La brezza blu dell’angoscia scompiglia il fogliame d’ossa dell’anima, agitandolo
dinanzi alla faccia lapidata del cielo… Quell’angoscia irriducibilmente nuda, e
per questo ancor più erotica, che denudando sé e colui che perseguita apre le
nozze di morte all’amplesso inconcludente di quelle due vacuità – Dio e l’uomo.
L’angoscia… questa prostituzione della divinità – di colui che non è me, ma è
più me di me stesso –… profanazione della sua bellezza, profanazione che ancor
più la magnifica: questo cerca, qui, Georges Bataille: l’improfanabilità della
Bellezza…
E all’improfanabile, a ciò che non è toccato dalla profanazione, ecco, si
giunge… profanando, se stessi. Lettore di Nietzsche, fece sua questa
predicazione di Zarathustra: “La notte è anch’essa un sole”. È lì lo snodo
mistico, l’inversione divina dei valori, quel che nel reale ha aura di disgusto,
di miserando, di carcame, insomma, che tende a essere vissuto come profanazione
apparente, qui invece, nella noche oscura, è Grazia disvelante Dio, sottrae Dio
dal suo inviolabile distacco e, una volta aperta la breccia nell’anima, questa
lo inghiotte, lo risucchia… La profanazione è dunque l’angelo messaggero di
Dio, e a pochi è dato di non essere annientati dal messaggio che reca; ma se lo
si sopporta, se lo si vive fino al disgusto, fino alla vertigine, fino alla
gnosi…
Dice, Simone Weil, che vi è un punto della sventura giunto il quale
non desideriamo seguitare a subirla oltre, né che essa ci venga tolta.
Aggiungerei, con Kafka: è proprio quel punto che bisogna raggiungere. E per
essere più spietato ancora: da quel punto, proprio da quel punto, il più brutale
della notte, notte che non può in alcun modo sprofondare in notte più notturna
ancora… ecco – da lì soltanto sgorgherà luce.
Qui in Bataille siamo nell’oscura luminosità di quest’esperienza
interiore, nell’ambivalenza tra trascendenza e martirio, siamo il cane di fuoco
che sbrana l’amore nel rito di adorazione. Penso alla Pentesilea di Kleist, lei
che scambiava, violata dal troppo pieno, gangrenata da questa malattia della
luce, il bacio col morso, e che si scagliò, con le sue cagne, come una cagna, a
divorare Achille: è che raggiunse l’improfanabile ormai. Comprendiamo anche come
Bataille si sia innamorato di Angela da Foligno, la santa scanfarda cristica,
colei che per puro amore beveva l’acqua di lavatura dei leprosi, non sentendone,
sulla lingua, che dolcezza. Travolti dall’angoscia, e risucchiati nell’infinita
bontà dell’assoluto, semplicemente, come mirabilmente scrisse Rilke: “l’orrido
sorride”…
Georges Bataille (1897-1962)
L’Arcangelico di Bataille è di questa stessa crudeltà, di questa bontà crudele e
ingenua. E, forse, redentrice: “Io sono padre e la tomba del cielo”, dice. Non
potrebbe essere altrimenti, nell’amplesso con Dio, si diventa Dio, come ben
sapeva Eckhart. Ma quale tentativo di redenzione non passa oggi,
nietzschianamente, attraverso l’abisso della condanna eterna del soggetto
eroico? Tutto risiede in questa semplice consapevolezza: la vera dottrina della
Bellezza è una soteriologia che ci condurrà alla nostra stessa immolazione, a
presentare sulla soglia lo scalpo del nostro cuore, se vogliamo che ci venga
concesso di varcarla. A questo è condannato chiunque voglia salvare, battezzare
nella Bellezza: vivere nella propria anima tutta l’apocalisse che vi conduce…
Che sia accettata l’immolazione, che la coscienza del gorgo si tramuti in gioia
di dover morire. Che si riesca, con Bataille, a dire di se stessi, un giorno, io
sono la gioia dinanzi alla morte. Ben ci stia il ruolo di vittima della
Bellezza, ché il Giardino risiede nella spada di fuoco con la quale dovremo
profanare – amare – sgozzare – vivere – Dio.
Di seguito, delle poesie inedite di Bataille, tratte dall’Arcangelico e da altre
raccolte sparse nel suo esodo fuori dalla letteratura. (De Saint-Cyr)
***
io sono il morto
il cieco
l’ombra senz’aria
come fiumi al mare
il rumore e la luce
in me si perdono senza fine
io sono il padre
e la tomba
del cielo
***
Il tempo mi opprime
cado scivolo sulle ginocchia
le mie mani tastano la notte
addio ruscelli di luce
non mi resta che l’ombra
le feci il sangue
attendo il rintocco di campana
quando gettando
un grido entrerò nell’ombra
***
Di là della morte
un giorno
la terra ruota nel cielo
io sono morto
e la tenebre
si alternano senza fine con il giorno
l’universo mi è chiuso
resto cieco dentro di lui
in accordo con il nulla.
***
Il nulla non è che me stesso
l’universo non è che la mia tomba
il sole non è che la morte
i miei occhi sono il fulmine cieco
il mio cuore il cielo
dove scoppia il temporale
in me stesso
in fondo a un abisso
l’immenso universo è la morte
***
Sputa sangue
è rugiada
la sciabola di cui morirò
dal margine del pozzo
guarda il cielo stellato
ha la trasparenza delle lacrime.
***
Sono maledetto ecco madre
quant’è lunga questa notte
la mia lunga notte senza lacrime
notte avara d’amore
oh cuore spaccato da pietre
inferno della mia bocca di cenere
tu sei la morte delle lacrime
sii maledetta
il mio cuore maledetto i miei occhi malati ti cercano
tu sei il vuoto e la cenere
uccello senza testa che batte le ali nella notte
l’universo è fatto della tua poca speranza
l’universo è il tuo cuore malato e il mio
svolazzante da sfiorare la morte
al cimitero della speranza
il mio dolore è la gioia
la mia cenere fuoco.
***
Più alto
più alto dell’oscuro del cielo
più alto
della folle apertura
una scia di lucore
è l’alone della morte.
***
Attraverso la menzogna, l’indifferenza, il clicchettio dei denti, la felicità
insensata, la certezza,
nel fondo del pozzo, dente contro dente della morte, un’infima particella di
vita accecante nasce da un accumulo d’immondizia, ne rifuggo, insiste;
iniettato, nella fronte, un rivolo di sangue si mischia con le lacrime e mi
bagna le cosce,
infima particella nata dall’inganno, da avarizie impudenti, non meno
indifferenti a sé che all’altezza del cielo,
e purezza del carnefice, d’esplosione che tagliuzza le grida.
***
La stella è la mia nudità
le stelle sono i miei denti
mi scaravento presso i morti
vestito di bianco sole.
***
Poggio la verga contro la tua guancia
la punta ti sfiora l’orecchio
lecca lentamente le mie sacche
la tua lingua è dolce come acqua
la tua lingua è cruda come una macellaia
è rossa come un coscio
la sua punta è un cucù strillante
la mia verga singhiozza di saliva
il tuo sedere è la mia dea
si apre come una bocca
lo adoro come il cielo
lo venero come il fuoco
bevo dal tuo squarcio
adagio le tue gambe nude
le apro come un libro
dove leggo quel che mi uccide.
***
Oh cranio ano della notte
cosa che muore il cielo il respiro
il vento reca l’assenza all’oscurità
Deserta un cielo falsifica l’essere
voce vuota lingua pesante di bare
la testa urta contro l’essere
la testa sottrae l’essere
la malattia dell’essere vomita un sole nero di sputi
La camicia sollevata attraverso
l’acqua fiorita di peli
quando la felicità sporca lecca la lattuga
Il cuore malato
dalla pioggia alla luce vacillante
della bava lei ride agli angeli.
Georges Bataille
*In copertina: Georges Bataille, Sacrifices, 1936
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“Lei non era di qui” [1], quasi sveniva trasognato Cioran a proposito di Susana
Soca – lo stesso si potrebbe dire di miriadi d’altre “incandescenti” che
divamparono lungo la notte sacra prima di spegnersi, in intimo accordo col
decreto del buio. Vedove dell’ultimo cielo, votate alle nozze postume
coll’Assoluto defunto alla vita e talvolta ritrovato nella segreta ipnagogia
funebre della poesia, spose dai corpi di bruma che, crivellate da stelle,
indugiavano innamorate e nostalgiche sulla Soglia in attesa del bacio dello
Sposo, dell’Altro, della morte.
E certamente a questo peculiare ordine di vestali abusate dal nulla, di
«paralitiche della luna» come diceva Lorca, apparteneva anche Béatrice Douvre,
questa poetessa francese obliata come teneramente si dimentica il nome d’un
fiore. Infatti, come i fiori estinti, di lei s’hanno poche ed errabonde
informazioni. Nata a Neuilly-Sur-Seine nel 1967 e morta di brutale sfinimento
ventisette anni più tardi a Mans nel treno in cui entrò e donde non uscì che
defunta: la ritrovarono assisa, nella compostezza trasparente della sua postura
di serafico silenzio, lo sguardo lontano, infinitamente lontano, oltre la
finestra, oltre l’oltre…
Quello sfinimento fu il triste obolo offerto da anni di anoressia, di cui soffre
dall’età di tredici anni. L’ardore della fame, nelle sue policefale diramazioni,
è infatti il sole nero che strapiomba la sua opera. La desianza dell’Invisibile,
d’un’ostia intagliata nella carne stessa del cielo e che sazi infine l’anima.
Definisce molto chiaramente queste tensioni nella sua tesi di laurea: Anorexie
et orexie dans l’œuvre d’Arthur Rimbaud e che potrebbe essere riassunto coi
versi di Rilke, nella settima Elegia: “Come un braccio proteso, è il grido mio./
E la sua mano che si scaglia in alto/ schiusa a ghermire, ti rimane innanzi/
aperta, dentro gl’infiniti spazii/ difesa e ammonimento, o Inafferrabile!”[3].
Necessità dell’Altro, e impossibilità fatale di raggiungerlo – e solo da tale
irredimibile colpa sorge e si apre l’infimo e atroce spazio in cui tremando
precariamente abitare, nello sisma che investe le ossa liriche, e, di bruciore
in bruciore. Mi piace pensare che le sia accaduto di leggere Caterina da Siena,
quest’altra anoressica teofaga, questa sitibonda d’edenico sangue.
Douvre scrive nell’eccesso, nel venir meno della parola, nella casa chiusa al
quadrivio del paradiso dove passano a turno a violentarla gli angeli. È una mal
nata, una Maddalena psicopompa, una “prostituta piena d’amore”, come dice lei
stessa. Vietato ogni ricevere, la poetessa poteva solo offrirsi, dilapidarsi,
crepare dozzinalmente, a pieno regime, irrigare del proprio sangue i solchi che
percorrono ogni poesia onde fecondarle, chiamare a raccolta tutti gli uccelli
dell’oltretomba a becchettarle i seni che si sfogliano in briciole… Dare pieno
rogo di sé, consacrare con alla notte il suo pube in fiamme, attendendo tutta
affebbrata che la morte la insemini.
In Francia, i pochi che sanno che esistette la ricordano come la “viandante del
pericolo”. Philippe Jaccottet nella prefazione alla sua raccolta di poesie
pubblicate postume ne fa un ritratto commovente:
> “Mi ricordo di Béatrice Douvre, era, lo si indovinava, una sorta di elfo
> diafano, un essere vibratile, troppo frale per questo mondo dove gli elfi non
> posso mettere radice, ma soltanto fluttuare a metà via tra terra e cielo.
> Fluttuare in siffatto modo è talvolta la loro felicità, ma certamente anche la
> loro dannazione. Béatrice Douvre era un elfo doloroso, del quale non si poteva
> che intuire con timore il destino”. [4]
De Saint-Cyr
**
Offriamo di seguito per la prima volta una traduzione in italiano di qualche
spina della fiamma del fuoco del suo diario, “Journal de Belfort” [5];
Belfort, 12 febbraio 1994
Città aperta, cammino per le tue vie, rosseggiante, le mani piene di ghiaia, il
ventre eccitato dalle tue fosse, il volto coperto di rossori cristiani.
Follia dei corpi aggrovigliati delle città, sessi esibiti a Stalingrado,
prostituzione piena d’amore, puttane agonizzanti di verginità, sono il vostro
cammino di grazia. Ruscelli di sangue labirintici, patisco le mie vene malate,
gonfiando i miei seni gemelli, esibendo la mia solitudine. Michel mi mormora
all’orecchio il suo sesso diciassettenne, per un po’ di tempo gli tenni la mano,
gli occhi negli occhi dell’infanzia. Sulle strade d’ieri – immortali parole, del
sudore in volto, il ventre cinto di birre; notte verde, abitata, lenzuola che
sanguinano dormendo, ho male di amare, voglio morire, selvaggiamente sperma
sulla lingua. Polvere vinosa, ho l’alito dei poveri, la trasparenza degli
amanti, la dolcezza delle madonne. […]
*
Parigi, 15 febbraio 1994
Alba indomita, febbrose lenzuola, ho il risveglio dei sogni insolenti, potenti e
fredde le mani, la pietra è in sudore, voglio il freddo sudario della mia
fecondità, il sale sulla lingua venenosa, e sul dolce nido del mio ventre la sua
mano… Voglio allargata la ferita, ruscellanti le alghe poi luccicanti, la roccia
scoscesa come le parole. Vago pei lastricati grassi, nel fango rosso e nero,
armonie dorate nimbavano i viali, una mano nativa nella mia, ma la mano di
nessuno. […]
Non sono la sua amante e quasi non più sua sorella. Rimango altra e irreale, ho
in me la dolcezza delle lontananze, mi abbandono alla collina, sono il riflesso
d’un cielo stretto. Spettrale il tempo mi perseguita, la morte mi eccita, mi
visita talvolta, io sono il suo oste stellato e perdura la notte tra lei e me,
forse il passaggio. I sessi nemici si sotterrano nel vento, mi carezza ma io
sono l’intervallo vicino al focolare freddo del molto basso.
Peccato di carne nascosta e redento nella pietra stessa, madidore dei sentimenti
troppo scialbi. Io voglio il sale e il linguaggio, avida la bocca e scavata come
i ciottoli del mare. Popolato d’uccelli è il silenzio, ma io, angelo malato,
imploro il suo corpo come una terra, un sacramento, la tomba bianca (sarò
Raffaello senz’ali), per lui, per me, per la prossimità di vivere.
La mia malattia mi feconda il ventre neutro.
*
Parigi, 14 febbraio 1994
[…] Confusa beltà dei ruscelli, oscura percorro le vostre sponde malate, ho la
follia degli impazienti, delle prigioni narrative.
Piccoli seni gonfi d’acqua, curvi sotto il vento, come Eva nel balzo. Il piede
scalzo, animale, il serpente nel frutteto, come grappoli i frutti, penduli, ho
l’ala di un angelo aguzzo sopra il membro stretto.
Spiegacciamento delle sere alla Madeleine, Parigi barocca, illuminata.
Attenderò, ai piedi delle cattedrali, e coagulata nella nostalgia dei seni
sprigionati, il veleno di una passione traforare, come una daga, la mia pelle
imberbe e intoccabile. […]
*
Parigi, 18 febbraio 1994
Rimango rigida e nuda nella notte torrentizia, il fango scoppia sulle disgrazie
altrui. Una pazza piange per la città e poi tace come una nave. Intorno al mio
girovita indolente una collana si sottomette, nelle mie mani, una rondine
costruisce quasi una primavera. Sono sola a morire nell’immondo, odio il mio
ritiro sacro, il mio corpo casto dal secolo scorso, le notti verdi lasciate a
far collare il miele.
Io sono la fiaccola e l’olio, l’innominato abitacolo presso sorgenti fertili.
Vivi l’epoca nata, privilegia il giorno. Si sollevano le foglie e vorticano gli
astri. Sono l’estate dei palmi nelle braccia dei riflessi. Oh ramo
inaccessibile, il troppo corto vento, ho affrettato la benedizione degli astri
nulli. Polvere dei templi, grandi divinità assise e meditanti, voi vi cibate
dell’obolo dei fedeli sognando all’alito offeso dei fanciulli. Ricurve Madonne,
cosce colmi, e dischiuse dal pudore, io benedico i vostri seni biondi per
accrescere il vento.
****
[1] “Esercizi di ammirazione”, E. Cioran, Adelphi, 1988.
[2] “Juego y teoría del duende”, F.G. Lorca, Alionza, 1984.
[3] “Elegie Duinesi”, Settima Elegia, R.M. Rilke, Sansoni, 1941.
[4] “Œuvres poétiques, peintures et dessins”, B. Douvre, Éditions Voix d’Encre,
2015.
[5] “Journal de Belfort”, B. Douvre, Éditions de la coopérative, 2019.
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