Il padre era sbarcato negli Stati Uniti a dieci anni. I suoi venivano dalla
Germania, erano protestanti, piuttosto abbienti. Commerciavano in orologi. Il
padre indossava tre nomi: Florenz, Friedrick, Martin; diede agli Usa quattro
figli. Il primogenito, Alfred Louis Kroeber, nacque a Hoboken, modesta cittadina
del New Jersey; fu spedito alla Columbia, amava la letteratura inglese.
Conosceva il greco, parlava naturalmente inglese, in famiglia si esprimeva in
tedesco. Pare avesse un certo talento nella scrittura, poi abbandonato – certe
cose non si ereditano, sono un lascito.
Folgorato dalla figura di Franz Boas, il pioniere dell’antropologia moderna,
tedesco come lui, trasferitosi negli Usa dopo aver compiuto esplorazioni tra gli
eschimesi e i nativi, Alfred Kroeber ne divenne l’allievo più talentuoso. I suoi
primi studi si concentrarono sugli Arapaho; in California, a Berkeley, fondò la
cattedra di antropologia e diresse il “Phoebe A. Hearst Museum of Anthropology”.
Al suo rapporto con Ishi, un nativo, un sopravvissuto, deve le sue scoperta
sulla civiltà Yana, popolo originario della California settentrionale, quasi del
tutto sterminato durante i feroci fasti della “Corsa all’oro”.
I primi studi compiuti di Kroeber, pubblicati nel 1907, riguardano Indian Myths
of South Central California e The Religion of the Indians of California. Da
Boas, Kroaber aveva recepito la regola fondamentale dell’antropologia
scientifica: l’osservazione sul campo, confortata da strenua raccolta di dati.
Il primo esito di questa cernita venne pubblicato nel 1900 sul “Journal of
American Folk-Lore” (Vol. 13; Issue 50): si tratta di una raccolta di Cheyenne
Tales a tratti di struggente bellezza. Tali miti & leggende – un breve
repertorio è tradotto in calce all’articolo – sono stati “registrati sotto
dettatura oppure direttamente trascritti dai nativi”. La “rozzezza stilistica”,
così come i salti allusivi, le apparenti illogicità nella trama del racconto,
sono, per Kroeber, fondamentali perché denunciano il “carattere originario del
testi”. La poetica della ‘simpatia’ – o meglio, la magia – prevale sulla
didattica della dialettica; il sacro ha un vello ispido, da ritualità senza
mediatore. La “nudità primordiale”, priva di orpelli retorici, ci fa intuire –
pur per sussulti, per balbettii, per fraintesi spiragli – i caratteri della
cultura dei nativi. “Il drappeggio di una parafrasi moderna” – così scrive
Kroeber – ne danneggerebbe irrimediabilmente il pregio. È lunga la storia di
abbellimenti culturali che hanno imbellettato il primordiale con disneyano
trucco, al fine di ridurre i nativi a meri figuranti, a figurine, quando non a
statuari, astrusi esseri con copricapo di piume, pronti per Hollywood.
Benché abbia condotto spedizioni in Messico e in Perù, l’interesse scientifico
di Kroeber si è concentrato per lo più intorno ai nativi della California. È da
quelle osservazioni che l’antropologo trae la propria visione dei fenomeni
culturali “come appartenenti alla natura, situandoli però in una dimensione
separata (quella del ‘superorganico’), autonoma dai fenomeni fisici e chimici
(l’‘inorganico’) così come da quelli biologici e psichici (l’‘organico’). La
cultura possiederebbe perciò una natura ipostatica che trascende la stessa
coscienza e volontà dell’individuo” (così la “Treccani”). Fino a qualche
decennio fa, i libri di Kroeber erano fondamentali per chi volesse diventare
antropologo. In Italia, Il Mulino pubblicava La natura della
cultura (1952), Antropologia dei modelli culturali (1976), Il concetto di
cultura (1972); per Feltrinelli è uscito Antropologia: razza, lingua, cultura,
psicologia, preistoria (1983). Categorie di un mondo perduto.
Kroeber morì, ricco di gloria accademica, nel 1960, pluriottantenne, a Parigi.
Sfoggiava una folta barba, aveva lo sguardo intenso; nonostante una certa
compiuta severità, lo dicono simpatico, pronto al prossimo. La prima moglie,
Henriette, morì di tubercolosi dopo sette anni di matrimonio; la seconda,
Theodora, di vent’anni più giovane, vedova pure lei, lo seguì nelle ricerche
antropologiche – scrisse un’importante studio sul nativo Ishi – e gli dedicò,
nel 1970, una bella biografia, Alfred Kroeber. A Personal Configuration. L’anno
prima si era risposata con un artista, John Quinn.
Dall’unione tra Alfred e Theodora nacque, nel 1929, la scrittrice Ursula K. Le
Guin: esordì alla letteratura un anno prima della morte del padre. La
complessità dei mondi fantastici ideati da Ursula deriva dalla sapienza
trasmessale dai genitori: in particolare, in Always Coming Home (in
italiano: Sempre la valle, Mondadori, 2025), la scrittrice costruisce, con
impressionante armatura antropologica, l’epopea dei Kesh, “un popolo pacifico,
che rifiuta governi e costrizioni”, sopravvissuto a immane catastrofe ecologica.
Ursula crea il linguaggio – con glossario – di questo popolo di nativi, un
corpus di miti, il repertorio delle loro conoscenze musicali. Insomma, il libro
– che ha richiesto cinque anni di elaborazione – è una specie di “romanzo
antropologico”. Anche le poesie di Le Guin sono – direttamente o indirettamente
– legate agli studi compiuti dai genitori. In un poemetto, in particolare, A
Private Ceremony of Public Mourning for the Language of the People Called
Wappo (raccolto in Wild Oats and Fireweed, uscito nel 1988, intorno agli anni
di Sempre la valle), Le Guin cita un libro del padre, Handbook of the Indians of
California (1925). Da lì, impalca una sorta di lugubre canto rituale:
> “Non c’è nessuno
> non c’è nessuno niente
> nessuno in vita non più
> non più lingua non più uno che sappia
> parola non uno
> e nessun nome no non più: quale
> fu il loro nome?
> Quale quello del mio popolo?
> Chi li uccise li disse Temerari.
> Morti – e con loro morti i nomi”.
Anche così, da genitori a figli, trapassa il sapere. Ogni esercizio di
linguaggio è resurrezione. Come una talea, il mito passa di mano in mano – chi
dice che sia un vaso vuoto, un vortice di niente, non vede il germoglio che
prende coraggio, esplode.
**
Leggende Cheyenne
Quando furono creati, le genti si unirono in assemblea per capire se sarebbero
vissuti a lunghi, se morte si stagliava su loro. Se una pietra galleggia
sull’acqua, viviamo, se affonda moriamo, dicono. La pietra è gettata in acqua.
Per un attimo resta sulla superficie dell’acqua e tutti gioiscono: viviamo per
sempre, dicono. Poi affonda. Ne gettarono un’altra. Galleggiava per un po’, poi
spariva alla vista. Il breve periodo in cui la pietra galleggia significa che la
vita dell’uomo è breve – definitiva la morte.
*
Animali di terra e di cielo tennero consiglio per stringere patti e promettersi
reciproco aiuto, come fossero fratelli. Questa riunione fu chiamata “Assemblea
dell’amicizia con gli uccelli”. La maggior parte delle bestie era propensa a
vivere in pace, ma gli uccelli rapaci – l’aquila, il falco, la gazza e il corvo
– si opposero. Il falco disse: La guerra è la più nobile cosa. Poi volò via a
cacciare altri uccelli. Anche l’aquila lo seguì, esprimendo parole contrarie
all’amicizia. L’assemblea fu sciolta. Le bestie appresero nuovi nascondigli –
tutte furono cibo per i rapaci.
*
Un uomo prese il sentiero di guerra. Venne il giorno del ritorno a casa. Una
bufera di neve gli fece perdere i sensi, rischiò di morire. Qualcuno lo sollevò,
conducendolo presso una tenda. In tanti affollavano la tenda, in tanti vestivano
a festa. Era una congrega di volpi. Insegnarono all’uomo la loro danza, gli
mostrarono come dipingere, cosa indossare, quali canti intonare. Con loro,
c’erano quattro ragazze. Il quarto mattino, l’uomo aveva imparato ogni cosa, la
tempesta era terminata, il tempo era buono. La danza si interruppe e l’uomo fu
accompagnato verso casa. Quando la compagnia si sciolse, l’uomo vide che si
trattava di lupi e di coyote. Un lupo guidò l’uomo che tornò sano e salvo a
casa. Lì, l’uomo istituì la danza delle volpi, che dura tuttora.
*
Sole e Luna disputarono si chi dei due fosse superiore. Il Sole disse di essere
luminoso, di governare sul giorno; disse che nessuno era più potente di lui. La
Luna disse di governare la notte; disse che nessuno era più potente di lei: si
prendeva cura di tutte le cose della terra, proteggeva uomini e animali dai
pericoli. Il Sole le rispose: “Sono io che illumino il mondo. Se dovessi
riposare, tutto si oscurerebbe; l’umanità non può fare a meno di me”. Allora la
Luna replicò: “Io sono grande. E potente. Posso prendere il governo del giorno e
guidare ogni cosa. Non mi importa se tu riposi”. Sole e Luna sono entrambi
grandi sovrani, si parlarono a lungo. Il giorno in cui disputarono durò due
giorni: tanto a lungo si parlarono. Infine, la Luna disse di avere moltissimi
esseri meravigliosi e potenti dalla sua parte – si riferiva alle stelle.
*
La terra poggia su una grande trave. Lontano, a Nord, abita un castoro, bianco
come la neve: è il padre dell’umanità. Un giorno, rosicchierà i sostegni della
trave e la terrà crollerà perché siamo indifesi. Quando si arrabbierà, il
castoro farà proprio questo. Il palo è già corroso. Per questo, i Cheyenne non
mangiano castoro e non toccano la sua pelle. Se non rispettano questa norma, si
ammalano.
*
Uno spettro prese il corpo di un uomo: aveva due facce, una rivolta in avanti e
una indietro. Era immensamente grande e poteva attraversare i fiumi camminando.
Era un grande cacciatore: non esisteva selvaggina in grado di sfuggirgli. Un
giorno, trovò una tenda isolata, in cui viveva un uomo con la sua famiglia, tra
cui la figlia, molto bella. Lo spettro si innamorò perdutamente della ragazza e
decise di rifornire di carne quella famiglia. Ogni mattina, prima dell’alba,
lasciava selvaggina fuori dalla tenda. L’uomo ignorava chi fosse così generoso
con loro, così scavò un nascondiglio e vi entrò quando scese la notte. Fu allora
che vide lo spettro. Ne fu spaventato e quando il fantasma tornò presso la tenda
gli disse che non gli avrebbe concesso sua figlia. Decisero allora di sfidarsi
facendo un gioco. Giocarono per cinque notti. Il gioco consisteva nel nascondere
un bottone nelle mani. L’uomo riuscì con astuzia a battere il fantasma, che
perse la donna di cui era infatuato. Non portò più cibo a quella famiglia.
*
Un uomo andò a caccia di aquile. Scavò una buca, la coprì con sterpaglie, vi
mise sopra un vitello di bufalo, scuoiato. Poi si nascose nella buca. L’aquila
vide il vitello e piombò su di lui. Appena cominciò a mangiarlo, l’uomo afferrò
le gambe del rapace. L’aquila non si fece intimidire e volò su una montagna
ripida, da cui sapeva che l’uomo non avrebbe potuto scendere. L’uomo cominciò ad
avere fame e pianse. Adorò il sole, lo pregò di aiutarlo a scendere in pianura
sano e salvo. Alla fine, la tempesta lo riportò a casa. Era stato salvato dal
sole.
*
Affamato, il coyote cercava cibo. Non riuscì a catturare né lepre né uccello,
non aveva nulla da mangiare. Quando incontro una tartaruga, decise di ucciderla.
Sapendo di non poter sfondare il suo guscio, tentò di vincerla con uno
stratagemma. “Sono un grande amico del popolo delle tartarughe”, disse il
coyote. “Le tartarughe mi chiamano Capo Tartaruga perché sono amico per la vita
delle tartarughe”. Così il coyote voleva costringere la tartaruga a mostrarsi.
La tartaruga disse che si chiamava Tartaruga Medicina. “Bene, tartaruga, abbiamo
avuto un incontro da amici: ricordiamolo a lungo”. Stavano per lasciarsi e il
coyote pensò di poter uccidere la tartaruga. Andò a baciarla, pensando di
poterla dilaniare. La tartaruga, però, intuì le sue intenzioni e morse il muso
del coyote, che scappò via.
*
Un cacciatore aveva ucciso un bufalo. Nel luogo dove lo stava macellando, si
posò un corvo. “Ho molta fame”, disse il corvo al cacciatore, “e non ho mai
mangiato gli occhi del bufalo. Conosco molto bene i problemi degli occhi e ti
chiedo di farmi mangiare gli occhi del bufalo e di nutrirmi della carne che
desidero”. L’uomo rispose al corvo: “Ti darò la carne che desideri e ucciderò
altri bufali per te, così potrai saziarti dei loro occhi”. Il corvo disse:
“Tornerò dalla mia famiglia, porterò qui mia moglie e i miei giovani corvi. In
cambio, ti istruirò sui modi per guarire gli occhi”. L’uomo pensò che gli
sarebbe utile quell’insegnamento perché la moglie era cieca da un occhi e vedeva
male dall’altro. Il corvo tornò con la sua famiglia nel luogo dove l’uomo stava
tagliando la carne e ne mangiarono. Poi il corvo e sua moglie gli diedero
insegnamenti riguardo agli occhi. Entrambi cominciarono a cantare. L’uomo
credette a ciò che gli cantava il corvo, ma a causa del suo insegnamento perse
immediatamente gli occhi. Quando cercò di tornare a casa, si perse. Infine,
cadde in una gola ripida e profonda. Latrò, urlò, ma nessuno venne ad aiutarlo.
*In copertina: Sioux nella fotografia di Edward Sheriff Curtis (1868-1952)
L'articolo “Un uomo andò a caccia di aquile…”: le leggende dei Cheyenne (e
l’epopea di scrittori straordinari) proviene da Pangea.
Tag - Ursula K. Le Guin
Nel fatidico “Canone Occidentale”, tra Don DeLillo e Cormac McCarthy, Thomas
Pynchon, Flannery O’Connor e Saul Bellow, Harold Bloom conficca Ursula K. Le
Guin, una scrittrice ‘di genere’, genericamente eccezionale: preferiva La mano
sinistra del buio, romanzo di fantascienza ritornato di recente negli alti
ranghi editoriali – Mondadori sta rieditando i romanzi più noti di Ursula. A suo
dire, la Le Guin ha mutato definitivamente genere al ‘genere’: ha fondato – dopo
i sommi pionieri: Tolkien & Lewis – l’aristocrazia del fantasy e della science
fiction. Per la Library of America, Bloom – ossessionato dal suo genio radicale
e marginale – ha curato i Collected Poems della Le Guin: le sue poesie –
pubblicate nell’arco di una vita – “mi ricordano, pur restando la testimonianza
di una inimitabile individualità, alcuni accenti di William Butler Yeats e il
‘tocco’ di Robinson Jeffers”. Per intenderci: nel “Canone Occidentale” Bloom non
canonizza Philip K. Dick (che pure piaceva molto alla Le Guin).
Figlia di un grande antropologo, Alfred Kroeber, Ursula scrisse il primo
racconto a dieci anni: alternava la lettura di Orgoglio e pregiudizio e di
Virginia Woolf a quella dei miti degli Yana, i nativi americani della
California, raccolti dalla madre; era nata a Berkeley, nel 1929. Scrittrice per
lo più inafferrabile, Ursula Le Guin è una creatrice di mondi: di recente mi
sono tuffato in “Earthsea” – reso in italiano come “Terramare” –, un universo
parallelo costituito da arcipelaghi, isole, golfi e draghi. Il protagonista del
ciclo – inaugurato nel 1968 e concluso nel 2001, tra i più importanti per
longevità –, Ged, è un mago dal fascino ambiguo. Nel primo libro del ciclo –
tradotto da Roberta Rambelli nel 1979 per Editrice Nord come ll mago di
Earthsea, ora in catalogo Mondadori nella versione di Ilva Tron come Un mago di
Terramare – Ged deve affrontare la propria Ombra, “uno dei Poteri della
non-vita”, “quel suo nero io”. L’inseguimento – che è poi una sequela dentro se
stessi – lo porterà fino ai confini di “Terramare”. L’Ombra – evocata per gioco,
per un delirio dell’essere – sarà per sempre la controparte del mago, lacerato
fin nel volto.
Tutto l’addestramento di Ged – che si compie, al principio, nel piccolo
villaggio nativo, poi alla scuola di Roke –, e dei maghi in genere, si focalizza
sull’esatta conoscenza dei nomi. Chi conosce il vero nome di una cosa – reso
invisibile dall’incuria, dalla disattenzione, dai licheni del tempo, dalla
‘caduta’ – può agirla, può agitarla, può mutarla per contatto. Conoscere il nome
di una cosa – di un uomo, di una pianta, di un drago – non significa
impossessarsi di essa, ma sprigionarla – liberarla, nella migliore delle
situazioni. Liberare i nomi, librarsi tra i nomi. Trovare di ogni creatura
l’autentico nome – rinominarla, cioè: rinnovare gli affetti.
> “Il mio nome, il tuo, e il nome vero del sole, di una sorgente d’acqua o di un
> fiore non ancora sbocciato sono tutte sillabe di un’unica grande parola che
> viene lentissimamente pronunciata dal brillare delle stelle. Non esiste altro
> potere. Non esiste altro nome”.
I poteri oscuri sono detti “Innominabili”: non hanno nome, sono lì dal principio
del mondo. Su di essi presiede una bambina – che non muore mai ma si reincarna
in perpetue bambine sacrificali – “Colei che è stata Divorata”. Vuota di sé,
piena del tutto, questa bambina è iniziata al silenzio e al buio.
Oltre alla mitologia dei nativi, la Le Guin leggeva Jung, maneggiava l’I-Ching;
la sua traduzione del Tao Te Ching (uscita nel 1997) è particolarmente
riuscita.
Il ciclo di “Terramare” è pensato per lettori-ragazzi: niente a che fare con
libri totali come La morte di Virgilio o il Doctor Faustus; eppure, quei
romanzi, nitidi, prodigiosi in immaginario, sono bellissimi. La loro lettura
s’intreccia, nel mio penare di mente, con quella della liturgia, in particolare
con il primo libro di Samuele. Addestrato dal sacerdote Eli, Samuele è detto
“veggente” (1 Sam 9, 11). In ebraico ro’eh, veggente, deriva dal verbo raah, che
significa, appunto, vedere. Il Testo spiega il contesto: “quello che oggi si
chiama profeta, allora si chiamava veggente” (1 Sam 9, 9). Il profetismo è
fenomeno specificamente biblico (leggersi l’introduzione di Gianfranco Ravasi
a I libri dei profeti, Bur, 2004): i profeti – di cui il prototipo compiuto è
Mosè – sono i portavoce di Dio, i chiamati che richiamano l’uomo all’obbedienza.
In ebraico profeta – colui che parla, a cui è incorporata la lingua di Dio – si
dice nabi. La parola del profeta è parola ‘efficace’, che agisce – il profeta
penetra negli spiragli della Storia e la sovverte. Sfacciata, sfaccettata è la
sua natura: il profeta abita il deserto – il luogo in cui Dio parla è però il
luogo in cui bisogna vincere l’idolo, il demone, l’illusione – e si scaglia
contro il palazzo (un prototipo che per lignaggio giunge fino a Giovanni
Battista). A volte, però, il profeta è incardinato nel palazzo, a giustificare –
più che a saggiare – l’operato del re sotto opera di Dio, assumendo funzioni
sacerdotali.
La parola-voce del profeta si fa, in esuberanza visionaria, parola scritta.
Parola, però, che non si fa legge né norma, quella del profeta, ma lievito – è,
la sua, parola vivente, parola scarcerata.
C’è un terzo termine che designa l’uomo preda di Dio: chozeh, l’ispirato
(da chazah: percepire, vedere con la mente, contemplare). Questi tre termini –
profeta, veggente, ispirato – sono usati spesso come sinonimi, testimoniano la
stratificazione storica del Testo; eppure, possiamo intenderli come un diverso
modo di approccio al divino; come una sorta di ascesi. Un conto è essere
consacrati a Dio, abitarLo continuamente; un conto, ad esempio, è stringere un
voto – che, per natura, dev’essere ‘svuotato’, realizzato.
La profezia, in questo senso, è l’eccellenza della vita eccedente, dedita a Dio.
Il profeta è legato alla bocca e alla scrittura, la sua è una regalità da
spelonca, da speleologo di Dio, da stilo-locusta. Il veggente – il cui organo è
l’occhio – interviene in alcuni momenti capitali, ‘a chiamata’; non scrive. La
figura dell’ispirato – che vive sulla soglia di Dio, lo assume per sussurri, in
spiragli – è direttamente legata alla corte: agli ispirati compete la redazione
delle cronache (“Le gesta di re Davide, dall’inizio alla fine, sono descritte
nei libri del veggente Samuele, del profeta Natan, dell’ispirato Gad”, 1 Cr 29,
29; a dire del legame tra storia e profezia ma anche del diverso livello
d’iniziazione a Dio) ma soprattutto la composizione di musiche per il rito. Asaf
“l’ispirato” (2 Cr 29, 30) scrive i testi intonati dai leviti in lode di Dio:
capo dei cantori, alla corte di Davide, a lui sono ascritti alcuni Salmi. L’arte
del cembalo e della voce, dell’arpa e della cetra è propria dell’ispirato: la
musica facilita l’ascesa, il ‘rapimento’.
Con ciò non s’intende sintetizzare una gerarchia – profeta, veggente, ispirato
–, assente nel Testo, ma intuire il mistero dei ‘chiamati’. Anche la Didaché,
l’antico testo dottrinario cristiano, parla di diverse cariche – di diversi
incarichi e servizi –, ispirate o ‘elettive’: “apostoli”, “episcopi e diaconi”,
“profeti e dottori”. La venuta di Cristo, però, ha sovvertito i canoni
sacerdotali: l’evento pentecostale (At 2, 14 ss.) realizza la profezia
pronunciata da Gioele: “e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;/
i vostri anziani faranno sogni/ i vostri giovani avranno visioni” (3, 1). Nulla
di pacificato nell’ardire a Dio, bensì di ‘apocalittico’: “Diventare
profeta significa comportarsi in modo straordinario, perdere il dominio di se
stesso, essere travolto dalla forza irresistibile del Signore” (così i curatori
della Bibbia Tob). La profezia che adombrava la fine del mondo, ora prepara il
mondo nuovo. Che oggi si sia per lo più supini in merito al sacro, resi
all’acquiescenza quando non a un isterico gracidio dell’io – come se avessimo
cose da difendere, cose di cui disfarci – è un segno.
*In copertina: un fotogramma da “I racconti di Terramare” (2006) di Gorō
Miyazaki
L'articolo “I vostri giovani avranno visioni”. Dal mago di Terramare al genio
della profezia proviene da Pangea.
Alcuni testi-totem, che rivelano nuove vie al pensiero, sono scritti in versi.
Si tratta, anzitutto, di sobillare il linguaggio, di superare la coercizione
della grammatica – di aggirarne le leggi perché nelle parole s’intravedano nuove
stanze, un sole adatto alla brocca e non alla prammatica.
Pensiamo al poema Sulla natura di Parmenide o al De rerum natura di Lucrezio, ai
Veda, al libro di Giobbe, alle più estreme sure del Corano. La poesia è il
regesto di una lotta, è la mappa di un’ascesa, fin nella sua struttura di picchi
e di abissi, in cui il non-detto – non l’indeciso ma l’indicibile –, lo spazio
bianco, ha la stessa, equivalente importanza dello scritto. Un sospiro segue
l’affermazione, il silenzio: la poesia ha figura d’ala – come quella dipinta da
Dürer – e di razzia; è un sentiero che si torce; va per artigliate. Anche il
Nazareno, Verbo che incenerisce ogni verbo, si presenta, nel prologo del Vangelo
di Giovanni, in versi – ispirazione o sparizione?
L’enigmatico Laozi – o Lao Tzu che sia – i cui studi “si concentravano
sull’occultamento di sé e sull’assenza di nomi” (così lo Shiji) scriveva in
versi: il Daodejing – o Tao Te Ching che sia – non è soltanto il libro cardine
del Taoismo, ma uno dei più folgoranti poemi scritti da mano umana, in cui
l’estro è compenetrato dall’ethos, il ritmo verbale si fonde allo stile di vita.
Accade così coi rari, grandi testi: ripetendoli, si è già dentro una forma
dell’esistere. La scelta etica comporta un’opzione estetica. Così scrive
Lionello Lanciotti:
> “In campo artistico-letterario, il Taoismo, concedendo assoluta libertà
> all’individuo, permise la creazione di opere d’arte, concepite per il
> godimento del letterato o del pittore e non, come prevedevano i Confuciani, in
> esclusiva funzione di un certo tipo di società”.
>
> (in: Testi taoisti, Utet, 1977; 1999)
In versi di spietata schiettezza, spiazzanti, Laozi innalza un nuovo modo di
vivere improntato alla non-azione, all’elogio della debolezza, al fare “il
contrario di ciò che si fa abitualmente”, secondo i crismi di una sgargiante
‘naturalezza’.
> “Il non-agire si configura come una modalità per ritornare al nostro stato di
> natura, qual era alla nostra nascita. Il ritorno alla prima infanzia evoca qui
> non l’innocenza, ma l’Origine perduta. La perdita dell’Origine si avverte
> effettivamente a contatto con i bambini: benché consapevoli di esser passati
> noi stessi per tale condizione, abbiamo la sensazione che tutto ciò sia
> cancellato; di qui una certa difficoltà a rimetterci in contatto con tale
> stato originario. Sul piano collettivo, si tratta di tornare alla nascita
> dell’umanità, a uno stadio originario anteriore alla formazione di società
> organizzate ed istituzionalizzate”.
>
> (Anne Cheng, Storia del pensiero cinese, Mondadori, 2010, pp. 197-198)
Il ‘santo’ taoista è una specie di fool che mette in crisi l’ordine vigente: lo
fa, anzitutto, con il linguaggio, tramite l’arma del paradosso – “che si
contrappone a determinate abitudini intellettuali e a dati valori convenzionali”
– e del contrasto, usando figure retoriche che esaltano l’infimo, il marginale,
l’anonimo in vece del forte, il vuoto in vece del pieno, il molle (il mobile, il
malleabile) in vece del rigido.
Il Daodejing è uno dei libri più tradotti di sempre: la sua vastità – pur
ridotta in ottantuno poesie, spesso brevi – permette innumeri sguardi. C’è chi
si affida alla filologia, chi esalta la dimensione etica, chi quella fiabesca;
alcuni si concentrano sul lirismo di cui è intriso il testo. In Italia, tra i
tanti, segnaliamo la versione, ancestrale, di Julius Evola (Carabba, 1923, poi
rimeditata, poi ripresa da diversi editori) e quella di Augusto Shantena
Sabbadini (Feltrinelli, 2011); la versione poetica di Paolo Ruffilli (La regola
celeste del Tao, Bur, 2004), alcuni versi di Claudio Damiani e gli studi di
Paolo Lagazzi (per dire, intanto, un po’ a caso, al modo taoista) dicono di una
presenza sottile del Tao nella poesia italiana (che preesiste, persistente, nei
versi di Sbarbaro, nei frantumi di Zanzotto).
Per anni, ad ogni modo, abbiamo percorso la Via per vie laterali: la versione
più nota del Tao Te Ching, “Il Libro della Via e della Virtù”, edita da
Adelphi, dipende dalla versione del sinologo olandese Jan Julius Lodewijk
Duyvendak. Comprai quel libro – per spoliazione, estasiante, straniante – in una
libreria sul Lago Maggiore che non esiste più; l’ho letto in una casa che non
esiste più, in un giorno agostano di pioggia che forse non è mai esistito:
squittiva il fiume, l’odore del bosco era imperiale. La fontana in pietra, che
scampanava, ora non esiste più come non esistono più molti dei volti che a
quell’epoca erano cari, chiari. Tutto questo vivere tra evanescenze mi sembra
riguardi il Tao.
Anche la traduzione di traduzione, questo vagabondare per spifferi e spiragli,
mi sembra che riguardi il Tao. In questo repertorio, riferiamo di alcune
traduzioni dall’inglese, tra le miriadi. Quelle più celebri – le antiche
versioni del sinologo scozzese James Legge e dell’orientalista britannico Arthur
Waley (tra l’altro, poeta apprezzato da Yeats e autore di una fortunatissima
versione del Genji monogatari) – e quella, a mio giudizio, più ermetica,
sigillata nell’afa aforistica – di Daisetsu Teitaro Suzuki, l’autore dei Saggi
sul Buddhismo Zen, edita nel 1913 – fanno da cornice alla versione ‘d’autore’
di Ursula K. Le Guin. La straordinaria scrittrice di fantascienza –
quest’anno Mondadori ha rimesso in circolo i libri più importanti, tra cui I
reietti dell’altro pianeta e i tomi del “Ciclo di Terramare” e del “Ciclo
dell’Ecumene” – ha realizzato una bella versione del Tao Te Ching nel 1997, per
la Shambhala Publications, con una ipotesi di sguardo peculiare:
> “Le traduzioni accademiche del Tao Te Ching come manuale ad uso dei governanti
> utilizzano un vocabolario che enfatizza l’unicità del ‘saggio’ Taoista, la sua
> mascolinità, la propria autorità. Questo linguaggio si è perpetuato,
> degradandosi, nelle versioni più popolari del libro. Al contrario, io ho
> voluto un ‘Libro della Via’ accessibile al lettore, insensato, impotente, e
> magari poco virile, che non tenta segreti esoterici, in ascolto della voce che
> sussurra all’anima. Vorrei che si percepisse perché questo libro è così tanto
> amato da duemilacinquecento anni. È il più amabile dei grandi testi religiosi,
> il più divertente, arguto, accogliente, modesto, indistruttibilmente
> oltraggioso e inesauribilmente nuovo. Delle sorgenti profonde, è quella più
> pura. Per me, è anche la più profonda”.
Il legame tra Ursula K. Le Guin – l’autrice di fantascienza (per generalizzare,
ma un genio ‘degenera’ i generi) più amata da Harold Bloom, che la preferiva a
Tolkien – e il Tao Te Ching è antico, arcano: Tao Song (attacco: “O cauto pesce/
mostrami la via/ o verde erba/ fonda per me una via”) è una poesia raccolta
in Wild Angels, libro in versi del 1974. Già: Ursula K. Le Guin è stata anche
una poetessa di altissimo talento; i Collected Poems (insieme alla traduzione
del Tao Te Ching: A Book about the Way and the Power of the Way) sono stati
pubblicati dalla Library of America nel 2023. L’entità del tomo – 738 pagine –
fa capire plasticamente che la poesia non è stata attività secondaria nella
ricerca di Ursula K. Le Guin.
E ora, salto triplo nel vuoto, nella faida di sé, fino al tonfo – che il nostro
corpo sfarfalli, si incenerisca in miriadi di falene.
***
Il libro del Tao
IV
Senza fonti
La via è vuota
usata – non abusata.
Profonda – ancestrale
alle diecimila cose.
Mola i bordi
molla i legami
delucida la luce
la via è la polvere sulla via.
Silente,
sicura di durare.
Di chi è figlia? È nata
prima degli dèi.
*Elusivo è tutto ciò che dice Lao Tzu. La tentazione: aggrapparsi a qualcosa
nella semplicità infinitamente ingannevole delle sue parole. Perfino i migliori
traduttori, i filologi e gli accademici si concentrano sui valori etici e sulla
politica del testo, come se fossero la cosa importante. Ovvio, la religione
detta Taoismo è piena di dèi, di santi, di miracoli, di preghiere, di metodi per
assicurarsi ricchezza, potere, longevità – tutto ciò che Lao Tzu dice svia dalla
Via. In passi come questo, credo, la profonda limpidezza del linguaggio
riassumono ciò che gli uomini hanno ricavato, per secoli, dalla lettura di
questo testo: pura adesione al mistero di cui siamo parte.
*
XI
Il genio dell’inutile
Trenta raggi
convergono nel mozzo:
dove non è la ruota
è l’utile.
Scavando
l’argilla sorge il vaso:
dove non è il vaso
è la cosa chiamata vaso.
Ricavi porte e finestre
per ricavare una stanza:
dove non è stanza
è il tuo spazio.
Il profitto di ciò che è
è nell’uso di ciò che non è.
*Una cosa che amo di Lao Tzu è il genio comico. Spiega una verità profonda,
complessa, una di quelle verità controintuitive che, una volta accettate dalla
mente, raddoppiano d’improvviso le dimensioni dell’universo. E lo fa con
spiazzante semplicità, parlando di vasi.
*
XLVII
Guardare oltre
Non devi uscire di casa
per capire cosa accade nel mondo.
Non devi guardare fuori dalla finestra
per vedere la via. Più vai altrove
meno sai.
L’anima sapiente
non va – e sa
non guarda – e vede
non fa – e fa.
*Di solito, ci aspettiamo grandi cose dal “vedere il mondo”, dal “fare
esperienza. Un poeta romano ha scritto che il viaggiatore cambia il cielo sopra
di sé, mentre l’anima dentro di sé resta la stessa. Alcune poetesse, che hanno
fatto poche esperienze e quasi nessun viaggio, Emily Dickinson e Emily Brontë,
confermano le tesi di Lao Tzu: è lo sguardo interiore a vedere davvero il
mondo.
*
XLVIII
Disimparare
Studia, impara: ti farai grande.
Chi segue la Via rimpicciolisce.
Diventa piccolo, minuscolo.
Così si arriva alla non-azione.
Non fare nulla – che nulla sia fatto.
Non preoccuparti
di organizzare le cose.
Traduzione e commento di Ursula Le Guin
*
LVIII
Sovrano represso popolo soddisfatto
governo vivace e virile, popolo scontento e lagnoso.
“Sulla cattiva sorte si fonda la buona sorte, sulla buona la cattiva”.
Pochi lo sanno, ma esiste soglia tra retto e inesatto;
il regno dove ogni retta è obliqua
e ogni bene un male e l’umanità è smarrita.
Così il Saggio
squadra ma non taglia
sagoma ma non spezza
raddrizza ma non tira
emette luce senza brillare.
*
LXIII
Agisce senza agire, fa senza fare,
scopre il sapore nell’insapore
rende gigantesco il minimo, molto il poco
“Replica all’ingiuria con il bene
si occupa del difficile quando è facile
del sommo quando è infimo”.
Per governare ciò che è arduo
affrontalo quando è ceduo.
Il grande sia preso quando è misero.
Per questo il Saggio non si approssima ai grandi
e ottiene la grandezza.
E poi: “Un sì poco ispirato estrae poca fede
le cose ‘molto facili’ diventeranno assai difficili.
Per questo il Saggio rende difficile il facile:
in questo modo ottiene tutto senza difficoltà!
*Traduzione di Arthur Waley
**
LXXI
Conoscere l’inconoscibile è ascesi. Non conoscere lo sconosciuto è malattia.
Solo ammalandoci possiamo superare il male.
Il santo non è malato. Poiché il male lo abita la malattia non lo scalfisce.
*
LXXV
Il popolo è affamato perché i superiori sono famelici, per questo è affamato.
Il popolo è ingovernabile perché i superiori sono ingovernati, per questo è
ingovernabile.
Il popolo è troppo attaccato alla vita e non si occupa della morte, per questo è
moribondo.
Chi non ha interesse per la vita è più nobile di chi stima la vita.
*
LXXVII
La Ragione del Cielo è come un arco. Abbatte ciò che è alto, innalza il basso.
Decima l’abbondanza, moltiplica chi non ha nulla.
Tale è la Ragione del Cielo. Mutila chi ha in abbondanza, compie chi è privo.
La Ragione dell’Uomo non è così. Egli sottrae a chi non ha per servire chi ha in
abbondanza.
Chi è colui che vuole avere in abbondanza per servire abbondantemente il mondo?
Il santo agisce ma non si vanta; acquista meriti e ne è incurante; non mostra la
sua grandezza.
*
LXXVIII
Nulla al mondo è più molle e delicato dell’acqua. Nulla al mondo la supera nel
soggiogare il duro e il forte. Nulla può prendere il suo primato.
Il debole supera il forte, il tenero vince il rigido. Al mondo non esiste
qualcuno che non lo sappia, ma nessuno lo pratica.
Per questo il santo dice:
“Colui che s’incarica del peccato
della patria, salutiamo come il sacerdote
del grande sacrificio – colui che fallisce
ed è maledetto, salutiamo come il re dell’impero”.
Le parole autentiche suonano paradossali.
*Traduzione di D.T. Suzuki
**
LXXXI
Le parole sincere non sono belle; le belle parole sono insincere. Gli iniziati
(al Tao) non disputano (su di esso); chi disputa non è iniziato. Chi conosce (il
Tao) non è erudito; gli eruditi non lo conoscono.
Il saggio non accumula (per sé). Più dà agli altri più possiede; più dona più
ha.
Ha l’audacia della Via del Cielo e non nuoce; tutto ciò che opera sulla via
accade senza sforzo.
*Traduzione di James Legge
L'articolo “Diventa piccolo, minuscolo”. A capofitto nel Tao proviene da Pangea.