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“Un uomo andò a caccia di aquile…”: le leggende dei Cheyenne (e l’epopea di scrittori straordinari)
Il padre era sbarcato negli Stati Uniti a dieci anni. I suoi venivano dalla Germania, erano protestanti, piuttosto abbienti. Commerciavano in orologi. Il padre indossava tre nomi: Florenz, Friedrick, Martin; diede agli Usa quattro figli. Il primogenito, Alfred Louis Kroeber, nacque a Hoboken, modesta cittadina del New Jersey; fu spedito alla Columbia, amava la letteratura inglese. Conosceva il greco, parlava naturalmente inglese, in famiglia si esprimeva in tedesco. Pare avesse un certo talento nella scrittura, poi abbandonato – certe cose non si ereditano, sono un lascito.  Folgorato dalla figura di Franz Boas, il pioniere dell’antropologia moderna, tedesco come lui, trasferitosi negli Usa dopo aver compiuto esplorazioni tra gli eschimesi e i nativi, Alfred Kroeber ne divenne l’allievo più talentuoso. I suoi primi studi si concentrarono sugli Arapaho; in California, a Berkeley, fondò la cattedra di antropologia e diresse il “Phoebe A. Hearst Museum of Anthropology”. Al suo rapporto con Ishi, un nativo, un sopravvissuto, deve le sue scoperta sulla civiltà Yana, popolo originario della California settentrionale, quasi del tutto sterminato durante i feroci fasti della “Corsa all’oro”.  I primi studi compiuti di Kroeber, pubblicati nel 1907, riguardano Indian Myths of South Central California e The Religion of the Indians of California. Da Boas, Kroaber aveva recepito la regola fondamentale dell’antropologia scientifica: l’osservazione sul campo, confortata da strenua raccolta di dati. Il primo esito di questa cernita venne pubblicato nel 1900 sul “Journal of American Folk-Lore” (Vol. 13; Issue 50): si tratta di una raccolta di Cheyenne Tales a tratti di struggente bellezza. Tali miti & leggende – un breve repertorio è tradotto in calce all’articolo – sono stati “registrati sotto dettatura oppure direttamente trascritti dai nativi”. La “rozzezza stilistica”, così come i salti allusivi, le apparenti illogicità nella trama del racconto, sono, per Kroeber, fondamentali perché denunciano il “carattere originario del testi”. La poetica della ‘simpatia’ – o meglio, la magia – prevale sulla didattica della dialettica; il sacro ha un vello ispido, da ritualità senza mediatore. La “nudità primordiale”, priva di orpelli retorici, ci fa intuire – pur per sussulti, per balbettii, per fraintesi spiragli – i caratteri della cultura dei nativi. “Il drappeggio di una parafrasi moderna” – così scrive Kroeber – ne danneggerebbe irrimediabilmente il pregio. È lunga la storia di abbellimenti culturali che hanno imbellettato il primordiale con disneyano trucco, al fine di ridurre i nativi a meri figuranti, a figurine, quando non a statuari, astrusi esseri con copricapo di piume, pronti per Hollywood.  Benché abbia condotto spedizioni in Messico e in Perù, l’interesse scientifico di Kroeber si è concentrato per lo più intorno ai nativi della California. È da quelle osservazioni che l’antropologo trae la propria visione dei fenomeni culturali “come appartenenti alla natura, situandoli però in una dimensione separata (quella del ‘superorganico’), autonoma dai fenomeni fisici e chimici (l’‘inorganico’) così come da quelli biologici e psichici (l’‘organico’). La cultura possiederebbe perciò una natura ipostatica che trascende la stessa coscienza e volontà dell’individuo” (così la “Treccani”). Fino a qualche decennio fa, i libri di Kroeber erano fondamentali per chi volesse diventare antropologo. In Italia, Il Mulino pubblicava La natura della cultura (1952), Antropologia dei modelli culturali (1976), Il concetto di cultura (1972); per Feltrinelli è uscito Antropologia: razza, lingua, cultura, psicologia, preistoria (1983). Categorie di un mondo perduto.  Kroeber morì, ricco di gloria accademica, nel 1960, pluriottantenne, a Parigi. Sfoggiava una folta barba, aveva lo sguardo intenso; nonostante una certa compiuta severità, lo dicono simpatico, pronto al prossimo. La prima moglie, Henriette, morì di tubercolosi dopo sette anni di matrimonio; la seconda, Theodora, di vent’anni più giovane, vedova pure lei, lo seguì nelle ricerche antropologiche – scrisse un’importante studio sul nativo Ishi – e gli dedicò, nel 1970, una bella biografia, Alfred Kroeber. A Personal Configuration. L’anno prima si era risposata con un artista, John Quinn.  Dall’unione tra Alfred e Theodora nacque, nel 1929, la scrittrice Ursula K. Le Guin: esordì alla letteratura un anno prima della morte del padre. La complessità dei mondi fantastici ideati da Ursula deriva dalla sapienza trasmessale dai genitori: in particolare, in Always Coming Home (in italiano: Sempre la valle, Mondadori, 2025), la scrittrice costruisce, con impressionante armatura antropologica, l’epopea dei Kesh, “un popolo pacifico, che rifiuta governi e costrizioni”, sopravvissuto a immane catastrofe ecologica. Ursula crea il linguaggio – con glossario – di questo popolo di nativi, un corpus di miti, il repertorio delle loro conoscenze musicali. Insomma, il libro – che ha richiesto cinque anni di elaborazione – è una specie di “romanzo antropologico”. Anche le poesie di Le Guin sono – direttamente o indirettamente – legate agli studi compiuti dai genitori. In un poemetto, in particolare, A Private Ceremony of Public Mourning for the Language of the People Called Wappo (raccolto in Wild Oats and Fireweed, uscito nel 1988, intorno agli anni di Sempre la valle), Le Guin cita un libro del padre, Handbook of the Indians of California (1925). Da lì, impalca una sorta di lugubre canto rituale:  > “Non c’è nessuno > non c’è                        nessuno          niente > nessuno in vita non più > non più lingua non più uno che sappia > parola non uno > e nessun nome no non più: quale > fu il loro nome? > Quale quello del mio popolo? > Chi li uccise li disse Temerari. > Morti – e con loro morti i nomi”.  Anche così, da genitori a figli, trapassa il sapere. Ogni esercizio di linguaggio è resurrezione. Come una talea, il mito passa di mano in mano – chi dice che sia un vaso vuoto, un vortice di niente, non vede il germoglio che prende coraggio, esplode.  ** Leggende Cheyenne Quando furono creati, le genti si unirono in assemblea per capire se sarebbero vissuti a lunghi, se morte si stagliava su loro. Se una pietra galleggia sull’acqua, viviamo, se affonda moriamo, dicono. La pietra è gettata in acqua. Per un attimo resta sulla superficie dell’acqua e tutti gioiscono: viviamo per sempre, dicono. Poi affonda. Ne gettarono un’altra. Galleggiava per un po’, poi spariva alla vista. Il breve periodo in cui la pietra galleggia significa che la vita dell’uomo è breve – definitiva la morte. * Animali di terra e di cielo tennero consiglio per stringere patti e promettersi reciproco aiuto, come fossero fratelli. Questa riunione fu chiamata “Assemblea dell’amicizia con gli uccelli”. La maggior parte delle bestie era propensa a vivere in pace, ma gli uccelli rapaci – l’aquila, il falco, la gazza e il corvo – si opposero. Il falco disse: La guerra è la più nobile cosa. Poi volò via a cacciare altri uccelli. Anche l’aquila lo seguì, esprimendo parole contrarie all’amicizia. L’assemblea fu sciolta. Le bestie appresero nuovi nascondigli – tutte furono cibo per i rapaci.  * Un uomo prese il sentiero di guerra. Venne il giorno del ritorno a casa. Una bufera di neve gli fece perdere i sensi, rischiò di morire. Qualcuno lo sollevò, conducendolo presso una tenda. In tanti affollavano la tenda, in tanti vestivano a festa. Era una congrega di volpi. Insegnarono all’uomo la loro danza, gli mostrarono come dipingere, cosa indossare, quali canti intonare. Con loro, c’erano quattro ragazze. Il quarto mattino, l’uomo aveva imparato ogni cosa, la tempesta era terminata, il tempo era buono. La danza si interruppe e l’uomo fu accompagnato verso casa. Quando la compagnia si sciolse, l’uomo vide che si trattava di lupi e di coyote. Un lupo guidò l’uomo che tornò sano e salvo a casa. Lì, l’uomo istituì la danza delle volpi, che dura tuttora.  * Sole e Luna disputarono si chi dei due fosse superiore. Il Sole disse di essere luminoso, di governare sul giorno; disse che nessuno era più potente di lui. La Luna disse di governare la notte; disse che nessuno era più potente di lei: si prendeva cura di tutte le cose della terra, proteggeva uomini e animali dai pericoli. Il Sole le rispose: “Sono io che illumino il mondo. Se dovessi riposare, tutto si oscurerebbe; l’umanità non può fare a meno di me”. Allora la Luna replicò: “Io sono grande. E potente. Posso prendere il governo del giorno e guidare ogni cosa. Non mi importa se tu riposi”. Sole e Luna sono entrambi grandi sovrani, si parlarono a lungo. Il giorno in cui disputarono durò due giorni: tanto a lungo si parlarono. Infine, la Luna disse di avere moltissimi esseri meravigliosi e potenti dalla sua parte – si riferiva alle stelle.  * La terra poggia su una grande trave. Lontano, a Nord, abita un castoro, bianco come la neve: è il padre dell’umanità. Un giorno, rosicchierà i sostegni della trave e la terrà crollerà perché siamo indifesi. Quando si arrabbierà, il castoro farà proprio questo. Il palo è già corroso. Per questo, i Cheyenne non mangiano castoro e non toccano la sua pelle. Se non rispettano questa norma, si ammalano.  * Uno spettro prese il corpo di un uomo: aveva due facce, una rivolta in avanti e una indietro. Era immensamente grande e poteva attraversare i fiumi camminando. Era un grande cacciatore: non esisteva selvaggina in grado di sfuggirgli. Un giorno, trovò una tenda isolata, in cui viveva un uomo con la sua famiglia, tra cui la figlia, molto bella. Lo spettro si innamorò perdutamente della ragazza e decise di rifornire di carne quella famiglia. Ogni mattina, prima dell’alba, lasciava selvaggina fuori dalla tenda. L’uomo ignorava chi fosse così generoso con loro, così scavò un nascondiglio e vi entrò quando scese la notte. Fu allora che vide lo spettro. Ne fu spaventato e quando il fantasma tornò presso la tenda gli disse che non gli avrebbe concesso sua figlia. Decisero allora di sfidarsi facendo un gioco. Giocarono per cinque notti. Il gioco consisteva nel nascondere un bottone nelle mani. L’uomo riuscì con astuzia a battere il fantasma, che perse la donna di cui era infatuato. Non portò più cibo a quella famiglia.  * Un uomo andò a caccia di aquile. Scavò una buca, la coprì con sterpaglie, vi mise sopra un vitello di bufalo, scuoiato. Poi si nascose nella buca. L’aquila vide il vitello e piombò su di lui. Appena cominciò a mangiarlo, l’uomo afferrò le gambe del rapace. L’aquila non si fece intimidire e volò su una montagna ripida, da cui sapeva che l’uomo non avrebbe potuto scendere. L’uomo cominciò ad avere fame e pianse. Adorò il sole, lo pregò di aiutarlo a scendere in pianura sano e salvo. Alla fine, la tempesta lo riportò a casa. Era stato salvato dal sole.  * Affamato, il coyote cercava cibo. Non riuscì a catturare né lepre né uccello, non aveva nulla da mangiare. Quando incontro una tartaruga, decise di ucciderla. Sapendo di non poter sfondare il suo guscio, tentò di vincerla con uno stratagemma. “Sono un grande amico del popolo delle tartarughe”, disse il coyote. “Le tartarughe mi chiamano Capo Tartaruga perché sono amico per la vita delle tartarughe”. Così il coyote voleva costringere la tartaruga a mostrarsi. La tartaruga disse che si chiamava Tartaruga Medicina. “Bene, tartaruga, abbiamo avuto un incontro da amici: ricordiamolo a lungo”. Stavano per lasciarsi e il coyote pensò di poter uccidere la tartaruga. Andò a baciarla, pensando di poterla dilaniare. La tartaruga, però, intuì le sue intenzioni e morse il muso del coyote, che scappò via.  * Un cacciatore aveva ucciso un bufalo. Nel luogo dove lo stava macellando, si posò un corvo. “Ho molta fame”, disse il corvo al cacciatore, “e non ho mai mangiato gli occhi del bufalo. Conosco molto bene i problemi degli occhi e ti chiedo di farmi mangiare gli occhi del bufalo e di nutrirmi della carne che desidero”. L’uomo rispose al corvo: “Ti darò la carne che desideri e ucciderò altri bufali per te, così potrai saziarti dei loro occhi”. Il corvo disse: “Tornerò dalla mia famiglia, porterò qui mia moglie e i miei giovani corvi. In cambio, ti istruirò sui modi per guarire gli occhi”. L’uomo pensò che gli sarebbe utile quell’insegnamento perché la moglie era cieca da un occhi e vedeva male dall’altro. Il corvo tornò con la sua famiglia nel luogo dove l’uomo stava tagliando la carne e ne mangiarono. Poi il corvo e sua moglie gli diedero insegnamenti riguardo agli occhi. Entrambi cominciarono a cantare. L’uomo credette a ciò che gli cantava il corvo, ma a causa del suo insegnamento perse immediatamente gli occhi. Quando cercò di tornare a casa, si perse. Infine, cadde in una gola ripida e profonda. Latrò, urlò, ma nessuno venne ad aiutarlo.  *In copertina: Sioux nella fotografia di Edward Sheriff Curtis (1868-1952) L'articolo “Un uomo andò a caccia di aquile…”: le leggende dei Cheyenne (e l’epopea di scrittori straordinari) proviene da Pangea.
March 11, 2026 / Pangea
“I vostri giovani avranno visioni”. Dal mago di Terramare al genio della profezia
Nel fatidico “Canone Occidentale”, tra Don DeLillo e Cormac McCarthy, Thomas Pynchon, Flannery O’Connor e Saul Bellow, Harold Bloom conficca Ursula K. Le Guin, una scrittrice ‘di genere’, genericamente eccezionale: preferiva La mano sinistra del buio, romanzo di fantascienza ritornato di recente negli alti ranghi editoriali – Mondadori sta rieditando i romanzi più noti di Ursula. A suo dire, la Le Guin ha mutato definitivamente genere al ‘genere’: ha fondato – dopo i sommi pionieri: Tolkien & Lewis – l’aristocrazia del fantasy e della science fiction. Per la Library of America, Bloom – ossessionato dal suo genio radicale e marginale – ha curato i Collected Poems della Le Guin: le sue poesie – pubblicate nell’arco di una vita – “mi ricordano, pur restando la testimonianza di una inimitabile individualità, alcuni accenti di William Butler Yeats e il ‘tocco’ di Robinson Jeffers”. Per intenderci: nel “Canone Occidentale” Bloom non canonizza Philip K. Dick (che pure piaceva molto alla Le Guin).  Figlia di un grande antropologo, Alfred Kroeber, Ursula scrisse il primo racconto a dieci anni: alternava la lettura di Orgoglio e pregiudizio e di Virginia Woolf a quella dei miti degli Yana, i nativi americani della California, raccolti dalla madre; era nata a Berkeley, nel 1929. Scrittrice per lo più inafferrabile, Ursula Le Guin è una creatrice di mondi: di recente mi sono tuffato in “Earthsea” – reso in italiano come “Terramare” –, un universo parallelo costituito da arcipelaghi, isole, golfi e draghi. Il protagonista del ciclo – inaugurato nel 1968 e concluso nel 2001, tra i più importanti per longevità –, Ged, è un mago dal fascino ambiguo. Nel primo libro del ciclo – tradotto da Roberta Rambelli nel 1979 per Editrice Nord come ll mago di Earthsea, ora in catalogo Mondadori nella versione di Ilva Tron come Un mago di Terramare – Ged deve affrontare la propria Ombra, “uno dei Poteri della non-vita”, “quel suo nero io”. L’inseguimento – che è poi una sequela dentro se stessi – lo porterà fino ai confini di “Terramare”. L’Ombra – evocata per gioco, per un delirio dell’essere – sarà per sempre la controparte del mago, lacerato fin nel volto.  Tutto l’addestramento di Ged – che si compie, al principio, nel piccolo villaggio nativo, poi alla scuola di Roke –, e dei maghi in genere, si focalizza sull’esatta conoscenza dei nomi. Chi conosce il vero nome di una cosa – reso invisibile dall’incuria, dalla disattenzione, dai licheni del tempo, dalla ‘caduta’ – può agirla, può agitarla, può mutarla per contatto. Conoscere il nome di una cosa – di un uomo, di una pianta, di un drago – non significa impossessarsi di essa, ma sprigionarla – liberarla, nella migliore delle situazioni. Liberare i nomi, librarsi tra i nomi. Trovare di ogni creatura l’autentico nome – rinominarla, cioè: rinnovare gli affetti. > “Il mio nome, il tuo, e il nome vero del sole, di una sorgente d’acqua o di un > fiore non ancora sbocciato sono tutte sillabe di un’unica grande parola che > viene lentissimamente pronunciata dal brillare delle stelle. Non esiste altro > potere. Non esiste altro nome”.  I poteri oscuri sono detti “Innominabili”: non hanno nome, sono lì dal principio del mondo. Su di essi presiede una bambina – che non muore mai ma si reincarna in perpetue bambine sacrificali – “Colei che è stata Divorata”. Vuota di sé, piena del tutto, questa bambina è iniziata al silenzio e al buio.  Oltre alla mitologia dei nativi, la Le Guin leggeva Jung, maneggiava l’I-Ching; la sua traduzione del Tao Te Ching (uscita nel 1997) è particolarmente riuscita.  Il ciclo di “Terramare” è pensato per lettori-ragazzi: niente a che fare con libri totali come La morte di Virgilio o il Doctor Faustus; eppure, quei romanzi, nitidi, prodigiosi in immaginario, sono bellissimi. La loro lettura s’intreccia, nel mio penare di mente, con quella della liturgia, in particolare con il primo libro di Samuele. Addestrato dal sacerdote Eli, Samuele è detto “veggente” (1 Sam 9, 11). In ebraico ro’eh, veggente, deriva dal verbo raah, che significa, appunto, vedere. Il Testo spiega il contesto: “quello che oggi si chiama profeta, allora si chiamava veggente” (1 Sam 9, 9). Il profetismo è fenomeno specificamente biblico (leggersi l’introduzione di Gianfranco Ravasi a I libri dei profeti, Bur, 2004): i profeti – di cui il prototipo compiuto è Mosè – sono i portavoce di Dio, i chiamati che richiamano l’uomo all’obbedienza. In ebraico profeta – colui che parla, a cui è incorporata la lingua di Dio – si dice nabi. La parola del profeta è parola ‘efficace’, che agisce – il profeta penetra negli spiragli della Storia e la sovverte. Sfacciata, sfaccettata è la sua natura: il profeta abita il deserto – il luogo in cui Dio parla è però il luogo in cui bisogna vincere l’idolo, il demone, l’illusione – e si scaglia contro il palazzo (un prototipo che per lignaggio giunge fino a Giovanni Battista). A volte, però, il profeta è incardinato nel palazzo, a giustificare – più che a saggiare – l’operato del re sotto opera di Dio, assumendo funzioni sacerdotali.  La parola-voce del profeta si fa, in esuberanza visionaria, parola scritta. Parola, però, che non si fa legge né norma, quella del profeta, ma lievito – è, la sua, parola vivente, parola scarcerata.  C’è un terzo termine che designa l’uomo preda di Dio: chozeh, l’ispirato (da chazah: percepire, vedere con la mente, contemplare). Questi tre termini – profeta, veggente, ispirato – sono usati spesso come sinonimi, testimoniano la stratificazione storica del Testo; eppure, possiamo intenderli come un diverso modo di approccio al divino; come una sorta di ascesi. Un conto è essere consacrati a Dio, abitarLo continuamente; un conto, ad esempio, è stringere un voto – che, per natura, dev’essere ‘svuotato’, realizzato.  La profezia, in questo senso, è l’eccellenza della vita eccedente, dedita a Dio. Il profeta è legato alla bocca e alla scrittura, la sua è una regalità da spelonca, da speleologo di Dio, da stilo-locusta. Il veggente – il cui organo è l’occhio – interviene in alcuni momenti capitali, ‘a chiamata’; non scrive. La figura dell’ispirato – che vive sulla soglia di Dio, lo assume per sussurri, in spiragli – è direttamente legata alla corte: agli ispirati compete la redazione delle cronache (“Le gesta di re Davide, dall’inizio alla fine, sono descritte nei libri del veggente Samuele, del profeta Natan, dell’ispirato Gad”, 1 Cr 29, 29; a dire del legame tra storia e profezia ma anche del diverso livello d’iniziazione a Dio) ma soprattutto la composizione di musiche per il rito. Asaf “l’ispirato” (2 Cr 29, 30) scrive i testi intonati dai leviti in lode di Dio: capo dei cantori, alla corte di Davide, a lui sono ascritti alcuni Salmi. L’arte del cembalo e della voce, dell’arpa e della cetra è propria dell’ispirato: la musica facilita l’ascesa, il ‘rapimento’.  Con ciò non s’intende sintetizzare una gerarchia – profeta, veggente, ispirato –, assente nel Testo, ma intuire il mistero dei ‘chiamati’. Anche la Didaché, l’antico testo dottrinario cristiano, parla di diverse cariche – di diversi incarichi e servizi –, ispirate o ‘elettive’: “apostoli”, “episcopi e diaconi”, “profeti e dottori”. La venuta di Cristo, però, ha sovvertito i canoni sacerdotali: l’evento pentecostale (At 2, 14 ss.) realizza la profezia pronunciata da Gioele: “e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;/ i vostri anziani faranno sogni/ i vostri giovani avranno visioni” (3, 1). Nulla di pacificato nell’ardire a Dio, bensì di ‘apocalittico’: “Diventare profeta significa comportarsi in modo straordinario, perdere il dominio di se stesso, essere travolto dalla forza irresistibile del Signore” (così i curatori della Bibbia Tob). La profezia che adombrava la fine del mondo, ora prepara il mondo nuovo. Che oggi si sia per lo più supini in merito al sacro, resi all’acquiescenza quando non a un isterico gracidio dell’io – come se avessimo cose da difendere, cose di cui disfarci – è un segno.  *In copertina: un fotogramma da “I racconti di Terramare” (2006) di Gorō Miyazaki L'articolo “I vostri giovani avranno visioni”. Dal mago di Terramare al genio della profezia proviene da Pangea.
January 27, 2026 / Pangea
“Diventa piccolo, minuscolo”. A capofitto nel Tao
Alcuni testi-totem, che rivelano nuove vie al pensiero, sono scritti in versi. Si tratta, anzitutto, di sobillare il linguaggio, di superare la coercizione della grammatica – di aggirarne le leggi perché nelle parole s’intravedano nuove stanze, un sole adatto alla brocca e non alla prammatica.  Pensiamo al poema Sulla natura di Parmenide o al De rerum natura di Lucrezio, ai Veda, al libro di Giobbe, alle più estreme sure del Corano. La poesia è il regesto di una lotta, è la mappa di un’ascesa, fin nella sua struttura di picchi e di abissi, in cui il non-detto – non l’indeciso ma l’indicibile –, lo spazio bianco, ha la stessa, equivalente importanza dello scritto. Un sospiro segue l’affermazione, il silenzio: la poesia ha figura d’ala – come quella dipinta da Dürer – e di razzia; è un sentiero che si torce; va per artigliate. Anche il Nazareno, Verbo che incenerisce ogni verbo, si presenta, nel prologo del Vangelo di Giovanni, in versi – ispirazione o sparizione?  L’enigmatico Laozi – o Lao Tzu che sia – i cui studi “si concentravano sull’occultamento di sé e sull’assenza di nomi” (così lo Shiji) scriveva in versi: il Daodejing – o Tao Te Ching che sia – non è soltanto il libro cardine del Taoismo, ma uno dei più folgoranti poemi scritti da mano umana, in cui l’estro è compenetrato dall’ethos, il ritmo verbale si fonde allo stile di vita. Accade così coi rari, grandi testi: ripetendoli, si è già dentro una forma dell’esistere. La scelta etica comporta un’opzione estetica. Così scrive Lionello Lanciotti: > “In campo artistico-letterario, il Taoismo, concedendo assoluta libertà > all’individuo, permise la creazione di opere d’arte, concepite per il > godimento del letterato o del pittore e non, come prevedevano i Confuciani, in > esclusiva funzione di un certo tipo di società”. > > (in: Testi taoisti, Utet, 1977; 1999) In versi di spietata schiettezza, spiazzanti, Laozi innalza un nuovo modo di vivere improntato alla non-azione, all’elogio della debolezza, al fare “il contrario di ciò che si fa abitualmente”, secondo i crismi di una sgargiante ‘naturalezza’.  > “Il non-agire si configura come una modalità per ritornare al nostro stato di > natura, qual era alla nostra nascita. Il ritorno alla prima infanzia evoca qui > non l’innocenza, ma l’Origine perduta. La perdita dell’Origine si avverte > effettivamente a contatto con i bambini: benché consapevoli di esser passati > noi stessi per tale condizione, abbiamo la sensazione che tutto ciò sia > cancellato; di qui una certa difficoltà a rimetterci in contatto con tale > stato originario. Sul piano collettivo, si tratta di tornare alla nascita > dell’umanità, a uno stadio originario anteriore alla formazione di società > organizzate ed istituzionalizzate”. > > (Anne Cheng, Storia del pensiero cinese, Mondadori, 2010, pp. 197-198) Il ‘santo’ taoista è una specie di fool che mette in crisi l’ordine vigente: lo fa, anzitutto, con il linguaggio, tramite l’arma del paradosso – “che si contrappone a determinate abitudini intellettuali e a dati valori convenzionali” – e del contrasto, usando figure retoriche che esaltano l’infimo, il marginale, l’anonimo in vece del forte, il vuoto in vece del pieno, il molle (il mobile, il malleabile) in vece del rigido.  Il Daodejing è uno dei libri più tradotti di sempre: la sua vastità – pur ridotta in ottantuno poesie, spesso brevi – permette innumeri sguardi. C’è chi si affida alla filologia, chi esalta la dimensione etica, chi quella fiabesca; alcuni si concentrano sul lirismo di cui è intriso il testo. In Italia, tra i tanti, segnaliamo la versione, ancestrale, di Julius Evola (Carabba, 1923, poi rimeditata, poi ripresa da diversi editori) e quella di Augusto Shantena Sabbadini (Feltrinelli, 2011); la versione poetica di Paolo Ruffilli (La regola celeste del Tao, Bur, 2004), alcuni versi di Claudio Damiani e gli studi di Paolo Lagazzi (per dire, intanto, un po’ a caso, al modo taoista) dicono di una presenza sottile del Tao nella poesia italiana (che preesiste, persistente, nei versi di Sbarbaro, nei frantumi di Zanzotto).  Per anni, ad ogni modo, abbiamo percorso la Via per vie laterali: la versione più nota del Tao Te Ching, “Il Libro della Via e della Virtù”, edita da Adelphi, dipende dalla versione del sinologo olandese Jan Julius Lodewijk Duyvendak. Comprai quel libro – per spoliazione, estasiante, straniante – in una libreria sul Lago Maggiore che non esiste più; l’ho letto in una casa che non esiste più, in un giorno agostano di pioggia che forse non è mai esistito: squittiva il fiume, l’odore del bosco era imperiale. La fontana in pietra, che scampanava, ora non esiste più come non esistono più molti dei volti che a quell’epoca erano cari, chiari. Tutto questo vivere tra evanescenze mi sembra riguardi il Tao.  Anche la traduzione di traduzione, questo vagabondare per spifferi e spiragli, mi sembra che riguardi il Tao. In questo repertorio, riferiamo di alcune traduzioni dall’inglese, tra le miriadi. Quelle più celebri – le antiche versioni del sinologo scozzese James Legge e dell’orientalista britannico Arthur Waley (tra l’altro, poeta apprezzato da Yeats e autore di una fortunatissima versione del Genji monogatari) – e quella, a mio giudizio, più ermetica, sigillata nell’afa aforistica – di Daisetsu Teitaro Suzuki, l’autore dei Saggi sul Buddhismo Zen, edita nel 1913 – fanno da cornice alla versione ‘d’autore’ di Ursula K. Le Guin. La straordinaria scrittrice di fantascienza – quest’anno Mondadori ha rimesso in circolo i libri più importanti, tra cui I reietti dell’altro pianeta e i tomi del “Ciclo di Terramare” e del “Ciclo dell’Ecumene” – ha realizzato una bella versione del Tao Te Ching nel 1997, per la Shambhala Publications, con una ipotesi di sguardo peculiare:  > “Le traduzioni accademiche del Tao Te Ching come manuale ad uso dei governanti > utilizzano un vocabolario che enfatizza l’unicità del ‘saggio’ Taoista, la sua > mascolinità, la propria autorità. Questo linguaggio si è perpetuato, > degradandosi, nelle versioni più popolari del libro. Al contrario, io ho > voluto un ‘Libro della Via’ accessibile al lettore, insensato, impotente, e > magari poco virile, che non tenta segreti esoterici, in ascolto della voce che > sussurra all’anima. Vorrei che si percepisse perché questo libro è così tanto > amato da duemilacinquecento anni. È il più amabile dei grandi testi religiosi, > il più divertente, arguto, accogliente, modesto, indistruttibilmente > oltraggioso e inesauribilmente nuovo. Delle sorgenti profonde, è quella più > pura. Per me, è anche la più profonda”.  Il legame tra Ursula K. Le Guin – l’autrice di fantascienza (per generalizzare, ma un genio ‘degenera’ i generi) più amata da Harold Bloom, che la preferiva a Tolkien – e il Tao Te Ching è antico, arcano: Tao Song (attacco: “O cauto pesce/ mostrami la via/ o verde erba/ fonda per me una via”) è una poesia raccolta in Wild Angels, libro in versi del 1974. Già: Ursula K. Le Guin è stata anche una poetessa di altissimo talento; i Collected Poems (insieme alla traduzione del Tao Te Ching: A Book about the Way and the Power of the Way) sono stati pubblicati dalla Library of America nel 2023. L’entità del tomo – 738 pagine – fa capire plasticamente che la poesia non è stata attività secondaria nella ricerca di Ursula K. Le Guin.  E ora, salto triplo nel vuoto, nella faida di sé, fino al tonfo – che il nostro corpo sfarfalli, si incenerisca in miriadi di falene.  *** Il libro del Tao IV Senza fonti La via è vuota usata – non abusata.  Profonda – ancestrale  alle diecimila cose. Mola i bordi molla i legami delucida la luce la via è la polvere sulla via. Silente,  sicura di durare.  Di chi è figlia? È nata prima degli dèi.  *Elusivo è tutto ciò che dice Lao Tzu. La tentazione: aggrapparsi a qualcosa nella semplicità infinitamente ingannevole delle sue parole. Perfino i migliori traduttori, i filologi e gli accademici si concentrano sui valori etici e sulla politica del testo, come se fossero la cosa importante. Ovvio, la religione detta Taoismo è piena di dèi, di santi, di miracoli, di preghiere, di metodi per assicurarsi ricchezza, potere, longevità – tutto ciò che Lao Tzu dice svia dalla Via. In passi come questo, credo, la profonda limpidezza del linguaggio riassumono ciò che gli uomini hanno ricavato, per secoli, dalla lettura di questo testo: pura adesione al mistero di cui siamo parte.  * XI Il genio dell’inutile Trenta raggi convergono nel mozzo: dove non è la ruota  è l’utile. Scavando  l’argilla sorge il vaso: dove non è il vaso è la cosa chiamata vaso. Ricavi porte e finestre per ricavare una stanza: dove non è stanza è il tuo spazio.  Il profitto di ciò che è è nell’uso di ciò che non è.  *Una cosa che amo di Lao Tzu è il genio comico. Spiega una verità profonda, complessa, una di quelle verità controintuitive che, una volta accettate dalla mente, raddoppiano d’improvviso le dimensioni dell’universo. E lo fa con spiazzante semplicità, parlando di vasi.  * XLVII Guardare oltre Non devi uscire di casa per capire cosa accade nel mondo. Non devi guardare fuori dalla finestra per vedere la via. Più vai altrove meno sai.  L’anima sapiente non va – e sa non guarda – e vede non fa – e fa.  *Di solito, ci aspettiamo grandi cose dal “vedere il mondo”, dal “fare esperienza. Un poeta romano ha scritto che il viaggiatore cambia il cielo sopra di sé, mentre l’anima dentro di sé resta la stessa. Alcune poetesse, che hanno fatto poche esperienze e quasi nessun viaggio, Emily Dickinson e Emily Brontë, confermano le tesi di Lao Tzu: è lo sguardo interiore a vedere davvero il mondo.  * XLVIII Disimparare Studia, impara: ti farai grande. Chi segue la Via rimpicciolisce. Diventa piccolo, minuscolo.  Così si arriva alla non-azione.  Non fare nulla – che nulla sia fatto.  Non preoccuparti di organizzare le cose.  Traduzione e commento di Ursula Le Guin * LVIII Sovrano represso popolo soddisfatto governo vivace e virile, popolo scontento e lagnoso. “Sulla cattiva sorte si fonda la buona sorte, sulla buona la cattiva”. Pochi lo sanno, ma esiste soglia tra retto e inesatto; il regno dove ogni retta è obliqua e ogni bene un male e l’umanità è smarrita. Così il Saggio squadra ma non taglia sagoma ma non spezza raddrizza ma non tira emette luce senza brillare. * LXIII Agisce senza agire, fa senza fare, scopre il sapore nell’insapore rende gigantesco il minimo, molto il poco “Replica all’ingiuria con il bene si occupa del difficile quando è facile del sommo quando è infimo”. Per governare ciò che è arduo affrontalo quando è ceduo.  Il grande sia preso quando è misero. Per questo il Saggio non si approssima ai grandi e ottiene la grandezza.  E poi: “Un sì poco ispirato estrae poca fede le cose ‘molto facili’ diventeranno assai difficili.  Per questo il Saggio rende difficile il facile: in questo modo ottiene tutto senza difficoltà! *Traduzione di Arthur Waley ** LXXI Conoscere l’inconoscibile è ascesi. Non conoscere lo sconosciuto è malattia. Solo ammalandoci possiamo superare il male.  Il santo non è malato. Poiché il male lo abita la malattia non lo scalfisce.  * LXXV Il popolo è affamato perché i superiori sono famelici, per questo è affamato. Il popolo è ingovernabile perché i superiori sono ingovernati, per questo è ingovernabile.  Il popolo è troppo attaccato alla vita e non si occupa della morte, per questo è moribondo.  Chi non ha interesse per la vita è più nobile di chi stima la vita. * LXXVII La Ragione del Cielo è come un arco. Abbatte ciò che è alto, innalza il basso. Decima l’abbondanza, moltiplica chi non ha nulla.  Tale è la Ragione del Cielo. Mutila chi ha in abbondanza, compie chi è privo.  La Ragione dell’Uomo non è così. Egli sottrae a chi non ha per servire chi ha in abbondanza.  Chi è colui che vuole avere in abbondanza per servire abbondantemente il mondo? Il santo agisce ma non si vanta; acquista meriti e ne è incurante; non mostra la sua grandezza.  * LXXVIII Nulla al mondo è più molle e delicato dell’acqua. Nulla al mondo la supera nel soggiogare il duro e il forte. Nulla può prendere il suo primato. Il debole supera il forte, il tenero vince il rigido. Al mondo non esiste qualcuno che non lo sappia, ma nessuno lo pratica. Per questo il santo dice: “Colui che s’incarica del peccato della patria, salutiamo come il sacerdote del grande sacrificio – colui che fallisce ed è maledetto, salutiamo come il re dell’impero”. Le parole autentiche suonano paradossali.  *Traduzione di D.T. Suzuki ** LXXXI Le parole sincere non sono belle; le belle parole sono insincere. Gli iniziati (al Tao) non disputano (su di esso); chi disputa non è iniziato. Chi conosce (il Tao) non è erudito; gli eruditi non lo conoscono.  Il saggio non accumula (per sé). Più dà agli altri più possiede; più dona più ha.  Ha l’audacia della Via del Cielo e non nuoce; tutto ciò che opera sulla via accade senza sforzo.  *Traduzione di James Legge L'articolo “Diventa piccolo, minuscolo”. A capofitto nel Tao proviene da Pangea.
August 11, 2025 / Pangea