Nel fatidico “Canone Occidentale”, tra Don DeLillo e Cormac McCarthy, Thomas
Pynchon, Flannery O’Connor e Saul Bellow, Harold Bloom conficca Ursula K. Le
Guin, una scrittrice ‘di genere’, genericamente eccezionale: preferiva La mano
sinistra del buio, romanzo di fantascienza ritornato di recente negli alti
ranghi editoriali – Mondadori sta rieditando i romanzi più noti di Ursula. A suo
dire, la Le Guin ha mutato definitivamente genere al ‘genere’: ha fondato – dopo
i sommi pionieri: Tolkien & Lewis – l’aristocrazia del fantasy e della science
fiction. Per la Library of America, Bloom – ossessionato dal suo genio radicale
e marginale – ha curato i Collected Poems della Le Guin: le sue poesie –
pubblicate nell’arco di una vita – “mi ricordano, pur restando la testimonianza
di una inimitabile individualità, alcuni accenti di William Butler Yeats e il
‘tocco’ di Robinson Jeffers”. Per intenderci: nel “Canone Occidentale” Bloom non
canonizza Philip K. Dick (che pure piaceva molto alla Le Guin).
Figlia di un grande antropologo, Alfred Kroeber, Ursula scrisse il primo
racconto a dieci anni: alternava la lettura di Orgoglio e pregiudizio e di
Virginia Woolf a quella dei miti degli Yana, i nativi americani della
California, raccolti dalla madre; era nata a Berkeley, nel 1929. Scrittrice per
lo più inafferrabile, Ursula Le Guin è una creatrice di mondi: di recente mi
sono tuffato in “Earthsea” – reso in italiano come “Terramare” –, un universo
parallelo costituito da arcipelaghi, isole, golfi e draghi. Il protagonista del
ciclo – inaugurato nel 1968 e concluso nel 2001, tra i più importanti per
longevità –, Ged, è un mago dal fascino ambiguo. Nel primo libro del ciclo –
tradotto da Roberta Rambelli nel 1979 per Editrice Nord come ll mago di
Earthsea, ora in catalogo Mondadori nella versione di Ilva Tron come Un mago di
Terramare – Ged deve affrontare la propria Ombra, “uno dei Poteri della
non-vita”, “quel suo nero io”. L’inseguimento – che è poi una sequela dentro se
stessi – lo porterà fino ai confini di “Terramare”. L’Ombra – evocata per gioco,
per un delirio dell’essere – sarà per sempre la controparte del mago, lacerato
fin nel volto.
Tutto l’addestramento di Ged – che si compie, al principio, nel piccolo
villaggio nativo, poi alla scuola di Roke –, e dei maghi in genere, si focalizza
sull’esatta conoscenza dei nomi. Chi conosce il vero nome di una cosa – reso
invisibile dall’incuria, dalla disattenzione, dai licheni del tempo, dalla
‘caduta’ – può agirla, può agitarla, può mutarla per contatto. Conoscere il nome
di una cosa – di un uomo, di una pianta, di un drago – non significa
impossessarsi di essa, ma sprigionarla – liberarla, nella migliore delle
situazioni. Liberare i nomi, librarsi tra i nomi. Trovare di ogni creatura
l’autentico nome – rinominarla, cioè: rinnovare gli affetti.
> “Il mio nome, il tuo, e il nome vero del sole, di una sorgente d’acqua o di un
> fiore non ancora sbocciato sono tutte sillabe di un’unica grande parola che
> viene lentissimamente pronunciata dal brillare delle stelle. Non esiste altro
> potere. Non esiste altro nome”.
I poteri oscuri sono detti “Innominabili”: non hanno nome, sono lì dal principio
del mondo. Su di essi presiede una bambina – che non muore mai ma si reincarna
in perpetue bambine sacrificali – “Colei che è stata Divorata”. Vuota di sé,
piena del tutto, questa bambina è iniziata al silenzio e al buio.
Oltre alla mitologia dei nativi, la Le Guin leggeva Jung, maneggiava l’I-Ching;
la sua traduzione del Tao Te Ching (uscita nel 1997) è particolarmente
riuscita.
Il ciclo di “Terramare” è pensato per lettori-ragazzi: niente a che fare con
libri totali come La morte di Virgilio o il Doctor Faustus; eppure, quei
romanzi, nitidi, prodigiosi in immaginario, sono bellissimi. La loro lettura
s’intreccia, nel mio penare di mente, con quella della liturgia, in particolare
con il primo libro di Samuele. Addestrato dal sacerdote Eli, Samuele è detto
“veggente” (1 Sam 9, 11). In ebraico ro’eh, veggente, deriva dal verbo raah, che
significa, appunto, vedere. Il Testo spiega il contesto: “quello che oggi si
chiama profeta, allora si chiamava veggente” (1 Sam 9, 9). Il profetismo è
fenomeno specificamente biblico (leggersi l’introduzione di Gianfranco Ravasi
a I libri dei profeti, Bur, 2004): i profeti – di cui il prototipo compiuto è
Mosè – sono i portavoce di Dio, i chiamati che richiamano l’uomo all’obbedienza.
In ebraico profeta – colui che parla, a cui è incorporata la lingua di Dio – si
dice nabi. La parola del profeta è parola ‘efficace’, che agisce – il profeta
penetra negli spiragli della Storia e la sovverte. Sfacciata, sfaccettata è la
sua natura: il profeta abita il deserto – il luogo in cui Dio parla è però il
luogo in cui bisogna vincere l’idolo, il demone, l’illusione – e si scaglia
contro il palazzo (un prototipo che per lignaggio giunge fino a Giovanni
Battista). A volte, però, il profeta è incardinato nel palazzo, a giustificare –
più che a saggiare – l’operato del re sotto opera di Dio, assumendo funzioni
sacerdotali.
La parola-voce del profeta si fa, in esuberanza visionaria, parola scritta.
Parola, però, che non si fa legge né norma, quella del profeta, ma lievito – è,
la sua, parola vivente, parola scarcerata.
C’è un terzo termine che designa l’uomo preda di Dio: chozeh, l’ispirato
(da chazah: percepire, vedere con la mente, contemplare). Questi tre termini –
profeta, veggente, ispirato – sono usati spesso come sinonimi, testimoniano la
stratificazione storica del Testo; eppure, possiamo intenderli come un diverso
modo di approccio al divino; come una sorta di ascesi. Un conto è essere
consacrati a Dio, abitarLo continuamente; un conto, ad esempio, è stringere un
voto – che, per natura, dev’essere ‘svuotato’, realizzato.
La profezia, in questo senso, è l’eccellenza della vita eccedente, dedita a Dio.
Il profeta è legato alla bocca e alla scrittura, la sua è una regalità da
spelonca, da speleologo di Dio, da stilo-locusta. Il veggente – il cui organo è
l’occhio – interviene in alcuni momenti capitali, ‘a chiamata’; non scrive. La
figura dell’ispirato – che vive sulla soglia di Dio, lo assume per sussurri, in
spiragli – è direttamente legata alla corte: agli ispirati compete la redazione
delle cronache (“Le gesta di re Davide, dall’inizio alla fine, sono descritte
nei libri del veggente Samuele, del profeta Natan, dell’ispirato Gad”, 1 Cr 29,
29; a dire del legame tra storia e profezia ma anche del diverso livello
d’iniziazione a Dio) ma soprattutto la composizione di musiche per il rito. Asaf
“l’ispirato” (2 Cr 29, 30) scrive i testi intonati dai leviti in lode di Dio:
capo dei cantori, alla corte di Davide, a lui sono ascritti alcuni Salmi. L’arte
del cembalo e della voce, dell’arpa e della cetra è propria dell’ispirato: la
musica facilita l’ascesa, il ‘rapimento’.
Con ciò non s’intende sintetizzare una gerarchia – profeta, veggente, ispirato
–, assente nel Testo, ma intuire il mistero dei ‘chiamati’. Anche la Didaché,
l’antico testo dottrinario cristiano, parla di diverse cariche – di diversi
incarichi e servizi –, ispirate o ‘elettive’: “apostoli”, “episcopi e diaconi”,
“profeti e dottori”. La venuta di Cristo, però, ha sovvertito i canoni
sacerdotali: l’evento pentecostale (At 2, 14 ss.) realizza la profezia
pronunciata da Gioele: “e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;/
i vostri anziani faranno sogni/ i vostri giovani avranno visioni” (3, 1). Nulla
di pacificato nell’ardire a Dio, bensì di ‘apocalittico’: “Diventare
profeta significa comportarsi in modo straordinario, perdere il dominio di se
stesso, essere travolto dalla forza irresistibile del Signore” (così i curatori
della Bibbia Tob). La profezia che adombrava la fine del mondo, ora prepara il
mondo nuovo. Che oggi si sia per lo più supini in merito al sacro, resi
all’acquiescenza quando non a un isterico gracidio dell’io – come se avessimo
cose da difendere, cose di cui disfarci – è un segno.
*In copertina: un fotogramma da “I racconti di Terramare” (2006) di Gorō
Miyazaki
L'articolo “I vostri giovani avranno visioni”. Dal mago di Terramare al genio
della profezia proviene da Pangea.
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Alcuni testi-totem, che rivelano nuove vie al pensiero, sono scritti in versi.
Si tratta, anzitutto, di sobillare il linguaggio, di superare la coercizione
della grammatica – di aggirarne le leggi perché nelle parole s’intravedano nuove
stanze, un sole adatto alla brocca e non alla prammatica.
Pensiamo al poema Sulla natura di Parmenide o al De rerum natura di Lucrezio, ai
Veda, al libro di Giobbe, alle più estreme sure del Corano. La poesia è il
regesto di una lotta, è la mappa di un’ascesa, fin nella sua struttura di picchi
e di abissi, in cui il non-detto – non l’indeciso ma l’indicibile –, lo spazio
bianco, ha la stessa, equivalente importanza dello scritto. Un sospiro segue
l’affermazione, il silenzio: la poesia ha figura d’ala – come quella dipinta da
Dürer – e di razzia; è un sentiero che si torce; va per artigliate. Anche il
Nazareno, Verbo che incenerisce ogni verbo, si presenta, nel prologo del Vangelo
di Giovanni, in versi – ispirazione o sparizione?
L’enigmatico Laozi – o Lao Tzu che sia – i cui studi “si concentravano
sull’occultamento di sé e sull’assenza di nomi” (così lo Shiji) scriveva in
versi: il Daodejing – o Tao Te Ching che sia – non è soltanto il libro cardine
del Taoismo, ma uno dei più folgoranti poemi scritti da mano umana, in cui
l’estro è compenetrato dall’ethos, il ritmo verbale si fonde allo stile di vita.
Accade così coi rari, grandi testi: ripetendoli, si è già dentro una forma
dell’esistere. La scelta etica comporta un’opzione estetica. Così scrive
Lionello Lanciotti:
> “In campo artistico-letterario, il Taoismo, concedendo assoluta libertà
> all’individuo, permise la creazione di opere d’arte, concepite per il
> godimento del letterato o del pittore e non, come prevedevano i Confuciani, in
> esclusiva funzione di un certo tipo di società”.
>
> (in: Testi taoisti, Utet, 1977; 1999)
In versi di spietata schiettezza, spiazzanti, Laozi innalza un nuovo modo di
vivere improntato alla non-azione, all’elogio della debolezza, al fare “il
contrario di ciò che si fa abitualmente”, secondo i crismi di una sgargiante
‘naturalezza’.
> “Il non-agire si configura come una modalità per ritornare al nostro stato di
> natura, qual era alla nostra nascita. Il ritorno alla prima infanzia evoca qui
> non l’innocenza, ma l’Origine perduta. La perdita dell’Origine si avverte
> effettivamente a contatto con i bambini: benché consapevoli di esser passati
> noi stessi per tale condizione, abbiamo la sensazione che tutto ciò sia
> cancellato; di qui una certa difficoltà a rimetterci in contatto con tale
> stato originario. Sul piano collettivo, si tratta di tornare alla nascita
> dell’umanità, a uno stadio originario anteriore alla formazione di società
> organizzate ed istituzionalizzate”.
>
> (Anne Cheng, Storia del pensiero cinese, Mondadori, 2010, pp. 197-198)
Il ‘santo’ taoista è una specie di fool che mette in crisi l’ordine vigente: lo
fa, anzitutto, con il linguaggio, tramite l’arma del paradosso – “che si
contrappone a determinate abitudini intellettuali e a dati valori convenzionali”
– e del contrasto, usando figure retoriche che esaltano l’infimo, il marginale,
l’anonimo in vece del forte, il vuoto in vece del pieno, il molle (il mobile, il
malleabile) in vece del rigido.
Il Daodejing è uno dei libri più tradotti di sempre: la sua vastità – pur
ridotta in ottantuno poesie, spesso brevi – permette innumeri sguardi. C’è chi
si affida alla filologia, chi esalta la dimensione etica, chi quella fiabesca;
alcuni si concentrano sul lirismo di cui è intriso il testo. In Italia, tra i
tanti, segnaliamo la versione, ancestrale, di Julius Evola (Carabba, 1923, poi
rimeditata, poi ripresa da diversi editori) e quella di Augusto Shantena
Sabbadini (Feltrinelli, 2011); la versione poetica di Paolo Ruffilli (La regola
celeste del Tao, Bur, 2004), alcuni versi di Claudio Damiani e gli studi di
Paolo Lagazzi (per dire, intanto, un po’ a caso, al modo taoista) dicono di una
presenza sottile del Tao nella poesia italiana (che preesiste, persistente, nei
versi di Sbarbaro, nei frantumi di Zanzotto).
Per anni, ad ogni modo, abbiamo percorso la Via per vie laterali: la versione
più nota del Tao Te Ching, “Il Libro della Via e della Virtù”, edita da
Adelphi, dipende dalla versione del sinologo olandese Jan Julius Lodewijk
Duyvendak. Comprai quel libro – per spoliazione, estasiante, straniante – in una
libreria sul Lago Maggiore che non esiste più; l’ho letto in una casa che non
esiste più, in un giorno agostano di pioggia che forse non è mai esistito:
squittiva il fiume, l’odore del bosco era imperiale. La fontana in pietra, che
scampanava, ora non esiste più come non esistono più molti dei volti che a
quell’epoca erano cari, chiari. Tutto questo vivere tra evanescenze mi sembra
riguardi il Tao.
Anche la traduzione di traduzione, questo vagabondare per spifferi e spiragli,
mi sembra che riguardi il Tao. In questo repertorio, riferiamo di alcune
traduzioni dall’inglese, tra le miriadi. Quelle più celebri – le antiche
versioni del sinologo scozzese James Legge e dell’orientalista britannico Arthur
Waley (tra l’altro, poeta apprezzato da Yeats e autore di una fortunatissima
versione del Genji monogatari) – e quella, a mio giudizio, più ermetica,
sigillata nell’afa aforistica – di Daisetsu Teitaro Suzuki, l’autore dei Saggi
sul Buddhismo Zen, edita nel 1913 – fanno da cornice alla versione ‘d’autore’
di Ursula K. Le Guin. La straordinaria scrittrice di fantascienza –
quest’anno Mondadori ha rimesso in circolo i libri più importanti, tra cui I
reietti dell’altro pianeta e i tomi del “Ciclo di Terramare” e del “Ciclo
dell’Ecumene” – ha realizzato una bella versione del Tao Te Ching nel 1997, per
la Shambhala Publications, con una ipotesi di sguardo peculiare:
> “Le traduzioni accademiche del Tao Te Ching come manuale ad uso dei governanti
> utilizzano un vocabolario che enfatizza l’unicità del ‘saggio’ Taoista, la sua
> mascolinità, la propria autorità. Questo linguaggio si è perpetuato,
> degradandosi, nelle versioni più popolari del libro. Al contrario, io ho
> voluto un ‘Libro della Via’ accessibile al lettore, insensato, impotente, e
> magari poco virile, che non tenta segreti esoterici, in ascolto della voce che
> sussurra all’anima. Vorrei che si percepisse perché questo libro è così tanto
> amato da duemilacinquecento anni. È il più amabile dei grandi testi religiosi,
> il più divertente, arguto, accogliente, modesto, indistruttibilmente
> oltraggioso e inesauribilmente nuovo. Delle sorgenti profonde, è quella più
> pura. Per me, è anche la più profonda”.
Il legame tra Ursula K. Le Guin – l’autrice di fantascienza (per generalizzare,
ma un genio ‘degenera’ i generi) più amata da Harold Bloom, che la preferiva a
Tolkien – e il Tao Te Ching è antico, arcano: Tao Song (attacco: “O cauto pesce/
mostrami la via/ o verde erba/ fonda per me una via”) è una poesia raccolta
in Wild Angels, libro in versi del 1974. Già: Ursula K. Le Guin è stata anche
una poetessa di altissimo talento; i Collected Poems (insieme alla traduzione
del Tao Te Ching: A Book about the Way and the Power of the Way) sono stati
pubblicati dalla Library of America nel 2023. L’entità del tomo – 738 pagine –
fa capire plasticamente che la poesia non è stata attività secondaria nella
ricerca di Ursula K. Le Guin.
E ora, salto triplo nel vuoto, nella faida di sé, fino al tonfo – che il nostro
corpo sfarfalli, si incenerisca in miriadi di falene.
***
Il libro del Tao
IV
Senza fonti
La via è vuota
usata – non abusata.
Profonda – ancestrale
alle diecimila cose.
Mola i bordi
molla i legami
delucida la luce
la via è la polvere sulla via.
Silente,
sicura di durare.
Di chi è figlia? È nata
prima degli dèi.
*Elusivo è tutto ciò che dice Lao Tzu. La tentazione: aggrapparsi a qualcosa
nella semplicità infinitamente ingannevole delle sue parole. Perfino i migliori
traduttori, i filologi e gli accademici si concentrano sui valori etici e sulla
politica del testo, come se fossero la cosa importante. Ovvio, la religione
detta Taoismo è piena di dèi, di santi, di miracoli, di preghiere, di metodi per
assicurarsi ricchezza, potere, longevità – tutto ciò che Lao Tzu dice svia dalla
Via. In passi come questo, credo, la profonda limpidezza del linguaggio
riassumono ciò che gli uomini hanno ricavato, per secoli, dalla lettura di
questo testo: pura adesione al mistero di cui siamo parte.
*
XI
Il genio dell’inutile
Trenta raggi
convergono nel mozzo:
dove non è la ruota
è l’utile.
Scavando
l’argilla sorge il vaso:
dove non è il vaso
è la cosa chiamata vaso.
Ricavi porte e finestre
per ricavare una stanza:
dove non è stanza
è il tuo spazio.
Il profitto di ciò che è
è nell’uso di ciò che non è.
*Una cosa che amo di Lao Tzu è il genio comico. Spiega una verità profonda,
complessa, una di quelle verità controintuitive che, una volta accettate dalla
mente, raddoppiano d’improvviso le dimensioni dell’universo. E lo fa con
spiazzante semplicità, parlando di vasi.
*
XLVII
Guardare oltre
Non devi uscire di casa
per capire cosa accade nel mondo.
Non devi guardare fuori dalla finestra
per vedere la via. Più vai altrove
meno sai.
L’anima sapiente
non va – e sa
non guarda – e vede
non fa – e fa.
*Di solito, ci aspettiamo grandi cose dal “vedere il mondo”, dal “fare
esperienza. Un poeta romano ha scritto che il viaggiatore cambia il cielo sopra
di sé, mentre l’anima dentro di sé resta la stessa. Alcune poetesse, che hanno
fatto poche esperienze e quasi nessun viaggio, Emily Dickinson e Emily Brontë,
confermano le tesi di Lao Tzu: è lo sguardo interiore a vedere davvero il
mondo.
*
XLVIII
Disimparare
Studia, impara: ti farai grande.
Chi segue la Via rimpicciolisce.
Diventa piccolo, minuscolo.
Così si arriva alla non-azione.
Non fare nulla – che nulla sia fatto.
Non preoccuparti
di organizzare le cose.
Traduzione e commento di Ursula Le Guin
*
LVIII
Sovrano represso popolo soddisfatto
governo vivace e virile, popolo scontento e lagnoso.
“Sulla cattiva sorte si fonda la buona sorte, sulla buona la cattiva”.
Pochi lo sanno, ma esiste soglia tra retto e inesatto;
il regno dove ogni retta è obliqua
e ogni bene un male e l’umanità è smarrita.
Così il Saggio
squadra ma non taglia
sagoma ma non spezza
raddrizza ma non tira
emette luce senza brillare.
*
LXIII
Agisce senza agire, fa senza fare,
scopre il sapore nell’insapore
rende gigantesco il minimo, molto il poco
“Replica all’ingiuria con il bene
si occupa del difficile quando è facile
del sommo quando è infimo”.
Per governare ciò che è arduo
affrontalo quando è ceduo.
Il grande sia preso quando è misero.
Per questo il Saggio non si approssima ai grandi
e ottiene la grandezza.
E poi: “Un sì poco ispirato estrae poca fede
le cose ‘molto facili’ diventeranno assai difficili.
Per questo il Saggio rende difficile il facile:
in questo modo ottiene tutto senza difficoltà!
*Traduzione di Arthur Waley
**
LXXI
Conoscere l’inconoscibile è ascesi. Non conoscere lo sconosciuto è malattia.
Solo ammalandoci possiamo superare il male.
Il santo non è malato. Poiché il male lo abita la malattia non lo scalfisce.
*
LXXV
Il popolo è affamato perché i superiori sono famelici, per questo è affamato.
Il popolo è ingovernabile perché i superiori sono ingovernati, per questo è
ingovernabile.
Il popolo è troppo attaccato alla vita e non si occupa della morte, per questo è
moribondo.
Chi non ha interesse per la vita è più nobile di chi stima la vita.
*
LXXVII
La Ragione del Cielo è come un arco. Abbatte ciò che è alto, innalza il basso.
Decima l’abbondanza, moltiplica chi non ha nulla.
Tale è la Ragione del Cielo. Mutila chi ha in abbondanza, compie chi è privo.
La Ragione dell’Uomo non è così. Egli sottrae a chi non ha per servire chi ha in
abbondanza.
Chi è colui che vuole avere in abbondanza per servire abbondantemente il mondo?
Il santo agisce ma non si vanta; acquista meriti e ne è incurante; non mostra la
sua grandezza.
*
LXXVIII
Nulla al mondo è più molle e delicato dell’acqua. Nulla al mondo la supera nel
soggiogare il duro e il forte. Nulla può prendere il suo primato.
Il debole supera il forte, il tenero vince il rigido. Al mondo non esiste
qualcuno che non lo sappia, ma nessuno lo pratica.
Per questo il santo dice:
“Colui che s’incarica del peccato
della patria, salutiamo come il sacerdote
del grande sacrificio – colui che fallisce
ed è maledetto, salutiamo come il re dell’impero”.
Le parole autentiche suonano paradossali.
*Traduzione di D.T. Suzuki
**
LXXXI
Le parole sincere non sono belle; le belle parole sono insincere. Gli iniziati
(al Tao) non disputano (su di esso); chi disputa non è iniziato. Chi conosce (il
Tao) non è erudito; gli eruditi non lo conoscono.
Il saggio non accumula (per sé). Più dà agli altri più possiede; più dona più
ha.
Ha l’audacia della Via del Cielo e non nuoce; tutto ciò che opera sulla via
accade senza sforzo.
*Traduzione di James Legge
L'articolo “Diventa piccolo, minuscolo”. A capofitto nel Tao proviene da Pangea.