura e grazia, smarrimento e provvidenza. In ogni
deserto c’è lotta e ci sono angeli a servirci. Nel deserto si va per discernere
la chiamata. Il deserto è la vita, se vogliamo, se accettiamo la lotta. Il
deserto è lo spazio della verità. Decidere di non andarci è restare nel mondo,
addomesticare la nostra idea di spiritualità, credere di sedurre la mondanità ed
esserne, invece, corrotti. Impedirsi il deserto è decidere di soffocare,
respirare altra aria che non sia lo Spirito. Privarsi della forza delle cerve.
Divincolarsi dalle mani di Dio, restare a terra, lasciare che l’aquila voli
altrove, senza di noi.
Domenico Morelli, Gesù nel deserto, 1895
*
Ulteriorità
“Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che
queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane
vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»”. (Mt, 4,3-4)
È ancora lontano il giorno in cui, nel deserto, Cristo moltiplicherà pane per la
folla. Sarà giorno triste per lui, fallimento, mentre Gesù condivideva il suo
sguardo dall’Alto, mentre dilatava una preghiera divenuta pane, mentre
anticipava in qualche modo il suo diventare pane, la folla non capiva. E lui fu
costretto alla fuga, sempre il deserto, la solitudine, l’intimità con il Padre.
Non esiste, altrimenti, fede.
> “Scappò sul monte, solo. Vinse la tentazione. Satana era la folla soddisfatta
> che diceva: abbiamo trovato uno adatto a noi. Egli non è un Messia venuto a
> dare la risposta agli istinti fondamentali dell’uomo come essere provvisorio e
> materiale. […] Il Messia ha rivelato non la necessità del pane ma una
> ulteriorità verso cui siamo più sordi e ciechi”.
>
> (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto non solo per sfuggire al
faraone, che tanto il vero faraone ce lo portiamo dentro ed è con quello che
dobbiamo combattere. Non si va nel deserto per soddisfare la nostra fame di
pane, nessuna risposta agli istinti fondamentali, non solo quelli animali ma
anche quelli più subdoli: il bisogno di giustizia, di fraternità, di pienezza,
di amore… che illusione quando ci accorgiamo che, pur con tutti i nostri
tentativi, pur nelle comunità apparentemente più perfette, nei monasteri più
santi, nelle famiglie più luminose, da nessuna parte il Vangelo soddisfa i
nostri istinti. Nemmeno e soprattutto gli istinti di bene. Non sto dicendo che
la vita sia un sacrificio, pianto e dolore, non sto dicendo che il mondo sia
brutto e cattivo, sto solo parlando del bisogno di “ulteriorità” di cui parla
benissimo Balducci.
Accettare di abitare nel deserto è piegarsi a questa fame profonda, a questo
istinto insaziabile, quello che ci fa godere di ogni cosa del mondo, anche la
più piccola, proprio perché anche il filo d’erba con il suo svettare coraggioso
verso il cielo, minimo ed unico, anche lui, canta il bisogno di Ulteriore.
Sussurra il Creato il desiderio insopprimibile e simbolico della fame d’Eterno.
Una religiosità piegata al riempimento, una vita che non sa desertificarsi,
impoverirsi, si illuderà che la vita possa essere soddisfatta. Che sia riempita
di potere, di denaro o di cultura o di devozioni o di attivismi sociali o
pastorali… è davvero così diverso? Nel deserto si accetta di sprofondare perché
ammalati di ulteriorità, è il rischio di accettare una vita che accoglie tutto
ma che lo fa solo per ascoltare la Sua Parola che tutto pervade: “vivrà l’uomo
[…] di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, quella Parola che nel deserto
sussurra fino a farci male. Quella Parola che nel suo compiersi scava un Vuoto,
e dopo un Vuoto ulterioreancora, così noi camminiamo, sempre sospesi tra la
gioia d’averlo trovato e il bisogno di cercarlo ancora. Così nel deserto della
nostra vita procediamo, su ali d’aquila, sostenuti dalla sua presenza/assenza.
Così noi camminiamo verso l’Ulteriore, quello promesso e testimoniato, quello
che sussurra dal cuore di ogni cosa, quello di cui sperimentiamo il mormorio
quando riusciamo a diventare deserto.
Govaert Flinck, La tentazione di Cristo, 1635/1640
*
Ogni respiro è miracolo
“Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del
tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti:
‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra’». Gesù gli rispose: «Sta scritto
anche: ‘Non metterai alla prova il Signore Dio tuo’»”. (Mt 4,5-7)
> “Se (il divisore) ti tende un laccio attraverso la vanagloria – lo fece anche
> con Cristo conducendolo sul pinnacolo del tempio e dicendogli «Gettati di
> sotto» perché mostrasse la sua divinità – non farti trascinare in basso dal
> desiderio di innalzarti. Se ottiene questo non si fermerà qui. È insaziabile,
> ricorre a tutti gli espedienti. […] Oh Tu, sapiente nel fare il male, come hai
> potuto tacere quanto è scritto subito dopo? Io lo conosco bene anche se tu hai
> taciuto. «Io ti farò camminare sopra l’aspide e il basilisco e ti farò
> calpestare i serpenti e gli scorpioni» (Sal 90,13), perché sei protetto dalla
> Trinità”.
>
> (Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in
fondo, per sperimentare la grandissima fragilità umana e per scoprire finalmente
che ogni respiro è un miracolo. Non solo essere sostenuti dagli angeli in tempo
di caduta ma sempre, in ogni istante, ad ogni passo. Si viene trasportati nel
deserto e si diventa di vetro per sperimentare il bacio, il Soffio dello
Spirito, che ci tiene in vita e che ci accoglierà nel Respiro Eterno l’attimo
esatto della nostra morte.
*
Anche io sono immagine di Dio
“Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i
regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se,
gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene,
satana! Sta scritto infatti: ‘Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai
culto’». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e
lo servivano”. (Mt 4, 8-11)
> “…e ti chiederà di adorarlo, disprezzalo: è povero. Digli, confidando nel
> sigillo (impresso su di te con il battesimo): «Anche io sono immagine di Dio.
> Non sono ancora stato rigettato dalla gloria dell’alto come te a causa della
> superbia. Ho rivestito Cristo (cfr. Gal 3,27), mi sono trasformato in Cristo
> per mezzo del battesimo. Sei tu che devi adorarmi». Si allontanerà da te, ne
> sono certo, vinto e coperto di vergogna a causa di queste parole. Come dovette
> abbandonare Cristo, la prima luce, così lascerà anche quelli che sono stati da
> lui illuminati”.
>
> (Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218)
Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in
fondo, per accorgersi che siamo abitati dal bisogno infantile di essere adorati,
per accorgerci che il tentatore ce lo portiamo dentro, che il narcisismo ci
rende opachi alla Grazia, che la paura di non essere di nessuno ci rende
violenti, ci spinge a estorcere affetto, frantumandolo con le nostre mani. Si
fugge nel deserto perché stanchi di adorare l’aria. Perché delusi, ciò che
avevamo adorato come fosse Dio si è rivelato un idolo, ci stava mangiando.
Si va nel deserto della solitudine perché è proprio la solitudine il prezzo da
pagare, nessuno comprende, solo chi patisce il luminoso desiderio di rinnegare
se stesso può intuire, eppure non potrà condividere, se non a distanza. Il
deserto è la prima e l’ultima forma di rivoluzione contro qualsiasi tipo di
potere. Ma il rivoluzionario deve scontare vera incomprensione, evangelica
umiliazione. Impossibile scendere a patti, non esiste terra di mezzo. E lì,
finalmente, sarà beatitudine vera. Perché finalmente trasformati in Cristo.
Seguirlo, nel deserto, per essere trasformati in lui, vera tentazione è
illudersi di essere al mondo per altro.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Domenico Morelli, Cristo tentato, 1885
L'articolo Al Battesimo segue sempre il deserto. Per smascherarci. Per cercare
l’Uomo di Vetro, il Dio che si fa trasparenza dell’Amore proviene da Pangea.
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> Cælum, non animum mutant qui trans mare currunt
>
> Orazio, Epistulae, I, 11, v.27
La retorica inciampa da sola perché è imbranata: tanto se la racconta, tanto se
la canta, che gira su sé stessa fino a cadere – come fanno per gioco i bambini.
E in effetti, la retorica è infantile: egoriferita, bizzosa, volubile secondo la
convenienza. Ma siccome: agere sequitur esse; coloro che la retorica praticano,
magari inconsapevolmente che retorica sia, sono come bambini, creature
psicologicamente infantili. Scelgono un giocattolo: è l’argomento della loro
retorica, ciò che dev’essere giustificato dalle loro chiacchere. Dei vari
argomenti/giocattolo uno ci pare sia più diffuso degli altri: il viaggio. E già
si prefigura l’immagine del tizio tutto compiaciuto, le gote gonfie come quelle
di un pupo, appena tornato da quell’avventura d’una settimana andata esattamente
come aveva previsto l’agenzia di viaggi o la premurosa fidanzata, che ti dice:
“eeh, viaggiare sì che ti apre la mente” – e tu, stronzo, che non viaggi perché
magari quando hai i soldi non c’hai tempo e quando c’hai tempo non c’hai i
soldi, o forse soltanto di viaggiare non ti frega niente, perché il senso della
tua esistenza non dipende dall’ottemperanza di riti sociali massificati né
dall’incontro con il presunto «altro» antropologico… tu, stronzo, t’interroghi
su quella curiosa espressione, cercando di capire se in fondo tizio non abbia
ragione.
C’è chi crede che il mondo sia il suo giardino, e chi crede invece che il suo
giardino sia il mondo. Ma che cos’è un «giardino»? Nell’accezione volgare, per
«giardino» s’intende generalmente lo spazio verde che circonda la casa. Tra
erba, fiori della mamma o della nonna, magari qualche albero, il giardino è la
dimora delle fantasticherie del bambino. Egli lì gioca; ma proprio lì il suo
gioco assume un potere diverso rispetto a quanto accade dentro le mura: il
giardino è casa, si; ma è anche natura, che, per quanto addomesticata, conserva
quella capacità di fascinazione ambigua che la natura ha da sempre sull’Uomo. Il
bambino che gioca nel giardino percepisce l’eccitazione dell’avventura vera. Poi
però il bambino cresce; dell’avventura rimane solo l’idea, il ricordo nostalgico
che pure non cèssa di pungolare la coscienza perché si ribelli al mondo adulto
delle convenzioni opprimenti, delle frustrazioni svilenti, degli scopi
fuorvianti. In ogni adulto che ha conosciuto da bambino il giardino, resta
impressa la traccia dell’avventura.
Ma l’adulto, l’avventura, non sa più viverla. Non sa più viverla perché oramai
comprende secondo il criterio dell’estensione quantitativa ciò che da bambino
era compreso per intensità qualitativa[1]: al bambino era sufficiente qualche
impressione di verde per ritrovarsi in un bosco; all’adulto non è sufficiente
l’oceano per bagnarsi, non sono sufficienti i deserti per conoscere la sete, non
sono sufficienti le vette per avere le vertigini. In fondo, la sua
insoddisfazione, oltre ogni retorica, è dovuta ad un fraintendimento: ricorda
l’avventura, ma si è rinchiuso in casa. Il giardino non è più un ponte verso
l’altrove; è diventato decorazione perimetrale del suo Ego – ed essendo per lui
il mondo il suo giardino; allora: il mondo è ridotto ad oggetto; ad oggetto
desiderabile, da possedere, ma anche, fattualmente, inerte.
Albrecht Dürer, Angeli mostrano la Veronica in cui è impresso Cristo, 1513
C’è poi chi crede che il suo giardino sia il mondo. In genere, è colui che viene
stigmatizzato dai benpensanti benfacenti come l’“ottuso”, colui che, invece di
“aprire la mente” col tirabusciò del viaggio, resta inquilino dell’ignoranza,
della superstizione domestica. Forse potrebbero pure avere qualche ragione, se
del giardino e del mondo si avesse una comprensione esclusivamente estensiva. Ma
siccome è possibile comprenderli diversamente; allora: il piedistallo della loro
boria è piuttosto lo scalino su cui inciampano, facendo la figura dei
coglioni κατ’ ἀλήθειαν. Del giardino e del mondo si può infatti avere anche una
comprensione qualitativa, che ci fa accedere al senso autentico di entrambi.
Al giardino dedicò molti anni fa un interessante libello, purtroppo incompiuto,
Attilio Mordini[2]. Scrive Mordini:
> […] il giardino, almeno nella storia della nostra civiltà, nasce in
> Mesopotamia quale paradiso; vale a dire quale idealizzazione del creato, luogo
> di meditazione e di contemplazione intimamente complementare al tempio. [Nasce
> e si afferma quale manifestazione di bellezza intesa come espressione di una
> verità suprema a cui l’Uomo, elevandosi, aspira e tende sempre più […] È da
> una tale idea, da un tale archetipo di giardino che muove ogni altro giardino
> nel corso della Storia, accentuando ora in un senso ora in un altro la sua
> funzione di porgere all’uomo un significato che, pur modificandosi di luogo in
> luogo e di tempo in tempo, è rimasto fondamentalmente lo stesso, almeno fino
> agli albori dell’età moderna][3].
Ben lungi dall’essere meramente uno spazio decorativo; il giardino è, o meglio:
era un segno di una «verità suprema». Di tale segno, il significante sono gli
elementi vegetali e floreali, combinati armoniosamente con elementi artificiali,
p.e. fontane, vasche, etc.; mentre il suo significato è offrire all’Uomo
l’occasione per accedere al suo intimo Sé, attraverso la meditazione sulla
bellezza quintessenziale del Creato.
Questo significato del giardino assume col Cristianesimo una sfumatura
peculiare. Dice sempre Mordini:
> Il giardino riappare […] nella contemplazione cristiana come perfezione ultima
> della selva, ma non propriamente nel senso cosmico; riappare, invece,
> come hortus conclusus, riappare soprattutto come simbolo dell’anima separata
> dalla selva del mondo per essere coltivata e curata con l’aiuto della
> grazia.[4]
Quindi il giardino, con la contemplazione cristiana, viene compreso
simbolicamente come l’anima di ogni persona. Ed è in questo giardino, in
tale hortus conclusus, che l’Uomo può cogliere ciò che non per caso è stato
chiamato: il «fiore dell’anima» (Proclo), ovverosia: incontrare lo Spirito,
trasformarsi nello Spirito – compiendo così il gesto fondamentale per
la divinizzazione (2Pt I, 4). E allora: colui che crede la propria anima sia il
mondo, abiterebbe questo giardino senza aver bisogno d’altro spazio terreno,
perché tutta la Terra sarebbe diventata un mondo troppo angusto. Dove andare
allora, cosa esplorare, quale “altro” incontrare se l’esigenza fondamentale è
andare nella propria anima, esplorarla, affinché non si resti tragicamente
stranieri in essa?
D’altronde, trovare questo giardino ed abitarlo non è immediato. Esso sta aldilà
del deserto. È là che andò a cercarlo s. Antonio abate, e con lui tutti i grandi
contemplativi eremiti del Cristianesimo. Una certa vulgata interpreta il gesto
di s. Antonio come misantropia: lui volle allontanarsi dagli uomini per sfuggire
alla loro corruzione, quasi fossero tutti degli appestati dal peccato che
avrebbero potuto contagiarlo. Ma la verità è un’altra: ogni luogo abitato
dall’Uomo può diventare un paradiso in Terra, può offrire tutto ciò di cui lo
Ego abbisogna o desidera. Tra gli uomini si può infatti trovare una casa in cui
abitare comodamente, si può trovare delle attività che ci soddisfino o che ci
allietino, si può trovare l’amore per un’altra persona, si possono coltivare
speranze terrene – insomma: si può trovare tutto ciò che distrae dalla
concentrazione nel Sé[5]. Si capisce che il deserto non era il fine, bensì: il
mezzo.
Marco d’Oggiono, Pala dei tre Arcangeli, 1516 ca.
Oggi dov’è il deserto? Si potrebbe pensare ch’esso sia fattualmente scomparso:
quale luogo della Terra può infatti essere considerato davvero «deserto», quando
tutto lo spazio terrestre è abitato dalla telecomunicazione? Quando il cielo è
percorso con indifferente alacrità dai satelliti, e tutti noi nuotiamo,
annaspiamo, forse: affoghiamo nella banda larga? È opportuno intendersi su cosa
sia il «deserto». S. Antonio ce lo ha insegnato: esso è l’assenza di umanità. In
questo senso, oggi il deserto è paradossalmente molto più vicino di quanto fosse
per lui: in una società come la nostra, disumanizzata e disumanizzante, la
sabbia copre già la soglia delle nostre case. Viviamo in un tempo in cui
l’umanità pretende di instaurare il paradiso in Terra, ma il paradiso dello Ego
non può che essere un inferno – ardente e riarso proprio come un deserto!
L’Uomo contemporaneo si è così ritrovato a vivere una situazione segnata da
un’ambiguità drammatica: se per chi cerca il proprio giardino interiore essa
offre opportunità sorprendenti; per chi invece non ha il pollice verde della
speranza teologale, il deserto è solo un deserto: è la disperazione.
Niccolò Mochi-Poltri
*In copertina: William Turner, Studio di un angelo steso al sole, 1841 ca.
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[1] Cfr. R. Guénon, Il Regno della quantità ed il segno dei tempi, trad. it. di
P. Nutrizio, T. Masera, Adelphi, Milano 2009
[2] A. Mordini, Giardini d’Occidente e d’Oriente, a cura di F. Cardini, Edizioni
Settimo Sigillo, Roma 2008
[3] Ivi, p. 31
[4] Ivi, p. 58
[5] S. Atanasio di Alessandria, in: Vita di Antonio (l’edizione di riferimento è
a cura di L. Cremaschi, Edizioni Paoline, Alba 1984), dice: “5.1. Ma il diavolo,
che odia il bene ed è invidioso, non sopportò di vedere in un giovane [s.
Antonio] tale proposito di vita e incominciò a mettere in opera anche contro di
lui i suoi intrighi abituali. 2. Per prima cosa cercò di distoglierlo
dall’ascesi ispirandogli il ricordo delle ricchezze, la sollecitudine per la
sorella, l’affetto per i parenti, l’amore per il denaro, il desiderio di gloria,
il piacere di un cibo svariato e ogni altro godimento della vita”.
L'articolo Il deserto e il giardino. Ovvero: il viaggio “che ti apre la mente” e
quello che muta il cuore proviene da Pangea.